giovedì 20 ottobre 2005

il manifesto 20.10.05
Una specie vivente in cerca di Lumi
L'ultimo numero di «Micromega» sulla «Natura umana». Un insieme di interventi su un tema che la chiesa vuole ridurre a dogma
di Luca Tomassini

Cosa ci rende «umani»? Cos'è quel di più che fa dell'apparizione della nostra specie un accadimento in qualche modo unico nella storia della vita sul nostro pianeta? C'è un luogo nel quale si incontrano il nostro corpo, la nostra biologia, e la nostra consapevolezza di esso? Domande che da sempre hanno accompagnato la riflessione filosofica, ma che a partire dalla pubblicazione dell'Origine dell'uomo di Darwin sono state trasformate da un fatto completamento nuovo: questa volta era la scienza stessa (ma una scienza che per la prima volta si faceva intrinsecamente storica) a sancire la definitiva inclusione dell'Homo sapiens nel mondo animale. E inevitabilmente a candidarsi a dare delle risposte. Di qui la necessità di un confronto arduo e dai contorni tuttora largamente indeterminati di cui l'ultimo numero della rivista Micromega, dal titolo «La natura umana», tenta di registrare lo stato attuale.
E' l'interessantissimo dialogo tra lo psicologo evoluzionista Robert Trivers e il padre (insieme al compianto Stephen J. Gould) della cosiddetta teoria degli equilibri punteggiati Niles Eldredge (paleontologo) a sgomberare il campo dall'equivoco tuttora troppo diffuso che il darwinismo sia un corpo compatto e solidificato di conoscenze. Un confronto dal quale emergono inedite convergenze tra l'impostazione «genocentrica» del primo e l'enfasi del secondo su strutture più ampie quali quella di specie. Convergenze rese possibili, è importante sottolineare, dal riconoscimento comune della centralità del concetto di gerarchia, riportato al centro del dibattito proprio dai paleontologi. La vita, spiega Eldredge, è organizzata su vari livelli (i geni, l'individuo, la popolazione, la specie) certamente interdipendenti ma sui quali la selezione agisce con differenti modalità.
Se per esempio si può parlare di competizione tra geni, all'interno di una determinata popolazione atteggiamenti cooperativi possono rivelarsi vantaggiosi, e non solo per migliorare le possibilità di riproduzione e dunque di diffusione dei geni. Anzi, a questa vera e propria ossessione «sessuale» dei «genetisti» Eldredge contrappone una visione alternativa e decisamente più ragionevole: obiettivo degli individui sarebbe semplicemente sopravvivere. E così come per miracolo il sesso fine a se stesso degli umani ma anche delle scimmie bonobo (vedi il brillante saggio di Frans De Waal) cessa di essere un mistero.
Ma il punto di vista della gerarchia contribuisce anche a chiarire perché non basti, come sostengono per esempio gli psicologi Gary Marcus e Steven Pinker, l'intricata ricchezza dei meccanismi con cui i geni determinano la struttura del nostro cervello a spiegarne la straordinaria complessità e soprattutto le incredibili (in rapporto al resto del mondo animale, naturalmente) capacità. Si tratta di una semplificazione che continua a produrre «mostri», come l'opinione di Pinker che il «carattere» progressista o conservatore sia ereditario.
Più in generale l'articolata visione che Eldredge sostiene permette di assumere un punto di vista nuovo (e pur sempre «darwiniano») sulla contrapposizione natura-cultura, storia-ereditarietà, gettando una luce nuova su quello che sulla natura umana hanno da dire la psicologia e la filosofia. Come dimostrano per esempio i saggi di Richard Rorty o il dialogo tra Adriana Cavarero e Judith Butler.
Ma in un fascicolo dedicato a temi tanto scottanti non poteva mancare un confronto con un elemento di stagionata novità intervenuto a condizionare il dibattito: la reiterata pretesa della Chiesa cattolica di imporre se stessa come fonte di autorità non «solamente» spirituale attraverso l'affermazione del dogma.
Si tratta, spiega nel suo bel saggio il filosofo della scienza Telmo Pievani, di quella versione subdola del creazionismo così carica di indecente strumentalità che prende il nome di «Disegno intelligente»: non si nega direttamente l'evidenza dell'evoluzione ma si sottolinea la presunta impossibilità di rendere conto della straordinaria complessità della vita attraverso il meccanismo variazione casuale-selezione, per dedurne senza troppa originalità la necessità di un «progetto». Se esso sia divino o di qualche essere extraterrestre saranno i rapporti di forza tra Vaticano e Raeliani a deciderlo.
Pievani non si ferma qui e dopo un'accurata disamina delle origini statunitensi del fenomeno, propone una breve panoramica sui molti epigoni italiani di questa nuova «dottrina», annidati in comitati di bioetica e università, radio e quotidiani di ispirazione religiosa nonché presso il ministero di Letizia Moratti. Senza nulla concedere alla diffusa opinione che la famigerata comunicazione di Papa Wojtyla sull'evoluzionismo del 1996 fosse una sostanziale «riabilitazione» dello stesso ma definedola più correttamente un tentativo di porre «la teologia di fronte al naturalismo integrale e radicale di Darwin». Con le conseguenze, verrebbe da dire, che oggi possiamo apprezzare.
Eppure, se è certamente vero che «questa celebrazione delle concessioni papali è l'ennesimo segnale del complesso di inferiorità implicito che colpisce la cultura laica e scientifica italiana», lo è altrettanto che questa crisi è legata a una concreta, persino politica compromissione con uno stato di cose presente che con l'utopia razionale dei Lumi ha molto poco a che vedere. Naturalmente tutto questo con il tema della «natura umana» non ha alcun rapporto, ma spinge a ritenere la conclusione di Pievani (e non solo sua) che «lo scontro non è tra ragione e fede ma tra due modalità alternative di concepire il sapere, una laica e fallibile l'altra no» non solo è un po' scontata ma anche insufficiente.

filosofia.it 20.10.05
MicroMega - 9/2005

Per Immanuel Kant, come è noto, le grandi domande della filosofia possono ridursi a tre: che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa mi è dato sperare? Ma tutte e tre, secondo Kant, riconducono ad un solo interrogativo essenziale, che le comprende: che cos’è l’uomo? L’antropologia, non la metafisica, costituisce dunque il cuore della filosofia.
Alla “natura umana” MicroMega dedicherà due almanacchi di filosofia, il primo dei quali esce martedì 6 settembre. La rilevanza del tema, infatti e la necessità di analizzarlo nei molteplici aspetti interdisciplinari non poteva esaurirsi in un unico volume.
Ad affrontarlo sono scienziati e filosofi, in un confronto anche polemico.
Tanto più attuale, visto che assistiamo al dilagare di un fondamentalismo cristiano antievoluzionista e antidarwiniano, che sembrava oramai sepolto assieme al sistema tolemaico. Quali risposte la scienza - pur nella sua intrinseca provvisorietà – offre con le sue varie discipline e quali la filosofia?
Non a caso quindi apre il volume un lungo saggio di Edoardo Boncinelli sulla specificità e l’essenza vera della natura umana. Molti altri sono i contributi che, fra le varie branche della scienza, si confrontano su questo tema . Un dialogo sull’evoluzione fra il naturalista e paleontologo Niles Eldredge e l’antropologo Robert Trivers; l’antropologo Marc Augé analizza l’identità dell’uomo; lo studioso di neuroscienze Steven Pinker in una riflessione sull’influenza dell’ambiente sui geni; il testo di Gianfranco Biondi e Olga Rickards - antropologi molecolari - su uomo, scimpanzè e linea evolutiva, mentre il primatologo Frans De Waal ci racconta “l’edonismo” dei bonobo.
Due saggi di Giovanni Jervis e Simona Argentieri su natura e psiche .
Ricca è anche la sezione della filosofia con un saggio di Carlo Augusto Viano che indaga sulla relazione che lega natura e cultura, un dialogo fra Adriana Cavarero e una delle più autorevoli rappresentanti del pensiero radicale americano, Judith Butler, su umano e la sua autonegazione, Roberto Esposito su Heidegger e la natura umana, mentre Paolo Flores d’Arcais sulla natura dell’uomo e eccedenza normativa .
Infine alcuni frammenti inediti sul linguaggio quale “parte della vita umana” di Ludwig Wittgenstein.

galileo.it
Cosa ci rende umani?
di Luca Passacielo
Micromega. Almanacco di Filosofia 4/2005
La natura umana (1)
pp.264, euro 12,00
Cosa ci fa umani? Un interrogativo importante cui tentano di rispondere da sempre filosofi, scienziati, antropologi. Le risposte variano a seconda delle prospettive adottate, producendo incontri-scontri che se liberi da pregiudizi si rivelano estremamente fruttuosi. Così avviene in questo fascicolo, molto corposo, di MicroMega, che mette a confronto le diverse posizioni, senza perdere di vista il contesto intellettuale di questo inizio millennio. Ci si trova così davanti a una serie di saggi che girano intorno al dilemma natura/cultura, declinando il tema con diversi accenti.
La natura ha guadagnato negli ultimi anni molto spazio, anche grazie a un’esplosione tecnologica che ha investito la biologia. Così è diventato impossibile parlare di natura umana senza parlare dello scimpanzé, fratello o cugino che sia. Poche settimane fa ne è stato completato (cfr qui) il sequenziamento del genoma, che ha mostrato una differenza del 93 per cento. È quel sette per cento che ci fa umani? Probabilmente no: è ormai acclarato che la mera sequenza genetica non è l’unica responsabile del nostro sviluppo, e che quindi la storia è molto più complicata. Anche per questo è ancora necessario far ricorso a diversi strumenti concettuali per comprendere “la natura umana”. Ovviamente, proprio di fronte alla parentela con lo scimpanzé, torna prepotente la riflessione sull’evoluzione dall’evoluzione, cui sono dedicati i saggi di Enrico Alleva e Daniela Santucci, di Telmo Pievani, di Gianfranco Biondi e Olga Rickards, di Gary Marcus, di Niles Eldredge e Robert Trivers, e di Frans de Waal. Quest’ultimo, dal provocatorio titolo “Perché non possiamo non dirci bonobo”, è assolutamente esilarante, facendosi beffe delle pretese normative sul sesso che parlano di comportamenti “contro natura”. Con buona pace delle religioni sessuofobiche che in gran parte coincidono con quelle che sono anche “darwin-fobiche”, la cui opposizione all’evoluzionismo – risorgente per quanto possa sembrare assurdo – viene analizzata nei particolari da Pievani, che mette in mostra anche le peculiarità del caso italiano.
Tra i testi, una menzione meritano i frammenti del filosofo Ludwig Wittgenstein per la prima volta tradotti in italiano, che riguardano la complessità di definire la natura umana tramite il linguaggio, e i rapporti logici tra i due ambiti. Spiccatamente filosofici sono anche gli ultimi due saggi di Roberto Esposito e Paolo Flores d’Arcais, dedicati a Heidegger e alla “filosofia del finito”, e trova ovviamente spazio anche la psicanalisi, con Simona Argentieri e Giovanni Jervis. Tra antropologia e filosofia si situa invece la sezione intitolata “scienza o filosofia?”, con saggi di Carlo Augusto Viano, Marc Augé, Steven PInker e Richard Rorty.
La complessità e la diversità dei temi affrontati rendono impossibile una sintesi in questo breve spazio, e abbiamo quindi fatto poco più che un elenco di nomi. Tuttavia, già solo questo dovrebbe bastare a mostrare il notevole spessore di questo volume. E d’altra parte, tutti questi testi non sono riusciti – com’era prevedibile – a esaurire il tema: a gennaio 2006 sarà dunque pronto il secondo volume.

l'Unita.it 19.10.05
Dalla Cina all'Iran, la censura ai tempi del web
di Valentina Petrini

Provate ad andare in Cina e a cercare su internet informazioni su Taiwan o sui monaci tibetani. Poi, invece, raggiungete l'Iran o l'Arabia Saudita, o, perché no, un paese occidentalizzato come la Tunisia e provate a leggere le notizie sul web sgradite al governo. È probabile che non riuscirete a fare nessuna di queste cose, e se anche ci riusciste sappiate che la vostra libertà è a rischio. Il favoloso mondo della rete, apparentemente così libero, in realtà ha molti occhi puntati addosso.
La questione fondamentalmente è questa: negli ultimi anni lo strumento internet si è ingrandito a dismisura, «anche se in Italia - spiega Paolo Nuti, uno dei primi provider italiani con McLink - gli utenti del web sono di meno rispetto agli altri paesi e si fa ancora un uso primordiale di tale strumento». Nel mondo, comunque, sono in costante aumento i cybernavigatori che usano il web non solo per passare il tempo nelle pause da lavoro, ma anche per operazioni finanziarie, contatti con familiari e amici dall'altra parte del mondo, o anche per dar vita a blog o siti specifici informativi che possano diffondere notizie o addirittura lanciare campagne ovunque.
«Noi non ci rendiamo conto delle potenzialità di internet - spiega Nuti - È per questo che tale strumento di comunicazione è temuto da molti governi i quali oggi provano a far passare leggi per manipolarlo e controllarlo con il solo risultato di stravolgere i principi su cui la rete è andata sviluppandosi». Nascono e si moltiplicano le comunità virtuali, internet ha spazio per tutti e per tutte le ideologie. Per questo è considerato il più efficace mezzo di coinvolgimento. Conseguenza? La censura avanza per mettere le mani sul gigante mediatico.
Reporters sans frontières annualmente fornisce i dati sulla libertà di espressione garantita nel web. Si scopre che in Cina nel 2005 ci sono decine di reporter on line incarcerati. Sono 62 quelli di cui si hanno notizie certe. È qui che nascono i «cyberprisoners», attivisti indipendenti che aggirano i controlli dei governi e diffondono in rete informazioni altrimenti «censurate».
Emerge che in Corea del Nord è impossibile connettersi; che in Afghanistan solo un centinaio di utenti navigano regolarmente. Poi c'è l'Iran, apparentemente paese libero con quasi una cinquantina di cybercaffè. Peccato che qui, però, si possano visitare solo siti «islamici». Gli altri? Cancellati, filtrati, oscurati dalle autorità. Stessa cosa in Arabia Saudita, in cui si esercita il controllo più rigido e totalizzante. Nella ricca e ipertecnologicizzata Arabia, l'accesso a internet è consentito solo dal 1999. I sauditi possono navigare all'interno della cerchia di indirizzi riconosciuti dal proxy server (struttura informativa finalizzata al controllo, finanziata dal governo saudita). Si ha l'impressione di navigare liberamente, in realtà si sfoglia un copione scelto dal governo.
Ma le censure governative o i controlli polizieschi sono solo un pezzo del quadro. Oggi internet ha due grandi problemi: la sua governance, cioé chi ne decide le regole, e il peso ormai preoccupanti di alcuni grandi attori privati come Google, Yahoo! O le cybercostole di Microsoft: Hotmail e Msn. Parlare di governo della rete può sembrare un nonsenso. In realtà l’idea di un internet un po' anarchica, troppo grande per subire lacci e lacciuoli, non ha mai coinciso con la realtà.
Oggi la rete è sotto una stretta e occhiuta tutela statunitense. Il governo di Washington esercita il suo controllo attraverso una serie di strutture, il più importante dei quali è l'iCann che solo formalmente è un organismo internazionale. L'iCann decide, ad esempio, sulla creazione dei nuovi domini (cioè i vari .it, .com. eccetera) e sulla gestione degli esistenti. Da tempo vi è una richiesta, soprattutto da parte di alcuni Paesi del sud del mondo, di una riforma sostanziale, con l'attribuzione ad un'organizzazione dell'Onu delle responsabilità dell'iCann. Il tema sarà al centro anche di un summit, a novembre, che si terrà in Tunisia, sulla Società dell'informazione (Smsi). Il summit nasce tuttavia con un problema: il «modello tunisino» di società dell'informazione non è un esempio propriamente brillante di democrazia.
Nel maggio del 2004 la Lega tunisina per i diritti dell'uomo (Ltgh) ha denunciato i profondi limiti alla libertà di stampa compresa l'interdizione all'accesso di molti siti internet. Nell’aprile 2004 a Zarzis, città tunisina, 9 ragazzi vengono condannati a 13 anni di reclusione per aver scaricato da internet alcuni documenti ritenuti sovversivi. L'accusa per gli internauti è di aver cercato di stabilire un contatto con Al Qaeda per progettare un attentato terroristico. In difesa dei nove tunisini si sono mosse Amisnet e Lettera22 che hanno lanciato la campagna: «Liberiamo l'acceso ai media, liberiamo gli internauti di Zarzis».
L'altro fattore che condiziona la rete è forse ancora più problematico e incontrollabile sono i grandi attori, soprattutto i gestori dei motori di ricerca, Google, Yahoo. Prendiamo il caso Yahoo, di cui si è parlato qualche tempo fa: Shi Tao, 37 anni, redattore del «Contemporary Business News», viene prelevato da casa in manette. L'accusa: aver diffuso via rete documenti top secret. A Shi Tao il tribunale infligge 10 anni di carcere per aver inviato una mail ad alcuni suoi amici in cui dava notizia che il governo cinese aveva vietato ai giornalisti la commemorazione del 15esimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Secondo Reporters sans frontières, Shi Tao non sarebbe finito dietro le sbarre se la filiale di Hong Kong di Yahoo non avesse fornito alle autorità cinesi l'account di posta del giornalista. Yahoo ovviamente respinge le accuse.
Anche in Italia negli ultimi anni abbiamo assistito a operazioni di oscuramento e sequestro di alcuni server. Indymedia è uno di questi. Inventati è un altro. «L'ultimo decreto Pisanu -dice paolo Nuti- è una vera e propria limitazione delle libertà fondamentali». Secondo le disposizioni ministeriali dal 16 agosto scorso i gestori di posta italiani devono conservare tutti i log, (un registro dal quale è possibile ricostruire i movimenti degli utenti: mail, indirizzi contattati, operazioni bancarie effettuate). «In Italia esiste ancora l'articolo 15 della Costituzione in base al quale solo un magistrato può autorizzare intercettazioni -commenta Nuti- ma intanto queste banche dati ci sono e chiunque può farne l'utilizzo che vuole».
La censura avanza, in modo più soft in occidente, ma avanza. Forse perché la tendenza dei grandi giganti è quella di considerare la rete solo come uno strumento nelle mani del mercato, «perdendo di vista l'etica iniziale in cui gli utenti erano parte attiva per il funzionamento del web -commenta un’attivista di Inventati». Un'ultima cosa: il 26 settembre è entrata in vigore un'altra importante norma prevista nel decreto Pisanu: negli internet point prima di connettersi è obbligatorio lasciare un documento.

ricevuto da Mauro Santoni
Repubblica 20.10.05
Si attende solo la pubblicazione del decreto che sarà retroattivo. La protesta del sindacato e le differenze con gli altri precari della scuola
C'è l'ok del governo: tutti assunti
gli insegnanti di religione
di Salvo Intravaia

Procede spedito e senza intoppi il piano triennale di assunzioni degli insegnanti di Religione. Dopo i 9.229 immessi in ruolo lo scorso mese di agosto, è quasi pronto il provvedimento - addirittura retroattivo: a decorrere dal primo settembre 2005 - per l'assunzione di altri 3.077 docenti di religione cattolica.
La richiesta è stata inoltrata da viale Trastevere ai ministeri dell'Economia e della Funzione pubblica lo scorso mese di marzo e in questi giorni il Ministero dell'Economia ha dato il parere che è stato trasmesso al Dipartimento della Funzione Pubblica per il decreto di autorizzazione formale.
I "precari" di Religione. Sarà dunque completato il piano di assunzioni degli insegnanti di Religione (tra i quali il precariato praticamente non esiste) con l'ultima trance - anch'essa di 3.077 posti a decorrere dal primo settembre 2006 - per arrivare ai 15.383 stabiliti dal ministro Moratti. Assunzioni da sempre osteggiate dalla Cgil scuola che si è sempre espressa con toni forti. "Il governo - ha dichiarato all'indomani della prima infornata di docenti di religione cattolica Panini - ha voluto forzare la mano con una legge che ha sconvolto le regole del mercato del lavoro e dell'occupazione: non è mai esistito che l'assunzione in un settore pubblico avvenisse sulla base di un requisito discrezionale, perché la condizione unica per insegnare religione cattolica nelle scuole è l'idoneità rilasciata dal responsabile diocesano. E nel caso in cui - sottolinea, il segretario della Flc Cgil - il responsabile diocesano revochi l'idoneità all'insegnante, questo deve comunque essere mantenuto in servizio".
Già, per partecipare al concorso riservato agli insegnanti di religione, oltre ad avere insegnato per almeno quattro anni consecutivi nell'ultimo decennio, in una scuola statale o paritaria, occorreva la certificazione di idoneità rilasciata dall'ordinario diocesano. E in moltissime regioni italiane i concorsi hanno avuto un numero di partecipanti di poco superiore ai posti nel triennio in questione. A giochi fatti, in Emilia Romagna, Liguria, Marche, Molise, Umbria, Veneto e Lombardia - per l'elementare e la materna - i posti a disposizione hanno superato gli idonei. Il concorso che tutti sognano: più posti che candidati.
Gli "altri" precari. Strada ben diversa per le centinaia di migliaia di precari (storici o meno), alcuni iscritti da decenni nelle graduatorie permanenti, nei prossimi due anni scolastici saranno disponibili 'solo' 30 mila assunzioni. E' stato, infatti, firmato dai ministri Moratti (Istruzione e ricerca), Baccini (Funzione pubblica) e Siniscalco (Economia) il provvedimento che prevede 20 mila immissioni in ruolo nell''anno scolastico 2006/2007 e 10 mila nel 2007/2008. Un provvedimento che lascia scontenti i sindacati della scuola perché 'le assunzioni programmate non coprono nemmeno la quota del turn-over annuale', commenta Francesco Scrima, segretario generale della la Cisl scuola, che 'denuncia l'assenza di analogo provvedimento per il personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr), area professionale i cui posti vacanti e lo specifico precariato sono a livelli percentuali così alti da mettere a rischio la stessa funzionalità dei servizi". Insomma, nella scuola ci saranno più pensionamenti che assunzioni. "Basta fare alcuni conti", rilancia la Flc Cgil. "Dal 2001, il ministro Moratti ha assunto a tempo indeterminato 47.500 docenti e 7500 ATA, nello stesso periodo sono andati in pensione circa 100 mila docenti e 35 mila Ata. Il saldo negativo porta alla ulteriore precarizzazione di 53.000 docenti e di 27.500 ATA e al conseguente risparmio per le casse dello stato", dichiara Enrico Panini.
E cosa accadrà nei prossimi due anni? "Il risparmio continua! 30 mila assunzioni contro un turn over di 40 mila docenti circa. L'attuale decreto dunque non solo non comporta maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato - sostiene Panini - ma comporta un vero e proprio risparmio di spesa. L'area della precarietà nella scuola dunque si allarga, da ciò si deduce che i disagi per la scuola sono destinati ad aumentare non a diminuire". Immediatamente prima delle scorse elezioni regionali il ministro Moratti parlò di un piano che prevedeva 200 mila assunzioni in tre anni, ma poi si rimangiò tutto.

La Stampa 20.10.05
Pechino: il partito comunista pubblica un documento sulle riforme politiche
Cina, prove di democrazia «Tutta la gente la vuole»
Ma Hu Jintao avverte: non sarà un sistema occidentale
di Francesco Sisci

PECHINO. Arriva la democrazia in Cina? Almeno così potrebbe essere. Da quando, alla fine del 1978, Deng Xiaoping in una riunione semisegreta aprì le porte alle riforme economiche, il Paese è arrivato a dove si trova oggi.
Il linguaggio politico dell’epoca era, e restò ancora per molto tempo, gonfio di fioriture pesantemente ideologiche del vecchio comunismo. Ma, di fatto, tra quelle parole si leggeva già allora la novità. Nonostante questo fino pochi anni anni fa in Occidente c’era chi pensava che la Cina comunista avrebbe un giorno rifagocitato l’economia privata. Oggi non lo crede quasi nessuno.
Come era accaduto con l’economia, ora la Cina apre alle riforme politiche e alla democrazia, pubblicando il suo primo «libro bianco» sull’edificazione della democrazia. Sono 40 pagine dense ancora di ideologismi retrò, di parole che paiono antiche. Ma il messaggio è chiaro, assicurano fonti bene informate a Pechino: la nuova dirigenza vuole varare riforme politiche che portino il Paese a un sistema democratico.
Il passo e i tempi di queste riforme sono ancora incerti, e dipenderanno da molti elementi, in primo luogo dall’evoluzione interna e internazionale. Ma Hu Jintao e compagni paiono avere gettato il cuore oltre l’ostacolo: la Cina di domani non sarà mai più quella di ieri.
Il ruolo guida del partito comunista resta certamente sottolineato. Occidentali, non crediate che vogliamo la vostra democrazia multipartitica, dice il documento. Ma i passi più interessanti e nuovi del «libro bianco» riguardano proprio il processo di democratizzazione all’interno del partito. Per la prima volta si dice ufficialmente che il sistema «un candidato - un posto» viene abolito. Già nel congresso del 2002 si era saputo che a fronte di, per esempio, 100 posti per il Comitato centrale erano stati presentati 105 candidati. Il documento pubblicato ieri sostiene che la differenza tra numero di posti e di candidati si allargherà sempre di più e che anche sulla modalità delle candidature ci saranno novità: non saranno più solo le organizzazioni del partito a presentare una lista di nomi, emersa da riunioni interne, ma anche singoli comunisti potranno promuovere loro uomini.
Già questo processo mina il principio del centralismo democratico, asse di tutti i partiti leninisti, introducendo elementi di democrazia diretta nel cuore stesso del partito. Infatti, il documento non cita alcuno dei mostri sacri del comunismo reale, da Lenin a Mao. Anzi, chiude la porta al passato prima delle riforme di Deng e riserva l’attacco più feroce proprio al maoismo: «Nella corso della ricerca della costruzione della politica democratica della nuova Cina si sono avute numerose deviazioni. In particolare, il grave errore della Rivoluzione culturale (1966-1976) è stato una grave sconfitta e ha lasciato in eredità una dolorosa lezione».
Invece il «libro bianco» afferma che il partito continuerà a portare avanti «le teorie democratiche del marxismo», Un riferimento, raccontano a Pechino, alle idee di Rosa Luxemburg e di Antonio Gramsci. Quest’ultimo con il suo studio su «Il Principe» di Machiavelli ha ispirato anche la «teoria dei Tre Rappresentanti», oggi pilastro dell’ideologia del Paese.
La democrazia avanzerà attraverso il processo delle elezioni locali. Già oggi tutti i villaggi di campagna - dove vive la maggior parte della popolazione cinese - eleggono i loro «sindaci» in elezioni dirette con più candidati. Questo processo si sta estendendo alle città. Sarà quindi un movimento a doppio binario: democratizzazione all’interno del partito e nel governo locale, dal vertice e dalla base.
La democrazia in tutto il Paese però non è prevista per domani, né per dopodomani. Hu e i suoi vogliono maggiore democrazia, ma non la perdita del controllo. Riforme politiche sì, ma non vogliono finire con la Cina sfasciata, impoverita e disgregata come è successo all’Urss di Gorbaciov. Quest’ultimo è oggi l’incubo di ogni politico cinese: nessuno vuole fare alla Cina quello che Gorbaciov ha fatto all’Unione Sovietica.
«La democrazia è il risultato dello sviluppo della civiltà politica umana ed è anche un bisogno comune di tutta la gente di tutto il mondo», recita la prima fase del «libro bianco». Ma aggiunge subito che «la democrazia di ogni Paese nasce dal suo interno e non può essere forzata dall’esterno». Questo il messaggio ambivalente che Hu Jintao lancia all’amministrazione americana, con un documento che si rivolge anche a un pubblico internazionale. Lo suggeriscono anche i tempi di pubblicazione, annunciata martedì, il giorno dell’arrivo a Pechino del segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld. E per il mese prossimo è prevista la visita in Cina di George Bush.

l'Unità 20.10.05
Terracini, il comunista ribelle
che costruì le regole del gioco
di Adriano Guerra

Il ritratto di Umberto Terracini, che Lorenzo Gianotti ci ha presentato, invita, anzi costringe alla riflessione. Il perché è presto detto. La Costituzione un vigore, porta, accanto a quella di De Nicola, la firma di Terracini e per questo, ma anche per molte altre ragioni, si è comunemente d’accordo nel considerare quest’ultimo uno dei padri della Repubblica. Ma che cosa dice, che cosa può dire, ai giovani di oggi Terracini? Nel momento in cui poi il dibattito per quel che riguarda il Pci appare ancora del tutto assorbito dagli echi delle battaglie - aventi al centro Togliatti mediatore e giudice - che hanno visto contrapporsi amendoliani e ingraiani, e poi avversari e sostenitori dell’«ultimo Berlinguer»? Terracini «si oppose vigorosamente alle tesi amendoliane ma non per questo accedette al circolo degli amici di Ingrao», ha scritto Gianotti, e certo anche a questa circostanza, e al comunismo antico di Terracini, avente al centro con l’operaio di fabbrica, il rifiuto di cercare altri «soggetti» rivoluzionari o di sostituire la linea «rivoluzionaria» con quella «riformista», si deve se oggi il suo nome è scomparso dai dibattiti.
Ma proprio Gianotti ci ricorda che c’è un Terracini attualissimo: quello delle battaglie sui diritti civili, l’ obiezione di coscienza, la difesa dei diritti contro gli arbitrii dello Stato, anzi degli Stati. E ancora che c’è un Terracini che può aiutarci a recuperare alcune dimensioni della politica. Incominciando dalle ragioni che spingono, dovrebbero spingere, un giovane a fare politica. Ecco dunque Terracini, studente di famiglia agiata, che nella Torino del primo decennio del Novecento, anche per reagire ad un mondo famigliare chiuso, «di persone dabbene, di specchiata onestà e di moralità ineccepibile, ma senza un fremito di simpatia umana», si avvicina a poco a poco all’impegno politico perché non gli vanno molte cose del mondo nel quale si trova a vivere.
Ed è una scelta, la sua, che verrà continuamente ribadita anche nelle condizioni più drammatiche e difficili. Basti dire, che, arrestato nel 1926 e poi condannato a 22 anni di reclusione, il ragazzo che voleva cambiare le cose a Torino, ha potuto lasciare carcere e confino solo nel luglio del 1943. E che in tutti quegli anni, utilizzando i pochi mezzi a disposizione, ha continuato testardamente a fare politica, assumendo spesso posizioni critiche nei confronti del suo stesso partito, ad esempio sulla «svolta» del 1930, sulla linea del «socialfascismo» adottata dal Comintern, sul Patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Senza mai un visibile momento di stanchezza, di caduta nel «chi me lo fa fare», anche quando venne non solo isolato come un portatore di peste dai compagni del confino, ma espulso dal partito.
L’espulsione verrà poi revocata per intervento di Togliatti. Quando già Terracini aveva potuto però raggiungere dalla Svizzera la Repubblica partigiana dell’Ossola.
Si dirà che oggi non c’è bisogno di uomini come Terracini. E poi, che la generazione di Terracini non è immune da colpe. È una generazione che ha combattuto Mussolini e Hitler ma che ha taciuto a lungo sui Gulag. E, ancora, che ha assegnato alla politica il compito di guidare l’umanità verso un luogo che era, ed è, come la storia ci ha detto, del tutto inesistente.
Non si tratta certamente dunque di ritornare ai tempi del giovane Terracini quando a Torino, mentre nasceva l’industria, c’erano l’«Associazione generale degli operai» e l’«Alleanza cooperativa torinese», pronte - ricorda Gianotti - «a trasformarsi in salmerie a sostegno degli scioperi». E quando la truppa a cavallo veniva lanciata contro i lavoratori in piazza Statuto e i militari «giunti alla mia altezza - chi racconta è qui lo stesso Terracini - con un’evoluzione a destra e a sinistra mi scansarono come intimiditi dal mio aspetto di ragazzino per bene».
Il quadro è nettamente mutato: ma davvero la politica, mentre la suburra avanza e il malaffare è giunto a disarmare - si guardi alla Banca d’Italia - alcuni degli strumenti che avrebbero dovuto arginarlo, ha cessato di essere uno strumento utile per cambiare le cose? Le ragioni che spingono, dovrebbero spingere, all’indignazione e alla rivolta certamente non mancano. Io non credo però che nel nostro paese tutto sia suburra. Penso del resto che anche se ci trovassimo di fronte ad un sistema totalmente degenerato del quale tutti - destra e sinistra - sarebbero partecipi ed egualmente responsabili, non dovremmo certo dare addio alla politica, ma anzi, buttarci ancora di più nella mischia. Con la consapevolezza - è bene ricordarlo mentre c’è chi sostiene che prima di darsi battaglia destra e sinistra dovrebbero diventare entrambe «centro» e preparare insieme una politica per «salvare l’Italia» - che in ogni caso le riforme del centro-sinistra non possono che essere altra cosa rispetto a quelle del centro-destra e che programmi di governo, e di riforme, concordati sono, dovrebbero essere, improponibili per definizione. Ci sono certo eccezioni. Ma esse riguardano il campo delle modifiche della Carta Costituzionale, delle leggi elettorali e delle altre regole del gioco che per essere preparate e varate abbisognano sempre di commissioni bicamerali o di assemblee costituenti. Di ciò ne era ben consapevole Terracini, che ha saputo trasformare l’indignazione nata in lui di fronte ai mali di Torino in intransigenza nella lotta contro il fascismo, e poi, dal 1945, in iniziativa politica a tutto campo. Terracini che ha combattuto i compromessi (anche quello «storico» di Berlinguer) ma che ha diretto l’Assemblea Costituente sino alla firma della Costituzione, anche quando, dopo la cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo, più forte era diventata nel paese la contrapposizione fra la Dc di De Gasperi e il Pci.
Questo è accaduto - si dirà - perchè dall’altra parte c’era De Gasperi, non Berlusconi. Certo, c’era De Gasperi la cui politica, però - ci ha ricordato Pasquino - non era «centrista» ma «intelligente e basta». Non ci fossero mille altre ragioni dovrebbe bastare questa a spingerci a fare politica dando torto a coloro che dicono, come Gino Strada, che Prodi e Berlusconi «sono la stessa cosa», o che, come Mario Monti, pensano che destra e sinistra potranno separarsi e darsi battaglia solo dopo che avranno rimesso in moto il processo di sviluppo che si è inceppato.

Adnkronos 20.10.05
Esperti Aiug, i problemi sessuali 'rosa' sono troppo spesso sottovalutati
Il 65% delle donne italiane insoddisfatte 'sotto le lenzuola'
Crolla il mito del maschio latino. E secondo uno studio europeo, dopo la menopausa si registrano crollo del desiderio nel 36% dei casi e dolore durante i rapporti nel 21%

Milano, 20 ott. (Adnkronos/Ign) - Crolla il mito del maschio latino. Il 65% delle italiane si dichiara infatti insoddisfatto della propria vita sessuale, il 44% privilegia le esigenze del partner mentre il 60% si vergogna addirittura a farsi visitare dal ginecologo di fiducia. A 'spiare' le donne della Penisola sotto le lenzuola è una recente indagine Eurisko ricordata dagli esperti dell'Aiug (Associazione italiana urologia ginecologica e pavimento pelvico), oggi a Milano per presentare le novità emerse dal XV Congresso Aiug svoltosi a Lecce dal 5 all'8 ottobre.
Gli specialisti lanciano l'allarme: ''Le disfunzioni sessuali femminili sono sempre più diffuse, interessando quasi una donna in età fertile su quattro. Ma troppo spesso sono sottovalutate'', al contrario dei problemi maschili. Soprattutto tra le non giovanissime.
Una ricerca condotta da Donne Europee Federcasalinghe in collaborazione con la Fondazione Organon su circa 1.800 donne in menopausa - hanno ancora sottolineato i medici - ha infatti evidenziato rapporti dolorosi o non gratificanti e calo della libido nel 76% del campione. E un altro studio europeo ha dimostrato che dopo la menopausa si registrano crollo del desiderio nel 36% delle donne e dolore durante i rapporti nel 21%.
Tali disagi vengono etichettati come disturbi psicologici, ma all'origine possono esserci anche ''menopausa, parto, allattamento, ipotiroidismo, endometriosi, aderenze, infezioni, uso della pillola anticoncezionale e altri farmaci'', ha avvertito Antonio Perrone dell'ospedale 'Vito Fazzi' di Lecce. ''Le soluzioni variano in base alle cause, ma esistono. Fondamentale è però una corretta diagnosi'', ha concluso.

Il Gazzettino 20.10.05
Una volta a casa, un quarto dei soldati Usa ha problemi mentali o turbe psicologiche

WASHINGTON - La guerra può anche essere una malattia. Circa un quarto dei soldati americani che tornano a casa dall'Iraq accusano problemi mentali. Alcuni hanno istinti suicidi e pensano che «starebbero meglio» da morti (circa duemila). Atri sono ossessionati dagli incubi, dai ricordi delle scene più atroci viste in guerra (circa 20 mila) e non riescono a dormire. Altri hanno paura di perdere il controllo e di fare «del male a qualcuno» (circa 3700): dopo mesi di vita in situazioni di pericolo mortale e di necessità reazione rapida il ritorno in società e in famiglia presenta problemi psicologici notevoli.
Sono questi i risultati del più grande esame psicologico effettuato dal Pentagono sui soldati inviati a combattere in Iraq e in Afghanistan. Il controllo è nato dopo che i veterani della prima Guerra del Golfo avevano accusato una lunga serie di problemi fisici e mentali. Poiché in quella occasione i soldati non erano stati sottoposti a test medici approfonditi prima di essere inviati in combattimento era risultato difficile per gli specialisti determinare la estensione dei danni sanitari causati dal conflitto.
Stavolta il Pentagono ha preparato questionari dettagliati compilati dai soldati sia prima dell'invio in guerra che al ritorno (oltre mezzo milione di schede). I dati mostrano che il 47 per cento dei soldati ha partecipato ad azioni dove gente è stata ferita o uccisa. Il 45 per cento si è sentito in pericolo di essere ucciso.

il manifesto 20.10.05
«Un soldato su quattro ha problemi mentali»

Circa un quarto dei soldati americani che tornano a casa dall'Iraq accusano problemi mentali. Alcuni hanno istinti suicidi e pensano che «starebbero meglio da morti» (circa duemila). Atri sono ossessionati dagli incubi, dai ricordi delle scene più atroci viste in guerra (circa 20 mila) e non riescono a dormire. Altri hanno paura di perdere il controllo e di fare «del male a qualcuno» (circa 3700). Sono questi i risultati del più grande esame psicologico effettuato dal Pentagono sui soldati Usa in Iraq e in Afghanistan.

il manifesto 20.10.05
CASO FEDERICO
Non è come Erika
di Maurizio Galvani

E' stato convalidato ieri l'arresto, con trasferimento al carcere minorile di Casal del Marmo, del quindicenne Federico Gavuzzo, che l'altro ieri a Roma ha ucciso i genitori. Paradossalmente l'ammissione di colpevolezza non dà per ora adito ad altre soluzioni: si sceglie la strada del contenimento in una struttura protetta e si sostiene che questa è l'unica possibilità «per impedire a Federico atti di suicidio, gesti contro se stessi». L'altra possibilità, «di ospitare il ragazzo per un periodo di diagnosi e cura» in un centro di neuropsichiatria infantile non è stata presa in considerazione dal pm e dal gip di turno del Tribunale dei minorenni. La dose viene rincarata dall'avvocato di parte, quando chiede una perizia psichiatrica di parte sul ragazzo per scagionarlo dalle accuse. Ma Federico e la sua tragedia non hanno nulla di premeditato. Non c'è stata nessuna «strategia» da parte sua, come hanno fatto supporre il caso di Omar ed Erica o quello di Maso. Non si deve sottoporre a ulteriori analisi per stabilire se ha «una personalità suicida». La sua storia era più che nota: era stato in cura presso un importante ospedale romano, recentemente era stato sottoposto a una psicoterapia. Soprattutto la «sua crisi» si era già dichiarata. Come tanti suoi coetanei soffriva contemporaneamente dello scombussolamento dei suoi anni aggravato da un disagio familiare. Federico non era «uno sconosciuto»: per tanto tempo era stato assente da scuola e il suo disagio psicopatologico l'aveva portato fin da piccolo a frequentare i centri di salute mentale.
Altre domande e dubbi nascono da una riflessione sul suo contesto. I due capifamiglia hanno una buona differenza di età con lui e, anche, tra di loro la distanza non è indifferente: papà e mamma sono anziani e sono separati da un buon numero di anni. Un fratellino di Federico era in procinto di essere sottoposto a controllo e valutazione psicologica, per una sorta di disagio. Ora si dichiara che Federico era afflitto «da una patologia complessa», e non è un caso che sia ricorso a un gesto estremo, avendo tra l'altro a disposizione in casa tutto il materiale necessario. Il suo gesto sembra un delirio a cui è bastato un momento, un gesto forse dell'adulto (dovremmo capire se era accaduto qualcosa prima della sparatoria) per renderlo reale. Lascia sgomenti l'autodenuncia del ragazzo rispetto al suo gesto: «Mi sento una feccia, dichiara al poliziotto». Come dire, un bravo all'ispettore che l'ha salvato, ma anche che lo stesso Federico voleva, a quel punto, anche essere salvato dalla sua colpevolezza.
Il fattaccio agita la cronaca dei giornali, con l'evidenza che si dà a una vicenda condita di horror: un quindicenne uccide i suoi! E il sindaco scatena già la gara di solidarietà per l'affidamento degli altri due fratellini. Invece speriamo, come dovrebbe essere nella realtà, che Federico incontri assistenti e psicologici empatici con lui, in grado di aiutarlo a risolvere «la sua colpa». Soprattutto, per rendersi ancora una volta conto che il disagio psicologico degli adolescenti è molto diffuso e che le stesse famiglie non ricevono molti aiuti. Di tipo farmacologico ma, in particolare, psicoterapeutico.

l'Unità 20.10.05
Nel Lazio 2700 ragazzi con disagio psichico
La denuncia dopo la tragedia di Esquilino: pochi posti letto per i ricoveri, poche case famiglia e pochi terapeuti
di Alessandra Rubenni

DIVENTA una terra di nessuno la malattia psichica, quando colpisce un adolescente. Difficile capire a chi rivolgersi, pochi i centri d’assistenza e ancora meno le
comunità terapeutiche e i posti letto per i ricoveri, per i casi più critici. Tanto che molti finiscono in reparto con gli adulti.
A descrivere questa zona oscura, dopo la tragedia dell’Esquilino è lo stesso primario dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli dove F., il quindicenne che ha ucciso i genitori a colpi di pistola, era stato già ricoverato lo scorso giugno.
«L’adolescenza è sempre stata la cenerentola della neuropsichiatria infantile, anche se in diverse Asl esistono dei centri specializzati», spiega la professoressa Teresa Carratelli, dirigente dell’unità operativa complessa che si occupa dei casi più gravi e dove F. avrebbe dovuto essere nuovamente ricoverato proprio martedì.
Già assistente di Giovanni Bollea, fondatore del famoso Istituto che fa parte del Policlinico Umberto I, Teresa Carratelli lavora qui dal ‘68. Oggi la struttura, che si occupa di ragazzi da 0 fino a 18 anni, dispone di 6 posti letto per i ricoveri, che sommati a quelli dell’Ospedale Bambin Gesù arrivano a 12 per tutta Roma.
Eppure gli adolescenti con disturbi psichici sono moltissimi. Tante le famiglie che non sanno nemmeno a chi chiedere aiuto, a differenza di quella di F., che infatti da anni era seguito dagli specialisti. «Secondo uno studio di qualche anno fa, sui 271 mila ragazzi del Lazio, tra i 14 e i 18 anni, 27 mila mostravano segni di sofferenza psichica e 11 mila aveva disturbi psicopatologici. Di questi, 2.700 avevano necessità di ricovero», spiega la professoressa.
«Da noi è in funzione un servizio per gli adolescenti, ma non è così in tutte le Asl. I centri di neuropsichiatria infantile prendono in carico i bambini fino a 14 anni, poi ci sono quelli per gli adulti», sottolinea il direttore del dipartimento di salute mentale della Asl Roma E, Gianfranco Palma. In mezzo, resta quella zona di frontiera che sconfina in un buco nero, allargato dalle scarse risorse destinate all’assistenza pubblica. «Con i tagli alla sanità, tutte le voci che riguardano la psicoterapia sono state depennate. Qui - spiega ancora la professoressa Carratelli - è attivo un centro diurno per dare assistenza dopo il ricovero, perché nelle Asl si può eseguire quel metodo integrato che associa le cure farmacologiche, terapeutiche e riabilitative, per combattere il forte stato di isolamento sociale di questi ragazzi. Ma spesso anche il centro diurno non basta alle necessità effettive». E la realtà è drammatica: ricoveri che si protraggono nel tempo, perché non ci sono case famiglia dove mandare gli adolescenti. E poi l’accesso alla psicoterapia, sebbene prescritta dopo il ricovero, che resta difficilissimo se non a pagamento, un «lusso» inaccessibile per chi è in maggiore difficoltà. È così che questi pazienti riescono ad ottenere in media due sedute al mese, anziché diverse a settimana.
«Da tempo abbiamo chiesto di avviare un servizio di assistenza domiciliare, per non lasciare da soli i genitori anche nel negoziare sul ricovero, in genere vissuto dai ragazzi come una prigionia», prosegue la neuropsichiatra, che da anni punta a impostare una rete di assistenza sul territorio, come vuole la scuola di Bollea. Il che, oltre alla psicoterapia, significa ad esempio anche attivare il sostegno per l’inserimento scolastico dei ragazzi. «Ma tutto è lasciato alla motivazione personale. Ci sono colleghi sul territorio che lo fanno, ma sono una specie di ER, medici in prima linea».

Corriere della Sera 20.10.05
Dalla testimonianza dei colleghi di Sybille ed Enrico Gavuzzo emerge il dramma della famiglia: la malattia del quindicenne, la ricerca di una soluzione diversa dall’ospedale
«Portate via Federico, manca personale»
Dopo due ricoveri a Neuropsichiatria, ad agosto i genitori costretti a riprendersi il ragazzo
di Paolo Brogi

«È uscita a mezzogiorno da qui, era preoccupatissima, a neuropsichiatra infantile le avevano detto che Federico doveva essere ricoverato quanto prima. Lei aveva mandato i due fratellini più piccoli a casa di compagni, doveva affrontare il ragazzo e comunicargli insieme al marito quella prospettiva...». L’hanno vista uscire dalla sede della Cbc, la coperativa beni culturali in cui lavorava da 21 anni, col cuore in subbuglio. Sybille Nergher, la mamma di Federico, è andata così al suo appuntamento fatale portandosi dietro un fardello di grande solitudine, quella condivisa insieme al marito Enrico per un problema troppo grande per un’altra famiglia lasciata a sbrigarsela da sola con un problema così grande come quello di un giovane figlio che attraversa una gravissima crisi. E che di fronte al nuovo ricovero reagisce sparando con una pistola trovata in casa. Non voleva tornare in quei reparti di neuropsichiatria dove era già stato tre volte: «Lì si soffre troppo...»
«Soli. Un padre e una madre colti, benestanti, che hanno fatto di tutto per quel figliolo - aggiungono i colleghi dell’altra vittima, il padre, Enrico Gavuzzo, riuniti nel corridoio del laboratorio del Cnr, a Montelibretti, dove col povero ricercatore hanno fatto vita in comune per oltre vent’anni -. Insomma non è stata certo una situazione di disattenzione, trascuratezza o di marginalità. La verità è che di fronte al disagio psichico questa nostra società ti lascia proprio da solo...».
Facce allibite nel padiglione di cristallografia. Chimici, esperti di molecole, indagatori dell’universo delle nanotecnologie hanno passato buona parte della giornata a ricostruiire il calvario del loro amico Enrico. Fiorella Bachechi, vicinissima al ricercatore ucciso: «Portava a volte Federico qui, anche a mensa, lui se ne stava solo, con quel suo sguardo intelligente e acuto, muto però ed attonito. Poi scoprivi che aveva tutte quelle ossessioni compulsive, quella mania di lavarsi le mani subito dopo ogni contatto. Enrico e Sybille avevano scoperto che qualcosa non andava nel ragazzo anni fa e avevano cercato di far fronte. Erano stati a lungo in terapia familiare, loro due e il ragazzo, poi i due genitori erano andati da uno psichiatra da soli. Parecchie sedute, alla fine lo psichiatra aveva detto che per un trattamento doveva essere il ragazzo stesso ad accettarlo...».
Tutto questo, tra alti e bassi, come capita a tante famiglie. Finché non era giunta l’estate del 2004 quando il 31 luglio, nel viaggio di ritorno da Cagliari ad Olbia per prendere il traghetto e tornare a casa dopo un mese di ferie, la famiglia Gavuzzo si è fermata a pernottare in un albergo del centro Sardegna, vicino al massiccio del Gennargentu. Giorgio Pochetti e Vincenzo Fares aggiungono ai ricordi di Fiorella Bachechi i loro. «Quella sera, alle 20, Federico è scomparso dall’albergo. Allarme, ricerche della polizia. L’hanno ritrovato la mattina dopo alle 9, in fondo a un dirupo, con varie ferite gravi: due costole, una gamba e il bacino fratturati. Il ragazzo è stato trasportato a Cagliari dove è rimasto ricoverato per un mese, poi è tornato a casa. Non era stato un incidente. Lo hanno appurato a Pasqua, quest’anno, quando Federico ha voluto essere riportato lì. E lì ha fatto trovare al padre i soldi che quella sera aveva nascosto sotto una pietra e un paio di occhiali su cui aveva scritto a pennarello "sono morto". Poi Federico ha rivelato al padre che quella notte aveva cercato invano di morire...».
Intanto l’avevano iscritto al liceo parificato Cavour, che Federico ha frequentato poco o niente. E in casa era l’inferno. «Non avevano neanche più una domestica - raccontano le colleghe di Sybille della Cbc -. L’ultima si era barricata in bagno, prima di scapparsene via. Federico era minaccioso con i fratellini e con i genitori. E così, finalmente, all’inizio della primavera Federico è stato ricoverato per una settimana a Neuropsichiatria del Bambino Gesù». «Si sono trovati male, Sybille diceva che avevano trovato soprattutto ragazzine colpite da anoressia, lui poi non voleva farmaci, protestava perché si sentiva imbambolato. I farmaci li ha sempre rifiutati, i genitori cercavano di darglieli con una bibita. Ma spesso lui se ne accorgeva e buttava via tutto. Poi dopo Pasqua hanno cominciato a rivolgersi a Neuropsichiatria infantile della Sapienza, a via dei Sabelli. A giugno Federico è stato ricoverato lì una prima volta, poi di nuovo a luglio. Ma alla fine del mese si sono sentiti dire: ora riportatevelo a casa, in agosto qui con molto personale in ferie si sentirebbe abbandonato...».
Raccontano le colleghe della Cbc: «Sybille si era rivolta anche ai servizi sociali del comune. Cercava una casa famiglia, un posto migliore dove il figlio non si sentisse così male come in ospedale. Le hanno detto che bisognava fare tutto l’iter col tribunale dei minori, insomma ci voleva tempo e qui invece il tempo mancava - racconta Carla Bertorello -. L’unico risultato della richiesta era stata la visita di un’assistente sociale, a casa. "Una persona gentile, aveva commentato Sybille, ha anche lei un figlio della stessa età di Federico". Ma poi non era successo nulla e lei aveva anche pensato a ritornarse ad Amburgo, in Germania, perché sperava in un’assistenza migliore ma poi aveva rinunciato perché le sembrava quasi di dover deportare il figlio. Hanno passato l’agosto facendo i turni con lui qui a Roma mentre uno dei coniugi si trasferiva ad Amelia, in Umbria, con gli altri due figli a casa della zia Silvia. Non si azzardavano a tenere insieme i tre figli, avevano paura. Poi giorni fa a Neuropsichiatria infantile una dottoressa ha detto a Sybille che era urgente un nuovo ricovero. Lei però non sapeva come dirglielo...».
Su un cavalletto del laboratorio della Cbc, in viale Manzoni 26, sono restati una pala e una statua lignea che Sybille stava restaurando. Le colleghe ne ricordano la mano fine e sensibile con cui per anni ha lavorato per restituire alla collettività tesori bisognosi di ritocchi per la conservazione. Sybille Nergher ha restaurato le «stanze dell’alcova» al Quirinale, i quattro Galileo Chini della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, la Colonna Antonina, Santa Caterina da Siena nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, la Fontana di Trevi, pale del Duomo di Orvieto, la «Volta dorata» della Domus Aurea dove era capocantiere. In una stanza della facoltà di Farmacia, alla Sapienza, sono rimasti invece gli appunti di Enrico Gavuzzo sul morbo celiaco, una malattia che era presente nella sua famiglia. A casa quelle armi insensate di cui nessuno sa dare una spiegazione. Tutt’intorno, grande gelo e solitudine.

mercoledì 19 ottobre 2005

deliri: overdose o calcolo?
Corriere della Sera 19.10.05
Risposta a Severino
Democrazia e Cristianesimo non sono Miti
di Marcello Pera

La democrazia è un mito. Perché? Perché, come leggo sul Corriere, «la negazione della democrazia non è qualcosa di contraddittorio». Per fortuna, la democrazia non è sola. Anche il cristianesimo è un mito, e per la stessa ragione: perché «la negazione di ciò che esso afferma non è qualcosa di contraddittorio in se stesso». Dunque, quelli di Norcia (ma chi erano? che cosa dicevano? che ci facevano proprio lì?) hanno sbagliato tutto. E più di ogni altro ha sbagliato Papa Ratzinger, che li ha presi sul serio, gli ha inviato un messaggio, e soprattutto si ostina a credere che non solo il cristianesimo non è un mito, ma addirittura è una religione rivelata da Dio, che deve avere spazio nella coscienza degli individui, essere presente nella società, trovare posto nella legislazione positiva degli Stati. Confesso (so che è un peccato) che la penso come il Papa. Del resto, penso che, qui in Italia, in Europa e in Occidente, i nostri sentimenti, abiti, costumi, istituti, costituzioni, per non parlare di culture e civiltà, siano tutti debitori, direttamente o indirettamente, dei valori della tradizione giudaico-cristiana. E perciò è impossibile, senza fare violenza a questa tradizione, che i nostri Stati laici ne prescindano. Per arrivare a questa mia conclusione, non occorre dire che il cristianesimo è «assoluto». Se non si è, o non si è più, credenti, basta dire che il cristianesimo è la religione più diffusa dell'Occidente, quella che l’ha tenuto a battesimo, l'ha segnato dalle origini, gli ha fornito la parte più cospicua, certo la meno effimera, della sua identità. C'è però un punto che, a proposito di assoluto, a me non è chiaro. È il criterio per definirlo adottato dal Corriere . Ai miei tempi, si spiegava che il criterio della non contraddittorietà vale solo per le verità di logica e matematica. Ad esempio, negare che due più due faccia quattro è contraddittorio, e perciò «due più due fa quattro» è una verità matematica. Oppure, negare che due rette parallele non si incontrano mai è contraddittorio, e dunque la proposizione «due rette parallele non si incontrano» è una verità di geometria. Allo stesso modo, è una verità logica che se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C, perché negarlo equivale a cadere in contraddizione. Se proprio vogliamo stiracchiare i concetti, come quando si parla tra amici, e si vuole dire che le verità di matematica, di geometria, di logica, sono «assolute», beh, siccome tra amici c'intendiamo, possiamo anche consentircelo. Ma che io sappia, neppure tra amici, quando si dice che la democrazia o il cristianesimo sono «assoluti», si vuol dire che sono assiomi logici o teoremi matematici. «Ego sum via, veritas et vita » non lo si insegna nelle classi di scienza, perché non si dimostra, non si prova, non si calcola. Semplicemente, ci si crede, naturalmente se uno ci crede. A quelli di Norcia il Papa non ha voluto insegnare l'aritmetica o la teoria degli insiemi. Ha voluto ricordargli qualche cosetta assai più importante. Se posso citare: che esistono valori fondamentali «inscritti nella natura stessa della persona umana». Che questi sono «valori previi a qualsiasi giurisdizione statale» (lo dice anche la Costituzione italiana: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo», art. 2). Che questi stessi diritti e valori sono «rinviabili ultimamente al Creatore». Che essi, però, possono essere conosciuti anche dai non credenti nel cristianesimo, perché «trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo». E pertanto che una «sana laicità» deve riconoscere queste verità. A Norcia ci hanno creduto tutti e, ripeto, ci credo anch'io. Naturalmente, lascio ai dotti il compito di elaborare un'antropologia e un razionalismo nuovi che diano spazio a questi punti fondamentali. So in anticipo che non sarà più un'antropologia che riduce l'uomo a un mobile con tanti cassettini - uno per la ragione, uno per la fede, uno per il gusto, eccetera - che scorrono fissi su guide rigide e non consentono di mettere assieme i loro contenuti. E do per certo che non si tratterà più di un razionalismo che riserva il termine «ragione» soltanto alla logica, alla matematica, alla scienza teorica e sperimentale. Saranno un'antropologia e un razionalismo che ci dovranno restituire l'uomo tutto intero, e non più spezzato e diviso come quello di oggi, il quale è sempre incerto se ciò che dice lo può dire veramente e sempre impaurito di interferire con le singole verità fissate dagli «esperti» dei singoli cassettini. Sono sicuro che questo uomo non dirà più che la democrazia è un mito e che il cristianesimo è un mito, e pertanto ciascuno si faccia i miti suoi, a casa sua, con i parenti suoi, e secondo i gusti suoi. Se la democrazia non avesse fondamenti etici, quell'uomo avrebbe paura che, ai voti, gli capitasse di tutto e di peggio, persino, poniamo, che una maggioranza sbarazzina togliesse la pensione ai professori di filosofia teoretica. E se il cristianesimo non fosse la verità - rivelata per chi crede, storica e culturale per chi non è credente - quell'uomo avrebbe paura che un giorno qualcuno gli dicesse, che so?, che uccidere, rubare, dire il falso, sono solo convenzioni accidentali che possono anche essere cambiate. Quelli di Norcia continuano a credere che le nostre verità dobbiamo ribadircele e che, sempre per usare le parole di Papa Ratzinger, il «rinnovamento culturale e spirituale dell'Italia e del Continente europeo» dipende anche da quanto forte ce le diciamo. Mi rimproverava sempre il mio bizzarro nonno Parmenide: «Guarda, bimbo, che l'essere è e il non essere non è». Mi faceva tenerezza, ma mi dette una lezione di vita, perché mi convinse che si tratta di una verità assoluta, dacché negarlo è contraddittorio.

razzismo contemporneo
Corriere della Sera 19.10.05
I due autori: «Le persecuzioni subite hanno reso gli ashkenaziti più acuti»
«Ebrei più intelligenti, lo dice il Dna»
Rivolta della comunità scientifica: «Tesi pericolosa e razzista»

NEW YORK - «Oppenheimer, Einstein, Freud, Marx, Kafka, Bellow, Levi-Strauss, Allen, Dylan: la storia degli ultimi duecento anni è costellata da una miriade di scienziati, pensatori e intellettuali ebrei», recita il controverso studio intitolato The Natural History of Ashkenazi Intelligence. «Nonostante gli ebrei costituiscano un mero 0,25% della popolazione mondiale e solo il 3% di quella Usa - prosegue - essi rappresentano il 27% di tutti i premi Nobel e il 50% dei campioni mondiali di scacchi».
Il motivo? «Gli ebrei hanno un quoziente di intelligenza più elevato, a causa delle continue persecuzioni che li hanno costretti ad affinare l'intelletto per sopravvivere», replicano gli autori del saggio, Henry Harpending e Gregory Cochran. I due studiosi dell'Università dello Utah che l'estate scorsa hanno sollevato un vespaio, spedendo a varie riviste scientifiche Usa la loro ricerca dove sostengono che la presunta superiorità intellettuale degli ebrei ha una base genetica.
Ma quella che all'inizio sembrava solo l'ennesima querelle medico-scientifica destinata al dimenticatoio, ha finito per scatenare un furioso dibattito negli Stati Uniti dopo la decisione della prestigiosa casa editrice Cambridge University Press di pubblicare lo studio sia online, sia nel suo bimestrale Journal of Biosocial Science entro l'anno prossimo.
L'annuncio ha conferito autorevolezza istantanea ad uno studio screditato da dozzine di storici, evoluzionisti ed esperti di Dna, ma al quale la stampa ufficiale - dal New York Times all'Economist - ha accordato uno spazio inaspettatamente ampio. Forse imbaldanziti dai riflettori, Harpending e Cochran hanno deciso di tornare all'attacco, premendo l'acceleratore sugli aspetti più controversi del loro studio.
«Nel Dna degli ebrei ashkenaziti c'è la prova della loro intelligenza superiore - dichiarano i due studiosi al New York Magazine, che dedica loro la copertina del suo ultimo numero -. Le malattie genetiche tipiche degli ebrei ashkenaziti, quali il Tay-Sachs e il Niemann-Pick, sono collegate e anzi responsabili dell'intelletto superiore di tali soggetti».
Per suffragare la loro tesi, i due citano uno studio di Steven Walkley, neuroscienziato all'Albert Einstein College of Medicine, che mostra un aumento notevole di dendrite - i trasmettitori dei neuroni - nel tessuto cerebrale di individui affetti da Tay-Sachs e Niemann-Pick. «Nel percorso genetico-evolutivo, l'intelligenza degli ebrei si è sviluppata in tandem con certe malattie genetiche - teorizzano - come risultato della discriminazione subita nei ghetti dell'Europa medievale».
Senza quella auto-difesa cromosomica, ipotizzano i due ricercatori, gli ebrei ashkenaziti non sarebbero mai riusciti a sopravvivere. «Soprattutto se si considera che gli unici mestieri che erano autorizzati a svolgere nell’Europa medievale, dove l'usura era vietata ai cristiani - mercante, esattore delle tasse, banchiere -, richiedevano doti matematiche e un quoziente d’intelligenza superiore alla media».
Ma la tesi è confutata dall’establishment scientifico americano come «pericolosa» e «razzista». «E' scienza da strapazzo - punta il dito Harry Ostrer, capo del programma di genetica umana della New York University - non in quanto provocatoria, ma piuttosto perché si tratta di pessima genetica e ancor peggiore epidemiologia».
Molti temono l'uso strumentale dello studio da parte degli ideologi dell'estrema destra, che cercano una giustificazione scientifica alle loro tesi razziste sin dai tempi lontani di Louis Agassiz. Quando il noto biologo elaborò le famigerate «tipologie razziali» alla base della schiavitù, nel 1850.
«Il risvolto della medaglia è chiaro - punta il dito lo storico Sander Gilman -: l'intelligenza degli ebrei è alla base della paranoia anti-semita sin dal sedicesimo secolo, quando Lutero affermava che i dottori ebrei erano così intelligenti, da aver ideato un veleno che poteva uccidere un cristiano in meno di un giorno».
E se i bambini ebrei spesso finiscono per essere i primi della classe, concordano storici, antropologi e genetisti, il motivo è un altro. «Se dovessi scegliere tra geni ebrei e madri ebree, sceglierei queste ultime - afferma David Goldstein, direttore del Center for Population Genomics and Pharmacogenetics alla Duke University -. Sono loro che hanno dato vita alle tante barzellette sull'intelligenza degli ebrei». Come quella, famosissima, usata anche da Woody Allen in un film: «Sai quando un feto ebreo diventa umano? Quando si laurea in medicina».

ateismo... ma lacaniano
Il Mattino 18.10.05
Filosofi in campo: «Difendere l’ateismo»
di Fabrizio Coscia

Per Marx è stata «l’oppio dei popoli», per Freud una «nevrosi ossessiva universale», per Sartre una «passione inutile». Eppure, a guardarsi intorno, la religione sembra aver resistito benissimo agli attacchi filosofici degli ultimi due secoli: al «Dio è morto» di Nietzsche rispondono in tutto il mondo gli «Allah è grande» dei fondamentalismi islamici e i «Dio è con noi» dei teo-con della cristianità militante, ma anche, in casa nostra, le discese in campo del clero su referendum, leggi di Stato e diritti civili e le inattese professioni di fede di importanti leader della sinistra. La corazzata religiosa sembra non avere ostacoli. E il dubbio, più che legittimo, è che oggi, e in particolar modo in Italia, l’ateismo sia rimasto l’ultimo dei tabù. A provare a sfatarlo, con approccio antagonistico rispetto allo spirito dei tempi, ci prova la rivista di filosofia «L’espressione», edita da Cronopio, che dedica il suo nuovo numero monografico, appunto, al tema dell’ateismo, con due importanti saggi di Alain Badiou e Jean-Luc Nancy, un inedito (in Italia) di Alexandre Kojeve, e interventi di Valerio Romitelli, Bruno Moroncini, Slavoj Zizek, Angela Putino, Antonella Cutro, Giuseppe Fonseca e altri. «Non solo l’ateismo è tabù, ma è la parola impronunciabile, ciò di cui non si può parlare», dice Bruno Moroncini, autore del saggio «Il trionfo dell’estraneazione», che rilegge l’ateismo attraverso Jacques Lacan e la sua formula di «Dio è inconscio». «Occorrerebbe però anche prendere le distanze dall’ipotesi ricorrente che ciò che si oppone alla religione è il laicismo, la difesa dello stato neutrale. Un laicismo duro, rigido, come quello che ha portato recentemente in Francia a proibire l’ostensione di qualunque simbolo religioso nello spazio pubblico rappresentato dalla scuola, non è altro infatti che un’altra forma di fondamentalismo. Se l’ateismo si limita a opporre all’ipotesi di un essere supremo, trascendente e onnipotente, quella dell’autonomia della coscienza e della ragione, allora il risultato è solo la sostituzione di un dio vecchio con uno nuovo, del dio morto con la sua ombra. Un vero ateismo, allora, sarebbe quello che non si limitasse a dichiarare la morte di dio, ma si impegnasse nella decostruzione incessante del fantasma dell’onnipotenza, per dirla con Lacan, a favore della radicalità e singolarità del desiderio». Ma allora quale definizione dare dell’ateismo, per non rischiare facili confusioni? «Proviamo prima di tutto a scinderlo dalla fede e dalla religione - afferma Giuseppe Fonseca - e dal laicismo. È possibile. Sciogliere l’ateismo dalla religione, l’utopia dalla fede, la filosofia dallo Spirito come dallo scetticismo». Un ateismo anarchico, dunque, militante. Un ateismo consapevole della sua specificità e della sua pars construens. «Se l’ateismo si riducesse alla pura e semplice negazione dell’esistenza di Dio, esso sarebbe inutile se non addirittura dannoso - risponde il Collettivo 33, che è anche il comitato di redazione della rivista -. La forza della posizione atea sta soprattutto nel dichiararsi a favore della molteplicità e della differenza. Eliminando il criterio stesso della gerarchia, l’ateismo può tornare a essere quello che già da sempre è stato: la leva più potente dell’emancipazione umana». Ecco perché, secondo Badiou, l’«ateismo è davanti a noi come un compito del pensiero». Compito arduo, e necessario, anche per Valerio Romitelli. «Una professione di ateismo sarebbe salutare, visti i tempi che corrono - dice . E invece non è di moda. Né credo che possa avere un avvenire. Perché in Italia la cultura cattolica e il ruolo della Chiesa sono molto più profondi e pervasivi di quanto non si voglia ammettere. Ce ne si può fare una ragione. Ma è un male. Perché questa disposizione intellettuale può essere utile alla pace, e alla vita, non alla morte del sociale».

scienza
La Stampa TuttoScienze 19.10.05
Genova, dieci giorni per respirare scienza
Dal 27 ottobre all'8 novembre 250 eventi che coinvolgeranno duecentomila persone, in strade e teatri, ricercatori, esperimenti, dibattiti, spettacoli
di Lara Reale


TORNA il Festival della Scienza. Dal 27 ottobre all'8 novembre Genova ospiterà la terza edizione della rassegna di divulgazione scientifica che, solo nel 2004, ha registrato 165 mila visitatori. Quest'anno il Festival si lancia ai confini della conoscenza esplorando i molteplici risvolti delle "frontiere", intese come terre di nessuno che separano il noto dall'ignoto, come limiti da spostare costantemente avanti, come confini tra i diversi saperi da superare per conseguire nuove forme di ricerca interdisciplinare. Ad animare gli oltre 250 eventi in programma saranno scienziati, filosofi, intellettuali e artisti a cui spetterà il compito di rendere la scienza comprensibile ai più curiosi e interessante ai più informati, riservando comunque un occhio di riguardo ai più piccoli. Promosso da "Codice. Idee per la cultura" e dall'Istituto nazionale per la fisica della materia (in collaborazione con l'Associazione Festival della Scienza, Progetto Italia della Telecom e Compagnia di San Paolo), il Festival 2005 propone oltre 130 conferenze e tavole rotonde volte a esplorare le sfaccettature della ricerca contemporanea nelle più svariate discipline. Prima tra tutte la fisica, a coronamento ideale delle celebrazioni per il centenario delle teorie della relatività di Einstein e in chiusura dell'Anno internazionale della fisica. La kermesse genovese si aprirà dunque il 27 ottobre con la conferenza di Robert Laughlin, premio Nobel per la Fisica 1998, che, in un originale percorso attraverso la biografia einsteiniana, sosterrà la necessità di "ripensare la fisica da capo a piedi" poiché i più grandi misteri non sono da ricercare ai limiti estremi dell'universo, ma nella nostra quotidianità. Insieme a Laughlin si ritroveranno fisici e storici della scienza fra i più noti al mondo: Roger Penrose (autore di una monumentale opera di sintesi sulla fisica attuale), John Stachel (direttore del Center for Einstein studies alla Boston University), Gabriele Veneziano (pioniere della "teoria delle stringhe") e Sandro Stringari (esperto di fisica dello "zero assoluto"). E, ancora all'ombra di Einstein, interverranno l'astrofisico Brian Greene, il cosmologo Martin Rees, il fisico italiano Giorgio Parisi e il russo Andrei Varlamov. Delle frontiere nelle scienze fisico-matematiche parleranno, tra gli altri, Margherita Hack, Enrico Bellone, Pietro Greco e Piergiorgio Odifreddi, mentre il "padre" dei frattali Benoit Mandelbrot discuterà di matematica applicata ai mercati finanziari. I confini interiori, racchiusi nella nostra mente, saranno illustrati dal neuroscienziato Steven Rose (autore di un nuovo libro provocatorio su "Il cervello del XXI secolo"), Alberto Oliverio con le sue ricerche su mente ed emozioni, Richard Wiseman con le sue divertenti allusioni al "fattore attenzione" e Giacomo Rizzolati (uno degli scopritori dei "geni specchio" responsabili dei processi imitativi).
Il Festival 2005 dedicherà particolare attenzione anche alle frontiere della genetica, nell'intento di trasmettere al pubblico le conoscenze indispensabili per partecipare attivamente alle discussioni in corso su argomenti tanto complessi. Di cellule staminali, ingegneria genetica, banche dati genetiche, terapie geniche e clonazione terapeutica discuteranno Andrea Ballabio, Alberto Mantovani, Carlo Alberto Redi, Edoardo Boncinelli, David Khayat e Craig Venter (noto per aver annunciato per primo, nel 2000, il completamento della mappatura del genoma umano). Il genetista Steve Jones e l'etologo Enrico Alleva presenteranno, invece, gli aggiornamenti più intriganti della biologia evolutiva contemporanea, inserendosi nell'acceso dibattito sulla validità delle teorie darwiniane. Un'ampia sezione della manifestazione genovese sarà poi rivolta alle frontiere del pianeta Terra, fra esplorazione, suggestione fotografica e osservazione naturalistica. Ken Zweibel e Jefferson Tester parleranno, in particolare, di nuove fonti energetiche, Brian Fagan di oscillazioni climatiche in tempi antichi e recenti, Richard Ellis di vastità oceaniche. Gli intrecci fra geni, popoli e lingue saranno illustrati da esperti internazionali come Merritt Ruhlen e Daniel Nettle, mentre il "nostro" Carlo Petrini (presidente di "Slow Food") insisterà sull'importanza della diversità in ambito agricolo e gastronomico. Infine il Festival giocherà sui confini tra scienza e non scienza e sui fecondi effetti di contaminazione fra linguaggi diversi, coinvolgendo filosofi, scienziati, scrittori e artisti come Remo Bodei, Salvatore Natoli, Lella Costa, Stefano Bartezzaghi, Ugo Volli. Alle conferenze si affiancheranno oltre 50 allestimenti interattivi e didattici che solleciteranno il pubblico di ogni età a esplorare le più avanzate conquiste della ricerca scientifica e a cogliere le sottili connessioni che legano la scienza ad altre interpretazioni della realtà come l'intuizione artistica. Così, ad esempio, la rinnovata edizione della mostra "Semplice e complesso" indagherà in forma coinvolgente e spettacolare temi come la scienza della complessità e la teoria del caos; "Di luce in luce" proporrà un percorso originale su ciò che accomuna scienziati e artisti; "100 Soli" ripercorrerà, con immagini raccolte dal fotografo americano Michael Light, la storia delle esplosioni nucleari avvenute negli Stati Uniti dal 1945 al 1962. Altrettanto interessanti i laboratori didattici dedicati ai più giovani, tra cui "Gioca all'inventore", "Espandi i tuoi sensi" e "Polizia scientifica all'opera". Ricco il cartellone di spettacoli ed eventi speciali. In anteprima assoluta per il Festival di Genova, "I figli dell'uranio" del regista Peter Greenaway sugli effetti prodotti dalla scoperta dell'uranio e dalle ricerche sulla fusione nucleare, e "Qed. Un giorno nella vita di Richard Feynman" ispirato alla vita del grande fisico premio Nobel nel 1965. Più leggeri, "Cosmica luna", tratto da "Le cosmicomiche" di Italo Calvino, e "Ho clonato lo zio Alberto", confronto semiserio tra la biografia vera di Albert Einstein e quella di un suo ipotetico clone meno dotato. Intanto per tutto ottobre il Festival ha invaso le stazioni ferroviarie di Milano, Torino e Roma in "corner della scienza" che offrono l'opportunità di confrontarsi con intellettuali e scienziati sui temi più attuali della ricerca. Il Festival si svolgerà dal 27 ottobre all'8 novembre. Per le conferenze e le mostre a Genova il biglietto giornaliero è di 8 euro intero e di 6 euro ridotto (ragazzi 6-18 anni, over 65, gruppi di più di 20 persone); l'abbonamento per 12 giorni è di 15 euro intero, 12 euro ridotto e 8 euro scuole. Informazioni: www.festivalscienza.it. Telefono: 010.6591013, per le scuole (prenotazione obbligatoria) 010.6598772.

scienza
La Stampa TuttoScienze 19.10.05
Gli «scoop» fatti in laboratorio
di Piero Bianucci

COMUNICARE i risultati della scienza al grande pubblico è una necessità cruciale per una società moderna. Il motivo è semplice. Si tratti di cellule staminali, clonazione, ingegneria genetica, fecondazione assistita, crisi energetica o infotecnologie e privacy, sempre più spesso siamo chiamati in causa da questioni al confine tra ricerca, politica ed economia. E dato che il meccanismo democratico per eleggere i rappresentanti politici fa sì che le opinioni dei cittadini si riflettano in quelle dei loro rappresentanti, una cattiva qualità dell’informazione scientifica si traduce in scelte politiche sbagliate. Purtroppo notizie imprecise o troppo gridate negli ultimi anni hanno approfondito l’incomprensione tra scienziati e cittadini. Per questo, in collaborazione con ricercatori delle Università di Trento e di Padova, «Tuttoscienze» pubblica ogni mese indagini sulla percezione dei problemi scientifici da parte degli italiani, rilevando piuttosto spesso come questa percezione sia distorta. Nella stessa linea di una miglior comunicazione scientifica si pone il nostro concorso «Scrivere la scienza», giunto alla quarta edizione, organizzato dal Premio Grinzane Cavour d’intesa con la Regione Puglia. A quest’ultima edizione hanno partecipato studenti di tutto il Paese: 1416 sono stati gli articoli scientifici che la giuria ha dovuto esaminare. I vincitori sono: 1) Giovanna Caviglia, di Bergamasco (Alessandria) del liceo scientifico «Galilei» di Nizza Monferrato con un articolo sulle qualità curative dell’aglio; 2) Francesca Sasso di Napoli, liceo classico «Genovese», con un articolo su una ricerca archeologica; 3) Antonio Macchia di Modugno (Bari), liceo scientifico di Conversano con un dialogo sulle proprietà dei numeri primi. C’è anche un premio per un divulgatore professionista: dopo Giorgio Celli, Alberto Angela e Margherita Hack, quest’anno ha vinto Mario Tozzi, il popolarissimo geologo del programma di Raitre «Gaia». Come Alberto Angela, anche lui ha iniziato a scrivere articoli di divulgazione proprio su «Tuttoscienze». La premiazione si terrà venerdì 21 ottobre alle 10,30, all'Università di Bari nell’Aula Magna. Interverranno Nichi Vendola (presidente della Regione Puglia), Silvia Godelli (assessore al Mediterraneo, alle attività culturali e alla pace), Giuliano Soria (presidente Premio Grinzane Cavour), Giovanni Girone (rettore Università di Bari). La giuria è composta da Antonio Castorani (Politecnico di Bari), Roberto Cingolani (fisico), Giorgio Celli (entomologo), Melina De Caro, (Università di Bari), Gianfranco Dioguardi (Amici del Teatro Petruzzelli), Piergiorgio Odifreddi (matematico), Giuliano Soria (presidente Premio Grinzane Cavour), Silvia Godelli (Regione Puglia). Al termine gli studenti premiati dialogheranno con il vincitore professionista, Mario Tozzi. Un consiglio di lettura in tema con il premio? «Comunicare la scienza. Kit di sopravvivenza per i ricercatori» di Giovanni Carrada, Sironi Editore. Un libro utile a tutti: scienziati, studenti, cittadini e politici.

tolleranza sabauda
La Stampa 19.10.05
Una giornata per la libertà religiosa

Il 17 febbraio 1848 è una data fondamentale nella storia d'Italia, infatti, con le Lettere Patenti di S.M. Carlo Alberto Re di Sardegna, si poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai Valdesi diritti politici e civili fino a quel momento negati. L'Editto di tolleranza concedeva libertà molto limitate ma comunque segnava un primo passo verso la piena libertà religiosa quella stessa politica che aveva ispirato la politica a favore dei Valdesi si estrinsecò anche nei confronti della comunità israelitica con i Regi Decreti 29 Marzo e 19 Giugno 1848. Quella stessa libertà religiosa nata voluta benevolmente da S. M. Carlo Alberto Savoia - Carignano è giunta sino alla Costituzione Repubblicana, per volontà dei Padri Costituenti ed ancora oggi appare straordinariamente attuale. Per questo motivo credo che sia fondamentale che il nostro parlamento proclami il 17 febbraio giornata nazionale per la libertà religiosa. Un modo per ricordare l'importanza della religione nella vita pubblica e privata e per ricordare anche coloro nel mondo non possono professare liberamente e pubblicamente il proprio credo religioso.

sinistra
Apcom 19.10.05
PRC/ Giordano: le minoranze facciano autocritica
"Se non avessimo partecipato a primarie ora saremmo cancellati"

Roma, 19 ott. (Apcom) - "L'attacco inferto dalle minoranze interne alla linea da noi praticata è francamente fuori da ogni lume di ragione". Così il presidente dei deputati del Prc Franco Giordano, in un articolo pubblicato su 'Liberazione', critica l'atteggiamento di chi nel suo partito si opponeva alle primarie e che, neanche dopo la grande affluenza registrata, ha rivisto le proprie posizioni. "Affermano Grassi e Cannavò all'unisono - dice Giordano - che con le primarie avremmo legittimato Prodi e ridotto le possibilità, in virtù di un risultato non positivo di Bertinotti, di condizionare un programma. Nessuna, neanche lievemente accennata, autocritica sul fallimento delle previsioni sulle primarie".
"Se non ci fossimo presentati alle primarie - ragiona Giordano - come dal nostro interno si chiedeva, saremmo stati cancellati politicamente e con noi sarebbe stato cancellato il nostro corredo programmatico che invece ha influenzato e pervaso positivamente lo stesso impianto programmatico di Prodi".

sinistra
AGI 18.10.05
UNIONE: Bertinotti correrà con il suo simbolo

(AGI) - Roma, 18 ott. - Rifondazione Comunista correrà alle elezioni con il proprio simbolo. Durante la trasmissione Omnibus su La7, Fausto Bertinotti ha detto che "la lista unitaria può nascere da un'emergenza", ma "ogni riferimento - precisa una nota dell'ufficio stampa del Prc - era esclusivamente diretto alla situazione nella quale si trovano Ds, Margherita e molte delle forze politiche che alle primarie hanno sostenuto la candidatura di Romano Prodi". "La lista unitaria - ha rilevato Bertinotti - può nascere da un'emergenza, cioé dal fatto che il candidato leader dell'Unione è senza partito, e quindi alle prossime elezioni, nel caso malaugurato, ma prevedibile che la maggioranza imponga la riforma elettorale, dovrà essere candidato in un'organizzazione partitica, oppure in una lista. Ci potrebbe però essere imbarazzo a candidare Prodi, metti caso, con la Margherita o all'interno di una Lista Prodi. Da qui nasce la spinta a trovare una convergenza in una lista diciamo unitaria. Ma bisognerebbe capire dove va una lista del genere: Partito democratico, formazione riformista, socialismo europeo...". Secondo il segretario Prc "l'Unione sarà tanto più efficace e forte, quanto più sarà aperta alla partecipazione democratica, anche nella costruzione del programma, ma anche nella capacità di governare, nella ricostruzione di un rapporto tra la politica e il Paese. La democrazia partecipata deve valere sempre: è valsa nelle primarie, deve valere sul programma, deve valere sulla composizione delle liste elettorali".

newspaper24.it 19.10.05
Una mostra sull'occhio

Giovedì 20 ottobre alle ore 17.30 nel Foyer del Centro Allende (Giardini Pubblici, La Spezia) verrà inaugurata la mostra dedicata all’organo della vista dal titolo “L’occhio vuole la sua parte”, organizzata dal Circolo Culturale il Gabbiano e dall’Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia. Nella presentazione della mostra Francesca Cattoi afferma che “gli artisti presenti in questa rassegna creano stimolanti variazioni sul tema loro proposto. Seguendo la loro personale idea del mondo, affrontando in modo tecnicamente diverso il gioco di rimandi tra l’aspetto fisiologico e quello psicologico della visione, fornendoci brillante conferma che, ancora una volta, l’occhio ha avuto la sua parte”. Questi gli artisti partecipanti alla rassegna: Fernando Andolcetti, Roberto Buratta, Emma Caprini, Sergio Cena, Cosimo Cimino, Mario Commone, Lucio Del Pezzo, Jiri Kolar, Alessandro Lapperier, Leona K, Mauro Manfredi, Federico Marconi, Ugo Nespolo, Valerio Simini, Vittorio Sopracase, Alberto Sordi, Marie Laure Van Hissenhoven, Maurizio Vanoli. La mostra resterà aperta dal 20 Ottobre al 14 Novembre con i seguenti orari: da martedì a sabato ore 9-12 e 14,30-18,30, domenica solo pomeriggio, lunedì chiuso. Per informazioni 0187-29210.

il dramma di Roma
Corriere della Sera 19.10.05

«Federico soffre di disturbi ossessivi e delirio»
Parla il medico che ha in cura il ragazzo: se avessi saputo che il padre aveva le armi...
di Francesco Di Frischia


«Non sapevo che il padre di Federico collezionava armi: se lo avessi saputo...». C’è amarezza mista a dispiacere nella voce di Rocco Farrugia, neuropsichiatra infantile che lavora nel servizio di tutela della salute mentale dell’eta evolutiva della Asl Roma-A. Lo stesso servizio che ha in cura Federico Gavuzzo, il quindicenne che ieri ha ucciso in un momento di follia i genitori nella loro casa in via Turati. È stata una collega di Farrugia ad avvertirlo del dramma che si era consumato all’Esquilino. «Anche se il paziente era affetto da un importante problema psichiatrico e non si faceva avvicinare con facilità - ricorda il medico, emotivamente molto scosso - l’ultima volta che una mia collega ha sentito i genitori, circa 15 giorni fa, ha avuto la sensazione che il programma assistenziale che avevamo studiato con i colleghi del Centro di igiene mentale in via dei Sabelli stava procedendo. La collega mi ha detto che la situazione era sotto controllo. Invece...».
Secondo quanto si è appreso, Federico soffriva di disturbi ossessivi gravi con tratti deliranti: per questo era stato impostato un programma globale di assistenza che prevedeva cure farmacologiche, oltre a sedute di psicoterapia e incontri domiciliari con gli assistenti sociali dei servizi territoriali della Asl. Durante l’anno il ragazzo aveva avuto due profonde crisi che avevano costretto i medici a ricoverarlo in via dei Sabelli.
«Il padre e la madre di Federico, che ho incontrato 3-4 volte, sono sempre stati molto attivi, scrupolosi, attenti ed hanno sempre collaborato con grande sensibilità con noi - aggiunge il dottor Farrugia -. Si trattava di un caso difficile, ma non si può certo parlare di malato abbandonato al suo destino. È un ragazzo ben seguito, ma purtroppo in queste situazioni si deve sempre mettere in conto anche una evoluzione imprevedibile del caso. Di certo sia io che alcuni colleghi che ho sentito per telefono siamo tutti un po’ spiazzati da questa tragedia».
Cosa è accaduto di tanto devastante nella testa di questo giovane da fare scattare una reazione così violenta? «Non so rispondere a questa domanda - spiega il neuropsichiatra - Il paziente non rifiutava le terapie ed i genitori cercavano di andare incontro alle sue esigenze, ovviamente senza dimenticare gli altri due fratelli di Federico».
Dopo un attimo di riflessione, il medico, che ha visto decine di casi come questo, ribadisce: «In queste situazioni serve sempre grande attenzione sul piano sociale. Spesso ci si rende conto di questi problemi quando ci scappa il morto anche perchè l’assistenza non sempre è adeguata, ma stavolta il paziente era seguito da una rete di servizi che stava funzionando prima che accadesse l’imprevedibile. E adesso Federico e i suoi due fratelli sono soli».

storia
Corriere della Sera 19.10.05

Un libro di Alberto Banti ricostruisce la storia dell’immaginario patriottico nel Risorgimento
Garibaldi, eroe sì ma troppo macho
Incontrando Anita, la salutò così: «Tu devi essere mia»

Garibaldi nelle sue memorie racconta con «brutalità da macho» l’incontro fatale con Anita: «La salutai, finalmente, e le dissi: "Tu devi esser mia". Parlavo poco il portoghese ed articolai le proterve parole in italiano. Comunque, io fui magnetico nella mia insolenza». Mazzini, al contrario, nel suo gigantesco epistolario non fa trapelare quasi nulla della sua complessa e ricca vita amorosa. Potrebbero, questi, apparire particolari secondari per ricostruire la storia dell’immaginario patriottico ottocentesco: ma non è così, sostiene Alberto Banti nel suo ultimo libro L’onore della nazione. Identità sessuali e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII secolo alla Grande Guerra (Einaudi, pagine 389, 27). L’idea dello storico, infatti, è che l’affermarsi delle ideologie nazionaliste ha segnato un totale indebolimento del ruolo femminile accompagnato da una «militarizzazione della mascolinità»: anzi, «l’illustrazione delle virtù patriottiche e repubblicane è tutta giocata intorno a un violento contrasto di genere». Tutto un universo culturale, che Banti analizza con finezza - e che comprende quadri, statue, romanzi, tragedie e opere liriche, a cominciare da fine Settecento - concorre a creare l’immagine di una donna esemplare pura, amante casta e madre eroica, comunque confinata nel privato e di un uomo pronto a difendere militarmente la patria, a dare la sua vita per essa.
Il percorso che egli propone inizia con una citazione di Rousseau, che «attribuisce un significato pubblico a comportamenti privati», dal momento che vede nella codificazione dei rapporti di genere e nella moralizzazione della vita privata - al centro della quale sta la difesa del matrimonio d’amore contrapposto all’uso aristocratico del matrimonio per interesse - il fondamento delle virtù civiche repubblicane e finisce con un brano di Virginia Woolf in cui la scrittrice inglese rivendica anch’essa, ma in una accezione capovolta, l’impossibilità di separare il privato dal pubblico, il sessuale dal politico. Sono proprio i nessi fra queste dimensioni che Banti - seguendo una strada già aperta da Plumyene e Nora, nonché naturalmente da varie storiche delle donne come la Fraisse e la Dixon - ricostruisce, arrivando alla conclusione che «una violenta gerarchizzazione dei sessi è il presupposto per la nascita e la vita delle nazioni» e che la difesa dell’onore delle donne coincide con la difesa del suolo patrio, dell’onore della nazione.
Non solo la nazione si fonda su un progetto di famiglia tradizionale, dai ruoli separati e ben definiti e garantito dalla castità femminile, ma anche la patria stessa viene a essere rappresentata come una figura femminile materna e il nesso profondo tra sessualità, comunità politica e violenza prende corpo nell’idea - che ricorre nelle strofe della Marsigliese - che la nazione si fondi non tanto su una idea politica o su una comunanza intellettuale, quanto su una vera e propria condivisione di sangue. In questa comunità di discendenza è cruciale il legame fra le generazioni, l’unità di sangue e di stirpe, alla quale difficilmente gli stranieri possono avere accesso.
Le conclusioni a cui lo studioso giunge confermano quanto già da tempo costituisce la visione canonica della storiografia, secondo la quale è proprio l’affermarsi dell’immaginario nazionalista a spiegare il modo in cui viene vissuta la prima guerra mondiale e anche, successivamente, le nuove esperienze totalitarie del dopoguerra, che sono all’origine del secondo conflitto mondiale. Se Banti però avesse allargato questo percorso di interpretazione e di ricerca, si sarebbe reso conto che gli Stati nazionali ottocenteschi sono anche quelli che hanno creato nuove professioni - come l’insegnante elementare o l’impiegato delle poste - che per la prima volta ruppero la separazione tradizionale dei ruoli di genere, creando possibili occasioni di lavoro fruibili indifferentemente da donne o da uomini, sia pure con retribuzioni diverse. È proprio questo nuovo accesso delle donne al mercato del lavoro che permetterà l’affermarsi, nel secolo successivo, dell’emancipazione femminile anche sul piano politico e culturale.
Si tratta di una vivacità di stimoli innovativi, magari contraddittori, ben presenti anche sul piano della produzione culturale, da Banti scelto come privilegiato campo di indagine. Accanto alle opere che propongono e difendono valori «tradizionali», infatti, proprio nell’Ottocento conobbero successo romanzi ben diversi - a cominciare da madame de Staël per arrivare a George Sand e a George Elliot - di cui sono protagoniste donne forti, capaci di esercitare un ascendente spirituale sugli uomini e di scegliere il proprio destino, le quali offrono un modello nuovo di vita femminile alle numerose lettrici. E in uno dei romanzi più significativi dell’Ottocento - Che fare? dello scrittore russo Chernishevskij - il matrimonio d’amore viene sì contrapposto alle unioni combinate tipiche dell’aristocrazia come modello della nuova società nazionale e democratica, ma all’interno di quel progetto di emancipazione femminile che non è dato certo di trovare in Rousseau.
Insomma, se è senza dubbio positivo che la storiografia contemporanea si apra all’uso di nuove fonti, di tipo simbolico-culturale, e che gli storici maschi sempre più affrontino temi «di genere», contribuendo ad affrancare la storia contemporanea dalla predominanza assoluta del politico, sarebbe meglio che questa svolta fosse praticata tenendo conto di quello che è già stato scritto da altri ricercatori. Che, in questo caso, spesso sono donne.

una segnalazione di Paola Franz
http://www.almanacco.rm.cnr.it
Le origini del linguaggio? Le svelano i robot

Studiare i meccanismi dell'evoluzione e della formazione del linguaggio e della comunicazione con l'aiuto dei robot. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di fantascienza, ma di pura e semplice realtà.
A rendere realizzabile questo interessante studio è ECAgents, un progetto sponsorizzato dalla Comunità europea, che vede la partecipazione di più partner: la Sony francese, l'Istituto per la biologia teoretica dell'Università di Berlino, l'Istituto federale di Tecnologia svizzero, il Laboratorio di sistemi complessi dell'Università di Barcellona e, per l'Italia, il Dipartimento di Fisica dell'Università La Sapienza e l'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Cnr di Roma, che coordina il progetto.
"Obiettivo generale del progetto", spiega Stefano Nolfi dell'Istc-Cnr, "è lo sviluppo di una nuova generazione di agenti fisici (come ad es. robot mobili o computer palmari), che siano capaci di interagire direttamente, ossia senza l'intervento umano, con l'ambiente esterno e che siano in grado di comunicare tra loro e con altri agenti, incluso l'uomo".
La ricerca dell'Istc-Cnr è rivolta, in particolare, allo sviluppo di tecniche di apprendimento che consentano a robot mobili di sviluppare capacità senso-motorie (come per es. esplorare in modo collettivo un ambiente non noto) e un linguaggio di comunicazione che favorisca il coordinamento e la cooperazione tra i robot.
"Durante il processo di apprendimento", precisa Nolfi, "i robot sviluppano un sistema di comunicazione costituito da una serie di segni (parole) e significati associati, una capacità di associare tali segni alle proprie esperienze senso-motorie,e una capacità di tradurre tali segnali in comportamenti motori appropriati. Il sistema di comunicazione che si sviluppa in questi esperimenti, così come avviene per il linguaggio naturale umano, è il risultato di un processo sociale ed è in grado di adattarsi ai cambiamenti che si verificano nell'ambiente e nei singoli agenti. Il successo o l'insuccesso di ciascun dialogo tra agenti in un particolare contesto ambientale e sociale, infatti, determina come tali agenti modificano il proprio lessico e i significati associati a ciascuna 'parola'. Questi cambiamenti a livello individuale", conclude Nolfi, "determinano la dinamica del sistema di comunicazione globale condiviso dagli agenti, ossia, ad esempio, il destino di vocaboli che veicolano significati simili, o la variazione del significato condiviso di un dato vocabolo. Il sistema di comunicazione si sviluppa e si auto-organizza sulla base di semplici regole di variazione che operano sulla base del risultato di ciascun atto comunicativo".
Grazie a questo progetto, che ha una durata di 4 anni, è dunque possibile comprendere meglio i requisiti che sono alla base dello sviluppo della comunicazione, le modalità con cui l'emittente e il destinatario di un segnale verbale coordinano la loro attività e il ruolo svolto dalla comunicazione all'interno di un sistema di cooperazione. Insomma, ECAgents può contribuire a risolvere il problema dell'origine del codice linguistico e della successiva creazione di una grammatica e di una sintassi.

sinistra
una segnalazione di Carmine Russo

Liberazione 19.10.05
Ma come mai gli intellettuali non capiscono niente di politica?
di Rina Gagliardi

Eugenio Scalfari aveva definito le primarie dell'Unione, nientemeno, che "un topolino". Curzio Maltese ne aveva scritto peste e corna, prevedendo che, più o meno, nessuno sarebbe andato a votare. Giampaolo Pansa aveva profetizzato, qualche giorno fa, la sconfitta di Romano Prodi e la vittoria di Fausto Bertinotti. Il manifesto aveva giudicato l'appuntamento con un misto di sufficienza e di ostilità. Molti altri, a sinistra, ciascuno con le sue ragioni e pulsioni diverse, avevano decretato che comunque sarebbe stato un fallimento. E ora? Dopo il voto di domenica - dopo i quattro milioni e passa di persone che sono uscite di casa con in tasca la tessera elettorale e gli euri, sono andati ad un seggio che stava spesso per strada, hanno fatto la fila anche per tre quarti d'ora, hanno compilato una scheda con un atto consapevole e libero - ora tutti costoro dovrebbero avere l'onestà intellettuale di dire: ci siamo sbagliati.

Dovrebbero riconoscere di non aver capito quasi nulla non delle primarie, ma di quello che si muove nelle viscere della società italiana. Dovrebbero insomma prender atto che, tra le lezioni di quel voto, c'è anche la débacle dell'intellettualità italiana - da troppi anni tanto presuntuosa e saccente quanto "fuori sintonia", rispetto ai processi reali, e quindi incapace di onorare il proprio mestiere. Lo faranno? Ne dubitiamo assai. Soltanto Rossana Rossanda, ieri, ha scritto di aver avuto torto, sulle primarie - anche se poi non si sofferma più di tanto sul senso di quell'errore. Altri, ci scommettiamo, non faranno una piega. Anzi, già hanno ricominciato a sproloquiare, a spiegare, a pontificare: ora, per lo più, le primarie piacciono.

Non sono più una "buffonata" americana, ma una grande prova di democrazia responsabile. Non sono più un rischio, ma una dimostrazione di maturità: il popolo italiano - ecco la sentenza - avrebbe scelto in massa il "riformismo" moderato, il sistema maggioritario, la governabilità, la marginalizzazione della sinistra radicale, la punizione dei partiti. Tutto ciò che sta a cuore alle oligarchie dell'informazione, dell'editoria, dei baronati universitari - al sistema dell'intellettualità - sarebbe dunque leggibile nell'evento inatteso di domenica. Ahimé: inattendibili erano prima, inattendibili, a maggior ragione, sono adesso.

Vogliamo provare a capire quel che sfugge alla media intellettualità italiana? Intanto, a (quasi) tutti fanno paura (intellettuale) i processi complessi, nel senso epistemiologico del termine, o "ambigui", nel senso politico del termine. "Complesso" non vuol dire "complicato": vuol dire fatto di livelli diversi e interdipendenti, ma non riducibili alla somma delle sue parti - come il vivente. "Ambiguo" non vuol dire "poco limpido": ma dotato di molte e diverse verità, di potenzialità molteplici non tutte destinate a svilupparsi, e a loro volta non riducibili ad "una" verità. A nostro modesto parere, le primarie, appunto, erano e sono effettivamente state un evento "complesso" o "ambiguo", non riducibili né ieri né oggi ad una interpretazione monolitica. In esse, come avrebbe detto il vecchio Engels, la "quantità si è trasformata in qualità": ovvero, il numero dei partecipanti è stato così alto che l'evento stesso ne è stato modificato, nella sua natura e, forse perfino, nel suo senso.

Da misurazione dei rapporti di forza interni (all'interno della sinistra e del centrosinistra, cioè della componente più attiva, militante o politicizzata dello schieramento), come in fondo erano state concepite inizialmente, esse son divenute una sorta di prova politica generale dell'elettorato democratico: dove si è espressa la volontà di cambiare, di avviare un'altra fase della politica, di inviare "in prima persona" all'attuale governo un messaggio inequivocabile. In questo passaggio, la scelta del candidato-premier - in teoria oggetto unico del voto - è stata esercitata di conseguenza: quasi come una scelta simbolica, obbligata, "logica".

L'ampiezza di consensi tributata a Romano Prodi (del resto imprevedibile per i tanti analisti che puntavano al 60 per cento, nonché per lo stesso Romano Prodi), ha questa radice "secondaria" e non primaria: non esprime un'adesione specifica ad un programma politico, o ad una persona, o ad un'ideologia, ma la fiducia di massa in uno schieramento unitario. Interpretare il voto come una "iscrizione massiccia" al futuro Partito riformista o democratico o post-progressista è dunque una forzatura indebita - o di comodo, s'intende. Come è improprio vedervi una "delega", più o meno in bianco, ad un singolo: qui, l'illogicità dei commenti prevalenti raggiunge davvero il culmine. Mentre l'oggetto sostanziale delle primarie andava slittando in direzione politica generale, il suo oggetto formale - materiale - rimaneva invece la designazione di un candidato: di un rappresentante fiduciario dell'Unione. Come Prodi. Esattamente come la volontà di partecipazione che resta il dato qualificante dell'evento: essa ha incontrato sulla sua strada questa, e non altre opportunità, e l'ha usata, dicevamo, in "quantità" dilagante - come stop alla passività, all'inerzia, alla crisi attuale della politica.

In quali altre forme avrebbe potuto incanalarsi questo "crogiolo" di pulsioni e di volontà? Perché tacciarlo tout court di deriva plebiscitaria o personalistica? Le primarie italiane, appunto, sono un processo ambiguo e complesso: investono un leader, ma dentro un'esplosione di volontà partecipativa; legittimano una classe dirigente, ma dentro una cornice unitaria; manifestano un bisogno urgente di nuova politica, ma dentro, necessariamente, la politica reale. Non si può non vedere, insomma, che tra queste diverse curvature del voto la dialettica è forte, e la contraddizione nient'affatto chiusa.

Né si può ridurre la volontà di partecipazione - come fa in fondo Rossana Rossanda - ad elettoralismo, o separarla in termini così tranchant da altre forme di azione e partecipazione politica. Se fosse possibile misurare il tasso generale di partecipazione alla politica - in un partito, in un sindacato, in un issue, in un'associazione - proprio degli elettori delle primarie, emergerebbe quasi certamente un quadro sorprendente e coerente. Ancora, qui, a questione dell'ambiguità, e la necessità di ridefinire il senso del "fare politica".

Due parole, infine, sui risultati del candidato Fausto Bertinotti. Se è fondata l'analisi fin qui esposta, il 15 per cento al segretario di Rifondazione comunista si conferma come un consenso forte, anzi fortissimo: come leader simbolico dell'Unione, Bertinotti non aveva davvero molte chances. Eppure, molti dei commenti di ieri sono ispirati (per lo più malevolmente) dalla convinzione di una quasi-sconfitta, comunque di un voto deludente.

E' curioso che un giudizio politico così drastico si basi non sui numeri, non sui fatti, non sul tentativo di ricostruire la complessità di un evento, ma su una cifra - il 20 per cento - mutuata o da antiscientifici sondaggi o da un "meccanismo psicologico" che stabiliva qui, e non al di sotto, la soglia del successo. Quando poi questo stesso giudizio viene da chi non ha sostenuto questa candidatura, o l'ha avversata, o l'ha sostanzialmente boicottata, nel contesto di un più complessivo boicottaggio delle primarie, c'è di che restare attoniti. E se è comprensibile la cecità politica e intellettuale degli avversari - ieri il panico esagerato, oggi il "sospiro di sollievo" artatamente tirato - ben meno scusabile è la disonestà di sinistra, dovunque essa alligni.