Se la sinistra incontra il pensiero cattolico
di Aldo Schiavone
In che termini si pone oggi il rapporto fra i valori e le idee che orientano la sinistra italiana, e quelli che ispirano il pensiero cattolico più impegnato in senso riformatore? Siamo innanzi a uno scarto destinato ad allargarsi con sempre maggior evidenza, o è realistico lavorare a una sintesi tale da reggere il peso di una formazione politica comune? E in quest´ultima, se nascesse, cosa resterebbe autenticamente di sinistra?
Al fondo del dibattito sul partito democratico si agita – più o meno inespresso – anche un serio problema culturale, peraltro affiorato in queste settimane da un´altra prospettiva, in apparenza solo storica ma in realtà tutta politica: quella del tramonto – annunciato come definitivo – del cosiddetto "cattocomunismo" di togliattiana e berlingueriana memoria: un cattivo auspicio per nuovi incontri.
Evidentemente, la risposta alle nostre domande dipende anche da cosa intendiamo, dal punto di vista delle persuasioni e delle scelte intellettuali, per "sinistra": identificazione ormai assai nebulosa, che ha dalla sua in molti casi più le ragioni del cuore e della memoria, che non quelle di un´analisi e di un progetto definiti. Ed è una difficoltà spiegata da molti elementi: una congiuntura internazionale culturalmente non favorevole, che dura da decenni, non meno della confusione con cui fu compiuto in Italia, in modo tardivo e affannoso, il superamento della "tradizione comunista".
In una simile situazione, a me non pare che vi siano fedeltà da preservare con particolare tenacia. Non ho mai amato la metafora delle "radici", cristiane o socialiste che siano. Le identità moderne sono onde, non alberi; le nutrono il mare e il vento, non la terra: ogni giorno vi si rimette tutto in gioco, e nulla si custodisce, se non nella trasformazione. Dobbiamo saper mescolare le carte del nostro passato: l´unico modo per tenerle davvero in ordine. Non avrei esitazione ad affermare perciò che intorno ad alcune grandi questioni ideali la storia intellettuale europea e italiana – per come comincia ad apparirci, oltre lo schermo delle barriere ideologiche attraverso cui l´avevamo finora interpretata – contenga nuclei di pensiero cattolico e di elaborazioni socialiste che possiamo provare a tenere finalmente insieme entro il medesimo orizzonte. Mi limiterò a due esempi.
Il primo riguarda un essenziale punto di principio: la praticabilità e l´attualità di una critica all´ordine capitalistico del mondo. Oggi la Chiesa cattolica mantiene una preziosa finestra aperta in questa direzione – preziosa, perché ci salva dalla dittatura del presente, sotto cui ogni sinistra perde l´anima. La Chiesa può farlo perché il fondamento del suo discorso non è economico, e non presuppone la contraddizione di classe fra capitale e lavoro, ormai resa residuale dalla potenza istituzionalizzata della tecnica (come Marx stesso aveva in qualche modo previsto, ai margini estremi del suo pensiero). Ma si basa piuttosto su un assunto di carattere etico, che critica l´esistente – l´onnipotenza del mercato – in nome di qualcosa che assomiglia – che possiamo sempre più avvicinare – a una morale universale dell´emancipazione umana, che agisce come un dispositivo di contestazione e di speranza. So bene che nell´insegnamento cattolico molto spesso i motivi anticapitalistici si confondono con quelli di una critica pregiudiziale della modernità, e che ciò apre un problema delicato, che arriva sino al rapporto fra storicità e destino. Ma credo che la sinistra debba tornare a guardare senza complessi in questo nodo: il fallimento del comunismo non fa dell´ordine capitalistico la fine della storia. Bisogna ritrovare una misura condivisibile – razionale, ma non solo economica – del mondo. E questa ricerca ha una sua microfisica, che ci coinvolge qui e ora, già nel governo delle nostre città, delle nostre istituzioni, del nostro paese.
Il secondo punto, connesso al primo, si riferisce al rapporto fra etica e politica. Devo confessare tutta la mia insofferenza per la polemica sul relativismo che ha riempito le pagine dei nostri giornali. Secondo una deformazione inammissibile, si è presentato il relativismo etico come un frutto avvelenato della sinistra, e si è attribuita la difesa dell´universalità e dell´assoluto al pensiero conservatore guidato dalla tradizione cattolica, dimenticando però che la rivendicazione di diritti universali "naturali" è il cuore dell´illuminismo franco-kantiano con i suoi esiti giacobini, mentre tutta una tradizione conservatrice e storicista, da Herder a Croce, ha sempre difeso il carattere transeunte di ogni costruzione storica, etica compresa (un libro di Zeev Sternhell sull´"anti-illuminismo", appena uscito in Francia, sarebbe un buon esercizio di lettura: la modernità è un ben complesso groviglio).
Da un punto di vista cognitivo, l´approccio relativistico e probabilistico è il culmine della scienza moderna, ed è l´unico che aiuta a comprendere la struttura dell´universo, e dunque la sintassi di Dio. Ma quanto più la natura, indagata in modo adeguato, perde il carattere ideologico di regno della certezza e dell´eterno – e dunque quel valore di disciplina e di vincolo che le avevamo attribuito (se è specchio di Dio, ebbene, Dio non è questo) – e presenta come il suo tratto più autentico la propria illimitata manipolabilità da parte della tecnica, tanto più abbiamo bisogno di sostituire in modo persuasivo la sua dileguata funzione normativa ed esemplare. E non possiamo farlo altrimenti che con un´etica centrata intorno al valore universale della specie, e delle infinite potenzialità che essa contiene ed esprime nella storia (un segno di Dio?) attraverso la singolarità e l´eguaglianza delle vite. Insomma, la costruzione di un integrale umanesimo morale, le cui regole siano in grado di orientare, attraverso la politica e il suo progetto, la tecnica e l´economia. Il primato di un rapporto fra etica e politica mai sperimentato finora può diventare il retroterra di un nuovo schieramento. Ma questo richiede un lavoro enorme, che nessuna delle tradizioni oggi in campo può sperare di condurre da sola. Bisogna dunque farsi leggeri, e prendere il volo, insieme.
Corriere della Sera 9.7.06
«Afghanistan, la sinistra dissenta ma dica sì Tutto il Polo voti con noi, non mi imbarazza»
Fassino: cure sanitarie, chi ha redditi più alti dia un contributo.
Se l'Onu decide di agire, l'impegno dell'Italia è coerente con l'articolo 11 della Carta. Non si può catalogare come guerra qualunque uso della forza.
Prodi ha bisogno del Partito democratico
di Massimo Franco
«Dissentite pure, ma votate sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan». l'appello di Piero Fassino alla sinistra radicale lascia capire che la questione è aperta. Ma il segretario diessino spera ancora nella compattezza dell'Unione. Di più: in un voto a favore del Parlamento, con «tutto il centrodestra. Il suo voto non mi imbarazza», dice. Sarebbe un modo per mettere in primo piano gli interessi nazionali. Fassino difende anche la politica economica del ministro Padoa- Schioppa. E in questa intervista al Corriere lancia l'idea di pagare in proporzione al reddito una parte delle cure sanitarie che si ricevono. Parla di «contributi complementari», dai quali escludere le fasce più povere.
Segretario, la politica estera dell'Italia sta cambiando. Quanto pesa l'eredità berlusconiana sui vostri atti di oggi?
«l'Italia è un grande Paese europeo che vuole giocare una partita con e dentro l'Europa. Non ha più la linea euroscettica del centrodestra di Berlusconi, che ha appannato e offuscato il nostro ruolo. Dopo il primo mese di governo, anche l'immagine di una falsa partenza mi sembra archiviata. E' vero che è stata più faticosa del previsto, ma adesso stiamo marciando. Abbiamo deciso il rientro dei soldati italiani dall'Iraq, senza per questo rinunciare ad accompagnare la transizione irachena. E non ci sottraiamo alle responsabilità internazionali. Lo dicono la conferma della missione in Afghanistan e nei Balcani, la disponibilità a intervenire nella questione del Darfur, la gestione del dossier iraniano da cui prima eravamo fuori, e l'iniziativa sul Medio Oriente».
Non teme che l'Italia possa apparire uno dei capifila europei dell'antibushismo?
«Veramente no, anzi mi pare una sciocchezza. Non vedo antiamericanismo. Se abbiamo confermato l'impegno in Afghanistan e ci stiamo muovendo su Iran e Medio Oriente, sappiamo bene che questo comporta una strategia concordata con gli Usa. La differenza fra noi e il centrodestra è che il governo Berlusconi si metteva d' accordo con Bush a prescindere dall'Ue. Noi, invece, insieme con l'Europa».
Lei condivide le risoluzioni approvate a Strasburgo contro i voli segreti della Cia?
«La lotta al terrorismo non può prescindere dal rispetto dei diritti delle persone e delle regole della comunità internazionale. La risoluzione di Strasburgo raccoglie una preoccupazione vera, come è dimostrato dall'inquietante rapimento di Abu Omar in Italia».
I rapporti con gli Usa si intrecciano con quelli con Israele. l'equivicinanza con palestinesi e Israele crea qualche confusione. Può chiarirla?
«Equivicino è l'opposto di equidistante. Significa tenere insieme i diritti dello Stato di Israele e dei palestinesi, partendo da fatto che in Medio Oriente sono in conflitto non un torto e una ragione, ma due ragioni. E proprio perché sono due ragioni, l'unica soluzione per la pace è il riconoscimento di entrambe: non si tratta di equivicinanza a Israele e ai terroristi, ma a israeliani e palestinesi».
Pensa anche lei che Israele abbia ecceduto dopo il sequestro del caporale Shalit?
«Penso sia necessario che i due protagonisti capiscano le conseguenze dei propri atti, e li misurino ogni volta calcolando quello che possono innescare. A Israele e governo palestinese si richiede grande freddezza nel valutare atti magari in sé giustificabili, ma che hanno conseguenze potenzialmente incontrollabili. E in ogni caso è urgente una mediazione internazionale per liberare il soldato israeliano e fermare l'assedio a Gaza».
In passato, la copertura dell'Onu era sufficiente per legittimare una missione militare. Ora sembra non più: almeno per la sinistra radicale. Perché?
«Ci sono due punti politici da chiarire. Il primo è che l'articolo 11 della Costituzione rifiuta la guerra; ma dice anche che l'Italia è pronta a concorrere con le sue Forze Armate a iniziative della comunità internazionale per garantire pace, stabilità e diritti. Se l'Onu decide di agire, l'impegno dell'Italia è coerente con l'articolo 11, non contrario. Il secondo equivoco da sciogliere è che non si può catalogare qualunque uso della forza come guerra. Se la comunità internazionale cerca di interrompere un conflitto, garantire una democrazia in pericolo o affermare diritti negati, è un'azione di polizia internazionale, non un atto di guerra. La missione in Afghanistan va letta così. l'Onu ha deciso l'intervento contro i Talebani e Al Qaeda nel 2001, con l'adesione di tutti gli Stati europei. Credo che queste ragioni vadano condivise».
Sull'Afghanistan lei scommette sulla compattezza dell'Unione? «Io lavoro perché ci sia. Ma se anche le mie ragioni non fossero condivise, credo che un parlamentare possa avere opinioni diverse dalla maggioranza. Questo non deve necessariamente trasformarsi in voto contrario».
E se vi vota l'Udc e non parte della sinistra radicale? Cadrebbe il governo?
«Non credo. Io mi auguro che l'Unione voti tutta, e anche tutto il centrodestra. Il loro voto non mi imbarazza, perché corrisponde agli interessi italiani. Se la Cdl considera la scelta giusta, perché non dovrebbe votare?».
Perché spera di far cadere il governo.
«Sarebbe molto grave. Non si può subordinare un voto di questo tipo al gioco politico interno».
La preoccupa la competizione tra le forze della sinistra radicale?
«Spero siano tensioni da inizio di legislatura. Anche perché il nostro elettorato non approva e non capisce le divisioni. l'unica cosa che ci si sente dire, andando in giro, è: "Mi raccomando, restate uniti". Credo che se ne rendano conto anche i vertici di questi partiti».
Sul Dpef il ministro Ferrero si è dissociato.
«Sì, ma non ha votato contro: non ha partecipato all'approvazione finale. Mi sembra indicativo. Si può anche dissentire da alcune misure, ma da qui a non tener conto di essere parte di una maggioranza, ce ne passa: si aprirebbe un problema politico. Il debito pubblico sta arrivando al 110 per cento. Siamo alla crescita zero e alla perdita di produttività e competitività. Se non interveniamo, ci sarà un declino irreversibile che pagheranno giovani, donne, e le famiglie a reddito più basso. E noi vogliamo evitare la separazione dei due tempi: risanare e sviluppare. l'idea è di ridurre il debito per liberare risorse; sostenere la crescita; e, riducendo il debito e aiutando la crescita, tutelare le fasce più deboli. La strategia di Padoa-Schioppa punta a tenere insieme questi tre fronti».
Sulla sanità si delinea una sorta di percorso di guerra. E di mezzo andranno le spese degli enti locali, spesso guidati dal centrosinistra.
«Credo che spendere meno del 6 per cento di Pil per la sanità sia impossibile. Ma la spesa va tenuta sotto controllo. Apriamo all'idea di una compartecipazione di chi gode di prestazioni nei ricoveri ospedalieri da parte di chi ha un reddito medio-alto. Io ho assistito per 15 giorni mia madre a Torino per un intervento chirurgico. E' entrata, è stata assistita benissimo e non ha dovuto pagare nulla. Ma mia madre è in grado di dare un contributo complementare. E con lei molti altri. Ecco, a seconda del reddito credo sia giusto far pagare parte del servizio che si riceve».
E per fare il Partito democratico che prezzo pagherete? Magari una scissione?
«Non credo: il Partito democratico mica nasce oggi. E' nato11 anni fa, costruendo l'Ulivo e il progetto ambizioso di dare una casa comune ai riformisti».
Vede resistenze più forti nei Ds o nella Margherita?
«Ognuno ha in casa le proprie resistenze. Ma si superano tutte, se liquidiamo le caricature, le etichette arbitrarie di conservatori e innovatori. Basta una discussione libera, serena».
Sarà un partito forgiato dal popolo delle primarie, come dice Arturo Parisi?
«Sarà di assoluta continuità con l'Ulivo. Senza alle spalle 11 anni di Ulivo, il Pd sarebbe un obiettivo astratto. E per di più invece, adesso, dopo tre anni di unità elettorale, nasce la spinta a passare da un soggetto politico solo elettorale a una forza a tutto tondo, nella quale ci sia spazio anche per la minoranza dei Ds che ha partecipato alla costruzione dell'Ulivo».
Lei pensa che rafforzi Prodi, o che sarà la stabilità del governo a favorire la metamorfosi dell'Unione?
«Sono vere entrambe le cose. Ma certamente è vera la prima. Più la maggioranza è guidata da una grande forza elettorale, più dà stabilità all'alleanza. Prodi ha bisogno del Partito democratico: ne è consolidato lui, ma soprattutto la democrazia bipolare. Da anni, in Europa si registrano tre costanti: gli elettori scelgono tra uno schieramento conservatore e uno progressista. Fanno parte di due coalizioni, non di due partiti. E a renderle solide è una forza di gran lunga prevalente che guida e traina».
In passato, il centrosinistra ha avuto problemi anche perché i leader diessini si sentivano stretti in un ruolo extragovernativo: nel 1996 D' Alema, oggi lei. Si sente orfano del governo?
«No, non sono orfano del governo. Ho fatto una scelta consapevole e so che la politica ha bisogno del governo ma non si esaurisce in quella sfera. I partiti hanno una capacità di rapporto con la società, non mediata solo dal potete esecutivo. Non mi dispiace l'idea di essere una cerniera fra il governo dell'Italia e la società italiana».
Repubblica 8.7.06
In manette ex assessore e il capo di gabinetto della giunta Storace
Tangenti e sanità, arresti a Roma
Inchiesta sulle Asl, decisive le rivelazione della manager. Soldi per la campagna elettorale. Ricercato un direttore sanitario La supertestimone è in carcere da febbraio
Indagini sulla truffa da 82 milioni di euro
di Marino Bisso
ROMA - Cinque miliardi di lire per la campagna elettorale in cambio di una corsia preferenziale per la sanità in convenzione. Così, con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, sono finiti in carcere Marco Buttarelli, già capo di gabinetto di Francesco Storace (prima alla Regione Lazio poi al ministero della Salute) e Giulio Gargano, ex assessore laziale di An, ora consigliere regionale con Forza Italia. Al vaglio della Procura adesso c' è la posizione del senatore Francesco Storace, accusato anche lui di aver ricevuto tangenti da Anna Iannuzzi, alle cronache "Lady Asl", la manager delle fisioterapie in convenzione, in carcere con il marito e altri 12 tra manager e funzionari di due Asl saccheggiate con falsi mandati di pagamento, fatture fasulle, accreditamenti posticci. Il provvedimento di custodia cautelare è indirizzato anche a Francesco Vaia, direttore sanitario nella Asl Roma D. Il dirigente, già in carica sotto la giunta Storace nella Roma C, è ancora irreperibile. l'ordine di arresto per Vaia segna un passo avanti nell'inchiesta sulla truffa da 82 milioni di euro consumato nelle Asl. In particolare, l'ex direttore sanitario, oltre ad aver goduto del sostegno della giunta di centrodestra guidata da Storace aveva, poco meno di un anno fa, ricevuto la fiducia anche dell'attuale esecutivo di centrosinistra presieduto da Piero Marrazzo. Nell'agosto 2005, dopo l'insediamento di cinque saggi incaricati di consigliare il governatore nella scelta dei nuovi manager, è Giusy Gabriele, direttrice generale appena nominata, a volerlo al suo fianco nella gestione della sanità per Ostia e il versante sud della Capitale. Ieri Gabriele, indicata da Rifondazione comunista per la direzione della Asl Roma D, ha sospeso Vaia "a titolo cautelativo" mentre i carabinieri passavano al setaccio uffici e archivi dell'azienda sanitaria. Gli uomini dell'Arma, su ordine dei sostituti procuratori Giancarlo Capaldo e Giovanni Bombardieri, nella sede della giunta della Regione hanno perquisito anche gli uffici dell'ex assessore ai Trasporti, Giulio Gargano, il più votato in An, poi convertitosi al partito di Berlusconi. Per i nuovi arresti sono state decisive le deposizioni della supertestimone Anna Iannuzzi: ha accusato Gargano di essere il "collettore" di tutte le tangenti durante la giunta Storace, e Buttarelli che, come presidente dell'Ipab San Michele, «facendo leva sulla sua appartenenza al gruppo politico che dirigeva la Regione Lazio», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare, «si faceva dare rilevanti somme di denaro per compiere atti contrari ai propri doveri di ufficio nell'ambito dell'iter di autorizzazione e accreditamento della casa di cura privata affittata dalla società dell'imprenditrice». La "clinica" autorizzata a funzionare nonostante non avesse neanche gli allacci per acqua, luce e gas. Una clinica fantasma.
Corriere.it 10.7.06
Da uno studio della University of Amsterdam
Parole sensate? Dipende da chi le dice
Comprendere una frase non è questione di contenuto: fatichiamo a capire chi dice cose che non si addicono al proprio ruolo o figura
di Serena Patierno
La comprensione di un discorso non è un processo così scontato come potrebbe apparire: qualcuno pronuncia una frase, l'ascoltatore la riceve, traduce il messaggio vocale in una serie di significati, ed ecco che si raggiunge il senso compiuto, a patto che esista una certa coerenza e che non ci siano troppi errori grammaticali.
NON SOLO GRAMMATICA - Ma uno studio condotto dall'Università di Amsterdam rivela che l'identità di chi parla è fondamentale per il nostro cervello ai fini della comprensione di un discorso. Se ci sono forti incoerenze, questa fallisce. Non solo l'associazione tra significato e significante – l'immagine acustica di una parola – non è così immediata e banale, ma anche il significato attribuibile a una frase non può essere separato dal contesto sociale che avvolge e coinvolge il momento in cui questa è emessa.
IL TEST - Il dottor Jos van Berkum, che ha condotto la ricerca olandese, attraverso l'elettroencefalogramma ha misurato l'intensità dell'attività elettrica del cervello durante l'elaborazione di una locuzione. L'esperimento prevedeva frasi farcite di alcune parole fuori posto, e altre, invece, dotate di un senso grammaticale perfettamente compiuto, ma incongruenti rispetto all'individuo da cui venivano fuori. Insomma, un uomo che pronuncia una frase del tipo: «voglio somigliare a Britney Spears» provoca un'incertezza nei processi mentali, una sorta di rallentamento. Come dimostra la registrazione dell'attività elettrica del cervello di chi ascolta, la reazione è del tutto simile a quella che si verifica quando nel mezzo di una frase si individua una parola che non c'entra nulla: c'è lo stesso picco nell'attività elettrica cerebrale.
FORMA E CONTENUTO - Il significato, quindi, non si costruisce solamente a partire dalla coerenza grammaticale e dalla conversione delle parole in idee. Il contesto sociale, e l'identità del parlante, costituiscono indizi altrettanto importanti che possono togliere coerenza e significato a un discorso proprio come gli errori grammaticali. Il processo, inoltre, è assolutamente veloce: fra i 200 e i 300 millisecondi sono sufficienti perché il cervello reagisca alla sorpresa che lo depista. È chiaro che il significato non è il risultato della somma dei singoli significati. I processi che lo regolano sono molto più complessi: «Il linguaggio – dichiara van Berkum – evolve in modo strettamente correlato alla società, ai suoi bisogni comunicativi». In un attimo afferriamo il messaggio verbale, lo analizziamo grammaticalmente e lo inseriamo in un contesto complesso, fatto di informazioni che riguardano l'individuo parlante, l'ambiente e molti altri aspetti per nulla contenutistici, bensì «formali».
Repubblica 11.7.06
Migliaia di scritti mai pubblicati svelano le molte avventure del genio della Fisica
"Sono inseguito dalle amanti" Le lettere segrete di Einstein
Nella corrispondenza diffusa dall'università di Gerusalemme si parla di una decina di spasimanti, spesso giovanissime
di Anais Ginori
Albert Einstein era un uomo che cercava di mettere ordine nell'universo ma non nella sua vita sentimentale. Amava le donne almeno quanto la scienza, il genio ebreo-tedesco insignito del premio Nobel della Fisica nel 1921. Accumulava amanti regolari e fugaci, si dedicava a interminabili corteggiamenti, era capace di crudeltà con accompagnatrici indesiderate e di grandi romanticismi per le sue giovani fiamme. Le confessioni amorose di uno dei più grandi geni del Novecento sono contenute in oltre millequattrocento lettere pubblicate ieri per la prima volta dall'università di Gerusalemme.
A proposito dell'amante Ethel Michanowski, una berlinese di quindici anni più giovane di lui, ammette: «E´ vero che M. (Michanowski, ndr.) mi ha seguito fino in Inghilterra e che il suo inseguirmi è ormai fuori controllo». Lo scienziato scriveva spesso a Margot, figlia della sua seconda moglie Elsa, con cui aveva un rapporto di amicizia e confidenza. Nella lunga corrispondenza si parla di almeno una decina di spasimanti. Quello che era stato un bambino timido e dislessico era diventato in un donnaiolo impenitente. Nelle lettere parla delle sue relazioni con Margarita, Toni, Estella, e con una tale L. «Fra tutte queste signore - spiega - l'unica alla quale sono veramente attaccato è L., che è assolutamente innocua e decente».
Einstein aveva sposato la serba Mileva Maric nel 1903, studente di fisica come lui. «Resteremo studenti finché vivremo e ce ne sbatteremo del mondo» diceva lo scienziato. Ma dopo sei anni, vedeva già la moglie come "zoppa e brutta" e si era innamorato della cugina "bionda e bella" Elsa. La pulsione al tradimento era però irrefrenabile, specie per le donne molto più giovani di lui. Elsa aveva tentato un compromesso: accettava che lui avesse una relazione "regolare" con la segretaria in cambio della rinuncia ad altre scappatelle. Nella corrispondenza è svelato anche come Einstein utilizzò i soldi del premio Nobel. Si pensava che la somma fosse stata depositata in un conto svizzero intestato alla prima moglie Mileva e ai loro due figli, Hans Albert e Eduard. Le lettere mostrano invece che Einstein investì la maggior parte del premio negli Stati Uniti, perdendo quasi tutto per la Grande Depressione del 1929.
La corrispondenza era stata raccolta dalla figliastra e confidente Margot e donata all'ateneo israeliano con l'impegno a pubblicarle solo vent'anni dopo la sua morte, avvenuta l'8 luglio 1986. L'università di Gerusalemme sostiene che «le lettere smentiscono l'idea che Einstein fosse freddo e distante con i suoi parenti». Il teorico della relatività, che girava il mondo per studi e conferenze, scriveva alle donne della sua famiglia quasi ogni giorno. In una lettera ad Elsa del 1921 aveva confessato che anche il suo amore per la scienza era fugace: «Presto sarò stanco della relatività. Anche una passione così svanisce quando si è troppo coinvolti».
il manifesto 11.7.06
Giustizia. Indulto, testo in aula il 24 luglio
Roma. Grandissima prudenza, ma anche, sotto traccia, un certo ottimismo. Per la prima volta da sedici anni a questa parte forse è a portata di mano del parlamento un provvedimento di indulto che potrebbe alleggerire, seppure in via temporanea, il super affollamento delle carceri. I poli procedono da giorni e giorni a fari spenti, anche perché formalmente un testo definito non è ancora arrivato in commissione giustizia alla camera.
Le indiscrezioni sono piuttosto circostanziate. Il presidente della camera Fausto Bertinotti ha messo in calendario per il prossimo 24 luglio la discussione su indulto e amnistia. E il presidente della commissione giustizia della camera, Pino Pisicchio dell'Italia dei valori, ha già detto che per quel momento sarà tutto pronto: «Domani (oggi per chi legge ndr) riprendiamo la discussione in commissione ed entro questa settimana, attraverso una operazione di stralcio, potremmo avere il testo unificato che potrebbe essere sottoposto alle altri commissioni per i pareri dal 20 luglio ed andare in aula per quella data». La convergenza, anche con l'opposizione (salvo qualche perplessità da parte di Lega e Alleanza nazionale), ci sarebbe soprattutto su un provvedimento di indulto da approvare entro agosto che tamponi una emergenza carceri ormai preoccupante. «Penso che sia necessario», ha risposto Bertinotti a chi gli chiedeva se sull'indulto fosse ipotizzabile un accordo tra i poli.
Dal punto di vista tecnico le strade sono due: un testo complessivo che parli sia di indulto sia di amnistia, da cui stralciare entro l'estate la prima parte, per poi proseguire alla riapertura della camera. Oppure un breve testo dedicato esclusivamente all'indulto, e per l'amnistia chi vivrà vedrà. La sostanza comunque cambia poco. Se tutto andrà bene (e su questo argomento la strada si fa spesso complicata), la norma da approvare entro fine luglio conterrà un indulto a due o a tre anni, capace di far uscire dalla galera diecimila o dodicimila detenuti. Solo un inizio, per l'emergenza delle carceri italiane che al 31 agosto 2005 ospitavano 59.649 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 42.959 unità. E quindi con 16.690 detenuti in più rispetto ai posti letto regolamentari.
Entro il 20 luglio bisognerà anche unificare i diversi testi presentati fino a questo momento. L'ultimo è quello di Silvano Crapolicchio del PcdI che ha depositato una proposta di legge «tale da alleggerire il sovraffollamento delle carceri italiane dovuto alla legge sugli stupefacenti e a quello sull'immigrazione clandestina». L'elaborazione del testo è stata affidata ad Enrico Buemi della Rosa nel pugno, ma a spiegare il testo è Pisicchio: «Sono pochissimi articoli». Esclusi i responsabili di reati di mafia, pedofilia e terrorismo.
Maurizio Gasparri di Alleanza nazionale ieri ha preso le distanze, attaccando anche il ministro della giustizia Mastella e la sua boutade circa una amnistia che salvi i protagonisti di calciopoli: «Mastella pensi alla giustizia e non ad annunciare favori agli amici. Bisogna dire no sia all'aministia sia all'indulto in nome dei principi di legge e ordine. E la destra, soprattutto di questi tempi, deve dare dimostrazione di fermezza su questi temi, come ha sempre fatto, anche per non sollevare dubbi o equivoci nella pubblica opinione. L'ipotesi, quindi, di una decisione frettolosa già in questo mese in parlamento, è veramente deprecabile. Contro di essa mi auguro che saremo in molti, da destra e non solo, ad opporci per far capire a chi ha fretta che non ci sono le condizioni per una decisione che farebbe aumentare i crimini».
Repubblica - Torino - 11.7.06
Friedrich in viaggio verso Lucerna si fermò alcuni giorni sul lago. La passeggiata con Lou
Nietzsche e l'idillio d'Orta. Storia di un mancato amore
Il filosofo alloggiò nel tuttora esistente albergo del Leon d'Oro insieme con un amico
"Il vicino Monte Sacro ci affascinò tanto da farci perdere il senso del tempo"
di Massimo Novelli
È passato alla storia come «Idillio di Orta», avvolto ancora oggi nel piccolo mistero di una passeggiata sul Sacro Monte fra un uomo quasi sulla soglia dei quarant'anni e una fanciulla ventunenne. Enigma nell'eco perduta di un bacio forse concesso da lei oppure soltanto vagheggiato da lui, di una proposta di matrimonio caduta nel vuoto e dello smarrimento del senso del tempo, delle ferite che mai si sarebbero cicatrizzate.
Erano i primi giorni del maggio 1882 quando Friedrich Nietzsche, in viaggio per Lucerna, si fermò alcuni giorni a Orta San Giulio, prendendo alloggio al tuttora esistente albergo del Leon d´Oro in compagnia dell´amico Paul Rée, della «giovane russa» Lou-Andreas Salomè e di Louise, la madre della ragazza che il filosofo aveva conosciuto a Roma nel mese di marzo e alla quale aveva già domandato di sposarlo, ricevendo un rifiuto.
All'epoca il Monte Sacro, adesso «patrimonio dell´umanità» e riserva naturalistica speciale voluta dalla Regione, doveva essere uno dei posti più straordinari e silenti del mondo con quel complesso religioso e devozionale di chiese e cappelle, quegli affreschi sulla vita di San Francesco, che erano state edificate ed erano stati dipinti fra il 1500 e il 1600 sul promontorio di Orta, a picco vertiginoso sul lago. Occorre perciò lavorare di immaginazione per ritornare a quei giorni di fine Ottocento, cercando ora di non vedere troppo, di non udire almeno, gli odierni turisti vocianti in braghette che si aggirano in massa, con aggressive macchine fotografiche e un «istinto del gregge» globalizzato, tra le cappelle in restauro e le processioni di bambini e bambine che ascoltano messa nella calura estiva. Un rapido assaggio del Monte, che in ogni caso, turisti e trenini turistici a parte, rimane un luogo di arcani incanti, può tuttavia caricarti di suggestioni da smaltire con maggiore profitto dell´animo, via dalla folla, sull´isola di San Giulio o nel borgo medioevale di Orta, possibilmente sul far della sera, allorchè le braghe corte e i torpedoni di tedeschi s'involano altrove, alla caccia di pizzerie & spaghetti dai nomi improbabili.
Restano gli arcani incanti, rimane l'enigma. Che cosa accadde fra Friedrich, che stava ultimando La Gaia scienza, e Lou, in quel giorno di primavera? Ci fu davvero il bacio di Lou? E che cosa si dissero nel canto degli usignoli, magari affacciati al muretto prospiciente la chiesa di San Nicola di Mira (da cui si può sempre riconquistare un minimo di tranquillità affondando lo sguardo sull´isoletta di San Giulio, come cristallizzata nelle acque del lago, e sulle mura del convento delle suore di clausura)? Anni dopo, nelle sue memorie pubblicate soltanto nel 1951, la Salomè, «una fanciulla molto singolare» che sarebbe stata intima di Rainer Maria Rilke e di Sigmund Fred, avrebbe ricordato in questo modo: «Insieme facemmo tappa, per esempio a Orta sui laghi dell'Italia settentrionale dove il vicino Monte Sacro sembrò averci affascinato tanto da farci perdere il senso del tempo: mia madre si offese perché Nietzsche e io ci eravamo trattenuti troppo a lungo sul Monte Sacro e avevamo ritardato nell'andarla a prendere; anche Paul Rée, che nel frattempo l'aveva intrattenuta, prese la cosa molto male».
Certo è che Nietzsche, che alla fratellanza spirituale con Lou (e con Paul Rée) aveva pensato di unire l'amore, non dimenticò l'idillio di Orta, ammesso che fosse stato tale per entrambi. Fu una memoria più fondata nel male che nel bene, tanto che, poco dopo il soggiorno sul lago, scrisse a Lou e a Paul: «Sono stato veramente male per intere settimane, e se vi dico che ho avuto venti giorni di tempo da Orta, non occorre che dica di più». Il brutto tempo, che Friedrich comunque temeva moltissimo, ebbe la sua parte nella depressione che lo avrebbe colto sul declinare dell´anno, sebbene sia lecito pensare che ben altro lo avrebbe macerato.
Una seconda richiesta di matrimonio a Lou rivoltale a metà maggio a Lucerna e di nuovo respinta, non dovette essere estranea alla crisi depressiva e alla solitudine in cui sprofondò nel novembre di quel medesimo 1882, durante il periodo trascorso tra Genova, Rapallo, Santa Margherita e Portofino. La rottura definitiva con lei avvenne nell'estate del 1883, complici la madre e la sorella di Nietzsche, che avevano tentato in tutti i modi di fare sparire la «giovane russa» dalla esistenza solitaria di Friedrich. Ma in lui qualcosa, che assomiglia alla nostalgia, all'idillio, dovette conservarsi.
La scrittrice Laura Pariani, che a Orta ha dedicato delle belle pagine, alcuni anni fa pubblicò un romanzo, La foto di Orta, in cui dà vita a un Nietzsche ossessionato dal mancato amore con Lou. Ossessionato al punto di tenere con sé, fino al termine del suo viaggio nella notte e nella follia, una fotografia scattata quel giorno di maggio sul Sacro Monte e uno di quei banali souvenir un «Ricordo di Orta», che ti si incidono dentro, in commozione o in tristezza, proprio perché portatori di una semplice enorme verità del cuore.
come venire da Roma:
- autostrada A1 direzione Firenze - poi prendere l'uscita di Bettolle
- dal casello di Bettolle direzione Siena
- direzione Firenze, prendere la superstrada fino all'uscita di Monteriggioni
- al casello di Monteriggioni, direzione Colle Val d'Elsa
- poi a sinistra al cartello che indica Abbadia Isola, siete arrivati
l’Unità 9 Luglio 2006
San Cosimato, il diritto della passeggiata
di Fulvio Abbate
Piazza San Cosimato - Mi viene in mente una certa scena di “Roma”, il film che Fellini dedicò alla città nel 1970, un affresco dove appare un’enorme tavolata in mezzo alla strada, un vero presepe estivo, scaciato e pagano, con le insegne illuminate al neon dei negozi, con le portate dei camerieri sbracati, i piatti di lumache fumanti, le facce del vicinato, gli scazzi fra marito e moglie, il tram che taglia in due l’area dell’intero banchetto, il precipitato di una città popolare e popolaresca con certi suoi riti da tempo di pace, riti pagani, riti romani, riti perfino un po’ coatti. Non so perché, eppure quella messa in scena di Fellini ho sempre pensato che si riferisse proprio a piazza San Cosimato, cuore di Trastevere, certo, ma anche punto di congiunzione con il resto del paesaggio dei dintorni: le pendici di Monteverde Vecchio con la sua via Dandolo e quelle altre strade che s’innalzano verso il Gianicolo, terra risorgimentale. Piazza San Cosimato con la sua via Roma Libera (ma quante persone non esattamente indigene riescono a scindere l’una dall’altra?) dove s’affacciano trattorie e botteghe artigiane superstiti, e i bar dove restare seduti per ore, e il mercato... Ma stiamo parlando del passato. Dov’è la novità? Ora piazza San Cosimato è tutta nuova, nel senso che ne è stato ridefinito il contesto, il disegno, perfino il respiro, e dunque per la prima volta da chissà quanti anni o secoli sembra che ogni elemento del luogo stia in comunicazione con tutto il resto. E’ così tornato a fare mostra di sé l’ingresso della chiesa omonima che fino a poco tempo fa appariva come un’incompressibile protuberanza invisibile dell’ospedale “Nuovo Regina Margherita”, e lo stesso discorso vale per la fontana che è stata realizzata proprio lì davanti, con quel suo mosaico... Insomma, la piazza mostra finalmente un proprio tessuto unitario, di più, sembra davvero una piazza, un luogo liberato dalle auto e dal traffico che la rendevano simile a una specie di rotonda senza storia né costrutto dove girare in cerca di un parcheggio, questo e poco più, un gioco da dannati del sabato sera. Mi torna in mente il poeta Dario Bellezza che a un certo punto prese a vivere proprio lì accanto, penso a Dario che se ne andava a spasso fra Santa Maria e le altre vie intorno, ma ripenso anche a un altro amico scrittore, Sandro Onofri, ricordo Sandro che mi parlava di una certa Roma che aveva al centro di sé proprio piazza San Cosimato, e questo al tempo delle canzoni di Claudio Villa, un tempo che oggi ci sembra davvero remoto, eppure da quando la piazza ha riconquistato se stessa possiamo avere l’illusione che non tutto sia perduto, che l’uomo, il cittadino abbia ancora diritto a una passeggiata.
f.abbate@tiscali.it