Corriere 6.6.15
Mafia Capitale. Affari di famiglia
Imprese edili, finanziarie, circoli nautici, radio
L’impero dei Pulcini tra business e inchieste
di Sergio Rizzo
«Non c’è problema», si dice a Roma. La frase vale più di qualsiasi stretta di mano, promessa davanti a testimoni, contratto firmato. Come Luca Odevaine faceva intendere per telefono il 17 marzo 2014 al suo interlocutore Gerardo Addeo: «Il padre di... di Daniele... m’ha detto: guarda non c’è problema... mi dici... e lo facciamo...». In quella telefonata i magistrati che indagano su Mafia Capitale intravedono elementi pesanti. Indizi del fatto che le presunte tangenti pagate dal gruppo La Cascina a Odevaine per l’aggiudicazione dei servizi al centro di accoglienza profughi Cara di Mineo (dal quale Odevaine è stato poi perfino assunto come dirigente) sarebbero state giustificate formalmente con fatture per operazioni inesistenti. Niente di particolarmente creativo, insomma. Ma efficace, sì. E qui, in un decreto di perquisizione firmato il 29 maggio dalla procura di Roma, spuntano i nomi di Antonio e Daniele Pulcini, padre e figlio.
Il cognome ispira tenerezza, ma non inganni. La famiglia Pulcini è una specie di rompighiaccio con il motore in Lussemburgo: dove ha sede la holding tentacolare Antonio Pulcini group sa. Perché da lontano il panorama si ammira meglio. Ed è un panorama decisamente impressionante. Un centinaio di società, imprese di costruzioni, immobiliari, finanziarie, consorzi, circoli nautici: perfino una radio che a Roma fra i malati di calcio va per la maggiore.
Difficile definire lo spessore finanziario di un impero dai confini impalpabili. Di sicuro c’è che la storia dei Pulcini ha tratti di similitudine con la letteratura urbana del moderno Sacco di Roma e dei suoi protagonisti più sfrontati. Uno slalom infinito fra affari e politica. Così spericolato da dover mettere nel conto tanti incidenti di percorso.
Adesso Daniele è finito ai domiciliari per gli alloggi dell’emergenza abitativa. Alloggi da destinare agli indigenti che il gruppo Pulcini aveva affittato al Comune di Roma. A prezzi siderali. Basta dire che per gli 84 appartamenti di vicolo del Casale Lumbroso il Campidoglio ha pagato quasi 2,7 milioni l’anno. Il che significa 2.669 euro al mese per ciascuno di essi. Un business enorme: un quinto degli alloggi affittati dal Comune per l’emergenza abitativa è dei Pulcini, per un fatturato di nove milioni l’anno.
E poi un video che gli è costato altri domiciliari appena pochi mesi fa. Girato per scherzo, si è detto. Ma intanto si vede Daniele Pulcini che consegna a un mediatore un pacco di soldi. «Contali, che poi non ti torna», gli fa. Nel passaggio di denaro, sostengono i magistrati, ci sarebbe di mezzo la concessione alla Flora Energy di Pulcini junior per la costruzione di un parcheggio a piazzale Clodio. «Contali», insiste Daniele, «te li sei presi tutti tu». E l’altro: «Magari, me ne andavo alle Hawaii..». Invece si è trovato anche lui ai domiciliari. Alla faccia dello scherzo.
Non è stato uno scherzo nemmeno la condanna a un anno e quattro mesi che qualche settimana prima di questa disavventura gli aveva appioppato il tribunale per lesioni, ingiurie e minacce all’ex moglie Claudia Montanarini, già tronista di Uomini & Donne. In precedenza era toccato a lei assaggiare i domiciliari con l’accusa di aver minacciato la compagna dell’ex marito. Lui si dichiara innocente: «Non sono uno sposo perfetto ma non ho mai toccato Claudia».
E non si sa nemmeno se da ragazzo fosse uno studente modello, Daniele. Per quanto di quel procedimento giudiziario si siano perse le tracce da anni. Dieci anni fa insieme a suo fratello Gabriele, di un anno appena più grande, è scivolato in una inchiesta giudiziaria sulla compravendita di esami alla facoltà di Giurisprudenza della Sapienza. Soldi in cambio di voti, accusarono i magistrati, secondo cui «cinturini» era il nome in codice delle mazzette. «Quali mazzette e mazzette! Erano cinturini di orologi», argomentò la difesa. Cinturini, pensate un po’. Senza impedire che i due nel 2008 venissero rinviati a giudizio. Da allora, più nessuna notizia.
Ma siccome il mondo è davvero piccolo, l’ironia della sorte ha voluto che un’accusa identica sia stata mossa anche a Marco Di Stefano. Come ha raccontato Fiorenza Sarzanini sul Corriere , i magistrati sospettano che pure il deputato del Pd abbia comprato degli esami. Ma in un’altra università, almeno. Parliamo, ovviamente, dello stesso Di Stefano sospettato di aver incassato una tangente milionaria dai Pulcini per favorire l’affitto a costi astronomici da parte della Regione di un loro immobile da adibire alla sede della società controllata Lazio service.
Precisazione d’obbligo: tutte queste inchieste sono in corso e la presunzione d’innocenza finché non intervengano condanne definitive dev’essere sempre rispettata. Ma è impossibile ignorare lo scenario che fa da contorno a questa saga affaristica. Daniele Pulcini e suo fratello Gabriele, nati rispettivamente nel 1972 e nel 1971, vanno ancora alle elementari quando papà Antonio con il sostegno della sorella Rita si lancia anima e corpo nell’offensiva immobiliare di Poltu Quatu. Operazione che per gli ambientalisti altro non è che una feroce speculazione in uno degli angoli più belli della costa sarda: non allo stesso modo, ovviamente, la giudicheranno i politici della prima e della seconda repubblica che di Pulcini apprezzeranno in quel paradiso l’ospitalità balneare.
I figli di Antonio e sua moglie Maria Bice Asara ancora non frequentano l’università quando Pulcini senior, classe 1943, spunta nell’ affaire Italsanità, la società pubblica che dovrebbe affittare da alcuni privati immobili da destinare a residenze per anziani. Una vicenda così torbida da concludersi ancora prima di cominciare.
Ma papà Antonio non è tipo da farsi impressionare. Lui è già all’opera dalle parti di Acilia, dove ha messo le mani su una enorme area agricola già della Federconsorzi a cui è stata provvidenzialmente cambiata destinazione d’uso. Il suo partner in quel frangente si chiama Salvatore Ligresti, che poi uscirà di scena. I soldi invece arrivano dal Banco di Napoli. Che si troverà esposto con il gruppo Pulcini per l’incredibile cifra di 700 miliardi di lire. Esposizione che darà un contributo non trascurabile al crac del Banco di Napoli, come si evincerà dalla ustionante relazione degli ispettori di Bankitalia. E non sarà l’unica ferita. La più dolorosa, per un territorio già messo a dura prova dal partito del cemento, sono i 1.347 appartamenti del complesso Terrazze del Presidente, sanati con 1.347 condoni edilizi.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 6 giugno 2015
Corriere 6.6.15
Le intercettazioni: Buzzi e i suoi uomini
«Questo diventa un reato Teniamo tutto segreto»
di Giovanni Bianconi
Nell’organigramma del gruppo criminale individuato dalla Procura di Roma, al fianco di Salvatore Buzzi (principale referente economico dell’organizzazione) compare Emilio Gammuto, 61 anni compiuti ad aprile nel carcere dove è stato rinchiuso dopo la prima retata di Mafia Capitale. È accusato di corruzione e altri reati utili a far «mangiare la mucca» di Buzzi, che poi veniva «munta» da politici e amministratori attraverso le tangenti. Gammuto aveva già un trascorso da detenuto per altre vicende (tentato omicidio, rapina, armi) ed è probabile che proprio in prigione abbia agganciato il mondo delle cooperative nelle quali è andato a lavorare una volta riacquistata la libertà. Contribuendo, secondo gli inquirenti, alla compravendita di funzionari e burocrati dai quali ottenere gli appalti che hanno foraggiato le imprese di Buzzi e Carminati.
In una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros il 18 dicembre 2013 è proprio lui, Gammuto, a spiegare l’evoluzione dei rapporti (e dei guadagni) di quelle imprese con le varie giunte che si sono succedute a Roma negli ultimi vent’anni. I suoi interlocutori sono un uomo non identificato e Giovanni Campennì, pregiudicato calabrese «entrato nel mondo delle cooperative romane quale emissario della cosca di ‘ndrangheta Mancuso di Limbadi», come scrive il giudice nel nuovo ordine di arresto.
Durante il dialogo, lo sconosciuto dice: «Ma è sempre così... non c’è un cacchio da fa'... me ricordo pure con la sinistra, quando c’era prima di Alemanno, guarda...». Interviene Campennì: «Però ... u peggio secondo mia Rutelli era!». A questo punto Gammuto spiega: «Beh, Rutelli per noi no, perché noi abbiamo cominciato a cresce’ con lui... perché con il fatto che ci fu il Giubileo nell’anno del 2000, che c’erano una marea di soldi a disposizione... un fiume di denaro... quindi là, forse noi, pure poco avemo preso... perché lì me sa che c’era da arricchisse eh... là, nel 2000...».
Campennì s’inserisce: «Se era oggi... perché... se era oggi...», e Gammuto prosegue: «Se era oggi, per come siamo messi... ramificati con le conoscenze... lavoravamo quell’anno e stavamo bene pe’ n’antri cinque (ride)... perché lì proprio erano proprio tanti... poi, diciamo con Veltroni siamo andati bene noi...». Campennì: «Con Veltroni sì, siete stati benissimo...». Ancora Gammuto: «Sì, siamo stati... poi te dirò co’ Alemanno, sotto certi aspetti se pija molto di più... specialmente sul sociale... ma si è triplicata la cosa... il suo standard». Conclude Campennì, che pure s’interessava di alcuni appalti: «Sul sociale ha fatto un balzo in avanti da paura... la differenza che con Alemanno... eppure qualcuno se l’è presa la responsabilità di dì: “continuate pure senza contratto” se stavi un attimino attento...».
Parole che confermano ciò che ha scritto il tribunale del Riesame confermando i primi arresti, a proposito della «espansione» degli affari delle cooperative di Buzzi: «A seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma, molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale».
Nel 2013 però Alemanno perde le elezioni, in Campidoglio s’insedia Ignazio Marino e Buzzi comincia a rivolgersi agli esponenti della nuova maggioranza. E a intessere rapporti con Mattia Stella, capo della segreteria del neosindaco. Ne parla lui stesso, ancora con Gammuto, a gennaio 2014. «Nella circostanza — scrivono gli inquirenti riassumendo il contenuto di un’intercettazione — Buzzi precisava: “tutto bene con Cancelli (responsabile di un’altra cooperativa, ndr )... s’è arreso! Partecipa, però s’è arreso”. Inoltre, subito dopo aver rammentato che alle 10.30 sarebbe andato via, Buzzi diceva che in serata sarebbe andato a cena con Mattia Stella (all’epoca dirigente del Gabinetto del sindaco di Roma): “...perché sto a cena co... poi accompagno Mattia Stella a Palestrina e poi ritorno a casa!”».
In un altro dialogo registrato dalle microspie del Ros, Salvatore Buzzi manifesta la consapevolezza di commettere illeciti. Argomento della discussione è il patto siglato per salvare una cooperativa sull’orlo del fallimento, attraverso l’acquisto, da parte sua, di alcuni appartamenti (valore: oltre 3 milioni di euro), in cambio del rinnovo di un appalto per l’emergenza alloggi. Una storia divenuta un capo d’imputazione a carico dello stesso Buzzi, del dirigente della regione Magrini, dell’ex assessore comunale Ozzimo e del consigliere comunale pd Pedetti.
«La cosa segreta, che nessuno deve sapere perché sennò diventa quasi un reato — confessa Buzzi —, è che noi abbiamo fatto un’operazione di salvataggio della cooperativa Deposito San Lorenzo, impegnandoci a comprare 14 apparta-menti... se non intervenivamo noi falliva... questa è la cooperativa più antica di Roma... quindi c’ha chiamato Lega coop... pure con Ozzimo, Magrini ha trasferito 7 milioni e 2 a Ozzimo... al Comune di Roma... noi abbiamo fatto questa cosa a patto che la nostra convenzione che è molto cara... noi semo quelli che so’ pagati più de tutti ... Noi abbiamo detto: “benissimo, la facciamo se ci resta la convenzione a questi patti in condizione... perché, se tu me la lasci o me l’abbassi, non posso più comprarmi casa”. Abbiamo firmato un impegno di 4 milioni di euro e quindi siamo rimasti d’accordo con Magrini e co’ Ozzimo che andava... A noi ce deve rinnovà la Convenzione e non ce deve rompe il c... punto».
Le intercettazioni: Buzzi e i suoi uomini
«Questo diventa un reato Teniamo tutto segreto»
di Giovanni Bianconi
Nell’organigramma del gruppo criminale individuato dalla Procura di Roma, al fianco di Salvatore Buzzi (principale referente economico dell’organizzazione) compare Emilio Gammuto, 61 anni compiuti ad aprile nel carcere dove è stato rinchiuso dopo la prima retata di Mafia Capitale. È accusato di corruzione e altri reati utili a far «mangiare la mucca» di Buzzi, che poi veniva «munta» da politici e amministratori attraverso le tangenti. Gammuto aveva già un trascorso da detenuto per altre vicende (tentato omicidio, rapina, armi) ed è probabile che proprio in prigione abbia agganciato il mondo delle cooperative nelle quali è andato a lavorare una volta riacquistata la libertà. Contribuendo, secondo gli inquirenti, alla compravendita di funzionari e burocrati dai quali ottenere gli appalti che hanno foraggiato le imprese di Buzzi e Carminati.
In una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros il 18 dicembre 2013 è proprio lui, Gammuto, a spiegare l’evoluzione dei rapporti (e dei guadagni) di quelle imprese con le varie giunte che si sono succedute a Roma negli ultimi vent’anni. I suoi interlocutori sono un uomo non identificato e Giovanni Campennì, pregiudicato calabrese «entrato nel mondo delle cooperative romane quale emissario della cosca di ‘ndrangheta Mancuso di Limbadi», come scrive il giudice nel nuovo ordine di arresto.
Durante il dialogo, lo sconosciuto dice: «Ma è sempre così... non c’è un cacchio da fa'... me ricordo pure con la sinistra, quando c’era prima di Alemanno, guarda...». Interviene Campennì: «Però ... u peggio secondo mia Rutelli era!». A questo punto Gammuto spiega: «Beh, Rutelli per noi no, perché noi abbiamo cominciato a cresce’ con lui... perché con il fatto che ci fu il Giubileo nell’anno del 2000, che c’erano una marea di soldi a disposizione... un fiume di denaro... quindi là, forse noi, pure poco avemo preso... perché lì me sa che c’era da arricchisse eh... là, nel 2000...».
Campennì s’inserisce: «Se era oggi... perché... se era oggi...», e Gammuto prosegue: «Se era oggi, per come siamo messi... ramificati con le conoscenze... lavoravamo quell’anno e stavamo bene pe’ n’antri cinque (ride)... perché lì proprio erano proprio tanti... poi, diciamo con Veltroni siamo andati bene noi...». Campennì: «Con Veltroni sì, siete stati benissimo...». Ancora Gammuto: «Sì, siamo stati... poi te dirò co’ Alemanno, sotto certi aspetti se pija molto di più... specialmente sul sociale... ma si è triplicata la cosa... il suo standard». Conclude Campennì, che pure s’interessava di alcuni appalti: «Sul sociale ha fatto un balzo in avanti da paura... la differenza che con Alemanno... eppure qualcuno se l’è presa la responsabilità di dì: “continuate pure senza contratto” se stavi un attimino attento...».
Parole che confermano ciò che ha scritto il tribunale del Riesame confermando i primi arresti, a proposito della «espansione» degli affari delle cooperative di Buzzi: «A seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma, molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale».
Nel 2013 però Alemanno perde le elezioni, in Campidoglio s’insedia Ignazio Marino e Buzzi comincia a rivolgersi agli esponenti della nuova maggioranza. E a intessere rapporti con Mattia Stella, capo della segreteria del neosindaco. Ne parla lui stesso, ancora con Gammuto, a gennaio 2014. «Nella circostanza — scrivono gli inquirenti riassumendo il contenuto di un’intercettazione — Buzzi precisava: “tutto bene con Cancelli (responsabile di un’altra cooperativa, ndr )... s’è arreso! Partecipa, però s’è arreso”. Inoltre, subito dopo aver rammentato che alle 10.30 sarebbe andato via, Buzzi diceva che in serata sarebbe andato a cena con Mattia Stella (all’epoca dirigente del Gabinetto del sindaco di Roma): “...perché sto a cena co... poi accompagno Mattia Stella a Palestrina e poi ritorno a casa!”».
In un altro dialogo registrato dalle microspie del Ros, Salvatore Buzzi manifesta la consapevolezza di commettere illeciti. Argomento della discussione è il patto siglato per salvare una cooperativa sull’orlo del fallimento, attraverso l’acquisto, da parte sua, di alcuni appartamenti (valore: oltre 3 milioni di euro), in cambio del rinnovo di un appalto per l’emergenza alloggi. Una storia divenuta un capo d’imputazione a carico dello stesso Buzzi, del dirigente della regione Magrini, dell’ex assessore comunale Ozzimo e del consigliere comunale pd Pedetti.
«La cosa segreta, che nessuno deve sapere perché sennò diventa quasi un reato — confessa Buzzi —, è che noi abbiamo fatto un’operazione di salvataggio della cooperativa Deposito San Lorenzo, impegnandoci a comprare 14 apparta-menti... se non intervenivamo noi falliva... questa è la cooperativa più antica di Roma... quindi c’ha chiamato Lega coop... pure con Ozzimo, Magrini ha trasferito 7 milioni e 2 a Ozzimo... al Comune di Roma... noi abbiamo fatto questa cosa a patto che la nostra convenzione che è molto cara... noi semo quelli che so’ pagati più de tutti ... Noi abbiamo detto: “benissimo, la facciamo se ci resta la convenzione a questi patti in condizione... perché, se tu me la lasci o me l’abbassi, non posso più comprarmi casa”. Abbiamo firmato un impegno di 4 milioni di euro e quindi siamo rimasti d’accordo con Magrini e co’ Ozzimo che andava... A noi ce deve rinnovà la Convenzione e non ce deve rompe il c... punto».
La Stampa 6.6.15
Una mattina come tante
di Massimo Gramellini
«Allacciate le cinture, si decolla!» proclama Matteo l’Immaginifico al battesimo della nuova Alitalia che ovviamente associa alla nuova Italia, la sua. E l’aereo che decolla di prima mattina da Fiumicino alla volta di Linate torna subito indietro, dopo avere centrato in volo un uccello kamikaze. Forse un gufo. Di sicuro un migrante, ignaro che l’altro Matteo, il Felpato, durante una delle sue rare apparizioni televisive lo avesse derubricato da participio presente del verbo migrare a gerundio: un po’ come ignorante.
Mentre l’aereo con le piume nel motore ritocca terra, qualche metro più sotto, un treno della metropolitana ne tampona un altro, provocando ventuno feriti. Le autorità invocano l’errore umano: l’autista del veicolo tamponato si sarebbe fermato al semaforo rosso. Ma c’è una buona notizia: illesi i pendolari dei treni che ogni giorno collegano la periferia Est di Roma alla stazione Termini, grazie al fatto che, dei cinque macchinisti che avrebbero dovuto guidarli, quattro non si sono presentati al lavoro. Si sospetta un’epidemia fulminante (gerundio?). A questo punto slacciate pure le cinture, tranne quella dei pantaloni. E dopo avere rinunciato a decollare, provate almeno a camminare per le strade della Capitale che traboccano di immondizia. Un’impresa. Anzi una cooperativa, rossa o ciellina poco importa. La raccolta differenziata nel resto d’Italia costa 300 euro a tonnellata, a Roma 900. Per sapere in quali tasche finiscono gli altri 600, citofonare Buzzi-Carminati. Se Roma, come dicono, è la mucca da mungere, loro sono i lattai. E noi i soliti polli.
Una mattina come tante
di Massimo Gramellini
«Allacciate le cinture, si decolla!» proclama Matteo l’Immaginifico al battesimo della nuova Alitalia che ovviamente associa alla nuova Italia, la sua. E l’aereo che decolla di prima mattina da Fiumicino alla volta di Linate torna subito indietro, dopo avere centrato in volo un uccello kamikaze. Forse un gufo. Di sicuro un migrante, ignaro che l’altro Matteo, il Felpato, durante una delle sue rare apparizioni televisive lo avesse derubricato da participio presente del verbo migrare a gerundio: un po’ come ignorante.
Mentre l’aereo con le piume nel motore ritocca terra, qualche metro più sotto, un treno della metropolitana ne tampona un altro, provocando ventuno feriti. Le autorità invocano l’errore umano: l’autista del veicolo tamponato si sarebbe fermato al semaforo rosso. Ma c’è una buona notizia: illesi i pendolari dei treni che ogni giorno collegano la periferia Est di Roma alla stazione Termini, grazie al fatto che, dei cinque macchinisti che avrebbero dovuto guidarli, quattro non si sono presentati al lavoro. Si sospetta un’epidemia fulminante (gerundio?). A questo punto slacciate pure le cinture, tranne quella dei pantaloni. E dopo avere rinunciato a decollare, provate almeno a camminare per le strade della Capitale che traboccano di immondizia. Un’impresa. Anzi una cooperativa, rossa o ciellina poco importa. La raccolta differenziata nel resto d’Italia costa 300 euro a tonnellata, a Roma 900. Per sapere in quali tasche finiscono gli altri 600, citofonare Buzzi-Carminati. Se Roma, come dicono, è la mucca da mungere, loro sono i lattai. E noi i soliti polli.
venerdì 5 giugno 2015
Corriere 5.6.15
Tutti i totem di Sebastian Matta ispirati ai «maestri» Marx e Freud
di Sebastiano Grasso
I doli arcaici, totem tribali, anfore che finiscono per assomigliare a teste mostruose (non fatte certo per contenere liquidi, ma per suggestionare), sedie con le corna (per cui se qualcuno si siede...). Una ventata di surrealismo bronzeo ha invaso il giardino veneziano di Palazzo Soranzo Cappello. «Evento collaterale della 56ma Biennale». Uno dei tanti. Stavolta si tratta di una quarantina di sculture di Sebastian Matta (1911-2002).
La mostra (sino a 15 ottobre) è curata da Flaminio Gualdoni e da Alessia Calarota (catalogo Silvana). Un ritorno a Venezia, anzi alla Biennale. Anche nella scorsa edizione (2013), infatti, Matta aveva fatto capolino nella mostra d’arte internazionale della Laguna (quale migliore teatro?). Sempre come evento collaterale, alla Fondazione Querini Stampalia, con due dei sei figli: Gordon Matta-Clark (1943-1978) e Pablo Echaurren (1951). Una festa di famiglia, anche se con un solo superstite.
Le sculture vanno dagli anni Settanta al 1993. Un certo numero sono state fuse nel 2009 (Matta è morto nel 2002), come riportato fedelmente in catalogo. Già negli anni Quaranta, l’artista disegnava figure primitive che ricordavano l’universo magico dell’America Latina; soggetti arcaici, stilizzati, frutto di una inesauribile, straordinaria fantasia. Non si dimentichi che Matta, anche se di famiglia basca, era nato a Santiago del Cile e che la sua formazione aveva risentito prima della cultura precolombiana e cilena, poi, una volta venuto in Europa, di quella mediterranea ed etrusca. Aggiungete il suo apprendistato nella tribù surrealista e il gioco è fatto.
Figure «strane», s’è detto; un po’ come i suoi animali, non contemplati nei testi di zoologia, o come i suoi fiori senza profumo. A Parigi, Matta aveva cominciato a lavorare come architetto nello studio di un genio come Le Corbusier. Solo che all’architettura tradizionale aveva preferito quella fantastica. Una buona mano, in questo senso, gliela aveva data la scrittura automatica di Breton.
Intrapresa la strada, non l’aveva mai abbandonata, anche se era rimasto per suo conto e con le sue regole («Ero come Gesù nel tempio coi dottori della legge: un fanciullo. Mi diedero un credo, affetto e l’iniziazione al verbo essere»). E il Surrealismo «dogmatico»? Non faceva per lui; così lo aveva trasformato secondo necessità («Miravo a cogliere il cambiamento, come mi aveva insegnato Duchamp»). Matta voleva scavare nell’uomo, vedere all’interno e fuori della realtà percepibile («Marx e Freud sono molto più pittori di Delacroix perché vedevano le realtà nascoste; ed è questa la funzione del verbo vedere»). Anche se nel caso particolare si riferiva alla pittura, la stessa considerazione vale per le sculture.
Si faccia attenzione alla loro composizione: idoli giganti che ne assorbono altri; simboli vari; aperture che ricordano gli sportelli delle cucine di ferro d’una volta; tavole segniche con linguaggi misteriosi; intarsi; fregi; copricapo ironici; frammenti di un po’ di tutto.
Un’opera è intitolata Leonardando Vinci : vaso con una struttura «arabescata» (grandi ali di pipistrello?) che, naturalmente, richiama il genio rinascimentale. A proposito del ruolo dell’artista, Matta cita spesso Leonardo che gli aveva insegnato «come sia necessario andare al di là dell’apparenza per vedere la realtà virulenta nella quale navighiamo».
Alla fine, conclude Matta, «chiamiamo realtà solo i frammenti della fenomenale tempesta quotidiana che la nostra percezione limitata, mutilata, manipolata maschera».
A questo punto è necessaria una mediazione. Chi può darla? Soltanto un artista. Quale? E, poi, Matta a chi pensava di assomigliare? «Non lo so – diceva -, credo di essere Chaplin». Ma era convinto anche di essere un ciclone. Che inglobava le vibrazioni delle ali di una mosca, il sistema di una farfalla o quello della zampa di una pulce. Parole di Lautréamont quando invitava a questo tipo di riflessione: «Bello come lo sviluppo d’una malattia polmonare».
A Matta piaceva citare questa frase piuttosto feroce perché egli era feroce. Presentando nel ’63, a Milano, la mostra dell’artista cileno, alla galleria di Arturo Schwarz, Italo Calvino lo aveva definito: aggressivo, allegro e feroce.
Ma solo essendo così, aveva concluso, si può scoprire su questo mondo «quali vie, quali sussulti e spasimi, quali smorfie e quali atti inconsulti si agitano, come mosse dal suono d’un sassofono sotterraneo».
Tutti i totem di Sebastian Matta ispirati ai «maestri» Marx e Freud
di Sebastiano Grasso
I doli arcaici, totem tribali, anfore che finiscono per assomigliare a teste mostruose (non fatte certo per contenere liquidi, ma per suggestionare), sedie con le corna (per cui se qualcuno si siede...). Una ventata di surrealismo bronzeo ha invaso il giardino veneziano di Palazzo Soranzo Cappello. «Evento collaterale della 56ma Biennale». Uno dei tanti. Stavolta si tratta di una quarantina di sculture di Sebastian Matta (1911-2002).
La mostra (sino a 15 ottobre) è curata da Flaminio Gualdoni e da Alessia Calarota (catalogo Silvana). Un ritorno a Venezia, anzi alla Biennale. Anche nella scorsa edizione (2013), infatti, Matta aveva fatto capolino nella mostra d’arte internazionale della Laguna (quale migliore teatro?). Sempre come evento collaterale, alla Fondazione Querini Stampalia, con due dei sei figli: Gordon Matta-Clark (1943-1978) e Pablo Echaurren (1951). Una festa di famiglia, anche se con un solo superstite.
Le sculture vanno dagli anni Settanta al 1993. Un certo numero sono state fuse nel 2009 (Matta è morto nel 2002), come riportato fedelmente in catalogo. Già negli anni Quaranta, l’artista disegnava figure primitive che ricordavano l’universo magico dell’America Latina; soggetti arcaici, stilizzati, frutto di una inesauribile, straordinaria fantasia. Non si dimentichi che Matta, anche se di famiglia basca, era nato a Santiago del Cile e che la sua formazione aveva risentito prima della cultura precolombiana e cilena, poi, una volta venuto in Europa, di quella mediterranea ed etrusca. Aggiungete il suo apprendistato nella tribù surrealista e il gioco è fatto.
Figure «strane», s’è detto; un po’ come i suoi animali, non contemplati nei testi di zoologia, o come i suoi fiori senza profumo. A Parigi, Matta aveva cominciato a lavorare come architetto nello studio di un genio come Le Corbusier. Solo che all’architettura tradizionale aveva preferito quella fantastica. Una buona mano, in questo senso, gliela aveva data la scrittura automatica di Breton.
Intrapresa la strada, non l’aveva mai abbandonata, anche se era rimasto per suo conto e con le sue regole («Ero come Gesù nel tempio coi dottori della legge: un fanciullo. Mi diedero un credo, affetto e l’iniziazione al verbo essere»). E il Surrealismo «dogmatico»? Non faceva per lui; così lo aveva trasformato secondo necessità («Miravo a cogliere il cambiamento, come mi aveva insegnato Duchamp»). Matta voleva scavare nell’uomo, vedere all’interno e fuori della realtà percepibile («Marx e Freud sono molto più pittori di Delacroix perché vedevano le realtà nascoste; ed è questa la funzione del verbo vedere»). Anche se nel caso particolare si riferiva alla pittura, la stessa considerazione vale per le sculture.
Si faccia attenzione alla loro composizione: idoli giganti che ne assorbono altri; simboli vari; aperture che ricordano gli sportelli delle cucine di ferro d’una volta; tavole segniche con linguaggi misteriosi; intarsi; fregi; copricapo ironici; frammenti di un po’ di tutto.
Un’opera è intitolata Leonardando Vinci : vaso con una struttura «arabescata» (grandi ali di pipistrello?) che, naturalmente, richiama il genio rinascimentale. A proposito del ruolo dell’artista, Matta cita spesso Leonardo che gli aveva insegnato «come sia necessario andare al di là dell’apparenza per vedere la realtà virulenta nella quale navighiamo».
Alla fine, conclude Matta, «chiamiamo realtà solo i frammenti della fenomenale tempesta quotidiana che la nostra percezione limitata, mutilata, manipolata maschera».
A questo punto è necessaria una mediazione. Chi può darla? Soltanto un artista. Quale? E, poi, Matta a chi pensava di assomigliare? «Non lo so – diceva -, credo di essere Chaplin». Ma era convinto anche di essere un ciclone. Che inglobava le vibrazioni delle ali di una mosca, il sistema di una farfalla o quello della zampa di una pulce. Parole di Lautréamont quando invitava a questo tipo di riflessione: «Bello come lo sviluppo d’una malattia polmonare».
A Matta piaceva citare questa frase piuttosto feroce perché egli era feroce. Presentando nel ’63, a Milano, la mostra dell’artista cileno, alla galleria di Arturo Schwarz, Italo Calvino lo aveva definito: aggressivo, allegro e feroce.
Ma solo essendo così, aveva concluso, si può scoprire su questo mondo «quali vie, quali sussulti e spasimi, quali smorfie e quali atti inconsulti si agitano, come mosse dal suono d’un sassofono sotterraneo».
Corriere 5.6.15
Quanto costa un anno di vita in più
Ai confini della bioetica: i farmaci anticancro, efficaci ma carissimi, che i governi scelgono di non rimborsare
di Pierluigi Battista
Il dibattito sui farmaci anticancro più cari che alcuni governi decidono di non rimborsare
nella guerra che la medicina non riesce ancora a vincere contro il cancro, c’è il rischio che due, tre anni di vita da «vivi» debbano esibire il cartellino con su scritto un prezzo. Siano sottoposti a una scelta politica in un programma mirato di risparmi della spesa pubblica. L’ultimo caso? Il sistema sanitario inglese che nega il rimborso dell’«olaparib», nuovo farmaco importantissimo per affrontare il tumore all’ovaio.
«Non lasciare che io muoia mentre sono ancora vivo». Sono le parole di una preghiera ebraica che Sheryl Sandberg, ceo di Facebook, ha voluto trascrivere nel ricordo di suo marito Dave, morto esattamente un mese fa. Solo «adesso», scrive la Sandberg, è riuscita ad afferrarne il senso. Solo adesso ha capito il significato che il tempo ha nella vita di una persona. Un valore incommensurabile, quando si è «ancora vivi». Adesso invece, nella guerra che la medicina non riesce ancora a vincere contro il cancro, c’è il rischio che due, tre anni di vita da «vivi» siano costretti a esibire il cartellino con su scritto un prezzo. Siano sottoposti a una decisione politica in un programma mirato di risparmi della spesa pubblica. Diventino merce di scambio per evitare la bancarotta del Welfare.
Lo ha scritto Adriana Bazzi sul Corriere: il sistema sanitario inglese nega il rimborso dell’«olaparib»,un nuovo farmaco importantissimo per affrontare il tumore all’ovaio, circa 5.700 euro mensili per ogni paziente. La stessa cosa è avvenuta qualche mese fa per una molecola utile per aiutare la battaglia contro il cancro al seno. Si oltrepassa un confine bioetico sottile. Si negano le cure a un malato che potrebbe guadagnare anni di vita. Si lasciano morire donne e uomini che sono ancora vivi, parafrasando la preghiera citata dalla Sandberg. Gli economisti più attenti se ne erano accorti già da tempo .
Uno studio, intitolato «Rapporto Sullivan», prevedeva che le nuove medicine antitumorali avrebbero pesato con un costo insostenibile per i conti dei sistemi sanitari. Amartya Sen si era già impegnato, inascoltato, per lanciare «un Health Impact Fund che punta a remunerare le industrie che distribuiscono i nuovi prodotti». Perché è inutile girare attorno alla questione con perifrasi, eufemismi, formule edulcoranti, rassicurazioni ipocrite. È inutile negare che la ricerca per nuovi farmaci contro il cancro molto spesso non «guarisce», non lascia aspettative di vita lunghissime, non sana in modo definitivo. Ma aiuta a prolungare la vita, a permettere ai vivi di restare vivi altri anni, e la Sandberg ha spiegato bene cosa significa che importanza ha la vita quando si è «ancora vivi», fosse solo per un mese in più. Ma allora, possono legittimamente sostenere gli economisti, i politici, i responsabili dei bilanci, chi è attento alla stabilità dei conti, chi si muove sul terreno razionale del rapporto costi-benefici, se non si tratta di guarire, ma di prolungare di qualche anno la vita, ha un senso dissanguare le finanze pubbliche per qualche centinaio di giorni in più? Che prezzo ha mantenere in vita quelli che «sono ancora vivi» per qualche mese, qualche anno, senza la speranza di una guarigione definitiva?
Quanto costano due anni di vita in più? Questa è la nuova domanda bioetica che saremmo prima o poi costretti ad affrontare. La battaglia contro il cancro ha fatto passi giganteschi. Oramai si ottengono risultati dalla medicina, dalla chirurgia, dalla radioterapia, insperati fino a qualche anno fa. Ma dobbiamo convivere con la fine di un’illusione: che prima o poi venga scoperta una pillola miracolosa in grado di debellare il cancro, la terapia risolutiva, definitiva che farà ricca l’industria farmaceutica che la troverà dopo aver finanziato la ricerca e potrà essere distribuita a prezzi contenuti perché la sua diffusione universale porterà gigantesche remunerazioni a chi ha avuto la fortuna e la bravura di scoprire la formula magica. No, oramai la ricerca ha preso una direzione opposta: punta all’individualizzazione della cura, non alla sua universalizzazione come è avvenuto e tuttora avviene con la chemioterapia, alla singola mutazione genetica da colpire con farmaci miratissimi. E che dunque, potendo raggiungere una fascia ristretta di malati, non potrà che produrre farmaci costosissimi. Come i 5.700 euro al mese per l’«olaparib» di cui scrive Adriana Bazzi: come è possibile sostenere a lungo costi così elevati?
Ma come è possibile negare anni, o forse mesi di vita a chi ancora può vivere decentemente e addirittura brillantemente? Che può vivere pienamente, non inchiodato a un letto in un’agonia angosciosa e dolorosa, ma nella ricchezza di un’esistenza piena di affetti e di luoghi, di persone, di volti, di gusti, di viaggi? Vita vera, e non un antipasto della morte? Ecco perché la decisione del sistema sanitario inglese trasmette una grande angoscia, mortifica chi è malato e non vuole che lo si «lasci morire» e non vuole per di più essere colpevolizzato per la bancarotta del Welfare. Cancella speranze fondamentali. Perché non c’è solo la speranza di guarire, ma quella di vivere ancora, di prolungare l’esistenza riempiendola ancora di senso e di significato. E le politiche del bilancio pubblico non possono pensare che due anni di vita, tre anni di vita, cinque anni di vita siano troppo costosi, che siano insostenibili. Se esiste qualcosa che assomigli alla «bioetica», ora è il caso di intervenire. Non lasciate che muoia la speranza fino a che è ancora viva.
Quanto costa un anno di vita in più
Ai confini della bioetica: i farmaci anticancro, efficaci ma carissimi, che i governi scelgono di non rimborsare
di Pierluigi Battista
Il dibattito sui farmaci anticancro più cari che alcuni governi decidono di non rimborsare
nella guerra che la medicina non riesce ancora a vincere contro il cancro, c’è il rischio che due, tre anni di vita da «vivi» debbano esibire il cartellino con su scritto un prezzo. Siano sottoposti a una scelta politica in un programma mirato di risparmi della spesa pubblica. L’ultimo caso? Il sistema sanitario inglese che nega il rimborso dell’«olaparib», nuovo farmaco importantissimo per affrontare il tumore all’ovaio.
«Non lasciare che io muoia mentre sono ancora vivo». Sono le parole di una preghiera ebraica che Sheryl Sandberg, ceo di Facebook, ha voluto trascrivere nel ricordo di suo marito Dave, morto esattamente un mese fa. Solo «adesso», scrive la Sandberg, è riuscita ad afferrarne il senso. Solo adesso ha capito il significato che il tempo ha nella vita di una persona. Un valore incommensurabile, quando si è «ancora vivi». Adesso invece, nella guerra che la medicina non riesce ancora a vincere contro il cancro, c’è il rischio che due, tre anni di vita da «vivi» siano costretti a esibire il cartellino con su scritto un prezzo. Siano sottoposti a una decisione politica in un programma mirato di risparmi della spesa pubblica. Diventino merce di scambio per evitare la bancarotta del Welfare.
Lo ha scritto Adriana Bazzi sul Corriere: il sistema sanitario inglese nega il rimborso dell’«olaparib»,un nuovo farmaco importantissimo per affrontare il tumore all’ovaio, circa 5.700 euro mensili per ogni paziente. La stessa cosa è avvenuta qualche mese fa per una molecola utile per aiutare la battaglia contro il cancro al seno. Si oltrepassa un confine bioetico sottile. Si negano le cure a un malato che potrebbe guadagnare anni di vita. Si lasciano morire donne e uomini che sono ancora vivi, parafrasando la preghiera citata dalla Sandberg. Gli economisti più attenti se ne erano accorti già da tempo .
Uno studio, intitolato «Rapporto Sullivan», prevedeva che le nuove medicine antitumorali avrebbero pesato con un costo insostenibile per i conti dei sistemi sanitari. Amartya Sen si era già impegnato, inascoltato, per lanciare «un Health Impact Fund che punta a remunerare le industrie che distribuiscono i nuovi prodotti». Perché è inutile girare attorno alla questione con perifrasi, eufemismi, formule edulcoranti, rassicurazioni ipocrite. È inutile negare che la ricerca per nuovi farmaci contro il cancro molto spesso non «guarisce», non lascia aspettative di vita lunghissime, non sana in modo definitivo. Ma aiuta a prolungare la vita, a permettere ai vivi di restare vivi altri anni, e la Sandberg ha spiegato bene cosa significa che importanza ha la vita quando si è «ancora vivi», fosse solo per un mese in più. Ma allora, possono legittimamente sostenere gli economisti, i politici, i responsabili dei bilanci, chi è attento alla stabilità dei conti, chi si muove sul terreno razionale del rapporto costi-benefici, se non si tratta di guarire, ma di prolungare di qualche anno la vita, ha un senso dissanguare le finanze pubbliche per qualche centinaio di giorni in più? Che prezzo ha mantenere in vita quelli che «sono ancora vivi» per qualche mese, qualche anno, senza la speranza di una guarigione definitiva?
Quanto costano due anni di vita in più? Questa è la nuova domanda bioetica che saremmo prima o poi costretti ad affrontare. La battaglia contro il cancro ha fatto passi giganteschi. Oramai si ottengono risultati dalla medicina, dalla chirurgia, dalla radioterapia, insperati fino a qualche anno fa. Ma dobbiamo convivere con la fine di un’illusione: che prima o poi venga scoperta una pillola miracolosa in grado di debellare il cancro, la terapia risolutiva, definitiva che farà ricca l’industria farmaceutica che la troverà dopo aver finanziato la ricerca e potrà essere distribuita a prezzi contenuti perché la sua diffusione universale porterà gigantesche remunerazioni a chi ha avuto la fortuna e la bravura di scoprire la formula magica. No, oramai la ricerca ha preso una direzione opposta: punta all’individualizzazione della cura, non alla sua universalizzazione come è avvenuto e tuttora avviene con la chemioterapia, alla singola mutazione genetica da colpire con farmaci miratissimi. E che dunque, potendo raggiungere una fascia ristretta di malati, non potrà che produrre farmaci costosissimi. Come i 5.700 euro al mese per l’«olaparib» di cui scrive Adriana Bazzi: come è possibile sostenere a lungo costi così elevati?
Ma come è possibile negare anni, o forse mesi di vita a chi ancora può vivere decentemente e addirittura brillantemente? Che può vivere pienamente, non inchiodato a un letto in un’agonia angosciosa e dolorosa, ma nella ricchezza di un’esistenza piena di affetti e di luoghi, di persone, di volti, di gusti, di viaggi? Vita vera, e non un antipasto della morte? Ecco perché la decisione del sistema sanitario inglese trasmette una grande angoscia, mortifica chi è malato e non vuole che lo si «lasci morire» e non vuole per di più essere colpevolizzato per la bancarotta del Welfare. Cancella speranze fondamentali. Perché non c’è solo la speranza di guarire, ma quella di vivere ancora, di prolungare l’esistenza riempiendola ancora di senso e di significato. E le politiche del bilancio pubblico non possono pensare che due anni di vita, tre anni di vita, cinque anni di vita siano troppo costosi, che siano insostenibili. Se esiste qualcosa che assomigli alla «bioetica», ora è il caso di intervenire. Non lasciate che muoia la speranza fino a che è ancora viva.
Repubblica 5.6.15
Il vero Amore
di Michela Marzano
MENTRE nella cattolicissima Irlanda sono stati una valanga i “sì” al matrimonio gay, in Italia, tutto resta terribilmente immobile. Anzi, forse peggiora. Come se il riconoscimento progressivo della necessità di rispettare ognuno di noi per quello che è, fosse intollerabile.
ECHE lo sia per chi, invece di aprirsi alla tolleranza, utilizza la fede per imporre a tutti un rigido “dover essere”. Non solo allora, dopo il referendum, si è dovuto assistere al laconico commento del Cardinal Parolin, Segretario di Stato Vaticano, che non ha esitato a parlare di una “sconfitta dell’umanità”. Ma in questi giorni sembra anche tornare in auge l’assurda idea della possibilità di guarire dall’omosessualità. «Lasciatevi aiutare dal Signore. Voi non siete gay, ma solo persone con un problema», si sente dire al Centro di Spiritualità Sant’Obizio, come ha raccontato Repubblica. L’omosessualità come una malattia da sradicare, una ferita da curare, un problema da risolvere. Per poter così tornare alla normalità, ripristinando la mascolinità e la femminilità. Ma di che cosa stiamo parlanzioni esattamente? Chi dovrebbe guarire esattamente da cosa? Perché ormai lo sappiamo bene che l’omosessualità, esattamente come l’eterosessualità, è solo un orientamento sessuale. È un modo di essere e di amare. Qualcosa che non si sceglie, non si cambia, non si cura. Perché non c’è niente da cui guarire o da curare. C’è solo qualcosa da riconoscere e accettare. Qualcosa che fa parte della propria identità, quella con la quale prima o poi tutti dobbiamo fare i conti, anche quando ci sono cose che vorremmo che fossero diverse, cose che magari non sopportiamo di noi stessi, cose con le quali, però, non possiamo far altro che convivere. Ma questo, appunto, riguarda sia gli omosessuali, sia gli eterosessuali. Senza che qualcuno venga a spiegarci che, da bambini, qualcosa non ha funzionato. Un padre distante o una madre assente. Un padre severo o una madre assillante. Tanto, quando eravamo bambini, sicuramente qualcosa non ha funzionato per ognuno di noi. E non è colpa di nessuno. È la vita. E così che vanno le cose. E, in fondo, va bene. A patto che non ci sia poi chi, senz’altro con le migliori intendo — ma, si sa, è l’inferno che è lastricato delle migliori intenzioni — non intervenga per farci sentire colpevoli, aggiungendo così ulteriore sofferenza alla sofferenza che, forse, si è già vissuta. Ancora una volta indipendentemente dal fatto che siamo omosessuali o eterosessuali.
«La guarigione dipende da quanto si apre il nostro cuore a Gesù», dicono ancora i leader del gruppo Lot di Sant’Obizio. Ma chi lo chiude il proprio cuore a Gesù? Chi non fa altro che prendere atto di ciò che è e di chi ama — chiedendo agli altri rispetto, accettazione, riconoscimento e diritto di esistere così com’è — oppure chi decide che non va bene, che si deve cambiare, che ci si deve sforzare, che basta un piccolo sacrificio e poi tutto torna a posto? Difficile accettarsi quando intorno a noi c’è solo commiserazione. Difficile persino raccapezzarsi con le parole che si trovano nel Vangelo, dove in fondo è sempre questione di inclusione e di carità, quando si sentono invocare, nel nome della fede, la “sconfitta dell’umanità” o l’“abominio” della propria malattia. Anche se, ovviamente, non c’è proprio nulla da riparare o da correggere. A parte forse lo sguardo giudicante di chi, dimenticando persino la pietà, ci chiede di essere diversi da quello che siamo.
Il vero Amore
di Michela Marzano
MENTRE nella cattolicissima Irlanda sono stati una valanga i “sì” al matrimonio gay, in Italia, tutto resta terribilmente immobile. Anzi, forse peggiora. Come se il riconoscimento progressivo della necessità di rispettare ognuno di noi per quello che è, fosse intollerabile.
ECHE lo sia per chi, invece di aprirsi alla tolleranza, utilizza la fede per imporre a tutti un rigido “dover essere”. Non solo allora, dopo il referendum, si è dovuto assistere al laconico commento del Cardinal Parolin, Segretario di Stato Vaticano, che non ha esitato a parlare di una “sconfitta dell’umanità”. Ma in questi giorni sembra anche tornare in auge l’assurda idea della possibilità di guarire dall’omosessualità. «Lasciatevi aiutare dal Signore. Voi non siete gay, ma solo persone con un problema», si sente dire al Centro di Spiritualità Sant’Obizio, come ha raccontato Repubblica. L’omosessualità come una malattia da sradicare, una ferita da curare, un problema da risolvere. Per poter così tornare alla normalità, ripristinando la mascolinità e la femminilità. Ma di che cosa stiamo parlanzioni esattamente? Chi dovrebbe guarire esattamente da cosa? Perché ormai lo sappiamo bene che l’omosessualità, esattamente come l’eterosessualità, è solo un orientamento sessuale. È un modo di essere e di amare. Qualcosa che non si sceglie, non si cambia, non si cura. Perché non c’è niente da cui guarire o da curare. C’è solo qualcosa da riconoscere e accettare. Qualcosa che fa parte della propria identità, quella con la quale prima o poi tutti dobbiamo fare i conti, anche quando ci sono cose che vorremmo che fossero diverse, cose che magari non sopportiamo di noi stessi, cose con le quali, però, non possiamo far altro che convivere. Ma questo, appunto, riguarda sia gli omosessuali, sia gli eterosessuali. Senza che qualcuno venga a spiegarci che, da bambini, qualcosa non ha funzionato. Un padre distante o una madre assente. Un padre severo o una madre assillante. Tanto, quando eravamo bambini, sicuramente qualcosa non ha funzionato per ognuno di noi. E non è colpa di nessuno. È la vita. E così che vanno le cose. E, in fondo, va bene. A patto che non ci sia poi chi, senz’altro con le migliori intendo — ma, si sa, è l’inferno che è lastricato delle migliori intenzioni — non intervenga per farci sentire colpevoli, aggiungendo così ulteriore sofferenza alla sofferenza che, forse, si è già vissuta. Ancora una volta indipendentemente dal fatto che siamo omosessuali o eterosessuali.
«La guarigione dipende da quanto si apre il nostro cuore a Gesù», dicono ancora i leader del gruppo Lot di Sant’Obizio. Ma chi lo chiude il proprio cuore a Gesù? Chi non fa altro che prendere atto di ciò che è e di chi ama — chiedendo agli altri rispetto, accettazione, riconoscimento e diritto di esistere così com’è — oppure chi decide che non va bene, che si deve cambiare, che ci si deve sforzare, che basta un piccolo sacrificio e poi tutto torna a posto? Difficile accettarsi quando intorno a noi c’è solo commiserazione. Difficile persino raccapezzarsi con le parole che si trovano nel Vangelo, dove in fondo è sempre questione di inclusione e di carità, quando si sentono invocare, nel nome della fede, la “sconfitta dell’umanità” o l’“abominio” della propria malattia. Anche se, ovviamente, non c’è proprio nulla da riparare o da correggere. A parte forse lo sguardo giudicante di chi, dimenticando persino la pietà, ci chiede di essere diversi da quello che siamo.
Corriere 5.6.15
1914, l’Italia neutrale. Ma non fu un tradimento
risponde Sergio Romano
Dopo quanto è stato detto e scritto sulla Triplice in occasione del centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande guerra, vorrei ricordare che l’Alleanza era esclusivamente difensiva e quindi non impegnava gli altri in caso di attacco quale fu quello alla Serbia. Del resto fin dal 1908 la Triplice era stata intaccata dall’annessione della Bosnia Erzegovina.
Paolo Sluga
Caro Sluga,
Quando l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, nel giugno del 1914, ebbe per effetto il brusco peggioramento dei rapporti fra l’Austria e la Serbia, esisteva già un precedente. Un anno prima, alla fine di giugno, con lo scoppio delle ostilità fra la Bulgaria e la Serbia, era iniziata una nuova guerra balcanica, un ennesimo episodio nella storia della spartizione dell’Impero ottomano. L’Austria temette subito che una Serbia vittoriosa avrebbe progressivamente esteso il suo potere sull’intera penisola e insidiato le terre slave dell’Impero asburgico. A Vienna, il capo di Stato maggiore austriaco raccomandò la guerra, anche a costo di provocare l’intervento della Russia. Ma prima di agire occorreva convincere gli alleati, Germania e Italia, che la minaccia rappresentata dalla Serbia era fra quelle previste dalla Triplice per consentire allo Stato aggredito di chiedere aiuto ai suoi alleati.
La Germania raccomandò prudenza e il ministro degli Esteri italiano, dopo averne parlato con il presidente del Consiglio (era Giovanni Giolitti), disse all’ambasciatore d’Austria a Roma che la percezione di una possibile minaccia non bastava a giustificare una guerra. «Anche la Germania — gli disse — si sente continuamente minacciata dalla Francia; eppure non attacca la sua vicina né cerca di provocare un attacco».
Durante la crisi di Sarajevo, Giolitti non più presidente del Consiglio (era stato sostituito da Antonio Salandra), non era in Italia. Seguì la vicenda da Vichy dove passò una parte del mese di luglio, e da Londra dove rimase per qualche giorno. Poi, mentre la guerra era ormai alle porte, decise di rientrare, ma fece sosta a Parigi ed ebbe un lungo colloquio con il reggente dell’ambasciata d’Italia. Gli raccomandò caldamente di riferire a Roma le sue impressioni. Era convinto che la crisi austro-serba del 1914 fosse la ripetizione di quella del 1913 e che Vienna fosse ancora una volta alla ricerca di un pretesto per saldare i suoi conti con Belgrado. Come nel 1913, occorreva dire agli austriaci con fermezza che l’Italia, nell’eventualità di un conflitto, non si sarebbe sentita vincolata dagli impegni della Triplice Alleanza. Il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, nel frattempo era giunto alla stessa conclusione e aveva annunciato pubblicamente la neutralità dell’Italia. Era il 2 agosto 1914. Forse anche questo centenario avrebbe meritato una celebrazione.
1914, l’Italia neutrale. Ma non fu un tradimento
risponde Sergio Romano
Dopo quanto è stato detto e scritto sulla Triplice in occasione del centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande guerra, vorrei ricordare che l’Alleanza era esclusivamente difensiva e quindi non impegnava gli altri in caso di attacco quale fu quello alla Serbia. Del resto fin dal 1908 la Triplice era stata intaccata dall’annessione della Bosnia Erzegovina.
Paolo Sluga
Caro Sluga,
Quando l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, nel giugno del 1914, ebbe per effetto il brusco peggioramento dei rapporti fra l’Austria e la Serbia, esisteva già un precedente. Un anno prima, alla fine di giugno, con lo scoppio delle ostilità fra la Bulgaria e la Serbia, era iniziata una nuova guerra balcanica, un ennesimo episodio nella storia della spartizione dell’Impero ottomano. L’Austria temette subito che una Serbia vittoriosa avrebbe progressivamente esteso il suo potere sull’intera penisola e insidiato le terre slave dell’Impero asburgico. A Vienna, il capo di Stato maggiore austriaco raccomandò la guerra, anche a costo di provocare l’intervento della Russia. Ma prima di agire occorreva convincere gli alleati, Germania e Italia, che la minaccia rappresentata dalla Serbia era fra quelle previste dalla Triplice per consentire allo Stato aggredito di chiedere aiuto ai suoi alleati.
La Germania raccomandò prudenza e il ministro degli Esteri italiano, dopo averne parlato con il presidente del Consiglio (era Giovanni Giolitti), disse all’ambasciatore d’Austria a Roma che la percezione di una possibile minaccia non bastava a giustificare una guerra. «Anche la Germania — gli disse — si sente continuamente minacciata dalla Francia; eppure non attacca la sua vicina né cerca di provocare un attacco».
Durante la crisi di Sarajevo, Giolitti non più presidente del Consiglio (era stato sostituito da Antonio Salandra), non era in Italia. Seguì la vicenda da Vichy dove passò una parte del mese di luglio, e da Londra dove rimase per qualche giorno. Poi, mentre la guerra era ormai alle porte, decise di rientrare, ma fece sosta a Parigi ed ebbe un lungo colloquio con il reggente dell’ambasciata d’Italia. Gli raccomandò caldamente di riferire a Roma le sue impressioni. Era convinto che la crisi austro-serba del 1914 fosse la ripetizione di quella del 1913 e che Vienna fosse ancora una volta alla ricerca di un pretesto per saldare i suoi conti con Belgrado. Come nel 1913, occorreva dire agli austriaci con fermezza che l’Italia, nell’eventualità di un conflitto, non si sarebbe sentita vincolata dagli impegni della Triplice Alleanza. Il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, nel frattempo era giunto alla stessa conclusione e aveva annunciato pubblicamente la neutralità dell’Italia. Era il 2 agosto 1914. Forse anche questo centenario avrebbe meritato una celebrazione.
Corriere 5.6.15
I Greci erano misteriosi e irrazionali
di Eva Cantarella
È un’associazione inconsueta quella tra la magia e gli antichi, cui è dedicato l’ultimo libro di Giulio Guidorizzi intitolato La trama segreta del mondo (il Mulino, pp. 242, e 16). È un’associazione inconsueta perché il libro presenta un aspetto dei greci al quale non siamo abituati a pensare. Per effetto di una lunga tradizione, i greci sono per noi un popolo che sa dominare le passioni, controllato e razionale: i primi illuministi della nostra storia. Così ci hanno insegnato a pensarli autori come B. Snell e W. Jaeger, per citare i più famosi. E anche se a farci dubitare che essi non fossero totalmente ed esclusivamente razionali è arrivato nel 1951 I greci e l’irrazionale di E.Dodds, nell’immaginario collettivo la Grecia è rimasta legata a un’ideale incrollabile di perfezione, serenità e imperturbabilità.
Questo libro invece racconta una Grecia popolata da persone reali, non immuni da quelle incertezze e quelle angosce che anche in loro, trovavano conforto nella fiducia nel potere della magia. Sono questi infatti i greci che incontriamo -dopo i primi capitoli del libro dedicati alla storia degli studi sul pensiero magico e sui principi della magia - quando Guidorizzi inizia la ricognizione delle più svariate credenze magiche inframmezzata alla storia degli intermediari tra il mondo sensibile e quello occulto, vale a dire dei maghi e delle maghe. delle fattucchiere e dei negromanti.
Tra i tanti possibili esempi, limitiamoci a un paio: una maga, Medea, figlia del re della Colchide e innamorata di Giasone, lo aiuta a riportare in Grecia il famoso vello d’oro. Un’impresa famosa, che peraltro richiede una serie di magie. La prima: Giasone riceve in dono da Afrodite un incantesimo, che le fa dimenticare amore e rispetto per la famiglia e la patria. La seconda: Giasone sconfigge il drago che custodisce il vello d’oro grazie agli incantesimi che gli ha insegnato Medea). La terza: durante il viaggio di ritorno in Grecia, la nave di Giasone è inseguita dalla flotta del padre di Medea. Che per rallentare l’inseguimento uccide suo fratello smembrandolo e gettando uno a uno i pezzi del cadavere in mare, con una procedura densa di elementi magici. La quarta: giunta a Iolco, patria di Giasone, dopo aver dimostrato di poter ringiovanire esseri viventi gettando un caprone in un calderone bollente assieme a delle erbe magiche, usa la stessa magie per uccidere bollendolo lo zio-rivale di Giasone…
Certo, trattandosi di storia mitica, quella di Medea non dimostra la storicità delle magie evocate: in effetti, è difficile immaginare un uso sociale della magia di ringiovanimento. Ma poco importa: al di là dei dettagli, il mito rinvia sempre a una realtà sociale: nella specie la diffusa fiducia popolare nell’esistenza di un mondo occulto e della possibilità, grazie alla magia, di raggiungere effetti altrimenti irraggiungibili. E veniamo a un esempio, tra i tanti, di una magia realmente, socialmente praticata, il celebre machalismos : per evitare che le anime dei morti ammazzati tornassero a vendicarsi di loro, gli assassini tagliavamo al morto naso, mani, piedi, orecchie e genitali (dove risiedeva la forza) e li legavano dietro alle sue spalle con una fune che passava sotto le loro ascelle(in greco maschalai ). La vendetta non era più possibile. Infine, una domanda: quale sarà lo spazio dell’occulto in un futuro nel quale i progressi scientifici possono far pensare a una sua riduzione? Guidorizzi sembra escludere una simile eventualità, e personalmente non posso che condividere la sua opinione.
I Greci erano misteriosi e irrazionali
di Eva Cantarella
È un’associazione inconsueta quella tra la magia e gli antichi, cui è dedicato l’ultimo libro di Giulio Guidorizzi intitolato La trama segreta del mondo (il Mulino, pp. 242, e 16). È un’associazione inconsueta perché il libro presenta un aspetto dei greci al quale non siamo abituati a pensare. Per effetto di una lunga tradizione, i greci sono per noi un popolo che sa dominare le passioni, controllato e razionale: i primi illuministi della nostra storia. Così ci hanno insegnato a pensarli autori come B. Snell e W. Jaeger, per citare i più famosi. E anche se a farci dubitare che essi non fossero totalmente ed esclusivamente razionali è arrivato nel 1951 I greci e l’irrazionale di E.Dodds, nell’immaginario collettivo la Grecia è rimasta legata a un’ideale incrollabile di perfezione, serenità e imperturbabilità.
Questo libro invece racconta una Grecia popolata da persone reali, non immuni da quelle incertezze e quelle angosce che anche in loro, trovavano conforto nella fiducia nel potere della magia. Sono questi infatti i greci che incontriamo -dopo i primi capitoli del libro dedicati alla storia degli studi sul pensiero magico e sui principi della magia - quando Guidorizzi inizia la ricognizione delle più svariate credenze magiche inframmezzata alla storia degli intermediari tra il mondo sensibile e quello occulto, vale a dire dei maghi e delle maghe. delle fattucchiere e dei negromanti.
Tra i tanti possibili esempi, limitiamoci a un paio: una maga, Medea, figlia del re della Colchide e innamorata di Giasone, lo aiuta a riportare in Grecia il famoso vello d’oro. Un’impresa famosa, che peraltro richiede una serie di magie. La prima: Giasone riceve in dono da Afrodite un incantesimo, che le fa dimenticare amore e rispetto per la famiglia e la patria. La seconda: Giasone sconfigge il drago che custodisce il vello d’oro grazie agli incantesimi che gli ha insegnato Medea). La terza: durante il viaggio di ritorno in Grecia, la nave di Giasone è inseguita dalla flotta del padre di Medea. Che per rallentare l’inseguimento uccide suo fratello smembrandolo e gettando uno a uno i pezzi del cadavere in mare, con una procedura densa di elementi magici. La quarta: giunta a Iolco, patria di Giasone, dopo aver dimostrato di poter ringiovanire esseri viventi gettando un caprone in un calderone bollente assieme a delle erbe magiche, usa la stessa magie per uccidere bollendolo lo zio-rivale di Giasone…
Certo, trattandosi di storia mitica, quella di Medea non dimostra la storicità delle magie evocate: in effetti, è difficile immaginare un uso sociale della magia di ringiovanimento. Ma poco importa: al di là dei dettagli, il mito rinvia sempre a una realtà sociale: nella specie la diffusa fiducia popolare nell’esistenza di un mondo occulto e della possibilità, grazie alla magia, di raggiungere effetti altrimenti irraggiungibili. E veniamo a un esempio, tra i tanti, di una magia realmente, socialmente praticata, il celebre machalismos : per evitare che le anime dei morti ammazzati tornassero a vendicarsi di loro, gli assassini tagliavamo al morto naso, mani, piedi, orecchie e genitali (dove risiedeva la forza) e li legavano dietro alle sue spalle con una fune che passava sotto le loro ascelle(in greco maschalai ). La vendetta non era più possibile. Infine, una domanda: quale sarà lo spazio dell’occulto in un futuro nel quale i progressi scientifici possono far pensare a una sua riduzione? Guidorizzi sembra escludere una simile eventualità, e personalmente non posso che condividere la sua opinione.
La Stampa 5.6.15
Hartmut Rosa
“Andiamo da nessuna parte ma sempre più in fretta”
Il sociologo della “accelerazione sociale” spiega perché la velocità non migliora più la nostra vita ma è diventata una fonte di ansia
intervista di Claudio Gallo
Hartmut Rosa, 50 anni fra due mesi, sociologo tedesco dell’università di Jena, è celebre per gli studi sui mutamenti sociali attraverso l’ «accelerazione sociale», come lui ha definito l’imperativo della velocità che pervade la società fin dalla modernità. Einaudi ha appena pubblicato il suo Accelerazione e alienazione, per una teoria critica della tarda modernità (pp X-125, € 18).
Professor Rosa, oggi si ha la percezione che l’orologio giri sempre più in fretta, come spiega questo fenomeno?
«Naturalmente, il tempo dell’orologio è sempre lo stesso. La percezione dell’accelerazione è un fenomeno psicologico che però ha delle cause sociali. Mettiamola così: il fatto che sentiamo di avere poco o molto tempo dipende dalla relazione del tempo a nostra disposizione con il tempo richiesto dalla lista delle cose da fare. Il problema della nostra società è che questi due fattori coincidono sempre meno, per riuscire a fare tutto servirebbero 48 ore al giorno. Così manca il tempo e noi abbiamo l’impressione che l’orologio scorra più in fretta. Questa sensazione ha anche un’altra causa: quando abbiamo una giornata eccitante il tempo vola via, ma pensandoci alla sera sentiamo che è stata una giornata molto lunga e ricca. Al contrario, quando abbiamo una giornata noiosa, spesa magari in una sala di attesa, il tempo non passa mai. Tuttavia, quando andiamo a letto e ci ripensiamo sembra che la giornata sia stata corta, inconsistente. Questo si chiama il paradosso del tempo. Sentiamo che la giornata è stata lunga quando lascia molte tracce nella memoria. Nella vita della tarda modernità abbiamo perso la capacità di ”appropriarci” delle nostre esperienze, facciamo un mucchio di cose che non ci coinvolgono veramente, alla sera abbiamo dimenticato tutto. Così sentiamo che il tempo passa velocemente».
E’ possibile individuare l’inizio dell’accelerazione del tempo nella storia?
«E’ difficile identificare un momento preciso, perché nel fenomeno convergono numerosi processi. Ma non c’è dubbio che a questo riguardo il XVIII secolo sia stato cruciale. Il cambiamento non è stato prodotto dalle nuove tecnologie ma al contrario la macchina a vapore, la ferrovia e la rivoluzione industriale furono risposte a un cambiamento di mentalità. Si cercava di andare più in fretta già prima delle nuove invenzioni, ad esempio cambiando più spesso i cavalli. Nel XVIII secolo ci fu un mutamento nel modo in cui la società si stabilizzava: da allora in poi per mantenere la stabilità bisognerà crescere: attraverso lo sviluppo economico, l’accelerazione tecnologica, l’innovazione culturale. Dopo il XVIII secolo l’accelerazione è necessaria per la stabilità sociale».
Perché le nostre vite vanno sempre più un fretta eppure ci sembra spesso di non muoverci affatto?
«Molti pensano che l’ossessione per la velocità e i cambiamenti intorno a noi siano fenomeni superficiali, che sotto ci sia una totale inerzia. Sembra che si stia andando ”da nessuna parte ma più in fretta” per parafrasare il titolo di un brano rock (Nowhere Fast, ndr). A partire dal XVIII secolo fino a non molto tempo fa, l’accelerazione, la crescita e l’innovazione erano percepiti come un progresso. L’accelerazione sociale era considerata un movimento della storia: attraverso la crescita economica si poteva vincere la scarsità materiale, attraverso tecnologie più veloci la scarsità di tempo, e grazie alla scienza e alla politica si poteva ottenere una vita migliore e più libera. Nel XXI secolo però il background culturale è cambiato radicalmente: l’accelerazione non serve più al progresso: è necessaria per non collassare. Se l’Italia, la Germania o la Grecia non accelerano, non possono mantenere la stabilità sociale, crolla lo status quo: la gente perde il lavoro, le fabbriche chiudono, diminuisce la ricchezza e il sistema politico è delegittimato. Per la prima volta nella storia occidentale ci si affanna perché i figli non abbiano una vita peggiore dei genitori. La gente sente che anno dopo anno deve andare più fretta soltanto per restare dov’è, come un criceto sulla ruota. La vita non sarà sempre meglio ma, al contrario, sempre più dura. Questa è per me la condizione postmoderna: non andiamo più verso un avvenire radioso ma corriamo per non cadere nell’abisso alle nostre spalle».
Alcuni autori accusano di questi mali il capitalismo, secondo lei invece le forze che guidano l’accelerazione sociale sono al di là del capitalismo…
«E’ vero che non do la colpa di tutto al capitalismo ma ciò non significa che il capitalismo non abbia un ruolo centrale nell’accelerazione. Il capitalismo è uno dei primi motori dell’accelerazione sociale: il tempo diventa merce rara, è denaro come diceva Benjamin Franklin. Essere più veloci degli altri è una necessità strutturale nel modo di produzione capitalistico. Sono convinto che senza cambiamenti nell’economia non usciremo mai dal ciclo dell’accelerazione. Il mercato e la competizione devono essere reintegrati nei nostri stili di vita sociali e culturali, non il contrario, devono essere limitati attraverso nuove forme di economia democratica. Penso a un reddito di cittadinanza legato a un sistema fiscale globale. Tuttavia il capitalismo non è l’unico colpevole. Ci sono altri fattori come la logica delle differenze funzionali, la divisione del lavoro e l’orientamento culturale che vede nella velocità una risposta al problema della finitudine e della morte: se vivo a una velocità doppia è come se vivessi due vite e così via. Credo che alla base del problema della velocità ci sia un orientamento culturale sbagliato (o almeno molto problematico) verso la vita e il mondo».
L’accelerazione sociale produce alienazione, come sfuggire a questa impasse?
«E’ impossibile lasciare la società così com’è e semplicemente rallentare. Non credo troppo alla Decelerazione o alla Slow Life, le risposte individuali non possono funzionare. L’alienazione si può superare solo con un nuovo modo di relazionarsi con il mondo. Potremmo chiamarlo ”Risonanza”. La Risonanza è l’opposto e l’alternativa all’alienazione. Noi non siamo alienati da un gruppo di persone (la famiglia, ad esempio) o da una situazione sociale (l’ambiente di lavoro) quando c’è una relazione risonante, attiva tra noi e loro. In quel caso ci sentiamo attivi, connessi ma anche capaci di relazionarci con gli altri. La Risonanza tuttavia non è uno stato emotivo: è una forma di rapporto e una caratteristica della società. Dunque per far sì che il mondo sia più risonante dobbiamo cambiare sia il nostro atteggiamento sia le strutture del nostro mondo sociale ed economico. Un’economia democratica, il reddito di cittadinanza e l’idea di Risonanza potrebbero essere componenti essenziali per un tale cambiamento».
Hartmut Rosa
“Andiamo da nessuna parte ma sempre più in fretta”
Il sociologo della “accelerazione sociale” spiega perché la velocità non migliora più la nostra vita ma è diventata una fonte di ansia
intervista di Claudio Gallo
Hartmut Rosa, 50 anni fra due mesi, sociologo tedesco dell’università di Jena, è celebre per gli studi sui mutamenti sociali attraverso l’ «accelerazione sociale», come lui ha definito l’imperativo della velocità che pervade la società fin dalla modernità. Einaudi ha appena pubblicato il suo Accelerazione e alienazione, per una teoria critica della tarda modernità (pp X-125, € 18).
Professor Rosa, oggi si ha la percezione che l’orologio giri sempre più in fretta, come spiega questo fenomeno?
«Naturalmente, il tempo dell’orologio è sempre lo stesso. La percezione dell’accelerazione è un fenomeno psicologico che però ha delle cause sociali. Mettiamola così: il fatto che sentiamo di avere poco o molto tempo dipende dalla relazione del tempo a nostra disposizione con il tempo richiesto dalla lista delle cose da fare. Il problema della nostra società è che questi due fattori coincidono sempre meno, per riuscire a fare tutto servirebbero 48 ore al giorno. Così manca il tempo e noi abbiamo l’impressione che l’orologio scorra più in fretta. Questa sensazione ha anche un’altra causa: quando abbiamo una giornata eccitante il tempo vola via, ma pensandoci alla sera sentiamo che è stata una giornata molto lunga e ricca. Al contrario, quando abbiamo una giornata noiosa, spesa magari in una sala di attesa, il tempo non passa mai. Tuttavia, quando andiamo a letto e ci ripensiamo sembra che la giornata sia stata corta, inconsistente. Questo si chiama il paradosso del tempo. Sentiamo che la giornata è stata lunga quando lascia molte tracce nella memoria. Nella vita della tarda modernità abbiamo perso la capacità di ”appropriarci” delle nostre esperienze, facciamo un mucchio di cose che non ci coinvolgono veramente, alla sera abbiamo dimenticato tutto. Così sentiamo che il tempo passa velocemente».
E’ possibile individuare l’inizio dell’accelerazione del tempo nella storia?
«E’ difficile identificare un momento preciso, perché nel fenomeno convergono numerosi processi. Ma non c’è dubbio che a questo riguardo il XVIII secolo sia stato cruciale. Il cambiamento non è stato prodotto dalle nuove tecnologie ma al contrario la macchina a vapore, la ferrovia e la rivoluzione industriale furono risposte a un cambiamento di mentalità. Si cercava di andare più in fretta già prima delle nuove invenzioni, ad esempio cambiando più spesso i cavalli. Nel XVIII secolo ci fu un mutamento nel modo in cui la società si stabilizzava: da allora in poi per mantenere la stabilità bisognerà crescere: attraverso lo sviluppo economico, l’accelerazione tecnologica, l’innovazione culturale. Dopo il XVIII secolo l’accelerazione è necessaria per la stabilità sociale».
Perché le nostre vite vanno sempre più un fretta eppure ci sembra spesso di non muoverci affatto?
«Molti pensano che l’ossessione per la velocità e i cambiamenti intorno a noi siano fenomeni superficiali, che sotto ci sia una totale inerzia. Sembra che si stia andando ”da nessuna parte ma più in fretta” per parafrasare il titolo di un brano rock (Nowhere Fast, ndr). A partire dal XVIII secolo fino a non molto tempo fa, l’accelerazione, la crescita e l’innovazione erano percepiti come un progresso. L’accelerazione sociale era considerata un movimento della storia: attraverso la crescita economica si poteva vincere la scarsità materiale, attraverso tecnologie più veloci la scarsità di tempo, e grazie alla scienza e alla politica si poteva ottenere una vita migliore e più libera. Nel XXI secolo però il background culturale è cambiato radicalmente: l’accelerazione non serve più al progresso: è necessaria per non collassare. Se l’Italia, la Germania o la Grecia non accelerano, non possono mantenere la stabilità sociale, crolla lo status quo: la gente perde il lavoro, le fabbriche chiudono, diminuisce la ricchezza e il sistema politico è delegittimato. Per la prima volta nella storia occidentale ci si affanna perché i figli non abbiano una vita peggiore dei genitori. La gente sente che anno dopo anno deve andare più fretta soltanto per restare dov’è, come un criceto sulla ruota. La vita non sarà sempre meglio ma, al contrario, sempre più dura. Questa è per me la condizione postmoderna: non andiamo più verso un avvenire radioso ma corriamo per non cadere nell’abisso alle nostre spalle».
Alcuni autori accusano di questi mali il capitalismo, secondo lei invece le forze che guidano l’accelerazione sociale sono al di là del capitalismo…
«E’ vero che non do la colpa di tutto al capitalismo ma ciò non significa che il capitalismo non abbia un ruolo centrale nell’accelerazione. Il capitalismo è uno dei primi motori dell’accelerazione sociale: il tempo diventa merce rara, è denaro come diceva Benjamin Franklin. Essere più veloci degli altri è una necessità strutturale nel modo di produzione capitalistico. Sono convinto che senza cambiamenti nell’economia non usciremo mai dal ciclo dell’accelerazione. Il mercato e la competizione devono essere reintegrati nei nostri stili di vita sociali e culturali, non il contrario, devono essere limitati attraverso nuove forme di economia democratica. Penso a un reddito di cittadinanza legato a un sistema fiscale globale. Tuttavia il capitalismo non è l’unico colpevole. Ci sono altri fattori come la logica delle differenze funzionali, la divisione del lavoro e l’orientamento culturale che vede nella velocità una risposta al problema della finitudine e della morte: se vivo a una velocità doppia è come se vivessi due vite e così via. Credo che alla base del problema della velocità ci sia un orientamento culturale sbagliato (o almeno molto problematico) verso la vita e il mondo».
L’accelerazione sociale produce alienazione, come sfuggire a questa impasse?
«E’ impossibile lasciare la società così com’è e semplicemente rallentare. Non credo troppo alla Decelerazione o alla Slow Life, le risposte individuali non possono funzionare. L’alienazione si può superare solo con un nuovo modo di relazionarsi con il mondo. Potremmo chiamarlo ”Risonanza”. La Risonanza è l’opposto e l’alternativa all’alienazione. Noi non siamo alienati da un gruppo di persone (la famiglia, ad esempio) o da una situazione sociale (l’ambiente di lavoro) quando c’è una relazione risonante, attiva tra noi e loro. In quel caso ci sentiamo attivi, connessi ma anche capaci di relazionarci con gli altri. La Risonanza tuttavia non è uno stato emotivo: è una forma di rapporto e una caratteristica della società. Dunque per far sì che il mondo sia più risonante dobbiamo cambiare sia il nostro atteggiamento sia le strutture del nostro mondo sociale ed economico. Un’economia democratica, il reddito di cittadinanza e l’idea di Risonanza potrebbero essere componenti essenziali per un tale cambiamento».
Repubblica 5.6.15
Belzec
In vendita il lager degli orrori nazisti così la Polonia tradisce la memoria
Fu uno dei primi campi di sterminio, l’unico edificio rimasto in piedi è l’ex comando delle Ss. Che ora è stato messo all’asta
di Andrea Tarquini
BERLINO «AAA , ex campo di sterminio nazista vendesi ». Non è uno scherzo, accade in Polonia, casualmente dopo la vittoria nazionalista alle presidenziali. Il vecchio edificio che ospitava la Kommandantur delle Ss e della Gestapo è tutto quanto resta del Lager di Belzec, ed è all’asta: le Pkp, le ferrovie polacche, sue proprietarie, vogliono fare cassa. Tanto peggio per la Memoria, e per le petizioni internazionali perché quella reliquia della Shoah sia affidata al museo-memoriale là a un passo che ricorda i cinquecentomila ebrei gasati e passati per il camino a Belzec, quasi metà rispetto alle vittime di Auschwitz- Birkenau, ma in soli dieci mesi. Vengono ignorati appelli a collette lanciati online in tutto il mondo (siti www.betterplace. org, www.bildungswerk- ks.de, più la pagina dedicata di Facebook), collette per comprare l’ex Kommandantur e cederla al museo. Le ferrovie polacche hanno fretta, il 22 giugno a Lublino quanto resta della fabbrica della morte sarà venduto: offerta minima 39mila euro lordi. Memoria addio.
«Se davvero è così, è inaccettabile dare a quell’edificio una destinazione diversa dal diventare parte del Museo», dice a Repubblica Konstanty Gebert, veterano della rivoluzione di Solidarnosc e intellettuale di punta della comunità ebraica polacca. Aggiunge Michael Berenbaum, docente Usa e grande autorità dell’ebraismo mondiale: «Proprio i polacchi, che negli ultimi dieci anni hanno fatto tanto per la Memoria, a Belzec devono capire che loro, occupati e oppressi dai nazisti che costruirono tanti Lager nel loro territorio, hanno responsabilità speciale perché la Memoria non svanisca. C’è una Memoria polacca e non solo quella ebrea».
Vendere Belzec, pugno alla Memoria: «Mezzo milione di morti in dieci mesi, e solo un sopravvissuto che testimoniò. Belzec fu cancellato dai nazisti in ritirata, insieme al ricordo di quanto vi accadde. Occorre preservare qualsiasi edificio od oggetto che lo rammenti», conclude Berenbaum. Una casa diroccata, e terreno per 6200 metri quadrati: là i nazisti selezionavano all’arrivo donne, bambini, vecchi, giovani, per il lavoro da schiavi o la morte immediata. «E ora trattano tutto come terreno edificabile », dice online un appello di ong tedesche e internazionali. «Non è finita: Belzec è legata anche al ricordo di Jan Karski, primo testimone dell’Olocausto », nota triste Berenbaum. Fu l’eroe della Resistenza polacca, “Giusto tra gli uomini” allo Yad Vashem. Ufficiale dei corpi scelti, addestrato dagli inglesi, fu il James Bond alleato che Washington e Londra non vollero ascoltare. La Raf lo paracadutò nella Polonia occupata, lui appoggiato dallo Stato clandestino organizzato dall’Armia Krajowa (l’esercito partigiano) pagò un poliziotto collaborazionista estone, comprò la sua uniforme, gli stava a pennello. Entrò nei campi — credeva di essere nel cuore di Belzec, poi scoprì che era Izbica, campo-filiale guidato da Belzec — e capì per primo che la Shoah era in corso: «Quelli che non riescono a uccidere qui li mandano a Belzec, dove hanno abbastanza docce col gas e crematori». Tornò avventurosamente a Londra, riferì a Churchill e a Roosevelt. «Bombardate i Lager, chi vi è già prigioniero morirà comunque, distruggete l’industria del genocidio », chiese Karski. Non fu ascoltato, morì vecchissimo e docente in Usa tormentato dal senso di colpa di non aver convinto gli alleati.
Il mio rapporto al mondo , s’intitolò il tremendo libro-dossier di Memoria di Karski. «Penso ancora al vecchio amico, io fui l’ebreo scelto per pronunciare l’orazione funebre alle sue esequie», ricorda Berenbaum. «Vendere quell’edificio è anche tradire Karski. Tutto quanto ricorda Belzec va preservato, non venduto, è obbligo morale del mondo se non si vuole cancellare la Memoria», aggiunge. Ma l’ondata di nazionalismo centro-est europeo sfida la morale, dalla vittoria di Orbàn che in Ungheria riabilita Horthy primo alleato di Hitler all’est, alle adunate di ex collaborazionisti nei paesi Baltici, al volo nazionalista a Varsavia. L’ex Kommandantur di Belzec è all’asta, la coscienza del mondo ha diciassette giorni per reagire.
(ha collaborato Lucas Flechsig)
Belzec
In vendita il lager degli orrori nazisti così la Polonia tradisce la memoria
Fu uno dei primi campi di sterminio, l’unico edificio rimasto in piedi è l’ex comando delle Ss. Che ora è stato messo all’asta
di Andrea Tarquini
BERLINO «AAA , ex campo di sterminio nazista vendesi ». Non è uno scherzo, accade in Polonia, casualmente dopo la vittoria nazionalista alle presidenziali. Il vecchio edificio che ospitava la Kommandantur delle Ss e della Gestapo è tutto quanto resta del Lager di Belzec, ed è all’asta: le Pkp, le ferrovie polacche, sue proprietarie, vogliono fare cassa. Tanto peggio per la Memoria, e per le petizioni internazionali perché quella reliquia della Shoah sia affidata al museo-memoriale là a un passo che ricorda i cinquecentomila ebrei gasati e passati per il camino a Belzec, quasi metà rispetto alle vittime di Auschwitz- Birkenau, ma in soli dieci mesi. Vengono ignorati appelli a collette lanciati online in tutto il mondo (siti www.betterplace. org, www.bildungswerk- ks.de, più la pagina dedicata di Facebook), collette per comprare l’ex Kommandantur e cederla al museo. Le ferrovie polacche hanno fretta, il 22 giugno a Lublino quanto resta della fabbrica della morte sarà venduto: offerta minima 39mila euro lordi. Memoria addio.
«Se davvero è così, è inaccettabile dare a quell’edificio una destinazione diversa dal diventare parte del Museo», dice a Repubblica Konstanty Gebert, veterano della rivoluzione di Solidarnosc e intellettuale di punta della comunità ebraica polacca. Aggiunge Michael Berenbaum, docente Usa e grande autorità dell’ebraismo mondiale: «Proprio i polacchi, che negli ultimi dieci anni hanno fatto tanto per la Memoria, a Belzec devono capire che loro, occupati e oppressi dai nazisti che costruirono tanti Lager nel loro territorio, hanno responsabilità speciale perché la Memoria non svanisca. C’è una Memoria polacca e non solo quella ebrea».
Vendere Belzec, pugno alla Memoria: «Mezzo milione di morti in dieci mesi, e solo un sopravvissuto che testimoniò. Belzec fu cancellato dai nazisti in ritirata, insieme al ricordo di quanto vi accadde. Occorre preservare qualsiasi edificio od oggetto che lo rammenti», conclude Berenbaum. Una casa diroccata, e terreno per 6200 metri quadrati: là i nazisti selezionavano all’arrivo donne, bambini, vecchi, giovani, per il lavoro da schiavi o la morte immediata. «E ora trattano tutto come terreno edificabile », dice online un appello di ong tedesche e internazionali. «Non è finita: Belzec è legata anche al ricordo di Jan Karski, primo testimone dell’Olocausto », nota triste Berenbaum. Fu l’eroe della Resistenza polacca, “Giusto tra gli uomini” allo Yad Vashem. Ufficiale dei corpi scelti, addestrato dagli inglesi, fu il James Bond alleato che Washington e Londra non vollero ascoltare. La Raf lo paracadutò nella Polonia occupata, lui appoggiato dallo Stato clandestino organizzato dall’Armia Krajowa (l’esercito partigiano) pagò un poliziotto collaborazionista estone, comprò la sua uniforme, gli stava a pennello. Entrò nei campi — credeva di essere nel cuore di Belzec, poi scoprì che era Izbica, campo-filiale guidato da Belzec — e capì per primo che la Shoah era in corso: «Quelli che non riescono a uccidere qui li mandano a Belzec, dove hanno abbastanza docce col gas e crematori». Tornò avventurosamente a Londra, riferì a Churchill e a Roosevelt. «Bombardate i Lager, chi vi è già prigioniero morirà comunque, distruggete l’industria del genocidio », chiese Karski. Non fu ascoltato, morì vecchissimo e docente in Usa tormentato dal senso di colpa di non aver convinto gli alleati.
Il mio rapporto al mondo , s’intitolò il tremendo libro-dossier di Memoria di Karski. «Penso ancora al vecchio amico, io fui l’ebreo scelto per pronunciare l’orazione funebre alle sue esequie», ricorda Berenbaum. «Vendere quell’edificio è anche tradire Karski. Tutto quanto ricorda Belzec va preservato, non venduto, è obbligo morale del mondo se non si vuole cancellare la Memoria», aggiunge. Ma l’ondata di nazionalismo centro-est europeo sfida la morale, dalla vittoria di Orbàn che in Ungheria riabilita Horthy primo alleato di Hitler all’est, alle adunate di ex collaborazionisti nei paesi Baltici, al volo nazionalista a Varsavia. L’ex Kommandantur di Belzec è all’asta, la coscienza del mondo ha diciassette giorni per reagire.
(ha collaborato Lucas Flechsig)
Corriere 5.6.15
«Italiani made in China»: se la cultura è sospesa tra due mondi
di Aldo Grasso
«Non ci deve dolere di non essere capiti dalle persone, ma di non capire»: è stata forse questa massima di Confucio a ispirare il viaggio di sei ragazzi che sono partiti alla volta della Cina per riscoprire e capire le proprie radici.
Alex, Francesca, Alessandro, Lucia, Massimiliano e Connie fanno parte di quelli che si definiscono italiani di «seconda generazione»: figli d’immigrati, nati in Italia oppure arrivati nel nostro Paese in tenera età. In certi casi, la Cina non l’hanno nemmeno mai vista. I dati dicono che i cinesi residenti in Italia sono circa 320 mila e il 50 per cento di loro ha meno di trent’anni. Un’intera generazione che è spesso chiamata in causa, a volte anche in modo strumentale, nei dibattiti sulla cittadinanza o nei discorsi sull’integrazione. È molto più raro, invece, che se ne parli cercando davvero di capirne la cultura meticcia, sospesa tra due mondi, occidente e oriente, o il modo sostanzialmente nuovo di intendere il concetto di nazionalità e appartenenza.
Per questo l’idea di partenza di «Italiani made in China», il nuovo programma di Real Time, dedicato alle storie di questi giovani italiani di seconda generazione, è molto interessante (mercoledì, ore 23.05). Che cosa vuol dire essere «nuovi» italiani oggi? Il docu-reality prova a uscire dagli stereotipi per raccontare le loro vite, le storie difficili che molti hanno alle spalle, il rapporto con le famiglie, ancora molto legate alle tradizioni e alla cultura cinese, i gesti di razzismo che alcuni hanno dovuto subire. È quasi un programma di servizio: attraverso gli occhi dei sei partecipanti, disorientati all’arrivo a Shanghai, scopriamo degli aspetti sconosciuti di questo enorme Paese, proiettato nel futuro ma con un’anima ancora molto arcaica.
Forse non servirà a promuovere l’integrazione, ma sicuramente «Italiani made in China» mostra (quando non cede troppo alla retorica) uno spaccato di una realtà che merita molta attenzione.
«Italiani made in China»: se la cultura è sospesa tra due mondi
di Aldo Grasso
«Non ci deve dolere di non essere capiti dalle persone, ma di non capire»: è stata forse questa massima di Confucio a ispirare il viaggio di sei ragazzi che sono partiti alla volta della Cina per riscoprire e capire le proprie radici.
Alex, Francesca, Alessandro, Lucia, Massimiliano e Connie fanno parte di quelli che si definiscono italiani di «seconda generazione»: figli d’immigrati, nati in Italia oppure arrivati nel nostro Paese in tenera età. In certi casi, la Cina non l’hanno nemmeno mai vista. I dati dicono che i cinesi residenti in Italia sono circa 320 mila e il 50 per cento di loro ha meno di trent’anni. Un’intera generazione che è spesso chiamata in causa, a volte anche in modo strumentale, nei dibattiti sulla cittadinanza o nei discorsi sull’integrazione. È molto più raro, invece, che se ne parli cercando davvero di capirne la cultura meticcia, sospesa tra due mondi, occidente e oriente, o il modo sostanzialmente nuovo di intendere il concetto di nazionalità e appartenenza.
Per questo l’idea di partenza di «Italiani made in China», il nuovo programma di Real Time, dedicato alle storie di questi giovani italiani di seconda generazione, è molto interessante (mercoledì, ore 23.05). Che cosa vuol dire essere «nuovi» italiani oggi? Il docu-reality prova a uscire dagli stereotipi per raccontare le loro vite, le storie difficili che molti hanno alle spalle, il rapporto con le famiglie, ancora molto legate alle tradizioni e alla cultura cinese, i gesti di razzismo che alcuni hanno dovuto subire. È quasi un programma di servizio: attraverso gli occhi dei sei partecipanti, disorientati all’arrivo a Shanghai, scopriamo degli aspetti sconosciuti di questo enorme Paese, proiettato nel futuro ma con un’anima ancora molto arcaica.
Forse non servirà a promuovere l’integrazione, ma sicuramente «Italiani made in China» mostra (quando non cede troppo alla retorica) uno spaccato di una realtà che merita molta attenzione.
La Stampa 5.6.15
Un mare di candele per ricordare Tiananmen
Decine di migliaia di persone hanno partecipato a Hong Kong alla fiaccolata in ricordo della strage di piazza Tiananmen il 4 giugno del 1989. La veglia a Victoria Park, l’unica tollerata sul territorio cinese, è stata la prima dopo le proteste di «Occupy central» del 2014.
Un mare di candele per ricordare Tiananmen
Decine di migliaia di persone hanno partecipato a Hong Kong alla fiaccolata in ricordo della strage di piazza Tiananmen il 4 giugno del 1989. La veglia a Victoria Park, l’unica tollerata sul territorio cinese, è stata la prima dopo le proteste di «Occupy central» del 2014.
Corriere 5.6.15
La Cina «esporta» la sua censura su Tienanmen
La Cina sta «esportando» la sua censura sui fatti di Tienanmen e noi siamo tutti vittime, considera su Foreign Affairs Louisa Lim, giornalista Usa costretta a lasciare Pechino per aver scritto un libro sulle conseguenze del massacro di 26 anni fa. Tra i casi di autocensura, sono citati Paesi come la Malesia che rifiutano di far tenere conferenze sulla strage del 4 giugno a personaggi invisi a Pechino; Skype cinese che intercetta frasi con Tienanmen e Linkedin che blocca articoli sul tema.
La Cina «esporta» la sua censura su Tienanmen
La Cina sta «esportando» la sua censura sui fatti di Tienanmen e noi siamo tutti vittime, considera su Foreign Affairs Louisa Lim, giornalista Usa costretta a lasciare Pechino per aver scritto un libro sulle conseguenze del massacro di 26 anni fa. Tra i casi di autocensura, sono citati Paesi come la Malesia che rifiutano di far tenere conferenze sulla strage del 4 giugno a personaggi invisi a Pechino; Skype cinese che intercetta frasi con Tienanmen e Linkedin che blocca articoli sul tema.
Corriere 5.6.15
Cina, parenti delle vittime in rivolta
Il naufragio diventa un caso politico
di Guido Santevecchi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO Sono passati quattro giorni dal disastro della «Stella dell’Est», la nave delle vacanze che portava in crociera più di 400 anziani turisti cinesi ed è affondata in due minuti nelle acque del fiume Yangtze durante una tempesta di pioggia e vento. Ieri i soccorritori sono riusciti ad aprire tre fori nella chiglia e hanno recuperato decine di cadaveri. Il conto dei morti accertati è salito a 77, i superstiti sono fermi a 14, i dispersi 365: tre sono stati salvati da una bolla d’aria all’interno dello scafo. Le autorità ieri mattina parlavano ancora di soccorsi, hanno ordinato ai giornali di enfatizzare lo sforzo per salvare vite. Ma in serata non c’erano più ragionevoli aspettative che qualcuno sia sopravvissuto nel relitto. Sono cominciate le operazioni per sollevarlo, segno che ormai è considerato una grande bara.
Sul posto in questi giorni è rimasto il premier Li Keqiang, a dimostrazione di un cambiamento di strategia da parte del governo centrale. La tragedia, la peggiore nella storia della navigazione fluviale in Cina, offre un’opportunità di leggere dentro la psicologia del partito comunista: in passato queste notizie semplicemente non esistevano, perché non venivano date. Nell’era di Internet, con mezzo miliardo di cinesi che si scambiano informazioni sui social network, il partito si è reso conto che bisogna reagire e dominare l’informazione: per questo si è mosso subito il premier e le notizie dominano le prime pagine dei giornali e i tg. Anche se alla stampa è stato ordinato di riprendere solo le notizie dell’agenzia ufficiale Xinhua e della tv statale Cctv . Così, informazioni e immagini sono le stesse per tutti ma la notizia c’è.
Certo, i lettori cinesi non sanno che in un villaggio a pochi chilometri dal luogo del naufragio un’agenzia funebre ha lavorato a ritmi forzati per preparare centinaia di bare: le foto sono dei reporter occidentali, tenuti a distanza dal relitto ma non dalla zona. La stampa cinese, sottoposta a censura, mostra soprattutto Li Keqiang che dirige i soccorsi, scruta il fiume con il binocolo, visita i pochi superstiti in ospedale.
I giornali cinesi non danno rilievo alla protesta delle famiglie degli scomparsi, che hanno litigato con i funzionari di Shanghai e Nanchino, da dove era partita la crociera della morte; ai parenti che a centinaia hanno rotto i cordoni di polizia sullo Yangtze per avvicinarsi al relitto diventato la bara dei loro cari. Ma se si pensa al silenzio colpevole imposto per mesi nel 2002 sulla vicenda della Sars, l’epidemia di polmonite originata nel Guangdong, i progressi sono evidenti. Non c’è insabbiamento, come dopo il terremoto del Sichuan nel 2008, quando centinaia di scuole vennero giù perché erano state costruite male. Dalla soppressione della notizia si è passati a una gestione controllata della tragedia. E il governo centrale, inviando immediatamente il premier, si è assunto delle responsabilità.
Si è saputo che la «Stella dell’Est», una nave lunga 77 metri, con quattro ponti, due anni fa era stata fermata per problemi di sicurezza e che il capitano, salvo assieme al capo motorista e fermato dalla polizia, aveva tentato una manovra forse sbagliata la sera di lunedì primo giugno, compiendo una virata di 120 gradi e probabilmente esponendo il battello alle raffiche di vento simili a un ciclone. Non è stato lanciato alcun allarme dalla plancia di comando, i passeggeri sono stati abbandonati mentre il comandante se la cavava. Per la prima volta la stampa cinese non ha citato improbabili «profondi ringraziamenti» alle autorità da parte dei parenti delle vittime, si limita a riportare l’elogio del premier Li Keqiang ai soccorritori. Meritati, perché immergersi nelle acque scure dello Yangtze, dove un subacqueo non riesce a vedere la propria mano, è stata una prova di coraggio non comune.
Cina, parenti delle vittime in rivolta
Il naufragio diventa un caso politico
di Guido Santevecchi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO Sono passati quattro giorni dal disastro della «Stella dell’Est», la nave delle vacanze che portava in crociera più di 400 anziani turisti cinesi ed è affondata in due minuti nelle acque del fiume Yangtze durante una tempesta di pioggia e vento. Ieri i soccorritori sono riusciti ad aprire tre fori nella chiglia e hanno recuperato decine di cadaveri. Il conto dei morti accertati è salito a 77, i superstiti sono fermi a 14, i dispersi 365: tre sono stati salvati da una bolla d’aria all’interno dello scafo. Le autorità ieri mattina parlavano ancora di soccorsi, hanno ordinato ai giornali di enfatizzare lo sforzo per salvare vite. Ma in serata non c’erano più ragionevoli aspettative che qualcuno sia sopravvissuto nel relitto. Sono cominciate le operazioni per sollevarlo, segno che ormai è considerato una grande bara.
Sul posto in questi giorni è rimasto il premier Li Keqiang, a dimostrazione di un cambiamento di strategia da parte del governo centrale. La tragedia, la peggiore nella storia della navigazione fluviale in Cina, offre un’opportunità di leggere dentro la psicologia del partito comunista: in passato queste notizie semplicemente non esistevano, perché non venivano date. Nell’era di Internet, con mezzo miliardo di cinesi che si scambiano informazioni sui social network, il partito si è reso conto che bisogna reagire e dominare l’informazione: per questo si è mosso subito il premier e le notizie dominano le prime pagine dei giornali e i tg. Anche se alla stampa è stato ordinato di riprendere solo le notizie dell’agenzia ufficiale Xinhua e della tv statale Cctv . Così, informazioni e immagini sono le stesse per tutti ma la notizia c’è.
Certo, i lettori cinesi non sanno che in un villaggio a pochi chilometri dal luogo del naufragio un’agenzia funebre ha lavorato a ritmi forzati per preparare centinaia di bare: le foto sono dei reporter occidentali, tenuti a distanza dal relitto ma non dalla zona. La stampa cinese, sottoposta a censura, mostra soprattutto Li Keqiang che dirige i soccorsi, scruta il fiume con il binocolo, visita i pochi superstiti in ospedale.
I giornali cinesi non danno rilievo alla protesta delle famiglie degli scomparsi, che hanno litigato con i funzionari di Shanghai e Nanchino, da dove era partita la crociera della morte; ai parenti che a centinaia hanno rotto i cordoni di polizia sullo Yangtze per avvicinarsi al relitto diventato la bara dei loro cari. Ma se si pensa al silenzio colpevole imposto per mesi nel 2002 sulla vicenda della Sars, l’epidemia di polmonite originata nel Guangdong, i progressi sono evidenti. Non c’è insabbiamento, come dopo il terremoto del Sichuan nel 2008, quando centinaia di scuole vennero giù perché erano state costruite male. Dalla soppressione della notizia si è passati a una gestione controllata della tragedia. E il governo centrale, inviando immediatamente il premier, si è assunto delle responsabilità.
Si è saputo che la «Stella dell’Est», una nave lunga 77 metri, con quattro ponti, due anni fa era stata fermata per problemi di sicurezza e che il capitano, salvo assieme al capo motorista e fermato dalla polizia, aveva tentato una manovra forse sbagliata la sera di lunedì primo giugno, compiendo una virata di 120 gradi e probabilmente esponendo il battello alle raffiche di vento simili a un ciclone. Non è stato lanciato alcun allarme dalla plancia di comando, i passeggeri sono stati abbandonati mentre il comandante se la cavava. Per la prima volta la stampa cinese non ha citato improbabili «profondi ringraziamenti» alle autorità da parte dei parenti delle vittime, si limita a riportare l’elogio del premier Li Keqiang ai soccorritori. Meritati, perché immergersi nelle acque scure dello Yangtze, dove un subacqueo non riesce a vedere la propria mano, è stata una prova di coraggio non comune.
Corriere 5.6.15
Incarico europeo per Tony Blair nella lotta all’antisemitismo
Nuova missione per Tony Blair. L’ex premier britannico è stato nominato presidente del Consiglio europeo per la tolleranza e la riconciliazione (Ectr), gruppo che contrasta la diffusione dell’antisemitismo e del razzismo con sede a Bruxelles. Lo ha annunciato ieri lo stesso Blair con un articolo sul Times , una settimana dopo le sue dimissioni da inviato del Quartetto, l’organismo per la pace in Medio Oriente che unisce Usa, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite.
L’ex leader laburista britannico subentra al polacco Aleksander Kwasniewski. «L’antisemitismo non è un problema ebraico, infetta l’intera società e deve essere affrontato per il bene di tutti», ha affermato Blair.
Fra i suoi timori quello di «forze nazionaliste che giocano sui rancori e le paure della gente». L'ex premier, che dopo l’uscita da Downing Street ha intrapreso il lavoro di strapagato conferenziere,
non sarà pagato personalmente per il suo ruolo ma verrà fatta una donazione, il cui importo non è noto, alla sua Faith Foundation.
La nomina non è però esente da polemiche. Secondo il Times, potrebbe scatenare le nuove ire dei rappresentanti palestinesi, che quando occupava il ruolo di inviato per il Medio Oriente, hanno accusato Blair di schierarsi su posizioni filo-israeliane.
Incarico europeo per Tony Blair nella lotta all’antisemitismo
Nuova missione per Tony Blair. L’ex premier britannico è stato nominato presidente del Consiglio europeo per la tolleranza e la riconciliazione (Ectr), gruppo che contrasta la diffusione dell’antisemitismo e del razzismo con sede a Bruxelles. Lo ha annunciato ieri lo stesso Blair con un articolo sul Times , una settimana dopo le sue dimissioni da inviato del Quartetto, l’organismo per la pace in Medio Oriente che unisce Usa, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite.
L’ex leader laburista britannico subentra al polacco Aleksander Kwasniewski. «L’antisemitismo non è un problema ebraico, infetta l’intera società e deve essere affrontato per il bene di tutti», ha affermato Blair.
Fra i suoi timori quello di «forze nazionaliste che giocano sui rancori e le paure della gente». L'ex premier, che dopo l’uscita da Downing Street ha intrapreso il lavoro di strapagato conferenziere,
non sarà pagato personalmente per il suo ruolo ma verrà fatta una donazione, il cui importo non è noto, alla sua Faith Foundation.
La nomina non è però esente da polemiche. Secondo il Times, potrebbe scatenare le nuove ire dei rappresentanti palestinesi, che quando occupava il ruolo di inviato per il Medio Oriente, hanno accusato Blair di schierarsi su posizioni filo-israeliane.
Repubblica 5.6.15
Orange via da Israele l’ira di Netanyahu
GERUSALEMME . È diventato uno scontro fra governi, quello francese e quello israeliano, la frase pronunciata ieri dall’Ad di Orange, il gigante francese delle telecomunicazioni, accusato di essersi schierato a favore del boicottaggio dello Stato ebraico. Parlando mercoledì dal Cairo, Stephane Richard aveva sostenuto che se fosse stato per lui, Orange avrebbe interrotto immediatamente i legami con Partner, l’azienda affiliata in Israele, ma che non voleva «esporre Orange a un livello di rischio e di penali veramente considerevole per la società ». Immediata la reazione israeliana che nel corso della giornata è andata avanti in un crescendo — prima l’ambasciatore a Parigi, poi il ministro Regev, poi Naftali Bennett — per arrivare in serata alle parole del premier Netanyahu che ha definito «miserabile» la decisione della compagnia di lasciare Israele e ha chiesto al governo francese il licenziamento di Richard. In realtà la decisione di Orange non cambia la sostanza: il gigante francese ha solo ceduto per il mercato israeliano il suo brand alla Partner, azienda saldamente controllata da imprenditori ebrei.
Ma in Israele in queste settimane si teme una crescita di eventuale boicottaggio culturale ed economico, misure decise dall’Europa e altri Paesi per la mancanza di risultati nelle trattative di pace con i palestinesi e la prosecuzione nella costruzione delle colonie. Federica Mogherini l’ha ricordato a Netanyahu nel loro incontro due settimane fa: i prodotti provenienti dalle colonie non potranno più essere venduti in Europa con la dizione “Made in Israel”, ma un’etichetta indicherà che vengono dai Territori occupati. Diverse banche europee hanno già chiuso i rapporti con le banche israeliane che operano oltre la “Linea Verde”. Nelle ultime settimane in un rapporto alcune ong hanno chiesto al governo francese di intervenire per mettere un termine all’accordo tra Orange e Partner. Indirettamente, sostenevano, Orange con questa partnership si renderebbe complice dell’occupazione palestinese in Cisgiordania, poiché la rete copre anche gli insediamenti israeliani dove vivono oltre 500 mila settlers.
Orange via da Israele l’ira di Netanyahu
GERUSALEMME . È diventato uno scontro fra governi, quello francese e quello israeliano, la frase pronunciata ieri dall’Ad di Orange, il gigante francese delle telecomunicazioni, accusato di essersi schierato a favore del boicottaggio dello Stato ebraico. Parlando mercoledì dal Cairo, Stephane Richard aveva sostenuto che se fosse stato per lui, Orange avrebbe interrotto immediatamente i legami con Partner, l’azienda affiliata in Israele, ma che non voleva «esporre Orange a un livello di rischio e di penali veramente considerevole per la società ». Immediata la reazione israeliana che nel corso della giornata è andata avanti in un crescendo — prima l’ambasciatore a Parigi, poi il ministro Regev, poi Naftali Bennett — per arrivare in serata alle parole del premier Netanyahu che ha definito «miserabile» la decisione della compagnia di lasciare Israele e ha chiesto al governo francese il licenziamento di Richard. In realtà la decisione di Orange non cambia la sostanza: il gigante francese ha solo ceduto per il mercato israeliano il suo brand alla Partner, azienda saldamente controllata da imprenditori ebrei.
Ma in Israele in queste settimane si teme una crescita di eventuale boicottaggio culturale ed economico, misure decise dall’Europa e altri Paesi per la mancanza di risultati nelle trattative di pace con i palestinesi e la prosecuzione nella costruzione delle colonie. Federica Mogherini l’ha ricordato a Netanyahu nel loro incontro due settimane fa: i prodotti provenienti dalle colonie non potranno più essere venduti in Europa con la dizione “Made in Israel”, ma un’etichetta indicherà che vengono dai Territori occupati. Diverse banche europee hanno già chiuso i rapporti con le banche israeliane che operano oltre la “Linea Verde”. Nelle ultime settimane in un rapporto alcune ong hanno chiesto al governo francese di intervenire per mettere un termine all’accordo tra Orange e Partner. Indirettamente, sostenevano, Orange con questa partnership si renderebbe complice dell’occupazione palestinese in Cisgiordania, poiché la rete copre anche gli insediamenti israeliani dove vivono oltre 500 mila settlers.
Corriere 5.6.15
Orange pensa di lasciare Israele Netanyahu: Hollande si dissoci
Il gruppo telefonico francese potrebbe aderire al boicottaggio
di Stefano Montefiori
PARIGI Per qualche strano motivo il capo del colosso telefonico Orange, Stéphane Richard, deve avere pensato che le parole pronunciate in inglese durante una conferenza stampa al Cairo, in Egitto, sarebbero rimaste confidenziali, una questione intima tra lui e gli amici arabi. «La nostra intenzione è di ritirarci da Israele. Ci vorrà del tempo ma lo faremo di sicuro», ha detto Richard mercoledì. E ancora: «Fosse per me abbandonerei domani mattina i legami con Partner (la società israeliana che ha un accordo con Orange, ndr ), ma non posso esporre Orange a dei rischi enormi sul piano legale o finanziario».
Ne è nato un caso diplomatico, le reazioni in Israele sono furibonde, dal presidente della Repubblica ai dipendenti della azienda locale, che per protesta hanno coperto con una bandiera israeliana l’insegna arancione di Orange che svetta sul tetto del loro luogo di lavoro.
La questione non è di puro calcolo di costi e ricavi, non si tratta di asettica politica industriale come i vertici di Orange tentano disperatamente di far credere da quando è partito lo scandalo. Il primo operatore telefonico francese, ex France Télécom, che ha come primo azionista lo Stato al 25 per cento, è sottoposto da settimane alle pressioni di alcuni gruppi che chiedono il boicottaggio dell’economia israeliana.
A maggio la «Fédération internationale des ligues des droits de l’homme» (FIDH), il sindacato CGT e il «Comité catholique contre la faim et pour le développement» (CCFD-Terre solidaire) hanno pubblicato il dossier «Le relazioni pericolose di Orange nel territorio palestinese occupato», nel quale protestano perché Orange, tramite la società Partner, fa profitti in Cisgiordania, in particolare nelle zone in cui si sono insediati i coloni israeliani. Il dossier si conclude con l’appello allo Stato francese affinché intervenga presso i vertici di Orange per convincerli a interrompere il servizio in Cisgiordania. La campagna internazionale per il boicottaggio ha preso nuovo vigore di recente con la richiesta palestinese di espellere la nazionale di calcio di Israele dalla Fifa. È in questo contesto che sono arrivate le dichiarazioni al Cairo del capo di Orange.
Per Stéphane Richard la presenza in Israele è una gran seccatura, ereditata dal gruppo cinese Hutchison che fino al 2000 era titolare del marchio Orange. Nel 1998 Hutchison aveva stretto un accordo di licenza con l’operatore israeliano Partner, che ha cominciato a usare il marchio Orange dietro il pagamento di un canone. Nel 2000, quando France Télécom ha comprato il marchio da Hutchison ed è diventata Orange, l’accordo con gli israeliani — valido fino al 2025 — è rimasto in piedi. L’operatore israeliano, di Orange, ha solo il logo: il servizio, la manutenzione, i ripetitori, la strategia commerciale, sono interamente a carico della società Partner. Richard, al Cairo, ha sottolineato quanto gli costi quell’alleanza, e ha compiaciuto gli interlocutori arabi. Ma così ha tradito l’azienda israeliana che porta il marchio arancione, è apparso favorevole alla campagna di boicottaggio, e ha provocato l’ira di Israele.
«Chiedo al governo francese di denunciare pubblicamente le frasi e le azioni infelici di una azienda in parte di proprietà dello Stato francese — ha detto il premier Benjamin Netanyahu—. E chiedo ai nostri amici di dire forte e chiaro che si oppongono a ogni tipo di boicottaggio contro lo Stato ebraico». Il presidente della Repubblica israeliana Reuven Rivlin ieri sera si è detto stupito: «Con fastidio registro che non ho ancora sentito alcuna parola di condanna da parte delle autorità francesi contro il capo di Orange».
La direzione di Orange ripete che la politica non c’entra, che semplicemente non è nella cultura aziendale abbandonare completamente il marchio nelle mani di altri. Ma le difficili relazioni tra Francia e Israele, tra Hollande e Netanyahu, toccano di nuovo un punto basso. L’ambasciatore a Parigi Yossi Gal ieri ha protestato ufficialmente con l’Eliseo per l’assenza di reazioni alle frasi di Richard.
Orange pensa di lasciare Israele Netanyahu: Hollande si dissoci
Il gruppo telefonico francese potrebbe aderire al boicottaggio
di Stefano Montefiori
PARIGI Per qualche strano motivo il capo del colosso telefonico Orange, Stéphane Richard, deve avere pensato che le parole pronunciate in inglese durante una conferenza stampa al Cairo, in Egitto, sarebbero rimaste confidenziali, una questione intima tra lui e gli amici arabi. «La nostra intenzione è di ritirarci da Israele. Ci vorrà del tempo ma lo faremo di sicuro», ha detto Richard mercoledì. E ancora: «Fosse per me abbandonerei domani mattina i legami con Partner (la società israeliana che ha un accordo con Orange, ndr ), ma non posso esporre Orange a dei rischi enormi sul piano legale o finanziario».
Ne è nato un caso diplomatico, le reazioni in Israele sono furibonde, dal presidente della Repubblica ai dipendenti della azienda locale, che per protesta hanno coperto con una bandiera israeliana l’insegna arancione di Orange che svetta sul tetto del loro luogo di lavoro.
La questione non è di puro calcolo di costi e ricavi, non si tratta di asettica politica industriale come i vertici di Orange tentano disperatamente di far credere da quando è partito lo scandalo. Il primo operatore telefonico francese, ex France Télécom, che ha come primo azionista lo Stato al 25 per cento, è sottoposto da settimane alle pressioni di alcuni gruppi che chiedono il boicottaggio dell’economia israeliana.
A maggio la «Fédération internationale des ligues des droits de l’homme» (FIDH), il sindacato CGT e il «Comité catholique contre la faim et pour le développement» (CCFD-Terre solidaire) hanno pubblicato il dossier «Le relazioni pericolose di Orange nel territorio palestinese occupato», nel quale protestano perché Orange, tramite la società Partner, fa profitti in Cisgiordania, in particolare nelle zone in cui si sono insediati i coloni israeliani. Il dossier si conclude con l’appello allo Stato francese affinché intervenga presso i vertici di Orange per convincerli a interrompere il servizio in Cisgiordania. La campagna internazionale per il boicottaggio ha preso nuovo vigore di recente con la richiesta palestinese di espellere la nazionale di calcio di Israele dalla Fifa. È in questo contesto che sono arrivate le dichiarazioni al Cairo del capo di Orange.
Per Stéphane Richard la presenza in Israele è una gran seccatura, ereditata dal gruppo cinese Hutchison che fino al 2000 era titolare del marchio Orange. Nel 1998 Hutchison aveva stretto un accordo di licenza con l’operatore israeliano Partner, che ha cominciato a usare il marchio Orange dietro il pagamento di un canone. Nel 2000, quando France Télécom ha comprato il marchio da Hutchison ed è diventata Orange, l’accordo con gli israeliani — valido fino al 2025 — è rimasto in piedi. L’operatore israeliano, di Orange, ha solo il logo: il servizio, la manutenzione, i ripetitori, la strategia commerciale, sono interamente a carico della società Partner. Richard, al Cairo, ha sottolineato quanto gli costi quell’alleanza, e ha compiaciuto gli interlocutori arabi. Ma così ha tradito l’azienda israeliana che porta il marchio arancione, è apparso favorevole alla campagna di boicottaggio, e ha provocato l’ira di Israele.
«Chiedo al governo francese di denunciare pubblicamente le frasi e le azioni infelici di una azienda in parte di proprietà dello Stato francese — ha detto il premier Benjamin Netanyahu—. E chiedo ai nostri amici di dire forte e chiaro che si oppongono a ogni tipo di boicottaggio contro lo Stato ebraico». Il presidente della Repubblica israeliana Reuven Rivlin ieri sera si è detto stupito: «Con fastidio registro che non ho ancora sentito alcuna parola di condanna da parte delle autorità francesi contro il capo di Orange».
La direzione di Orange ripete che la politica non c’entra, che semplicemente non è nella cultura aziendale abbandonare completamente il marchio nelle mani di altri. Ma le difficili relazioni tra Francia e Israele, tra Hollande e Netanyahu, toccano di nuovo un punto basso. L’ambasciatore a Parigi Yossi Gal ieri ha protestato ufficialmente con l’Eliseo per l’assenza di reazioni alle frasi di Richard.
La Stampa 5.6.15
“Orange” boicotta la telefonia in Israele
di Maurizio Molinari
Tempesta fra Francia e Israele. Il gigante della telefonia «Orange» vuole rescindere l’accordo con il partner israeliano sposando il boicottaggio anti-insediamenti. Stephane Richard, ceo di Orange, dal Cairo dice: «Se potessi rescinderei subito l’accordo con Partner Communications ma devo valutare i costi».
Per spiegare la decisione, Richard aggiunge: «Nei Paesi arabi è una questione delicata». Il riferimento è a un documento della Federazione internazionale dei diritti umani che accusa «Partner Communications» di «costruire infrastrutture su terre palestinesi confiscate offrendo servizi agli insediamenti».
L’ambasciatore francese negli Usa in un twitter spiega che «per la IV Convenzione di Ginevra gli insediamenti sono illegali ed è illegale contribuirvi». «Orange» è uno dei marchi di telefonia più diffusi in Israele: la reazione di «Partner Communications» è coprire ogni simbolo con una bandiera nazionale. Il presidente Rivlin tuona: «Israele è nato 67 anni fa contro il boicottaggio arabo, ancora oggi c’è chi ci delegittima, Parigi condanni Orange». Il ministro della Cultura, Miri Regev, a Hollande: «Zero tolleranza contro l’antisemitismo» e «licenziate Richard».
“Orange” boicotta la telefonia in Israele
di Maurizio Molinari
Tempesta fra Francia e Israele. Il gigante della telefonia «Orange» vuole rescindere l’accordo con il partner israeliano sposando il boicottaggio anti-insediamenti. Stephane Richard, ceo di Orange, dal Cairo dice: «Se potessi rescinderei subito l’accordo con Partner Communications ma devo valutare i costi».
Per spiegare la decisione, Richard aggiunge: «Nei Paesi arabi è una questione delicata». Il riferimento è a un documento della Federazione internazionale dei diritti umani che accusa «Partner Communications» di «costruire infrastrutture su terre palestinesi confiscate offrendo servizi agli insediamenti».
L’ambasciatore francese negli Usa in un twitter spiega che «per la IV Convenzione di Ginevra gli insediamenti sono illegali ed è illegale contribuirvi». «Orange» è uno dei marchi di telefonia più diffusi in Israele: la reazione di «Partner Communications» è coprire ogni simbolo con una bandiera nazionale. Il presidente Rivlin tuona: «Israele è nato 67 anni fa contro il boicottaggio arabo, ancora oggi c’è chi ci delegittima, Parigi condanni Orange». Il ministro della Cultura, Miri Regev, a Hollande: «Zero tolleranza contro l’antisemitismo» e «licenziate Richard».
Il Sole 5.6.15
Sale la fronda anti-intesa all’interno di Syriza
Il premier Tsipras deve fronteggiare anche l’opposizione della sinistra radicale del ministro Lafazanis per l’ipotesi di aumento dell’Iva al 23% su tutte le forniture dell’energia elettrica
di Vittorio Da Rold
Sale la fronda anti-accordo all’interno di Syriza mentre anche il governo greco annuncia che non accetterà «proposte estreme» dai creditori. E’ quanto, secondo fonti interne, avrebbe dichiarato ieri il primo ministro greco Alexis Tsipras in un summit riservato ad Atene ai ministri-chiave del suo governo esponendo loro le riforme chieste da Ue e Fmi per sbloccare gli aiuti economici congelati dal lontano agosto scorso.
«Proposte estreme non possono essere accettate dal governo greco», avrebbe affermato Tsipras, tornato da Bruxelles dove ha incontrato Jean-Claude Juncker, «tutti devono capire che il popolo greco ha sofferto molto nei cinque anni passati e bisogna smettere di giocare a sue spese».
I toni duri di Tsipras, che oggi andrà in Parlamento per spiegare i termini del possibile accordo ma senza prevedere un voto finale, si spiegano perché la troika ha sì ridotto le pretese di saldo primario di bilancio ma ha chiesto di continuare con le privatizzazioni, aumentare i tagli alle pensioni e premere sulle riforme del lavoro.
Tutti temi indigesti per “Piattaforma di sinistra”, la formazione radicale di Syriza guidata dal ministro per la Ricostruzione, Ambiente ed Energia Panayiotis Lafazanis che controlla 30 voti sui 162 della maggioranza in Parlamento. Anche se gli altri partitti all’opposizione come Nea Dimokratia, Pasok e To Potami, dovessero, come è probabile, votare a favore e far passare il piano dei creditori in aula, mancherebbero i 30 voti della sinistra di Syriza e verrebbe meno l’attuale maggioranza di governo, con possibile richiesta di andare al voto anticipato dopo appena quattro mesi dall’ultima consultazione politica.
A far rullare i tamburi di guerra della formazione di Lafazanis a cui si aggiuntoil dirigente Alexis Mitropoulos che ha definito «omicida» la proposta, è stata la consueta ricetta di aumento di tasse e taglio di spese della troika e soprattutto la proposta di aumentare l’Iva al 23% sulle forniture di energia elettrica, una decisione che si rifletterebbe con un rincaro sulle bollette elettriche, pari al 10 per cento. Una misura che metterebbe in serie difficoltà molte famiglie, con Syriza che in campagna elettorale aveva parlato di «crisi umanitaria» con l'aumento della povertà, a causa dei programmi imposti dalla troika.
Non solo. I creditori chiedono un aumento dell'età di pensionabile e una riduzione degli assegni, nella misura da ridurre la spesa pensionistica di 0,5 punti di Pil quest'anno, con un intervento che scatterebbe già da luglio.
Esattamente il contrario di quanto promesso in campagna elettorale da Tsipras che vede in questa richieste punitive una sorta di crociata contro il suo partito e un monito ad altri paesi dell’eurozona a non seguire la via greca.
Un altro nodo chiave su cui permangono distanze è la riforma del regime dell'Iva, un’imposta indiretta che pesa allo stesso modo su ricchi e poveri. I creditori internazionali chiedono di passare ad un sistema semplificato con due sole aliquote, all'11 e al 23 per cento. E di alzare l'aliquota sui farmaci. La Grecia invece vorrebbe tenere un sistema con tre aliquote, che in particolare prevede un regime speciale e di favore per le isole. Secondo Ue e Fmi questo comporterebbe minori entrate per quasi 1 punto di Pil.
Anche il ministero delle Finanze guidato da Yanis Varoufakis ha fatto sapere che rifiuta le proposte dei creditori, spiegando che il programma «non può risolvere« la crisi e «aumenterebbe la povertà e la disoccupazione».
Sale la fronda anti-intesa all’interno di Syriza
Il premier Tsipras deve fronteggiare anche l’opposizione della sinistra radicale del ministro Lafazanis per l’ipotesi di aumento dell’Iva al 23% su tutte le forniture dell’energia elettrica
di Vittorio Da Rold
Sale la fronda anti-accordo all’interno di Syriza mentre anche il governo greco annuncia che non accetterà «proposte estreme» dai creditori. E’ quanto, secondo fonti interne, avrebbe dichiarato ieri il primo ministro greco Alexis Tsipras in un summit riservato ad Atene ai ministri-chiave del suo governo esponendo loro le riforme chieste da Ue e Fmi per sbloccare gli aiuti economici congelati dal lontano agosto scorso.
«Proposte estreme non possono essere accettate dal governo greco», avrebbe affermato Tsipras, tornato da Bruxelles dove ha incontrato Jean-Claude Juncker, «tutti devono capire che il popolo greco ha sofferto molto nei cinque anni passati e bisogna smettere di giocare a sue spese».
I toni duri di Tsipras, che oggi andrà in Parlamento per spiegare i termini del possibile accordo ma senza prevedere un voto finale, si spiegano perché la troika ha sì ridotto le pretese di saldo primario di bilancio ma ha chiesto di continuare con le privatizzazioni, aumentare i tagli alle pensioni e premere sulle riforme del lavoro.
Tutti temi indigesti per “Piattaforma di sinistra”, la formazione radicale di Syriza guidata dal ministro per la Ricostruzione, Ambiente ed Energia Panayiotis Lafazanis che controlla 30 voti sui 162 della maggioranza in Parlamento. Anche se gli altri partitti all’opposizione come Nea Dimokratia, Pasok e To Potami, dovessero, come è probabile, votare a favore e far passare il piano dei creditori in aula, mancherebbero i 30 voti della sinistra di Syriza e verrebbe meno l’attuale maggioranza di governo, con possibile richiesta di andare al voto anticipato dopo appena quattro mesi dall’ultima consultazione politica.
A far rullare i tamburi di guerra della formazione di Lafazanis a cui si aggiuntoil dirigente Alexis Mitropoulos che ha definito «omicida» la proposta, è stata la consueta ricetta di aumento di tasse e taglio di spese della troika e soprattutto la proposta di aumentare l’Iva al 23% sulle forniture di energia elettrica, una decisione che si rifletterebbe con un rincaro sulle bollette elettriche, pari al 10 per cento. Una misura che metterebbe in serie difficoltà molte famiglie, con Syriza che in campagna elettorale aveva parlato di «crisi umanitaria» con l'aumento della povertà, a causa dei programmi imposti dalla troika.
Non solo. I creditori chiedono un aumento dell'età di pensionabile e una riduzione degli assegni, nella misura da ridurre la spesa pensionistica di 0,5 punti di Pil quest'anno, con un intervento che scatterebbe già da luglio.
Esattamente il contrario di quanto promesso in campagna elettorale da Tsipras che vede in questa richieste punitive una sorta di crociata contro il suo partito e un monito ad altri paesi dell’eurozona a non seguire la via greca.
Un altro nodo chiave su cui permangono distanze è la riforma del regime dell'Iva, un’imposta indiretta che pesa allo stesso modo su ricchi e poveri. I creditori internazionali chiedono di passare ad un sistema semplificato con due sole aliquote, all'11 e al 23 per cento. E di alzare l'aliquota sui farmaci. La Grecia invece vorrebbe tenere un sistema con tre aliquote, che in particolare prevede un regime speciale e di favore per le isole. Secondo Ue e Fmi questo comporterebbe minori entrate per quasi 1 punto di Pil.
Anche il ministero delle Finanze guidato da Yanis Varoufakis ha fatto sapere che rifiuta le proposte dei creditori, spiegando che il programma «non può risolvere« la crisi e «aumenterebbe la povertà e la disoccupazione».
La Stampa 5.6.15
Tsipras, l’errore di non toccare i vecchi privilegi
di Stefano Lepri
Tre mesi fa, le condizioni oggi poste alla Grecia dai creditori sarebbero parse generose. Non sarebbero state necessarie nuove misure di austerità per raggiungere gli obiettivi desiderati, almeno quest’anno. Ora, tra il ritiro dei soldi dalle banche, i ritardi di pagamenti dello Stato ai fornitori, l’incertezza per le imprese, l’economia greca è talmente a terra che il bilancio pubblico è di nuovo in dissesto. Da un lato, il meccanismo decisionale dell’area euro è così mal congegnato che non consente decisioni rapide. Se il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker avesse subito mostrato le carte, la Germania e gli altri Paesi rigoristi («i patti devono restare quelli firmati dal precedente governo greco») l’avrebbero sconfessato. Dall’altro lato, come mostrano le ultime ore, il problema è assai più grave. Di fronte a una forte minoranza del suo partito che preferisce l’uscita dall’euro, Alexis Tsipras è stato costretto a mettersi da solo con le spalle al muro per giustificare un compromesso che ad altri parrebbe una resa; e nemmeno adesso riesce a convincere tutti a seguirlo. Il risultato sarà un costo più elevato per tutti qualsiasi sia l’esito. Svanito nei tre mesi di braccio di ferro l’attivo primario di bilancio (al netto degli interessi da pagare ai creditori, nel 2014 le entrate superavano le spese) cade l’arma con cui Atene poteva con efficacia minacciare l’insolvenza. E l’eventuale uscita dall’euro sarebbe ancora più dolorosa. Anche interrompendo i rimborsi ai suoi creditori la Grecia, nelle condizioni attuali, non avrebbe soldi a sufficienza per pagare stipendi e pensioni. Potrebbe farlo stampando a più non posso titoli di pagamento che sarebbe inevitabile trasformare poi in «nuove dracme», ma presto mancherebbe la valuta per acquistare all’estero viveri e benzina. Questo forse non dispiacerebbe a chi, come la sinistra di Sýriza, ritiene che una misura da guerra come il razionamento potrebbe condurre verso una nuova economia non capitalistica. Ma in un Paese dove i ricchi tengono i soldi all’estero e i poveri mangiano cibo in gran parte importato, non è difficile immaginare chi perderebbe di più uscendo dall’euro. Anche nell’opposto caso di un accordo, gli altri Paesi d’Europa, compresa l’Italia, dovranno accrescere l’aiuto alla Grecia (almeno 40 miliardi di nuovi crediti rispetto ai 30 di cui si parlava l’anno scorso); pur se si escogiterà una qualche formula contorta per celarlo agli elettori tedeschi. I sacrifici per i greci che potevano essere evitati con un accordo più rapido consistono, nelle richieste attuali dei creditori, soprattutto in un nuovo aumento dell’Iva e in un’altra stretta al sistema pensionistico. Ma come è avvenuto, in cinque anni di austerità, che mentre si tagliavano pensioni già basse i numerosissimi statali ellenici vadano tuttora a riposo, in media, a 56 anni? In astratto, si poteva aspettarsi che la «Coalizione della sinistra radicale» catapultata al governo si impegnasse per cambiare alla radice tutto il Paese; sembra paradossalmente timida, invece, nel disfare clientele e privilegi ereditati. E’ vero che l’austerità alla tedesca non funziona, che ridurre i salari di un quarto non ha ridato la crescita, ma dov’è il progetto da opporre?
Tsipras, l’errore di non toccare i vecchi privilegi
di Stefano Lepri
Tre mesi fa, le condizioni oggi poste alla Grecia dai creditori sarebbero parse generose. Non sarebbero state necessarie nuove misure di austerità per raggiungere gli obiettivi desiderati, almeno quest’anno. Ora, tra il ritiro dei soldi dalle banche, i ritardi di pagamenti dello Stato ai fornitori, l’incertezza per le imprese, l’economia greca è talmente a terra che il bilancio pubblico è di nuovo in dissesto. Da un lato, il meccanismo decisionale dell’area euro è così mal congegnato che non consente decisioni rapide. Se il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker avesse subito mostrato le carte, la Germania e gli altri Paesi rigoristi («i patti devono restare quelli firmati dal precedente governo greco») l’avrebbero sconfessato. Dall’altro lato, come mostrano le ultime ore, il problema è assai più grave. Di fronte a una forte minoranza del suo partito che preferisce l’uscita dall’euro, Alexis Tsipras è stato costretto a mettersi da solo con le spalle al muro per giustificare un compromesso che ad altri parrebbe una resa; e nemmeno adesso riesce a convincere tutti a seguirlo. Il risultato sarà un costo più elevato per tutti qualsiasi sia l’esito. Svanito nei tre mesi di braccio di ferro l’attivo primario di bilancio (al netto degli interessi da pagare ai creditori, nel 2014 le entrate superavano le spese) cade l’arma con cui Atene poteva con efficacia minacciare l’insolvenza. E l’eventuale uscita dall’euro sarebbe ancora più dolorosa. Anche interrompendo i rimborsi ai suoi creditori la Grecia, nelle condizioni attuali, non avrebbe soldi a sufficienza per pagare stipendi e pensioni. Potrebbe farlo stampando a più non posso titoli di pagamento che sarebbe inevitabile trasformare poi in «nuove dracme», ma presto mancherebbe la valuta per acquistare all’estero viveri e benzina. Questo forse non dispiacerebbe a chi, come la sinistra di Sýriza, ritiene che una misura da guerra come il razionamento potrebbe condurre verso una nuova economia non capitalistica. Ma in un Paese dove i ricchi tengono i soldi all’estero e i poveri mangiano cibo in gran parte importato, non è difficile immaginare chi perderebbe di più uscendo dall’euro. Anche nell’opposto caso di un accordo, gli altri Paesi d’Europa, compresa l’Italia, dovranno accrescere l’aiuto alla Grecia (almeno 40 miliardi di nuovi crediti rispetto ai 30 di cui si parlava l’anno scorso); pur se si escogiterà una qualche formula contorta per celarlo agli elettori tedeschi. I sacrifici per i greci che potevano essere evitati con un accordo più rapido consistono, nelle richieste attuali dei creditori, soprattutto in un nuovo aumento dell’Iva e in un’altra stretta al sistema pensionistico. Ma come è avvenuto, in cinque anni di austerità, che mentre si tagliavano pensioni già basse i numerosissimi statali ellenici vadano tuttora a riposo, in media, a 56 anni? In astratto, si poteva aspettarsi che la «Coalizione della sinistra radicale» catapultata al governo si impegnasse per cambiare alla radice tutto il Paese; sembra paradossalmente timida, invece, nel disfare clientele e privilegi ereditati. E’ vero che l’austerità alla tedesca non funziona, che ridurre i salari di un quarto non ha ridato la crescita, ma dov’è il progetto da opporre?