mercoledì 27 settembre 2006

Il Tempo 27.9.06
Quando la poesia nasce dalle storie più estreme. Bellocchio
S’INTITOLA «Sorelle» ed «è un documentario nostalgico e scherzoso su alcuni componenti della mia famiglia o grandi amici d’infanzia, o sulla città di Bobbio con il suo bel Trebbia, insomma un album di ricordi....». Così, il regista Marco Bellocchio riassume commosso la storia del suo film, che presenterà alla Festa di Roma nella sezione «Extra». Il film è interpretato, tra gli altri, da Donatella Finocchiaro e Pier Giorgio Bellocchio. «Sorelle» sono tre episodi di una stessa storia «girati in tre anni diversi, 1999, 2004 e 2005 e raccontano di una bambina, Elena, della sua crescita — continua il regista —. Il film narra di chi va e di chi resta, di continui ritorni e ripartenze dal paese natio e dalla vecchia casa di famiglia. Un giorno, la mamma di Elena decide di portare a vivere con sè a Milano la figlia e da lì si evidenzia tutto il difficile rapporto familiare. Per comodità ho girato a Bobbio, nella stessa casa de "I pugni in tasca": è perfetta, il tavolo su cui mangiano Elena e Sara è lo stesso su cui ho mangiato anch’io da bambino».

Corriere della Sera 27.9.06
Imre Naky 1956
L'eroe ungherese scrisse a Togliatti: chiediamo aiuto ai fratelli del Pci
una lettera inedita


Caro compagno Togliatti, permetta che ci rivolgiamo per lettera a Lei, e per Suo tramite al Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano, a nome mio e dei miei compagni, con cui, contro la nostra volontà e malgrado le nostre proteste, siamo stati allontanati dall'Ungheria e ci troviamo costretti a rimanere sul territorio della Repubblica popolare romena.
Nelle loro risoluzioni e dichiarazioni, nei comunicati dei loro incontri congiunti, così come negli articoli pubblicati dai loro giornali, molti governi di Paesi socialisti e di democrazia popolare, molte direzioni di partiti comunisti e operai — distorcendo rozzamente le premesse indispensabili della sincera e fedele analisi marxista, della verità storica e dei fatti oggettivi — forniscono versioni talmente false e infondate degli avvenimenti ungheresi di ottobre-novembre, tali da poter trarre in inganno non solo i partiti fratelli e il movimento operaio internazionale, ma tutta l'opinione pubblica progressista. È chiaro che dall'interpretazione errata degli avvenimenti non possono risultare giuste e fondate né le esperienze che ne derivano o che ne devono derivare, le conseguenze politiche, morali, giuridiche, ecc., né modo di porre la questione della responsabilità. La situazione è ulteriormente peggiorata dal fatto che risoluzioni, dichiarazioni e gravi valutazioni vengono emesse senza essere precedute da un esame approfondito, seguito da un'analisi politica e scientifica, che guardi coraggiosamente in faccia la realtà, e osi trarne le conseguenze. Sebbene tali esami e analisi non siano stati ancora fatti, le conseguenze e gli insegnamenti sono stati già tratti, oppure stanno per esserlo.
Questa circostanza nasconde in sé un serio pericolo. Prima di tutto che le conseguenze e le gravi valutazioni non derivano dai fatti oggettivi, dalla verità storica, ma al contrario, che i «fatti» siano adattati, alterati a seconda della necessità per confermare aprioristicamente le posizioni politiche. Questo non è il metodo dell'analisi marxista-leninista, dell'accertamento della verità storica. Questa non è altro che la trasposizione del famigerato metodo «farsa» ( leggi: stalinista, ndT) dal terreno legale — giudiziario a quello del movimento internazionale. Se ciò accadesse, il socialismo internazionale sarebbe ostacolato nel compito indispensabile di trarre gli insegnamenti giusti, veritieri e marxisti-leninisti dagli avvenimenti ungheresi.
A mio parere la rivelazione delle vere cause degli avvenimenti ungheresi, la loro fedele divulgazione storica, l'esame e l'analisi approfonditi delle forze motrici e dirigenti, dei loro programmi, inoltre la coraggiosa esposizione critica dell'attività del governo, del partito e della sua direzione, dei singoli membri e del ruolo da tutti questi svolto negli avvenimenti, è un compito di grande importanza, senza esagerazioni possiamo dire di portata storica, non solo dal punto di vista dei comunisti ungheresi, e neanche solo dei partiti fratelli, ma da quello dell'intero movimento operaio internazionale e del destino futuro del socialismo. È chiaro che tale compito non può essere affare interno dei comunisti ungheresi, tanto meno in quanto la sua esecuzione esorbita le forze del Partito operaio socialista ungherese. L'esecuzione di tale compito carico di responsabilità, secondo me, dovrebbe essere affidata ad una commissione internazionale d'inchiesta formata dai rappresentanti dei partiti fratelli. Ho proposto la formazione di tale commissione anche nella mia lettera indirizzata al compagno W. Gomulka, primo segretario del POUP. Nel caso in cui Voi la faceste vostra, oppure eventualmente suggeriste un altro modo adeguato di esaminare e analizzare gli eventi, vi chiederei di compiere i passi iniziali in tale direzione. È decisivo, comunque, che l'esame e l'analisi avvengano presto e abbiano il risultato di rendere al più presto gli insegnamenti e le esperienze degli avvenimenti ungheresi di ottobre di pubblico dominio tra i partiti fratelli e il movimento operaio internazionale.
È indispensabile che al lavoro di tale commissione internazionale di partito prendiamo parte anche noi, il cosiddetto gruppo di Imre Nagy, poiché ogni esponente per così dire del gruppo si trovava in un posto dirigente nel lavoro di partito e di governo al tempo degli avvenimenti di ottobre. Ogni membro del primo Comitato Esecutivo del nuovo partito (POSU) — ad eccezione di János Kádár — è qui nel nostro gruppo.
La partecipazione del nostro gruppo ad una commissione d'inchiesta internazionale di partito ed al suo lavoro è necessaria anche perché, contestualmente alla persecuzione politica sempre più intensa e le accuse sempre più rozze contro di noi, con il nostro trasferimento forzato in Romania siamo stati privati di ogni possibilità di espressione e di difesa contro le accuse infondate. Su di noi e senza di noi si approvano risoluzioni, dichiarazioni, si compiono valutazioni gravi. Durante la nostra permanenza in Romania, il Comitato Esecutivo del POSU, a tutt'oggi, non ha intrattenuto nessun rapporto con noi, né compiuto alcun passo per chiarire o analizzare la nostra attività politica in quanto membri, assieme a János Kádár della prima direzione del partito, formatasi al tempo degli avvenimenti di ottobre, né ci ha ancora ascoltato su nessuna questione.
Tale chiarimento sull'attività politica della direzione del partito e del governo, e della responsabilità collettiva e personale che ne derivano, è necessaria anche perché, in base alla concezione «controrivoluzionaria» costruita sugli avvenimenti ungheresi, molti segnali fanno pensare che — in assenza di esami e analisi confortanti, senza la possibilità di un chiarimento teorico- politico — verranno poste in atto unilateralmente ritorsioni illegali, sebbene noi non siamo traditori e controrivoluzionari, come viene ripetuto sempre più spesso, ma rivoluzionarimarxisti- leninisti, militanti comunisti d'antica data.
Tutto questo, egregio compagno Togliatti, volevo portare alla Sua attenzione e a quella del Comitato Centrale del PCI, con la richiesta di contribuire al chiarimento teorico-politico degli avvenimenti ungheresi. Abbiamo fiducia nell'aiuto dei partiti fratelli. Questo è ciò che nella situazione attuale possiamo fare noi, comunisti ungheresi reclusi sul territorio della Repubblica popolare romena (40 persone in tutto con i famigliari e i bambini): privati della nostra libertà, purtroppo non abbiamo modo di fare altro. Con saluti comunisti, Imre Nagy
Snagov, 21 gennaio 1957
traduzione di Federigo Argentieri copyright Archivi nazionali ungheresi (Mol) e Napvilag Kiagó

martedì 26 settembre 2006

Corriere della Sera Primo Piano 26.9.06
Confronti Si definiscono entrambe «religioni del Libro» ma il loro rapporto con Dio è agli antipodi. Lo storico francese spiega perché la fede nella Bibbia comporta un'idea di storia, ragione e natura incompatibile con la visione del mondo insegnata dal Corano
Maometto e Gesù, i confini del dialogo
di Alain Besançon


Nell'incontrare l'Islam il Cristianesimo non deve dimenticare la propria diversità. Altrimenti rinnega se stesso e le sue radici ebraiche
Il seguente testo è una sintesi dalla prefazione scritta dall'accademico di Francia Alain Besançon, studioso di storia del totalitarismo e di cultura religiosa, per il libro postumo del teologo protestante Jacques Ellul «Islam e cristianesimo. Una parentela impossibile» (Edizioni Lindau, pagine 128, e 9). Il volume, che uscirà in libreria il 10 novembre, contiene un manoscritto ritrovato dopo la morte di Ellul, scomparso nel 1994, che raccoglie le sue riflessioni sui rapporti tra Cristianesimo e Islam. Il dato interessante è la forte sintonia su questo tema di due intellettuali per altri versi assai lontani: da una parte Besançon, fervente cattolico e liberale di tendenza conservatrice; dall'altra Ellul, studioso appartenente alla scuola del teologo calvinista svizzero Karl Barth, che era schierato su posizioni di radicale ambientalismo e simpatizzava inoltre per gli ideali anarchici. Per entrambi infatti, sul piano teologico, la distanza tra Islam e Cristianesimo risulta incolmabile.

La legge coranica è esterna all'uomo ed esclude in modo categorico l'imitazione di Dio suggerita invece dalla Bibbia


Per i musulmani non esistono leggi fisiche: ogni cosa si regge sulle «abitudini» di Dio, tutto è sospeso tra sogno e realtà

Certo, l'Islam rispetta Cristo e Maria, ma sono figure che con quelle del Vangelo hanno in comune solo il nome

Quale status può essere assegnato all'Islam dalla teologia cristiana? Si tratta di una religione rivelata o di una religione naturale?
Secondo la teologia cristiana, gli esseri umani si suddividono come segue. Alcuni fanno parte dell'Alleanza detta di Noè: grazie a quest'alleanza gli uomini possono prendere coscienza della legge di natura, formandosi un'idea del divino nell'ambito delle religioni che chiameremo pagane. All'interno di quest'umanità comune, Dio ha «scelto» un uomo, Abramo, con la cui «casa» ha stipulato un'alleanza, ripresa e ampliata da quella accordata a Mosè nel nome del popolo che Dio si «crea» ai piedi del monte Sinai. Infine, Dio, per mezzo del suo Verbo incarnato venuto come «Messia» d'Israele, istituisce una «Nuova Alleanza», capace di estendersi all'umanità intera. Ma come si colloca l'Islam all'interno di questa classificazione?
La difficoltà e l'imbarazzo che provano cristiani ed ebrei nell'assegnarlo al gruppo delle religioni naturali nasce dal fatto che esso proclama di credere in un solo Dio, eterno, onnipotente, creatore, misericordioso. Sembra qui di riconoscere il primo dei Dieci Comandamenti trasmessi a Mosè, ma c'è una differenza sostanziale: il Dio dell'Esodo si presenta come il liberatore del proprio popolo in una particolare situazione storica. Nel Corano, invece, la storia non esiste. La professione di fede islamica è all'apparenza simile al primo articolo del Credo cristiano: «Credo in un solo Dio onnipotente, creatore del Cielo e della Terra». Ma il Dio cristiano è chiamato Padre e ha con gli esseri umani un rapporto personale e di reciprocità.
A questo punto posso formulare la mia tesi teologica: l'Islam è la religione naturale del Dio rivelato.
Anche i musulmani sono convinti di aver ricevuto una rivelazione. Essa è concepita come la trasmissione di un testo preesistente: in tale trasmissione il profeta non svolge alcun ruolo attivo, ma si limita a ricevere una serie di brani, ripetuti come sotto dettatura. A differenza della Bibbia, che per gli ebrei è «ispirata» da Dio, il Corano è increato. Esso è la parola increata di Dio.
L'idea di una rivelazione progressiva è estranea all'Islam. Il messaggio divino è instillato già nel primo uomo, Adamo, il primo profeta; semplicemente, gli uomini dimenticano il messaggio e si rende necessaria una ripetizione. Maometto è l'ultimo inviato ed è il riformatore definitivo. La sola prospettiva dalla quale è possibile contemplare la storia è rappresentata dalla legge del trionfo degli inviati e dall'annientamento di coloro che ad essi si sono opposti.
Una caratteristica comune delle religioni naturali è l'evidenza di Dio o del divino in ogni luogo. L'Islam, che viene rappresentato come la religione della fede per eccellenza, non ha affatto bisogno della fede per credere, o, piuttosto, per constatare l'evidenza di Dio. Come per i Greci e i Romani, la contemplazione del cosmo, della creazione, è sufficiente di per sé per avere la certezza, prima di ogni ragionamento, che Dio o il divino esistono, di modo che il fatto di non credere diventa un segno di insensatezza che esclude il non credente dalla compagine umana.
Dio ha dato agli uomini una legge attraverso un patto unilaterale: si tratta di una legge che nulla ha in comune con quella del Sinai, che fa di Israele l'interlocutore di Dio, né con quella dello Spirito di cui parla San Paolo. La legge dell'Islam è una legge esterna all'uomo che esclude in modo categorico l'imitazione di Dio qual è suggerita dalla Bibbia: dall'uomo si pretende soltanto che rimanga entro i termini stabiliti da Dio nella sua parola increata e nella sunna, la tradizione autentica. Qualunque desiderio di superare questi limiti è visto con sospetto.
Ritroviamo qui alcune norme dell'etica pagana, né questo deve stupire: l'ascetismo è estraneo allo spirito dell'Islam. La civiltà islamica è una civiltà della bona vita: essa offre una vasta gamma di piaceri. La predestinazione, come l'intende l'Islam, non è lontana dal sentimento antico del fatum.
Naturalmente, il musulmano riconduce tali vantaggi alla perfezione della sua Legge, la quale è moderata, più adatta alla natura umana di quanto non lo sia quella dei cristiani e più mite di quella degli ebrei. Una simile moderazione, che viene chiamata «facilitazione (o agevolazione) della religione», è citata per dimostrare la bontà dell'Islam, e rende ancor più difficilmente scusabile il fatto di non accettarlo. Non c'è un peccato originale; non esiste un inferno eterno, per il credente.
Due fatti hanno sempre stupito i cristiani: la difficoltà di convertire i musulmani e la solidità della loro fede, persino tra le persone più superficialmente religiose.
Per il musulmano, diventare cristiano è un'assurdità: in primo luogo perché il Cristianesimo è una religione del passato, da cui l'Islam ha preso il meglio sorpassandola. Tuttavia, se approfondiamo, il Cristianesimo gli sembra innaturale. Le esigenze morali di questa religione gli paiono insuperabili per le capacità umane. Il dogma trinitario lo mette a disagio: teme di esporsi al širk, il peccato imperdonabile consistente nell'associare a Dio altre divinità. Sospetta che il Cristianesimo sia una religione misterica (ed egli condanna i misteri), di conseguenza irrazionale. Ebbene, l'Islam si considera una religione razionale, anzi, la sola religione razionale. In quest'affermazione vi è qualcosa di minaccioso, dal momento che, se la ragione è ciò che caratterizza la natura umana, seguire l'irrazionalismo cristiano equivale a porsi al di fuori della razza umana. In fatto di tolleranza, dunque, gli Stati musulmani non possono garantire, in senso stretto, la reciprocità che pretendono dagli Stati cristiani: i cristiani che la reclamano non fanno altro che dimostrare la propria ignoranza in materia di Islam.
Vorrei mettere in evidenza tre tratti specifici che riguardano il mondo interiore, l'essenza di questa religione. Il primo consiste nella negazione della natura nella sua stabilità e nella sua consistenza. Non esistono leggi naturali: atomi, accidenti e corpi non durano che per un istante e sono creati ad ogni istante da Dio. Non esiste una relazione di causalità tra due eventi: esistono soltanto «abitudini» di Dio. Il giorno coincide solitamente con la presenza del sole, ma Dio può cambiare le proprie abitudini e far risplendere il sole nel bel mezzo della notte: il miracolo non corrisponde dunque a una sospensione delle leggi di natura, ma a un cambiamento nelle abitudini di Dio. Il principio di causalità è abolito, di conseguenza tutto può accadere. Agli occhi degli occidentali, il cosmo musulmano sembra privo di stabilità: non si distingue più il confine tra realtà e sogno.
Il secondo tratto, come abbiamo visto, è rappresentato dalla negazione della storia. La Bibbia racconta una storia; la rivelazione procede a tappe. Dio interviene nella storia con parole e atti il cui ricordo è conservato dalla tradizione e da un libro ispirato, continuamente suscettibile di nuove interpretazioni. Il Corano, invece, è increato: non esiste quindi alcun magistero interpretativo. Il senso della storia che ne deriva è quello di una ripetizione indefinita della stessa lezione.
Il terzo tratto riguarda la virtù religiosa. Si tratta di una virtù morale che si ritrova sia nelle religioni naturali che in quelle rivelate. Essa governa la pietà, la preghiera, l'adorazione, i sacrifici e gli atti consimili. Ebbene, se si rifiuta al Corano lo status di autentica rivelazione, pare difficile evitare di definire la fede musulmana come una forma particolare di virtù religiosa.
Ora possiamo comprendere meglio il nostro problema iniziale, rappresentato dal malinteso che attende al varco il cristiano quando questi si avvicina all'Islam. Il cristiano è colpito dallo slancio religioso che il musulmano manifesta nei confronti di un Dio che riconosce, volente o nolente, come suo Dio; tuttavia egli non si identifica né in questo Dio «separato» né nel rapporto che il musulmano ha con lui. Il cristiano è abituato a distinguere l'adorazione dei falsi dèi, cui dà il nome di idolatria, dall'adorazione del vero Dio, che egli chiama vera religione. Per trattare convenientemente con l'Islam, occorrerebbe fabbricare un nuovo concetto difficile da pensare: idolatria del Dio di Israele.
L'Islam, che attraversa una fase di crescita, non sembra essere attratto dal Cristianesimo più di quanto non lo sia stato in passato. Viceversa, i cristiani sono attratti dalla religione musulmana, e possono persino essere tentati di convertirsi ad essa.
Quando nelle nostre librerie diamo un'occhiata alla letteratura favorevole all'Islam, per lo più opera di preti cristiani, osserviamo che l'attrattiva che questa religione esercita nasce da più sentimenti. Una certa critica della nostra modernità liberale, capitalista, individualista e competitiva è affascinata dalla civiltà musulmana tradizionale, alla quale attribuisce caratteri del tutto opposti, come la stabilità delle tradizioni, lo spirito comunitario, il calore nei rapporti umani. Questi ecclesiastici, disorientati a causa del raffreddarsi della fede e della pratica del culto nei Paesi cristiani — e in special modo in Europa — ammirano la devozione dei musulmani. Sono convinti che credere in qualcosa sia meglio che non credere in nulla, e si convincono che, dal momento che quelle persone credono, esse credano pressappoco nelle stesse cose in cui credono loro, non rendendosi conto di confondere la fede con la religione. Si rallegrano, inoltre, nel constatare l'alta considerazione di cui nel Corano godono Gesù e Maria, senza riflettere sul fatto che, rispetto ai Vangeli, quel Gesù e quella Maria hanno in comune soltanto il nome.
Tale aspetto è particolarmente grave, perché disturba le relazioni tra cristiani ed ebrei. In questa prospettiva, infatti, i musulmani sembrano «migliori» degli ebrei, dal momento che onorano Gesù e Maria — cosa che gli ebrei non fanno. In tal modo si paragonano «simmetricamente» Islam e religione ebraica, con l'Islam che ne esce avvantaggiato. Ma anche gli ebrei fanno un simile confronto tra il Cristianesimo e l'Islam, e ancora una volta è quest'ultimo a risultare vincitore, dal momento che esprime un monoteismo che pone meno problemi di quello cristiano.
Tuttavia, i cristiani non possono accettare una simile «simmetria» e la Chiesa cattolica l'ha espressamente condannata: se l'accettasse, rinnegherebbe la propria derivazione da Abramo e da Israele; rinuncerebbe all'eredità davidica del Messia e trasformerebbe il Cristianesimo in un messaggio atemporale, tagliato fuori dalle proprie radici e dalla propria storia. In tal caso, il Vangelo si trasformerebbe in un altro Corano e si scioglierebbe nell'universalismo espresso dal libro dell'Islam.
Ecco perché occorrerebbe espungere dal lessico cristiano contemporaneo espressioni pericolose come «le tre religioni abramitiche », «le tre religioni rivelate» e persino «le tre religioni monoteistiche» (anche perché ce ne sono ben più di tre). La più falsa di tutte queste espressioni è «le tre religioni del Libro», perché essa non significa che l'Islam si rifà alla Bibbia, bensì che è prevista, per cristiani, ebrei, sabei e zoroastriani, una speciale categoria giuridica: essi sono la «gente del Libro», che ha diritto di elemosinare lo status di dhimmi, avendo salva la vita e i beni e scampando alla morte e alla schiavitù cui sono destinati i kafir, i pagani.
Il fatto che simili espressioni siano usate con tanta facilità è un segno che il mondo cristiano non è più in grado di distinguere chiaramente tra la propria religione e l'Islam. Siamo forse tornati ai tempi di San Giovanni Damasceno, quando ci si domandava se l'Islam non fosse una forma come un'altra di Cristianesimo? Non si può escludere che sia così. Per lo storico, non c'è nulla di nuovo: quando una Chiesa non sa più in cosa crede, né perché crede, scivola verso l'Islam senza nemmeno rendersene conto.

Liberazione 26.9.06
Riflessioni e critiche sull'articolo dedicate dal fondatore di Repubblica al "bertinottismo"
Scalfari dice che la disuguaglianza è la base della libertà. Se nasce cosi, il riformismo, nasce sconfitto (come negli anni 90)
di Piero Sansonetti


Eugenio Scalfari sostiene che il mondo è fatto cosi e tu non puoi farci niente. Ha scritto un articolo importante, domenica, su Repubblica, interamente dedicato a Fausto Bertinotti. Un articolo molto critico verso Bertinotti e il suo punto di vista "egualitario". In questo articolo Scalfari sostiene essenzialmente tre tesi. La prima è che le diseguaglianze sono una parte fondamentale della natura umana - anzi della natura del "vivente" - e che non si possono cancellare, non si devono cancellare, sono una ricchezza. II capitalismo sistema politico basato sulla centralità del capitale può essere corretto e modificato ma non sostituito o criticato radicalmente, perchè comunque il capitale resta il pilastro della produzione e della society moderna.
La seconda tesi di Scalfari è che Rifondazione comunista, essendo entrata al governo, ha accettato di far parte della classe dirigente di questo paese e di conseguenza deve rinunciare al suo pensiero antagonista e anticapitalista.
La terza tesi della quale però non ci occuperemo, visto che gia c'è stata la risposta di Fausto Bertinotti - e che non compete al presidente della Camera far politica e dunque non è suo compito esprimersi su varie questioni che poi possono diventare oggetto dell'attività parlamentare.
Ci interessano molto le prime due affermazioni di Scalfari. La prima perchè riassume in modo molto chiaro, e con la semplicità convincente che sempre Scalfari sa dare ai suoi articoli, la sostanza del pensiero riformista, cioè dell’ idee politiche che sono - probabilmente - alla base della formazione del future partito democratico.
Scalfari dice che la diseguaglianza è il motore della attività umana, e che cancellarla è possibile solo rinunciando alla libertà. Rendere gli essere umani uguali vuol dire negargli il diritto a competere e a superarsi, e dunque reprimere la chiave di tutte le libertà. Le libertà non sono come io penso il diritto a liberarsi del potere, ma sono, al contrario, il diritto a esercitare il potere. Il problema dice Scalfari non è quello di cancellare le diseguaglianze ma quello di difenderle rendendole però politicamente sopportabili. E per fare questo occorre il riformismo. Perché oggi le diseguglianze sono poco sopportabili? Perché la globalizzazione avvicinando gli spazi, i tempi e le possibilità di informazione le ha rese più vistose. Terribilmente vistose. Questo aspetto della globalizzazione rende urgente l'azione dei riformisti, perché solo i riformisti hanno le carte in regola per modificare il capitalismo, facendolo diventare meno aggressivo e prevedendo forme ragionevoli di redistribuzione delle ricchezze eccedenti.
Io credo che il difetto fondamentale di questa analisi stia nei tempi. II ragionamento di Scalfari è esattamente quello che nei primi anni '90 diede il via al clintonismo e cioè a quel fenomeno nato in America e che poi si diffuse in Europa (traducendosi in blairismo, dalemismo, prodismo, shroederismo, jospienismo eccetera). Era una teoria molto suggestiva, forte. Diceva che da un rafforzamento del capitale e della sua concentrazione nell'occidente sarebbe nata - caduto il comunismo e indebolita la vecchia socialdemocrazia - una stagione di grande sviluppo, e Io sviluppo avrebbe creato grande ricchezza e la ricchezza eccedente avrebbe permesso all’occidente di occuparsi della lotta alla povertà. Sulla base di questa teoria, l'Onu - non un intellettualino di passaggio ma il più importante consesso internazionale - alla fine degli anni '90 scrisse un programma di lotta alla povertà che prevedeva enormi successi in 15 anni.
Quel disegno clintoniano però falli. Oggi l'Onu ammette di avere sbagliato tutte le analisi e tutti i calcoli: la globalizzazione stava accentuando e non attenuando le ingiustizie. Questo giudizio lo hanno espresso anche grandi economisti riformisti (cito per tutti il nome di uno che scrive spesso su Repubblica: Stiglitz, premio Nobel, kennediano, clintoniano, ex vicepresidente della Banca mondiale). Non capisco come Scalfari possa non tenerne conto. Fu Io stesso Clinton, nei 2000, ad ammetterlo. Disse, in un intervista a Le Monde: «Credevamo che la globalizzazione fosse la soluzione dei problemi invece la globalizzazione era il problema..».
La globalizzazione non è solo quel fenomeno di "avvicinamento" dei tempi e degli spazi di cui parla Scalfari: è un processo di accentramento delle risorse e del potere politico-economico in occidente, con conseguenze di impoverimento del mondo povero e di aumento delle diseguaglianze di proporzioni bibliche. In pochi anni la distanza tra paesi poveri e ricchi (e tra ceti poveri e ricchi) è aumentata dalle 10 alle cento volte (in alcuni casi anche molto di più).
Il riformismo di fronte a tutto questo e rimasto senza fiato, senza idee, perché aveva commesso l'errore storico di credere nella bontà della globalizzazione. E si è rinsecchito. Trasformandosi dove ha resistito nella vecchia versione nel blairismo, che è la versione misera e di destra del clintonismo, e trovandosi negli altri paesi alla ricerca, un po' a tentoni di nuove, strade.
Qui da noi la novità è stata questa. Il vecchio riformismo ulivista ha cercato uno sbocco a sinistra, trovando un accordo con Rifondazione, cioè con l'unico partito politico che era rimasto fuori dall’ubriacatura del pensiero unico e del riformismo anni '90. Come si può pensare che questo accordo, e la nascita dell’Unione, possa risolversi in una sorta di capitolazione da parte della sinistra radicale?
Molti osservatori continuano a stupirsi - non solo Scalfari - per questa attitudine di Rifondazione a partecipare al governo senza rinunciare alla sua capacita di analisi e alla sua identità. Ma questa non solo è la forza di Rifondazione: è la forza dell'Unione, perché è la garanzia, per l'alleanza di centrosinistra, di non ricadere nel circolo chiuso di pensiero che negli anni '90 l'aveva schiacciata sulle posizioni della destra, portando alla vittoria dei conservatori (Bush, Berlusconi, Chirac eccetera).

Liberazione 26.9.06
L’intervento di Franco Giordano a chiusura della festa di Liberazione:
«Anche sul terreno del governo stiamo provando a cambiare il passo di marcia»
La nostra sfida sull’idea di società e sul futuro della sinistra
di Franco Giordano


Se con uno sforzo d’immaginazione provassimo a rimettere le lancette dell’orologio indietro di un anno ed andassimo a ritroso nella memoria, ci accorgeremmo di quello che è già cambiato in questo paese e del ruolo che stiamo esercitando per determinare ed accelerare questo rinnovamento.
Ma siamo solo all’inizio.
Guai a dimenticare che la vittoria contro le destre è stata il frutto di una straordinaria stagione dei movimenti: del movimento pacifista, del movimento dei movimenti, delle esperienze diffuse di conflitto sociale. La nostra prospettiva sta tutta nel rilancio di questa stagione, nella relazione intensa che da Genova in poi abbiamo costruito con queste soggettività. L’Unione, il suo governo, sappiano che il futuro della nostra prospettiva comune e del nostro leale investimento politico, che vale per tutta la legislatura, sta esattamente nel legame con queste forme di partecipazione.
Con l’elezione di Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera ci sentiamo coinvolti in un riconoscimento del nostro cammino, della nostra storia, della nostra gente. Oggi quindi siamo qui a dire al Presidente nella maniera più semplice e con tanto affetto: «Grazie. Grazie per aver diretto in tutti questi anni con straordinaria capacità il nostro partito in passaggi e tornanti difficili. Grazie per la forza con cui hai aperto la stagione dell’innovazione politico-culturale. Grazie per averci portato fin qui».
Ora tocca a noi. Tocca a tutte e tutti noi continuare in questo lavoro esaltando la democrazia e la solidarietà nel progetto comune. Dobbiamo investire sulla trasformazione molecolare della società, come amava dire Gramsci, ricostruire nuove forme di socialità, di relazione, di aggregazione: a fronte di una desertificazione ed un impoverimento dei luoghi dello scambio, ricostruire luoghi di democrazia partecipata.
Stiamo assistendo, proprio in questi giorni, alle manifestazioni più eclatanti e persino inquietanti del degrado delle classi dominanti, della grande borghesia di questo paese. Viene alla luce, in tutta la sua evidenza, la natura del capitalismo nostrano. Confindustria e i protagonisti del capitalismo italiano, mentre da un lato chiedono alla politica di stare alla larga dalle prerogative del mercato, dall’altro continuano imperterriti nelle loro operazioni finanziarie spericolate, dove per altro non rischiano mai con capitale proprio. Abbiamo il dovere di preoccuparci per i lavoratori di Telecom, che il 3 ottobre sciopereranno perché guardano con ansia alle loro prospettive e si sentono minacciati dai giochi finanziari del management. Tronchetti Provera con Telecom, Benetton con Autostrade, sempre la stessa storia: debito, dividendi, messa in vendita delle reti.
Prima o poi, in questo paese dovremmo fare anche un bilancio sereno sulle privatizzazioni. La cronaca ci dice che hanno ridotto l’occupazione ed hanno abbassato la qualità dei servizi: per questo riteniamo urgente ripensare uno spazio pubblico in economia. E spazio pubblico, in un settore strategico come le telecomunicazioni, per noi significa governo pubblico delle reti. Con buona pace del presidente di Confindustria, ci sono esempi diffusi in tutta Europa, persino nella tanto invidiata Gran Bretagna di Tony Blair.
E’ anche questa la nostra sfida al riformismo: vogliamo ambire a cambiare la prospettiva della nostra politica economica. Dobbiamo investire sulla qualità e sul cambio di paradigma economico. Investire sulla formazione pubblica e sulla ricerca, su retribuzioni dignitose, sulla bonifica della precarietà: l’opposto di quanto previsto dalla riforma Moratti.
Siamo al governo. E stiamo provando anche sul terreno del governo a cambiare il passo di marcia. Con il decreto Bersani-Visco abbiamo avviato la lotta all’evasione ed elusione fiscale incominciando a smuovere rendite di posizione e privilegi. Ora è il momento di consolidare il consenso sociale ed avviare una politica di risarcimento.
So bene che ereditiamo una difficoltà finanziaria reale. Non voglio nasconderla. Ma il punto oggi è: chi paga il risanamento finanziario? E una cosa è certa: non possono, proprio non possono pagare le lavoratrici, i lavoratori, i pensionati, i precari. Hanno già dato. Ora bisogna far pagare coloro che durante il governo Berlusconi si sono arricchiti.
Sono d’accordo col Segretario dei Ds, che chiede l’aumento delle pensioni minime. Ma sono nettamente in contrasto con lui quando chiede di farlo a scapito di coloro che hanno maturato diritti. Noi non vogliamo disincentivi. Nel programma dell’Unione c’è scritto «abbattere lo scalone » del 2008, ed entro l’anno prossimo dobbiamo mantenere quest’impegno. A chi poi ci dice disinvoltamente che bisogna aumentare l’età pensionabile perché l’aspettativa di vita è aumentata, vorrei rispondere: «Provate a parlare con un operaio alla catena di montaggio con ritmi sempre più intensi di lavoro, provate a parlare con un edile costretto a salire su ponti e a sorbirsi dure fatiche, provate a parlare con una maestra d’asilo a contatto con decine di bambini che non ti permettono un attimo di distrazione…».
E i tagli alla sanità? Si può. Si può intervenire drasticamente a ridimensionare il finanziamento pubblico alla sanità privata attraverso le convenzioni con i privati; si può intervenire sul buco nero della spesa farmaceutica. Non ci convince poi questo attacco sistematico al lavoro pubblico: una vera e propria campagna. Ma la nostra scuola, la sanità, servizi importanti funzionerebbero senza il lavoro dei precari? Tagliamo, quindi, ma tagliamo la proliferazione degli enti e le faraoniche consulenze. E’ così che si può intervenire e trovare lo spazio per razionalizzare la spesa.
Ma noi, noi tutti che vogliamo cambiare radicalmente le norme sulla precarietà, noi che siamo impegnati insieme a tanti soggetti sindacali e associazioni per una grande manifestazione nazionale il prossimo 4 novembre, noi che vogliamo investire sul lavoro a tempo indeterminato e sulle tutele, noi chiediamo che lo stato sia il primo a dare l’esempio: si assumano stabilmente tutti i precari pubblici.
Occorre cambiare il segno, innovare. Per il Mezzogiorno tutto ciò significa fermare questa dolorosa dissipazione di risorse umane ed intellettuali: ogni anno 70-80 mila diplomati e laureati emigrano dalle terre del sud per inseguire una speranza di lavoro nei tanti nord del mondo. E’ come se un’intera cittadina scomparisse dalla carta geografica. E non dimenticherò mai l’emozione di quelle ragazze e quei ragazzi che, alla vigilia delle elezioni, alla stazione di Palermo urlavano pieni di speranza: “Non torniamo per votare, ma votiamo per tornare”.
E’ a quei volti, a quelle intelligenze che dobbiamo rivolgerci per valorizzare le incredibili risorse di memoria e di natura del sud, per un piano di risanamento dei centri storici e di messa in sicurezza del territorio. Non lasciamo più sole le ragazze e i ragazzi di Palermo, di Locri, di Scampia, di Casale di Principe contro le tante mafie che uccidono i loro sogni ed espropriano il loro futuro. Non derubrichiamo Melfi, Acerra, Scanzano, Terlizzi, la vittoria esaltante di Nichi Vendola in Puglia. Un altro mondo è possibile. E quel mondo è un mondo di pace, come chiedevamo a gran voce a Genova, sulle cui vicende pretendiamo chiarezza. La morte di Carlo non la dimentichiamo: per questo rivendichiamo, come previsto nel programma dell’Unione, l’istituzione di un’apposita commissione d’inchiesta.
La guerra preventiva e permanente di Bush ha rivelato per intero la propria catastroficità, il dolore per la perdita di tante vite umane in una spirale perversa tra guerra e terrorismo. Oggi quella politica mostra il suo fallimento: è formalmente terminata la nostra missione in Iraq e i nostri militari, finalmente, tornano in Italia. Sentiamo questo risultato come una vittoria del movimento per la pace che per anni si è mobilitato con questo obiettivo. L’Italia ha cambiato la sua politica estera. Non siamo più subalterni agli interessi geopolitici statunitensi. Questa scelta trascina con sé una parte dell’Europa che prova a riconquistare una sua soggettività. Oggi siamo protagonisti di una difficile ma importante missione di pace in Libano all’indomani di una guerra e di un’occupazione militare illegali. Ritorna una centralità dell’Onu, e perciò diventa sempre più urgente la sua riforma. Stiamo provando con D’Alema e Prodi a tenere aperta la strada negoziale in Iran. Ma non ci sarà mai pace in Medioriente se il popolo palestinese non avrà il suo stato con i confini stabiliti nel ’67. Si rompa quindi l’assedio nei territori; si riapra il negoziato. Basta con tutti gli atti unilaterali. La sicurezza di Israele, bene prezioso, è affidata alla pace e al negoziato, non a politiche di guerra e di riarmo. Vorrei fare una proposta a tutti i partiti dell’Unione: concentriamo le nostre risorse di pace su questo scenario e restiamo in Afghanistan solo con la cooperazione civile internazionale.
Care compagne e cari compagni, noi siamo impegnati nella costruzione di una nuova soggettività politica: la Sinistra europea. Non lo facciamo perché vogliamo essere concorrenti con altri, impegnati in percorsi differenti come quello del Partito democratico. Un progetto nasce sulle proprie gambe e dentro un’ispirazione autonoma. Ed è dentro quest’autonomia politica e culturale della Sinistra europea che vogliamo lanciare una sfida di lungo periodo sull’idea di società e sul futuro della sinistra.
Nella violenza sulle donne c’è un problema che riguarda non solo la società, ma noi uomini, le nostre paure di perdita della centralità e della supremazia. Tocca mettere in atto una riflessione sulla nostra parzialità.
Fuori dai nuovi movimenti e dalle nuove culture critiche che attraversano il mondo in questo nuovo millenio, fuori dall’ispirazione politica e culturale del movimento di contestazione del neoliberismo e della guerra il progetto della Sinistra Europea non avrebbe senso, e non se ne coglierebbe il carattere di innovazione anche nelle forme di organizzazione della politica. E’ questo il motivo di fondo per il quale non ci hanno mai interessato proposte organizzativistiche e semplicistiche di sommatoria dei partiti esclusi dal progetto del Partito democratico. Non chiediamo ad altri, con altre storie, culture e percorsi, di entrare a farsi cooptare nel Prc. Né vogliamo sciogliere Rifondazione comunista. Il Partito della sinistra europea è la novità politica dell’Europa. L’unica forza politica in Europa che ha assunto una posizione unitaria su questioni cruciali che riguardano il mondo: guerra, trattato costituzionale, direttiva Bolkenstein.
Tanti danni sono stati prodotti in questi anni nella nostra società. Le destre hanno profuso a piene mani veleni, angosce, contrapposizioni: c’è stata una sistematica costruzione del nemico. Volta per volta il nemico era il no-global, il lavoratore che rivendica tutele e diritti, il tossicodipendente, il migrante, tutto ciò che veniva percepito come diverso. Una cultura regressiva, a tratti apertamente reazionaria, che ha accompagnato la ristrutturazione dei poteri e l’avvento del neoliberismo.
Così può accadere, quest’estate in cui le violenze contro le donne sono state così ripetute, che a Viareggio una ragazza venga violentata e mentre la stuprano le si gridi: «Lo facciamo perché sei lesbica». Contrastiamo con tutte le nostre forze questa omofobia: riconosciamola come reato più che mai ripugnante. E battiamoci fino in fondo per tutti i diritti di cittadinanza esattamente come ce li chiedono i movimenti gay, lesbico, dei trans.
Ma nella violenza sulle donne c’è un problema che riguarda non solo la società, ma noi uomini: non ce la possiamo più cavare dando la colpa alla produzione sistematica di violenza insita nel capitalismo. C’è un problema che riguarda noi, le nostre paure di perdita della centralità e della supremazia. E’ superato il tempo della semplice condivisione delle pratiche femministe, tocca mettere in atto una riflessione sulla nostra parzialità, è giunta l’ora di metterci in discussione.
Quello che vogliamo è un mondo libero e aperto, nonviolento. Il mondo per cui quotidianamente lavorava Angelo Frammartino, il nostro compagno ucciso a Gerusalemme da un suo coetaneo, travolto da un mare di odio e di violenza. Io non conoscevo Angelo, ma so che credeva nella nonviolenza e la praticava: cittadino del mondo che si è sentito parte di un movimento globale che non ha confini né frontiere. Era a Gerusalemme perché quelle tragedie, quei conflitti parlano di noi.
La nostra sfida è l’interculturalità, l’interazione, la rottura di tutte le identità statiche. La nostra sfida è il riconoscimento della cittadinanza transnazionale. E allora: cosa c’entra tutto ciò con questi centri di segregazione, i centri di permanenza temporanea? Bisogna abrogarli, ritornare a guardare nel volto il migrante, riconoscere i suoi diritti, a cominciare da quello al lavoro senza che fra noi e loro vi siano delle insopportabili sbarre di ferro.
La nostra sfida è quella della mescolanza e della contaminazione. In questi giorni è uscito in Italia un film dal titolo: “L’Orchestra di Piazza Vittorio”. Piazza Vittorio è una piazza di Roma ad altissima densità di immigrati, e questo film racconta di un noto e importante collettivo musicale: 15 musicisti, 11 paesi, 3 continenti, 8 lingue. «E’ una musica - come dicono loro - che fa battere il tempo chiunque». Musica da canticchiare, ballare, da ascoltare in solitudine. Blues? Jazz? Etnoworld? India? Africa? America-latina? Una babele che inventa melodie nuove, ritmi coinvolgenti, linguaggi musicali innovativi. E’ questo il mondo che vogliamo: «Un mondo che si mescola, più giusto, un mondo pieno di diversità e - sempre per dirla con loro - un mondo in cui i caschi blu timbrano il cartellino e muoiono di noia». Che la musica cominci allora.

aprileonline 26.9.06
L'occasione unitaria a sinistra
Dibattito. Sinistra europea non è l'allargamento del Prc, non è subordinata al Partito democratico, ma deve essere la casa accogliente per chi non lo vuole
di Pietro Folena


La due giorni della Sinistra Europea (domenica, con l’assemblea che ha lanciato il congresso costituente in primavera; sabato, con la manifestazione alla Festa di Liberazione) ha, tra le altre cose, avuto il merito di far uscire allo scoperto un dibattito sulla natura e direi la “ragion d’essere” di un nuovo soggetto politico della sinistra. Dico subito come la penso: a mio parere esiste in Italia, e in Europa, l’esigenza di una sinistra di trasformazione. Non solo perché molti dei partiti socialdemocratici hanno dimesso quasi ogni riferimento al mondo del lavoro ed alcuni si dicono apertamente liberali, ma soprattutto perché non esiste, ad oggi, un soggetto politico in grado di indicare una uscita da sinistra alla perdita di legittimità del neoliberismo di fronte a parti ormai maggioritarie dei popoli occidentali. La guerra, la precarietà del lavoro e della vita, l’idolatria del “mercato”, la privatizzazione della vita, dei saperi e della natura, soprattutto grazie ai movimenti dal 2000 ad oggi, sono diventate realtà indigeste. Manca però un soggetto politico che – al di là della natura carsica dei movimenti – sia in grado di dare rappresentanza a idee, desideri, disagi condivisi globalmente.

Questo è il quadro nel quale nasce la Sinistra Europea prima come partito continentale ed oggi come soggetto italiano. Come si vede, è una genesi che poco ha a che fare con le vicende italiane legate al partito democratico. E, tuttavia, non si può nascondere neppure che il partito democratico – e processi differenti in altri paesi europei: la Grosse Koalition tedesca, il centrismo blairiano – ha e avrà una influenza nella velocità e nelle tappe con le quali ci si avvicinerà alla fondazione della nuova soggettività. Non è un caso, ad esempio, che in Liguria e Abruzzo il “correntone” Ds sia prossimo al cantiere della SE, così come in altre regioni si manifesti un interesse crescente. E neppure può essere sottovalutata la disponibilità dell’area di Cesare Salvi. O, ancora, ha a mio parere un significato molto forte la presenza a pieno titolo dell’Associazione Rossoverde – formata prevalentemente da compagni ex Pdci - dentro il percorso della Sinistra Europea, ma anche l’interesse dimostrato da una serie di soggetti (cito l’ARSinistra, che con Uniti a Sinistra e Rossoverde ha promosso il seminario di Orvieto)

E’ naturale che chi ha condotto una battaglia di sinistra e per l’unità della sinistra dentro i partiti, oggi guardi con interesse e favore alla formazione di un nuovo soggetto. Ed è altrettanto ovvio che chi sta mettendo le basi della Sinistra Europea non può non interrogarsi su come rendere la casa del nuovo soggetto più accogliente per quanti oggi sono ancora alla finestra e si interrogano – legittimamente – sul suo sbocco e sulla sua credibilità.
Ma da questo a subordinare l’avanzare del cantiere alle vicende esterne, ce ne corre. Perché non sfugge a nessuno, credo, che Partito Democratico o non Partito Democratico c’è bisogno di una soggettività della sinistra di trasformazione. Del resto già oggi i Ds sono il partito democratico. Non solo perché non hanno più propri gruppi parlamentari, e presto neppure consiliari. Non tanto perché nelle ultime tornate elettorali sono più i casi in cui la Quercia ha lasciato il passo all’Ulivo che il contrario. Ma soprattutto perché il programma politico di quel partito è oramai iscritto in un orizzonte che ha poco a che vedere con il socialismo, fatto salvo il richiamo al Pse e all’Internazionale non come soggetti che rappresentano una tradizione o un’idea ma come “campo di forze” (cito Massimo D’Alema). Insomma, ci diciamo socialisti – per ora – solo perché apparteniamo al Pse, ma non apparteniamo al Pse perché siamo socialisti.

La Sinistra europea, invece – lo ha sottolineato chiaramente Franco Giordano – sarà una forza socialista che, per dirla con Berlinguer, vuole fare il socialismo sul serio. Un socialismo inteso nell’accezione più autentica del termine: mettere al centro la società e la persona (non lo Stato, né l’economia); non la conquista del potere, ma la sua cessione alla società; non la dittatura del proletariato, ma la partecipazione di tutti e tutte alla democrazia. Un socialismo che è in grado di dire con forza con Riccardo Lombardi che l’economia viene dopo l’interesse generale e che la politica ha il diritto-dovere di intervenire sul capitalismo, sul mercato, non solo per fare il vigile urbano tra i soggetti privati, ma per indirizzare lo sviluppo senza avere paura di essere tacciata di dirigismo. I cittadini contano di più dei membri di un Consiglio di Amministrazione.

Per fare questa sinistra però occorre mettere da parte dubbi, incertezze, resistenze. E’ legittimo, sia chiaro, discutere e fino in fondo. Ma la sfida a cui siamo chiamati è troppo alta e troppo importante per essere sottoposta alle logiche interne dei partiti, oppure declassata ad un allargamento di Rifondazione comunista.
Il Prc ha con generosità aperto questa fase costituente. Si è messo a disposizione, già da Genova, per la creazione di una nuova sinistra. E’ necessario che oggi superi la tentazione di autoconservazione, che si metta in discussione fino in fondo. E’ uno sforzo che mi rendo conto essere gravoso. Uno sforzo inedito, che nessun soggetto politico sinora ha tentato in questi termini. Ma è uno sforzo necessario. Lo dobbiamo a quella compagna della Fiom che, intervenendo sabato dal palco, ha gridato l’esigenza per i lavoratori di sentirsi rappresentati anche nella politica. Lo dobbiamo ai lavoratori precari che senza questa sinistra non avrebbero nessuno – ma davvero nessuno – che si faccia carico di riproporre il contratto a tempo indeterminato come architrave della piena e buona occupazione. Lo dobbiamo ai tanti e tante che aspettano da troppi anni una novità unitaria a sinistra. C’è un mondo che va oltre noi a cui insieme dobbiamo rispondere sì.

aprileonline 26.9.06
Pd e Se, due progetti speculari e contrari
Dibattito. Il processo è avviato, in entrambi i campi. E, per Sinistra Europea si tratta di un processo rifondativo. Per tutti
di Alfonso Gianni*

Nel quadro politico e sociale del nostro paese stanno prendendo corpo due nuovi e ambiziosi progetti: la costruzione del Partito democratico e del Partito della sinistra europea. Sono tra loro assai diversi, anzi credo specularmente contrari, eppure non è un caso che il loro itinerario si snodi contemporaneamente, pur essendo l’esito di entrambi assai incerto e in misura diversa.

Il primo, quello del Partito democratico, introietta l’idea del progresso quale percorso linearmente evolutivo della società moderna. Le riforme e il riformismo, in questo quadro, sarebbero l’arma per spezzare le resistenze dei poteri retrivi e per modernizzare la società e le istituzioni. La stabilità e la durata del governo dell’Unione rappresenterebbero la condizione di gran lunga migliore, sarei portato a dire indispensabile, per la maturazione del progetto. Il risanamento dei conti dello stato sarebbe la precondizione della salute delle istituzioni e della credibilità del paese sullo scenario internazionale. La trasformazione in senso compiutamente maggioritario del sistema elettorale e il rafforzamento del bipolarismo dovrebbero costituire il perimetro istituzionale entro cui condurre la sfida con le destre.

Il secondo, quello del Partito della sinistra europea, invece, torna a sottolineare con forza l’esigenza di una trasformazione complessiva della società, a livello mondiale, contro il pericolo sempre immanente di una catastrofe regressiva, di cui la guerra permanente costituisce il primo e concreto inveramento. Pensa ad un’Europa sociale, non sottomessa ai vincoli monetaristi di Maastricht, e quindi ad un altro progetto costituzionale rispetto a quello recentemente rigettato dal referendum francese. Concepisce le riforme come il risultato di un conflitto sociale che si carica di significati non iscrivibili negli attuali confini della nostra società. Per questo vuole difendere lo stato sociale, i beni comuni, la soddisfazione dei nuovi bisogni sociali. Perciò pensa che il migliore sistema democratico sia quello proporzionale e che da lì, con opportuni accorgimenti, bisogna comunque partire per risolvere il problema della governabilità delle società complesse. In sostanza ritiene che, per quanto non facilmente determinabile, si possa e si debba avere un’idea di società profondamente diversa da quella del capitalismo.

Questi progetti si fronteggiano da tempo in Europa ed hanno dato vita all’esistenza di due sinistre, alle quali può essere ricondotto senza forzature un quadro che a sinistra è certamente più articolato o sfilacciato. Ora questa competizione si è concretamente trasferita nel nostro paese.

Anche i modi con cui viene condotta sono diversi. Mentre il progetto del Partito democratico sembra muoversi più agevolmente nel cielo dei rapporti politici, anche se non manca la consapevolezza da parte dei suoi sostenitori della necessità di un radicamento sociale e della difficoltà di portarlo avanti solo sulla base di un assemblaggio di ceti politici, quello del Partito della sinistra europea ha la necessità vitale di definirsi in un rapporto costante e biunivoco con i movimenti sociali, anche se ci si rende conto che il momento della scelta soggettiva di un gruppo dirigente si avvicina in modo imperioso.

Entrambi i progetti hanno più di un punto di contatto per quanto riguarda le aree sociali di riferimento. Si pensi, ad esempio al “popolo delle primarie”, al movimento sindacale, all’arcipelago dei movimenti pacifisti e antiliberisti e le relative associazioni (le quali non possono essere ascritte d’ufficio ad uno solo dei progetti). Nello stesso tempo entrambi i progetti possono svilupparsi nella condizione migliore se l’esperienza del governo di centrosinistra procede e produce trasformazioni nella società e nelle condizioni di vita.

Credo che il dado sia tratto in entrambi i campi, anche se i processi possono essere farraginosi e i tempi lunghi. Quindi mi pare che sia debole qualunque prospettiva di difesa del quadro di forze politiche esistente. Chi è contro un progetto è portato necessariamente e coerentemente partecipare alla riuscita dell’altro e viceversa.

Per chi, come me, si sente interno al progetto della costruzione del Partito della sinistra europea, l’assemblea di domenica scorsa rappresenta un ulteriore passo in avanti lungo una strada da perseguire senza tentazioni di ritorno indietro. Il percorso richiede una costante simbiosi con i movimenti, la costruzione di nuovi gruppi dirigenti, una corposa ricerca nel campo della analisi, della teoria e del pensiero politico. Le responsabilità del gruppo dirigente di Rifondazione comunista sono molto grandi, ma non uniche. E’ chiaro che non siamo di fronte, in nessun modo lo si voglia riproporre, allo schema di un partito comunista con intorno un alone di consenso e di forze indipendenti. Il processo è rifondativo per tutti. La rifondazione comunista si compie nel Partito della sinistra europea.

lunedì 25 settembre 2006

Il Tempo 25.9.06
L’oncologo Veronesi: «Si tratta di una libera scelta»

ANCHE gli intellettuali si confrontano con l’opportunità o meno di regolare l’eutanasia. Per Umberto Veronesi «uno Stato che non la accetta è uno Stato oppressivo perché non accetta un principio fondamentale di libertà, quello dell’autodeterminazione». Una linea che viene condivisa anche da altri. «Lo Stato si deve togliere di mezzo - commenta lo psichiatra Massimo Fagioli - da faccende che non lo riguardano e se ci prova, come ci ha già provato, a legargli le mani, il medico ha il dovere di ribellarsi». Secondo il filosofo Emanuele Severino, poi, «il suicidio non è perseguito dallo Stato e, pertanto, sarebbe una contraddizione se una legge dello Stato impedisse a chi non può farlo materialmente, la possibilità di avvalersi di un apparato medico che lo aiuti». Il suicidio volontario, «è certamente condannabile da un certo punto di vista filosofico e etico ma appartiene ad una libera scelta dell’uomo»

Corriere della Sera 25.9.06
Prc: la sinistra europea sarà l'alternativa al partito democratico


ROMA — L'annuncio l'aveva dato Franco Giordano, il segretario di Rifondazione, sabato sera, concludendo la festa di Liberazione: «È giunto il momento di avviare la fase costituente della Sinistra Europea». Così, poche ore dopo, ieri mattina, in un'aula grande dell'università Angelicum, i vertici del partito si sono ritrovati insieme a rappresentanti di enti locali, associazioni, volontari, sindacalisti della Fiom, giovani dei centri sociali e vecchi militanti. Tutti a ragionare su una «carta d'intenti» di questo nuovo soggetto politico che, come ripete Giordano, «non sarà un'esperienza burocratica». E che, come ha detto anche il ministro Paolo Ferrero, «nei fatti certo finirà con l'essere un'alternativa per la gente di sinistra al Partito democratico».
Anche la Sinistra Europea nasce però con qualche tormento: i Verdi non sono venuti. E nemmeno i Comunisti italiani. Anche se c'è Maura Cossutta, figlia di Armando, venuta «ad osservare» e a dire che «la Sinistra Europea non nasce in contrapposizione al Partito democratico. Ma, eventualmente, come sua conseguenza. Per questo — ecco il messaggio per Oliviero Diliberto — meglio sarebbe se questo percorso potessimo farlo insieme». A metà mattina, arriva Lella Bertinotti, moglie di Fausto: «Seguo sempre con attenzione la vita del partito». Già, perché il Prc è destinato, almeno per ora, a non restare schiacciato. Come spiega il ministro Ferrero, «Rifondazione continuerà ad esserci. La Sinistra Europea sarà una rete di relazioni stabili, tra soggetti diversi». Perplesso Salvatore Cannavò, di Sinistra critica, minoranza del Prc: «Ma quando ci sarà il momento di fare un'iniziativa politica, chi la farà: il Prc o la Sinistra Europea?».
Alla manifestazione anche Maura Cossutta

Repubblica 25.9.06
Avviata la metamorfosi di Rifondazione. Nella carta costitutiva Riccardo Lombardi tra i padri nobili
Sinistra europea, primi dubbi "Funziona solo se nascerà il Pd"
di Goffredo De Marchis


ROMA - Parte la fase costituente della Sinistra europea, la creatura di Fausto Bertinotti e di Rifondazione comunista, destinata nelle intenzioni dei promotori ad allargare i confini di Prc. Ieri, prima assemblea riunita a Roma al collegio Angelicum, nella sala Giovanni Paolo II, con i preti che passeggiano nel chiostro adiacente. I tempi sono stretti: a metà novembre conferenza programmatica, la prossima primavera il congresso. Sembra una corsa con il Partito democratico, il percorso appare speculare. Anche per SE comincia la discussione sul come, sul quando, con chi. Va aperta al Pdci e ai Verdi, ad esempio, per arrivare all´unificazione delle sinistre?
Il sottosegretario Alfonso Gianni, coautore di molti libri di Bertinotti, scuote la testa: «Sinistra europea andrà avanti solo se marcia pure il Partito democratico. Altrimenti sarà un´entità in stand-by, aspettando l´onda giusta». Gianni non è molto tenero con l´attuale segreteria di Prc e in particolare con il leader Franco Giordano. I due si salutano a stento. «A chi guida Rifondazione manca il coraggio, compreso quello di smetterla con le ripicche», dice Gianni. Il riferimento è alla difficoltà di rapporti con i «cugini» comunisti del Pdci? All´assemblea costituente, c´era anche Maura Cossutta, la figlia di Armando. Attraverso l´associazione Uniti a sinistra promossa da Folena, ha aderito a Sinistra europea. «Basta con le divisioni», dice la Cossutta. Non è sufficiente aprire alle associazioni, dunque, serve una discussione con i partiti che già stanno nella sinistra radicale.
Ma Paolo Ferrero smonta le alleanze di partito. «Usciamo dalla logica degli accordi tra ceti politici e entriamo invece in un processo culturale. I nostri interlocutori sono i movimenti - spiega il ministro della Solidarietà sociale - . Io mi sento parte di una maggioranza, ma fuori dal Parlamento sono in sintonia con quei settori della società che stanno all´opposizione del governo Prodi». Dunque, quella di Gianni «è un´analisi sbagliata. Il Partito democratico non influenzerà le nostre scelte. Del resto, come dice Agnoletto, Sinistra europea è nata a Genova, molto prima della lista unitaria».
Il segretario di Prc Franco Giordano ha solo assistito al primo atto costituente di SE, lasciando spazio alle parole delle associazioni. Che sono molte: il Forum di Socialismo XXI secolo, Libera associazione, il Forum ambientalista, il Seme (sinistra europea ecologista), la Sinistra euromediterranea e molte altre. Tra i punti di riferimento citati nella bozza della carta costitutiva spunta anche il nome di Riccardo Lombardi, storico leader della sinistra del Psi. A margine della manifestazione, Giordano avverte: «Questa non è una fusione a freddo, non sarà un´esperienza burocratica. Cominciamo a conoscerci, con l´ambizione di far nascere un nuovo soggetto politico». Ma bisognerà fare i conti con i frenatori e gli scettici, esattamente come avviene nell´Ulivo. Dice il «dissidente» Salvatore Cannavò: «Dev´essere chiaro, se il progetto non decolla, si torna indietro».

Corriere della sera 25.6.09
UNGHERIA. Domani la visita del capo dello Stato, a 50 anni dalla rivolta
L'omaggio di Napolitano ai martiri anti-sovietici del '56
Il presidente: «Allora fummo sordi a quella battaglia»


Nel nuovo cimitero comunale di Budapest è stata a lungo una tomba ignota, sulla quale la burocrazia comunista aveva fatto incidere una sigla in codice — Parcella 301 — al posto del nome: quasi una pena supplementare per Imre Nagy, colpevole d'aver sfidato l'Urss nel 1956 e alla cui memoria fu proibito persino di dedicare un fiore.
Davanti a quel sepolcro riabilitato, come davanti al monumento agli altri martiri dell'insurrezione di cinquant'anni fa, s'inchinerà domani Giorgio Napolitano. Per rievocare una tragedia dell'Europa divisa che sembra lontanissima nella riunita Europa di oggi, e finirà per ricordare anche un dramma della sinistra italiana e suo personale. Di quand'era tra i giovani «quadri» del Pci togliattiano che approvò l'intervento sovietico culminato appunto in una durissima repressione. Avrebbe potuto programmare questo viaggio per la seconda metà d'ottobre, il presidente della Repubblica. Avrebbe potuto «confondersi» tra i 24 statisti che si recheranno in Ungheria nei giorni dell'anniversario e approfittare della solennità delle cerimonie per glissare eventuali recriminazioni e polemiche riferite proprio a quel passato e a quel grande errore.
Ha invece deciso di compiere il viaggio adesso (su invito del presidente Laszlo Solyom, con il quale parlerà dei rapporti bilaterali e del ruolo dei nuovi Paesi membri dell'Ue) e di esporsi in solitudine. Renderà omaggio a Nagy e a quanti caddero con lui, visiterà una rassegna d'immagini su quel 1956 allestita presso il nostro Istituto di cultura, incontrerà alcuni superstiti e parenti delle vittime.
Dunque, anche se è chiaro che nei suoi incontri parlerà da capo dello Stato italiano (rappresentandolo tutto) e non da ex dirigente di Botteghe Oscure, con quegli atti di preciso valore simbolico Napolitano di fatto ufficializzerà pure un chiarimento storico. Un passaggio che lui stesso ha peraltro maturato da tempo, al termine di una sofferta riflessione, anzi, di un vero «tormento autocritico».
Basterebbe rileggere alcune pagine della sua densa autobiografia, Dal Pci al socialismo europeo, edita da Laterza, nelle quali ha spiegato «l'ottica distorta della scelta di campo» che vedeva il Pci italiano «inseparabile» dalle sorti di quello moscovita, e si è comunque accollato esplicitamente le «responsabilità» di un comitato centrale e di una dirigenza che rimasero «sorde a quella battaglia».
O basterebbe ripensare al suo gesto da appena eletto presidente della Repubblica, quando prima ancora del giuramento sulla Costituzione volle andare a casa del vecchio «apostata» Antonio Giolitti (uscito dal Pci proprio nel 1956, dopo aver condannato l'invasione sovietica) e gli disse: «Avevi ragione tu e torto io», sentendosi rispondere che il suo percorso nella politica e nelle istituzioni lo emendava già da qualsiasi scusa.
E, ancora, analoga e pubblica revisione il capo dello Stato la fece un mese fa, con una lettera a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, nella quale riecheggiavano identici concetti.
Ma non sarà soltanto Napolitano a dover rivivere questo anniversario che ha lacerato la sinistra. L'11 ottobre, a Roma, il Parlamento si riunirà per una commemorazione sotto la presidenza di Fausto Bertinotti. Mentre dieci giorni più tardi toccherà al ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, volare su Budapest per rappresentare il nostro Paese. Insomma: altri due ex esponenti di quel comunismo italiano per il quale i moti ungheresi furono per anni solo «un complotto imperialista esterno», salvo poi derubricarli con laconico imbarazzo alla stregua di «fatti» senza aggettivi.

l’Unità 25.9.06
Prove ed errori. Così nacque la mente umana
di Cristiana Pulcinelli


IN COSA siamo diversi dagli altri animali? Quando è emersa la coscienza? Nell’ultima giornata veneziana della Conferenza sul Futuro della Scienza, un dibattito a cavallo tra neurologia, antropologia e filosofia

Charles Darwin era un uomo coerente: anche la coscienza umana, secondo lui, poteva essere spiegata dalla teoria dell’evoluzione. L’uomo non era diverso dagli altri animali e le sue capacità cognitive derivavano dallo stesso processo di mutazione casuale e di selezione naturale che aveva plasmato il suo corpo. All’epoca si trattava di una posizione scandalosa. Lo stesso Alfred Russell Wallace, che aveva elaborato in quegli stessi anni una teoria simile a quella di Darwin, non l’accettò mai e, sopo per questo particolare, ritornò ad appellarsi al soprannaturale.
A 150 anni di distanza, ancora gli scienziati si confrontano su questi temi spinosi: cosa ci rende diversi dagli altri animali? Da dove è nato (e come) il pensiero cosciente e la sua prima manifestazione, il linguaggio? Con la differenza che oggi nessuno cade nella tentazione cartesiana di separare il corpo dalla mente e cerca le risposte studiando quello che abbiamo a disposizione: il nostro cervello da un lato e i reperti del passato dall’altro, come hanno spiegato sabato scorso gli invitati alla giornata conclusiva della conferenza «Il futuro della scienza», organizzata dalla Fondazione Veronesi assieme alla Fondazione Silvio Tronchetti Provera e alla Fondazione Cini.
Ian Tattersall, curatore della divisione di antropologia dell’American Museum of Natural History di New York, ha sfatato un mito: l’umanità non è il prodotto di un processo che continuerà a perfezionarci. Innanzitutto perché la storia umana non è la storia di un progressivo aumento della complessità in una singola specie, ma il risultato di una sperimentazione che ha coinvolto la comparsa e l’estinzione di specie diverse, come mostra l’albero evolutivo dell’uomo che pubblichiamo in questa pagina. È vero quindi che il cervello degli ominidi è aumentato nel corso dei millenni, ma è anche vero che questo non significa che nel futuro il nostro cervello sarà più grande. Ma c’è di più. Anche un cervello più grande non vuol dire automaticamente un pensiero più complesso. La storia ci dice infatti che i nostri antenati, che avevano già caratteristiche fisiche uguali a noi, per lungo tempo usarono gli stessi strumenti dei loro predecessori. Il pensiero simbolico nasce improvvisamente tra i 75mila e i 40mila anni fa. Perché?
Steven Pinker, docente di psicologia ad Harvard, propone la teoria della «nicchia cognitiva»: il linguaggio e il ragionamento sono forme di adattamento che si sono evolute in un ambiente caratterizzato dall’uso delle conoscenze e dalla socialità. Il ragionamento avrebbe permesso ai primi uomini di superare i meccanismi di difesa di animali e piante: le nuove tecnologie (dalle armi alle trappole) permettevano di avere la meglio su quegli esseri viventi prima che essi potessero sviluppare nuove difese con i tempi lunghi della selezione naturale. Queste conoscenze andavano condivise. La bellezza dell’informazione infatti è che può essere duplicata senza perdite. Un esempio: se io ti do il pesce che ho pescato rimango senza cena, ma se io ti insegno a pescare tutti e due avremo il nostro pesce e saremo contenti. Ma una specie che si evolve basandosi sull’informazione deve evolvere un modo per scambiarsi quell’informazione: il linguaggio.
Neuroscienziati e psicologi continuano ad analizzare l’organo che è alla base di queste capacità cognitive caratteristiche dell’essere umano e i risulatati sono entusiasmanti, come hanno spiegato Michael Gazzaniga, direttore del centro per lo studio della mente dell’univesrità di California, e Antonio Damasio, direttore del Brain and Creativity Institute dall’Università della California del sud. Quello che rimane impossibile dire è dove andremo nel futuro. Non sappiamo dove l’evoluzione ci porterà. «D’altra parte - ha ricordato Tattersal - se comparirà qualche novità non sarà prima di alcune migliaia di anni. È meglio che impariamo a convivere con noi stessi così come siamo».

Il Giornale 25.9.06
Bellocchio e il mal di pancia della sinistra


La premessa è sempre la stessa, del tipo: «Stimo Rutelli, è una persona intelligente, come vicepremier saprà farsi valere. Ma...». Sono passati solo cinque mesi dalla nascita del governo Prodi e la luna di miele tra cinema italiano e il ministro ai Beni culturali pare già finita. Forse non è mai cominciata. Di sicuro la cronaca registra in queste settimane, nonostante il gran sbattersi di Rutelli al Lido e dintorni, un deciso raffreddamento dei rapporti. Magari è stata la partita di Cinecittà Holding a riacutizzare l'atavica diffidenza, visto che su quel fronte il ministro ha fatto tutto da solo, offrendo qualche contentino a Ds e Rifondazione, ma riservando la polpa - il potere in materia di cinema pubblico - a due fidati uomini della Margherita.
Non sorprende quindi che il crescente malumore, prima sotterraneo o trattenuto, alla fine sia esploso. E stavolta non è il solito Citto Maselli, gran consigliere di Bertinotti, a innalzare alti lai, bensì uno fuori dai giochi come Marco Bellocchio. Ritirando un premio a Ischia, ha spiazzato l'uditorio così: «Questo governo di centrosinistra si sta comportando come quello precedente di centrodestra. Auguro scelte più coraggiose e innovative, ma per ora vedo immobilismo e prassi lottizzatorie». Accidenti. D'accordo, nel suo recente Il regista di matrimoni, Bellocchio teorizza che «in Italia comandano i morti»; stavolta non di metafora si tratta, però, visto che l'obiettivo dell'invettiva sembra proprio Rutelli: accusato di aver piazzato qualche «politico deluso dalle elezioni» (il riferimento è a Stefano Passigli, ora presidente del Luce, ndr) alla testa di importanti cine-istituzioni. Il regista di La Cina è vicina salva solo l'amministratore delegato del Luce, Luciano Sovena, nominato due volte in quota An, una con Urbani, una con Buttiglione, e brillantemente confermato due mesi fa da Rutelli (andrebbe pure bene, se l'uomo nel professarsi ora gran amico di Ds e Rifondazione, non definisse il Giornale un quotidiano «fascista»).
In ogni caso, Bellocchio interpreta un senso di delusione alquanto diffuso nel cinema di sinistra. La controprova? Rutelli non s'era ancora insediato a via del Collegio Romano che il regista Giuseppe Piccioni, solitamente appartato, dalla prima pagina dell'Unità spediva una fluviale lettera aperta ai leader dell'Unione per chiedere, evocando «tavoli di concertazione» e paventando «inciuci» sulle nomine, che «si manifesti davvero la volontà di mettere in discussione quei comportamenti che non sono patrimonio esclusivo della destra». L'intervento fu giudicato da alcuni colleghi «un bisturi affilato e preciso», utile a scardinare «le logiche delle conventicole»; in realtà tradiva un ingenuo stato d'animo che potremmo riassumere così: politici di sinistra, ridateci la voglia di sognare, siate all'altezza del nostro sentire, non deludeteci col piccolo cabotaggio, ma nel frattempo consultateci prima di prendere decisioni sulle cose che ci riguardano. Rutelli s'è molto consultato, poi ha deciso in solitudine, piazzando qualche regista nei cda per far contento Maselli (Maurizio Sciarra al Luce, Wilma Labate a Cinecittà Holding).
Troppo poco per abbindolare la corporazione. Infatti date uno sguardo all'Almanacco del cinema italiano appena pubblicato da MicroMega e capirete perché i tamburi di guerra sono pronti a rullare.

Il Mattino 24.9.06
«Le nomine nel cinema? Sono deluso»
di Ciro Cenatiempo

Ischia. «Questo governo? Si comporta come il precedente». Non smentisce la sua fama di polemista Marco Bellocchio, il regista che l’altra sera ha ricevuto alla Colombaia il Gattopardo d’oro (opera del maestro orafo Enrico Fiore) intitolato a Luchino Visconti. E attacca. «Speravo in scelte più coraggiose e innovative. Per il momento, però, vedo immobilismo e prassi lottizzatorie. Insomma, sono preoccupato». Bellocchio, a quali scelte del governo si riferisce? «Alle nomine al vertice dell’Istituto Luce e di Cinecittà Holding, dove hanno chiamato persone che non hanno una specifica competenza cinematografica: sono scelte di tipo politico. E, poi, al Centro sperimentale, che è stata la mia scuola, da cui sono usciti tanti registi, attori, direttori della fotografia, è stato confermato Alberoni, persona degnissima, che però credo non abbia una specificità. Per un’istituzione così importante mi sarei augurato la successione con un cineasta. Il ministro Rutelli è una persona intelligente, ma sono deluso. Nella divisione dei posti hanno pensato più ad accontentare magari i delusi dalle elezioni che a fare scelte giuste». Non vi sono eccezioni? «L’unica riguarda la conferma di Luciano Sovena, già designato dal governo di centro destra, ad amministratore delegato del luce. Gli è stata, infatti, riconosciuta competenza, passione ed entusiasmo per il cinema. Comunque, il panorama è complesso e le scelte politiche mi sembrano sbagliate. Eppure il centrodestra scelse Pupi Avati, un collega, per Cinecittà Holding!». La competenza è vitale anche per il lavoro di regista? «I continui cambiamenti tecnologici rimescolano il discorso. Un regista deve avere immaginazione, fantasia, qualità specifiche. Però è indubbio che da un punto di vista puramente tecnico, quasi tutti sarebbero in grado di fare un film. Quando cominciai a fare cinema, c’era una complessità tecnologica che imponeva un lungo tirocinio. Adesso ci sono tanti che si improvvisano registi, direttori della fotografia, montatori, scenografi, costumisti. Questo è anche un bene, in qualche modo. Ci sono cinque milioni di poeti, in Italia, e si potrebbe dire che ci sono altrettanti registi. La differenza, poi, la fa l’incasso». Ma come cambia il ruolo dell’autore? «Con il digitale la fantasia si adegua. Proprio alla Festa di Roma presenterò un piccolo film in digitale, “Sorelle”, che ho girato durante il corso di cinema che tengo a Bobbio. Resta il problema del sostanziale monopolio della produzione e della distribuzione, che incide sul pubblico... un pubblico sempre più ristretto, ma che esiste ancora». Si spieghi meglio. «Ci sono pochi soldi e tre o quattro compagnie americane, o la Zerouno, Medusa, De Laurentiis: se riesci a farti produrre da loro, allora il tuo lavoro circolerà nelle sale. Per il resto, ci sono tanti film che restano invisibili. Da autore, e faccio un cinema non facile, sarei però un masochista se fossi contrario ai finanziamenti pubblici». Quanto conta per lei la lezione di Visconti? «Molto, moltissimo, soprattutto il primo Visconti, quello della “Terra Trema”, di “Bellissima”, “Ossessione”, “Senso”. Ho ammirato moltissimo il suo rigore realistico, che non era neorealismo, nel suo cinema non c’era nulla di gratuito, di approssimativo. Noi cineasti dobbiamo difendere questo spirito di ribellione, questo non essere riconciliati con la realtà, perché il cinema è un’arte oggettivamente contraria al conformismo, e guai a dimenticarlo».

cinecittà.it
POLEMICHE
Bellocchio: "Rutelli mi ha deluso"

"Questo governo di centro sinistra si sta comportando come quello precedente di destra". Il regista Marco Bellocchio critica le scelte dell'attuale maggioranza in materia di cinema e lo ha fatto, secondo quanto scrive l'Ansa, ritirando il Gattopardo d'oro 2006 al premio Luchino Visconti, svoltosi a Ischia alla fondazione La Colombaia. "Auguro scelte più coraggiose e innovative, per ora vedo immobilismo e prassi lottizzatorie. Insomma sono preoccupato - continua Bellocchio - Hanno fatto bene a confermare all'Istituto Luce Luciano Sovena, una persona di destra messa dall'altro governo ma che è stato molto capace. Approvo questo comportamento. Invece che senso ha mettere a capo di istituzioni cinematografiche importanti gente che niente o poco sa di cinema? Magari per accontentarli dopo una mancata elezione? Ne ho parlato anche con Citto Maselli e condivideva il mio malumore. Eppure il ministro Francesco Rutelli è una persona intelligente, ma sono deluso ".
Dopo Il regista di matrimoni il regista ha cominciato a scrivere un nuovo film ancora top secret. Intanto però alla prossima Festa di Roma porterà Sorelle, un film realizzato in digitale durante il corso di cinema che tiene a Bobbio: "Sarà - conclude Bellocchio - un evento cui parteciperà anche Bernardo Bertolucci nel cartellone del nuovo festival di Roma".

il manifesto 24.9.06
Questo governo di centro sinistra si sta comportando come quello precedente di destra: auguro scelte più coraggiose Marco Bellocchio

il messaggero 24.9.06
(...) Infine c’è da registrare a caldo, l’intervento di ieri di un altro regista, Marco Bellocchio, stavolta diretto a chi gestisce attualmente il cinema: «Questo governo di centro sinistra si sta comportando come quello precedente di centro destra - ha detto -. Vedo immobilismo e prassi lottizzatorie». E ha concluso: «Nella divisione dei posti hanno dato più importanza ad accontentare magari i delusi dalle elezioni che a fare scelte giuste».

l’Unità 25.9.06
Russo: che filosofo quel Freud!
di Bruno Gravagnuolo


Che cosa significa pensare? Domanda radicale in filosofia e associata nel 900 al celebre Was heisst Denken di Martin Heidegger. Eppure quella domanda antichissima - risolta da Platone nei termini di un “vedere con gli occhi della mente”- era stato qualcun altro a rilanciarla in maniera spiazzante. E in modi per certi aspetti simili ad Heidegger ma opposti a tutta la tradizione filosofica. Da uno scienziato in origine positivista e profondamente imbevuto di cultura classica: Sigmund Freud.
Novità e paradosso del suo gesto teorico stavano in questo: spostare il Pensiero dal suo trono pensante, cartesiano e «Logocentrico». Metterlo a contatto col suo contrario: non-pensiero e follia. E interpretarlo come macchina simbolica, generatrice di illusioni necessarie, ma il cui senso è sempre altrove: l’altrove inconscio, come crocevia tra istinti naturali e forme simboliche. La premessa era d’obbligo per introdurre un libro denso e affascinante, che fin dal titolo punta al cuore della questione: Le illusioni del pensiero. Lo ha scritto uno psicoanalista di vaglia, didatta della Spi e studioso di Nietzsche, che a un grande acume clinico unisce un appassionato demone filosofico. E che, contro tanta psicoanalisi di maniera, non teme di misurarsi con i quesiti di fondo del pensiero filosofico. Libro a più strati, che reintroduce di forza la filosofia nel setting analitico e al contempo innerva la filosofia di perturbante ascolto freudiano. Attivando un duplice scambio di «perturbanti» tra i due saperi destinato a intaccarli entrambi, almeno nelle intenzioni.
Il volume è articolato in quattro «stanze». E cioè: genealogia e struttura dinamica del pensiero come «artefatto». Rapporto tra pensiero e follia. Natura «rivalitaria» e conflittuale della soggettività: dialettica e avventure del «doppio». Infine Nietzsche, tentatore di Freud e suo suggeritore nascosto, benché «addomesticato». Conclude la «tetralogia» un capitolo sulla «negazione», cellula chiave del «giudizio logico» - da Parmenide in poi - e riattraversata col bisturi di Freud, Lacan e Jean Hyppolite, il grande hegelista francese maestro di Foucault e traduttore della Fenomenologia dello Spirito. Partiamo di qui. Che c’entra la «negazione logica» con l’inconscio freudiano? Nessun rapporto, parrebbe. Anzi proprio l’inconscio, infinitamente fusionale e ambivalente come insegnava Matte Blanco, esclude il principio di identità e (non) contraddizione aristotelico. Senonché l’inconscio è costituito proprio da un atto di negazione psichica, che fa tutt’uno con il momento della costituzione dell’Io. Tramite cui il soggetto si dà forma, negando l’indistinzione dell’identificazione primaria e narcisistica con lo specchio materno. Non solo. È il soggetto stesso che vive, fin dall’inizio, in bilico tra sé e l’Altro, tramite negazioni e assimilazioni che lo strutturano e identificano di continuo. Un meccanismo primitivo e insieme «sublimato», teso a riprodursi e a riempirsi senza fine di contenuti immaginativi e simbolici. E che governa anche le più alte astrazioni di pensiero, siano esse logiche e univoche come nella scienza, o polisemiche come nell’arte. In pratica il pensiero come illusione - dice Russo - è freudianamente e nietzscheanamente una funzione della vita. Nonché il suo ritmo elementare, come perenne generazione di immagini includenti ed escludenti. Pensiero quindi come fatto bio-logico, autoriproduzione astratta e incosciente della vita, nelle cui pieghe la psicoanalisi indaga (lapsus, sogni, atti mancati, sintomi). Non basta. Perché pensare è anche riempire un vuoto: quello generato dall’angoscia del distacco dall’oggetto primario. Surrogare nel linguaggio un’assenza che genera malinconia e lutto. Cimento fantasmatico infinito che non raggiunge mai l’unità perduta originaria. Se non nel fanatismo totalitario (anche politico) di un impossibile godimento assoluto. Esposto al crollo, come con l’orda primitiva di Totem e tabù, che uccide il Padre despota per poi restaurarlo nel patto civile ed etico. Pensare allora è anche curarsi dalle illusioni (necessarie). Fin qui Russo con Freud. E però una domanda: pensare è solo interpretare (e relativizzare) simboli e sintomi? E «chi» è che pensa il pensiero e il suo altro da sé? Non si scappa: sempre il pensiero dirimente. Bio, o logico che sia. Insomma l’alienista dietro il lettino resta Lui. Il dr. Logos.

Lucio Russo, Le illusioni del pensiero, pp. 265, euro 22,50 Borla


Liberation Culture 25 septembre 2006
Arts. Trente-trois centres et instituts culturels organisent des spectacles, des concerts et des expositions dans le cadre de la Semaine des cultures étrangères.
Sept jours où Paris est ailleurs
Par Edouard LAUNET


Ils vont mal, mais ils font la fête : les centres et instituts culturels étrangers de Paris, dont les budgets sont de plus en plus maigrichons, organisent cette semaine leur cinquième raout annuel. Principe : ces vitrines des arts de toute la planète joignent leurs forces pendant une semaine pour proposer un cocktail de spectacles, de concerts et d'expositions. Il y en a pour tous les goûts, et ces manifestations sont généralement gratuites. Cette année, le thème fédérateur est «Créateurs d'ailleurs». Chaque centre ou institut célébrera une grande figure : Beckett pour l'Irlande, Lars Von Trier pour le Danemark, Marco Bellochio pour l'Italie, mais aussi des personnalités moins connues, comme la mécène finlandaise Maire Gullichsen ou la surréaliste suisse Meret Oppenheim.
Lieu idoine. L'affaire est née en 2002 d'une utopie, celle de feu Robert Desbiens : l'ancien directeur du Centre canadien était convaincu que les instituts étrangers, s'ils se rassemblaient, pouvaient tenir un rôle singulier dans la vie culturelle parisienne. Ces organismes ne sont pas assujettis aux contraintes du marché, et pas trop à la pesanteur d'une tutelle nationale, puisque les directeurs de centre ­ souvent des artistes ­ ont pour la plupart une large autonomie dans leur programmation. Alors pourquoi ne pas creuser ensemble une troisième voie, que Desbiens qualifiait de «multilatérale», qui se situerait quelque part «entre une culture profane du divertissement et une conception élitaire de la culture» ? Paris, qui rassemble plus de centres (une quarantaine) qu'aucune autre capitale, était le lieu idoine pour une telle expérience.
Quatre ans plus tard, l'utopie a un peu pâli. Le metteur en scène Giorgio Ferrara, directeur de l'Institut culturel italien et nouveau président du Ficep (Forum des instituts culturels étrangers à Paris), est assez réservé sur cette idée de «multilatérale de la culture» initiale ; mais il tente de maintenir la flamme allumée malgré les coupes budgétaires. Nommé à Paris par le gouvernement Berlusconi, Ferrara se défend de toute obédience politique. «Je suis un artiste et, en trois ans, je n'ai jamais reçu le moindre coup de téléphone me suggérant tel ou tel sujet.»
Cependant, comme les autres, le Centre italien voit ses crédits fondre (de 4 ou 5 % chaque année, en l'occurrence). Il dispose encore d'une enveloppe d'environ 600 000 euros pour organiser ses manifestations, hors frais de fonctionnement.
L'ambition de Ferrara, c'est de créer une sorte de Ficep européen, qui rassemblerait les centres étrangers à l'échelle du continent. «Cela permettrait en particulier de produire et faire circuler des manifestations dans différents pays.» Cela en marge des politiques culturelles des Etats. Des contacts ont été pris à Berlin, à Bruxelles, on espère une aide de l'Union européenne.
La semaine parisienne, elle, est soutenue par le ministère de la Culture et la ville de Paris. Fréquentée par 100 000 à 150 000 personnes selon les années, elle unit 33 centres, contre 28 à l'origine. Elle s'achèvera comme d'habitude par un brunch au cinéma le Balzac, avec courts métrages et spécialité culinaires de tous les pays.
Peu avant sa mort en 2004 (à 58 ans, d'une crise cardiaque), Robert Desbiens avait fait parvenir à Libération un long texte (non publié) où il poussait son utopie un cran plus loin. Rebondissant sur la phrase de Claude Lévi-Strauss : «La civilisation mondiale ne saurait être autre chose que la coalition, à l'échelle mondiale, de cultures préservant chacune son originalité» (cf. Race et histoire, race et culture), il soulignait l'émergence, dans les banlieues comme chez les bourgeois, d'une «nouvelle classe moyenne métissée» qui était en train de jouer un rôle déterminant dans le développement de «l'espace public mondialisé» .
«Laboratoire du futur». Pour le directeur du Centre canadien, cette génération issue de l'immigration et de la décolonisation avait vocation à être «une sorte de laboratoire du futur», redynamisant les cultures nationales et développant des ponts entre elles. Robert Desbiens rêvait d'une semaine des cultures étrangères qui ne se terminerait jamais et qui gagnerait peu à peu toutes les capitales. On en est encore assez loin.

Semaine des cultures étrangères à Paris. Jusqu'au 1er octobre. Programme sur www.ficep.info

domenica 24 settembre 2006

l'Unità 24.9.06
«Nel cinema nulla è mutato»
Bellocchio: deluso da Rutelli
di ga.g.


Per quello che ho visto fin qui, almeno in ambito cinematografico, non mi sembra che questo governo si stia comportando diversamente dal precedente».
Marco Bellocchio parla da «cittadino e da autore» e come tale si dice allarmato, in particolare, davanti alle nuove nomine del cinema pubblico. «Le due presidenze, quella di Cinecittà Holding - ad Alessandro Battisti - e dell’Istituto Luce - a Stefano Passigli - spiega Bellocchio - sono emblematiche di una indifferenza verso il cinema italiano. Sono politici che poco sanno di cinema. Magari sono stati messi lì per accontentarli dopo una mancata elezione? Mi sarei aspettato di vederci gente di cinema, magari produttori bravi ed onesti».
E prosegue: «Hanno fatto bene a confermare Luciano Sovena - amministratore delegato del Luce -, una persona di destra messa dall'altro governo ma che è stato molto capace. Ma Alberoni al Centro sperimentale, cosa ci fa? Eppure il ministro per i beni culturali Francesco Rutelli è una persona intelligente, ma sono deluso». In procinto di portare alla Festa di Roma la sua ultima fatica, Sorelle, Marco Bellocchio dice di «comprendere le circostanze»: «un governo debole come questo si regge su piccoli ricatti e compromessi. Ma noi dobbiamo essere meglio degli altri».
E per «noi» Bellocchio specifica: «noi di sinistra. Le mie simpatie vanno alla Rosa nel pugno per la sua difesa del laicismo e a Rifondazione. Certo, se i Ds confluiranno davvero nel Partito democratico, davvero non potrò più condividere nulla con loro. Come si può pensare di suicidarsi per diventare la Dc?».

Libertà 24.9.06
Il regista, premiato a Ischia, "spara" anche su Rutelli
Bellocchio: sulle nomine la sinistra è come la destra
Con "Sorelle" (girato a Bobbio) alla Festa di Roma
di Alessandra Magliaro


Ischia (NA) - «Questo governo di centrosinistra si sta comportando come quello precedente di destra»: ribelle nel dna, Marco Bellocchio ha sempre parlato scomodo e non manca di farlo ancora criticando le scelte della sinistra nel cinema.
«Auguro scelte più coraggiose e innovative, per ora vedo immobilismo e prassi lottizzatorie. Insomma sono preoccupato», aggiunge il regista premiato con il Gattopardo d'oro 2006 al Premio Luchino Visconti in corso a Ischia alla fondazione La Colombaia.
Il riferimento è ad alcune nomine, i cambi al vertice dell'istituto Luce e di Cinecittà Holding e i possibili cambi al Centro sperimentale di cinematografia. «Hanno fatto bene a confermare Luciano Sovena, una persona di destra messa dall'altro governo ma che è stato molto capace. Approvo questo comportamento. Invece - sottolinea - che senso ha mettere a capo di istituzioni cinematografiche importanti gente che niente o poco sa di cinema? Magari per accontentarli dopo una mancata elezione? Ne ho parlato anche con Citto Maselli e condivideva il mio malumore. Eppure il ministro per i beni culturali Francesco Rutelli è una persona intelligente, ma sono deluso. Nella divisione dei posti hanno dato più importanza ad accontentare magari i delusi dalle elezioni che a fare scelte giuste».
E citando Visconti, che da giovane fece un'invettiva contro "i cadaveri" che a suo dire governavano il cinema in Italia (idealmente ripreso nella frase tormentone del suo ultimo film, Il regista di matrimoni), Bellocchio aggiunge: «Non credo che in Italia per il cinema comandino i morti ma attenzione che in questo governo di centrosinistra non prevalgano i morti o vecchie logiche».
Il regista piacentino, notoriamente critico fino all'irriverenza verso il cattolicesimo (lui che ha studiato dai salesiani) ma anche verso il comunismo, in età matura è coerente con ciò che è stato da giovane, all'epoca dei Pugni in tasca, il suo primo film datato 1965, e del Nome del padre del 1971, e aggiunge: «Noi cineasti dobbiamo difendere questo spirito di ribellione, questo non essere riconciliati con la realtà, perché il cinema è un'arte oggettivamente contraria al conformismo e guai se lo dimentica».
Cosa che invece rischia di fare, prosegue Bellocchio, «in un mercato dominato dalla tv e che obbliga a sempre più autocensure». In questo senso, nell'anno del centenario dalla nascita, può essere importante la lezione di Luchino Visconti, «del primo Visconti, quello della Terra trema, di Bellissima, di Ossessione, fino a Senso. Un regista il cui rigore stilistico resta memorabile, una lezione di cinema. Nel cinema di oggi, così mediocre, così povero nella ricerca delle immagini che quasi potresti ascoltarlo come alla radio, i lavori di Visconti restano di un prezioso assoluto».
Dopo Il regista di matrimoni, interpretato da Sergio Castellitto e Donatella Finocchiaro, il regista ha cominciato a scrivere un nuovo film ancora top secret. Intanto però alla prossima Festa di Roma porterà Sorelle, un film ad episodi nato da diversi cortometraggi girati durante il corso di cinema che tiene a Bobbio, Farecinema. «Sarà - conclude Bellocchio - un evento cui parteciperà anche Bernardo Bertolucci nel cartellone del nuovo festival di Roma».

Repubblica 24.9.06
I nuovi schiavi del mercato globale
di Eugenio Scalfari


Ho seguito con molto interesse il dibattito sul socialismo in corso su «Repubblica» da parecchie settimane; in particolare gli articoli di Giorgio Ruffolo e di Alfredo Reichlin che partendo da quel tema pongono sotto esame il concetto stesso di democrazia e di capitalismo alle prese con i processi di produzione, di modernizzazione e di globalizzazione.
Fa spicco in questo dibattito l'intervento di Fausto Bertinotti pubblicato il 13 settembre con il titolo: «Il ruolo del socialismo nella società ingiusta» ed è delle sue tesi che voglio oggi occuparmi perché pongono con chiarezza alcuni temi di fondo.
Sono: le disuguaglianze indotte dalla modernizzazione della società, la precarietà del lavoro come connotato non episodico ma permanente del nuovo capitalismo, il monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica, l'impresa come mito totalizzante della cultura economica. Infine le forme attuali di una vera e propria schiavitù che si stanno manifestando in molte parti del pianeta, sia in paesi emergenti sia in paesi declinanti sia perfino in paesi opulenti che appartengono al «primo mondo», l'Occidente europeo e nord americano.
Bertinotti si trova molto a suo agio nell'analisi dei nessi tra le varie forze operanti nella società.
Naturalmente la sua non è mai un'analisi neutrale; parte da una tesi: quella dei danni che il capitalismo arreca alla società e agli individui che la compongono, e quindi dalla necessità di «uscire dal capitalismo». La tesi dell'«uscita» è ormai da anni (da più di un secolo) un'espressione ricorrente del pensiero socialista nelle sue varie declinazioni; talmente ricorrente da esser diventata una frase fatta, un luogo comune. Peraltro regolarmente frustrato dalla realtà storica. Probabilmente all'origine di quel luogo comune c'è una definizione inesatta di ciò che la parola capitalismo esprime.
Il capitale è uno dei fattori della produzione, come il lavoro. Fin tanto che ci sarà bisogno di produrre beni e servizi, cioè fin tanto che le risorse saranno scarse e non saremo rientrati nei giardini dell'Eden, non potremo fare a meno né del capitale né del lavoro. Perciò la parola «uscita dal» è fuorviante sia per l'uno sia per l'altro di quei fattori. Si usa per indicare una scelta politica e così fa anche Bertinotti che si colloca, tra le varie versioni socialistiche, nella più radicale e antagonista.
Ma tutto ciò è legittimo politicamente e intellettualmente, anche se non necessariamente condivisibile.
Personalmente condivido alcune delle riflessioni di Bertinotti. Altre mi sembrano sbagliate. Dirò quali.
* * *
Non c'è dubbio che siamo in presenza di forme intollerabili di schiavitù.
In realtà la schiavitù è sempre stata un fenomeno diffuso in tutte le aree del pianeta a dispetto delle grandi conquiste di diritti civili che da duecento anni in qua in vaste aree del mondo hanno reso tutti gli individui uguali di fronte alla legge.
Se oggi si acutizza – o sembra acutizzarsi – la fenomenologia della schiavitù, ciò dipende da due cause: una più intensa sensibilità rispetto a quel fenomeno e una più immediata percezione e informazione delle soperchierie che vengono perpetrate sui bambini, sulle donne, sugli affamati, in tutti i settori deboli della società.
Non c'è dubbio che la precarietà del lavoro stia diventando una modalità permanente del processo produttivo, come la parcellizzazione lo fu nella fase «fordista» di un secolo fa. Non c'è dubbio che le disuguaglianze sono il motore di questa fase di transizione della società globale.
Infine non c'è dubbio che i cultori dell'impresa considerino il lavoro come una variabile dipendente.
L'analisi bertinottiana coglie dunque esattamente, secondo il mio modo di vedere, alcune patologie della società. Nella sua rassegna manca semmai un altro aspetto non secondario che Reichlin ha indicato lucidamente: l'inadeguatezza degli Stati nazionali a dominare o almeno contenere i processi che sono invece sempre più nelle mani di oligarchie trasnazionali democraticamente irresponsabili.
* * *
Tuttavia l'analisi di Bertinotti dimentica (volutamente?) alcuni presupposti che ne modificano radicalmente le conclusioni.
Le disuguaglianze e il principio stesso di disuguaglianza fanno parte della natura della nostra specie. Vorrei dire di tutte le specie viventi e all´interno di ciascuna di esse. In sé non è un principio negativo, al contrario, è inerente alla vita stessa poiché non c'è albero del bosco che sia uguale all'altro né foglia dello stesso albero che sia esatta copia di un'altra.
Le società socialistiche o presunte tali hanno pagato duramente il tentativo di realizzare l'uguaglianza economica con la perdita della libertà.
Da allora anche i comunisti nostalgici di un paradiso che ben presto si era trasformato in una sorta d'inferno hanno scoperto che non ci può essere giustizia senza libertà né libertà che prescinda dalla giustizia. Il frutto della scoperta ha reso inevitabile la convivenza tra la giustizia e la libertà e quindi l'uguaglianza con la disuguaglianza. La prima come permanente tensione, la seconda come necessità.
Al concreto: la globalizzazione ha messo a contatto ravvicinato le disuguaglianze rendendole comunicanti tra loro. è accaduto così che diversi livelli di salario e diverso godimento dei diritti provocassero trasferimenti imponenti di persone da un luogo all´altro del pianeta e altrettanto imponenti de-localizzazioni di imprese in cerca di situazioni meno protette e più competitive.
Si tratta per l'appunto dell'azione livellatrice del principio dei vasi comunicanti e non c'è forza al mondo che possa impedirlo, né economica né politica né militare.
Bertinotti constata che la disuguaglianza è diventata inerente ai processi produttivi, ma essa lo è stata sempre.
La globalizzazione ha messo in moto la tendenza verso il livellamento con le conseguenze che ne derivano: di abbassamento del tenore di vita per chi si trova ai livelli più elevati e di innalzamento per chi soffre la penuria dei livelli più bassi. Movimento incomprimibile che può tutt'al più essere rallentato e gradualizzato ma non certo impedito.
* * *
È vero che la cultura d'impresa è diventata dominante riducendo il lavoro a variabile dipendente. Rendendo la precarietà un elemento del sistema e la conoscenza appannaggio di pochi e quindi puntello del potere.
Anche questi, come la disuguaglianza, sono fenomeni esistenti da sempre ma resi intollerabili dalla globalizzazione. La loro causa sta nella necessità di accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del capitalismo ma della scarsità di risorse. Essa impone che vi sia una differenza tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata. Impone che una parte sia risparmiata, accumulata e investita per accrescere la base produttiva. Lo schiavismo è servito a questo così come il risparmio forzato e il risparmio spontaneo incoraggiato da appropriati livelli del tasso di interesse.
Certo in teoria è possibile scegliere una variabile dipendente diversa dal lavoro. Per esempio modificando la struttura del potere d'acquisto. Se anziché disuguale il potere d'acquisto fosse il medesimo per ogni soggetto, la struttura dei prezzi e della domanda di beni e servizi registrerebbe mutamenti radicali; di conseguenza anche l'offerta dovrebbe modificarsi e avremmo una società profondamente diversa in termini economici.
Questo tentativo è stato fatto nei paesi del socialismo cosiddetto reale. In parte è stato fatto anche in paesi opulenti in tempo di guerra, con la limitazione forzosa del consumo di beni scarsi, razionati in modo equanime ed uguale per tutti. Meccanismi siffatti comportano la limitazione della libertà, accettabile in periodi di transitoria emergenza ma non accettabili come situazioni permanenti e definitive.
* * *
Dove portano queste constatazioni? Esattamente all'accettazione del riformismo, cioè alla gradualità da usare per temperare l'avverarsi di processi comunque inevitabili. L'uscita dal capitalismo è una bubbola – mi spiace dirlo a Bertinotti – come sarebbe una bubbola predicare l'uscita dal lavoro, la promessa del paradiso in terra che la chiesa comunista ha prospettato e mai mantenuto. Non già e non soltanto per la cattiveria o l'insipienza di Stalin e di Lenin, ma perché il paradiso in terra è un sogno di salvezza terrena e di quiete che non si accorda con il flusso della vita, così come il paradiso nei cieli si può vagheggiare solo come quiete e beatitudine riservata alle anime una volta che siano uscite dai corpi trasmigrando in luoghi che non sono luoghi e in tempi che non hanno più la funzione del tempo.
Se le domande di Bertinotti e i problemi da lui posti hanno l'intento di mantenere e anche di accrescere la tensione verso l'uguaglianza, la cittadinanza, la diffusione della conoscenza, essi sono stimoli utili. Con l'avvertenza che il pulpito dal quale provengono si trova, oggettivamente, in uno dei paesi opulenti che maggiormente ha da perdere nel moto egualitario in atto nel pianeta.
Bertinotti queste cose le sa tant'è che ha di fatto annacquato il suo vino di antagonista. Capisco che debba di tanto in tanto riproporlo con la sua gradazione alcolica originaria, che risulta tuttavia non compatibile con la scelta fatta dal suo partito di partecipare ad un governo che deve governare l'immediato nelle condizioni e nel contesto che l'immediato comporta. E con la scelta fatta e perseguita con imprevista tenacia da lui personalmente di ascendere ad un'alta carica istituzionale.
Se posso esprimere il mio avviso su quest'ultimo punto, debbo dire che spesso – e sempre di più negli ultimi tempi – il presidente della Camera prende pubblica posizione su temi che sono o saranno sottoposti alla sua personale gestione arbitrale. Questa prassi non è appropriata. Così come i magistrati non possono parlare dei processi affidati alle loro cure, così chi riveste ruoli di garanzia istituzionale non dovrebbe – non deve – dichiararsi a favore o contro specifiche misure che spetta alle forze politiche e al governo di decidere e di sottoporre al Parlamento.
Il presidente della Camera può ovviamente trattare temi di grande rilievo intellettuale, come quelli esaminati nell'articolo oggetto di queste mie note. Può aggirarsi ancor più liberamente nella prospettazione del futuro e nel paese dell'Utopia. Ma deve astenersi dal prender posizione sui temi del giorno, così come si astiene dal voto nell'assemblea da lui presieduta.
Abbiamo protestato con la debita asprezza con i suoi predecessori tutte le volte che dimenticarono di rispettare il ruolo che rivestivano. Così ci sentiamo tenuti a protestare oggi tutte le volte che i presidenti del Parlamento venissero meno al loro ruolo di garanti. In questo senso hanno voto di castità. Nessuno gliel'ha chiesto e tanto meno imposto. L'hanno desiderato e ottenuto. Perciò sono tenuti ad osservarlo e noi, nell'esercizio dei nostri diritti attivi di cittadinanza, a ricordarglielo costantemente.

il manifesto 24.9.06
Costituente Stamattina a Roma l'assemblea che prepara l'assise
Giordano raccoglie il testimone di Bertinotti alla festa di Liberazione
Sinistra in movimento
Il Prc diventa europeo
(...) Partito di governo, che non rinuncia alla radicalità
di Ernesto Milanesi


Roma. Da Genova a... piazza Vittorio. E' il percorso che segna la «trasformazione molecolare» di Rifondazione comunista. In un lustro. Un luogo-simbolo e un suono di speranza. Dalle giornate culminate nel sangue di Carlo Giuliani (su cui, con forza, si invoca verità dentro il parlamento) fino all'orchestra multietnica che ora rimbalza sul grande schermo (spartito perfetto di diversità armoniche). E' la «lunga marcia» cominciata con il movimento di resistenza a Berlusconi, ma che non fa tappa a palazzo Chigi, perché rilancia la sinistra radicale con il progetto di Sinistra Europea.
Franco Giordano debutta, da segretario, sul palco della festa nazionale di Rifondazione. Un vero comizio con bagno di gente seduta. E colonna sonora di Bandiera Rossa, Internazionale, Bella Ciao. Più mazzo di fiori rossi da agitare a pugno chiuso. E il compagno presidente Fausto Bertinotti in prima fila, al fianco di Lidia Menapace. La novità è scenograficamente il palco. Tutto lo stato maggiore del partito (Gennaro Migliore e Giovanni Russo Spena, il ministro Paolo Ferrero e la vice ministra Patrizia Sentinelli) si confonde con gli «innesti»: Pietro Folena, Vittorio Agnoletto, Lisa Clark e la sottosegretaria alla Cultura, Danielle Mazzonis.
Stamattina al centro Angelicum si materializza l'assemblea costituente del nuovo soggetto destinato a salvaguardare l'onda movimentista dentro e oltre la spiaggia della «stanza dei bottoni». Sinistra Europea è la vera eredità di Bertinotti: «Grazie per averci portato fin qui, per aver aperto una nuova stagione politica e culturale. Ora tocca a noi» scandisce Giordano dal palco in un passaggio di testimone dentro l'ovazione militante.
L'orizzonte è definito dalla scelta di campo nonviolenta, dalla contaminazione con i movimenti, dall'alternativa alla deriva del Partito democratico, dalla diversità perfino rispetto al potere. Da oggi si fa sul serio: «Lanciamo un appello nell'assemblea aperta, in cui i dirigenti vengono ad ascoltare. Il 5 novembre ne faremo un'altra per valutare le adesioni e soprattutto per accogliere la partecipazione delle reti territoriali. A primavera, ci sarà il congresso zero proprio perché la fase costituente della Sinistra Europea non si esaurisce con un'assise» spiega Walter De Cesaris, coordinatore della segreteria di Rifondazione.
Insomma, un ambizioso salto di qualità. «Non vogliamo un'assemblaggio di ceto politico - insiste Pietro Folena, leader di Uniti a sinistra e deputato indipendente Prc - vigileremo insieme per evitare questo e per aprire al massimo la partecipazione al nuovo soggetto politico». Ieri in platea spiccava Cesare Salvi, ancora nella Quercia, decisamente contrario alle idee di Fassino e più che attento all'evoluzione di Rifondazione.
Scetticismo, invece, manifestano le minoranze interne al Prc. Claudio Grassi, leader dell'area dell'Ernesto, scandisce: «Non vorrei che si creasse la stessa situazione che abbiamo a livello europeo e cioé incapacità di aggregazione e di iniziativa politica». E Salvatore Cannavò di Sinistra critica appare caustico: «Se Sinistra europea diventerà il partito della sinistra di governo, allora é meglio tenerci Rifondazione».
Dal palco della festa di Liberazione spetta a Giordano scandire l'orgoglio di partito e misurarsi con il pregiudizio politico: «Il nuovo soggetto politico non é un modello sceso dall'alto, ma il frutto dell'incontro di diverse anime, movimenti e associazioni. Non chiediamo agli altri di cooptarsi dentro Rifondazione, ma non vogliamo nemmeno che il Prc si sciolga».
Bertinotti, invece, si gode una serata speciale. Tutti lo acclamano, lo toccano, lo vogliono con affetto. Lui non si risparmia, come sempre. E sorride più che soddisfatto. «Sono molto, molto contento» è la sola dichiarazione che il presidente Bertinotti rilascia nel cuore della festa del suo partito che vuol ancora cambiare.
Tocca, davvero, a Giordano: «Apriamo la fase costituente, ma il nostro desiderio é la nuova grande sinistra di alternativa. Quello che per noi é chiaro é che fuori da una cultura critica e da una politica basata sulle relazioni con i movimenti, il nostro progetto non esisterebbe».
Da oggi, dunque, la partita é aperta. Dopo la sfida del congresso di Venezia, Rifondazione vuol vincere anche quella della Sinistra Europea. Intanto continua a governare con Prodi senza snaturarsi. «L'Unione deve aver presente che, per tutta la legislatura, il rapporto tra Rifondazione ed il mondo dei movimenti è imprescindibile» ribadisce Giordano, che non risparmia attacchi a Montezemolo e al capitalismo alla Totò (Tronchetti o i Benetton che si vendono la fontana di Trevi...).

l’Unità 24.9.06
L’indulto in cifre... poi giudicate
di Luigi Manconi Andrea Boraschi


Cominciamo a trarre i primi, provvisori bilanci. E parliamo d'indulto, il tanto vituperato provvedimento di clemenza, che ha sollevato l'indignazione di molti, ha dato corso a polemiche aspre, ha messo in luce interpretazioni opposte, eppur coesistenti nella medesima area politica, di cosa debba essere uno stato di diritto e la stessa concezione della pena. Fatte salve le questioni di principio, tenuti a mente i riflessi che quello psicodramma legislativo ha avuto sull'opinione pubblica, bisognerà cominciare, con buona volontà e senza pregiudizi, ad analizzarne gli effetti concreti. Le carceri sono infine agibili (seppure non ancora vivibili) come mai lo sono state dal lontano 1991 (all'indomani dell'indulto del '90): al 31 agosto 2006, sono 21.411 (di cui 1.044 donne) le persone che hanno riacquistato la libertà grazie all'indulto. Al 30 giugno scorso i detenuti presenti erano 61.246; oggi sono 38.847. Per alcuni questi dati suoneranno confortanti; per altri costituiscono fonte di allarme. Ma questo è il primo effetto che si intendeva produrre, dichiarato e apertamente perseguito: ovvero ripristinare condizioni strutturali di detenzione, compatibili con le nostre leggi e i nostri regolamenti penitenziari; e riaffermare la legalità negli istituti di pena. Lo stato non può recludere 62.000 suoi cittadini (tra cui molti in attesa di giudizio, dunque presunti innocenti) in spazi nominalmente destinati a 40.000. Ci sono altri effetti determinatisi all'indomani di quel provvedimento e per sua conseguenza? Verrebbe da rispondere di no, ché l'indulto è stato approvato solo e solamente per le finalità appena ricordate. È così: e, tuttavia, non ci si vuole sottrarre a ulteriori considerazioni. La prima. Si è scritto con preoccupazione che, di quei 21milla restituiti alla libertà, alla fine di agosto erano tornati in cella «già» 340. Come «già»? Le persone nuovamente arrestate perché accusate di aver commesso un reato dopo la scarcerazione, costituiscono circa l'1,6% di coloro che hanno beneficiato del provvedimento di clemenza. Sono molti? Sono comunque troppi: ma tutti gli studi sulla recidiva ci dicono che negli anni successivi alla liberazione commette nuovi reati il 75% degli scarcerati (e, sia detto per inciso, appena il 15% di coloro che hanno goduto di misure alternative alla detenzione). Dunque, fatta salva la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva, siamo ancora incomparabilmente lontani dai livelli fisiologici di recidiva.
Ma andiamo avanti e arriviamo al 18 settembre. A quella data, i reingressi in carcere di chi ha beneficiato dell'indulto hanno raggiunto quota 609. Di questi, 271 sono stranieri; a 118 tra loro è stato contestato esclusivamente il reato di inottemperanza all'obbligo di allontanamento dal territorio dello Stato. Un mero illecito amministrativo: quei «recidivi» non hanno rubato, aggredito alcuno, commesso delitti che possano suscitare allarme sociale. Se sottraiamo a quel totale di 609 i 118 stranieri sprovvisti di permesso (giacché la legge sull'immigrazione andrà riscritta quanto prima), avremmo, tra i beneficiari dell'atto di clemenza, un tasso di recidiva dell'1,8%.
Ed ecco il dato più significativo. Dal 1 agosto al 1 settembre 2006 sono entrate in carcere 6.337 persone, fra le quali quelle beneficiarie dell'indulto, mentre nello stesso periodo del 2005 erano state 6.923. Si tratta, in tutta evidenza, di dati provvisori, riferiti al primo periodo di applicazione della legge, destinati prevedibilmente a modificarsi in senso negativo. Tuttavia, le proiezioni che è possibile fare consentono di prevedere che, molto probabilmente, si resterà al di sotto degli ordinari livelli di recidiva, tradizionalmente registrati in assenza di provvedimenti di clemenza. E ciò grazie anche (o soprattutto) a quella norma del provvedimento, che prevede la revoca dell'indulto per chi commetta nuovi reati nei successivi cinque anni.
Ci sono poi altri dati, ancora parziali, sull'andamento della criminalità nelle grandi città italiane, dei quali anticipiamo brevemente il senso. Confrontando l'andamento della criminalità nella aree metropolitane, nei mesi di luglio e agosto del 2006, con i dati relativi allo stesso periodo del 2005, si registra un trend sostanzialmente stabile. E una certa tendenza alla riduzione dei reati diffusi, così detti di microcriminalità, per i quali, più di ogni altra fattispecie, si temeva un aumento considerevole a seguito delle scarcerazioni per indulto.
Cifre parziali, anche queste - lo ripetiamo - e riferite a un arco temporale limitato. Pure utili per un primo - provvisorio, provvisorissimo - bilancio. Certamente degno della massima considerazione e meritevole di essere affrontato con strategie radicali: ma da non piegare a polemiche piccine. E crudelmente strumentali: per Caino come per Abele.
Scrivere a: abuondiritto@abuondiritto.it

l’Unità 24.9.06
Napolitano: «Niente silenzi sull’eutanasia»
Il Presidente risponde all’appello di Welby e invita le Camere ad un «confronto approfondito»
di Anna Tarquini


«Di eutanasia si deve discutere e lo si deve fare nelle aule parlamentari. Perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento». L’appello di Welby non è caduto nel vuoto. Il malato terminale che due giorni fa aveva scritto al Capo dello Stato chiedendo un intervento autorevole perché anche in Italia si parli di una cosa che fa ancora paura, la dolce morte, ha avuto una risposta. Giorgio Napolitano ha preso carta e penna. Poche righe affettuose, sentite, che rompono un tabù. «Caro Welby - scrive il presidente - ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva...Serve un dibattito e qualunque sia la sua conclusione, qualunque sarà la scelta approvata dai più», una risposta si deve. «Lei ha mostrato piena comprensione dei limiti del mio ruolo...- spiega - e quindi raccolgo il suo messaggio con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi...».
La lettera è stata annunciata ieri dal Quirinale e letta durante i lavori della direzione nazionale della Rosa nel Pugno. Prima però era stata consegnata personalmente a Welby costretto a letto da mesi a causa della distrofia muscolare. È stato lui stesso a volere che fosse resa pubblica dal segretario dell’associazione Coscioni, Marco Cappato, durante i lavori del partito che si svolgevano a Roma. Adesso si apre il dibattito che appare tutt’altro che scontato: sono anni che se ne discute, ci sono cinque proposte di legge presentate al Parlamento e le posizioni sono bipartisan. Per alcuni parlamentari di An che hanno avanzato aperture all’eutanasia, c’è la preoccupazione - ad esempio di diessini come Luciano Violante - che si dice contrario a una legge sull’eutanasia perché teme «che diventi una legge per far morire i malati poveri». Eppure bisogna parlarne, perché in Italia ci sono circa 6 mila persone in coma vegetativo, senza parlare dei malati terminali, di quanti - come Welby - chiedono di poter morire in pace. Anche la Consulta di bioetica, dopo il suo caso, ha sollecitato un intervento legislativo almeno per quanto riguarda il testamento biologico.
Ieri, le reazioni all’appello di Napolitano sono state tiepide. Un sostanziale sì al dibattito, perplessità invece sulla dolce morte. Così il ministro della Salute Livia Turco: «Apprezzo la sensibilità umana su questi temi del presidente Napolitano e apprezzo l'indicazione di affrontarlo con pacatezza e serenità. Sono personalmente contraria a questa soluzione e penso che ci sia tanto da fare su come rendere veramente dignitose le fasi terminali della vita, la morte; penso al lavoro da fare per estendere l'esperienza degli ospedali senza dolore, all'estensione delle terapie antidolore, alla diffusione delle cure palliative; inoltre all'opportunità di una normativa sul testamento biologico».
Così Mazzoni dell’Udc: «Non si può sferrare un attacco contro l’accanimento terapeutico con l'accanimento ideologico. Condivisibile l’appello del Presidente Napolitano ad un confronto approfondito sul tema dell’eutanasia». Decisamente contrario l’ex ministro Giovanardi che però dice: «Decidano i medici il confine tra accanimento e giusta terapia». «Tutela della vita senza accanimento e senza eutanasia», dice Luca Volontè, capogruppo dell’Udc alla Camera. Per Riccardo Pedrizzi di Alleanza Nazionale il caso di Piergiorgio Welby «spinge a batterci con ancora più convinzione contro la legalizzazione dell'eutanasia, in ragione del principio della sacralità, dell'indisponibilità e dell'intangibilità della vita umana, e a favore di investimenti nelle cure palliative e nella terapia del dolore».
La prossima settimana, in commissione sanità del Senato, si fisserà il calendario delle audizioni sul testamento biologico, cioè il testamento in vita sull’accanimento terapeutico. Dice il presidente della commissione, Ignazio Marino: «È un tema che va affrontato con attenzione per colmare un grave ritardo normativo. Occorre dare dignità a chi ritiene di non dover affrontare altre terapie che per la propria visione si configurano come accanimento terapeutico. Va chiarito tuttavia che se si riuscirà a dare al Paese in tempi brevi una legge ben applicata sull’accanimento terapeutico le problematiche relative all’eutanasia non dico che scompariranno ma diventeranno di gran lunga inferiori».

Giorgio Napolitano. La lettera:
Caro Welby, ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l'appello che lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come Presidente.
Lei ha mostrato piena comprensione della natura e dei limiti del ruolo che il Parlamento mi ha chiamato ad assolvere, secondo il dettato e lo spirito della nostra Costituzione. Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono.
E quindi raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un'occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più.
Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l'elusione di ogni responsabile chiarimento.
Con sentimenti di rinnovata partecipazione
Giorgio Napolitano

Le legislazioni: dal suicidio assistito alla legalizzazione della «buona morte»
In Olanda, l’eutanasia è praticabile a condizione che sia richiesta ripetutamente dal paziente al medico. La richiesta include la compilazione di un questionario di 50 domande. Dal 2000, l’Olanda è divenuta il primo paese al mondo ad aver legalizzato pienamente l’eutanasia.
In Austria, una legge permissiva sull’eutanasia è stata abrogata nel 1977.
In Svizzera, è previsto e tollerato il suicidio assistito; esso viene praticato al di fuori dell’istituzione medica, da un’associazione privata chiamata Exit.
In Belgio, nel 2002, il Parlamento ha varato un progetto di legge per la disciplina dell’eutanasia.
In Svezia, l’eutanasia non è perseguita penalmente.
In Germania, il suicidio assistito non è reato, purché il malato sia capace di intendere e di volere e ne faccia esplicita richiesta.

Repubblica 24.9.06
Lo scienziato commenta il caso Welby. "Importante affermare il principio dell'autodeterminazione"
"Un atto di giustizia e carità negarla è una vera tortura"
Veronesi: liberi di decidere su ciò che ci appartiene
di Carlo Brambilla

Il processo. La decisione di praticarla deve avvenire, come in Olanda, solo dopo un lungo processo, verifiche psicologiche. Dopo aver accertato che il suo desiderio è genuino
Il suicidio.Penso che sia una forma di suicidio, solo che non potendolo fare il paziente, perché incapace, immobilizzato, chiede che qualcuno lo aiuti a farlo

VENEZIA - «L'eutanasia è un atto di carità. Un atto di giustizia. Uno Stato che non accetta l'eutanasia è sostanzialmente uno Stato oppressivo. Perché non accetta un principio fondamentale di libertà: quello dell'autodeterminazione. Cioè che la vita ci appartiene. Come diceva Indro Montanelli, ognuno di noi deve essere libero di scegliere della propria vita e della propria morte». Umberto Veronesi commenta con fermezza ma anche con grande umanità il drammatico video-appello lanciato da Piergiorgio Welby al capo dello Stato. E lo fa da Venezia, nella giornata conclusiva della seconda Conferenza mondiale sul futuro della scienza. Proprio nel giorno in cui i più grandi esperti mondiali di neuroscienze discutono di «emozioni» e «razionalità». Marc Hauser, professore ad Harvard di psicologia e antropologia biologica, ha appena illustrato le ricerche che mostrano come l'uomo abbia una grammatica morale che spesso ostacola le sue scelte razionali. Ha mostrato come l'eutanasia passiva (staccare la spina a un malato terminale) sia meglio accettata di quella attiva (l'iniezione di un farmaco che porti alla morte), anche se il risultato è assolutamente il medesimo.
Professor Veronesi, ha visto le immagini di Piergiorgio Welby?
«Non conosco il caso specifico di Welby. Ma trovo che negare l'eutanasia a un paziente che la chiede, in piena lucidità, sia una vera e propria tortura fatta ai danni di una persona che è incapace di difendersi, proprio perché paralizzata. Il presidente Napolitano non ha poteri in questo campo. Non può certo concedere una forma di grazia. Ma è importante venga affermato il principio dell'autodeterminazione. Il suicidio è un comportamento legalmente accettato. Il tentato suicidio è considerato un fatto personale, privato, che non viene perseguito. Se uno tenta il suicidio potrà essere condannato dalla religione, potrà fare un atto contro Dio, ma legalmente non danneggia nessuno. Danneggia se stesso e basta».
L'eutanasia è una forma di suicidio?
«Sì. Io penso proprio questo, che l'eutanasia sia una forma di suicidio. Solo che non potendolo fare il paziente, perché incapace, immobilizzato, chiede che qualcuno lo aiuti a farlo».
Ma un paziente potrebbe stare attraversando un periodo di depressione transitoria. Non c'è il rischio di prendere decisioni affrettate?
«La decisione di praticare l'eutanasia deve avvenire, come in Olanda, solo dopo un lungo processo, accurate verifiche psicologiche. Solo dopo aver accertato che il suo desiderio è genuino, ripetuto, costante e lucido, legato alla presenza di una malattia mortale che lo sta spegnendo inesorabilmente. Non si abbrevia una vita con un lungo futuro. Si abbreviano le sofferenze inutili e ingiustificate. Si abbrevia una vita che nella percezione del paziente non è più vivibile».
Si pone l´accento sulla qualità della vita oltre che sulla quantità?
«Esatto. Un principio che ci viene dalla filosofia greca. Seneca diceva che la vita vale se è degna di essere vissuta. Cioè se è una vita piena. Una vita senza qualità non è più vita».
La cultura cattolica non accetterà mai questa visione.
«Certo, se si afferma il principio della sacralità della vita, che la vita appartiene non a te ma a Dio, allora tutti i termini cambiano. Ma attenzione: nessuno vuole imporre a un religioso di suicidarsi. Chiediamo solo che per un non credente sia possibile farlo. Perché non è giusto imporre un credo a un non credente».
Qualcuno pensa che la battaglia per una legge che regoli il testamento biologico, che lei sta conducendo, possa essere una strategia per arrivare prima o poi, in realtà, alla legalizzazione dell'eutanasia.
«Il testamento biologico è un'altra cosa. E' l'allargamento del consenso informato. C'è una legge italiana che dice che ogni terapia deve essere accettata dal paziente adeguatamente informato. Se però quella terapia la devi eseguire su una persona che ha perso la conoscenza non sai come comportarti. Allora il paziente può anticipare la sua decisione ed esprimere le sue volontà quando è nel pieno delle sue facoltà, nel caso non fosse più in grado di esprimerle durante la malattia. Anche il consenso informato, potrebbe essere vissuto come un passo verso l'eutanasia. Recentemente una donna ha rifiutato di farsi amputare una gamba in cancrena. E poco dopo è morta. E' stata una forma di suicidio. I medici l'avrebbero salvata se avesse accettato l'amputazione. Ma lei ha preferito morire piuttosto che vivere con una gamba sola».

Repubblica 24.9.06
Quella legge impossibile sul diritto alla morte
Ci sono cose che esigono solitudine e dalle quali la politica deve stare lontana
Spetta alle persone più vicine restituire dignità a un ricordo
di Francesco Merlo

Ve lo immaginate il nostro Parlamento, questo scombiccherato e rissoso Parlamento, che discute su come e se aiutare Piergiorgio Welby a morire? Provate a pensare alla ferocia di un duello legislativo sull'eutanasia. E, ancora, concentratevi sui quei tanti corpi di italiani, già Campo di Marte delle più inutili terapie mediche, abbandonati all'estremo invelenimento di una qualche campagna elettorale.
Con i politici - questi politici - pronti a usare e ad abusare di mogli e figli già straziati dall'intollerabile sofferenza degli impotenti, dai sensi di colpa che sempre appesantiscono le strategie terapeutiche familiari spesso inciampate in qualche intemperanza verbale, in qualche stanchezza, in qualche cura di troppo o di meno. Immaginate queste famiglie che diventano preda della demagogia politica italiana, nella consapevolezza di essere tutti inadeguati, e con quella costante tentazione di finirla, di finirlo, di finirsi. Ho un amico medico che, come ultimo omaggio al proprio padre, ai resti del proprio padre, al suo ricordo, decise, con un groppo alla gola, di staccare la spina al guscio mortificato e abbrutito da tubi e pannoloni, rantoli, spasmi e piaghe. Non si rivolse al capo dello Stato, non disse nulla al primario né al direttore sanitario, non cercò conforti istituzionali perché pensava che la politica non può e non deve legiferare sui problemi insolubili: quando uno è morto, e quando è invece vivo, e quali sono i protocolli affettivi e i protocolli medici, e come si può rispettare ogni religione senza intolleranze laiche ma senza violare, per intolleranze religiose, la volontà di andarsene di un degente terminale che ha perduto la propria dignità. «Per dignità - scrisse Indro Montanelli rivendicando il diritto di decidere lui quando morire - intendo anche (e dico anche) l'abilitazione a frequentare da solo la stanza da bagno». Non se l'abbia a male il capo dello Stato Giorgio Napolitano: ci sono cose essenziali, come il desiderio e il bisogno di morire, come l'ottimismo radioso e il pessimismo cosmico, come l'amore di due persone che stanno assieme, si stringono per le mani ed evitano il naufragio, come il momento nel quale bisogna staccare la spina…., ci sono insomma alcune cose che esigono la solitudine e dalle quali la politica deve restare lontana. Voglio dire che il capo dello Stato non ha nessuna competenza sul desiderio di morte di un malato come Piergiorgio Welby, immobilizzato a letto da una distrofia muscolare, presidente dell'associazione Luca Coscioni. Da appassionato radicale, Welby, con il suo appello mandato a Giorgio Napolitano e a tutti gli italiani, vorrebbe accendere attorno al proprio diritto alla morte un confronto appassionato, umano e giuridico, vorrebbe aprire una battaglia legislativa sull'eutanasia, sulla terapia del dolore, sulla dignità della morte, su tutti gli argomenti controversi che stanno al di qual del bene e del male, dove nessuno ha ragione e dove il compito della politica, dell'altissima politica, secondo il capo dello Stato, sarebbe quello di tenere conto di tutte le ragioni. Ebbene, hanno torto sia Welby sia Napolitano: non tutto quel che avviene nei territori della Repubblica italiana deve essere risolto - presieduto - dal capo dello Stato e non è il Parlamento che può legiferare sul diritto del paziente di decidere fino a che limite le sue forze lo dispongano all'accettazione delle sofferenze fisiche o morali di un'agonia senza speranza. Davvero la politica non c'entra, non è questione di destra o di sinistra, ma di concezioni personali, dei singoli individui: quale legge può fissare la soglia del dolore, oppure distinguere tra lucidità e disperazione? Quale ministro può essere delegato a stabilire se una persona ha dei buoni motivi per voler morire? E ci può essere una squadra di intervento che abbia per missione l'eutanasia? E ve li immaginate D'Alema e Fini che disputano a Porta a Porta sull'equilibrio tra il suicidio e l'omicidio, tra la truffa e la fede, tra il serial killer e il medico illuminato? Ecco perché mi rimane nel cuore l'esempio di quel mio amico medico che parlò solo con me perché aveva bisogno di sfogarsi, e perché sapeva già che io gli avrei dato ragione. Pensava, quel mio amico, che suo padre era stato un uomo grande grande grande e che quel coma irreversibile era una vendetta, il conto che la vita presentava ad un uomo che aveva saputo vivere bene. Mi parlava di quel cervello che era una struttura vegetativa, di quel corpo che era ormai uno sberleffo, e diceva che un corpo abbandonato é sempre un corpo in ostaggio. Nell'antichità, persino durante le battaglie veniva concessa una pausa per recuperare i corpi: gli scontri riprendevano, ma diminuiva la crudeltà. Così, se il corpo di Patroclo fosse sparito, il duello tra Achille ed Ettore sarebbe stato meno feroce. Quel mio amico, che era un neuropsichiatra cattolico, e che poi è morto anche lui, mi diceva che spetta alle persone più vicine, ai medici, a un fratello, all'amico o all'amica, di liberare i corpi e restituire dignità a un ricordo. E, da medico esperto, mi spiegava che la morte silenziosamente assistita si diffonde irresistibilmente, in Italia e in tutta Europa, praticata discretamente negli ospedali e nelle case, dai medici, dagli infermieri, dai familiari. Piergiorgio Welby sa che in ogni uscita c'è un'amara saggezza personale, che il suicidio e anche "l'aiuto a morire" sono diritti naturali che non hanno bisogno di leggi e di Parlamenti e di presidenti della Repubblica, anche perché nulla è determinato in maniera irreversibile, e la morte e la vita non sono definibili con esatta precisione: non c´è legge che possa dominarle e governarle. Insomma ci sono decisioni che si prendono da soli, e non ci può essere un'assistenza alla morte delegata all'Asl, con il ticket da pagare, la ricetta del medico di famiglia, l'onorario per aiuto al suicidio. Mi viene in mente il professore di economia Federico Caffé che, dopo aver vissuto per l'Economia, decise di sparire o, meglio, di far sparire il proprio corpo, di cui non sopportava quel degrado fisico che avrebbe comportato costi altissimi nell'economia affettiva dei propri allievi e dei propri familiari. Eppure proprio la matematica insegna che, nascosto da qualche parte, c'è sempre un elemento imponderabile, quella cosa strana che si chiama vita e che potrebbe essere stanata e rimessa in circolo anche da una battaglia radicale sulla propria morte come quella che sta conducendo il disperato, vitalissimo Piergiorgio Welby.

l’Unità 24.9.06
«Stalin, ti odio ma guai a dirlo»
di Stefano Miliani


Dmitrij Sostakovic, volenti o meno, è uno che difficilmente avete dribblato. Il compositore russo nato il 25-9-1906 e morto il 9 agosto ’75 (secondo il calendario occidentale) infatti è stato saccheggiato o esplicitamente ripreso dal cinema: tanto per ricordare un film, il tema di Eyes Wide Shut di Kubrick è una delle sue «jazz songs». Ma oltre a essere uno dei principali autori del ’900 è uno dei più - politicamente - complicati. Per i suoi rapporti con il regime staliniano, per pagine che più d’uno considera di regime e più d’uno le sente corrose da un sarcasmo feroce verso il potere. «Ha sempre odiato Stalin», puntualizza Elisabeth Wilson, violoncellista inglese di casa nella provincia torinese, allieva di Rostropovic che per il Saggiatore ha raccolto, nel volume fresco di stampa Dmitrij Sostakovic. Trascrivere la vita intera (510 pagine, 25 euro), 300 lettere del compositore scritte tra il ’23 e il ’75 alla madre e agli amici.
Che personalità emerge da questi scritti?
Una persona complessa, con una fortissima capacità di osservare, di sentire i suoi tempi meglio dei compatrioti. Allo stesso tempo prova gran compassione per la gente: come quando si addolora e arrabbia sapendo di un vecchietto che deve fare due chilometri a piedi per prendere l’acqua in un pozzo.
In una lettera del libro però ringrazia direttamente Stalin.
In realtà lo odia. I suoi riferimenti sono ironici, dicono il contrario di quanto afferma, lui non può scrivere altrimenti, è importante saperlo e chi riceve le sue lettere lo sa. Scrive quella lettera dopo che Stalin gli chiede di andare a un congresso per la pace del mondo a New York, Sostakovic chiede di non partire o, se deve, di andarci con la moglie, poi dice di non star bene, allora Stalin lo chiama a casa. Per «sollecitarlo».
Si avverte paura, in queste missive?
La paura segna tutta la sua vita. Il cognato è stato arrestato e poi è morto, la suocera arrestata, tanti amici vengono uccisi in modo brutale, come non avere paura? Non ne parla in modo esplicito perché è controllato e il solo dire di aver paura significa, per le autorità, essere colpevole. Non a caso però nel ‘62 scrive a Evtusenko che, per la Tredicesima sinfonia, sceglie una sua poesia sulla paura per esprimere la speranza che il terrore stia finendo. Anche se nel ‘60 è dovuto entrare nel Pcus perché Krusciov ha bisogno di intellettuali per dimostrare che, con il disgelo, c’è un partito comunista rinnovato.

CHI ERA Ostentava ottimismo sovietico ma era disperato
Sostakovic il pessimista mascherato
di Rubens Tedeschi

A cent’anni dalla nascita (e un trentennio dalla morte), Dmitrij Sostakovic è ancora un personaggio enigmatico. Come musicista sta a sé: estraneo alle avanguardie, e del pari lontano dall’ottuso conservatorismo. Costretto a compromessi col regime sovietico, si salva con umilianti dichiarazioni, cercando di proteggere quel che può della sua originalità artistica. Come uomo, è costantemente diviso tra il disperato bisogno di contatti umani e la solitudine del debole, inerme tra mille agguati.
Subisce il primo trauma nell’adolescenza. Quando, tredicenne, è ammesso in Conservatorio, infuria la guerra civile. Tre anni dopo, la morte del padre lascia la famiglia priva di mezzi in un paese ridotto alla fame. Unica risorsa, la borsa della Fondazione Borodin cheil paterno Glazunov riesce a fargli assegnare. L’arrotondano i magri proventi di pianista-accompagnatore di film muti negli scalcinati cinematografi di Leningrado. Poi la svolta folgorante: la Sinfonia (Prima di una lunga serie) trionfa nella Gran Sala della Filarmonica.
Il pubblico entusiasta acclama il maestro della nuova generazione, capace di legare passato e avvenire. La Russia rivoluzionaria lo accoglie e Sostakovic si unisce alla corrente rinnovatrice. Nella seconda produzione di quegli anni, le novità formali si sposano ai temi della nuova società e alla satira della burocrazia. Non è un «futurista» e non è iscritto al Partito, ma dedica la sferragliante Seconda Sinfonia al decimo anniversario dell’Ottobre e la Terza al Primo Maggio. Contemporaneamente scrive le musiche per la Cimice di Majakovskij e rivela un’originale carica corrosiva nella prima opera teatrale Il Naso. Nel 1934 la Lady Macbeth del Distretto di Mzensk conferma il suo talento scenico. Per un biennio il lavoro trionfa a Mosca e a Leningrado. La gloria dell’artista è al culmine, e la caduta precipitosa. Non occorre ricordare la ben nota serie degli avvenimenti: dalla famigerata stroncatura della Pravda alle condanne per «formalismo».
Per Sostakovic - nota Rostropovic - comincia la doppia vita: «si rifugia nella clandestinità... Non può essere più un musicista libero, e questo per lui è una questione di vita o di morte». Il dilemma è risolto dalla Quinta Sinfonia, battezzata da un critico «risposta pratica di un artista sovietico a una giusta critica». Il compositore fa sua la frase, giustificata dal finale «trionfalistico». Almeno in apparenza, sottolinea Rostropovic che individua, «tra le righe, un dolore infinito, un’enorme sofferenza». Quel che è certo è che, d’ora in poi, Sostakovic non avrà rivali nel nascondere l’autentico significato delle sua partiture, nutrite di pessimismo sotto l’etichetta dell’ostentato ottimismo.
Ha compreso la lezione: la minaccia è sempre nell’aria. Nel ‘48, dopo la «fratellanza di guerra», l’offensiva condotta sotto il nome di Zdanov ristabilisce un ferreo controllo su tutte le manifestazioni dell’intelligenza.
L’Unione dei Compositori viene affidata al servizievole Tichon Chrennikov. I maggiori artisti sono messi sotto accusa. La «clandestinità» di Sostakovic diventa totale: tiene nel cassetto le pagine incriminabili e sforna quelle celebrative: Il canto delle foreste, Il sole splende sulla nostra patria, e via inneggiando.
Soltanto dopo la morte di Stalin, nell’illusorio periodo del «disgelo» chruscioviano, la cautela dell’inguaribile pessimista sembra attenuarsi. Le Sinfonie dedicate all’Anno 1905 e al 1917 suggeriscono un ritorno, formalmente ripulito, ai temi della giovinezza.
Si iscrive persino al Partito COmunista. Gesto inutile: qualcuno dice forzato. Se c’è idillio, esso finisce con la Sinfonia n. 13 sui versi di Evtusenko che rievocano il massacro nazista di Babi Yar, i crimini dello stalinismo, la miseria del popolo russo. Giudicata «inopportuna» da Chruscev, la sinfonia viene ritirata. Il cerchio si richiude, poco dopo lo stesso Cruscev è spodestato e Sostakovic torna alla «clandestinità».
Firma articoli composti da burocrati, dichiarazioni «stupide» (come quella a favore dell’esilio di Solzenitzijn). All’amico Edison Denisov che gli chiede perché acconsenta a tutto risponde: «Han suonato il campanello a mezzanotte chiedendomi di leggere e firmare, ho risposto che volevo dormire, ho firmato senza leggere e ho chiuso la porta».
Non è un atteggiamento da eroe: piuttosto quello di un uomo sfiduciato a cui è rimasta, però, un’ultima verità in cui credere: la musica. Negli ultimi anni la scrittura si fa spoglia e essenziale. L’artista, nato con la rivoluzione, si chiude in desolata melanconia, veneta di sarcasmo e di rabbia. L’amarezza gli detta gli ultimi cicli lirici culminati nella Quattordicesima Sinfonia e nei Versi di Michelangelo Buonarroti. Sceglie poeti ribelli, testimoni di situazioni terribili. A costoro, al loro pessimismo senza scampo, affida l’estremo messaggio: quello di un artista ormai convinto che non si deve adattarsi sempre.

LE LETTERE A un amico, al
dittatore, al poeta Evtusenko
«Ho ascoltato Stalin: come sono felice»
Pubblichiamo alcuni passi delle lettere da «Dmitrij Sostakovic. Trascrivere la vita intera» (su concessione del Saggiatore). La curatrice Elisabeth Wilson segnala che dietro le espressioni di ortodossia politica e di «lealtà» verso Stalin il musicista cela «un’ironia caustica» ben chiara ai suoi interlocutori.

a I.I. SOLLERTINSKIJ
Mosca, 17 novembre 1935
Caro amico mio, Ivan Ivanovi ... Oggi ho avuto la fortuna di assistere alla riunione finale del congresso degli stachanovisti. Ho visto nel presidium il compagno Stalin, i compagni Molotov, Kaganovi , Vorošilov, Ordžonikidze, Kalinin, Kassior, Mikojan, Postyšev, ubar', Andreev e Ždanov. Ho ascoltato i discorsi dei compagni Stalin, Vorošilov e Švernik. Sono stato catturato dal discorso di Vorošilov, ma dopo aver ascoltato Stalin ho perso qualsiasi senso della misura e ho gridato con tutta la sala «Urrà!» e ho applaudito a non finire. Il suo storico discorso lo leggerai sui giornali, così non mi metterò a riassumertelo. Naturalmente oggi è il più felice giorno della mia vita: ho visto e ascoltato Stalin.

al COMPAGNO I.V. STALIN
Mosca, 17 marzo 1949
Caro Iosif Vissarionovi, per prima cosa La prego di accettare la mia sentita gratitudine per il colloquio avvenuto ieri. Lei mi ha molto confortato, poiché il futuro viaggio in America mi preoccupava moltissimo. Non posso che essere orgoglioso della fiducia in me riposta. Compirò il mio dovere. Parlare a nome del popolo sovietico in difesa della pace è per me un grande onore. La mia indisposizione non sarà di intralcio all’adempimento di una missione di così alta responsabilità.

a E.A. EVTUŠENKO
Mosca, 8 luglio 1962
Caro Evgenij Aleksandrovi , ... Il direttore d'orchestra S.A. Samosud mi raccontò una volta di un suo colloquio con una grande personalità, un uomo ora defunto, che in vita occupava una carica pubblica molto importante. Il corifeo della scienza disse a S.A. Samosud: «Non bisogna rappresentare il Boris Godunov. Sia Puškin sia dopo di lui Musorgskij hanno deformato il personaggio di Boris Godunov, che era un grande statista. Egli è ritratto nell'opera come un tal piagnucolone, un tapino. Solo per il fatto di aver sgozzato un qualsiasi ragazzino si tormentava la coscienza, sebbene lui, Boris Godunov, essendo un sommo statista, potesse capire benissimo che una misura simile era indispensabile per portare la Russia sul cammino del progresso e dell'autentico umanesimo». S.A. Samosud dimostrò il suo entusiasmo per l'inconsueta saggezza del Capo.

il manifesto 24.9.06
Il mio cruccio sulla scientificità della psicoanalisi continua ad aumentare di fronte alla mollezza e alle elucubrazioni del suo pensiero
Il tramonto di Edipo sulla scena psicoanalitica
Incontro con lo psicoanalista francese nell'isola di Lanzarote. Fondamentale il suo ribaltamento della teoria freudiana della seduzione. Il rapporto con il bambino - dice -
è sempre inquinato dalle fantasie sessuali inconsce dell'adulto.
Tra le questioni più attuali quella relativa alla componente sessuale presente in ogni crimine
di Alberto Luchetti


Tra le figure che hanno più significativamente contribuito alla evoluzione del pensero psicoanalitico, Jean Laplanche si è reso noto negli ultimi anni soprattutto per avere recuperato e ampliato la nozione freudiana di «seduzione». Diversamente da Freud, Laplanche ritiene che la seduzione non vada ristretta agli abusi da parte di un adulto ai danni del bambino, bensì «generalizzata» al fatto che ogni neonato, privo di quella sessualità istintuale che comparirà solo con la pubertà e ancora senza un inconscio, deve confrontarsi con le fantasie degli adulti: fantasie che segneranno, al di là di ogni volere, l'interazione con il piccolo. Solo a posteriori il bambino potrà trattare e cercare di tradurre, a più riprese e sempre parzialmente, questo versante enigmatico del suo rapporto e della sua comunicazione con gli adulti. Da questi tentativi di traduzione, per Laplanche, nascerà quella sessualità infantile pulsionale - acquisita, dunque - che nell'essere umano anticipa la sessualità istintuale congenita. Ripercorriamo con Laplanche alcuni dei punti sui quali si è più di recente concentrato.
Da tempo lei insiste con sempre maggiore tenacia sulla scientificità della psicoanalisi e sulla relativa questione della verità di teorie, ipotesi e modelli, mentre molti preferiscono una versione più «soft» della teoria freudiana e dei suoi riferimenti epistemologici. Come spiega questa sua preoccupazione?
Questo della scientificità è certamente un mio antico cruccio, e continua ad aumentare di fronte alla «mollezza» e alle elucubrazioni del pensiero psicoanalitico, nel quale sembra sia possibile affermare qualsiasi cosa, pressoché in qualsiasi lingua, preoccupandosi poco di essere compresi. Per questo motivo siamo molti criticati negli ambienti intellettuali - per non parlare del contesto scientifico - dove si pensa che non vi sia un dialogo possibile con gli psicoanalisti. Ebbene, credo che occorra ristabilire questa possibilità di comunicare, e che ciò sia fattibile solo sulla base di quanto definisco appunto «scientificità»: ossia un accordo minimale su ciò che è razionale e ciò che non lo è, su ciò che è ammissibile e ciò che non lo è, su quanto è confutabile e quanto non lo è. Circa la questione della verità, il fatto che ad essa ci si possa solo approssimare non impedisce che resti presente come ideale della nostra ricerca. Certo, non possiamo pensare di possedere la verità come fosse una cosa: ci limitiamo a proporre dei modelli che cercano di avvicinarvisi il più possibile, ma essi sono evidentemente caduchi, confutabili, e un giorno o l'altro saranno sicuramente sostituiti da altri, più adeguati.
Spesso lei fa riferimento ai lavori di Popper, che pure sembrava collocare la psicoanalisi in un angolo, al di fuori della scienza. Qual è l'interesse che trova in questo filosofo?
Il fatto è che ci sono due Popper; da una parte c'è quello che ha criticato la psicoanalisi; ma credo che sfortunatamente ignorasse quasi del tutto cosa fosse, e in fondo l'ha attaccata senza mai davvero mettere in discussione Freud sui suoi concetti fondamentali. D'altra parte c'è un altro Popper, appassionante e geniale, che in fin dei conti affermò che «la natura non dice mai sì, dice sempre no». Non sono sicuro se la formula sia sua, ma quel che vuol dire è che la natura non afferma mai una verità, ma è sempre a nostra disposizione per confutare una asserzione falsa. Sembrerebbe un'affermazione negativista, ma in realtà apre la possibilità a tutta una immaginazione creativa di modelli. L'uomo è creatore di modelli, che evidentemente cercano di adattarsi il più possibile alla realtà che studiano, e a tal fine possono essere vagliati non tanto cercando di mostrare quante volte risultino confermati, ma dov'è che potrebbero rivelarsi falsi. È evidente che quello che descrivo è un popperismo un po' radicale, mentre la sua posizione è in realtà molto più morbida. Ed è chiaro che oggi né Popper né i suoi seguaci direbbero più che ogni sistema di pensiero si fonda solo e così direttamente sull'esperienza: vi sono esperienze che coinvolgono solo parti periferiche del sistema e in fin dei conti senza grande importanza per il suo nucleo centrale, che invece è molto più resistente alle asserzioni negative.
Lei ha più volte affermato che Freud, pur non rifiutando altre concezioni del mondo, aderiva a una Weltanschauung scientifica, dunque era in qualche modo un popperiano ante litteram.
Sì, penso che spesso Freud lo fosse. Per esempio, quando scrisse un articolo intitolato «Comunicazione di un caso di paranoia in contraddizione con la teoria psicoanalitica». Certo non è un caso che questo scritto si riveli effettivamente in contraddizione con la sua teoria del fondamento omosessuale della paranoia. Com'è comprensibile, a Freud non piaceva scoprire dei casi effettivamente contraddittori con la sua teoria; ma ciò non toglie che abbia esplorato l'argomento proprio per vedere se davvero arrivasse a confutare la sua spiegazione della paranoia, se permettesse cioè di falsificarla. Circa la sua visione più generale del mondo, Freud non era poi così tollerante, e criticava per esempio vivamente la prospettiva religiosa, come pure la visione del mondo filosofica, che a suo parere poneva problemi autentici, ma proponendo soluzioni più o meno immaginative.
Pensa che la sua «teoria della seduzione generalizzata» possa aiutare a ricondurre la psicoanalisi verso la sua vocazione scientifica?
Sono rimasto molto razionalista e molto freudiano, benché, come accennavo, più tollerante di lui nei confronti di altre concezioni del mondo. Ma certamente la mia è una visione scientifica, ossia penso, molto semplicemente, che le asserzioni possano essere confutate nel corso di un dibattito e di un dialogo con altri - intendo un dibattito tra persone, e non solo un conflitto di idee - e che non abbiano valore quelle affermazioni che non sono suscettibili di confutazione. Circa la «teoria della seduzione generalizzata» che ho proposto, di certo bisogna essere molto prudenti: perché tanti suoi elementi non essendo sperimentali nel senso classico del termine sono difficili da falsificare; inoltre, configurano situazioni molto speciali rispetto a quelle osservabili nel mondo degli oggetti esterni. Tuttavia questi elementi si ritrovano a tutti gli effetti nell'osservazione intrinseca alla cura psicoanalitica.
Come potrebbe spiegarci i tre elementi che ha indicato a fondamento della sua «teoria della seduzione generalizzata», e che corrispondono a quelli che per lei sono tre «fatti» cruciali scoperti dalla psicoanalisi: la sessualità infantile pulsionale, l'inconscio sessuale e la rimozione?
Queste tesi, di certo le principali della mia teoria relativa alla «seduzione generalizzata», discendono da quella che definisco una «situazione antropologica fondamentale». La situazione, cioè, in cui si confrontano un adulto dotato di un inconscio sessuale, e un neonato che invece ne è privo. Ciò non impedisce che tra loro si stabilisca un dialogo: inizialmente esso non si svolge sul piano della sessualità, bensì su quel piano di interazione che oggi è chiamato «attaccamento». Un piano però rapidamente compromesso, perché infiltrato dagli elementi sessuali che l'adulto veicola, suo malgrado, introducendoli inconsciamente nell'interazione col bambino. Sta qui quella che chiamo appunto seduzione «generalizzata»: essa innesca nel bambino un processo di traduzione di messaggi che non comprende e che lo disorientano semplicemente perché sono, a mio avviso, allo stesso tempo messaggi d'amore e di attaccamento.
Il bambino, dunque, già attrezzato dalla nascita a interagire sul piano dell'attaccamento, non ha invece le capacità innate per corrispondere sul piano dell'amore; perché esso include la sessualità che in lui ancora deve costituirsi. Mentre nell'adulto la sessualità che si esprime sotto forma di fantasie inconsce, inquina a sua stessa insaputa ogni tipo di comunicazione.
È così, e perciò in questo processo si crea un deficit di traduzione, una mancanza nella comprensione tale per cui questi messaggi vengono per così dire stoccati, ossia conservati per un certo tempo prima che il soggetto si impossessi dei mezzi per tradurli a modo suo. Mezzi che gli saranno forniti, oltre che dalla sua maturazione corporea, da tutto ciò che l'universo esterno gli trasmette sotto forma di idee, miti, narrazioni e schemi di comprensione tra i più diversi. Il residuo di questa operazione di traduzione compiuta dal bambino costituirà il rimosso, che forma l'inconscio sessuale e la pulsione che ne scaturisce. Ovviamente, la situazione che ho appena descritto è quella che si osserva nei casi normali o nei casi di nevrosi, non nelle persone psicotiche o nei casi di perversione. E neppure mi riferisco a un caso, ancora del tutto diverso, che è quello in cui la sessualità infantile presente nell'adulto esplode in un comportamento francamente perverso.
A questo riguardo, c'è un'altra preoccupazione molto presente nei suoi scritti di questi anni, vale a dire quella relativa ai problemi sollevati dai crimini sessuali e dall'incesto. Se si sostiene - lei ha scritto - che la sessualità infantile non è innata, bensì emerge nello scambio adulto-bambino, dove l'iniziativa sessuale è dell'adulto, si è portati a ribaltare completamente la prospettiva del crimine sessuale.
Si è portati innanzitutto e semplicemente a capovolgere la prospettiva del complesso di Edipo. Giacché l'origine dell'azione sessuale nel complesso di Edipo non è - come sosteneva Freud - nel bambino, ma è precisamente nel genitore che seduce il bambino. Mentre, per riprendere le parole di Sándor Ferenczi, il complesso di Edipo descritto da Freud è una specie di rovesciamento mediante una sorta di «identificazione con l'aggressore». Detto altrimenti, nel complesso edipico descritto da Freud, il bambino si identifica con l'«aggressore» sessuale, proclamando: «Sono io l'autore del crimine sessuale».
Questo suo interesse per il tema del crimine sessuale e dell'incesto le deriva anche dalla sua diagnosi della nostra situazione culturale e sociale: ad esempio, dalle sue osservazioni sulla trasformazione della famiglia e della sessualità umana, anche in relazione alle tecniche di riproduzione oggi disponibili.
In questo campo si stanno verificando profondi cambiamenti. Almeno per un determinato periodo storico esisteva della sessualità umana un inquadramento relativamente stringente, che ora sta diventando obsoleto. Mi riferisco appunto allo schema triangolare edipico, che prevede l'amore per il genitore del sesso opposto e l'odio per quello del suo stesso sesso. E non sappiamo in che modo e su quali basi si riorganizzerà la sessualità infantile dell'essere umano, che non può funzionare anarchicamente, secondo quella che io chiamo una «pulsione sessuale di morte», perché il risultato sarebbe molto semplicemente l'estinzione dell'individuo.
Dunque, a suo parere, il complesso di Edipo è una narrazione sempre più debole e sempre più inefficace a inquadrare la sessualità pulsionale. Crede che questo abbia a che fare con la moltiplicazione dei crimini sessuali o quanto meno con una loro maggiore risonanza?
Senza dubbio il complesso di Edipo risulta oggi una spiegazione meno esaustiva, ma non bisogna esagerare, perché di fatto ha ancora una pregnanza formidabile per l'essere umano, ed è perciò ancora un fondamento essenziale per gran parte delle scuole psicoanalitiche. É a lungo termine che il complesso di Edipo si rivelerà una struttura sempre più inefficace. Per quel che riguarda i crimini sessuali, è difficile dire se siano effettivamente aumentati, perché prima questo fenomeno non veniva quantificato. Il che non impedisce di osservare come da alcuni anni il crimine sessuale sia venuto in primo piano e sembri avere assunto effettivamente potenzialità diverse e una maggiore tossicità nelle fantasie che ci riguardano. Mi riferisco essenzialmente ai crimini sessuali perpetrati dall'adulto ai danni del bambino. Ma nei miei studi ho anche proposto un interrogativo che corrisponde a una questione teorica estremamente importante: se in ogni crimine non vi sia fondamentalmente un elemento sessuale. Credo sia lecito domandarsi se nell'atto di qualsiasi criminale - sia esso un banale ladruncolo o l'assassino più feroce - non vi sia un elemento sessuale, qualcosa di profondamente inconscio e tuttavia ben presente sulla scena del crimine. E questo discorso vale anche per i crimini collettivi, da quelli mafiosi ai crimini organizzati dei cosiddetti colletti bianchi ai campi di concentramento. In questi casi l'aspetto sessuale è molto più nascosto, ma a mio avviso agisce sempre, per esempio, una componente omosessuale molto importante, che andrebbe messa in evidenza.
Lei ha anche parlato, relativamente alla società attuale, di una progressiva perdita di significato dell'incesto. C'è un nesso, secondo lei, con quell'indebolimento della funzione paterna denunciato da molti?
L'incesto perde significato già per il fatto stesso che perdono significato le categorie parentali. E con l'indebolimento delle categorie familiari tradizionali sfuma necessariamente anche la cosiddetta funzione paterna: il padre è spesso un patrigno, o un padre adottivo, che non sono la stessa cosa del padre biologico, il quale è sempre più lontano o del tutto assente. Ma questo indebolimento della funzione paterna non impedisce che ci si riorganizzi diversamente: come le dicevo, l'essere umano è obbligato a trovare i mezzi per inquadrare e mettere un freno alla sessualità infantile, la sessualità infantile perversa, altrimenti va incontro non soltanto alla morte individuale, ma anche a quella della collettività.

Vita e opere
Nuovi fondamenti
Tra i più importanti psicoanalisti viventi e tra i maggiori esegeti di Freud, Jean Laplanche ha avuto una formazione filosofica essendo stato allievo di Jean Hyppolite. Fu Lacan, con il quale intraprese una analisi poco prima della scissione del 1953, a indirizzarlo agli studi di medicina come primo passo per diventare analista. Dopo avere seguito Lacan e Lagache nella avventura della Société Française de Psychanalyse, Laplanche ruppe con Lacan e, nel 1964, scelse di unirsi alla Association Psychanalytique de France di cui divenne uno tra i rappresentanti più significativi. La sua opera maggiore è la fondamentale «Enciclopedia della psicoanalisi» alla quale ha lavorato con Jean-Bertrand Pontalis. È stato inoltre il curatore scientifico della nuova e prima traduzione francese integrale delle opere di Freud. Tra i suoi libri, i sette volumi titolati «Problematiche», che raccolgono i suoi insegnamenti e che Alberto Luchetti ha tradotto per la casa editrice La biblioteca. Presso lo stesso editore uscirà a breve anche l'ultimo saggio di Laplanche titolato «L'après coup». In conclusione del convegno di Lanzarote, nel quale ha avuto luogo l'intervista pubblicata in questa pagina, Laplanche ha parlato anche della sua idea di creare, a stretto giro di tempo, una fondazione che si chiamerà «Nuovi fondamenti per la psicoanalisi», dedicata alla sua teoria della seduzione generalizzata.

Repubblica 24.9.06
Psicologo addio, è l'ora del filosofo
La disciplina nata 25 anni fa con un obiettivo: "Collocare il disagio personale in un orizzonte generale. Da noi il paziente si chiama ospite"
Anche un master universitario per diventare "consulente filosofico"
di Elena Dusi


Achenbach Saremo giunti alla meta quando incontreremo noi stessi come ci vorremmo incontrare
wittgenstein Il compito della filosofia è insegnare alla mosca a uscire dalla bottiglia

ROMA - Per pungolare, come il tafano di Socrate che scuote l´animale sonnacchioso. O per indicare la via di uscita alla mosca che si dimena all´interno della bottiglia, senza rendersi conto che il tappo è aperto e fuori c´è l´aria. Per capire, cercare, ragionare, approfondire, ma di sicuro senza la velleità di curare. Perché la pratica della consulenza filosofica è nata come alternativa alla psicoanalisi e alla psicoterapia. Il suo obiettivo è «lasciare la malattia fuori dalla porta e instaurare un dialogo alla pari» spiega Neri Pollastri, presidente di Phronesis, l´Associazione italiana per la consulenza filosofica.
Moreno Montanari, autore di La consulenza filosofica, terapia o formazione? chiama "ospiti" e giammai "pazienti" le persone che si rivolgono a lui. Ora, a 25 anni dalla nascita ufficiale della disciplina della consulenza filosofica (il suo fondatore viene considerato il tedesco Gerd Achenbach, che nel 1981 iniziò a dialogare con i suoi "ospiti" passeggiando nel bosco) e a una manciata di anni dalla sua introduzione in Italia, Pier Aldo Rovatti fa il punto sulla disciplina con il libro La filosofia può curare?, edito da Raffaello Cortina.
Il docente di filosofia contemporanea dell´università di Trieste parte da un assunto: «Dove andrebbe oggi Socrate? Allora andava nel luogo pubblico per eccellenza, nell´agorà». Oggi ha a disposizione uno studio di consulenza per dialogare con i suoi ospiti. «Certo, chi si rivolge a noi è spinto da un disagio - dice Pollastri - ma il nostro obiettivo non è risolvere il suo problema specifico. Piuttosto, infondere fiducia nel proprio pensiero, collocare il disagio in un orizzonte più ampio. Provare a scalarlo, rovesciarlo, guardarlo con oggettività. E rivalutare gli altri aspetti importanti della vita».
Per formare i consulenti l´università di Venezia ha attivato un master. Oltre a una ventina di studi privati disseminati per l´Italia e vari seminari organizzati dalle aziende, la pratica ha trovato anche alcune applicazioni nel pubblico. Il quartiere Isolotto di Firenze ha offerto per un anno gratuitamente il servizio ai suoi cittadini, con Pollastri come consulente. Altri esperimenti hanno riguardato il Ministero di Grazia e Giustizia, il personale dell´ospedale torinese delle Molinette e gli studenti dell´università di Cagliari.
«L´obiettivo del nostro lavoro - spiega Montanari - è dimostrare che la filosofia ha un´utilità pratica. Durante l´incontro è sempre l´ospite a indirizzare il dialogo. E se Socrate rimane il punto di riferimento principale per il dialogo, i filosofi che più spesso vengono tirati in ballo sono Heidegger, Wittgenstein, Hegel, Sartre. Per molti la conversazione si trasforma in un momento di piacere, un regalo che viene concesso a se stessi, in un certo senso una sublimazione della vita quotidiana». E lo studio del consulente, così come il bosco di Achenbach, diventa «un posto in cui tutto viene guardato come se non appartenesse a te», come un ospite di Pollastri ha descritto la consulenza. «Tutto può essere preso in considerazione. Poi l´ora finisce e si torna alla vita normale».