giovedì 2 novembre 2006

Repubblica 2.11.06
L'intervista/ Il ministro del Prc attacca Ds e Margherita: il loro liberismo temperato ha già fallito "Montezemolo ha un disegno punta a un'altra maggioranza"
Ferrero: sulla previdenza non c'è nessuna urgenza
di Umberto Rosso


Ma quali massimalisti. Rifiuto questa etichetta, non vogliamo la luna Il fatto è che alzando l´età pensionabile si ottiene solo un aumento dei giovani disoccupati
la pancia vuota Confindustria protesta ma ha la pancia piena Noi sabato scendiamo in piazza con chi ce l´ha vuota: la nostra gente è ancora sconfitta

ROMA - Rifondazione di lotta e di governo, ministro Ferrero?
«Direi proprio di sì. Rifondazione è un partito che lavora a costruire canali di comunicazione fra i problemi sociali e la politica, e quindi il governo. I centristi lavorano invece solo a cancellare la linea di confine fra centrodestra e centrosinistra».
Di quali centristi parla?
«La Confindustria persegue questo disegno, Luca di Montezemolo l´ha dichiarato in modo esplicito. Sul versante politico, Casini si muove in quella direzione».
E nel centrosinistra, teme qualche talpa centrista?
«Per adesso l´Unione va avanti in modo assolutamente netto. Persegue la realizzazione del programma. Prodi, nella riunione di Villa Pamphili, su quel punto è stato chiaro, con un discorso di grandissima responsabilità».
Rifondazione non voterà nulla fuori dal programma?
«Il programma è la bussola. Su alcuni punti è dettagliata, su altri è di indirizzo. Nel primo caso, basta seguirli. Nel secondo, dobbiamo orientarci secondo le linee indicate».
Per quel che manca?
«Serve una discussione nuova».
Come per le pensioni?
«Nel programma si parla, e tanto, di pensioni. Si dice che va abolito lo scalone, che vanno aumentate le pensioni minime, i contributi per i precari. Quel che non è previsto? Noi poniamo due paletti. No ad un´operazione sulle pensioni solo per fare cassa, e no all´innalzamento generalizzato dell´età».
I massimalisti del Prc che bloccano le riforme appoggiate da Rutelli e Fassino...
«Rifiuto l´etichetta di massimalista. Non vogliamo mica la luna, siamo gradualisti. Restiamo sulle pensioni. Dov´è l´urgenza? I conti dell´Inps vanno bene, non siamo alla bancarotta, la casa non brucia. Ma poi: che cosa ottiene il paese, con la gente al lavoro per qualche anno in più? Una cosa sola: far crescere il numero dei giovani disoccupati, mentre le aziende chiedono proprio nuove leve».
E´ la sfida della modernità, dalle liberalizzazioni alla flessibilità nel pubblico impiego, lanciata da Ds e Margherita.
«In molte di queste ricette siamo alla riproposizione di un liberalismo temperato che ha fallito ovunque, regalando il governo alle destre. La strada, detto in una battuta, è invece quella di una via alta allo sviluppo. Su tre pilastri. Qualificazione dell´apparato produttivo. Lavoro non precario. Taglio degli sprechi, cominciando dalla sanità privata».
Ministro, in tanti scendono in piazza contro la Finanziaria.
«Premetto: io, e mi sono beccato molte battute ironiche, l´avrei spalmata su due anni. La manovra è pesante, al di là del previsto. Un errore. Ciò detto, c´è chi protesta con la pancia piena e che ha preso un sacco di quattrini dalla Finanziaria. Parlo della Confindustria. Lacrime di coccodrillo».
Perché la protesta allora?
«Puntano ad una maggioranza diversa. Ma anche a beccare altri soldi, e a mettere i piedi nel piatto in vista delle pensioni».
Nel centrosinistra però c´è chi presta ascolto alle loro ragioni.
«Cerco di essere neutrale, e mi affido alla risposta del ministro Padoa Schioppa alle imprese: se volete, tagliamo via insieme il Tfr e il cuneo».
Però ci sono anche le proteste di piazza a pancia vuota, i pensionati...
«Si aspettavano gli aumenti, hanno ragione».
C´è Cacciari al fianco di artigiani e autonomi...
«L´evasione fiscale nel nostro paese è targata in un modo preciso. Capisco il grido di sofferenza di qualcuno, ma per tanti altri francamente no. Bisogna andare avanti, Visco sta facendo un gran lavoro».
In piazza contro la Finanziaria va Berlusconi...
«Il disastro dei conti lo abbiamo ereditato da lui. Le sue parole d´ordine sono perciò un inganno. Che possono anche suggestionare qualcuno di quei pensionati a pancia vuota».
E infine sabato prossimo scendete in piazza pure voi di Rifondazione...
«Alle elezioni, noi abbiamo vinto. Ma la nostra gente è tuttora sconfitta nel paese. Voglio dire che ancora, allo stesso modo, come sei mesi fa, è costretta con il cappello in mano a chiedere un posto per il figlio, che magari durerà solo due mesi. Non è cambiato nulla nelle condizioni materiali. Ecco, la manifestazione contro la precarietà è sacrosanta».
Al governo ci siete voi, sembra una ammissione di impotenza.
«Alcune cose sono state fatte. Altre non ancora. Ed è bene sentire le voci e gli stimoli dei movimenti. I precari parlano con la piazza, non con gli editoriali o con gli strumenti che ha la Confindustria».
E se il corteo si trasforma nella prima manifestazione di sinistra contro il governo, di cui lei fa parte?
«Non è stata convocata con questo obiettivo, la piattaforma è chiarissima. Ci sarà poi, in piazza, chi griderà contro il governo? Sì, è prevedibile, ci sarà. Ma noi, le contraddizioni, vogliamo risolverle in avanti».

Repubblica 1.11.06
VIVERE SENZA DIO
Parla Richard Dawkins, grande biologo evoluzionista e ateo militante
di Enrico Franceschini


Il suo nuovo saggio, un attacco alle "ossessioni religiose", è in testa alle classifiche inglesi
La rivista "Prospect" lo ha indicato tra gli intellettuali più influenti del mondo
Non esitiamo a dire che un bambino è cristiano, mentre non ci sogneremmo di definirlo marxista
La visione scientifica dell'esistenza è poetica e intensa fino a risultare trascendentale

LONDRA. Insieme a Umberto Eco e a Noam Chomsky, l´anno scorso Richard Dawkins è stato indicato come uno dei tre intellettuali più influenti del mondo in un sondaggio internazionale condotto dalla rivista Prospect. Biologo evoluzionista, titolare della cattedra di comunicazione della scienza all´università di Oxford, autore di libri folgoranti come Il gene egoista e Il racconto dell´antenato (quest´ultimo appena pubblicato da Mondadori), il professor Dawkins è probabilmente anche l´ateo più militante del pianeta.
In pubblicazioni accademiche, conferenze, trasmissioni televisive, conduce da anni un´accanita battaglia contro la religione. Ora ha dedicato all´argomento un libro intero: The God delusion (L´illusione di Dio), da poco uscito in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, il cui scopo dichiarato è dimostrare "scientificamente" l´inesistenza dell´Essere Soprannaturale che tutte le religioni della terra, e in particolare le tre monoteistiche, pur chiamandolo con nomi diversi e attribuendogli differenti poteri, considerano il nostro Creatore.
Due avvenimenti lo hanno spinto ad agire. Uno è l´attacco terroristico all´America dell´11 settembre 2001, il risultato più impressionante del fanatismo religioso. I kamikaze islamici pensavano di compiere la volontà di Dio. Condannare simili zeloti è facile, osserva Dawkins, ma che rapporto hanno quei terroristi suicidi con i credenti ordinari, sensibili, pacifici?
«Il problema», si risponde da solo, «è che i credenti, diciamo così moderati, a qualunque religione appartengano, contribuiscono a costruire un´atmosfera più confortevole e sicura per gli estremisti, perché promuovono l´idea della fede come virtù assoluta e obbligano tutti a un rispetto esageratamente pio della religione». L´altro elemento che lo ha ispirato è l´ascesa al potere della "destra religiosa" negli Stati Uniti. «L´America di Bush è una teocrazia», afferma lo scienziato. «Mentre in Europa si è continuata a sviluppare una tendenza all´illuminismo e al raziocinio scientifico, in America e nel mondo islamico è in corso un´esplosione di fanatismo teocratico. In effetti, i cristiani americani da una parte e i musulmani dall´altra combattono la stessa battaglia, in cui gli europei rimangono presi nel mezzo. Bush e bin Laden sono dalla stessa parte: la parte della fede cieca e della violenza, contro la parte della ragione e della discussione».
La prima metà di The God delusion si ripropone di dimostrare che non esiste alcun Dio. L´uomo, nota il professor Dawkins, è il prodotto della lentissima evoluzione che in circa tredici miliardi di anni, attraverso la naturale selezione della specie, ha portato a ciò che siamo oggi. Armato della teoria di Darwin, l´autore comincia col contraddire i creazionisti che prendono alla lettera le sacre scritture, convinti che il mondo è stato fatto effettivamente in sette giorni (anzi sei, perché nel settimo il creatore riposò), e i più sofisticati ragionamenti del teologo Tommaso d´Aquino. Più oltre, a chi riconosce che siamo il prodotto dell´evoluzione ma sottolinea che soltanto un Essere Supremo avrebbe potuto creare un universo perfettamente calibrato per svilupparla, il biologo risponde con una domanda: «E allora chi ha creato Dio? Perché ogni Dio capace di disegnare un universo del genere deve essere una entità supremamente complessa e altamente improbabile, la cui esistenza necessita di spiegazioni ancora più grandi di quelle necessarie a spiegare la nostra esistenza».
Dawkins ammette che non si può fornire prova assoluta che Dio non esiste: «Ma possiamo valutare», osserva, «se la sua esistenza è più o meno probabile. Ci sono un´ìnfinità di cose di cui non possiamo provare in modo definitivo l´inesistenza, gli unicorni, i lupi mannari, tazzè da te che ruotano attorno a Marte. Eppure non le prendiamo sul serio, a meno che non vi sia qualche ragione concreta per credere che esistano. Perché dovremmo ragionare diversamente su Dio?».
La seconda parte del libro affronta quesiti più filosofici. Se l´uomo è il prodotto dell´evoluzione darwiniana e la maggior parte dell´umanità crede in Dio, quale pressione esercitata dalla selezione naturale ha originariamente favorito l´impulso a credere in una religione? La tesi dell´autore è che i bambini sono "programmati" in modo da avere una fiducia innata in ciò che raccontano loro gli adulti: poiché gli adulti raccontano che Dio esiste, i bambini ci credono, e questa fede viene trasmessa di generazione in generazione. «Non esitiamo a dire che un bambino è cristiano o che è musulmano, quando in realtà sono troppo piccoli per comprendere argomenti del genere», nota Dawkins. «Eppure non ci sogneremmo mai di dire che un bambino è keynesiano o marxista. Con la religione, invece, si fa un´eccezione».
Altre motivazioni citate a sostegno dell´universalità della fede in Dio: la morte dei membri del clan o della famiglia deve avere influito sullo sviluppo della religiosità nell´uomo primitivo. Odierne statistiche indicano che i credenti vivono più a lungo, hanno una salute migliore, sono mediamente più sereni dei non credenti: una prova, anche questa, che la spiritualità ha probabilmente rafforzato la specie umana nel suo cammino evolutivo. Ma riconoscere che la fede è utile alla sopravvivenza della specie non dimostra che quella specie è stata creata dal Padreterno.
Se Dio non c´è, tuttavia, perché dovremmo essere buoni? Ovvero, da dove ha preso l´uomo i valori morali che gli fanno soppesare il bene e il male, propendendo per il primo, se non glieli ha ispirati la religione? Dawkins sostiene che anche la morale è un risultato dell´evoluzione, perché consentì agli uomini di trarre beneficio dalla solidarietà e dalla cooperazione; e aggiunge che il mondo sarebbe un luogo decisamente migliore se la morale predicasse soltanto di fare del bene al prossimo, senza il contorno di "ossessioni religiose" sui peccati della carne e le tentazioni del piacere sessuale.
«Senza la religione», conclude polemicamente, «staremmo tutti meglio. Saremmo liberi di esultare per il previlegio che abbiamo di essere nati, grati di vivere una vita, questa, terrena, abbandonando il presuntuoso desiderio di averne una seconda, eterna, nell´aldilà». In tal caso, però, quale sarebbe il significato dell´esistenza, una volta eliminata l´illusione di Dio? «L´esistenza avrebbe un significato assai maggiore», ecco la sua opinione. «La visione scientifica dell´esistenza è poetica fino a risultare quasi trascendentale. Siamo incredibilmente fortunati ad avere avuto il previlegio di vivere per alcuni decenni su questa terra, prima di morire per sempre. E noi che viviamo oggi siamo ancora più fortunati, perché possiamo comprendere, apprezzare e godere l´universo come nessuna delle generazioni precedenti ha potuto fare. Abbiamo il beneficio di secoli di scoperte e progressi scientifici alle spalle. Aristotele sarebbe sbalordito da ciò che uno scolaretto qualsiasi potrebbe insegnargli oggi. Ecco cosa dà significato alla vita. E il fatto che questa vita abbia un limite, e sia l´unica vita che abbiamo, ci rende ancora più determinati ad alzarci ogni mattina e cercare di partecipare al meraviglioso ciclo della natura».
Nonostante l´ondata di fanatismo religioso che attraversa il mondo, il professor Dawkins è ottimista, non solo perché si augura scherzosamente di «convertire all´ateismo» un po´ di credenti con il suo libro. «I miei amici americani temono che il mondo stia sprofondando di nuovo verso i Secoli Bui. Ma la direzione della storia va chiaramente nel senso opposto, verso l´illuminismo, il raziocinio, la modernizzazione. Penso che l´America stia attraversando solo un temporaneo regresso. Ho buone speranze per il futuro. Queste cose passano». Intanto, The God delusion è in testa alla classifica dei best-seller nel Regno Unito ed è il titolo più venduto su Amazon. com, la maggiore libreria digitale del mondo. «Quest´anno un mucchio di gente comprerà un libro contro la religione», predice laicamente il Times di Londra, «come regalo di Natale».

Repubblica 1.11.06
La scoperta. L'elefante davanti allo specchio riconosce la sua immagine
Un esemplare supera il test: è accaduto solo a scimmie e delfini


ROMA - Gli elefanti si riconoscono allo specchio. Potrà non sembrare una notizia sensazionale eppure ha destato meraviglia nel mondo scientifico, perché riconoscere la propria immagine riflessa sta a indicare coscienza di sé, una caratteristica che si pensava appartenere solo ai grandi primati e, unica eccezione, ai delfini. La scoperta è stata realizzata da Joshua Plotnik, psicologo alla Emory University di Atlanta, studiando il comportamento di tre femmine adulte di elefanti asiatici dello zoo di New York (Usa), poste di fronte a specchi sufficientemente grandi da potersi riflettere interamente. Oltre a ripetere movimenti che dimostravano di aver capito che l' immagine riflessa non apparteneva ad altri animali, ma alla propria, uno degli elefanti, chiamato Happy, ha superato la prova inconfutabile a cui è stato sottoposto dai ricercatori. Happy ha tentato ripetutamente di toccarsi con la proboscide una X bianca disegnata da Plotnik dietro l' orecchio, che Happy poteva vedere riflessa dallo specchio, ma non direttamente su se stesso. «Il fatto che gli altri due elefanti non sono andati alla ricerca della X bianca può indicare che essi non erano interessati al segno e non che non si riconoscessero nell' immagine», spiega Plotnik. Dopo il primo "non-primate" a superare l' esame dello specchio, il delfino Tursiops Truncatus, l' elefante è riuscito là dove altri animali ritenuti intelligenti - quali gatti, cani, pappagalli - falliscono, ignorando la propria immagine oppure rivolgendosi ad essa in modo aggressivo, come se si trovassero di fronte ad un estraneo. I pappagalli cenerini (Psittacus erithacus) sono in grado di distinguere più di 50 oggetti riflessi da uno specchio, ma non si rendono conto che esso riflette la propria immagine. La capacità di riconoscersi allo specchio, secondo vari ricercatori, è segno che tali animali possiedono la capacità di avere un' empatia nei confronti dei propri simili e dunque di avere con essi rapporti sociali molto evoluti. (l. bi.)

Liberazione 2.11.06
A colloquio con il noto genetista. Dall’attualità della teoria dell’evoluzionismo di Darwin all’inquietante revival del concetto di razza, da lui contestato in una recente pubblicazione e in un romanzo
Guido Barbujani: «Le razze esistono solo nel nostro cervello»
di Luca Tancredi Barone


Anche quest’anno uno dei protagonisti principali del festival della scienza è Charles Darwin, cui sarà dedicato l’anno 2009, a 150 anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie, il libro che ha cambiato per sempre la biologia, e a 200 anni dalla sua nascita.

Un’idea per celebrare uno dei più grandi (e contestati) scienziati di tutti i tempi la propone il vulcanico Patrizio Roversi: il progetto Darwin, presentato in una affollatissima conferenza a Genova. Il prossimo dicembre, la nave Adriatica e i Velisti per caso ripercorreranno un tratto significativo del viaggio che Darwin compì sul brigantino Beagle nel 1831. A bordo si alterneranno equipaggi composti da docenti e studenti di sette università italiane: Bologna, Ferrara, Padova, Milano Bicocca, Roma Tor Vergata, Siena e Firenze e un gruppo del Museo Civico di Storia naturale di Milano. Le tappe saranno 12, partendo dalle celeberrime isole Galapagos, toccando Ecuador, Perù, Cile, Argentina e Brasile.

Guido Barbujani, genetista delle popolazioni a Ferrara e scrittore, fa parte del team di volenterosi scienziati.
«L’idea è stata di Patrizio - spiega Barbujani - vorremmo raccontare la scienza nei luoghi di Darwin, mettendo insieme zoologi, evoluzionisti, esperti di biologia riproduttiva, primatologi, filosofi della scienza, antropologi e genetisti come me. La sfida è quella di smentire sia i giornalisti che pensano che gli scienziati siano noiosi, sia gli scienziati che inorridiscono all’idea di dover raccontare le storie della scienza con parole diverse dalle loro».

Cosa aveva imparato Darwin dal suo viaggio durato cinque anni?
I punti centrali della sua teoria sono due. Se due specie affini vivono in zone contigue, la spiegazione più semplice, diceva, è che discendano entrambe da un antenato comune. La seconda è che è l’effetto della selezione naturale a dirigere questo cambiamento.

Lei su Darwin ha anche scritto Dilettanti, un romanzo (Sironi 2004). Cosa la affascina di questa figura di scienziato?
Spesso cito una lettera che Darwin scrisse a Leonard Jenyns, un naturalista che non credeva nell’evoluzionismo, in cui gli diceva di essere arrivato alla conclusione che specie diverse si sono evolute discendendo con modifiche da un antenato comune partendo dall’opinione opposta. «So quanto mi esporrò al biasimo per questo, ma almeno ci sono arrivato onestamente e cautamente. Non pubblicherò queste cose per molti anni». Nella apparente incongruenza, soprattutto di quest’ultima frase, vedo tutto il dramma di un uomo che si trova impreparato ad accettare la critica che sa che la società gli muoverà per la novità delle sue idee. E’ un personaggio letterario formidabile, perché è pieno di contraddizioni ed è spaventato da se stesso. Da un certo momento della sua vita iniziò addirittura a inventarsi malattie che non aveva pur di non essere esposto al conflitto, che lo atterriva. Ma non temeva il confronto scientifico, che cercava con lettere ad altri scienziati. Io non ho mai trovato altri scienziati che avessero tanta ricchezza di inventiva e tante idee per il dibattito scientifico e allo stesso tempo tanta consapevolezza dei limiti della propria conoscenza.

Darwin è ancora attuale?
Certamente, perché dopo 150 anni in cui sono state scoperte il 99% delle cose più importanti in biologia, fra cui le leggi dell’ereditarietà, il Dna e il codice genetico, non è stato necessario modificare la spina dorsale della sua teoria. Aveva ragione lui quando concludeva poeticamente l’ultimo capitolo del suo libro con «c’è della grandezza in questa idea della vita». Oggi Darwin viene attaccato solo da chi non lo conosce e non lo vuole conoscere.

A proposito di ignoranza sui temi di cui si occupa, lei ha appena pubblicato un libro: L’invenzione delle razze, edito da Bompiani, dove affronta il revival del concetto di razza.
A me piace scrivere, e stavolta volevo riprendere in un saggio che potesse essere letto in treno una nota che avevo scritto nel mio romanzo Questioni di razza. Volevo fosse come una specie di chiacchierata dopo cena, con molti aneddoti, su un tema che mi appassiona, e su cui tutti abbiamo un’opinione: la biodiversità umana.

«Tutti parenti, tutti differenti», come scrive...
Le differenze fra gli esseri umani sono evidenti: ciascuno di noi sa riconoscere un africano da un asiatico o da un sud americano. Ma tutti i tentativi di introdurre una classificazione razziale coerente, da Linneo fino a 20 anni fa sono falliti. O tutti tranne uno si sbagliano, oppure - come credo - il compito è impossibile: le caratteristiche morfologiche e quelle genetiche della popolazione umana sono distribuite in modo tale che fissate alcune caratteristiche (ad esempio il colore della pelle) non è possibile prevederne altre (ad esempio l’altezza). Ma non basta. Gli studi genetici ci dicono che la maggiore variabilità è in Africa, mentre nel resto del mondo è inferiore: si chiama “effetto fondatore”. Siamo nati lì, poi una piccola sotto-popolazione ha colonizzato gli altri continenti, portando con sé una variabilità genetica minore. Infine, a me non pare che ci sia alcun motivo sensato per risuscitare oggi le razze. A che scopo pratico?

Si può quantificare la nostra diversità?
Tanti studi diversi confermano che la percentuale globale di variabilità del nostro genoma è vicina all’85%. Ciò significa che se nel mondo rimanesse una sola popolazione umana qualsiasi, conserverebbe comunque l’85% della nostra variabilità attuale. D’altra parte, le varianti dei geni sono cosmopolite, sono cioè diffuse in tutti i continenti. Solo il 7% di tutti i geni sono specifici di un unico continente, cosa su cui si basa la nostra capacità di riconoscere la provenienza delle persone. Come si vede, è impossibile tracciare i confini di razza. Come diceva Richard Lewontin, le razze esistono, ma solo nel nostro cervello.

il Riformista 2.11.06
GALLERIE DALLA VOLPE DI MARBURGO FINO AL SECONDO MARITO, EX COMBATTENTE SPARTACHISTA
Tutti gli uomini di Hannah, “Vita activa” al femminile
di Livia Profeti


«Hannah Arendt è stata una delle donne di maggior spicco del nostro secolo. Penso di concordare con lei se parlo di “donne” e non di “pensatori” (una definizione che sta come la parte al tutto) o di “persone” (un modo per sfuggire alla caratterizzazione sessuale)». Così la ricorda l'amico Hans Jonas nel 1977, due anni dopo la sua scomparsa.
Per un insieme di fattori non facilmente definibile, è indubbiamente “da donna” che la Arendt occupa un posto alla pari in un olimpo più che riservato agli uomini. Sarà per l'importanza accordata ai rapporti interumani, che tanto difetta a molti dei suoi solipsistici colleghi. O forse per quel rifiuto dell'astrazione che si percepisce anche quando si occupa di temi impalpabili come il pensiero. O forse ancora per il posto centrale che la nascita umana occupa nella sua elaborazione teorica, a differenza di una filosofia maschile che si è sempre occupata solo di morte. Difficile dirlo.
Dichiaratamente distante dal pensiero femminista («semplicemente, io sono all'antica»), era convinta che fosse importante per una donna «mantenere le proprie qualità femminili» (Conversazione con Günther Gaus, 1964). Di lei Benno von Wiese affermò: «La cosa che si notava subito era la forza suggestiva dei suoi occhi, in essi si sprofondava letteralmente, e si doveva temere di non poter più riaffiorare alla superficie». Gli amori più importanti della sua vita sono stati quelli nei quali passione sessuale e intellettuale si sono indissolubilmente intrecciate: quello giovanile e disastroso con Heidegger e quello felice con il secondo marito Heinrich Blücher.
La Arendt conobbe Heidegger a 18 anni frequentando a Marburgo i corsi universitari di lui, trentacinquenne. Era bella, intelligente, molto corteggiata. Fu Heidegger “la volpe” - come lo avrebbe definito lei stessa dopo molti anni - ad attrarla nella sua tana. Dapprima la invitò ad un colloquio, poi le scrisse una lettera, «un misto di ossequio sottile e messa in scena di se stesso come guida spirituale» (R. Safranski in Heidegger e il suo tempo), dalla quale lei rimase «sopraffatta e confusa». «Che fosse attratta da lui non è sorprendente. Considerato l'ascendente che aveva sui suoi studenti, era quasi inevitabile. Né il suo passato - quello di una bambina sensibile rimasta senza padre - né la sua natura vulnerabile e malinconica, l'avevano preparata a resistere allo sforzo determinato di Heidegger di conquistare il suo cuore» (E. Ettinger, in Hannah Arendt e Martin Heidegger). Hannah ne divenne infatti l'amante. Dopo un anno, sull'orlo del baratro mentale descritto nel frammento autobiografico Le ombre del '25, sarà lei a cercare di allontanarsi «per proteggere se stessa», afferma ancora Safranski. Venticinque anni dopo scriverà, proprio alla moglie del suo antico amante Elfride Heidegger: «Quando lasciai Marburgo ero assolutamente decisa a non amare più un uomo; e poi mi sono sposata, giusto per sposarmi, con un uomo che non amavo [Günther Anders nel '29; ndr]. Tutto questo è cambiato quando ho conosciuto il mio attuale marito».
Siamo a Parigi, 1936: la profuga ebrea Hannah Arendt incontra l'ex combattente spartachista e poi aderente al Partito comunista Heinrich Blücher, anch'esso in fuga da Berlino, «talmente fuori legge che il suo recapito non era noto nemmeno a lui» (E. Young-Bruel in Hannah Arendt). «Attento al benessere spirituale e fisico di Hannah, per nulla spaventato di venire coinvolto in ogni aspetto della sua vita, egli se ne assunse la responsabilità senza mai essere invadente, con naturalezza», aggiunge la Ettinger. Una grande passione («così, ti ho trasformato da ragazza in donna? Che meraviglia!») che gradualmente riporta Hannah alla gioia di vivere: «Mi sembra incredibile che posso avere entrambi, il “grande amore” e un'identità integra. E solo adesso so di avere il primo perché ho anche la seconda. Finalmente, so cos'è davvero la felicità» (Within four walls, carteggio Arendt-Blücher). Se da Heidegger aveva appreso gli arnesi della filosofia, nel rapporto con il nuovo compagno impara a fonderli con quelli della teoria politica: «Grazie a mio marito ho imparato a pensare politicamente e a vedere con senso storico». Ne nacque un creativo sodalizio intellettuale durato tutta la vita, il cui primo frutto maturo fu Le Origini del totalitarismo, a lui dedicato.
Differentemente, Heidegger non accettò mai di buon grado la sua creatività, confinandola in una posizione di sottomissione anche quando i loro rapporti divennero solo intellettuali. Nel '55 “punì” la pubblicazione in Germania del suo Vita Activa con un lungo silenzio che lei commentò così a Karl Jasper: «So quanto sia insopportabile per lui che il mio nome appaia in pubblico, che io scriva libri, ecc. Per tutta la vita io l'ho praticamente imbrogliato, comportandomi sempre come se tutto questo non esistesse, e come se, per così dire, non fossi capace di contare fino a tre, tranne quando si trattava di interpretare le sue stesse cose».
Contrariamente a quanto spesso si legge, quindi, Heidegger non è stato l'«unico grande amore» della Arendt, ma certamente il più pericoloso, come lei stessa confesserà a Blucher nel '37: «Ho avuto il terrore di perdermi […] da quando ti ho incontrato, improvvisamente, io non ho più paura». La ripresa dei rapporti con il filosofo nel dopoguerra, così come l'influenza heideggeriana sulla sua opera, sono questioni troppo grandi per essere affrontate in questo contesto. Festeggiando il centenario della sua nascita è più bello ricordare il rapporto che invece non le ha impedito di diventare «una delle donne di maggior spicco del nostro secolo», aiutandola a sottrarsi a quel silente ma inesorabile comando che le ordinava di non saper «contare sino a tre». Di non aver alcun dio all'infuori di Heidegger.

Repubblica 2.11.06
Il cardinale sul tema rianimazione: tutto si cura, ma la guarigione è altro
Barragan: "L'uomo moderno ormai non accetta il dolore"


CITTÀ DEL VATICANO - «L´uomo moderno trova assurdo il dolore. Accoglie quello acuto, sintomatico come segnale che aiuta i medici alla cura. Ma il dolore cronico lo trova assolutamente inutile, è qualcosa che va eliminato. E io dico: certo che bisogna eliminarlo. Ma sorge anche una domanda: questo dolore ha un valore?».
La "sofferenza" è il pane quotidiano del cardinale Javier Lozano Barragan, ministro vaticano per la pastorale della salute. Ma il porporato è convinto che l´uomo d´oggi rimuova disperatamente il problema del dolore dal suo orizzonte. «La cultura attuale - spiega - non dà una risposta al dolore e perciò si arriva all´eutanasia o alla soppressione del feto. Per trovare una riposta bisogna andare al di là, comprendere che c´è qualcosa che trascende le apparenze».
Cardinale Barragan, lei ritiene che l´uomo moderno non accetta la realtà del limite?
«Non c´è un Homo sapiens, piuttosto un Homo pavidus. Ha paura totale della morte e cosa fa? La nasconde. Prima si moriva in famiglia, oggi in clinica. Prima c´era il cordoglio nelle case, durava due, tre giorni, anche i riti funebri si svolgevano in casa. Oggi il morto viene lasciato in camera, mentre nella stanza accanto si vede la tv. Poi c´è la messa in chiesa, si applaude la bara all´uscita e il carro funebre va da solo al cimitero».
Adriano Sofri ha scritto che oggi si cura molto e si guarisce sempre di meno.
«È un´osservazione pregnante. Oggi tutto si cura, ma la guarigione è altro. È personale, è integrale. La salute non è assenza di malattia, è tensione verso l´armonia. Dove c´è armonia, c´è guarigione. Perciò può esserci cura e non guarigione. Al contrario, una persona ammalata, può essere guarita. Sembra un paradosso, ma non lo è. Anche la morte non è la fine di tutto, ma la maturità massima».
Lei sostiene che il cristianesimo ha una parola in più su questo argomento?
«Sì, perché non gira intorno alla questione, la risolve. La risposta è in Cristo sulla croce, la sofferenza di Cristo è l´unica soluzione. Già Tertulliano diceva credo quia ineptum, credo perché è inetto. E questa inettitudine, che pare pazzia, è invece l´unica via».
Perché la sofferenza cosmica di Cristo dovrebbe alleviare il dolore di un individuo?
«Se la mia sofferenza in questo 2006, Cristo se l´è presa su di sé duemila anni fa, se io riesco a mettermi in sintonia con lui come ci si sintonizza su un apparecchio radio, se nella preghiera riesco ad offrire me stesso insieme a lui, allora arriva la guarigione. Non la cura, ma la guarigione».
Il laico Veronesi afferma che la chiave sta nella com-passione. Tra medico e paziente, tra paziente e chi gli sta intorno.
«Assolutamente sì. Com-patire con le altre persone in Cristo. Mettersi tutti insieme nella Passione di Cristo è la vera compassione».
Resta l´urgenza di una riflessione complessiva, laica, da parte di tutti. C´è un elemento da incoraggiare?
«La solidarietà. Tra il medico e il paziente, tra la famiglia e chi patisce, tra la società e il malato. Se posso dire una cosa a livello mondiale, senza entrare negli affari italiani: mai tagliare le spese della sanità».
Spesso si sentono sul dolore parole bellissime. Poi però un cittadino si chiede perché il magistero della Chiesa costringa una madre a non poter diagnosticare se l´embrione da impiantare abbia un tumore. Non può apparire sadico?
«Il magistero propone, non impone. Il magistero deve interpretare il Vangelo in una situazione concreta e formare i fedeli affinché agiscano secondo coscienza».
È un caso di coscienza anche decidere cosa fare quando un uomo, incapace di vivere normalmente, continua l´esistenza soltanto attaccato ai tubi di una macchina. Che decisione prendere?
«Distinguiamo bene. Eutanasia è l´azione diretta o indiretta che toglie la vita ad un uomo. La Chiesa dice no, perché la vita appartiene a Dio. L´accanimento terapeutico è un trattamento che prolunga l´agonia di fronte ad una prospettiva di morte reale. Il testamento biologico riguarda cosa fare in una simile situazione».
La Chiesa cosa dice?
«È giusto prevedere di non prolungare l´accanimento terapeutico e non è lecito decidere l´eutanasia».
(m. pol.)

mercoledì 1 novembre 2006

Apcom 31.10.06
Prc/ Bertinotti: non confluiremo nei socialisti europei
Sì a battaglie comuni, ma rafforzare il progetto della Sinistra europea


Roma, 31 ott. (Apcom) - "Una discussione tra amici, sui temi che si possono affrontare tra gente che ha in comune il progetto della Sinistra europea, con scambio di valutazioni sulle condizioni dei rispettivi Paesi": così il presidente della Camera Fausto Bertinotti spiega ai cronisti il senso del suo pranzo privato con i due leader del partito tedesco 'Die Linke', Oskar Lafontaine e Gregor Gysi.
Bertinotti non entra nel merito della discussione "per una questione di garbo", ma sull'ipotesi, lanciata ieri nel corso di un convegno dall'ex ministro socialdemocratico Lafontaine, di rapporti più stretti della Sinistra europea con il Pse, Partito dei socialisti europei, fino a una possibile, futura, confluenza, precisa: "E' un rapporto che si può determinare alla ricerca di convergenze, sia a livello di parlamento europeo sia nella costruzione di movimenti, come è stato fatto con alterne fortuna nella vicenda della lotta contro la direttiva Bolkestein".
Nessuna convergenza organizzativa? "Assolutamente no", replica il presidente della Sinistra europea. La questione "riguarda la ricerca di convergenze e possibili alleanze su singole questioni, restando, anzi, ancor più affermandosi la necessità di un progetto autonomo del Partito della Sinistra europea".

Apcom 31.10.06
Ungheria '56/ Giordano: il Pdci legittima i carri armati sovietici
Dal 2001 a oggi distanze più larghe tra noi e loro


Roma, 31 ott. (Apcom) - "No!", il punto esclamativo è testuale: è la risposta del segretario del Prc Franco Giordano a uno dei partecipanti al Forum online sul sito di Rifondazione, il quale chiedeva se le distanze fra i due partiti non siano superabili.
"Paradossalmente, dal 2001 ad oggi, le distanze - spiega Giordano - si sono vieppiù allargate. 2001...Genova: il PdCI criticò la nostra partecipazione a quel movimento, noi fondammo, proprio da quell'evento, una nuova cultura politica che ha innovato in maniera irreversibile, il nostro modo di essere ed innovare il mondo e la società. Da quel giorno abbiamo prodotto un'esperienza di innovazione politico culturale su grandi temi a partire dalla non-violenza".
"2006...Fausto Bertinotti Presidente della Camera, nell'anniversario dell'invasione dell'Ungheria, dice che i vinti di ieri sono i vincitori dell'oggi, il PdCI - sottolinea ancora il segretario del Prc - lo contesta apertamente, fino al punto di legittimare in qualche forma, i carriarmati sovietici (la storia deciderà). Per me, quell'idea di concezione dello stato, del partito e del partito-stato non è declinabile con la parola comunismo. Sempre di più quella parola allude ad una grande idea di trasformazione sociale e si allontana dalla semplice occupazione del potere".
"La parola 'comunista' sempre di più la coniugo - afferma ancora il leader del Prc - con il grande tema dell'uguaglianza e della libertà. La mia identità la verifico e la misuro ogni giorno nell'iniziativa sociale. Siamo proprio due mondi diversi, per questo la Sinistra Europea ha una grande tensione anti-capitalistica che nasce dal rapporto con i movimenti e dalla grande innovazione culturale e politica".

Liberazione 1.11.06
Polemiche nella maggioranza sulle pensioni e sulla manifestazione di sabato prossimo contro il precariato. Il giornale della Margherita attacca il Prc, il ministro Ds mette in discussione il programma. La risposta di Franco Giordano
Bertinotti a Chiti: il programma c’è. Ed è vincolante per tutta l’Unione
Il “Rutellismo”, cioè il feticismo di governo
di Rina Gagliardi


Tre giorni al 4 novembre, e alla prima vera prova di movimento, nell’era del governo Prodi. A dispetto dei problemi (politici), delle polemiche e delle strumentalizzazioni che fin qui l’hanno accompagnata, la manifestazione Stop precarietà si annuncia grande, partecipata, multiforme. Da Rifondazione comunista, per dire, arriveranno quasi ventimila persone, su pullmann, treni, mezzi propri. Dalla Fiom, sono previste comunque diverse migliaia di partecipanti. Insomma, sarà un corteo “vero”, nient’affatto simbolico e neint’affatto - ci si può scommettere - “politicistico”. Naturalmente, la malattia del politicismo è tutt’altro che sconfitta e continua, anzi, a determinare con pesantezza il panorama politico nazionale.

Ne è un bell’esempio lo scomposto attacco che Europa - il quotidiano della Margherita, pardon il giornale quasi personale di Francesco Rutelli - riservava ieri a Rifondazione comunista. Nell’editoriale (non firmato, quindi attribuibile al direttore Stefano Menichini) si afferma che “il partito di Giordano rimane l’unica forza di notevoli dimensioni che aderisce ad un corteo ormai dichiaratamente antigovernativo”. Ecco due gravi inesattezze in una sola frase: primo, forze come il sindacato metalmeccanico e l’Arci, che il 4 saranno in piazza, sono di dimensioni rilevanti, assai più di quanto non lo sia (ancora) il Prc; secondo, il carattere “antigovernativo” del corteo non ha nulla di “oggettivo”, è la scelta “soggettiva”, soggettivissima, di alcune delle forze che vi aderiscono - come i Cobas. Ma questi, per Europa, sono trascurabili dettagli. Il suo bersaglio autentico è ben altro: è il programma dell’Unione sulla base del quale il governo Prodi è stato votato dalla maggioranza degli elettori italiani - sia pure una maggioranza “risicata”, come si usa dire nel linguaggio corrente. La lotta contro la precarietà del lavoro (e della vita) è scritta a chiare lettere in quel documento, ed è un impegno che il presidente del consiglio ha spesso ribadito con forza? Non importa, ai rutelliani interessa oggi, soprattutto se non esclusivamente, l’“allargamento del consenso sociale” nell’area moderata, sui contenuti che Confindustria indica con tanta precisione. La controriforma delle pensioni, all’opposto, non è contemplata dal programma, più o meno come le ossessive privatizzazioni di Linda Lanzillotta? Non importa, la campagna elettorale è ormai alle nostre spalle. E se è difficile, quasi impossibile, cambiare la maggioranza di governo e alterarne la “chimica” formale, si può sempre aggirare l’ostacolo: la coalizione resta la stessa, ma il programma si cambia - si stravolge, si rovescia come un calzino. Perciò, dice Europa, Rifondazione comunista è così “stucchevole”, con il suo “ambiguo rigorismo” di lotta e di governo: perchè si fa interprete delle attese e delle domande non della sua base, ma di milioni di elettori dell’Unione. E perchè tiene aperte, ohibò, le contraddizioni che in tanti vorrebbero rapidamente chiudere.

Ora, però, polemiche a parte, ci rendiamo perfettamente conto che - non solo dalle sponde margheritine - quella che si va esprimendo è anche una “solida” certezza della politica, uno schema ereditato da una tradizione che, mentre tutto passa e deperisce, sembra più viva che mai. Come recita questo schema? Non solo che in politica o stai al Governo o stai all’Opposizione - o così o Pomì, secondo un fortunato slogan pubblicitario di qualche anno fa - ma che è questa la determinazione essenziale della tua identità, delle tue lotte, delle tue iniziative. In conseguenza, la discriminante “vera” diventa quella che passa tra governisti - appiattiti, arrotolati, sprofondati nel governo di cui fanno parte - e antigovernisti - identificabili e identificati nella battaglia senza quartiere contro il governo di cui non fanno parte.

Il risultato di questa distorsione, pur confortata dalla autorevolezza della storia, è che l’unica soggettività sovraordinatrice - l’unico Fine per cui combattere o non combattere - è il Governo. E’ il trionfo dell’autonomia “assoluta” della politica, sganciata dal suo contenuto essenziale, la lotta paziente per la trasformazione della società e per un’alternativa al neoliberismo. E’ il politicismo, di cui - come si è visto nelle fasi che hanno preceduto la manifestazione di sabato - cade vittima anche una parte del movimento, e della sinistra radicale.

Forse, in questa concretissima circostanza di lotta, conviene anche avviare una riflessione di fondo sul rapporto governo-partiti-movimenti. Intanto, il governo è uno strumento - una delle leve importanti (ma non onnipotenti) che si possono (o non si possono) utilizzare per aiutare processi di cambiamento. In termini diversi, lo stesso principio vale rispetto alla presenza nelle istituzioni rappresentative - che pure, un tempo non poi così lontano, costò discussioni molto accese nel movimento operaio e nello schieramento dei rivoluzionari. Governo, parlamento, assemblee elettive, governi locali: in una democrazia sia pur malamente liberale, sono tutti luoghi, relativamente autonomi, della decisione e della lotta politica. Qual è oggi, dentro di essi, la funzione precipua che spetta alla sinistra alternativa? Quella, ovvia, di battersi sui contenuti (sociali, culturali, eccetera) che ne qualificano la “ragione sociale”. Ma, anche e sopratutto, quella di mantenere questi luoghi permeabili alle domande di massa - prima che, anche qui da noi, si chiuda il cerchio del processo di americanizzazione, e le istituzioni si separino radicalmente dalla vita normale delle persone. Ai partiti, come tali, e ai movimenti, spetta un’autonomia che - forse con un pizzico di retorica - possiamo definire come sacra: autonomia nella visione generale di società e nelle proposte strategiche, autonomia nelle piattaforme rivendicative e nelle proteste, autonomia nell’esercizio del diritto fondativo (rifondativo) della politica attuale, la partecipazione.

Vogliamo guardare, in quest’ottica, alla manifestazione contro la precarietà? Chi pensa che questo drammatico problema del nostro tempo («non c’è più il proletariato, c’è solo il precariato» diceva l’altro giorno Oskar Lafontaine, al convegno promosso dalla Sinistra Europea a Roma), questa scelta strategica del capitalismo contemporaneo, questa palese dimostrazione del suo carattere ormai regressivo e tendenzialmente barbarico, chi pensa che si possa cavarsela gridando quattro slogan incazzati contro Prodi o il ministro Damiano (anzi, Ferrero, secondo la logica che il più vicino è anche il più indiziato di colpevolezza), è certo libero di farlo. Otterrà, tutt’al più, lo spazio mediatico che, molto generosamente, i giornali di destra vorranno consentirgli. Ma forse il nemico da sconfiggere, l’opposizione da mettere in campo, l’identità programmatica da costruire - prima di tutto nel movimento - sono un po’ più grossi...

Liberazione 1.11.06
Una grande mostra a Milano restituisce l’immagine integrale
di un artista che non fu solo pittore
Umberto Boccioni, futurista anche nella scultura
di Roberto Gramiccia


Se fra gli artisti del XX° secolo in Italia non ci fossero stati De Chirico e Boccioni, il nostro credito internazionale nell’ambito delle arti visive moderne sarebbe molto minore. Il primo fu l’inventore di quella “avventura metafisica” che tanta e autonoma parte ebbe fra le Avanguardie Storiche. Il secondo fu l’artefice massimo, il teorico e il trascinatore del Futurismo in arte. Questo movimento fu anch’esso una avanguardia internazionale che nonostante la difficoltà a liberarsi dalla puzza di fascismo di cui era impregnato, alla fine, ha conosciuto la collocazione che merita nella storia dell’arte del secolo che ci ha preceduto.

I compromessi con il regime, infatti, e le contiguità con esso non debbono e non possono far velo ad un giudizio storico-culturale sereno ed equilibrato. E allora non si può negare che il Futurismo e Boccioni, nonostante le molte fesserie belliciste e filofasciste declamate, siano stati i portatori di un vero e proprio ciclone autenticamente innovativo, ove si eccettui il ricorso sbracato a trombonismi e a pratiche paracircensi.

E’ merito della grande mostra, “Boccioni pittore scultore futurista”, Milano, Palazzo Reale, fino al 7 gennaio, per la cura di Laura Mattioli Rossi, l’aver richiamato l’attenzione su questo grande pittore calabrese (nato a Reggio nel 1882) che si legò profondamente al capoluogo lombardo. A Milano infatti Boccioni visse e lavorò intensamente, divenendo il cantore di uno sviluppo urbano impetuoso e moderno che trovava in questa città la sua massima espressione.

Il pregio più grande di questa importante esposizione è la capacità di mettere a fuoco l’attività di scultore dell’artista che rappresenta uno degli aspetti meno studiati della sua febbrile e purtroppo breve attività (Boccioni morì in guerra cadendo da cavallo a soli 34 anni). Le settanta opere esposte, fra dipinti, disegni e sculture sono messe a confronto con quelle di illustri compagni di strada: Balla e Severini (futuristi anche essi), Picasso e scultori come Medardo Rosso e Rodin.

Nel 1912, dopo aver visitato gli studi parigini di artisti di come Archipenko e Brancusi, Umberto Boccioni pubblicò il “Manifesto tecnico della scultura futurista” per dare alle stampe, due anni dopo, “Pittura Scultura futuriste”. In quel breve periodo si concentra la sua attività plastica con la realizzazione di tredici sculture che definire innovative è poca cosa. Solo con gli anni questo suo “salto in avanti” sarà riconosciuto, sino a far sì che una delle sue celebri sculture “Forme uniche nella continuità dello spazio” sia stata persino scelta per rappresentare l’arte italiana sulla moneta da venti centesimi di euro; per non parlare del fatto che il recente Guggenheim Museum di Bilbao si ispira dichiaratamente al suo “Linee di forza di una bottiglia”. Nonostante ciò, mentre dipinti come “La città che sale”, tanto per citare un titolo, sono relativamente noti, non altrettanto si può dire della sperimentazione plastica del grande futurista.

Del resto per Boccioni pittura e scultura sono la stessa cosa. Entrambi debbono muoversi a partire dal tumulto della vita e del suo movimento (dinamismo plastico), oltre la staticità cézanniana e la tradizione realista, sviluppando e portando alle estreme conseguenze le ricerche del Divisionismo e dell’Impressionismo e, in scultura, quelle di Medardo Rosso. «Il dinamismo - si legge nel Manifesto futurista - è la solidificazione dell’impressione senza amputare l’oggetto o isolarlo dal solo elemento che lo nutre: la vita, cioè il moto». E ancora: «I nostri corpi entrano nel divano su cui ci sediamo, e i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra nelle case, le quali a loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano». Tutto è complementare e soprattutto ogni cosa è in movimento. Linee di forza, quindi, piuttosto che piani proporzioni e eleganza di forme, “contrasti simultanei” di colori e di linee. Spirito antigrazioso e violenza espressiva completamente disinibita da ogni retaggio decorativo. In pittura e in scultura.

Ma ogni violenza si acquieta in presenza di un presagio di morte. Fu così che Boccioni che poi tanto gurerrafondaio non doveva essere - se è vero che confessò: «La guerra, quando si attende di battersi, non è che questo: insetti più noia più eroismo oscuro» - in una delle sue ultime opere, “Ritratto del maestro Ferruccio Busoni”, sembra “fermarsi” a riflettere.

Liberazione 1.11.06
Atlantide, l’isola fantastica si trova nelle mappe del dubbio
Intervista a Sergio Frau, autore di un libro-inchiesta che identifica la mitica terra con la Sardegna e le Colonne d’Ercole con il canale di Sicilia, un tempo molto più stretto di quanto sia oggi
di Marco Sedda


Le mappe del dubbio. Così le chiama Sergio Frau, inviato culturale del quotidiano la Repubblica, nel suo libro Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta. Come, quando e perché la Frontiera di Herakles/Milqart, dio dell’Occidente slittò per sempre a Gibilterra (edizioni Nur Neon, 2002, euro 30). Sono le cartine che illustrano lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Sicilia come dovevano essere nel quarto millennio avanti Cristo, disegnate facendo emergere le terre che si trovano a 200 metri sotto il livello dell’acqua, ovvero riportando la geografia a prima dell’ultima glaciazione. Ma se lo Stretto rimane praticamente invariato, il Canale si restringe notevolmente, con la Sicilia che da una parte si salda con Malta e dall’altra lambisce la Tunisia. Il Canale diventa così un doppio stretto, «una vera tenaglia pronta a chiudersi», scrive Frau. E dalla visione delle due mappe nasce la domanda che darà lo spunto al libro e alla rivoluzionaria teoria che vuole dimostrare: «Era davvero quello di Gibilterra, laggiù, lo Stretto delle Colonne d’Ercole?». Nel tentativo di dare una risposta, Frau per tre anni studia e svolge un’accurata indagine sui tempi antichi. Il frutto di questo paziente lavoro è un’avvincente saggio di 672 pagine, arricchito da foto, disegni e ricostruzioni grafiche. Frau consulta e sviscera in modo sistematico le fonti e la geografia di ieri, mette sotto processo Eratostene, il geografo che colloca le Colonne d’Ercole nello Stretto di Gibilterra, esamina e compara il parere degli studiosi moderni, intervista e dà la parola agli esperti antichi: Platone, Esiodo, Pindaro, Erodoto, Aristotele, Omero, Strabone. Dall’inchiesta emerge una potente teoria che scombina la storia degli albori dell’uomo: le Colonne d’Ercole da principio si trovavano nel Canale di Sicilia. Lo spostamento delle Colonne, «la Cortina di Ferro dell’antichità», ha una conseguenza ancora più sconvolgente: «Perché al di là delle Colonne c’è un’isola - si legge nel Timeo di Platone - e da quest’isola si arriva alle altre isole e al continente che tutto circonda… Il suo re è figlio di Poseidone, il Mare. Il suo nome è Atlante». Quest’isola, cerca di dimostrare Frau, oggi è conosciuta col nome di Sardegna.

Allora Frau, nel suo libro sostiene una teoria rivoluzionaria.
Sì, ma ho preso tutte le precauzioni e un anno e mezzo di aspettativa dal mio giornale per verificare le fonti. L’idea mi è venuta leggendo il libro Quando il mare sommerse l’Europa, di Vittorio Castellani, accademico dei Lincei e astrofisico alla “Normale” di Pisa. Castellani scrive che nel Mediterraneo esistevano due stretti, di Gibilterra e quello tra la Sicilia e la Tunisia, molto più piccolo rispetto a come lo conosciamo oggi perché la Sicilia era attaccata a Malta e la Tunisia più estesa. Leggendolo mi è venuto il dubbio: se gli stretti erano due, chi ha messo le Colonne laggiù, quando quello della Sicilia era molto più pericoloso? Era il settembre 1999 e il libro è uscito nel 2002. In tre anni di studi ho setacciato le fonti antiche, sono partito da Omero che non cita mai le Colonne d’Ercole, per poi passare a Esiodo, che scrive dell’Etna, mentre è Pindaro il primo che le nomina, nel 476 avanti Cristo, e parla di lagune e bassi fondali, come è per l’appunto il Canale di Sicilia. E’ qui che San Paolo naufraga, è qui che Roma perde 150 navi e riesce a sconfiggere Cartagine solo quando riproduce lo scafo di una nave catturata.

E riposizionando le Colonne d’Ercole identifica Atlantide con la Sardegna. E’ così?
Premetto che non ho mai cercato e letto un libro su Atlantide, non mi piacciono i misteri. Il mio libro è un codice d’accesso, una mappa. In Platone c’è il ricordo di un’isola eccezionale e strabiliante che a un certo punto collassa. E questo coincide con tutto quanto gli antichi hanno scritto. Si parla di un paradiso di ventimila torri che d’improvviso diventa un inferno di malaria e fango. Per questo ipotizzo che la Sardegna sia stata spazzata da una sorta di tsunami. Platone scrive di terribili cataclismi marini che distruggono l’isola e che avvengono mentre i suoi abitanti, i Sardi-Shardana, navigavano verso l’Egitto.

Uno tsunami ha dunque posto fine alla grande civiltà che popolava l’isola?
Anche Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei e massimo conoscitore della civiltà nuragica, parla della fine dell’età dell’oro e sente lo iato tra un prima e un dopo. E il nuraghe che Lilliu riporta alla luce, Su Nuraxi di Barumini, era sepolto sotto il fango. Inoltre i sardi convivono con il ricordo di un isola fantastica. Naturalmente questa teoria va verificata con analisi marine, geologiche e mineralogiche. Non pretendo di avere ragione ma chiedo il diritto di parlarne liberamente, mentre contro di me le Soprintendenze sarde per i Beni Archeologici hanno raccolto circa trecento firme, quasi tutte di loro dipendenti e collaboratori, ma senza mai farmi obiezioni vere. Mi portino le prove e mi dimostrino il contrario. Mi contestano ma non danno una risposta sul perché c’è il fango sui nuraghi. La verità è che hanno tentato di sporcare il mio lavoro per paura, per tigna. Per fortuna la mia tesi è condivisa dai più grandi esperti di storia antica.

A suo avviso quale risultato ha ottenuto con questa inchiesta?
Quello di aver esaminato una moltitudine di prove e documenti che vanno comunque ancora approfonditi. Il libro illumina alcuni indizi che danno una nuova prospettiva al problema: per cominciare non è ammissibile che si costruiscano migliaia di torri lì dove c’era la malaria. Quella dei nuraghi è una realtà sottostimata: si parla ancora di ottomila nuraghi, ma è un calcolo dei militari datato 1948. Da notare che abbiamo una doppia tipologia di nuraghi: quelli costruiti più lontano dal mare e in altura, come il nuraghe Losa e quello di Sant’Antine, sono rimasti perfetti, mentre se si scende di quota si trovano in condizioni disastrose. Inoltre ci sono una serie di segnali esterni, come lo Ziggurat di Monte d’Accoddi, che denotano contatti con il mondo esterno che cessano d’improvviso. Un altro esempio: quando i Fenici arrivano nell’isola, nel dodicesimo secolo avanti Cristo, Tharros è già distrutta. E in Sardegna trovi l’eterna primavera, gli agnelli che nascono due volte l’anno, la longevità, il dolce clima, come nella descrizione che gli antichi facevano di Atlantide.

Il libro come è andato?
Un successo che non mi aspettavo: sono state vendute 37 mila copie, altre seimila del secondo libro (Le Colonne d’Ercole, un bilancio, i progetti), venduto a prezzo di costo, 15 euro, e che ora esce con 70 pagine in più. E a marzo Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta uscirà in Germania e in Spagna.

Poi c’è la mostra Atlantikà: Sardegna, Isola Mito che supporta la sua teoria.
Dopo Cagliari, l’Unesco l’ha voluta ospitare a Parigi, e ora fino al 12 novembre si può visitare anche a Roma all’Accademia nazionale dei Lincei (al secondo piano di Palazzo Corsini in via della Lungara 10, dalle 9,30 alle 13,30, ingresso gratuito, ndr), e da dicembre si sposterà al Museo delle scienze di Torino.

Sta già pensando al prossimo libro?
Sarà un lavoro sui legami tra gli etruschi e i sardi. I punti fermi sono Strabone, Platone, Esiodo, quando parla dei Tirreni che governano sulle isole sacre, e Plutarco: in Vita di Romolo racconta che quando Roma celebrava la vittoria su Veio, città dell’Etruria, i sardi venivano venduti all’asta. E questo succedeva perché i romani erano convinti che gli etruschi fossero coloni dei sardi. Ma ci sono altri indizi: un popolo di mare come gli etruschi che si stabilisce sulle alture appenniniche, come se avesse una terribile paura del mare, e che paga Caronte per essere traghettato nell’isola dei padri. E che dire di tutti i bronzetti nuragici ritrovati nelle tombe etrusche?

martedì 31 ottobre 2006

l'Unità 31.10.06
Qui Budapest, la voce libera di Fossati
di Vittorio Emiliani


IL RICORDO Fu il primo giornalista italiano ad arrivare nella capitale ungherese. E su l’Avanti! del 23 ottobre 1956 comparve la sua prima cronaca dall’insurrezione

Luigi Fossati fu il primo giornalista italiano ad arrivare a Budapest, nell’ottobre del 1956, cioè all’epoca dei fatti di Polonia e di Ungheria. Il suo primo articolo per l’Avanti! di Milano, dove lavorava da quando aveva poco più di vent’anni (all’epoca ne contava una decina di più) reca la data del 23 ottobre. «Lo ricordo benissimo a Berlino, pieno di vitalità, con la sua 1100 scassatissima - mi dice il “ministro degli esteri” di Berlinguer, Sergio Segre, sodale di quegli anni berlinesi. Abitavamo a Berlino Est dove anche l’Avanti! aveva un ufficio di corrispondenza».
Quando si manifestano a Budapest i primi segnali di reazione all’occupazione sovietica e al regime imposto da Mosca (presidente del Consiglio, Mathias Rakosi, segretario, davvero ottuso, del partito, il burocrate Geroe) Fossati può accorrere più rapidamente dalla sua sede di Berlino Est. Un altro giornalista italiano, Ilario Fiore del Tempo di Roma, è arrivato nella capitale. Il 27 ottobre vi approderà anche Vittorio Mangili inviato della Radiotelevisione Italiana, autore di ottimi e documentati servizi. Più tardi giunge Indro Montanelli, il quale vedrà fortemente incrinato nelle giornate dell’insurrezione il suo cinismo da reazionario (quale si definisce con una punta di compiacimento).
Fossati annota fin dall’inizio: «Le interpretazioni sui fatti di Budapest si accavalleranno, nei prossimi giorni. Assisteremo certo a deformazioni e a interpretazioni di comodo, a speculazioni e a tentativi di minimizzare (…) sentiamo il dovere di sottolineare che i soldati sovietici hanno sparato su manifestanti che, nella loro maggioranza - operai e studenti - non erano nemici del socialismo, ma auspicavano uno sviluppo democratico del loro paese, secondo le proprie tradizioni, secondo i propri bisogni». A rischio della vita, sta fra la gente, nel vivo degli scontri (che racconta con una prosa tesa, lucida, appassionata), segue pure di notte i gruppi giovanili più attivi. I ragazzi agitano bandiere nazionali con lo stemma dell’eroe risorgimentale Kossuth. All’uscita dagli uffici e dalle fabbriche si uniscono a loro impiegati e operai i quali scendono dai tram ormai fermi. Non ci sono incidenti. Fossati nota gruppi «che mostrano di cercare intenzionalmente incidenti… per sfogare rancori e delusioni vecchie di anni. Fino alle venti però non ci furono incidenti». La polizia non interviene, quando è apparsa è stata applaudita, i soldati ungheresi fraternizzano coi dimostranti.
Ora parla alla radio il segretario del partito Geroe. «La sua è una dichiarazione assurda, pericolosa, priva di qualsiasi contatto con la realtà, schematica, provocatoria», osserva a caldo Fossati. «Guardo le persone che mi stanno intorno, mentre l’interprete mi traduce e vedo i loro volti farsi cupi, delusi». Geroe, di fronte a tanta urgenza, rinvia il Comitato centrale ad una settimana più tardi. Poco dopo la polizia interviene con le armi facendo i primi morti: «Ho visto due morti (un ragazzo di vent’anni e una donna di mezz’età) e una decina di feriti … In altre zone della città scoppiano incidenti a catena, si cominciano a udire il crepitare dei fucili, le raffiche di mitra». Una colonna di manifestanti marcia verso piazza Stalin e vi abbatte, a colpi di mazza e di fiamma ossidrica, la statua bronzea del dittatore russo, alta più di quattro metri.
Le sparatorie si fanno più forti e frequenti. Il giornale Szabad Nep diffonde un volantino nel quale «saluta il corteo e la manifestazione possente del popolo di Budapest che ha lo scopo di sviluppare la democrazia socialista e il rinnovamento della vita pubblica ungherese». Fossati si dirige subito alla redazione di Szabad Nep, tentando di collegarsi col suo giornale a Milano. Ci prova per tre ore, vanamente. Non può neppure tornare all’Albergo Duna dove è alloggiato. Sono le quattro del mattino, la nebbia invade Budapest, si odono sempre degli spari anche se più radi. «Ormai si udiva lo sferragliare dei carri armati che stavano arrivando in città», è la conclusione di questo suo primo servizio da Budapest in rivolta, datato 23 ottobre.
È un noto direttore d’orchestra, Mario Rossi, alla guida, allora, dell’Orchestra della Rai di Torino, in Ungheria per concerti, a portare a Milano i primi scritti di Fossati. Sono corrispondenze del tutto «oneste», sul piano politico e cronistico. In Italia le informazioni risultano assai scarse e di parte. L’Unità ha assunto quasi subito un atteggiamento di condanna dei moti ungheresi allineandosi alla versione sovietica. Palmiro Togliatti li ha bollati come «controrivoluzione». I giornali borghesi, dal canto loro, cercano in parte di accreditare (non lo farà invece Indro Montanelli) la versione di una rivolta, tout court, di destra, contro il comunismo.
L’articolo del 24 ottobre ha un titolo esplicito: Operai e studenti sono per il socialismo. I fatti smentiscono dunque la versione che la radio di stato ungherese continua ad accreditare, l’alibi cioè degli «elementi fascisti e reazionari» ai quali la sicurezza è costretta a rispondere col fuoco e i sovietici con essa. Ai gruppi di insorti si affiancano reparti dell’esercito magiaro. L’inviato dell’Avanti! viene sorpreso dal coprifuoco lontano dall’Hotel Duna. Passa la notte in una caserma «improvvisata degli insorti, vicino a piazza Deak». Assiste ad una sorta di assemblea. I giovani sono, nonostante tutto, «ottimisti, pieni di entusiasmo».
Finalmente, il 26 ottobre, il giornale del Pc ungherese deplora la repressione violenta. I sindacati chiedono la cessazione dei combattimenti, la formazione di un governo largamente rappresentativo guidato da Nagy, la costituzione di una Guardia nazionale formata da studenti e operai, l’immediato ritiro delle truppe sovietiche. Anche gli operai sono in armi e presidiano le fabbriche. Finalmente si giunge ad una tregua. «Forse i morti di Budapest - scrive Fossati - sono più di duemilacinquecento, i feriti nell’ordine di sei o settemila». Anche il mestiere del cronista è diventato rischioso. «Oggi un giovane fotoreporter, Jean-Pierre Pedrazzini di Paris Match, è stato gravemente colpito da una raffica e si teme per la sua vita. Due altri colleghi sono rimasti feriti leggermente». L’ex presidente della Repubblica, Zoltan Tildy, ha invitato il primate, cardinal Mindszenty «a tornare nella sua sede e a contribuire alla pacificazione degli animi… Ma comprenderà il cardinale, che in più di un’occasione s’è fatto sostenitore delle posizioni politiche più intransigenti e reazionarie, la situazione particolarmente delicata del proprio paese?» Le notizie si accavallano, febbrili. In una città «che non ha fiori sufficienti per tutti i suoi morti».
Purtroppo il governo di Imre Nagy fatica a controllare la situazione. Rispondendo alla richiesta che sale dal popolo, compie un gesto esemplare e denuncia il Patto di Varsavia pur ribadendo i vincoli di amicizia coi Paesi vicini e con l’Unione Sovietica. Il Pc ungherese si è sciolto per dare vita al Partito operaio socialista ungherese, di cui è segretario Janos Kadar il quale dichiara solennemente: «Il nostro sarà un Partito senza dogmatismi, che si appoggerà alle tradizioni progressive della storia e della cultura ungheresi. Non vogliamo più la dipendenza politica, non vogliamo che il Paese diventi teatro di guerra». L’inviato dell’Avanti! traccia il quadro variegato delle formazioni politiche: oltre al Partito operaio socialista, ci sono il Partito dei piccoli agricoltori, il Partito contadino, il Partito Socialdemocratico che si pensa raccoglierà consensi nei distretti industriali, il Partito cattolico democratico e il Partito popolare democratico. Hanno tutti vita difficile. La socialdemocratica Anna Ketly è bloccata a Vienna dove si è riunita l’Internazionale Socialista.
Domenica 4 novembre il tragico epilogo col ritorno in massa dei carri armati sovietici. Ormai, «circolare per le strade è praticamente impossibile». Lo stesso Kadar è il capo del governo imposto da Mosca. La battaglia torna a divampare. Fossati si mescola agli insorti e parla a lungo con loro, soprattutto con alcuni intellettuali del Circolo Petoefi. «Olasz», italiano, annota, è «un lasciapassare di amicizia». Domenica 11 novembre è il giorno, tristissimo, degli addii, «dopo essere stato testimone per venti giorni dei sanguinosi avvenimenti di Budapest». La capitale è ancora imbandierata, uomini e donne portano «il nastrino tricolore listato a lutto, con un atto di decisione accorata». E conclude: «Il carattere popolare della sollevazione ungherese è innegabile» e lui ha sentito «un obbligo morale» raccontare quei venti giorni con grande scrupolo, cronistico e politico.
Le corrispondenze di Gigi Fossati usciranno nel gennaio successivo con la prefazione di Pietro Nenni, raccolte e arricchite da due saggi, nel primo dei «libri bianchi» che per Einaudi cura proprio quell’Antonio Giolitti uscito, all’ultimo Congresso, dal suo ex partito, il Pci, dopo aver pronunciato un chiaro, inequivocabile discorso di radicale, dissenso. Ha lasciato la sala e il Pci nel gelo della platea. Nel chiudere la prefazione a Qui Budapest di Fossati, Nenni scrive (ed è già un manifesto politico per gli anni a venire) che i fatti ungheresi «investono la stessa concezione comunista della conquista del potere e della dittatura del proletariato, quale si è storicamente configurata nel corso degli ultimi quarant’anni». Certo, il racconto di quei giorni, esaltanti e insieme terribili, che noi ventenni ascoltammo alla radio, in preda ad una grande emozione e commozione, o leggemmo sulle colonne dell’Avanti! soprattutto grazie ad un testimone come Luigi Fossati, ci fece capire che il comunismo era la strada sbagliata, anche in Italia, e che il socialismo democratico era invece quella giusta. Fossati ebbe poi una bella carriera giornalistica, corrispondente del Giorno da Germania, Gran Bretagna e Urss, condirettore (con Italo Pietra) del Messaggero e poi direttore dello stesso giornale sino al 1979. È scomparso, a soli 64 anni, nel settembre del 1991, nella stessa clinica e negli stessi giorni in cui si spegneva Italo Pietra, eccellente conoscitore dell’Est e amico dello scrittore ungherese Tibor Dery.

il manifesto 31.10.06
Germania Incontro con i due leader di Die Linke
Gysi e Lafontaine, prove tecniche di nuova sinistra
«In Germania, e anche in tutta Europa, comincia a emergere il rifiuto delle politiche neoliberali. Ma spesso la protesta sfocia a destra o nel distacco dalla politica. Obiettivo di una sinistra alternativa è ridare risposte e rappresentanza al malessere sociale»
di Luciana Castellina


È il più stravagante e popolare (persino un po' adoccidente, dove il suo partito non riesce a prender voti) dei leaders della austera Pds: Gregor Gysi, qui a Roma su invito della «sorella» Rifondazione comunista, assieme a Oskar Lafontaine, che con lui condivide la direzione del gruppo parlamentare, forte di più dell'8% dei voti conquistati nelle elezioni di un anno fa dalla lista formata dal vecchio partito ex comunista della Germania orientale e dalla nuova aggregazione nata a occidente per protestare contro la deriva neoliberale di Spd e Verde(la Wasg).
È il dissidente più celebre d'Europa, protagonista di un gesto di rottura clamoroso: l'abbandono del partito dove aveva militato per anni, ricoprendo nientemeno che la carica di presidente e di ministro delle finanze, e questo solo poco dopo la riconquista socialdemocratica del governo, perso sedici anni prima. Di lui, l'ex cancelliere Schroeder ha detto, nel libro di memorie appena uscito, che è il più grande uomo politico della Germania e che avrebbe potuto essere a capo del governo, al posto suo, solo che l'avesse voluto. Ma - aggiunge Schroeder - ha avuto paura di assumere questa reponsabilità ed è scappato.
Ricordo quando, indiscusso leader della Spd, eletto a furor di popolo dai delegati del suo partito a un congresso dove l'apparato aveva scelto una figura assai più scialba e moderata, Lafontaine aveva presentato il «suo» candidato alla cancelleria. «Schroeder sembrava il cavallo esposto per la corsa dal padrone della scuderia» - aveva commentato ironico un gionnalista. E così in effetti era. Perché non si era presentato lui stesso alla sfida? Perché poi ha repentinamente abbandonato ogni responsabilitè ritirandosi, silenzioso, per anni, nella sua Sahr? È vero che ha paura?
Sebbene qui per parlare dell'oggi è inevitabile partire da queste domande, che dominano del resto la stampa tedesca in queste settimane, perchè Lafontaine ha naturalmente risposto alla provocazione contenuta nelle memorie del suo ex compagno di partito.
«Che io abbia paura di governare è naturalmente una sciocchezza: sono stato a capo dell'esecutivo, come sindaco e poi come presidente di Land molti più anni di Schroeder. Se ho scelto lui come candidato per la cancelleria è perché ormai sono i media a inventare i presidenti: tutta la stampa tedesca aveva condotto una campagna - non innocente - per imporlo nei sondaggi e non era più possibile fare altrimenti».
Un po come con Segoline in Francia?
«Per l'appunto. La tendenza si rafforza. Ma io con Schroeder avevo fatto un patto. Scritto e sottoscritto: lui, una volta cancelliere, si impegnava ad attuare il programma del partito, punto per punto. E io mi ero anche preso, personalmente, la responsabilità più «rognosa»: il ministero delle finanze. Altro che paura! Quel patto lui l'ha violato. E io non avevo altra scelta: o aprire una tremenda crisi nel partito e nel paese, o andarmene».
Siamo seduti a un tavolo in attesa della conferenza che i due leaders della nuova forza politica tedesca, la quarta dopo Cdu, Spd e Liberali, prima dei Verdi, debbono tenere in una sala del Parlamento, una iniziativa pubblica fra molti incontri istituzionali di alto livello. E nella conversazione si intrecciano le voci di Gysi e quella di Lafontaine, del resto molto consonanti.
La prima domanda è ovviamente sull'Italia: qui i loro compagni del Partito della Sinistra europea sono al governo, loro in Germania hanno rifiutato anche solo l'ipotesi di coalizzarsi con la Spd ( che peraltro, bisogna riconoscerlo, non avrebbe acconsentito). È possibile che sia la socialdemocrazia che il partito della Sinistra che state costruendo cambino d'avviso?
«Perchè si possa - risponde Gysi - la Spd deve tornare a essere socialdemocratica» (in Germania, nonostante tutto, questa parola non ha l'accezione negativa che ha tutt'ora da noi, almeno nella sinistra alernativa. Evoca anzi una tradizione gloriosa, che ancora si rimpiange). «Noi poniamo tre condizioni molto semplici. Primo: uscire completamente dalla guerra in Afghanistan e in Iraq». Però Schroeder non ha mandato truppe in quel paese... «Sì, ma abbiamo offerto le nostre basi aeree perché altri bombardassero. È quasi lo stesso», incalza Lafonaine.
«La seconda condizione - riprende Gysi - è invertire la rotta della politica neoliberale, smetterla con il dumping sociale, garantire un minimo di giustizia sociale. Per esempio: introdurre il salario minimo garantito, come lo Smig in Francia. Infine: rendere la condizione della gente dell'est uguale a quella dell'ovest. Il nostro paese è tutt'ora diviso in due».
Tutti parliamo di un'alternativa al neoliberismo, ma per ora nessun governo di sinistra, o meglio di centrosinistra, perchè questi abbiamo avuto e abbiamo, è riuscito a praticarla. Cosa avete in mente voi per battere la Cdu?
«Innanzi tutto - dice Gysi - se non si fa una politica alternativa la Cdu, così come le forze politiche analoghe, sono destinate a vincere sempre». «Il fatto è - aggiunge Lafontaine - che la sinistra ha perduto nella società, non ha più egemonia. Il neoliberismo in questi ultimi vent'anni ha penetrato la cultura della stessa sinistra. È anche per questo che dobbiamo costruire un nuovo partito, un partito 'gramsciano', che si ponga l'obiettivo di riconquistare l'egemonia. Stiamo cercando di farlo. E non sono pessimista. Perchè c'è un nuovo problema sociale emergente, una nuova classe mal pagata, senza sicurezza nè avvenire. I precari sono oggi in Germania 10 milioni. Diffidano della democrazia, non partecipano alle elezioni, non hanno rappresentanza. Così come del resto i piccolissimi imprenditori, espulsi dal mercato, anche loro in qualche modo precari. Dobbiamo cercare di dargliela, una nuova rappresentanza».
Per fare un nuovo partito dovete anche creare una coalizione fra est e ovest: la presenza del Partito della Sinistra è tutt'ora del tutto sproporzionata, vuol dire che non c'è intesa fra i due pezzi di società. Come fare?
«Il fatto è che quelli dell'ovest guardano a quelli dell'est accusandoli di esser responsabili dei loro nuovi guai; quelli dell'est guardano a quelli dell'ovest giudicandoli complici dei loro disagi. E nessuno guarda invece in alto, a chi detiene le vere reponsabilità. Bisogna creare fiducia reciproca, prima di tutto».
Né Oskar né Gregor sono comunque sfiduciati, anzi. «Il pendolo sta girando - dicono. Comincia a esserci un rifiuto dei valori e delle ipotesi neoliberali».
E però nelle ultime elezioni, quelle per il Senato di Berlino, non solo avete perduto parecchi voti ma i due tronconi del nuovo partito, la ex Pds ora partito della sinistra e la Wasg, l'aggregazione dell'ovest, hanno addirittura presentato due liste distinte, quest'ultima disperdendo il 3,5 per cento dei voti, perché non è riuscita a passare lo sbarramento del 5 per cento.
«Proprio il fatto che ci siamo presentati divisi è all'origine della nostra flessione. Ma non bisogna sopravvalutare il fatto - dice Lafontaine - perchè a Berlino, ma solo qui, abbiamo un gruppo che resiste fortemente all'unificazione con la Pds. Non è così ovunque».
In questi giorni sono in corso negoziati fra Wasg e Pds da un lato e Spd dall'altro per ridar vita alla coalizione che ha governato il Land della capitale negli ultimi quattro anni, la prima coalizione «rosso-rosso» (la Spd viene chiamata ancora con questo colore) che si sia mai avuta in Germania. Cosa farete, ripeterete l'esperimento che pure è costato così caro, perchè la Pds ha dovuto condividere i pesanti tagli alla spesa sociale operati dal Senato, e che ora rischia di essere anche più grave, visto che la Corte ha ritenuto che i debiti di Berlino, essendo eccessivi e ingiustificabili, non debbano esser ripianati dal governo federale?
«Credo che il negoziato andrà in porto e che la coalizione si rifarà - dice Lafontaine - ma chiediamo qualche garanzia perché non si ripeta quanto è accaduto in passato. Una soluzione al deficit c'è, è una nuova politica fiscale. In Germania la media del contributo è la più bassa d'Europa: 34per cento contro la media europea che è a 40, senza contare i paesi scandinavi dove è al 50 e più. Con l'introito si potrebbero ripianare tutti i deficit pubblici. Ma è evidente che una decisione simile può prenderla solo il governo federale. E comunque occorrerebbe un'armonizzazione fiscale nell'Unione europea. E non dovrebbero esserci gli obblighi di Maastricht. In fondo una cosa buona Schoreder l'ha fatta - commenta Lafontaine - non ha tenuto conto di Maastricht e ha sforato allegramente il tetto previsto. Il risultato è che oggi in Germania c'è una ripresa economica che altrove manca».
È difficile unire in un solo partito anime e tradizioni culturali così diverse come quelle che si stanno congiugnendo ora nel Partito della sinistra? Da noi in Italia vediamo quanto pervicaci e resistenti sono le radici di ognuno....
«Sì è difficile», rispondono i due leader quasi in coro. «Ma ci sono oggi nuove domande sociali che hanno bisogno di nuove risposte, dunque di nuove culture». «Il rinnovamento della Pds - aggiunge Gysi - è stato più complesso proprio perchè avevamo scarsissimo contatto con la «Germania occidentale, siamo rimasti un partito popolare (e spesso di governo, a livello locale) dell'est. Ora abbiamo l'occasione per cambiare. Così come i sindacalisti dell'ovest avranno la possibilità di capire meglio l'est».
Un'ultima domannda a Lafontaine. C'è speranza di un recupero della Spd? Qual è la forza delle sue correnti di sinistra?
«La mutazione del partito è stata profonda e ha intaccato anche la sua sinistra. Non c'è più niente che somigli al Frankfurter Kris, la potente corrente di sinistra che per molti anni ha avuto molta influenza sul partito. Deve prima cambiare la società, è qui che deve esserci una ripresa dell'egemonia della sinistra. Deve cambiare il Zeeitgeist, lo spirito del nostro tempo»

TgCom 31.10.06
"La prigione non mi fa paura"
La verità della Franzoni in un libro


''In tutti questi anni non sono mai stata angosciata dalla prospettiva del carcere, o del manicomio. Sono stata inquisita come responsabile dell'omicidio di Samuele e condannata in primo grado. Questa certezza accusatoria mi perseguita". E' quanto scrive Annamaria Franzoni, condannata a 30 anni per l'omicidio del figlio, nel libro ''La verita''' in uscita il 12 novembre e di cui il settimanale Gente pubblica alcuni stralci.

Il libro della Franzoni scritto con l'inviato di Gente Gennaro De Stefano si apre con il ricordo di Papa Giovanni Paolo II, che, nel luglio del 2001, in vacanza in Valle d' Aosta e, di passaggio vicino a Cogne, prese in braccio e accarezzò il piccolo Samuele, "un ricordo che io e mio marito Stefano conserviamo gelosamente''. Nel volume dopo aver ripetuto ''Non sono un'assassina, e non sono pazza. Sono soltanto una madre'', la donna ripercorre, attimo per attimo, le emozioni provate la mattina del 30 gennaio 2002, a Cogne, quando lei è appena rientrata nella villetta dopo aver accompagnato allo scuolabus il figlio maggiore. ''Il piumone copre completamente il letto - si legge - penso che Samuele si sia nascosto per farmi lo scherzo del cucu, ma, nello stesso momento, sento un respiro strano, prendo il piumone e lo alzo, buttandolo sul letto. Un sussulto. Urlo Samuele, ma la voce è affogata. Lo choc è grande, un tonfo al cuore, tutto si ferma e il respiro manca. Sobbalzo indietro, non capisco ciò che vedo, non capisco, lo chiamo ma lui è lì fermo, solo un rantolo del respiro, gli occhi socchiusi, il viso pallido, bianco, tanto sangue intorno a lui. Una grossa e profonda ferita in mezzo alla fronte fino all' occhio (...) lo tocco, mi accorgo di avere sul dito una sostanza bianca (...) penso che forse mi ha chiamato talmente forte che, insistendo, gli è scoppiata la testa''.

Poi, dopo aver raccontato del suo arresto in piena notte a casa del padre, la triste e rassegnata ammissione: ''Ero certa che non sarei sopravvissuta a un figlio, perché non c'è dolore più innaturale, straziante e terribile (...). Sono stata inquisita come responsabile del suo omicidio assurdo e condannata in primo grado. Secondo la giustizia italiana, l'avrei ucciso con lucidità, cinismo e spietata freddezza. Poi un gruppo di cosiddetti scienziati della mente, senza mai incontrarmi, ha stabilito che soffro di crepuscolo della memoria e che, se a uccidere mio figlio sono stata io, allora in quel momento ero inferma di mente (...). 'Non può essere stata che lei è la frase più ricorrente, perché in quella stanza non c'era nessun altro''. Questa certezza accusatoria mi perseguita fin dalla detenzione alle Vallette di Torino (...) dove il magistrato, anche sulla base di una consulenza errata, mi disse: ''Non le credo, lei capisce. Gli zoccoli... chi poteva indossare i suoi zoccoli?''. Ma la Franzoni, con amarezza aggiunge: ''Alla fine gli zoccoli, assunti dal pm come prova della mia colpevolezza, persero di significato. Io, intanto, m'ero dovuta difendere da un'accusa basata su una prova non veritiera''.

La ''mamma'' di Cogne conclude così il suo racconto: ''In tutti questi anni non sono mai stata angosciata dalla prospettiva del carcere, o del manicomio. La detenzione mi ha sempre fatto meno paura dell'ospedale psichiatrico, è vero, ma io non ho mai accettato nessuna delle due ipotesi".

Infine l'ammissione dell'angoscia più grande che la perseguita dal 30 gennaio del 2002: "Nel pozzo nero nel quale qualcuno, volontariamente o no, mi sta facendo sprofondare, il terrore è sempre stato solo quello, pur volendolo con tutte le mie forze, di non riuscire a conoscere il nome dell'assassino del mio piccolo Samuele (...) ucciso in quel modo da qualcuno che ancora gira libero''.


Liberazione 31.10.06
Intervista a Franco Giordano. “L’Unione deve respingere le ingerenze. Non basta dire che non c’è alternativa a Prodi: non c’è alternativa al programma”
«Con la minaccia della Grande Coalizione Confindustria vuole spingere a destra il governo»
di Stefano Bocconetti


Franco Giordano è in una pausa del seminario con i leader della sinistra tedesca, della Linke. Gli portano le agenzie della mattinata. Dove, come ormai accade da qualche giorno, tiene banco il tema della “grande coalizione”. Molti -a destra - la invocano, anche se ieri è stata un po’ la giornata delle “seconde file”. Ma sono anche tanti quelli che, magari dopo qualche ambiguità iniziale, ora la negano. Senza mezzi termini. Fassino per fare l’esempio che conta di più. E’ netto come rare volte gli è capitato: «Centrosinistra e centrodestra sono alternativi», dice. Resta il fatto però che il tema è entrato nell’agenda politica.
«La destra fa il suo lavoro, non c’è dubbio. - dice il segretario del Prc - Però a me piacerebbe che chi, nel nostro schieramento, avesse voglia di larghe intese si fermasse un attimo ad analizzare quel che è successo davvero in Germania. Sarebbe bastato che fosse venuto qui, al nostro seminario».

E cos’è accaduto in Germania?
Che la socialdemocrazia è crollata e che il governo con la destra è quasi paralizzato. Col risultato di una crescita della passività politica delle persone, che ha portato a cifre di astensionismo sconosciute in Germania. E con una politica sociale che ha prodotto solo una ripresa del conflitto. Per dirne una, è di pochi giorni fa, un’imponente manifestazione contro le scelte economiche della Merkel e dei suoi alleati.

Come si traduce questo in Italia?
Che chi dalle nostre parti fosse attratto da quella sirena deve sapere che il risultato sarà la distruzione dei soggetti politici organizzati. In particolare i diesse, esattamente come sta avvenendo coi socialdemocratici in Germania. Ma anche la Margherita difficilmente ne uscirebbe indenne.

Eppure gran parte del dibattito politico italiano ruota attorno a questa proposta.
Ecco il punto. Io non credo che gli ispiratori di questa proposta pensino davvero alla possibilità di una Grosse Koalition a Roma. Questa opzione però viene usata esattamente come una frusta. Viene agitata, viene mostrata non tanto e non solo per disegnare un diverso quadro politico, quanto per imporre, qui ed ora, politiche neocentriste, neoliberali.

Gli ispiratori, dici. Chi sono? Le destre? Berlusconi? Casini?
Più semplicemente la Confindustria. Montezemolo, i suoi giornali. Hanno deciso di intervenire nelle scelte programmatiche del governo, hanno deciso che è arrivato il momento di ridimensionare il ruolo di Rifondazione, della sinistra della maggioranza. E guarda che tutto ciò è di una gravità senza precedenti.

Senza precedenti? Ma l’associazione degli industriali non è nata proprio per strappare soldi e commesse dai governi? Da tutti i governi?
Mai però era accaduto quel che sta avvenendo in queste settimane, in questi giorni. Con la Confindustria - e i suoi strumenti - che entrano direttamente, senza mediazioni, nella politica. Nella sfera autonoma della politica. Dettando programmi, formule di governo, dettando alleanze ai partiti.

Ma perché proprio ora?
Perché finita la Finanziaria, sono convinto che comincerà la partita vera. Quella sulla riforma delle pensioni e su tutti quei temi che si dovranno discutere a quello che chiamano “il tavolo delle compatibilità”.

Cosa vuole davvero Montezemolo?
A me sembra chiaro. Vogliono elevare l’età pensionabile, per garantirsi la lucrosa gestione dei fondi pensione. E vogliono, finalmente - finalmente per loro - arrivare a quello che il contratto dei metalmeccanici è sempre riuscito a stoppare: la flessibilità degli orari di lavoro.

A quel punto, che fa la sinistra?
Inutile spiegare che per noi quei temi sono irricevibili. Non se ne parla nemmeno. Ma aggiungo che a chi vuole difendere davvero questo governo non può più bastare la cautela. No, non può bastare.

Che vuoi dire?
Che davanti all’offensiva della Confindustria, non basta più dire che occorre stare tranquilli, o limitarsi a spiegare che non esiste una “fase due”. Così come non basta più sostenere che questa maggioranza non ha alternative. Credo che a questo punto, sia diventato indispensabile far capire che non esistono alternative al programma dell’Unione. Voglio essere ancora più chiaro: mi fa piacere sentire che molti, anche oggi, insistono sul fatto che l’Unione deve essere autosufficiente. Benissimo, ma bisogna fare un passo in più: l’importante è che le pretese confindustriali non “entrino” nelle scelte di questo governo, nelle sue opzioni strategiche.

E siamo alla cronaca, al vertice di sabato a Villa Pamphili.
Vedi, anche lì. Io sono d’accordo con Rutelli quando dice che c’è la necessità di aumentare il consenso sociale attorno al governo. Ma il punto è proprio questo: il consenso lo si recupera facendo leva sul programma, come io credo, o c’è qualcuno che pensa ad altro? E poi, a cosa pensa?

Già, a che cosa pensano?
Davvero non lo so. E ti dico di più: credo che lo stallo nella definizione di una piattaforma riformista, quella che avrebbe dovuto essere alla base del partito democratico, diventa uno dei varchi dentro cui passa la Confindustria. Senza progetto, insomma, Montezemolo ha gioco facile ad imporre il suo.

Per capire: stai dicendo che i “riformisti” sono generici? E’ così?
Sento che Rutelli, e anche un po’ Fassino, dicono che ora è arrivato il momento del rilancio della crescita. Ma esattamente che vuol dire? Non capisco. A quello, non doveva essere destinato il cuneo fiscale? Alle imprese sono finiti 2,5 miliardi di euro, saranno cinque i miliardi di euro a regime. Soldi - diciamocelo, francamente - distribuiti sulla base della vecchia filosofia per cui il taglio del costo del lavoro fa sviluppo. Ipotesi falsa, sbagliata, negata dalle vicende di questi anni. E ora che vogliono? Chiedono altri soldi? E c’è ancora qualcuno disposto a darglieli? Non mi pare che si possa neanche discutere di questo.

E allora, tornando al vertice, com’è andato davvero?
Mi sembra che sia andato bene soprattutto per un elemento. Che tutti - ma proprio tutti - abbiamo deciso di rinsaldare il legame col blocco sociale che ha consentito di mandare le destre all’opposizione. E le possibilità di emendare, di modificare la Finanziaria mi sembra che siano inserite in quell’obbiettivo. Per capire: dobbiamo garantire che fino a 40 mila euro - netti, parlo di netto - anche se piccolo, dovrà esserci un primo risarcimento. Dovrà vedersi in busta paga, insomma. E dobbiamo parlarne già da domani (oggi per chi legge c’è il vertice dei capigruppo sull’argomento, ndr). Così come non dovrà esserci l’obbligo alla privatizzazione dei servizi pubblici, quello che pretendeva la Lanzillotta. Restare al programma, insisto. E tornare ad ascoltare la nostra gente. Penso ai pensionati in piazza oggi, ai ricercatori, agli universitari, tutti in lotta per chiedere più risorse. E penso ai precari che saranno in piazza il quattro novembre. Mobilitazioni che devono trovare un governo in grado di ascoltare.

Visto che ci siamo, parliamo anche delle altre sollecitazioni esterne. Quelle che arrivano, per esempio, per cambiare subito la legge elettorale. In senso ipermaggioritario. Che ne pensi?
Al vertice siamo stati chiarissimi. Anche a noi, ovviamente, interessa, come a tutti i democratici, modificare questa legge, brutta e sbagliata. Noi pensiamo ad una soluzione alla tedesca. Se ne può discutere, comunque. L’unica cosa che non si può fare è che qualcuno, magari attraverso il referendum, provi a rafforzare il potere dei partiti più grandi, a scapito non delle forze più piccole, ma a scapito della rappresentatività del sistema elettorale. Questo aprirebbe un problema serissimo all’interno della coalizione. Ecco perché abbiamo chiesto che non ci sia alcun apporto al referendum da parte delle forze organizzate dell’Unione. Altrimenti, come dire?, liberi tutti.

E Prodi?
M’è sembrato importante il suo assenso.

L’ultima cosa. Ma dì la verità: sei tranquillo per il voto sulla Finanziaria? Anche al Senato?
I numeri sono quelli che sono, lo sappiamo tutti. Però io sono convinto di una cosa: che la compattezza della maggioranza al Senato può essere la condizione per aprire contraddizioni fra le destre. Per questo atteggiamenti come quello di Dini o di De Gregorio mi sembrano francamente inaccettabili. Semplicemente perché aprono la speranza alla destra. Che altrimenti non ne avrebbe.

Liberazione 31.10.06
Il presidente della Camera ieri a Torino per la conclusione di “Terra Madre”
Bertinotti: «La grosse-koalition sarebbe un tradimento»
di Checchino Antonini


«Anche la democrazia deve lottare contro le sofisticazioni. Come il cibo». Quando Fausto Bertinotti ha concluso così il suo intervento dalla tribuna di “Terra Madre”, l’incontro mondiale delle comunità del cibo, c’è stato chi s’è chiesto se, tra le adulterazioni della politica, ci sia la grosse-koalition che aleggia a intermittenza sul dibattito politico nostrano, già da prima delle elezioni.

Il cibo, d’altra parte, è una potente metafora della politica se è vero che «il cibo è cultura e l’uomo è ciò che mangia». Le migliaia di delegati di Terra Madre lo reclamano «buono, pulito, giusto», con le parole di Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, figura di spicco del pensiero no-global. E quei tre aggettivi dovrebbero connotare anche la qualità della politica. E così si augura anche il ministro degli Esteri D’Alema chiudendo i lavori. Allora c’entra la grande coalizione? C’entra. ma non è una causa in sé. E’ la conseguenza di un processo in cui «l’economia prende il sopravvento sulla politica. Un processo da mettere radicalmente in discussione», si augura il presidente della Camera a margine dell’assemblea di contadini, cuochi, pescatori, nomadi ricercatori di cinque continenti. Dopo il tormentone domenicale innescato dalle anticipazioni del nuovo libro di Vespa, Bertinotti chiarisce ai cronisti che la coalizione ampia «è un tradimento del mandato elettorale, una lesione dello spirito profondo della democrazia». Anzi, sarebbe, perché il problema di un governo di larghe intese che arrivi a scalzare Prodi, semplicemente, «non esiste». Uno scenario che lui non immagina. Bertinotti scommette sulla durata del Professore, «con tutti i suoi problemi». Non che gli sfugga «la sotterranea agitazione sul tema». Ma, quando a tirarlo fuori è stato Berlusconi, «è stato rifiutato esplicitamente e unanimemente da tutto lo schieramento della maggioranza».

6500 delegati in rappresentanza di 1600 comunità sparse per il pianeta e messe in connessione da internet. Non hanno una struttura piramidale e nemmeno la cercano. Terra madre - parole di Vandana Shiva - «è un’alleanza globale in difesa delle singole diversità». A Bertinotti, platea e palco così varipopinti, fanno venire in mente l’assemblea dei Sem Terra brasiliani di Porto Alegre. Prima di lui “Carlin” Petrini, fondatore di Arcigola, prima, e di Slow food poi, aveva introdotto l’ultima delle cinque giornate di dibattiti in parallelo al Salone del Gusto, abitato nelle stesse ore da 200mila visitatori. E’ la seconda volta che Terra madre, scadenza biennale, “contamina” la principale kermesse enogastronomica italiana. E se dieci anni fa, il 75% degli espositori del salone erano commercianti e il rimanente produttori, oggi quella relazione s’è invertita. Una missione che pareva impossibile, tacciata di anacronismo, e che Carlo Petrini, «sciamano riconosciuto» - per Bertinotti - indica «riconquista della centralità del cibo». Sarebbe «un’ovvietà» ma l’economia di mercato trasforma le persone in consumatori e consumati, produce disastri ambientali e umanitari. Terra madre, invece, crea («ogni produttore è creativo») gesti di fraternità altrove impossibili come quando, incontrandosi al Lingotto le delegazioni mediorientali hanno bagnato il pane nel sale.

Giusto, il Lingotto. C’era una volta una fabbrica, sorta dalla «lunga e tormentata fase dell’industrializzazione del nord del mondo», spiega ai convenuti l’ex sindacalista divenuto da sei mesi il presidente della Camera dei deputati. Sono stati gli operai di fabbriche come questa a «costruire la democrazia ma al prezzo del cibo e della memoria oscurata dalla crescita impetuosa e contraddittoria». Intrecciando globale e locale, Bertinotti entra in sintonia con la platea. Racconta delle Langhe che Nuto Revelli aveva visto come “Terra dei vinti” e che ora sono state reinventate dalla riscoperta di saperi e sapori antichi. Dice di papà Cervi che andò in Urss e riuscì a conversare con contadini della Moldavia, contadini come lui, senza sapere una parola di russo. «La cultura di chi produce è universale», segnala Bertinotti. Quello che tiene insieme le comunità del cibo è «il cemento dell’intelligenza affettiva», aveva detto anche “Carlin”. E’ il contrario della globalizzazione reale, «gigantesca ristrutturazione del capitalismo» che trasforma natura e umanità in «variabili dipendenti dall’economia». Bertinotti l’ha imparato a Marcinelle da un vecchio minatore che gli spiegò di come il carbone valeva più della vita umana: «Non ci sia più nulla che valga più della vita», dice allora ai produttori di vita. Vandana Shiva la globalizzazione la chiama «fascismo del cibo» perché produce malnutrizione al sud e obesità al nord, desertificazione e distruzione delle biodiversità ovunque. E uccide e solo in India - denuncia - processi come la cosiddetta proprietà intellettuale dei semi - l’80% è di Monsanto - hanno indotto 140mila suicidi tra gli agricoltori poveri. E semina contraddizioni la globalizzazione. Per dire: Lula stravince in Brasile, e tutti applaudono. Bertinotti vi riconosce il «rinascimento latino americano» malgrado «la sua esperienza di governo difficile e controversa». Vandana ricorda che quel Paese è anche il maggior produttore mondiale di semi di soja ogm. Altra contraddizione: Vandana incita a sfruttare «l’agonia del Wto». D’Alema la fredda: «Sarebbe un guaio, dobbiamo aprire i nostri mercati». Ma anche lui riconosce che «l’omologazione è totalitarismo» e che si potrebbe interpretare «in un modo diverso il mondo globale». Lui lo chiama multilateralismo. Chissà però se s’è riportato alla Farnesina il “Manifesto per il futuro dei semi”, programma che i delegati riporteranno nei rispettivi territori per cercare alleanze in nome della libertà: dalle privatizzazioni, dai brevetti, dalla biopirateria, dalle tecnologie suicide (perché le sementi ibridate non si riproducono) che producono i «semi della schiavitù». Prossima stazione, a gennaio, il Forum sociale mondiale di Nairobi e fra due anni di nuovo a Torino.

I delegati si scambiano saluti e doni, abbracciano il loro “sciamano”, i cronisti riportano le domande sulla politica italiana mentre il presidente della Camera si avvia a concludere il breve tour nella “sua” Torino con una visita alla mostra sulla “Rinascita del Parlamento. Dalla Liberazione alla Costituzione (50mila visitatori tra Roma, Genova e Torino, ndr) ”. «Che effetto le fa sentire che è la destra a scendere in piazza contro la Finanziaria?». «In un certo senso è un bene - risponde Bertinotti - vuol dire che sta all’opposizione».

Liberazione 31.10.06
Intervista ai due portavoce del gruppo unico Die Linke-Pds al Parlamento tedesco. “Oskar il rosso”: «Ci vuole una ripartenza, dobbiamo saper parlare ai precari»
Lafontaine e Gysi: «Una sinistra nuova con una nuova lingua»
di Anubi D’Avossa Lussurgiu


Oskar Lafontaine e Gregor Gysi in Germania sono, in due persone, la voce unica del gruppo parlamentare di “Die Linke”-Pds: nato dal processo di convergenza del Partito della sinistra democratica a dominante tedesco-orientale e della Wasg che all’Ovest ha scelto l’uscita da sinistra dalla crisi socialdemocratica dell’era Schroeder. Un esperimento che ha dato abbondanti frutti nelle ultime elezioni tedesche. Mentre lo sviluppo ulteriore delle scelte della punita Spd è stato il governo di Grande Coalizione con i democristiani e cristiano-sociali della Cdu-Csu, che lo guidano con la cancelliera Angela Merkel. Fuori da questo gioco, Die Linke è un pezzo importante, significativo oltre le dimensioni nazionali, della vicenda della “Sinistra europea”. In qualche modo, questa si misurerà anche nei successi e nei limiti che incontrerà questa sinistra tedesca.

Ai due presidenti della rappresentanza di “Die Linke”, a Roma, chiediamo come e dove va quest’esperienza di sinistra nuova, in quel quadro politico tedesco. Parla Gysi, ex segretario della Pds. «E’ lui l’esperto», commenta Lafontaine. E Gysi la prende da lontano, apparentemente: «La sinistra - dice - ha dovuto subire una dura sconfitta in Europa e nel quadro globale. Il crollo del “socialismo di Stato” ha colpito anche la sinistra democratica. Quando ho fondato la Pds l’obiettivo era, in sostanza, trovare una via di salvezza per quel che c’era da salvare, ossia la giustizia sociale. Allora dissi che una nuova idea per la sinistra poteva venirci da quanto accadeva in America Latina. E in effetti questo adesso sembra confermato con gli esperimenti in corso, anche al governo, come in Venezuela e Bolivia. Anche in Europa, gli sviluppi del capitalismo fanno ora sì che la sinistra ridiventi una calamita di consensi. In Germania, dove la Pds era diventata un grande partito all’Est ma non all’Ovest, quando Schroeder ha insediato il suo primo governo la gente ha pensato a possibilità di miglioramenti. E’ sulla delusione di queste aspettative che è nato un nuovo partito di sinistra ad Ovest, una formazione socialista a sinistra della Spd, per la prima volta dal 1949. Nel 2005 ci siamo uniti e questo ci ha fatto raggiungere risultati singolarmente impensabili. Il processo, ora, va avanti - conclude Gysi -; il 16 giugno 2007 si formerà organicamente il nuovo soggetto, con il congresso costitutivo». E qui Lafontaine aggiunge, scandendo in italiano: «E’ quello che voi chiamereste congresso d’unità».

E’ ad “Oskar il rosso” che chiediamo quanto e come questa «unità» configuri una possibilità di rappresentanza efficace. Lafontaine ci risponde filosoficamente: «Puntiamo al fatto che lo spirito dei tempi (Zeitgeist) cambi. Intanto è cambiata la società, per la prima volta in Germania c’è un precariato diffuso. Sono 10 milioni di persone non rappresentate dai partiti classici. E non a caso la metà dei tedeschi tende ora a non andare alle urne. Così se i due grandi partiti, Spd e Cdu-Csu, sommati hanno il 62 per cento, in realtà rappresentano per il 31. C’è - chiosa l’ex leader e ministro socialdemocratico - un grande problema democratico. E il nuovo partito dovrà presentarsi anzitutto come un progetto per la democrazia». Come, però? «Deve, intanto, lavorare fianco a fianco con i sindacati e i movimenti. Si tratta anzitutto di conquistare una nuova credibilità politica. Perché il dramma degli ultimi decenni è stato questo: l’abbandono della rappresentanza sociale da parte della sinistra». Lafontaine prende una pausa e riprende pensosamente: «Ci vuole una ripartenza, con un’azione che riconquisti fiducia. Prendiamo gli studenti: vogliono lavoro e reddito ma anche loro possono inviare centinaia di curricula senza ottenere altro che precariato. E’ interessante vedere se Die Linke riesce ad intercettare questo disagio».

Ma, intanto, c’è la Grande Coalizione: non rischia di acuire quella crisi democratica, al tempo stesso bloccando il quadro politico? «Sulla prima parte hai ragione, certamente è un fattore di crisi ulteriore», annuisce Lafontaine. E prosegue Gysi: «Ma per noi la Grosse Koalition rappresenta anche una chance per affermare una maggiore credibilità. Naturalmente, sarebbe meglio se fossimo già uniti. E il processo unitario comporta l’impegno degli otto decimi del tempo». Come contate, allora, di qualificare il nuovo soggetto rispetto a questo quadro? Risponde ancora Gysi: «Avremo un nuovo programma e un nuovo statuto. E una nuova composizione dei delegati. Saremo a tutti gli effetti un partito nuovo. Anche agli effetti giuridici». E Lafontaine commenta: «Saremo riuniti sotto una nuova bandiera». Poi, sorridendo, prosegue in italiano: «Una rossa bandiera». Serio, soggiunge: «Un nuovo programma sociale, soprattutto, che sia in grado di esprimere la passione dell’utopia».

A proposito: la pace. Il governo di Grande Coalizione ha appena pubblicato il Libro bianco della difesa, nel quale si ripromette di rompere i “tabù” che parevano positivamente acquisiti in Germania e indica l’orizzonte della «proiezione globale» della «forza militare tedesca». Si anima Lafontaine e interviene con foga: «E’ la continuazione della politica del governo Schroeder, sin dai tempi del Kosovo». E Gysi: «Allora la Cdu si arrabbiò solo perché non erano loro a guidare l’intervento». Riprende Lafontaine: «Si può dire che in Germania, su questo piano, c’è da 10 anni una Grosse Koalition che comprende non solo Spd e Cdu-Csu, ma anche verdi e liberali. Io pongo sempre, al Bundestag, la domanda: cos’è il terrorismo? Siamo i soli a darne una definizione. A dire che il terrorismo è l’uccisione di innocenti in spregio al diritto. Sosteniamo che perciò è terrorismo l’11 settembre, come lo sono gli attentati kamikaze: e che lo sono anche le guerre in Afghanistan e in Iraq. E siamo i soli a sostenere che il terrorismo non può essere combattuto col terrorismo». Conclude Oskar il rosso: «La nuova sinistra serve anche ad avere una nuova politica estera. E la nuova sinistra deve parlare una nuova lingua. Noi pensiamo in concetti, ma i concetti sono quelli informati dal neoliberismo. Dobbiamo condividere una nuova grammatica e un nuovo lessico».

Se è così, e se è chiaro che questa “missione” deve dotarsi quanto meno d’una dimensione europea, qual’è la vostra aspettativa nella sinistra europea? E visto che si parla di rappresentanza, il passaggio delle elezioni europee del 2009 vedrà affacciarsi novità di una qualche potenza e influenza sui destini dell’Ue? Lafontaine fa ancora il filosofico: «Non siamo che all’inizio del processo. E c’è un detto poetico tedesco: ogni inizio riserva una magia». Interpola Gysi: «L’esperienza si sta costruendo, il 2009 potrà essere una verifica, adesso è il momento di un vero slancio, ma i cambiamenti ce li aspettiamo dopo». Riprende Lafontaine: «Comunque, si vede luce al fondo del tunnel. C’è stato il no al Trattato costituzionale europeo, per la sua genesi ademocratica e i contenuti socialmente insoddisfacenti, in Francia e nei Paesi Bassi. Poi la lotta contro la direttiva Bolkestein. Poi gli scioperi dei portuali e la grande lotta che ha sconfitto il Cpe in Ffrancia. Per la sinistra che intendiamo la questione è costruire un programma davvero alternativo, a livello europeo. Qualcosa che abbozzi una nuova, effettiva Costituzione per l’Europa».

Liberazione 31.10.06
I leader tedeschi della Die Linke incontrano il segretario del Prc,
la vicepresidente del gruppo alla Camera Mascia, la senatrice Gagliardi

Sinistra europea, identità e culture a confronto
di Angela Mauro


Il proletariato non c’è più. Al suo posto c’è il precariato. Parola di Oskar Lafontaine. E’ questa una delle fondamentali cifre del nostro tempo e senza decifrare il nostro tempo la sinistra non può fornire risposte alla crisi del neoliberismo, ragiona “Oskar il rosso” che insieme a Gregor Gysi, ex leader della Sed della Germania dell’est, dà battaglia alla Grande Coalizione di Angela Merkel nel gruppo parlamentare della Die Linke, collocato all’opposizione a Berlino e nella Sinistra Europea con Rifondazione comunista in Europa. Lafontaine e Gysi si sono confrontati con il segretario nazionale del Prc Franco Giordano, la vicepresidente del gruppo di Rifondazione alla Camera Graziella Mascia, la senatrice del Prc Rina Gagliardi nel dibattito “Identità e culture per la Sinistra del XXI secolo”, organizzato da Rifondazione comunista in occasione della visita a Roma dei due capigruppo tedeschi al Bundestag.

«Per individuare i compiti della nuova sinistra, dobbiamo prima chiederci cosa c’è di nuovo nella società», pungola Lafontaine che elenca subito i dati. «C’è un capitale finanziario internazionale che conta solo 500 grandi gruppi come produttori di più della metà dei prodotti a livello mondiale; c’è un flusso di denaro costituito per il 95 per cento da speculazioni finanziarie e per il restante 5 per cento da economia reale, mentre prima avveniva esattamente il contrario; non c’è più il proletariato, ma c’è il precariato, vale a dire ci sono sempre più persone con contratti di lavoro non duraturi, con nessuna sicurezza sul piano sociale, impossibilitate a programmarsi un futuro». Sono le conseguenze di un nuovo tipo di capitalismo che reca in sé anche la «riduzione della democrazia». Spiega Lafontaine: «I precari non vengono alle manifestazioni, non hanno le forze per farlo. Inoltre, non votano e non si presentano alle elezioni». Ed ecco la prima risposta: «Nella democrazia classica la partecipazione alla vita politica era definita dalla proprietà, dal posto di lavoro. Ora: le sinistre non sono solo un movimento che deve definire lo stato di diritto in senso classico, ma servono a rinnovare la democrazia». La sinistra, insiste Lafontaine, deve interrogarsi sul «nesso tra potere e proprietà». Eludere questo interrogativo, significa «non arrivare a risposte», significa che la «precarietà continua a crescere».

In America Latina, Chavez e Morales hanno dato delle risposte. Ora tocca all’Europa, dove non ha fornito soluzioni la “Grosse koalition” tedesca, quel tentativo, sempre più invocato in Italia, di «far poggiare su spalle più larghe riforme impopolari». Gli ospiti tedeschi elencano i risultati negativi della Grande Coalizione della Merkel: «Calo di consensi, aumento dell’astensionismo elettorale, maggiore conflittualità sociale». Giordano coglie la palla al balzo: «Se qualcuno pensa di seguire la stessa strada in Italia, non si sfugge: questo è il rendiconto. Siamo contrari alla Grande Coalizione e se il progetto maturerà davvero, cosa che non pensiamo possa accadere, noi saremo all’opposizione». Ma attenzione: ci sono anche i tentativi di stravolgere il programma dell’Unione e attuare una politica economica e sociale che vari riforme in stile “larghe intese”, anche se targata come centrosinistra. «No - redarguisce il segretario - Vogliamo una politica economica fatta di risarcimento sociale, in linea con il programma dell’Unione».

«La sinistra in Europa ha una nuova possibilità», è l’ottimismo di Gysi che ricorda i tempi in cui, fino a due anni fa, in Germania «non si sentiva il bisogno di una forza che stesse a sinistra della socialdemocrazia di Schroeder». Poi il fallimento dell’ex cancelliere e, nel 2005, l’alleanza elettorale tra la Linkspartei-Pds, partito di riferimento di Gysi, e la Wasg, partito di riferimento di Lafontaine (in corso il processo di fusione che verrà ultimato al congresso l’anno prossimo). «La sinistra non ha i media, fa più fatica a farsi sentire, ma è chiaro che il capitalismo non è la voce alta della storia - continua Gysi - In Italia siete riusciti a cacciare Berlusconi e non era semplice. Adesso il nostro compito comune è partire dal fatto che certe questioni non si possono risolvere a livello nazionale, ma solo con un intervento di livello europeo».

Graziella Mascia parla di «periodo di transizione». Molte le differenze tra Italia e Germania, ma tante anche le affinità. In negativo. «Grande coalizione in Germania, progetti neocentristi in Italia; solo il 5 per cento dei precari trova un posto fisso in Italia, in Germania nel giro di cinque anni i lavoratori interinali sono arrivati ad un totale di un milione di persone; in Italia c’è uno scontro aperto sulle pensioni, in Germania la Grosse koalition sta approvando una riforma che innalza l’età pensionabile da 65 a 67 anni». E’ tempo di una politica comune, è tempo di «accelerare il processo di costituzione della sezione italiana della Sinistra Europea», sottolinea Giordano. «Dobbiamo puntare su un accordo internazionale sulle remunerazioni - suggerisce Lafontaine - Come diceva Rousseau, i deboli hanno bisogno di “pioggia e leggi”. Bene, noi dobbiamo agire affinché ci sia un sistema di protezione che permetta ai precari di essere liberi». Ma, insiste “Oskar il rosso”, la sinistra deve «ricordarsi del proprio linguaggio, deve interrogarsi sul nostro tempo e dire che è terrorismo l’attentato dell’11 settembre, sono terrorismo i kamikaze, ma sono terrorismo anche le guerre in Iraq e Afghanistan. Se usiamo il linguaggio degli avversari politici, non creiamo una nostra politica».

Precarietà cifra del nostro tempo. In Germania è difficile far scendere i precari in piazza. In Italia si punta alla mobilitazione. Giordano ricorda l’appuntamento di sabato prossimo: «Una manifestazione né contro e né a favore del governo, perché Rifondazione non ha governi amici né governi nemici. Quello del 4 novembre è un corteo contro la precarietà che dilaga, che cambia le relazioni umane, cambia il “tipo umano” del nostro tempo».