Repubblica 17.4.15
Tra i veleni di Ercolano le primarie “prepagate”
di Conchita Sannino
ERCOLANO . Le banconote di grosso taglio da cambiare in un mare «di spiccioli». La moneta da 2 euro, o due monete da 1, da consegnare agli elettori delle primarie prima che raggiungessero il seggio. E poi i documenti da segnare a ogni consegna: da un lato ti do i soldi, dall’altro registro le generalità. Tutto doveva avvenire in un negozio, sembra una pescheria, che si trova proprio «sulla strada del seggio» nel giorno delle consultazioni per scegliere il candidato sindaco democrat ad Ercolano. Sarebbe sembrata una domenica di “festa democratica”. Tutto doveva consumarsi in occasione dei gazebo, fissati l’8 marzo, poi rinviati al 12 aprile: e infine saltati in extremis, una settimana fa, solo dopo la notizia dell’inchiesta della Procura di Napoli che travolge il sindaco Vincenzo Strazzullo e il suo vice Antonello Cozzolino, costretti a ritirarsi di fronte allo scenario presunto di favori, assunzioni clientelari e tangenti tra imprenditori di una coop e politica sporca.
Primarie “pre-pagate”, dunque. Una strategia ricostruita da Repubblica e verificata con fonti qualificate. Eppure, l’ultimo segreto dello scandalo Pd che investe Ercolano - città dove i democrat hanno anche scritto pagine importanti di impegno anticamorra e di coraggio antiracket - è destinato a fare esplodere ulteriori veleni. Il dettaglio choc non ha rilievo penale, ma arroventa la vigilia delle amministrative. E ad Ercolano, dopo una settimana di occupazione del circolo e difficile mediazione, ieri le segreterie provinciale e regionale decidono che le consultazioni rinviate torneranno. Ovviamente tra protagonisti che non sono quelli dell’indagine: il renziano Ciro Buonajuto, il medico Gennaro Sulipano e il segretario cittadino Antonio Liberti che aveva svolto un’opera di “raccordo” e su cui si erano riversati Strazzullo e Cozzolino. I gazebo si aprirano «tra il 19 e il 26 aprile», ovvero a cinque giorni dal termine per le liste.
Intanto l’inchiesta dei pm Valter Brunetti e Celeste Carrano coordinati dal procuratore aggiunto Alfonso D’Avino e nata da accertamenti vecchio stile della Guardia di Finanza, si allarga. Appalti per oltre 20 milioni nel mirino, chilometri di strade storiche da rifare e c’è persino il cantiere di una caserma dei carabinieri. Lavori, ma anche rifiuti. Nelle indagini, tracce di corruzione intorno alla Multi ecoplast, l’azienda che si occupa di smaltimento. Sotto inchiesta anche l’assessore (poi dimissionario) Salvatore Solaro, il cui studio professionale pare che vincesse spesso le progettazioni per i lavori. Gli investigatori guidati dal colonnello Cesare Forte hanno controllato gli stati di avanzamento dei lavori, colto per mesi dialoghi e racconto, acquisito atti in Comune. Lo scandalo è appena cominciato.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 17 aprile 2015
Corriere 17.4.15
Bindi: così è inevitabile
Alla nostra sinistra qualcuno farà un partito
di Monica Guerzoni
ROMA Presidente Rosy Bindi, voterà l’Italicum?
«Senza cambiamenti, il legame tra legge elettorale e riforma costituzionale mi porta a non partecipare al voto».
Nascerà un nuovo partito a sinistra?
«Non lo so. Ma l’assemblea è stato uno spartiacque importante. Le dimissioni del capogruppo non possono essere derubricate a ordinaria amministrazione, “grazie per il lavoro svolto e diamo la parola al primo iscritto”».
Speranza deve ripensarci?
«Sono dimissioni vere, non di facciata. Un atto serio, grave e con una sua portata etica, perché significa prima le idee e poi i posti. Che altro deve succedere perché una comunità politica si fermi a riflettere?».
Non avete votato in 120, ma ha vinto ancora Renzi.
«Se misuriamo i rapporti di forza numerici vince lui, non ho dubbi. Ma esiste anche un aspetto morale e se si continua a colpi di maggioranza, si perde tutti. Centoventi voti sono tanti, un terzo del gruppo».
Renzi non ha i numeri?
«Io rifletterei. La legge elettorale non si fa con i maldipancia delle opposizioni, le dimissioni del capogruppo e un terzo di deputati del Pd contrari. Un dissenso che finalmente anche costituzionalisti ed editorialisti autorevoli hanno fatto proprio nei loro commenti».
In aula proverete ad affossare la legge?
«In aula faremo la nostra battaglia e poi c’è il voto segreto. Io ho presentato due emendamenti di sistema, premio di lista e di coalizione e apparentamento al secondo turno».
Per i renziani l’apparentamento serve a far pesare i vostri voti dopo la scissione...
«Le leggi elettorali si fanno in un tempo e in uno spazio e poiché Renzi ha detto che nessuna legge è perfetta, nell’Italia di oggi chi vuole il bipolarismo deve aiutare la ricomposizione dei campi politici e quindi del centrodestra».
Lavora per Berlusconi?
«Lavoro contro la mutazione genetica del Pd, che passa da partito comunità a partito del leader. Se tutti fanno la corsa per entrare nel partito che prende il premio, dalla Tinagli a Migliore, è chiaro l’elemento unificante diventa solo il capo del partito».
Non le piace vincere?
«Non con il partito della nazione, che per prendere tutto ripropone il consociativismo e le larghe intese degli interessi al proprio interno. Sa chi fa il gioco dell’oca? Chi vuole una legge che ci fa tornare a vent’anni fa, a prima del Mattarellum».
Crede davvero che riuscirete a cambiare l’Italicum?
«In Parlamento si vota e chi la pensa diversamente dal governo si può saldare. Temo poi che la riforma del Senato avrà vita complicata. Renzi avverte che se non passa l’Italicum si va a votare, ma c’è chi dice che si va a votare se passa. Vediamo chi vince la scommessa».
Punta a far cadere Renzi?
«Non mi comporterò da 101, farò la mia battaglia a viso aperto. Con l’unità del Pd le riforme si possono fare bene, c’è tempo fino al 2018 per dare al Paese la svolta che tutti auspichiamo. Fidiamoci gli uni degli altri».
Come fa Renzi a fidarsi di chi evoca la scissione?
«A proposito di malignità, chi ha voluto la soglia del 3%, che ha l’effetto perverso di sbriciolare le minoranze? Noi o lui? È studiata da colui che dà le carte per costruire il partito pigliatutto. Come si dice mazziere in francese, che in italiano suona brutto?».
E se c’è la fiducia?
«Non credo che voglia passare alla storia come colui che ha messo la terza fiducia sulla legge elettorale. Dopo la legge Acerbo e la legge truffa, la legge Renzi Boschi».
Se passa uscirete dal Pd?
«Io sono troppo vecchia per essere interessata a nuove avventure politiche, ma qualcuno lo farà un partito a sinistra del partito della nazione. Con il 3% è stato dato uno strumento elettorale a una possibile operazione politica, che prenderà molto di più. Camusso ha detto che non vota più Pd e la coalizione sociale di Landini ha senso, con un governo così».
Bindi: così è inevitabile
Alla nostra sinistra qualcuno farà un partito
di Monica Guerzoni
ROMA Presidente Rosy Bindi, voterà l’Italicum?
«Senza cambiamenti, il legame tra legge elettorale e riforma costituzionale mi porta a non partecipare al voto».
Nascerà un nuovo partito a sinistra?
«Non lo so. Ma l’assemblea è stato uno spartiacque importante. Le dimissioni del capogruppo non possono essere derubricate a ordinaria amministrazione, “grazie per il lavoro svolto e diamo la parola al primo iscritto”».
Speranza deve ripensarci?
«Sono dimissioni vere, non di facciata. Un atto serio, grave e con una sua portata etica, perché significa prima le idee e poi i posti. Che altro deve succedere perché una comunità politica si fermi a riflettere?».
Non avete votato in 120, ma ha vinto ancora Renzi.
«Se misuriamo i rapporti di forza numerici vince lui, non ho dubbi. Ma esiste anche un aspetto morale e se si continua a colpi di maggioranza, si perde tutti. Centoventi voti sono tanti, un terzo del gruppo».
Renzi non ha i numeri?
«Io rifletterei. La legge elettorale non si fa con i maldipancia delle opposizioni, le dimissioni del capogruppo e un terzo di deputati del Pd contrari. Un dissenso che finalmente anche costituzionalisti ed editorialisti autorevoli hanno fatto proprio nei loro commenti».
In aula proverete ad affossare la legge?
«In aula faremo la nostra battaglia e poi c’è il voto segreto. Io ho presentato due emendamenti di sistema, premio di lista e di coalizione e apparentamento al secondo turno».
Per i renziani l’apparentamento serve a far pesare i vostri voti dopo la scissione...
«Le leggi elettorali si fanno in un tempo e in uno spazio e poiché Renzi ha detto che nessuna legge è perfetta, nell’Italia di oggi chi vuole il bipolarismo deve aiutare la ricomposizione dei campi politici e quindi del centrodestra».
Lavora per Berlusconi?
«Lavoro contro la mutazione genetica del Pd, che passa da partito comunità a partito del leader. Se tutti fanno la corsa per entrare nel partito che prende il premio, dalla Tinagli a Migliore, è chiaro l’elemento unificante diventa solo il capo del partito».
Non le piace vincere?
«Non con il partito della nazione, che per prendere tutto ripropone il consociativismo e le larghe intese degli interessi al proprio interno. Sa chi fa il gioco dell’oca? Chi vuole una legge che ci fa tornare a vent’anni fa, a prima del Mattarellum».
Crede davvero che riuscirete a cambiare l’Italicum?
«In Parlamento si vota e chi la pensa diversamente dal governo si può saldare. Temo poi che la riforma del Senato avrà vita complicata. Renzi avverte che se non passa l’Italicum si va a votare, ma c’è chi dice che si va a votare se passa. Vediamo chi vince la scommessa».
Punta a far cadere Renzi?
«Non mi comporterò da 101, farò la mia battaglia a viso aperto. Con l’unità del Pd le riforme si possono fare bene, c’è tempo fino al 2018 per dare al Paese la svolta che tutti auspichiamo. Fidiamoci gli uni degli altri».
Come fa Renzi a fidarsi di chi evoca la scissione?
«A proposito di malignità, chi ha voluto la soglia del 3%, che ha l’effetto perverso di sbriciolare le minoranze? Noi o lui? È studiata da colui che dà le carte per costruire il partito pigliatutto. Come si dice mazziere in francese, che in italiano suona brutto?».
E se c’è la fiducia?
«Non credo che voglia passare alla storia come colui che ha messo la terza fiducia sulla legge elettorale. Dopo la legge Acerbo e la legge truffa, la legge Renzi Boschi».
Se passa uscirete dal Pd?
«Io sono troppo vecchia per essere interessata a nuove avventure politiche, ma qualcuno lo farà un partito a sinistra del partito della nazione. Con il 3% è stato dato uno strumento elettorale a una possibile operazione politica, che prenderà molto di più. Camusso ha detto che non vota più Pd e la coalizione sociale di Landini ha senso, con un governo così».
La Stampa 17.4.15
Tra l’Italicum e la questione morale
di Federico Geremicca
La quiete dopo la tempesta è un classico, anche in politica: infatti regala tempo, un tempo necessario a valutare i danni inferti, quelli subiti e a riflettere sulle mosse da fare. Così come è un classico l’offerta del solito ramoscello d’ulivo, che permette di valutare stato d’animo, intenzioni e disponibilità al compromesso da parte dell’avversario appena bastonato.
E così, quello di ieri è stato per il Pd il giorno in cui una tregua impossibile ha momentaneamente interrotto una guerra inevitabile: Matteo Renzi è partito per gli Usa, e i suoi avversari ne hanno approfittato per tratteggiare bilanci e strategie.
Al centro dello scontro c’è l’Italicum: anzi, l’Italicum e gli effetti che la nuova legge elettorale produrrebbe sommata alla riforma del Senato. In casa Pd se ne discute (spesso faziosamente) da mesi, come è purtroppo noto. Nessuna emozione, invece, zero scontri e nemmeno uno straccio di polemica intorno a un tema che dovrebbe, se possibile, preoccupare ancor di più: e cioè, la lenta trasformazione del Partito democratico in una forza politica che va progressivamente abbassando l’asticella del suo rigore etico e delle cosiddette compatibilità.
Il problema riguarda, è bee dirlo subito, tanto la maggioranza quanto la minoranza del Pd, in questo caso unite in una sorta di nichilista indifferenza. Il caso di Raffaella Paita - candidata presidente in Liguria, raggiunta da un avviso di garanzia - è solo l’ultimo di una serie di incidenti che avrebbero potuto esser affrontati in altro modo. Ieri, invece, il vicesegretario Guerini ha confermato che resta lei la candidata dei democratici: nel silenzio - o addirittura con l’apprezzamento - di maggioranza e minoranza interna.
E’ solo l’ultimo caso, dicevamo. Prima c’era stato quello di Vincenzo De Luca, candidato governatore in Campania; prima ancora quello di Stefano Bonaccini, poi eletto presidente in Emilia Romagna; e quindi certe primarie e certe alleanze in Sicilia, per fermarci alla storia recente senza rielencare i nomi e i cognomi dei coinvolti nell’inchiesta di Mafia capitale o in quella ancor più attuale abbattutasi sugli affari di Ischia.
Il caso di De Luca, in particolare, risulta imbarazzante (al di là delle responsabilità del plurieletto sindaco di Salerno) perché ha messo in evidenza - tra l’altro - come le leggi dello Stato siano ormai più nette e rigorose di quanto lo siano lo Statuto e i regolamenti del Pd, che consentono la candidatura alle primarie anche a condannati in primo grado, mentre la legge Severino prevede la sospensione dall’incarico per gli amministratori che venissero a trovarsi in quella condizione.
Questa lenta ma progressiva mutazione del Partito democratico sta avvenendo nella sostanziale indifferenza delle diverse correnti in guerra tra loro da oltre un anno. Vi sono, certo, casi singoli di resistenza, come quello di Sergio Cofferati che ha abbandonato il Pd dopo le primarie combattute giusto contro Raffaella Paita o di Pippo Civati, che ha messo in campo un candidato alternativo a quello del Pd proprio in Liguria.
Ma si tratta, appunto, di eccezioni: il resto del Pd - dunque la quasi totalità - sembra star facendo l’abitudine a candidati coinvolti in inchieste giudiziarie, a sottosegretari indagati che restano al loro posto, a futuri governatori che rischiano la sospensione dalla carica appena eletti. Se la corruzione e l’illegalità diffusa sono uno dei problemi più seri del Paese (e infatti il governo ne va facendo una priorità) allora bisogna annotare che le regole e le scelte politiche del Pd non sempre riflettono tale consapevolezza.
Dopodichè, la politica ha le sue regole, forse davvero è “sangue e merda” - come diceva il vecchio Rino Formica - e nessuno intende fingere ingenuità. Negli anni d’oro, Silvio Berlusconi vinceva elezioni locali e nazionali candidando, spesso, l’incandidabile. Oggi il Pd di Renzi - trionfatore alle europee e in tutte le Regioni dove si è finora votato - sembra godere della stessa incontenibile forza propulsiva.
E’ proprio questa forza, però, che renderebbe possibile scelte diverse, più esemplari ed eticamente rigorose. Non solo perché il conto, prima o poi, arriva per tutti: ma anche per ridare credibilità a interminabili battaglie sui massimi sistemi e agli allarmi sui rischi per la democrazia. La democrazia, infatti, può traballare anche per molto meno di una riforma elettorale: indagati e condannati alla guida di Regioni e Comuni possono fare assai più danni di una preferenza in meno o di una soglia di sbarramento in più...
Tra l’Italicum e la questione morale
di Federico Geremicca
La quiete dopo la tempesta è un classico, anche in politica: infatti regala tempo, un tempo necessario a valutare i danni inferti, quelli subiti e a riflettere sulle mosse da fare. Così come è un classico l’offerta del solito ramoscello d’ulivo, che permette di valutare stato d’animo, intenzioni e disponibilità al compromesso da parte dell’avversario appena bastonato.
E così, quello di ieri è stato per il Pd il giorno in cui una tregua impossibile ha momentaneamente interrotto una guerra inevitabile: Matteo Renzi è partito per gli Usa, e i suoi avversari ne hanno approfittato per tratteggiare bilanci e strategie.
Al centro dello scontro c’è l’Italicum: anzi, l’Italicum e gli effetti che la nuova legge elettorale produrrebbe sommata alla riforma del Senato. In casa Pd se ne discute (spesso faziosamente) da mesi, come è purtroppo noto. Nessuna emozione, invece, zero scontri e nemmeno uno straccio di polemica intorno a un tema che dovrebbe, se possibile, preoccupare ancor di più: e cioè, la lenta trasformazione del Partito democratico in una forza politica che va progressivamente abbassando l’asticella del suo rigore etico e delle cosiddette compatibilità.
Il problema riguarda, è bee dirlo subito, tanto la maggioranza quanto la minoranza del Pd, in questo caso unite in una sorta di nichilista indifferenza. Il caso di Raffaella Paita - candidata presidente in Liguria, raggiunta da un avviso di garanzia - è solo l’ultimo di una serie di incidenti che avrebbero potuto esser affrontati in altro modo. Ieri, invece, il vicesegretario Guerini ha confermato che resta lei la candidata dei democratici: nel silenzio - o addirittura con l’apprezzamento - di maggioranza e minoranza interna.
E’ solo l’ultimo caso, dicevamo. Prima c’era stato quello di Vincenzo De Luca, candidato governatore in Campania; prima ancora quello di Stefano Bonaccini, poi eletto presidente in Emilia Romagna; e quindi certe primarie e certe alleanze in Sicilia, per fermarci alla storia recente senza rielencare i nomi e i cognomi dei coinvolti nell’inchiesta di Mafia capitale o in quella ancor più attuale abbattutasi sugli affari di Ischia.
Il caso di De Luca, in particolare, risulta imbarazzante (al di là delle responsabilità del plurieletto sindaco di Salerno) perché ha messo in evidenza - tra l’altro - come le leggi dello Stato siano ormai più nette e rigorose di quanto lo siano lo Statuto e i regolamenti del Pd, che consentono la candidatura alle primarie anche a condannati in primo grado, mentre la legge Severino prevede la sospensione dall’incarico per gli amministratori che venissero a trovarsi in quella condizione.
Questa lenta ma progressiva mutazione del Partito democratico sta avvenendo nella sostanziale indifferenza delle diverse correnti in guerra tra loro da oltre un anno. Vi sono, certo, casi singoli di resistenza, come quello di Sergio Cofferati che ha abbandonato il Pd dopo le primarie combattute giusto contro Raffaella Paita o di Pippo Civati, che ha messo in campo un candidato alternativo a quello del Pd proprio in Liguria.
Ma si tratta, appunto, di eccezioni: il resto del Pd - dunque la quasi totalità - sembra star facendo l’abitudine a candidati coinvolti in inchieste giudiziarie, a sottosegretari indagati che restano al loro posto, a futuri governatori che rischiano la sospensione dalla carica appena eletti. Se la corruzione e l’illegalità diffusa sono uno dei problemi più seri del Paese (e infatti il governo ne va facendo una priorità) allora bisogna annotare che le regole e le scelte politiche del Pd non sempre riflettono tale consapevolezza.
Dopodichè, la politica ha le sue regole, forse davvero è “sangue e merda” - come diceva il vecchio Rino Formica - e nessuno intende fingere ingenuità. Negli anni d’oro, Silvio Berlusconi vinceva elezioni locali e nazionali candidando, spesso, l’incandidabile. Oggi il Pd di Renzi - trionfatore alle europee e in tutte le Regioni dove si è finora votato - sembra godere della stessa incontenibile forza propulsiva.
E’ proprio questa forza, però, che renderebbe possibile scelte diverse, più esemplari ed eticamente rigorose. Non solo perché il conto, prima o poi, arriva per tutti: ma anche per ridare credibilità a interminabili battaglie sui massimi sistemi e agli allarmi sui rischi per la democrazia. La democrazia, infatti, può traballare anche per molto meno di una riforma elettorale: indagati e condannati alla guida di Regioni e Comuni possono fare assai più danni di una preferenza in meno o di una soglia di sbarramento in più...
giovedì 16 aprile 2015
Repubblica 16.4.15
“L’Ego ha fallito la psiche è ormai un Io collettivo”
Parla Jerome Bruner, padre fondatore del cognitivismo: siamo individui la biologia non basta a comprenderci
di Massimo Amanniti
“Arrivato a cent’anni i miei interessi sono più per le mutazioni che i costumi provocano alle leggi, pensi ai matrimoni gay”
SCETTICO sull’avvicinamento tra psicologia e neurobiologia di cui tanto si parla. Difensore dell’interazione tra individuo e società che può essere riassunta quasi in una formula linguistica: dall’Ego al We-go. E soprattutto convinto nell’usare ancora il termine “cultura” quando si parla di psiche. Jerome Bruner, arrivato alla soglia dei cento anni, è l’ultimo grande padre fondatore della psicologia moderna, erede nello stesso tempo di psicologi come Piaget e Vigotskiy e di psicoanalisti come Freud e Jung. Negli anni Cinquanta condusse la rivoluzione cognitiva che ha riportato in primo piano lo studio della mente umana, ritenuta inconoscibile dagli studiosi del comportamento e oggi, nella sua casa di New York accetta di fare un bilancio dello stato dell’arte. «Ho meno energie fisiche e mentali e a dirti la verità non ti so dire come passo le mie giornate – dice – Ma interessi ne ho fin troppi, anche se non seguo gli sviluppi della psicologia».
Perché?
«Non si trova in buone acque, è troppo conservatrice e tradizionale. Per questo negli ultimi anni mi sono occupato di legge e di antropologia e fino a due anni fa ho insegnato alla School of Law della New York University».
Cosa pensi del fatto che la neurobiologia ha cominciato a studiare le emozioni, l’empatia e il sé, terreni tradizionalmente di pertinenza della psicologia?
«Non sono così entusiasta: c’è il rischio che lo studio della mente venga sottratto alla psicologia e si faccia riferimento a circuiti e aree cerebrali e si perda la soggettività. Si rischia di potere dire che il cervello giustifica ogni cosa, che io non sono responsabile, ciò che faccio dipende dal mio cervello. Si può sempre dire: è la mia natura. Mi attrae di più il mondo della legge, in cui vi è una continua interazione fra l’individuo e la cultura».
È evidente che non ti riferisci ad una legge naturale, ma ad un processo fra individuo e società che cambia continuamente, è così?
«Da una parte la moralità si lega ai rapporti fra le persone, ai legami emotivi che ci aiutano a identificarci cogli altri e a capire le loro motivazioni. Ma poi vi è uno scambio continuo fra i comportamenti e le abitudini che cambiano nel tempo e gli aspetti normativi codificati dalle leggi. Sempre più spesso i comportamenti quotidiani si muovono in direzioni che anticipano le leggi, guarda ad esempio quello che sta avvenendo con le coppie gay che non solo rivendicano il matrimonio ma anche la possibilità di avere dei figli. Spesso le leggi sono costrette a rincorrere i cambiamenti di relazioni e di costumi. Ed è qui che sorgono i problemi: qui da noi discutiamo di coppie gay, mentre in alcuni paesi islamici i gay sono addirittura giustiziati ».
Questa dialettica fra individuo e cultura è quello che ti ha impegnato negli ultimi anni, basta leggere il tuo libro La cultura dell’educazione . Come vedi questo rapporto?
«Nel mio caso io provengo da una famiglia ebrea di origine tedesca: mi sono spesso chiesto come ha influenzato il mio Io e in che modo sono ebreo?» Freud ha sempre parlato dell’Ego ma sempre più spesso noi parliamo del senso del noi, ossia del We-go, è quello che tu definisci psicologia culturale?
«Mi piace il termine We-go sicuramente siamo spinti continuamente verso gli altri ed Ego e We-go si intrecciano continuamente».
Il ricercatore Michael Tomasello definisce l’uomo un essere ipersociale e questo ha segnato il suo futuro. Sei d’accordo?
«Si può andare verso gli altri per molti motivi, io penso che il sentimento di impotenza e la paura di non farcela da soli ci spinga verso gli altri, ossia dall’Ego al We-go. Ma il successo non è scontato: ci si dibatte fra l’incertezza, le difficoltà, la frustrazione ma anche la soddisfazione e la creatività. È un equilibrio impossibile, gli altri come scriveva Sartre sono l’inferno, ma un inferno necessario».
“L’Ego ha fallito la psiche è ormai un Io collettivo”
Parla Jerome Bruner, padre fondatore del cognitivismo: siamo individui la biologia non basta a comprenderci
di Massimo Amanniti
“Arrivato a cent’anni i miei interessi sono più per le mutazioni che i costumi provocano alle leggi, pensi ai matrimoni gay”
SCETTICO sull’avvicinamento tra psicologia e neurobiologia di cui tanto si parla. Difensore dell’interazione tra individuo e società che può essere riassunta quasi in una formula linguistica: dall’Ego al We-go. E soprattutto convinto nell’usare ancora il termine “cultura” quando si parla di psiche. Jerome Bruner, arrivato alla soglia dei cento anni, è l’ultimo grande padre fondatore della psicologia moderna, erede nello stesso tempo di psicologi come Piaget e Vigotskiy e di psicoanalisti come Freud e Jung. Negli anni Cinquanta condusse la rivoluzione cognitiva che ha riportato in primo piano lo studio della mente umana, ritenuta inconoscibile dagli studiosi del comportamento e oggi, nella sua casa di New York accetta di fare un bilancio dello stato dell’arte. «Ho meno energie fisiche e mentali e a dirti la verità non ti so dire come passo le mie giornate – dice – Ma interessi ne ho fin troppi, anche se non seguo gli sviluppi della psicologia».
Perché?
«Non si trova in buone acque, è troppo conservatrice e tradizionale. Per questo negli ultimi anni mi sono occupato di legge e di antropologia e fino a due anni fa ho insegnato alla School of Law della New York University».
Cosa pensi del fatto che la neurobiologia ha cominciato a studiare le emozioni, l’empatia e il sé, terreni tradizionalmente di pertinenza della psicologia?
«Non sono così entusiasta: c’è il rischio che lo studio della mente venga sottratto alla psicologia e si faccia riferimento a circuiti e aree cerebrali e si perda la soggettività. Si rischia di potere dire che il cervello giustifica ogni cosa, che io non sono responsabile, ciò che faccio dipende dal mio cervello. Si può sempre dire: è la mia natura. Mi attrae di più il mondo della legge, in cui vi è una continua interazione fra l’individuo e la cultura».
È evidente che non ti riferisci ad una legge naturale, ma ad un processo fra individuo e società che cambia continuamente, è così?
«Da una parte la moralità si lega ai rapporti fra le persone, ai legami emotivi che ci aiutano a identificarci cogli altri e a capire le loro motivazioni. Ma poi vi è uno scambio continuo fra i comportamenti e le abitudini che cambiano nel tempo e gli aspetti normativi codificati dalle leggi. Sempre più spesso i comportamenti quotidiani si muovono in direzioni che anticipano le leggi, guarda ad esempio quello che sta avvenendo con le coppie gay che non solo rivendicano il matrimonio ma anche la possibilità di avere dei figli. Spesso le leggi sono costrette a rincorrere i cambiamenti di relazioni e di costumi. Ed è qui che sorgono i problemi: qui da noi discutiamo di coppie gay, mentre in alcuni paesi islamici i gay sono addirittura giustiziati ».
Questa dialettica fra individuo e cultura è quello che ti ha impegnato negli ultimi anni, basta leggere il tuo libro La cultura dell’educazione . Come vedi questo rapporto?
«Nel mio caso io provengo da una famiglia ebrea di origine tedesca: mi sono spesso chiesto come ha influenzato il mio Io e in che modo sono ebreo?» Freud ha sempre parlato dell’Ego ma sempre più spesso noi parliamo del senso del noi, ossia del We-go, è quello che tu definisci psicologia culturale?
«Mi piace il termine We-go sicuramente siamo spinti continuamente verso gli altri ed Ego e We-go si intrecciano continuamente».
Il ricercatore Michael Tomasello definisce l’uomo un essere ipersociale e questo ha segnato il suo futuro. Sei d’accordo?
«Si può andare verso gli altri per molti motivi, io penso che il sentimento di impotenza e la paura di non farcela da soli ci spinga verso gli altri, ossia dall’Ego al We-go. Ma il successo non è scontato: ci si dibatte fra l’incertezza, le difficoltà, la frustrazione ma anche la soddisfazione e la creatività. È un equilibrio impossibile, gli altri come scriveva Sartre sono l’inferno, ma un inferno necessario».
Repubblica 16.4.15
Il giallo Vivaldi e le carte sparite
Federico Maria Sardelli ricostruisce l’avventurosa storia dei manoscritti segreti del compositore
di Leonetta Bentivoglio
L’AFFARE Vivaldi? È un gioco poliziesco, un’arca inseguita da un musicologo in veste d’Indiana Jones e un tesoro grossolanamente manipolato dall’insipienza del fascismo. Soprattutto è un viaggio plurisecolare di manoscritti lungo il quale un geniale e fertile musicista settecentesco, rimasto ignoto per uno sterminato arco di tempo, ha finito per trasformarsi in un fenomeno pop. Si sa che il glorioso compositore veneziano Antonio Vivaldi viene oggi festeggiato e proposto in ogni salsa, in versione filologica o rock, sacrale o accelerata istericamente da gruppi barocchi alla moda.
Ma in molti ignorano il destino di cui fu vittima la musica del Prete Rosso, caduta nel dimenticatoio per l’intero Ottocento. I motivi e i percorsi di quest’enigma affiorano da un’abile inchiesta, oscillante tra Settecento e Novecento e scritta come un romanzo: L’affare Vivaldi (Sellerio, pagg. 304, euro 14), firmata dallo studioso e interprete vivaldiano Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra, fondatore dell’ensemble “Modo Antiquo” e responsabile del Catalogo Vivaldiano presso la Fondazione Cini di Venezia.
«Già conoscevo questa storia », riferisce il livornese Sardelli, che è anche fumettista e autore satirico. «Ma per il libro ho voluto approfondirla con indagini minuziose su cronache, corrispondenze e archivi. L’approccio saggistico avrebbe raffreddato un racconto tanto rocambolesco. Ho quindi scelto la fiction, però mettendo sempre in campo personaggi autentici e situazioni documentate».
Provando a sintetizzare, diciamo che, dopo una vita di trionfi, l’autore delle Quattro Stagioni , schiacciato dai debiti, perisce in miseria. Mucchi di sue partiture si volatilizzano per quasi due secoli, finché un salesiano, negli anni Venti del secolo scorso, offre un misterioso lascito al direttore della Biblioteca Nazionale di Torino e all’insigne musicologo ebreo Alberto Gentili, che ha il compito di valutarli. Poiché la Biblioteca non ha i mezzi per acquisirli, interviene come sponsor l’agente di cambio Roberto Foà. Intanto, studiando i fogli, Gentili capisce che alla miracolosa collezione mancano delle parti, e le recupera risalendo alla fonte originaria della donazione, la famiglia Durazzo. Anche questa seconda fetta di materiali viene comprata grazie al denaro di un mecenate, l’industriale Filippo Giordano. Il tutto sfocia nel fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, primo generatore del gigantesco revival vivaldiano. L’idiozia del regime liquiderà gli artefici del progetto: fugge il professor Gentili, “epurato” dalle leggi antisemite; e scappano all’estero sia Foà che Giordano. Saranno Alfredo Casella e l’Accademia Musicale Chigiana a rivendicare la scoperta di un autore che, dagli anni Trenta in poi, non ha smesso di farsi celebrare.
Ma com’è possibile che tutto questo materiale sia rimasto inedito? «Benché le biografie del compositore tratteggino qua e là tali notizie, non c’è stato mai stato un focus sulla vicenda complessiva – spiega Sardelli –. Ho trovato fotografie, lettere, telegrammi e scambi di ogni tipo fra gli attori del plot: in tanti, durante il fascismo, s’intromisero nell’affare. Tra gli interlocutori del Ministero della Cultura ci fu pure D’Annunzio, che si dichiarò interessato agli scritti vivaldiani ».
Provò ad aggiudicarsi il patrimonio anche Ezra Pound, che con la sua amante, la violinista Olga Rudge, s’impadronì delle partiture realizzando trascrizioni di cui Sardelli mostra l’insensatezza, non celando la sua antipatia per il poeta americano. «Insopportabile fu la prepotenza con cui Pound giunse a Vivaldi – chiarisce lo studioso –. Sostenitore del regime e fiero della propria arroganza, riuscì ad accaparrarsi quella musica usando le sue amicizie con i potenti di Roma. Sulla sua attività di trascrittore musicale rilasciò interviste che mi hanno permesso di mettergli in bocca le sue stesse parole. D’altra parte l’intero libro nasce da testimonianze concrete. Ad esempio, per far parlare i salesiani, ho saccheggiato i loro bollettini. Non più del dieci per cento di quanto ho scritto è frutto della mia fantasia».
Nei primi capitoli de L’affare Vivaldi sono riprodotti frammenti d’ingiunzioni giudiziarie a carico del compositore, assillato dai creditori. Molto presente, in questo resoconto, è la figura del fratello Francesco. La scena della sua cacciata da Venezia per aver oltraggiato un nobile è degna del Vernacoliere , il periodico per cui lo stesso Sardelli lavora: «È la prima volta che l’episodio guadagna gli onori della stampa, forse perché calarsi le braghe ed esibire il membro, come fece Francesco Vivaldi, non è il massimo dell’eleganza. Sembra inventato, e invece è bello sapere che il documento che lo riporta si può rintracciare nella Biblioteca Marciana di Venezia».
Vivaldi, in realtà, non compare mai nel libro, che parte dalla sua morte. Il grande protagonista resta in qualche modo invisibile: «Ho fatto questa scelta – racconta Sardelli – perché su di lui c’è stata una proliferazione d’informazioni talmente immensa e deviata, che ho preferito sottrarmi al coro. Nei molti libri e film usciti su Vivaldi, lo si deforma in prospettiva kitsch. Si è parlato fin troppo, per esempio, del suo rapporto con le donne, poiché fu insegnante di violino alla Pietà, un orfanatrofio femminile di Venezia. Si sono adombrate relazioni peccaminose con le giovani allieve e con la cantante Anna Girò, che aveva trent’anni meno di lui. Il maligno Goldoni ipotizza una relazione tra i due, ma non esiste alcuna prova. All’epoca i sacerdoti erano controllatissimi dall’Inquisizione, eppure il nome di Vivaldi non c’è mai nell’enorme quantità di cronache su arresti e processi».
Sul perché oggi la musica vivaldiana abbia conquistato un plauso tanto clamoroso l’autore non ha dubbi: «Merito della linea melodica limpida, che entra subito in testa e nel cuore, come accade ascoltando Mozart. Attrae intensamente dal primo impatto. Il che non vuol dire che sia superficiale: Vivaldi possiede profondità abissali, in particolare nella musica sacra. Vorrei che fosse liberato sia dalla maniera tardoromantica d’interpretarlo sia dagli eccessi del nostro tempo. E al di là della melassa di gossip in cui è stato immerso, spetta alle sue opere parlarci di lui».
L’affare Vivaldi di Federico Maria Sardelli Sellerio, pagg. 304, euro 14)
Il giallo Vivaldi e le carte sparite
Federico Maria Sardelli ricostruisce l’avventurosa storia dei manoscritti segreti del compositore
di Leonetta Bentivoglio
L’AFFARE Vivaldi? È un gioco poliziesco, un’arca inseguita da un musicologo in veste d’Indiana Jones e un tesoro grossolanamente manipolato dall’insipienza del fascismo. Soprattutto è un viaggio plurisecolare di manoscritti lungo il quale un geniale e fertile musicista settecentesco, rimasto ignoto per uno sterminato arco di tempo, ha finito per trasformarsi in un fenomeno pop. Si sa che il glorioso compositore veneziano Antonio Vivaldi viene oggi festeggiato e proposto in ogni salsa, in versione filologica o rock, sacrale o accelerata istericamente da gruppi barocchi alla moda.
Ma in molti ignorano il destino di cui fu vittima la musica del Prete Rosso, caduta nel dimenticatoio per l’intero Ottocento. I motivi e i percorsi di quest’enigma affiorano da un’abile inchiesta, oscillante tra Settecento e Novecento e scritta come un romanzo: L’affare Vivaldi (Sellerio, pagg. 304, euro 14), firmata dallo studioso e interprete vivaldiano Federico Maria Sardelli, direttore d’orchestra, fondatore dell’ensemble “Modo Antiquo” e responsabile del Catalogo Vivaldiano presso la Fondazione Cini di Venezia.
«Già conoscevo questa storia », riferisce il livornese Sardelli, che è anche fumettista e autore satirico. «Ma per il libro ho voluto approfondirla con indagini minuziose su cronache, corrispondenze e archivi. L’approccio saggistico avrebbe raffreddato un racconto tanto rocambolesco. Ho quindi scelto la fiction, però mettendo sempre in campo personaggi autentici e situazioni documentate».
Provando a sintetizzare, diciamo che, dopo una vita di trionfi, l’autore delle Quattro Stagioni , schiacciato dai debiti, perisce in miseria. Mucchi di sue partiture si volatilizzano per quasi due secoli, finché un salesiano, negli anni Venti del secolo scorso, offre un misterioso lascito al direttore della Biblioteca Nazionale di Torino e all’insigne musicologo ebreo Alberto Gentili, che ha il compito di valutarli. Poiché la Biblioteca non ha i mezzi per acquisirli, interviene come sponsor l’agente di cambio Roberto Foà. Intanto, studiando i fogli, Gentili capisce che alla miracolosa collezione mancano delle parti, e le recupera risalendo alla fonte originaria della donazione, la famiglia Durazzo. Anche questa seconda fetta di materiali viene comprata grazie al denaro di un mecenate, l’industriale Filippo Giordano. Il tutto sfocia nel fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, primo generatore del gigantesco revival vivaldiano. L’idiozia del regime liquiderà gli artefici del progetto: fugge il professor Gentili, “epurato” dalle leggi antisemite; e scappano all’estero sia Foà che Giordano. Saranno Alfredo Casella e l’Accademia Musicale Chigiana a rivendicare la scoperta di un autore che, dagli anni Trenta in poi, non ha smesso di farsi celebrare.
Ma com’è possibile che tutto questo materiale sia rimasto inedito? «Benché le biografie del compositore tratteggino qua e là tali notizie, non c’è stato mai stato un focus sulla vicenda complessiva – spiega Sardelli –. Ho trovato fotografie, lettere, telegrammi e scambi di ogni tipo fra gli attori del plot: in tanti, durante il fascismo, s’intromisero nell’affare. Tra gli interlocutori del Ministero della Cultura ci fu pure D’Annunzio, che si dichiarò interessato agli scritti vivaldiani ».
Provò ad aggiudicarsi il patrimonio anche Ezra Pound, che con la sua amante, la violinista Olga Rudge, s’impadronì delle partiture realizzando trascrizioni di cui Sardelli mostra l’insensatezza, non celando la sua antipatia per il poeta americano. «Insopportabile fu la prepotenza con cui Pound giunse a Vivaldi – chiarisce lo studioso –. Sostenitore del regime e fiero della propria arroganza, riuscì ad accaparrarsi quella musica usando le sue amicizie con i potenti di Roma. Sulla sua attività di trascrittore musicale rilasciò interviste che mi hanno permesso di mettergli in bocca le sue stesse parole. D’altra parte l’intero libro nasce da testimonianze concrete. Ad esempio, per far parlare i salesiani, ho saccheggiato i loro bollettini. Non più del dieci per cento di quanto ho scritto è frutto della mia fantasia».
Nei primi capitoli de L’affare Vivaldi sono riprodotti frammenti d’ingiunzioni giudiziarie a carico del compositore, assillato dai creditori. Molto presente, in questo resoconto, è la figura del fratello Francesco. La scena della sua cacciata da Venezia per aver oltraggiato un nobile è degna del Vernacoliere , il periodico per cui lo stesso Sardelli lavora: «È la prima volta che l’episodio guadagna gli onori della stampa, forse perché calarsi le braghe ed esibire il membro, come fece Francesco Vivaldi, non è il massimo dell’eleganza. Sembra inventato, e invece è bello sapere che il documento che lo riporta si può rintracciare nella Biblioteca Marciana di Venezia».
Vivaldi, in realtà, non compare mai nel libro, che parte dalla sua morte. Il grande protagonista resta in qualche modo invisibile: «Ho fatto questa scelta – racconta Sardelli – perché su di lui c’è stata una proliferazione d’informazioni talmente immensa e deviata, che ho preferito sottrarmi al coro. Nei molti libri e film usciti su Vivaldi, lo si deforma in prospettiva kitsch. Si è parlato fin troppo, per esempio, del suo rapporto con le donne, poiché fu insegnante di violino alla Pietà, un orfanatrofio femminile di Venezia. Si sono adombrate relazioni peccaminose con le giovani allieve e con la cantante Anna Girò, che aveva trent’anni meno di lui. Il maligno Goldoni ipotizza una relazione tra i due, ma non esiste alcuna prova. All’epoca i sacerdoti erano controllatissimi dall’Inquisizione, eppure il nome di Vivaldi non c’è mai nell’enorme quantità di cronache su arresti e processi».
Sul perché oggi la musica vivaldiana abbia conquistato un plauso tanto clamoroso l’autore non ha dubbi: «Merito della linea melodica limpida, che entra subito in testa e nel cuore, come accade ascoltando Mozart. Attrae intensamente dal primo impatto. Il che non vuol dire che sia superficiale: Vivaldi possiede profondità abissali, in particolare nella musica sacra. Vorrei che fosse liberato sia dalla maniera tardoromantica d’interpretarlo sia dagli eccessi del nostro tempo. E al di là della melassa di gossip in cui è stato immerso, spetta alle sue opere parlarci di lui».
L’affare Vivaldi di Federico Maria Sardelli Sellerio, pagg. 304, euro 14)
Repubblica 16.4.15
Iperconnessi ma così fragili che fatica diventare grandi
di Chiara Saraceno
SARANNO senz’altro nativi digitali sempre connessi, ma i ragazzini della generazione Z sono cresciuti affascinati dai fantasy tecno-medievali di Harry Potter e, soprattutto se maschi, hanno nel maldestro undicenne Greg della serie Diario di una Schiappa uno dei loro eroi in cui possono identificarsi (come i loro nonni con Giamburrasca), non solo i calciatori della squadra del cuore. E le bambine, ahimé, nonostante le lotte delle loro nonne femministe contro gli stereotipi di genere, passano dall’identificazione con le principesse a quelle per Violeta, in un tripudio di rosa, fiorellini e trucchi. Mentre la tecnologia avanzava e le nonne e mamme modificavano poco o tanto i ruoli di genere femminile, il mondo dei prodotti e modelli per l’infanzia e l’adolescenza sembra tornato ancora più stereotipico di un tempo, pur nella apparente moltiplicazione degli oggetti. Sono poche le case di giocattoli unisex, o che promuovono attivamente modelli di genere non stereotipati. Gli stessi libri di scuola su questo aspetto scivolano ancora spesso nel piccolo mondo antico.
Veloci nell’apprendere e nell’usare le nuove tecnologie e a farne uno strumento indispensabile di socialità, esposti precocemente alla globalizzazione anche nei suoi aspetti più drammatici — non solo la scuola multi-etnica, ma le guerre e le tragedie che entrano in casa ogni sera dalla tv — spesso costretti a imparare a fare i funamboli in rapporti famigliari resi complessi da composizioni e ricomposizioni, i bambini e ragazzi di questa generazione hanno un percorso ancora più rallentato di quello dei loro genitori (raramente hanno fratelli maggiori) nel raggiungimento della autonomia pratica. Non possono andare e tornare da scuola da soli prima della prima media, pieni di attività extrascolastiche sono accompagnati dovunque, se non dai genitori, da nonni o babysitter. Imparano tardi a muoversi autonomamente nello spazio urbano, a prendere da soli un mezzo pubblico ed anche a gestirsi da soli pezzi di tempo. Da questo punto di vista, nonostante le apparenze, per questa generazione lo scarto tra l’infanzia e l’adolescenza è più forte che nel recente passato. Forse per questo sia i ragazzini sia i loro genitori vi arrivano meno attrezzati, non solo per quanto riguarda l’uso delle nuove tecnologie, ma la negoziazione tra aspettative di autonomia e necessità di regole, tra apprendimento della libertà e mantenimento della responsabilità. Il comportamento un po’ anarchico di molti adolescenti e pre-adolescenti in famiglia, a scuola, negli spazi pubblici, non è solo una fase normale e persino necessaria del passaggio adolescenziale. È anche l’esito di una forte incertezza degli adulti circa il che fare in situazioni in cui essi per primi non si sentono sempre in controllo (o ne negano la capacità e la titolarità ad altri), che si tratti di fronteggiare un fallimento scolastico dei figli, il proprio fallimento coniugale, la perdita del lavoro o anche la presenza di vicini di casa non graditi perché “diversi”.
Ovviamente non si può generalizzare, come troppo spesso fanno le “ricerche sui giovani” o sulle “generazioni”. Fa ancora tanta, persino troppa, differenza che famiglia si ha, con quali risorse economiche, culturali, umane, dove si abita, che insegnanti si hanno. Da questo punto di vista, questa generazione di bambini e adolescenti sta sperimentando una crescita fortissima non solo delle differenze — di etnia, lingua, religioni, modelli famigliari — ma delle disuguaglianze. Non è vero che sono tutti più poveri dei loro fratelli maggiori. La crisi economica di questi anni non ha colpito in modo egualitario. A fronte dei bambini e ragazzi ipertecnologici e iper-occupati in attività extracurriculari sta il milione e mezzo di bambini e adolescenti che oggi si trova in povertà assoluta. Il problema di questi bambini e ragazzi non è il divario digitale che li separa dai genitori e dagli insegnanti, ma quello — non solo digitale, ma di risorse per lo sviluppo cognitivo e per una crescita fisica adeguata — che li separa dai loro coetanei. Se l’insicurezza rispetto a che cosa si farà da grandi, l’incertezza rispetto ad un futuro di cui non si vedono bene i contorni, è una caratteristica del contesto di crescita di questa generazione, per quel milione e mezzo è un fatto duro, sperimentato ogni giorno, che chiude l’idea stessa di futuro, di un orizzonte possibile da scoprire o inventare.
Iperconnessi ma così fragili che fatica diventare grandi
di Chiara Saraceno
SARANNO senz’altro nativi digitali sempre connessi, ma i ragazzini della generazione Z sono cresciuti affascinati dai fantasy tecno-medievali di Harry Potter e, soprattutto se maschi, hanno nel maldestro undicenne Greg della serie Diario di una Schiappa uno dei loro eroi in cui possono identificarsi (come i loro nonni con Giamburrasca), non solo i calciatori della squadra del cuore. E le bambine, ahimé, nonostante le lotte delle loro nonne femministe contro gli stereotipi di genere, passano dall’identificazione con le principesse a quelle per Violeta, in un tripudio di rosa, fiorellini e trucchi. Mentre la tecnologia avanzava e le nonne e mamme modificavano poco o tanto i ruoli di genere femminile, il mondo dei prodotti e modelli per l’infanzia e l’adolescenza sembra tornato ancora più stereotipico di un tempo, pur nella apparente moltiplicazione degli oggetti. Sono poche le case di giocattoli unisex, o che promuovono attivamente modelli di genere non stereotipati. Gli stessi libri di scuola su questo aspetto scivolano ancora spesso nel piccolo mondo antico.
Veloci nell’apprendere e nell’usare le nuove tecnologie e a farne uno strumento indispensabile di socialità, esposti precocemente alla globalizzazione anche nei suoi aspetti più drammatici — non solo la scuola multi-etnica, ma le guerre e le tragedie che entrano in casa ogni sera dalla tv — spesso costretti a imparare a fare i funamboli in rapporti famigliari resi complessi da composizioni e ricomposizioni, i bambini e ragazzi di questa generazione hanno un percorso ancora più rallentato di quello dei loro genitori (raramente hanno fratelli maggiori) nel raggiungimento della autonomia pratica. Non possono andare e tornare da scuola da soli prima della prima media, pieni di attività extrascolastiche sono accompagnati dovunque, se non dai genitori, da nonni o babysitter. Imparano tardi a muoversi autonomamente nello spazio urbano, a prendere da soli un mezzo pubblico ed anche a gestirsi da soli pezzi di tempo. Da questo punto di vista, nonostante le apparenze, per questa generazione lo scarto tra l’infanzia e l’adolescenza è più forte che nel recente passato. Forse per questo sia i ragazzini sia i loro genitori vi arrivano meno attrezzati, non solo per quanto riguarda l’uso delle nuove tecnologie, ma la negoziazione tra aspettative di autonomia e necessità di regole, tra apprendimento della libertà e mantenimento della responsabilità. Il comportamento un po’ anarchico di molti adolescenti e pre-adolescenti in famiglia, a scuola, negli spazi pubblici, non è solo una fase normale e persino necessaria del passaggio adolescenziale. È anche l’esito di una forte incertezza degli adulti circa il che fare in situazioni in cui essi per primi non si sentono sempre in controllo (o ne negano la capacità e la titolarità ad altri), che si tratti di fronteggiare un fallimento scolastico dei figli, il proprio fallimento coniugale, la perdita del lavoro o anche la presenza di vicini di casa non graditi perché “diversi”.
Ovviamente non si può generalizzare, come troppo spesso fanno le “ricerche sui giovani” o sulle “generazioni”. Fa ancora tanta, persino troppa, differenza che famiglia si ha, con quali risorse economiche, culturali, umane, dove si abita, che insegnanti si hanno. Da questo punto di vista, questa generazione di bambini e adolescenti sta sperimentando una crescita fortissima non solo delle differenze — di etnia, lingua, religioni, modelli famigliari — ma delle disuguaglianze. Non è vero che sono tutti più poveri dei loro fratelli maggiori. La crisi economica di questi anni non ha colpito in modo egualitario. A fronte dei bambini e ragazzi ipertecnologici e iper-occupati in attività extracurriculari sta il milione e mezzo di bambini e adolescenti che oggi si trova in povertà assoluta. Il problema di questi bambini e ragazzi non è il divario digitale che li separa dai genitori e dagli insegnanti, ma quello — non solo digitale, ma di risorse per lo sviluppo cognitivo e per una crescita fisica adeguata — che li separa dai loro coetanei. Se l’insicurezza rispetto a che cosa si farà da grandi, l’incertezza rispetto ad un futuro di cui non si vedono bene i contorni, è una caratteristica del contesto di crescita di questa generazione, per quel milione e mezzo è un fatto duro, sperimentato ogni giorno, che chiude l’idea stessa di futuro, di un orizzonte possibile da scoprire o inventare.
Repubblica 16.4.15
Ecco le prime tracce della materia oscura
I dati raccolti dal “cacciatore spaziale” aprono nuovi misteri
Il direttore del Cern: “Siamo alle soglie di una scoperta importante”
di Elena Dusi
LA MATERIA oscura forse non è così oscura. Agli scienziati lanciati sulle sue tracce comincia a mostrare le prime impronte. Di questa enigmatica sostanza sappiamo solo che costituisce il 25% dell’universo e che esercita la sua forza di gravità sulle galassie dell’universo. Basta. Riuscire a carpire altri dettagli dalla sua ritrosia è una delle missioni più importanti della scienza di oggi.
Un primo segnale di luce potrebbe arrivare dall’Alpha Magnetic Spectrometer (Ams), uno strumento montato all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale dal 2011. Orbitando intorno alla Terra, Ams setaccia i raggi cosmici che spazzano l’universo sotto forma di particelle ad alta energia. Nel suo setaccio potrebbero essere finite delle “pepite d’oro”. Ams infatti ha raccolto molta più antimateria del previsto: positroni (elettroni con carica positiva) e antiprotoni (protoni con carica negativa). Una delle spiegazioni possibili è che si tratti dei “detriti”
degli scontri fra particelle di materia oscura. «Siamo alle porte di una nuova scoperta. O di un nuovo mistero» ha commentato Rolph Heuer, direttore del Cern di Ginevra dove i dati di Ams sono stati presentati ieri. «Questo straordinario rivelatore, al quale l’Italia ha contribuito in maniera significativa, ci sta portando alle soglie di una possibile importante scoperta», ha confermato Fernando Ferroni, presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare che insieme all’Agenzia spaziale italiana ha contribuito a realizzare Ams. Oltre che sui corpi celesti, la materia oscura esercita la sua forza di gravità anche sulla luce. L’immagine delle galassie luminose più lontane arriva dunque sulla Terra leggermente deviata rispetto alla loro posizione effettiva. Misurare queste distorsioni con minuzia estrema è la missione del progetto “Dark energy survey” che ha pubblicato ieri la prima mappa della materia oscura nell’universo su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society . L’atlante copre appena il 3% della volta celeste: bisognerà aspettare il 2018 perché sia completato. Sulla stessa rivista ieri è stata anche descritta la prima “foto segnaletica” lasciata dalla materia oscura nel cataclismatico scontro fra quattro galassie, avvenuto a 1,3 miliardi di anni luce dalla Terra. Il telescopio spaziale Hubble e quello terrestre Very Large Telescope, che si trova in Cile, hanno scoperto che la massa invisibile, “scossa” dall’impatto, è rimasta indietro, a 5mila anni luce di distanza rispetto al groviglio di galassie. «Avevamo sempre pensato che la materia oscura se ne stesse lì intorno, indifferente. Invece non è così» ha commentato l’autore della ricerca, Richard Massey dell’università di Durham. «Messi insieme, i tre dati non danno però un quadro coerente », lamenta Gianfranco Bertone, fisico teorico dell’Università di Amsterdam. «I dati di Ams potrebbero essere spiegati in modo diverso dalla materia oscura. La mappa della Dark Energy Survey ci dà esattamente i risultati attesi. Lo scontro di galassie apre invece le porte a una materia oscura che non interagisce solo attraverso la gravità, ma anche attraverso altre forze». Anche quando sembra sul punto di rivelarsi, la parte invisibile dell’universo non fa che seminare di nuovi enigmi il suo cammino.
Ecco le prime tracce della materia oscura
I dati raccolti dal “cacciatore spaziale” aprono nuovi misteri
Il direttore del Cern: “Siamo alle soglie di una scoperta importante”
di Elena Dusi
LA MATERIA oscura forse non è così oscura. Agli scienziati lanciati sulle sue tracce comincia a mostrare le prime impronte. Di questa enigmatica sostanza sappiamo solo che costituisce il 25% dell’universo e che esercita la sua forza di gravità sulle galassie dell’universo. Basta. Riuscire a carpire altri dettagli dalla sua ritrosia è una delle missioni più importanti della scienza di oggi.
Un primo segnale di luce potrebbe arrivare dall’Alpha Magnetic Spectrometer (Ams), uno strumento montato all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale dal 2011. Orbitando intorno alla Terra, Ams setaccia i raggi cosmici che spazzano l’universo sotto forma di particelle ad alta energia. Nel suo setaccio potrebbero essere finite delle “pepite d’oro”. Ams infatti ha raccolto molta più antimateria del previsto: positroni (elettroni con carica positiva) e antiprotoni (protoni con carica negativa). Una delle spiegazioni possibili è che si tratti dei “detriti”
degli scontri fra particelle di materia oscura. «Siamo alle porte di una nuova scoperta. O di un nuovo mistero» ha commentato Rolph Heuer, direttore del Cern di Ginevra dove i dati di Ams sono stati presentati ieri. «Questo straordinario rivelatore, al quale l’Italia ha contribuito in maniera significativa, ci sta portando alle soglie di una possibile importante scoperta», ha confermato Fernando Ferroni, presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare che insieme all’Agenzia spaziale italiana ha contribuito a realizzare Ams. Oltre che sui corpi celesti, la materia oscura esercita la sua forza di gravità anche sulla luce. L’immagine delle galassie luminose più lontane arriva dunque sulla Terra leggermente deviata rispetto alla loro posizione effettiva. Misurare queste distorsioni con minuzia estrema è la missione del progetto “Dark energy survey” che ha pubblicato ieri la prima mappa della materia oscura nell’universo su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society . L’atlante copre appena il 3% della volta celeste: bisognerà aspettare il 2018 perché sia completato. Sulla stessa rivista ieri è stata anche descritta la prima “foto segnaletica” lasciata dalla materia oscura nel cataclismatico scontro fra quattro galassie, avvenuto a 1,3 miliardi di anni luce dalla Terra. Il telescopio spaziale Hubble e quello terrestre Very Large Telescope, che si trova in Cile, hanno scoperto che la massa invisibile, “scossa” dall’impatto, è rimasta indietro, a 5mila anni luce di distanza rispetto al groviglio di galassie. «Avevamo sempre pensato che la materia oscura se ne stesse lì intorno, indifferente. Invece non è così» ha commentato l’autore della ricerca, Richard Massey dell’università di Durham. «Messi insieme, i tre dati non danno però un quadro coerente », lamenta Gianfranco Bertone, fisico teorico dell’Università di Amsterdam. «I dati di Ams potrebbero essere spiegati in modo diverso dalla materia oscura. La mappa della Dark Energy Survey ci dà esattamente i risultati attesi. Lo scontro di galassie apre invece le porte a una materia oscura che non interagisce solo attraverso la gravità, ma anche attraverso altre forze». Anche quando sembra sul punto di rivelarsi, la parte invisibile dell’universo non fa che seminare di nuovi enigmi il suo cammino.
Corriere 16.4.15
Il fascino oscuro della materia che cambia il volto della fisica
di Anna Meldolesi
I fan di Star Trek ricordano le nubi di materia oscura in cui di tanto in tanto si imbatteva la Enterprise e le perturbazioni energetiche che scaturivano dal contatto. Gli amanti dei videogiochi si sono abituati a considerarla una sostanza magica da usare come arma letale.
Ma per fisici e cosmologi la dark matter è molto di più. È una magnifica ossessione, il lato oscuro del cosmo. Un’enorme presenza invisibile, cinque volte più abbondante della materia ordinaria, che sfida la nostra comprensione dell’universo.
La grande caccia della scienza però potrebbe essere arrivata vicino a un punto di svolta con l’annuncio fatto ieri al Cern di Ginevra. Il cacciatore di antimateria installato dal 2011 sulla Stazione spaziale internazionale (Alpha magnetic spectrometer o Ams) ha rilevato delle anomalie interpretabili, forse, come un’evidenza indiretta dell’esistenza della materia oscura e della sua natura particellare.
Se così fosse — ed è bello sognarlo e sperarlo — la scoperta sarebbe anche un po’ italiana, perché sia l’Istituto nazionale di fisica nucleare sia l’Agenzia spaziale italiana hanno contribuito in modo significativo all’Ams.
La guerra di comunicati lanciati a distanza di poche ore da gruppi rivali lascia intendere che la posta in gioco sia grossa e che il 2015 potrebbe essere l’anno della dark matter . Il Very large telescope e l’Hubble space telescope proprio ieri si sono fatti avanti con le loro ultime scoperte titolando «I primi segni di materia oscura che interagisce con se stessa?». Mentre solo tre giorni fa al meeting dell’American physical society sono stati presentati i dati raccolti dall’Osservatorio interamericano del Cile. «Materia oscura mappata alla scala cosmica», ha titolato Nature . Ma cos’ha scoperto di preciso l’Alpha magnetic spectrometer?
Misurando il flusso di antiprotoni e protoni nei raggi cosmici è saltata fuori un’abbondanza inattesa di antiprotoni. Già nel 2014, misurando gli antielettroni, l’Ams aveva evidenziato un eccesso di antimateria ad alta energia.
Cosa questo significhi cercheranno di capirlo nei prossimi giorni, settimane e mesi i fisici teorici e sperimentali, quel che possiamo dire sin da ora è che gli attuali modelli delle interazioni dei raggi cosmici con la materia interstellare non possono spiegare i dati. Forse indicano nuove sorgenti astrofisiche o nuovi meccanismi di propagazione. O forse ci parlano della materia oscura.
«Siamo eccitati per questi risultati che presentano un quadro difficilmente interpretabile nell’ambito della fisica tradizionale dei raggi cosmici», ha dichiarato il presidente dell’Infn Fernando Ferroni. «Quando 20 anni fa ho fondato insieme al premio Nobel Sam Ting l’esperimento Ams ero sicuro che avremmo scoperto qualcosa di interessante, ma non avrei mai immaginato gli straordinari risultati che abbiamo presentato al Cern», ha esultato il presidente dell’Asi Roberto Battiston.
La dark matter potrebbe essere costituita da buchi neri, neutrini, particelle ancora più misteriose, altri oggetti dai nomi esotici. Intuirne la natura aprirebbe una porta su nuove conoscenze e su nuovi misteri.
Il gioco della fisica è un’altalena mozzafiato di ambizione cosmica e terrestre umiltà. In fondo la materia visibile che conosciamo occupa solo una piccola frazione dell’universo ma non rinunciamo alla grande caccia, alle ipotesi ardite, alla paziente composizione dei dati per cercare di capire il resto. Aspettiamo un giorno come quel 23 settembre del 1846, quando studiando il moto di Urano qualcuno si accorse che qualcosa non tornava e ipotizzò l’esistenza di un oggetto ancora inosservato che interferisse con l’orbita del pianeta. Fu così che fu scoperto Nettuno.
Chissà che le anomalie dei raggi cosmici non siano il conto che non torna nell’avventura intellettuale della materia oscura, il primo atto del grande racconto che tutti stiamo aspettando.
Il fascino oscuro della materia che cambia il volto della fisica
di Anna Meldolesi
I fan di Star Trek ricordano le nubi di materia oscura in cui di tanto in tanto si imbatteva la Enterprise e le perturbazioni energetiche che scaturivano dal contatto. Gli amanti dei videogiochi si sono abituati a considerarla una sostanza magica da usare come arma letale.
Ma per fisici e cosmologi la dark matter è molto di più. È una magnifica ossessione, il lato oscuro del cosmo. Un’enorme presenza invisibile, cinque volte più abbondante della materia ordinaria, che sfida la nostra comprensione dell’universo.
La grande caccia della scienza però potrebbe essere arrivata vicino a un punto di svolta con l’annuncio fatto ieri al Cern di Ginevra. Il cacciatore di antimateria installato dal 2011 sulla Stazione spaziale internazionale (Alpha magnetic spectrometer o Ams) ha rilevato delle anomalie interpretabili, forse, come un’evidenza indiretta dell’esistenza della materia oscura e della sua natura particellare.
Se così fosse — ed è bello sognarlo e sperarlo — la scoperta sarebbe anche un po’ italiana, perché sia l’Istituto nazionale di fisica nucleare sia l’Agenzia spaziale italiana hanno contribuito in modo significativo all’Ams.
La guerra di comunicati lanciati a distanza di poche ore da gruppi rivali lascia intendere che la posta in gioco sia grossa e che il 2015 potrebbe essere l’anno della dark matter . Il Very large telescope e l’Hubble space telescope proprio ieri si sono fatti avanti con le loro ultime scoperte titolando «I primi segni di materia oscura che interagisce con se stessa?». Mentre solo tre giorni fa al meeting dell’American physical society sono stati presentati i dati raccolti dall’Osservatorio interamericano del Cile. «Materia oscura mappata alla scala cosmica», ha titolato Nature . Ma cos’ha scoperto di preciso l’Alpha magnetic spectrometer?
Misurando il flusso di antiprotoni e protoni nei raggi cosmici è saltata fuori un’abbondanza inattesa di antiprotoni. Già nel 2014, misurando gli antielettroni, l’Ams aveva evidenziato un eccesso di antimateria ad alta energia.
Cosa questo significhi cercheranno di capirlo nei prossimi giorni, settimane e mesi i fisici teorici e sperimentali, quel che possiamo dire sin da ora è che gli attuali modelli delle interazioni dei raggi cosmici con la materia interstellare non possono spiegare i dati. Forse indicano nuove sorgenti astrofisiche o nuovi meccanismi di propagazione. O forse ci parlano della materia oscura.
«Siamo eccitati per questi risultati che presentano un quadro difficilmente interpretabile nell’ambito della fisica tradizionale dei raggi cosmici», ha dichiarato il presidente dell’Infn Fernando Ferroni. «Quando 20 anni fa ho fondato insieme al premio Nobel Sam Ting l’esperimento Ams ero sicuro che avremmo scoperto qualcosa di interessante, ma non avrei mai immaginato gli straordinari risultati che abbiamo presentato al Cern», ha esultato il presidente dell’Asi Roberto Battiston.
La dark matter potrebbe essere costituita da buchi neri, neutrini, particelle ancora più misteriose, altri oggetti dai nomi esotici. Intuirne la natura aprirebbe una porta su nuove conoscenze e su nuovi misteri.
Il gioco della fisica è un’altalena mozzafiato di ambizione cosmica e terrestre umiltà. In fondo la materia visibile che conosciamo occupa solo una piccola frazione dell’universo ma non rinunciamo alla grande caccia, alle ipotesi ardite, alla paziente composizione dei dati per cercare di capire il resto. Aspettiamo un giorno come quel 23 settembre del 1846, quando studiando il moto di Urano qualcuno si accorse che qualcosa non tornava e ipotizzò l’esistenza di un oggetto ancora inosservato che interferisse con l’orbita del pianeta. Fu così che fu scoperto Nettuno.
Chissà che le anomalie dei raggi cosmici non siano il conto che non torna nell’avventura intellettuale della materia oscura, il primo atto del grande racconto che tutti stiamo aspettando.
La Stampa 16.4.15
Ecco gli indizi della materia oscura
“Un successo della scienza italiana”
di Gabriele Beccaria
Ieri è stata una giornata storica per i fisici, così importante che proseguirà fino a domani, per 72 ore, al Cern di Ginevra: qui si è data appuntamento la loro comunità per discutere i risultati di un esperimento che sta a 400 km sopra le nostre teste e che ha raccolto nuovi indizi su uno dei grandi misteri dell’Universo: la materia oscura.
Le ipotesi sono ancora aperte, ma le misurazioni di «Ams» - la macchina di 5 metri per 4 e pesante 8 tonnellate, agganciata alla Stazione Spaziale Internazionale - sembrano aver raccolto le prime prove indirette dell’esistenza di quella materia ancora enigmatica che compone un quarto del cosmo. I dati arrivano da una serie di misure iper-precise condotte sui raggi cosmici, vale a dire la «pioggia» di particelle che proviene dallo spazio esterno ed è scatenata da molte fonti, dalle stelle ai quasar. Studiando il rapporto tra alcune di queste particelle - il flusso di antiprotoni e di protoni - si è osservata un’inattesa (e anch’essa enigmatica) abbondanza dei primi. «È un eccesso di antimateria alle alte energie - spiegano i ricercatori - che potrebbe essere dovuto a un fenomeno fisico del tutto nuovo».
Ecco il perché di tanta eccitazione. Ciò che «Ams» ha catturato - tra i 60 miliardi di eventi registrati dal momento dell’accensione nel 2011 - ha diverse possibili spiegazioni: effetto di collisioni di particelle di materia oscura oppure di nuove sorgenti astrofisiche o, ancora, di inediti meccanismi di accelerazione e propagazione delle particelle stesse. Di sicuro «sono risultati straordinari», ha detto il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston, che è anche uno dei padri del test con il Nobel Samuel Ting. «Si sta mostrando - ha aggiunto - uno scenario completamente diverso da quello atteso».
A entusiasmare Battiston, poi, è un ulteriore aspetto, il contributo «made in Italy» a un progetto che unisce 16 nazioni e oltre 600 ricercatori. «“Ams” è un caso di eccellenza italiana nella ricerca internazionale - ha detto -. Gran parte degli strumenti che permettono la misura di precisione dell’antimateria sono stati ideati e sviluppati nei laboratori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e dell’industria nazionale con il contributo fondamentale dell’Asi».
Intanto al Cern proseguono le analisi. Ha riassunto così il direttore Rolf Heuer: «Potremmo essere alle porte di una nuova scoperta oppure di un nuovo mistero».
Ecco gli indizi della materia oscura
“Un successo della scienza italiana”
di Gabriele Beccaria
Ieri è stata una giornata storica per i fisici, così importante che proseguirà fino a domani, per 72 ore, al Cern di Ginevra: qui si è data appuntamento la loro comunità per discutere i risultati di un esperimento che sta a 400 km sopra le nostre teste e che ha raccolto nuovi indizi su uno dei grandi misteri dell’Universo: la materia oscura.
Le ipotesi sono ancora aperte, ma le misurazioni di «Ams» - la macchina di 5 metri per 4 e pesante 8 tonnellate, agganciata alla Stazione Spaziale Internazionale - sembrano aver raccolto le prime prove indirette dell’esistenza di quella materia ancora enigmatica che compone un quarto del cosmo. I dati arrivano da una serie di misure iper-precise condotte sui raggi cosmici, vale a dire la «pioggia» di particelle che proviene dallo spazio esterno ed è scatenata da molte fonti, dalle stelle ai quasar. Studiando il rapporto tra alcune di queste particelle - il flusso di antiprotoni e di protoni - si è osservata un’inattesa (e anch’essa enigmatica) abbondanza dei primi. «È un eccesso di antimateria alle alte energie - spiegano i ricercatori - che potrebbe essere dovuto a un fenomeno fisico del tutto nuovo».
Ecco il perché di tanta eccitazione. Ciò che «Ams» ha catturato - tra i 60 miliardi di eventi registrati dal momento dell’accensione nel 2011 - ha diverse possibili spiegazioni: effetto di collisioni di particelle di materia oscura oppure di nuove sorgenti astrofisiche o, ancora, di inediti meccanismi di accelerazione e propagazione delle particelle stesse. Di sicuro «sono risultati straordinari», ha detto il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston, che è anche uno dei padri del test con il Nobel Samuel Ting. «Si sta mostrando - ha aggiunto - uno scenario completamente diverso da quello atteso».
A entusiasmare Battiston, poi, è un ulteriore aspetto, il contributo «made in Italy» a un progetto che unisce 16 nazioni e oltre 600 ricercatori. «“Ams” è un caso di eccellenza italiana nella ricerca internazionale - ha detto -. Gran parte degli strumenti che permettono la misura di precisione dell’antimateria sono stati ideati e sviluppati nei laboratori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e dell’industria nazionale con il contributo fondamentale dell’Asi».
Intanto al Cern proseguono le analisi. Ha riassunto così il direttore Rolf Heuer: «Potremmo essere alle porte di una nuova scoperta oppure di un nuovo mistero».
Repubblica 16.6.15
Che cosa vuol dire la parola genocidio
di Adriano Sofri
Il crescente ricorso generico al nome sta in proporzione inversa alla sua persecuzione là dove avviene: lo banalizza
LA PAROLA genocidio pronunciata da Francesco e la reazione turca hanno fatto precipitare questioni cruciali. C’è un problema comune alla definizione del genocidio e della tortura. C’è un’affinità fra il modo in cui la Turchia reagisce all’imputazione di genocidio e l’Italia all’imputazione di tortura. C’è un legame decisivo fra la ferita aperta del 1915 e la persecuzione dei cristiani di oggi. C’è un rapporto fra una disputa che si vuole irriducibile su un genocidio di cento anni fa, e il modo in cui si tratta un genocidio di oggi.
1. È paradossale che lo sterminio degli armeni, sul quale è stata coniata la nozione di genocidio, non possa chiamarsi genocidio. Il genocidio degli ebrei ha un nome, Shoah, quello degli zingari, Porrajmos, quello degli armeni, Meds Yeghern — ma agli armeni manca il riconoscimento del genocidio. Non so se Francesco avesse messo in conto per intero la reazione turca: il suo discorso è comunque un complemento della denuncia angosciata della persecuzione dei cristiani. Dopo aver esitato, il Papa ha preso una via dalla quale non si torna indietro. Non c’è mai stata una ragione più stringente per non poter non dirci cristiani.
2. La Corte europea ha condannato l’Italia. Lo farà più inesorabilmente sulla caserma di Bolzaneto, dove si attuò una tortura metodica, prolungata, sessista e fascista.
LA CORTE , all’unanimità, ci ha condannati per il crimine di tortura. Credo che abbia superato i propri precedenti, e che potesse sanzionare le nefandezze di polizia alla scuola Diaz come “trattamenti inumani e degradanti”, rientranti anch’essi nell’art.3 della Convenzione, imprescrittibili al pari della tortura. Per la Corte la sensibilità sulla tortura si affina col tempo, e le minacce — il terrorismo islamista, i venti di guerra — non devono attenuare i principii inderogabili che vietano la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Ha scelto la sanzione più severa — non negli effetti pratici, che si equivalgono, ma in quello morale — rinunciando a una determinazione più specifica della tortura (una violenza individuata e distillata e non collettiva e improvvisa, il fine di ottenere confessioni, il ricorso a tecniche di distruzione della resistenza…) per assicurarne il peculiare marchio di infamia. Ha mirato al paradosso di un Paese, l’Italia, che per trent’anni ha rifiutato di riconoscere tortura e trattamenti inumani o degradanti nel suo codice, mandando impuniti gli autori di crimini per i quali la legge internazionale impone l’imprescrittibilità. Fatte le proporzioni, l’Italia si è comportata con la tortura come la Turchia col genocidio.
3. Tuttavia è dubbio che allargando le maglie della definizione di tortura se ne rafforzi la sanzione: può derivarne una banalizzazione. Qualcosa di simile avviene con la nozione di genocidio. Il genocidio sta agli altri “crimini di guerra e contro l’umanità” come la tortura sta ai “trattamenti inumani e degradanti”. Anche l’evocazione del genocidio segna un incomparabile marchio di infamia, benché i crimini che “tecnicamente” non vi rientrino siano a loro volta imperdonabili. Il crescente ricorso generico al nome di genocidio sta in proporzione inversa alla sua persecuzione là dove materialmente avviene: lo banalizza.
L’affinità fra tortura e genocidio è più profonda, intima. Sono ambedue difficili da definire con esattezza; ad ambedue è indispensabile il superamento di una soglia di gravità, di dimensione, ma non sufficiente. Che cosa fa della Shoah un genocidio, e dello sterminio dei kulaki no? (La discriminazione “di classe” fu espunta dalla Convenzione sul genocidio del 1948). Che cosa fa dello sterminio dei tutsi in Ruanda un genocidio e dello sterminio delle tribù del Darfur da parte del Sudan e delle milizie Janjaweed “solo” un crimine contro l’umanità? Il genocidio, avvertiva Antonio Cassese, è diventato un “ Magic Word ” cui non si vuole rinunciare, benché i crimini di guerra e contro l’umanità siano atroci a loro volta e abbiano le stesse sanzioni. Per lo sterminio degli armeni si impiega la formula “G-Word”: la parola G. Un tabù proibisce di pronunciarlo intero: come il divieto di nominare Dio, alla rovescia. A questo “G-Word” sono appesi i rapporti fra la Turchia e il resto del mondo.
4. C’è una montagna, fra Mosul e il Kurdistan, l’abbiamo nominata tante volte, si chiama Sinjar. Vi hanno cercato scampo dopo un’odissea tremenda, decine di migliaia di yazidi. È un popolo antico che ha subito infinite persecuzioni di invasori, così superstiziosi da chiamarlo adoratore del demonio. Il cosiddetto Stato Islamico ha mirato a finire l’opera, uccidendo gli uomini, rapendo violando e commerciando bambine e donne. Era inevitabile, ascoltando i racconti degli scampati, citare I 4-0 giorni del Mussa Dagh, l’epopea degli armeni cristiani rifugiati su quel massiccio montagnoso, scritta da Franz Werfel. Da noi uscì nel 1935, nella Medusa Mondadori: generazioni di italiani conobbero là la tragedia armena.
Oggi i cristiani subiscono le persecuzioni più vaste. Minoranze come gli yazidi subiscono un tentativo di annientamento che non lascia dubbi sulla definizione, per quanto la si setacci, di genocidio. C’è una diaspora yazida che vivrà per vedersi riconosciuta la propria catastrofe. Che non è avvenuta cento anni fa: sta avvenendo. L’abbiamo documentata, abbiamo visto e ascoltato le ragazze fuggite dalla prigionia jihadista, come la bambina di nove anni incinta di cui due giorni fa ancora dicevano le cronache.
Ebbene, a Dohuk, provincia estrema del Kurdistan gremita di profughi, due magistrati hanno costituito una Commissione d’inchiesta per il crimine di genocidio. Sono Sail Khider Khalaf, procuratore, e Ayman Mostafa, giudice. «Vogliamo impedire che il tempo confonda le tracce. Raccogliamo le testimonianze, sugli stupri, i suicidi, gli ammazzati e scomparsi, la compravendita di esseri umani. Un australiano venuto a unirsi all’Is con la famiglia ha comprato 7 persone a Raqqa per 15 mila dinari — 13 euro! Cataloghiamo le fosse comuni man mano che si riconquista il Sinjar; un testimone ha seppellito 64 persone; un altro ha raccontato di averne dovuto coprire 70 col suo bulldozer. Intendiamo portare le prove al Tribunale penale dell’Aia, e riportare da noi la giustizia. Lavoriamo anche coi video dell’Is, e coi selfie che gli uomini di Daesh si fanno sopra le vittime, e li ritroviamo sui loro cadaveri. Manchiamo di risorse e competenze: per la mappatura satellitare, le indagini genetiche, com’è avvenuto in Argentina, a Srebrenica… Voi avete periti, e strumenti adeguati, sappiano che li aspettiamo. Abbiamo a malapena un ufficio. Non c’è un team forense. Ma noi proveremo la volontà genocida, e il mondo dovrà riconoscerla».
Che cosa vuol dire la parola genocidio
di Adriano Sofri
Il crescente ricorso generico al nome sta in proporzione inversa alla sua persecuzione là dove avviene: lo banalizza
LA PAROLA genocidio pronunciata da Francesco e la reazione turca hanno fatto precipitare questioni cruciali. C’è un problema comune alla definizione del genocidio e della tortura. C’è un’affinità fra il modo in cui la Turchia reagisce all’imputazione di genocidio e l’Italia all’imputazione di tortura. C’è un legame decisivo fra la ferita aperta del 1915 e la persecuzione dei cristiani di oggi. C’è un rapporto fra una disputa che si vuole irriducibile su un genocidio di cento anni fa, e il modo in cui si tratta un genocidio di oggi.
1. È paradossale che lo sterminio degli armeni, sul quale è stata coniata la nozione di genocidio, non possa chiamarsi genocidio. Il genocidio degli ebrei ha un nome, Shoah, quello degli zingari, Porrajmos, quello degli armeni, Meds Yeghern — ma agli armeni manca il riconoscimento del genocidio. Non so se Francesco avesse messo in conto per intero la reazione turca: il suo discorso è comunque un complemento della denuncia angosciata della persecuzione dei cristiani. Dopo aver esitato, il Papa ha preso una via dalla quale non si torna indietro. Non c’è mai stata una ragione più stringente per non poter non dirci cristiani.
2. La Corte europea ha condannato l’Italia. Lo farà più inesorabilmente sulla caserma di Bolzaneto, dove si attuò una tortura metodica, prolungata, sessista e fascista.
LA CORTE , all’unanimità, ci ha condannati per il crimine di tortura. Credo che abbia superato i propri precedenti, e che potesse sanzionare le nefandezze di polizia alla scuola Diaz come “trattamenti inumani e degradanti”, rientranti anch’essi nell’art.3 della Convenzione, imprescrittibili al pari della tortura. Per la Corte la sensibilità sulla tortura si affina col tempo, e le minacce — il terrorismo islamista, i venti di guerra — non devono attenuare i principii inderogabili che vietano la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Ha scelto la sanzione più severa — non negli effetti pratici, che si equivalgono, ma in quello morale — rinunciando a una determinazione più specifica della tortura (una violenza individuata e distillata e non collettiva e improvvisa, il fine di ottenere confessioni, il ricorso a tecniche di distruzione della resistenza…) per assicurarne il peculiare marchio di infamia. Ha mirato al paradosso di un Paese, l’Italia, che per trent’anni ha rifiutato di riconoscere tortura e trattamenti inumani o degradanti nel suo codice, mandando impuniti gli autori di crimini per i quali la legge internazionale impone l’imprescrittibilità. Fatte le proporzioni, l’Italia si è comportata con la tortura come la Turchia col genocidio.
3. Tuttavia è dubbio che allargando le maglie della definizione di tortura se ne rafforzi la sanzione: può derivarne una banalizzazione. Qualcosa di simile avviene con la nozione di genocidio. Il genocidio sta agli altri “crimini di guerra e contro l’umanità” come la tortura sta ai “trattamenti inumani e degradanti”. Anche l’evocazione del genocidio segna un incomparabile marchio di infamia, benché i crimini che “tecnicamente” non vi rientrino siano a loro volta imperdonabili. Il crescente ricorso generico al nome di genocidio sta in proporzione inversa alla sua persecuzione là dove materialmente avviene: lo banalizza.
L’affinità fra tortura e genocidio è più profonda, intima. Sono ambedue difficili da definire con esattezza; ad ambedue è indispensabile il superamento di una soglia di gravità, di dimensione, ma non sufficiente. Che cosa fa della Shoah un genocidio, e dello sterminio dei kulaki no? (La discriminazione “di classe” fu espunta dalla Convenzione sul genocidio del 1948). Che cosa fa dello sterminio dei tutsi in Ruanda un genocidio e dello sterminio delle tribù del Darfur da parte del Sudan e delle milizie Janjaweed “solo” un crimine contro l’umanità? Il genocidio, avvertiva Antonio Cassese, è diventato un “ Magic Word ” cui non si vuole rinunciare, benché i crimini di guerra e contro l’umanità siano atroci a loro volta e abbiano le stesse sanzioni. Per lo sterminio degli armeni si impiega la formula “G-Word”: la parola G. Un tabù proibisce di pronunciarlo intero: come il divieto di nominare Dio, alla rovescia. A questo “G-Word” sono appesi i rapporti fra la Turchia e il resto del mondo.
4. C’è una montagna, fra Mosul e il Kurdistan, l’abbiamo nominata tante volte, si chiama Sinjar. Vi hanno cercato scampo dopo un’odissea tremenda, decine di migliaia di yazidi. È un popolo antico che ha subito infinite persecuzioni di invasori, così superstiziosi da chiamarlo adoratore del demonio. Il cosiddetto Stato Islamico ha mirato a finire l’opera, uccidendo gli uomini, rapendo violando e commerciando bambine e donne. Era inevitabile, ascoltando i racconti degli scampati, citare I 4-0 giorni del Mussa Dagh, l’epopea degli armeni cristiani rifugiati su quel massiccio montagnoso, scritta da Franz Werfel. Da noi uscì nel 1935, nella Medusa Mondadori: generazioni di italiani conobbero là la tragedia armena.
Oggi i cristiani subiscono le persecuzioni più vaste. Minoranze come gli yazidi subiscono un tentativo di annientamento che non lascia dubbi sulla definizione, per quanto la si setacci, di genocidio. C’è una diaspora yazida che vivrà per vedersi riconosciuta la propria catastrofe. Che non è avvenuta cento anni fa: sta avvenendo. L’abbiamo documentata, abbiamo visto e ascoltato le ragazze fuggite dalla prigionia jihadista, come la bambina di nove anni incinta di cui due giorni fa ancora dicevano le cronache.
Ebbene, a Dohuk, provincia estrema del Kurdistan gremita di profughi, due magistrati hanno costituito una Commissione d’inchiesta per il crimine di genocidio. Sono Sail Khider Khalaf, procuratore, e Ayman Mostafa, giudice. «Vogliamo impedire che il tempo confonda le tracce. Raccogliamo le testimonianze, sugli stupri, i suicidi, gli ammazzati e scomparsi, la compravendita di esseri umani. Un australiano venuto a unirsi all’Is con la famiglia ha comprato 7 persone a Raqqa per 15 mila dinari — 13 euro! Cataloghiamo le fosse comuni man mano che si riconquista il Sinjar; un testimone ha seppellito 64 persone; un altro ha raccontato di averne dovuto coprire 70 col suo bulldozer. Intendiamo portare le prove al Tribunale penale dell’Aia, e riportare da noi la giustizia. Lavoriamo anche coi video dell’Is, e coi selfie che gli uomini di Daesh si fanno sopra le vittime, e li ritroviamo sui loro cadaveri. Manchiamo di risorse e competenze: per la mappatura satellitare, le indagini genetiche, com’è avvenuto in Argentina, a Srebrenica… Voi avete periti, e strumenti adeguati, sappiano che li aspettiamo. Abbiamo a malapena un ufficio. Non c’è un team forense. Ma noi proveremo la volontà genocida, e il mondo dovrà riconoscerla».
La Stampa 16.4.15
Dalla Sicilia al Sud America da Garibaldi a Che Guevara
Beatrice Mortillaro racconta in un libro la sua epopea famigliare: un cugino a Cuba con i barbudos di Fidel, un altro cugino desaparecido in Argentina
di Laura Anello
È un’epopea alla García Márquez, con tanto di albero genealogico per seguire quattro generazioni che attraversano un secolo. È la Grande Storia raccontata dall’ultima testimone - ormai novantenne - di una famiglia siciliana emigrata in Argentina che ha incrociato sulla sua strada leader come Garibaldi e Che Guevara. Lei si chiama Beatrice Mortillaro, protagonista di mezzo secolo di battaglie civili e antimafiose a Palermo, dal Comitato dei lenzuoli ai pionieristici tentativi di riscatto del quartiere Zen. Il libro che ha scritto – appena pubblicato dall’editore Navarra e intitolato proprio Da Garibaldi a Che Guevara – è una saga familiare sorprendente, partorita dopo vent’anni di ricerche negli archivi siciliani, di Buenos Aires e di Cuba.
Un affresco dal vero in cui protagonisti come il Che e Fidel Castro vengono raccontati con il tono affettuoso di chi li ha seguiti da vicino, mentre intorno a loro si muove un mondo di personaggi dimenticati sulle cui gambe la Storia ha camminato. Dai profumi della Sicilia di fine Ottocento – agrumi e polvere da sparo – alla dolcezza dello zucchero di Cuba, dal terrore delle dittature sudamericane agli amori intrecciati di passione civile, il racconto si snoda svelando glorie, segreti, dolori familiari e collettivi.
La Revolución
Protagonista silente è Ariel Mortillaro, il cugino desaparecido della scrittrice, motore immobile della vicenda. È leggendo un trafiletto con l’elenco degli «scomparsi» italiani nel pozzo nero argentino che Beatrice scorge quello del giovane che porta il suo stesso nome. Da lì avvia una ricerca febbrile sui lontani parenti di Buenos Aires, i discendenti dello zio Filippo emigrato all’altro capo del mondo nella metà del Novecento. La ricerca la porta a imbattersi in personaggi straordinari che hanno intrecciato le loro vite con quelle dei protagonisti della rivoluzione cubana. Riemerge dall’oblio la figura del cugino Gaspar Mortillaro, figlio di Filippo e padre del desaparecido Ariel.
La scrittrice scova la fotografia che lo ritrae accanto al Che. Scopre che erano amici. Ricostruisce la sua biografia di coraggioso giornalista e scrittore che ha fatto la storia della rivoluzione culturale. Professore di filosofia nell’Università cubana, segretario generale del prestigioso Istituto intitolato a Julio Mella, uno dei fondatori del partito comunista dell’isola. A ritroso, ne segue i passi nell’Argentina che precipita dal populismo peronista alla feroce dittatura di Jorge Videla, in un magma di fughe, esili speranze.
Incontra la figlia di Gaspar, Freya, che la rivoluzione ce l’ha nel sangue (il padre fece ricorso alla Corte suprema di Giustizia per chiamarla così, come la dea dell’amore norrena, ma quella scelta fu bandita da tutto il territorio nazionale e lei restò legalmente senza nome), preziosa testimone di quegli anni. È lei a raccontare dei sette mesi di prigione del padre, punito per una rivelazione scomoda sul colpo di Stato in Guatemala del 1954 e sul successivo rimpatrio degli esuli argentini voluto da Peròn. Aveva svelato che i rifugiati imbarcati nei sette aerei di Stato verso l’ambasciata in realtà erano finiti dritti in prigione. Che Guevara non si era fidato.
La dea nordica
È Freya a raccontare, con la freschezza del ricordo diretto, l’aria che si respirava a Cuba dopo la rivoluzione, l’entusiasmo dopo la fallita invasione americana della Baia dei Porci, con tutto il popolo che accoglieva i reduci vittoriosi da Playa Giròn. «Cuba era una festa. I barbudos, i guerriglieri della montagna, erano ammirati al loro passaggio nelle strade. Quando salivano sulle guagnas, i mezzi di trasporto pubblico, gli uomini cedevano loro il posto. Si cominciò a usare il termine “compagno” anche tra i cittadini. Tutti erano compagni. Fidel, Camilo Cienfuegos, il Che, spiegavamo costantemente al popolo le difficoltà e i loro progetti. Fidel a volte teneva conferenze che duravano ore. Era sempre molto didascalico. Ricordo un momento in cui Fidel chiese al suo compagno: Vado bene Camilo?». Ricostruisce le prime battaglie politiche seguite passo passo dal padre Gaspar, «Cuba, territorio libero di America», «Cuba, territorio libero dall’analfabetismo», «Cuba, territorio libero dalla poliomielite».
Gaspar scompare nel giugno del 1966, a 65 anni, un anno prima del Che, che morirà il 9 ottobre del 1967 in Bolivia, nel tentativo disperato di organizzare anche lì la rivoluzione. Ma la cugina-scrittrice non si ferma a lui. Abbraccia cugini perduti, intervista vicini di casa, si arrampica con i suoi capelli bianchi per le strette strade dei vecchi quartieri di Cuba. L’ultima porta che apre è quella che la conduce verso la verità e il dolore.
Desaparecido
È la porta della casa di Carmen, la compagna di Ariel, il desaparecido, mamma di una bambina, Ariela. «Era il 21 maggio del 1977 – racconta Carmen alla cugina siciliana – arrivarono alle due di notte. Dormivamo nella stanza di sopra e Ariela nella stanza accanto, aveva un anno. Colpirono la porta al piano di sotto ma ruppero la serratura bloccandola, non riuscivano ad entrare. Iniziarono a urlare di aprire. Ariel diceva: aspettate perché la porta è bloccata. Allora salirono da dietro, entrarono dal terrazzo del tetto, erano in dieci. Afferrarono Ariel, gli presero l’orologio e il marsupio coi soldi, poi gli permisero di salutare me e la bambina che avevo stretta in braccio. Piangevamo. Io scappai subito via con la bambina in braccio. Loro poi tornarono a casa e vi stettero per più di quindici giorni, ruppero tutto, mangiavano e dormivano usando le nostre cose».
Ariel è uno dei 30 mila desaparecidos del Sudamerica, oppositori torturati e gettati di notte dagli aerei nel Rio de la Plata o nell’Oceano. Beatrice Mortillaro così è arrivata al traguardo: la storia finisce da dove è partita, come un testamento esistenziale e civile. Ha chiuso il cerchio. Con la consapevolezza che soltanto la memoria consola. Soltanto la scrittura, il ricordo, il non dimenticare.
Nell’Avana rossa Il cugino Gaspar Mortillaro, figlio di Filippo e padre del desaparecido Ariel, insieme con Ernesto Che Guevara a Cuba. Gaspar era professore di filosofia all’Università e segretario dell’Istituto «Julio Mella»
Dalla Sicilia al Sud America da Garibaldi a Che Guevara
Beatrice Mortillaro racconta in un libro la sua epopea famigliare: un cugino a Cuba con i barbudos di Fidel, un altro cugino desaparecido in Argentina
di Laura Anello
È un’epopea alla García Márquez, con tanto di albero genealogico per seguire quattro generazioni che attraversano un secolo. È la Grande Storia raccontata dall’ultima testimone - ormai novantenne - di una famiglia siciliana emigrata in Argentina che ha incrociato sulla sua strada leader come Garibaldi e Che Guevara. Lei si chiama Beatrice Mortillaro, protagonista di mezzo secolo di battaglie civili e antimafiose a Palermo, dal Comitato dei lenzuoli ai pionieristici tentativi di riscatto del quartiere Zen. Il libro che ha scritto – appena pubblicato dall’editore Navarra e intitolato proprio Da Garibaldi a Che Guevara – è una saga familiare sorprendente, partorita dopo vent’anni di ricerche negli archivi siciliani, di Buenos Aires e di Cuba.
Un affresco dal vero in cui protagonisti come il Che e Fidel Castro vengono raccontati con il tono affettuoso di chi li ha seguiti da vicino, mentre intorno a loro si muove un mondo di personaggi dimenticati sulle cui gambe la Storia ha camminato. Dai profumi della Sicilia di fine Ottocento – agrumi e polvere da sparo – alla dolcezza dello zucchero di Cuba, dal terrore delle dittature sudamericane agli amori intrecciati di passione civile, il racconto si snoda svelando glorie, segreti, dolori familiari e collettivi.
La Revolución
Protagonista silente è Ariel Mortillaro, il cugino desaparecido della scrittrice, motore immobile della vicenda. È leggendo un trafiletto con l’elenco degli «scomparsi» italiani nel pozzo nero argentino che Beatrice scorge quello del giovane che porta il suo stesso nome. Da lì avvia una ricerca febbrile sui lontani parenti di Buenos Aires, i discendenti dello zio Filippo emigrato all’altro capo del mondo nella metà del Novecento. La ricerca la porta a imbattersi in personaggi straordinari che hanno intrecciato le loro vite con quelle dei protagonisti della rivoluzione cubana. Riemerge dall’oblio la figura del cugino Gaspar Mortillaro, figlio di Filippo e padre del desaparecido Ariel.
La scrittrice scova la fotografia che lo ritrae accanto al Che. Scopre che erano amici. Ricostruisce la sua biografia di coraggioso giornalista e scrittore che ha fatto la storia della rivoluzione culturale. Professore di filosofia nell’Università cubana, segretario generale del prestigioso Istituto intitolato a Julio Mella, uno dei fondatori del partito comunista dell’isola. A ritroso, ne segue i passi nell’Argentina che precipita dal populismo peronista alla feroce dittatura di Jorge Videla, in un magma di fughe, esili speranze.
Incontra la figlia di Gaspar, Freya, che la rivoluzione ce l’ha nel sangue (il padre fece ricorso alla Corte suprema di Giustizia per chiamarla così, come la dea dell’amore norrena, ma quella scelta fu bandita da tutto il territorio nazionale e lei restò legalmente senza nome), preziosa testimone di quegli anni. È lei a raccontare dei sette mesi di prigione del padre, punito per una rivelazione scomoda sul colpo di Stato in Guatemala del 1954 e sul successivo rimpatrio degli esuli argentini voluto da Peròn. Aveva svelato che i rifugiati imbarcati nei sette aerei di Stato verso l’ambasciata in realtà erano finiti dritti in prigione. Che Guevara non si era fidato.
La dea nordica
È Freya a raccontare, con la freschezza del ricordo diretto, l’aria che si respirava a Cuba dopo la rivoluzione, l’entusiasmo dopo la fallita invasione americana della Baia dei Porci, con tutto il popolo che accoglieva i reduci vittoriosi da Playa Giròn. «Cuba era una festa. I barbudos, i guerriglieri della montagna, erano ammirati al loro passaggio nelle strade. Quando salivano sulle guagnas, i mezzi di trasporto pubblico, gli uomini cedevano loro il posto. Si cominciò a usare il termine “compagno” anche tra i cittadini. Tutti erano compagni. Fidel, Camilo Cienfuegos, il Che, spiegavamo costantemente al popolo le difficoltà e i loro progetti. Fidel a volte teneva conferenze che duravano ore. Era sempre molto didascalico. Ricordo un momento in cui Fidel chiese al suo compagno: Vado bene Camilo?». Ricostruisce le prime battaglie politiche seguite passo passo dal padre Gaspar, «Cuba, territorio libero di America», «Cuba, territorio libero dall’analfabetismo», «Cuba, territorio libero dalla poliomielite».
Gaspar scompare nel giugno del 1966, a 65 anni, un anno prima del Che, che morirà il 9 ottobre del 1967 in Bolivia, nel tentativo disperato di organizzare anche lì la rivoluzione. Ma la cugina-scrittrice non si ferma a lui. Abbraccia cugini perduti, intervista vicini di casa, si arrampica con i suoi capelli bianchi per le strette strade dei vecchi quartieri di Cuba. L’ultima porta che apre è quella che la conduce verso la verità e il dolore.
Desaparecido
È la porta della casa di Carmen, la compagna di Ariel, il desaparecido, mamma di una bambina, Ariela. «Era il 21 maggio del 1977 – racconta Carmen alla cugina siciliana – arrivarono alle due di notte. Dormivamo nella stanza di sopra e Ariela nella stanza accanto, aveva un anno. Colpirono la porta al piano di sotto ma ruppero la serratura bloccandola, non riuscivano ad entrare. Iniziarono a urlare di aprire. Ariel diceva: aspettate perché la porta è bloccata. Allora salirono da dietro, entrarono dal terrazzo del tetto, erano in dieci. Afferrarono Ariel, gli presero l’orologio e il marsupio coi soldi, poi gli permisero di salutare me e la bambina che avevo stretta in braccio. Piangevamo. Io scappai subito via con la bambina in braccio. Loro poi tornarono a casa e vi stettero per più di quindici giorni, ruppero tutto, mangiavano e dormivano usando le nostre cose».
Ariel è uno dei 30 mila desaparecidos del Sudamerica, oppositori torturati e gettati di notte dagli aerei nel Rio de la Plata o nell’Oceano. Beatrice Mortillaro così è arrivata al traguardo: la storia finisce da dove è partita, come un testamento esistenziale e civile. Ha chiuso il cerchio. Con la consapevolezza che soltanto la memoria consola. Soltanto la scrittura, il ricordo, il non dimenticare.
Nell’Avana rossa Il cugino Gaspar Mortillaro, figlio di Filippo e padre del desaparecido Ariel, insieme con Ernesto Che Guevara a Cuba. Gaspar era professore di filosofia all’Università e segretario dell’Istituto «Julio Mella»
La Stampa 16.4.15
Leone Ginzburg, la prova del NO
di Antonio Scurati
In anteprima il nuovo romanzo di Antonio Scurati Racconta l’intellettuale antifascista che fu tra i pochi docenti universitari a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime. E così si incamminò verso la propria fine.
Leone Ginzburg dice «no» l’otto gennaio del millenovecentotrentaquattro. Non ha ancora compiuto venticinque anni ma, dicendo «no», s’incammina verso la propria fine. Sebbene impugni soltanto una penna, muove quel primo, estremo passo con l’eleganza vigorosa e risoluta di uno sciabolatore che posizioni il pugno in terza, arma in linea:
«Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente alle ore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione Superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni, se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento».
La spada spezzata.
Il giovanissimo libero docente di letteratura russa ha in pugno soltanto una penna, la utilizza verosimilmente da seduto, eppure si leva contro i simboli di morte, la guardia alta, la contrapposizione costante. Ginzburg traccia sul foglio poche frasi, nessun clangore romantico, nessuna messinscena drammatica, solo quella pulizia di segno nell’aria sgombra che rimarrà sempre l’ideale trasmessogli da maestri prossimi e viventi, eppure lo studiolo dal quale indirizza quelle poche parole a Ferdinando Neri - preside della facoltà di lettere e suo relatore di laurea - si riempie di echi di altri maestri, maestri remoti e perduti, uomini che sigillarono la loro esistenza aprendosi un’arteria con la lama di un rasoio. Mentre Ginzburg scrive il suo «no» al fascismo, nello studiolo risuonano frasi antiche, giunte fin lì da mondi lontani. Non intendo giurare. L’onore è un motivato rifiuto. L’onore è obbedire senza abbassarsi. L’onore è sentire la bellezza della vita.
Ad ogni modo, clangore o non clangore, quando Ginzburg depone la penna, la spada è spezzata. Spezzando con questo rifiuto la propria promettente carriera e, in qualche modo, la vita, Leone Ginzburg, a nemmeno venticinque anni, entra nella ristretta comunità di quegli uomini dai quali dipende la sopravvivenza di tutti gli altri.
Tredici su milletrecento
Nel momento in cui Leone Ginzburg dice «no», l’obbligo per i professori universitari di giurare fedeltà al fascismo è in vigore da due anni e quattro mesi. È stato decretato nell’agosto del 1931 su suggerimento del ministro per l’Educazione nazionale, il filosofo Balbino Giuliano, imposto per la prima volta nell’ottobre di quello stesso anno e poi esteso anche ai liberi docenti nell’estate del 1933. Chi si fosse rifiutato di giurare avrebbe perso la cattedra. Senza pensione, nessun indennizzo, condannato all’isolamento. Ecco la formula del giuramento: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista».
Nei ventotto mesi che separano la promulgazione della legge fascista dal rifiuto di Ginzburg a sottomettersi, soltanto tredici professori ordinari di università statali si rifiutano apertamente di giurare perdendo cattedra, pensione e stipendio. Tredici su quasi milletrecento. I loro nomi vanno ricordati.
Si chiamano Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Enrico Presutti, Francesco e Edoardo Ruffini, padre e figlio, Lionello Venturi e Vito Volterra. Tre di loro sono ebrei, quattro insegnano a Torino, quattro a Roma, uno a Napoli, uno soltanto nell’Università di Milano, Piero Martinetti, pure lui piemontese. Tra loro non c’è nemmeno un docente di storia moderna né un professore di letteratura. Sono tutti cattedratici insigni, uomini maturi o anziani, salvo Edoardo Ruffini, di gran lunga il più giovane, appena trent’anni. Saranno tutti espulsi nel giro di pochi mesi.
Il consiglio di Croce
Eccetto questi tredici, tutti gli altri giurano. Perfino gli antifascisti professi. Alcuni lo fanno per non privare l’università del loro magistero di liberi pensatori, per rimanere al loro «posto di combattimento». Chinano il capo ma stringono i pugni. Seguono la linea del Partito comunista e il consiglio di Benedetto Croce, il grande filosofo liberale, bandiera della resistenza intellettuale al regime, l’unico italiano cui il fascismo consenta un’aperta dissidenza: non lasciate l’università in mano ai fascisti, aveva suggerito.
Ma sono in pochi a ripiegare per combattere ancora. La schiacciante maggioranza, è proprio il caso di dirlo, si lascia spingere da motivazioni per lo più modestamente ignobili. Chinano il capo e basta. Giurano, firmano, si accodano. Pagano con un battesimo di viltà la permanenza nella classe colta. Omologati nella lista, arroccati sulla loro cattedra, i chierici tradiscono. Vale per quasi tutti loro ciò che Gioele Solari, illustre filosofo del diritto, venerato maestro di numerosi antifascisti, dirà di sé, a guerra finita, nel 1949: «Non ebbi il coraggio, né dell’esempio, né del sacrificio». […]
Una gioia intima e violenta
Si dice che resistere procuri gioia. Uomini che, giunti alla prova, resistettero, ne hanno lasciato testimonianza a tutti noi che mai l’abbiamo affrontata e, probabilmente, mai l’affronteremo. Quegli uomini hanno scritto dei giorni in cui viene meno ogni speranza terrena, quando sembra che il dolore fisico ti opprima e che la vita, nel dolore, si dissolva. I giorni in cui gli amici sono lontani, forse ci hanno dimenticato, forse tradito. E quegli uomini ci hanno testimoniato che perfino in quei giorni, proprio in quei giorni, la resistenza opposta al male, al dolore, procurava loro «una gioia intima e violenta e turbinosa».
Chissà se Ginzburg, scrivendo quella lettera di resistenza, avrà gioito? Rinunciando a una brillante carriera, infrangendo la giovane promessa, avrà gioito, Leone?
Non mi abbandonerò alla speculazione, non mi concederò nessuna introspezione, nessuna congettura sul suo stato d’animo. Noi che abbiamo avuto la sorte di nascere in un cantuccio di mondo agiato e protetto, noi non lo sappiamo cosa si prova in quei momenti, probabilmente non lo sapremo mai.
Leone Ginzburg, la prova del NO
di Antonio Scurati
In anteprima il nuovo romanzo di Antonio Scurati Racconta l’intellettuale antifascista che fu tra i pochi docenti universitari a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime. E così si incamminò verso la propria fine.
Leone Ginzburg dice «no» l’otto gennaio del millenovecentotrentaquattro. Non ha ancora compiuto venticinque anni ma, dicendo «no», s’incammina verso la propria fine. Sebbene impugni soltanto una penna, muove quel primo, estremo passo con l’eleganza vigorosa e risoluta di uno sciabolatore che posizioni il pugno in terza, arma in linea:
«Illustre professore, ricevo la circolare del Magnifico Rettore, in data 3 gennaio, che mi invita a prestare giuramento, la mattina del 9 corrente alle ore 11, con la formula stabilita dal Testo Unico delle leggi sull’Istruzione Superiore. Ho rinunciato da un certo tempo, come Ella ben sa, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio disinteressato insegnamento non siano poste condizioni, se non tecniche o scientifiche. Non intendo perciò prestare giuramento».
La spada spezzata.
Il giovanissimo libero docente di letteratura russa ha in pugno soltanto una penna, la utilizza verosimilmente da seduto, eppure si leva contro i simboli di morte, la guardia alta, la contrapposizione costante. Ginzburg traccia sul foglio poche frasi, nessun clangore romantico, nessuna messinscena drammatica, solo quella pulizia di segno nell’aria sgombra che rimarrà sempre l’ideale trasmessogli da maestri prossimi e viventi, eppure lo studiolo dal quale indirizza quelle poche parole a Ferdinando Neri - preside della facoltà di lettere e suo relatore di laurea - si riempie di echi di altri maestri, maestri remoti e perduti, uomini che sigillarono la loro esistenza aprendosi un’arteria con la lama di un rasoio. Mentre Ginzburg scrive il suo «no» al fascismo, nello studiolo risuonano frasi antiche, giunte fin lì da mondi lontani. Non intendo giurare. L’onore è un motivato rifiuto. L’onore è obbedire senza abbassarsi. L’onore è sentire la bellezza della vita.
Ad ogni modo, clangore o non clangore, quando Ginzburg depone la penna, la spada è spezzata. Spezzando con questo rifiuto la propria promettente carriera e, in qualche modo, la vita, Leone Ginzburg, a nemmeno venticinque anni, entra nella ristretta comunità di quegli uomini dai quali dipende la sopravvivenza di tutti gli altri.
Tredici su milletrecento
Nel momento in cui Leone Ginzburg dice «no», l’obbligo per i professori universitari di giurare fedeltà al fascismo è in vigore da due anni e quattro mesi. È stato decretato nell’agosto del 1931 su suggerimento del ministro per l’Educazione nazionale, il filosofo Balbino Giuliano, imposto per la prima volta nell’ottobre di quello stesso anno e poi esteso anche ai liberi docenti nell’estate del 1933. Chi si fosse rifiutato di giurare avrebbe perso la cattedra. Senza pensione, nessun indennizzo, condannato all’isolamento. Ecco la formula del giuramento: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista».
Nei ventotto mesi che separano la promulgazione della legge fascista dal rifiuto di Ginzburg a sottomettersi, soltanto tredici professori ordinari di università statali si rifiutano apertamente di giurare perdendo cattedra, pensione e stipendio. Tredici su quasi milletrecento. I loro nomi vanno ricordati.
Si chiamano Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Enrico Presutti, Francesco e Edoardo Ruffini, padre e figlio, Lionello Venturi e Vito Volterra. Tre di loro sono ebrei, quattro insegnano a Torino, quattro a Roma, uno a Napoli, uno soltanto nell’Università di Milano, Piero Martinetti, pure lui piemontese. Tra loro non c’è nemmeno un docente di storia moderna né un professore di letteratura. Sono tutti cattedratici insigni, uomini maturi o anziani, salvo Edoardo Ruffini, di gran lunga il più giovane, appena trent’anni. Saranno tutti espulsi nel giro di pochi mesi.
Il consiglio di Croce
Eccetto questi tredici, tutti gli altri giurano. Perfino gli antifascisti professi. Alcuni lo fanno per non privare l’università del loro magistero di liberi pensatori, per rimanere al loro «posto di combattimento». Chinano il capo ma stringono i pugni. Seguono la linea del Partito comunista e il consiglio di Benedetto Croce, il grande filosofo liberale, bandiera della resistenza intellettuale al regime, l’unico italiano cui il fascismo consenta un’aperta dissidenza: non lasciate l’università in mano ai fascisti, aveva suggerito.
Ma sono in pochi a ripiegare per combattere ancora. La schiacciante maggioranza, è proprio il caso di dirlo, si lascia spingere da motivazioni per lo più modestamente ignobili. Chinano il capo e basta. Giurano, firmano, si accodano. Pagano con un battesimo di viltà la permanenza nella classe colta. Omologati nella lista, arroccati sulla loro cattedra, i chierici tradiscono. Vale per quasi tutti loro ciò che Gioele Solari, illustre filosofo del diritto, venerato maestro di numerosi antifascisti, dirà di sé, a guerra finita, nel 1949: «Non ebbi il coraggio, né dell’esempio, né del sacrificio». […]
Una gioia intima e violenta
Si dice che resistere procuri gioia. Uomini che, giunti alla prova, resistettero, ne hanno lasciato testimonianza a tutti noi che mai l’abbiamo affrontata e, probabilmente, mai l’affronteremo. Quegli uomini hanno scritto dei giorni in cui viene meno ogni speranza terrena, quando sembra che il dolore fisico ti opprima e che la vita, nel dolore, si dissolva. I giorni in cui gli amici sono lontani, forse ci hanno dimenticato, forse tradito. E quegli uomini ci hanno testimoniato che perfino in quei giorni, proprio in quei giorni, la resistenza opposta al male, al dolore, procurava loro «una gioia intima e violenta e turbinosa».
Chissà se Ginzburg, scrivendo quella lettera di resistenza, avrà gioito? Rinunciando a una brillante carriera, infrangendo la giovane promessa, avrà gioito, Leone?
Non mi abbandonerò alla speculazione, non mi concederò nessuna introspezione, nessuna congettura sul suo stato d’animo. Noi che abbiamo avuto la sorte di nascere in un cantuccio di mondo agiato e protetto, noi non lo sappiamo cosa si prova in quei momenti, probabilmente non lo sapremo mai.
Corriere 16.4.15
La Resistenza fuori dagli schemi
Storia di piccoli e grandi eroismi
di Pierluigi Battista
Donne, studenti, contadini, militari: Aldo Cazzullo racconta la coralità della lotta
L a Resistenza di questo nuovo libro di Aldo Cazzullo, Possa il mio sangue servire (Rizzoli), è il racconto di una comunità intera, non l’epopea di un’esigua minoranza. È la rappresentazione di un sentimento corale che cementa l’appartenenza nazionale e ricostruisce il senso di uno stare insieme sulle macerie di una dittatura che tramonta, sul ritorno della libertà, sul riscatto per le persecuzioni inflitte e che avevano macchiato il nome e la reputazione dell’Italia. È una Resistenza di uomini e donne comuni, non di eroi dalla forza sovrumana.
Siamo abituati all’iconografia di una Resistenza armata e ideologicamente strutturata. Alle immagini dei «ribelli» con i mitra in pugno e i fazzoletti annodati al collo in sostituzione dell’uniforme regolare. Cazzullo si chiede come mai le memorie degli italiani siano così divise e conflittuali, e perché la Resistenza, oramai alla vigilia dei settant’anni dalla Liberazione del 25 aprile, stenti ancora così tanto a diventare patrimonio comune, storia di tutti gli italiani, data da celebrare in spirito di pace, con l’orgoglio per gli italiani che seppero combattere e resistere, e con l’omaggio a chi ha sacrificato la propria vita e versato il proprio sangue.
La risposta è contenuta nelle pagine di questo libro. Perché abbiamo avuto difficoltà a uscire dallo schema rigido della Resistenza di parte, tenendo fuori migliaia e migliaia di italiani che, anche se non sono saliti in montagna, anche se non hanno sostenuto scontri a fuoco con il nemico nazista o fascista, hanno compiuti atti da «giusti», hanno contribuito con la loro azione mai gridata, ma decisiva, al riscatto di un’intera comunità nazionale.
Il libro di Cazzullo è un’antologia di storie di piccolo e grande eroismo, che hanno rappresentato il vissuto di una nazione chiamata a rispondere nel momento più difficile della sua storia. La parola chiave di questo libro è «coralità»: sono le voci diverse, quelle più acute e quelle più sommesse, che alla fine compongono un canto intonato da tutti. C’è la voce dei condannati a morte, che Cazzullo raccoglie con spirito devoto come testimonianza di un’Italia che, anche nel massimo dolore e nell’attesa della fine, sa reagire con dignità commossa ma fiera. C’è la voce dei soldati di Cefalonia, che per tanto tempo non è stata ascoltata nelle celebrazioni ufficiali della Resistenza. C’è la voce di suor Enrichetta e di suor Giovanna, delle tante suore che hanno nascosto i fuggiaschi, dato asilo agli ebrei braccati, confortato i prigionieri torturati dai nazisti. C’è la voce del rabbino Pacifici, che ha la famiglia sterminata ad Auschwitz, rifugiato nell’istituto Santa Marta a Settignano. C’è la storia delle migliaia di internati in Germania (qui viene raccontata quella di Beniamino Andreatta, padre di Nino), che per decenni è stata trascurata dalle ricostruzioni della Resistenza, ma che condensa in sé un patrimonio di resistenza civile, di rifiuto dei diktat tedeschi, anche nelle condizioni terribili dei campi di internamento. Ci sono i sacerdoti di un capitolo intitolato «Vi accompagno io davanti al Signore», i circa trecento preti uccisi dai nazisti e dai fascisti, che si accanivano contro chi, con l’abito talare, si era schierato dalla parte dei partigiani. Ci sono le storie dei contadini che, malgrado il pericolo, non si sono rifiutati di nascondere chi era in difficoltà. Una Resistenza corale, di gesti carichi di significato, episodi di una nazione che si risolleva. Non solo la storia «gloriosa» e agiografica delle grandi gesta.
Nel libro di Cazzullo si narra la storia, che non molti conoscono, degli studenti di Montesacro a Roma. Della figura del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Dei carabinieri trucidati alle Fosse Ardeatine. Poi c’è la storia terribile e tragica delle donne che vengono catturate, malmenate, torturate, violentate. Non è una storia che santifichi la Resistenza. Cazzullo non è reticente sulle pagine oscure che pure hanno macchiato quella vicenda. Non nasconde le divisioni interne del movimento partigiano. La lettura mutilata della Resistenza, che ha accreditato l’idea di un movimento partigiano totalmente egemonizzato dai comunisti. Né sono sottaciuti i crimini commessi per vendetta non solo sui fascisti sconfitti, ma su sacerdoti, «borghesi» e possidenti nel triangolo della morte. Ma è la forza con cui non vengono nascosti gli episodi più imbarazzanti che rende più vivida e credibile una rappresentazione più realistica della Resistenza. La sola che possa finalmente pacificare gli italiani con la loro storia, e che possa sanare conflitti ancora oggi aspri e carichi di rancori, che possa depurare la nostra memoria da veleni mai smaltiti.
A settant’anni di distanza la possibilità di riconoscere se stessi in una storia comune dovrebbe conoscere meno ostacoli. A patto di ritrovare quella coralità italiana che è la vera protagonista del libro di Cazzullo. Perché davvero il sangue versato possa servire.
La Resistenza fuori dagli schemi
Storia di piccoli e grandi eroismi
di Pierluigi Battista
Donne, studenti, contadini, militari: Aldo Cazzullo racconta la coralità della lotta
L a Resistenza di questo nuovo libro di Aldo Cazzullo, Possa il mio sangue servire (Rizzoli), è il racconto di una comunità intera, non l’epopea di un’esigua minoranza. È la rappresentazione di un sentimento corale che cementa l’appartenenza nazionale e ricostruisce il senso di uno stare insieme sulle macerie di una dittatura che tramonta, sul ritorno della libertà, sul riscatto per le persecuzioni inflitte e che avevano macchiato il nome e la reputazione dell’Italia. È una Resistenza di uomini e donne comuni, non di eroi dalla forza sovrumana.
Siamo abituati all’iconografia di una Resistenza armata e ideologicamente strutturata. Alle immagini dei «ribelli» con i mitra in pugno e i fazzoletti annodati al collo in sostituzione dell’uniforme regolare. Cazzullo si chiede come mai le memorie degli italiani siano così divise e conflittuali, e perché la Resistenza, oramai alla vigilia dei settant’anni dalla Liberazione del 25 aprile, stenti ancora così tanto a diventare patrimonio comune, storia di tutti gli italiani, data da celebrare in spirito di pace, con l’orgoglio per gli italiani che seppero combattere e resistere, e con l’omaggio a chi ha sacrificato la propria vita e versato il proprio sangue.
La risposta è contenuta nelle pagine di questo libro. Perché abbiamo avuto difficoltà a uscire dallo schema rigido della Resistenza di parte, tenendo fuori migliaia e migliaia di italiani che, anche se non sono saliti in montagna, anche se non hanno sostenuto scontri a fuoco con il nemico nazista o fascista, hanno compiuti atti da «giusti», hanno contribuito con la loro azione mai gridata, ma decisiva, al riscatto di un’intera comunità nazionale.
Il libro di Cazzullo è un’antologia di storie di piccolo e grande eroismo, che hanno rappresentato il vissuto di una nazione chiamata a rispondere nel momento più difficile della sua storia. La parola chiave di questo libro è «coralità»: sono le voci diverse, quelle più acute e quelle più sommesse, che alla fine compongono un canto intonato da tutti. C’è la voce dei condannati a morte, che Cazzullo raccoglie con spirito devoto come testimonianza di un’Italia che, anche nel massimo dolore e nell’attesa della fine, sa reagire con dignità commossa ma fiera. C’è la voce dei soldati di Cefalonia, che per tanto tempo non è stata ascoltata nelle celebrazioni ufficiali della Resistenza. C’è la voce di suor Enrichetta e di suor Giovanna, delle tante suore che hanno nascosto i fuggiaschi, dato asilo agli ebrei braccati, confortato i prigionieri torturati dai nazisti. C’è la voce del rabbino Pacifici, che ha la famiglia sterminata ad Auschwitz, rifugiato nell’istituto Santa Marta a Settignano. C’è la storia delle migliaia di internati in Germania (qui viene raccontata quella di Beniamino Andreatta, padre di Nino), che per decenni è stata trascurata dalle ricostruzioni della Resistenza, ma che condensa in sé un patrimonio di resistenza civile, di rifiuto dei diktat tedeschi, anche nelle condizioni terribili dei campi di internamento. Ci sono i sacerdoti di un capitolo intitolato «Vi accompagno io davanti al Signore», i circa trecento preti uccisi dai nazisti e dai fascisti, che si accanivano contro chi, con l’abito talare, si era schierato dalla parte dei partigiani. Ci sono le storie dei contadini che, malgrado il pericolo, non si sono rifiutati di nascondere chi era in difficoltà. Una Resistenza corale, di gesti carichi di significato, episodi di una nazione che si risolleva. Non solo la storia «gloriosa» e agiografica delle grandi gesta.
Nel libro di Cazzullo si narra la storia, che non molti conoscono, degli studenti di Montesacro a Roma. Della figura del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Dei carabinieri trucidati alle Fosse Ardeatine. Poi c’è la storia terribile e tragica delle donne che vengono catturate, malmenate, torturate, violentate. Non è una storia che santifichi la Resistenza. Cazzullo non è reticente sulle pagine oscure che pure hanno macchiato quella vicenda. Non nasconde le divisioni interne del movimento partigiano. La lettura mutilata della Resistenza, che ha accreditato l’idea di un movimento partigiano totalmente egemonizzato dai comunisti. Né sono sottaciuti i crimini commessi per vendetta non solo sui fascisti sconfitti, ma su sacerdoti, «borghesi» e possidenti nel triangolo della morte. Ma è la forza con cui non vengono nascosti gli episodi più imbarazzanti che rende più vivida e credibile una rappresentazione più realistica della Resistenza. La sola che possa finalmente pacificare gli italiani con la loro storia, e che possa sanare conflitti ancora oggi aspri e carichi di rancori, che possa depurare la nostra memoria da veleni mai smaltiti.
A settant’anni di distanza la possibilità di riconoscere se stessi in una storia comune dovrebbe conoscere meno ostacoli. A patto di ritrovare quella coralità italiana che è la vera protagonista del libro di Cazzullo. Perché davvero il sangue versato possa servire.
Repubblica 16.4.15
La spesa per la scuola
di Alberto Bisin
AD OGNI tetto o soffitto di una scuola che crolla ci si chiede giustamente come fare ad agire al più presto sulle infrastrutture (a dire il vero non solo quelle scolastiche paiono un problema, come suggerisce la vicenda del ponte in Sicilia, ma analizziamo una questione per volta). Nello stesso tempo il governo Renzi pare intenzionato a procedere con l’annosa pratica di assunzione dei precari della scuola. È naturale chiedersi quindi se la spesa per l’istruzione in Italia sia sufficiente, in linea con quella di altri Paesi a simile livello di sviluppo, se sia concentrata sul personale invece che sul capitale tecnologico e immobiliare, se sia generalmente efficiente.
I dati raccolti dall’Ocse (i più recenti sono riferiti al 2011, Education at a Glance 2014) contengono molte risposte. Provo ad elencare quelle che a mio giudizio sono le più importanti.
L’Italia spende relativamente poco per l’istruzione. La spesa per l’istruzione pubblica conta per circa il 4,3% del Pil, meno di Francia (5,7%), Germania (5%) e della media dei Paesi Ocse (5,6%). Anche in termini di spesa annuale per studente a tempo pieno l’Italia, che spende circa 6.500 dollari, è sostanzialmente sotto al resto dei Paesi sviluppati. La Francia e la Germania ad esempio spendono più di 10 mila dollari a studente.
L’istruzione contribuisce relativamente poco alla spesa pubblica in Italia. La spesa per istruzione in percentuale della spesa pubblica totale è in Italia la più bassa in assoluto rispetto a tutti i Paesi Ocse: 8,6% contro il 10,2 e l’11%, rispettivamente, di Francia e Germania e il 12,9% in media. Ovviamente sono altri i cespiti di spesa che pesano in modo squilibrato sul bilancio pubblico.
La spesa pubblica per istruzione è stata contenuta in Italia dal 2000 ad oggi. Essa è infatti passata dal 4,5 al 4,3% del Pil. Così è stato in altri Paesi con problemi di bilancio pubblico, come ad esempio la Francia; mentre la spesa pubblica per istruzione in percentuale del Pil è cresciuta in media nei Paesi Ocse nello stesso periodo, dal 5,2 al 5,6%.
La spesa pubblica per l’istruzione in Italia è relativamente concentrata sulla scuola dell’obbligo. La scuola dell’obbligo (dalle elementari alle secondarie) conta in termini di spesa per due volte e mezzo la scuola terziaria e l’asilo messi assieme (1,8 volte circa in Francia e nella media Ocse).
La spesa per l’istruzione è molto più concentrata sulla spesa per insegnanti e altro personale rispetto agli altri Paesi sviluppati. La spesa corrente per l’istruzione, che comprende generalmente per più dell’80% spese per insegnanti e altro personale, è più del 96% del totale in Italia (il dato riguarda tutto il sistema scolastico ad esclusione della scuola terziaria, cioè di università e formazione professionale post- secondaria). Meno del 4% della spesa pubblica riguarda il capitale (tecnologie e infrastrutture, ad esempio). Questa distribuzione è seriamente sbilanciata a favore della spesa per il personale rispetto ai Paesi Ocse, dove in media la spesa corrente è il 92% del totale (91% circa in Francia e 90% in Germania). Importante notare che la sproporzione rispetto alla spesa corrente che caratterizza la spesa pubblica per l’istruzione nel nostro Paese sostanzialmente sparisce nella scuola terziaria.
Concludiamo questa analisi dei dati sulla spesa pubblica per l’istruzione in Italia confermando alcuni dei più comuni pregiudizi e smentendone altri (assumo, a mio parere ragionevolmente, che sostanziali deviazioni rispetto alla media dei Paesi sviluppati, siano segnali di inefficienza). La scuola pubblica in Italia non drena risorse più di quanto dovrebbe, anzi. L’Italia spende poco e sempre meno per l’istruzione. Ma spende male, troppo poco per università e asilo e soprattutto troppo poco per sviluppare e mantenere il capitale immobiliare e per la tecnologia di accompagnamento, come computer etc. Come in altri settori della spesa pubblica, la giustizia viene immediatamente in mente, l’Italia concentra la spesa per istruzione (la maggior parte di essa, quella relativa alla scuola dell’obbligo) su insegnanti e altro personale.
Se si aggiunge il fatto che gli studenti italiani tendono ad avere risultati molto scarsi rispetto a quelli degli altri Paesi sviluppati, ad esempio nei test Pisa, credo sia difficile evitare di concludere che la scuola pubblica in Italia rappresenti un meccanismo per generare posti di lavoro (non necessariamente a salari elevati) piuttosto che per istruire studenti. In effetti non costa molto ma la distribuzione della spesa appare inefficiente e produce poco in termini di istruzione. A questo proposito non resta che sperare che il disegno di legge “Buona scuola”, che contiene anche misure interessanti e necessarie di riforma della scuola, non finisca in Parlamento per ridursi a poco altro che una manifestazione di vecchia scuola: assunzioni di personale prima di tutto, peraltro basate sulla discutibilissima scelta di regolarizzare precari e supplenti senza concorsi, favorendo ancora una volta l’occupazione rispetto alla qualità dell’istruzione.
La spesa per la scuola
di Alberto Bisin
AD OGNI tetto o soffitto di una scuola che crolla ci si chiede giustamente come fare ad agire al più presto sulle infrastrutture (a dire il vero non solo quelle scolastiche paiono un problema, come suggerisce la vicenda del ponte in Sicilia, ma analizziamo una questione per volta). Nello stesso tempo il governo Renzi pare intenzionato a procedere con l’annosa pratica di assunzione dei precari della scuola. È naturale chiedersi quindi se la spesa per l’istruzione in Italia sia sufficiente, in linea con quella di altri Paesi a simile livello di sviluppo, se sia concentrata sul personale invece che sul capitale tecnologico e immobiliare, se sia generalmente efficiente.
I dati raccolti dall’Ocse (i più recenti sono riferiti al 2011, Education at a Glance 2014) contengono molte risposte. Provo ad elencare quelle che a mio giudizio sono le più importanti.
L’Italia spende relativamente poco per l’istruzione. La spesa per l’istruzione pubblica conta per circa il 4,3% del Pil, meno di Francia (5,7%), Germania (5%) e della media dei Paesi Ocse (5,6%). Anche in termini di spesa annuale per studente a tempo pieno l’Italia, che spende circa 6.500 dollari, è sostanzialmente sotto al resto dei Paesi sviluppati. La Francia e la Germania ad esempio spendono più di 10 mila dollari a studente.
L’istruzione contribuisce relativamente poco alla spesa pubblica in Italia. La spesa per istruzione in percentuale della spesa pubblica totale è in Italia la più bassa in assoluto rispetto a tutti i Paesi Ocse: 8,6% contro il 10,2 e l’11%, rispettivamente, di Francia e Germania e il 12,9% in media. Ovviamente sono altri i cespiti di spesa che pesano in modo squilibrato sul bilancio pubblico.
La spesa pubblica per istruzione è stata contenuta in Italia dal 2000 ad oggi. Essa è infatti passata dal 4,5 al 4,3% del Pil. Così è stato in altri Paesi con problemi di bilancio pubblico, come ad esempio la Francia; mentre la spesa pubblica per istruzione in percentuale del Pil è cresciuta in media nei Paesi Ocse nello stesso periodo, dal 5,2 al 5,6%.
La spesa pubblica per l’istruzione in Italia è relativamente concentrata sulla scuola dell’obbligo. La scuola dell’obbligo (dalle elementari alle secondarie) conta in termini di spesa per due volte e mezzo la scuola terziaria e l’asilo messi assieme (1,8 volte circa in Francia e nella media Ocse).
La spesa per l’istruzione è molto più concentrata sulla spesa per insegnanti e altro personale rispetto agli altri Paesi sviluppati. La spesa corrente per l’istruzione, che comprende generalmente per più dell’80% spese per insegnanti e altro personale, è più del 96% del totale in Italia (il dato riguarda tutto il sistema scolastico ad esclusione della scuola terziaria, cioè di università e formazione professionale post- secondaria). Meno del 4% della spesa pubblica riguarda il capitale (tecnologie e infrastrutture, ad esempio). Questa distribuzione è seriamente sbilanciata a favore della spesa per il personale rispetto ai Paesi Ocse, dove in media la spesa corrente è il 92% del totale (91% circa in Francia e 90% in Germania). Importante notare che la sproporzione rispetto alla spesa corrente che caratterizza la spesa pubblica per l’istruzione nel nostro Paese sostanzialmente sparisce nella scuola terziaria.
Concludiamo questa analisi dei dati sulla spesa pubblica per l’istruzione in Italia confermando alcuni dei più comuni pregiudizi e smentendone altri (assumo, a mio parere ragionevolmente, che sostanziali deviazioni rispetto alla media dei Paesi sviluppati, siano segnali di inefficienza). La scuola pubblica in Italia non drena risorse più di quanto dovrebbe, anzi. L’Italia spende poco e sempre meno per l’istruzione. Ma spende male, troppo poco per università e asilo e soprattutto troppo poco per sviluppare e mantenere il capitale immobiliare e per la tecnologia di accompagnamento, come computer etc. Come in altri settori della spesa pubblica, la giustizia viene immediatamente in mente, l’Italia concentra la spesa per istruzione (la maggior parte di essa, quella relativa alla scuola dell’obbligo) su insegnanti e altro personale.
Se si aggiunge il fatto che gli studenti italiani tendono ad avere risultati molto scarsi rispetto a quelli degli altri Paesi sviluppati, ad esempio nei test Pisa, credo sia difficile evitare di concludere che la scuola pubblica in Italia rappresenti un meccanismo per generare posti di lavoro (non necessariamente a salari elevati) piuttosto che per istruire studenti. In effetti non costa molto ma la distribuzione della spesa appare inefficiente e produce poco in termini di istruzione. A questo proposito non resta che sperare che il disegno di legge “Buona scuola”, che contiene anche misure interessanti e necessarie di riforma della scuola, non finisca in Parlamento per ridursi a poco altro che una manifestazione di vecchia scuola: assunzioni di personale prima di tutto, peraltro basate sulla discutibilissima scelta di regolarizzare precari e supplenti senza concorsi, favorendo ancora una volta l’occupazione rispetto alla qualità dell’istruzione.
Repubblica 16.4.15
Acquisti e farmaci, ecco i tagli alla sanità
di Michele Bocci
Le Regioni dovrebbero realizzare il grosso dei sacrifici richiesti (2,6 miliardi) risparmiando sui contratti con i fornitori ma alcune di loro resistono e preparano misure alternative. Prevista anche una riduzione dei reparti inutili
LA SANITÀ italiana quest’anno deve affrontare un taglio da 2 miliardi e 637 milioni, e i soldi li va a cercare soprattutto dai fornitori. E’ ormai chiuso l’accordo tra le regioni sulla riduzione, o meglio sul mancato aumento, del Fondo sanitario nazionale per il 2015, anche se ieri c’è stato un rinvio di una settimana perché i governatori hanno proposto alcuni emendamenti e chiedono rassicurazioni per i prossimi 2 anni.
La maggior parte dei soldi, circa un miliardo e mezzo, teoricamente verranno recuperati presso i fornitori di beni e servizi o i produttori di dispositivi medici. Teoricamente. Le misure previste, infatti, non devono essere adottate per forza dalle varie amministrazioni. E così andrà a finire che in pochi taglieranno del 4%, come previsto nell’accordo, i contratti con chi fornisce la mensa o pulisce gli ospedali. L’idea era già venuta al governo Monti e fu un fallimento, chi provò a portarla avanti si trovò di fronte ricorsi e proteste delle aziende private. E infatti già alcune regioni si smarcano. «Noi non vogliamo creare problemi occupazionali a chi lavora in queste ditte, percorreremo altre strade», dice l’assessore alla Salute Luigi Marroni della Toscana. Sergio Venturi dell’Emilia è su una linea simile: «La nostra regione ha già avviato la sua spending interna, non useremo tutte le misure previste a Roma». Praticamente tutte le amministrazioni stavano lavorando sulla spesa perché sapevano della riduzione di quest’anno. «Avevamo avviato già le nostre misure - dice l’assessore siciliano Lucia Borsellino - ma useremo anche quelle dell’accordo, compresa la rinegoziazione dei contratti con i fornitori». La novità non piace per niente ad Assobiomedica, che riunisce i produttori di dispositivi. «Sono misure inique e contrarie ai principi della Ue e a quelli sostanziali del diritto nazionale», dice il presidente Stefano Rimondi.
Anche dalla farmaceutica si vogliono recuperare soldi (oltre 500 milioni). Intanto si prevede una revisione del prontuario, inserendo prezzi di riferimento per i medicinali che sono assimilabili dal punto di vista terapeutico (ad esempio quelli per abbassare il colesterolo). Si vuole anche ridurre del 20% il prezzo dei farmaci biotecnologici e se, quando scade il brevetto, non c’è ancora un generico. Poi ci sono misure sulle prestazioni non appropriate. Si prevede di individuare visite e esami a rischio (ad esempio le risonanze alle articolazioni) e indicare ai medici le “condizioni di erogabilità”. Fuori da queste, il cittadino paga per intero la prestazione. E se la Asl scopre che è stato il professionista a definire necessario un esame che non lo era, può ridurre il suo trattamento economico. Nello stesso filone (che tutto insieme dovrebbe far risparmiare 200 milioni) ci sono riduzione dei reparti inutili (circa 2.000) e stop alle cliniche convenzionate con meno di 40 letti. Verranno anche ridotte le centrali operative del 118. Più in generale, si ipotizza una riorganizzazione del sistema delle Asl. Solo il Veneto non ha approvato l’accordo e ieri il governatore Zaia ha ribadito che le misure previste la sua regione le ha già adottate tutte, e non ha margini di intervento. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Chiamparino, ha invece spiegato che prima di chiudere si chiede al governo un tavolo sui farmaci innovativi, in particolare si vorrebbero inserire i nuovi costosissimi farmaci per l’epatite C nel sistema di payback, che prevede nel caso di uno sfondamento della spesa farmaceutica che tutte le industrie partecipino a ripianarla. «Possiamo affrontare sicuramente i nodi 2015 - aggiunge - però chiediamo che da subito si affronti il tema del patto della salute lavorando tra l’altro sulla rivisitazione dei Lea e sui ticket. Così renderemo sostenibile il servizio sanitario dal 2016».
Acquisti e farmaci, ecco i tagli alla sanità
di Michele Bocci
Le Regioni dovrebbero realizzare il grosso dei sacrifici richiesti (2,6 miliardi) risparmiando sui contratti con i fornitori ma alcune di loro resistono e preparano misure alternative. Prevista anche una riduzione dei reparti inutili
LA SANITÀ italiana quest’anno deve affrontare un taglio da 2 miliardi e 637 milioni, e i soldi li va a cercare soprattutto dai fornitori. E’ ormai chiuso l’accordo tra le regioni sulla riduzione, o meglio sul mancato aumento, del Fondo sanitario nazionale per il 2015, anche se ieri c’è stato un rinvio di una settimana perché i governatori hanno proposto alcuni emendamenti e chiedono rassicurazioni per i prossimi 2 anni.
La maggior parte dei soldi, circa un miliardo e mezzo, teoricamente verranno recuperati presso i fornitori di beni e servizi o i produttori di dispositivi medici. Teoricamente. Le misure previste, infatti, non devono essere adottate per forza dalle varie amministrazioni. E così andrà a finire che in pochi taglieranno del 4%, come previsto nell’accordo, i contratti con chi fornisce la mensa o pulisce gli ospedali. L’idea era già venuta al governo Monti e fu un fallimento, chi provò a portarla avanti si trovò di fronte ricorsi e proteste delle aziende private. E infatti già alcune regioni si smarcano. «Noi non vogliamo creare problemi occupazionali a chi lavora in queste ditte, percorreremo altre strade», dice l’assessore alla Salute Luigi Marroni della Toscana. Sergio Venturi dell’Emilia è su una linea simile: «La nostra regione ha già avviato la sua spending interna, non useremo tutte le misure previste a Roma». Praticamente tutte le amministrazioni stavano lavorando sulla spesa perché sapevano della riduzione di quest’anno. «Avevamo avviato già le nostre misure - dice l’assessore siciliano Lucia Borsellino - ma useremo anche quelle dell’accordo, compresa la rinegoziazione dei contratti con i fornitori». La novità non piace per niente ad Assobiomedica, che riunisce i produttori di dispositivi. «Sono misure inique e contrarie ai principi della Ue e a quelli sostanziali del diritto nazionale», dice il presidente Stefano Rimondi.
Anche dalla farmaceutica si vogliono recuperare soldi (oltre 500 milioni). Intanto si prevede una revisione del prontuario, inserendo prezzi di riferimento per i medicinali che sono assimilabili dal punto di vista terapeutico (ad esempio quelli per abbassare il colesterolo). Si vuole anche ridurre del 20% il prezzo dei farmaci biotecnologici e se, quando scade il brevetto, non c’è ancora un generico. Poi ci sono misure sulle prestazioni non appropriate. Si prevede di individuare visite e esami a rischio (ad esempio le risonanze alle articolazioni) e indicare ai medici le “condizioni di erogabilità”. Fuori da queste, il cittadino paga per intero la prestazione. E se la Asl scopre che è stato il professionista a definire necessario un esame che non lo era, può ridurre il suo trattamento economico. Nello stesso filone (che tutto insieme dovrebbe far risparmiare 200 milioni) ci sono riduzione dei reparti inutili (circa 2.000) e stop alle cliniche convenzionate con meno di 40 letti. Verranno anche ridotte le centrali operative del 118. Più in generale, si ipotizza una riorganizzazione del sistema delle Asl. Solo il Veneto non ha approvato l’accordo e ieri il governatore Zaia ha ribadito che le misure previste la sua regione le ha già adottate tutte, e non ha margini di intervento. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Chiamparino, ha invece spiegato che prima di chiudere si chiede al governo un tavolo sui farmaci innovativi, in particolare si vorrebbero inserire i nuovi costosissimi farmaci per l’epatite C nel sistema di payback, che prevede nel caso di uno sfondamento della spesa farmaceutica che tutte le industrie partecipino a ripianarla. «Possiamo affrontare sicuramente i nodi 2015 - aggiunge - però chiediamo che da subito si affronti il tema del patto della salute lavorando tra l’altro sulla rivisitazione dei Lea e sui ticket. Così renderemo sostenibile il servizio sanitario dal 2016».
Repubblica 16.4.15
Dietro l’Italicum l’incognita elettorale dell’antipolitica
Con la probabile scomparsa di un centrodestra competitivo, lo scontro sarà con le forze antisistema
di Stefano Folli
GLI economisti lo chiamano il «cigno nero ». È un evento drammatico e improvviso che rovescia una tendenza spazzando via ogni previsione. Da ieri sera è lecito domandarsi se nell’anno secondo dell’era Renzi il «cigno nero» della politica possa essere l’inchiesta che a Genova coinvolge la candidata del Pd alla regione ligure, Raffaella Paita. L’accusa non è lieve perché investe un’ipotesi di «mancata allerta» per l’alluvione del 2014. E la notizia è emersa all’indomani della visita pre-elettorale del presidente del Consiglio.
È probabile che l’indagine, ancora nella fase preliminare, non sia tale da pregiudicare le possibilità della candidata super-favorita e quindi non sia alla fine così sconvolgente. Forse sarà solo un incidente di percorso, tuttavia molto spiacevole: a conferma che a livello locale i problemi del Pd sono parecchio insidiosi. Ma chi è in grado di trarne vantaggio? In Liguria, dove si presenta Toti, il centrodestra corre in salita ed è lacerato al suo interno dalla solita guerra fra piccole cordate locali: a dimostrazione che non esiste più in Forza Italia una vera capacità di sintesi.
Nessuna meraviglia se fossero le liste anti-sistema, a cominciare dai Cinque Stelle di Beppe Grillo, a ricavare qualche beneficio dagli inciampi eventuali del «partito di Renzi». Nel caso della Liguria non potrà essere Salvini, che ha rinunciato a presentare il suo simbolo e appoggia Berlusconi. E chissà se il leader leghista in cuor suo si è pentito di aver sottoscritto una faticosa alleanza con Forza Italia. Un’intesa imposta dalle circostanze, o per essere più precisi dal timore di correre un rischio di troppo in Veneto, l’unica regione dove il capo leghista non può permettersi di perdere, pena il suo stesso futuro politico.
In ogni caso, se si prova a gettare lo sguardo avanti fino ai primi di giugno, uno scenario plausibile potrebbe essere il seguente. Renzi ottiene in Parlamento il «sì» definitivo all’Italicum. La minoranza del Pd si divide e comunque non spinge la sua sfida fino alle estreme conseguenze. I voti contrari non sono sufficienti a fermare la riforma. Il presidente-segretario ottiene il suo scopo e mette nel cassetto una legge che gli permetterà, al momento opportuno, di plasmare i futuri gruppi parlamentari secondo la sua volontà, estromettendo la vecchia guardia (ex comunisti ed ex sinistra Dc, salvo eccezioni). L’approvazione della riforma avviene senza voto di fiducia: la minaccia è servita come arma di pressione, ma ha suscitato proteste giunte fino al Quirinale, come abbiamo visto già ieri.
Nel frattempo, all’indomani del 31 maggio, si contano i voti delle regioni. Il «partito di Renzi » prevale largamente, sia pure con qualche scossone: in Liguria, appunto, e nella Campania di De Luca, candidato scomodo per eccellenza. Il centrodestra esce ridimensionato in modo clamoroso. Tranne che in Veneto, dove Zaia e Salvini hanno speso bene le loro carte, a prezzo però di oscurare l’alleato berlusconiano, altrove è un disastro annunciato per Forza Italia: dalla Puglia di Fitto alla Liguria alla stessa Campania.
Il partito di Berlusconi, per vent’anni al centro della scena, conclude la sua parabola scendendo sotto il 10 per cento nelle regioni dove si è votato. Questo almeno dicono alcune proiezioni riservate che hanno irritato il vecchio leader persino più delle indiscrezioni di stampa secondo cui egli si sarebbe stancato del cagnolino Dudù. Se fosse così, la ricostruzione di un centrodestra moderato e liberale si rivelerebbe urgente, sì, ma quasi impossibile in tempi brevi. Occorrerebbe una lunga traversata del deserto — senza più Berlusconi, ovviamente — : un’impresa per la quale servono uomini, idee e molta pazienza. Tuttavia Renzi non avrebbe di che gioire. La fine di un reale antagonista nel centrodestra porrebbe il cosiddetto «partito della nazione» a tu per tu con l’arcipelago dell’anti-politica: Grillo, Salvini, in un certo senso Fratelli d’Italia. Si andrebbe verso uno scontro elettorale sulle ali dell’Italicum fra il partito renziano e la galassia anti-sistema: una novità assoluta, un’incognita da non sottovalutare.
Dietro l’Italicum l’incognita elettorale dell’antipolitica
Con la probabile scomparsa di un centrodestra competitivo, lo scontro sarà con le forze antisistema
di Stefano Folli
GLI economisti lo chiamano il «cigno nero ». È un evento drammatico e improvviso che rovescia una tendenza spazzando via ogni previsione. Da ieri sera è lecito domandarsi se nell’anno secondo dell’era Renzi il «cigno nero» della politica possa essere l’inchiesta che a Genova coinvolge la candidata del Pd alla regione ligure, Raffaella Paita. L’accusa non è lieve perché investe un’ipotesi di «mancata allerta» per l’alluvione del 2014. E la notizia è emersa all’indomani della visita pre-elettorale del presidente del Consiglio.
È probabile che l’indagine, ancora nella fase preliminare, non sia tale da pregiudicare le possibilità della candidata super-favorita e quindi non sia alla fine così sconvolgente. Forse sarà solo un incidente di percorso, tuttavia molto spiacevole: a conferma che a livello locale i problemi del Pd sono parecchio insidiosi. Ma chi è in grado di trarne vantaggio? In Liguria, dove si presenta Toti, il centrodestra corre in salita ed è lacerato al suo interno dalla solita guerra fra piccole cordate locali: a dimostrazione che non esiste più in Forza Italia una vera capacità di sintesi.
Nessuna meraviglia se fossero le liste anti-sistema, a cominciare dai Cinque Stelle di Beppe Grillo, a ricavare qualche beneficio dagli inciampi eventuali del «partito di Renzi». Nel caso della Liguria non potrà essere Salvini, che ha rinunciato a presentare il suo simbolo e appoggia Berlusconi. E chissà se il leader leghista in cuor suo si è pentito di aver sottoscritto una faticosa alleanza con Forza Italia. Un’intesa imposta dalle circostanze, o per essere più precisi dal timore di correre un rischio di troppo in Veneto, l’unica regione dove il capo leghista non può permettersi di perdere, pena il suo stesso futuro politico.
In ogni caso, se si prova a gettare lo sguardo avanti fino ai primi di giugno, uno scenario plausibile potrebbe essere il seguente. Renzi ottiene in Parlamento il «sì» definitivo all’Italicum. La minoranza del Pd si divide e comunque non spinge la sua sfida fino alle estreme conseguenze. I voti contrari non sono sufficienti a fermare la riforma. Il presidente-segretario ottiene il suo scopo e mette nel cassetto una legge che gli permetterà, al momento opportuno, di plasmare i futuri gruppi parlamentari secondo la sua volontà, estromettendo la vecchia guardia (ex comunisti ed ex sinistra Dc, salvo eccezioni). L’approvazione della riforma avviene senza voto di fiducia: la minaccia è servita come arma di pressione, ma ha suscitato proteste giunte fino al Quirinale, come abbiamo visto già ieri.
Nel frattempo, all’indomani del 31 maggio, si contano i voti delle regioni. Il «partito di Renzi » prevale largamente, sia pure con qualche scossone: in Liguria, appunto, e nella Campania di De Luca, candidato scomodo per eccellenza. Il centrodestra esce ridimensionato in modo clamoroso. Tranne che in Veneto, dove Zaia e Salvini hanno speso bene le loro carte, a prezzo però di oscurare l’alleato berlusconiano, altrove è un disastro annunciato per Forza Italia: dalla Puglia di Fitto alla Liguria alla stessa Campania.
Il partito di Berlusconi, per vent’anni al centro della scena, conclude la sua parabola scendendo sotto il 10 per cento nelle regioni dove si è votato. Questo almeno dicono alcune proiezioni riservate che hanno irritato il vecchio leader persino più delle indiscrezioni di stampa secondo cui egli si sarebbe stancato del cagnolino Dudù. Se fosse così, la ricostruzione di un centrodestra moderato e liberale si rivelerebbe urgente, sì, ma quasi impossibile in tempi brevi. Occorrerebbe una lunga traversata del deserto — senza più Berlusconi, ovviamente — : un’impresa per la quale servono uomini, idee e molta pazienza. Tuttavia Renzi non avrebbe di che gioire. La fine di un reale antagonista nel centrodestra porrebbe il cosiddetto «partito della nazione» a tu per tu con l’arcipelago dell’anti-politica: Grillo, Salvini, in un certo senso Fratelli d’Italia. Si andrebbe verso uno scontro elettorale sulle ali dell’Italicum fra il partito renziano e la galassia anti-sistema: una novità assoluta, un’incognita da non sottovalutare.
mercoledì 15 aprile 2015
Corriere 15.4.15
Le donne protagoniste della Resistenza
Dibattito in sala Montanelli a Milano
Tra le iniziative avviate dal «Corriere della Sera» per il settantesimo della Liberazione, non poteva mancarne una dedicata all’universo femminile. L’appuntamento, organizzato dalla Fondazione Corriere, è per oggi alle 18 in sala Montanelli (ingresso da via Solferino 26/a, prenotazioni allo 02 87387707), dove Fiorella Imprenti ed Emanuela Scarpellini discutono sul tema «Resistenza quotidiana: vita materiale e donne partigiane». Modera Davide Casati. L’incontro è dedicato non solo alle donne che imbracciarono le armi o furono staffette, ma a tutte coloro che presero parte alla «Resistenza civile», con il rifiuto di collaborare con tedeschi e fascisti, con l’aiuto a feriti, perseguitati e fuggiaschi. E poi l’impegno minuto per mandare avanti le famiglie in quei mesi tragici. Temi che emergono anche nella collana Biblioteca della Resistenza, in edicola ogni sabato con il «Corriere». La prima uscita è Una questione privata di Beppe Fenoglio, in vendita dall’11 aprile al prezzo di e 1,90 più il costo del quotidiano. Sabato prossimo va in edicola La casa in collina di Pavese ( nella foto la copertina ), al prezzo di e 5,90 più il costo del giornale. Dalla terza uscita in poi — Uomini e no di Vittorini, in edicola dal 25 aprile — i libri della collana saranno in vendita a e 7,90 più il prezzo del «Corriere». (c.br.)
Le donne protagoniste della Resistenza
Dibattito in sala Montanelli a Milano
Tra le iniziative avviate dal «Corriere della Sera» per il settantesimo della Liberazione, non poteva mancarne una dedicata all’universo femminile. L’appuntamento, organizzato dalla Fondazione Corriere, è per oggi alle 18 in sala Montanelli (ingresso da via Solferino 26/a, prenotazioni allo 02 87387707), dove Fiorella Imprenti ed Emanuela Scarpellini discutono sul tema «Resistenza quotidiana: vita materiale e donne partigiane». Modera Davide Casati. L’incontro è dedicato non solo alle donne che imbracciarono le armi o furono staffette, ma a tutte coloro che presero parte alla «Resistenza civile», con il rifiuto di collaborare con tedeschi e fascisti, con l’aiuto a feriti, perseguitati e fuggiaschi. E poi l’impegno minuto per mandare avanti le famiglie in quei mesi tragici. Temi che emergono anche nella collana Biblioteca della Resistenza, in edicola ogni sabato con il «Corriere». La prima uscita è Una questione privata di Beppe Fenoglio, in vendita dall’11 aprile al prezzo di e 1,90 più il costo del quotidiano. Sabato prossimo va in edicola La casa in collina di Pavese ( nella foto la copertina ), al prezzo di e 5,90 più il costo del giornale. Dalla terza uscita in poi — Uomini e no di Vittorini, in edicola dal 25 aprile — i libri della collana saranno in vendita a e 7,90 più il prezzo del «Corriere». (c.br.)
Corriere 15.4.15
Leonardo in 200 opere: la più grande mostra su di lui mai organizzata in Italia
Con 200 opere da tutto il mondo, è stata presentata ieri la mostra Leonardo da Vinci 1452 – 1519. Il disegno del mondo che aprirà a Milano da domani a Palazzo Reale fino al 19 luglio (foto Piaggesi). È la più grande esposizione dedicata a Leonardo mai realizzata in Italia, ideata da Palazzo Reale con Skira, curata da Pietro C. Marani e Maria Teresa Fiorio. In 12 sezioni, offre una visione trasversale sull’opera di Leonardo: disegno, scultura, macchine, manoscritti, e dipinti come la Madonna Dreyfus della National Gallery of Art di Washington o la Belle Ferronière dal Louvre. «È l’evento principale che Milano offre ai visitatori dell’Expo — secondo l’assessore Filippo Del Corno — e nasce da un lavoro paziente con istituzioni culturali di tutto il mondo». La mostra ha come principale sponsor Bank of America Merrill Lynch. «Crediamo che un settore artistico vivace — ha affermato Marco Morelli, Ceo in Italia di Bank of America Merrill Lynch — sia fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico delle comunità». (l.lu.)
Leonardo in 200 opere: la più grande mostra su di lui mai organizzata in Italia
Con 200 opere da tutto il mondo, è stata presentata ieri la mostra Leonardo da Vinci 1452 – 1519. Il disegno del mondo che aprirà a Milano da domani a Palazzo Reale fino al 19 luglio (foto Piaggesi). È la più grande esposizione dedicata a Leonardo mai realizzata in Italia, ideata da Palazzo Reale con Skira, curata da Pietro C. Marani e Maria Teresa Fiorio. In 12 sezioni, offre una visione trasversale sull’opera di Leonardo: disegno, scultura, macchine, manoscritti, e dipinti come la Madonna Dreyfus della National Gallery of Art di Washington o la Belle Ferronière dal Louvre. «È l’evento principale che Milano offre ai visitatori dell’Expo — secondo l’assessore Filippo Del Corno — e nasce da un lavoro paziente con istituzioni culturali di tutto il mondo». La mostra ha come principale sponsor Bank of America Merrill Lynch. «Crediamo che un settore artistico vivace — ha affermato Marco Morelli, Ceo in Italia di Bank of America Merrill Lynch — sia fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico delle comunità». (l.lu.)
Corriere 15.4.15
Dante, partono le celebrazioni dell’anniversario
Al via a Firenze le solenni celebrazioni per il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri ( accanto ), promosse dalla Società Dantesca Italiana, presieduta da Eugenio Giani. Ad aprire il calendario delle iniziative sarà da oggi a venerdì 17 il convegno internazionale dedicato alla biblioteca del poeta, dal titolo I libri di Dante. Memoria e scrittura , che si terrà al Museo di Orsanmichele. Il convegno si articolerà in cinque sessioni ognuna presieduta da un illustre dantista e vedrà la partecipazione di studiosi e specialisti provenienti da tutti il mondo.
Dal oggi al 15 maggio, si svolgerà un’altra manifestazione che vuole coinvolgere negozianti e artigiani del centro storico di Firenze: 100 Canti per 100 Vetrine , questo il titolo dell’iniziativa promossa dalla Società Dantesca Italiana. (s.ba.)
Dante, partono le celebrazioni dell’anniversario
Al via a Firenze le solenni celebrazioni per il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri ( accanto ), promosse dalla Società Dantesca Italiana, presieduta da Eugenio Giani. Ad aprire il calendario delle iniziative sarà da oggi a venerdì 17 il convegno internazionale dedicato alla biblioteca del poeta, dal titolo I libri di Dante. Memoria e scrittura , che si terrà al Museo di Orsanmichele. Il convegno si articolerà in cinque sessioni ognuna presieduta da un illustre dantista e vedrà la partecipazione di studiosi e specialisti provenienti da tutti il mondo.
Dal oggi al 15 maggio, si svolgerà un’altra manifestazione che vuole coinvolgere negozianti e artigiani del centro storico di Firenze: 100 Canti per 100 Vetrine , questo il titolo dell’iniziativa promossa dalla Società Dantesca Italiana. (s.ba.)
Corriere 15.4.15
L’empatia è biologica, la lezione di Rizzolatti
di Ida Bozzi
Empatia e condivisione sono temi della modernità, nuovi modi sostenibili per vivere, organizzare società, politica, economia e utilizzo delle risorse. E sono l’argomento del ciclo di otto incontri «Sharing the World» di Intesa Sanpaolo, ideato da Giulia Cogoli, che porterà dentro Expo alcuni importanti scienziati e studiosi internazionali.
Il primo appuntamento è domani nella Sala convegni Intesa Sanpaolo (gli altri saranno dentro Expo, nello spazio Waterstone di Intesa Sanpaolo) ed è una conferenza di Giacomo Rizzolatti — il celebre neuroscienziato intervistato proprio da «la Lettura» del 12 aprile — che racconterà come nasce la condivisione in biologia, a partire dai neuroni specchio e oltre, nella conferenza «Il cervello empatico. Come possiamo capire gli altri?» (ore 18, piazza Belgioioso 1, ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, rsvp eventi@intesasanpaolo.com).
«Siamo partiti dal tema dello sharing — ha spiegato l’ideatrice Cogoli — per due motivi: innanzitutto perché un senso dell’Expo è proprio il condividere, e poi perché la questione è attuale e necessaria. Poi abbiamo scelto otto eccellenze culturali, punte di diamante nei loro ambiti di riferimento, per dare una visione globale dell’argomento. Cominciando con lo scoprire che la condivisione, l’empatia, nasce dentro l’uomo, nel suo cervello, come spiegherà Rizzolatti nella prima conferenza».
Dopo il primo incontro, ne seguiranno, stavolta nello spazio Waterstone, altri sette (tutti alle ore 18): il 18 maggio con Mauro Agnoletti per «Il paesaggio: conoscenza e condivisione di valori e sviluppo»; il 10 giugno con il linguista Andrea Moro per la lectio «Sharing the wor(l)d: la matrice linguistica del linguaggio»; il 30 giugno con Derrick De Kerckhove su «Condivisione online e offline».
Anche l’aspetto umanistico sarà approfondito: ad esempio dallo psicoanalista Luigi Zoja il 6 luglio, o dalla filosofa Laura Boella il 9 settembre, per continuare il 22 settembre con Ilvo Diamanti e chiudere il 16 ottobre con la lectio del geografo e antropologo Jared Diamond sulla possibilità della convivenza di ricchi e di poveri nel mondo globale.
L’empatia è biologica, la lezione di Rizzolatti
di Ida Bozzi
Empatia e condivisione sono temi della modernità, nuovi modi sostenibili per vivere, organizzare società, politica, economia e utilizzo delle risorse. E sono l’argomento del ciclo di otto incontri «Sharing the World» di Intesa Sanpaolo, ideato da Giulia Cogoli, che porterà dentro Expo alcuni importanti scienziati e studiosi internazionali.
Il primo appuntamento è domani nella Sala convegni Intesa Sanpaolo (gli altri saranno dentro Expo, nello spazio Waterstone di Intesa Sanpaolo) ed è una conferenza di Giacomo Rizzolatti — il celebre neuroscienziato intervistato proprio da «la Lettura» del 12 aprile — che racconterà come nasce la condivisione in biologia, a partire dai neuroni specchio e oltre, nella conferenza «Il cervello empatico. Come possiamo capire gli altri?» (ore 18, piazza Belgioioso 1, ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, rsvp eventi@intesasanpaolo.com).
«Siamo partiti dal tema dello sharing — ha spiegato l’ideatrice Cogoli — per due motivi: innanzitutto perché un senso dell’Expo è proprio il condividere, e poi perché la questione è attuale e necessaria. Poi abbiamo scelto otto eccellenze culturali, punte di diamante nei loro ambiti di riferimento, per dare una visione globale dell’argomento. Cominciando con lo scoprire che la condivisione, l’empatia, nasce dentro l’uomo, nel suo cervello, come spiegherà Rizzolatti nella prima conferenza».
Dopo il primo incontro, ne seguiranno, stavolta nello spazio Waterstone, altri sette (tutti alle ore 18): il 18 maggio con Mauro Agnoletti per «Il paesaggio: conoscenza e condivisione di valori e sviluppo»; il 10 giugno con il linguista Andrea Moro per la lectio «Sharing the wor(l)d: la matrice linguistica del linguaggio»; il 30 giugno con Derrick De Kerckhove su «Condivisione online e offline».
Anche l’aspetto umanistico sarà approfondito: ad esempio dallo psicoanalista Luigi Zoja il 6 luglio, o dalla filosofa Laura Boella il 9 settembre, per continuare il 22 settembre con Ilvo Diamanti e chiudere il 16 ottobre con la lectio del geografo e antropologo Jared Diamond sulla possibilità della convivenza di ricchi e di poveri nel mondo globale.