Apcom 18.11.05
CONCORDATO
BERTINOTTI: OCCORRE RIPENSARE IL CONCETTO DI LAICITA'
Il Concordato è un tema fuori dell'agenda politica del Paese
Milano, 18 nov. (Apcom) - "Occorre partire dalla testa e non dalla coda che è il Concordato" per risolvere la questione del rapporto tra religione e stato laico. Per Fausto Bertinotti, leader del Prc la laicità è un concetto che va ripensato nel nostro Paese" alla luce della convivenza multietnica. "Il rispetto religioso non si scontra con la laicità. In Francia - aggiunge - esiste uno stato laico che vieta di portare il chador. Io invece ritengo che debba essere portato. Eppure anche io sono un laico".
Per il leader del Prc, intervenuto a Milano per sostenere Dario Fo alle primarie dell'Unione in vista delle amministrative 2006, parlare in questo momento di Concordato significa "discutere delle forme giuridiche di un rapporto fuori dall'agenda politica del Paese".
Apcom 18.11.05
DEVOLUTION
BERTINOTTI: IL PARERE VESCOVI È UNA LIBERA OPINIONE
Una devastazione della cittadinanza unitaria sociale del Paese
Milano, 18 nov. (Apcom) - Per Fausto Bertinotti la presa di posizione della Cei in merito alla legge sulla devolution "si manifesta come una libera opinione dei vescovi che si può condividere o no. Io la condivido". Il leader del Prc, intervenuto a Milano, spiega la sua posizione dicendo di non essere "abituato a pensare che i vescovi, quando siamo d'accordo, facciano bene e quando non siamo d'accordo facciano male". Che la Cei esprima la sua posizione in merito alla riforma "non è ingerenza. Ingerenza c'è quando pretende di dettare le regole per il legislatore".
Restringendo poi lo sguardo ai contenuti della riforma Bertinotti ritiene che "siamo di fronte ad una vera e propria devastazione della cittadinanza unitaria sociale del Paese che è stata la principale conquista dell'Italia repubblicana in tutto il dopoguerra. C'è il rischio grave di una inversione di tendenze da cui giustamente delle coscienze sorvegliate si ritraggono. Penso - ha concluso - che questo possa creare un'opinione larghissima nel Paese in grado di sconfiggere al referendum la legge che si chiama della devolution".
aprileonline.info 18.11.05
Un Bertinotti laico e di governo
Già sapevamo che il primo quotidiano che Fausto Bertinotti sfoglia la mattina è "l'Osservatore Romano". Quindi, non abbiamo fatto un salto sulla sedia quando abbiamo letto il titolo della sua intervista al "Corriere della Sera" di ieri: "Concordato e 8 mille non vanno cambiati". Da questo punto di vista, il segretario di Rifondazione interpreta al meglio una certa tradizione del comunismo italiano che ha sempre guardato con rispetto all'altra sponda del Tevere (anche se il Pci più di una volta ha mostrato una certa subalternità nei confronti di chi – fin dalla breccia di Porta Pia – non vuole che in Italia si radichi uno Stato aconfessionale e laico).
A colpire, invece, dell'intervista di ieri è il tono pacato, serioso, estremamente governativo che conferma come Bertinotti non abbia intenzione di offrire pretesti per smontare la sua leale partecipazione all'Unione di centrosinistra. Questa vocazione unitaria, che è davvero una svolta a 360 gradi rispetto al Bertinotti del 1994 o del 1998 o del 2001, finisce però per lasciare in qualche punto dubbiosi. Innanzitutto per la contestualizzazione del rapporto con la Conferenza episcopale italiana (Cei). Il leader del Prc fa bene a ricordare che il cardinale Ruini ha tutto il diritto di dire la sua su temi come il divorzio o l'aborto per indicare quale "per lui è la retta via". Il problema, però, non è questo. Quanto piuttosto quello di una ripetuta ingerenza – dal referendum sulla fecondazione assistita in poi – del Vaticano sulla politica italiana. E qui l'elenco sarebbe davvero lungo, anche se qualche volta (è il caso di ieri con la nota vaticana che prende le distanze dalla "devolution" fatta approvare dal governo in fretta e furia) certe esternazioni possono piacere al centrosinistra.
Siamo sicuri che a Bertinotti non sfugge che al di là delle polemiche spicciole, dietro quell'interventismo c'è la questione del "relativismo" che preoccupa smisuratamente Benedetto XVI. E cioè la non accettazione che il mondo moderno sia fatto di culture, religioni, stili di vita e principi plurali. Di qui la giusta e auspicabile competizione culturale tra una visione laica del vivere e un'altra che sembra guardare con nostalgia al tempo in cui era la Chiesa di Roma a dettare legge con editti e scomuniche. Da questo punto di vista, bisognerà attendere la prima Enciclica del nuovo Papa per avere conferma di questo forte tratto che sembra predominare nel suo magistero.
Nel merito, è certo – come dice Bertinotti – che la revisione del Concordato "non è una priorità", a differenza di quello che pensano per problemi di spazio elettorale Enrico Boselli e Marco Pannella (in ogni caso, loro stanno andando ad occupare un ruolo lasciato sguarnito da Ds e Margherita). Come ha ragione quando dice che forse invece di togliere i crocefissi dalle scuole e dai luoghi pubblici sarebbe meglio aggiungere altri segni di altre fedi per riconoscere il carattere multireligioso della società italiana.
In un ultimo punto affrontato dall'intervista (il credere o non credere), il segretario di Rifondazione dà una raffinata risposta: "Mi ritengo un non credente, non mi definirei adesso un ateo. Ma è bene che la dimensione religiosa privata dei politici resti tale... La mia ricerca ha comunque come centro l'uomo... Per me la domanda di fondo resta quella: l'uomo. E' inevitabilmente sfiora la sfera di Dio".
Questa visione della religiosità rende Bertinotti molto vicino a Pietro Ingrao, quando quest'ultimo parla di "necessità dell'insondabile rapporto con l'altro da sé", ma anche a Pier Paolo Pasolini. L'autore di "Lettere luterane" che ci ha dimostrato che si può essere religiosi e laici allo stesso tempo, mentre – di solito – i religiosi non sanno essere laici.
Apcom 18.11.05
ROSA NEL PUGNO
BERTINOTTI: RECIPROCI CURIOSITA' E RISPETTO
Una forza radica-socialista interessante per l'Italia
Milano, 18 nov. (Apcom) - Con le forze del La Rosa nel Pugno "c'è sempre stato un confronto di reciproca curiosità. Non sono mancati gli scontri frontali come sulla guerra o il tema del lavoro ma sempre nel reciproco rispetto". A dirlo è Fausto Bertinotti, leader del Prc, a Milano per sostenere la candidatura di Dario Fo alle primarie dell'Unione.
"La rinascita di una forza radical-socialista è molto interessante - ha concluso - è di grande interesse per l'Italia e un arricchimento per l'Europa".
Apcom 18.11.05
PAR CONDICIO
BERTINOTTI: LA RIFORMA? PEGGIO MI SENTO
Il tentativo di mettere mano a quel simulacro di garanzie
Milano, 18 nov. (Apcom) - "Peggio mi sento!". Risponde così Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, a quanti questa mattina a Milano gli chiedevano di una possibile riforma della legge sulla par-condicio.
"Dopo la riforma elettorale - ha proseguito - per cercare di evitare una sconfitta che si annuncia per la perdita di consensi, una riforma costituzionale blindata, votata con maggioranza risicata con degli smottamenti nella stessa maggioranza di grande autorevolezza, addirittura - conclude - il tentativo dichiarato di mettere mano a quel minimo, quasi un simulacro di garanzie esistente in un Paese dove c'è un duopolio televisivo in cui uno dei due è in mano al presidente del Consiglio e l'altro è soverchiato dalla maggioranza diretta dal Presidente del Consiglio".
Apcom 18.11.05
COMUNE MILANO
BERTINOTTI: CON FO PER FANTASIA E CULTURA
Se vincesse Ferrante lo sosterrò: è la regola delle primarie
Milano, 18 nov. (Apcom) - "In questa competizione sosteniamo Dario Fo perchè penso che Milano come l'Italia abbia bisogno di cultura e fantasia". A dirlo è Fausto Bertinotti, leader del Prc, intervenuto a Milano per la campagna dell'Unione in vista delle primarie del 29 gennaio. "Milano - prosegue - ha bisogno di un sindaco spiazzante".
Di fronte all'ipotesi, come profilata da diversi sondaggi negli ultimi giorni, che Bruno Ferrante, sostenuto da Ds e Margherita, possa vincere le primarie, Bertinotti dice: "Se dovesse vincere lo sosterrò. Fa parte delle regole intrinseche delle primarie". Nè sembra preoccuparlo la carriera di prefetto. "Nella nostra cultura - ha ironizzato - il superamento dei prefetti era uno degli obiettivi. Se avviene facendosi sindaco tanto meglio. Intanto - spiega - non è una scelta prefettizia ma democratica. Tuttavia nella nostra preferenza a Fo c'è una riserva verso questa scelta".
Del resto per Bertinotti le "primarie sono un importante esercizio democratico a Milano come in Sicilia. Vanno fatte con il massimo rigore e serietà e non come se ci fosse un vincitore in partenza. Bisogna dare la possibilità a tutti i candidati con la considerazione che chiunque vinca sarà in grado di portare l'Unione a Milano alla riscossa".
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 18 novembre 2005
segnalato da Roberto Martina:
L'Espresso in edicola
Freud? È caduto dal lettino
La psicoanalisi non è sufficiente per spiegare il senso della vita. Un nuovo, provocatorio libro del filosofo Umberto Galimberti
di Stefania Rossini
Umberto Galimberti ha scritto un libro desolato con l'intento di produrre conforto. Si tratta di un conforto senza salvezze ultraterrene né guarigioni terrene, che si nutre di conoscenza e si rafforza nell'accettazione del limite. Non è un percorso facile quello richiesto al lettore del saggio 'La casa di Psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica', appena uscito presso l'editore Feltrinelli. Ma la difficoltà non è nel linguaggio che è piano e persuasivo perché a lungo collaudato nella divulgazione, bensì nella proposta stessa che azzera le idee ricevute e le consolazioni correnti.
In tempi di offensive religiose e di pensiero teocon, Galimberti si muove dalla pacifica premessa che Dio è morto e che non esiste più scampo in mondi soprannaturali. Ma ritiene che anche Freud non si senta troppo bene e che la proposta psicoanalitica, intesa come versione secolarizzata della salvezza eterna, stia vivendo il suo inesorabile tramonto.
Perché accade questo? Come mai l'uomo non è più capace di costruire ripari, neanche attraverso scienza e saperi, alla disperazione di sapersi mortale? Galimberti riprende la traccia di un suo fortunato saggio uscito qualche anno fa, 'Psiche e techne' per spiegare che la cosiddetta domanda di senso che affligge l'umanità fin dalle origini si è fatta oggi, non soltanto più acuta, ma completamente diversa: "Se nell'età pretecnologica la vita e il mondo apparivano privi di senso in quanto miserevoli, nell'età della tecnica la vita e il mondo appaiono miserevoli in quanto privi di senso". Ormai abbiamo esistenze irriflesse condotte nell'ignoranza di sé, non siamo più individui ma funzioni di qualche apparato, dove non vediamo la finalità concreta delle nostre azioni e possiamo essere sostituiti senza problemi. Perdiamo così il sentimento della nostra specificità, fino a non sperimentare più nemmeno l'esperienza del dolore, l'unica, insieme a quella della morte, in cui nessuno può sostituirci. E quindi anche l'unica che ci fa toccare con mano la dimensione della nostra individualità. Se questa è la diagnosi, sostiene Galimberti, la psicoanalisi è ormai impotente. Non conosce le armi per combattere contro questa privazione di senso e non è addestrata a recuperare l'esperienza del dolore come tratto inscindibile dell'esistenza. Anzi, per suo stesso statuto, che si iscrive pienamente nella cultura giudaico cristiana, la dottrina di Freud ha bisogno di combattere il dolore trattandolo come una malattia da cui si può guarire. La conclusione è severa: "La psicoanalisi si presenta come una medicalizzazione dell'umano, che è poi la versione secolarizzata della redenzione religiosa". Può continuare a curare l'alienazione e la follia, ma non può aiutare l'uomo a ritrovare se stesso.
Che la proposta di ridimensionare la psicoanalisi venga da uno psicoterapeuta avvezzo alla pratica della cura, sia pure nella versione junghiana aperta all'esoterico, non deve stupire. Galimberti è soprattutto studioso di filosofia e in questo saggio lo dimostra ampiamente, riprendendo con mano competente, non solo Freud e Lacan, ma Heidegger e Nietzsche, Platone e Cartesio, Eraclito e Jasper. Chiede il loro aiuto per spostare l'ottica dall'esplorazione dell'inconscio alla comprensione del mondo. Anzi, all'unica disciplina "che non ha mai esitato a mettere in questione il mondo", cioè proprio la filosofia.
Le forme e i modi per tornare alla ribalta della pratica, la filosofia le troverà nella sua stessa storia e nelle espressioni spontanee degli ultimi anni. Nata in Grecia nel V secolo avanti Cristo, prima di chiudersi nell'accademia, è infatti stata una predicazione di piazza che insegnava ai giovani ateniesi la conduzione della propria vita e il governo della città. Oggi, quasi in sordina, è tornata a riempire i teatri e le piazze fino a diventare la star di festival, come quello di Modena, che richiama ogni anno qualche migliaio di persone. Il passo successivo, già sperimentato in alcune esperienze tedesche e italiane, è quello di farla consapevole del suo potere di 'cura'.
Ma, attenzione, sarà una cura di tutt'altro tipo rispetto a quella psicoanalitica. Non ci sarà lettino ma cenacolo, non setting ma aperta discussione. Il filosofo non cercherà conflitti irrisolti o eventi traumatici nella biografia del 'paziente'. Del resto non è attrezzato per farlo e non ne sarebbe capace. Lavorerà sulla materia di sua competenza, le idee, cercando di correggerle e indirizzarle. Perché, sostiene Galimberti, è ora di rendersi conto che "i disagi psichici non sono solamente gli effetti dei traumi ma sono gli effetti del modo errato con cui pensiamo noi stessi e il mondo". La soluzione sarà quindi quella di tornare alla dimensione del tragico che ci è stata trasmessa dai greci percorrendo pazientemente le vie del sapere. Solo con la conoscenza potremo accettare la nostra caducità e iscriverla nel grande ciclo della natura. Non sembri però rassegnazione perché "la conoscenza, se non elimina la sofferenza, può comunque alleviare e procrastinare la fine".
Non si troveranno nel libro di Galimberti, che pure si pone come fondativo di questa rinnovata funzione della filosofia, indicazioni sulle tecniche di incontro tra consulenti filosofici e uomini bisognosi di correggere le proprie idee. Per questo gli è sufficiente un rinvio a una già fiorente letteratura che da qualche hanno va seducendo studiosi sofisticati e insegnanti di liceo. Ciò che preme all'autore è il momento fondativo e la coscienza di una possibilità. Quella di tornare ad essere 'mortali', come ci ha insegnato quella grande cultura che ha fondato l'Occidente insieme alla giudaico-cristiana. E con i greci, abbandonare le lusinghe di Dio e di Freud, ritrovando il dolore di stare al mondo attraverso la filosofia.
segnalato da Francesca Testa:
Il Mattino 18.11.05
"La Cassazione ritiene che la psichiatria sia in preda da anni ad una crisi di identità"
Cogne, l’ombra della nevrosi dietro la perizia
di Gigi Di Fiore
Torino. Sul tavolo del presidente della prima Corte d’Assise d’appello, Romano Pettenati, c’è una copia di una sentenza della Cassazione a sezioni unite. Poco meno di 30 pagine, per il provvedimento giudiziario numero 9163, depositato l’otto marzo scorso, con cui il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi ha motivato l’esigenza giuridica di disporre una nuova perizia psichiatrica per Annamaria Franzoni. Il giorno dopo la prima udienza del processo sull’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, la Corte, con il giudice relatore Luisella Gallino e i sei giudici popolari, prepara l’ordinanza con le decisioni sulle richieste dell’accusa e dell’avvocato Carlo Taormina. Decisioni da prendere per l’udienza di lunedì mattina. La sentenza della Cassazione amplia i margini per le attenuanti determinate da un «vizio di mente». Si legge, nel testo redatto dal giudice Francesco Marzano: «Le oscillazioni giurisprudenziali sono state determinate essenzialmente dal difficile rapporto tra giustizia penale e scienza psichiatrica, quando quest’ultima ha posto in crisi le sue tradizionali elaborazioni metodologiche». La Cassazione ritiene che la psichiatria sia in preda da anni ad una crisi di identità. Per cui: «La classificazione dei disturbi psichici risulta quanto mai ardua e relativa, non solo per la mancanza di una terminologia generalmente accettata, ma per i profondi contrasti esistenti nella letteratura pasichiatrica». Sulla capacità di intendere e di volere, la sentenza è un precedente di peso per la giurisprudenza penale. Un precedente che introduce, tra le cause di incapacità, anche i cosìddetti «disturbi della personalità»: su un totale di 52443 ammissioni ai servizi psichiatrici degli istituti di cura per «neurosi e turbe psichiche non psicotiche», ben 10862 sono per »disturbi della personalità». La conclusione è che anche il «disturbo della personalità, come quelli da nevrosi e psicopatie, può portare all’incapacità di intendere e volere». Ha spiegato il sostituto pg Corsi: «La nuova perizia psichiatrica per Annamaria Franzoni è necessaria per l’inammissibile superficialità con cui fu portata a compimento la prima». Il «disturbo della personalità», secondo la Cassazione, deve avere però «consistenza, intensità, rilevanza e gravità» ed avere legami con il delitto commesso. Scrive il giudice Marzano: «Infermità, anche transeunte, possono determinare il risultato di pregiudicare, totalmente o grandemente, le capacità intellettive e volitive, rendendo l’agente incapace di esercitare il controllo dovuto sui propri atti». Con questa sentenza della Cassazione, il sostituto pg Corsi ritiene che la corte d’Assise d’appello abbia elementi giuridici sufficienti per dire sì ad una seconda perizia psichiatrica per la Franzoni. Ha detto il magistrato: «La decisione a sezioni unite è un’importante e recente novità, che può spingere, in modo giuridicamente motivato, a cercare risposte definitive sulla capacità di intendere e di volere dell’imputata». Anche se la mamma di Samuele, come ha riferito il suo avvocato Carlo Taormina, non ha molta intenzione di collaborare con gli eventuali periti psichiatri nominati dalla Corte. Sembra, almeno dopo i primi confronti tra i due giudici togati ed i sei popolari, che l’orientamento prevalente sia quello di dare il via prima alle perizie sulle macchie di sangue dopo aver visionato il nuovo video registrato nella villetta di Cogne a poche ore dall’omicidio. Poi, l’ispezione dei luoghi e l’interrogatorio dell’imputata. Il presidente Pettenati spinge per un processo rapido, con almeno tre udienze a settimana, per arrivare ad una sentenza entro febbraio. Smorza l’avvocato Taormina, che ha detto: «Ho degli impegni istituzionali e delle scadenze legate alla mia attività professionale. In teoria, potrei essere disponibile il lunedì ed il martedì. Ma occorre un calendario concordato, tenendo presente che ci vuole tempo per le nuove perizie da noi richieste. Non vedo la necessità di tanta fretta, di fronte alla ricerca della verità su un delitto così efferato».
segnalato da Roberto Martina:
Repubblica 18.11.05
L'oncologo parla del suo nuovo libro e attacca i diktat del Vaticano su aborto e pacs
Veronesi difende l'eutanasia
"Morire è un diritto fondamentale"
"I vescovi vogliono cambiare la legge 194, fermiamoli
Lo Stato deve reagire e dire alla Chiesa di rispettare i confini"
di Dario Crest-Dina
MILANO - "Ho l'impressione che il dialogo con i vescovi sia diventato un monologo. Bisogna fermarlo", dice Umberto Veronesi: "Mi sembra che la Chiesa voglia condizionare le scelte di un paese che, se devo giudicarlo alla luce dei comportamenti dei suoi abitanti, è a maggioranza non credente, o poco credente". Nel tentativo di contribuire a frenare questa "invasione di campo" il professore ha scritto un libro su un tema spinoso che da sempre gli sta a cuore. È un libro che difende l'eutanasia volontaria.
Il titolo è un manifesto, nel senso che dentro c'è già tutto: Il diritto di morire, la libertà del laico di fronte alla sofferenza. Dove la parola laico è un simbolo, un marchio.
Professor Veronesi, mentre lei parla di eutanasia il Vaticano attacca su concordato, pillola abortiva, pacs, e fermiamoci pure qui. Un autentico contro potere italiano?
"No, perché di solito i contro poteri sono occulti. I vescovi, invece, fanno tutto alla luce del sole. Ma adesso rischiano di oltrepassare il limite. Come scriveva Montanelli, stanno cercando di obbligarci a adeguarci a un credo nel quale non crediamo. Le ultime dichiarazioni del cardinale Ruini, per esempio, devono far pensare. E sono difficili da accettare".
Si riferisce alla condanna della pillola Ru-486?
"Sì. Quando Ruini dice che l'uso della pillola equivale a un omicidio, manifesta un pensiero che va in realtà ben oltre il significato delle sue parole. L'obiettivo della Chiesa è rimettere in discussione la legge sull'aborto. La verità è che ci vogliono togliere la 194, diciamolo con chiarezza. Uno stato laico deve reagire, ricordare alla Chiesa che ci sono confini da rispettare".
Ma il partito dei cattolici è forte, è trasversale e le sue file si ingrossano. Il presidente della Camera Casini ieri ha detto che le parole della Chiesa sono proposte, non imposizioni.
"Guardi, io rispetto le opinioni di tutti. Ma un conto sono le idee, un altro le leggi. La legge sull'aborto è stata votata dal 70 per cento del popolo italiano. La posizione della Chiesa è, quindi, in opposizione non solo allo Stato italiano, ma al popolo italiano. La Ru-486 è in linea con la 194, il suo utilizzo, naturalmente all'interno di regole precise, non deve costituire un problema. Si tratta, in sostanza, di praticare l'aborto per via farmacologica invece che chirurgica. Se è diventata un problema, è perché se ne è voluto fare un caso politico. Non dobbiamo sottovalutare poi che proibire questa pillola, accettata dalla maggioranza dei paesi europei, porterebbe inevitabilmente alla nascita di un mercato nero. Il proibizionismo non è mai una risposta efficace".
Perché la Chiesa è così aggressiva?
"Forse perché è in crisi, forse perché sta vivendo un momento di transizione, ma non dimentichi che c'è smarrimento anche nella società ed è in periodi come questi che si riafferma il proselitismo della fede, delle religioni. Benedetto XVI lo ha capito benissimo, questo Papa non è certo un vescovo che sta in mezzo al fiume: è intransigente, è tradizionalista, è coerente. Non si può essere un uomo di chiesa soltanto per metà o per un terzo. I cardinali fanno il loro mestiere, altri invece no".
È una critica al governo?
"Non solo. Mi riferisco alle carenze e alle assenze della politica. Sia a destra, sia a sinistra. Mi riferisco allo Stato. Ho come l'impressione che improvvisamente siamo diventati tutti ferventi credenti. Tutti rinoceronti, come nella commedia di Ionesco".
Ed è in questo clima che lei propone di autorizzare l'eutanasia?
"Voglio semplicemente porre il problema, tentare di aprire un confronto su un argomento tabù, un tema di cui nessuno vuole parlare".
Significa sostenere la bontà del suicidio?
"Assolutamente no. Il suicidio è un fenomeno psicologicamente complesso che ha radici profonde e antichissime. È una pulsione tipica dell'uomo, che non esiste in altri esseri viventi. Io sostengo il valore dell'eutanasia come richiesta volontaria e cosciente di porre fine alla propria esistenza. Cosa che può maturare quando la vita diventa insopportabile per il dolore, la sofferenza e la perdita della propria dignità. Dai dati dell'Olanda, dove l'eutanasia è legale, appare che la richiesta riguarda per l'85 per cento i malati terminali".
Ha scritto Norberto Bobbio, verso la fine della sua vita: "L'unico rimedio alla stanchezza mortale è il riposo della morte". È a questo che pensa, professor Veronesi?
"Credo che il diritto di morire faccia parte del corpus fondamentale dei diritti individuali: il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all'esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio".
Ma la richiesta di eutanasia non contrasta con la natura?
"La natura non ha previsto l'immortalità dell'uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi. Non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita".
Eppure proprio la scienza e la medicina sembrano volerci cancellare la prospettiva della morte e la chirurgia estetica ci illude persino sul prolungamento della giovinezza.
"È vero, la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura. Ma il compito della medicina non è quello di legiferare. La scienza aspetta una legge che faccia chiarezza sui limiti del suo intervento".
Lei pensa alla legge olandese?
"Potrebbe costituire un buon punto di partenza. Stabilisce una procedura seria e accurata, ma permangono dubbi sulla genuina volontà del paziente che manifesta il desiderio di eutanasia. È difficile capire fino a che punto conti l'influenza dei famigliari, oppure il livello di depressione nel quale il malato precipita. Il cammino sarà lungo, ma ritengo sia importante cominciarlo. Sarebbe un segno di civiltà".
Imparare a vivere significherebbe imparare a morire, come sosteneva Jacques Derrida?
"Sì, anche se è molto difficile. Ma chi sta in trincea, come i medici, sa quante volte un paziente chiede di venire aiutato a morire".
E i medici lo fanno?
"Sì, sarebbe ipocrita negarlo: negli ospedali italiani l'eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l'infermiera con una scusa, si aumenta un po' la dose di morfina... Ci sono molti modi".
È un omicidio?
"No, è raccogliere un appello alla pietà".
ilcassetto.it 18.11.05
Terni
Cultura (comunista) d’acciaio… spinta dall’idrogeno
di Pino Di Maula
Se Perugia piange, Terni non può certo ridere. Vuoi per la crisi industriale: “per 23 imprese chiuse in questi anni nel perugino, c’è ne è una – registra Eurispes - che ha seguito la stessa sorte nel ternano”. Vuoi per la sicurezza delle sue strade. Stiamo nella provincia italiana dove, almeno stando all'Associazione sostenitori amici della polizia stradale “è maggiore il rischio di restare vittima di un impatto letale”. In effetti verifichiamo un bel traffico di auto e mezzi pesanti anche alle porte della città.
Sarà per quel groviglio di raccordi che la circondano, sarà per le aziende che qui, diversamente da Perugia, secondo Eurispes, hanno incrementato le esportazioni. Comunque sia, anche in questo caso, ci affrettiamo a lasciare la macchina in un comodo posteggio per avviarci a piedi verso la zona Ztl. Il corso principale è piacevolmente, e completamente, pedonalizzato. Da lì raggiungiamo con facilità il municipio, l’unico in Umbria – toccato dal filone rosso di tangentopoli.
Uno scandalo dimenticato ormai, così come i sei anni di centrodestra, e relativi danni per lo stato sociale, grazie a Paolo Raffaelli, ex giornalista Rai, deputato comunista e pacifista nonché ultrà. E’ lui il “super sindaco” (definito così dalla stampa specializzata non per la stazza, che pure c’è, bensì per le classifiche della Ekma sui Comuni più efficienti) che nel 1999 ha accettato la difficile sfida di risanare i bilanci, restituire fiducia nella democrazia partecipata e, contemporaneamente, imprimere una spinta economica alla città dell’acciaio. Che rischiava, davvero, il collasso.
Ora il più è fatto, ma il sindaco non si senta per nulla appagato. Non c’è da meravigliarsi dunque se «ricostruzione» continua a essere la sua parola preferita. La più ricorrente mentre si aggira nella sua “residenza” istituzionale tra “agenzie” che scorrono sui terminali, qualche icona politica, magliette della Ternana con il suo nome stampato in bella vista, targhe inneggianti alla “Ternitudine” e altri stendardi che evocano la curva est dove è abituè con i working class, reduci della vecchia guardia dei famosi e incorruttibili tifosi rossoverdi, Freak brothers. Gente seria che preferisce il Che alle svastiche e, soprattutto, non figura nei libri paga di nessuna Spa né per le trasferte né per azioni, in genere, poco decorose “concesse” ad altre tifoserie.
Anche se appoggia Prodi, non si può definire certo un “mediano” quando scende in campo. Raffaelli, al suo secondo mandato con il 69 per cento di preferenze, dopo aver restituito stabilità e una certa rinnovata credibilità all’istituzione municipale, ora si trova ad affrontare, assieme a spinosi rapporti con la Margherita, l’ulteriore sfida lanciata con la nuova legge finanziaria dal nuovo vecchio Ministro delle finanze.
A volte ritornano. Per grazie ricevuta. Nonostante la sua chiosa preferita attribuitagli in Transatlantico fosse “come fai a fidarti di uno che si chiama La Loggia”, Giulio Tremonti dopo essere stato investito da nuove onorificenze nella city, ora in Italia detta legge. Con o senza Bossi. Con buona pace di Gianfranco Fini. Anche i giornali gli riservano maggior rispetto.
«Non sarà semplice ricostruire l’Italia». Prova a misurare le parole, ma ci vuole poco per farlo esplodere. «La “maggioranza” uscente del governo nazionale sta mostrando il suo vero volto, peggio dei Borboni, simile a quelle truppe d’occupazione che si ritiravano mettendo a ferro e fuoco i villaggi, non senza averli prima saccheggiati». Le preoccupazioni del sindaco sono rivolte questa volta al Paese.
Lasci stare la politica nazionale. Pensi piuttosto a Terni che nel 2006, dovrà fare a meno di 12 milioni di euro. Ai tagli netti della Finanziaria che ammontano a 5,6 milioni per il Comune e 4,5 per l’Ospedale vanno infatti sommati altri due milioni previsti dagli oneri per i combustibili.
«Terni è una città sana, il Comune è il maggior investitore pubblico dell’ Umbria, dopo l’Anas». Finora, conti alla mano (95.378.329 euro di entrate e 90.266.562 di spese correnti) siete riusciti a far quadrare i conti del 2004. Quale il segreto? «Con la lotta all’evasione fiscale e – afferma sicuro mostrando i grafici che evidenziano come in quattro anni, a fronte di minori risorse, siano aumentati i servizi offerti alla città - tagliando sui dirigenti, consulenze e beni non essenziali». Compensare i mancati trasferimenti diventa quindi possibile. E in un prossimo futuro per meglio garantire il welfare locale potreste far ricorso a una parte dell’Iva e di altri tributi, come prevede l’Alta Commisione sul federalismo fiscale diretta dall’economista Giuseppe Vitaletti (ex cervello del ministro socialista Rino Formica). Sono bei soldi. Solo in Umbria si stimano 21.687.476 euro con il gettito dell’Iva dai bar, 43.269.711 dai tabacchai e 20.386.040 dalle edicole. Lo studio sembra incontrare il favore dell’Anci. C’è più interesse nei sindaci che nel governo che l’ha ufficialmente commissionato. Lo dimostrerebbe un volume con le stesse proposte, ancor più esplicitate, pubblicato dall’associazione nazionale dei comuni italiani. Che al momento tiene sotto stretto embargo.
In ballo c’è la tattica politica. Come dimostrano le parole di Raffaelli: «Purché non siano sostitutive di altre imposte». Ma non possono esserlo. «In più - dichiara Vitaletti ad Avvenimenti - l'autonomia viene fortemente potenziata e i trasferimenti residui assumerebbero carattere di corrispettività, e non di regalo tagliabile». Come accade oggi. Mentre da una parte si promuove il federalismo, dall’altra tagliano i trasferimenti e ti dicono anche come quando e perché spenderli quei pochi fondi rimasti. “Come mettere i piedi nel piatto di chi mangia” direbbe il filosofo Cacciari.
Mentre Raffaelli, da comunista navigato preferisce lanciare un altro tipo di messaggio: «Occorre innanzitutto rilanciare il concetto di una cultura che forma e accompagna la società sia civile che industriale». Perno di tutto – a suo dire deve essere la ricerca, a partire «quella energetica con il primo “Villaggio (un’infrastruttura lunga 27 chilometri tra Terni e Narni ndr) sperimentale all’Idrogeno, fondamentale per il rilancio anche dell’acciaio che per noi, a Terni, resta una nostra priorità».
Qualche opinionista locale indisponente si domanda cosa c’entrino queste encomiabili parole sul progresso civile con l’udienza generale dal papa. Galeotta, pare, per distendere le tensioni con la Margherita o, come va oggi di moda dire, per non “regalare” la fede al centrodestra. Fin qui la stampa, la cittadinanza sembra invece più pragmatica quando mostra di apprezzare, col voto ancor più che nei sondaggi, la giunta per le sue battaglia in difesa del sistema universitario (in quattro anni si è passati da due a sei facoltà) e produttivo.
Nonostante tutto, i dati forniti dall’assessore alle politiche formative e del lavoro Donatella Massarelli parlano chiaro: «Quest’anno le assunzioni programmate saranno 2.610 che, al netto delle 2.160 uscite, determinano un saldo occupazionale attivo pari a 450 unità» Il ritmo occupazionale però rallenta. «Il 2004 è stato un anno importante con un incremento del 43 per cento di avviamenti al lavoro escludendo dal computo i tremila avviamenti relativi ai lavoratori immigrati». E nel 2005? «C’è una crescita del 0,9 (anziché 2 per cento del 2004) ma superiore alla media nazionale».
In questo contesto risulta confortante il dato fornito dalla Provincia durante la “Quarta fiera del Lavoro” organizzata, a ottobre, dalla Massarelli. Si è passati “dal 38,4 per cento del 2003 al 42 per cento del 2004 facendo riscontrare in questo primo semestre 2005 un ulteriore progresso con un’incidenza del 44,6 per cento”.
E non è poco in una provincia che ha uno dei più alti indici di presenza delle multinazionali come Shell e Thysser Krupp con cui - si presume - non deve essere facilissimo dialogare. Come non sarà semplice trovare una soluzione per la cresi di Magnetic ed Elettrotreni, aziende specializzate nella fabbricazione di trasformatori di ogni genere misura e peso.
E, pertanto, fortemente legate e dipendente (se non si fabbrica più quel tipo di acciaio diventa complicato fare anche quel particolare attrezzo per logica di filiera) all’intero sistema produttivo dell’area. «Stiamo facendo del tutto per mettere in piedi un nuovo modello di sviluppo territoriale – conclude Raffaelli - capace di coniugare economia, innovazione e qualità ambientale». Che altro dire, shapò al “marketing-guerrilla” di questi amministratori, e in bocca al lupo ai loro concittadini affinché ricerca e progresso abbiano davvero la meglio in queste terre fantastiche. Dove c’è sicuramente ancora spazio, almeno per qualche dolce sorriso.
Il manifesto.it 17.11.05
Potenza di un pensiero. Il convegno di Bologna su Spinoza
Se la forza di un pensiero si misura sulla base dei concetti che crea, o di cui rinnova il significato, e che impongono un nuovo modo di vedere le cose e persino un nuovo modo di agire, allora oggi questo è il caso di Spinoza. Da oggi (ore 9), fino a sabato 19 novembre, nella sala Rossa della Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna (via Marsala 26) inizia il convegno «Spinoza: individuo e moltitudine». Spinoza non cessa di fare discutere, soprattutto per le categorie come moltitudine che oggi hanno ormai una diffusione globale e vengono anche usate ben al di là del loro contesto originale. Produttività del concetto, appunto. Perché le grandi filosofie hanno sempre da dire qualcosa sul nostro tempo presente. E se poi i grandi classici, come Spinoza, continuano a far parlare di sé, allora anche un convegno può diventare l'occasione per guardarli in una maniera viva, e non manualistica, cioè come momenti significativi lungo la passeggiata nel pantheon della storia della filosofia. Al convegno bolognese interverranno alcuni fra i maggiori studiosi mondiali che si occupano, come nel caso di Laurent Bove (di cui pubblichiamo la relazione) e Manfred Walther, delle strategie di resistenza all'oppressione politica; di cosa si intende per individuo molteplice André Tosel, Chantal Jaquet, Warren Montag; sulla storia dello spinozismo intervenrranno Salah Mosbah e Marilena Chaui. Nella giornata di domani, da segnalare gli interventi di Antonio Negri («Moltitudine e singolarità nello sviluppo del pensiero politico di Spinoza») e Étienne Balibar («Il transindividuale: Spinoza e gli altri»). E la comunicazione di Michael Hardt su «1642-1643: sul concetto di moltitudine nel pensiero politico inglese durante la rivoluzione». Interverranno Augusto Illuminati («Spinoza disobbediente»), Filippo Del Lucchese («Iustitia et armi. Diritto e conflitto in Spinoza») e Vittorio Morfino («Moltitudine e temporalità plurale»), insieme a Stefano Visentin («La multitudo nell'imperium aristocraticum»), Riccardo Caporali («La moltitudine e gli esclusi») e Paolo Cristofolini («Saeva multitudo»). A chiudere i lavori del convegno sarà Carlo Galli con un intervento sul rapporto tra Leo Strauss, Carl Schmitt e Spinoza. Prima di lui interverranno, tra gli altri, Pina Totano, Daniela Bostrenghi, Francesco Piro e Walter Tega
Il manifesto.it 17.11.05
Il principio della resistenza
Quell'irresistibile resistenza al dominio che segna la vita degli uomini e donne in società e che comunque nutre l'organizzazione statale. Pubblichiamo la relazione che l'autore presenterà in un incontro internazionale dedicato all'opera di Spinoza
di Laurent Bove
Il desiderio di non essere dominati da un proprio simile: questa la profonda politicità della filosofia di Spinoza. Anche quando ogni resistenza viene sradicata, si legge nel Trattato teologico-politico, gli uomini «continuano a provare soddisfazione per un male o per un danno causato a chi li comanda». La schiavitù in apparenza più dura non potrà mai impedire agli uomini di conservare, almeno in parte, quella libertà che il Trattato politico pone nell'esercizio di un «diritto di guerra», inseparabile dall'affermazione stessa di una vita singolare. Un diritto di guerra che non è intrinsecamente irrazionale. È una «prudenza», l'esigenza di una natura che non può mai volere in se stessa la propria distruzione. Una prudenza che sfugge alla problematica dell'obbedienza e del contratto e che appare come una forma di resistenza, essa stessa irriducibile. Come spiega Spinoza nel Trattato politico, la moltitudine «mantiene in parte la propria libertà attraverso una segreta ed effettiva rivendicazione», perché sempre e necessariamente resta una fonte di paura per i governanti.
È dunque attraverso gli affetti più segreti che si legge innanzitutto una rivendicazione vitale, che niente sembra poter realmente sopprimere. Si devono considerare dei veri e propri assiomi, quindi, da un lato il desiderio di non essere comandati e dall'altro la necessaria rivendicazione di diritti, nell'intimo della propria vita affettiva, da parte di uomini costretti all'obbedienza: «tale prudenza - scrive Spinoza - non è obbedienza, ma la libertà stessa della natura umana».
Non è in una logica dell'obbedienza, quindi, ma attraverso una prudenza vitale che si costituisce il diritto proprio del genere umano. La rivendicazione segreta implica sia una dinamica mimetica di affetti di solidarietà, sia la difesa di diritti che derivano dalla pratica stessa della vita sociale nella sua quotidianità.
La strategia del conatus
Diritti che non sono affatto individuali, astratti o definiti una volta per tutte. Diritti che nessun contratto potrebbe sopprimere, ma che sono generati da una vita che, per quanto a un livello minimo, è sempre-già in comune. Una cooperazione consistente e resistente dell'«animale sociale» che desidera non essere comandato e, di fatto, sopravvive e fa sopravvivere una forma di vita «umana» precedente a ogni ordine civile, a ogni obbedienza, a ogni costrizione. Una vita umana che il potere non può mai sopprimere senza contemporaneamente decomporsi. Questa cooperazione, resistente e consistente, è infatti indissociabile dalla potenza della moltitudine, di cui il potere si nutre. La produzione indefinita del comune, allora, è necessaria al dominio (che pure tende logicamente a distruggere). È il crogiolo, in permanenza rinnovato, della sua contestazione. Siamo al principio stesso della politica spinozista, inseparabile dal pensiero di una potenza intesa come resistenza e cooperazione, così come da una teoria dell'antropogenesi.
Da questa natura della moltitudine, dal suo carattere barbaro, ribelle, ingovernabile, si deduce necessariamente, al principio della storia, la forma di un vivere-insieme democratico che Spinoza definisce come una «società intera». Una società che esercita «collegialmente il potere in modo che tutti siano tenuti a obbedire a se stessi, senza che nessuno sia costretto a obbedire a un proprio simile». Ponendo la questione di «una vita umana» al cuore di un'ontologia politica della potenza, Spinoza ha fatto della resistenza al dominio del simile - e della democrazia che da tale resistenza necessariamente si genera - i principi fondamentali della politica e della storia.
Il paradigma turco, quello cioè del più rigido assolutismo, rappresenta al contrario la chiusura della storia, quando la violenza del dominio ha sradicato i principi stessi della politica e dell'antropogenesi. Ma questo totale trionfo della morte è un modello contraddittorio, in quanto il dominio tende qui a sopprimere la condizione stessa del suo esercizio.
Il fine della repubblica, invece, è la libertà. Compito dello stato, secondo il Trattato teologico-politico, non sarà quello di trasformare gli uomini in «bestie» o in «automi». Al contrario, la costituzione di un mondo in comune e di un corpo politico che resiste, in regime di pace, si farà contro ogni tentativo di «automazione» e di «animalizzazione» degli uomini. Automazione (che può anche essere una servitù felice, con l'adesione a una particolare forma di vita, come nell'antico stato ebraico) e animalizzazione che creano un regime di guerra, spinto fino al terrore che distrugge ogni comunità e in cui «alla schiavitù, alla barbarie e alla solitudine si dà il nome di pace», proprio come nello stato turco.
Se «in teoria», quella giuridico-politica della sovranità, l'idea della giustizia e della pace sono legate all'obbedienza, cioè alla rappresentazione di una «Legge» che il suddito è tenuto a rispettare, la giustizia e la pace rinviano «in pratica» a una problematica della «prudenza», o della strategia del conatus. Rinviano cioè alle condizioni effettive dell'affermazione immanente di una libera potenza della moltitudine, per l'esercizio di una «vita umana». Ossia, alle condizioni di esercizio di un'affermazione comune che resiste alle logiche, automatizzanti e animalizzanti, di guerra e di dominio.
Un diverso esempio di servitù radicale, tuttavia, sfugge nell'opera di Spinoza alla contraddizione interna tipica della tirannide turca. È lo stato ebraico, che dimostra al tempo stesso qualcosa di assolutamente paradossale e del tutto logico, rispetto all'idea per cui la sovranità è effettivamente la potenza di tutti. Il potere sovrano, cioè, può quasi fare dei propri sudditi ciò che vuole. Ciò è realmente possibile, però, riconoscendo al tempo stesso l'impossibilità di eliminare sia la cooperazione umana sia la resistenza al dominio da parte dei propri simili. Per questo è necessario fondare il dominio integrale su un'autorganizzazione democratica effettiva dell'immaginazione e delle sue pratiche e dinamiche di soddisfazione. Autorganizzazione che deve resistere a ogni altro tipo di forma di vita, vissuta come costrizione e dominio da parte di forze estranee. La rivendicazione implicita, quindi, inerente a ogni cooperazione e segretamente resistente a ogni dominio estrinseco diviene, per gli ebrei, la resistenza esplicita, politicamente e ideologicamente istituita, dei contro-poteri.
Lo stato degli automi
Se la relazione di potere, nel caso degli ebrei, non è «animalizzante», nel senso dello stato turco, essa è però «automatizzante». Tale soluzione di controllo totale, che rende l'obbedienza una «seconda natura» e schiaccia il futuro su un eterno presente, liquida integralmente la libertà e la creatività della moltitudine. Quando il comando del sovrano (la Legge) è identificato con la necessità stessa della vita o col desiderio stesso del suddito, senza possibilità di variazione o di critica, l'automazione degli individui è allora perfettamente compiuta.
L'idea di automazione, nello stato ebraico, oltrepassa di gran lunga quella dell'animalizzazione. Perché il regime di eteronomia, nell'automazione, riguarda la strumentalizzazione integrale delle funzioni umane. Non solo, quindi, del dispositivo degli affetti, ma della ragione stessa, che negli ebrei diviene l'incarnazione dell'apparato teocratico. Fa la sua comparsa, in questa figura particolare dell'umanità che si pone come modello di ortodossia di una vita «vera», una nuova norma immanente. La norma di un uomo così perfettamente animalizzato da non mancare d'intelligenza o di sentimenti adeguati al proprio sforzo vitale, alla soddisfazione dei propri desideri e bisogni. Un uomo che tuttavia, in questa nuova «prudenza» dell'animale sociale e storico, sarebbe privato della possibilità di un'interrogazione radicale sulla propria vita e, più in generale, di un pensiero libero da ogni potere. È dunque verso l'uomo della modernità, cioè verso di noi, che la nuova «animalità» punta il dito.
L'inquietante possibilità di una chiusura della storia, certo mai definitiva, non è dunque assurda. Può essere scartata dal nostro orizzonte solo attraverso forme di espressione che sfuggano all'ordine monarchico del regime liberale e universale dell'ortodossia, nella sua veste apparente di una democrazia.
Quando Spinoza parla di una repubblica «il cui fine è la libertà», tiene a precisare che gli uomini dimostrano un'esercizio della ragione, in quanto «libera ragione» (libera ratione), o una vita dello spirito in quanto «vera» vita dello spirito. E probabilmente, come modello contrario, pensa a Hobbes e al tipo di stato moderno che, riducendo lo spirito e la ragione umana al calcolo verbale, li rende meri strumenti di una forma di vita animalizzata.
L'utopismo politico e razionalista della modernità si collega così, tendenzialmente, alla chiusura identitaria dell'ortodossia teocratica, perfetta nella rimozione della complessità e della capacità innovativa della moltitudine. Partire realmente dalla complessità o dalla verità effettiva delle cose, per Spinoza, significa sostituire al modello dell'obbedienza razionale il complesso produttivo delle prudenze o dei processi strategici immanenti, resistenti e singolari, dei conatus. Si ha qui la principale questione politica e strategica: un problema di prudenza e di costituzione immanente della libertà come potenza, e non una questione di obbedienza.
Spinoza mostra tuttavia come gli uomini lavorino «per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà». È all'avvento della coscienza di sé dello stato, vissuto come proprietà nazionale (di fronte al problema dell'afflusso di stranieri e all'invidia collettiva che ciò mette in moto), che Spinoza indica come la democrazia, successivamente, proceda alla forclusione storica e giuridica delle differenze a partire da cui pure si era generata: l'uguaglianza reale delle singolarità diviene allora l'uguaglianza civile dei «cittadini» di fronte alla legge, entro e attraverso la chiusura giuridica. La democrazia degenera allora in aristocrazia e poi in monarchia.
Il grande interesse filosofico di Spinoza, la sua lucidità teorica e politica, risiedono nel fatto che non schiaccia mai l'uno sull'altro i livelli di realtà che i suoi concetti aprono. Nel Trattato politico, la multitudinis potentia, in quanto potenza costituente della complessità, è rigorosamente distinta sia dalla civitas, come corpo comune politicamente organizzato, sia dalla natio, come corpo comune nella sua particolarità storica (una lingua, dei costumi, delle leggi). I livelli della città e della nazione non sono mai trattati ideologicamente come uno strato originario o come forme trascendentali dell'identità che dovrebbero sussumere la molteplicità (ciò che, di fatto, sia la civitas sia la natio, storicamente fanno!). Sono considerati, invece, come prodotti immanenti, cioè come momenti di un processo storico dell'auto-organizzazione (paradossale nei suoi effetti) della potenza della moltitidine. Momenti, inoltre, su cui si innesta una legge della storia che certo potrà, nei fatti, rivelarsi più forte della resistenza al dominio e delle aspirazioni alla libertà e all'uguaglianza, in quanto riuscirà a strutturare le aspettative e le rivendicazioni.
Pratiche eccedenti
Nello stato ebraico, tale strutturazione avrebbe potuto essere totale. E poteva esserlo in quanto tale stato, attraverso la totale sottomissione a Dio, cioè alla «Legge», soddisfaceva la rivendicazione essenziale della moltitudine a non essere dominata da un proprio simile. Schiacciando i tre livelli, quello della moltitudine, della città e della nazione, si produce una filosofia politica profondamente conservatrice. Spinoza dice appunto «la» moltitudine per intendere la «potenza della moltitudine» (qui sta il vero e proprio concetto spinozista della complessità). Non parla cioè «della» o «delle» moltitudini, nel senso che ogni moltitudine verrebbe costretta in una particolarità, cioè nell'identità della nazione come civitas. Anche se storicamente, quanto ai propri effetti, la nazione è la figura necessaria e ambivalente della costituzione reale della civitas e del suo particolare conatus. Il paradigma perfetto di tale chiusura identitaria e storica, come abbiamo visto, è lo stato ebraico teocratico. Per Spinoza, come una legge della storia, questa chiusura si ritrova sempre e ovunque. Sempre e ovunque, tuttavia, le esperienze - cioè le pratiche - eccedono la regola.
La resistenza al dominio del simile sta nell'ordine complesso e ordinario delle cose: entro e attraverso la natura complessa della moltitudine, la paura che ispira a chi domina e il desiderio di ciascuno di rivendicare la propria singolarità e libertà di vivere come vuole. Così, anche nel delirio e nelle illusioni che necessariamente comporta, il desiderio ribelle che resiste al dominio del simile resta - anche in seno alla servitù e alla condizione storica - la sorgente di una politica di emancipazione e di invenzione, il crogiolo ontologico dell'antropogenesi, inseparabile dal processo stesso della democrazia.
Da qui l'importante questione lasciata aperta da Spinoza, sulla nostra emancipazione radicale, cioè democratica, dalla figura ricorrente dell'«ortodossia». Figura in ultima istanza teocratica, che riguarda non solo il corpo politico, ma più in profondità i nostri stessi corpi, le nostre menti, le nostre idee e gli affetti, la nostra lingua, i costumi e le leggi, cioè «una vita umana» o ciò che oggi dobbiamo intendere per «politica».
Da Spinoza ai moralisti
Laurent Bove è docente di filosofia all'Università di Amiens. Si è occupato di Baruch Spinoza, dei moralisti francesi, di etica e politica nell'età moderna. Fra le sue opere «La strategia del conatus. Affermazione e resistenza in Spinoza» (Edizioni Ghibli, Milano 2002, traduzione italiana di Filippo Del Lucchese). Ha curato un'edizione francese del «Trattato politico» di Spinoza (Livre de Poche, classiques de la philosophie, 2002) e il volume «Vauvenargues. Philosophie de la force active. Critique et anthropologie» (Champion, Paris 2000). Lavora attualmente all'edizione collettiva delle opere complete dello scrittore e filosofo settecentesco Luc de Clapiers Vauvenargues e fa parte della redazione della rivista «Multitudes».
Il manifesto.it 17.11.05
Paul Roazen, l'autore di "Fratello animale", fu presente al nostro convegno di Napoli 1996 al Mercadante.
Alla pagina : http://www.mclink.it/com/rcp/istinto/ita/roazen.htm , è ancora pubblicato, tra gli altri, l’abstract dell’intervento
È morto Paul Roazen
Biografo di Sigmund Freud, tra i maggiori storiografi della psicoanalisi, lo studioso è morto a Cambridge, Massachusetts, all'età di sessantanove anni. Ebbe l'opportunità di consultare le carte presenti nell'archivio di Ernest Jones, l'autore della biografia ufficiale di Sigmund Freud apparsa tra il 1953 e il `57, opera che gli apparve segnata da limiti agiografici nonché dalle conseguenze dell'accordo con Anna Freud a rispettare le stesse regole che avevano guidato lei e Ernst Kris nella stesura dell'epistolario con Fliess, emendato da ciò che Freud avrebbe considerato poco funzionale a un ritratto tramandabile ai posteri. Sono molteplici le opere che Roazen dedicò al padre della psicoanalisi, ma la più celebre resta Freud e i suoi seguaci, scritta nel `75 e pubblicata dalla Einaudi con una prefazione di Michele Ranchetti, che avvertiva come nuovi materiali fossero nel frattempo venuti alla luce rendendo questo libro datato, per quanto prezioso. Roazen si era servito, tra l'altro, di documenti sgraditi alla famiglia di Freud, traendone un panorama comunque equilibrato e di enorme interesse. Nel corso delle sue ricerche intervistò anche molti tra i pazienti del medico viennese, e alcuni protagonisti del movimento psicoanalitico, tra cui Erik Erikson, Helene Deutsch, Sandor Rado, Edoardo Weiss che divennero protagonisti di sue monografie.
segnalato da Paolo Izzo
Corriere della Sera - 17.11.05
Bertinotti: «Concordato e 8 per mille non vanno cambiati»
Intervista di Paolo Conti
Fausto Bertinotti: secondo lei Camillo Ruini è, come dice il socialista Boselli, di fatto un capo partito?
«No, perché se così fosse sarebbe risolto il problema e al posto della cattedra spirituale ci sarebbe un partito".
Ma a suo avviso il presidente della Conferenza episcopale italiana parla «da politico»? Interferisce o no nelle vicende italiane?
«In passato ci sono stati momenti in cui ha parlato come un leader politico. Diciamo poco prima dei fischi ricevuti a Siena: una scivolata, un'incursione in campo improprio.
Ma non bisogna confondere una parte col tutto perché se esiste forse una propensione neointegralista, il fenomeno non va assolutizzato.
In quanto al merito: se un vescovo, anche il capo della Cei, manifesta avversione per il divorzio e per l'aborto indicando ai propri fedeli quella che per lui è la retta via, non mi verrebbe mai in mente di parlare di ingerenza.
Così come non è in discussione il suo diritto di critica a una legge.
Certo, in quel caso io non resterei muto. Sul terreno della reciproca libertà d'opinione, e quindi della civiltà, manifesterei il mio dissenso».
Quindi Ruini e i vescovi hanno libertà di esprimere la propria opinione sulle scelte poiltiche che coinvolgono la morale?
«Certo. C'è grave ingerenza quando si minaccia di scomunica un eletto dal popolo nel caso in cui valicasse il limite della norma morale cattolica.
Così davvero si limita l'autonomia del mandato, si colloca il legislatore in una dimensione extrasecolare, la sua legittimità viene misconosciuta e ricondotta non più all'elettorato ma a una cattedra morale.
Chi legifera non può mai essere la lunga mano di un potere spirituale».
Lei ha detto: manifesterei il mio dissenso con Ruini. Su cosa?
«Quando parla in quel modo dell'aborto, della pillola RU 486 non guarda alla sofferenza della sua comunità. Sono in molti a sottolineare la frattura tra la parola proclamata dalla Chiesa e il comportamento dei fedeli. Se per risolverla tu, pastore, cerchi la supplenza del legislatore, io ti rimprovero».
Ruini boccia la revisione del Concordato. E lei, Bertinotti? E sempre a questo proposito cosa pensa della guerra dichiarata da Boselli all'otto per mille, che per lui è una truffa?
«Il problema è l'agenda politica di questo Paese, legata alle sue autentiche urgenze. Se qualcuno mi chiedesse: inseriresti il Concordato nell'agenda delle urgenze?».
Eccellente domanda, la sua: come risponderebbe?
«No, non la inserirei, non mi sembra sia tra le priorità dell'Italia.
Stesso discorso per l'Otto per mille. Bisognerà invece aprire una discussione su come garantire laicità e convivenza a uno Stato sempre più multireligioso, multietnico, multiculturale.
Creare un cortocircuito e partire da un punto conclusivo, segnato dalla storia passata come il Concordato o l'otto per mille sarebbe un errore.
Per farmi capire meglio: per la mia storia personale non toglierei mai un crocifisso da un'aula che lo ospita da anni.
Semmai procederei per aggiunta. E comunque mi porrei il problema del futuro: come regolarci, per esempio, nelle aule delle scuole ancora da inaugurare?».
Livia Turco avverte: attenzione, Boselli e Capezzone, così rischiamo di perdere i voti dei cattolici.
«Non è un argomento nè a favore nè contro. I cattolici non sono un monolite nè una massa inerte. Il Pci fu attraversato dallo stesso dubbio quando partecipò con prudenza alla campagna per il divorzio. Invece le famose "masse cattoliche" decisero in piena, matura consapevolezza”.
Piero Fassino avverte: non metteremo in minoranza la Chiesa.
«Ma la Chiesa non si fa mettere in minoranza... Suggerirei a Fassino di preoccuparsi un po' meno per una realtà che, da duemila anni, dimostra una certa qualche vitalità, almeno mi pare. Piuttosto i laici dovrebbero fare autocritica».
Su quali punti, Bertinotti?
«Almeno due. L'aver rinunciato a porsi il grande quesito di fondo sull'uomo nel nome del mercato e dell'economia.
Bisognerà mettere mano a idee forti nella politica altrimenti proprio lì ci si espone all'incursione della religione e magari dei fondamentalismi.
Secondo: bisogna restituire l’orgoglio al legislatore, fargli ritrovare le risorse per difendere il proprio operato».
Un'ultima domanda, stavolta personale. Più volte ha parlato della sua ricerca di Dio. A che punto si trova, in questo momento?
«L'ho già detto. Mi ritengo un non credente, non mi definirei adesso un ateo. Ma è bene che la dimensione religiosa privata dei politici resti tale.
Non vorrei che, parlandone, qualcuno mi accusasse di voler apparire pio.
La mia ricerca ha comunque come centro l'uomo.
Dice il filosofo del diritto Pietro Barcellona in un suo recente saggio: il mondo moderno mostra la sua inferiorità nei confronti di quello classico e cristiano perché non si è mai chiesto cosa sia l'uomo.
Per me la domanda di fondo resta quella: l'uomo. E inevitabilmente sfiora la sfera di Dio».
una segnalazione di Fabio Palumbo
sul sito www.diamocideltu.net, gestito dal Prc, ci sono commenti su questa intervista
Liberazione 18.11.05
Le ragioni di Bertinotti (ma anche una critica)
Concordato e 8 per mille
Piero Sansonetti
Sul Corriere della Sera di ieri è uscita un'intervista a Fausto Bertinotti, intitolata così: «Concordato e 8 per mille non vanno cambiati». Come talvolta succede nei giornali - anche, spesso, a noi di Liberazione - nel titolo c'è una forzatura. Bertinotti non dice che non vanno cambiati e che a lui piacciono così come sono; semplicemente sostiene che non vede nella modifica del Concordato - o addirittura nella sua abolizione - e nella cancellazione dei finanziamenti pubblici al Vaticano, due priorità da inserire, con il "bollino" dell'urgenza, nel programma di governo dell'Unione.
L'intervista di Bertinotti al Corriere è molto interessante e di notevole importanza. Perché affronta con spirito aperto e nuovo quella che una volta si chiamava la "questione romana" e che oggi si presenta in modo assai complesso, come questione politica, questione finanziaria, burocratica, culturale e anche come grande questione etico-filosofica e ideologica.
E' difficile riassumere l'intervista del segretario di Rifondazione Comunista in poche righe; in estrema sintesi, potremmo dire che Bertinotti solleva due problemi fondamentali. Il primo è quello di come garantire la laicità dello Stato, e quindi la correttezza dei rapporti tra Stato e Chiesa, senza necessariamente trasformare l'abolizione del Concordato o dell'otto per mille in questione delle questioni. In questa posizione c'è una apertura alla Chiesa e un rifiuto dell'anticlericalismo tradizionale, sostenuto con vari argomenti, compreso un ragionamento sulla liceità degli interventi del Cardinal Ruini quando essi non sconfinano nella pressione indebita sul mondo politico, o sul governo, o sui settori cristiani del Parlamento.
Il secondo problema sollevato da Bertinotti è come affrontare una competizione culturale seria tra il sistema di pensiero e di valori della Chiesa cattolica e il sistema di pensiero e di valori del mondo laico e della sinistra. Bertinotti dice che in questa competizione la Chiesa è avvantaggiata, perché la politica - anche grande parte della sinistra - in questi decenni ha raggruppato tutto il proprio pensiero, le proprie elaborazioni e persino le proprie finalità, attorno all'unico obiettivo di fare funzionare e rendere efficiente il mercato. Questo ha bloccato le capacità di analisi sui grandi problemi dell'umanità, sul mistero e i diritti della vita, sull'identità, l'esistenza, lo spirito e il destino dell'uomo. Bertinotti sostiene che la sinistra non reggerà mai, sul terreno etico-filosofico, la "gara" con la Chiesa, se la Chiesa mette al centro del suo pensiero e del suo messaggio Dio e la sua creatura umana, e la sinistra risponde con la competitività e l'efficienza delle amministrazioni. Lo squilibrio è evidente e la sconfitta politica inevitabile.
Ho forzato un po', forse, il ragionamento esposto da Bertinotti sul Corriere della Sera, ma penso di non averne tradito la sostanza.
Ieri in redazione abbiamo discusso a lungo di questa intervista e abbiamo espresso giudizi, osservazioni e valutazioni diversi.
Io credo di poter fare un apprezzamento e una critica.
Prima faccio la critica (in genere si usa fare il contrario, per addolcire, ma nel caso del segretario di Rifondazione è giusto così...). Non sono convinto che si possa accantonare la questione del Concordato e dell'otto per mille sostenendo che non sono "priorità" della sinistra. Per tre motivi. Il primo è questo: dell'Unione fa parte un nucleo laico e moderato - composto dal partito radicale e dallo Sdi di Boselli - che tra le sue caratteristiche più significative ha la propria opposizione fortissima al clericalismo; e questo nucleo ha chiesto l'abolizione del Concordato e dell'otto per mille. L'Unione è un'alleanza che dovrà tenere insieme componenti molto diverse tra loro, e anche aspirazioni, sensibilità e culture diverse. Tra le aspirazioni dei radicali e dei vecchi socialisti mi sembra che quella della lotta al clericalismo sia una delle più rispettabili e assimilabili. E' giusto darle uno spazio. Mentre credo che invece andrà combattuta con forza l'aspirazione liberista di questa componente.
Il secondo motivo della mia critica parte dalla necessità (che a me pare prioritaria) di contrastare la Chiesa su alcuni grandi temi che riguardano la vita di milioni di persone. E cioè sull'idea punitiva che la Chiesa ha - e diffonde - di tutta quella parte dell'umanità che non sia il maschio eterosessuale, monogamico e rispettoso delle leggi morali cristiane. Come ci si oppone? Come si impedisce che la Chiesa eserciti la sua forza - in politica - a danno delle donne, dei gay, dei "maschi irregolari" e dei loro diritti essenziali, della libertà sessuale, della maternità scelta e consapevole, dell'aborto senza dolore, eccetera? Io credo che per opporsi in questo campo all'arroganza del Vaticano, occorre usare tutti gli strumenti che abbiamo, compresa la contestazione dei privilegi politici ed economici garantiti alla Chiesa da Concordato e otto per mille. Anche perché - terzo motivo della critica - a portare alla ribalta politica questi problemi e la loro urgenza, non siamo stati noi ma è stata la nuova direzione della Chiesa, sotto la gestione Ratzinger-Ruini, che è diventata molto aggressiva verso la politica italiana. Chi è che un giorno sì e un giorno no mette in discussione l'aborto? Ruini, Ratzinger. Si dirà: ma loro non mettono in discussione la legge, mettono in discussione il diritto cristiano a praticare l'aborto. A me sembra che la differenza ci sia, ma non sia enorme.
Dove invece Fausto Bertinotti mi ha convinto completamente è nella sua analisi sulla disparità tra un mondo cristiano che è capace di porre Dio e l'uomo al centro della politica, e un mondo laico che sa solo parlare di competitività e di mercato. Io credo che questa osservazione non solo sia vera, ma sia il punto di partenza per ricostruire una sinistra vasta e forte e capace non solo di stare fuori dal pensiero unico liberista, ma di scardinare questo pensiero e di superarlo smontandone le fondamenta. E questa è la sfida vera per noi. Il progetto di andare al governo assieme ad altre forze - riformiste, cristiane, moderate - o sta dentro questa grande idea di "ricostruzione della politica" (potremmo dire di "rifondazione"...) o è una cosa piccola.
Quali sono i grandi principi che possono diventare le fondamenta dell'Unione? Mi sembra che siano tre. Il principio della libertà, che storicamente è molto radicato soprattutto nella sua componete più moderata; il principio della solidarietà (se volete, della "fraternità"), che è la base originaria dell'impegno politico della componente cristiana; e il principio dell'uguaglianza, che è il valore nostro, della sinistra, e che se riesce a fondersi con gli altri due (solidarietà e libertà) non perde niente, anzi guadagna, si rafforza, si completa. Una politica che metta da parte parole come competitività, efficienza, concorrenza, sicurezza, legalità (le metta, diciamo, in secondo piano, come idee secondarie, non più come principi) e costruisca il suo pensiero attorno alle tre idee-forza della rivoluzione francese, pensate che messaggio formidabile può mandare al paese: l'immagine di una alleanza politica capace di misurarsi con questi temi alti, e che si candida a sostituire al governo la coalizione che è stata guidata dagli interessi di Mediaset.
L'Espresso in edicola
Freud? È caduto dal lettino
La psicoanalisi non è sufficiente per spiegare il senso della vita. Un nuovo, provocatorio libro del filosofo Umberto Galimberti
di Stefania Rossini
Umberto Galimberti ha scritto un libro desolato con l'intento di produrre conforto. Si tratta di un conforto senza salvezze ultraterrene né guarigioni terrene, che si nutre di conoscenza e si rafforza nell'accettazione del limite. Non è un percorso facile quello richiesto al lettore del saggio 'La casa di Psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica', appena uscito presso l'editore Feltrinelli. Ma la difficoltà non è nel linguaggio che è piano e persuasivo perché a lungo collaudato nella divulgazione, bensì nella proposta stessa che azzera le idee ricevute e le consolazioni correnti.
In tempi di offensive religiose e di pensiero teocon, Galimberti si muove dalla pacifica premessa che Dio è morto e che non esiste più scampo in mondi soprannaturali. Ma ritiene che anche Freud non si senta troppo bene e che la proposta psicoanalitica, intesa come versione secolarizzata della salvezza eterna, stia vivendo il suo inesorabile tramonto.
Perché accade questo? Come mai l'uomo non è più capace di costruire ripari, neanche attraverso scienza e saperi, alla disperazione di sapersi mortale? Galimberti riprende la traccia di un suo fortunato saggio uscito qualche anno fa, 'Psiche e techne' per spiegare che la cosiddetta domanda di senso che affligge l'umanità fin dalle origini si è fatta oggi, non soltanto più acuta, ma completamente diversa: "Se nell'età pretecnologica la vita e il mondo apparivano privi di senso in quanto miserevoli, nell'età della tecnica la vita e il mondo appaiono miserevoli in quanto privi di senso". Ormai abbiamo esistenze irriflesse condotte nell'ignoranza di sé, non siamo più individui ma funzioni di qualche apparato, dove non vediamo la finalità concreta delle nostre azioni e possiamo essere sostituiti senza problemi. Perdiamo così il sentimento della nostra specificità, fino a non sperimentare più nemmeno l'esperienza del dolore, l'unica, insieme a quella della morte, in cui nessuno può sostituirci. E quindi anche l'unica che ci fa toccare con mano la dimensione della nostra individualità. Se questa è la diagnosi, sostiene Galimberti, la psicoanalisi è ormai impotente. Non conosce le armi per combattere contro questa privazione di senso e non è addestrata a recuperare l'esperienza del dolore come tratto inscindibile dell'esistenza. Anzi, per suo stesso statuto, che si iscrive pienamente nella cultura giudaico cristiana, la dottrina di Freud ha bisogno di combattere il dolore trattandolo come una malattia da cui si può guarire. La conclusione è severa: "La psicoanalisi si presenta come una medicalizzazione dell'umano, che è poi la versione secolarizzata della redenzione religiosa". Può continuare a curare l'alienazione e la follia, ma non può aiutare l'uomo a ritrovare se stesso.
Che la proposta di ridimensionare la psicoanalisi venga da uno psicoterapeuta avvezzo alla pratica della cura, sia pure nella versione junghiana aperta all'esoterico, non deve stupire. Galimberti è soprattutto studioso di filosofia e in questo saggio lo dimostra ampiamente, riprendendo con mano competente, non solo Freud e Lacan, ma Heidegger e Nietzsche, Platone e Cartesio, Eraclito e Jasper. Chiede il loro aiuto per spostare l'ottica dall'esplorazione dell'inconscio alla comprensione del mondo. Anzi, all'unica disciplina "che non ha mai esitato a mettere in questione il mondo", cioè proprio la filosofia.
Le forme e i modi per tornare alla ribalta della pratica, la filosofia le troverà nella sua stessa storia e nelle espressioni spontanee degli ultimi anni. Nata in Grecia nel V secolo avanti Cristo, prima di chiudersi nell'accademia, è infatti stata una predicazione di piazza che insegnava ai giovani ateniesi la conduzione della propria vita e il governo della città. Oggi, quasi in sordina, è tornata a riempire i teatri e le piazze fino a diventare la star di festival, come quello di Modena, che richiama ogni anno qualche migliaio di persone. Il passo successivo, già sperimentato in alcune esperienze tedesche e italiane, è quello di farla consapevole del suo potere di 'cura'.
Ma, attenzione, sarà una cura di tutt'altro tipo rispetto a quella psicoanalitica. Non ci sarà lettino ma cenacolo, non setting ma aperta discussione. Il filosofo non cercherà conflitti irrisolti o eventi traumatici nella biografia del 'paziente'. Del resto non è attrezzato per farlo e non ne sarebbe capace. Lavorerà sulla materia di sua competenza, le idee, cercando di correggerle e indirizzarle. Perché, sostiene Galimberti, è ora di rendersi conto che "i disagi psichici non sono solamente gli effetti dei traumi ma sono gli effetti del modo errato con cui pensiamo noi stessi e il mondo". La soluzione sarà quindi quella di tornare alla dimensione del tragico che ci è stata trasmessa dai greci percorrendo pazientemente le vie del sapere. Solo con la conoscenza potremo accettare la nostra caducità e iscriverla nel grande ciclo della natura. Non sembri però rassegnazione perché "la conoscenza, se non elimina la sofferenza, può comunque alleviare e procrastinare la fine".
Non si troveranno nel libro di Galimberti, che pure si pone come fondativo di questa rinnovata funzione della filosofia, indicazioni sulle tecniche di incontro tra consulenti filosofici e uomini bisognosi di correggere le proprie idee. Per questo gli è sufficiente un rinvio a una già fiorente letteratura che da qualche hanno va seducendo studiosi sofisticati e insegnanti di liceo. Ciò che preme all'autore è il momento fondativo e la coscienza di una possibilità. Quella di tornare ad essere 'mortali', come ci ha insegnato quella grande cultura che ha fondato l'Occidente insieme alla giudaico-cristiana. E con i greci, abbandonare le lusinghe di Dio e di Freud, ritrovando il dolore di stare al mondo attraverso la filosofia.
segnalato da Francesca Testa:
Il Mattino 18.11.05
"La Cassazione ritiene che la psichiatria sia in preda da anni ad una crisi di identità"
Cogne, l’ombra della nevrosi dietro la perizia
di Gigi Di Fiore
Torino. Sul tavolo del presidente della prima Corte d’Assise d’appello, Romano Pettenati, c’è una copia di una sentenza della Cassazione a sezioni unite. Poco meno di 30 pagine, per il provvedimento giudiziario numero 9163, depositato l’otto marzo scorso, con cui il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi ha motivato l’esigenza giuridica di disporre una nuova perizia psichiatrica per Annamaria Franzoni. Il giorno dopo la prima udienza del processo sull’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, la Corte, con il giudice relatore Luisella Gallino e i sei giudici popolari, prepara l’ordinanza con le decisioni sulle richieste dell’accusa e dell’avvocato Carlo Taormina. Decisioni da prendere per l’udienza di lunedì mattina. La sentenza della Cassazione amplia i margini per le attenuanti determinate da un «vizio di mente». Si legge, nel testo redatto dal giudice Francesco Marzano: «Le oscillazioni giurisprudenziali sono state determinate essenzialmente dal difficile rapporto tra giustizia penale e scienza psichiatrica, quando quest’ultima ha posto in crisi le sue tradizionali elaborazioni metodologiche». La Cassazione ritiene che la psichiatria sia in preda da anni ad una crisi di identità. Per cui: «La classificazione dei disturbi psichici risulta quanto mai ardua e relativa, non solo per la mancanza di una terminologia generalmente accettata, ma per i profondi contrasti esistenti nella letteratura pasichiatrica». Sulla capacità di intendere e di volere, la sentenza è un precedente di peso per la giurisprudenza penale. Un precedente che introduce, tra le cause di incapacità, anche i cosìddetti «disturbi della personalità»: su un totale di 52443 ammissioni ai servizi psichiatrici degli istituti di cura per «neurosi e turbe psichiche non psicotiche», ben 10862 sono per »disturbi della personalità». La conclusione è che anche il «disturbo della personalità, come quelli da nevrosi e psicopatie, può portare all’incapacità di intendere e volere». Ha spiegato il sostituto pg Corsi: «La nuova perizia psichiatrica per Annamaria Franzoni è necessaria per l’inammissibile superficialità con cui fu portata a compimento la prima». Il «disturbo della personalità», secondo la Cassazione, deve avere però «consistenza, intensità, rilevanza e gravità» ed avere legami con il delitto commesso. Scrive il giudice Marzano: «Infermità, anche transeunte, possono determinare il risultato di pregiudicare, totalmente o grandemente, le capacità intellettive e volitive, rendendo l’agente incapace di esercitare il controllo dovuto sui propri atti». Con questa sentenza della Cassazione, il sostituto pg Corsi ritiene che la corte d’Assise d’appello abbia elementi giuridici sufficienti per dire sì ad una seconda perizia psichiatrica per la Franzoni. Ha detto il magistrato: «La decisione a sezioni unite è un’importante e recente novità, che può spingere, in modo giuridicamente motivato, a cercare risposte definitive sulla capacità di intendere e di volere dell’imputata». Anche se la mamma di Samuele, come ha riferito il suo avvocato Carlo Taormina, non ha molta intenzione di collaborare con gli eventuali periti psichiatri nominati dalla Corte. Sembra, almeno dopo i primi confronti tra i due giudici togati ed i sei popolari, che l’orientamento prevalente sia quello di dare il via prima alle perizie sulle macchie di sangue dopo aver visionato il nuovo video registrato nella villetta di Cogne a poche ore dall’omicidio. Poi, l’ispezione dei luoghi e l’interrogatorio dell’imputata. Il presidente Pettenati spinge per un processo rapido, con almeno tre udienze a settimana, per arrivare ad una sentenza entro febbraio. Smorza l’avvocato Taormina, che ha detto: «Ho degli impegni istituzionali e delle scadenze legate alla mia attività professionale. In teoria, potrei essere disponibile il lunedì ed il martedì. Ma occorre un calendario concordato, tenendo presente che ci vuole tempo per le nuove perizie da noi richieste. Non vedo la necessità di tanta fretta, di fronte alla ricerca della verità su un delitto così efferato».
segnalato da Roberto Martina:
Repubblica 18.11.05
L'oncologo parla del suo nuovo libro e attacca i diktat del Vaticano su aborto e pacs
Veronesi difende l'eutanasia
"Morire è un diritto fondamentale"
"I vescovi vogliono cambiare la legge 194, fermiamoli
Lo Stato deve reagire e dire alla Chiesa di rispettare i confini"
di Dario Crest-Dina
MILANO - "Ho l'impressione che il dialogo con i vescovi sia diventato un monologo. Bisogna fermarlo", dice Umberto Veronesi: "Mi sembra che la Chiesa voglia condizionare le scelte di un paese che, se devo giudicarlo alla luce dei comportamenti dei suoi abitanti, è a maggioranza non credente, o poco credente". Nel tentativo di contribuire a frenare questa "invasione di campo" il professore ha scritto un libro su un tema spinoso che da sempre gli sta a cuore. È un libro che difende l'eutanasia volontaria.
Il titolo è un manifesto, nel senso che dentro c'è già tutto: Il diritto di morire, la libertà del laico di fronte alla sofferenza. Dove la parola laico è un simbolo, un marchio.
Professor Veronesi, mentre lei parla di eutanasia il Vaticano attacca su concordato, pillola abortiva, pacs, e fermiamoci pure qui. Un autentico contro potere italiano?
"No, perché di solito i contro poteri sono occulti. I vescovi, invece, fanno tutto alla luce del sole. Ma adesso rischiano di oltrepassare il limite. Come scriveva Montanelli, stanno cercando di obbligarci a adeguarci a un credo nel quale non crediamo. Le ultime dichiarazioni del cardinale Ruini, per esempio, devono far pensare. E sono difficili da accettare".
Si riferisce alla condanna della pillola Ru-486?
"Sì. Quando Ruini dice che l'uso della pillola equivale a un omicidio, manifesta un pensiero che va in realtà ben oltre il significato delle sue parole. L'obiettivo della Chiesa è rimettere in discussione la legge sull'aborto. La verità è che ci vogliono togliere la 194, diciamolo con chiarezza. Uno stato laico deve reagire, ricordare alla Chiesa che ci sono confini da rispettare".
Ma il partito dei cattolici è forte, è trasversale e le sue file si ingrossano. Il presidente della Camera Casini ieri ha detto che le parole della Chiesa sono proposte, non imposizioni.
"Guardi, io rispetto le opinioni di tutti. Ma un conto sono le idee, un altro le leggi. La legge sull'aborto è stata votata dal 70 per cento del popolo italiano. La posizione della Chiesa è, quindi, in opposizione non solo allo Stato italiano, ma al popolo italiano. La Ru-486 è in linea con la 194, il suo utilizzo, naturalmente all'interno di regole precise, non deve costituire un problema. Si tratta, in sostanza, di praticare l'aborto per via farmacologica invece che chirurgica. Se è diventata un problema, è perché se ne è voluto fare un caso politico. Non dobbiamo sottovalutare poi che proibire questa pillola, accettata dalla maggioranza dei paesi europei, porterebbe inevitabilmente alla nascita di un mercato nero. Il proibizionismo non è mai una risposta efficace".
Perché la Chiesa è così aggressiva?
"Forse perché è in crisi, forse perché sta vivendo un momento di transizione, ma non dimentichi che c'è smarrimento anche nella società ed è in periodi come questi che si riafferma il proselitismo della fede, delle religioni. Benedetto XVI lo ha capito benissimo, questo Papa non è certo un vescovo che sta in mezzo al fiume: è intransigente, è tradizionalista, è coerente. Non si può essere un uomo di chiesa soltanto per metà o per un terzo. I cardinali fanno il loro mestiere, altri invece no".
È una critica al governo?
"Non solo. Mi riferisco alle carenze e alle assenze della politica. Sia a destra, sia a sinistra. Mi riferisco allo Stato. Ho come l'impressione che improvvisamente siamo diventati tutti ferventi credenti. Tutti rinoceronti, come nella commedia di Ionesco".
Ed è in questo clima che lei propone di autorizzare l'eutanasia?
"Voglio semplicemente porre il problema, tentare di aprire un confronto su un argomento tabù, un tema di cui nessuno vuole parlare".
Significa sostenere la bontà del suicidio?
"Assolutamente no. Il suicidio è un fenomeno psicologicamente complesso che ha radici profonde e antichissime. È una pulsione tipica dell'uomo, che non esiste in altri esseri viventi. Io sostengo il valore dell'eutanasia come richiesta volontaria e cosciente di porre fine alla propria esistenza. Cosa che può maturare quando la vita diventa insopportabile per il dolore, la sofferenza e la perdita della propria dignità. Dai dati dell'Olanda, dove l'eutanasia è legale, appare che la richiesta riguarda per l'85 per cento i malati terminali".
Ha scritto Norberto Bobbio, verso la fine della sua vita: "L'unico rimedio alla stanchezza mortale è il riposo della morte". È a questo che pensa, professor Veronesi?
"Credo che il diritto di morire faccia parte del corpus fondamentale dei diritti individuali: il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all'esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio".
Ma la richiesta di eutanasia non contrasta con la natura?
"La natura non ha previsto l'immortalità dell'uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi. Non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita".
Eppure proprio la scienza e la medicina sembrano volerci cancellare la prospettiva della morte e la chirurgia estetica ci illude persino sul prolungamento della giovinezza.
"È vero, la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura. Ma il compito della medicina non è quello di legiferare. La scienza aspetta una legge che faccia chiarezza sui limiti del suo intervento".
Lei pensa alla legge olandese?
"Potrebbe costituire un buon punto di partenza. Stabilisce una procedura seria e accurata, ma permangono dubbi sulla genuina volontà del paziente che manifesta il desiderio di eutanasia. È difficile capire fino a che punto conti l'influenza dei famigliari, oppure il livello di depressione nel quale il malato precipita. Il cammino sarà lungo, ma ritengo sia importante cominciarlo. Sarebbe un segno di civiltà".
Imparare a vivere significherebbe imparare a morire, come sosteneva Jacques Derrida?
"Sì, anche se è molto difficile. Ma chi sta in trincea, come i medici, sa quante volte un paziente chiede di venire aiutato a morire".
E i medici lo fanno?
"Sì, sarebbe ipocrita negarlo: negli ospedali italiani l'eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l'infermiera con una scusa, si aumenta un po' la dose di morfina... Ci sono molti modi".
È un omicidio?
"No, è raccogliere un appello alla pietà".
ilcassetto.it 18.11.05
Terni
Cultura (comunista) d’acciaio… spinta dall’idrogeno
di Pino Di Maula
Se Perugia piange, Terni non può certo ridere. Vuoi per la crisi industriale: “per 23 imprese chiuse in questi anni nel perugino, c’è ne è una – registra Eurispes - che ha seguito la stessa sorte nel ternano”. Vuoi per la sicurezza delle sue strade. Stiamo nella provincia italiana dove, almeno stando all'Associazione sostenitori amici della polizia stradale “è maggiore il rischio di restare vittima di un impatto letale”. In effetti verifichiamo un bel traffico di auto e mezzi pesanti anche alle porte della città.
Sarà per quel groviglio di raccordi che la circondano, sarà per le aziende che qui, diversamente da Perugia, secondo Eurispes, hanno incrementato le esportazioni. Comunque sia, anche in questo caso, ci affrettiamo a lasciare la macchina in un comodo posteggio per avviarci a piedi verso la zona Ztl. Il corso principale è piacevolmente, e completamente, pedonalizzato. Da lì raggiungiamo con facilità il municipio, l’unico in Umbria – toccato dal filone rosso di tangentopoli.
Uno scandalo dimenticato ormai, così come i sei anni di centrodestra, e relativi danni per lo stato sociale, grazie a Paolo Raffaelli, ex giornalista Rai, deputato comunista e pacifista nonché ultrà. E’ lui il “super sindaco” (definito così dalla stampa specializzata non per la stazza, che pure c’è, bensì per le classifiche della Ekma sui Comuni più efficienti) che nel 1999 ha accettato la difficile sfida di risanare i bilanci, restituire fiducia nella democrazia partecipata e, contemporaneamente, imprimere una spinta economica alla città dell’acciaio. Che rischiava, davvero, il collasso.
Ora il più è fatto, ma il sindaco non si senta per nulla appagato. Non c’è da meravigliarsi dunque se «ricostruzione» continua a essere la sua parola preferita. La più ricorrente mentre si aggira nella sua “residenza” istituzionale tra “agenzie” che scorrono sui terminali, qualche icona politica, magliette della Ternana con il suo nome stampato in bella vista, targhe inneggianti alla “Ternitudine” e altri stendardi che evocano la curva est dove è abituè con i working class, reduci della vecchia guardia dei famosi e incorruttibili tifosi rossoverdi, Freak brothers. Gente seria che preferisce il Che alle svastiche e, soprattutto, non figura nei libri paga di nessuna Spa né per le trasferte né per azioni, in genere, poco decorose “concesse” ad altre tifoserie.
Anche se appoggia Prodi, non si può definire certo un “mediano” quando scende in campo. Raffaelli, al suo secondo mandato con il 69 per cento di preferenze, dopo aver restituito stabilità e una certa rinnovata credibilità all’istituzione municipale, ora si trova ad affrontare, assieme a spinosi rapporti con la Margherita, l’ulteriore sfida lanciata con la nuova legge finanziaria dal nuovo vecchio Ministro delle finanze.
A volte ritornano. Per grazie ricevuta. Nonostante la sua chiosa preferita attribuitagli in Transatlantico fosse “come fai a fidarti di uno che si chiama La Loggia”, Giulio Tremonti dopo essere stato investito da nuove onorificenze nella city, ora in Italia detta legge. Con o senza Bossi. Con buona pace di Gianfranco Fini. Anche i giornali gli riservano maggior rispetto.
«Non sarà semplice ricostruire l’Italia». Prova a misurare le parole, ma ci vuole poco per farlo esplodere. «La “maggioranza” uscente del governo nazionale sta mostrando il suo vero volto, peggio dei Borboni, simile a quelle truppe d’occupazione che si ritiravano mettendo a ferro e fuoco i villaggi, non senza averli prima saccheggiati». Le preoccupazioni del sindaco sono rivolte questa volta al Paese.
Lasci stare la politica nazionale. Pensi piuttosto a Terni che nel 2006, dovrà fare a meno di 12 milioni di euro. Ai tagli netti della Finanziaria che ammontano a 5,6 milioni per il Comune e 4,5 per l’Ospedale vanno infatti sommati altri due milioni previsti dagli oneri per i combustibili.
«Terni è una città sana, il Comune è il maggior investitore pubblico dell’ Umbria, dopo l’Anas». Finora, conti alla mano (95.378.329 euro di entrate e 90.266.562 di spese correnti) siete riusciti a far quadrare i conti del 2004. Quale il segreto? «Con la lotta all’evasione fiscale e – afferma sicuro mostrando i grafici che evidenziano come in quattro anni, a fronte di minori risorse, siano aumentati i servizi offerti alla città - tagliando sui dirigenti, consulenze e beni non essenziali». Compensare i mancati trasferimenti diventa quindi possibile. E in un prossimo futuro per meglio garantire il welfare locale potreste far ricorso a una parte dell’Iva e di altri tributi, come prevede l’Alta Commisione sul federalismo fiscale diretta dall’economista Giuseppe Vitaletti (ex cervello del ministro socialista Rino Formica). Sono bei soldi. Solo in Umbria si stimano 21.687.476 euro con il gettito dell’Iva dai bar, 43.269.711 dai tabacchai e 20.386.040 dalle edicole. Lo studio sembra incontrare il favore dell’Anci. C’è più interesse nei sindaci che nel governo che l’ha ufficialmente commissionato. Lo dimostrerebbe un volume con le stesse proposte, ancor più esplicitate, pubblicato dall’associazione nazionale dei comuni italiani. Che al momento tiene sotto stretto embargo.
In ballo c’è la tattica politica. Come dimostrano le parole di Raffaelli: «Purché non siano sostitutive di altre imposte». Ma non possono esserlo. «In più - dichiara Vitaletti ad Avvenimenti - l'autonomia viene fortemente potenziata e i trasferimenti residui assumerebbero carattere di corrispettività, e non di regalo tagliabile». Come accade oggi. Mentre da una parte si promuove il federalismo, dall’altra tagliano i trasferimenti e ti dicono anche come quando e perché spenderli quei pochi fondi rimasti. “Come mettere i piedi nel piatto di chi mangia” direbbe il filosofo Cacciari.
Mentre Raffaelli, da comunista navigato preferisce lanciare un altro tipo di messaggio: «Occorre innanzitutto rilanciare il concetto di una cultura che forma e accompagna la società sia civile che industriale». Perno di tutto – a suo dire deve essere la ricerca, a partire «quella energetica con il primo “Villaggio (un’infrastruttura lunga 27 chilometri tra Terni e Narni ndr) sperimentale all’Idrogeno, fondamentale per il rilancio anche dell’acciaio che per noi, a Terni, resta una nostra priorità».
Qualche opinionista locale indisponente si domanda cosa c’entrino queste encomiabili parole sul progresso civile con l’udienza generale dal papa. Galeotta, pare, per distendere le tensioni con la Margherita o, come va oggi di moda dire, per non “regalare” la fede al centrodestra. Fin qui la stampa, la cittadinanza sembra invece più pragmatica quando mostra di apprezzare, col voto ancor più che nei sondaggi, la giunta per le sue battaglia in difesa del sistema universitario (in quattro anni si è passati da due a sei facoltà) e produttivo.
Nonostante tutto, i dati forniti dall’assessore alle politiche formative e del lavoro Donatella Massarelli parlano chiaro: «Quest’anno le assunzioni programmate saranno 2.610 che, al netto delle 2.160 uscite, determinano un saldo occupazionale attivo pari a 450 unità» Il ritmo occupazionale però rallenta. «Il 2004 è stato un anno importante con un incremento del 43 per cento di avviamenti al lavoro escludendo dal computo i tremila avviamenti relativi ai lavoratori immigrati». E nel 2005? «C’è una crescita del 0,9 (anziché 2 per cento del 2004) ma superiore alla media nazionale».
In questo contesto risulta confortante il dato fornito dalla Provincia durante la “Quarta fiera del Lavoro” organizzata, a ottobre, dalla Massarelli. Si è passati “dal 38,4 per cento del 2003 al 42 per cento del 2004 facendo riscontrare in questo primo semestre 2005 un ulteriore progresso con un’incidenza del 44,6 per cento”.
E non è poco in una provincia che ha uno dei più alti indici di presenza delle multinazionali come Shell e Thysser Krupp con cui - si presume - non deve essere facilissimo dialogare. Come non sarà semplice trovare una soluzione per la cresi di Magnetic ed Elettrotreni, aziende specializzate nella fabbricazione di trasformatori di ogni genere misura e peso.
E, pertanto, fortemente legate e dipendente (se non si fabbrica più quel tipo di acciaio diventa complicato fare anche quel particolare attrezzo per logica di filiera) all’intero sistema produttivo dell’area. «Stiamo facendo del tutto per mettere in piedi un nuovo modello di sviluppo territoriale – conclude Raffaelli - capace di coniugare economia, innovazione e qualità ambientale». Che altro dire, shapò al “marketing-guerrilla” di questi amministratori, e in bocca al lupo ai loro concittadini affinché ricerca e progresso abbiano davvero la meglio in queste terre fantastiche. Dove c’è sicuramente ancora spazio, almeno per qualche dolce sorriso.
Il manifesto.it 17.11.05
Potenza di un pensiero. Il convegno di Bologna su Spinoza
Se la forza di un pensiero si misura sulla base dei concetti che crea, o di cui rinnova il significato, e che impongono un nuovo modo di vedere le cose e persino un nuovo modo di agire, allora oggi questo è il caso di Spinoza. Da oggi (ore 9), fino a sabato 19 novembre, nella sala Rossa della Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna (via Marsala 26) inizia il convegno «Spinoza: individuo e moltitudine». Spinoza non cessa di fare discutere, soprattutto per le categorie come moltitudine che oggi hanno ormai una diffusione globale e vengono anche usate ben al di là del loro contesto originale. Produttività del concetto, appunto. Perché le grandi filosofie hanno sempre da dire qualcosa sul nostro tempo presente. E se poi i grandi classici, come Spinoza, continuano a far parlare di sé, allora anche un convegno può diventare l'occasione per guardarli in una maniera viva, e non manualistica, cioè come momenti significativi lungo la passeggiata nel pantheon della storia della filosofia. Al convegno bolognese interverranno alcuni fra i maggiori studiosi mondiali che si occupano, come nel caso di Laurent Bove (di cui pubblichiamo la relazione) e Manfred Walther, delle strategie di resistenza all'oppressione politica; di cosa si intende per individuo molteplice André Tosel, Chantal Jaquet, Warren Montag; sulla storia dello spinozismo intervenrranno Salah Mosbah e Marilena Chaui. Nella giornata di domani, da segnalare gli interventi di Antonio Negri («Moltitudine e singolarità nello sviluppo del pensiero politico di Spinoza») e Étienne Balibar («Il transindividuale: Spinoza e gli altri»). E la comunicazione di Michael Hardt su «1642-1643: sul concetto di moltitudine nel pensiero politico inglese durante la rivoluzione». Interverranno Augusto Illuminati («Spinoza disobbediente»), Filippo Del Lucchese («Iustitia et armi. Diritto e conflitto in Spinoza») e Vittorio Morfino («Moltitudine e temporalità plurale»), insieme a Stefano Visentin («La multitudo nell'imperium aristocraticum»), Riccardo Caporali («La moltitudine e gli esclusi») e Paolo Cristofolini («Saeva multitudo»). A chiudere i lavori del convegno sarà Carlo Galli con un intervento sul rapporto tra Leo Strauss, Carl Schmitt e Spinoza. Prima di lui interverranno, tra gli altri, Pina Totano, Daniela Bostrenghi, Francesco Piro e Walter Tega
Il manifesto.it 17.11.05
Il principio della resistenza
Quell'irresistibile resistenza al dominio che segna la vita degli uomini e donne in società e che comunque nutre l'organizzazione statale. Pubblichiamo la relazione che l'autore presenterà in un incontro internazionale dedicato all'opera di Spinoza
di Laurent Bove
Il desiderio di non essere dominati da un proprio simile: questa la profonda politicità della filosofia di Spinoza. Anche quando ogni resistenza viene sradicata, si legge nel Trattato teologico-politico, gli uomini «continuano a provare soddisfazione per un male o per un danno causato a chi li comanda». La schiavitù in apparenza più dura non potrà mai impedire agli uomini di conservare, almeno in parte, quella libertà che il Trattato politico pone nell'esercizio di un «diritto di guerra», inseparabile dall'affermazione stessa di una vita singolare. Un diritto di guerra che non è intrinsecamente irrazionale. È una «prudenza», l'esigenza di una natura che non può mai volere in se stessa la propria distruzione. Una prudenza che sfugge alla problematica dell'obbedienza e del contratto e che appare come una forma di resistenza, essa stessa irriducibile. Come spiega Spinoza nel Trattato politico, la moltitudine «mantiene in parte la propria libertà attraverso una segreta ed effettiva rivendicazione», perché sempre e necessariamente resta una fonte di paura per i governanti.
È dunque attraverso gli affetti più segreti che si legge innanzitutto una rivendicazione vitale, che niente sembra poter realmente sopprimere. Si devono considerare dei veri e propri assiomi, quindi, da un lato il desiderio di non essere comandati e dall'altro la necessaria rivendicazione di diritti, nell'intimo della propria vita affettiva, da parte di uomini costretti all'obbedienza: «tale prudenza - scrive Spinoza - non è obbedienza, ma la libertà stessa della natura umana».
Non è in una logica dell'obbedienza, quindi, ma attraverso una prudenza vitale che si costituisce il diritto proprio del genere umano. La rivendicazione segreta implica sia una dinamica mimetica di affetti di solidarietà, sia la difesa di diritti che derivano dalla pratica stessa della vita sociale nella sua quotidianità.
La strategia del conatus
Diritti che non sono affatto individuali, astratti o definiti una volta per tutte. Diritti che nessun contratto potrebbe sopprimere, ma che sono generati da una vita che, per quanto a un livello minimo, è sempre-già in comune. Una cooperazione consistente e resistente dell'«animale sociale» che desidera non essere comandato e, di fatto, sopravvive e fa sopravvivere una forma di vita «umana» precedente a ogni ordine civile, a ogni obbedienza, a ogni costrizione. Una vita umana che il potere non può mai sopprimere senza contemporaneamente decomporsi. Questa cooperazione, resistente e consistente, è infatti indissociabile dalla potenza della moltitudine, di cui il potere si nutre. La produzione indefinita del comune, allora, è necessaria al dominio (che pure tende logicamente a distruggere). È il crogiolo, in permanenza rinnovato, della sua contestazione. Siamo al principio stesso della politica spinozista, inseparabile dal pensiero di una potenza intesa come resistenza e cooperazione, così come da una teoria dell'antropogenesi.
Da questa natura della moltitudine, dal suo carattere barbaro, ribelle, ingovernabile, si deduce necessariamente, al principio della storia, la forma di un vivere-insieme democratico che Spinoza definisce come una «società intera». Una società che esercita «collegialmente il potere in modo che tutti siano tenuti a obbedire a se stessi, senza che nessuno sia costretto a obbedire a un proprio simile». Ponendo la questione di «una vita umana» al cuore di un'ontologia politica della potenza, Spinoza ha fatto della resistenza al dominio del simile - e della democrazia che da tale resistenza necessariamente si genera - i principi fondamentali della politica e della storia.
Il paradigma turco, quello cioè del più rigido assolutismo, rappresenta al contrario la chiusura della storia, quando la violenza del dominio ha sradicato i principi stessi della politica e dell'antropogenesi. Ma questo totale trionfo della morte è un modello contraddittorio, in quanto il dominio tende qui a sopprimere la condizione stessa del suo esercizio.
Il fine della repubblica, invece, è la libertà. Compito dello stato, secondo il Trattato teologico-politico, non sarà quello di trasformare gli uomini in «bestie» o in «automi». Al contrario, la costituzione di un mondo in comune e di un corpo politico che resiste, in regime di pace, si farà contro ogni tentativo di «automazione» e di «animalizzazione» degli uomini. Automazione (che può anche essere una servitù felice, con l'adesione a una particolare forma di vita, come nell'antico stato ebraico) e animalizzazione che creano un regime di guerra, spinto fino al terrore che distrugge ogni comunità e in cui «alla schiavitù, alla barbarie e alla solitudine si dà il nome di pace», proprio come nello stato turco.
Se «in teoria», quella giuridico-politica della sovranità, l'idea della giustizia e della pace sono legate all'obbedienza, cioè alla rappresentazione di una «Legge» che il suddito è tenuto a rispettare, la giustizia e la pace rinviano «in pratica» a una problematica della «prudenza», o della strategia del conatus. Rinviano cioè alle condizioni effettive dell'affermazione immanente di una libera potenza della moltitudine, per l'esercizio di una «vita umana». Ossia, alle condizioni di esercizio di un'affermazione comune che resiste alle logiche, automatizzanti e animalizzanti, di guerra e di dominio.
Un diverso esempio di servitù radicale, tuttavia, sfugge nell'opera di Spinoza alla contraddizione interna tipica della tirannide turca. È lo stato ebraico, che dimostra al tempo stesso qualcosa di assolutamente paradossale e del tutto logico, rispetto all'idea per cui la sovranità è effettivamente la potenza di tutti. Il potere sovrano, cioè, può quasi fare dei propri sudditi ciò che vuole. Ciò è realmente possibile, però, riconoscendo al tempo stesso l'impossibilità di eliminare sia la cooperazione umana sia la resistenza al dominio da parte dei propri simili. Per questo è necessario fondare il dominio integrale su un'autorganizzazione democratica effettiva dell'immaginazione e delle sue pratiche e dinamiche di soddisfazione. Autorganizzazione che deve resistere a ogni altro tipo di forma di vita, vissuta come costrizione e dominio da parte di forze estranee. La rivendicazione implicita, quindi, inerente a ogni cooperazione e segretamente resistente a ogni dominio estrinseco diviene, per gli ebrei, la resistenza esplicita, politicamente e ideologicamente istituita, dei contro-poteri.
Lo stato degli automi
Se la relazione di potere, nel caso degli ebrei, non è «animalizzante», nel senso dello stato turco, essa è però «automatizzante». Tale soluzione di controllo totale, che rende l'obbedienza una «seconda natura» e schiaccia il futuro su un eterno presente, liquida integralmente la libertà e la creatività della moltitudine. Quando il comando del sovrano (la Legge) è identificato con la necessità stessa della vita o col desiderio stesso del suddito, senza possibilità di variazione o di critica, l'automazione degli individui è allora perfettamente compiuta.
L'idea di automazione, nello stato ebraico, oltrepassa di gran lunga quella dell'animalizzazione. Perché il regime di eteronomia, nell'automazione, riguarda la strumentalizzazione integrale delle funzioni umane. Non solo, quindi, del dispositivo degli affetti, ma della ragione stessa, che negli ebrei diviene l'incarnazione dell'apparato teocratico. Fa la sua comparsa, in questa figura particolare dell'umanità che si pone come modello di ortodossia di una vita «vera», una nuova norma immanente. La norma di un uomo così perfettamente animalizzato da non mancare d'intelligenza o di sentimenti adeguati al proprio sforzo vitale, alla soddisfazione dei propri desideri e bisogni. Un uomo che tuttavia, in questa nuova «prudenza» dell'animale sociale e storico, sarebbe privato della possibilità di un'interrogazione radicale sulla propria vita e, più in generale, di un pensiero libero da ogni potere. È dunque verso l'uomo della modernità, cioè verso di noi, che la nuova «animalità» punta il dito.
L'inquietante possibilità di una chiusura della storia, certo mai definitiva, non è dunque assurda. Può essere scartata dal nostro orizzonte solo attraverso forme di espressione che sfuggano all'ordine monarchico del regime liberale e universale dell'ortodossia, nella sua veste apparente di una democrazia.
Quando Spinoza parla di una repubblica «il cui fine è la libertà», tiene a precisare che gli uomini dimostrano un'esercizio della ragione, in quanto «libera ragione» (libera ratione), o una vita dello spirito in quanto «vera» vita dello spirito. E probabilmente, come modello contrario, pensa a Hobbes e al tipo di stato moderno che, riducendo lo spirito e la ragione umana al calcolo verbale, li rende meri strumenti di una forma di vita animalizzata.
L'utopismo politico e razionalista della modernità si collega così, tendenzialmente, alla chiusura identitaria dell'ortodossia teocratica, perfetta nella rimozione della complessità e della capacità innovativa della moltitudine. Partire realmente dalla complessità o dalla verità effettiva delle cose, per Spinoza, significa sostituire al modello dell'obbedienza razionale il complesso produttivo delle prudenze o dei processi strategici immanenti, resistenti e singolari, dei conatus. Si ha qui la principale questione politica e strategica: un problema di prudenza e di costituzione immanente della libertà come potenza, e non una questione di obbedienza.
Spinoza mostra tuttavia come gli uomini lavorino «per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà». È all'avvento della coscienza di sé dello stato, vissuto come proprietà nazionale (di fronte al problema dell'afflusso di stranieri e all'invidia collettiva che ciò mette in moto), che Spinoza indica come la democrazia, successivamente, proceda alla forclusione storica e giuridica delle differenze a partire da cui pure si era generata: l'uguaglianza reale delle singolarità diviene allora l'uguaglianza civile dei «cittadini» di fronte alla legge, entro e attraverso la chiusura giuridica. La democrazia degenera allora in aristocrazia e poi in monarchia.
Il grande interesse filosofico di Spinoza, la sua lucidità teorica e politica, risiedono nel fatto che non schiaccia mai l'uno sull'altro i livelli di realtà che i suoi concetti aprono. Nel Trattato politico, la multitudinis potentia, in quanto potenza costituente della complessità, è rigorosamente distinta sia dalla civitas, come corpo comune politicamente organizzato, sia dalla natio, come corpo comune nella sua particolarità storica (una lingua, dei costumi, delle leggi). I livelli della città e della nazione non sono mai trattati ideologicamente come uno strato originario o come forme trascendentali dell'identità che dovrebbero sussumere la molteplicità (ciò che, di fatto, sia la civitas sia la natio, storicamente fanno!). Sono considerati, invece, come prodotti immanenti, cioè come momenti di un processo storico dell'auto-organizzazione (paradossale nei suoi effetti) della potenza della moltitidine. Momenti, inoltre, su cui si innesta una legge della storia che certo potrà, nei fatti, rivelarsi più forte della resistenza al dominio e delle aspirazioni alla libertà e all'uguaglianza, in quanto riuscirà a strutturare le aspettative e le rivendicazioni.
Pratiche eccedenti
Nello stato ebraico, tale strutturazione avrebbe potuto essere totale. E poteva esserlo in quanto tale stato, attraverso la totale sottomissione a Dio, cioè alla «Legge», soddisfaceva la rivendicazione essenziale della moltitudine a non essere dominata da un proprio simile. Schiacciando i tre livelli, quello della moltitudine, della città e della nazione, si produce una filosofia politica profondamente conservatrice. Spinoza dice appunto «la» moltitudine per intendere la «potenza della moltitudine» (qui sta il vero e proprio concetto spinozista della complessità). Non parla cioè «della» o «delle» moltitudini, nel senso che ogni moltitudine verrebbe costretta in una particolarità, cioè nell'identità della nazione come civitas. Anche se storicamente, quanto ai propri effetti, la nazione è la figura necessaria e ambivalente della costituzione reale della civitas e del suo particolare conatus. Il paradigma perfetto di tale chiusura identitaria e storica, come abbiamo visto, è lo stato ebraico teocratico. Per Spinoza, come una legge della storia, questa chiusura si ritrova sempre e ovunque. Sempre e ovunque, tuttavia, le esperienze - cioè le pratiche - eccedono la regola.
La resistenza al dominio del simile sta nell'ordine complesso e ordinario delle cose: entro e attraverso la natura complessa della moltitudine, la paura che ispira a chi domina e il desiderio di ciascuno di rivendicare la propria singolarità e libertà di vivere come vuole. Così, anche nel delirio e nelle illusioni che necessariamente comporta, il desiderio ribelle che resiste al dominio del simile resta - anche in seno alla servitù e alla condizione storica - la sorgente di una politica di emancipazione e di invenzione, il crogiolo ontologico dell'antropogenesi, inseparabile dal processo stesso della democrazia.
Da qui l'importante questione lasciata aperta da Spinoza, sulla nostra emancipazione radicale, cioè democratica, dalla figura ricorrente dell'«ortodossia». Figura in ultima istanza teocratica, che riguarda non solo il corpo politico, ma più in profondità i nostri stessi corpi, le nostre menti, le nostre idee e gli affetti, la nostra lingua, i costumi e le leggi, cioè «una vita umana» o ciò che oggi dobbiamo intendere per «politica».
Da Spinoza ai moralisti
Laurent Bove è docente di filosofia all'Università di Amiens. Si è occupato di Baruch Spinoza, dei moralisti francesi, di etica e politica nell'età moderna. Fra le sue opere «La strategia del conatus. Affermazione e resistenza in Spinoza» (Edizioni Ghibli, Milano 2002, traduzione italiana di Filippo Del Lucchese). Ha curato un'edizione francese del «Trattato politico» di Spinoza (Livre de Poche, classiques de la philosophie, 2002) e il volume «Vauvenargues. Philosophie de la force active. Critique et anthropologie» (Champion, Paris 2000). Lavora attualmente all'edizione collettiva delle opere complete dello scrittore e filosofo settecentesco Luc de Clapiers Vauvenargues e fa parte della redazione della rivista «Multitudes».
Il manifesto.it 17.11.05
Paul Roazen, l'autore di "Fratello animale", fu presente al nostro convegno di Napoli 1996 al Mercadante.
Alla pagina : http://www.mclink.it/com/rcp/istinto/ita/roazen.htm , è ancora pubblicato, tra gli altri, l’abstract dell’intervento
È morto Paul Roazen
Biografo di Sigmund Freud, tra i maggiori storiografi della psicoanalisi, lo studioso è morto a Cambridge, Massachusetts, all'età di sessantanove anni. Ebbe l'opportunità di consultare le carte presenti nell'archivio di Ernest Jones, l'autore della biografia ufficiale di Sigmund Freud apparsa tra il 1953 e il `57, opera che gli apparve segnata da limiti agiografici nonché dalle conseguenze dell'accordo con Anna Freud a rispettare le stesse regole che avevano guidato lei e Ernst Kris nella stesura dell'epistolario con Fliess, emendato da ciò che Freud avrebbe considerato poco funzionale a un ritratto tramandabile ai posteri. Sono molteplici le opere che Roazen dedicò al padre della psicoanalisi, ma la più celebre resta Freud e i suoi seguaci, scritta nel `75 e pubblicata dalla Einaudi con una prefazione di Michele Ranchetti, che avvertiva come nuovi materiali fossero nel frattempo venuti alla luce rendendo questo libro datato, per quanto prezioso. Roazen si era servito, tra l'altro, di documenti sgraditi alla famiglia di Freud, traendone un panorama comunque equilibrato e di enorme interesse. Nel corso delle sue ricerche intervistò anche molti tra i pazienti del medico viennese, e alcuni protagonisti del movimento psicoanalitico, tra cui Erik Erikson, Helene Deutsch, Sandor Rado, Edoardo Weiss che divennero protagonisti di sue monografie.
segnalato da Paolo Izzo
Corriere della Sera - 17.11.05
Bertinotti: «Concordato e 8 per mille non vanno cambiati»
Intervista di Paolo Conti
Fausto Bertinotti: secondo lei Camillo Ruini è, come dice il socialista Boselli, di fatto un capo partito?
«No, perché se così fosse sarebbe risolto il problema e al posto della cattedra spirituale ci sarebbe un partito".
Ma a suo avviso il presidente della Conferenza episcopale italiana parla «da politico»? Interferisce o no nelle vicende italiane?
«In passato ci sono stati momenti in cui ha parlato come un leader politico. Diciamo poco prima dei fischi ricevuti a Siena: una scivolata, un'incursione in campo improprio.
Ma non bisogna confondere una parte col tutto perché se esiste forse una propensione neointegralista, il fenomeno non va assolutizzato.
In quanto al merito: se un vescovo, anche il capo della Cei, manifesta avversione per il divorzio e per l'aborto indicando ai propri fedeli quella che per lui è la retta via, non mi verrebbe mai in mente di parlare di ingerenza.
Così come non è in discussione il suo diritto di critica a una legge.
Certo, in quel caso io non resterei muto. Sul terreno della reciproca libertà d'opinione, e quindi della civiltà, manifesterei il mio dissenso».
Quindi Ruini e i vescovi hanno libertà di esprimere la propria opinione sulle scelte poiltiche che coinvolgono la morale?
«Certo. C'è grave ingerenza quando si minaccia di scomunica un eletto dal popolo nel caso in cui valicasse il limite della norma morale cattolica.
Così davvero si limita l'autonomia del mandato, si colloca il legislatore in una dimensione extrasecolare, la sua legittimità viene misconosciuta e ricondotta non più all'elettorato ma a una cattedra morale.
Chi legifera non può mai essere la lunga mano di un potere spirituale».
Lei ha detto: manifesterei il mio dissenso con Ruini. Su cosa?
«Quando parla in quel modo dell'aborto, della pillola RU 486 non guarda alla sofferenza della sua comunità. Sono in molti a sottolineare la frattura tra la parola proclamata dalla Chiesa e il comportamento dei fedeli. Se per risolverla tu, pastore, cerchi la supplenza del legislatore, io ti rimprovero».
Ruini boccia la revisione del Concordato. E lei, Bertinotti? E sempre a questo proposito cosa pensa della guerra dichiarata da Boselli all'otto per mille, che per lui è una truffa?
«Il problema è l'agenda politica di questo Paese, legata alle sue autentiche urgenze. Se qualcuno mi chiedesse: inseriresti il Concordato nell'agenda delle urgenze?».
Eccellente domanda, la sua: come risponderebbe?
«No, non la inserirei, non mi sembra sia tra le priorità dell'Italia.
Stesso discorso per l'Otto per mille. Bisognerà invece aprire una discussione su come garantire laicità e convivenza a uno Stato sempre più multireligioso, multietnico, multiculturale.
Creare un cortocircuito e partire da un punto conclusivo, segnato dalla storia passata come il Concordato o l'otto per mille sarebbe un errore.
Per farmi capire meglio: per la mia storia personale non toglierei mai un crocifisso da un'aula che lo ospita da anni.
Semmai procederei per aggiunta. E comunque mi porrei il problema del futuro: come regolarci, per esempio, nelle aule delle scuole ancora da inaugurare?».
Livia Turco avverte: attenzione, Boselli e Capezzone, così rischiamo di perdere i voti dei cattolici.
«Non è un argomento nè a favore nè contro. I cattolici non sono un monolite nè una massa inerte. Il Pci fu attraversato dallo stesso dubbio quando partecipò con prudenza alla campagna per il divorzio. Invece le famose "masse cattoliche" decisero in piena, matura consapevolezza”.
Piero Fassino avverte: non metteremo in minoranza la Chiesa.
«Ma la Chiesa non si fa mettere in minoranza... Suggerirei a Fassino di preoccuparsi un po' meno per una realtà che, da duemila anni, dimostra una certa qualche vitalità, almeno mi pare. Piuttosto i laici dovrebbero fare autocritica».
Su quali punti, Bertinotti?
«Almeno due. L'aver rinunciato a porsi il grande quesito di fondo sull'uomo nel nome del mercato e dell'economia.
Bisognerà mettere mano a idee forti nella politica altrimenti proprio lì ci si espone all'incursione della religione e magari dei fondamentalismi.
Secondo: bisogna restituire l’orgoglio al legislatore, fargli ritrovare le risorse per difendere il proprio operato».
Un'ultima domanda, stavolta personale. Più volte ha parlato della sua ricerca di Dio. A che punto si trova, in questo momento?
«L'ho già detto. Mi ritengo un non credente, non mi definirei adesso un ateo. Ma è bene che la dimensione religiosa privata dei politici resti tale.
Non vorrei che, parlandone, qualcuno mi accusasse di voler apparire pio.
La mia ricerca ha comunque come centro l'uomo.
Dice il filosofo del diritto Pietro Barcellona in un suo recente saggio: il mondo moderno mostra la sua inferiorità nei confronti di quello classico e cristiano perché non si è mai chiesto cosa sia l'uomo.
Per me la domanda di fondo resta quella: l'uomo. E inevitabilmente sfiora la sfera di Dio».
una segnalazione di Fabio Palumbo
sul sito www.diamocideltu.net, gestito dal Prc, ci sono commenti su questa intervista
Liberazione 18.11.05
Le ragioni di Bertinotti (ma anche una critica)
Concordato e 8 per mille
Piero Sansonetti
Sul Corriere della Sera di ieri è uscita un'intervista a Fausto Bertinotti, intitolata così: «Concordato e 8 per mille non vanno cambiati». Come talvolta succede nei giornali - anche, spesso, a noi di Liberazione - nel titolo c'è una forzatura. Bertinotti non dice che non vanno cambiati e che a lui piacciono così come sono; semplicemente sostiene che non vede nella modifica del Concordato - o addirittura nella sua abolizione - e nella cancellazione dei finanziamenti pubblici al Vaticano, due priorità da inserire, con il "bollino" dell'urgenza, nel programma di governo dell'Unione.
L'intervista di Bertinotti al Corriere è molto interessante e di notevole importanza. Perché affronta con spirito aperto e nuovo quella che una volta si chiamava la "questione romana" e che oggi si presenta in modo assai complesso, come questione politica, questione finanziaria, burocratica, culturale e anche come grande questione etico-filosofica e ideologica.
E' difficile riassumere l'intervista del segretario di Rifondazione Comunista in poche righe; in estrema sintesi, potremmo dire che Bertinotti solleva due problemi fondamentali. Il primo è quello di come garantire la laicità dello Stato, e quindi la correttezza dei rapporti tra Stato e Chiesa, senza necessariamente trasformare l'abolizione del Concordato o dell'otto per mille in questione delle questioni. In questa posizione c'è una apertura alla Chiesa e un rifiuto dell'anticlericalismo tradizionale, sostenuto con vari argomenti, compreso un ragionamento sulla liceità degli interventi del Cardinal Ruini quando essi non sconfinano nella pressione indebita sul mondo politico, o sul governo, o sui settori cristiani del Parlamento.
Il secondo problema sollevato da Bertinotti è come affrontare una competizione culturale seria tra il sistema di pensiero e di valori della Chiesa cattolica e il sistema di pensiero e di valori del mondo laico e della sinistra. Bertinotti dice che in questa competizione la Chiesa è avvantaggiata, perché la politica - anche grande parte della sinistra - in questi decenni ha raggruppato tutto il proprio pensiero, le proprie elaborazioni e persino le proprie finalità, attorno all'unico obiettivo di fare funzionare e rendere efficiente il mercato. Questo ha bloccato le capacità di analisi sui grandi problemi dell'umanità, sul mistero e i diritti della vita, sull'identità, l'esistenza, lo spirito e il destino dell'uomo. Bertinotti sostiene che la sinistra non reggerà mai, sul terreno etico-filosofico, la "gara" con la Chiesa, se la Chiesa mette al centro del suo pensiero e del suo messaggio Dio e la sua creatura umana, e la sinistra risponde con la competitività e l'efficienza delle amministrazioni. Lo squilibrio è evidente e la sconfitta politica inevitabile.
Ho forzato un po', forse, il ragionamento esposto da Bertinotti sul Corriere della Sera, ma penso di non averne tradito la sostanza.
Ieri in redazione abbiamo discusso a lungo di questa intervista e abbiamo espresso giudizi, osservazioni e valutazioni diversi.
Io credo di poter fare un apprezzamento e una critica.
Prima faccio la critica (in genere si usa fare il contrario, per addolcire, ma nel caso del segretario di Rifondazione è giusto così...). Non sono convinto che si possa accantonare la questione del Concordato e dell'otto per mille sostenendo che non sono "priorità" della sinistra. Per tre motivi. Il primo è questo: dell'Unione fa parte un nucleo laico e moderato - composto dal partito radicale e dallo Sdi di Boselli - che tra le sue caratteristiche più significative ha la propria opposizione fortissima al clericalismo; e questo nucleo ha chiesto l'abolizione del Concordato e dell'otto per mille. L'Unione è un'alleanza che dovrà tenere insieme componenti molto diverse tra loro, e anche aspirazioni, sensibilità e culture diverse. Tra le aspirazioni dei radicali e dei vecchi socialisti mi sembra che quella della lotta al clericalismo sia una delle più rispettabili e assimilabili. E' giusto darle uno spazio. Mentre credo che invece andrà combattuta con forza l'aspirazione liberista di questa componente.
Il secondo motivo della mia critica parte dalla necessità (che a me pare prioritaria) di contrastare la Chiesa su alcuni grandi temi che riguardano la vita di milioni di persone. E cioè sull'idea punitiva che la Chiesa ha - e diffonde - di tutta quella parte dell'umanità che non sia il maschio eterosessuale, monogamico e rispettoso delle leggi morali cristiane. Come ci si oppone? Come si impedisce che la Chiesa eserciti la sua forza - in politica - a danno delle donne, dei gay, dei "maschi irregolari" e dei loro diritti essenziali, della libertà sessuale, della maternità scelta e consapevole, dell'aborto senza dolore, eccetera? Io credo che per opporsi in questo campo all'arroganza del Vaticano, occorre usare tutti gli strumenti che abbiamo, compresa la contestazione dei privilegi politici ed economici garantiti alla Chiesa da Concordato e otto per mille. Anche perché - terzo motivo della critica - a portare alla ribalta politica questi problemi e la loro urgenza, non siamo stati noi ma è stata la nuova direzione della Chiesa, sotto la gestione Ratzinger-Ruini, che è diventata molto aggressiva verso la politica italiana. Chi è che un giorno sì e un giorno no mette in discussione l'aborto? Ruini, Ratzinger. Si dirà: ma loro non mettono in discussione la legge, mettono in discussione il diritto cristiano a praticare l'aborto. A me sembra che la differenza ci sia, ma non sia enorme.
Dove invece Fausto Bertinotti mi ha convinto completamente è nella sua analisi sulla disparità tra un mondo cristiano che è capace di porre Dio e l'uomo al centro della politica, e un mondo laico che sa solo parlare di competitività e di mercato. Io credo che questa osservazione non solo sia vera, ma sia il punto di partenza per ricostruire una sinistra vasta e forte e capace non solo di stare fuori dal pensiero unico liberista, ma di scardinare questo pensiero e di superarlo smontandone le fondamenta. E questa è la sfida vera per noi. Il progetto di andare al governo assieme ad altre forze - riformiste, cristiane, moderate - o sta dentro questa grande idea di "ricostruzione della politica" (potremmo dire di "rifondazione"...) o è una cosa piccola.
Quali sono i grandi principi che possono diventare le fondamenta dell'Unione? Mi sembra che siano tre. Il principio della libertà, che storicamente è molto radicato soprattutto nella sua componete più moderata; il principio della solidarietà (se volete, della "fraternità"), che è la base originaria dell'impegno politico della componente cristiana; e il principio dell'uguaglianza, che è il valore nostro, della sinistra, e che se riesce a fondersi con gli altri due (solidarietà e libertà) non perde niente, anzi guadagna, si rafforza, si completa. Una politica che metta da parte parole come competitività, efficienza, concorrenza, sicurezza, legalità (le metta, diciamo, in secondo piano, come idee secondarie, non più come principi) e costruisca il suo pensiero attorno alle tre idee-forza della rivoluzione francese, pensate che messaggio formidabile può mandare al paese: l'immagine di una alleanza politica capace di misurarsi con questi temi alti, e che si candida a sostituire al governo la coalizione che è stata guidata dagli interessi di Mediaset.
mercoledì 16 novembre 2005
un nuovo libro di Fausto Bertinotti
il manifesto 16.11.05
All'orizzonte della sinistra una sfida chiamata Europa
In libreria per Ponte alle grazie esce un libro di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni titolato «L'Europa delle passioni forti»
Valentino Parlato
Non c'è bisogno di scomodare Spinoza per dirci che attraversiamo una lunga stagione di «passioni tristi» e per aggiungere che anche le speranze europeiste (di quasi tutti i colori) si sono piuttosto afflosciate. Non solo, ma anche per tutto ciò, questo libro di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni (un dialogo fitto e sempre problematico) risulta particolarmente utile, utile nel senso del vecchio Brecht delle «Storie di ME-TI». Il senso e l'obiettivo del libro sono dichiarati nel titolo e nell'audace fotomontaggio di copertina. Contro le «passioni tristi l'Europa delle passioni forti» con la famosa immagine del soldato sovietico che sventola la bandiera rossa sul tetto del Reichstag, solo che nella nostra copertina il soldatino impugna la bandiera d'Europa. Morale della favola: se vogliamo un'Europa che controbilanci il monopolarismo Usa e che sia dei popoli e non delle multinazionali ci vuole un grande investimento di idee e di lotte. Sempre per stare all'iconografia, mi viene da aggiungere che la situazione presente potrebbe però essere rappresentata da uno dei tanti dipinti sul «Ratto d'Europa»: una donna bellissima e un po' discinta trascinata dal potentissimo Giove, che ha assunto le sembianze di un grosso toro. Ma il libro non si ferma alla copertina: si articola in cinque densi e problematici capitoli, corredati dalle «note» preziose di Alfonso Gianni, e da appendici di particolare interesse, che comprendono il testo completo dell'appello di Ventotene per un'Europa libera e unità», quella dell'agosto del 1941 firmato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. Innanzitutto, ci si chiede nel libro, che cosa è l'Europa, quale la sua effettiva identità storica e culturale? Senza fermarsi alla contestazione delle «radici cristiane», che non vengono negate, ma immesse in quel crogiuolo di formazione culturale che è stata l'Europa, tale che - è un accenno di Bertinotti - la sovrastruttura ha agito sulla struttura, quasi a dire che l'Europa non è riducibile ai suoi rapporti di produzione. E Bertinotti, a proposito di radici, anche qui ribadisce la sua passione per «il salto della tigre» dell'amato Benjamin.
Ma che quali sono, oggi, le effettive potenzialità dell'Europa e la sua identità? Qui, a mio parere, il giudizio dei due autori è piuttosto negativo. Non condividono l'ipotesi di Rifkin, quella di un modello europeo, più sociale di quello americano. Rifkin - scrivono - è ancora legato a un passato, all'Europa del «compromesso democratico», che fu un prodotto della seconda guerra mondiale. L'attacco al welfare europeo costruito nel secondo dopoguerra è sotto gli occhi di tutti e ora c'è piuttosto una americanizzazione dell'Europa, un'Europa peraltro indebolita dallo spostamento a est del baricentro dell'economia mondiale. Tutto questo risulta aggravato dal trattato europeo e dagli accordi di Maastricht. La normativa europea è tutta orientata al mercato e non alla società. E, tuttavia, questa normativa (per esempio i parametri di Maastricht) fa acqua da tutte le parti, il rallentamento dell'economia costringe gli stati nazionali a superare le soglie di deficit consentite dalla UE e a tagliare ulteriormente la spesa sociale.
Questa Europa appare sempre meno desiderabile e il no della Francia (molto diverso da quello dell'Olanda) mette in evidenza non solo il rifiuto da parte del mondo del lavoro, ma anche di larghi strati popolari, che Fausto Bertinotti definisce come «nuova plebe», il mondo del ceto medio impoverito e del precariato. Ma - e non è di poco peso - tutto questo malessere non diventa ancora volontà politica, quella che si esprime nei partiti, nei giornali; e anche nei sindacati è diviso. Diviso tra chi (Giuliano Amato per esempio) sostiene che l'obiettivo primario, irrinunciabile, è l'unità europea e, quindi, bisogna aver pazienza sulle cose che non vanno e chi invece come la maggioranza dei francesi (ma in Francia c'è stata una grave divisione dei socialisti) dice no. Tuttavia - sostengono nelle conclusioni i due autori - non bisogna rinunciare all'obiettivo dell'unità europea, come condizione necessaria per una politica di pace e un nuovo welfare.
Questa è la sfida per tutte le sinistre europee e in particolare per il partito della sinistra europea che il problema Europa ha posto al centro del suo congresso ad Atene. Vedremo. Come si dice: «se sono rose fioriranno».
Francia /1
il manifesto 16.11.05
Come sempre
Rossana Rossanda
Sulla Francia la stampa, specie italiana e anglosassone, ha dato i numeri. Sabato scorso Parigi doveva bruciare, le periferie l'avrebbero invasa e distrutta. Nulla di questo è successo e le testate di lunedì non sono uscite con un veritiero «forse non avevamo capito», ma parlando d'altro. Se Chirac non avesse inflitto ai francesi un nuovo discorso, oggi Parigi sarebbe dimenticata. Parigi non è bruciata ma qualcosa di stupefacente è accaduto. L'intera sinistra non ha neanche finto di opporsi allo stato d'emergenza che viene da una legge del 1955 durante la guerra di Algeria e porta la macchia di una giornata del 1961, in cui l'allora prefetto Papon spinse ad annegare nella Senna duecento algerini. Dopo di allora di emergenza non si era più parlato, forse per vergogna, finché non è stata resuscitata in questi giorni per difendere le auto dai casseur. Soltanto qualche associazione - la Lega dei diritti dell'uomo, Sos racisme - ha indetto una protesta ma non è riuscita a raccogliere dietro di sé, ancorché autorizzata, abbastanza gente. L'opposizione non si è legata urlando ai banchi dell'Assemblea per contestare l'oltraggioso provvedimento. Il partito socialista che si dilania su tutto si è compattato sul «prima ristabiliamo l'ordine». Ieri l'emergenza è stata prolungata per tre mesi, vedremo quale eroica lotta sosterrà in Assemblea.
La febbre del sabato sera è stata a Parigi tale e quale sempre. Il quartiere latino, un tempo più reattivo, era pieno di giovani che delle banlieues non discutevano affatto. La polizia era del tutto assente. Né le periferie si sono fatte vedere in centro, primo perché non sono kamikaze, secondo perché se Parigi centro se ne frega di loro - scusate l'espressione - loro se ne fregano di Parigi centro. Del resto non hanno in mente di fare la rivoluzione, ne hanno fin sopra i capelli di come sono trattati, senza prospettive, discriminati nel lavoro, in quartieri desolati. Ma continueranno a fare qualche fuoco visto che non c'è modo di farsi ascoltare se non c'è una cinepresa a riprendere pompieri e poliziotti. Del resto nel 2004 più di ventitremila auto sono andate in fumo. Qualche fuocherello si è acceso in altre città, per cui i titoli «Parigi brucia» sono trasformati in «la Francia brucia». Marsiglia, la città di più forte immigrazione, che si è bloccata contro la privatizzazione di un traghetto per la Corsica, non ha battuto ciglio. La grande maggioranza dei sindaci non ha chiesto il coprifuoco neanche nelle «periferie sensibili», grazioso eufemismo. Solo la magistratura imperversa su un centinaio di ragazzi arrestati, processandoli per direttissima, condannando a uno, due, sei mesi dei ventenni che non ne usciranno certo più devoti alle istituzioni. C'è chi ha scritto, e non solo a destra: la repubblica non ha sparato sui suoi figli. Come se lo avesse ritenuto fastidioso ma possibile. Scordavo: una cosa è avvenuta, che il ministro degli interni Sarkozy, andato sugli Champs Élisée per ispezionare la polizia incaricata di difendere la capitale è stato fischiato non dai casseur ma dai passanti e si è dovuto ritirare in fretta.
Perché l'importante è che non succeda niente, che tutto continui come prima. Sono state velocemente restaurate le poche misure che il governo Jospin aveva preso in favore di quei quartieri e che l'attuale governo aveva abolito in nome del risanamento del bilancio, solfa europea. Filosofi e sociologi hanno invaso la scena poco disposti a rilevare l'evidente concreto disagio sociale. Egdar Morin è rimasto neutro, il nostro amico Jean Luc Nancy ha divagato sulla destrutturazione della repubblica, André Gluksmann ha sostenuto che quei ragazzi non protestano perché sono poco integrati ma perché lo sono troppo. E la Francia è rissosa per natura. E giù altri con la diatriba sul modello francese o anglosassone di integrazione su cui le parole di maggior buonsenso sono state scritte da Tommaso Padoa-Schioppa come se, duole dirlo, la Banca centrale avesse i piedi per terra più di altri. Nulla è risolto e nulla è finito. La brace resta accesa. L'estrema sinistra discuterà a lungo se quei ragazzi farebbero meglio ad avere un progetto o se è più rivoluzionario che non ne abbiano nessuno. La vita continua.
Francia /2
il manifesto 16.11.05
Conflitti globali
La feccia svela gli abiti nuovi della République
Notti di fuoco
Yann Moulier Boutang
LA RIVOLTA nelle periferie francesi è un atto d'accusa contro una politica di integrazione che in nome dei diritti universali ha ridotto ad una condizione di sudditanza una parte della società. Lo stato ha risposto con la repressione e inasprendo le leggi sul mercato del lavoro con la speranza che l'ordine possa così essere ripristinato
La «feccia» ha rovinato la festa a un sistema politico chiuso in se stesso. Ma la posta in gioco in Francia è il superamento di un modello europeo di governo del cosiddetto «transcomunitarismo»
Le scuole devastate mostrano come non esista un'«eccezione francese» al multiculturalismo. E i giovani delle banlieue appaiono come i discendenti degli schiavi importati con la forza
I grandi eventi non sono necessariamente belli, né festosi. Colgono di sorpresa, non sono necessariamente fusionali e le ragioni che li determinano non spiegano mai l'istante della loro esplosione. Sono sovradeterminati, come la goccia d'acqua che fa traboccare il vaso. Nel caso di una rivolta, c'è sicuramente una lunga gestazione che arriva ad una soglia critica oltre la quale si smette di obbedire e, spesso, si spacca tutto. Raramente, un'insurrezione è entusiasmante. I suoi protagonisti sono in genere oscuri, confusi, non sempre sono degli eroi. Un'insurrezione è pervasa da una violenza indistinta, senza fini prestabiliti. Contrariamente alle guerre o alle rivoluzioni, i morti che trascina o abbandona nel suo solco non saranno mai decorati. «Melanconia», «disperazione», «nichilismo», «perdita del rispetto di sé»: la destra meno stupida non ci ha messo molto a recitare variazioni all'esercizio obbligatorio di condanna dell'insurrezione delle banlieues francesi di queste settimane (Le Figaro, 7 novembre). Ma sono stati giudizi che hanno apportato pochi ritocchi al bagaglio retorico del pensiero conservatore. Ma è l'imbarazzo della sinistra che lascia invece senza fiato. Forse conserva il ricordo della sua partecipazione all'approvazione delle leggi emergenziali della guerra d'Algeria, che questo governo ha riattivato, dimostrando così che l'emendamento votato in parlamento a difesa degli «aspetti positivi» della colonizzazione, presente nei manuali di storia, non era un incidente di percorso.
L'onore perduto degli intellettuali
Eppure, contro questa oscena mattanza dell'intelligenza, alcune voci isolate cominciano a farsi sentire, come dimostrano l'appello firmato da Etienne Balibar, Bertrand Ogilvie, Monique Chemillier Gendreau, Emmanuel Terray e Fethy Benslama del 10 novembre o gli interventi di Esther Benassa o di Pierre Marcelle (Libération del 9 novembre). Ma sono isolate prese di parola che salvano l'onore di quel che resta degli intellettuali francesi dopo vent'anni di nauseante restaurazione. In Francia, il clima dominante della discussione pubblica ricorda lo sbraitare contro gli «arrabbiati» di Nanterre o le invettive contro i «casseurs» di Saint-Lazare nel `79. In entrambi i casi, la valanga è stata il segno precursore di un cambiamento enorme nella vita pubblica (il Maggio `68, l'alternanza). Di fronte all'insurrezione delle banlieues, la prudenza è finita.
Potrebbe darsi, come osservava Françoise Blum in una coraggiosa tavola rotonda de le Monde l'11 novembre, che questi giovani «apolitici» cambiano la realtà delle cose più dei proclami declamati in questi ultimi trent'anni e che abbiano iniziato a liberarci dell'ingombrante e insopportabile Sarkozy. Cosa che la sinistra «politica e responsabile» impantanata nelle sue cucine presidenziali si è rivelata incapace di fare.
Bisogna difendere la società dall'ordine. Bisogna difendere gli insorti dalla stupidità. E la loro, denunciata fino allo scoramento, non è certamente la più grande in campo. I nostri governi, e qualcuno dei nostri candidati a governare, nelle ultime due settimane hanno assemblato arroganza, cecità sociale, ottusa ostinazione, erronea perseveranza, ricerca affannosa di un consenso tanto assurdo quanto vuoto.
Formiamo una società umana, e non un termitaio, nella misura in cui noi (dico appunto noi) siamo capaci di rabbia (che è sempre una follia) e di insurrezioni. Insurrezioni, esattamente. Basta guardare qualunque manuale di storia. Nella misura in cui siamo capaci di produrle innanzitutto attraverso una lunga e ripetuta cecità e poi di riconoscere in esse i nostri figli (e non quelli degli «esclusi», degli «altri», degli «stranieri» che rispediamo indietro in aereo). Capaci, poi, di rispettare il dolore di ogni essere che condivida con noi un lembo del pianeta Terra; capaci di collera contro l'assurda razionalità dei dispositivi giuridici che permettono l'esistenza di una pena di morte «indiretta» in un'Europa che l'ha bandita come strumento di stato. Capaci, anche, di controllare un terrore panico di fronte a quel gelido futuro che è già il nostro presente e di cui questi insorti ci consegnano il ritratto crudele. Capaci, infine, di reagire con intelligenza di fronte a questo evento brutale, di tener conto di quello che viene detto, della sua posta in gioco.
La soglia del silenzio
Nelle società della comunicazione la soglia dell'udibile si è fatta elevata. Il setaccio della notizia pertinente costa caro. Basta vedere quanto costa la pubblicità ai potenti. Gli umiliati, gli offesi non hanno questi mezzi. Affinché la società mediatica iniziasse a sentire i messaggi subliminali degli insorti, ci sono voluti cassonetti carbonizzati, tram incendiati, due, tremila auto bruciate, qualche scuola saccheggiata e un centro commerciale derubato; ma anche tre morti, cosa incommensurabile, e, fatto non meno catastrofico, centinaia di giovani arrestati, decine di espulsi (senz'altro torneranno a Ceuta e Melilla, a tentare di scalare i fili spinati della fortezza Europa per tornare a casa loro, ovvero in Francia). Insomma, di fronte a quanto accaduto nelle città francesi il ricorso a una legge che proclama lo stato d'eccezione e il coprifuoco appare niente altro che una scaltra e al tempo stesso insopportabile mossa giuridica.
Le notti di fuoco hanno mandato un messaggio alla società francese tutta. E se poi i giovani si rifiutano di parlare, il loro silenzio è da considerare anch'esso un messaggio. Qualunque insegnante lo sa. Occorre meritarla, la parola che ci viene rivolta. Presuppone fiducia, amore, rispetto e non dichiarazioni di guerra. Il linguaggio da guerra del ministro dell'interno, annunciato da un vigliacco e fascistoide «faremo una bella pulizia nei quartieri», ha ottenuto la risposta che meritava. Il ministro incaricato dell'integrazione, Azouz Begag, non si è astenuto dal dirlo diverse volte durante la crisi. E avremmo persino potuto vedere di peggio.
Tenuto conto dei quotidiani «incidenti» della polizia, del razzismo, della disastrosa e feroce discriminazione nell'accesso al mercato del lavoro e della casa, senza contare le altre discriminazioni culturali che fanno altrettanto male, la Francia può ritenere di essersela cavata a buon mercato (a questo proposito si vedano i lavori di Richard Alba e Roxane Silberman che hanno comparato la condizione delle «seconde generazioni» sulle due sponde dell'Atlantico: il risultato francese è catastrofico, con un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d'Europa). Davvero, gli insorti non ascoltano nessuno? Il loro era un mutismo da imbecilli? È difficile crederlo, quando ogni provocazione del governo (Sarkozy che il 30 ottobre parlava di feccia e tolleranza zero, le misure annunciate dal capo del governo Dominique de Villepin il 1 novembre) ha comportato un allargamento dell'ondata di esasperazione.
E' molto più che un sospetto ritenere che il brusio delle istituzioni sull'ordine e l'autorità da restaurare, sull'universalismo della legge mirava a saturare le deboli capacità uditive e analitiche del quarto potere. Vi è però riuscito in parte, visto che i pur pochi reportage dalle banlieues erano invece terribilmente eloquenti.
Grazie a questa insurrezione, è divenuto difficile nascondere la cecità della Francia di fronte ai nodi razziali, «sessuali» della question sociale, argomento considerato cruciale per la comprensione della globalizzazione, come testimoniano i lavori di Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e del Fernand Braudel Centre.
E se non è proprio cieca, la Francia è quantomeno blind colour - come dicono crudamente gli inglesi -: le televisioni evocano quotidianamente i problemi di integrazione nelle banlieues, mostrando giovani neri, spesso francesi o originari delle nostre ex colonie (ad esempio la Costa d'Avorio, dove ci sono truppe francesi), ma i commentatori continuano a parlare di maghrebini e di Islam, mentre i «portavoce» del potere statale, imperturbabili, dichiarano che nello spazio pubblico francese non esistono comunità, in opposizione alla cattiva concezione anglosassone (in effetti protestante, ma questo non lo sanno) che riconosce l'appartenenza etnica comunitaria, dalla quale non si può prescindere se vogliamo ripartire dall'esistente e non da quel «popolo» stereotipato di cui parla il governo di Parigi.
I bastardi di Sartre
La Repubblica francese ha realizzato, in modo pessimo, la decolonizzazione esterna, ma non ha fatto grandi progressi nella decolonizzazione interna. Qualche insegnamento post-coloniale impartito agli alti funzionari e nelle scuole pubbliche sarebbe un primo passo verso il controllo democratico della sua polizia. Il dato agghiacciante del comportamento delle forze dell'ordine non viene dal poliziotto inesperto e impaurito (benché i ragazzini dei quartieri sappiano fare la differenza tra i poliziotti corretti e i veri «razzisti» - quelli che Sartre avrebbe chiamato «i bastardi»), ma sono le frasette dei responsabili di più alto livello che funzionano come promesse di impunità nei confronti di ogni supruso e violenza della polizia; e che producono meccanicamente un incremento degli «incidenti di polizia».
La Repubblica è nuda. Come un gruppuscolo di ricercatori, tra cui chi scrive, non ha smesso di dire in tutti questi anni, spesso parlando al vento, l'ideologia repubblicana francese assimilazionista non ha capito molto dell'integrazione «transcomunitaria» all'epoca della globalizzazione. È rimasta a quel «popolo» venuto al mondo col forcipe «identitario» con l'ausilio della sorveglianza coloniale. Un primo passo verso la miglior comprensione della question sociale potrebbe andare nella direzione di un'analisi serrata e «disincantata» del patchwork sociale, culturale, etnico delle periferie metropolitane. Si tratterebbe di devolvere una parte, piccola, dei finanziamenti dell'ennesimo piano per le banlieues, che senza un'innovazione teorica al problema non sposterà di una virgola questa moderna «cascata di disprezzo», alla quale Voltaire riduceva la società francese prima della Rivoluzione dell'89 e contro la quale hanno reagito gli insorti di oggi.
Loïc Wacquant e altri ricercatori in scienze sociali ci hanno spiegato, negli ultimi decenni, che le periferie francesi non erano le periferie americane, che non c'erano ghetti, che la Repubblica ci preservava dalla formazione di minoranze come è accaduto oltre Atlantico. Dominique Schnapper, in un libro sulla nazione, ci aveva spiegato che il modello francese universalista si opponeva a quello del Volk tedesco fondato sulla comunità linguistica e sul sangue. In realtà la vera posta in gioco riguarda il modello europeo di governo delle migrazioni. Quello vigente è: razzista perché rifiuta il diritto di permanenza della popolazione straniera; chiuso in se stesso perché raffigura l'Europa come una fortezza che delinea i suoi confini con il filo spinato. In oltre cinquant'anni, l'Europa ha prodotto minoranze etniche che assomigliano non ai figli degli immigrati negli Stati Uniti, ma ai discendenti degli schiavi importati a forza. I giovani delle periferie europee stanno diventando i neri degli Stati Uniti. Watts e Los Angeles non sono alle nostre spalle, ma sono il futuro che ci attende. Per un'ironia della storia, la Repubblica, che doveva proteggerci da questo destino, sta procedendo molto più velocemente di quanto abbia fatto il modello britannico.
La Repubblica, cioè la Francia è una democrazia incompiuta, così come sono incompiute le democrazie di molti paesi a tutte le latitudini. Non c'è, dunque, nessuna eccezione francese.
Nel celebre racconto di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell'imperatore, alla sfilata in cui si pavoneggia un monarca inquieto, attorniato da una corte ossequiosa, basta la flebile voce di un bambino a rendere visibile ciò che è flagrante. Rivela il disordine dell'ordine e rimanda alla sua impostura: «"Ma non ha alcun vestito!" L'imperatore fu colto da un fremito, gli sembrava che il popolo avesse ragione, ma disse tra sé: "Devo tener duro fino alla fine della processione". E il corteo proseguì la sua strada e i ciambellani continuarono a portare lo strascico che non c'era».
Nella Francia del 2005 il carro dello stato, accompagnato dai gargoyl, dal monarca con i suoi principi primi e dal suo visir in incognito eppure molto ciarliero in televisione, va poco in quelle banlieues che ha lui stesso creato: preferisce il lustro degli Champs Elysées o l'efficacia birbona dei viaggi elettorali organizzati su misura in una provincia rurale o in un centro storico ristrutturato, a uso e consumo dei ricchi. E quando, ripreso da telecamere adulanti, si avventura al capezzale delle banlieues, è perché si è fatta attenzione a levare di mezzo quella «feccia» che non sta bene mostrare in televisione.
Questa volta la «feccia» si è invitata alla parata. E nessuno, tranne uno stato segnato da cecità, da sempre culla delle rivoluzioni, può dire di non averne sentito la voce. Di certo non è la voce dell'innocenza, ma quella meno confortante della verità sulla nostra società repubblicana e nazionale. Con totale incoscienza e disprezzo del pericolo, la «feccia» ha urlato con rabbia: «la Repubblica è nuda! Il razzismo è quotidiano. Perché valiamo tanto poco, da esser trattati come lobotomizzati?». Ma non siamo in un racconto di Andersen, ma in un paese raramente riformista, di tanto in tanto rivoluzionario, più frequentemente reazionario.
Ordine e lavoro
La «feccia» pagherà cara quell'insolenza. Migliaia le denunce, altrettanti i fermi e gli arresti, condanne a pioggia. Di che esasperare i magistrati, incaricati d'ora in poi di preservare un ordine che la polizia, con il suo lavoro sul campo, ha reso ingestibile con l'attiva benedizione di un candidato alle presidenziali 2007 intento ad adulare schieramenti «sovranisti», fronti razzisti e sinistra statalista. Una moltitudine insignificante, inafferrabile, che esprime un messaggio insieme muto e insopportabile, «pagherà con le espulsioni». E saranno espulsi immigrati con regolare permesso di soggiorno, come ha annunciato - con una noncuranza che ben traduce la sua scarsa cultura e il suo rispetto per il diritto - quello stesso ministro dell'interno che pure si era espresso per l'abolizione della double peine.
Se dietro il Sarkozy d'Orléan fa capolino una destra bonapartista, avida di potere, tra i neo-gollisti, dunque bonapartisti, prende piede il paternalismo padronale del XIX secolo. Dopo l'ordine, il lavoro (la famiglia dopo), la patria verrà senz'altro aggiunta. In tal modo il primo ministro ha scagliato un'arma invincibile contro le cause che alimentano l'esplosione della «feccia». Ci occuperemo di questi giovani: a 14 anni gli troveremo un lavoro da apprendisti, li iscriveremo alle agenzie di collocamento per proporgli quei bei contratti di lavoro che prevedono un terzo e la metà del salario minimo (tra i 300 e i 500 euro). L'ultima parola spetterà comunque alla legge, ripetono gli esponenti del governo e i funzionari statali. Come a convincersi di una storia alla quale hanno smesso di credere, questi servitori di una Repubblica vestita con il mirabolante costume dell'integrazione «alla francese» che non smettono di venderci ogni sorta di abito taroccato. Gridando rabbiosamente che la Repubblica è nuda, gli insorti hanno difeso la società. Anche noi sosteniamo, in modo fermo e posato, che «bisogna difendere la società». Perché sappiano che non sono soli.
Traduzione di Ilaria Bussoni
aborto
il manifesto 16.11.05
Scontro sulla Ru486
La Cei: «E' sempre un omicidio» Sinistre contro Storace, la Margherita difende Ruini
ROMA. Lo scontro che si aperto nel Paese sull'aborto e in particolare sulla sperimentazione della pillola Ru486 non accenna a diminuire. Ieri la Conferenza episcopale è tornata sull'argomento ribadendo il concetto già espresso lunedì dal cardinale Camillo Ruini, che aveva condannato la pillola abortiva: «L'aborto non può essere inserito tra i diritti civili», ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, mentre un altro prelato, monsignor Javier Lozano Barragan, ministro della Salute del papa ha sottolineato ancora una volta la posizione della Chiesa per la quale «un aborto, piccolo o grande sia, è sempre un omicidio della peggiore qualità». Parole dure, che mal si conciliano con l'intenzione manifestata dalla Santa sede di non voler polemizzare o interferire nella vita politica italiana. Sul fronte opposto, intanto, cresce il numero delle regioni che chiedono di poter sperimentare la pillola abortiva. Dopo Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio, ieri si è aggiunta anche la Campania e questo nonostante i tentativi del ministro della salute Francesco Storace di fermare le strutture pubbliche in cui la pillola viene distribuita. Una scelta duramente criticata dalle opposizioni: «E' strabiliante - ha detto ieri Livia Turco, responsabile Ds per il Welfare - sentire dal ministro torace un'affermazione quale "C'è una gara fra le Regioni per non far mettere la mondo figli" quando lui e il suo governo stanno mortificando le famiglie italiane, soprattutto quelle numerose». Di «attacco incrociato» alla legge 194 parla invece Katia Belillo, responsabile Diritti per il Pdci. «Oggi, con le parole dei cardinal Ruini e Barragan, si torna a parlare di aborto con toni medievali e da Santa inquisizione, con argomenti che non hanno nulla si scientifico». Per la verde Luana Zanella, invece, è importante che continui a garantire l'applicazione della legge 194, mentre «è irresponsabile chi tenta di delegittimarla».
Compatto nel difendere la legge 194, il centrosinistra si divide invece sulle parole di Ruini che trova difensori nella Margherita. Come ilo capogruppo alla Camera Pierluigi Castagnetti: «Non c'è dubbio - ha detto - che l'uso di questa pillola è una modalità di realizzare l'aborto e non si può pretendere che la Chiesa rinunci alla sua posizione sull'aborto». Praticamente la stessa cosa la dice anche Rosy Bindi: «Ritengo che le parole pronunciate dal cardinal Ruini sulla pillola abortiva siano degne di rispetto e considerazione», è il parere dell'ex ministro della Sanità. «Per quanto mi riguarda credo che la pillola abortiva vada usata entro i termini della legge 194 e che non possa diventare una scorciatoia per aggirare i limiti imposti dalla legge.
Un appello ano fermare la sperimentazione arriva intanto da Etienne-Emile Baulieu, considerato il padre della Ru486. «La situazione n Italia è molto seria - ha detto il ricercatore - e per questo ho accettato di fare visita a fine mese ai miei colleghi italiani: non c'è nessuna ragione per fermare il medicinale, appartiene alle donne». Lo scienziato ha poi aggiunto che il farmaco si sta sperimentando anche per la cura di malattie come i fibromi.
cambiamento in Cina?
Corriere della Sera 16.11.05
Morì nell’89: un infarto durante una riunione molto tesa dell’ufficio politico. Per lui gli studenti scesero in piazza
Pechino riabilita il leader che ispirò Tienanmen
In coincidenza con la visita di Bush, cerimonia per il riformista Hu Yaobang
Fabio Cavalera
PECHINO - La Cina commemora e riabilita Hu Yaobang, il vecchio segretario comunista che negli anni Ottanta aveva tentato di democratizzare il Paese e che per questo era stato costretto a pagare con le dimissioni. Accadrà alla fine della settimana, probabilmente venerdì, nella sala della Assemblea nazionale del popolo alla presenza dei dirigenti del governo e del partito, in coincidenza con l'arrivo del presidente americano Bush.
Segnale politico importante che certifica la forza dell'attuale numero uno della gerarchia, Hu Jintao, il quale ha voluto imporre la cerimonia nonostante l'opposizione di 4 dei 9 membri del politburo, l'ufficio di comando della Cina, preoccupati dalla prospettiva di rimettere in gioco i settori più liberali della società. Alla fine di un confronto che è durato alcuni mesi, Hu Jintao è riuscito a prevalere accettando però una mediazione.
La riunione nel corso della quale sarà letto un discorso di rievocazione della figura di Hu Yaobang avverrà alla presenza di alcune centinaia di invitati, si dice tre-quattrocento, e non di una platea allargata come inizialmente Hu Jintao aveva ipotizzato.
L'attuale segretario e presidente cinese ha dovuto tener conto delle perplessità espresse dalle componenti conservatrici e, pare, persino da Wen Jiabao, il premier considerato l'ala più aperta della nomenklatura. Il risultato è comunque significativo. Quella di Hu Yaobang è stata una storia di coerenza e di coraggio rimasta sepolta per 16 anni. Il movimento democratico nel 1989 era sceso in piazza spinto dalla volontà di raccogliere l'eredità di un riformista convinto. Avevano chiesto di ricordare il loro eroe e si erano trovati i blindati. Hu Yaobang, il 15 aprile 1989, se ne era andato per un attacco di cuore. Gli era venuto nel mezzo di una agitata convocazione dell'ufficio politico, poche settimane prima delle manifestazioni poi represse dai carri armati.
Era stato un comunista illuminato, segretario generale dal febbraio 1980 al gennaio 1987, carica che fu costretto ad abbandonare perché disarcionato dalle componenti integraliste del partito. Hu Yaobang, negli anni Cinquanta, aveva salvato migliaia di piccoli proprietari terrieri e di intellettuali nelle «campagne contro la destra». Questo suo spirito di tolleranza e di rispetto delle opinioni diverse era riemerso e si era trasformato in un appoggio dichiarato alle posizioni innovative che stavano emergendo fra ’86 e ’89. Nei mesi che avevano preceduto i cortei di piazza Tienanmen si era opposto all’intervento dell’esercito. La tenacia gli costò cara. Fu accusato di «deviazionismo» e di tradimento. Lui, che quattordicenne aveva lasciato, nel 1929, la famiglia per unirsi al partito comunista. Che aveva compiuto la Lunga marcia. Che aveva guidato la Gioventù comunista diventando il «tutore» del leader di adesso, Hu Jintao. Che aveva infine appoggiato la svolta di Deng Xiaoping. Hu Yaobang era diventato un nome scomodo, da cancellare dalle memorie e dai libri. Oggi qualcosa è mutato negli equilibri del potere in Cina. Hu Yaobang sarà ricordato a pochi metri da dove i militari spararono sui ragazzi di Tienanmen nel giorno in cui arriva Bush. Non è poco.
Sabina Guzzanti
l'Unità 16.11.05
Da «Viva Zapatero» a «Rockpolitik». Ecco il racconto su come la Rai le abbia impedito di parlare di Andreotti. E i suoi dubbi su una parte della sinistra
Sabina: sono una rompiballe
e adesso vi spiego perché
di Toni Jop
Paolo Rossi ha da pochi minuti smesso di interpretare tutti gli hobbit di «Miracolo a Milano» davanti al pubblico dell’Ambra Jovinelli. E Sabina è seduta di fronte a me in un ufficio del teatro romano. Deserto, poche sigarette e una domanda che viene fuori da sola.
Sabina, in tanti non abbiamo capito cos’è successo sul palco di Celentano quando è toccato a te. Hai lamentato il fatto che sei stata censurata, che ti hanno impedito di dire e fare tutto quello che avresti voluto. Ma non era un’oasi di libertà televisiva, per di più su Raiuno, quel Rockpolitik?
Per certi versi lo è stato, non del tutto per me e non dirmi che la gente non ha capito: i miei “bip” in diretta erano chiari, in più sostenuti dalle didascalie di Celentano che confermava che non si trattava di uno scherzo ma di roba seria, c’era tensione...
Si vedeva, si intuiva: Adriano, per quel che ho visto, ha chiuso male mandando al diavolo la coda ultima della sua trasmissione, interrompendo la canzone, una doccia fredda per 14 milioni di spettatori...
Te l’ho detto, c’era tensione vera. Alle sette di sera stavo pensando di tirarmi indietro, di rinunciare. In sala c’erano tre funzionari Rai e non erano presenze passive: controllavano...
Una cosa alla volta. (Sabina si innervosisce con me che la interrompo, vuol completare pensieri e parole, ma tollera le interruzioni, fino a un certo punto). Perché te ne volevi andare?
All’inizio, dovevo fare anche il numero su Berlusconi, oltre agli altri e mi hanno chiesto di non farlo...
Chi te lo ha impedito?
Nessuno: non era un divieto. Dicevano che c’era troppo Berlusconi nella trasmissione, che l’eccesso avrebbe indebolito la scena. E poi si viveva nella paura che arrivasse la telefonata del premier. Ho accettato queste motivazioni, ma alle corde.
Che cosa avresti voluto fare?
Te l’ho detto: andarmene, ma quando è esplosa la questione Andreotti. C’era un clima che non aiutava: la richiesta dei tre funzionari, che non dovevano esserci e invece c’erano, di leggere il copione. Io che ho detto di no, io che spiego a Freccero che non mi va...
A Freccero? Non me lo vedo Freccero fare il pompiere...
Non mi interrompere. Neanch’io me lo vedo, ma non sta facendo il pompiere: riferisce da Raiuno. Ma non me ne vado, resto. Ho pensato a cosa sarebbe successo se me ne fossi andata, a cominciare dai giornali di sinistra che mi avrebbero bollata come una rompiballe di professione, quella che non gli va mai bene niente, nemmeno Rockpolitik...
Non solo: avresti offerto un bel bersaglio soprattutto alla destra, oltre che a una parte della sinistra pronti a ironizzare sullo “spazio di libertà” conquistato da Celentano...
Sì, e non se lo sarebbe meritato perché quel che ha fatto è importante. Anzi, non lo conoscevo ma devo dire che è stato una bella sorpresa: è un uomo buono, sincero, più veloce di quel che sembra nell’afferrare le cose, nascosto da quegli occhiali... E dagli con le interruzioni: stavo dicendo di Andreotti. Non volevano battute che facessero riferimento al fatto che la sentenza non era di assoluzione ma di prescrizione rispetto a questo reato: partecipazione ad associazione per delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. Niente da fare, questa è stata dura: conviene capirlo, eravamo comunque in casa di Raiuno. Ho dovuto aggirare l’ostacolo con quei bip che tutti hanno sentito, mi hanno tagliato l’intervista e tutto è finito. Del resto, chi si è mai preso la briga di spiegare agli italiani che Andreotti non è stato assolto ma riconosciuto colpevole fino a quella data?
Sabina, scusa, lo ha fatto, nel suo piccolo, l’Unità; ricorda per favore il titolo d’apertura della prima pagina di allora...
Ricordo.
Sabina, una domanda fessa: sei di sinistra?
Mah, ho votato sempre a sinistra, anche se...sinistra...che vuol dire oggi...non è così chiaro...
Come che vuol dire? Che si sta sempre dalla parte del più debole, che il potere appartiene al popolo, che vanno appoggiati tutti i gesti di liberazione dell’uomo...
Ecco, non sono mai stata marxista. Anzi, sono buddista, sono portata a vedere la liberazione dell’uomo più sotto il profilo culturale...mi pare che Marx non si muova molto in questo campo...
Senza offesa, non sta così, ma lasciamo perdere, le vie del signore sono infinite e ciascuno ha la sua, viva la diversità...
Vedi, mi disorienta il fatto che dentro la sinistra ci sia un pensiero che non sarà egemone ma si fa sentire e non mi sembra testimoniare quell’etica che dovrebbe essere necessaria nella pratica di quei concetti con cui disegnavi lo spirito della sinistra. È un pezzo di sinistra che pensa al potere, lo desidera, gli si concede...
Stai pensando alla sinistra che inquadri nel tuo film “Viva Zapatero”?
Anche, sì. Quando si fa così tanta fatica a riconoscere la durezza intollerabile del regime mediatico imposto da Berlusconi per esempio in Rai, qualcosa non funziona. Quel film sta andando bene. Vince un sacco di premi e lo stanno comprando in mezzo mondo. Speriamo che Prodi dia seguito alle sue riflessioni sulla necessità di sottrarre la Rai al controllo dei partiti.
Lella Costa
l'Unità 16.11.05
L’attrice è presidentessa del primo consultorio laico di Milano
«Chiesa e ministri alleati in una campagna d’odio misogino contro di noi»
di Massimo Solani
«Purtroppo in quello che sta succedendo non c’è niente di strano. Il minimo comune denominatore fra le parole del Cardinal Ruini e quelle del ministro Storace è una straordinaria misoginia, resa ancora più preoccupante da una ingerenza della Chiesa che non dovrebbe essere tollerabile. Invece alcuni rappresentanti di questo governo non solo la tollerano, ma si affrettano a recepirla rilanciando di continuo». Lella Costa si accalora, si arrabbia e grida quasi quando si inizia a parlare delle polemiche sulla pillola abortiva. Perché, oltre che artista, lei è anche la presidentessa del Cemp, il primo consultorio laico matrimoniale e prematrimoniale nella città di Milano.
Non trova che l’aspetto più incomprensibile di questa polemica sia il modo in cui sono tratte le donne che scelgono di abortire e che per farlo chiedono di vedersi assicurato un trattamento meno invasivo?
«Certamente. Si tratta di una misoginia vergognosa che spinge a pensare che per le donne sia un piacere abortire - prosegue - Ricordo che tempo fa un parlamentare della maggioranza propose di fare pagare un ticket alle donne che interrompevano la gravidanza dal secondo aborto in poi. Come se si ricorresse all’aborto così, con leggerezza... Trovo che cose di questo genere siano di una violenza inaudita. Se solo si provasse a capire che abortire è un trauma, un rischio e un dolore, forse si porrebbe fine a questo genere di corto circuiti. Anche da parte della Chiesa».
L’onorevole Carlo Casini, fondatore del “movimento per la vita” direbbe che le sue sono provocazioni veterofemministe...
«Ma per carità... Questa gente non sa di cosa parla. Che qualcuno li perdoni perché non sanno quel che fanno o quel che dicono. In Italia siamo ancora al “partorirai con dolore”».
Del resto secondo il cardinal Ruini l’uso della RU486 è «un ulteriore passo in avanti nel percorso che tende a non far percepire la natura reale dell’aborto, che è e rimane soppressione di una vita umana innocente».
«Certo... Piuttosto facciamo nascere comunque tutti i bambini. Ad ogni costo, senza preoccuparci di cosa ne sarà di loro. Lo sa il cardinal Ruini quanti sono i bambini in Italia che lavorano fra i 7 e 14 anni, lo sa quanti quelli che in Europa soffrono di disturbi psichici fin dall’infanzia? Sono il 20%, in Europa e non nel cosiddetto “terzo mondo”. Hanno così a cuore il loro nobile principio della vita che non gli frega un accidente della vita vera. “Metteteli al mondo, salviamo un principio purché sia”, dicono. Ma non si preoccupano di ciò che sarà di questi bambini. È terrificante, così come è terrificante chiedere alle donne di portare a termine una gravidanza che non si possono permettere di portare avanti per mille motivi che nessuno può di sindacare. Dicono: “Ma tanto poi lo si dà in adozione”, come se il legame che si crea con il parto non sia qualcosa che ti cambia la vita. Ripeto, stiamo parlando delle più vergognose manifestazioni di misoginia che si possano immaginare».
Ma non trova che sia più grave che posizioni come quelle di Ruini siano rintracciabili anche nelle azioni di un ministro della Repubblica?
«È proprio questo che è intollerabile e lascia senza parole. Quello che bisognerebbe ribadire spesso, anche se dovrebbe far parte dei fondamenti dello stato laico, è che abortire o divorziare non sono obblighi: sono scelte. Così come lo sarebbe stato far ricorso alla procreazione artificiale se si fosse licenziata una norma un po’ meno infame della legge 40. Non sei obbligata a farlo, ma lo puoi fare. E nessuno può permettersi di vietarti qualcosa che lui non farebbe. Siamo davvero molto lontani da Voltaire... ».
la minoranza ds contro Ruini
l'Unità 16.11.05
Fabio Mussi
Vicepresidente della Camera e dirigente Ds
«Così “invade” la politica. Ma l’Unione dica subito che non toccherà la 194»
di Wanda Marra
Onorevole Mussi, ieri Ruini ha parlato di «pallottole di
carta» a proposito della «pressione» verso i cristiani. È lecito usare un linguaggio del genere?
«Nello spazio pubblico occorre che il linguaggio sia sempre controllato, tanto più quando viene da un’autorità com’è il presidente della Cei. Non m’è piaciuta l’evocazione delle pallottole».
Ruini poi ha detto che stava scherzando...
«Ma sulla stampa troverà delle opinioni più o meno condivise, troverà le critiche, le polemiche che sollevano le sue posizioni, a maggior ragione visto che sempre di più Ruini e la Cei invadono l’autonomia della sfera politica. Quando si evocano pallottole se pure di carta si usa un linguaggio pericoloso e poco controllato. Ruini ha detto che la pace religiosa interessa soprattutto la Chiesa. Ma è un valore fondamentale in un paese democratico, che deve essere garantito dal rispetto tra le parti».
Sempre di più, però, sembra che questa garanzia da parte della Chiesa non ci sia, dall’intervento sul referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita, a quello sui Pacs e ora sulla Ru-486...
«Si deve distinguere tra ciò che è lecito, e ciò non lo è, e non lo decidiamo io o Ruini. È, infatti, regolato da un regime concordatario, che dà molti privilegi, alcuni persino esagerati, alla Chiesa, ma pone anche dei limiti: la Chiesa non può agire come attore politico intervenendo direttamente nella vita dei partiti e dello Stato».
Il Papa anche l’altro ieri ha detto che la Chiesa non lo fa, ma non può tacere sui valori...
«Questo non è vero, se si fa il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita, e la Chiesa dà indicazioni di voto. O se si danno pareri costituzionali sulle leggi dello Stato, come ha fatto Ruini. E per esempio nell’ultimo Sinodo si è detto che bisognerebbe dare indicazioni, affinché non si scelgano candidati favorevoli alla legge sull’aborto. Questo non è legittimo. Dopodiché la Chiesa naturalmente è libera di professare i suoi valori. Ma la legge dello Stato appartiene a un’altra sfera»
È vero che è in corso un’aggressione crescente alla 194?
«Mi pare che stia aumentando la pressione in particolare dopo il fallimento dell’ultimo referendum. La Chiesa deve dire quello che vuole dire. Il problema è la sfera della politica, che non può semplicemente assistere, deve dire la sua. Io sono stato con altri promotore di una raccolta di firme - che ha visto 227 firmatari tra deputati e senatori - in difesa della 194. Chiedo che l’Unione dica - e prima delle elezioni - cose chiare sulla 194. E lo chiedo anche più chiaramente alla lista dell’Ulivo che si formerà alla Camera».
Anche ieri però Sdi e Radicali da una parte e Margherita dall’altra non si sono trovati d’accordo rispetto alle parole di Ruini: c’è stata una forte critica dai primi, e dai secondi un violento invito a non polemizzare. Com’è possibile tenere insieme queste posizioni?
«Non voglio che si faccia un documento sul gradimento che riscuote Ruini, ma che si scriva che la 194, se noi vinciamo le elezioni, non sarà toccata. Come chiedo che l’Unione assuma il punto di vista della libertà per quanto riguarda i diritti delle persone, cominciando dalla questione dei Pacs. E voglio dire un’altra cosa sulla laicità. Papa Ratzinger, durante la sua visita al Quirinale, da poco eletto, fece un discorso sulla sana laicità. Quell’aggettivo è superfluo. Il concetto di laicità è nitido. Vuol dire due cose: neutralità dello Stato rispetto a ideologie e religioni nella formazione delle leggi e spazio comune di libertà, in cui le ideologie e le fedi religiose si misurano, si influenzano. Tutta la società e tutti i soggetti collettivi dovrebbero riconoscersi in questo principio: la laicità è un bene non negoziabile».
quinta colonna vaticana: per la direzione ds, la pia Livia...
Corriere della Sera 16.11.05
«La Chiesa ha il pieno diritto di parlare
Basta scontri o perdiamo i voti cattolici»
intervista a Livia Turco di Paolo Conti
ROMA - «Così torniamo allo scontro tra Guelfi e Ghibellini... ma siamo matti?». Livia Turco, esponente cattolica dei Ds, ammette di essere «preoccupata per le sortite del socialista Boselli e del radicale Capezzone sul cardinal Ruini». Perché questa preoccupazione, Livia Turco?
«Premetto una riflessione, a scanso di equivoci: mi auguro che la Chiesa italiana recuperi sempre più la dimensione pastorale, profetica e di formazione delle coscienze rispettando la laicità dello Stato. Tutti atteggiamenti molto evidenti, fino a poco tempo fa».
Dopo la premessa?
«Ricordo a tutti, a me per prima, che nessuno deve proibire alla Chiesa di dire ciò che vuole. C’è libertà di parola per tutti».
Ma Boselli descrive Ruini come un capo di partito. Capezzone accusa il presidente della Cei di «tentazione padronale».
«Certe posizioni non sono passi avanti verso una nuova concezione della laicità né aiutano a costruire mediazioni avanzate all’interno dell’Ulivo. Al contrario, innescano una nuova guerra e ripropongono una vecchia concezione della laicità su tutto».
Sempre Boselli definisce senza giri di parole una «truffa» l’Otto per mille. E lei?
«Non penso che l’Otto per mille sia una vera urgenza di questo Paese. Sia chiaro, non esistono tabù: io stessa pensai a una riforma ma occorreva rivedere il Concordato. Anche sull’ora di religione per me sarebbe meglio immaginare un insegnamento su tutte le religioni, non solo di quella cattolica che spesso si traduce in un esonero. Ma le priorità sono altre e tante. Soprattutto molto importanti».
A cosa si riferisce?
«Penso alle modifiche da concordare alla legge sulla fecondazione assistita. E ancora: le nuove regole per le coppie di fatto, il modo in cui superare le discriminazioni verso gli omosessuali. E poi dovremo decidere sulle modifiche alla legge sul divorzio per rendere più rapidi gli scioglimenti. Stabilire come superare il proibizionismo sulla droga. E anche come affrontare i problemi legati all’invecchiamento della popolazione... Questa è l’agenda dei veri temi da affrontare per governare».
Sì, ma lei elenca tutto questo per arrivare a quale approdo politico, Livia Turco?
«Se qui si gioca secondo una logica corsara, cioè all’atteggiamento da "o così o niente", si rischia di guadagnare forse tutti i voti radicali, certo non tutti i voti socialisti e di perdere molti voti cattolici. Invece di polemizzare con la Chiesa, scelta che mi pare improduttiva, dovremmo essere coerenti con la nostra volontà di candidarci al governo di questo Paese. L’Unione deve dare vita a una mediazione culturale sui valori e sulle scelte concrete che ho elencato prima. Discutiamo, confrontiamoci, poi decidiamo tutti insieme una linea».
Non è, il suo, un atteggiamento quasi antilaico?
«Al contrario. L’ho già detto: mi auguro che la Chiesa rispetti profondamente la laicità dello Stato. E anch’io ritengo un’incongruenza l’intervento di Ruini sulla pillola RU 486 e il suo silenzio su una Finanziaria che è uno schiaffo alle famiglie. Ma non accetto un’idea di schieramento di centrosinistra o della laicità che abbia come unico obiettivo la riduzione dell’influenza e del peso della Chiesa».
Quale messaggio spedisce, dopo le loro prese di posizione su Ruini, a Boselli e Capezzone?
«Penso che la cultura socialista sia fondamentale per l’Ulivo. E vedo con simpatia e stima il coinvolgimento dei radicali nel centrosinistra. Ma proprio per questo non basta piantare bandiere. Posso capire che per l’immediato ci sia un problema di posizionamento elettorale, quindi di voti. Ma quella strada non ha futuro. Anche in una logica proporzionale balorda come quella della nuova legge non bisogna smarrire lo spirito coalizionale. Che è quello che paga davvero in prospettiva».
Pensa che un futuro governo debba fare i conti con l’universo rappresentato da chi manifesta una fede, un credo?
«Citerò Enrico Berlinguer: spero che il sentimento religioso contribuisca al cambiamento della società italiana. Non ci sono solo i privilegi della Chiesa. Non c’è solo l’Otto per mille. C’è, appunto, un sentimento religioso non solo cattolico ma incarnato da più confessioni, che non intende esprimersi solo in modo privato ma intende concorrere a una diversa e più giusta etica pubblica. Va analizzato, compreso nel contesto di un’Italia spaesata, smarrita, che chiede una risposta a molti quesiti legati a valori etico-culturali. Per questo una nuova guerra Guelfi-Ghibellini e la creazione di nuove divisioni sono solo e soltanto controproducenti».
fosforo bianco
Articolo21.info 16.11.05
''L'abbiamo utilizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici''
L'esercito americano ha utilizzato fosforo bianco durante l'offensiva contro la citta' irachena di Falluja nel novembre 2004. Lo ha confermato un portavoce del Pentagono, interrogato oggi dalla Bbc...
''L'abbiamo utlizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici'', ha dichiarato, rispondendo a una domanda, il tenente colonnello Barry Venable. ''Il fosforo bianco e' un'arma convenzionale, non e' un'arma chimica. Non e' illegale'', ha rilevato l'ufficiale. ''Noi l'utilizziamo in primo luogo come agente oscurante, per cortine fumogene o per illuminare obiettivi'', ha detto. ''E' comunque un'arma incendiaria, che puo' essere utilizzata contro combattenti nemici'', ha aggiunto. Venable ha spiegato alla Bbc la tecnica di impiego del fosforo bianco usata a Falluja. ''Quando hai forze nemiche al riparo, la tua artiglieria con cariche potenti non ha effetto e vuoi stanarle dalle loro posizioni, una delle tecniche e' sparare fosforo bianco. Gli effetti combinati del fuoco e del fumo, e in alcuni casi il terrore causato dall'esplosione, le faranno uscire dai ripari, in modo che tu possa ucciderle con esplosivi potenti'', ha dichiarato. Venable ha fatto in particolare riferimento ad un articolo, pubblicato nel numero di marzo-aprile 2005, della rivista 'Army's Field Artillery', una pubblicazione ufficiale, in cui veterani di Falluja spiegano che il fosforo bianco ''ha dimostrato di essere una munizione efficace e versatile''. Gli autori dell'articolo riconoscono di averlo utilizzato in combattimento, ''come una potente arma psicologica contro i rivoltosi... nelle trincee quando non eravamo in grado di ottenere risultati effettivi con gli esplosivi'' piu' potenti. Secondo i militari in questione, a Falluja non incontrarono praticamente nessun civile. Anche il Dipartimento di Stato, dopo avere negato l'uso di fosforo bianco in Iraq ha fatto marcia indietro, secondo l'Ap, ricordando pero' che non si tratta di armi illegali: ''I fatti sono che le forze Usa non stanno utilizzando armi illegali, ne' a Falluja ne' in qualsiasi citta' dell'Iraq'', e' stato precisato. ''Le forze americane non utilizzano napalm ne' fosforo bianco come arma'', aveva sostenuto l'ambasciatore americano a Londra Robert Tuttle, in una lettera pubblicata dal quotidiano britannico 'Independent'.
''L'inchiesta di RaiNews 24 su Fallujah sta facendo il giro del mondo. Ieri sera un portavoce del Pentagono e' stato costretto ad importanti ammissioni in un intervista alla Bbc. E' un lavoro che rafforza il prestigio di tutta l'informazione del servizio pubblico. Eppure e' forte la sensazione che in troppi, in Rai, siano quasi imbarazzati dalla sua risonanza internazionale''. Lo sottolinea l'Esecutivo Usigrai in una nota. ''Il vertice aziendale - aggiunge il sindacato - e' stato prodigo, nelle scorse settimane, di formali apprezzamenti per prestazioni giornalistiche meno memorabili di questa. Vogliamo sperare che a breve arrivi il segno di un giustificato orgoglio
aziendale anche per l'inchiesta di Sigfrido Ranucci. E chiediamo inoltre di sapere come il vertice aziendale giudichi l'atteggiamento di sottovalutazione, quando non di totale rimozione, che alcune testate della Rai hanno avuto verso una produzione giornalistica della stessa azienda. La Bbc, che cosi' spesso in Italia assumiamo come parametro, ha considerato l'inchiesta di Rai News 24 una notizia importante. Il servizio pubblico si giustifica - conclude l'Usigrai - anche perche' la sua informazione non evita temi scomodi, drammatici, controversi''.
contro il concordato
Associazione "Giordano Bruno" 16.11.05
Il Concordato non è un tabù
Maria Mantello
(presidente della sezione romana dell'Associaziane Nazionale del Libero Pensiero Giordano Bruno)
Il concordato non è intoccabile. Se ne torna a parlare, fino ad ipotizzarne anche l’eliminazione.
La pesante ingerenza della Chiesa nella vita pubblica, sembra aver fatto ricordare agli italiani che la capacità e possibilità d’intervento clericale è direttamente proporzionale alle ingenti somme di denaro che le sono erogate dallo Stato italiano; agli spazi politici che le vengono accordati da tanti mezzi di comunicazione di massa.
Gli italiani sembrano essere stanchi di pagare la Chiesa perché impedisca o boicotti la ricerca scientifica; perché imponga nelle scuole docenti di dottrina cattolica; perché elimini le conquiste civili in materia di sessualità, di paternità e maternità responsabili. Sono stufi di programmi televisivi che propongono come soluzione ai loro problemi economico-sociali la speranza nel miracolo. Sono abbastanza adulti per sapere che al mito della provvidenza bisogna sostituire le politiche sociali. Non sono così sprovveduti da non sapere che il volontariato risolve i problemi occupazionali soltanto per chi lo gestisce.
Insomma, forse, cominciano ad essere stufi di essere trattati come eterni minori, da rinserrare nell’obbedienza al catechismo cattolico del papa re. E per giunta di pagare di tasca loro perché ciò avvenga.
Forse, non se ne sono accorti tanti politici, che continuano a ripetere che altrimenti perdono il voto cattolico. Ma credono veramente che i credenti coincidano con le gerarchie vaticane, sotto la cui ala protettiva si sono posti?
il manifesto 16.11.05
All'orizzonte della sinistra una sfida chiamata Europa
In libreria per Ponte alle grazie esce un libro di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni titolato «L'Europa delle passioni forti»
Valentino Parlato
Non c'è bisogno di scomodare Spinoza per dirci che attraversiamo una lunga stagione di «passioni tristi» e per aggiungere che anche le speranze europeiste (di quasi tutti i colori) si sono piuttosto afflosciate. Non solo, ma anche per tutto ciò, questo libro di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni (un dialogo fitto e sempre problematico) risulta particolarmente utile, utile nel senso del vecchio Brecht delle «Storie di ME-TI». Il senso e l'obiettivo del libro sono dichiarati nel titolo e nell'audace fotomontaggio di copertina. Contro le «passioni tristi l'Europa delle passioni forti» con la famosa immagine del soldato sovietico che sventola la bandiera rossa sul tetto del Reichstag, solo che nella nostra copertina il soldatino impugna la bandiera d'Europa. Morale della favola: se vogliamo un'Europa che controbilanci il monopolarismo Usa e che sia dei popoli e non delle multinazionali ci vuole un grande investimento di idee e di lotte. Sempre per stare all'iconografia, mi viene da aggiungere che la situazione presente potrebbe però essere rappresentata da uno dei tanti dipinti sul «Ratto d'Europa»: una donna bellissima e un po' discinta trascinata dal potentissimo Giove, che ha assunto le sembianze di un grosso toro. Ma il libro non si ferma alla copertina: si articola in cinque densi e problematici capitoli, corredati dalle «note» preziose di Alfonso Gianni, e da appendici di particolare interesse, che comprendono il testo completo dell'appello di Ventotene per un'Europa libera e unità», quella dell'agosto del 1941 firmato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. Innanzitutto, ci si chiede nel libro, che cosa è l'Europa, quale la sua effettiva identità storica e culturale? Senza fermarsi alla contestazione delle «radici cristiane», che non vengono negate, ma immesse in quel crogiuolo di formazione culturale che è stata l'Europa, tale che - è un accenno di Bertinotti - la sovrastruttura ha agito sulla struttura, quasi a dire che l'Europa non è riducibile ai suoi rapporti di produzione. E Bertinotti, a proposito di radici, anche qui ribadisce la sua passione per «il salto della tigre» dell'amato Benjamin.
Ma che quali sono, oggi, le effettive potenzialità dell'Europa e la sua identità? Qui, a mio parere, il giudizio dei due autori è piuttosto negativo. Non condividono l'ipotesi di Rifkin, quella di un modello europeo, più sociale di quello americano. Rifkin - scrivono - è ancora legato a un passato, all'Europa del «compromesso democratico», che fu un prodotto della seconda guerra mondiale. L'attacco al welfare europeo costruito nel secondo dopoguerra è sotto gli occhi di tutti e ora c'è piuttosto una americanizzazione dell'Europa, un'Europa peraltro indebolita dallo spostamento a est del baricentro dell'economia mondiale. Tutto questo risulta aggravato dal trattato europeo e dagli accordi di Maastricht. La normativa europea è tutta orientata al mercato e non alla società. E, tuttavia, questa normativa (per esempio i parametri di Maastricht) fa acqua da tutte le parti, il rallentamento dell'economia costringe gli stati nazionali a superare le soglie di deficit consentite dalla UE e a tagliare ulteriormente la spesa sociale.
Questa Europa appare sempre meno desiderabile e il no della Francia (molto diverso da quello dell'Olanda) mette in evidenza non solo il rifiuto da parte del mondo del lavoro, ma anche di larghi strati popolari, che Fausto Bertinotti definisce come «nuova plebe», il mondo del ceto medio impoverito e del precariato. Ma - e non è di poco peso - tutto questo malessere non diventa ancora volontà politica, quella che si esprime nei partiti, nei giornali; e anche nei sindacati è diviso. Diviso tra chi (Giuliano Amato per esempio) sostiene che l'obiettivo primario, irrinunciabile, è l'unità europea e, quindi, bisogna aver pazienza sulle cose che non vanno e chi invece come la maggioranza dei francesi (ma in Francia c'è stata una grave divisione dei socialisti) dice no. Tuttavia - sostengono nelle conclusioni i due autori - non bisogna rinunciare all'obiettivo dell'unità europea, come condizione necessaria per una politica di pace e un nuovo welfare.
Questa è la sfida per tutte le sinistre europee e in particolare per il partito della sinistra europea che il problema Europa ha posto al centro del suo congresso ad Atene. Vedremo. Come si dice: «se sono rose fioriranno».
Francia /1
il manifesto 16.11.05
Come sempre
Rossana Rossanda
Sulla Francia la stampa, specie italiana e anglosassone, ha dato i numeri. Sabato scorso Parigi doveva bruciare, le periferie l'avrebbero invasa e distrutta. Nulla di questo è successo e le testate di lunedì non sono uscite con un veritiero «forse non avevamo capito», ma parlando d'altro. Se Chirac non avesse inflitto ai francesi un nuovo discorso, oggi Parigi sarebbe dimenticata. Parigi non è bruciata ma qualcosa di stupefacente è accaduto. L'intera sinistra non ha neanche finto di opporsi allo stato d'emergenza che viene da una legge del 1955 durante la guerra di Algeria e porta la macchia di una giornata del 1961, in cui l'allora prefetto Papon spinse ad annegare nella Senna duecento algerini. Dopo di allora di emergenza non si era più parlato, forse per vergogna, finché non è stata resuscitata in questi giorni per difendere le auto dai casseur. Soltanto qualche associazione - la Lega dei diritti dell'uomo, Sos racisme - ha indetto una protesta ma non è riuscita a raccogliere dietro di sé, ancorché autorizzata, abbastanza gente. L'opposizione non si è legata urlando ai banchi dell'Assemblea per contestare l'oltraggioso provvedimento. Il partito socialista che si dilania su tutto si è compattato sul «prima ristabiliamo l'ordine». Ieri l'emergenza è stata prolungata per tre mesi, vedremo quale eroica lotta sosterrà in Assemblea.
La febbre del sabato sera è stata a Parigi tale e quale sempre. Il quartiere latino, un tempo più reattivo, era pieno di giovani che delle banlieues non discutevano affatto. La polizia era del tutto assente. Né le periferie si sono fatte vedere in centro, primo perché non sono kamikaze, secondo perché se Parigi centro se ne frega di loro - scusate l'espressione - loro se ne fregano di Parigi centro. Del resto non hanno in mente di fare la rivoluzione, ne hanno fin sopra i capelli di come sono trattati, senza prospettive, discriminati nel lavoro, in quartieri desolati. Ma continueranno a fare qualche fuoco visto che non c'è modo di farsi ascoltare se non c'è una cinepresa a riprendere pompieri e poliziotti. Del resto nel 2004 più di ventitremila auto sono andate in fumo. Qualche fuocherello si è acceso in altre città, per cui i titoli «Parigi brucia» sono trasformati in «la Francia brucia». Marsiglia, la città di più forte immigrazione, che si è bloccata contro la privatizzazione di un traghetto per la Corsica, non ha battuto ciglio. La grande maggioranza dei sindaci non ha chiesto il coprifuoco neanche nelle «periferie sensibili», grazioso eufemismo. Solo la magistratura imperversa su un centinaio di ragazzi arrestati, processandoli per direttissima, condannando a uno, due, sei mesi dei ventenni che non ne usciranno certo più devoti alle istituzioni. C'è chi ha scritto, e non solo a destra: la repubblica non ha sparato sui suoi figli. Come se lo avesse ritenuto fastidioso ma possibile. Scordavo: una cosa è avvenuta, che il ministro degli interni Sarkozy, andato sugli Champs Élisée per ispezionare la polizia incaricata di difendere la capitale è stato fischiato non dai casseur ma dai passanti e si è dovuto ritirare in fretta.
Perché l'importante è che non succeda niente, che tutto continui come prima. Sono state velocemente restaurate le poche misure che il governo Jospin aveva preso in favore di quei quartieri e che l'attuale governo aveva abolito in nome del risanamento del bilancio, solfa europea. Filosofi e sociologi hanno invaso la scena poco disposti a rilevare l'evidente concreto disagio sociale. Egdar Morin è rimasto neutro, il nostro amico Jean Luc Nancy ha divagato sulla destrutturazione della repubblica, André Gluksmann ha sostenuto che quei ragazzi non protestano perché sono poco integrati ma perché lo sono troppo. E la Francia è rissosa per natura. E giù altri con la diatriba sul modello francese o anglosassone di integrazione su cui le parole di maggior buonsenso sono state scritte da Tommaso Padoa-Schioppa come se, duole dirlo, la Banca centrale avesse i piedi per terra più di altri. Nulla è risolto e nulla è finito. La brace resta accesa. L'estrema sinistra discuterà a lungo se quei ragazzi farebbero meglio ad avere un progetto o se è più rivoluzionario che non ne abbiano nessuno. La vita continua.
Francia /2
il manifesto 16.11.05
Conflitti globali
La feccia svela gli abiti nuovi della République
Notti di fuoco
Yann Moulier Boutang
LA RIVOLTA nelle periferie francesi è un atto d'accusa contro una politica di integrazione che in nome dei diritti universali ha ridotto ad una condizione di sudditanza una parte della società. Lo stato ha risposto con la repressione e inasprendo le leggi sul mercato del lavoro con la speranza che l'ordine possa così essere ripristinato
La «feccia» ha rovinato la festa a un sistema politico chiuso in se stesso. Ma la posta in gioco in Francia è il superamento di un modello europeo di governo del cosiddetto «transcomunitarismo»
Le scuole devastate mostrano come non esista un'«eccezione francese» al multiculturalismo. E i giovani delle banlieue appaiono come i discendenti degli schiavi importati con la forza
I grandi eventi non sono necessariamente belli, né festosi. Colgono di sorpresa, non sono necessariamente fusionali e le ragioni che li determinano non spiegano mai l'istante della loro esplosione. Sono sovradeterminati, come la goccia d'acqua che fa traboccare il vaso. Nel caso di una rivolta, c'è sicuramente una lunga gestazione che arriva ad una soglia critica oltre la quale si smette di obbedire e, spesso, si spacca tutto. Raramente, un'insurrezione è entusiasmante. I suoi protagonisti sono in genere oscuri, confusi, non sempre sono degli eroi. Un'insurrezione è pervasa da una violenza indistinta, senza fini prestabiliti. Contrariamente alle guerre o alle rivoluzioni, i morti che trascina o abbandona nel suo solco non saranno mai decorati. «Melanconia», «disperazione», «nichilismo», «perdita del rispetto di sé»: la destra meno stupida non ci ha messo molto a recitare variazioni all'esercizio obbligatorio di condanna dell'insurrezione delle banlieues francesi di queste settimane (Le Figaro, 7 novembre). Ma sono stati giudizi che hanno apportato pochi ritocchi al bagaglio retorico del pensiero conservatore. Ma è l'imbarazzo della sinistra che lascia invece senza fiato. Forse conserva il ricordo della sua partecipazione all'approvazione delle leggi emergenziali della guerra d'Algeria, che questo governo ha riattivato, dimostrando così che l'emendamento votato in parlamento a difesa degli «aspetti positivi» della colonizzazione, presente nei manuali di storia, non era un incidente di percorso.
L'onore perduto degli intellettuali
Eppure, contro questa oscena mattanza dell'intelligenza, alcune voci isolate cominciano a farsi sentire, come dimostrano l'appello firmato da Etienne Balibar, Bertrand Ogilvie, Monique Chemillier Gendreau, Emmanuel Terray e Fethy Benslama del 10 novembre o gli interventi di Esther Benassa o di Pierre Marcelle (Libération del 9 novembre). Ma sono isolate prese di parola che salvano l'onore di quel che resta degli intellettuali francesi dopo vent'anni di nauseante restaurazione. In Francia, il clima dominante della discussione pubblica ricorda lo sbraitare contro gli «arrabbiati» di Nanterre o le invettive contro i «casseurs» di Saint-Lazare nel `79. In entrambi i casi, la valanga è stata il segno precursore di un cambiamento enorme nella vita pubblica (il Maggio `68, l'alternanza). Di fronte all'insurrezione delle banlieues, la prudenza è finita.
Potrebbe darsi, come osservava Françoise Blum in una coraggiosa tavola rotonda de le Monde l'11 novembre, che questi giovani «apolitici» cambiano la realtà delle cose più dei proclami declamati in questi ultimi trent'anni e che abbiano iniziato a liberarci dell'ingombrante e insopportabile Sarkozy. Cosa che la sinistra «politica e responsabile» impantanata nelle sue cucine presidenziali si è rivelata incapace di fare.
Bisogna difendere la società dall'ordine. Bisogna difendere gli insorti dalla stupidità. E la loro, denunciata fino allo scoramento, non è certamente la più grande in campo. I nostri governi, e qualcuno dei nostri candidati a governare, nelle ultime due settimane hanno assemblato arroganza, cecità sociale, ottusa ostinazione, erronea perseveranza, ricerca affannosa di un consenso tanto assurdo quanto vuoto.
Formiamo una società umana, e non un termitaio, nella misura in cui noi (dico appunto noi) siamo capaci di rabbia (che è sempre una follia) e di insurrezioni. Insurrezioni, esattamente. Basta guardare qualunque manuale di storia. Nella misura in cui siamo capaci di produrle innanzitutto attraverso una lunga e ripetuta cecità e poi di riconoscere in esse i nostri figli (e non quelli degli «esclusi», degli «altri», degli «stranieri» che rispediamo indietro in aereo). Capaci, poi, di rispettare il dolore di ogni essere che condivida con noi un lembo del pianeta Terra; capaci di collera contro l'assurda razionalità dei dispositivi giuridici che permettono l'esistenza di una pena di morte «indiretta» in un'Europa che l'ha bandita come strumento di stato. Capaci, anche, di controllare un terrore panico di fronte a quel gelido futuro che è già il nostro presente e di cui questi insorti ci consegnano il ritratto crudele. Capaci, infine, di reagire con intelligenza di fronte a questo evento brutale, di tener conto di quello che viene detto, della sua posta in gioco.
La soglia del silenzio
Nelle società della comunicazione la soglia dell'udibile si è fatta elevata. Il setaccio della notizia pertinente costa caro. Basta vedere quanto costa la pubblicità ai potenti. Gli umiliati, gli offesi non hanno questi mezzi. Affinché la società mediatica iniziasse a sentire i messaggi subliminali degli insorti, ci sono voluti cassonetti carbonizzati, tram incendiati, due, tremila auto bruciate, qualche scuola saccheggiata e un centro commerciale derubato; ma anche tre morti, cosa incommensurabile, e, fatto non meno catastrofico, centinaia di giovani arrestati, decine di espulsi (senz'altro torneranno a Ceuta e Melilla, a tentare di scalare i fili spinati della fortezza Europa per tornare a casa loro, ovvero in Francia). Insomma, di fronte a quanto accaduto nelle città francesi il ricorso a una legge che proclama lo stato d'eccezione e il coprifuoco appare niente altro che una scaltra e al tempo stesso insopportabile mossa giuridica.
Le notti di fuoco hanno mandato un messaggio alla società francese tutta. E se poi i giovani si rifiutano di parlare, il loro silenzio è da considerare anch'esso un messaggio. Qualunque insegnante lo sa. Occorre meritarla, la parola che ci viene rivolta. Presuppone fiducia, amore, rispetto e non dichiarazioni di guerra. Il linguaggio da guerra del ministro dell'interno, annunciato da un vigliacco e fascistoide «faremo una bella pulizia nei quartieri», ha ottenuto la risposta che meritava. Il ministro incaricato dell'integrazione, Azouz Begag, non si è astenuto dal dirlo diverse volte durante la crisi. E avremmo persino potuto vedere di peggio.
Tenuto conto dei quotidiani «incidenti» della polizia, del razzismo, della disastrosa e feroce discriminazione nell'accesso al mercato del lavoro e della casa, senza contare le altre discriminazioni culturali che fanno altrettanto male, la Francia può ritenere di essersela cavata a buon mercato (a questo proposito si vedano i lavori di Richard Alba e Roxane Silberman che hanno comparato la condizione delle «seconde generazioni» sulle due sponde dell'Atlantico: il risultato francese è catastrofico, con un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d'Europa). Davvero, gli insorti non ascoltano nessuno? Il loro era un mutismo da imbecilli? È difficile crederlo, quando ogni provocazione del governo (Sarkozy che il 30 ottobre parlava di feccia e tolleranza zero, le misure annunciate dal capo del governo Dominique de Villepin il 1 novembre) ha comportato un allargamento dell'ondata di esasperazione.
E' molto più che un sospetto ritenere che il brusio delle istituzioni sull'ordine e l'autorità da restaurare, sull'universalismo della legge mirava a saturare le deboli capacità uditive e analitiche del quarto potere. Vi è però riuscito in parte, visto che i pur pochi reportage dalle banlieues erano invece terribilmente eloquenti.
Grazie a questa insurrezione, è divenuto difficile nascondere la cecità della Francia di fronte ai nodi razziali, «sessuali» della question sociale, argomento considerato cruciale per la comprensione della globalizzazione, come testimoniano i lavori di Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e del Fernand Braudel Centre.
E se non è proprio cieca, la Francia è quantomeno blind colour - come dicono crudamente gli inglesi -: le televisioni evocano quotidianamente i problemi di integrazione nelle banlieues, mostrando giovani neri, spesso francesi o originari delle nostre ex colonie (ad esempio la Costa d'Avorio, dove ci sono truppe francesi), ma i commentatori continuano a parlare di maghrebini e di Islam, mentre i «portavoce» del potere statale, imperturbabili, dichiarano che nello spazio pubblico francese non esistono comunità, in opposizione alla cattiva concezione anglosassone (in effetti protestante, ma questo non lo sanno) che riconosce l'appartenenza etnica comunitaria, dalla quale non si può prescindere se vogliamo ripartire dall'esistente e non da quel «popolo» stereotipato di cui parla il governo di Parigi.
I bastardi di Sartre
La Repubblica francese ha realizzato, in modo pessimo, la decolonizzazione esterna, ma non ha fatto grandi progressi nella decolonizzazione interna. Qualche insegnamento post-coloniale impartito agli alti funzionari e nelle scuole pubbliche sarebbe un primo passo verso il controllo democratico della sua polizia. Il dato agghiacciante del comportamento delle forze dell'ordine non viene dal poliziotto inesperto e impaurito (benché i ragazzini dei quartieri sappiano fare la differenza tra i poliziotti corretti e i veri «razzisti» - quelli che Sartre avrebbe chiamato «i bastardi»), ma sono le frasette dei responsabili di più alto livello che funzionano come promesse di impunità nei confronti di ogni supruso e violenza della polizia; e che producono meccanicamente un incremento degli «incidenti di polizia».
La Repubblica è nuda. Come un gruppuscolo di ricercatori, tra cui chi scrive, non ha smesso di dire in tutti questi anni, spesso parlando al vento, l'ideologia repubblicana francese assimilazionista non ha capito molto dell'integrazione «transcomunitaria» all'epoca della globalizzazione. È rimasta a quel «popolo» venuto al mondo col forcipe «identitario» con l'ausilio della sorveglianza coloniale. Un primo passo verso la miglior comprensione della question sociale potrebbe andare nella direzione di un'analisi serrata e «disincantata» del patchwork sociale, culturale, etnico delle periferie metropolitane. Si tratterebbe di devolvere una parte, piccola, dei finanziamenti dell'ennesimo piano per le banlieues, che senza un'innovazione teorica al problema non sposterà di una virgola questa moderna «cascata di disprezzo», alla quale Voltaire riduceva la società francese prima della Rivoluzione dell'89 e contro la quale hanno reagito gli insorti di oggi.
Loïc Wacquant e altri ricercatori in scienze sociali ci hanno spiegato, negli ultimi decenni, che le periferie francesi non erano le periferie americane, che non c'erano ghetti, che la Repubblica ci preservava dalla formazione di minoranze come è accaduto oltre Atlantico. Dominique Schnapper, in un libro sulla nazione, ci aveva spiegato che il modello francese universalista si opponeva a quello del Volk tedesco fondato sulla comunità linguistica e sul sangue. In realtà la vera posta in gioco riguarda il modello europeo di governo delle migrazioni. Quello vigente è: razzista perché rifiuta il diritto di permanenza della popolazione straniera; chiuso in se stesso perché raffigura l'Europa come una fortezza che delinea i suoi confini con il filo spinato. In oltre cinquant'anni, l'Europa ha prodotto minoranze etniche che assomigliano non ai figli degli immigrati negli Stati Uniti, ma ai discendenti degli schiavi importati a forza. I giovani delle periferie europee stanno diventando i neri degli Stati Uniti. Watts e Los Angeles non sono alle nostre spalle, ma sono il futuro che ci attende. Per un'ironia della storia, la Repubblica, che doveva proteggerci da questo destino, sta procedendo molto più velocemente di quanto abbia fatto il modello britannico.
La Repubblica, cioè la Francia è una democrazia incompiuta, così come sono incompiute le democrazie di molti paesi a tutte le latitudini. Non c'è, dunque, nessuna eccezione francese.
Nel celebre racconto di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell'imperatore, alla sfilata in cui si pavoneggia un monarca inquieto, attorniato da una corte ossequiosa, basta la flebile voce di un bambino a rendere visibile ciò che è flagrante. Rivela il disordine dell'ordine e rimanda alla sua impostura: «"Ma non ha alcun vestito!" L'imperatore fu colto da un fremito, gli sembrava che il popolo avesse ragione, ma disse tra sé: "Devo tener duro fino alla fine della processione". E il corteo proseguì la sua strada e i ciambellani continuarono a portare lo strascico che non c'era».
Nella Francia del 2005 il carro dello stato, accompagnato dai gargoyl, dal monarca con i suoi principi primi e dal suo visir in incognito eppure molto ciarliero in televisione, va poco in quelle banlieues che ha lui stesso creato: preferisce il lustro degli Champs Elysées o l'efficacia birbona dei viaggi elettorali organizzati su misura in una provincia rurale o in un centro storico ristrutturato, a uso e consumo dei ricchi. E quando, ripreso da telecamere adulanti, si avventura al capezzale delle banlieues, è perché si è fatta attenzione a levare di mezzo quella «feccia» che non sta bene mostrare in televisione.
Questa volta la «feccia» si è invitata alla parata. E nessuno, tranne uno stato segnato da cecità, da sempre culla delle rivoluzioni, può dire di non averne sentito la voce. Di certo non è la voce dell'innocenza, ma quella meno confortante della verità sulla nostra società repubblicana e nazionale. Con totale incoscienza e disprezzo del pericolo, la «feccia» ha urlato con rabbia: «la Repubblica è nuda! Il razzismo è quotidiano. Perché valiamo tanto poco, da esser trattati come lobotomizzati?». Ma non siamo in un racconto di Andersen, ma in un paese raramente riformista, di tanto in tanto rivoluzionario, più frequentemente reazionario.
Ordine e lavoro
La «feccia» pagherà cara quell'insolenza. Migliaia le denunce, altrettanti i fermi e gli arresti, condanne a pioggia. Di che esasperare i magistrati, incaricati d'ora in poi di preservare un ordine che la polizia, con il suo lavoro sul campo, ha reso ingestibile con l'attiva benedizione di un candidato alle presidenziali 2007 intento ad adulare schieramenti «sovranisti», fronti razzisti e sinistra statalista. Una moltitudine insignificante, inafferrabile, che esprime un messaggio insieme muto e insopportabile, «pagherà con le espulsioni». E saranno espulsi immigrati con regolare permesso di soggiorno, come ha annunciato - con una noncuranza che ben traduce la sua scarsa cultura e il suo rispetto per il diritto - quello stesso ministro dell'interno che pure si era espresso per l'abolizione della double peine.
Se dietro il Sarkozy d'Orléan fa capolino una destra bonapartista, avida di potere, tra i neo-gollisti, dunque bonapartisti, prende piede il paternalismo padronale del XIX secolo. Dopo l'ordine, il lavoro (la famiglia dopo), la patria verrà senz'altro aggiunta. In tal modo il primo ministro ha scagliato un'arma invincibile contro le cause che alimentano l'esplosione della «feccia». Ci occuperemo di questi giovani: a 14 anni gli troveremo un lavoro da apprendisti, li iscriveremo alle agenzie di collocamento per proporgli quei bei contratti di lavoro che prevedono un terzo e la metà del salario minimo (tra i 300 e i 500 euro). L'ultima parola spetterà comunque alla legge, ripetono gli esponenti del governo e i funzionari statali. Come a convincersi di una storia alla quale hanno smesso di credere, questi servitori di una Repubblica vestita con il mirabolante costume dell'integrazione «alla francese» che non smettono di venderci ogni sorta di abito taroccato. Gridando rabbiosamente che la Repubblica è nuda, gli insorti hanno difeso la società. Anche noi sosteniamo, in modo fermo e posato, che «bisogna difendere la società». Perché sappiano che non sono soli.
Traduzione di Ilaria Bussoni
aborto
il manifesto 16.11.05
Scontro sulla Ru486
La Cei: «E' sempre un omicidio» Sinistre contro Storace, la Margherita difende Ruini
ROMA. Lo scontro che si aperto nel Paese sull'aborto e in particolare sulla sperimentazione della pillola Ru486 non accenna a diminuire. Ieri la Conferenza episcopale è tornata sull'argomento ribadendo il concetto già espresso lunedì dal cardinale Camillo Ruini, che aveva condannato la pillola abortiva: «L'aborto non può essere inserito tra i diritti civili», ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, mentre un altro prelato, monsignor Javier Lozano Barragan, ministro della Salute del papa ha sottolineato ancora una volta la posizione della Chiesa per la quale «un aborto, piccolo o grande sia, è sempre un omicidio della peggiore qualità». Parole dure, che mal si conciliano con l'intenzione manifestata dalla Santa sede di non voler polemizzare o interferire nella vita politica italiana. Sul fronte opposto, intanto, cresce il numero delle regioni che chiedono di poter sperimentare la pillola abortiva. Dopo Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio, ieri si è aggiunta anche la Campania e questo nonostante i tentativi del ministro della salute Francesco Storace di fermare le strutture pubbliche in cui la pillola viene distribuita. Una scelta duramente criticata dalle opposizioni: «E' strabiliante - ha detto ieri Livia Turco, responsabile Ds per il Welfare - sentire dal ministro torace un'affermazione quale "C'è una gara fra le Regioni per non far mettere la mondo figli" quando lui e il suo governo stanno mortificando le famiglie italiane, soprattutto quelle numerose». Di «attacco incrociato» alla legge 194 parla invece Katia Belillo, responsabile Diritti per il Pdci. «Oggi, con le parole dei cardinal Ruini e Barragan, si torna a parlare di aborto con toni medievali e da Santa inquisizione, con argomenti che non hanno nulla si scientifico». Per la verde Luana Zanella, invece, è importante che continui a garantire l'applicazione della legge 194, mentre «è irresponsabile chi tenta di delegittimarla».
Compatto nel difendere la legge 194, il centrosinistra si divide invece sulle parole di Ruini che trova difensori nella Margherita. Come ilo capogruppo alla Camera Pierluigi Castagnetti: «Non c'è dubbio - ha detto - che l'uso di questa pillola è una modalità di realizzare l'aborto e non si può pretendere che la Chiesa rinunci alla sua posizione sull'aborto». Praticamente la stessa cosa la dice anche Rosy Bindi: «Ritengo che le parole pronunciate dal cardinal Ruini sulla pillola abortiva siano degne di rispetto e considerazione», è il parere dell'ex ministro della Sanità. «Per quanto mi riguarda credo che la pillola abortiva vada usata entro i termini della legge 194 e che non possa diventare una scorciatoia per aggirare i limiti imposti dalla legge.
Un appello ano fermare la sperimentazione arriva intanto da Etienne-Emile Baulieu, considerato il padre della Ru486. «La situazione n Italia è molto seria - ha detto il ricercatore - e per questo ho accettato di fare visita a fine mese ai miei colleghi italiani: non c'è nessuna ragione per fermare il medicinale, appartiene alle donne». Lo scienziato ha poi aggiunto che il farmaco si sta sperimentando anche per la cura di malattie come i fibromi.
cambiamento in Cina?
Corriere della Sera 16.11.05
Morì nell’89: un infarto durante una riunione molto tesa dell’ufficio politico. Per lui gli studenti scesero in piazza
Pechino riabilita il leader che ispirò Tienanmen
In coincidenza con la visita di Bush, cerimonia per il riformista Hu Yaobang
Fabio Cavalera
PECHINO - La Cina commemora e riabilita Hu Yaobang, il vecchio segretario comunista che negli anni Ottanta aveva tentato di democratizzare il Paese e che per questo era stato costretto a pagare con le dimissioni. Accadrà alla fine della settimana, probabilmente venerdì, nella sala della Assemblea nazionale del popolo alla presenza dei dirigenti del governo e del partito, in coincidenza con l'arrivo del presidente americano Bush.
Segnale politico importante che certifica la forza dell'attuale numero uno della gerarchia, Hu Jintao, il quale ha voluto imporre la cerimonia nonostante l'opposizione di 4 dei 9 membri del politburo, l'ufficio di comando della Cina, preoccupati dalla prospettiva di rimettere in gioco i settori più liberali della società. Alla fine di un confronto che è durato alcuni mesi, Hu Jintao è riuscito a prevalere accettando però una mediazione.
La riunione nel corso della quale sarà letto un discorso di rievocazione della figura di Hu Yaobang avverrà alla presenza di alcune centinaia di invitati, si dice tre-quattrocento, e non di una platea allargata come inizialmente Hu Jintao aveva ipotizzato.
L'attuale segretario e presidente cinese ha dovuto tener conto delle perplessità espresse dalle componenti conservatrici e, pare, persino da Wen Jiabao, il premier considerato l'ala più aperta della nomenklatura. Il risultato è comunque significativo. Quella di Hu Yaobang è stata una storia di coerenza e di coraggio rimasta sepolta per 16 anni. Il movimento democratico nel 1989 era sceso in piazza spinto dalla volontà di raccogliere l'eredità di un riformista convinto. Avevano chiesto di ricordare il loro eroe e si erano trovati i blindati. Hu Yaobang, il 15 aprile 1989, se ne era andato per un attacco di cuore. Gli era venuto nel mezzo di una agitata convocazione dell'ufficio politico, poche settimane prima delle manifestazioni poi represse dai carri armati.
Era stato un comunista illuminato, segretario generale dal febbraio 1980 al gennaio 1987, carica che fu costretto ad abbandonare perché disarcionato dalle componenti integraliste del partito. Hu Yaobang, negli anni Cinquanta, aveva salvato migliaia di piccoli proprietari terrieri e di intellettuali nelle «campagne contro la destra». Questo suo spirito di tolleranza e di rispetto delle opinioni diverse era riemerso e si era trasformato in un appoggio dichiarato alle posizioni innovative che stavano emergendo fra ’86 e ’89. Nei mesi che avevano preceduto i cortei di piazza Tienanmen si era opposto all’intervento dell’esercito. La tenacia gli costò cara. Fu accusato di «deviazionismo» e di tradimento. Lui, che quattordicenne aveva lasciato, nel 1929, la famiglia per unirsi al partito comunista. Che aveva compiuto la Lunga marcia. Che aveva guidato la Gioventù comunista diventando il «tutore» del leader di adesso, Hu Jintao. Che aveva infine appoggiato la svolta di Deng Xiaoping. Hu Yaobang era diventato un nome scomodo, da cancellare dalle memorie e dai libri. Oggi qualcosa è mutato negli equilibri del potere in Cina. Hu Yaobang sarà ricordato a pochi metri da dove i militari spararono sui ragazzi di Tienanmen nel giorno in cui arriva Bush. Non è poco.
Sabina Guzzanti
l'Unità 16.11.05
Da «Viva Zapatero» a «Rockpolitik». Ecco il racconto su come la Rai le abbia impedito di parlare di Andreotti. E i suoi dubbi su una parte della sinistra
Sabina: sono una rompiballe
e adesso vi spiego perché
di Toni Jop
Paolo Rossi ha da pochi minuti smesso di interpretare tutti gli hobbit di «Miracolo a Milano» davanti al pubblico dell’Ambra Jovinelli. E Sabina è seduta di fronte a me in un ufficio del teatro romano. Deserto, poche sigarette e una domanda che viene fuori da sola.
Sabina, in tanti non abbiamo capito cos’è successo sul palco di Celentano quando è toccato a te. Hai lamentato il fatto che sei stata censurata, che ti hanno impedito di dire e fare tutto quello che avresti voluto. Ma non era un’oasi di libertà televisiva, per di più su Raiuno, quel Rockpolitik?
Per certi versi lo è stato, non del tutto per me e non dirmi che la gente non ha capito: i miei “bip” in diretta erano chiari, in più sostenuti dalle didascalie di Celentano che confermava che non si trattava di uno scherzo ma di roba seria, c’era tensione...
Si vedeva, si intuiva: Adriano, per quel che ho visto, ha chiuso male mandando al diavolo la coda ultima della sua trasmissione, interrompendo la canzone, una doccia fredda per 14 milioni di spettatori...
Te l’ho detto, c’era tensione vera. Alle sette di sera stavo pensando di tirarmi indietro, di rinunciare. In sala c’erano tre funzionari Rai e non erano presenze passive: controllavano...
Una cosa alla volta. (Sabina si innervosisce con me che la interrompo, vuol completare pensieri e parole, ma tollera le interruzioni, fino a un certo punto). Perché te ne volevi andare?
All’inizio, dovevo fare anche il numero su Berlusconi, oltre agli altri e mi hanno chiesto di non farlo...
Chi te lo ha impedito?
Nessuno: non era un divieto. Dicevano che c’era troppo Berlusconi nella trasmissione, che l’eccesso avrebbe indebolito la scena. E poi si viveva nella paura che arrivasse la telefonata del premier. Ho accettato queste motivazioni, ma alle corde.
Che cosa avresti voluto fare?
Te l’ho detto: andarmene, ma quando è esplosa la questione Andreotti. C’era un clima che non aiutava: la richiesta dei tre funzionari, che non dovevano esserci e invece c’erano, di leggere il copione. Io che ho detto di no, io che spiego a Freccero che non mi va...
A Freccero? Non me lo vedo Freccero fare il pompiere...
Non mi interrompere. Neanch’io me lo vedo, ma non sta facendo il pompiere: riferisce da Raiuno. Ma non me ne vado, resto. Ho pensato a cosa sarebbe successo se me ne fossi andata, a cominciare dai giornali di sinistra che mi avrebbero bollata come una rompiballe di professione, quella che non gli va mai bene niente, nemmeno Rockpolitik...
Non solo: avresti offerto un bel bersaglio soprattutto alla destra, oltre che a una parte della sinistra pronti a ironizzare sullo “spazio di libertà” conquistato da Celentano...
Sì, e non se lo sarebbe meritato perché quel che ha fatto è importante. Anzi, non lo conoscevo ma devo dire che è stato una bella sorpresa: è un uomo buono, sincero, più veloce di quel che sembra nell’afferrare le cose, nascosto da quegli occhiali... E dagli con le interruzioni: stavo dicendo di Andreotti. Non volevano battute che facessero riferimento al fatto che la sentenza non era di assoluzione ma di prescrizione rispetto a questo reato: partecipazione ad associazione per delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980. Niente da fare, questa è stata dura: conviene capirlo, eravamo comunque in casa di Raiuno. Ho dovuto aggirare l’ostacolo con quei bip che tutti hanno sentito, mi hanno tagliato l’intervista e tutto è finito. Del resto, chi si è mai preso la briga di spiegare agli italiani che Andreotti non è stato assolto ma riconosciuto colpevole fino a quella data?
Sabina, scusa, lo ha fatto, nel suo piccolo, l’Unità; ricorda per favore il titolo d’apertura della prima pagina di allora...
Ricordo.
Sabina, una domanda fessa: sei di sinistra?
Mah, ho votato sempre a sinistra, anche se...sinistra...che vuol dire oggi...non è così chiaro...
Come che vuol dire? Che si sta sempre dalla parte del più debole, che il potere appartiene al popolo, che vanno appoggiati tutti i gesti di liberazione dell’uomo...
Ecco, non sono mai stata marxista. Anzi, sono buddista, sono portata a vedere la liberazione dell’uomo più sotto il profilo culturale...mi pare che Marx non si muova molto in questo campo...
Senza offesa, non sta così, ma lasciamo perdere, le vie del signore sono infinite e ciascuno ha la sua, viva la diversità...
Vedi, mi disorienta il fatto che dentro la sinistra ci sia un pensiero che non sarà egemone ma si fa sentire e non mi sembra testimoniare quell’etica che dovrebbe essere necessaria nella pratica di quei concetti con cui disegnavi lo spirito della sinistra. È un pezzo di sinistra che pensa al potere, lo desidera, gli si concede...
Stai pensando alla sinistra che inquadri nel tuo film “Viva Zapatero”?
Anche, sì. Quando si fa così tanta fatica a riconoscere la durezza intollerabile del regime mediatico imposto da Berlusconi per esempio in Rai, qualcosa non funziona. Quel film sta andando bene. Vince un sacco di premi e lo stanno comprando in mezzo mondo. Speriamo che Prodi dia seguito alle sue riflessioni sulla necessità di sottrarre la Rai al controllo dei partiti.
Lella Costa
l'Unità 16.11.05
L’attrice è presidentessa del primo consultorio laico di Milano
«Chiesa e ministri alleati in una campagna d’odio misogino contro di noi»
di Massimo Solani
«Purtroppo in quello che sta succedendo non c’è niente di strano. Il minimo comune denominatore fra le parole del Cardinal Ruini e quelle del ministro Storace è una straordinaria misoginia, resa ancora più preoccupante da una ingerenza della Chiesa che non dovrebbe essere tollerabile. Invece alcuni rappresentanti di questo governo non solo la tollerano, ma si affrettano a recepirla rilanciando di continuo». Lella Costa si accalora, si arrabbia e grida quasi quando si inizia a parlare delle polemiche sulla pillola abortiva. Perché, oltre che artista, lei è anche la presidentessa del Cemp, il primo consultorio laico matrimoniale e prematrimoniale nella città di Milano.
Non trova che l’aspetto più incomprensibile di questa polemica sia il modo in cui sono tratte le donne che scelgono di abortire e che per farlo chiedono di vedersi assicurato un trattamento meno invasivo?
«Certamente. Si tratta di una misoginia vergognosa che spinge a pensare che per le donne sia un piacere abortire - prosegue - Ricordo che tempo fa un parlamentare della maggioranza propose di fare pagare un ticket alle donne che interrompevano la gravidanza dal secondo aborto in poi. Come se si ricorresse all’aborto così, con leggerezza... Trovo che cose di questo genere siano di una violenza inaudita. Se solo si provasse a capire che abortire è un trauma, un rischio e un dolore, forse si porrebbe fine a questo genere di corto circuiti. Anche da parte della Chiesa».
L’onorevole Carlo Casini, fondatore del “movimento per la vita” direbbe che le sue sono provocazioni veterofemministe...
«Ma per carità... Questa gente non sa di cosa parla. Che qualcuno li perdoni perché non sanno quel che fanno o quel che dicono. In Italia siamo ancora al “partorirai con dolore”».
Del resto secondo il cardinal Ruini l’uso della RU486 è «un ulteriore passo in avanti nel percorso che tende a non far percepire la natura reale dell’aborto, che è e rimane soppressione di una vita umana innocente».
«Certo... Piuttosto facciamo nascere comunque tutti i bambini. Ad ogni costo, senza preoccuparci di cosa ne sarà di loro. Lo sa il cardinal Ruini quanti sono i bambini in Italia che lavorano fra i 7 e 14 anni, lo sa quanti quelli che in Europa soffrono di disturbi psichici fin dall’infanzia? Sono il 20%, in Europa e non nel cosiddetto “terzo mondo”. Hanno così a cuore il loro nobile principio della vita che non gli frega un accidente della vita vera. “Metteteli al mondo, salviamo un principio purché sia”, dicono. Ma non si preoccupano di ciò che sarà di questi bambini. È terrificante, così come è terrificante chiedere alle donne di portare a termine una gravidanza che non si possono permettere di portare avanti per mille motivi che nessuno può di sindacare. Dicono: “Ma tanto poi lo si dà in adozione”, come se il legame che si crea con il parto non sia qualcosa che ti cambia la vita. Ripeto, stiamo parlando delle più vergognose manifestazioni di misoginia che si possano immaginare».
Ma non trova che sia più grave che posizioni come quelle di Ruini siano rintracciabili anche nelle azioni di un ministro della Repubblica?
«È proprio questo che è intollerabile e lascia senza parole. Quello che bisognerebbe ribadire spesso, anche se dovrebbe far parte dei fondamenti dello stato laico, è che abortire o divorziare non sono obblighi: sono scelte. Così come lo sarebbe stato far ricorso alla procreazione artificiale se si fosse licenziata una norma un po’ meno infame della legge 40. Non sei obbligata a farlo, ma lo puoi fare. E nessuno può permettersi di vietarti qualcosa che lui non farebbe. Siamo davvero molto lontani da Voltaire... ».
la minoranza ds contro Ruini
l'Unità 16.11.05
Fabio Mussi
Vicepresidente della Camera e dirigente Ds
«Così “invade” la politica. Ma l’Unione dica subito che non toccherà la 194»
di Wanda Marra
Onorevole Mussi, ieri Ruini ha parlato di «pallottole di
carta» a proposito della «pressione» verso i cristiani. È lecito usare un linguaggio del genere?
«Nello spazio pubblico occorre che il linguaggio sia sempre controllato, tanto più quando viene da un’autorità com’è il presidente della Cei. Non m’è piaciuta l’evocazione delle pallottole».
Ruini poi ha detto che stava scherzando...
«Ma sulla stampa troverà delle opinioni più o meno condivise, troverà le critiche, le polemiche che sollevano le sue posizioni, a maggior ragione visto che sempre di più Ruini e la Cei invadono l’autonomia della sfera politica. Quando si evocano pallottole se pure di carta si usa un linguaggio pericoloso e poco controllato. Ruini ha detto che la pace religiosa interessa soprattutto la Chiesa. Ma è un valore fondamentale in un paese democratico, che deve essere garantito dal rispetto tra le parti».
Sempre di più, però, sembra che questa garanzia da parte della Chiesa non ci sia, dall’intervento sul referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita, a quello sui Pacs e ora sulla Ru-486...
«Si deve distinguere tra ciò che è lecito, e ciò non lo è, e non lo decidiamo io o Ruini. È, infatti, regolato da un regime concordatario, che dà molti privilegi, alcuni persino esagerati, alla Chiesa, ma pone anche dei limiti: la Chiesa non può agire come attore politico intervenendo direttamente nella vita dei partiti e dello Stato».
Il Papa anche l’altro ieri ha detto che la Chiesa non lo fa, ma non può tacere sui valori...
«Questo non è vero, se si fa il referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita, e la Chiesa dà indicazioni di voto. O se si danno pareri costituzionali sulle leggi dello Stato, come ha fatto Ruini. E per esempio nell’ultimo Sinodo si è detto che bisognerebbe dare indicazioni, affinché non si scelgano candidati favorevoli alla legge sull’aborto. Questo non è legittimo. Dopodiché la Chiesa naturalmente è libera di professare i suoi valori. Ma la legge dello Stato appartiene a un’altra sfera»
È vero che è in corso un’aggressione crescente alla 194?
«Mi pare che stia aumentando la pressione in particolare dopo il fallimento dell’ultimo referendum. La Chiesa deve dire quello che vuole dire. Il problema è la sfera della politica, che non può semplicemente assistere, deve dire la sua. Io sono stato con altri promotore di una raccolta di firme - che ha visto 227 firmatari tra deputati e senatori - in difesa della 194. Chiedo che l’Unione dica - e prima delle elezioni - cose chiare sulla 194. E lo chiedo anche più chiaramente alla lista dell’Ulivo che si formerà alla Camera».
Anche ieri però Sdi e Radicali da una parte e Margherita dall’altra non si sono trovati d’accordo rispetto alle parole di Ruini: c’è stata una forte critica dai primi, e dai secondi un violento invito a non polemizzare. Com’è possibile tenere insieme queste posizioni?
«Non voglio che si faccia un documento sul gradimento che riscuote Ruini, ma che si scriva che la 194, se noi vinciamo le elezioni, non sarà toccata. Come chiedo che l’Unione assuma il punto di vista della libertà per quanto riguarda i diritti delle persone, cominciando dalla questione dei Pacs. E voglio dire un’altra cosa sulla laicità. Papa Ratzinger, durante la sua visita al Quirinale, da poco eletto, fece un discorso sulla sana laicità. Quell’aggettivo è superfluo. Il concetto di laicità è nitido. Vuol dire due cose: neutralità dello Stato rispetto a ideologie e religioni nella formazione delle leggi e spazio comune di libertà, in cui le ideologie e le fedi religiose si misurano, si influenzano. Tutta la società e tutti i soggetti collettivi dovrebbero riconoscersi in questo principio: la laicità è un bene non negoziabile».
quinta colonna vaticana: per la direzione ds, la pia Livia...
Corriere della Sera 16.11.05
«La Chiesa ha il pieno diritto di parlare
Basta scontri o perdiamo i voti cattolici»
intervista a Livia Turco di Paolo Conti
ROMA - «Così torniamo allo scontro tra Guelfi e Ghibellini... ma siamo matti?». Livia Turco, esponente cattolica dei Ds, ammette di essere «preoccupata per le sortite del socialista Boselli e del radicale Capezzone sul cardinal Ruini». Perché questa preoccupazione, Livia Turco?
«Premetto una riflessione, a scanso di equivoci: mi auguro che la Chiesa italiana recuperi sempre più la dimensione pastorale, profetica e di formazione delle coscienze rispettando la laicità dello Stato. Tutti atteggiamenti molto evidenti, fino a poco tempo fa».
Dopo la premessa?
«Ricordo a tutti, a me per prima, che nessuno deve proibire alla Chiesa di dire ciò che vuole. C’è libertà di parola per tutti».
Ma Boselli descrive Ruini come un capo di partito. Capezzone accusa il presidente della Cei di «tentazione padronale».
«Certe posizioni non sono passi avanti verso una nuova concezione della laicità né aiutano a costruire mediazioni avanzate all’interno dell’Ulivo. Al contrario, innescano una nuova guerra e ripropongono una vecchia concezione della laicità su tutto».
Sempre Boselli definisce senza giri di parole una «truffa» l’Otto per mille. E lei?
«Non penso che l’Otto per mille sia una vera urgenza di questo Paese. Sia chiaro, non esistono tabù: io stessa pensai a una riforma ma occorreva rivedere il Concordato. Anche sull’ora di religione per me sarebbe meglio immaginare un insegnamento su tutte le religioni, non solo di quella cattolica che spesso si traduce in un esonero. Ma le priorità sono altre e tante. Soprattutto molto importanti».
A cosa si riferisce?
«Penso alle modifiche da concordare alla legge sulla fecondazione assistita. E ancora: le nuove regole per le coppie di fatto, il modo in cui superare le discriminazioni verso gli omosessuali. E poi dovremo decidere sulle modifiche alla legge sul divorzio per rendere più rapidi gli scioglimenti. Stabilire come superare il proibizionismo sulla droga. E anche come affrontare i problemi legati all’invecchiamento della popolazione... Questa è l’agenda dei veri temi da affrontare per governare».
Sì, ma lei elenca tutto questo per arrivare a quale approdo politico, Livia Turco?
«Se qui si gioca secondo una logica corsara, cioè all’atteggiamento da "o così o niente", si rischia di guadagnare forse tutti i voti radicali, certo non tutti i voti socialisti e di perdere molti voti cattolici. Invece di polemizzare con la Chiesa, scelta che mi pare improduttiva, dovremmo essere coerenti con la nostra volontà di candidarci al governo di questo Paese. L’Unione deve dare vita a una mediazione culturale sui valori e sulle scelte concrete che ho elencato prima. Discutiamo, confrontiamoci, poi decidiamo tutti insieme una linea».
Non è, il suo, un atteggiamento quasi antilaico?
«Al contrario. L’ho già detto: mi auguro che la Chiesa rispetti profondamente la laicità dello Stato. E anch’io ritengo un’incongruenza l’intervento di Ruini sulla pillola RU 486 e il suo silenzio su una Finanziaria che è uno schiaffo alle famiglie. Ma non accetto un’idea di schieramento di centrosinistra o della laicità che abbia come unico obiettivo la riduzione dell’influenza e del peso della Chiesa».
Quale messaggio spedisce, dopo le loro prese di posizione su Ruini, a Boselli e Capezzone?
«Penso che la cultura socialista sia fondamentale per l’Ulivo. E vedo con simpatia e stima il coinvolgimento dei radicali nel centrosinistra. Ma proprio per questo non basta piantare bandiere. Posso capire che per l’immediato ci sia un problema di posizionamento elettorale, quindi di voti. Ma quella strada non ha futuro. Anche in una logica proporzionale balorda come quella della nuova legge non bisogna smarrire lo spirito coalizionale. Che è quello che paga davvero in prospettiva».
Pensa che un futuro governo debba fare i conti con l’universo rappresentato da chi manifesta una fede, un credo?
«Citerò Enrico Berlinguer: spero che il sentimento religioso contribuisca al cambiamento della società italiana. Non ci sono solo i privilegi della Chiesa. Non c’è solo l’Otto per mille. C’è, appunto, un sentimento religioso non solo cattolico ma incarnato da più confessioni, che non intende esprimersi solo in modo privato ma intende concorrere a una diversa e più giusta etica pubblica. Va analizzato, compreso nel contesto di un’Italia spaesata, smarrita, che chiede una risposta a molti quesiti legati a valori etico-culturali. Per questo una nuova guerra Guelfi-Ghibellini e la creazione di nuove divisioni sono solo e soltanto controproducenti».
fosforo bianco
Articolo21.info 16.11.05
''L'abbiamo utilizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici''
L'esercito americano ha utilizzato fosforo bianco durante l'offensiva contro la citta' irachena di Falluja nel novembre 2004. Lo ha confermato un portavoce del Pentagono, interrogato oggi dalla Bbc...
''L'abbiamo utlizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici'', ha dichiarato, rispondendo a una domanda, il tenente colonnello Barry Venable. ''Il fosforo bianco e' un'arma convenzionale, non e' un'arma chimica. Non e' illegale'', ha rilevato l'ufficiale. ''Noi l'utilizziamo in primo luogo come agente oscurante, per cortine fumogene o per illuminare obiettivi'', ha detto. ''E' comunque un'arma incendiaria, che puo' essere utilizzata contro combattenti nemici'', ha aggiunto. Venable ha spiegato alla Bbc la tecnica di impiego del fosforo bianco usata a Falluja. ''Quando hai forze nemiche al riparo, la tua artiglieria con cariche potenti non ha effetto e vuoi stanarle dalle loro posizioni, una delle tecniche e' sparare fosforo bianco. Gli effetti combinati del fuoco e del fumo, e in alcuni casi il terrore causato dall'esplosione, le faranno uscire dai ripari, in modo che tu possa ucciderle con esplosivi potenti'', ha dichiarato. Venable ha fatto in particolare riferimento ad un articolo, pubblicato nel numero di marzo-aprile 2005, della rivista 'Army's Field Artillery', una pubblicazione ufficiale, in cui veterani di Falluja spiegano che il fosforo bianco ''ha dimostrato di essere una munizione efficace e versatile''. Gli autori dell'articolo riconoscono di averlo utilizzato in combattimento, ''come una potente arma psicologica contro i rivoltosi... nelle trincee quando non eravamo in grado di ottenere risultati effettivi con gli esplosivi'' piu' potenti. Secondo i militari in questione, a Falluja non incontrarono praticamente nessun civile. Anche il Dipartimento di Stato, dopo avere negato l'uso di fosforo bianco in Iraq ha fatto marcia indietro, secondo l'Ap, ricordando pero' che non si tratta di armi illegali: ''I fatti sono che le forze Usa non stanno utilizzando armi illegali, ne' a Falluja ne' in qualsiasi citta' dell'Iraq'', e' stato precisato. ''Le forze americane non utilizzano napalm ne' fosforo bianco come arma'', aveva sostenuto l'ambasciatore americano a Londra Robert Tuttle, in una lettera pubblicata dal quotidiano britannico 'Independent'.
''L'inchiesta di RaiNews 24 su Fallujah sta facendo il giro del mondo. Ieri sera un portavoce del Pentagono e' stato costretto ad importanti ammissioni in un intervista alla Bbc. E' un lavoro che rafforza il prestigio di tutta l'informazione del servizio pubblico. Eppure e' forte la sensazione che in troppi, in Rai, siano quasi imbarazzati dalla sua risonanza internazionale''. Lo sottolinea l'Esecutivo Usigrai in una nota. ''Il vertice aziendale - aggiunge il sindacato - e' stato prodigo, nelle scorse settimane, di formali apprezzamenti per prestazioni giornalistiche meno memorabili di questa. Vogliamo sperare che a breve arrivi il segno di un giustificato orgoglio
aziendale anche per l'inchiesta di Sigfrido Ranucci. E chiediamo inoltre di sapere come il vertice aziendale giudichi l'atteggiamento di sottovalutazione, quando non di totale rimozione, che alcune testate della Rai hanno avuto verso una produzione giornalistica della stessa azienda. La Bbc, che cosi' spesso in Italia assumiamo come parametro, ha considerato l'inchiesta di Rai News 24 una notizia importante. Il servizio pubblico si giustifica - conclude l'Usigrai - anche perche' la sua informazione non evita temi scomodi, drammatici, controversi''.
contro il concordato
Associazione "Giordano Bruno" 16.11.05
Il Concordato non è un tabù
Maria Mantello
(presidente della sezione romana dell'Associaziane Nazionale del Libero Pensiero Giordano Bruno)
Il concordato non è intoccabile. Se ne torna a parlare, fino ad ipotizzarne anche l’eliminazione.
La pesante ingerenza della Chiesa nella vita pubblica, sembra aver fatto ricordare agli italiani che la capacità e possibilità d’intervento clericale è direttamente proporzionale alle ingenti somme di denaro che le sono erogate dallo Stato italiano; agli spazi politici che le vengono accordati da tanti mezzi di comunicazione di massa.
Gli italiani sembrano essere stanchi di pagare la Chiesa perché impedisca o boicotti la ricerca scientifica; perché imponga nelle scuole docenti di dottrina cattolica; perché elimini le conquiste civili in materia di sessualità, di paternità e maternità responsabili. Sono stufi di programmi televisivi che propongono come soluzione ai loro problemi economico-sociali la speranza nel miracolo. Sono abbastanza adulti per sapere che al mito della provvidenza bisogna sostituire le politiche sociali. Non sono così sprovveduti da non sapere che il volontariato risolve i problemi occupazionali soltanto per chi lo gestisce.
Insomma, forse, cominciano ad essere stufi di essere trattati come eterni minori, da rinserrare nell’obbedienza al catechismo cattolico del papa re. E per giunta di pagare di tasca loro perché ciò avvenga.
Forse, non se ne sono accorti tanti politici, che continuano a ripetere che altrimenti perdono il voto cattolico. Ma credono veramente che i credenti coincidano con le gerarchie vaticane, sotto la cui ala protettiva si sono posti?