mercoledì 28 giugno 2006

presS/Tmagazine n.12 anno 2006
PAOLA ROSSI E MASSIMO FAGIOLI: PALAZZETTO BIANCO A ROMA


Il “palazzetto bianco” è frutto di uno strano connubio tra uno psichiatra e un architetto: Massimo Fagioli, psichiatra ed artista e Paola Rossi, architetto.
Il progetto fa parte di una ricerca collettiva culturalmente unica che ha indagato sulle radici del processo creativo in architettura e delineato un itinerario ricco di suggestioni tra architettura e linguaggio. Gli oltre settanta progetti, realizzati da architetti italiani su idee e disegni di Massimo Fagioli nel corso della ricerca, sono pubblicati sul catalogo “Il coraggio delle immagini” e sono stati esposti in una mostra inaugurata da Oriol Bohigas a Barcellona nel 1994 e allestita successivamente in varie capitali da Tunisi a Praga, da Roma a Osaka e Tokio.

Il “palazzetto bianco”, un’architettura, quasi una scultura, progettato nel 1990, vede la luce soltanto nel 2005, a causa di interminabili e complesse problematiche urbanistiche e giuridiche.
L’edificio si colloca nel quartiere Piccolomini, in un ultimo tassello edificabile a completamento di un pezzo di città definito dal vecchio piano regolatore di Roma “ zona edificabile a villini e palazzine”. In questo senso il progetto doveva necessariamente corrispondere all’impianto della tipologia a palazzina, che si impose a Roma nei primi decenni del 1900 e disegnò, per sommatoria, tutti i quartieri della Roma moderna.
Il progetto prevede due prospetti sostanzialmente differenti: l'uno, sul fronte strada, segnato esclusivamente dall'apertura delle finestre e dall'entrata, corrisponde alla zona notte; l'altro, che affaccia sul pendio trattato a verde, costituito da una superficie completamente finestrata, solcata da terrazze continue lungo tutto il suo sviluppo longitudinale e progressivamente aggettanti dal basso verso l'alto, corrisponde alla zona giorno.
La pianta dell'edificio, pur nella difficoltà organizzativa del suo sviluppo triangolare, riflette tale impostazione. Ogni piano ha due appartamenti che derivano dalla scansione creata da un nucleo centrale, composto da pianerottolo, scala e ascensore, che a piano terra trova lo spazio dell'atrio, segnalato all'esterno da un 'drammatico' taglio praticato alla base del monumentale prospetto ricurvo, rivestito di bianco brillante per ridurre la percezione della massa.

Credits
committente: privato
progetto: Paola Rossi e Massimo Fagioli
località: via di S.Fabiano, Piccolomini. Roma
collaborazioni
al progetto: Françoise. Bliek
alle elaborazioni grafiche: F.Bliek, L.Bocchini

cronologia
anno di progetto: 1990 – 1991
anno di realizzazione: 2004 - 2005

dati dimensionali
superficie del lotto: mq. 895,14
area di sedime: mq. 166,00
superficie coperta f.t.: mq. 825,99
parcheggio interrato: mq. 538,23
area libera: mq. 729,14
di cui a verde: mq. 675,14
volume: mc. 2682,59

fotografie: Claudio Palmisano, Andrea Calabresi, Riccardo Morchella, Nico Marziali

Biografia
Nata a Buenos Aires e laureata in architettura a Roma, città nella quale svolgo la mia attività professionale e di ricerca.
Impegnata costantemente nel campo della formazione e del ruolo culturale e sociale dell’architettura e dell’architetto, ho svolto attività didattica e di ricerca presso le cattedre di Geografia urbana e Analisi dei sistemi urbani della Facoltà di Architettura di Roma1, sono stata consigliere dell’Ordine degli architetti di Roma, consulente del Consiglio Nazionale degli architetti e direttore della rivista AR. Ideatrice e curatrice dal 1999 dell’AreaConcorsi dell’OAR. Responsabile per l’Italia centrale, dal 2001, della SiUifa (Sezione italiana Union internationale des femmes architectes)
Partecipo, fin dai suoi inizi, alla ricerca collettiva “Il coraggio delle immagini”. Il frutto di questa attività architettonica ed artistica è stato esposto nella mostra omonima che , inaugurata a Barcellona, ha successivamente toccato numerose sedi nazionali ed internazionali, con il Patrocinio del Ministero degli Esteri.
Nell’ambito di questa ricerca innovativa ho elaborato molti progetti che sono visibili, con gli altri, sul sito www.immagini.com




Corriere della Sera 28.6.06
Tradurre è inventare di nuovo
Il volto nascosto dell'ispirazione
di Claudio Magris

Tradurre è impossibile, ma necessario. Così iniziava un libro di molti anni fa, la splendida Guida alla traduzione dall’italiano in tedesco di Guido Cosciani e Guido Devescovi. Anche vivere, peraltro, è spesso impossibile ma, una volta venuti al mondo senza averlo chiesto, necessario. Del resto tradurre - prima di essere un’operazione letteraria, scientifica, tecnica, commerciale - è un’incessante ancorché spesso inconsapevole attività quotidiana; traduciamo nella nostra mente (bene o male, fedelmente o arbitrariamente) quello che ci dicono gli altri, le loro parole ma anche i loro sguardi, gesti, atteggiamenti, cercando di cogliere il loro significato più autentico. Nel suo racconto Malanimo , Javier Marìas immagina che un interprete, traducendo - in una situazione conflittuale e violenta - le parole aggressive di un altro, finisca per essere coinvolto e travolto lui stesso in prima persona in quello scontro; quelle parole tradotte da lui e che escono dalle sue labbra vengono recepite come sue e diventano sue. Con questa metafora Marìas sottolinea come il traduttore sia il co-autore del testo che traduce e che diventa anche suo; consapevolezza che manca oggi nella nostra cultura, in cui il traduttore viene spesso dimenticato e sottovalutato sotto il profilo intellettuale ed economico. Si finge di dimenticare che senza le traduzioni l’editoria non potrebbe sussistere; si scorda che altre epoche hanno avuto un senso profondo della traduzione letteraria quale creazione: Vincenzo Monti fa parte della letteratura italiana ben più per la sua versione dell’Iliade che per le sue opere in proprio e John Dryden considerava la sua versione dell’Eneide il suo capolavoro.
La traduzione, diceva Schlegel, è la prima forma di critica letteraria, perché scopre inesorabilmente i punti di forza di un testo e quelli deboli, dove un testo tiene e dove annaspa o bara. Per quel che mi riguarda, quale traduttore tradotto, si è trattato, in ambedue i casi e con modalità ovviamente differenti, di una delle esperienze che più mi hanno arricchito creativamente. Dal dialogo con i miei traduttori in lingue diverse - incontri, discussioni, lettere con domande, obiezioni e suggerimenti - ho appreso molte cose sul lavoro di bottega del linguaggio letterario, dal lessico al ritmo, dalla dialettica fedeltà/infedeltà al problema della traduzione transculturale, quando si tratta di versioni in lingue di civiltà lontane.
In un celebre capolavoro di Borges, La ricerca di Averroé , la difficoltà di tradurre la parola «tragedia» in arabo - lingua di una civiltà che ignora il teatro, sebbene alcuni bambini, giocando sotto le finestre di Averroé che li osserva mentre sta cercando di tradurre quella parola per lui incomprensibile, facciano teatro senza saperlo - diviene la metafora di tutte le grandi imprese necessarie e impossibili: la ricerca di Dio, la quadratura del circolo, le domande su chi siamo, donde veniamo e dove andiamo.
Con una passione cocciuta, spronata anziché scoraggiata dalle difficoltà, e con la straordinaria forza creativa che sostanzia le sue stesse versioni di grandi autori tedeschi, Magda Olivetti ha deciso di sfidare quell’impossibile quadratura del circolo, per sottrarre la traduzione a quel caos, a quella incertezza e a quell’emarginazione culturale ed economica in cui versa, affidata com’è soltanto alle doti e alla fatica di singoli traduttori, sottopagati e sottovalutati anche a causa del loro reciproco isolamento.
Da questa appassionata idea è nata per sua iniziativa la Setl, la Scuola Europea di Traduzione Letteraria, sorta a Torino nel 1992, che ha svolto, con l’appoggio di varie istituzioni universitarie e di governo locale, varie attività, e soprattutto corsi regolari a Torino, Bolzano, Firenze e Napoli, dove ora è in pianta stabile. La Scuola - che si avvale dei più qualificati esperti, insegnanti, traduttori, studiosi e scrittori coinvolti nei problemi della traduzione - segue il metodo di insegnamento della Bottega dell’Arte, in cui un maestro si prende individualmente cura degli allievi e insegna loro il mestiere, come un pittore o un carpentiere. Dopo il vaglio dell’esame di ammissione, la scuola prevede lezioni di versione, tenute da grandi professionisti che offrono agli allievi una vasta gamma di stili diversi; lezioni di scrittura, accompagnate da esercitazioni affidate a scrittori; lezioni di editoria e di editing, che hanno coinvolto i principali editori italiani; corsi dedicati ai linguaggi specializzati e settoriali; seminari aperti al pubblico; corsi a distanza consistenti essenzialmente nelle traduzioni di testi da parte dei singoli allievi e nella discussione di tali lavori.
Per la Setl sono passati alcuni fra i più notevoli scrittori, traduttori e studiosi contemporanei; con essa hanno collaborato le più importanti case editrici italiane e alcune tedesche; molti libri stranieri, delle più varie lingue e culture, sono stati pubblicati in Italia grazie a traduttori formatisi nella Setl stessa (soltanto dall’inglese più di duecento libri).
Simile a un carro di Tespi, la Setl ha svolto la sua attività in un nomadismo itinerante, in varie città. Pur legata a quest’anima zingaresca, la Scuola ha sentito la necessità di darsi una struttura stabile, creando una Cooperativa, il Ntl (Nuovo traduttore letterario) presieduta da Marina Pugliano - che proprio in questi giorni si vede riconoscere il prestigiosissimo Premio Mittner - e con sede a Firenze. La Cooperativa, come mi illustra Alda Lara Fantoni, ha un ruolo eminente anche perché, trattando con case editrici e altri committenti, tutela professionalmente, culturalmente ed economicamente i traduttori, il cui statuto socio-economico ha da essere ancora definito e garantito, come si propone di fare la Setl in un prossimo convegno.
Gli allievi della Scuola devono superare un serio esame di ammissione, ma, se accettati sono esentati da qualsiasi spesa e anzi sostenuti da borse di studio; in questo senso la Setl svolge una rilevante funzione sociale, perché contribuisce alla creazione di un’élite , anziché come spesso avviene in tanti campi, favorire élites già esistenti e dunque inclini a un ruolo parassitario. Tradurre - anche testi tecnici - è un’arte e un’arte non la si apprende solo da una scuola, ma certo ha pure bisogno di doti e vocazioni di partenza, imprevedibili come ogni grazia. Ma, con buona pace dei retori, i quali pensano che basti ignorare la lettera per possedere lo spirito o ignorare la tecnica per essere poeti, la grazia dell’arte - pure di quella del tradurre - ha bisogno, come un fiore dell’acqua, dello studio e della pazienza che insegnano a far fruttare i propri talenti altrimenti abortiti. I pittori del Rinascimento non mancavano certo di grazia nativa, ma la tiravano fuori andando a bottega. Senza scuola, non c’è alcun «buon lavoro» e ogni arte, diceva Broch, nasce col progetto di fare un buon, non un «bel» lavoro. Quando ciò accade, la bellezza viene data in sovrappiù.

lunedì 26 giugno 2006

Corriere della Sera 26.6.06
DIBATTITI / La polemica sull’ultima traduzione del maestro apre un confronto sugli interpreti
Dissidenti e ortodossi divisi per l’eredità di Freud
Jervis: «Musatti non è il Vangelo». Semi: «Più attenzione alle fonti»


Ci voleva una nuova edizione delle opere di Freud per aprire la discussione, in Italia, sull’opportunità di riproporre, in una veste rinnovata, i classici del pensiero e della letteratura, e sui metodi scientifici richiesti. Tutti argomenti di cui è esperta Renata Colorni, che ha coordinato la prima traduzione italiana di Freud e che oggi dirige i Meridiani Mondadori. La querelle freudiana, come ricorda giustamente Maria Serena Palieri, è stata avviata da Luigi Reitani sull’Unità e attraverso vari interventi si è conclusa con il ritiro dal commercio dei Testi e contesti curati da Michele Ranchetti per la Bollati Boringhieri, la stessa casa editrice che tra il ’66 e l’80 pubblicò la traduzione diretta da Musatti. Nella discussione, riaperta sul «Corriere» lunedì 19 con le interviste a Ranchetti e alla Colorni, entra anche Giovanni Jervis, psicoanalista freudiano, tra i padri dell’antipsichiatria al tempo di Basaglia: «Gli psicoanalisti della Società psicoanalitica italiana tendono a un’impostazione dottrinaria piuttosto conservatrice e accettano ormai come canone la prima traduzione italiana, ma senza chiedersi davvero se è una traduzione appropriata». Qualche esempio? «Due: il tedesco Affekte è stato tradotto un po’ superficialmente con "affetti", ma il termine è più vicino alle emozioni. Freud dice che la libido è un’energia psicosessuale primaria che occupa un oggetto. Il verbo tedesco è besetzen, un termine del gergo militare, che è stato tradotto con "investire", ma "occupa" sarebbe più adeguato».
Il lavoro di Ranchetti rivede in parte anche la terminologia... «È un’iniziativa di grande valore culturale - precisa Jervis -, il vasto pubblico e gli psicoanalisti hanno preso Freud come se venisse dal cielo. È stato dimenticato il contesto e l’opera di Ranchetti recupera proprio i verbali, le discussioni, le lettere, il dibattito coevo». E le modifiche della traduzione? «Il lavoro di Ranchetti ha provocato un sentimento di lesa maestà... Però è vero che nella sua traduzione ci sono inciampi e problemi di copyright: in buona parte viene utilizzata l’edizione Musatti con qualche modifica non segnalata in nota. Ranchetti avrebbe dovuto utilizzare in toto la traduzione esistente o ritradurre tutto ex novo. Dunque è stato facile bollare l’operazione come plagio».
Bisogna sentire Antonio Alberto Semi, della Società psicoanalitica italiana (Spi), per avere un’opinione meno benevola: «Ranchetti non ammette di avere avuto una buona idea e di averla realizzata male. Peccato. Ammettere gli errori è il principio della scienza. E di errori quell’edizione è piena. Errori, non interpretazioni diverse. È sgradevole che Ranchetti cerchi di qualificarli come refusi. E’ un’edizione sciatta». Qualche esempio, oltre a quelli lessicali? «Ranchetti modifica l’ordine dei saggi della Metapsicologia ma non modifica i rimandi nelle note: così la nota 1 di un saggio, che rinvia al saggio "seguente", cade nel vuoto perché il saggio seguente non c’è... Si ha un’impressione generale di trascuratezza». Altro? «Nel secondo volume, per i singoli scritti freudiani viene indicata l’edizione originale ma solo per alcuni anche la traduzione italiana. Così può sembrare che il Caso del piccolo Hans sia ancora in attesa di traduzione».
Osservazioni pretestuose? È vero, come osserva Ranchetti, che la psicoanalisi italiana è un ambiente sordo, che rifiuta le novità? Risponde Jervis: «Boringhieri disse che aveva cercato di coinvolgere la Società nell’iniziativa di Musatti ma non ottenne nessun appoggio, ed ebbe l’impressione che la SPI non desiderasse che Freud venisse tradotto...». E ora non vede altro che la traduzione Musatti. «Una specie di Vangelo..., ma in realtà non si interessano molto agli aspetti filologici o linguistici. Non amano che si metta in discussione il canone, perché la terminologia freudiana è diventata il gergo di una cultura e di un ambiente». Obiezioni che Semi non intende accettare: «Certo che si può ritradurre Freud, ma migliorando. La traduzione di Renata Colorni è molto buona, poteva essere ancora migliorata: perché, ad esempio, non chiederglielo? Oltretutto, è persona ben nota e attiva». Dunque, per evitare problemi, sarebbe bastato che la Bollati Boringhieri chiedesse alla prima curatrice di rivedere il lavoro già fatto? «Se il progetto era quello di contestualizzare Freud, forse si poteva rinunciare ad una nuova traduzione o mettere delle note laddove non s’era d’accordo. In realtà però i progetti erano due: quello dichiarato e quello - evidente - di tagliare con il passato. Personalmente, non do mai interpretazioni fuori dalle sedute, quindi anche in questo caso non lo faccio». Peccato. Quanto alla Spi? «Quella di Ranchetti è una immagine stereotipata e bizzarra: un po’ ridicola, diciamo la verità. Con un dibattito vivacissimo all’interno e con molti interlocutori esterni, pensare alla Spi come ad una piccola conventicola di custodi del verbo freudiano sembra più dettato dall’ignoranza (astiosa) che dalla conoscenza diretta».



Corriere della Sera 26.6.06
La modernità e i rapporti con la Chiesa
I valori mutati della sinistra
di Ernesto Galli Della Loggia


È singolare come a volte la sinistra dimentichi in fretta i suoi eroi e le loro idee: per esempio come essa si sia dimenticata in fretta di Pier Paolo Pasolini. Dopo averlo trasformato in una vera e propria icona di spregiudicatezza intellettuale, oggi sembra non ricordarsi quasi per nulla di ciò che egli disse nell’Italia della grande trasformazione degli anni Settanta. La ragione sta forse nel fatto che lo scrittore friulano vide allora in anticipo quell’insieme di processi sociali che nei decenni seguenti avrebbero mutato completamente il volto non solo del Paese ma soprattutto della sinistra italiana stessa, e li analizzò in modi che, proprio perché poi confermati dalla realtà, oggi risultano alquanto imbarazzanti. Come si è visto nella recente discussione sulla fine del «cattocomunismo». Tre i temi di fondo di quell’analisi, sviluppata da Pasolini specialmente negli «Scritti corsari». Riduco all’essenziale:
1) Sono i ceti medi i veri protagonisti della modernizzazione del costume italiano, i cui valori da «sanfedisti e clericali» di un tempo divengono ora quelli dell’«ideologia edonistica del consumo» a sfondo individualistico con l’inevitabile appendice del «laicismo» e della «tolleranza»;
2) ma questo mutamento non ha alcun significato politico-ideologico di tipo democratico o comunque progressivo, così come non ce l’ha la vittoria del «no» al referendum sul divorzio o la battaglia per l’aborto. Si tratta di un puro e semplice adeguamento ai tempi: «Oggi - scrive Pasolini - la libertà sessuale della maggioranza (il corsivo è mio) è in realtà (…) un obbligo, un dovere sociale»;
3) la Chiesa cattolica, «gettata a mare cinicamente» dai ceti medi insieme ai valori tradizionali, è la principale vittima sociale del nuovo panorama ideologico; fino al punto che lo scrittore auspica che essa, invece di «accettare passivamente la propria liquidazione», passi «all’opposizione»: «la Chiesa potrebbe essere la guida grandiosa ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico (…) falsamente tollerante».
Come negare che queste affermazioni descrivano in nuce ma con sufficiente esattezza alcuni mutamenti dell’antropologia italiana, i quali a loro volta hanno inciso profondamente sulla composizione sociale, i valori e gli orientamenti ideologici della sinistra, in particolare di quella postcomunista? Invece proprio da questo orecchio la cultura della sinistra non vuole sentirci. Pasolini, insomma, deve restare un santino da omaggiare, ma nulla di più. Tutto ciò che in qualche modo richiama le sue idee va respinto con sdegno: il dire per esempio che oggi la sinistra politica è diventata per molta parte lo schieramento dei ceti medi dai valori individualistico-libertari; l’affermare che in questa posizione non vi è nulla di particolarmente «coraggioso», «democratico» o «anticonformista» ma semmai il contrario, dal momento che quella è la posizione di gran lunga maggioritaria in tutta l’area occidentale; che, di conseguenza, sono coloro che in qualche modo vi si oppongono, a cominciare dalla Chiesa, a sostenere un punto di vista socialmente minoritario e dunque, se non altro per questo, più coraggioso.
Si tratta di banali verità suffragate da mille prove, eppure enunciarle scatena ancora oggi un coro di ripulse. Evidentemente esse toccano un nervo scoperto, e in effetti è proprio così. Quelle banali verità, infatti, mandano all’aria l’idea che l’opinione media di sinistra ha di sé, minano l’immagine della sua identità che, proprio perché sempre più vacillante, con tanta più forza e a qualunque costo va invece ribadita. Un’identità che è obbligatoriamente sentita come quella di un’eterna minoranza sempre in lotta contro forze soverchianti, contro nemici agguerriti e potenti. Tutto l’immaginario della sinistra, tutte le autorappresentazioni fantastiche di sé (dalle canzoni, agli spettacoli di Dario Fo, al modo di presentarsi dei suoi menestrelli televisivi), tutto è in certo senso costruito su questo presupposto eroico-minoritario. Esso serve a conferire grandezza e dignità morale, a far sentire sempre intimamente migliori dei propri avversari. Stare dalla parte della storia, dell’evoluzione «spontanea» della società, può soddisfare chi ancora si riconosce nel marxismo (ormai peraltro pochissimi) ma certo non implica nessun prestigio etico: la sinistra invece ha un forte bisogno psicologico di sentirsi innanzi tutto buona. E cioè, per l’appunto, di sentirsi sempre e comunque «contro», in minoranza, controcorrente nel mare della storia: paradossalmente anche quando, invece, essa vi naviga con il favore dei venti.
Anche da questo bisogno di minoritarismo nasce il rapporto psicologicamente e culturalmente difficile della sinistra con la modernità: di cui essa è da decenni e per molti versi, specie nel campo dei valori diffusi, degli stili di vita accreditati, delle mode, un’avanguardia conclamata, ma rispetto alla quale deve, invece, sempre trovare il modo di polemizzare, non potendo accettare di stare dalla parte dei tempi, cioè di qualcosa che per definizione coinvolge ed è rappresentativa dei «più» anziché dei «meno».
Da qui, allo stesso modo - dal bisogno di considerarsi essa sola destinata a recitare il ruolo di minoranza - da qui anche, infine, il suo non riuscire a intendere affatto le obiezioni della Chiesa alla ormai proclamata e ultramaggioritaria libertà moderna in tema di ingegneria genetica, di orientamenti sessuali e di cose analoghe: il suo travisare tali obiezioni facendole passare come espressione di un dogmatismo chiuso e nella sua arroganza potentissimo, mentre si tratta solo del disperato tentativo, mi pare, di limitare il dilagare distruttivo dei tempi.

La Stampa Tuttolibri 24.6.06
Una Stella che redime l’angoscia della morte
Riproposto il classico di Franz Rosenzweig, edito nel 1921: ispirò Heidegger e Benjamin, anticipò un esistenzialismo fondato sulla fede religiosa
di Gianandrea Piccioli


COME uno di quei massi morenici che si ergono solitari nelle pianure pedemontane, imponenti e misteriosi, Franz Rosenzweig è una presenza isolata ma feconda nella storia della cultura novecentesca. Ebreo tedesco, allievo di Rickert e di Meinecke, ammiratore di Cohen, particolarmente di quello più vicino alle radici della tradizione ebraica, fu amico di Buber, con cui tradusse in tedesco la Bibbia, e la sua influenza si estende sotterraneamente fino a oggi. Cacciari, che è ritornato più volte su di lui in saggi importanti, sostiene che Essere e Tempo è, in un certo senso, una risposta a La stella della redenzione, il capolavoro di Rosenzweig, ora riproposto da Vita e Pensiero nella splendida traduzione di Gianfranco Bonola. Ma oltre ad Heidegger attinsero a Rosenzweig anche Benjamin, Scholem, Lévinas e molti altri, magari senza citarlo. E’ impossibile render conto qui di un testo di oltre 400 pagine, denso, complesso, con evidenti prestiti da Schelling (lo Schelling delle Ricerche filosofiche e delle Età del mondo, di cui Kierkegaard diceva che, ascoltandolo, sentiva dentro di sé il bambino del pensiero balzare per la gioia come Giovanni nel grembo di Elisabetta quando si incontra con Maria), da Hegel, nonostante la forte polemica contro la chiusura del sistema idealistico, e soprattutto talmudici e qabbalistici. Un testo, inoltre, che è insieme teologico e filosofico, ma anche trattato di estetica e teoria linguistica, sintesi storica e guida al significato profondo della liturgia, fiammeggiante esegesi di testi sacri, quali i primi capitoli del Genesi o il Cantico dei cantici, e letterari, quali la tragedia greca o l’amatissimo Goethe. Cercherò quindi di indicare schematicamente la matrice di quello che Rosenzweig stesso chiama «nuovo pensiero». Come Heidegger, e come molti della sua generazione, colpita dalle carneficine di massa della prima guerra mondiale, Rosenzweig parte dall’esperienza della morte, che annulla in un colpo tutta la storia della filosofia «dalla Jonia a Jena»: prima del pensiero c’è l’esistenza del pensatore nella sua nuda fatticità e nella sua esposizione alla morte, e vani sono i tentativi della filosofia di negare questa realtà primaria e irriducibile. La Stella si apre con un’invettiva contro i filosofi e con queste parole: «Dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ciò ch’è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende capace la filosofia». Comincia qui, in assoluto, sei anni prima di Essere e Tempo, l’esistenzialismo. Se nell’angoscia davanti alla morte l’uomo si percepisce come soggetto finito, nell’esperienza della rivelazione, vissuta innanzi tutto come percezione istantanea di una presenza che lo sovrasta, scopre l’alterità. E qui, come in Schelling prima di lui e in Pareyson dopo, c’è la grande scommessa di Rosenzweig: usare le credenze religiose come categorie filosofiche. A mio parere la scommessa non è vinta: mentre Pareyson salva la particolarità dell’esperienza religiosa e sostiene che certe verità possono essere comunicabili solo nel linguaggio del mito o della poesia, in Rosenzweig a un certo punto è necessaria la decisione per la fede. C’è quindi una sorta di grande a priori che sorregge tutta l’opera, e cioè l’affermazione della verità, peraltro non oggettivabile, del giudeocristianesimo. Ma un conto è sostenere che la fede non è incompatibile con la ragione ed è un modo di pensare legittimo accanto ad altri modi (storico o scientifico, a esempio), altra cosa trasformare i suoi contenuti in concetti filosofici. Però, grazie a questa mossa, tutto si mette in movimento. Per Rosenzweig gli elementi immediati dell’esperienza sono Dio uomo e mondo. Il paganesimo, che è uno stato, o uno strato, non uno stadio dell’umanità (è la possibilità sempre aperta dell’immanenza) mantiene questi tre dati elementari irrelati l’uno all’altro, autonomi. Grazie alla rivelazione, invece, Dio l’uomo e il mondo entrano in un reciproco rapporto temporale, e perciò storico, e l’uno ha bisogno dell’altro. Si scopre a ritroso la creazione. Si sente la necessità della redenzione. Creazione rivelazione e redenzione instaurano un ordine diverso da quello «naturale», diventando così modi di essere della realtà. In questo nuovo territorio del reale si addentra la solidarietà discorde dell’ebraismo e del cristianesimo. Solidali perché, innervati su un’unica radice, tendono entrambi alla verità; discordi perché il primo, in forza dell’alleanza, vive raccolto in se stesso un rapporto diretto con Dio, in una specie di anticipazione dell’eternità, mentre il cristianesimo si espande nell’ecumene e si dispiega nella storia. Rosenzweig scrisse l’abbozzo della Stella su tante cartoline spedite agli amici e alla madre dal fronte balcanico, dove era andato volontario; l’edizione a stampa uscì nel 1921. Nel 1922, a soli 36 anni, contrasse una forma di sclerosi che in breve tempo lo paralizzò completamente. Nonostante ciò, assistito dalla moglie, continuò un’intensissima attività intellettuale (è di questo periodo la ricordata traduzione della Bibbia ebraica ) e la sua casa divenne un luogo d’incontro per cristiani ed ebrei. La morte, nel dicembre 1929, gli risparmiò l’orrore nazista.

Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, trad. di Gianfranco Bonola Vita e Pensiero, pp. 446, e25

Le Scienze 25.06.06
L'aritmetica? Dipende dalla lingua madre
Gli inglesi sembrano utilizzare aree cerebrali dedicate al linguaggio, i cinesi quelle legate alla rappresentazione visiva


Sebbene i numeri arabi siano utilizzati quasi universalmente, a seconda della lingua parlata i relativi simboli vengono elaborati in differenti parti del cervello. A questa conclusione sono arrivati Yijun Liu, Yiyuan Tang e colleghi della Dalian University of Technology, di Dalian, in Cina, sfruttando tecniche di risonanza magnetica funzionale per monitorare l’attività cerebrale di volontari sottoposti a test di aritmetica. Quando risolvono un problema di addizione, i soggetti di madrelingua inglese mostrano la presenza di attività nell’area che sovrintende al linguaggio nota come corteccia perisilviana. I volontari di madrelingua cinese, invece, utilizzano regioni cerebrali più legate all’elaborazione delle informazioni visive. Non sono state invece rilevate differenze per quanto riguarda la corteccia parietale inferiore, che sovrintende a diverse facoltà, come la rappresentazione delle quantità e la lettura, ma sono state evidenziate diverse reti neuronali durante un compito di confronto numerico.
I risultati indicherebbero così che il calcolo aritmetico dipende dal linguaggio più che dal semplice confronto di numeri, e che la lingua madre ha un’influenza sul modo in cui il cervello affronta diversi compiti numerici.

domenica 25 giugno 2006




LA STRANA MORTE DI HABTEAB EYASU.
GIUSTIZIA SENZA PAROLE.
VIAGGIO NELLE CARCERI ITALIANE CHE OSPITANO 20.000 STRANIERI



Venerdì 23 Giugno 2006 alle ore 12
sala stampa della Camera dei Deputati
via della Missione 4 - Roma

La redazione di "Left" presenta i risultati dell'inchiesta giornalistica per discuterli insieme ad alcuni rappresentanti del governo, del parlamento e del mondo delle associazioni.
Non ci sono traduttori e mediatori culturali nelle carceri italiane, nonostante un terzo dei detenuti (20.000 persone circa) sia di origine straniera. Accade spesso che i reclusi non riescano a comunicare nemmeno con il proprio avvocato. Lo denuncia "Left", nel numero in edicola venerdì 23 giugno 2006, che dedica la storia di copertina al caso di Habteab Eyasu, il cittadino eritreo morto "suicida" il 14 maggio 2006 a Civitavecchia dopo un mese di reclusione.

Aderiscono e saranno presenti:

Nazinet, compagna di Habteab

Mauro Bulgarelli - senatore - Verdi
Daniele Capezzone - segretario dei Radicali Italiani
Paolo Cento - sottosegretario del Ministero dell'Economia
Luigi Manconi - sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia
Gennaro Migliore - capogruppo alla Camera di Rifondazione Comunista
Ermete Realacci - deputato - Ulivo
Giovanni Russo Spena - capogruppo al Senato di Rifondazione Comunista
Tana de Zulueta - deputata dei Verdi e vicepresidente Commissione Affari Esteri

Stefano Disegni - vignettista
Andrea Boraschi - associazione A buon diritto
Alberto Fiorillo - Legambiente - segreteria nazionale
Marco Fratoddi - Nuova Ecologia - direttore
Patrizio Gonnella - associazione Antigone - presidente
Angiolo Marroni - garante dei diritti dei detenuti Regione Lazio
Alvaro Sanchez - CIES- mediatore culturale
Irene Testa - associazione Detenuto Ignoto - segretaria
Mussie Zerai Yosief - agenzia Habeshia
per ulteriori informazioni
adicorbetta
ufficio stampa e comunicazione
comunicazione@corbetta.org
t. 328 222 75 48
Corriere della Sera 25.6.06
I tormenti sull’Afghanistan Rifondazione è in bilico La minoranza non è d’accordo con la linea della Farnesina Al Senato molti no, da Malabarba a Giannini a Martone
di Lorenzo Salvia


ROMA - Convinti da Massimo D’Alema? «Non vedo novità nelle sue parole» (Luigi Malabarba, Rifondazione). «Così non va» (Manuela Palermi, Comunisti italiani). «Ho già votato otto volte no sulla missione a Kabul, sono pronto a farlo per la nona» (Mauro Bulgarelli, Verdi). Convinti, convintissimi: sicuri che non ci siamo proprio. Decreto per il rifinanziamento delle missioni all’estero, Afghanistan compreso. In un’intervista a tutta pagina su Repubblica il ministro degli Esteri sparge parole di comprensione per quella sinistra radicale, Rifondazione in testa, che proprio sulla missione a Kabul ha chiesto una pausa di riflessione (e discussione). «Capisco i dubbi di chi votò contro» dice Massimo D’Alema che però, arrivato al sodo, non si sposta di un millimetro. Domanda: «Quindi non potremmo ritirare un sol uomo dall'Afghanistan?». Risposta: «Esatto». Spiegazione: «Non possiamo uscire dall’Onu o dall’Ue con un’iniziativa unilaterale». Titolo: «A Kabul obbligati a restare, lo deve capire tutta l’Unione». Tutta l’Unione. Perché nella trincea del Senato basta una manciata di voti a mandare sotto il governo. E per capire quanto dura sarà rimanere a galla basta leggere i segnali che proprio al Senato arrivano da Rifondazione, Pdci e Verdi (che premono per il rientro progressivo) e respirare la freddezza della sinistra ds.
Partito del mal di pancia, prima iscritta Rifondazione. Certo, il capogruppo Giovanni Russo Spena , bertinottiano di lotta e di governo, prova a tenere insieme le varie anime con il vecchio metodo del bastone e della carota: «Apprezziamo - detta alle agenzie di buon’ora, prima che gli altri si affrettino a commentare - l’impegno preso da D’Alema ad avviare già dal prossimo G8 di Mosca una riflessione sulle difficoltà crescenti in Afghanistan. Ribadiamo però che è condizione fondamentale per la compattezza dell’Unione aumentare da subito gli effetti civili e lo sforzo di cooperazione». Apprezziamo ma ribadiamo: le minoranze non si accontentano però. Luigi Malabarba si dice «pronto a votare no». «Il decreto - spiega - deve ridurre la nostra presenza militare in Afghanistan con l’obiettivo di azzerarla progressivamente a favore di quella civile. Il resto sono solo foglie di fico. E poi è vero che facciamo parte di Onu e Ue ma perché rinunciare a modificare la politica di queste organizzazioni e accettarne supinamente le scelte?». «Se prevede la permanenza dei nostri soldati - aggiunge Fosco Giannini - quel testo non può passare anche perché in Afghanistan la situazione è peggio ancora di quella dell’Iraq: siamo davanti alla penetrazione della Nato nel cuore dell’Asia, ai confini con l’Iran, non lontano dalla Cina, con tutti i pericoli che questo comporta». E poi Francesco Martone che riconosce sì a D’Alema una «interessante apertura al dialogo» ma, fresco di un recente passato nei movimenti pacifisti, si affretta a piantare i suoi paletti: «Dialogo che può avvenire solo se la nostra partecipazione viene, auspicabilmente, ridotta o almeno congelata».
Già, perché sul tappeto c’è anche la richiesta della Nato che contro i talebani vorrebbe usare i nostri caccia. Richiesta in parte avallata due giorni fa a Kabul da un altro uomo della Farnesina, il sottosegretario Gianni Vernetti (Margherita), secondo cui l’Italia è «disponibile a dare più uomini». È proprio questo il punto che agita la sinistra ds. «È fondamentale - spiega il senatore Giorgio Mele , molto vicino ad un altro che di dubbi ne ha parecchi come Cesare Salvi - che il decreto non aumenti uomini e mezzi. Solo a quel punto potremo discutere sui rischi di una escalation militare in Afghanistan e da questo punto di vista la disponibilità di D’Alema è un buon segnale». «Coerenza vuole - dice per i Comunisti italiani la capogruppo al Senato Manuela Palermi - che si segua la stessa strada dell’Iraq: ritiro graduale ma ritiro. Dopodiché siamo pronti a confrontarci con D’Alema per trovare un punto di mediazione ma così non cominciamo bene». Ancora più netto il senatore dei Verdi Mauro Bulgarelli : «D’Alema ci può aggiungere tutti i virtuosismi virtuali che vuole ma la sostanza è semplice: senza la riduzione dei nostri militari, il decreto non darebbe quel segnale di discontinuità che ci hanno chiesto gli elettori. Senza un calendario per il rientro progressivo, io voto no. Bisogna fare come per l’Iraq... Che poi anche lì, mica ce ne siamo andati ancora».

Repubblica 25.6.06
Il segretario di Rifondazione: subito una verifica di sostenibilità dell'impegno in Afghanistan
E Giordano chiede l'exit strategy "Voglio discutere la data del ritiro"
di Goffredo De Marchis


Discontinuità con il passato Ha ragione D'Alema sull'Iraq: lì c'è discontinuità. Anche su Kabul ora dobbiamo essere autosufficienti. Sulla guerra niente geometrie variabili
partito democratico Prodi stia lontano dalle dinamiche del partito democratico, che sta nascendo in modo tale da portare instabilità anziché stabilità

ROMA - Segretario Giordano, Rifondazione ha fermato il decreto sul rifinanziamento delle missioni militari rinviandolo di una settimana. Cosa può cambiare in pochi giorni?
«Noi poniamo una questione dirimente. Di metodo e di contenuto: per le materie non risolte nel programma, è doveroso costruire una convergenza. Tanto più sulla politica estera. Ha ragione D'Alema quando nell'intervista a Repubblica dice che sull'Iraq si è creata una vera discontinuità con il governo Berlusconi. Ma ora dobbiamo essere autosufficienti anche sull'Afghanistan. Sulla guerra non sono possibili geometrie variabili».
La missione in Iraq è unilaterale, quella a Kabul si svolge sotto l'egida dell'Onu e della Nato. Le geometrie sono già variabili.
«La guerra che ha come scopo la lotta al terrorismo è un fallimento. In realtà lo alimenta. In Afghanistan come in Iraq. Io dico: facciamo un bilancio. La situazione afgana si è complicata, gli ambienti militari fanno sapere che servono più uomini e più mezzi. Significa che è una guerra vera. Anche il segretario generale della Nato ha invocato un aumento del potenziale bellico. Richiesta per noi irricevibile».
Premesse che rendono difficile scrivere il decreto.
«Nei prossimi giorni si può fare una verifica di sostenibilità dell´impegno in Afghanistan, virandolo nel senso di una riduzione graduale della presenza italiana fino al ritiro vero e proprio. Una sorta di exit strategy».
Cioè, volete una data di rientro?
«La data sarà oggetto del confronto nella maggioranza. Insieme ad altri punti che lascino emergere il profilo di una nuova politica estera. Il ritiro dall'Iraq è una grande vittoria del movimento pacifista, ora ci sono altre possibilità d'intervento: nella situazione israelo-palestinese, nel Darfur, in Congo. L'Unione deve uscire dallo schema rigido in cui ci hanno confinato gli americani. Gli obiettivi sono autonomia, discontinuità, innovazione».
Tempi stretti, posizioni molto distanti. Prodi potrebbe mettere la fiducia sul rifinanziamento. Non sarebbe un pessimo segnale per la maggioranza?
«Preferiamo discutere nel merito e trovare una soluzione concordata che renda inutile la fiducia. A differenza di altre forze politiche, di altri partiti, Rifondazione ha l'ambizione di essere parte integrante dell'Unione, di incidere sulle scelte del governo, di non avere solo un ruolo testimoniale».
Ma i pericoli per il governo vengono proprio da voi. Quattro senatori della minoranza di Prc minacciano il no anche sul voto di fiducia.
«Chi sta in Rifondazione è vincolato dal punto di vista istituzionale. La dialettica c'è sempre stata, ma poi si deve tradurre in atti comuni. Comunque, tutti vogliamo un confronto, non solo la minoranza».
Rifondazione sembra soffrire molto il nuovo ruolo al governo. C'è una crisi d'identità? O di crescita, come dicono altri?.
«C'è piuttosto un'attenzione spasmodica dei mass media su di noi, perché abbiamo una soggettività politica a tutto campo e questo può dare fastidio. Se lo schema del governo è consensuale, collegiale, l'ipotesi di un rischio per la coalizione legato a noi va esclusa. Se invece si determinassero gerarchie improprie in cui il costituendo partito democratico prevale sulle forze della sinistra radicale, questo sarebbe un danno per il governo».
Sta buttando la palla nell'altro campo?
«No. Io vedo che il Partito democratico, così come sta nascendo, invece di essere un fattore di stabilità può diventare invece una fonte di instabilità. È un partito che vive molte tensioni interne, che si regge su disegni imperscrutabili e finora non ha novità politiche da far valere. Quindi, può avere qualche tentazione continuista, l'idea di offrire le risposte più semplici sul modello berlusconiano. È l'afasia del Partito democratico il pericolo, la sua vocazione a riprendere vecchie strade. Una sfida alla pari tra la sinistra europea e il partito riformista può avere invece effetti positivi».
Dimentica che Prodi è il leader di quel nuovo soggetto.
«Prodi riprenda il cammino della coalizione, il filo unitario. Si sottragga alle dinamiche interne del Partito democratico».
Vale a dire: abbandoni il suo ruolo nel nuovo soggetto Ds-Margherita?
«Il suo obiettivo principale dev'essere la costruzione di un popolo alternativo a quello populista, liberista di Berlusconi. Il popolo dell'Unione».
Insomma, la vera tenuta da verificare è quella dell'asse Quercia-Dl mentre in Rifondazione è tutto tranquillo.
«Rifondazione non abbandona l'autonomia del suo progetto e prova a non divaricare le grandi opzioni politiche e culturali dei movimenti e l'azione del governo. Rifondazione investe sul progetto della Sinistra europea e sta nel vivo della società, dei movimenti con le sue parole d'ordine marxiane: uguaglianza e libertà. Difende il programma dell'Unione che è mutuato dalle nostre battaglie. Anzi, io quel programma lo presidio. E dopo Bertinotti, che è stato un segretario ineguagliabile, ha scelto un ringiovanimento della segreteria e una gestione più collegiale. Siamo in mare aperto e siamo tutti al timone».

Repubblica 25.6.06
L'Islam e la donna, ebrezza e prigione
di Francesco Merlo


Esce in Francia "Les 100 Noms de l'Amour", una raffinata raccolta degli ideogrammi arabi che declinano tutte le forme del sentimento amoroso Con qualche vistosa assenza e una contraddizione di fondo

Il punto è la vita, la linea spezzata è il fulmine, la linea sinuosa è il tempo, la spirale è la luce, il cerchio è il giorno e il semicerchio è il buio della notte
In questo dizionario mistico-romantico mancano i nomi di quegli amori che nel mondo islamico sono considerati illeciti

Parigi. Ridotta al ruolo di un forno che cuoce il pane, di una cuccia dove infilare il cane, la donna nel mondo arabo è tuttavia oggetto di amore, e si sa che con la parola amore abbiamo tutti pasticciato, dalla contemplazione del bello ideale dell'amore platonico al "fare all'amore", dall'amore eroico al morire d'amore, dall'amore delle canzoni a «per amor del cielo!», e così via sino all'amorevole, all'amoretto, all'amorazzo, all'omicidio per amore e all'omicidio dell'amore. Deve essere per questo che, perdendoci nelle cento seducenti parole che nella lingua araba designano l'amore, il primo pensiero è che cento parole sono troppe persino per l'amore. E si sa che quando le parole sono troppe, o troppo poche, vuol dire che non c'è la cosa, e che dunque quest'amore cento volte nominato è come un sacco che prende la forma di quel che gli ficchi dentro. E più parole gli ficchi dentro, più il contenuto si oppone al contenente.
Insomma il sospetto è che si parla d'amore dove forse c'è l'odio, certamente c'è la misoginia. E difatti, raccolte in un libro, queste cento parole arabe per dire amore, sono parole tutte maschili e tutte rimandano al Corano, che a differenza dei Vangeli è direttamente la parola di Dio, vale a dire è parte di Dio. Ebbene la seconda sura del Corano stabilisce che «esse donne agiscono con i mariti come i mariti agiscono con loro, cioè con gentilezza; tuttavia gli uomini sono un gradino più in alto e Dio è potente e saggio». Più che al sentimento, le cento parole, una di più dei nomi di Dio che sono "solo" 99, fanno dunque pensare all'artifizio del sentimento, a una pioggia di suoni e di segni che riempiono e nascondono un vuoto. Tanto più che il volumetto, che in questi giorni arriva nelle librerie francesi con il titolo Les 100 Noms de l'Amour (Éditions Alternatives) non manca certo di fascino calligrafico visto che queste parole sono stilizzate in raffinatissimi ideogrammi, simboli pieni di inventiva e di colori, dove il punto è la vita, la linea spezzata è il fulmine, la linea sinuosa è il tempo, la spirale è la luce, il cerchio è il giorno e il semicerchio è il buio; e sempre la scrittura diventa pittura iniziatica, criptografia artistica.
Così, per esempio, la parola Habl che è il legame d'amore, l'amore-corda, è trasfigurata in un ideogramma che rimanda appunto a due corde intrecciate; e l'amore inteso come male incurabile, il Danf, sembra un tumore dell'inchiostro; e ancora l'emozione estrema, Al-jawa, è una frenesia del bianco che annega e si afferra nel nero; l'amore inteso come ebrezza mistica, Sukr, è la prigione in forma di punto interrogativo; l'amore-tempesta, Al-houbb as-sa´îk, è un lampo bianco in un mare nero; e l'amore travolgente pazzo e sconvolto, Hiyâm, è un magnifico scarabocchio, un labirinto di punti, un epitome del segno dove è facile entrare ma da dove è impossibile uscire.
E tuttavia, quando, infine e di corsa, si arriva all'ultima pagina e dunque all'amore numero cento, che è il desiderio di Dio, si capisce che se da un lato cento parole sono troppe, dall'altro sono troppo poche. Mancano infatti in questo dizionario mistico-romantico i nomi di quegli amori che nel mondo arabo sono considerati illeciti e perciò sono parole del codice penale islamico, dall'onanismo all'omosessuale maschile, il Luti, mentre l'omosessualità femminile non ha nome perché non è prevista, neppure per essere condannata. E manca anche la fenomenologia dell'amore, vale a dire la sua fine, il divorzio, che è previsto in tre forme ma è incoraggiato e praticato solo come ripudio unilaterale della donna da parte dell'uomo; e non c'è la parola dell'amore a tempo, Nikah al-mut´a, che nel mondo arabo è un matrimonio momentaneo, un contratto ad ore, sostanzialmente una forma di prostituzione legalizzata; e mancano le concubine, le lapidazioni, l'adulterio, la fornicazione… e persino quel velo che nell'Occidente è stato contadino e poi è diventato il soggolo monacale che fascia il collo e circonda il viso. Si comincia con il proteggersi dalla polvere, poi ci si protegge dal peccato, sino a quel burqa d'amore che è per le donne arabe quel che per gli ebrei era la croce gialla, simbolo di diversità e di subalternità ontologica.
Gli autori del libro sono il talentuoso calligrafo Lassaâd Métoui che scrive l'amore con il pennino della sete, della fiamma che brucia, del pathos, dipinge l'idea con virtù emotiva; e l'erudito Malek Chebel, algerino, che firma una dottissima introduzione e ammette solo nella piccola nota finale che ci sarebbe «un'altra storia da scrivere con altre parole». Felici di «avere reso omaggio alla lingua e alla cultura araba» e all'amore «dell'uomo pio di fronte all'opera di Dio», evocano «un contesto sociale e filosofico dove la bellezza accompagna l'invenzione poetica, l'arte della conversazione, l'evocazione bacchica e, più lontano ancora, la venerazione della rosa e dei profumi».
Come si vede, mai si misurano con la realtà di una religione, l'Islam, che, pur parlando d'amore, innegabilmente ha innalzato la diseguaglianza tra maschio e femmina ad architettura sociale. Perciò non trovano posto in questo dizionario i nomi dell'amore illecito, Haram, parola araba che se io fossi un calligrafo stilizzerei con tutti i punti della vita, e le mille sinuosità della luce, ma il tutto consunto e annerito dalla violenza, dalle guerre, dagli sgozzamenti, dalle bombe negli autobus, dalla tragedia quotidiana delle donne, e non solo quelle che, pallide e belle, si fasciano di esplosivo e si fanno saltare in aria in una folla di bambini. E davvero un buon calligrafo dovrebbe attingere ad un repertorio figurativo di maschere funebri femminili dove potere decifrare i palinsesti delle origini del terrorismo che sta minacciando il mondo, di una tragedia scatenata in nome di tutto questo amore.
Il Corano, al quale il libro si ispira e al quale rimanda ad ogni riga, recita testualmente nella "sura" numero quattro: «Gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano parte dei loro beni per mantenerle; le donne buone sono dunque devote a Dio e sollecite della propria castità, così come Dio è stato sollecito di loro; quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiranno non cercate pretesti per maltrattarle perché Dio è grande». Ovviamente di mogli da battere con amore e per amore, i maschi islamici ne hanno tante, visto che tra le parole dell'amore reale il posto d'onore lo occupa la poligamia, che più precisamente nel mondo arabo è la pluralità delle mogli, la Taaddud al zawjat, anch'essa autorizzata da un versetto del Corano ma ignorata dagli autori di questo pur prezioso dizionario sentimentale. Grazie a un "regime monoandrico poliginico simultaneo", l'arabo prende e lascia, compra e butta via tutte le mogli che vuole e diventa padre di cinquanta o sessanta figli, devoto che si riproduce a garanzia del rinnovo della generazione.
Anche l'amore paterno meriterebbe dunque un ideogramma atterrito. Per noi, che non abbiamo cento nomi per l'amore; per noi che abbiamo l'amore di Enea che porta il padre Anchise sulle spalle, e nella Bibbia abbiamo il padre Abramo che spinge il suo amore per l'Assoluto sino a sacrificare il figlio Isacco, insomma per noi che anche con l'amore paterno e filiale ne abbiamo combinate tante, chi fa sessanta figli in realtà è come se non avesse figli: è un apparato spermatozoico che non ha più nulla a che fare con l'amore. Dovessimo stilizzarla noi questa pluralità delle mogli e questa fattoria di figli dell'amore arabo dilateremmo il punto della vita sino a fargli prendere la forma orribile di un miserabile stantuffo animale. Alle fine dunque, confrontandolo con la verità dell'amore nel mondo arabo, questo libro è una sorta di prodigiosa banalità, un'affascinante finta guida, piena di rimandi a Dio, all'assoluto, alla mistica del sufismo, a una realtà che non esiste. È un pretesto per virtuosismi dove la bellezza della scrittura copre la malafede di un rapporto uomo-donna fondato su una religione e fatto di dominio, di sottomissione e di degnazione. Sono pagine che certamente ci catturano ma che si fermano alla parola, alla rappresentazione della cosa, al simbolo, al segno per tenerci lontani dalla cosa designata, dall'amore, da quei visi di donna che i maschi vogliono velati per non annegare tutti dentro i loro occhi.
E infatti a Parigi, dove sono moltissime e sono emancipate, le ragazze arabe sono spesso le più belle, ognuna portandosi negli occhi la storia del proprio paese e della propria famiglia. Ci sono per esempio bionde marocchine che indossano sofisticate ed erotiche tuniche, le jilbab. E molte di loro si chiamano Kadigia, come la moglie di Maometto. Ebbene, liberate dai cento nomi dell'amore arabo e dalle sue stilizzazioni calligrafiche sono le meraviglie che si incontrano in tutte le città del mondo, con il solo handicap di avere accanto uomini - nonni, padri, fratelli e mariti - che ancora credono che esista l'amore e che abbia cento nomi.

Repubblica 25.6.06
Parla Malek Chebel, autore del libro: sono segni e disegni che raccontano la vita
L'alchimia araba della scrittura-ombra
di Ambra Somaschini


Malek Chebel lavora sulle vibrazioni suscitate da segni e scrittura. Lavora sulle vibrazioni trasmesse da frammenti curvilinei, aste ricamate ai bordi, labirinti di punti, spirali, ghirigori. Procede in un crescendo, simile a quello dell´innamoramento, tra pagine e righe, bianco e colore. Les 100 Noms de l'Amour (Éditions Alternatives, Parigi), in uscita a giorni in Francia, è un collage fatto di segni, disegni, calligrafia (curata da Lassaâd Métoui) e semantica dell'amore. Spiega che cos'è questo sentimento nella simbologia islamica. «L'amore traduce la vita - spiega Chebel dalla sua casa parigina, dove ha appena ultimato Le Kama Sutra (Pauvert), che uscirà autunno -, la lingua araba possiede in sé il segreto dell'alchimia perché mostra il lato invisibile della scrittura. Ereditare la bellezza antica, spiegare il fascino che esercitano su di noi questi arabeschi barocchi e infiniti, queste lettere ricurve, queste aste vestite e voluttuose è il mistero della calligrafia araba».
Haboub è colui che ama troppo, che si lascia prendere dall'irruenza degli stati d'animo. Houbb ilâhi, colorato di azzurro, tinta spirituale, è l'amore fondato sulla reciprocità tra il creatore e la sua creatura. Houbb ibâhi è l'amore concupiscente fatto di passione carnale. Habl è una spirale lunga e nera che simboleggia la corda, l'attaccamento, l'anello di una catena indissolubile. Houzn è la tristezza. Rassîs è l'amore solido, stabile, eterno. E così via, fino ai significati più celati. Come quello di Hayajân al-houbb, amore passionale paragonato a «un grande fiume nel quale tutti i torrenti impetuosi riversano la loro potenza», del dualismo di Chajân, l'oggetto amoroso che racchiude in sé la sua ambivalenza: felicità e dolore, allegria e disperazione.
Meglio immergersi, lasciarsi andare alle curvature dei segni per immagazzinare la meraviglia dei cento nomi, delle loro simbologie. «Bisogna entrare in una forma di trance per capire questa rappresentazione amorosa - suggerisce Chebel - dove la calligrafia si esprime in una materia setosa, flessibile e connette il nostro essere materiale, spesso e oscuro, con la sottile, enigmatica trascendenza». Bisogna lasciarsi sedurre. Perché «la seduzione - scrive l'autore ne Il libro delle seduzioni (Bollati Boringhieri) - non si oppone all'amore, lo prefigura, libera dal possesso con la stessa intensità con cui l'amore rende impossibile il distacco».
E lungo lo stesso filone si muove un altro libro di Editions Alternatives, Je t´aime, breviaire du voyageur amoureux del calligrafo Frank Lalou (in stampa a settembre), che disegna accanto alle traduzioni di «ti amo» le corrispondenti espressioni simboliche, trecento declinazioni in trecento paesi per i nomadi globali.

Houbb ilâhi: Amore fondato sulla reciprocità fra il creatore e la sua creatura

Houzn: È la tristezza, impropriamente usata per designare l'amore

Al-houbb al-‘afîf: Amore casto, deriva da "îffa", componente dell'amore cortese

Istihtâr: È l´amore sconvolto, secondo il vocabolario mistico di Daylami

sabato 24 giugno 2006

Repubblica 24.6.06
Malumori su economia e politica estera. Ma Bertinotti frena: il governo non è un pranzo di gala
E Rifondazione orfana di Fausto ora teme di perdere l'anima
L'allarme della Gagliardi: si può stare nell'esecutivo con il senso della sfida
Curzi: "Molti vogliono farci fuori, non facciamo sciocchezze escludendoci da soli"
di Goffredo De Marchis


ROMA - «Il governo non è un pranzo di gala». Fausto Bertinotti lo ripete a tutti i compagni che lo chiamano in questi giorni. E sono tantissimi perché Rifondazione comunista fatica a emanciparsi dal segretario che l´ha guidata per undici anni, tra strappi, traversate nel deserto, ricuciture e alleanze, fino all´avventura piena del governo con ministri, sottosegretari e il presidente della Camera, lui. «Fausto, andava bene l´intervista?». «Questa è la mia dichiarazione sulla Rai, Fausto. Te la leggo?». Prc si è retta a lungo su una sorta di «paternalismo democratico». Ma il "padre" si sta rifacendo una vita. C´è quindi un contraccolpo doppio: l´uscita di Bertinotti e lo sbarco nell´esecutivo. Il neosegretario Franco Giordano si è ritrovato a gestire una delle fasi più delicate del partito, quella in cui molti dubitano della sua tenuta, della sua capacità di scongiurare il pericolo del frazionismo. Bertinotti però replica: «Io non sono preoccupato».
E lo ripete anche a Prodi, nella telefonata quotidiana. Eppure non basta quello squillo a tranquillizzare il Professore e con lui, il ministro dell´Economia (e del rigore) Tommaso Padoa Schioppa. Persino il pragmatico Pierluigi Bersani, che lavora gomito a gomito con il sottosegretario bertinottiano Alfonso Gianni, ha qualche timore. Proprio lui, che il giorno della vittoria di Nichi Vendola in Puglia aveva commentato: «È un´ottima notizia, è giusto che Rifondazione sia messa alla prova del governo. Vedrete che alla prima crisi industriale Vendola si comporterà come un vero amministratore pubblico e non come un estremista». Adesso ha qualche certezza in meno. Non su Vendola, ma su Rifondazione in generale.
La manovra bis («la cosiddetta manovrina», ironizza Gianni), la mini-scissione di Marco Ferrando, la minaccia di un no alla fiducia sulla missione in Afghanistan che coinvolge ben quattro senatori della minoranza interna, Luigi Malabarba in testa. Rifondazione ha subito di fronte un bivio: come stare nella maggioranza senza perdere l´identità. E l´anima. In fondo l´allarme lanciato tre giorni fa da Rina Gagliardi sul giornale di casa, Liberazione, aveva anche molti referenti interni.
Attenzione, scriveva la Gagliardi, qualcuno vuole sostituirci con l´Udc. Quindi, sottinteso, non prestiamo il fianco. O come sintetizza Sandro Curzi, già direttore dell´organo di Prc, oggi consigliere d´amministrazione della Rai «molti vogliono che ci togliamo dalle palle. Noi non dobbiamo fare stupidaggini escludendoci da soli». Bertinotti, e Giordano naturalmente, cercano la «sintesi» tra posizioni che fanno a pugni sotto lo stesso tetto. La prima la illustra Ramon Mantovani, deputato vicino ai no global, terzomondista: «Il rischio per Rifondazione è aderire alla cultura governista, vedere il mondo a partire dalle compatibilità di governo. Per noi il governo dev´essere una questione secondaria, il progetto politico conta molto di più. Per fortuna gli antidoti a quella cultura non mancano: la scelta di stare vicino ai movimenti, l´adesione alle parole d´ordine no global». La seconda, antitetica, viene spiegata da Curzi, fedelissimo di Bertinotti e uomo di mondo: «Il 2 giugno c´ero anch´io alla sfilata delle forze armate. In mezzo alla gente. E tanti mi salutavano con affetto perché il popolo di Rifondazione era anche lì. Chi confonde l´estremismo con il nostro elettorato commette un grande errore. In Afghanistan siamo su mandato dell´Onu e nessuno vuole far cadere Prodi. Come il vecchio Pci, dobbiamo combattere su due fronti: contro chi è troppo cedevole e contro chi è troppo estremista».
In mezzo alle posizioni di Mantovani e Curzi, c´è Paolo Ferrero. Perché è al governo come ministro della Solidarietà sociale e perché meglio degli altri può dire come si sta nella squadra e nella maggioranza di Prodi. «Il compito di Rifondazione è disturbare moltissimo e sempre il manovratore, cioè il governo, cioè anche me» è la sua premessa che conferma le ansie del premier. «Non moderazione, ma trasformazione. Dialettica con le dinamiche sociali, capacità di contrattualizzare e determinazione del terreno di gioco. Questo è il problema egemonico della nostra politica». Ferrero indica anche la strada che non va presa: «Quella del conflitto spettacolare con la destra, basato tutto sulle paure: immigrazione, sicurezza, droga, Islam. Lì noi ci smarriamo e la ruote della bicicletta di Prodi si sgonfiano. Se invece il Professore segue il programma riformatore costruito insieme, ha lunga vita». Il ministro parla di «crisi di crescita» per Prc, di «un di più di elaborazione necessario. Per noi, ma anche per i Ds, anche per la Margherita in cui ha tanta parte il cattolicesimo democratico». A fibrillare, a «discutere, discutere, discutere», come dice Gianni parafrasando Borrelli, dovranno essere tutti i partiti dell´Unione, se non vogliono semplicemente governare. Però incalzano i passaggi parlamentari, i voti, le mozioni e i tempi si stringono. Ieri il consiglio dei ministri non ha preparato la mozione sul rifinanziamento delle missioni, su richiesta di Giordano. Slitta alla prossima settimana e in pochi giorni Prc chiede all´Unione di ridisegnare la nostra politica estera, di spostare l´asse da Washington all´Africa alla questione mediorientale secondo la linea «due popoli due stati».
Tutto questo dovrebbe esserci nel decreto, con l´esclusione di nuovi soldati a Kabul, per evitare il voto di fiducia. «Avviare un processo di cambiamento, lasciare esprimere le forze attive della pace, fare un bilancio delle nostre missioni. Così si costruisce una politica condivisa - spiega la Gagliardi - . E il partito non è allo sbando. Esiste, è vivo. Paga qualche prezzo perché ha perso il capo indiscusso, Bertinotti, e perché la ricollocazione non è facile. Ma nella sua essenza è una realtà». La sua essenza però non è quella del governare e basta. «La cultura di governo non riesco ad averla - dice la Gagliardi - . Si può stare nell´esecutivo in un altro modo: maturando la responsabilità e il senso della sfida». E investendo sul futuro, sull´allargamento dell´area radicale, sull´esperimento della Sinistra europea, su una «confederazione» dei non riformisti, alla quale pensa Bertinotti, e che potrebbe aprirsi ai delusi del Partito democratico, come il correntone ds. Il senatore Malabarba avverte il governo e Prodi, che lega la sua sorte a questa maggioranza e all´asse tra lui e Bertinotti: «Se si fa una politica più vicina al centrodestra è normale che arrivino i voti dell´Udc e non i nostri». Ma il presidente della Camera è sicuro di poter gestire quello che definisce «un certo fermento, che è anche la valorizzazione della pluralità d´espressione. L´Unione è forte solo se è forte anche la nostra area». A Repubblica ha detto: «La sinistra radicale non si farà zittire». E quindi non perderà la sua identità. Garantisce lui.

un lancio ANSA che cita Left
ANSA (POL) - 23/06/2006 - 14.19.00
AMNISTIA: PRC-RNP, SI'A INTESA SU PROVVEDIMENTO; DL PIU'CAUTI DOPO 'CASO' LEFT, NE DISCUTONO CAPEZZONE, MIGLIORE E REALACCI (ANSA)

ROMA, 23 GIU - ''Nessuno puo' pensare che la privazione della liberta' possa portare ad una privazione della dignita' umana. Vedendo la situazione delle carceri italiane occorre al piu' presto un atto di clemenza in tempi breve''. Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione alla Camera, prende come esempio il caso di Eyasu Habeteab, eritreo di 36 anni morto, ufficialmente per suicidio, nel carcere di Civitavecchia dopo un mese di detenzione divenuto protagonista della storia di copertina del settimanale Left, per sottolineare - nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio - ''l'esigenza che in Parlamento si lavori per trovare un'intesa, visto che occorre una maggioranza dei due terzi, sui provvedimenti di amnistia e indulto da calendarizzare al piu' presto nei lavori dell'Aula''. D'accordo con Migliore e' anche Daniele Capezzone della Rosa nel Pugno, in sciopero della fame da 17 giorni e tra i piu' accaniti sostenitori delle battaglie per denunciare la situazione nelle carceri italiane. ''Oggi le carceri sono diventate una questione di classe - osserva il presidente della commissione Attivita' produttive - cosi' come esiste un'amnistia di classe che si chiama prescrizione, il resto delle persone rimane invece senza possibilita' di riscatto. Chiediamo che ci sia al piu' presto un incardinamento parlamentare''. Pur non essendo del tutto d'accordo sulla strada da seguire, Ermete Realacci presidente della commissione Ambiente ed esponente della Margherita sottolinea come ''la sicurezza dei cittadini non e' in contrasto con la civilta' delle carceri''. Secondo l'esponente Dl, pero': ''Bisogna evitare di suscitare aspettative che, se deluse, possono provocare disperazione''. (ANSA). KWR 23-GIU-06 14:18 NNN

primadanoi.it 24.6.06
Bellocchio con ‘Il regista di matrimoni’ oggi al Flaiano Film Festival al Cinema Massimo


Sabato 24 giugno il Flaiano Film Festival propone al Cinema Massimo in Sala 1 alle ore 20,45 in concorso l’ultimo film di Marco Bellocchio, interpretato da Sergio Castellitto, “Il regista di Matrimoni”: un regista, Franco Elica, è messo in crisi dal matrimonio della figlia con un fervente cattolico e dalla necessità di dover girare ancora una volta una versione dei Promessi sposi. Decide così di partire per la Sicilia alla ricerca dell’ispirazione che sembra aver perso. Lì ritrova un suo amico di vecchia data, anche lui regista, che si spaccia per morto nella speranza di raggiungere la fama che finora gli è stata negata. Incontra anche un uomo che vive realizzando le riprese dei matrimoni. Conosce anche il principe Gravina di Palagonia, un nobile spiantato che gli propone di dirigere le riprese del matrimonio della figlia Bona. Franco si innamora subito della giovane e bellissima ragazza e si propone di riuscire a evitarle di contrarre un matrimonio di convenienza. (...)

http://www.premiflaiano.it/cinema.html

Repubblica 24.6.06
Fabri Fibra, il rap su Omar
"Canto di un ragazzo normale che scelse la ragazza sbagliata"
di Carlo Moretti


ROMA - «Io sono uno spiantato. Come milioni di ragazzi oggi in Italia. Questo alla lunga ti può far impazzire. La gente sta male e io sono la cartina di tornasole di questa cosa». Autobiografia di Fabri Fibra, 30 anni da Senigallia. «Scrivere mi fa stare bene: non mi preoccupo se piace o disturba».
Cuore di latta parla di Erika e Omar. Lei si immedesima in Omar.
«Metto a confronto i drammi che accadono in Italia, dove se hai un problema nessuno ti aiuta, sei solo il diverso da scansare. Omar per me è più che normale se lo paragoni alla mamma che lancia il figlio dal davanzale. È un ragazzo che un giorno commette un omicidio. Una spiegazione? Non c´è. Si è trovato nel posto sbagliato con la ragazza sbagliata. Gli ho voluto dar voce, ho voluto parlare dei tabù che abbiamo in testa per le dinamiche in cui veniamo cresciuti, a cominciare dalla pressione cattolica sulla famiglia, tanto che a 35 anni siamo tutti a casa con i genitori. La cronaca lancia segnali del disagio nelle famiglie, dov´è tutto un soffocarsi».
Omar ha commesso un omicidio.
«Di più, ha dato 97 coltellate alla madre della fidanzata, s´è fatto tirare in mezzo. Ma io non studio i crimini. Ho pensato a uno che non si rende conto dell´omicidio e forse nessuno glielo fa capire».
Non teme che chi la ascolta possa subire il fascino di Omar?
«A Erika e Omar in carcere già arrivano lettere di ammirazione. Io provoco, accendo la miccia dei dialoghi e delle conclusioni».
Il giudice Pomodoro vorrebbe incontrarla.
«Il mio cd parla per me. Dunque non sono strumentalizzabile. E non ho tempo per incontrare nessuno».

stessa pagina
"Fermate il rap su Erika e Omar"

Il presidente dei tribunale dei minori di Milano: propone un mito criminale, radio e tv farebbero meglio a non trasmettere la canzone
Il giudice Pomodoro a Fibra: vorrei confrontarmi con te
di Luca Fazzo

MILANO - Livia Pomodoro è da 14 anni presidente del Tribunale dei minorenni di Milano. Del mondo dei giovani conosce asprezze e ingenuità, codici e contenuti. Non è abituata a dare giudizi brutali. Ma davanti ai quattro fogli col testo di «Cuore di latta», il rap di Fabri Fibra, che spopola su radio e tv, la Pomodoro appare disarmata. Legge e rilegge il testo che porta in versi la storia di Erika e Omar, la ragazzina di Novi Ligure che ammazzò madre e fratellino e del suo giovane complice. E alla fine esprime un giudizio che si riassume in una parola. «Spazzatura. Spazzatura che andrebbe fermata. Radio e tv dovrebbero interrogarsi sull´opportunità di mandarla in onda».
Una sentenza un po´ brusca. Fibra ha un sacco di successo.
«Non ne dubito. Questa è spazzatura che va alla grande, perché l´incultura che passa tra i giovani italiani è questa. Ma resta spazzatura. E, in questo caso, è spazzatura pericolosa».
Lei sta chiedendo di censurarla?
«No, ci mancherebbe. Non posso farlo né ci penso. Ma è una canzone che parla della realtà. Di una realtà che conosciamo tutti bene. Fin troppo bene, direi: la vicenda di Erika e Omar è stata amplificata, è diventata emblematica di un modo estremo di vivere la vita familiare e i suoi inevitabili disagi. Ed il problema è che, ci piaccia o no, per molti giovani Erika è diventata un modello. Ce lo dicono le lettere che le arrivano, come arrivavano a Pietro Maso e ad altri prima di lui. E´ terribile. Ma proprio per questo mi domando che senso ha stimolare questi istinti con uno strumento immediato come un rap».
Qual è il messaggio che le fa paura?
«La mancanza di rispetto. Ai giovani passa il messaggio che se non fai la carogna non sei nessuno. E´ la banalizzazione del crimine».
Siamo messi bene, se i ragazzi si fanno influenzare da un rap.
«Ma qui siamo su un terreno minato: perché il mito del criminale sta inevitabilmente nell´immaginario del giovane, è l´avventura , è il riconoscimento all´esterno. E i giovani che io mi vedo passare davanti, proprio di questo soffrono: carenza di identità. Temo che pur di darsi una identità possano fare qualunque cosa. E le conclusioni possono essere ancora più devastanti se questi giovani si trovano ad agire in una società dove la mancanza di rispetto viene comunicata ad ogni gesto e ad ogni occasione. Intendiamoci: io penso e spero che i tanti milioni di ragazzi che non fanno notizia siano desiderosi di dare alla loro vita un senso diverso da quello della canzone. Ma poi ci sono i suggestionabili, è a loro che questo messaggio arriva per primi»
Fabri Fibra potrebbe replicare che ormai Erika è un personaggio, le sue foto alla partita di pallavolo hanno fatto il giro d´Italia.
«Si aggiunge un errore a un errore. Io penso che quelle immagini siano state un grave sbaglio: per il messaggio che mandavano all´esterno, perché normalizzavano e banalizzavano un delitto, e per il messaggio che mandavano alla stessa Erika. Chi ha permesso quella pubblicazione ha fatto un grave danno anche a lei».
Vuole lanciare un appello al cantante?
«Sì. Mi piacerebbe incontrarlo. È un ragazzo come i tanti che vedo ogni giorno. Vorrei confrontarmi con la sua intelligenza e il suo buon senso, se ne ha. Cercherei di spiegargli perché credo abbia sbagliato».

Repubblica 24.6.06
Un saggio di Roberto Gualtieri su 50 anni di storia
Dc & Pci vite parallele
di Miriam Mafai


Simul stabunt, simul cadent: la Dc e il Pci, i due grandi partiti che, dopo aver condotto il paese fuori dalla guerra, ne hanno promosso la ricostruzione e lo sviluppo e garantito un welfare di tipo europeo (sia pure inquinato da insufficienze e clientelismo), quei due grandi partiti, protagonisti della nostra storia, sono stati travolti, sia pure in momenti e con modalità diverse, dalle macerie del Muro di Berlino. Crollava il sogno del socialismo che era stato a lungo, con il «legame di ferro» con l´Urss, ragione, non unica ma essenziale, di tenuta e successo del Pci. Ma, sotto quelle macerie, finiva anche la dura contrapposizione bipolare, la «guerra fredda» che aveva fatto del nostro paese una terra di frontiera, vigilata e garantita dalla Chiesa e dalla Dc. Con il crollo del Muro insomma, i due grandi partiti, contrapposti e nemici, hanno visto esaurita la loro necessità storica. Simul stabunt, simul cadent.
Ci voleva un giovane storico di formazione gramsciana, oggi vicedirettore dell´Istituto Gramsci, per tentare una ricostruzione del cinquantennio repubblicano in questa chiave, mettendo cioè in luce le analogie, i reciproci condizionamenti tra la le due più grandi forze politiche del nostro paese. (Roberto Gualtieri, L'Italia dal 1943 al 1992 - Dc e Pci nella storia della Repubblica, Carocci, pagg. 300, euro 23.50). In questa chiave viene riesaminato il peso del cosiddetto «vincolo esterno» sulla vita e le scelte dei due maggiori partiti italiani. Un vincolo che, contrariamente a quanto generalmente sostenuto, non fu né solo né prevalentemente negativo.
La forza della Dc e del Pci, sostiene Gualtieri, fu certamente esito anche della forza della Chiesa e degli Usa da una parte e, dall'altra della forza e del prestigio dell´Urss e del suo legame con le Botteghe Oscure. Tutto questo certamente ci fu. Ma non basta a spiegare il successo dei due partiti che seppero sempre ricavarsi, sia pure a fatica, un sufficiente spazio di autonomia nella definizione delle proprie scelte politiche. Da una parte come dall'altra, dalla parte di Togliatti cioè come dalla parte di De Gasperi ci fu, al di là delle reciproche accuse di tipo propagandistico (che volevano Togliatti servo di Stalin, e De Gasperi servo degli Usa) la capacità di interpretare e gestire i vincoli derivanti dai loro legami internazionali rendendoli funzionali a un concreto e condiviso percorso di costruzione della democrazia in Italia. Cosa che in effetti avvenne, con il superamento, da parte del Pci, delle residue spinte eversive ancora presenti nel paese nell'immediato dopoguerra e, da parte della Dc, con il pieno inserimento nello Stato delle masse cattoliche fino allora estranee o escluse.
La figura e il ruolo di De Gasperi emergono, in questa ricostruzione di Gualtieri, in tutta la loro complessità, largamente positivi. Per la capacità del leader democristiano di resistere alle pressioni della destra confindustriale e a quelle, ancora più stringenti, del «partito romano» che da Oltretevere spingevano la Dc su posizioni clerico-moderate (e ne avremo l'esempio più clamoroso nel 1952 con la «operazione Surzo»). Per la sua capacità di operare scelte capaci di traghettare sul terreno democratico un elettorato ancora ferocemente conservatore, intriso di umori monarchici e fascistoidi. Per la sua capacità, infine, di impegnare il suo partito e l'azione del suo governo sulla strada di un pur cauto ma concreto riformismo, che gli consentirà, nei primi anni '50 di definire la Dc, un "partito di centro che marcia verso sinistra". Ma soprattutto resta fondamentale e lungimirante il ruolo di De Gasperi sul piano della politica europea. Al leader trentino infatti si deve, secondo la ricostruzione di Gualtieri, «la individuazione chiara e precoce del nesso tra integrazione europea, sviluppo economico e possibilità di realizzare in Italia un compromesso sociale inedito tra capitale e lavoro, e tra Stato e mercato» (un problema, a ben vedere, ancora attuale e non compiutamente risolto). Siamo, insomma, in questa ricostruzione della figura e del ruolo di De Gasperi quanto mai lontani sia dalla vulgata che nel vecchio Pci dipingeva spregiativamente il leader trentino come «il Cancelliere», sia da un famoso testo scritto da Togliatti in sua memoria a due anni dalla sua morte.
Tutta la storia successiva della Repubblica, fino al 1992 che ne segna la fine, porterà, secondo la ricostruzione di Gualtieri, il segno di quella ambivalenza definita a ridosso del dopoguerra. A ben vedere anche la fase storica assai più recente, del cosiddetto «compromesso storico» porta il segno, dall´una come dall´altra parte, di quelle scelte iniziali e delle relative difficoltà.
Berlinguer versus Moro, come Togliatti versus De Gasperi. In quella fase, probabilmente, ambedue i leader, pur sentendone il peso, non riuscirono a liberarsi dai rispettivi condizionamenti internazionali. Ci provarono, ma non ci riuscirono. Ma questa è un'altra storia.

Repubblica 24.6.06
Democrazia e corruzione
Anticipazione / Un colloquio con Vittorio Foa sul "caso Chelsea"
di Marianella Sclavi

Era dominata dalle cosche ma i cittadini sono riusciti a riconquistare la normalità
Esce un libro che racconta la vicenda della metamorfosi della città del Massachusetts
L'opportunità è l'altra faccia della crisi solo a patto che si sappia affermare le differenze e perseguire l'unità
Chiedersi come si crea uno spazio pubblico e politico più vasto sta diventando una priorità per tutti

La storia di Chelsea, Massachusetts, è interessante per i lettori italiani per tre motivi. Prima di tutto perché è la storia di un'intera città che passa dal consenso alle cosche, al consenso democratico. E non è poco. In secondo luogo, perché questo passaggio avviene attraverso un intervento congiunto di magistratura, riforma istituzionale e partecipazione dei cittadini alla stesura di un nuovo statuto della città. Il commissario dello Stato del Massachusetts, dopo aver favorito in vari modi il ricambio quasi totale dei dirigenti della pubblica amministrazione, della Polizia e dei principali Servizi, ha deciso, avendone la facoltà, che un nuovo governo post-commissariale sarebbe sopravvissuto solo a patto di essere creato direttamente dai cittadini. La bancarotta economica e il fallimento politico, sociale e culturale sono diventati la leva per iniziare un processo radicale di riscoperta e rigenerazione della democrazia, perseguito con grande determinazione e contro innumerevoli tentativi di farlo deragliare. Trovo affascinante il processo con il quale queste persone, in disaccordo fra loro quasi su tutto, sono riuscite ad arrivare a delle soluzioni sempre creative e a volte sagge. Ed è qui che ho pensato immediatamente a Vittorio Foa.
Una città dalla quale non si vedeva l'ora di scappare è rifiorita fino a essere definita «il paradiso per chi ama la vita urbana». In Italia, l'idea che l'opportunità è l'altra faccia della crisi è assente, specie nel mondo politico.
«L'opportunità è l'altra faccia della crisi solo a patto che si sappia al tempo stesso affermare le differenze e perseguire l'unità. Questa è una lezione che ho appreso molti anni fa proprio all'Assemblea Costituente. Avevo trentacinque anni e il clima all'Assemblea Costituente era molto teso. Al mattino si discuteva di politica e i contrasti apparivano insolubili, ma al pomeriggio, quando si era impegnati a scrivere la Costituzione, tutto diventava più facile, ci si rispettava e si cercava un pensiero comune. Ho riflettuto a lungo su questo contrasto e ho capito che non c'era contraddizione fra l'essere di parte e l'essere capaci di trovare un'intesa al di sopra delle parti. Anzi: se non avessimo litigato, come avremmo potuto cercare insieme? Ricordo un dibattito molto elevato a proposito della presenza di Dio nella Costituzione fra il cattolico La Pira e il comunista Togliatti. Vi era un profondo rispetto reciproco».
Su questo punto l'ha spuntata Togliatti, no?
«Veramente l'ha spuntata De Gasperi, è lui che ha proposto la mediazione. Era di una bravura eccezionale. Per De Gasperi tener fuori la Chiesa e Pio XII dalla Costituzione era altrettanto importante, anche se per ragioni diverse, che per Togliatti».
Anche nella «costituente» di Chelsea il primo scontro apparentemente insolubile è fra chi vuole nominare Dio nel preambolo e la rappresentante degli atei che è assolutamente contraria...
«Quando si è in una stretta, in una fase di crisi e cambiamento, bisogna rispondere allargando la democrazia e la partecipazione, questo è il principio che mi ha accompagnato nella vita sindacale, anzi è il motivo per cui ho amato lavorare in una organizzazione come il sindacato che questo richiedeva».
Il fatto che ai cittadini super scettici di Chelsea sia stato chiesto innanzitutto quali sono gli ideali di Buon Governo che hanno a cuore, è stato fondamentale per consentire l'impegno successivo. Perché la convergenza sugli ideali è molto più facile che non sui valori o sugli obiettivi contingenti. Una volta creato «capitale sociale», fiducia, si può passare agli ulteriori ostacoli e alle ulteriori sfide in uno spirito di collaborazione.
«Oggi il dato prevalente è la sfiducia, la rassegnazione, la preoccupazione per il futuro. Molti giovani lavoratori non sanno più cosa sia il loro futuro. Hanno di fronte una prospettiva di orario spezzato, lavoro diviso e precarietà, solo lavori precari».
Bisogna sapere che esiste una modalità di ascolto non giudicante che è fondamentale sia per capire i problemi comuni che per trovare delle soluzioni mutualmente soddisfacenti. Nella esperienza di Chelsea una serie di abitanti indicati dagli altri come persone di cui ci si fida vengono addestrati a fare i facilitatori alle riunioni. Compito principale dei facilitatori, oltre a redigere un buon rendiconto di ogni incontro, è far valere un clima e un atteggiamento di ascolto attivo, nel quale si assume che tutti coloro che intervengono, pur sostenendo tesi opposte, aiutano a capire meglio la situazione.
«Questa capacità dei facilitatori è decisiva! Si crea il clima della cooperazione. Ti guardi attorno e vedi cose terribili che stanno succedendo alle quali è difficile dare risposta di ascolto. Un sindacalista che ho incontrato di recente mi raccontava cos'è oggi la vita nel Veneto, la chiusura delle fabbriche. Il padrone dice: "Devo andare via, non posso stare qui, devo andare in Romania, altrimenti chiudo, fallisco, non posso vendere le mie merci" e tu operaio, tu sindacalista, che cosa fai? Tutti i problemi nascono lì, come fai a risolvere il problema. perché non sai più neppure quale è il problema! Io mi domando se questa insicurezza non diventi oggi il problema che bisogna affrontare non solo nel campo specifico del lavoro, ma in un quadro più generale su cui io non saprei dare delle risposte».
Il sociologo Ulrich Beck parla di «cosmopolitismo banale», per indicare che la nostra vita quotidiana sta diventando cosmopolita a ritmo accelerato e sempre più lo diventerà, non come risultato di scelte consapevoli, ma di una molteplicità di effetti collaterali: conseguenza della produzione e consumo globalizzati, dei flussi migratori, delle minoranze non omologabili, della civiltà che mette in pericolo se stessa...
«Per affrontare questo ordine di problemi bisogna pensare a un nuovo concetto e ruolo del "pubblico", che non è più lo Stato, ma è la pluralità degli attori presenti nella società impegnati a indagare e risolvere un problema comune. Per parafrasare Beck, il chiedersi come si crea uno spazio pubblico e politico più vasto sta diventando una domanda "coatta", imposta dalla realtà anche a chi non vuole pensarci. Mi chiedo se non si debba mettere al centro di questa nuova dimensione della scelta pubblica la figura dell'immigrato, come persona reale che vive fuori casa e vede abitudini che non capisce ecc., ma anche come metafora. In un certo senso siamo tutti "delocalizzati" e tutti abbiamo il problema di costruire uno spazio pubblico comune».
Il perno di tutto quello che abbiamo fin qui detto è questa nuova concezione dell´agire e del protagonismo politico, nel quale i partiti mantengono un ruolo fondamentale, ma molto diverso dal passato, un ruolo di iniziatori e garanti di processi di democrazia multi-attoriale, partecipativa, inclusiva.
«Il consenso non può essere chiuso in un momento, è un processo vivente. Ti dirò di più: il consenso di chi accetta le differenze e cerca l'unità è un processo vivente che chiede alla società di coltivare e apprezzare l´indisciplina. Per rimanere vivente ha bisogno di una costante lotta contro il conformismo».
La cittadina di Chelsea prima del commissariamento sembrava totalmente rassegnata al malgoverno e Susan Podziba racconta che la gente rideva di lei quando parlava di coinvolgere i cittadini in un processo di stesura del proprio statuto, ridevano e l'accusavano di essersi montata la testa, di aver perso il buon senso e forse anche la ragione.
«Pensare con la propria testa è particolarmente importante oggi perché il giudizio sulla realtà non è delegabile più a nessun singolo punto di vista, anche se esperto e autorevole. La comprensione della realtà, che è in continuo cambiamento, richiede una prospettiva plurima. Credo profondamente nell'unità come processo. Non come una realizzazione che si conquista una volta per tutte, ma come processo continuo che noi dobbiamo svolgere, per essere contemporaneamente non soltanto noi stessi ma anche gli altri, per vedere e capire le loro buone ragioni».

Il Sole 24 Ore 22.6.06
I sessant'anni dell'amnistia Togliatti
di Gianluigi Torchiani


Nonostante le parole spese nei giorni scorsi sulla necessità di un atto di clemenza per i carcerati, in pochi hanno ricordato la prima amnistia dell'Italia repubblicana.
Esattamente sessanta anni fa, il 22 giugno del 1946, Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia del primo governo De Gasperi, varò la cosidetta "amnistia Togliatti". L'intenzione del leader comunista era quella di pacificare il paese, ma il provvedimento finì per tradursi in un vero e proprio colpo di spugna per migliaia di fascisti, compresi i responsabili dei crimini più efferati. Ne abbiamo parlato con lo storico Mimmo Franzinelli, autore del libro "L'Amnistia Togliatti", edito da Mondadori.

Perchè Togliatti decise di varare l'amnistia?
I motivi sono essenzialmente due: prima di tutto per l'esistenza di un ampio fronte politico favorevole all'amnistia, che comprendeva monarchici, Dc, Uomo Qualunque. L'unico partito che si opponeva dichiaratamente al provvedimento era il Partito d'Azione, che però era uscito con le ossa rotte dal voto del 2 giugno. In secondo luogo perchè Togliatti aveva un progetto politico: il Pci veniva da oltre 15 anni di clandestinità e voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime. Ecco perchè Togliatti, che in un primo momento era tutt'altro che entusiasta del provvedimento, si decise a varare l'amnistia.

Gli effetti dell'amnnistia andarono oltre quelli previsti da Togliatti. Come fu possibile?
Il segretario comunista aveva varato un'amnistia "bipartisan", che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai partigiani ed ecludere i reati peggiori, ma in realtà pochissimi uomini della resistenza beneficiarono del condono, mentre moltissimi criminali furono liberati. Il motivo? Togliatti, laureato in giurisprudenza, aveva scritto personalmente la legge, senza neanche farla correggere dagli specialisti. Questo errore di presunzione lasciò molto campo all'interpretazione estensiva della magistratura, perloppiù composta da uomini anziani e che avevano fatto carriera sotto il regime fascista. Grazie alla fomula dell'amnistia che prevedeva l'esclusione "degli autori di sevizie particolarmente efferate", i giudici poterono agevolmente interpretare il provvedimento in senso estensivo. Infatti la Corte di Cassazione di Roma amnistiarono persino chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti perchè la tortura non era durata particolarmente a lungo.

Quante persone beneficiarono dell'amnistia? Che fine hanno fatto negli anni successivi?
Difficile quantificare il numero esatto delle persone. Diciamo che siamo nell'ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i 2/3 della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perchè in Italia, a differenza di altri paesi europei, l'amnistia non previde l'esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della RSI.

La storiografia comunista cercò di addossare le colpe dell'amnistia Togliatti a tranelli della Dc. Dove sta la verità?
Togliatti scrisse personalmente la legge, ma fece l'errore di sottovalutare il ruolo della magistratura e la forte reazione di protesta della base comunista. Ecco perchè, appena venti giorni dopo il varo del provvedimento, Togliatti scaricò la patata bollente al compagno di partito Fausto Gullo, rinunciando all'incarico di ministro della giustizia nel nuovo governo De Gasperi. Da lì in poi ci fu il tentativo della storiografia comunista di discolpare il "Migliore" che, al momento di lasciare Palazzo Piacentini, portò via con sè le carte sull'amnistia. Per tutti questi anni i documenti furono dati per dispersi, sino a quando non li ho ritrovati nell'archivio dell'Istituto Gramsci.

Esiste una qualche somiglianza tra l'amnistia del '46 e quella di cui si parla oggi?
Anche allora come oggi esisteva un problema di sovraffollamento delle carceri, che era anzi ben più drammatico di quello attuale. Accanto alle migliaia di detenuti per così dire politici, vi erano anche moltissimi criminali comuni perchè la guerra aveva fatto moltiplicare il numero di reati e di banditi. I motivi alla base di quella amnistia furono diversi; studiare quei momenti però mi ha fatto pensare come, anche oggi, l'talia sia un paese in cui manchi la certezza del diritto. Un paese dove a pene severissime in primo grado seguono revisioni, condoni e amnistie a cadenza periodica che portano a rapide liberazioni.

Repubblica 21.6.06
E Togliatti salvò i fascisti
A sessant'anni dall'amnistia Il decreto fu firmato il 22 giugno del 1946 e suscitò molte polemiche tra gli ex partigiani Mimmo Franzinelli ha dedicato un libro all'evento che liberò anche aguzzini e fucilatori
di Nello Ajello


Nenni, che era un giornalista oltre che un leader politico, registrò il malcontento esteso a macchia d' olio - Ci furono persino dei compagni che minacciarono il segretario del Pci di ritorsione elettorale

«Oggi Consiglio dei ministri per elaborare il testo dell' amnistia», annotava Pietro Nenni nel suo diario il 19 giugno 1946. E continuava: «Tendenza di De Gasperi: "mettere fuori tutti i fascisti"; tendenza di Togliatti: "mollarne il meno possibile". Due modi di intendere la Repubblica». Il dibattito centrato intorno a questo dilemma ideale non andò per le lunghe se, appena tre giorni più tardi, il 22 giugno - sessant' anni fa, esatti - il decreto presidenziale venne ufficialmente emanato. Quel testo fu subito definito «l' amnistia Togliatti», dal cognome del segretario del Pci che nel primo governo De Gasperi rivestiva la carica di Guardasigilli. Lo stesso titolo porta il volume che alla vicenda ha dedicato lo storico Mimmo Franzinelli (Mondadori, pagg. 382, euro 19), corredandolo di un sottotitolo esplicitamente polemico: "22 giugno 1946, colpo di spugna sui crimini fascisti". Nel segno della fretta si svolsero, di fatto, i primi atti della magistratura chiamata ad attuare il decreto. In appena quattro giorni, la Corte d' Assise di Roma scarcerò ottantanove fascisti accusati di «collaborazionismo o di atti rilevanti». Fra gli umori, che Nenni immaginava contrastanti, del leader democristiano e del capo comunista, furono i primi a prevalere. Nel giro d' un paio di anni, sarebbero tornati in circolazione molti personaggi che all' indomani della caduta del fascismo erano stati condannati, a volte perfino con troppo spirito punitivo. «Condanne eccessive», annota Franzinelli, vennero trasformate in «strabilianti proscioglimenti». Se si dovesse assegnare a quell' amnistia un valore di simbolo, non ci sarebbe da trarne motivi di esultanza per il «nuovo corso». Essa valse a confermare lo scetticismo che, fin dagli albori dell' epurazione, aveva pervaso le personalità antifasciste che venivano chiamate a gestirla. L' ipotesi che l' epurazione stessa fosse nata un po' deforme - è qui il caso di ricordarlo - aveva trovato alimento nel fatto che il primo suo fautore, Pietro Badoglio, mancava di ogni requisito per ergersi a moralista. Fin da allora, 1944, venne contraddetto, nei fatti, il proposito di punire i responsabili di vertice, evitando di prendersela con certi «poveri diavoli di gerarchetti», cioè con «i nostri fratelli sciocchi» (così li chiamava Carlo Sforza, primo Alto Commissario all' Epurazione). Lo stesso Nenni, insignito a sua volta della carica dopo la nascita del governo Parri, trovò difficile attuare la direttiva di «colpire in alto e indulgere in basso». E concluse che «nel campo dell' epurazione» si era «raggiunto il risultato di scontentare tutti». Gli scontenti dell' amnistia si contavano ora in gran numero fra gli antifascisti e gli uomini della Resistenza, cioè in un ambiente che comprendeva i militanti del partito di cui proprio Togliatti era a capo. A mano a mano che la Cassazione tornava, con intenti assolutori, sulle sentenze che erano state emesse dalle Corti d' Assise Straordinarie nell' immediato dopoguerra, specie nell' Italia del nord, la protesta saliva di livello. Falliva così l' intenzione di procedere a una pacificazione nazionale. «L' associazionismo partigiano», scrive Franzinelli, «considerò l' amnistia come uno schiaffo». Tornavano alla vita civile collaborazionisti e delatori, complici dei nazisti e confidenti dell' Ovra, gerarchi che si erano distinti nelle diverse reincarnazioni del regime littorio, bastonatori, aguzzini, fucilatori, teorici ed esecutori della «soluzione finale», componenti degli organi di giustizia della Repubblica sociale, giornalisti dediti all' apologia del regime. Nei territori da loro amministrati, i prefetti registravano quelle reazioni esacerbate. Le associazioni delle vittime del fascismo indirizzavano ai governanti documenti sdegnati, nei quali campeggiavano slogan del tipo: «Evviva la Repubblica! Abbasso l' amnistia!». Nei volantini spiccava la minaccia di «riprendere le armi per la seconda lotta di liberazione». Nei diari dei capi progressisti (ancora una volta in quello di Nenni, giornalista ancor prima che leader politico) dominano le annotazioni riguardanti «la macchia d' olio dell' agitazione» e si citano focolai di rivolta estesi dal Piemonte in tutto il nord. «A Milano», registra il capo socialista, «sono comparsi camion di partigiani in armi». Nelle aule di giustizia, imputati fascisti in procinto di venir perdonati vengono sottratti con fatica al furore del pubblico. A Casale, settembre ' 47, durante il processo contro gli autori dell' assassinio di alcuni partigiani fu necessaria la mediazione del segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio - con la garanzia che il presidente della Repubblica non avrebbe firmato le istanze di grazia - perché tornasse fra gli astanti un minimo di ordine, dopo che una dozzina di carri armati erano entrati a presidiare la città. Nell' occasione il questore di Torino, l' azionista Giorgio Agosti, interpretò, in un colloquio con il ministro dell' Interno Mario Scelba, il sarcasmo d' un pubblico indignato di fronte al perdonismo «strisciante»: «Se si vogliono accordare le grazie», osservò, «si abbia il coraggio di dirlo chiaro, così che tutto il Paese sappia che i seviziatori e i massacratori neri hanno salvato la vita grazie al tenero cuoricino di De Nicola». Fra le carte della «scrivania di Togliatti», custodite nell' archivio romano della Fondazione Gramsci, i fascicoli relativi al ' 46 rigurgitano di appelli, petizioni, lettere, telegrammi di protesta. Nella missiva d' un gruppo di parenti di fucilati per mano fascista emerge la minaccia di ritorsioni elettorali. «Continuando detto stato di cose», vi si legge, «faremo attiva propaganda contro il comunismo». E' forse esagerato presumere che, proprio a causa di queste difficoltà, dopo la caduta del primo governo De Gasperi (13 luglio ' 46), Togliatti non accettò l' incarico di Guardasigilli nel secondo. Doveva comunque averlo infastidito nel profondo quella contingenza che - così si esprime Franzinelli - aveva trasformato «il capo rivoluzionario in un ministro borghese». Egli peraltro negò che l' amnistia fosse stata «una cosa disastrosa», sostenendone la necessità: «Dovevamo farla e l' abbiamo fatta». Deplorò, nella «base», «manifestazioni scomposte», dovute ad «eccesso di nervosismo», e fece risalire gli «sbandamenti» verificatisi nel partito a «mancanza di fermezza politica». In termini politici generali Togliatti attribuì la colpa di certe incongruenze «perdoniste» agli alleati di governo e sottolineò la responsabilità dei magistrati filofascisti - perché tali erano rimasti - desiderosi di mettere in difficoltà le sinistre. Non sfuggiva tuttavia, anche in ambito comunista, il fatto che il decreto di amnistia era stato costruito in maniera tecnicamente manchevole e a tratti incongruente, offrendo ai giudici una palestra per acrobazie concettuali, sottili disquisizioni, ragionamenti tortuosi, considerazioni capziose e settarie. Colpisce la varia gamma di umori che Franzinelli registra ai vertici del Pci. Luigi Longo scorge nel Guardasigilli l' ovvia intenzione di «conquistare» al partito «i fascisti sinceramente onesti». Per Terracini l' errore è consistito nell' «affidare ai giudici un ambito di discrezionalità inusitato». Pietro Secchia è convinto che Togliatti sia stato «fregato» dalla burocrazia del ministero. L' autore del volume, assai severo in sede storica, trova poco convincente quest' ultima ipotesi, basata sulla sprovvedutezza del capo comunista, il quale, osserva, disponeva fra i suoi consulenti di tecnici agguerriti. E trova dunque verosimile che, dato il suo «carattere volitivo», egli, «raggiunta una convinzione, poco si sia curato del parere dei collaboratori». I socialisti furono tra i più decisi nel deplorare l' amnistia. Nilde Iotti colse sulle labbra di un militante del «partito fratello» un proposito che la sconcertò. Riferendosi agli ex fascisti liberati dalle carceri, egli assicurava: «Quelli escono e poi ci pensiamo noi». Sandro Pertini disegnò sconsolato il quadro che l' amnistia lasciava dietro di sé: «Abbiamo visto uscire coloro che hanno incendiato villaggi, che hanno violentato donne... ». Saragat consigliò: «Nella questione dell' amnistia dobbiamo dissociare la nostra responsabilità da quella dei comunisti». Fra gli azionisti, Calamandrei definì il decreto togliattiano «il più insigne monumento all' insipienza legislativa» ed Ernesto Rossi vi scorgerà «una dimostrazione di imbecillità e di incoscienza». In pagine risentite, Franzinelli descrive nominativamente il corteo degli alti dignitari del fascismo che torna in circolazione dal ' 46 in poi. Si va da Grandi a Federzoni, da Bottai a Scorza, da Alfieri a Caradonna, da Acerbo ad Ezio Maria Gray, da Renato Ricci a Giorgio Pini, da Teruzzi a Junio Valerio Borghese, da Cesare Maria de Vecchi ai collaboratori della banda Koch. E poi Mario Appelius, Telesio Interlandi, Concetto Pettinato, Bruno Spampanato. Molti fra loro detteranno le proprie memorie. Parecchi militeranno nelle file del Msi. Più d' uno, incredulo del miracolo che gli tocca, emigra in Sud America, per prevenire un ripensamento della democrazia. Un' epigrafe adatta a suggellare l' intera vicenda si trova in un' autobiografia che Giorgio Almirante pubblicò nel 1974: «Sarebbe ingeneroso non ricordare l' amnistia voluta da Togliatti per i fascisti».