Una specie vivente in cerca di Lumi
L'ultimo numero di «Micromega» sulla «Natura umana». Un insieme di interventi su un tema che la chiesa vuole ridurre a dogma
di Luca Tomassini
Cosa ci rende «umani»? Cos'è quel di più che fa dell'apparizione della nostra specie un accadimento in qualche modo unico nella storia della vita sul nostro pianeta? C'è un luogo nel quale si incontrano il nostro corpo, la nostra biologia, e la nostra consapevolezza di esso? Domande che da sempre hanno accompagnato la riflessione filosofica, ma che a partire dalla pubblicazione dell'Origine dell'uomo di Darwin sono state trasformate da un fatto completamento nuovo: questa volta era la scienza stessa (ma una scienza che per la prima volta si faceva intrinsecamente storica) a sancire la definitiva inclusione dell'Homo sapiens nel mondo animale. E inevitabilmente a candidarsi a dare delle risposte. Di qui la necessità di un confronto arduo e dai contorni tuttora largamente indeterminati di cui l'ultimo numero della rivista Micromega, dal titolo «La natura umana», tenta di registrare lo stato attuale.
E' l'interessantissimo dialogo tra lo psicologo evoluzionista Robert Trivers e il padre (insieme al compianto Stephen J. Gould) della cosiddetta teoria degli equilibri punteggiati Niles Eldredge (paleontologo) a sgomberare il campo dall'equivoco tuttora troppo diffuso che il darwinismo sia un corpo compatto e solidificato di conoscenze. Un confronto dal quale emergono inedite convergenze tra l'impostazione «genocentrica» del primo e l'enfasi del secondo su strutture più ampie quali quella di specie. Convergenze rese possibili, è importante sottolineare, dal riconoscimento comune della centralità del concetto di gerarchia, riportato al centro del dibattito proprio dai paleontologi. La vita, spiega Eldredge, è organizzata su vari livelli (i geni, l'individuo, la popolazione, la specie) certamente interdipendenti ma sui quali la selezione agisce con differenti modalità.
Se per esempio si può parlare di competizione tra geni, all'interno di una determinata popolazione atteggiamenti cooperativi possono rivelarsi vantaggiosi, e non solo per migliorare le possibilità di riproduzione e dunque di diffusione dei geni. Anzi, a questa vera e propria ossessione «sessuale» dei «genetisti» Eldredge contrappone una visione alternativa e decisamente più ragionevole: obiettivo degli individui sarebbe semplicemente sopravvivere. E così come per miracolo il sesso fine a se stesso degli umani ma anche delle scimmie bonobo (vedi il brillante saggio di Frans De Waal) cessa di essere un mistero.
Ma il punto di vista della gerarchia contribuisce anche a chiarire perché non basti, come sostengono per esempio gli psicologi Gary Marcus e Steven Pinker, l'intricata ricchezza dei meccanismi con cui i geni determinano la struttura del nostro cervello a spiegarne la straordinaria complessità e soprattutto le incredibili (in rapporto al resto del mondo animale, naturalmente) capacità. Si tratta di una semplificazione che continua a produrre «mostri», come l'opinione di Pinker che il «carattere» progressista o conservatore sia ereditario.
Più in generale l'articolata visione che Eldredge sostiene permette di assumere un punto di vista nuovo (e pur sempre «darwiniano») sulla contrapposizione natura-cultura, storia-ereditarietà, gettando una luce nuova su quello che sulla natura umana hanno da dire la psicologia e la filosofia. Come dimostrano per esempio i saggi di Richard Rorty o il dialogo tra Adriana Cavarero e Judith Butler.
Ma in un fascicolo dedicato a temi tanto scottanti non poteva mancare un confronto con un elemento di stagionata novità intervenuto a condizionare il dibattito: la reiterata pretesa della Chiesa cattolica di imporre se stessa come fonte di autorità non «solamente» spirituale attraverso l'affermazione del dogma.
Si tratta, spiega nel suo bel saggio il filosofo della scienza Telmo Pievani, di quella versione subdola del creazionismo così carica di indecente strumentalità che prende il nome di «Disegno intelligente»: non si nega direttamente l'evidenza dell'evoluzione ma si sottolinea la presunta impossibilità di rendere conto della straordinaria complessità della vita attraverso il meccanismo variazione casuale-selezione, per dedurne senza troppa originalità la necessità di un «progetto». Se esso sia divino o di qualche essere extraterrestre saranno i rapporti di forza tra Vaticano e Raeliani a deciderlo.
Pievani non si ferma qui e dopo un'accurata disamina delle origini statunitensi del fenomeno, propone una breve panoramica sui molti epigoni italiani di questa nuova «dottrina», annidati in comitati di bioetica e università, radio e quotidiani di ispirazione religiosa nonché presso il ministero di Letizia Moratti. Senza nulla concedere alla diffusa opinione che la famigerata comunicazione di Papa Wojtyla sull'evoluzionismo del 1996 fosse una sostanziale «riabilitazione» dello stesso ma definedola più correttamente un tentativo di porre «la teologia di fronte al naturalismo integrale e radicale di Darwin». Con le conseguenze, verrebbe da dire, che oggi possiamo apprezzare.
Eppure, se è certamente vero che «questa celebrazione delle concessioni papali è l'ennesimo segnale del complesso di inferiorità implicito che colpisce la cultura laica e scientifica italiana», lo è altrettanto che questa crisi è legata a una concreta, persino politica compromissione con uno stato di cose presente che con l'utopia razionale dei Lumi ha molto poco a che vedere. Naturalmente tutto questo con il tema della «natura umana» non ha alcun rapporto, ma spinge a ritenere la conclusione di Pievani (e non solo sua) che «lo scontro non è tra ragione e fede ma tra due modalità alternative di concepire il sapere, una laica e fallibile l'altra no» non solo è un po' scontata ma anche insufficiente.
filosofia.it 20.10.05
MicroMega - 9/2005
Per Immanuel Kant, come è noto, le grandi domande della filosofia possono ridursi a tre: che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa mi è dato sperare? Ma tutte e tre, secondo Kant, riconducono ad un solo interrogativo essenziale, che le comprende: che cos’è l’uomo? L’antropologia, non la metafisica, costituisce dunque il cuore della filosofia.
Alla “natura umana” MicroMega dedicherà due almanacchi di filosofia, il primo dei quali esce martedì 6 settembre. La rilevanza del tema, infatti e la necessità di analizzarlo nei molteplici aspetti interdisciplinari non poteva esaurirsi in un unico volume.
Ad affrontarlo sono scienziati e filosofi, in un confronto anche polemico.
Tanto più attuale, visto che assistiamo al dilagare di un fondamentalismo cristiano antievoluzionista e antidarwiniano, che sembrava oramai sepolto assieme al sistema tolemaico. Quali risposte la scienza - pur nella sua intrinseca provvisorietà – offre con le sue varie discipline e quali la filosofia?
Non a caso quindi apre il volume un lungo saggio di Edoardo Boncinelli sulla specificità e l’essenza vera della natura umana. Molti altri sono i contributi che, fra le varie branche della scienza, si confrontano su questo tema . Un dialogo sull’evoluzione fra il naturalista e paleontologo Niles Eldredge e l’antropologo Robert Trivers; l’antropologo Marc Augé analizza l’identità dell’uomo; lo studioso di neuroscienze Steven Pinker in una riflessione sull’influenza dell’ambiente sui geni; il testo di Gianfranco Biondi e Olga Rickards - antropologi molecolari - su uomo, scimpanzè e linea evolutiva, mentre il primatologo Frans De Waal ci racconta “l’edonismo” dei bonobo.
Due saggi di Giovanni Jervis e Simona Argentieri su natura e psiche .
Ricca è anche la sezione della filosofia con un saggio di Carlo Augusto Viano che indaga sulla relazione che lega natura e cultura, un dialogo fra Adriana Cavarero e una delle più autorevoli rappresentanti del pensiero radicale americano, Judith Butler, su umano e la sua autonegazione, Roberto Esposito su Heidegger e la natura umana, mentre Paolo Flores d’Arcais sulla natura dell’uomo e eccedenza normativa .
Infine alcuni frammenti inediti sul linguaggio quale “parte della vita umana” di Ludwig Wittgenstein.
galileo.it
Cosa ci rende umani?
di Luca Passacielo
Micromega. Almanacco di Filosofia 4/2005Cosa ci fa umani? Un interrogativo importante cui tentano di rispondere da sempre filosofi, scienziati, antropologi. Le risposte variano a seconda delle prospettive adottate, producendo incontri-scontri che se liberi da pregiudizi si rivelano estremamente fruttuosi. Così avviene in questo fascicolo, molto corposo, di MicroMega, che mette a confronto le diverse posizioni, senza perdere di vista il contesto intellettuale di questo inizio millennio. Ci si trova così davanti a una serie di saggi che girano intorno al dilemma natura/cultura, declinando il tema con diversi accenti.
La natura umana (1)
pp.264, euro 12,00
La natura ha guadagnato negli ultimi anni molto spazio, anche grazie a un’esplosione tecnologica che ha investito la biologia. Così è diventato impossibile parlare di natura umana senza parlare dello scimpanzé, fratello o cugino che sia. Poche settimane fa ne è stato completato (cfr qui) il sequenziamento del genoma, che ha mostrato una differenza del 93 per cento. È quel sette per cento che ci fa umani? Probabilmente no: è ormai acclarato che la mera sequenza genetica non è l’unica responsabile del nostro sviluppo, e che quindi la storia è molto più complicata. Anche per questo è ancora necessario far ricorso a diversi strumenti concettuali per comprendere “la natura umana”. Ovviamente, proprio di fronte alla parentela con lo scimpanzé, torna prepotente la riflessione sull’evoluzione dall’evoluzione, cui sono dedicati i saggi di Enrico Alleva e Daniela Santucci, di Telmo Pievani, di Gianfranco Biondi e Olga Rickards, di Gary Marcus, di Niles Eldredge e Robert Trivers, e di Frans de Waal. Quest’ultimo, dal provocatorio titolo “Perché non possiamo non dirci bonobo”, è assolutamente esilarante, facendosi beffe delle pretese normative sul sesso che parlano di comportamenti “contro natura”. Con buona pace delle religioni sessuofobiche che in gran parte coincidono con quelle che sono anche “darwin-fobiche”, la cui opposizione all’evoluzionismo – risorgente per quanto possa sembrare assurdo – viene analizzata nei particolari da Pievani, che mette in mostra anche le peculiarità del caso italiano.
Tra i testi, una menzione meritano i frammenti del filosofo Ludwig Wittgenstein per la prima volta tradotti in italiano, che riguardano la complessità di definire la natura umana tramite il linguaggio, e i rapporti logici tra i due ambiti. Spiccatamente filosofici sono anche gli ultimi due saggi di Roberto Esposito e Paolo Flores d’Arcais, dedicati a Heidegger e alla “filosofia del finito”, e trova ovviamente spazio anche la psicanalisi, con Simona Argentieri e Giovanni Jervis. Tra antropologia e filosofia si situa invece la sezione intitolata “scienza o filosofia?”, con saggi di Carlo Augusto Viano, Marc Augé, Steven PInker e Richard Rorty.
La complessità e la diversità dei temi affrontati rendono impossibile una sintesi in questo breve spazio, e abbiamo quindi fatto poco più che un elenco di nomi. Tuttavia, già solo questo dovrebbe bastare a mostrare il notevole spessore di questo volume. E d’altra parte, tutti questi testi non sono riusciti – com’era prevedibile – a esaurire il tema: a gennaio 2006 sarà dunque pronto il secondo volume.
l'Unita.it 19.10.05
Dalla Cina all'Iran, la censura ai tempi del web
di Valentina Petrini
Provate ad andare in Cina e a cercare su internet informazioni su Taiwan o sui monaci tibetani. Poi, invece, raggiungete l'Iran o l'Arabia Saudita, o, perché no, un paese occidentalizzato come la Tunisia e provate a leggere le notizie sul web sgradite al governo. È probabile che non riuscirete a fare nessuna di queste cose, e se anche ci riusciste sappiate che la vostra libertà è a rischio. Il favoloso mondo della rete, apparentemente così libero, in realtà ha molti occhi puntati addosso.
La questione fondamentalmente è questa: negli ultimi anni lo strumento internet si è ingrandito a dismisura, «anche se in Italia - spiega Paolo Nuti, uno dei primi provider italiani con McLink - gli utenti del web sono di meno rispetto agli altri paesi e si fa ancora un uso primordiale di tale strumento». Nel mondo, comunque, sono in costante aumento i cybernavigatori che usano il web non solo per passare il tempo nelle pause da lavoro, ma anche per operazioni finanziarie, contatti con familiari e amici dall'altra parte del mondo, o anche per dar vita a blog o siti specifici informativi che possano diffondere notizie o addirittura lanciare campagne ovunque.
«Noi non ci rendiamo conto delle potenzialità di internet - spiega Nuti - È per questo che tale strumento di comunicazione è temuto da molti governi i quali oggi provano a far passare leggi per manipolarlo e controllarlo con il solo risultato di stravolgere i principi su cui la rete è andata sviluppandosi». Nascono e si moltiplicano le comunità virtuali, internet ha spazio per tutti e per tutte le ideologie. Per questo è considerato il più efficace mezzo di coinvolgimento. Conseguenza? La censura avanza per mettere le mani sul gigante mediatico.
Reporters sans frontières annualmente fornisce i dati sulla libertà di espressione garantita nel web. Si scopre che in Cina nel 2005 ci sono decine di reporter on line incarcerati. Sono 62 quelli di cui si hanno notizie certe. È qui che nascono i «cyberprisoners», attivisti indipendenti che aggirano i controlli dei governi e diffondono in rete informazioni altrimenti «censurate».
Emerge che in Corea del Nord è impossibile connettersi; che in Afghanistan solo un centinaio di utenti navigano regolarmente. Poi c'è l'Iran, apparentemente paese libero con quasi una cinquantina di cybercaffè. Peccato che qui, però, si possano visitare solo siti «islamici». Gli altri? Cancellati, filtrati, oscurati dalle autorità. Stessa cosa in Arabia Saudita, in cui si esercita il controllo più rigido e totalizzante. Nella ricca e ipertecnologicizzata Arabia, l'accesso a internet è consentito solo dal 1999. I sauditi possono navigare all'interno della cerchia di indirizzi riconosciuti dal proxy server (struttura informativa finalizzata al controllo, finanziata dal governo saudita). Si ha l'impressione di navigare liberamente, in realtà si sfoglia un copione scelto dal governo.
Ma le censure governative o i controlli polizieschi sono solo un pezzo del quadro. Oggi internet ha due grandi problemi: la sua governance, cioé chi ne decide le regole, e il peso ormai preoccupanti di alcuni grandi attori privati come Google, Yahoo! O le cybercostole di Microsoft: Hotmail e Msn. Parlare di governo della rete può sembrare un nonsenso. In realtà l’idea di un internet un po' anarchica, troppo grande per subire lacci e lacciuoli, non ha mai coinciso con la realtà.
Oggi la rete è sotto una stretta e occhiuta tutela statunitense. Il governo di Washington esercita il suo controllo attraverso una serie di strutture, il più importante dei quali è l'iCann che solo formalmente è un organismo internazionale. L'iCann decide, ad esempio, sulla creazione dei nuovi domini (cioè i vari .it, .com. eccetera) e sulla gestione degli esistenti. Da tempo vi è una richiesta, soprattutto da parte di alcuni Paesi del sud del mondo, di una riforma sostanziale, con l'attribuzione ad un'organizzazione dell'Onu delle responsabilità dell'iCann. Il tema sarà al centro anche di un summit, a novembre, che si terrà in Tunisia, sulla Società dell'informazione (Smsi). Il summit nasce tuttavia con un problema: il «modello tunisino» di società dell'informazione non è un esempio propriamente brillante di democrazia.
Nel maggio del 2004 la Lega tunisina per i diritti dell'uomo (Ltgh) ha denunciato i profondi limiti alla libertà di stampa compresa l'interdizione all'accesso di molti siti internet. Nell’aprile 2004 a Zarzis, città tunisina, 9 ragazzi vengono condannati a 13 anni di reclusione per aver scaricato da internet alcuni documenti ritenuti sovversivi. L'accusa per gli internauti è di aver cercato di stabilire un contatto con Al Qaeda per progettare un attentato terroristico. In difesa dei nove tunisini si sono mosse Amisnet e Lettera22 che hanno lanciato la campagna: «Liberiamo l'acceso ai media, liberiamo gli internauti di Zarzis».
L'altro fattore che condiziona la rete è forse ancora più problematico e incontrollabile sono i grandi attori, soprattutto i gestori dei motori di ricerca, Google, Yahoo. Prendiamo il caso Yahoo, di cui si è parlato qualche tempo fa: Shi Tao, 37 anni, redattore del «Contemporary Business News», viene prelevato da casa in manette. L'accusa: aver diffuso via rete documenti top secret. A Shi Tao il tribunale infligge 10 anni di carcere per aver inviato una mail ad alcuni suoi amici in cui dava notizia che il governo cinese aveva vietato ai giornalisti la commemorazione del 15esimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Secondo Reporters sans frontières, Shi Tao non sarebbe finito dietro le sbarre se la filiale di Hong Kong di Yahoo non avesse fornito alle autorità cinesi l'account di posta del giornalista. Yahoo ovviamente respinge le accuse.
Anche in Italia negli ultimi anni abbiamo assistito a operazioni di oscuramento e sequestro di alcuni server. Indymedia è uno di questi. Inventati è un altro. «L'ultimo decreto Pisanu -dice paolo Nuti- è una vera e propria limitazione delle libertà fondamentali». Secondo le disposizioni ministeriali dal 16 agosto scorso i gestori di posta italiani devono conservare tutti i log, (un registro dal quale è possibile ricostruire i movimenti degli utenti: mail, indirizzi contattati, operazioni bancarie effettuate). «In Italia esiste ancora l'articolo 15 della Costituzione in base al quale solo un magistrato può autorizzare intercettazioni -commenta Nuti- ma intanto queste banche dati ci sono e chiunque può farne l'utilizzo che vuole».
La censura avanza, in modo più soft in occidente, ma avanza. Forse perché la tendenza dei grandi giganti è quella di considerare la rete solo come uno strumento nelle mani del mercato, «perdendo di vista l'etica iniziale in cui gli utenti erano parte attiva per il funzionamento del web -commenta un’attivista di Inventati». Un'ultima cosa: il 26 settembre è entrata in vigore un'altra importante norma prevista nel decreto Pisanu: negli internet point prima di connettersi è obbligatorio lasciare un documento.
ricevuto da Mauro Santoni
Repubblica 20.10.05
Si attende solo la pubblicazione del decreto che sarà retroattivo. La protesta del sindacato e le differenze con gli altri precari della scuola
C'è l'ok del governo: tutti assunti
gli insegnanti di religione
di Salvo Intravaia
Procede spedito e senza intoppi il piano triennale di assunzioni degli insegnanti di Religione. Dopo i 9.229 immessi in ruolo lo scorso mese di agosto, è quasi pronto il provvedimento - addirittura retroattivo: a decorrere dal primo settembre 2005 - per l'assunzione di altri 3.077 docenti di religione cattolica.
La richiesta è stata inoltrata da viale Trastevere ai ministeri dell'Economia e della Funzione pubblica lo scorso mese di marzo e in questi giorni il Ministero dell'Economia ha dato il parere che è stato trasmesso al Dipartimento della Funzione Pubblica per il decreto di autorizzazione formale.
I "precari" di Religione. Sarà dunque completato il piano di assunzioni degli insegnanti di Religione (tra i quali il precariato praticamente non esiste) con l'ultima trance - anch'essa di 3.077 posti a decorrere dal primo settembre 2006 - per arrivare ai 15.383 stabiliti dal ministro Moratti. Assunzioni da sempre osteggiate dalla Cgil scuola che si è sempre espressa con toni forti. "Il governo - ha dichiarato all'indomani della prima infornata di docenti di religione cattolica Panini - ha voluto forzare la mano con una legge che ha sconvolto le regole del mercato del lavoro e dell'occupazione: non è mai esistito che l'assunzione in un settore pubblico avvenisse sulla base di un requisito discrezionale, perché la condizione unica per insegnare religione cattolica nelle scuole è l'idoneità rilasciata dal responsabile diocesano. E nel caso in cui - sottolinea, il segretario della Flc Cgil - il responsabile diocesano revochi l'idoneità all'insegnante, questo deve comunque essere mantenuto in servizio".
Già, per partecipare al concorso riservato agli insegnanti di religione, oltre ad avere insegnato per almeno quattro anni consecutivi nell'ultimo decennio, in una scuola statale o paritaria, occorreva la certificazione di idoneità rilasciata dall'ordinario diocesano. E in moltissime regioni italiane i concorsi hanno avuto un numero di partecipanti di poco superiore ai posti nel triennio in questione. A giochi fatti, in Emilia Romagna, Liguria, Marche, Molise, Umbria, Veneto e Lombardia - per l'elementare e la materna - i posti a disposizione hanno superato gli idonei. Il concorso che tutti sognano: più posti che candidati.
Gli "altri" precari. Strada ben diversa per le centinaia di migliaia di precari (storici o meno), alcuni iscritti da decenni nelle graduatorie permanenti, nei prossimi due anni scolastici saranno disponibili 'solo' 30 mila assunzioni. E' stato, infatti, firmato dai ministri Moratti (Istruzione e ricerca), Baccini (Funzione pubblica) e Siniscalco (Economia) il provvedimento che prevede 20 mila immissioni in ruolo nell''anno scolastico 2006/2007 e 10 mila nel 2007/2008. Un provvedimento che lascia scontenti i sindacati della scuola perché 'le assunzioni programmate non coprono nemmeno la quota del turn-over annuale', commenta Francesco Scrima, segretario generale della la Cisl scuola, che 'denuncia l'assenza di analogo provvedimento per il personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr), area professionale i cui posti vacanti e lo specifico precariato sono a livelli percentuali così alti da mettere a rischio la stessa funzionalità dei servizi". Insomma, nella scuola ci saranno più pensionamenti che assunzioni. "Basta fare alcuni conti", rilancia la Flc Cgil. "Dal 2001, il ministro Moratti ha assunto a tempo indeterminato 47.500 docenti e 7500 ATA, nello stesso periodo sono andati in pensione circa 100 mila docenti e 35 mila Ata. Il saldo negativo porta alla ulteriore precarizzazione di 53.000 docenti e di 27.500 ATA e al conseguente risparmio per le casse dello stato", dichiara Enrico Panini.
E cosa accadrà nei prossimi due anni? "Il risparmio continua! 30 mila assunzioni contro un turn over di 40 mila docenti circa. L'attuale decreto dunque non solo non comporta maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato - sostiene Panini - ma comporta un vero e proprio risparmio di spesa. L'area della precarietà nella scuola dunque si allarga, da ciò si deduce che i disagi per la scuola sono destinati ad aumentare non a diminuire". Immediatamente prima delle scorse elezioni regionali il ministro Moratti parlò di un piano che prevedeva 200 mila assunzioni in tre anni, ma poi si rimangiò tutto.
La Stampa 20.10.05
Pechino: il partito comunista pubblica un documento sulle riforme politiche
Cina, prove di democrazia «Tutta la gente la vuole»
Ma Hu Jintao avverte: non sarà un sistema occidentale
di Francesco Sisci
PECHINO. Arriva la democrazia in Cina? Almeno così potrebbe essere. Da quando, alla fine del 1978, Deng Xiaoping in una riunione semisegreta aprì le porte alle riforme economiche, il Paese è arrivato a dove si trova oggi.
Il linguaggio politico dell’epoca era, e restò ancora per molto tempo, gonfio di fioriture pesantemente ideologiche del vecchio comunismo. Ma, di fatto, tra quelle parole si leggeva già allora la novità. Nonostante questo fino pochi anni anni fa in Occidente c’era chi pensava che la Cina comunista avrebbe un giorno rifagocitato l’economia privata. Oggi non lo crede quasi nessuno.
Come era accaduto con l’economia, ora la Cina apre alle riforme politiche e alla democrazia, pubblicando il suo primo «libro bianco» sull’edificazione della democrazia. Sono 40 pagine dense ancora di ideologismi retrò, di parole che paiono antiche. Ma il messaggio è chiaro, assicurano fonti bene informate a Pechino: la nuova dirigenza vuole varare riforme politiche che portino il Paese a un sistema democratico.
Il passo e i tempi di queste riforme sono ancora incerti, e dipenderanno da molti elementi, in primo luogo dall’evoluzione interna e internazionale. Ma Hu Jintao e compagni paiono avere gettato il cuore oltre l’ostacolo: la Cina di domani non sarà mai più quella di ieri.
Il ruolo guida del partito comunista resta certamente sottolineato. Occidentali, non crediate che vogliamo la vostra democrazia multipartitica, dice il documento. Ma i passi più interessanti e nuovi del «libro bianco» riguardano proprio il processo di democratizzazione all’interno del partito. Per la prima volta si dice ufficialmente che il sistema «un candidato - un posto» viene abolito. Già nel congresso del 2002 si era saputo che a fronte di, per esempio, 100 posti per il Comitato centrale erano stati presentati 105 candidati. Il documento pubblicato ieri sostiene che la differenza tra numero di posti e di candidati si allargherà sempre di più e che anche sulla modalità delle candidature ci saranno novità: non saranno più solo le organizzazioni del partito a presentare una lista di nomi, emersa da riunioni interne, ma anche singoli comunisti potranno promuovere loro uomini.
Già questo processo mina il principio del centralismo democratico, asse di tutti i partiti leninisti, introducendo elementi di democrazia diretta nel cuore stesso del partito. Infatti, il documento non cita alcuno dei mostri sacri del comunismo reale, da Lenin a Mao. Anzi, chiude la porta al passato prima delle riforme di Deng e riserva l’attacco più feroce proprio al maoismo: «Nella corso della ricerca della costruzione della politica democratica della nuova Cina si sono avute numerose deviazioni. In particolare, il grave errore della Rivoluzione culturale (1966-1976) è stato una grave sconfitta e ha lasciato in eredità una dolorosa lezione».
Invece il «libro bianco» afferma che il partito continuerà a portare avanti «le teorie democratiche del marxismo», Un riferimento, raccontano a Pechino, alle idee di Rosa Luxemburg e di Antonio Gramsci. Quest’ultimo con il suo studio su «Il Principe» di Machiavelli ha ispirato anche la «teoria dei Tre Rappresentanti», oggi pilastro dell’ideologia del Paese.
La democrazia avanzerà attraverso il processo delle elezioni locali. Già oggi tutti i villaggi di campagna - dove vive la maggior parte della popolazione cinese - eleggono i loro «sindaci» in elezioni dirette con più candidati. Questo processo si sta estendendo alle città. Sarà quindi un movimento a doppio binario: democratizzazione all’interno del partito e nel governo locale, dal vertice e dalla base.
La democrazia in tutto il Paese però non è prevista per domani, né per dopodomani. Hu e i suoi vogliono maggiore democrazia, ma non la perdita del controllo. Riforme politiche sì, ma non vogliono finire con la Cina sfasciata, impoverita e disgregata come è successo all’Urss di Gorbaciov. Quest’ultimo è oggi l’incubo di ogni politico cinese: nessuno vuole fare alla Cina quello che Gorbaciov ha fatto all’Unione Sovietica.
«La democrazia è il risultato dello sviluppo della civiltà politica umana ed è anche un bisogno comune di tutta la gente di tutto il mondo», recita la prima fase del «libro bianco». Ma aggiunge subito che «la democrazia di ogni Paese nasce dal suo interno e non può essere forzata dall’esterno». Questo il messaggio ambivalente che Hu Jintao lancia all’amministrazione americana, con un documento che si rivolge anche a un pubblico internazionale. Lo suggeriscono anche i tempi di pubblicazione, annunciata martedì, il giorno dell’arrivo a Pechino del segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld. E per il mese prossimo è prevista la visita in Cina di George Bush.
l'Unità 20.10.05
Terracini, il comunista ribelle
che costruì le regole del gioco
di Adriano Guerra
Il ritratto di Umberto Terracini, che Lorenzo Gianotti ci ha presentato, invita, anzi costringe alla riflessione. Il perché è presto detto. La Costituzione un vigore, porta, accanto a quella di De Nicola, la firma di Terracini e per questo, ma anche per molte altre ragioni, si è comunemente d’accordo nel considerare quest’ultimo uno dei padri della Repubblica. Ma che cosa dice, che cosa può dire, ai giovani di oggi Terracini? Nel momento in cui poi il dibattito per quel che riguarda il Pci appare ancora del tutto assorbito dagli echi delle battaglie - aventi al centro Togliatti mediatore e giudice - che hanno visto contrapporsi amendoliani e ingraiani, e poi avversari e sostenitori dell’«ultimo Berlinguer»? Terracini «si oppose vigorosamente alle tesi amendoliane ma non per questo accedette al circolo degli amici di Ingrao», ha scritto Gianotti, e certo anche a questa circostanza, e al comunismo antico di Terracini, avente al centro con l’operaio di fabbrica, il rifiuto di cercare altri «soggetti» rivoluzionari o di sostituire la linea «rivoluzionaria» con quella «riformista», si deve se oggi il suo nome è scomparso dai dibattiti.
Ma proprio Gianotti ci ricorda che c’è un Terracini attualissimo: quello delle battaglie sui diritti civili, l’ obiezione di coscienza, la difesa dei diritti contro gli arbitrii dello Stato, anzi degli Stati. E ancora che c’è un Terracini che può aiutarci a recuperare alcune dimensioni della politica. Incominciando dalle ragioni che spingono, dovrebbero spingere, un giovane a fare politica. Ecco dunque Terracini, studente di famiglia agiata, che nella Torino del primo decennio del Novecento, anche per reagire ad un mondo famigliare chiuso, «di persone dabbene, di specchiata onestà e di moralità ineccepibile, ma senza un fremito di simpatia umana», si avvicina a poco a poco all’impegno politico perché non gli vanno molte cose del mondo nel quale si trova a vivere.
Ed è una scelta, la sua, che verrà continuamente ribadita anche nelle condizioni più drammatiche e difficili. Basti dire, che, arrestato nel 1926 e poi condannato a 22 anni di reclusione, il ragazzo che voleva cambiare le cose a Torino, ha potuto lasciare carcere e confino solo nel luglio del 1943. E che in tutti quegli anni, utilizzando i pochi mezzi a disposizione, ha continuato testardamente a fare politica, assumendo spesso posizioni critiche nei confronti del suo stesso partito, ad esempio sulla «svolta» del 1930, sulla linea del «socialfascismo» adottata dal Comintern, sul Patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Senza mai un visibile momento di stanchezza, di caduta nel «chi me lo fa fare», anche quando venne non solo isolato come un portatore di peste dai compagni del confino, ma espulso dal partito.
L’espulsione verrà poi revocata per intervento di Togliatti. Quando già Terracini aveva potuto però raggiungere dalla Svizzera la Repubblica partigiana dell’Ossola.
Si dirà che oggi non c’è bisogno di uomini come Terracini. E poi, che la generazione di Terracini non è immune da colpe. È una generazione che ha combattuto Mussolini e Hitler ma che ha taciuto a lungo sui Gulag. E, ancora, che ha assegnato alla politica il compito di guidare l’umanità verso un luogo che era, ed è, come la storia ci ha detto, del tutto inesistente.
Non si tratta certamente dunque di ritornare ai tempi del giovane Terracini quando a Torino, mentre nasceva l’industria, c’erano l’«Associazione generale degli operai» e l’«Alleanza cooperativa torinese», pronte - ricorda Gianotti - «a trasformarsi in salmerie a sostegno degli scioperi». E quando la truppa a cavallo veniva lanciata contro i lavoratori in piazza Statuto e i militari «giunti alla mia altezza - chi racconta è qui lo stesso Terracini - con un’evoluzione a destra e a sinistra mi scansarono come intimiditi dal mio aspetto di ragazzino per bene».
Il quadro è nettamente mutato: ma davvero la politica, mentre la suburra avanza e il malaffare è giunto a disarmare - si guardi alla Banca d’Italia - alcuni degli strumenti che avrebbero dovuto arginarlo, ha cessato di essere uno strumento utile per cambiare le cose? Le ragioni che spingono, dovrebbero spingere, all’indignazione e alla rivolta certamente non mancano. Io non credo però che nel nostro paese tutto sia suburra. Penso del resto che anche se ci trovassimo di fronte ad un sistema totalmente degenerato del quale tutti - destra e sinistra - sarebbero partecipi ed egualmente responsabili, non dovremmo certo dare addio alla politica, ma anzi, buttarci ancora di più nella mischia. Con la consapevolezza - è bene ricordarlo mentre c’è chi sostiene che prima di darsi battaglia destra e sinistra dovrebbero diventare entrambe «centro» e preparare insieme una politica per «salvare l’Italia» - che in ogni caso le riforme del centro-sinistra non possono che essere altra cosa rispetto a quelle del centro-destra e che programmi di governo, e di riforme, concordati sono, dovrebbero essere, improponibili per definizione. Ci sono certo eccezioni. Ma esse riguardano il campo delle modifiche della Carta Costituzionale, delle leggi elettorali e delle altre regole del gioco che per essere preparate e varate abbisognano sempre di commissioni bicamerali o di assemblee costituenti. Di ciò ne era ben consapevole Terracini, che ha saputo trasformare l’indignazione nata in lui di fronte ai mali di Torino in intransigenza nella lotta contro il fascismo, e poi, dal 1945, in iniziativa politica a tutto campo. Terracini che ha combattuto i compromessi (anche quello «storico» di Berlinguer) ma che ha diretto l’Assemblea Costituente sino alla firma della Costituzione, anche quando, dopo la cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo, più forte era diventata nel paese la contrapposizione fra la Dc di De Gasperi e il Pci.
Questo è accaduto - si dirà - perchè dall’altra parte c’era De Gasperi, non Berlusconi. Certo, c’era De Gasperi la cui politica, però - ci ha ricordato Pasquino - non era «centrista» ma «intelligente e basta». Non ci fossero mille altre ragioni dovrebbe bastare questa a spingerci a fare politica dando torto a coloro che dicono, come Gino Strada, che Prodi e Berlusconi «sono la stessa cosa», o che, come Mario Monti, pensano che destra e sinistra potranno separarsi e darsi battaglia solo dopo che avranno rimesso in moto il processo di sviluppo che si è inceppato.
Adnkronos 20.10.05
Esperti Aiug, i problemi sessuali 'rosa' sono troppo spesso sottovalutati
Il 65% delle donne italiane insoddisfatte 'sotto le lenzuola'
Crolla il mito del maschio latino. E secondo uno studio europeo, dopo la menopausa si registrano crollo del desiderio nel 36% dei casi e dolore durante i rapporti nel 21%
Milano, 20 ott. (Adnkronos/Ign) - Crolla il mito del maschio latino. Il 65% delle italiane si dichiara infatti insoddisfatto della propria vita sessuale, il 44% privilegia le esigenze del partner mentre il 60% si vergogna addirittura a farsi visitare dal ginecologo di fiducia. A 'spiare' le donne della Penisola sotto le lenzuola è una recente indagine Eurisko ricordata dagli esperti dell'Aiug (Associazione italiana urologia ginecologica e pavimento pelvico), oggi a Milano per presentare le novità emerse dal XV Congresso Aiug svoltosi a Lecce dal 5 all'8 ottobre.
Gli specialisti lanciano l'allarme: ''Le disfunzioni sessuali femminili sono sempre più diffuse, interessando quasi una donna in età fertile su quattro. Ma troppo spesso sono sottovalutate'', al contrario dei problemi maschili. Soprattutto tra le non giovanissime.
Una ricerca condotta da Donne Europee Federcasalinghe in collaborazione con la Fondazione Organon su circa 1.800 donne in menopausa - hanno ancora sottolineato i medici - ha infatti evidenziato rapporti dolorosi o non gratificanti e calo della libido nel 76% del campione. E un altro studio europeo ha dimostrato che dopo la menopausa si registrano crollo del desiderio nel 36% delle donne e dolore durante i rapporti nel 21%.
Tali disagi vengono etichettati come disturbi psicologici, ma all'origine possono esserci anche ''menopausa, parto, allattamento, ipotiroidismo, endometriosi, aderenze, infezioni, uso della pillola anticoncezionale e altri farmaci'', ha avvertito Antonio Perrone dell'ospedale 'Vito Fazzi' di Lecce. ''Le soluzioni variano in base alle cause, ma esistono. Fondamentale è però una corretta diagnosi'', ha concluso.
Il Gazzettino 20.10.05
Una volta a casa, un quarto dei soldati Usa ha problemi mentali o turbe psicologiche
WASHINGTON - La guerra può anche essere una malattia. Circa un quarto dei soldati americani che tornano a casa dall'Iraq accusano problemi mentali. Alcuni hanno istinti suicidi e pensano che «starebbero meglio» da morti (circa duemila). Atri sono ossessionati dagli incubi, dai ricordi delle scene più atroci viste in guerra (circa 20 mila) e non riescono a dormire. Altri hanno paura di perdere il controllo e di fare «del male a qualcuno» (circa 3700): dopo mesi di vita in situazioni di pericolo mortale e di necessità reazione rapida il ritorno in società e in famiglia presenta problemi psicologici notevoli.
Sono questi i risultati del più grande esame psicologico effettuato dal Pentagono sui soldati inviati a combattere in Iraq e in Afghanistan. Il controllo è nato dopo che i veterani della prima Guerra del Golfo avevano accusato una lunga serie di problemi fisici e mentali. Poiché in quella occasione i soldati non erano stati sottoposti a test medici approfonditi prima di essere inviati in combattimento era risultato difficile per gli specialisti determinare la estensione dei danni sanitari causati dal conflitto.
Stavolta il Pentagono ha preparato questionari dettagliati compilati dai soldati sia prima dell'invio in guerra che al ritorno (oltre mezzo milione di schede). I dati mostrano che il 47 per cento dei soldati ha partecipato ad azioni dove gente è stata ferita o uccisa. Il 45 per cento si è sentito in pericolo di essere ucciso.
il manifesto 20.10.05
«Un soldato su quattro ha problemi mentali»
Circa un quarto dei soldati americani che tornano a casa dall'Iraq accusano problemi mentali. Alcuni hanno istinti suicidi e pensano che «starebbero meglio da morti» (circa duemila). Atri sono ossessionati dagli incubi, dai ricordi delle scene più atroci viste in guerra (circa 20 mila) e non riescono a dormire. Altri hanno paura di perdere il controllo e di fare «del male a qualcuno» (circa 3700). Sono questi i risultati del più grande esame psicologico effettuato dal Pentagono sui soldati Usa in Iraq e in Afghanistan.
il manifesto 20.10.05
CASO FEDERICO
Non è come Erika
di Maurizio Galvani
E' stato convalidato ieri l'arresto, con trasferimento al carcere minorile di Casal del Marmo, del quindicenne Federico Gavuzzo, che l'altro ieri a Roma ha ucciso i genitori. Paradossalmente l'ammissione di colpevolezza non dà per ora adito ad altre soluzioni: si sceglie la strada del contenimento in una struttura protetta e si sostiene che questa è l'unica possibilità «per impedire a Federico atti di suicidio, gesti contro se stessi». L'altra possibilità, «di ospitare il ragazzo per un periodo di diagnosi e cura» in un centro di neuropsichiatria infantile non è stata presa in considerazione dal pm e dal gip di turno del Tribunale dei minorenni. La dose viene rincarata dall'avvocato di parte, quando chiede una perizia psichiatrica di parte sul ragazzo per scagionarlo dalle accuse. Ma Federico e la sua tragedia non hanno nulla di premeditato. Non c'è stata nessuna «strategia» da parte sua, come hanno fatto supporre il caso di Omar ed Erica o quello di Maso. Non si deve sottoporre a ulteriori analisi per stabilire se ha «una personalità suicida». La sua storia era più che nota: era stato in cura presso un importante ospedale romano, recentemente era stato sottoposto a una psicoterapia. Soprattutto la «sua crisi» si era già dichiarata. Come tanti suoi coetanei soffriva contemporaneamente dello scombussolamento dei suoi anni aggravato da un disagio familiare. Federico non era «uno sconosciuto»: per tanto tempo era stato assente da scuola e il suo disagio psicopatologico l'aveva portato fin da piccolo a frequentare i centri di salute mentale.
Altre domande e dubbi nascono da una riflessione sul suo contesto. I due capifamiglia hanno una buona differenza di età con lui e, anche, tra di loro la distanza non è indifferente: papà e mamma sono anziani e sono separati da un buon numero di anni. Un fratellino di Federico era in procinto di essere sottoposto a controllo e valutazione psicologica, per una sorta di disagio. Ora si dichiara che Federico era afflitto «da una patologia complessa», e non è un caso che sia ricorso a un gesto estremo, avendo tra l'altro a disposizione in casa tutto il materiale necessario. Il suo gesto sembra un delirio a cui è bastato un momento, un gesto forse dell'adulto (dovremmo capire se era accaduto qualcosa prima della sparatoria) per renderlo reale. Lascia sgomenti l'autodenuncia del ragazzo rispetto al suo gesto: «Mi sento una feccia, dichiara al poliziotto». Come dire, un bravo all'ispettore che l'ha salvato, ma anche che lo stesso Federico voleva, a quel punto, anche essere salvato dalla sua colpevolezza.
Il fattaccio agita la cronaca dei giornali, con l'evidenza che si dà a una vicenda condita di horror: un quindicenne uccide i suoi! E il sindaco scatena già la gara di solidarietà per l'affidamento degli altri due fratellini. Invece speriamo, come dovrebbe essere nella realtà, che Federico incontri assistenti e psicologici empatici con lui, in grado di aiutarlo a risolvere «la sua colpa». Soprattutto, per rendersi ancora una volta conto che il disagio psicologico degli adolescenti è molto diffuso e che le stesse famiglie non ricevono molti aiuti. Di tipo farmacologico ma, in particolare, psicoterapeutico.
l'Unità 20.10.05
Nel Lazio 2700 ragazzi con disagio psichico
La denuncia dopo la tragedia di Esquilino: pochi posti letto per i ricoveri, poche case famiglia e pochi terapeuti
di Alessandra Rubenni
DIVENTA una terra di nessuno la malattia psichica, quando colpisce un adolescente. Difficile capire a chi rivolgersi, pochi i centri d’assistenza e ancora meno le
comunità terapeutiche e i posti letto per i ricoveri, per i casi più critici. Tanto che molti finiscono in reparto con gli adulti.
A descrivere questa zona oscura, dopo la tragedia dell’Esquilino è lo stesso primario dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli dove F., il quindicenne che ha ucciso i genitori a colpi di pistola, era stato già ricoverato lo scorso giugno.
«L’adolescenza è sempre stata la cenerentola della neuropsichiatria infantile, anche se in diverse Asl esistono dei centri specializzati», spiega la professoressa Teresa Carratelli, dirigente dell’unità operativa complessa che si occupa dei casi più gravi e dove F. avrebbe dovuto essere nuovamente ricoverato proprio martedì.
Già assistente di Giovanni Bollea, fondatore del famoso Istituto che fa parte del Policlinico Umberto I, Teresa Carratelli lavora qui dal ‘68. Oggi la struttura, che si occupa di ragazzi da 0 fino a 18 anni, dispone di 6 posti letto per i ricoveri, che sommati a quelli dell’Ospedale Bambin Gesù arrivano a 12 per tutta Roma.
Eppure gli adolescenti con disturbi psichici sono moltissimi. Tante le famiglie che non sanno nemmeno a chi chiedere aiuto, a differenza di quella di F., che infatti da anni era seguito dagli specialisti. «Secondo uno studio di qualche anno fa, sui 271 mila ragazzi del Lazio, tra i 14 e i 18 anni, 27 mila mostravano segni di sofferenza psichica e 11 mila aveva disturbi psicopatologici. Di questi, 2.700 avevano necessità di ricovero», spiega la professoressa.
«Da noi è in funzione un servizio per gli adolescenti, ma non è così in tutte le Asl. I centri di neuropsichiatria infantile prendono in carico i bambini fino a 14 anni, poi ci sono quelli per gli adulti», sottolinea il direttore del dipartimento di salute mentale della Asl Roma E, Gianfranco Palma. In mezzo, resta quella zona di frontiera che sconfina in un buco nero, allargato dalle scarse risorse destinate all’assistenza pubblica. «Con i tagli alla sanità, tutte le voci che riguardano la psicoterapia sono state depennate. Qui - spiega ancora la professoressa Carratelli - è attivo un centro diurno per dare assistenza dopo il ricovero, perché nelle Asl si può eseguire quel metodo integrato che associa le cure farmacologiche, terapeutiche e riabilitative, per combattere il forte stato di isolamento sociale di questi ragazzi. Ma spesso anche il centro diurno non basta alle necessità effettive». E la realtà è drammatica: ricoveri che si protraggono nel tempo, perché non ci sono case famiglia dove mandare gli adolescenti. E poi l’accesso alla psicoterapia, sebbene prescritta dopo il ricovero, che resta difficilissimo se non a pagamento, un «lusso» inaccessibile per chi è in maggiore difficoltà. È così che questi pazienti riescono ad ottenere in media due sedute al mese, anziché diverse a settimana.
«Da tempo abbiamo chiesto di avviare un servizio di assistenza domiciliare, per non lasciare da soli i genitori anche nel negoziare sul ricovero, in genere vissuto dai ragazzi come una prigionia», prosegue la neuropsichiatra, che da anni punta a impostare una rete di assistenza sul territorio, come vuole la scuola di Bollea. Il che, oltre alla psicoterapia, significa ad esempio anche attivare il sostegno per l’inserimento scolastico dei ragazzi. «Ma tutto è lasciato alla motivazione personale. Ci sono colleghi sul territorio che lo fanno, ma sono una specie di ER, medici in prima linea».
Corriere della Sera 20.10.05
Dalla testimonianza dei colleghi di Sybille ed Enrico Gavuzzo emerge il dramma della famiglia: la malattia del quindicenne, la ricerca di una soluzione diversa dall’ospedale
«Portate via Federico, manca personale»
Dopo due ricoveri a Neuropsichiatria, ad agosto i genitori costretti a riprendersi il ragazzo
di Paolo Brogi
«È uscita a mezzogiorno da qui, era preoccupatissima, a neuropsichiatra infantile le avevano detto che Federico doveva essere ricoverato quanto prima. Lei aveva mandato i due fratellini più piccoli a casa di compagni, doveva affrontare il ragazzo e comunicargli insieme al marito quella prospettiva...». L’hanno vista uscire dalla sede della Cbc, la coperativa beni culturali in cui lavorava da 21 anni, col cuore in subbuglio. Sybille Nergher, la mamma di Federico, è andata così al suo appuntamento fatale portandosi dietro un fardello di grande solitudine, quella condivisa insieme al marito Enrico per un problema troppo grande per un’altra famiglia lasciata a sbrigarsela da sola con un problema così grande come quello di un giovane figlio che attraversa una gravissima crisi. E che di fronte al nuovo ricovero reagisce sparando con una pistola trovata in casa. Non voleva tornare in quei reparti di neuropsichiatria dove era già stato tre volte: «Lì si soffre troppo...»
«Soli. Un padre e una madre colti, benestanti, che hanno fatto di tutto per quel figliolo - aggiungono i colleghi dell’altra vittima, il padre, Enrico Gavuzzo, riuniti nel corridoio del laboratorio del Cnr, a Montelibretti, dove col povero ricercatore hanno fatto vita in comune per oltre vent’anni -. Insomma non è stata certo una situazione di disattenzione, trascuratezza o di marginalità. La verità è che di fronte al disagio psichico questa nostra società ti lascia proprio da solo...».
Facce allibite nel padiglione di cristallografia. Chimici, esperti di molecole, indagatori dell’universo delle nanotecnologie hanno passato buona parte della giornata a ricostruiire il calvario del loro amico Enrico. Fiorella Bachechi, vicinissima al ricercatore ucciso: «Portava a volte Federico qui, anche a mensa, lui se ne stava solo, con quel suo sguardo intelligente e acuto, muto però ed attonito. Poi scoprivi che aveva tutte quelle ossessioni compulsive, quella mania di lavarsi le mani subito dopo ogni contatto. Enrico e Sybille avevano scoperto che qualcosa non andava nel ragazzo anni fa e avevano cercato di far fronte. Erano stati a lungo in terapia familiare, loro due e il ragazzo, poi i due genitori erano andati da uno psichiatra da soli. Parecchie sedute, alla fine lo psichiatra aveva detto che per un trattamento doveva essere il ragazzo stesso ad accettarlo...».
Tutto questo, tra alti e bassi, come capita a tante famiglie. Finché non era giunta l’estate del 2004 quando il 31 luglio, nel viaggio di ritorno da Cagliari ad Olbia per prendere il traghetto e tornare a casa dopo un mese di ferie, la famiglia Gavuzzo si è fermata a pernottare in un albergo del centro Sardegna, vicino al massiccio del Gennargentu. Giorgio Pochetti e Vincenzo Fares aggiungono ai ricordi di Fiorella Bachechi i loro. «Quella sera, alle 20, Federico è scomparso dall’albergo. Allarme, ricerche della polizia. L’hanno ritrovato la mattina dopo alle 9, in fondo a un dirupo, con varie ferite gravi: due costole, una gamba e il bacino fratturati. Il ragazzo è stato trasportato a Cagliari dove è rimasto ricoverato per un mese, poi è tornato a casa. Non era stato un incidente. Lo hanno appurato a Pasqua, quest’anno, quando Federico ha voluto essere riportato lì. E lì ha fatto trovare al padre i soldi che quella sera aveva nascosto sotto una pietra e un paio di occhiali su cui aveva scritto a pennarello "sono morto". Poi Federico ha rivelato al padre che quella notte aveva cercato invano di morire...».
Intanto l’avevano iscritto al liceo parificato Cavour, che Federico ha frequentato poco o niente. E in casa era l’inferno. «Non avevano neanche più una domestica - raccontano le colleghe di Sybille della Cbc -. L’ultima si era barricata in bagno, prima di scapparsene via. Federico era minaccioso con i fratellini e con i genitori. E così, finalmente, all’inizio della primavera Federico è stato ricoverato per una settimana a Neuropsichiatria del Bambino Gesù». «Si sono trovati male, Sybille diceva che avevano trovato soprattutto ragazzine colpite da anoressia, lui poi non voleva farmaci, protestava perché si sentiva imbambolato. I farmaci li ha sempre rifiutati, i genitori cercavano di darglieli con una bibita. Ma spesso lui se ne accorgeva e buttava via tutto. Poi dopo Pasqua hanno cominciato a rivolgersi a Neuropsichiatria infantile della Sapienza, a via dei Sabelli. A giugno Federico è stato ricoverato lì una prima volta, poi di nuovo a luglio. Ma alla fine del mese si sono sentiti dire: ora riportatevelo a casa, in agosto qui con molto personale in ferie si sentirebbe abbandonato...».
Raccontano le colleghe della Cbc: «Sybille si era rivolta anche ai servizi sociali del comune. Cercava una casa famiglia, un posto migliore dove il figlio non si sentisse così male come in ospedale. Le hanno detto che bisognava fare tutto l’iter col tribunale dei minori, insomma ci voleva tempo e qui invece il tempo mancava - racconta Carla Bertorello -. L’unico risultato della richiesta era stata la visita di un’assistente sociale, a casa. "Una persona gentile, aveva commentato Sybille, ha anche lei un figlio della stessa età di Federico". Ma poi non era successo nulla e lei aveva anche pensato a ritornarse ad Amburgo, in Germania, perché sperava in un’assistenza migliore ma poi aveva rinunciato perché le sembrava quasi di dover deportare il figlio. Hanno passato l’agosto facendo i turni con lui qui a Roma mentre uno dei coniugi si trasferiva ad Amelia, in Umbria, con gli altri due figli a casa della zia Silvia. Non si azzardavano a tenere insieme i tre figli, avevano paura. Poi giorni fa a Neuropsichiatria infantile una dottoressa ha detto a Sybille che era urgente un nuovo ricovero. Lei però non sapeva come dirglielo...».
Su un cavalletto del laboratorio della Cbc, in viale Manzoni 26, sono restati una pala e una statua lignea che Sybille stava restaurando. Le colleghe ne ricordano la mano fine e sensibile con cui per anni ha lavorato per restituire alla collettività tesori bisognosi di ritocchi per la conservazione. Sybille Nergher ha restaurato le «stanze dell’alcova» al Quirinale, i quattro Galileo Chini della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, la Colonna Antonina, Santa Caterina da Siena nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, la Fontana di Trevi, pale del Duomo di Orvieto, la «Volta dorata» della Domus Aurea dove era capocantiere. In una stanza della facoltà di Farmacia, alla Sapienza, sono rimasti invece gli appunti di Enrico Gavuzzo sul morbo celiaco, una malattia che era presente nella sua famiglia. A casa quelle armi insensate di cui nessuno sa dare una spiegazione. Tutt’intorno, grande gelo e solitudine.