Repubblica 24.6.06
Malumori su economia e politica estera. Ma Bertinotti frena: il governo non è un pranzo di gala
E Rifondazione orfana di Fausto ora teme di perdere l'anima
L'allarme della Gagliardi: si può stare nell'esecutivo con il senso della sfida
Curzi: "Molti vogliono farci fuori, non facciamo sciocchezze escludendoci da soli"
di Goffredo De MarchisROMA - «Il governo non è un pranzo di gala». Fausto Bertinotti lo ripete a tutti i compagni che lo chiamano in questi giorni. E sono tantissimi perché Rifondazione comunista fatica a emanciparsi dal segretario che l´ha guidata per undici anni, tra strappi, traversate nel deserto, ricuciture e alleanze, fino all´avventura piena del governo con ministri, sottosegretari e il presidente della Camera, lui. «Fausto, andava bene l´intervista?». «Questa è la mia dichiarazione sulla Rai, Fausto. Te la leggo?». Prc si è retta a lungo su una sorta di «paternalismo democratico». Ma il "padre" si sta rifacendo una vita. C´è quindi un contraccolpo doppio: l´uscita di Bertinotti e lo sbarco nell´esecutivo. Il neosegretario Franco Giordano si è ritrovato a gestire una delle fasi più delicate del partito, quella in cui molti dubitano della sua tenuta, della sua capacità di scongiurare il pericolo del frazionismo. Bertinotti però replica: «Io non sono preoccupato».
E lo ripete anche a Prodi, nella telefonata quotidiana. Eppure non basta quello squillo a tranquillizzare il Professore e con lui, il ministro dell´Economia (e del rigore) Tommaso Padoa Schioppa. Persino il pragmatico Pierluigi Bersani, che lavora gomito a gomito con il sottosegretario bertinottiano Alfonso Gianni, ha qualche timore. Proprio lui, che il giorno della vittoria di Nichi Vendola in Puglia aveva commentato: «È un´ottima notizia, è giusto che Rifondazione sia messa alla prova del governo. Vedrete che alla prima crisi industriale Vendola si comporterà come un vero amministratore pubblico e non come un estremista». Adesso ha qualche certezza in meno. Non su Vendola, ma su Rifondazione in generale.
La manovra bis («la cosiddetta manovrina», ironizza Gianni), la mini-scissione di Marco Ferrando, la minaccia di un no alla fiducia sulla missione in Afghanistan che coinvolge ben quattro senatori della minoranza interna, Luigi Malabarba in testa. Rifondazione ha subito di fronte un bivio: come stare nella maggioranza senza perdere l´identità. E l´anima. In fondo l´allarme lanciato tre giorni fa da Rina Gagliardi sul giornale di casa, Liberazione, aveva anche molti referenti interni.
Attenzione, scriveva la Gagliardi, qualcuno vuole sostituirci con l´Udc. Quindi, sottinteso, non prestiamo il fianco. O come sintetizza Sandro Curzi, già direttore dell´organo di Prc, oggi consigliere d´amministrazione della Rai «molti vogliono che ci togliamo dalle palle. Noi non dobbiamo fare stupidaggini escludendoci da soli». Bertinotti, e Giordano naturalmente, cercano la «sintesi» tra posizioni che fanno a pugni sotto lo stesso tetto. La prima la illustra Ramon Mantovani, deputato vicino ai no global, terzomondista: «Il rischio per Rifondazione è aderire alla cultura governista, vedere il mondo a partire dalle compatibilità di governo. Per noi il governo dev´essere una questione secondaria, il progetto politico conta molto di più. Per fortuna gli antidoti a quella cultura non mancano: la scelta di stare vicino ai movimenti, l´adesione alle parole d´ordine no global». La seconda, antitetica, viene spiegata da Curzi, fedelissimo di Bertinotti e uomo di mondo: «Il 2 giugno c´ero anch´io alla sfilata delle forze armate. In mezzo alla gente. E tanti mi salutavano con affetto perché il popolo di Rifondazione era anche lì. Chi confonde l´estremismo con il nostro elettorato commette un grande errore. In Afghanistan siamo su mandato dell´Onu e nessuno vuole far cadere Prodi. Come il vecchio Pci, dobbiamo combattere su due fronti: contro chi è troppo cedevole e contro chi è troppo estremista».
In mezzo alle posizioni di Mantovani e Curzi, c´è Paolo Ferrero. Perché è al governo come ministro della Solidarietà sociale e perché meglio degli altri può dire come si sta nella squadra e nella maggioranza di Prodi. «Il compito di Rifondazione è disturbare moltissimo e sempre il manovratore, cioè il governo, cioè anche me» è la sua premessa che conferma le ansie del premier. «Non moderazione, ma trasformazione. Dialettica con le dinamiche sociali, capacità di contrattualizzare e determinazione del terreno di gioco. Questo è il problema egemonico della nostra politica». Ferrero indica anche la strada che non va presa: «Quella del conflitto spettacolare con la destra, basato tutto sulle paure: immigrazione, sicurezza, droga, Islam. Lì noi ci smarriamo e la ruote della bicicletta di Prodi si sgonfiano. Se invece il Professore segue il programma riformatore costruito insieme, ha lunga vita». Il ministro parla di «crisi di crescita» per Prc, di «un di più di elaborazione necessario. Per noi, ma anche per i Ds, anche per la Margherita in cui ha tanta parte il cattolicesimo democratico». A fibrillare, a «discutere, discutere, discutere», come dice Gianni parafrasando Borrelli, dovranno essere tutti i partiti dell´Unione, se non vogliono semplicemente governare. Però incalzano i passaggi parlamentari, i voti, le mozioni e i tempi si stringono. Ieri il consiglio dei ministri non ha preparato la mozione sul rifinanziamento delle missioni, su richiesta di Giordano. Slitta alla prossima settimana e in pochi giorni Prc chiede all´Unione di ridisegnare la nostra politica estera, di spostare l´asse da Washington all´Africa alla questione mediorientale secondo la linea «due popoli due stati».
Tutto questo dovrebbe esserci nel decreto, con l´esclusione di nuovi soldati a Kabul, per evitare il voto di fiducia. «Avviare un processo di cambiamento, lasciare esprimere le forze attive della pace, fare un bilancio delle nostre missioni. Così si costruisce una politica condivisa - spiega la Gagliardi - . E il partito non è allo sbando. Esiste, è vivo. Paga qualche prezzo perché ha perso il capo indiscusso, Bertinotti, e perché la ricollocazione non è facile. Ma nella sua essenza è una realtà». La sua essenza però non è quella del governare e basta. «La cultura di governo non riesco ad averla - dice la Gagliardi - . Si può stare nell´esecutivo in un altro modo: maturando la responsabilità e il senso della sfida». E investendo sul futuro, sull´allargamento dell´area radicale, sull´esperimento della Sinistra europea, su una «confederazione» dei non riformisti, alla quale pensa Bertinotti, e che potrebbe aprirsi ai delusi del Partito democratico, come il correntone ds. Il senatore Malabarba avverte il governo e Prodi, che lega la sua sorte a questa maggioranza e all´asse tra lui e Bertinotti: «Se si fa una politica più vicina al centrodestra è normale che arrivino i voti dell´Udc e non i nostri». Ma il presidente della Camera è sicuro di poter gestire quello che definisce «un certo fermento, che è anche la valorizzazione della pluralità d´espressione. L´Unione è forte solo se è forte anche la nostra area». A Repubblica ha detto: «La sinistra radicale non si farà zittire». E quindi non perderà la sua identità. Garantisce lui.
un lancio ANSA che cita Left
ANSA (POL) - 23/06/2006 - 14.19.00
AMNISTIA: PRC-RNP, SI'A INTESA SU PROVVEDIMENTO; DL PIU'CAUTI DOPO 'CASO' LEFT, NE DISCUTONO CAPEZZONE, MIGLIORE E REALACCI (ANSA)ROMA, 23 GIU - ''Nessuno puo' pensare che la privazione della liberta' possa portare ad una privazione della dignita' umana. Vedendo la situazione delle carceri italiane occorre al piu' presto un atto di clemenza in tempi breve''. Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione alla Camera, prende come esempio il caso di Eyasu Habeteab, eritreo di 36 anni morto, ufficialmente per suicidio, nel carcere di Civitavecchia dopo un mese di detenzione divenuto protagonista della storia di copertina del settimanale Left, per sottolineare - nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio - ''l'esigenza che in Parlamento si lavori per trovare un'intesa, visto che occorre una maggioranza dei due terzi, sui provvedimenti di amnistia e indulto da calendarizzare al piu' presto nei lavori dell'Aula''. D'accordo con Migliore e' anche Daniele Capezzone della Rosa nel Pugno, in sciopero della fame da 17 giorni e tra i piu' accaniti sostenitori delle battaglie per denunciare la situazione nelle carceri italiane. ''Oggi le carceri sono diventate una questione di classe - osserva il presidente della commissione Attivita' produttive - cosi' come esiste un'amnistia di classe che si chiama prescrizione, il resto delle persone rimane invece senza possibilita' di riscatto. Chiediamo che ci sia al piu' presto un incardinamento parlamentare''. Pur non essendo del tutto d'accordo sulla strada da seguire, Ermete Realacci presidente della commissione Ambiente ed esponente della Margherita sottolinea come ''la sicurezza dei cittadini non e' in contrasto con la civilta' delle carceri''. Secondo l'esponente Dl, pero': ''Bisogna evitare di suscitare aspettative che, se deluse, possono provocare disperazione''. (ANSA). KWR 23-GIU-06 14:18 NNN
primadanoi.it 24.6.06
Bellocchio con ‘Il regista di matrimoni’ oggi al Flaiano Film Festival al Cinema MassimoSabato 24 giugno il Flaiano Film Festival propone al Cinema Massimo in Sala 1 alle ore 20,45 in concorso l’ultimo film di Marco Bellocchio, interpretato da Sergio Castellitto, “Il regista di Matrimoni”: un regista, Franco Elica, è messo in crisi dal matrimonio della figlia con un fervente cattolico e dalla necessità di dover girare ancora una volta una versione dei Promessi sposi. Decide così di partire per la Sicilia alla ricerca dell’ispirazione che sembra aver perso. Lì ritrova un suo amico di vecchia data, anche lui regista, che si spaccia per morto nella speranza di raggiungere la fama che finora gli è stata negata. Incontra anche un uomo che vive realizzando le riprese dei matrimoni. Conosce anche il principe Gravina di Palagonia, un nobile spiantato che gli propone di dirigere le riprese del matrimonio della figlia Bona. Franco si innamora subito della giovane e bellissima ragazza e si propone di riuscire a evitarle di contrarre un matrimonio di convenienza. (...)
http://www.premiflaiano.it/cinema.htmlRepubblica 24.6.06
Fabri Fibra, il rap su Omar
"Canto di un ragazzo normale che scelse la ragazza sbagliata"
di Carlo MorettiROMA - «Io sono uno spiantato. Come milioni di ragazzi oggi in Italia. Questo alla lunga ti può far impazzire. La gente sta male e io sono la cartina di tornasole di questa cosa». Autobiografia di Fabri Fibra, 30 anni da Senigallia. «Scrivere mi fa stare bene: non mi preoccupo se piace o disturba».
Cuore di latta parla di Erika e Omar. Lei si immedesima in Omar.«Metto a confronto i drammi che accadono in Italia, dove se hai un problema nessuno ti aiuta, sei solo il diverso da scansare. Omar per me è più che normale se lo paragoni alla mamma che lancia il figlio dal davanzale. È un ragazzo che un giorno commette un omicidio. Una spiegazione? Non c´è. Si è trovato nel posto sbagliato con la ragazza sbagliata. Gli ho voluto dar voce, ho voluto parlare dei tabù che abbiamo in testa per le dinamiche in cui veniamo cresciuti, a cominciare dalla pressione cattolica sulla famiglia, tanto che a 35 anni siamo tutti a casa con i genitori. La cronaca lancia segnali del disagio nelle famiglie, dov´è tutto un soffocarsi».
Omar ha commesso un omicidio.«Di più, ha dato 97 coltellate alla madre della fidanzata, s´è fatto tirare in mezzo. Ma io non studio i crimini. Ho pensato a uno che non si rende conto dell´omicidio e forse nessuno glielo fa capire».
Non teme che chi la ascolta possa subire il fascino di Omar?«A Erika e Omar in carcere già arrivano lettere di ammirazione. Io provoco, accendo la miccia dei dialoghi e delle conclusioni».
Il giudice Pomodoro vorrebbe incontrarla.«Il mio cd parla per me. Dunque non sono strumentalizzabile. E non ho tempo per incontrare nessuno».
stessa pagina
"Fermate il rap su Erika e Omar"Il presidente dei tribunale dei minori di Milano: propone un mito criminale, radio e tv farebbero meglio a non trasmettere la canzoneIl giudice Pomodoro a Fibra: vorrei confrontarmi con tedi Luca FazzoMILANO - Livia Pomodoro è da 14 anni presidente del Tribunale dei minorenni di Milano. Del mondo dei giovani conosce asprezze e ingenuità, codici e contenuti. Non è abituata a dare giudizi brutali. Ma davanti ai quattro fogli col testo di «Cuore di latta», il rap di Fabri Fibra, che spopola su radio e tv, la Pomodoro appare disarmata. Legge e rilegge il testo che porta in versi la storia di Erika e Omar, la ragazzina di Novi Ligure che ammazzò madre e fratellino e del suo giovane complice. E alla fine esprime un giudizio che si riassume in una parola. «Spazzatura. Spazzatura che andrebbe fermata. Radio e tv dovrebbero interrogarsi sull´opportunità di mandarla in onda».
Una sentenza un po´ brusca. Fibra ha un sacco di successo.«Non ne dubito. Questa è spazzatura che va alla grande, perché l´incultura che passa tra i giovani italiani è questa. Ma resta spazzatura. E, in questo caso, è spazzatura pericolosa».
Lei sta chiedendo di censurarla?«No, ci mancherebbe. Non posso farlo né ci penso. Ma è una canzone che parla della realtà. Di una realtà che conosciamo tutti bene. Fin troppo bene, direi: la vicenda di Erika e Omar è stata amplificata, è diventata emblematica di un modo estremo di vivere la vita familiare e i suoi inevitabili disagi. Ed il problema è che, ci piaccia o no, per molti giovani Erika è diventata un modello. Ce lo dicono le lettere che le arrivano, come arrivavano a Pietro Maso e ad altri prima di lui. E´ terribile. Ma proprio per questo mi domando che senso ha stimolare questi istinti con uno strumento immediato come un rap».
Qual è il messaggio che le fa paura?«La mancanza di rispetto. Ai giovani passa il messaggio che se non fai la carogna non sei nessuno. E´ la banalizzazione del crimine».
Siamo messi bene, se i ragazzi si fanno influenzare da un rap.«Ma qui siamo su un terreno minato: perché il mito del criminale sta inevitabilmente nell´immaginario del giovane, è l´avventura , è il riconoscimento all´esterno. E i giovani che io mi vedo passare davanti, proprio di questo soffrono: carenza di identità. Temo che pur di darsi una identità possano fare qualunque cosa. E le conclusioni possono essere ancora più devastanti se questi giovani si trovano ad agire in una società dove la mancanza di rispetto viene comunicata ad ogni gesto e ad ogni occasione. Intendiamoci: io penso e spero che i tanti milioni di ragazzi che non fanno notizia siano desiderosi di dare alla loro vita un senso diverso da quello della canzone. Ma poi ci sono i suggestionabili, è a loro che questo messaggio arriva per primi»
Fabri Fibra potrebbe replicare che ormai Erika è un personaggio, le sue foto alla partita di pallavolo hanno fatto il giro d´Italia.«Si aggiunge un errore a un errore. Io penso che quelle immagini siano state un grave sbaglio: per il messaggio che mandavano all´esterno, perché normalizzavano e banalizzavano un delitto, e per il messaggio che mandavano alla stessa Erika. Chi ha permesso quella pubblicazione ha fatto un grave danno anche a lei».
Vuole lanciare un appello al cantante?«Sì. Mi piacerebbe incontrarlo. È un ragazzo come i tanti che vedo ogni giorno. Vorrei confrontarmi con la sua intelligenza e il suo buon senso, se ne ha. Cercherei di spiegargli perché credo abbia sbagliato».
Repubblica 24.6.06
Un saggio di Roberto Gualtieri su 50 anni di storia
Dc & Pci vite parallele
di Miriam MafaiSimul stabunt, simul cadent: la Dc e il Pci, i due grandi partiti che, dopo aver condotto il paese fuori dalla guerra, ne hanno promosso la ricostruzione e lo sviluppo e garantito un welfare di tipo europeo (sia pure inquinato da insufficienze e clientelismo), quei due grandi partiti, protagonisti della nostra storia, sono stati travolti, sia pure in momenti e con modalità diverse, dalle macerie del Muro di Berlino. Crollava il sogno del socialismo che era stato a lungo, con il «legame di ferro» con l´Urss, ragione, non unica ma essenziale, di tenuta e successo del Pci. Ma, sotto quelle macerie, finiva anche la dura contrapposizione bipolare, la «guerra fredda» che aveva fatto del nostro paese una terra di frontiera, vigilata e garantita dalla Chiesa e dalla Dc. Con il crollo del Muro insomma, i due grandi partiti, contrapposti e nemici, hanno visto esaurita la loro necessità storica.
Simul stabunt, simul cadent.
Ci voleva un giovane storico di formazione gramsciana, oggi vicedirettore dell´Istituto Gramsci, per tentare una ricostruzione del cinquantennio repubblicano in questa chiave, mettendo cioè in luce le analogie, i reciproci condizionamenti tra la le due più grandi forze politiche del nostro paese. (Roberto Gualtieri,
L'Italia dal 1943 al 1992 - Dc e Pci nella storia della Repubblica, Carocci, pagg. 300, euro 23.50). In questa chiave viene riesaminato il peso del cosiddetto «vincolo esterno» sulla vita e le scelte dei due maggiori partiti italiani. Un vincolo che, contrariamente a quanto generalmente sostenuto, non fu né solo né prevalentemente negativo.
La forza della Dc e del Pci, sostiene Gualtieri, fu certamente esito anche della forza della Chiesa e degli Usa da una parte e, dall'altra della forza e del prestigio dell´Urss e del suo legame con le Botteghe Oscure. Tutto questo certamente ci fu. Ma non basta a spiegare il successo dei due partiti che seppero sempre ricavarsi, sia pure a fatica, un sufficiente spazio di autonomia nella definizione delle proprie scelte politiche. Da una parte come dall'altra, dalla parte di Togliatti cioè come dalla parte di De Gasperi ci fu, al di là delle reciproche accuse di tipo propagandistico (che volevano Togliatti servo di Stalin, e De Gasperi servo degli Usa) la capacità di interpretare e gestire i vincoli derivanti dai loro legami internazionali rendendoli funzionali a un concreto e condiviso percorso di costruzione della democrazia in Italia. Cosa che in effetti avvenne, con il superamento, da parte del Pci, delle residue spinte eversive ancora presenti nel paese nell'immediato dopoguerra e, da parte della Dc, con il pieno inserimento nello Stato delle masse cattoliche fino allora estranee o escluse.
La figura e il ruolo di De Gasperi emergono, in questa ricostruzione di Gualtieri, in tutta la loro complessità, largamente positivi. Per la capacità del leader democristiano di resistere alle pressioni della destra confindustriale e a quelle, ancora più stringenti, del «partito romano» che da Oltretevere spingevano la Dc su posizioni clerico-moderate (e ne avremo l'esempio più clamoroso nel 1952 con la «operazione Surzo»). Per la sua capacità di operare scelte capaci di traghettare sul terreno democratico un elettorato ancora ferocemente conservatore, intriso di umori monarchici e fascistoidi. Per la sua capacità, infine, di impegnare il suo partito e l'azione del suo governo sulla strada di un pur cauto ma concreto riformismo, che gli consentirà, nei primi anni '50 di definire la Dc, un "partito di centro che marcia verso sinistra". Ma soprattutto resta fondamentale e lungimirante il ruolo di De Gasperi sul piano della politica europea. Al leader trentino infatti si deve, secondo la ricostruzione di Gualtieri, «la individuazione chiara e precoce del nesso tra integrazione europea, sviluppo economico e possibilità di realizzare in Italia un compromesso sociale inedito tra capitale e lavoro, e tra Stato e mercato» (un problema, a ben vedere, ancora attuale e non compiutamente risolto). Siamo, insomma, in questa ricostruzione della figura e del ruolo di De Gasperi quanto mai lontani sia dalla vulgata che nel vecchio Pci dipingeva spregiativamente il leader trentino come «il Cancelliere», sia da un famoso testo scritto da Togliatti in sua memoria a due anni dalla sua morte.
Tutta la storia successiva della Repubblica, fino al 1992 che ne segna la fine, porterà, secondo la ricostruzione di Gualtieri, il segno di quella ambivalenza definita a ridosso del dopoguerra. A ben vedere anche la fase storica assai più recente, del cosiddetto «compromesso storico» porta il segno, dall´una come dall´altra parte, di quelle scelte iniziali e delle relative difficoltà.
Berlinguer versus Moro, come Togliatti versus De Gasperi. In quella fase, probabilmente, ambedue i leader, pur sentendone il peso, non riuscirono a liberarsi dai rispettivi condizionamenti internazionali. Ci provarono, ma non ci riuscirono. Ma questa è un'altra storia.
Repubblica 24.6.06Democrazia e corruzioneAnticipazione / Un colloquio con Vittorio Foa sul "caso Chelsea"
di Marianella Sclavi
Era dominata dalle cosche ma i cittadini sono riusciti a riconquistare la normalitàEsce un libro che racconta la vicenda della metamorfosi della città del MassachusettsL'opportunità è l'altra faccia della crisi solo a patto che si sappia affermare le differenze e perseguire l'unitàChiedersi come si crea uno spazio pubblico e politico più vasto sta diventando una priorità per tuttiLa storia di Chelsea, Massachusetts, è interessante per i lettori italiani per tre motivi. Prima di tutto perché è la storia di un'intera città che passa dal consenso alle cosche, al consenso democratico. E non è poco. In secondo luogo, perché questo passaggio avviene attraverso un intervento congiunto di magistratura, riforma istituzionale e partecipazione dei cittadini alla stesura di un nuovo statuto della città. Il commissario dello Stato del Massachusetts, dopo aver favorito in vari modi il ricambio quasi totale dei dirigenti della pubblica amministrazione, della Polizia e dei principali Servizi, ha deciso, avendone la facoltà, che un nuovo governo post-commissariale sarebbe sopravvissuto solo a patto di essere creato direttamente dai cittadini. La bancarotta economica e il fallimento politico, sociale e culturale sono diventati la leva per iniziare un processo radicale di riscoperta e rigenerazione della democrazia, perseguito con grande determinazione e contro innumerevoli tentativi di farlo deragliare. Trovo affascinante il processo con il quale queste persone, in disaccordo fra loro quasi su tutto, sono riuscite ad arrivare a delle soluzioni sempre creative e a volte sagge. Ed è qui che ho pensato immediatamente a Vittorio Foa.
Una città dalla quale non si vedeva l'ora di scappare è rifiorita fino a essere definita «il paradiso per chi ama la vita urbana». In Italia, l'idea che l'opportunità è l'altra faccia della crisi è assente, specie nel mondo politico.«L'opportunità è l'altra faccia della crisi solo a patto che si sappia al tempo stesso affermare le differenze e perseguire l'unità. Questa è una lezione che ho appreso molti anni fa proprio all'Assemblea Costituente. Avevo trentacinque anni e il clima all'Assemblea Costituente era molto teso. Al mattino si discuteva di politica e i contrasti apparivano insolubili, ma al pomeriggio, quando si era impegnati a scrivere la Costituzione, tutto diventava più facile, ci si rispettava e si cercava un pensiero comune. Ho riflettuto a lungo su questo contrasto e ho capito che non c'era contraddizione fra l'essere di parte e l'essere capaci di trovare un'intesa al di sopra delle parti. Anzi: se non avessimo litigato, come avremmo potuto cercare insieme? Ricordo un dibattito molto elevato a proposito della presenza di Dio nella Costituzione fra il cattolico La Pira e il comunista Togliatti. Vi era un profondo rispetto reciproco».
Su questo punto l'ha spuntata Togliatti, no?«Veramente l'ha spuntata De Gasperi, è lui che ha proposto la mediazione. Era di una bravura eccezionale. Per De Gasperi tener fuori la Chiesa e Pio XII dalla Costituzione era altrettanto importante, anche se per ragioni diverse, che per Togliatti».
Anche nella «costituente» di Chelsea il primo scontro apparentemente insolubile è fra chi vuole nominare Dio nel preambolo e la rappresentante degli atei che è assolutamente contraria...«Quando si è in una stretta, in una fase di crisi e cambiamento, bisogna rispondere allargando la democrazia e la partecipazione, questo è il principio che mi ha accompagnato nella vita sindacale, anzi è il motivo per cui ho amato lavorare in una organizzazione come il sindacato che questo richiedeva».
Il fatto che ai cittadini super scettici di Chelsea sia stato chiesto innanzitutto quali sono gli ideali di Buon Governo che hanno a cuore, è stato fondamentale per consentire l'impegno successivo. Perché la convergenza sugli ideali è molto più facile che non sui valori o sugli obiettivi contingenti. Una volta creato «capitale sociale», fiducia, si può passare agli ulteriori ostacoli e alle ulteriori sfide in uno spirito di collaborazione.«Oggi il dato prevalente è la sfiducia, la rassegnazione, la preoccupazione per il futuro. Molti giovani lavoratori non sanno più cosa sia il loro futuro. Hanno di fronte una prospettiva di orario spezzato, lavoro diviso e precarietà, solo lavori precari».
Bisogna sapere che esiste una modalità di ascolto non giudicante che è fondamentale sia per capire i problemi comuni che per trovare delle soluzioni mutualmente soddisfacenti. Nella esperienza di Chelsea una serie di abitanti indicati dagli altri come persone di cui ci si fida vengono addestrati a fare i facilitatori alle riunioni. Compito principale dei facilitatori, oltre a redigere un buon rendiconto di ogni incontro, è far valere un clima e un atteggiamento di ascolto attivo, nel quale si assume che tutti coloro che intervengono, pur sostenendo tesi opposte, aiutano a capire meglio la situazione.
«Questa capacità dei facilitatori è decisiva! Si crea il clima della cooperazione. Ti guardi attorno e vedi cose terribili che stanno succedendo alle quali è difficile dare risposta di ascolto. Un sindacalista che ho incontrato di recente mi raccontava cos'è oggi la vita nel Veneto, la chiusura delle fabbriche. Il padrone dice: "Devo andare via, non posso stare qui, devo andare in Romania, altrimenti chiudo, fallisco, non posso vendere le mie merci" e tu operaio, tu sindacalista, che cosa fai? Tutti i problemi nascono lì, come fai a risolvere il problema. perché non sai più neppure quale è il problema! Io mi domando se questa insicurezza non diventi oggi il problema che bisogna affrontare non solo nel campo specifico del lavoro, ma in un quadro più generale su cui io non saprei dare delle risposte».
Il sociologo Ulrich Beck parla di «cosmopolitismo banale», per indicare che la nostra vita quotidiana sta diventando cosmopolita a ritmo accelerato e sempre più lo diventerà, non come risultato di scelte consapevoli, ma di una molteplicità di effetti collaterali: conseguenza della produzione e consumo globalizzati, dei flussi migratori, delle minoranze non omologabili, della civiltà che mette in pericolo se stessa...«Per affrontare questo ordine di problemi bisogna pensare a un nuovo concetto e ruolo del "pubblico", che non è più lo Stato, ma è la pluralità degli attori presenti nella società impegnati a indagare e risolvere un problema comune. Per parafrasare Beck, il chiedersi come si crea uno spazio pubblico e politico più vasto sta diventando una domanda "coatta", imposta dalla realtà anche a chi non vuole pensarci. Mi chiedo se non si debba mettere al centro di questa nuova dimensione della scelta pubblica la figura dell'immigrato, come persona reale che vive fuori casa e vede abitudini che non capisce ecc., ma anche come metafora. In un certo senso siamo tutti "delocalizzati" e tutti abbiamo il problema di costruire uno spazio pubblico comune».
Il perno di tutto quello che abbiamo fin qui detto è questa nuova concezione dell´agire e del protagonismo politico, nel quale i partiti mantengono un ruolo fondamentale, ma molto diverso dal passato, un ruolo di iniziatori e garanti di processi di democrazia multi-attoriale, partecipativa, inclusiva.«Il consenso non può essere chiuso in un momento, è un processo vivente. Ti dirò di più: il consenso di chi accetta le differenze e cerca l'unità è un processo vivente che chiede alla società di coltivare e apprezzare l´indisciplina. Per rimanere vivente ha bisogno di una costante lotta contro il conformismo».
La cittadina di Chelsea prima del commissariamento sembrava totalmente rassegnata al malgoverno e Susan Podziba racconta che la gente rideva di lei quando parlava di coinvolgere i cittadini in un processo di stesura del proprio statuto, ridevano e l'accusavano di essersi montata la testa, di aver perso il buon senso e forse anche la ragione.«Pensare con la propria testa è particolarmente importante oggi perché il giudizio sulla realtà non è delegabile più a nessun singolo punto di vista, anche se esperto e autorevole. La comprensione della realtà, che è in continuo cambiamento, richiede una prospettiva plurima. Credo profondamente nell'unità come processo. Non come una realizzazione che si conquista una volta per tutte, ma come processo continuo che noi dobbiamo svolgere, per essere contemporaneamente non soltanto noi stessi ma anche gli altri, per vedere e capire le loro buone ragioni».
Il Sole 24 Ore 22.6.06
I sessant'anni dell'amnistia Togliatti
di Gianluigi TorchianiNonostante le parole spese nei giorni scorsi sulla necessità di un atto di clemenza per i carcerati, in pochi hanno ricordato la prima amnistia dell'Italia repubblicana.
Esattamente sessanta anni fa, il 22 giugno del 1946, Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia del primo governo De Gasperi, varò la cosidetta "amnistia Togliatti". L'intenzione del leader comunista era quella di pacificare il paese, ma il provvedimento finì per tradursi in un vero e proprio colpo di spugna per migliaia di fascisti, compresi i responsabili dei crimini più efferati. Ne abbiamo parlato con lo storico Mimmo Franzinelli, autore del libro "L'Amnistia Togliatti", edito da Mondadori.
Perchè Togliatti decise di varare l'amnistia?I motivi sono essenzialmente due: prima di tutto per l'esistenza di un ampio fronte politico favorevole all'amnistia, che comprendeva monarchici, Dc, Uomo Qualunque. L'unico partito che si opponeva dichiaratamente al provvedimento era il Partito d'Azione, che però era uscito con le ossa rotte dal voto del 2 giugno. In secondo luogo perchè Togliatti aveva un progetto politico: il Pci veniva da oltre 15 anni di clandestinità e voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime. Ecco perchè Togliatti, che in un primo momento era tutt'altro che entusiasta del provvedimento, si decise a varare l'amnistia.
Gli effetti dell'amnnistia andarono oltre quelli previsti da Togliatti. Come fu possibile?Il segretario comunista aveva varato un'amnistia "bipartisan", che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai partigiani ed ecludere i reati peggiori, ma in realtà pochissimi uomini della resistenza beneficiarono del condono, mentre moltissimi criminali furono liberati. Il motivo? Togliatti, laureato in giurisprudenza, aveva scritto personalmente la legge, senza neanche farla correggere dagli specialisti. Questo errore di presunzione lasciò molto campo all'interpretazione estensiva della magistratura, perloppiù composta da uomini anziani e che avevano fatto carriera sotto il regime fascista. Grazie alla fomula dell'amnistia che prevedeva l'esclusione "degli autori di sevizie particolarmente efferate", i giudici poterono agevolmente interpretare il provvedimento in senso estensivo. Infatti la Corte di Cassazione di Roma amnistiarono persino chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti perchè la tortura non era durata particolarmente a lungo.
Quante persone beneficiarono dell'amnistia? Che fine hanno fatto negli anni successivi?Difficile quantificare il numero esatto delle persone. Diciamo che siamo nell'ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i 2/3 della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perchè in Italia, a differenza di altri paesi europei, l'amnistia non previde l'esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della RSI.
La storiografia comunista cercò di addossare le colpe dell'amnistia Togliatti a tranelli della Dc. Dove sta la verità?Togliatti scrisse personalmente la legge, ma fece l'errore di sottovalutare il ruolo della magistratura e la forte reazione di protesta della base comunista. Ecco perchè, appena venti giorni dopo il varo del provvedimento, Togliatti scaricò la patata bollente al compagno di partito Fausto Gullo, rinunciando all'incarico di ministro della giustizia nel nuovo governo De Gasperi. Da lì in poi ci fu il tentativo della storiografia comunista di discolpare il "Migliore" che, al momento di lasciare Palazzo Piacentini, portò via con sè le carte sull'amnistia. Per tutti questi anni i documenti furono dati per dispersi, sino a quando non li ho ritrovati nell'archivio dell'Istituto Gramsci.
Esiste una qualche somiglianza tra l'amnistia del '46 e quella di cui si parla oggi?Anche allora come oggi esisteva un problema di sovraffollamento delle carceri, che era anzi ben più drammatico di quello attuale. Accanto alle migliaia di detenuti per così dire politici, vi erano anche moltissimi criminali comuni perchè la guerra aveva fatto moltiplicare il numero di reati e di banditi. I motivi alla base di quella amnistia furono diversi; studiare quei momenti però mi ha fatto pensare come, anche oggi, l'talia sia un paese in cui manchi la certezza del diritto. Un paese dove a pene severissime in primo grado seguono revisioni, condoni e amnistie a cadenza periodica che portano a rapide liberazioni.
Repubblica 21.6.06
E Togliatti salvò i fascisti
A sessant'anni dall'amnistia Il decreto fu firmato il 22 giugno del 1946 e suscitò molte polemiche tra gli ex partigiani Mimmo Franzinelli ha dedicato un libro all'evento che liberò anche aguzzini e fucilatori
di Nello AjelloNenni, che era un giornalista oltre che un leader politico, registrò il malcontento esteso a macchia d' olio - Ci furono persino dei compagni che minacciarono il segretario del Pci di ritorsione elettorale«Oggi Consiglio dei ministri per elaborare il testo dell' amnistia», annotava Pietro Nenni nel suo diario il 19 giugno 1946. E continuava: «Tendenza di De Gasperi: "mettere fuori tutti i fascisti"; tendenza di Togliatti: "mollarne il meno possibile". Due modi di intendere la Repubblica». Il dibattito centrato intorno a questo dilemma ideale non andò per le lunghe se, appena tre giorni più tardi, il 22 giugno - sessant' anni fa, esatti - il decreto presidenziale venne ufficialmente emanato. Quel testo fu subito definito «l' amnistia Togliatti», dal cognome del segretario del Pci che nel primo governo De Gasperi rivestiva la carica di Guardasigilli. Lo stesso titolo porta il volume che alla vicenda ha dedicato lo storico Mimmo Franzinelli (Mondadori, pagg. 382, euro 19), corredandolo di un sottotitolo esplicitamente polemico: "22 giugno 1946, colpo di spugna sui crimini fascisti". Nel segno della fretta si svolsero, di fatto, i primi atti della magistratura chiamata ad attuare il decreto. In appena quattro giorni, la Corte d' Assise di Roma scarcerò ottantanove fascisti accusati di «collaborazionismo o di atti rilevanti». Fra gli umori, che Nenni immaginava contrastanti, del leader democristiano e del capo comunista, furono i primi a prevalere. Nel giro d' un paio di anni, sarebbero tornati in circolazione molti personaggi che all' indomani della caduta del fascismo erano stati condannati, a volte perfino con troppo spirito punitivo. «Condanne eccessive», annota Franzinelli, vennero trasformate in «strabilianti proscioglimenti». Se si dovesse assegnare a quell' amnistia un valore di simbolo, non ci sarebbe da trarne motivi di esultanza per il «nuovo corso». Essa valse a confermare lo scetticismo che, fin dagli albori dell' epurazione, aveva pervaso le personalità antifasciste che venivano chiamate a gestirla. L' ipotesi che l' epurazione stessa fosse nata un po' deforme - è qui il caso di ricordarlo - aveva trovato alimento nel fatto che il primo suo fautore, Pietro Badoglio, mancava di ogni requisito per ergersi a moralista. Fin da allora, 1944, venne contraddetto, nei fatti, il proposito di punire i responsabili di vertice, evitando di prendersela con certi «poveri diavoli di gerarchetti», cioè con «i nostri fratelli sciocchi» (così li chiamava Carlo Sforza, primo Alto Commissario all' Epurazione). Lo stesso Nenni, insignito a sua volta della carica dopo la nascita del governo Parri, trovò difficile attuare la direttiva di «colpire in alto e indulgere in basso». E concluse che «nel campo dell' epurazione» si era «raggiunto il risultato di scontentare tutti». Gli scontenti dell' amnistia si contavano ora in gran numero fra gli antifascisti e gli uomini della Resistenza, cioè in un ambiente che comprendeva i militanti del partito di cui proprio Togliatti era a capo. A mano a mano che la Cassazione tornava, con intenti assolutori, sulle sentenze che erano state emesse dalle Corti d' Assise Straordinarie nell' immediato dopoguerra, specie nell' Italia del nord, la protesta saliva di livello. Falliva così l' intenzione di procedere a una pacificazione nazionale. «L' associazionismo partigiano», scrive Franzinelli, «considerò l' amnistia come uno schiaffo». Tornavano alla vita civile collaborazionisti e delatori, complici dei nazisti e confidenti dell' Ovra, gerarchi che si erano distinti nelle diverse reincarnazioni del regime littorio, bastonatori, aguzzini, fucilatori, teorici ed esecutori della «soluzione finale», componenti degli organi di giustizia della Repubblica sociale, giornalisti dediti all' apologia del regime. Nei territori da loro amministrati, i prefetti registravano quelle reazioni esacerbate. Le associazioni delle vittime del fascismo indirizzavano ai governanti documenti sdegnati, nei quali campeggiavano slogan del tipo: «Evviva la Repubblica! Abbasso l' amnistia!». Nei volantini spiccava la minaccia di «riprendere le armi per la seconda lotta di liberazione». Nei diari dei capi progressisti (ancora una volta in quello di Nenni, giornalista ancor prima che leader politico) dominano le annotazioni riguardanti «la macchia d' olio dell' agitazione» e si citano focolai di rivolta estesi dal Piemonte in tutto il nord. «A Milano», registra il capo socialista, «sono comparsi camion di partigiani in armi». Nelle aule di giustizia, imputati fascisti in procinto di venir perdonati vengono sottratti con fatica al furore del pubblico. A Casale, settembre ' 47, durante il processo contro gli autori dell' assassinio di alcuni partigiani fu necessaria la mediazione del segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio - con la garanzia che il presidente della Repubblica non avrebbe firmato le istanze di grazia - perché tornasse fra gli astanti un minimo di ordine, dopo che una dozzina di carri armati erano entrati a presidiare la città. Nell' occasione il questore di Torino, l' azionista Giorgio Agosti, interpretò, in un colloquio con il ministro dell' Interno Mario Scelba, il sarcasmo d' un pubblico indignato di fronte al perdonismo «strisciante»: «Se si vogliono accordare le grazie», osservò, «si abbia il coraggio di dirlo chiaro, così che tutto il Paese sappia che i seviziatori e i massacratori neri hanno salvato la vita grazie al tenero cuoricino di De Nicola». Fra le carte della «scrivania di Togliatti», custodite nell' archivio romano della Fondazione Gramsci, i fascicoli relativi al ' 46 rigurgitano di appelli, petizioni, lettere, telegrammi di protesta. Nella missiva d' un gruppo di parenti di fucilati per mano fascista emerge la minaccia di ritorsioni elettorali. «Continuando detto stato di cose», vi si legge, «faremo attiva propaganda contro il comunismo». E' forse esagerato presumere che, proprio a causa di queste difficoltà, dopo la caduta del primo governo De Gasperi (13 luglio ' 46), Togliatti non accettò l' incarico di Guardasigilli nel secondo. Doveva comunque averlo infastidito nel profondo quella contingenza che - così si esprime Franzinelli - aveva trasformato «il capo rivoluzionario in un ministro borghese». Egli peraltro negò che l' amnistia fosse stata «una cosa disastrosa», sostenendone la necessità: «Dovevamo farla e l' abbiamo fatta». Deplorò, nella «base», «manifestazioni scomposte», dovute ad «eccesso di nervosismo», e fece risalire gli «sbandamenti» verificatisi nel partito a «mancanza di fermezza politica». In termini politici generali Togliatti attribuì la colpa di certe incongruenze «perdoniste» agli alleati di governo e sottolineò la responsabilità dei magistrati filofascisti - perché tali erano rimasti - desiderosi di mettere in difficoltà le sinistre. Non sfuggiva tuttavia, anche in ambito comunista, il fatto che il decreto di amnistia era stato costruito in maniera tecnicamente manchevole e a tratti incongruente, offrendo ai giudici una palestra per acrobazie concettuali, sottili disquisizioni, ragionamenti tortuosi, considerazioni capziose e settarie. Colpisce la varia gamma di umori che Franzinelli registra ai vertici del Pci. Luigi Longo scorge nel Guardasigilli l' ovvia intenzione di «conquistare» al partito «i fascisti sinceramente onesti». Per Terracini l' errore è consistito nell' «affidare ai giudici un ambito di discrezionalità inusitato». Pietro Secchia è convinto che Togliatti sia stato «fregato» dalla burocrazia del ministero. L' autore del volume, assai severo in sede storica, trova poco convincente quest' ultima ipotesi, basata sulla sprovvedutezza del capo comunista, il quale, osserva, disponeva fra i suoi consulenti di tecnici agguerriti. E trova dunque verosimile che, dato il suo «carattere volitivo», egli, «raggiunta una convinzione, poco si sia curato del parere dei collaboratori». I socialisti furono tra i più decisi nel deplorare l' amnistia. Nilde Iotti colse sulle labbra di un militante del «partito fratello» un proposito che la sconcertò. Riferendosi agli ex fascisti liberati dalle carceri, egli assicurava: «Quelli escono e poi ci pensiamo noi». Sandro Pertini disegnò sconsolato il quadro che l' amnistia lasciava dietro di sé: «Abbiamo visto uscire coloro che hanno incendiato villaggi, che hanno violentato donne... ». Saragat consigliò: «Nella questione dell' amnistia dobbiamo dissociare la nostra responsabilità da quella dei comunisti». Fra gli azionisti, Calamandrei definì il decreto togliattiano «il più insigne monumento all' insipienza legislativa» ed Ernesto Rossi vi scorgerà «una dimostrazione di imbecillità e di incoscienza». In pagine risentite, Franzinelli descrive nominativamente il corteo degli alti dignitari del fascismo che torna in circolazione dal ' 46 in poi. Si va da Grandi a Federzoni, da Bottai a Scorza, da Alfieri a Caradonna, da Acerbo ad Ezio Maria Gray, da Renato Ricci a Giorgio Pini, da Teruzzi a Junio Valerio Borghese, da Cesare Maria de Vecchi ai collaboratori della banda Koch. E poi Mario Appelius, Telesio Interlandi, Concetto Pettinato, Bruno Spampanato. Molti fra loro detteranno le proprie memorie. Parecchi militeranno nelle file del Msi. Più d' uno, incredulo del miracolo che gli tocca, emigra in Sud America, per prevenire un ripensamento della democrazia. Un' epigrafe adatta a suggellare l' intera vicenda si trova in un' autobiografia che Giorgio Almirante pubblicò nel 1974: «Sarebbe ingeneroso non ricordare l' amnistia voluta da Togliatti per i fascisti».