La Stampa 26.6.15
I numeri non contano la felicità
L’intervento a La Milanesiana torinese dello scrittore greco “Viviamo in un mondo ossessionato dal denaro e dalla quantità”
di Petros Markaris
Qual è la maggiore mania del nostro tempo? Il denaro. La nostra vita ruota intorno al denaro. In Paesi come la Grecia, il denaro si identifica con il consumo. Nel Paesi dell’Europa centrale e settentrionale con l’investimento. In entrambi i casi la leva principale della società è il denaro.
Il sistema che governa il mondo possiamo chiamarlo globalizzazione, neoliberismo, sudditanza dell’economia ai mercati: in ogni tutti e tre i casi il nucleo sta nella mania del denaro.
Il dio mercato
Ogni cosa, a cominciare dalla politica, è sottomessa al denaro e ai mercati. Anche le sanzioni contro uno stato hanno come obiettivo le conseguenze economiche. La ragion politica e la cultura finiscono sullo sfondo. Jean Monnet disse, poco prima di morire, che se avesse potuto riprendere da capo il processo di unificazione dell’Europa avrebbe cominciato dalla politica e dalla cultura, e non dai mercati. Aveva capito, ma ormai era troppo tardi.
Siamo arrivati al punto che vogliamo adeguare persino l’istruzione, ossia il sapere, ai mercati. E io mi chiedo: che mercato può esserci, diciamo, per la filosofia? Ovviamente, nessuno, e proprio per questo si tagliano i fondi per le facoltà di filosofia. I tagli maggiori riguardano la cultura e le facoltà universitarie che non sono immediatamente collegate ai mercati.
Oggi, la principale preoccupazione di un regista cinematografico o di una compagnia teatrale sta nel riuscire a scrivere una sceneggiatura o nello scegliere un lavoro da mettere in scena che possano attirare dei finanziatori. Senza finanziatori è quasi impossibile girare un film o metter su uno spettacolo.
Per molti, questo è entusiasmante perché vuol dire che le imprese sostengono l’arte e la cultura. È indubbio che le sostengano, tuttavia esiste un problema serio. Le imprese finanziano l’arte a patto che l’opera finanziata riscuota la maggior eco possibile. Da ciò deriva anche l’ansia degli sceneggiatori e delle compagnie teatrali quando scrivono una sceneggiatura o scelgono un’opera teatrale. I cortometraggi o gli spettacoli che attirano un pubblico limitato, per quanto importanti e di qualità, non interessano i finanziatori. Eppure, l’innovazione inizia, storicamente, proprio da lavori simili, di ampiezza limitata, che non si rivolgono al grande pubblico. Di conseguenza, non è casuale che, oggi, non esistano quasi più opere pionieristiche.
I tedeschi
Spesso i miei amici tedeschi sono perplessi perché vedono i greci a passeggio per le strade e seduti al bar. Il rimprovero che si cela dietro questa perplessità è che la crisi non deve averli colpiti così duramente, dato che rimangono loro soldi da sperperare nei caffè e nelle trattorie.
Quel che i tedeschi non riescono a capire è il modo di vivere diverso che ha la gente del Sud. I popoli del Sud - sudeuropei o sudamericani che siano - passano una parte della giornata all’aperto. È così che vivono - una modalità che deriva innanzitutto dalle condizioni climatiche ma che poi si è trasformata in quotidianità.
Quando mi sono trasferito in Grecia, alla metà degli Anni Sessanta, i greci erano più poveri di ora. Ma questo non gli impediva di passare le serate seduti nelle trattorie del quartiere. Bevevano retsina, di solito accompagnata da un pomodoro tagliato in quattro, un cetriolo tagliato in quattro e qualche sardina. Anche allora stavano fuori casa, come adesso, con la differenza che, allora, erano molto più felici.
L’altra caratteristica dei greci degli Anni Sessanta che mi aveva colpito era il senso dell’umorismo. Sugli autobus o per strada, ti capitava spesso di assistere a scene davvero esilaranti. Ora il senso dell’umorismo è scomparso. Un amico poeta mi ha chiesto, una volta, com’è possibile che le nuove generazioni non abbiano più il senso dell’umorismo. Gli ho risposto che i poveri hanno senso dell’umorismo. Gli avidi no. E l’avidità è frutto della mania del denaro.
La trappola dei numeri
Le nostre ossessioni sono i numeri, e hanno piena corrispondenza con la mania del denaro. Un politico greco aveva detto, negli Anni Sessanta: «I numeri sono positivi, ma il popolo è infelice». Non poteva immaginare che la sua frase si sarebbe rivelata profetica una sessantina d’anni dopo.
La Riforma è stata una questione religiosa e si è sviluppata sotto il dominio del clero. La riforma del nostro tempo è economica e viene decisa da gente chiusa negli uffici che tutto il giorno non fa altro che contare: nelle agenzie di rating, negli uffici dell’Ue a Bruxelles, negli uffici della Bce a Francoforte, negli uffici dei ministeri di ogni Paese. E non si tratta di una squadra: ma di un’intera società. La società dei «numerosi». Un tempo c’erano i «mafiosi», ora abbiamo anche i «numerosi».
Le riforme
Non mi fraintendete. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che la Grecia abbia bisogno di una lunga serie di riforme per diventare un Paese moderno. Non sono d’accordo, invece, nell’alimentare l’illusione secondo cui a numeri positivi corrispondono persone che vivono meglio. Potranno anche essere positivi i dati economici e probabilmente anche quelli imprenditoriali, ma che questi dati abbiano un riverbero positivo sulla vita delle persone non è automatico. Anche in Paesi che hanno numeri eccezionalmente positivi, la forbice tra i ricchi e i poveri continua ad allargarsi.
L’altra caratteristica dei «numerosi» è che sono interessati solo a una particolare categoria di numeri. Gli altri li lasciano completamente indifferenti. Nessuno si interessa del numero dei profughi che annegano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. E nessuno si interessa del numero dei profughi che il Mediterraneo vomita sulle coste dell’Italia, della Grecia, di Cipro o di Malta.
Numeri sì e no
I «numerosi» lasciano la sorte di queste vittime ai «mafiosi» che li trasportano con barche o carrette del mare da un inferno a un altro.
Non dobbiamo, però, essere ingiusti nei confronti dei «numerosi». Sono davvero rarissimi i Paesi - a parte quelli che sono investiti direttamente dall’ondata dei profughi - che mostrano interesse a partecipare alla soluzione del problema. Persino la modesta proposta della Commissione Europea di elaborare un sistema di percentuali, sulla base del quale tutti i Paesi accolgano una parte dei profughi è stata rifiutata dalla maggioranza.
Il fatto è che in questo caso entra in funzione un altro sistema numerico: quello che riguarda gli elettori e i partiti di ogni Paese. E anche questo sistema è una parte della nostra ossessione per i numeri che mette in secondo piano tutto il resto.
I profughi non vengono conteggiati nei numeri dei «numerosi» ma neppure nei numeri dei governi. Sono molto simili a quelle che, in medicina, si chiamano «cellule atipiche».
Un mio amico mi ha spiegato una volta la differenza tra il XVIII secolo e i nostri tempi: «Nel XVIII secolo il sogno di un ricco aristocratico era di possedere un teatro dell’opera. Oggi, il sogno del ricco oligarca è di possedere una sua squadra di calcio».
Questa differenza dice tutto.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 26 giugno 2015
La Stampa 26.6.15
“Chi suona Beethoven ha i nostri stessi vizi”
Malcolm McDowell è tra i protagonisti di “Mozart in the Jungle”
di Luca Dondoni
Se il sadismo del «drugo» Alex DeLarge di Arancia meccanica vi ha incollato allo schermo e non vi ha fatto dormire, sarete felici di sapere che l’attore che lo impersonava, Malcolm McDowell, è uno dei protagonisti di Mozart in the Jungle. Oggi mister McDowell è un arzillo 71enne con tre matrimoni alle spalle e cinque figli, ma è in gran forma. E - al telefono dalla sua casa di Ojai, in California - si infervora nel raccontare di sé nei panni dell’anziano direttore d’orchestra della New York Symphony.
Mister McDowell, dopo tanti anni e tanti film, la musica classica torna nella sua vita.
«Sono sempre stato un amante della classica e, sebbene venga da Liverpool e la mia gioventù sia stata segnata dai Beatles, non ho lasciato da parte Mozart, Beethoven, Brahms, e Wagner. Li adoro come adoro la musica in generale. Sono onnivoro. Mozart in the Jungle è stata ed è (in questi giorni sta registrando la seconda stagione, ndr) occasione per approfondire la mia passione».
In «Arancia Meccanica» la Nona di Beethoven diventa uno strumento di tortura.
«Sì, ma a parte la finzione scenica debbo molto a Stanley Kubrick perché grazie a quel film e a quelle riprese Beethoven è entrato nella mia vita e non se ne è mai più andato. Tra l’altro l’esecuzione che mi avevano fatto ascoltare era tedesca. La ricordo enfatica e piena di pathos».
In «Mozart in the Jungle» interpreta un anziano direttore che deve lasciar spazio, senza volerlo, al giovane Gael García Bernal. Sì è rifatto a qualche direttore in particolare?
«No, e se anche lo avessi fatto non sarebbe carino dirlo perché di direttori anziani ce ne sono parecchi in attività. È stata farina del mio sacco. Mi sono messo nei panni di chi, come tutti i direttori d’orchestra, viene considerato un Dio ed è trattato come tale e a un certo punto deve lasciar spazio a qualcuno trattato meglio di lui».
Non c’è puntata della serie dove non ci sia del sesso e non si facciano riferimenti a droghe o alcol. Tutte cose che sembrano distanti dalla percezione che si ha di quel mondo.
«E questo fa funzionare la serie. Per quale motivo degli esseri umani che vivono nella modernità di una città come New York, dovrebbero essere esenti dai vizi dei loro simili?».
Quando è stato ingaggiato si aspettava il successo che ha riscosso la prima stagione di «Mozart in the Jungle»?
«Certo che no e molto del successo dipende secondo me dal “binge watching”, la possibilità di avere a disposizione subito tutti gli episodi di una stagione tivù. Ormai in America è consuetudine, basta pensare al successo di House of Cards, Orange is the New Black e, mi permetta, al nostro».
“Chi suona Beethoven ha i nostri stessi vizi”
Malcolm McDowell è tra i protagonisti di “Mozart in the Jungle”
di Luca Dondoni
Se il sadismo del «drugo» Alex DeLarge di Arancia meccanica vi ha incollato allo schermo e non vi ha fatto dormire, sarete felici di sapere che l’attore che lo impersonava, Malcolm McDowell, è uno dei protagonisti di Mozart in the Jungle. Oggi mister McDowell è un arzillo 71enne con tre matrimoni alle spalle e cinque figli, ma è in gran forma. E - al telefono dalla sua casa di Ojai, in California - si infervora nel raccontare di sé nei panni dell’anziano direttore d’orchestra della New York Symphony.
Mister McDowell, dopo tanti anni e tanti film, la musica classica torna nella sua vita.
«Sono sempre stato un amante della classica e, sebbene venga da Liverpool e la mia gioventù sia stata segnata dai Beatles, non ho lasciato da parte Mozart, Beethoven, Brahms, e Wagner. Li adoro come adoro la musica in generale. Sono onnivoro. Mozart in the Jungle è stata ed è (in questi giorni sta registrando la seconda stagione, ndr) occasione per approfondire la mia passione».
In «Arancia Meccanica» la Nona di Beethoven diventa uno strumento di tortura.
«Sì, ma a parte la finzione scenica debbo molto a Stanley Kubrick perché grazie a quel film e a quelle riprese Beethoven è entrato nella mia vita e non se ne è mai più andato. Tra l’altro l’esecuzione che mi avevano fatto ascoltare era tedesca. La ricordo enfatica e piena di pathos».
In «Mozart in the Jungle» interpreta un anziano direttore che deve lasciar spazio, senza volerlo, al giovane Gael García Bernal. Sì è rifatto a qualche direttore in particolare?
«No, e se anche lo avessi fatto non sarebbe carino dirlo perché di direttori anziani ce ne sono parecchi in attività. È stata farina del mio sacco. Mi sono messo nei panni di chi, come tutti i direttori d’orchestra, viene considerato un Dio ed è trattato come tale e a un certo punto deve lasciar spazio a qualcuno trattato meglio di lui».
Non c’è puntata della serie dove non ci sia del sesso e non si facciano riferimenti a droghe o alcol. Tutte cose che sembrano distanti dalla percezione che si ha di quel mondo.
«E questo fa funzionare la serie. Per quale motivo degli esseri umani che vivono nella modernità di una città come New York, dovrebbero essere esenti dai vizi dei loro simili?».
Quando è stato ingaggiato si aspettava il successo che ha riscosso la prima stagione di «Mozart in the Jungle»?
«Certo che no e molto del successo dipende secondo me dal “binge watching”, la possibilità di avere a disposizione subito tutti gli episodi di una stagione tivù. Ormai in America è consuetudine, basta pensare al successo di House of Cards, Orange is the New Black e, mi permetta, al nostro».
Repubblica 26.6.15
Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno
Dagli antichi popoli nomadi al turismo di massa:Augé svela i paradossi della nostalgia di casa
Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno
di Marc Augé
LE compagnie aeree emettono preferibilmente biglietti di “andata e ritorno” piuttosto che di “sola andata”. Come se ci fosse qualcosa di sospetto nella nozione di andata senza ritorno, qualcosa che evoca il desiderio di rottura, di fuga dal luogo che abitualmente ci definisce. L’espressione “andata e ritorno” sembra sottintendere già di per sé una certa idea di rapidità: l’assenza sarà breve e si ritornerà presto. Utilizzato da solo, il termine “ritorno” dà libero sfogo alla nostra immaginazione, e non allude a un itinerario preciso. La sua carica poetica (del termine “ritorno”) dipende dal doppio registro che
esso mette in gioco: il tempo e lo spazio. E proprio questo doppio registro è all’origine della sua ambivalenza che può esprimere una semplice ripetizione ma anche una novità radicale, una routine o un’esperienza.
Le società nomadi in linea di massima seguono sempre lo stesso itinerario con delle tappe che generalmente coincidono con le condizioni climatiche più favorevoli, ad esempio, per l’alimentazione delle loro greggi. Le società nomadi sono società dell’eterno ritorno.
La ripetizione è una caratteristica di numerosi gruppi sociali, siano essi sedentari o nomadi. Ogni attacco all’ordine del mondo può costituire dunque una minaccia all’ordine sociale. L’attaccamento al luogo di nascita o al luogo d’origine della famiglia corrisponde a una forma di nomadismo familiare che rientra in parte nello stesso ordine di cose. Le vacanze per molte persone che abitano in città sono state e sono ancora un’occasione per ritrovare il loro ambiente d’origine, le loro “radici”, e questo “ritorno alle origini”, se è regolare, assomiglia molto a una forma di nomadismo. Il nomadismo abituale può suscitare forme di nostalgia, un desiderio di ritorno che è espressione di una mancanza e di un’attesa, che si complica per il fatto che i ricordi legati al luogo d’origine sono dei ricordi d’infanzia: il ritorno a cui aspiriamo allora è un ritorno spaziale e insieme un ritorno temporale; il primo può essere soddisfatto, il secondo no. Da qui la natura ambivalente della nostalgia, di questa sofferenza che è un piacere e viceversa.
In genere, la vita è occasione di andate e ritorni che non sempre comportano delle reazioni affettive, quanto meno in un primo tempo. Tuttavia alcuni momenti a volte sono particolarmente intensi, i momenti dell’incontro amoroso o con un amico (pensiamo al lago del Bourget per Lamartine o al lago di Bienne per Rousseau). Questi momenti possono essere la materia prima di un’espressione letteraria perché esaltano la tensione tra lo spazio e il tempo. Questa tensione può assumere poi diverse apparenze: nel paesaggio di cui parla Lamartine non è cambiato nulla; è passato solo del tempo. Ma succede che il tempo agisca sulla percezione dello spazio. Proust, di ritorno a Iliers, troverà un paesaggio rimpicciolito, che non ha più la dimensione del paesaggio che esplorava con i suoi occhi di bambino. È solo la scrittura che gli permetterà di restituirne le dimensioni ormai scomparse.
Infine succede che dei luoghi cambino obiettivamente; le trasformazioni accelerate del mondo urbanizzato e rurale ci conducono oggi a vivere esperienze del tempo e dello spazio molto diverse, che coinvolgono tutte le dimensioni simultaneamente. Forse è una caratteristica propria della società dei consumi quella di produrre, e vendere, potenti strumenti di registrazione che forniscono a chi li utilizza la prova che sono stati effettivamente dove sono stati. Le folle di turisti che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa o a Notre-Dame de Paris “immortalano”, come si suol dire, questo momento della loro esistenza; potranno rivederlo, se non riviverlo, a volontà, e facilmente grazie alla registrazione che ne ha fissato il momento culminante, l’unico probabilmente che lascerà un ricordo. Allora è il ritorno dall’esperienza che conta, indipendentemente dal luogo in cui la si vive. Nel mondo globalizzato con cui i turisti entrano in contatto, è utile ritornare? La nozione di ritorno ha ancora senso? Pensiamo alle forme estreme del turismo futuro: molte persone facoltose hanno già prenotato un viaggio sulle navicelle spaziali che le porteranno in orbita a un centinaio di chilometri di quota: scopriranno così l’immagine intera del pianeta Terra. Sarà sicuramente difficile per loro, come lo è stato per gli astronauti di professione, rimettere piede sulla terra.
Istantaneità e ubiquità faranno parte ben presto del quotidiano più ordinario di una parte dell’umanità. Resta il fatto che il tempo e lo spazio sono i costituenti simbolici essenziali delle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani. Qualunque siano le modalità che caratterizzano il turismo attuale, ogni individuo ha bisogno dell’incontro con l’altro per realizzarsi. Allora c’è da scommettere che in ogni turista- consumatore c’è un viaggiatore che sonnecchia, ma con un occhio aperto. Un viaggiatore, cioè un essere curioso degli altri perché lo è di se stesso e dove il desiderio di partire predomina sulla soddisfazione e sull’illusione di essere arrivato.
Ogni itinerario umano è un’Odissea. Ma il ritorno non ha fine perché non si ritrova mai il passato perduto: il gioco dello spazio e del tempo è crudele. Ulisse, alla fine del suo viaggio che lo aveva portato all’altro capo del mondo conosciuto a quell’epoca, è ripartito, secondo alcuni racconti. Alla ricerca di se stesso probabilmente. E quindi incontro ad altri. Baudelaire, fa da eco a Omero: «In fondo all’Ignoto per trovare il Nuovo!».
Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno
Dagli antichi popoli nomadi al turismo di massa:Augé svela i paradossi della nostalgia di casa
Noi come Ulisse viaggiatori senza ritorno
di Marc Augé
LE compagnie aeree emettono preferibilmente biglietti di “andata e ritorno” piuttosto che di “sola andata”. Come se ci fosse qualcosa di sospetto nella nozione di andata senza ritorno, qualcosa che evoca il desiderio di rottura, di fuga dal luogo che abitualmente ci definisce. L’espressione “andata e ritorno” sembra sottintendere già di per sé una certa idea di rapidità: l’assenza sarà breve e si ritornerà presto. Utilizzato da solo, il termine “ritorno” dà libero sfogo alla nostra immaginazione, e non allude a un itinerario preciso. La sua carica poetica (del termine “ritorno”) dipende dal doppio registro che
esso mette in gioco: il tempo e lo spazio. E proprio questo doppio registro è all’origine della sua ambivalenza che può esprimere una semplice ripetizione ma anche una novità radicale, una routine o un’esperienza.
Le società nomadi in linea di massima seguono sempre lo stesso itinerario con delle tappe che generalmente coincidono con le condizioni climatiche più favorevoli, ad esempio, per l’alimentazione delle loro greggi. Le società nomadi sono società dell’eterno ritorno.
La ripetizione è una caratteristica di numerosi gruppi sociali, siano essi sedentari o nomadi. Ogni attacco all’ordine del mondo può costituire dunque una minaccia all’ordine sociale. L’attaccamento al luogo di nascita o al luogo d’origine della famiglia corrisponde a una forma di nomadismo familiare che rientra in parte nello stesso ordine di cose. Le vacanze per molte persone che abitano in città sono state e sono ancora un’occasione per ritrovare il loro ambiente d’origine, le loro “radici”, e questo “ritorno alle origini”, se è regolare, assomiglia molto a una forma di nomadismo. Il nomadismo abituale può suscitare forme di nostalgia, un desiderio di ritorno che è espressione di una mancanza e di un’attesa, che si complica per il fatto che i ricordi legati al luogo d’origine sono dei ricordi d’infanzia: il ritorno a cui aspiriamo allora è un ritorno spaziale e insieme un ritorno temporale; il primo può essere soddisfatto, il secondo no. Da qui la natura ambivalente della nostalgia, di questa sofferenza che è un piacere e viceversa.
In genere, la vita è occasione di andate e ritorni che non sempre comportano delle reazioni affettive, quanto meno in un primo tempo. Tuttavia alcuni momenti a volte sono particolarmente intensi, i momenti dell’incontro amoroso o con un amico (pensiamo al lago del Bourget per Lamartine o al lago di Bienne per Rousseau). Questi momenti possono essere la materia prima di un’espressione letteraria perché esaltano la tensione tra lo spazio e il tempo. Questa tensione può assumere poi diverse apparenze: nel paesaggio di cui parla Lamartine non è cambiato nulla; è passato solo del tempo. Ma succede che il tempo agisca sulla percezione dello spazio. Proust, di ritorno a Iliers, troverà un paesaggio rimpicciolito, che non ha più la dimensione del paesaggio che esplorava con i suoi occhi di bambino. È solo la scrittura che gli permetterà di restituirne le dimensioni ormai scomparse.
Infine succede che dei luoghi cambino obiettivamente; le trasformazioni accelerate del mondo urbanizzato e rurale ci conducono oggi a vivere esperienze del tempo e dello spazio molto diverse, che coinvolgono tutte le dimensioni simultaneamente. Forse è una caratteristica propria della società dei consumi quella di produrre, e vendere, potenti strumenti di registrazione che forniscono a chi li utilizza la prova che sono stati effettivamente dove sono stati. Le folle di turisti che si mettono in posa davanti alla torre di Pisa o a Notre-Dame de Paris “immortalano”, come si suol dire, questo momento della loro esistenza; potranno rivederlo, se non riviverlo, a volontà, e facilmente grazie alla registrazione che ne ha fissato il momento culminante, l’unico probabilmente che lascerà un ricordo. Allora è il ritorno dall’esperienza che conta, indipendentemente dal luogo in cui la si vive. Nel mondo globalizzato con cui i turisti entrano in contatto, è utile ritornare? La nozione di ritorno ha ancora senso? Pensiamo alle forme estreme del turismo futuro: molte persone facoltose hanno già prenotato un viaggio sulle navicelle spaziali che le porteranno in orbita a un centinaio di chilometri di quota: scopriranno così l’immagine intera del pianeta Terra. Sarà sicuramente difficile per loro, come lo è stato per gli astronauti di professione, rimettere piede sulla terra.
Istantaneità e ubiquità faranno parte ben presto del quotidiano più ordinario di una parte dell’umanità. Resta il fatto che il tempo e lo spazio sono i costituenti simbolici essenziali delle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani. Qualunque siano le modalità che caratterizzano il turismo attuale, ogni individuo ha bisogno dell’incontro con l’altro per realizzarsi. Allora c’è da scommettere che in ogni turista- consumatore c’è un viaggiatore che sonnecchia, ma con un occhio aperto. Un viaggiatore, cioè un essere curioso degli altri perché lo è di se stesso e dove il desiderio di partire predomina sulla soddisfazione e sull’illusione di essere arrivato.
Ogni itinerario umano è un’Odissea. Ma il ritorno non ha fine perché non si ritrova mai il passato perduto: il gioco dello spazio e del tempo è crudele. Ulisse, alla fine del suo viaggio che lo aveva portato all’altro capo del mondo conosciuto a quell’epoca, è ripartito, secondo alcuni racconti. Alla ricerca di se stesso probabilmente. E quindi incontro ad altri. Baudelaire, fa da eco a Omero: «In fondo all’Ignoto per trovare il Nuovo!».
Repubblica 26.6.15
Figli di due mamme e lotta ai pregiudizi cosa c’è davvero nei libri “gender ”
Da Piccolo uovo a Nessuno è perfetto: ecco i titoli espulsi dalle biblioteche scolastiche e messi all’indice dal movimento del Family day perché travierebbero i bambini
di Maria Novella De Luca
ROMA . In fondo “Piccolo uovo “ cercava soltanto una famiglia. Etero, omo, adottiva, multirazziale: non importa, le famiglie sono tutte così belle, che per quello strano e goffo uovo era davvero difficile scegliere in quale approdare. Eppure, suo malgrado, quell’uovo, inventato da Francesca Pardi e magistralmente disegnato da Altan, è diventato il singolare bersaglio di una violenta crociata “anti gender”. Protagonista di una storia definita “pericolosa” e nelle cui pagine, tra gatti, conigli, pinguini in stile “Pimpa” si anniderebbe l’insidiosissimo fantasma del “gender”. Sfuggente teoria del tutto e del niente, sufficiente però a far finire “Piccolo uovo” tra i libri espulsi dalle biblioteche scolastiche italiane, in una lista sempre più folta di titoli messi all’indice perché, secondo l’agguerrito movimento del Family day, travierebbero la mente dei bambini.
Ma cosa c’è davvero in questi libri (quasi tutti pubblicati dalla casa editrice “Lo stampatello”) che i comitati “Difendiamo i nostri figli” vorrebbero bruciare in un rogo virtuale? Né più né meno che il mondo reale. Attraverso storie di animali umanizzati, principesse, eroi furbi o eroi sognatori, personaggi in carne ed ossa, tra titoli come “Il Matrimonio dello zio”, o “Nessuno è perfetto”, “Il mio primo giorno in Italia”, o “Il grande libro delle famiglie”, ciò che si narra è una società dove si nasce da una mamma e da un papà, ma anche da due mamme, si è figli adottati o in affido, si è bimbi sani o disabili, si è italiani o migranti, si è maschi, femmine, ma in fondo si è come si vuole...
Dunque in questa costellazione di avventure umane, spesso illustrate dai migliori disegnatori italiani, la famiglia “tradizionale” è solo una delle tante combinazioni della vita. Come accade nel mondo reale. Ma è proprio questo che i vari movimenti “Difendiamo i nostri figli” contestano: e cioè che nelle scuola si possa parlare di unioni gay, di doppi padri, di libertà di comportarsi al di là dei generi. L’ultimo caso è quello di Venezia, dove il neosindaco di centrodestra, Luigi Brugnaro, ha deciso che una serie di titoli presenti nelle biblioteche delle primarie e delle materne dovranno essere eliminati. Una battaglia analoga aveva sconvolto qualche mese fa il comune di Trieste, finito nella bufera per aver proposto l’introduzione, nelle classi dei più piccoli, del “Gioco del rispetto”. Ossia un percorso educativo basato sull’educazione di genere (non gender) cioè sul rispetto delle differenze, dei sessi, e sul superamento degli stereotipi. Le psicologhe, autrici del gioco, sono state accusate addirittura di aver favorito “palpeggiamenti” tra i bambini. «Quello che facevamo era chiedere ai piccoli di fare una corsa — spiegava una delle autrici — e alla fine facevamo mettere la mano di un bambino sul cuore di una bambina, per dimostrare che pur nella differenza i cuori battono allo stesso modo».
Ma già lo scorso anno, una violenta campagna dei movimenti Pro-Life, aveva fermato la diffusione dei famosi libretti dell’Istituto Beck, opuscoli contro il bullismo decisi dall’ex ministro per le Pari Opportunità Elsa Fornero, e accusati di inoculare l’ideologia “Lgbt” tra i ragazzi. Una feroce mistificazione, perché in quei testi, destinati agli insegnanti, si parlava di prevenzione al bullismo in tutte le sue versioni.
Una stessa campagna di controinformazione sembra oggi colpire la nuova editoria dell’infanzia. Non solo lo “Stampatello”, minuscola casa editrice milanese, fondata da Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, mamme gay di quattro bambini, che dopo aver cercato invano un editore per raccontare ai propri figli la particolarità della loro nascita, hanno deciso di fare da sè. Ma anche gli editori di “E con Tango siamo in tre”, avventure di pinguini papà gay, espulsi dalle scuole veneziane. «Raccontiamo che si nasce in tanti modi diversi, in una famiglia eterosessuale o con due madri, due padri, un single. Si può venire al mondo anche con la fecondazione assistita. È la realtà. Si può avere una pelle diversa — spiega Maria Silvia Fiengo — o una malattia, ma tutti sono degni di rispetto ». Ma la campagna è sempre più violenta. Con somma sorpresa delle case editrici straniere, che vedono i loro testi, accettati in patria, attaccati da noi. Ad esempio “Il grande, grosso libro delle famiglie” uscito senza polemiche in Inghilterra, messo all’indice in Italia. «Hanno scritto che insegniamo la masturbazione ai bambini: sfido chiunque a trovare riferimenti di questo tipo nelle nostre storie. Noi parliamo di valori, e siamo così tranquille che abbiamo mandato i nostri libri anche al Papa».
Figli di due mamme e lotta ai pregiudizi cosa c’è davvero nei libri “gender ”
Da Piccolo uovo a Nessuno è perfetto: ecco i titoli espulsi dalle biblioteche scolastiche e messi all’indice dal movimento del Family day perché travierebbero i bambini
di Maria Novella De Luca
ROMA . In fondo “Piccolo uovo “ cercava soltanto una famiglia. Etero, omo, adottiva, multirazziale: non importa, le famiglie sono tutte così belle, che per quello strano e goffo uovo era davvero difficile scegliere in quale approdare. Eppure, suo malgrado, quell’uovo, inventato da Francesca Pardi e magistralmente disegnato da Altan, è diventato il singolare bersaglio di una violenta crociata “anti gender”. Protagonista di una storia definita “pericolosa” e nelle cui pagine, tra gatti, conigli, pinguini in stile “Pimpa” si anniderebbe l’insidiosissimo fantasma del “gender”. Sfuggente teoria del tutto e del niente, sufficiente però a far finire “Piccolo uovo” tra i libri espulsi dalle biblioteche scolastiche italiane, in una lista sempre più folta di titoli messi all’indice perché, secondo l’agguerrito movimento del Family day, travierebbero la mente dei bambini.
Ma cosa c’è davvero in questi libri (quasi tutti pubblicati dalla casa editrice “Lo stampatello”) che i comitati “Difendiamo i nostri figli” vorrebbero bruciare in un rogo virtuale? Né più né meno che il mondo reale. Attraverso storie di animali umanizzati, principesse, eroi furbi o eroi sognatori, personaggi in carne ed ossa, tra titoli come “Il Matrimonio dello zio”, o “Nessuno è perfetto”, “Il mio primo giorno in Italia”, o “Il grande libro delle famiglie”, ciò che si narra è una società dove si nasce da una mamma e da un papà, ma anche da due mamme, si è figli adottati o in affido, si è bimbi sani o disabili, si è italiani o migranti, si è maschi, femmine, ma in fondo si è come si vuole...
Dunque in questa costellazione di avventure umane, spesso illustrate dai migliori disegnatori italiani, la famiglia “tradizionale” è solo una delle tante combinazioni della vita. Come accade nel mondo reale. Ma è proprio questo che i vari movimenti “Difendiamo i nostri figli” contestano: e cioè che nelle scuola si possa parlare di unioni gay, di doppi padri, di libertà di comportarsi al di là dei generi. L’ultimo caso è quello di Venezia, dove il neosindaco di centrodestra, Luigi Brugnaro, ha deciso che una serie di titoli presenti nelle biblioteche delle primarie e delle materne dovranno essere eliminati. Una battaglia analoga aveva sconvolto qualche mese fa il comune di Trieste, finito nella bufera per aver proposto l’introduzione, nelle classi dei più piccoli, del “Gioco del rispetto”. Ossia un percorso educativo basato sull’educazione di genere (non gender) cioè sul rispetto delle differenze, dei sessi, e sul superamento degli stereotipi. Le psicologhe, autrici del gioco, sono state accusate addirittura di aver favorito “palpeggiamenti” tra i bambini. «Quello che facevamo era chiedere ai piccoli di fare una corsa — spiegava una delle autrici — e alla fine facevamo mettere la mano di un bambino sul cuore di una bambina, per dimostrare che pur nella differenza i cuori battono allo stesso modo».
Ma già lo scorso anno, una violenta campagna dei movimenti Pro-Life, aveva fermato la diffusione dei famosi libretti dell’Istituto Beck, opuscoli contro il bullismo decisi dall’ex ministro per le Pari Opportunità Elsa Fornero, e accusati di inoculare l’ideologia “Lgbt” tra i ragazzi. Una feroce mistificazione, perché in quei testi, destinati agli insegnanti, si parlava di prevenzione al bullismo in tutte le sue versioni.
Una stessa campagna di controinformazione sembra oggi colpire la nuova editoria dell’infanzia. Non solo lo “Stampatello”, minuscola casa editrice milanese, fondata da Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, mamme gay di quattro bambini, che dopo aver cercato invano un editore per raccontare ai propri figli la particolarità della loro nascita, hanno deciso di fare da sè. Ma anche gli editori di “E con Tango siamo in tre”, avventure di pinguini papà gay, espulsi dalle scuole veneziane. «Raccontiamo che si nasce in tanti modi diversi, in una famiglia eterosessuale o con due madri, due padri, un single. Si può venire al mondo anche con la fecondazione assistita. È la realtà. Si può avere una pelle diversa — spiega Maria Silvia Fiengo — o una malattia, ma tutti sono degni di rispetto ». Ma la campagna è sempre più violenta. Con somma sorpresa delle case editrici straniere, che vedono i loro testi, accettati in patria, attaccati da noi. Ad esempio “Il grande, grosso libro delle famiglie” uscito senza polemiche in Inghilterra, messo all’indice in Italia. «Hanno scritto che insegniamo la masturbazione ai bambini: sfido chiunque a trovare riferimenti di questo tipo nelle nostre storie. Noi parliamo di valori, e siamo così tranquille che abbiamo mandato i nostri libri anche al Papa».
Il Sole 26.6.15
Il credito cinese cresce in Italia
I banchieri di Pechino chiedono più «apertura» agli istituti nazionali
di Nicoletta Picchio
Roma Sono presenti a Milano e in attesa di aprire a Roma, appena arriverà l’autorizzazione della Banca d’Italia. Yangkun Jin, general manager della filiale milanese della Icbc (Industrial and commercial bank of China), lo ripete nel suo intervento: «vogliamo essere un ponte tra l’Italia e la Cina. E non solo, vista la nostra forte presenza internazionale». Per poi aggiungere, rivolto ai rappresentanti di Unicredit e Bnl, seduti al tavolo: «speriamo in una più ampia collaborazione con le banche italiane».
Fa un esempio di un caso – che è stato risolto – di un’azienda in crisi, la Acc compressors, messa in contatto con un’azienda cinese del Guandong, e che grazie all’accordo nel 2016, tornerà in utile, salvaguardando i 144 posti di lavoro in Italia. Ma i casi sono tanti, aggiunge, e dovranno essere molti di più. Accanto alla Icbc, la China Costruction bank, racconta il general manager della filiale di Milano, Zhe Zhang, sta guardando con grande interesse all’Italia: «la Cina non è più il paese che cresce al galoppo, con un basso costo del lavoro. Ormai il costo del lavoro cresce al 7% l’anno, vogliamo produzioni di qualità e l’Italia è un interlocutore di grande interesse».
Siamo agli inizi, «ma se consideriamo la velocità d’azione dei cinesi nel giro di due o tre anni la presenza finanziaria cinese può crescere molto. Nel commercio in pochi anni il nostro export si è decuplicato», commenta Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia Ice, che ieri ha organizzato un seminario sulla cooperazione finanziaria italo-cinese, presente l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese, Li Ruiyu. Le banche cinesi, aggiunge, sono colossi, le prime al mondo per capitalizzazione. «La Cina sta puntando ad internazionalizzare il proprio sistema finanziario e la propria moneta. Vuole avere un centinaio di grandi multinazionali. Le banche si sono mobilitate». Si sta canalizzando un forte flusso di investimenti dalla Cina in Italia: l’obiettivo è di averne di più, continua Monti, per per finanziare progetti italiani in paesi terzi, specie nelle grandi infrastrutture, e riuscire a far diventare le banche cinesi operatori a pieno titolo. L’Ice sta lavorando perchè si realizzi la massima collaborazione, sia sull’export ma che su progetti di joint-venture.
In prima linea è anche la Sace, come ha spiegato ieri l’ad Alessandro Castellano. È di questi giorni l’accordo tra Sace e la Bank of China per espandere interscambi e investimenti, facilitando l’accesso a fonti di finanziamento per imprese italiane e cinesi. Un accordo che segue, dice Castellano, quelli con China exim bank; China Merchants bank e Sinosure. «È difficile fare export alla vecchia maniera, si è passati ad una fase più complessa dei rapporti tra i due paesi, servono joint-venture produttive», spiega Castellano, che ha come obiettivo anche una ex-im bank in Italia, come esiste già in altri 28 paesi.«Sembra che i cinesi – ha aggiunto l’ad di Sace – abbiano più voglia di mercato degli europei, ho avuto incontri con investitori istituzionali interessati a forme di investimento sul mercato dei capitali». L’internazionalizzazione finanziaria non è esente da rischi, hanno sottolineato Pierfrancesco Gaggi, responsabile servizio internazionale dell’Abi, e Giuseppe Parigi, che ha lo stesso ruolo in Banca d’Italia. Gaggi si augura che le autorità monetarie cinese governino l’avvicinamento finanziario in modo saggio come è accaduto per quello commerciale; Parigi auspica una collaborazione tra autorità suvigilanza e regole.
Il credito cinese cresce in Italia
I banchieri di Pechino chiedono più «apertura» agli istituti nazionali
di Nicoletta Picchio
Roma Sono presenti a Milano e in attesa di aprire a Roma, appena arriverà l’autorizzazione della Banca d’Italia. Yangkun Jin, general manager della filiale milanese della Icbc (Industrial and commercial bank of China), lo ripete nel suo intervento: «vogliamo essere un ponte tra l’Italia e la Cina. E non solo, vista la nostra forte presenza internazionale». Per poi aggiungere, rivolto ai rappresentanti di Unicredit e Bnl, seduti al tavolo: «speriamo in una più ampia collaborazione con le banche italiane».
Fa un esempio di un caso – che è stato risolto – di un’azienda in crisi, la Acc compressors, messa in contatto con un’azienda cinese del Guandong, e che grazie all’accordo nel 2016, tornerà in utile, salvaguardando i 144 posti di lavoro in Italia. Ma i casi sono tanti, aggiunge, e dovranno essere molti di più. Accanto alla Icbc, la China Costruction bank, racconta il general manager della filiale di Milano, Zhe Zhang, sta guardando con grande interesse all’Italia: «la Cina non è più il paese che cresce al galoppo, con un basso costo del lavoro. Ormai il costo del lavoro cresce al 7% l’anno, vogliamo produzioni di qualità e l’Italia è un interlocutore di grande interesse».
Siamo agli inizi, «ma se consideriamo la velocità d’azione dei cinesi nel giro di due o tre anni la presenza finanziaria cinese può crescere molto. Nel commercio in pochi anni il nostro export si è decuplicato», commenta Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia Ice, che ieri ha organizzato un seminario sulla cooperazione finanziaria italo-cinese, presente l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese, Li Ruiyu. Le banche cinesi, aggiunge, sono colossi, le prime al mondo per capitalizzazione. «La Cina sta puntando ad internazionalizzare il proprio sistema finanziario e la propria moneta. Vuole avere un centinaio di grandi multinazionali. Le banche si sono mobilitate». Si sta canalizzando un forte flusso di investimenti dalla Cina in Italia: l’obiettivo è di averne di più, continua Monti, per per finanziare progetti italiani in paesi terzi, specie nelle grandi infrastrutture, e riuscire a far diventare le banche cinesi operatori a pieno titolo. L’Ice sta lavorando perchè si realizzi la massima collaborazione, sia sull’export ma che su progetti di joint-venture.
In prima linea è anche la Sace, come ha spiegato ieri l’ad Alessandro Castellano. È di questi giorni l’accordo tra Sace e la Bank of China per espandere interscambi e investimenti, facilitando l’accesso a fonti di finanziamento per imprese italiane e cinesi. Un accordo che segue, dice Castellano, quelli con China exim bank; China Merchants bank e Sinosure. «È difficile fare export alla vecchia maniera, si è passati ad una fase più complessa dei rapporti tra i due paesi, servono joint-venture produttive», spiega Castellano, che ha come obiettivo anche una ex-im bank in Italia, come esiste già in altri 28 paesi.«Sembra che i cinesi – ha aggiunto l’ad di Sace – abbiano più voglia di mercato degli europei, ho avuto incontri con investitori istituzionali interessati a forme di investimento sul mercato dei capitali». L’internazionalizzazione finanziaria non è esente da rischi, hanno sottolineato Pierfrancesco Gaggi, responsabile servizio internazionale dell’Abi, e Giuseppe Parigi, che ha lo stesso ruolo in Banca d’Italia. Gaggi si augura che le autorità monetarie cinese governino l’avvicinamento finanziario in modo saggio come è accaduto per quello commerciale; Parigi auspica una collaborazione tra autorità suvigilanza e regole.
Repubblica 26.6.15
Ma la vergogna più grande è la disuguaglianza a scuola
Reddito e aspettativa di vita delle minoranze restano inferiori
di Nicholas Kristof
SUPPONETE che gli afro-americani contrassegnino il loro retaggio con bandiere raffiguranti la rivolta di Nat Turner nel 1831, in cui gli schiavi massacrarono circa 60 uomini bianchi prima di essere sopraffatti: la bandiera non celebrerebbe l’omicidio di bianchi, ma commemorerebbe semplicemente un evento centrale nella storia dei neri!
Supponete che i messicano-americani agitino una bandiera raffigurante la battaglia di Alamo: il punto non sarebbe celebrare la strage di texani, ma esprimere l’orgoglio delle origini messicane! È questo che significava per molti di noi lo stendardo di battaglia dei Confederati. Nat Turner almeno combatteva per la propria libertà, mentre lo stendardo dei Confederati rappresentava quelli che hanno combattuto contro la libertà, difeso la schiavitù, bastonato gli attivisti dei diritti civili – e, più recentemente, assassinato i neri che vanno in chiesa. Fa specie constatare la stessa avversione nell’opinione pubblica del Sud.
«Il vessillo di battaglia dei Confederati era l’emblema della sfida di Jim Crow al movimento dei diritti civili, dell’opposizione dei Dixiecrat (Partito democratico dei diritti degli stati) all’integrazione, e del terrorismo nazionale del Ku Klux Klan», rimarcava Russell Moore del Congresso dei Battisti del Sud. «I cristiani bianchi dovrebbero pensare al significato di quella bandiera per i nostri fratelli e sorelle afroamericani».
L’anno scorso, in America, c’è stato un dibattito molto più esteso sulle razze. Ma gran parte del dibattito sembrava polarizzare più che chiarire, lasciando le parti più trincerate che mai sulle loro posizioni, per cui ora è emozionante vedere un’ondata di azioni.
Lo Stato del South Carolina può finalmente togliere la bandiera dalla sede del Palazzo di Governo, l’Alabama ha rimosso quattro bandiere dei Confederati dalla sede del Campidoglio statale e il Missisipi potrebbe eliminare dalla bandiera statale la croce di battaglia dei Confederati. Walmart, Sears, Amazon, e-Bay non venderanno più prodotti con il simbolo degli Stati Confederati. Quindi non stiamo assistendo a dibattiti, ma ad azioni. Ma sono per certi aspetti illusorie: riguardano un simbolo, e ora, i loro progressi devono riflettersi sulle disuguaglianze razziali nel quotidiano.
La più grande vergogna dell’America nel 2015 non è un pezzo di stoffa. È che un ragazzo di colore ha un’aspettativa di vita inferiore di 5 anni a quella di un bianco; il reddito netto nel 2011 di una media famiglia nera corrispondeva a 6.314 dollari, contro i 110.500 dollari di una famiglia bianca; quasi due terzi dei bambini neri crescono in famiglie a basso reddito; più di un terzo dei bambini neri metropolitani sono avvelenati dal piombo (con danni cerebrali permanente) presente nelle vecchie vernici delle case sotto lo standard.
Più determinante di quella bandiera è il nostro carente sistema di rette scolastiche che perpetua la disuguaglianza. L’unico ente pubblico in cui l’America fornisce oltremodo servizi agli afroamericani è la prigione. I ventenni neri privi di un diploma di scuola superiore hanno più probabilità di essere incarcerati che impiegati, secondo una ricerca del National Bureau of Economic Research.
Quindi sono favorevole alla rimozione degli stendardi di battaglia confederati, ma ora passiamo dai gesti simbolici a quelli concreti. Via le bandiere degli Stati Confederati da tutto il Paese! E poi occupiamoci della maggiore sciagura nazionale: nel 2015, molti bambini non hanno ancora uguali opportunità a causa del colore della loro pelle.
(© 2015 New York Times News Service Traduzione di Ettore C. Iannelli)
Ma la vergogna più grande è la disuguaglianza a scuola
Reddito e aspettativa di vita delle minoranze restano inferiori
di Nicholas Kristof
SUPPONETE che gli afro-americani contrassegnino il loro retaggio con bandiere raffiguranti la rivolta di Nat Turner nel 1831, in cui gli schiavi massacrarono circa 60 uomini bianchi prima di essere sopraffatti: la bandiera non celebrerebbe l’omicidio di bianchi, ma commemorerebbe semplicemente un evento centrale nella storia dei neri!
Supponete che i messicano-americani agitino una bandiera raffigurante la battaglia di Alamo: il punto non sarebbe celebrare la strage di texani, ma esprimere l’orgoglio delle origini messicane! È questo che significava per molti di noi lo stendardo di battaglia dei Confederati. Nat Turner almeno combatteva per la propria libertà, mentre lo stendardo dei Confederati rappresentava quelli che hanno combattuto contro la libertà, difeso la schiavitù, bastonato gli attivisti dei diritti civili – e, più recentemente, assassinato i neri che vanno in chiesa. Fa specie constatare la stessa avversione nell’opinione pubblica del Sud.
«Il vessillo di battaglia dei Confederati era l’emblema della sfida di Jim Crow al movimento dei diritti civili, dell’opposizione dei Dixiecrat (Partito democratico dei diritti degli stati) all’integrazione, e del terrorismo nazionale del Ku Klux Klan», rimarcava Russell Moore del Congresso dei Battisti del Sud. «I cristiani bianchi dovrebbero pensare al significato di quella bandiera per i nostri fratelli e sorelle afroamericani».
L’anno scorso, in America, c’è stato un dibattito molto più esteso sulle razze. Ma gran parte del dibattito sembrava polarizzare più che chiarire, lasciando le parti più trincerate che mai sulle loro posizioni, per cui ora è emozionante vedere un’ondata di azioni.
Lo Stato del South Carolina può finalmente togliere la bandiera dalla sede del Palazzo di Governo, l’Alabama ha rimosso quattro bandiere dei Confederati dalla sede del Campidoglio statale e il Missisipi potrebbe eliminare dalla bandiera statale la croce di battaglia dei Confederati. Walmart, Sears, Amazon, e-Bay non venderanno più prodotti con il simbolo degli Stati Confederati. Quindi non stiamo assistendo a dibattiti, ma ad azioni. Ma sono per certi aspetti illusorie: riguardano un simbolo, e ora, i loro progressi devono riflettersi sulle disuguaglianze razziali nel quotidiano.
La più grande vergogna dell’America nel 2015 non è un pezzo di stoffa. È che un ragazzo di colore ha un’aspettativa di vita inferiore di 5 anni a quella di un bianco; il reddito netto nel 2011 di una media famiglia nera corrispondeva a 6.314 dollari, contro i 110.500 dollari di una famiglia bianca; quasi due terzi dei bambini neri crescono in famiglie a basso reddito; più di un terzo dei bambini neri metropolitani sono avvelenati dal piombo (con danni cerebrali permanente) presente nelle vecchie vernici delle case sotto lo standard.
Più determinante di quella bandiera è il nostro carente sistema di rette scolastiche che perpetua la disuguaglianza. L’unico ente pubblico in cui l’America fornisce oltremodo servizi agli afroamericani è la prigione. I ventenni neri privi di un diploma di scuola superiore hanno più probabilità di essere incarcerati che impiegati, secondo una ricerca del National Bureau of Economic Research.
Quindi sono favorevole alla rimozione degli stendardi di battaglia confederati, ma ora passiamo dai gesti simbolici a quelli concreti. Via le bandiere degli Stati Confederati da tutto il Paese! E poi occupiamoci della maggiore sciagura nazionale: nel 2015, molti bambini non hanno ancora uguali opportunità a causa del colore della loro pelle.
(© 2015 New York Times News Service Traduzione di Ettore C. Iannelli)
La Stampa 26.6.15
La Corte suprema salva Obama
“La riforma sanitaria è legittima”
di Paolo Mastrolilli
L’eredità politica del presidente Obama è salva, almeno quella della riforma sanitaria. Infatti la sentenza con cui ieri la Corte Suprema ha confermato la legalità del principale risultato ottenuto dal capo della Casa Bianca sul fronte interno, garantisce in sostanza che sopravviverà alla sua amministrazione.
Sul tavolo dei giudici era arrivata una causa presentata da quattro abitanti della Virginia, legata a un aspetto specifico della riforma: quello dei sussidi offerti alle persone che comprano le nuove polizze. A livello nazionale, finora 10,2 milioni di cittadini hanno aderito all’Obamacare, ma questo numero include 8,7 milioni di utenti poveri che ricevono in media 272 dollari al mese dal governo per aiutarli a pagare le assicurazioni. Senza, molti di loro non potrebbero permettersele.
Offensiva repubblicana
La legge dice che tali soldi pubblici possono essere assegnati solo attraverso dei mercati «creati dallo Stato», e i repubblicani contrari alla riforma avevano approfittato di queste parole per cercare di farla deragliare, sostenendo che così discriminava alcuni cittadini. Infatti 34 Stati non avevano creato questi mercati per l’acquisto delle polizze, proprio per boicottare la riforma. Ma se i sussidi non erano disponibili per i loro abitanti, «Obamacare» violava il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e quindi doveva essere annullata. Il governo federale aveva risposto intervenendo direttamente, per dare le agevolazioni al posto degli Stati che le rifiutavano, ma questa iniziativa era stata contestata appunto dalla causa finita davanti alla Corte Suprema. In altre parole, i conservatori contrari per principio alla riforma avevano scelto questo cavillo per bloccarla.
Il giudice scelto da Bush
Ieri sei giudici su nove, compreso il presidente della Corte Roberts che era stato nominato da George Bush, hanno dato ragione a Obama. È vero infatti, come ha notato lo stesso Roberts scrivendo l’opinione della maggioranza, che il linguaggio della legge si presta ad equivoci, ma l’intenzione reale del governo era «migliorare il mercato delle assicurazioni, non distruggerlo». Quindi il testo va interpretato come una generale autorizzazione allo Stato di intervenire in aiuto dei cittadini interessati a sottoscrivere le nuove polizze. Il giudice Scalia, scrivendo l’opinione della minoranza, ha denunciato che «ormai questa è la Scotuscare, la riforma sanitaria della Corte Suprema, perché stravolge le sue parole pur di difenderla».
La Casa Bianca festeggia
Obama ha celebrato rispondendo che «nonostante tutti i ricorsi, questa legge aiuta milioni di cittadini ed è destinata a restare». I repubblicani hanno criticato la sentenza, ma dietro le quinte hanno tirato un sospiro di sollievo, perché non avevano un’alternativa pronta da proporre ed erano divisi su come procedere. La riforma quindi sopravviverà al presidente che l’ha scritta, e se i suoi oppositori vorranno cancellarla, dovranno vincere le elezioni presidenziali e congressuali dell’anno prossimo.
La Corte suprema salva Obama
“La riforma sanitaria è legittima”
di Paolo Mastrolilli
L’eredità politica del presidente Obama è salva, almeno quella della riforma sanitaria. Infatti la sentenza con cui ieri la Corte Suprema ha confermato la legalità del principale risultato ottenuto dal capo della Casa Bianca sul fronte interno, garantisce in sostanza che sopravviverà alla sua amministrazione.
Sul tavolo dei giudici era arrivata una causa presentata da quattro abitanti della Virginia, legata a un aspetto specifico della riforma: quello dei sussidi offerti alle persone che comprano le nuove polizze. A livello nazionale, finora 10,2 milioni di cittadini hanno aderito all’Obamacare, ma questo numero include 8,7 milioni di utenti poveri che ricevono in media 272 dollari al mese dal governo per aiutarli a pagare le assicurazioni. Senza, molti di loro non potrebbero permettersele.
Offensiva repubblicana
La legge dice che tali soldi pubblici possono essere assegnati solo attraverso dei mercati «creati dallo Stato», e i repubblicani contrari alla riforma avevano approfittato di queste parole per cercare di farla deragliare, sostenendo che così discriminava alcuni cittadini. Infatti 34 Stati non avevano creato questi mercati per l’acquisto delle polizze, proprio per boicottare la riforma. Ma se i sussidi non erano disponibili per i loro abitanti, «Obamacare» violava il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e quindi doveva essere annullata. Il governo federale aveva risposto intervenendo direttamente, per dare le agevolazioni al posto degli Stati che le rifiutavano, ma questa iniziativa era stata contestata appunto dalla causa finita davanti alla Corte Suprema. In altre parole, i conservatori contrari per principio alla riforma avevano scelto questo cavillo per bloccarla.
Il giudice scelto da Bush
Ieri sei giudici su nove, compreso il presidente della Corte Roberts che era stato nominato da George Bush, hanno dato ragione a Obama. È vero infatti, come ha notato lo stesso Roberts scrivendo l’opinione della maggioranza, che il linguaggio della legge si presta ad equivoci, ma l’intenzione reale del governo era «migliorare il mercato delle assicurazioni, non distruggerlo». Quindi il testo va interpretato come una generale autorizzazione allo Stato di intervenire in aiuto dei cittadini interessati a sottoscrivere le nuove polizze. Il giudice Scalia, scrivendo l’opinione della minoranza, ha denunciato che «ormai questa è la Scotuscare, la riforma sanitaria della Corte Suprema, perché stravolge le sue parole pur di difenderla».
La Casa Bianca festeggia
Obama ha celebrato rispondendo che «nonostante tutti i ricorsi, questa legge aiuta milioni di cittadini ed è destinata a restare». I repubblicani hanno criticato la sentenza, ma dietro le quinte hanno tirato un sospiro di sollievo, perché non avevano un’alternativa pronta da proporre ed erano divisi su come procedere. La riforma quindi sopravviverà al presidente che l’ha scritta, e se i suoi oppositori vorranno cancellarla, dovranno vincere le elezioni presidenziali e congressuali dell’anno prossimo.
La Stampa 26.6.15
Il martirio di Kobane
Un rovescio che spazza l’illusione di battere il califfato solo con i curdi
Se l’Occidente non si decide a inviare truppe perderà
di Domenico Quirico
È la visione di una guerra implacabile in cui sono aboliti i termini di tempo e di luogo, come la visione di un altro pianeta. Non c’è intreccio. Il suo ritmo è quello di una eruzione vulcanica e di un terremoto. Gli avvenimenti: una terra sconvolta dai bombardamenti, dai kamikaze, l’esplosione di un astro.
A tratti nel dipanare, a fatica, il bandolo delle battaglie del califfato pare di trovarsi su un piano ribollente, a tratti sulle lastre di un disgelo polare. I mezzi sono moderni, carri armati, cannoni, droni; ma il racconto ha echi leggendari, come le guerre di Erodoto.
Guerra per procura
Si lotta per città sconvolte, azzannandosi come animali in una terra colpita dall’incendio o dall’inondazione. La terra si lacera come un cratere e a essa si aggrappano inutilmente gli esseri umani, gli islamisti e i loro avversari.
Kobane era il nome, fino a ieri, di una possibile speranza. Il lume di una vittoria, l’unica. Ecco: i jihadisti non sono invincibili, non tutti fuggono davanti a loro, i bravi curdi li cacceranno indietro, riconquisteranno per noi il terreno perduto, la piana di Ninive, Mosul, il confine con la Turchia. La strategia della guerra per procura: fornire armi, ne abbiamo gli arsenali pieni, denaro, lodi e medaglie.
Per difenderci contiamo, insomma, sui nostri difetti. I guerrieri della montagna ci risparmieranno antiestetiche invasioni, vittime nostre, penose polemiche sugli interventismi. Soprattutto allontaneranno il momento in cui dovremo verificare se l’Occidente ha ancora il coraggio di battersi: per una giusta causa o per sopravvivere. Non c’è qualità più irritante di questa furberia paesana, travestita di retorica o di machiavellismo di latta.
I curdi a Nord, gli sciiti a Sud: la tenaglia perfetta in cui schiacciare il califfato. Strategie di mediocri, alambicchi di maldestri Napoleoni da cocktail.
Eppure le troppo sbandierate «avanzate» curde avevano suscitato in Occidente uno dei pochi slanci popolari di questa guerra sciagurata vissuta come un incubo esotico e fastidioso. Il popolo della montagna che lottava, una fatica antica, aggrappato alle sue pietre era come il ricordo lontano di cose che un tempo avevano valore ed erano considerate la grandezza dell’uomo. Faceva battere il cuore, come i finlandesi che da soli tenevano a bada l’orso staliniano, molto tempo fa.
Cambio di fronte
Purtroppo i curdi, e ancor meno gli sciiti, non basteranno. Il califfato non retrocede, avanza. La frontiera turca è vitale per i suoi traffici, i rifornimenti, il passaggio degli uomini e del denaro. Non può perderla, resterebbe tagliato fuori dal suo unico vero alleato, Erdogan. I miliziani di Abu Bakr al Baghdadi sembrano disporre delle migliori virtù guerresche, la malvagità astuta, la perseveranza della formica, la perversa ostinazione. Perdono una battaglia? Cambiano fronte. Rispondono con un’offensiva, sono rapidi, efficaci, senza pietà. L’orrore li precede come una avanguardia che squarcia la strada. Tornano a riprendersi ciò che avevano perduto. Veterani dell’era delle guerre del fanatismo sono assorbite da lei, li assimila come un lungo interminabile intestino; stende il suo calore sui loro volti, sulle mani, diviene familiare al loro tatto. E si è insinuata col fiato muffito nell’anima di questi giovani.
È una nuova specie umana che avvampa, gli odiatori senza speranza a cui i loro comandanti possono chiedere tutto. Il veleno è bevuto, la stregoneria è fatta.to, la stregoneria è fatta.
Il martirio di Kobane
Un rovescio che spazza l’illusione di battere il califfato solo con i curdi
Se l’Occidente non si decide a inviare truppe perderà
di Domenico Quirico
È la visione di una guerra implacabile in cui sono aboliti i termini di tempo e di luogo, come la visione di un altro pianeta. Non c’è intreccio. Il suo ritmo è quello di una eruzione vulcanica e di un terremoto. Gli avvenimenti: una terra sconvolta dai bombardamenti, dai kamikaze, l’esplosione di un astro.
A tratti nel dipanare, a fatica, il bandolo delle battaglie del califfato pare di trovarsi su un piano ribollente, a tratti sulle lastre di un disgelo polare. I mezzi sono moderni, carri armati, cannoni, droni; ma il racconto ha echi leggendari, come le guerre di Erodoto.
Guerra per procura
Si lotta per città sconvolte, azzannandosi come animali in una terra colpita dall’incendio o dall’inondazione. La terra si lacera come un cratere e a essa si aggrappano inutilmente gli esseri umani, gli islamisti e i loro avversari.
Kobane era il nome, fino a ieri, di una possibile speranza. Il lume di una vittoria, l’unica. Ecco: i jihadisti non sono invincibili, non tutti fuggono davanti a loro, i bravi curdi li cacceranno indietro, riconquisteranno per noi il terreno perduto, la piana di Ninive, Mosul, il confine con la Turchia. La strategia della guerra per procura: fornire armi, ne abbiamo gli arsenali pieni, denaro, lodi e medaglie.
Per difenderci contiamo, insomma, sui nostri difetti. I guerrieri della montagna ci risparmieranno antiestetiche invasioni, vittime nostre, penose polemiche sugli interventismi. Soprattutto allontaneranno il momento in cui dovremo verificare se l’Occidente ha ancora il coraggio di battersi: per una giusta causa o per sopravvivere. Non c’è qualità più irritante di questa furberia paesana, travestita di retorica o di machiavellismo di latta.
I curdi a Nord, gli sciiti a Sud: la tenaglia perfetta in cui schiacciare il califfato. Strategie di mediocri, alambicchi di maldestri Napoleoni da cocktail.
Eppure le troppo sbandierate «avanzate» curde avevano suscitato in Occidente uno dei pochi slanci popolari di questa guerra sciagurata vissuta come un incubo esotico e fastidioso. Il popolo della montagna che lottava, una fatica antica, aggrappato alle sue pietre era come il ricordo lontano di cose che un tempo avevano valore ed erano considerate la grandezza dell’uomo. Faceva battere il cuore, come i finlandesi che da soli tenevano a bada l’orso staliniano, molto tempo fa.
Cambio di fronte
Purtroppo i curdi, e ancor meno gli sciiti, non basteranno. Il califfato non retrocede, avanza. La frontiera turca è vitale per i suoi traffici, i rifornimenti, il passaggio degli uomini e del denaro. Non può perderla, resterebbe tagliato fuori dal suo unico vero alleato, Erdogan. I miliziani di Abu Bakr al Baghdadi sembrano disporre delle migliori virtù guerresche, la malvagità astuta, la perseveranza della formica, la perversa ostinazione. Perdono una battaglia? Cambiano fronte. Rispondono con un’offensiva, sono rapidi, efficaci, senza pietà. L’orrore li precede come una avanguardia che squarcia la strada. Tornano a riprendersi ciò che avevano perduto. Veterani dell’era delle guerre del fanatismo sono assorbite da lei, li assimila come un lungo interminabile intestino; stende il suo calore sui loro volti, sulle mani, diviene familiare al loro tatto. E si è insinuata col fiato muffito nell’anima di questi giovani.
È una nuova specie umana che avvampa, gli odiatori senza speranza a cui i loro comandanti possono chiedere tutto. Il veleno è bevuto, la stregoneria è fatta.to, la stregoneria è fatta.
La Stampa 26.6.15
L’Ungheria insiste sulla linea dura
“Bruxelles decida, o faremo da soli”
Budapest non cancella il decreto con cui respinge i rifugiati
di Tonia Mastrobuoni
Il decreto ungherese che sospende il regolamento di Dublino sarebbe ancora in vigore. Nonostante le rassicurazioni del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, che aveva garantito ai partner europei mercoledì di «non aver mai preso la decisione di sospendere le regole europee», sembra che il governo Orban sia riuscito ancora una volta a mantenere una posizione ambigua. Il provvedimento pare non sia ancora ritirato e consentirebbe al governo magiaro di respingere i rifugiati «per motivi tecnici». Lo stesso Szijjarto ha sottolineato anche, dopo lo scandalo suscitato dall’annuncio della scorsa settimana, di voler costruire un muro alto quattro metri lungo il confine serbo, che Budapest «costruirà muri anche lungo altre frontiere, se non ci saranno altri modi di fermare i migranti».
Una lettera spedita mercoledì da Orban ai vertici delle istituzioni europee conferma l’intenzione dell’Ungheria di ritagliarsi spazi di manovra autonomi, se l’Europa non dovesse fornire risposte soddisfacenti sulla questione dei migranti. In un documento di discussione inviato al Consiglio di cui La Stampa ha ottenuto una copia, il governo scrive che «se l’Ue non sarà in grado di adottare velocemente regole comuni per gli asili e politiche sull’immigrazione adeguate alle esigenze reali dei Paesi, la possibilità di interventi autonomi degli Stati membri non dovrebbe essere limitata».
Il capo dell’ufficio del premier, Janos Lazar, ha confermato che Budapest avrebbe chiesto aiuto a Bruxelles per «superare il problema dell’immigrazione illegale». Nella lettera a Donald Tusk, Orban incalza le istituzioni europee sui «passaggi illegali delle frontiere e sul numero dei richiedenti asilo» che in Ungheria avrebbero «raggiunto la quota senza precedenti di 61mila, rappresentando così una pressione insopportabile sull’Ungheria». Nonostante le «circostanze eccezionali» Budapest continuerebbe, prosegue la lettera, «ad adempiere ai suoi obblighi europei e nessuna legge è stata modificata o sospesa riguardo al regolamento di Dublino».
Tuttavia, lamenta Orban, la situazione si sta aggravando perché alcuni Paesi «hanno intenzione di trasferire in Ungheria i richiedenti asilo che sarebbero stati registrati in Ungheria, ma che avrebbero già lasciato l’Ungheria». In particolare, il premier punta il dito contro la Grecia: «Va chiarito che nel caso di quasi tutti i migranti che arrivano in Ungheria e sono registrati qui, il Paese d’ingresso è la Grecia». Perciò Budapest «è determinata» a «proteggere adeguatamente» i suoi confini.
L’Ungheria insiste sulla linea dura
“Bruxelles decida, o faremo da soli”
Budapest non cancella il decreto con cui respinge i rifugiati
di Tonia Mastrobuoni
Il decreto ungherese che sospende il regolamento di Dublino sarebbe ancora in vigore. Nonostante le rassicurazioni del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, che aveva garantito ai partner europei mercoledì di «non aver mai preso la decisione di sospendere le regole europee», sembra che il governo Orban sia riuscito ancora una volta a mantenere una posizione ambigua. Il provvedimento pare non sia ancora ritirato e consentirebbe al governo magiaro di respingere i rifugiati «per motivi tecnici». Lo stesso Szijjarto ha sottolineato anche, dopo lo scandalo suscitato dall’annuncio della scorsa settimana, di voler costruire un muro alto quattro metri lungo il confine serbo, che Budapest «costruirà muri anche lungo altre frontiere, se non ci saranno altri modi di fermare i migranti».
Una lettera spedita mercoledì da Orban ai vertici delle istituzioni europee conferma l’intenzione dell’Ungheria di ritagliarsi spazi di manovra autonomi, se l’Europa non dovesse fornire risposte soddisfacenti sulla questione dei migranti. In un documento di discussione inviato al Consiglio di cui La Stampa ha ottenuto una copia, il governo scrive che «se l’Ue non sarà in grado di adottare velocemente regole comuni per gli asili e politiche sull’immigrazione adeguate alle esigenze reali dei Paesi, la possibilità di interventi autonomi degli Stati membri non dovrebbe essere limitata».
Il capo dell’ufficio del premier, Janos Lazar, ha confermato che Budapest avrebbe chiesto aiuto a Bruxelles per «superare il problema dell’immigrazione illegale». Nella lettera a Donald Tusk, Orban incalza le istituzioni europee sui «passaggi illegali delle frontiere e sul numero dei richiedenti asilo» che in Ungheria avrebbero «raggiunto la quota senza precedenti di 61mila, rappresentando così una pressione insopportabile sull’Ungheria». Nonostante le «circostanze eccezionali» Budapest continuerebbe, prosegue la lettera, «ad adempiere ai suoi obblighi europei e nessuna legge è stata modificata o sospesa riguardo al regolamento di Dublino».
Tuttavia, lamenta Orban, la situazione si sta aggravando perché alcuni Paesi «hanno intenzione di trasferire in Ungheria i richiedenti asilo che sarebbero stati registrati in Ungheria, ma che avrebbero già lasciato l’Ungheria». In particolare, il premier punta il dito contro la Grecia: «Va chiarito che nel caso di quasi tutti i migranti che arrivano in Ungheria e sono registrati qui, il Paese d’ingresso è la Grecia». Perciò Budapest «è determinata» a «proteggere adeguatamente» i suoi confini.
La Stampa 26.6.15
Ma nel sobborgo davanti al Pireo la grande crisi ha già spento le luci
Perama, paese senza l’elettricità perché mancano i soldi per le bollette
di Niccolà Zancan
Quelle laggiù sono le luci scintillanti del Pireo, dove attraccano in continuazione i traghetti per le isole e gigantesche navi cargo della compagnia Cosco, in arrivo dalla Cina. Ma qui, in direzione Ovest, sotto la montagna, dove tutte le strade finiscono e si può solo tornare indietro, nulla si muove. Le case sono al buio. Non proprio spente, per la verità. Si cena con le lampade a gasolio e le candele, ci si arrangia con allacciamenti di fortuna. I cavi corrono da un tetto all’altro.
Questo è il paese senza luce. «Ogni giorno tagliano qualche contratto dell’elettricità», dice la signora Foteini Gynargyros. «Soprattutto la parte alta è in grandissima sofferenza. Le zone di Ikariotika e Neoktista». Insolvenze. Debiti. Abusivismo. Baracche. Gatti randagi. Vecchi contatori presi a martellate. Bussi a una porta a mezzogiorno e trovi due uomini di 40 anni seduti a un tavolo di plastica, in ciabatte e canottiera, che bevono una bottiglia di whisky scadente e dividono una scatola di sardine. «Non vogliamo parlare di questa miseria», dicono con gli occhi persi. «I greci sono orgogliosi», spiega la signora Gynargyros. «Lo saranno sempre. È la loro forza, ma anche la loro condanna».
Foteini Gynargyros è una dei 17 mila tassisti al lavoro nella zona di Atene. Ma è l’unica a vivere qui, in questo sobborgo a 20 chilometri dalla capitale. Ha 53 anni, un marito in pensione, ed è diventata una sostenitrice di Alba Dorata, il partito xenofobo di estrema destra, a furia di stare a Perama. «Guarda come ci hanno ridotti. La mia casa - 77 metri quadrati con vista mare - l’abbiamo pagata 160 mila euro. Oggi non me ne danno 50 mila. Voglio salutare l’Europa. Rivoglio la Grecia. Voglio che da questo Paese se ne vadano tutti gli immigrati che ci rendono ancora più miserabili». Adonis, il marito, tira un pugno sul cruscotto: «Non dire così! Ti prego. Sembri nazista. Non esagerare. La situazione è brutta, ma tornare alla dracma la renderebbe peggiore».
I coniugi Gynargyros stavano bene. Classe media. Lui ha lavorato per 25 anni come ufficiale sulle navi mercantili. «Conosco tutti i porti del mondo», dice accendendosi l’ennesima Assos. Ma è sempre tornato qua, perché alla fine è difficile tradire il posto in cui sei nato. «La mia pensione è stata tagliata da 1950 a 1410 euro. E sento che potrebbero chiedermi altri sacrifici. Non è giusto. Ho votato Tsipras, ma deve capire che è venuto il momento di far prevalere il popolo greco sulla troika». Marito e moglie si mettono quasi a piangere, quando arriviamo nella casetta più alta del paese. Fuori c’è una signora anziana che sbuccia due carote. Tutti sanno che è stata lei l’ultima a ricevere il taglio dell’energia. «Grazie, non ho bisogno di niente», dice soltanto.
«E’ per quelli come lei che sono arrabbiata e voto Alba Dorata. Come si può lasciare al buio questa signora? Perché continuano ad arrivare pakistani e bengalesi? Ogni giorno accoltellano qualcuno giù al porto». «Non è vero! Cosa c’entrano i pakistani?», si infuria il marito Adonis. «Non eri così quando ci siamo sposati...».
Le strade del paese sono deserte. «Dentro questa montagna i cinesi hanno costruito la galleria per far passare i container - spiega lui -. Hanno un piano per una ferrovia che risalga i Balcani, in modo da rendere più efficiente la distribuzione delle loro merci». Ed ecco la scena: grandi navi all’orizzonte, treni merci sotto il pavimento di queste piccole povere case, Perama al buio. «Anche noi abbiamo ritirato dei contanti dalla banca. E’ ovvio. Siamo preoccupati per la situazione», dice Adonis. «Molto preoccupati», rincara Foteini. «Nei tempo belli con il taxi portavo a casa 150 euro al giorno. Oggi faccio fatica ad arrivare a 40». Dove avete nascosto i vostri risparmi? «Nel frigo», dice lei. «Ma non ditelo a nessuno, per carità. Ho paura che vengano a derubarci». «Non verrà nessuno, stai tranquilla», interviene lui soffiando una nuvola di fumo, tossendo forte e ridendo allo stesso tempo. «Ci lasceranno morire in santa pace. Non vedi che Perama assomiglia già a un cimitero?».
Ma nel sobborgo davanti al Pireo la grande crisi ha già spento le luci
Perama, paese senza l’elettricità perché mancano i soldi per le bollette
di Niccolà Zancan
Quelle laggiù sono le luci scintillanti del Pireo, dove attraccano in continuazione i traghetti per le isole e gigantesche navi cargo della compagnia Cosco, in arrivo dalla Cina. Ma qui, in direzione Ovest, sotto la montagna, dove tutte le strade finiscono e si può solo tornare indietro, nulla si muove. Le case sono al buio. Non proprio spente, per la verità. Si cena con le lampade a gasolio e le candele, ci si arrangia con allacciamenti di fortuna. I cavi corrono da un tetto all’altro.
Questo è il paese senza luce. «Ogni giorno tagliano qualche contratto dell’elettricità», dice la signora Foteini Gynargyros. «Soprattutto la parte alta è in grandissima sofferenza. Le zone di Ikariotika e Neoktista». Insolvenze. Debiti. Abusivismo. Baracche. Gatti randagi. Vecchi contatori presi a martellate. Bussi a una porta a mezzogiorno e trovi due uomini di 40 anni seduti a un tavolo di plastica, in ciabatte e canottiera, che bevono una bottiglia di whisky scadente e dividono una scatola di sardine. «Non vogliamo parlare di questa miseria», dicono con gli occhi persi. «I greci sono orgogliosi», spiega la signora Gynargyros. «Lo saranno sempre. È la loro forza, ma anche la loro condanna».
Foteini Gynargyros è una dei 17 mila tassisti al lavoro nella zona di Atene. Ma è l’unica a vivere qui, in questo sobborgo a 20 chilometri dalla capitale. Ha 53 anni, un marito in pensione, ed è diventata una sostenitrice di Alba Dorata, il partito xenofobo di estrema destra, a furia di stare a Perama. «Guarda come ci hanno ridotti. La mia casa - 77 metri quadrati con vista mare - l’abbiamo pagata 160 mila euro. Oggi non me ne danno 50 mila. Voglio salutare l’Europa. Rivoglio la Grecia. Voglio che da questo Paese se ne vadano tutti gli immigrati che ci rendono ancora più miserabili». Adonis, il marito, tira un pugno sul cruscotto: «Non dire così! Ti prego. Sembri nazista. Non esagerare. La situazione è brutta, ma tornare alla dracma la renderebbe peggiore».
I coniugi Gynargyros stavano bene. Classe media. Lui ha lavorato per 25 anni come ufficiale sulle navi mercantili. «Conosco tutti i porti del mondo», dice accendendosi l’ennesima Assos. Ma è sempre tornato qua, perché alla fine è difficile tradire il posto in cui sei nato. «La mia pensione è stata tagliata da 1950 a 1410 euro. E sento che potrebbero chiedermi altri sacrifici. Non è giusto. Ho votato Tsipras, ma deve capire che è venuto il momento di far prevalere il popolo greco sulla troika». Marito e moglie si mettono quasi a piangere, quando arriviamo nella casetta più alta del paese. Fuori c’è una signora anziana che sbuccia due carote. Tutti sanno che è stata lei l’ultima a ricevere il taglio dell’energia. «Grazie, non ho bisogno di niente», dice soltanto.
«E’ per quelli come lei che sono arrabbiata e voto Alba Dorata. Come si può lasciare al buio questa signora? Perché continuano ad arrivare pakistani e bengalesi? Ogni giorno accoltellano qualcuno giù al porto». «Non è vero! Cosa c’entrano i pakistani?», si infuria il marito Adonis. «Non eri così quando ci siamo sposati...».
Le strade del paese sono deserte. «Dentro questa montagna i cinesi hanno costruito la galleria per far passare i container - spiega lui -. Hanno un piano per una ferrovia che risalga i Balcani, in modo da rendere più efficiente la distribuzione delle loro merci». Ed ecco la scena: grandi navi all’orizzonte, treni merci sotto il pavimento di queste piccole povere case, Perama al buio. «Anche noi abbiamo ritirato dei contanti dalla banca. E’ ovvio. Siamo preoccupati per la situazione», dice Adonis. «Molto preoccupati», rincara Foteini. «Nei tempo belli con il taxi portavo a casa 150 euro al giorno. Oggi faccio fatica ad arrivare a 40». Dove avete nascosto i vostri risparmi? «Nel frigo», dice lei. «Ma non ditelo a nessuno, per carità. Ho paura che vengano a derubarci». «Non verrà nessuno, stai tranquilla», interviene lui soffiando una nuvola di fumo, tossendo forte e ridendo allo stesso tempo. «Ci lasceranno morire in santa pace. Non vedi che Perama assomiglia già a un cimitero?».
Il Sole 26.6.15
Tra Syriza e Fmi è duello sulle pensioni
di Vittorio Da Rold
I dati Eurostat parlano di uscite previdenziali della Grecia pari al 17% del Pil nel 2012 rispetto al 12,2% della Germania, con una pensione media di 1.030 euro contro i 1.100 euro tedeschi
Le pensioni greche sono considerate dai creditori internazionali una pesante anomalia che va al più presto sanata. La Grecia ha usato il momento dei bassi tassi di interesse creato dall’entrata nell’euro per portare le pensioni a livelli tedeschi o francesi. Una pensione media è di 1.100 euro al mese, appena 70 euro in meno che in Germania, dove però i salari sono il doppio di quelli ellenici. Non solo. Secondo i creditori internzionale un tedesco va in pensione con il 40% dell’ultimo stipendio, mentre un greco si ritira con l’85 percento dell’ultimo salario.
Per di più, i greci vanno in pensione in media sei anni prima di quanto avvenga per un tedesco grazie a una serie di finestre ancora aperte che consentono i prepensionamenti.
Senza contare che il sistema previdenziale ellenico, come avviene sul fronte del recupero delle entrate fiscali, non è molto efficiente nel raccogliere i contributi previdenziali.
Anche i deficit sono eccessivi: le uscite del sistema pensionistico di Berlino corrispondono al 125% delle entrate, mentre per quello greco il disavanzo vola al 175%: il deficit viene ripianato dalla fiscalità generale, mina nei conti pubblici. Secondo l’economista Manos Schizas, la somma che lo Stato trasferisce agli enti previdenziali per rimpinguare le loro casse è di 13 miliardi di euro all'anno, cifra equivalente al 15% delle entrate di Atene. Ed è moltopiù alta di tutti i soldi, 8 miliardi di euro nel 2014, spesi in appalti e forniture per la pubblica amministrazione.
Gli interlocutori di Atene non riescono a comprendere perché un Governo di sinistra voglia difendere le pensioni più elevate, che vanno a beneficio della parte più ricca della popolazione.
La prima voragine nelle casse statali sono infatti le pensioni che, secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili relativi al 2012, pesavano per il 17% del Pil, rispetto all'12,2% della Germania mentre la spesa sociale complessiva, dati Ocse 2014, pesa per il 24% del Pil rispetto al 22% della ricca Norvegia. Per i disoccupati, al 26,5% della popolazione, la Grecia versa in indennità appena l'1,1% del Pil, contro lo 0,8% dell’Italia. Un welfare sbilanciato sul le prestazioni previdenziali e poco su quelle assistenziali.
Ma il problema della previdenza greca è che per anni ci sono stati abusi di massa, complici medici compiacenti, conti in rosso cronici e investimenti internazionali sbagliati dei fondi pensione delle casse di previdenza speciali.
Operazioni spericolate che hanno pesato sulle casse pubbliche e fatto lievitare il debito statale che è al 180% del Pil.
I fondi pensione ellenici hanno subito forti perdite per circa 10 miliardi di euro nel 2012, come conseguenza del coinvolgimento del settore privato nel salvataggio della Grecia (Psi).
Poco è valsa l’opera di recupero, su pressione della troika, di 10 miliardi di dollari iniziata qualche anno fa dall’Istituto delle assicurazioni sociali (Ika), che gestisce le pensioni per oltre 5,5 milioni di persone.
I pensionati statali in Grecia lo scorso anno hanno raggiunto la cifra complessiva di 468.422, costano ogni anno allo Stato circa sei miliardi di euro e negli ultimi cinque anni sono aumentati di 55.176 unità. Queste le ultime cifre fornite dalla Ragioneria generale ellenica e presentate il 22 giugno scorso in Parlamento dal vice ministro delle Finanze Dimitris Mardas in risposta ad una richiesta in proposito fatta dal deputato di Nea Dimokratia Evangelos Basiakos.
I tre governi che si sono succeduti dal 2009, Papandreou, Papademos e Samaras, hanno stretto per ben tre volte la spesa previdenziale, aumentando l'età pensionabile e riducendone la generosità delle prestazioni, passando dal sistema contributivo a quello retributivo.
Ma lo scorso agosto lo scontro tra l'ex premier conservatore, Antonis Samaras, e la troika si consumò proprio sul rifiuto dell'ex primo ministro di sforbiciare ancora le numerose esenzioni che ancora esistono in materia pensionistica, distorsioni inaccettabili in un momento in cui è stata abolita la tredicesima mensilità per tutti i pensionati.
Tra Syriza e Fmi è duello sulle pensioni
di Vittorio Da Rold
I dati Eurostat parlano di uscite previdenziali della Grecia pari al 17% del Pil nel 2012 rispetto al 12,2% della Germania, con una pensione media di 1.030 euro contro i 1.100 euro tedeschi
Le pensioni greche sono considerate dai creditori internazionali una pesante anomalia che va al più presto sanata. La Grecia ha usato il momento dei bassi tassi di interesse creato dall’entrata nell’euro per portare le pensioni a livelli tedeschi o francesi. Una pensione media è di 1.100 euro al mese, appena 70 euro in meno che in Germania, dove però i salari sono il doppio di quelli ellenici. Non solo. Secondo i creditori internzionale un tedesco va in pensione con il 40% dell’ultimo stipendio, mentre un greco si ritira con l’85 percento dell’ultimo salario.
Per di più, i greci vanno in pensione in media sei anni prima di quanto avvenga per un tedesco grazie a una serie di finestre ancora aperte che consentono i prepensionamenti.
Senza contare che il sistema previdenziale ellenico, come avviene sul fronte del recupero delle entrate fiscali, non è molto efficiente nel raccogliere i contributi previdenziali.
Anche i deficit sono eccessivi: le uscite del sistema pensionistico di Berlino corrispondono al 125% delle entrate, mentre per quello greco il disavanzo vola al 175%: il deficit viene ripianato dalla fiscalità generale, mina nei conti pubblici. Secondo l’economista Manos Schizas, la somma che lo Stato trasferisce agli enti previdenziali per rimpinguare le loro casse è di 13 miliardi di euro all'anno, cifra equivalente al 15% delle entrate di Atene. Ed è moltopiù alta di tutti i soldi, 8 miliardi di euro nel 2014, spesi in appalti e forniture per la pubblica amministrazione.
Gli interlocutori di Atene non riescono a comprendere perché un Governo di sinistra voglia difendere le pensioni più elevate, che vanno a beneficio della parte più ricca della popolazione.
La prima voragine nelle casse statali sono infatti le pensioni che, secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili relativi al 2012, pesavano per il 17% del Pil, rispetto all'12,2% della Germania mentre la spesa sociale complessiva, dati Ocse 2014, pesa per il 24% del Pil rispetto al 22% della ricca Norvegia. Per i disoccupati, al 26,5% della popolazione, la Grecia versa in indennità appena l'1,1% del Pil, contro lo 0,8% dell’Italia. Un welfare sbilanciato sul le prestazioni previdenziali e poco su quelle assistenziali.
Ma il problema della previdenza greca è che per anni ci sono stati abusi di massa, complici medici compiacenti, conti in rosso cronici e investimenti internazionali sbagliati dei fondi pensione delle casse di previdenza speciali.
Operazioni spericolate che hanno pesato sulle casse pubbliche e fatto lievitare il debito statale che è al 180% del Pil.
I fondi pensione ellenici hanno subito forti perdite per circa 10 miliardi di euro nel 2012, come conseguenza del coinvolgimento del settore privato nel salvataggio della Grecia (Psi).
Poco è valsa l’opera di recupero, su pressione della troika, di 10 miliardi di dollari iniziata qualche anno fa dall’Istituto delle assicurazioni sociali (Ika), che gestisce le pensioni per oltre 5,5 milioni di persone.
I pensionati statali in Grecia lo scorso anno hanno raggiunto la cifra complessiva di 468.422, costano ogni anno allo Stato circa sei miliardi di euro e negli ultimi cinque anni sono aumentati di 55.176 unità. Queste le ultime cifre fornite dalla Ragioneria generale ellenica e presentate il 22 giugno scorso in Parlamento dal vice ministro delle Finanze Dimitris Mardas in risposta ad una richiesta in proposito fatta dal deputato di Nea Dimokratia Evangelos Basiakos.
I tre governi che si sono succeduti dal 2009, Papandreou, Papademos e Samaras, hanno stretto per ben tre volte la spesa previdenziale, aumentando l'età pensionabile e riducendone la generosità delle prestazioni, passando dal sistema contributivo a quello retributivo.
Ma lo scorso agosto lo scontro tra l'ex premier conservatore, Antonis Samaras, e la troika si consumò proprio sul rifiuto dell'ex primo ministro di sforbiciare ancora le numerose esenzioni che ancora esistono in materia pensionistica, distorsioni inaccettabili in un momento in cui è stata abolita la tredicesima mensilità per tutti i pensionati.
Corriere 26.6.15
La trappola del Parlamento: se Tsipras non trova i voti banche chiuse da mercoledì
di Federico Fubini
Atene Alla fine magari la polizia non si presenterà alla Banca di Grecia stamattina per prelevare il governatore Yannis Stournaras e depositarlo trecento passi più in là, in parlamento. Ma il fatto stesso che la presidente dell’aula Zoi Konstantopoulou ieri abbia accennato a un’idea del genere, dà la misura dello sforzo che resta da fare alla Grecia per evitare di finire là dove oggi sembra diretta: verso un mondo senza contante. Se non ci sarà accordo con il resto d’Europa entro tre giorni, da mercoledì questa nazione di 11 milioni di persone resterà senza banche o distributori di cassa in funzione.
Non lo si direbbe dalla calma che regna per le strade, o dal piglio di Zoi Konstantopoulou. La presidente del parlamento, a 39 anni, in questi mesi si è imposta come la leader dell’ala intransigente di Syriza, il partito della sinistra radicale al governo. È una donna giovane che in Grecia ha imparato la politica come arte dell’intimidazione. In questi giorni cerca di costringere Stournaras a presentarsi in parlamento a spiegare perché la banca centrale abbia definito «probabile» l’uscita dall’euro, nell’ipotesi che non ci sia un accordo con i creditori. Il governatore non intende andare, geloso della sua indipendenza, asserragliato della Banca di Grecia per tenere i contatti con Bruxelles o Francoforte e misurare il crollo dei depositi nelle banche: nell’ultima settimana il volume dei conti è sceso sotto i 130 miliardi di euro, contro i 250 di prima della crisi e i 173 dei momenti migliori del 2014. Per questo Zoi Konstantopoulou ha velatamente minacciato mandare a prendere Stournaras con le forze dell’ordine, per qualche ora nei palazzi di Atene non si è parlato d’altro e a lei per il momento basta.
Ma il ruolo della presidente del parlamento sarà ancora più rilevante tra qualche ora: subito dopo che, come sembra ancora possibile, venerdì o sabato la Grecia e i suoi creditori raggiungeranno un accordo su un programma di tasse e tagli di spesa in cambio di un nuovo esborso. Il tempo stringe. Martedì prossimo entro la mattinata il governo deve saldare una rata da 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale e, senza nuovi aiuti, finirebbe di fatto in insolvenza; la Banca centrale europea si troverebbe costretta a proteggersi limitando i continui finanziamenti di emergenza alle banche greche, finora effettuati per tenere aperti gli sportelli malgrado l’emorragia dei depositi. Per gli istituti a quel punto verrebbe decretata una «vacanza», come accadde in America nel 1933 o a Cipro nel 2013. Ma in America le banche riaprirono dopo qualche giorno, quando Franklin Delano Roosevelt annunciò una garanzia dello Stato sui depositi; e a Cipro lo fecero non appena arrivò un pacchetto di aiuti dall’Europa. Ma per la Grecia, senza accordo, non sarebbero disponibili né l’una né l’altra opzione.
Di qui il ruolo vitale di Konstantopoulou e della sinistra più radicale al governo. Se venerdì o sabato a Bruxelles si arriva a un «compromesso ragionevole e doloroso», come già prevede il ministro delle Riforme Giorgos Katrougalos, allora domenica il parlamento greco dovrà votarlo. La posizione della presidente dell’aula sarà decisiva per capire se la maggioranza del premier Alexis Tsipras terrà o se invece il suo modello «anti-sistema», il primo al potere in Europa, è già al tramonto. Il premier potrebbe aver bisogno dei voti dell’opposizione. Molto dipenderà dal merito del compromesso che si sta cercando a Bruxelles.
Se poi il piano passa nel parlamento di Atene domenica, lunedì lo voteranno anche i parlamenti dei creditori più riluttanti: Berlino, l’Aia, Helsinki, Bratislava e Tallinn. Quindi l’esborso europeo, appena in tempo per evitare il default martedì. A patto naturalmente che tutto vada per il meglio, in una vicenda in cui tutto per ora è andato nel peggiore dei modi possibili.
La trappola del Parlamento: se Tsipras non trova i voti banche chiuse da mercoledì
di Federico Fubini
Atene Alla fine magari la polizia non si presenterà alla Banca di Grecia stamattina per prelevare il governatore Yannis Stournaras e depositarlo trecento passi più in là, in parlamento. Ma il fatto stesso che la presidente dell’aula Zoi Konstantopoulou ieri abbia accennato a un’idea del genere, dà la misura dello sforzo che resta da fare alla Grecia per evitare di finire là dove oggi sembra diretta: verso un mondo senza contante. Se non ci sarà accordo con il resto d’Europa entro tre giorni, da mercoledì questa nazione di 11 milioni di persone resterà senza banche o distributori di cassa in funzione.
Non lo si direbbe dalla calma che regna per le strade, o dal piglio di Zoi Konstantopoulou. La presidente del parlamento, a 39 anni, in questi mesi si è imposta come la leader dell’ala intransigente di Syriza, il partito della sinistra radicale al governo. È una donna giovane che in Grecia ha imparato la politica come arte dell’intimidazione. In questi giorni cerca di costringere Stournaras a presentarsi in parlamento a spiegare perché la banca centrale abbia definito «probabile» l’uscita dall’euro, nell’ipotesi che non ci sia un accordo con i creditori. Il governatore non intende andare, geloso della sua indipendenza, asserragliato della Banca di Grecia per tenere i contatti con Bruxelles o Francoforte e misurare il crollo dei depositi nelle banche: nell’ultima settimana il volume dei conti è sceso sotto i 130 miliardi di euro, contro i 250 di prima della crisi e i 173 dei momenti migliori del 2014. Per questo Zoi Konstantopoulou ha velatamente minacciato mandare a prendere Stournaras con le forze dell’ordine, per qualche ora nei palazzi di Atene non si è parlato d’altro e a lei per il momento basta.
Ma il ruolo della presidente del parlamento sarà ancora più rilevante tra qualche ora: subito dopo che, come sembra ancora possibile, venerdì o sabato la Grecia e i suoi creditori raggiungeranno un accordo su un programma di tasse e tagli di spesa in cambio di un nuovo esborso. Il tempo stringe. Martedì prossimo entro la mattinata il governo deve saldare una rata da 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale e, senza nuovi aiuti, finirebbe di fatto in insolvenza; la Banca centrale europea si troverebbe costretta a proteggersi limitando i continui finanziamenti di emergenza alle banche greche, finora effettuati per tenere aperti gli sportelli malgrado l’emorragia dei depositi. Per gli istituti a quel punto verrebbe decretata una «vacanza», come accadde in America nel 1933 o a Cipro nel 2013. Ma in America le banche riaprirono dopo qualche giorno, quando Franklin Delano Roosevelt annunciò una garanzia dello Stato sui depositi; e a Cipro lo fecero non appena arrivò un pacchetto di aiuti dall’Europa. Ma per la Grecia, senza accordo, non sarebbero disponibili né l’una né l’altra opzione.
Di qui il ruolo vitale di Konstantopoulou e della sinistra più radicale al governo. Se venerdì o sabato a Bruxelles si arriva a un «compromesso ragionevole e doloroso», come già prevede il ministro delle Riforme Giorgos Katrougalos, allora domenica il parlamento greco dovrà votarlo. La posizione della presidente dell’aula sarà decisiva per capire se la maggioranza del premier Alexis Tsipras terrà o se invece il suo modello «anti-sistema», il primo al potere in Europa, è già al tramonto. Il premier potrebbe aver bisogno dei voti dell’opposizione. Molto dipenderà dal merito del compromesso che si sta cercando a Bruxelles.
Se poi il piano passa nel parlamento di Atene domenica, lunedì lo voteranno anche i parlamenti dei creditori più riluttanti: Berlino, l’Aia, Helsinki, Bratislava e Tallinn. Quindi l’esborso europeo, appena in tempo per evitare il default martedì. A patto naturalmente che tutto vada per il meglio, in una vicenda in cui tutto per ora è andato nel peggiore dei modi possibili.
Corriere 26.6.15
L’accordo non c’è, ultimatum alla Grecia Weekend decisivo per i destini dell’euro
L’Eurogruppo torna a riunirsi domani ma il governo ellenico dovrà accettare le richieste dei creditori
di Ivo Caizzi
BRUXELLES L’Eurogruppo straordinario si è chiuso senza progressi decisivi nella trattativa sul salvataggio della Grecia dall’insolvenza. Una quinta riunione dei 19 ministri finanziari in soli dieci giorni è stata convocata per domani «probabilmente», cioè se il governo greco avrà prima accettato la proposta/ultimatum delle istituzioni rappresentative dei creditori (Commissione europea, Bce e Fmi di Washington).
La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel ha allontanato l’aspettativa del premier greco Alexis Tsipras di un compromesso politico nella due giorni del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue in corso a Bruxelles. I negoziati tecnici continuano a oltranza, di fatto avendo sul tavolo solo il testo gradito a Berlino.
«Il Consiglio europeo non se ne occuperà», ha sentenziato Merkel all’inizio del vertice dei 28 leader, rinviando «ai ministri finanziari di trovare una soluzione» perché la Grecia avrebbe fatto «piccoli passi indietro». La cancelliera, nella riunione pre-summit del suo europartito di centrodestra Ppe, aveva escluso di subire «il ricatto» del governo di estrema sinistra di Tsipras.
Nell’Eurogruppo il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha ribadito la linea Merkel con un «non siamo molto ottimisti». Il presidente della banca centrale tedesca Jens Weidmann ha rafforzato la posizione della Germania ammonendo la Bce di Mario Draghi e «tutti quelli che stanno negoziando» che «il sistema delle banche europee non deve fornire finanziamenti ponte alla Grecia anche come anticipazioni di futuri pagamenti assicurati».
Merkel ha condiviso le preoccupazioni generali sulle conseguenze per i mercati finanziari qualora il fallimento del negoziato sullo sblocco dei prestiti portasse all’insolvenza di Atene, che deve pagare la rata da 1,6 miliardi del debito con il Fmi entro il 30 giugno. «Ci deve essere un accordo prima che lunedì riaprano i mercati», ha dichiarato la cancelliera, intendendo l’accettazione delle sue proposte.
Il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha relazionato i 28 leader nella prima parte del summit, spiegando i principali punti di contrasto e l’invito alla Grecia ad «accettare la proposta delle istituzioni» dei creditori entro la riunione di domani.
Il presidente francese Francois Hollande e il premier Matteo Renzi, che hanno i conti pubblici nazionali in difficoltà, sostengono la ricerca di una soluzione rapida e conciliante con Atene. «La crisi greca sarà risolta non all’interno di questo vertice, ma nelle prossime ore», ha affermato Renzi.
Merkel, consapevole dei contrasti interni al partito ellenico di governo Syriza, pretende che qualsiasi accordo raggiunto con Tsipras sia approvato dal Parlamento di Atene prima di passare alla ratifica di quello tedesco. Esponenti della maggioranza ellenica hanno accusato la cancelliera di avere come obiettivo «l’umiliazione della Grecia e la caduta del governo Tsipras», modello di altri movimenti europei fondati sull’opposizione alle politiche di austerità.
L’accordo non c’è, ultimatum alla Grecia Weekend decisivo per i destini dell’euro
L’Eurogruppo torna a riunirsi domani ma il governo ellenico dovrà accettare le richieste dei creditori
di Ivo Caizzi
BRUXELLES L’Eurogruppo straordinario si è chiuso senza progressi decisivi nella trattativa sul salvataggio della Grecia dall’insolvenza. Una quinta riunione dei 19 ministri finanziari in soli dieci giorni è stata convocata per domani «probabilmente», cioè se il governo greco avrà prima accettato la proposta/ultimatum delle istituzioni rappresentative dei creditori (Commissione europea, Bce e Fmi di Washington).
La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel ha allontanato l’aspettativa del premier greco Alexis Tsipras di un compromesso politico nella due giorni del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue in corso a Bruxelles. I negoziati tecnici continuano a oltranza, di fatto avendo sul tavolo solo il testo gradito a Berlino.
«Il Consiglio europeo non se ne occuperà», ha sentenziato Merkel all’inizio del vertice dei 28 leader, rinviando «ai ministri finanziari di trovare una soluzione» perché la Grecia avrebbe fatto «piccoli passi indietro». La cancelliera, nella riunione pre-summit del suo europartito di centrodestra Ppe, aveva escluso di subire «il ricatto» del governo di estrema sinistra di Tsipras.
Nell’Eurogruppo il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha ribadito la linea Merkel con un «non siamo molto ottimisti». Il presidente della banca centrale tedesca Jens Weidmann ha rafforzato la posizione della Germania ammonendo la Bce di Mario Draghi e «tutti quelli che stanno negoziando» che «il sistema delle banche europee non deve fornire finanziamenti ponte alla Grecia anche come anticipazioni di futuri pagamenti assicurati».
Merkel ha condiviso le preoccupazioni generali sulle conseguenze per i mercati finanziari qualora il fallimento del negoziato sullo sblocco dei prestiti portasse all’insolvenza di Atene, che deve pagare la rata da 1,6 miliardi del debito con il Fmi entro il 30 giugno. «Ci deve essere un accordo prima che lunedì riaprano i mercati», ha dichiarato la cancelliera, intendendo l’accettazione delle sue proposte.
Il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha relazionato i 28 leader nella prima parte del summit, spiegando i principali punti di contrasto e l’invito alla Grecia ad «accettare la proposta delle istituzioni» dei creditori entro la riunione di domani.
Il presidente francese Francois Hollande e il premier Matteo Renzi, che hanno i conti pubblici nazionali in difficoltà, sostengono la ricerca di una soluzione rapida e conciliante con Atene. «La crisi greca sarà risolta non all’interno di questo vertice, ma nelle prossime ore», ha affermato Renzi.
Merkel, consapevole dei contrasti interni al partito ellenico di governo Syriza, pretende che qualsiasi accordo raggiunto con Tsipras sia approvato dal Parlamento di Atene prima di passare alla ratifica di quello tedesco. Esponenti della maggioranza ellenica hanno accusato la cancelliera di avere come obiettivo «l’umiliazione della Grecia e la caduta del governo Tsipras», modello di altri movimenti europei fondati sull’opposizione alle politiche di austerità.
La Stampa 26.6.15
La Germania boccia la mediazione
Grecia e Ue trattano a oltranza
Il presidente del consiglio europeo Tusk al premier ellenico Tsipras: “Game over” Il negoziato all’Eurogruppo prosegue anche oggi. Ma la scadenza di fine mese incombe
di Marco Zatterin
Il quarto Eurogruppo non è servito, ci vorrà un altro conclave dei ministri domani per cercare di salvare in extremis la Grecia dalla bancarotta. Nonostante una lunga serie di incontri a ogni livello - e la presenza di due documenti «veri», uno dei creditori di Atene e uno del governo Tsipras - le distanze fra le parti non si sono colmate. Al contrario, sono emerse nuove divisioni sul fronte europeo, in dose sufficiente da fare dire al ministro ellenico delle Finanze, Yanis Varoufakis, «che una parte dei Paesi era con noi e contro il testo scritto da Ue, Fmi e Bce». In effetti, soprattutto i tedeschi hanno contestato la mediazione della ex Troika: «Recessiva e distante dal punto di partenza». Lavori politici sospesi per meno di 48 ore, dunque. E spazio ai tecnici, per un tentativo che potrebbe essere l’ultimo.
E’ stato il capo dei ministri economici di Eurolandia, Jeroen Dijsselbloem, ad ammettere l’impasse, l’ennesima da che il 20 febbraio si è deciso di estendere al 30 giugno il piano di salvataggio greco coi suoi 7,2 miliardi che servono a Tsipras per pagare i debiti e non fallire. «Abbiamo deciso di esaminare l’ultima proposta greca, arrivata molto tardi», è la versione ufficiale offerta dall’olandese al summit dei leader riunito a Bruxelles. Fra la proposta greca e quella dei creditori «rimane un ampio divario su molti punti». In una testo scritto, successivamente, l’Eurogruppo ha sottolineato «di aver chiesto alla Grecia di accettare il piano delle istituzioni». Suona come un ultimatum.
Clima teso e scontro al vertice. Il premier Tsipras ha chiesto ai colleghi di «rispettare l’esito delle elezioni», che per lui significa non imporre nuovi sacrifici ai greci. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, risultava avergli risposto «game over», solo per sentirsi dire «questo non è un gioco». Gli altri, con in testa Frau Merkel, hanno negato la possibilità di un vertice dell’Eurozona che sarebbe stato il secondo della settimana. «Sono questioni che spettano ai ministri», ha detto la cancelliera.
Così si studierà il dossier presentato dal premier Tsipras ieri mattina nel corso di un incontro con Bce (Draghi), Fmi (Lagarde), Commissione (Juncker) e Dijsselbloem (Eurogruppo) che non è stato ritenuto sufficiente dall’Eurogruppo. In nove pagine, fra le altre cose si migliora l’offerta sulle pensioni anticipando al 2022 l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, si conferma la riforma dell’Iva e l’introduzione di nuove tasse sulle imprese. Non abbastanza, dicono i creditori.
I realtà il nodo di fondo è il futuro e, soprattutto, il debito da oltre 300 miliardi che pesa su Atene. Tsipras vorrebbe una ristrutturazione che, in teoria, i partner sarebbe anche disposti a concedergli, però non subito. Su questo i tedeschi sono decisi. Si immagina un’estensione di sei mesi, piuttosto, con la dote maggiorata sino a 18 miliardi. I francesi la sostengono e anche Matteo Renzi sarebbe favorevole. Una fonte governativa italiana esprime l’impressione «che manchi fiducia fra le parti», perché i numeri «sono vicini», tuttavia «non si riesce a valutare se il governo prenderà le misure per attuarle». In effetti, il nodo è questo. «Un problema di volontà politica», insistono i greci a cui è difficile credere. Così mancano quattro giorni al giorno del giudizio, in cui scadrà il piano di salvataggio e Atene dovrà pagare il Fmi (1,6 miliardi), gli stipendi pubblici, le pensioni. Giorno di grazia. O di bancarotta incipiente.
La Germania boccia la mediazione
Grecia e Ue trattano a oltranza
Il presidente del consiglio europeo Tusk al premier ellenico Tsipras: “Game over” Il negoziato all’Eurogruppo prosegue anche oggi. Ma la scadenza di fine mese incombe
di Marco Zatterin
Il quarto Eurogruppo non è servito, ci vorrà un altro conclave dei ministri domani per cercare di salvare in extremis la Grecia dalla bancarotta. Nonostante una lunga serie di incontri a ogni livello - e la presenza di due documenti «veri», uno dei creditori di Atene e uno del governo Tsipras - le distanze fra le parti non si sono colmate. Al contrario, sono emerse nuove divisioni sul fronte europeo, in dose sufficiente da fare dire al ministro ellenico delle Finanze, Yanis Varoufakis, «che una parte dei Paesi era con noi e contro il testo scritto da Ue, Fmi e Bce». In effetti, soprattutto i tedeschi hanno contestato la mediazione della ex Troika: «Recessiva e distante dal punto di partenza». Lavori politici sospesi per meno di 48 ore, dunque. E spazio ai tecnici, per un tentativo che potrebbe essere l’ultimo.
E’ stato il capo dei ministri economici di Eurolandia, Jeroen Dijsselbloem, ad ammettere l’impasse, l’ennesima da che il 20 febbraio si è deciso di estendere al 30 giugno il piano di salvataggio greco coi suoi 7,2 miliardi che servono a Tsipras per pagare i debiti e non fallire. «Abbiamo deciso di esaminare l’ultima proposta greca, arrivata molto tardi», è la versione ufficiale offerta dall’olandese al summit dei leader riunito a Bruxelles. Fra la proposta greca e quella dei creditori «rimane un ampio divario su molti punti». In una testo scritto, successivamente, l’Eurogruppo ha sottolineato «di aver chiesto alla Grecia di accettare il piano delle istituzioni». Suona come un ultimatum.
Clima teso e scontro al vertice. Il premier Tsipras ha chiesto ai colleghi di «rispettare l’esito delle elezioni», che per lui significa non imporre nuovi sacrifici ai greci. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, risultava avergli risposto «game over», solo per sentirsi dire «questo non è un gioco». Gli altri, con in testa Frau Merkel, hanno negato la possibilità di un vertice dell’Eurozona che sarebbe stato il secondo della settimana. «Sono questioni che spettano ai ministri», ha detto la cancelliera.
Così si studierà il dossier presentato dal premier Tsipras ieri mattina nel corso di un incontro con Bce (Draghi), Fmi (Lagarde), Commissione (Juncker) e Dijsselbloem (Eurogruppo) che non è stato ritenuto sufficiente dall’Eurogruppo. In nove pagine, fra le altre cose si migliora l’offerta sulle pensioni anticipando al 2022 l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, si conferma la riforma dell’Iva e l’introduzione di nuove tasse sulle imprese. Non abbastanza, dicono i creditori.
I realtà il nodo di fondo è il futuro e, soprattutto, il debito da oltre 300 miliardi che pesa su Atene. Tsipras vorrebbe una ristrutturazione che, in teoria, i partner sarebbe anche disposti a concedergli, però non subito. Su questo i tedeschi sono decisi. Si immagina un’estensione di sei mesi, piuttosto, con la dote maggiorata sino a 18 miliardi. I francesi la sostengono e anche Matteo Renzi sarebbe favorevole. Una fonte governativa italiana esprime l’impressione «che manchi fiducia fra le parti», perché i numeri «sono vicini», tuttavia «non si riesce a valutare se il governo prenderà le misure per attuarle». In effetti, il nodo è questo. «Un problema di volontà politica», insistono i greci a cui è difficile credere. Così mancano quattro giorni al giorno del giudizio, in cui scadrà il piano di salvataggio e Atene dovrà pagare il Fmi (1,6 miliardi), gli stipendi pubblici, le pensioni. Giorno di grazia. O di bancarotta incipiente.
Repubblica 26.6.15
La lezione di Atene per l’Italia
di Luciano Gallino
POCHI giorni fa il Parlamento greco ha diffuso un rapporto del Comitato per la Verità sul Debito pubblico. Le conclusioni sono che per il modo in cui la Troika ha influito sul suo andamento, e per i disastrosi effetti che le politiche economiche e sociali da essa imposte hanno avuto sulla popolazione, il debito pubblico della Grecia è illegale, illegittimo e odioso. Pertanto il Paese avrebbe il diritto di non pagarlo. Il rapporto greco è fitto di riferimenti alle leggi e al diritto internazionali. E contiene, in modo abbastanza evidente, una lezione per l’Italia.
Il rapporto distingue con cura tra illegalità, illegittimità e odiosità di un debito pubblico. Un debito è illegale se il prestito contravviene alle appropriate procedure previste dalle leggi esistenti. È illegittimo quando le condizioni sotto le quali viene concesso il prestito includono prescrizioni nei confronti del debitore che violano le leggi nazionali o i diritti umani tutelati da leggi internazionali. Infine è odioso quando il prestatore sapeva o avrebbe dovuto sapere che il prestito era stato concesso senza scrupoli, da cui sarebbe seguita la negazione alla popolazione interessata di fondamentali diritti civili, politici, sociali e culturali. Il Fmi è responsabile di tutt’e tre le infrazioni perché le condizioni imposte alla Grecia in relazione ai suoi prestiti hanno gravemente peggiorato le sue condizioni economiche e il suo sistema di protezione sociale. Da vari documenti interni del Fondo stesso, risalenti al periodo 2010-2012, appare evidente che perfino il suo staff, una parte consistente del consiglio direttivo formato da rappresentanti di vari paesi, e non pochi dirigenti sapevano benissimo quali sarebbero state le conseguenze negative a danno della popolazione greca.
La Bce non è stata da meno, contribuendo ai programmi di aggiustamento macroeconomici della Troika e insistendo in special modo sulla de-regolazione del mercato del lavoro — violando in tal modo anche gli articoli del Trattato Ue che stabiliscono la sua indipendenza dagli stati membri. Con le sue manovre relative al commercio dei titoli sul mercato secondario ha reso possibile alle banche private greche di scaricare dal bilancio gran parte dei titoli di stato, peggiorando le condizioni del bilancio pubblico. Quanto al fondo Efsf, sebbene gestisca fondi pubblici europei, è stato costituito come società privata cui non si applicano le leggi Ue, persegue unicamente obbiettivi finanziari, e sapeva bene di imporre con i suoi prestiti costi abusivi alla Grecia, senza che essi recassero alcun beneficio al paese. Pertanto molte azioni svolte da Bce e Efsf nei confronti della Grecia nel periodo 2010-2015 sono classificabili come illegali, illegittime e odiose. Il testo abbonda di rimandi ad altre violazioni operate dalla troika. Esse vanno dalla falsificazione delle statistiche economiche e sociali della Grecia alla violazione della sovranità fiscale dello stato greco.
Si dirà: ma che c’entra l’Italia con le vicende del debito greco? C’entra eccome, poiché vi sono perentori memoranda e lettere di istruzione inviate al governo italiano dalle medesime istituzioni Ue, e nello stesso periodo, che nello spirito e nei contenuti sembrano delle fotocopie di quelle inviate al governo ellenico. Si veda ad esempio la lettera indirizzata al governo italiano dalla Bce nell’agosto 2011. Essa raccomandava varie misure pressanti, quali «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali»; «privatizzazioni su larga scala»; una ulteriore riforma del «sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello di impresa»; l’adozione di «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti»; un ulteriore intervento nel sistema pensionistico; «una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego»; infine chiedeva che «tutte le azioni elencate… siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare ». Questi e vari altri interventi peggiorativi delle condizioni di lavoro e di vita dei cittadini italiani sono stati prontamente adottati dai governi italiani, fino all’attuale con il suo scandaloso Jobs Act, non mancando di ripetere ad ogni momento la trita giustificazione «ce lo chiede l’Europa». In realtà non è l’Europa a chiederlo, ma singole istituzioni europee, molto spesso in violazione, come documenta il rapporto greco,degli stessi trattati Ue e di numerosi trattati internazionali. Al punto da far sorgere il dubbio che siano da considerare anch’essi, i dettati inviati all’Italia, illegali, illegittimi e odiosi. In attesa che qualcuno se ne accorga, avvii le procedure necessarie, e si impegni a chiedere alla Ue che rispetti almeno i medesimi trattati da essa sottoscritti. Tutto ciò non soltanto per il rispetto dovuto alle leggi ma perché il prossimo caso greco potremmo essere noi.
La lezione di Atene per l’Italia
di Luciano Gallino
POCHI giorni fa il Parlamento greco ha diffuso un rapporto del Comitato per la Verità sul Debito pubblico. Le conclusioni sono che per il modo in cui la Troika ha influito sul suo andamento, e per i disastrosi effetti che le politiche economiche e sociali da essa imposte hanno avuto sulla popolazione, il debito pubblico della Grecia è illegale, illegittimo e odioso. Pertanto il Paese avrebbe il diritto di non pagarlo. Il rapporto greco è fitto di riferimenti alle leggi e al diritto internazionali. E contiene, in modo abbastanza evidente, una lezione per l’Italia.
Il rapporto distingue con cura tra illegalità, illegittimità e odiosità di un debito pubblico. Un debito è illegale se il prestito contravviene alle appropriate procedure previste dalle leggi esistenti. È illegittimo quando le condizioni sotto le quali viene concesso il prestito includono prescrizioni nei confronti del debitore che violano le leggi nazionali o i diritti umani tutelati da leggi internazionali. Infine è odioso quando il prestatore sapeva o avrebbe dovuto sapere che il prestito era stato concesso senza scrupoli, da cui sarebbe seguita la negazione alla popolazione interessata di fondamentali diritti civili, politici, sociali e culturali. Il Fmi è responsabile di tutt’e tre le infrazioni perché le condizioni imposte alla Grecia in relazione ai suoi prestiti hanno gravemente peggiorato le sue condizioni economiche e il suo sistema di protezione sociale. Da vari documenti interni del Fondo stesso, risalenti al periodo 2010-2012, appare evidente che perfino il suo staff, una parte consistente del consiglio direttivo formato da rappresentanti di vari paesi, e non pochi dirigenti sapevano benissimo quali sarebbero state le conseguenze negative a danno della popolazione greca.
La Bce non è stata da meno, contribuendo ai programmi di aggiustamento macroeconomici della Troika e insistendo in special modo sulla de-regolazione del mercato del lavoro — violando in tal modo anche gli articoli del Trattato Ue che stabiliscono la sua indipendenza dagli stati membri. Con le sue manovre relative al commercio dei titoli sul mercato secondario ha reso possibile alle banche private greche di scaricare dal bilancio gran parte dei titoli di stato, peggiorando le condizioni del bilancio pubblico. Quanto al fondo Efsf, sebbene gestisca fondi pubblici europei, è stato costituito come società privata cui non si applicano le leggi Ue, persegue unicamente obbiettivi finanziari, e sapeva bene di imporre con i suoi prestiti costi abusivi alla Grecia, senza che essi recassero alcun beneficio al paese. Pertanto molte azioni svolte da Bce e Efsf nei confronti della Grecia nel periodo 2010-2015 sono classificabili come illegali, illegittime e odiose. Il testo abbonda di rimandi ad altre violazioni operate dalla troika. Esse vanno dalla falsificazione delle statistiche economiche e sociali della Grecia alla violazione della sovranità fiscale dello stato greco.
Si dirà: ma che c’entra l’Italia con le vicende del debito greco? C’entra eccome, poiché vi sono perentori memoranda e lettere di istruzione inviate al governo italiano dalle medesime istituzioni Ue, e nello stesso periodo, che nello spirito e nei contenuti sembrano delle fotocopie di quelle inviate al governo ellenico. Si veda ad esempio la lettera indirizzata al governo italiano dalla Bce nell’agosto 2011. Essa raccomandava varie misure pressanti, quali «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali»; «privatizzazioni su larga scala»; una ulteriore riforma del «sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello di impresa»; l’adozione di «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti»; un ulteriore intervento nel sistema pensionistico; «una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego»; infine chiedeva che «tutte le azioni elencate… siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare ». Questi e vari altri interventi peggiorativi delle condizioni di lavoro e di vita dei cittadini italiani sono stati prontamente adottati dai governi italiani, fino all’attuale con il suo scandaloso Jobs Act, non mancando di ripetere ad ogni momento la trita giustificazione «ce lo chiede l’Europa». In realtà non è l’Europa a chiederlo, ma singole istituzioni europee, molto spesso in violazione, come documenta il rapporto greco,degli stessi trattati Ue e di numerosi trattati internazionali. Al punto da far sorgere il dubbio che siano da considerare anch’essi, i dettati inviati all’Italia, illegali, illegittimi e odiosi. In attesa che qualcuno se ne accorga, avvii le procedure necessarie, e si impegni a chiedere alla Ue che rispetti almeno i medesimi trattati da essa sottoscritti. Tutto ciò non soltanto per il rispetto dovuto alle leggi ma perché il prossimo caso greco potremmo essere noi.
Repubblica 26.6.15
Rcs libri, in arrivo lunedì l’offerta della Mondadori
Ieri il cda di Segrate: nessun comunicato ufficiale, ma sarebbe pronta la proposta definitiva d’acquisto. Per un valore tra i 135 e i150 milioni
di Vittoria Puledda
IL campione nazionale nel settore dei libri potrebbe vedere presto la luce. Il consiglio di amministrazione di Segrate riunito ieri, racconta chi segue da vicino le vicende della Mondadori, infatti è stato breve e molto compatto nelle valutazioni: l’offerta per Rcs libri va presentata e nei termini fissati, cioè entro il 29 giugno.
In realtà il cda si è concluso senza comunicazioni ufficiali, però negli ambienti vicini al dossier c’è la convinzione che i consiglieri abbiano affidato ai vertici della società il mandato di rompere gli indugi. Dunque, lunedì prossimo dovrebbe essere presentata l’offerta per la divisione libri di Rcs; top secret il prezzo, ma le scommesse sono per una cifra che non si discosti molto da quei 135 milioni (c’è chi arriva fino a 150) di cui si era già parlato nei giorni scorsi. Semmai, aggiungono fonti finanziarie, si potrebbe trattare di un’offerta “flessibile”, con un importo già stabilito e un’altra parte che invece varierà in base ai risultati di Rcs Libri a fine anno.
L’ufficialità rimane molto più indeterminata: «Non so veramente cosa rispondere» ha detto ieri Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Rcs, in merito all’offerta di Mondadori. Eppure, c’è chi si spinge a ritenere che ci sia già un consiglio di amministrazione di Rcs preallertato per martedì (e dunque molto a ridosso dell’offerta di Segrate).
Si vedrà nei prossimi giorni cosa succederà e, soprattutto, quale sarà la risposta che il consiglio di Rcs darà all’offerta (alcuni consiglieri paiono particolarmente vigili sull’operazione). Di sicuro, uno degli elementi forti di valutazione è il prezzo: Rcs libri ha un valore di di 180 milioni per il gruppo, ma in pancia ha 30 milioni di cassa. Il problema, però, è ridurre l’indebitamento del gruppo e questa considerazione ha sicuramente un grande peso per Rcs.
Da un punto di vista industriale, i due gruppi insieme costituiscono un leader assoluto, con una quota di mercato aggregata pari al 38,6% (dati di fine 2014). Una concentrazione che non ha mancato di sollevare mugugni e forti contrarietà nel mondo degli scrittori quando l’operazione “Mondazzoli” è stata annunciata.
Scendendo nel dettaglio, nei primi tre mesi dell’anno Mondadori ha registrato una quota di mercato nel segmento “trade” (narrativa e saggistica, scolastici esclusi) stabile al 24,9% e ricavi in calo dell’1,8% rispetto al primo trimestre del 2014. Mentre Rcs Libri ha visto crescere la sua quota di mercato al 12,4%, lo 0,6% in più rispetto a dodici mesi prima. In generale, il mercato dei libri nel primo trimestre 2015 ha visto scendere del 2,9% il fatturato e del 3,9% il numero di copie vendute rispetto allo stesso trimestre del 2014. Anche se l’Aie, l’associazione italiana editori, segnala alcuni elementi positivi emersi già lo scorso anno: nel 2014 il mercato del libro di carta è calato rispetto all’anno precedente, ma progressivamente meno; ed è cresciuto molto il settore ebook.
Ma non sono solo i numeri che contano. Perché è l’intera industria culturale che sta per essere rivoluzionata dalla nascita di “Mondazzoli”.
Rcs libri, in arrivo lunedì l’offerta della Mondadori
Ieri il cda di Segrate: nessun comunicato ufficiale, ma sarebbe pronta la proposta definitiva d’acquisto. Per un valore tra i 135 e i150 milioni
di Vittoria Puledda
IL campione nazionale nel settore dei libri potrebbe vedere presto la luce. Il consiglio di amministrazione di Segrate riunito ieri, racconta chi segue da vicino le vicende della Mondadori, infatti è stato breve e molto compatto nelle valutazioni: l’offerta per Rcs libri va presentata e nei termini fissati, cioè entro il 29 giugno.
In realtà il cda si è concluso senza comunicazioni ufficiali, però negli ambienti vicini al dossier c’è la convinzione che i consiglieri abbiano affidato ai vertici della società il mandato di rompere gli indugi. Dunque, lunedì prossimo dovrebbe essere presentata l’offerta per la divisione libri di Rcs; top secret il prezzo, ma le scommesse sono per una cifra che non si discosti molto da quei 135 milioni (c’è chi arriva fino a 150) di cui si era già parlato nei giorni scorsi. Semmai, aggiungono fonti finanziarie, si potrebbe trattare di un’offerta “flessibile”, con un importo già stabilito e un’altra parte che invece varierà in base ai risultati di Rcs Libri a fine anno.
L’ufficialità rimane molto più indeterminata: «Non so veramente cosa rispondere» ha detto ieri Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Rcs, in merito all’offerta di Mondadori. Eppure, c’è chi si spinge a ritenere che ci sia già un consiglio di amministrazione di Rcs preallertato per martedì (e dunque molto a ridosso dell’offerta di Segrate).
Si vedrà nei prossimi giorni cosa succederà e, soprattutto, quale sarà la risposta che il consiglio di Rcs darà all’offerta (alcuni consiglieri paiono particolarmente vigili sull’operazione). Di sicuro, uno degli elementi forti di valutazione è il prezzo: Rcs libri ha un valore di di 180 milioni per il gruppo, ma in pancia ha 30 milioni di cassa. Il problema, però, è ridurre l’indebitamento del gruppo e questa considerazione ha sicuramente un grande peso per Rcs.
Da un punto di vista industriale, i due gruppi insieme costituiscono un leader assoluto, con una quota di mercato aggregata pari al 38,6% (dati di fine 2014). Una concentrazione che non ha mancato di sollevare mugugni e forti contrarietà nel mondo degli scrittori quando l’operazione “Mondazzoli” è stata annunciata.
Scendendo nel dettaglio, nei primi tre mesi dell’anno Mondadori ha registrato una quota di mercato nel segmento “trade” (narrativa e saggistica, scolastici esclusi) stabile al 24,9% e ricavi in calo dell’1,8% rispetto al primo trimestre del 2014. Mentre Rcs Libri ha visto crescere la sua quota di mercato al 12,4%, lo 0,6% in più rispetto a dodici mesi prima. In generale, il mercato dei libri nel primo trimestre 2015 ha visto scendere del 2,9% il fatturato e del 3,9% il numero di copie vendute rispetto allo stesso trimestre del 2014. Anche se l’Aie, l’associazione italiana editori, segnala alcuni elementi positivi emersi già lo scorso anno: nel 2014 il mercato del libro di carta è calato rispetto all’anno precedente, ma progressivamente meno; ed è cresciuto molto il settore ebook.
Ma non sono solo i numeri che contano. Perché è l’intera industria culturale che sta per essere rivoluzionata dalla nascita di “Mondazzoli”.
Repubblica 26.6.15
Le spallate eversive della Lega lepenista
Posizioni estreme anche sulla tortura il Carroccio imita le destre europee
di Stefano Folli
NEL giro di poche ore la Lega ha espresso due posizioni radicali e si potrebbe dire quasi eversive. Prima il presidente del Veneto, Zaia, personaggio di solito alieno dai toni estremisti, ha invitato i prefetti della Repubblica a “ribellarsi” alle direttive romane circa l’accoglienza degli immigrati.
Dopo di lui il leader del Carroccio, Salvini, ha dato man forte a un sindacato di polizia, il Sap, che si batte contro l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura. Di fatto si oppone a quella che tra non molto sarà una legge dello Stato, essendo già stata approvata dal Senato.
Con la minaccia sottintesa di non rispettare la nuova norma. I toni di Salvini sono aspri contro le istituzioni, compreso il capo della Polizia, e soprattutto contro la Corte europea dei Diritti Umani: una delle istituzioni simboliche dell’Europa immaginata come centro di civiltà, antidoto contro qualsiasi ritorno al passato.
È la prima volta che un politico di primo piano si espone come ieri ha fatto il leader della Lega. E la coincidenza dei due interventi, Zaia e Salvini, acquista un sapore inquietante. Ricorda un po’ gli exploit del colonnello Tejero, l’ufficiale nostalgico di Franco che fece irruzione nel Parlamento spagnolo sparando in aria.
Fino a ieri le posizioni della Lega erano dure, ma all’interno di un quadro costituzionale. Anzi, Salvini aveva superato le suggestioni secessioniste di Bossi e aveva inaugurato il filone della Lega nazionale.
Adesso però la deriva verso destra sta raggiungendo un livello sconosciuto nella dialettica politica italiana, almeno negli ultimi decenni. In fondo lo stesso Movimento Sociale di Almirante era consapevole del pericolo e perciò attento a non confondere i destini del partito con quelli dei movimenti oltranzisti.
Oggi lo scenario è molto diverso e la Lega si colloca ormai nel solco delle nuove destre europee. A parte Marine Le Pen, c’è stato il recente risultato del partito di estrema destra in Danimarca. Un incoraggiamento in più per Salvini che sente di avere il vento nelle vele e non vuole perdere il centro del palcoscenico.
L’INCONTRO dell’altro giorno con Berlusconi è stato poco più di una cena estiva, ma è servito a definire la supremazia “culturale” del neo-leghismo sul vecchio impianto di Forza Italia.
I temi sono quelli di Salvini, a cominciare dalla flat tax per continuare con la politica dell’immigrazione e il resto. La filosofia di Pontida è distruttiva per l’ultimo Berlusconi, segna il suo definitivo tramonto, eppure l’ex presidente del Consiglio sembra non solo rassegnato, ma addirittura affascinato dal dinamismo dell’interlocutore, in quanto promessa di successo.
IL Partito Popolare europeo, a lungo vanto e bandiera berlusconiani, si dissolve sullo sfondo. A sua volta Salvini ritiene che la leadership si conquista sul campo, giorno dopo giorno, e che nulla è definito per sempre. Perciò inasprisce i toni e gli argomenti, scava fossati, si distingue dagli altri: in particolare da competitori come i Cinque Stelle, dove pure Grillo tende spesso a scivolare verso il populismo di destra.
Il risultato è che due figure come Zaia e Maroni (un ex ministro dell’Interno) parlano oggi un linguaggio che fino a poco tempo fa non apparteneva loro.
E il neoeletto Toti in Liguria appare del tutto agganciato al carro leghista. Il detonatore è l’immigrazione, certo.
È il terreno dove la Lega conta di raccogliere abbastanza voti da travolgere gli equilibri politici nazionali, partendo dal controllo del Nord.
Lo si è visto ieri nella riunione di Palazzo Chigi. Renzi è andato in Europa senza avere alle spalle un accordo che lo mettesse in grado di negoziare con i partner da posizioni credibili.
L’egemonia leghista sul centrodestra significa anche questo: il venir meno di qualsiasi forma di corresponsabilità fra maggioranza e opposizione su un tema cruciale come la gestione degli immigrati.
Le spallate eversive della Lega lepenista
Posizioni estreme anche sulla tortura il Carroccio imita le destre europee
di Stefano Folli
NEL giro di poche ore la Lega ha espresso due posizioni radicali e si potrebbe dire quasi eversive. Prima il presidente del Veneto, Zaia, personaggio di solito alieno dai toni estremisti, ha invitato i prefetti della Repubblica a “ribellarsi” alle direttive romane circa l’accoglienza degli immigrati.
Dopo di lui il leader del Carroccio, Salvini, ha dato man forte a un sindacato di polizia, il Sap, che si batte contro l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura. Di fatto si oppone a quella che tra non molto sarà una legge dello Stato, essendo già stata approvata dal Senato.
Con la minaccia sottintesa di non rispettare la nuova norma. I toni di Salvini sono aspri contro le istituzioni, compreso il capo della Polizia, e soprattutto contro la Corte europea dei Diritti Umani: una delle istituzioni simboliche dell’Europa immaginata come centro di civiltà, antidoto contro qualsiasi ritorno al passato.
È la prima volta che un politico di primo piano si espone come ieri ha fatto il leader della Lega. E la coincidenza dei due interventi, Zaia e Salvini, acquista un sapore inquietante. Ricorda un po’ gli exploit del colonnello Tejero, l’ufficiale nostalgico di Franco che fece irruzione nel Parlamento spagnolo sparando in aria.
Fino a ieri le posizioni della Lega erano dure, ma all’interno di un quadro costituzionale. Anzi, Salvini aveva superato le suggestioni secessioniste di Bossi e aveva inaugurato il filone della Lega nazionale.
Adesso però la deriva verso destra sta raggiungendo un livello sconosciuto nella dialettica politica italiana, almeno negli ultimi decenni. In fondo lo stesso Movimento Sociale di Almirante era consapevole del pericolo e perciò attento a non confondere i destini del partito con quelli dei movimenti oltranzisti.
Oggi lo scenario è molto diverso e la Lega si colloca ormai nel solco delle nuove destre europee. A parte Marine Le Pen, c’è stato il recente risultato del partito di estrema destra in Danimarca. Un incoraggiamento in più per Salvini che sente di avere il vento nelle vele e non vuole perdere il centro del palcoscenico.
L’INCONTRO dell’altro giorno con Berlusconi è stato poco più di una cena estiva, ma è servito a definire la supremazia “culturale” del neo-leghismo sul vecchio impianto di Forza Italia.
I temi sono quelli di Salvini, a cominciare dalla flat tax per continuare con la politica dell’immigrazione e il resto. La filosofia di Pontida è distruttiva per l’ultimo Berlusconi, segna il suo definitivo tramonto, eppure l’ex presidente del Consiglio sembra non solo rassegnato, ma addirittura affascinato dal dinamismo dell’interlocutore, in quanto promessa di successo.
IL Partito Popolare europeo, a lungo vanto e bandiera berlusconiani, si dissolve sullo sfondo. A sua volta Salvini ritiene che la leadership si conquista sul campo, giorno dopo giorno, e che nulla è definito per sempre. Perciò inasprisce i toni e gli argomenti, scava fossati, si distingue dagli altri: in particolare da competitori come i Cinque Stelle, dove pure Grillo tende spesso a scivolare verso il populismo di destra.
Il risultato è che due figure come Zaia e Maroni (un ex ministro dell’Interno) parlano oggi un linguaggio che fino a poco tempo fa non apparteneva loro.
E il neoeletto Toti in Liguria appare del tutto agganciato al carro leghista. Il detonatore è l’immigrazione, certo.
È il terreno dove la Lega conta di raccogliere abbastanza voti da travolgere gli equilibri politici nazionali, partendo dal controllo del Nord.
Lo si è visto ieri nella riunione di Palazzo Chigi. Renzi è andato in Europa senza avere alle spalle un accordo che lo mettesse in grado di negoziare con i partner da posizioni credibili.
L’egemonia leghista sul centrodestra significa anche questo: il venir meno di qualsiasi forma di corresponsabilità fra maggioranza e opposizione su un tema cruciale come la gestione degli immigrati.
Repubblica 26.6.15
La norma non è pensata per frenare chi indaga ma scatena tentazioni antidemocratiche
I nuovi demagoghi che cavalcano l’odio delle divise in piazza
di Carlo Bonini
C’ è qualcosa di antico e di osceno nelle piazze che, ieri pomeriggio, a Roma, Milano, Palermo, il secondo sindacato di Polizia, il Sap, ha riempito di agenti per contrabbandare l’imminente primo voto parlamentare sull’introduzione del reato di tortura, come «una vendetta contro le forze dell’ordine». E nelle parole con cui Matteo Salvini le ha cavalcate ed eccitate.
In una sgangherata e ideologica operazione di manipolazione, il faticoso compromesso raggiunto dalla maggioranza di governo al Senato nel definire una norma che metta il nostro Paese all’onore del mondo con appena 26 anni di ritardo (dal ’90 l’Italia non ha dato seguito alla ratifica al la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite che bandiva la tortura dichiarandolo crimine contro l’umanità) diventa occasione per una passerella di odio e paura un tanto al chilo. Dismessa la “felpa” identitaria, Salvini si insacca nel fratino fosforescente dei poliziotti che manifestano ed entusiasti scattano selfie, dimenticando di chiedergli se il partito di cui è segretario, la Lega, non sia lo stesso che, tra il 2009 e il 2011 (governo Berlusconi), tagliò per 3 miliardi e mezzo di euro il bilancio delle Forze dell’Ordine. E se la Lega non sia lo stesso partito che, nel 2009, ridusse il turn-over del personale al 20 per cento e, un anno dopo, bloccò i fondi per adeguare i “tetti salariali” (quelli che consentono di adeguare le retribuzioni agli scatti di grado e alle indennità di servizio).
Del resto, nel Paese dalla memoria cortissima, la coerenza è un dettaglio. E nel suo stantio menù della paura, che, senza pudore, recita anche l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, la sbobba “sott’odio” (per parafrasare Leo Longanesi) servita da Salvini è sempre la stessa. Migranti, Polizia, Rom, Antagonisti, Euro. E identico ne è il sapore. Perché Salvini parla di cose che non conosce o che manipola. Diverso è il discorso per le migliaia di poliziotti cui ha fatto ieri da mosca cocchiera.
Gli agenti che hanno sfilato a Roma, Palermo, Milano, sanno infatti perfettamente che la norma faticosamente scritta e riscritta al Senato, accogliendo le preoccupazioni sollevate da ultimo anche dal capo della Polizia, Alessandro Pansa, definisce la tortura non come reato “proprio” del pubblico ufficiale. Non è dunque norma pensata per colpire la polizia, ma la tortura, chiunque ne sia autore. Ed è norma dove la qualità del pubblico ufficiale diventa piuttosto un’aggravante, come è logico che sia. Quantomeno in una democrazia degna di chiamarsi tale. Dove il monopolio della forza riconosciuto allo Stato (e dunque alle Forze dell’ordine che ne sono Istituzione) è legittimo solo e soltanto se utilizzato nel perimetro delle garanzie dell’habeas corpus, principio di intangibilità del corpo e della sfera delle libertà individuali – civili, ed ebbene si, persino psicologiche - riconosciuto già nella Magna Charta, anno di grazia 1215.
La pessima notizia non è dunque Salvini. Ma il segnale che arriva da quelle piazze. Ennesima prova, ammesso ce ne fosse bisogno, di cosa si agiti, ormai da tempo, nella pancia della Polizia di Stato. Che è e resta un corpo democratico ( ed è grottesco e insieme preoccupante l’obbligo pavloviano che si avverte nel doverlo ogni volta ripetere). Ma che, a 35 anni dalla riforma che lo smilitarizzò, è con ogni evidenza sempre più privo di un sistema immunitario capace di renderlo impermeabile ai rigurgiti della peggiore demagogia di destra, alle tentazioni politicamente eversive di mettere in mora ieri un tribunale della Repubblica, oggi una Corte internazionale di Giustizia, un Parlamento, una Convenzione delle Nazioni Unite. Come se un pezzo della Polizia, improvvisamente inconsapevole della propria funzione, invocasse un principio di eccezione rispetto alla legge con i modi di una delle mille esasperate corporazioni del Paese. Non a caso, con i suoi 18mila iscritti, il Sap, sindacato di centro-destra che ha riempito ieri le piazze, è lo stesso che, un anno fa, durante il suo congresso, tributò 5 minuti di standing ovation agli agenti riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi, un innocente. Il suo segretario, Gianni Tonelli, è lo stesso che dopo la lettura della sentenza che mandò assolti tutti gli imputati per la morte dell’innocente Stefano Cucchi, non trovò altre parole che queste: «Se disprezzi la tua salute ne paghi le conseguenze».
Il Sap non è un fungo. Altre sigle, come il Coisp, da tempo lo inseguono sullo stesso terreno di rancore, frustrazione, rabbia per chiunque si eserciti nell’ordinaria manutenzione di una democrazia e nella difesa dei suoi diritti fondamentali.
La madre di Federico Aldrovandi, Patrizia; le sorelle di Stefano Cucchi e Giuseppe Uva, Ilaria e Lucia; la figlia di Michele Ferulli, Domenica
La norma non è pensata per frenare chi indaga ma scatena tentazioni antidemocratiche
I nuovi demagoghi che cavalcano l’odio delle divise in piazza
di Carlo Bonini
C’ è qualcosa di antico e di osceno nelle piazze che, ieri pomeriggio, a Roma, Milano, Palermo, il secondo sindacato di Polizia, il Sap, ha riempito di agenti per contrabbandare l’imminente primo voto parlamentare sull’introduzione del reato di tortura, come «una vendetta contro le forze dell’ordine». E nelle parole con cui Matteo Salvini le ha cavalcate ed eccitate.
In una sgangherata e ideologica operazione di manipolazione, il faticoso compromesso raggiunto dalla maggioranza di governo al Senato nel definire una norma che metta il nostro Paese all’onore del mondo con appena 26 anni di ritardo (dal ’90 l’Italia non ha dato seguito alla ratifica al la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite che bandiva la tortura dichiarandolo crimine contro l’umanità) diventa occasione per una passerella di odio e paura un tanto al chilo. Dismessa la “felpa” identitaria, Salvini si insacca nel fratino fosforescente dei poliziotti che manifestano ed entusiasti scattano selfie, dimenticando di chiedergli se il partito di cui è segretario, la Lega, non sia lo stesso che, tra il 2009 e il 2011 (governo Berlusconi), tagliò per 3 miliardi e mezzo di euro il bilancio delle Forze dell’Ordine. E se la Lega non sia lo stesso partito che, nel 2009, ridusse il turn-over del personale al 20 per cento e, un anno dopo, bloccò i fondi per adeguare i “tetti salariali” (quelli che consentono di adeguare le retribuzioni agli scatti di grado e alle indennità di servizio).
Del resto, nel Paese dalla memoria cortissima, la coerenza è un dettaglio. E nel suo stantio menù della paura, che, senza pudore, recita anche l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, la sbobba “sott’odio” (per parafrasare Leo Longanesi) servita da Salvini è sempre la stessa. Migranti, Polizia, Rom, Antagonisti, Euro. E identico ne è il sapore. Perché Salvini parla di cose che non conosce o che manipola. Diverso è il discorso per le migliaia di poliziotti cui ha fatto ieri da mosca cocchiera.
Gli agenti che hanno sfilato a Roma, Palermo, Milano, sanno infatti perfettamente che la norma faticosamente scritta e riscritta al Senato, accogliendo le preoccupazioni sollevate da ultimo anche dal capo della Polizia, Alessandro Pansa, definisce la tortura non come reato “proprio” del pubblico ufficiale. Non è dunque norma pensata per colpire la polizia, ma la tortura, chiunque ne sia autore. Ed è norma dove la qualità del pubblico ufficiale diventa piuttosto un’aggravante, come è logico che sia. Quantomeno in una democrazia degna di chiamarsi tale. Dove il monopolio della forza riconosciuto allo Stato (e dunque alle Forze dell’ordine che ne sono Istituzione) è legittimo solo e soltanto se utilizzato nel perimetro delle garanzie dell’habeas corpus, principio di intangibilità del corpo e della sfera delle libertà individuali – civili, ed ebbene si, persino psicologiche - riconosciuto già nella Magna Charta, anno di grazia 1215.
La pessima notizia non è dunque Salvini. Ma il segnale che arriva da quelle piazze. Ennesima prova, ammesso ce ne fosse bisogno, di cosa si agiti, ormai da tempo, nella pancia della Polizia di Stato. Che è e resta un corpo democratico ( ed è grottesco e insieme preoccupante l’obbligo pavloviano che si avverte nel doverlo ogni volta ripetere). Ma che, a 35 anni dalla riforma che lo smilitarizzò, è con ogni evidenza sempre più privo di un sistema immunitario capace di renderlo impermeabile ai rigurgiti della peggiore demagogia di destra, alle tentazioni politicamente eversive di mettere in mora ieri un tribunale della Repubblica, oggi una Corte internazionale di Giustizia, un Parlamento, una Convenzione delle Nazioni Unite. Come se un pezzo della Polizia, improvvisamente inconsapevole della propria funzione, invocasse un principio di eccezione rispetto alla legge con i modi di una delle mille esasperate corporazioni del Paese. Non a caso, con i suoi 18mila iscritti, il Sap, sindacato di centro-destra che ha riempito ieri le piazze, è lo stesso che, un anno fa, durante il suo congresso, tributò 5 minuti di standing ovation agli agenti riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi, un innocente. Il suo segretario, Gianni Tonelli, è lo stesso che dopo la lettura della sentenza che mandò assolti tutti gli imputati per la morte dell’innocente Stefano Cucchi, non trovò altre parole che queste: «Se disprezzi la tua salute ne paghi le conseguenze».
Il Sap non è un fungo. Altre sigle, come il Coisp, da tempo lo inseguono sullo stesso terreno di rancore, frustrazione, rabbia per chiunque si eserciti nell’ordinaria manutenzione di una democrazia e nella difesa dei suoi diritti fondamentali.
La madre di Federico Aldrovandi, Patrizia; le sorelle di Stefano Cucchi e Giuseppe Uva, Ilaria e Lucia; la figlia di Michele Ferulli, Domenica
Corriere 26.6.15
«No al reato di tortura, fate lavorare gli agenti» Salvini diventa un caso
Il leghista al presidio del sindacato Sap. Accuse da Pd e Sel
di Mariolina Iossa
ROMA «Carabinieri e polizia devono poter agire liberamente. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo devo prendere. Se cade mentre è fermato e si sbuccia un ginocchio, c... suoi». È un Matteo Salvini con il lanciafiamme quello che ha partecipato ieri mattina alla protesta del sindacato di polizia Sap, contro il ddl che introduce il reato di tortura, con aggravanti per i pubblici ufficiali, licenziato dalla Camera pochi giorni fa. Le sue parole hanno riacceso lo scontro politico cominciato già prima della condanna della Corte europea, in aprile, per i fatti accaduti nella scuola Diaz durante il G8 di Genova.
I poliziotti hanno chiesto al Parlamento di fermare il ddl e di «ripartire dall’attuale legislazione». Il segretario generale del Sap, Gianni Tonelli, ha spiegato che «esistono già in Italia fattispecie di reato che puniscono severamente gli eventuali abusi delle forze dell’ordine. Questo ddl invece nasconde la volontà di punire gli uomini e le donne in divisa, strizzando l’occhio al partito dell’Antipolizia». In particolare, il Sap teme le conseguenze di quella norma che punisce la violenza psicologica da parte delle forze dell’ordine. «Come potrà essere dimostrata? — dicono gli agenti —. È come mettere un manganello nelle mani dei criminali».
Ha usato parole ben più dure il leader della Lega Nord, Salvini, fotografato con il governatore Roberto Maroni, secondo il quale la norma sulla violenza psicologica è «un’idiozia» e la legge è «sbagliata e pericolosa. Noi della Lega abbiamo contrastato, mentre è stata voluta da Pd e M5S». «Polizia e Carabinieri — ha continuato — devono poter fare il loro lavoro». A chi gli ha ricordato la condanna della Corte europea dei diritti umani per i fatti di Genova, Salvini ha replicato: «La Corte europea potrebbe occuparsi di altro anziché rompere le scatole all’Italia. Per qualcuno che ha sbagliato non devono pagare tutti».
«Ci rattrista che il dibattito su un tema così delicato sia diventato il pretesto per una demagogia ed una ideologizzazione che non aiuta gli appartenenti alla polizia di Stato, né l’Amministrazione e neppure il nostro Paese», risponde a Tonelli e a Salvini Lorena La Spina, segretario nazionale dell’Associazione Funzionari di Polizia, che è su posizioni diverse rispetto al Sap, pur avendo avanzato perplessità sul testo e proposto emendamenti.
«Critiche scomposte — è stata la replica a distanza del capogruppo in commissione Giustizia alla Camera del Pd Walter Verini —. Il Parlamento ha fatto un buon lavoro, atteso da molti anni. Gli attacchi di queste ore sono fuori misura. Quello cha vuole essere colpito è solo l’abuso, com’è accaduto a Genova». Per Nicola Fratoianni (Sel): «A Salvini, che considera accettabile torturare, evidentemente piacerebbe vivessimo ancora nel Medioevo». Mentre Nunzia De Girolamo (Ncd) chiede «un confronto franco fra tutte le forze politiche affinché i poliziotti possano esercitare al meglio il proprio dovere». Insorgono le associazioni (Antigone-Garante dei detenuti e Acat), che si faranno sentire anche oggi, in occasione della giornata internazionale contro la tortura: «Il Sap è fuori dalla comunità internazionale».
«No al reato di tortura, fate lavorare gli agenti» Salvini diventa un caso
Il leghista al presidio del sindacato Sap. Accuse da Pd e Sel
di Mariolina Iossa
ROMA «Carabinieri e polizia devono poter agire liberamente. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo devo prendere. Se cade mentre è fermato e si sbuccia un ginocchio, c... suoi». È un Matteo Salvini con il lanciafiamme quello che ha partecipato ieri mattina alla protesta del sindacato di polizia Sap, contro il ddl che introduce il reato di tortura, con aggravanti per i pubblici ufficiali, licenziato dalla Camera pochi giorni fa. Le sue parole hanno riacceso lo scontro politico cominciato già prima della condanna della Corte europea, in aprile, per i fatti accaduti nella scuola Diaz durante il G8 di Genova.
I poliziotti hanno chiesto al Parlamento di fermare il ddl e di «ripartire dall’attuale legislazione». Il segretario generale del Sap, Gianni Tonelli, ha spiegato che «esistono già in Italia fattispecie di reato che puniscono severamente gli eventuali abusi delle forze dell’ordine. Questo ddl invece nasconde la volontà di punire gli uomini e le donne in divisa, strizzando l’occhio al partito dell’Antipolizia». In particolare, il Sap teme le conseguenze di quella norma che punisce la violenza psicologica da parte delle forze dell’ordine. «Come potrà essere dimostrata? — dicono gli agenti —. È come mettere un manganello nelle mani dei criminali».
Ha usato parole ben più dure il leader della Lega Nord, Salvini, fotografato con il governatore Roberto Maroni, secondo il quale la norma sulla violenza psicologica è «un’idiozia» e la legge è «sbagliata e pericolosa. Noi della Lega abbiamo contrastato, mentre è stata voluta da Pd e M5S». «Polizia e Carabinieri — ha continuato — devono poter fare il loro lavoro». A chi gli ha ricordato la condanna della Corte europea dei diritti umani per i fatti di Genova, Salvini ha replicato: «La Corte europea potrebbe occuparsi di altro anziché rompere le scatole all’Italia. Per qualcuno che ha sbagliato non devono pagare tutti».
«Ci rattrista che il dibattito su un tema così delicato sia diventato il pretesto per una demagogia ed una ideologizzazione che non aiuta gli appartenenti alla polizia di Stato, né l’Amministrazione e neppure il nostro Paese», risponde a Tonelli e a Salvini Lorena La Spina, segretario nazionale dell’Associazione Funzionari di Polizia, che è su posizioni diverse rispetto al Sap, pur avendo avanzato perplessità sul testo e proposto emendamenti.
«Critiche scomposte — è stata la replica a distanza del capogruppo in commissione Giustizia alla Camera del Pd Walter Verini —. Il Parlamento ha fatto un buon lavoro, atteso da molti anni. Gli attacchi di queste ore sono fuori misura. Quello cha vuole essere colpito è solo l’abuso, com’è accaduto a Genova». Per Nicola Fratoianni (Sel): «A Salvini, che considera accettabile torturare, evidentemente piacerebbe vivessimo ancora nel Medioevo». Mentre Nunzia De Girolamo (Ncd) chiede «un confronto franco fra tutte le forze politiche affinché i poliziotti possano esercitare al meglio il proprio dovere». Insorgono le associazioni (Antigone-Garante dei detenuti e Acat), che si faranno sentire anche oggi, in occasione della giornata internazionale contro la tortura: «Il Sap è fuori dalla comunità internazionale».
Repubblica 26.6.15
Medjugorje,i dubbi del Sant’Uffizio
“Non c’è nulla di soprannaturale”
Tra gli orientamenti emersi: divieto ai sei veggenti di partecipare ai raduni e ai vescovi di farli invitare o accoglierli
di Marco Ansaldo
CITTÀ DEL VATICANO. Le apparizioni di Medjugorje non avrebbero nulla di soprannaturale. Divieto ai sei veggenti di partecipare ai raduni. Imposizione ai vescovi di non farli invitare né di accoglierli. Sono questi gli orientamenti più importanti emersi nella riunione di mercoledì scorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal cardinale Gerhard Ludwig Mueller, in Vaticano. Un incontro molto atteso, soprattutto dopo la consegna da parte della Commissione di inchiesta presieduta dal cardinale Camillo Ruini, della documentazione raccolta e messa a disposizione del Papa.
Un anniversario amaro (il 34°) per le apparizioni al santuario nell’Erzegovina, visitato ogni anno da milioni di pellegrini. Nella riunione il luogo sacro non è stato messo in discussione, né tanto meno il rapporto tra i fedeli e il santuario. Il caso controverso riguarda semmai le visioni e i tour periodicamente compiuti dai sei veggenti. Dopo le parole critiche pronunciate da Papa Francesco sulla genuinità delle apparizioni il 6 giugno scorso sul volo da Sarajevo, l’altro ieri è stata la volta della plenaria all’ex Sant’Uffizio. Diversi i punti toccati. Secondo gli orientamenti emersi le apparizioni di Medjugorje non avrebbero nulla di soprannaturale e il loro messaggio verrebbe considerato addirittura come inconsistente sotto il profilo teologico. I sei veggenti hanno ora l’espresso divieto di partecipare a raduni e di divulgare messaggi che essi sostengono provenire dalla Madonna. Inoltre i vescovi sono invitati a non accoglierli per assemblee dei fedeli.
Ma quel che soprattutto ha colpito i membri della Congregazione è uno degli elementi forti dell’inchiesta guidata da Ruini. E cioè il consistente giro di denaro attorno al fenomeno Medjugorje. Il sospetto è che ci possano essere operazioni di lucro sui pellegrini che si riuniscono in grande numero nei raduni dei veggenti all’estero, ma anche forti interessi economici locali in gioco per hotel e agenzie di viaggio. Un dato che, arrivato alle orecchie di un Pontefice che predica la sobrietà come Jorge Bergoglio, non è sfuggito al nuovo corso in Vaticano.
Alcune fonti vicine a Medjugorje parlano ora di «cordone sanitario eretto intorno ai veggenti», ma invitano a distinguere la sacralità del luogo mariano dalle presunte apparizioni.
Quella di mercoledì scorso non sarà comunque l’ultima riunione dedicata al caso. Ce ne sarà infatti un’altra, probabilmente dopo l’estate. Dopodiché arriverà il pronunciamento del Papa. Ma il suo pensiero sul caso è già molto preciso.
Medjugorje,i dubbi del Sant’Uffizio
“Non c’è nulla di soprannaturale”
Tra gli orientamenti emersi: divieto ai sei veggenti di partecipare ai raduni e ai vescovi di farli invitare o accoglierli
di Marco Ansaldo
CITTÀ DEL VATICANO. Le apparizioni di Medjugorje non avrebbero nulla di soprannaturale. Divieto ai sei veggenti di partecipare ai raduni. Imposizione ai vescovi di non farli invitare né di accoglierli. Sono questi gli orientamenti più importanti emersi nella riunione di mercoledì scorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal cardinale Gerhard Ludwig Mueller, in Vaticano. Un incontro molto atteso, soprattutto dopo la consegna da parte della Commissione di inchiesta presieduta dal cardinale Camillo Ruini, della documentazione raccolta e messa a disposizione del Papa.
Un anniversario amaro (il 34°) per le apparizioni al santuario nell’Erzegovina, visitato ogni anno da milioni di pellegrini. Nella riunione il luogo sacro non è stato messo in discussione, né tanto meno il rapporto tra i fedeli e il santuario. Il caso controverso riguarda semmai le visioni e i tour periodicamente compiuti dai sei veggenti. Dopo le parole critiche pronunciate da Papa Francesco sulla genuinità delle apparizioni il 6 giugno scorso sul volo da Sarajevo, l’altro ieri è stata la volta della plenaria all’ex Sant’Uffizio. Diversi i punti toccati. Secondo gli orientamenti emersi le apparizioni di Medjugorje non avrebbero nulla di soprannaturale e il loro messaggio verrebbe considerato addirittura come inconsistente sotto il profilo teologico. I sei veggenti hanno ora l’espresso divieto di partecipare a raduni e di divulgare messaggi che essi sostengono provenire dalla Madonna. Inoltre i vescovi sono invitati a non accoglierli per assemblee dei fedeli.
Ma quel che soprattutto ha colpito i membri della Congregazione è uno degli elementi forti dell’inchiesta guidata da Ruini. E cioè il consistente giro di denaro attorno al fenomeno Medjugorje. Il sospetto è che ci possano essere operazioni di lucro sui pellegrini che si riuniscono in grande numero nei raduni dei veggenti all’estero, ma anche forti interessi economici locali in gioco per hotel e agenzie di viaggio. Un dato che, arrivato alle orecchie di un Pontefice che predica la sobrietà come Jorge Bergoglio, non è sfuggito al nuovo corso in Vaticano.
Alcune fonti vicine a Medjugorje parlano ora di «cordone sanitario eretto intorno ai veggenti», ma invitano a distinguere la sacralità del luogo mariano dalle presunte apparizioni.
Quella di mercoledì scorso non sarà comunque l’ultima riunione dedicata al caso. Ce ne sarà infatti un’altra, probabilmente dopo l’estate. Dopodiché arriverà il pronunciamento del Papa. Ma il suo pensiero sul caso è già molto preciso.