Repubblica 7.6.15
L’amaca
di Michele Serra
T UTTI a dire che “bisogna spazzare via il marcio” (come scrive il quotidiano della Cei). Ottima idea. Ma se il famoso “marcio” non fosse più asportabile, nel senso che è un marcio strutturale, non l’eccezione ma la regola, non la devianza ma il costume che uniforma? Non credo che i tanti soci del mercato nero capitolino ritenessero di essere dei criminali. Qualcuno sì, certamente i boss, i Carminati e i Buzzi. Ma gli altri? Quanti di loro pensavano semplicemente di partecipare a un business informale, esteso a tanta parte della politica romana, quanti erano convinti di arrotondare lo stipendio, da padri di famiglia, facendo un po’ di nero come tanti italiani negli anni della crisi? Ciò che davvero è stato “spazzato via”, in appena un paio di decenni, sono le differenze ideologiche, le identità culturali, le appartenenze di partito prima avvertite come ricchezza di cui vantarsi e adesso come un impiccio di cui sgravarsi. Sinistra e destra nello stesso sacco, fascisti che fondano la banda (nelle migliori tradizioni della storia criminale romana) e “compagni” che chiedono di partecipare, come si spiega una promiscuità così stretta se non con il fatto che la carriera personale e le tasche da riempire sono la sola vera linea-guida che traccia il percorso, se non di tutti, di moltissimi? Se è questo il marcio — questo non poter essere più niente al di fuori di se stessi e dei propri porci comodi — come ci si può illudere di “spazzarlo via”? È l’orribile motto plebeo, “so’ tutti uguali e tutti ladri”, che rischia l’autorevole convalida delle cosiddette classi dirigenti. Metà paese non va più a votare anche per questo.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 7 giugno 2015
La Stampa 7.6.15
Presidi, assunzioni e paritarie
Le modifiche su cui tratta l’esecutivo
Ma il premier avverte: “C’è solo una settimana e non cederemo a chi cala veti dall’alto”
di Roberto Giovannini
Stavolta non dovrebbe essere una finta o una mossa tattica. Il cantiere della riforma della scuola si riapre. E come spiega chi è direttamente a conoscenza del dossier della riforma, potrebbero essere modificate tutte le norme che più hanno sollevato polemiche e proteste in queste settimane. Dal potere dei presidi alle assunzioni, dal finanziamento alle scuole private alla valutazione e attribuzione del merito.
Evidentemente la rivolta del popolo degli insegnanti e degli studenti contro la riforma Giannini in qualche modo ha pesato sul risultato elettorale alle Regionali. E ora c’è anche il rischio di nuove difficoltà e tensioni con la sinistra del Pd, che ha già fatto capire di avere intenzioni bellicose.
Fatto sta che ieri le parole del premier sono state chiarissime: «Sulla scuola - ha ammesso - abbiamo fatto degli errori e siamo pronti a ragionare e ascoltare». Poi certamente arriva la «frenata»: a disposizione c’è solo una settimana, e in ogni caso il governo non vuole cedere «a chi dall’alto delle proprie rendite di posizione pensa che la scuola sia intoccabile».
Un ballon d’essai tanto per vedere l’effetto che fa? Niente affatto, spiegano autorevoli fonti di governo. L’apertura del premier alle ragioni di chi osteggia la riforma è stata «totalmente meditata», così come la tempistica. Non è una mossa tattica ma un segno di una reale volontà di mediazione. Non è (o non dovrebbe essere») una semplice disponibilità all’ascolto, ma un appello serio a trovare delle soluzioni. Fermo restando che la mediazione non vuol dire concedere il diritto di veto.
In che modo si procederà? Il primo passaggio decisivo è quello all’interno del Partito Democratico. Domani si terrà la Direzione del Pd: probabilmente Renzi eviterà una resa dei conti con la minoranza, anche considerando la tempesta in corso sul Campidoglio, gli arresti di esponenti del Pd e l’atteggiamento battagliero della sinistra. Alcune modifiche alla riforma della scuola, dunque, potrebbero essere presentate già in questa sede.
I temi su cui potrebbero intervenire le modifiche sono quelli su cui si è concentrata la protesta di sindacati e studenti. Il primo è quello dei poteri del preside: una possibilità già ventilata è quella di limitare a sei anni al massimo la permanenza di un preside nella stessa scuola, per evitare che si trasformi nel «padrone totale» dell’istituto. Ancora, potrebbe essere ulteriormente mitigato il potere di valutazione del merito degli insegnanti e di concessione dei premi; e potrebbe essere tolto al solo preside il potere di «chiamare» i singoli docenti nella loro scuola.
Sulle assunzioni dei precari si potrebbe estendere ulteriormente il bacino: c’è il problema di individuare le risorse per favorire altri ingressi tra i precari di seconda fascia, ma c’è sempre il complicato problema di come individuare chi abbia titolo maggiore di altri. Ancora, si pensa a una modifica del sistema di valutazione dei dirigenti scolastici. E infine, potrebbe essere modificato anche uno dei punti più controversi (e incostituzionale, secondo molti): il finanziamento indiretto alle scuole private. Attualmente le famiglie che iscrivono i loro figli alle scuole paritarie possono beneficiare sia di una detrazione fiscale con un importo annuo massimo di 400 euro a studente. E poi c’è lo school bonus, che altro non è se un significativo credito d’imposta (del 65% per il biennio 2015 - 2016 e del 50% per 2017 scontati nella dichiarazione dei redditi) per chi farà donazioni in denaro per le scuole (anche pubbliche).
Presidi, assunzioni e paritarie
Le modifiche su cui tratta l’esecutivo
Ma il premier avverte: “C’è solo una settimana e non cederemo a chi cala veti dall’alto”
di Roberto Giovannini
Stavolta non dovrebbe essere una finta o una mossa tattica. Il cantiere della riforma della scuola si riapre. E come spiega chi è direttamente a conoscenza del dossier della riforma, potrebbero essere modificate tutte le norme che più hanno sollevato polemiche e proteste in queste settimane. Dal potere dei presidi alle assunzioni, dal finanziamento alle scuole private alla valutazione e attribuzione del merito.
Evidentemente la rivolta del popolo degli insegnanti e degli studenti contro la riforma Giannini in qualche modo ha pesato sul risultato elettorale alle Regionali. E ora c’è anche il rischio di nuove difficoltà e tensioni con la sinistra del Pd, che ha già fatto capire di avere intenzioni bellicose.
Fatto sta che ieri le parole del premier sono state chiarissime: «Sulla scuola - ha ammesso - abbiamo fatto degli errori e siamo pronti a ragionare e ascoltare». Poi certamente arriva la «frenata»: a disposizione c’è solo una settimana, e in ogni caso il governo non vuole cedere «a chi dall’alto delle proprie rendite di posizione pensa che la scuola sia intoccabile».
Un ballon d’essai tanto per vedere l’effetto che fa? Niente affatto, spiegano autorevoli fonti di governo. L’apertura del premier alle ragioni di chi osteggia la riforma è stata «totalmente meditata», così come la tempistica. Non è una mossa tattica ma un segno di una reale volontà di mediazione. Non è (o non dovrebbe essere») una semplice disponibilità all’ascolto, ma un appello serio a trovare delle soluzioni. Fermo restando che la mediazione non vuol dire concedere il diritto di veto.
In che modo si procederà? Il primo passaggio decisivo è quello all’interno del Partito Democratico. Domani si terrà la Direzione del Pd: probabilmente Renzi eviterà una resa dei conti con la minoranza, anche considerando la tempesta in corso sul Campidoglio, gli arresti di esponenti del Pd e l’atteggiamento battagliero della sinistra. Alcune modifiche alla riforma della scuola, dunque, potrebbero essere presentate già in questa sede.
I temi su cui potrebbero intervenire le modifiche sono quelli su cui si è concentrata la protesta di sindacati e studenti. Il primo è quello dei poteri del preside: una possibilità già ventilata è quella di limitare a sei anni al massimo la permanenza di un preside nella stessa scuola, per evitare che si trasformi nel «padrone totale» dell’istituto. Ancora, potrebbe essere ulteriormente mitigato il potere di valutazione del merito degli insegnanti e di concessione dei premi; e potrebbe essere tolto al solo preside il potere di «chiamare» i singoli docenti nella loro scuola.
Sulle assunzioni dei precari si potrebbe estendere ulteriormente il bacino: c’è il problema di individuare le risorse per favorire altri ingressi tra i precari di seconda fascia, ma c’è sempre il complicato problema di come individuare chi abbia titolo maggiore di altri. Ancora, si pensa a una modifica del sistema di valutazione dei dirigenti scolastici. E infine, potrebbe essere modificato anche uno dei punti più controversi (e incostituzionale, secondo molti): il finanziamento indiretto alle scuole private. Attualmente le famiglie che iscrivono i loro figli alle scuole paritarie possono beneficiare sia di una detrazione fiscale con un importo annuo massimo di 400 euro a studente. E poi c’è lo school bonus, che altro non è se un significativo credito d’imposta (del 65% per il biennio 2015 - 2016 e del 50% per 2017 scontati nella dichiarazione dei redditi) per chi farà donazioni in denaro per le scuole (anche pubbliche).
Repubblica 7.6.15
Le possibili modifiche
Scuola, nuove regole sui premi ai docenti e basta classi pollaio
di Corrado Zunino
GENOVA Il premier dice di aver fatto un capolavoro sulla scuola, «sono riuscito a mettere tutti contro di me». E ha in tasca un’ultima proposta per provare a portare dalla sua parte qualche docente (e qualche studente) in più: «Riformeremo la legge Gelmini che ha consentito le classi pollaio», annuncia Matteo Renzi dal palco di “Repubblica delle idee”. Poi, aggiunge: «Voglio riportare le classi ai numeri precedenti la riforma del 2008: 25 studenti per classi. Oggi si arriva a 28 più alcune deroghe. Ci costerà un po’ di soldi e forse potremo farlo solo nel 2017. Questa è la mia proposta, la bomba del giorno».
Durante l’intervista con il direttore di “Repubblica” il premier aveva detto: «Conosciamo le richieste dei Tfa di seconda fascia, essere assunti subiti, stiamo discutendo». Poi, però, ha spiegato: «Non possiamo andare oltre le 101mila assunzioni già decise. Per chi si è abilitato con un tirocinio formativo attivo o con un percorso speciale stiamo ipotizzando punteggi da inserire per il concorso 2016». La partita “assunzioni” sembra chiusa: 101 mila subito dalle Graduatorie a esaurimento (prima fascia), stop. Non ci sarà stralcio delle assunzioni e una discussione lunga su tutto il resto: «La legge è unica e deve andare avanti tutta insieme», ancora Renzi. «Possiamo discutere una settimana in più, cercare più consenso perché la riforma della scuola ha bisogno di consenso, ma poi dobbiamo chiudere. Altrimenti le assunzioni dei centomila saltano a settembre 2016». Niente stabilizzazioni negli anni, mentre i 6.200 idonei del 2012 andranno in ruolo solo il prossimo anno. Tutti gli abilitati che non sono in prima fascia avranno l’occasione del concorso 2016: sessantamila assunti su 180 mila partecipanti previsti. Di più, è pronto un emendamento della maggioranza Pd che chiuderà le graduatorie d’istituto (seconda e terza fascia) a chi non avrà già un’abilitazione: non basterà più la sola laurea per entrare in una graduatoria per le supplenze.
Il premier si è detto poco convinto anche dell’articolo che, dopo il passaggio alla Camera, consente a studenti e genitori (insieme a due insegnanti) di scrivere le regole sulle quali si deciderà di dare i premi in denaro ai docenti: «Oggi un genitore, in un contenzioso tra figlio e insegnante, dà spesso ragione al figlio». È possibile che, accogliendo un emendamento presentato da Miguel Gotor (Pd di minoranza), il comitato sulle regole sia allargato a 4 insegnanti e a genitori e studenti sia dato solo un parere consultivo. Infine, i presidi. I poteri decisi non si toccheranno, ma per mitigare il rischio del preside-padrone un dirigente scolastico dovrebbe restare al vertice di un istituto per due mandati soltanto (6 anni, al massimo 8). «Discutiamo — dice Renzi — ma la Buona scuola la portiamo a casa. Rimetteremo mano al testo, ma non cederemo a chi si crede intoccabile, a chi vive di posizioni di rendita ».
Le possibili modifiche
Scuola, nuove regole sui premi ai docenti e basta classi pollaio
di Corrado Zunino
GENOVA Il premier dice di aver fatto un capolavoro sulla scuola, «sono riuscito a mettere tutti contro di me». E ha in tasca un’ultima proposta per provare a portare dalla sua parte qualche docente (e qualche studente) in più: «Riformeremo la legge Gelmini che ha consentito le classi pollaio», annuncia Matteo Renzi dal palco di “Repubblica delle idee”. Poi, aggiunge: «Voglio riportare le classi ai numeri precedenti la riforma del 2008: 25 studenti per classi. Oggi si arriva a 28 più alcune deroghe. Ci costerà un po’ di soldi e forse potremo farlo solo nel 2017. Questa è la mia proposta, la bomba del giorno».
Durante l’intervista con il direttore di “Repubblica” il premier aveva detto: «Conosciamo le richieste dei Tfa di seconda fascia, essere assunti subiti, stiamo discutendo». Poi, però, ha spiegato: «Non possiamo andare oltre le 101mila assunzioni già decise. Per chi si è abilitato con un tirocinio formativo attivo o con un percorso speciale stiamo ipotizzando punteggi da inserire per il concorso 2016». La partita “assunzioni” sembra chiusa: 101 mila subito dalle Graduatorie a esaurimento (prima fascia), stop. Non ci sarà stralcio delle assunzioni e una discussione lunga su tutto il resto: «La legge è unica e deve andare avanti tutta insieme», ancora Renzi. «Possiamo discutere una settimana in più, cercare più consenso perché la riforma della scuola ha bisogno di consenso, ma poi dobbiamo chiudere. Altrimenti le assunzioni dei centomila saltano a settembre 2016». Niente stabilizzazioni negli anni, mentre i 6.200 idonei del 2012 andranno in ruolo solo il prossimo anno. Tutti gli abilitati che non sono in prima fascia avranno l’occasione del concorso 2016: sessantamila assunti su 180 mila partecipanti previsti. Di più, è pronto un emendamento della maggioranza Pd che chiuderà le graduatorie d’istituto (seconda e terza fascia) a chi non avrà già un’abilitazione: non basterà più la sola laurea per entrare in una graduatoria per le supplenze.
Il premier si è detto poco convinto anche dell’articolo che, dopo il passaggio alla Camera, consente a studenti e genitori (insieme a due insegnanti) di scrivere le regole sulle quali si deciderà di dare i premi in denaro ai docenti: «Oggi un genitore, in un contenzioso tra figlio e insegnante, dà spesso ragione al figlio». È possibile che, accogliendo un emendamento presentato da Miguel Gotor (Pd di minoranza), il comitato sulle regole sia allargato a 4 insegnanti e a genitori e studenti sia dato solo un parere consultivo. Infine, i presidi. I poteri decisi non si toccheranno, ma per mitigare il rischio del preside-padrone un dirigente scolastico dovrebbe restare al vertice di un istituto per due mandati soltanto (6 anni, al massimo 8). «Discutiamo — dice Renzi — ma la Buona scuola la portiamo a casa. Rimetteremo mano al testo, ma non cederemo a chi si crede intoccabile, a chi vive di posizioni di rendita ».
Repubblica 7.6.15
Scioglimento, il destino di Roma in 700 pagine
Tra una settimana al prefetto il dossier degli ispettori che da mesi setacciano gli atti. Il Comune rischia di essere commissariato per più di un anno. Gabrielli: “C’è un quadro lesivo della credibilità delle istituzioni”. Ma Sabella ribatte: “Già voltata pagina”.
di Giovanna Vitale
ROMA Da qualche giorno uno spettro è tornato a Palazzo Senatorio: quello dello scioglimento per mafia. E non solo perché ad agitarlo, mentre il Pd lo esclude, è praticamente l’intero centrodestra. Il 15 giugno scade infatti il termine entro il quale la Commissione di accesso agli atti, insediata a metà dicembre, dovrà consegnare la relazione sull’eventuale inquinamento dell’amministrazione. Nominata in seguito all’esplosione dell’inchiesta Mondo di Mezzo, è presieduta dal prefetto Marilisa Magno e coadiuvata da una struttura investigativa formata da carabinieri, polizia, Dia e Finanza. Una squadra che da quasi sei mesi setaccia ogni delibera di giunta, verbale di consiglio, gara d’appalto, determina dirigenziale votata o firmata negli ultimi sette anni in Campidoglio, aziende partecipate e municipi: i cinque di Alemanno e i primi due di Marino.
Un lavoro immane che confluirà nella relazione da inviare — entro una settimana — al neo-prefetto Franco Gabrielli. Il quale, pur non conoscendo l’esito dell’attività ispettiva, spiega che «la Commissione sta producendo una relazione corposissima, ha già superato le 700 pagine, e anche a causa degli ulteriori sviluppi dell’inchiesta si prenderà tutto il tempo fino al termine». Dunque il 15 giugno. «Poi il prefetto avrà a disposizione 45 giorni, in cui formulerà le sue valutazioni, anche sentito il Comitato per l’ordine e la sicurezza allargato al procuratore Pignatone. Non vorrei sembrare Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore», precisa Gabrielli, «ma esaminare tutto richiederà tempo». E si arriva al 30 luglio. A quel punto la palla passerà al ministro dell’Interno che «farà un’ulteriore istruttoria e se dovesse ritenere che il Comune sia infiltrato proporrà lo scioglimento al Consiglio dei ministri, organo cui spettano questi provvedimenti». Anche se poi, tecnicamente, è il presidente della Repubblica a emettere il decreto.
Non fa previsioni, Gabrielli, ma valutazioni quelle sì, e non sono confortanti: «Non posso escludere nulla. Quanto emerso dalle carte, gli intrecci, le relazioni, sono molto preoccupanti e grandemente disarmanti, un quadro lesivo della credibilità delle istituzioni». Tutto è dunque possibile. Nell’ipotesi peggiore, il Campidoglio resterebbe commissariato dai 12 ai 18 mesi prorogabili fino a 24. Dopodiché si andrebbe a nuove elezioni. Escludendo per incandidabilità il sindaco, i consiglieri e gli assessori uscenti, compresi quelli municipali. Significherebbe azzerare l’intera classe politica attuale. Scenari shock che l’assessore ex pm Alfonso Sabella esclude: «Le criticità necessarie per sciogliere devono essere “attuali”. Ma noi abbiamo voltato pagina».
Scioglimento, il destino di Roma in 700 pagine
Tra una settimana al prefetto il dossier degli ispettori che da mesi setacciano gli atti. Il Comune rischia di essere commissariato per più di un anno. Gabrielli: “C’è un quadro lesivo della credibilità delle istituzioni”. Ma Sabella ribatte: “Già voltata pagina”.
di Giovanna Vitale
ROMA Da qualche giorno uno spettro è tornato a Palazzo Senatorio: quello dello scioglimento per mafia. E non solo perché ad agitarlo, mentre il Pd lo esclude, è praticamente l’intero centrodestra. Il 15 giugno scade infatti il termine entro il quale la Commissione di accesso agli atti, insediata a metà dicembre, dovrà consegnare la relazione sull’eventuale inquinamento dell’amministrazione. Nominata in seguito all’esplosione dell’inchiesta Mondo di Mezzo, è presieduta dal prefetto Marilisa Magno e coadiuvata da una struttura investigativa formata da carabinieri, polizia, Dia e Finanza. Una squadra che da quasi sei mesi setaccia ogni delibera di giunta, verbale di consiglio, gara d’appalto, determina dirigenziale votata o firmata negli ultimi sette anni in Campidoglio, aziende partecipate e municipi: i cinque di Alemanno e i primi due di Marino.
Un lavoro immane che confluirà nella relazione da inviare — entro una settimana — al neo-prefetto Franco Gabrielli. Il quale, pur non conoscendo l’esito dell’attività ispettiva, spiega che «la Commissione sta producendo una relazione corposissima, ha già superato le 700 pagine, e anche a causa degli ulteriori sviluppi dell’inchiesta si prenderà tutto il tempo fino al termine». Dunque il 15 giugno. «Poi il prefetto avrà a disposizione 45 giorni, in cui formulerà le sue valutazioni, anche sentito il Comitato per l’ordine e la sicurezza allargato al procuratore Pignatone. Non vorrei sembrare Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore», precisa Gabrielli, «ma esaminare tutto richiederà tempo». E si arriva al 30 luglio. A quel punto la palla passerà al ministro dell’Interno che «farà un’ulteriore istruttoria e se dovesse ritenere che il Comune sia infiltrato proporrà lo scioglimento al Consiglio dei ministri, organo cui spettano questi provvedimenti». Anche se poi, tecnicamente, è il presidente della Repubblica a emettere il decreto.
Non fa previsioni, Gabrielli, ma valutazioni quelle sì, e non sono confortanti: «Non posso escludere nulla. Quanto emerso dalle carte, gli intrecci, le relazioni, sono molto preoccupanti e grandemente disarmanti, un quadro lesivo della credibilità delle istituzioni». Tutto è dunque possibile. Nell’ipotesi peggiore, il Campidoglio resterebbe commissariato dai 12 ai 18 mesi prorogabili fino a 24. Dopodiché si andrebbe a nuove elezioni. Escludendo per incandidabilità il sindaco, i consiglieri e gli assessori uscenti, compresi quelli municipali. Significherebbe azzerare l’intera classe politica attuale. Scenari shock che l’assessore ex pm Alfonso Sabella esclude: «Le criticità necessarie per sciogliere devono essere “attuali”. Ma noi abbiamo voltato pagina».
La Stampa 7.6.15
Anche con la giunta Marino le coop hanno preso 6 milioni
Gli appalti venivano prorogati senza bandi di gara
di Fra. Gri.
Il ministero dell’Economia ci aveva anche provato, a frenare l’andazzo del Comune di Roma. Troppe spese fuori dal Patto di stabilità. Troppi appalti senza gara. E poi il sistema dei «debiti fuori bilancio» e della «somma urgenza». Un meccanismo cresciuto a dismisura sotto la gestione Alemanno e ancora trionfante nel 2013 con la gestione Marino. Così in Campidoglio, a inizio gennaio 2014, è arrivato un ultimatum: basta con le proroghe, fate il bilancio di previsione e soprattutto fate le gare. E che s’inventano, con una memoria di Giunta del febbraio 2014, quei creativi della burocrazia capitolina? Se non si possono più fare le proroghe, che tanto premevano a Salvatore Buzzi, si farà la «non interruzione». Scrive il giudice Costantini: «Sono state una serie di proroghe, pudicamente definite non-interruzioni».
A Roma, bisogna sapere, da circa 10 anni ci sono cinquemila persone che il Comune alloggia a sue spese, utenze comprese. Vengono ospitati in 14 residence (che il Campidoglio affitta in blocco da fortunatissimi proprietari) oppure se ne occupano le cooperative sociali. Queste ultime prendono 24 euro circa ad ospite, al giorno. Il sistema è analogo a quello dell’assistenza per i profughi: l’ente pubblico paga a piè di lista, la cooperativa pensa a tutto. Ma così facendo la spesa lievita in maniera inimmaginabile. Nel solo 2014 il Campidoglio ha speso quasi 43 milioni di euro. «Per capire come sia possibile una spesa simile - spiega il consigliere comunale Riccardo Magi, presidente dei Radicali italiani - si tenga conto che alcuni contratti d’affitto prevedono pigioni assurde. In alcuni casi si pagano 2500 o 3000 euro al mese per appartamenti in estrema periferia, oltre il Raccordo anulare. E peraltro, da qualche verifica a campione che si va facendo ora, un buon 25% delle persone assistite non ha nemmeno i requisiti».
Anche le cooperative di Buzzi sono nel business. Assistono 580 persone in due residence, il Val Cannuta e il Montecarotto - di proprietà del costruttore Daniele Pulcini, arrestato pure lui - con il cosiddetto servizio di «portierato sociale», che dice molto poco, ma costa 1 milione di euro all’anno. E poi c’è l’accoglienza per altri 660, a forfait, che costa altri 5,3 milioni di euro.
La procura ha scoperto intanto una interessante triangolazione, dietro questo meccanismo delle «non interruzioni». Buzzi era stato coinvolto nel salvataggio di un’altra cooperativa romana, la gloriosa Società Cooperativa Deposito Locomotive Roma San Lorenzo, a un passo dal fallimento. S’impegna ad acquistare 14 appartamenti dalla San Lorenzo, che sta tanto a cuore al compagno Ozzimo, e ci fa pure un affare, ma dall’assessore pretende la proroga per i residence. Dall’ennesima intercettazione: «Questa cosa qui noi l’abbiamo fatta con l’impegno che la nostra convenzione... che è molto cara.. noi semo quelli che so’ pagati più de tutti... hai visto lo scandalo dell’emergenza alloggiativa? Noi siamo quelli pagati più de tutti... Noi abbiamo detto: Benissimo, la facciamo se ci resta la convenzione». Per quest’operazione, che Buzzi riconosce come un reato, è indagato anche Stefano Venditti, il presidente regionale della Lega cooperative.
Ma Buzzi si rivela una volta di più il grande burattinaio dell’amministrazione capitolina.
Alessandra Garrone, fidanzata di Buzzi: «Ora il punto è questo... io ho capito che noi dobbiamo fare il progetto per il Comune». Buzzi: «Il Comune dovrebbe far il progetto». Garrone: «Eh». Buzzi: «Con l’aiuto nostro».
Anche con la giunta Marino le coop hanno preso 6 milioni
Gli appalti venivano prorogati senza bandi di gara
di Fra. Gri.
Il ministero dell’Economia ci aveva anche provato, a frenare l’andazzo del Comune di Roma. Troppe spese fuori dal Patto di stabilità. Troppi appalti senza gara. E poi il sistema dei «debiti fuori bilancio» e della «somma urgenza». Un meccanismo cresciuto a dismisura sotto la gestione Alemanno e ancora trionfante nel 2013 con la gestione Marino. Così in Campidoglio, a inizio gennaio 2014, è arrivato un ultimatum: basta con le proroghe, fate il bilancio di previsione e soprattutto fate le gare. E che s’inventano, con una memoria di Giunta del febbraio 2014, quei creativi della burocrazia capitolina? Se non si possono più fare le proroghe, che tanto premevano a Salvatore Buzzi, si farà la «non interruzione». Scrive il giudice Costantini: «Sono state una serie di proroghe, pudicamente definite non-interruzioni».
A Roma, bisogna sapere, da circa 10 anni ci sono cinquemila persone che il Comune alloggia a sue spese, utenze comprese. Vengono ospitati in 14 residence (che il Campidoglio affitta in blocco da fortunatissimi proprietari) oppure se ne occupano le cooperative sociali. Queste ultime prendono 24 euro circa ad ospite, al giorno. Il sistema è analogo a quello dell’assistenza per i profughi: l’ente pubblico paga a piè di lista, la cooperativa pensa a tutto. Ma così facendo la spesa lievita in maniera inimmaginabile. Nel solo 2014 il Campidoglio ha speso quasi 43 milioni di euro. «Per capire come sia possibile una spesa simile - spiega il consigliere comunale Riccardo Magi, presidente dei Radicali italiani - si tenga conto che alcuni contratti d’affitto prevedono pigioni assurde. In alcuni casi si pagano 2500 o 3000 euro al mese per appartamenti in estrema periferia, oltre il Raccordo anulare. E peraltro, da qualche verifica a campione che si va facendo ora, un buon 25% delle persone assistite non ha nemmeno i requisiti».
Anche le cooperative di Buzzi sono nel business. Assistono 580 persone in due residence, il Val Cannuta e il Montecarotto - di proprietà del costruttore Daniele Pulcini, arrestato pure lui - con il cosiddetto servizio di «portierato sociale», che dice molto poco, ma costa 1 milione di euro all’anno. E poi c’è l’accoglienza per altri 660, a forfait, che costa altri 5,3 milioni di euro.
La procura ha scoperto intanto una interessante triangolazione, dietro questo meccanismo delle «non interruzioni». Buzzi era stato coinvolto nel salvataggio di un’altra cooperativa romana, la gloriosa Società Cooperativa Deposito Locomotive Roma San Lorenzo, a un passo dal fallimento. S’impegna ad acquistare 14 appartamenti dalla San Lorenzo, che sta tanto a cuore al compagno Ozzimo, e ci fa pure un affare, ma dall’assessore pretende la proroga per i residence. Dall’ennesima intercettazione: «Questa cosa qui noi l’abbiamo fatta con l’impegno che la nostra convenzione... che è molto cara.. noi semo quelli che so’ pagati più de tutti... hai visto lo scandalo dell’emergenza alloggiativa? Noi siamo quelli pagati più de tutti... Noi abbiamo detto: Benissimo, la facciamo se ci resta la convenzione». Per quest’operazione, che Buzzi riconosce come un reato, è indagato anche Stefano Venditti, il presidente regionale della Lega cooperative.
Ma Buzzi si rivela una volta di più il grande burattinaio dell’amministrazione capitolina.
Alessandra Garrone, fidanzata di Buzzi: «Ora il punto è questo... io ho capito che noi dobbiamo fare il progetto per il Comune». Buzzi: «Il Comune dovrebbe far il progetto». Garrone: «Eh». Buzzi: «Con l’aiuto nostro».
Corriere 7.6.15
La difesa fragile del sindaco
di Antonio Macaluso
Resistere. Contrattaccando, schivando, spiegando, ricordando e promettendo… La parola d’ordine è partita, secca e veloce, dal primo piano di Palazzo Chigi diretta allo stato maggiore del Pd.
Obiettivo: fare quadrato attorno al sindaco Ignazio Marino, ancora una volta bersaglio del fuoco concentrico delle opposizioni. L’atteso sequel dell’inchiesta Mafia Capitale ripropone con inequivocabile evidenza uno schema nel quale il primo cittadino romano rappresenta l’anello debole del complesso sistema politico-amministrativo che governa la Capitale. La pagella decisamente insufficiente che gli viene affibbiata dalla stragrande maggioranza dei romani come gestore della città mette ancora una volta il Pd in grave difficoltà nel difenderlo. Al di là delle smentite di prassi, non è un mistero che lo stesso presidente del Consiglio si sia più e più volte lamentato dei problemi che Marino ha creato al Pd e al Governo. E se ancora in queste ore un renziano d.o.c. come Michele Anzaldi non riesce ad andare oltre uno striminzito «non ha passione», è lapalissiano che la difesa riguarda più la posizione che la persona. Hai voglia a ripetere che solo grazie a Marino la gang artefice del nuovo «sacco di Roma» non ha tracimato e che Campidoglio e Procura hanno camminato di pari passo. La verità è che la corruzione ha lambito ogni angolo della città, costruendo geometrie politiche nelle quali una certa destra e una certa sinistra si sono fluidamente incastonate. Il potere e i soldi — ma in qualche caso anche solo il loro odore, o poco più — hanno fatto ancora una volta da collante tra politica e pezzi di una società con molto appetito e pochi scrupoli. Il rimbalzo tra le amministrazioni che si sono susseguite ha perfezionato i meccanismi, ha solidificato amicizie e alleanze, ha permesso nuovi «acquisti» e consentito infine al signor Buzzi di poter dire «ci mangiamo Roma». Non ci sono riusciti ma certo hanno colpito la città. Si sa che i romani sono disincantati al limite del cinismo, ma il senso di rabbia che si percepisce nel loro vissuto è ormai forte, diffuso, cattivo. E si capisce, dunque che il Pd tutto voglia fare meno che andare a votare per sostituire Marino. Si capisce un po’ meno l’opposizione di centrodestra che invece la testa di Marino la vuole per conquistare quelle urne dalle quali si aspetta forse un riscatto. Che, per la verità, i più intelligenti di quello schieramento ammettono, non proprio pubblicamente, di vedere difficile visto che i disastri della giunta Alemanno sono ancora negli occhi dei romani e in molte carte dei magistrati. La verità è che il vero spauracchio, a destra come a sinistra, ha le sembianze di Beppe Grillo e di un movimento che, lungi dall’essersi scolorito, ha mostrato nelle ultime regionali di essere vivo, organizzato e, dunque, «pericoloso». La politica gioca la sua ennesima partita. Ed è sacrosanto che lo faccia, ma con la consapevolezza che — di fronte ad una situazione eccezionalmente grave — non possono più essere ammessi sgambetti, combine e meline. Ci permettiamo di suggerire che in queste ore la vera parola d’ordine debba essere «chiarezza».
Oggi non è più in gioco la salute di questo o quel partito, ma la sopravvivenza di quel che resta di una credibilità della classe dirigente di una città, di una Regione. E nessuno può arrogarsi il diritto di mettere coperchi e pezze dove non è più possibile e giusto. Una città che aspetta l’ondata di piena di turisti e pellegrini per l’inatteso Giubileo straordinario, che si candida alla conquista delle Olimpiadi del 2024 e che, soprattutto, deve garantire ogni giorno ai suoi milioni di cittadini un tasso di vivibilità degno di una capitale europea, non può essere piegata ancora una volta a interessi politici di bottega. Il che vale per tutti i leader di governo e opposizione.
La difesa fragile del sindaco
di Antonio Macaluso
Resistere. Contrattaccando, schivando, spiegando, ricordando e promettendo… La parola d’ordine è partita, secca e veloce, dal primo piano di Palazzo Chigi diretta allo stato maggiore del Pd.
Obiettivo: fare quadrato attorno al sindaco Ignazio Marino, ancora una volta bersaglio del fuoco concentrico delle opposizioni. L’atteso sequel dell’inchiesta Mafia Capitale ripropone con inequivocabile evidenza uno schema nel quale il primo cittadino romano rappresenta l’anello debole del complesso sistema politico-amministrativo che governa la Capitale. La pagella decisamente insufficiente che gli viene affibbiata dalla stragrande maggioranza dei romani come gestore della città mette ancora una volta il Pd in grave difficoltà nel difenderlo. Al di là delle smentite di prassi, non è un mistero che lo stesso presidente del Consiglio si sia più e più volte lamentato dei problemi che Marino ha creato al Pd e al Governo. E se ancora in queste ore un renziano d.o.c. come Michele Anzaldi non riesce ad andare oltre uno striminzito «non ha passione», è lapalissiano che la difesa riguarda più la posizione che la persona. Hai voglia a ripetere che solo grazie a Marino la gang artefice del nuovo «sacco di Roma» non ha tracimato e che Campidoglio e Procura hanno camminato di pari passo. La verità è che la corruzione ha lambito ogni angolo della città, costruendo geometrie politiche nelle quali una certa destra e una certa sinistra si sono fluidamente incastonate. Il potere e i soldi — ma in qualche caso anche solo il loro odore, o poco più — hanno fatto ancora una volta da collante tra politica e pezzi di una società con molto appetito e pochi scrupoli. Il rimbalzo tra le amministrazioni che si sono susseguite ha perfezionato i meccanismi, ha solidificato amicizie e alleanze, ha permesso nuovi «acquisti» e consentito infine al signor Buzzi di poter dire «ci mangiamo Roma». Non ci sono riusciti ma certo hanno colpito la città. Si sa che i romani sono disincantati al limite del cinismo, ma il senso di rabbia che si percepisce nel loro vissuto è ormai forte, diffuso, cattivo. E si capisce, dunque che il Pd tutto voglia fare meno che andare a votare per sostituire Marino. Si capisce un po’ meno l’opposizione di centrodestra che invece la testa di Marino la vuole per conquistare quelle urne dalle quali si aspetta forse un riscatto. Che, per la verità, i più intelligenti di quello schieramento ammettono, non proprio pubblicamente, di vedere difficile visto che i disastri della giunta Alemanno sono ancora negli occhi dei romani e in molte carte dei magistrati. La verità è che il vero spauracchio, a destra come a sinistra, ha le sembianze di Beppe Grillo e di un movimento che, lungi dall’essersi scolorito, ha mostrato nelle ultime regionali di essere vivo, organizzato e, dunque, «pericoloso». La politica gioca la sua ennesima partita. Ed è sacrosanto che lo faccia, ma con la consapevolezza che — di fronte ad una situazione eccezionalmente grave — non possono più essere ammessi sgambetti, combine e meline. Ci permettiamo di suggerire che in queste ore la vera parola d’ordine debba essere «chiarezza».
Oggi non è più in gioco la salute di questo o quel partito, ma la sopravvivenza di quel che resta di una credibilità della classe dirigente di una città, di una Regione. E nessuno può arrogarsi il diritto di mettere coperchi e pezze dove non è più possibile e giusto. Una città che aspetta l’ondata di piena di turisti e pellegrini per l’inatteso Giubileo straordinario, che si candida alla conquista delle Olimpiadi del 2024 e che, soprattutto, deve garantire ogni giorno ai suoi milioni di cittadini un tasso di vivibilità degno di una capitale europea, non può essere piegata ancora una volta a interessi politici di bottega. Il che vale per tutti i leader di governo e opposizione.
Repubblica 7.6.15
“Non ha più i numeri per fare le riforme” minoranza all’attacco
La sinistra accoglie le aperture di Renzi su scuola e Senato. Speranza: “Ora Matteo sta capendo”
di Goffredo De Marchis
ROMA «Non ha più la forza dei numeri». La sinistra accoglie le aperture di Renzi sulla scuola e sulla riforma del Senato come il segnale di un cambio di equilibrio dentro il Partito democratico. Al Senato, dove i provvedimenti più importanti sono attesi alle prove della commissione e dell’aula, la maggioranza non c’è. Non c’è senza il sostegno di una ventina di senatori della minoranza o il soccorso di Forza Italia. «Prima delle regionali sembrava che esistesse soltanto il Pd. Ora si è capito che non è così e che per contrastare la destra occorre una forza politica unita», dice il leader di Area riformista Roberto Speranza.
Renzi dunque è costretto a correggere la direzione di marcia, secondo i dissidenti. Che però sono cauti. Aspettano i fatti dopo le parole del premier. Ovvero dove e come cambierà la riforma della scuola che questa settimana affronta la commissione di Palazzo Madama. «Proviamo a cambiare — spiega la renziana Francesca Puglisi — ma se qualcuno usa la legge come grimaldello politico troveremo le contromisure». Come dire: possono esserci altri cambi di membri in commissione. Una dichiarazione di guerra. Ma la frenata di Renzi rimane una novità per i rapporti dentro il Pd e domani la direzione dovrà confermarla o smentirla. Con la minoranza pronta a infilarsi nel cuneo, anche stretto, che il segretario le concederà. Il clima di sfiducia reciproca non cambia in un giorno. Secondo Alfredo D’Attorre «girano anche strane voci su un accordo con Berlusconi per far andare avanti la riforma così com’è. In fondo assomiglia molto a un loro vecchio progetto sull’istruzione». Però è un passo avanti che da Largo del Nazareno non arrivino diktat o la minaccia del voto di fiducia. Lo scontro è rimandato alla riunione di domani sera dunque. «A me piacerebbe un leader del Pd che attacca più la destra che la sinistra. Non è ancora così — ragiona Speranza — . Lo si vede anche in queste ore». La sua componente lancia un tweet minaccioso dove si mettono assieme scuola, legge costituzionale e problemi del partito per annunciare che «ci stiamo preparando alla sfida congressuale ». Il 2017 è veramente lontano, l’eventuale partita interna si giocherà molto prima e persino quel tweet dimostra che la minoranza spera in un profondo cambio di rotta del premier. In poche parole, in una rivincita.
A Bologna Gianni Cuperlo riunisce la sua corrente. Non usa toni ultimativi, lascia spazio al dialogo, parla di un confronto «sereno ma franco». Allo stesso tempo tuttavia rilancia il tema più generale dell’identità. Perché le regionali hanno demolito il progetto di Partito della Nazione e su questo le varie minoranze possono provare a ricompattarsi guadagnando persino qualche consenso nella maggioranza. «Non penso che si vince facendo il mestiere degli altri. Si vince facendo e costruendo una sinistra profondamente rinnovata», osserva Cuperlo. Dall’ex presidente del Pd arriva l’invito ad affrontare insieme il passaggio del dopo regionali. «Sarebbe più saggio, nessuno vuole una resa dei conti».
La sinistra vuole allargare subito il discorso. Andare oltre la scuola e le riforme. «Che abbia riconosciuto la responsabilità della sconfitta in Liguria è un buon segno — dice il bersaniano Alfredo D’Attorre — . A questo punto c’è da ricostruire il centrosinistra e da andare in Europa con una posizione chiara per allentare i vincoli». Non sarà forse il reddito di cittadinanza il banco di prova anche se è un punto su cui Speranza cerca punti di contatto con i grillini. È invece il Partito della Nazione che può essere usato per indebolire le fondamenta della politica renziana. Ritrovando persino i “responsabili” gli ex della minoranza che votarono l’Itali- cum. La componente che fa capo al ministro Maurizio Martina considera il profilo del partito un tema chiave. Ma i rapporti tra i ribelli rimangono tesi. «La sfida del Pd è solo una: quella per il futuro dell’Italia attraverso il governo. Non è certo il congresso », avverte Matteo Mauri.
“Non ha più i numeri per fare le riforme” minoranza all’attacco
La sinistra accoglie le aperture di Renzi su scuola e Senato. Speranza: “Ora Matteo sta capendo”
di Goffredo De Marchis
ROMA «Non ha più la forza dei numeri». La sinistra accoglie le aperture di Renzi sulla scuola e sulla riforma del Senato come il segnale di un cambio di equilibrio dentro il Partito democratico. Al Senato, dove i provvedimenti più importanti sono attesi alle prove della commissione e dell’aula, la maggioranza non c’è. Non c’è senza il sostegno di una ventina di senatori della minoranza o il soccorso di Forza Italia. «Prima delle regionali sembrava che esistesse soltanto il Pd. Ora si è capito che non è così e che per contrastare la destra occorre una forza politica unita», dice il leader di Area riformista Roberto Speranza.
Renzi dunque è costretto a correggere la direzione di marcia, secondo i dissidenti. Che però sono cauti. Aspettano i fatti dopo le parole del premier. Ovvero dove e come cambierà la riforma della scuola che questa settimana affronta la commissione di Palazzo Madama. «Proviamo a cambiare — spiega la renziana Francesca Puglisi — ma se qualcuno usa la legge come grimaldello politico troveremo le contromisure». Come dire: possono esserci altri cambi di membri in commissione. Una dichiarazione di guerra. Ma la frenata di Renzi rimane una novità per i rapporti dentro il Pd e domani la direzione dovrà confermarla o smentirla. Con la minoranza pronta a infilarsi nel cuneo, anche stretto, che il segretario le concederà. Il clima di sfiducia reciproca non cambia in un giorno. Secondo Alfredo D’Attorre «girano anche strane voci su un accordo con Berlusconi per far andare avanti la riforma così com’è. In fondo assomiglia molto a un loro vecchio progetto sull’istruzione». Però è un passo avanti che da Largo del Nazareno non arrivino diktat o la minaccia del voto di fiducia. Lo scontro è rimandato alla riunione di domani sera dunque. «A me piacerebbe un leader del Pd che attacca più la destra che la sinistra. Non è ancora così — ragiona Speranza — . Lo si vede anche in queste ore». La sua componente lancia un tweet minaccioso dove si mettono assieme scuola, legge costituzionale e problemi del partito per annunciare che «ci stiamo preparando alla sfida congressuale ». Il 2017 è veramente lontano, l’eventuale partita interna si giocherà molto prima e persino quel tweet dimostra che la minoranza spera in un profondo cambio di rotta del premier. In poche parole, in una rivincita.
A Bologna Gianni Cuperlo riunisce la sua corrente. Non usa toni ultimativi, lascia spazio al dialogo, parla di un confronto «sereno ma franco». Allo stesso tempo tuttavia rilancia il tema più generale dell’identità. Perché le regionali hanno demolito il progetto di Partito della Nazione e su questo le varie minoranze possono provare a ricompattarsi guadagnando persino qualche consenso nella maggioranza. «Non penso che si vince facendo il mestiere degli altri. Si vince facendo e costruendo una sinistra profondamente rinnovata», osserva Cuperlo. Dall’ex presidente del Pd arriva l’invito ad affrontare insieme il passaggio del dopo regionali. «Sarebbe più saggio, nessuno vuole una resa dei conti».
La sinistra vuole allargare subito il discorso. Andare oltre la scuola e le riforme. «Che abbia riconosciuto la responsabilità della sconfitta in Liguria è un buon segno — dice il bersaniano Alfredo D’Attorre — . A questo punto c’è da ricostruire il centrosinistra e da andare in Europa con una posizione chiara per allentare i vincoli». Non sarà forse il reddito di cittadinanza il banco di prova anche se è un punto su cui Speranza cerca punti di contatto con i grillini. È invece il Partito della Nazione che può essere usato per indebolire le fondamenta della politica renziana. Ritrovando persino i “responsabili” gli ex della minoranza che votarono l’Itali- cum. La componente che fa capo al ministro Maurizio Martina considera il profilo del partito un tema chiave. Ma i rapporti tra i ribelli rimangono tesi. «La sfida del Pd è solo una: quella per il futuro dell’Italia attraverso il governo. Non è certo il congresso », avverte Matteo Mauri.
Corriere 7.6.15
Perché Landini copia i format della Leopolda (minuti inclusi)
di Monica Guerzoni
Guai a chiamare la costituente di via dei Frentani la «Leopolda di Landini», perché il paragone con la scenografica kermesse fiorentina di Renzi sarebbe a dir poco azzardato: per gli spazi, per i numeri e anche per i soldi investiti. Ma alcune (pur piccole) coincidenze, fanno tornare alla mente gli anatemi che il leader della Fiom ha più volte lanciato all’indirizzo dell’antica stazione di Firenze, culla e palcoscenico del renzismo.
«Il premier ha rotto con la Leopolda e con gli slogan» tuonava Landini a fine ottobre, dopo aver incassato manganellate dalla polizia in corteo con i siderurgici di Terni, «la Leopolda è una cazzata!». Eppure ecco pillole di Leopolda spuntare al Centro congressi di via Frentani, storico luogo della sinistra-sinistra dove oggi il leader delle tute blu chiuderà la due-giorni fondativa di Coesione sociale. C’è il tempo limite di cinque minuti per ciascun intervento e ci sono le aree tematiche: e pazienza se Landini ne ha previste quattro, contro le cento (anzi 102) allestite dai renziani lo scorso ottobre per l’edizione celebrativa del Vangelo secondo Matteo.
Fissati i punti di contatto, le differenze prevalgono e scandiscono la distanza siderale tra due opposte visioni della sinistra, della politica, del mondo. Le donne di via dei Frentani non disdegnano il look anni Settanta, che sarà pure di moda e però fa a pugni col tacco 12 esibito dal ministro Boschi sul palco della stazione fiorentina. E se alla Leopolda del 2014 andava a ruba la t-shirt col gufo stilizzato e la scritta «io non posso entrare», i Landini Boys sfoggiano felpe della Fiom e magliette con la foto di Che Guevara. Sono solo gadget, eppure la raccontano lunga sui due leader destinati a duellare ancora, forse anche alle prossime politiche. Se alla Leopolda la parola chiave era «futuro», al popolo di via dei Frentani il passato non sembra fare nemmeno un po’ di paura.
Perché Landini copia i format della Leopolda (minuti inclusi)
di Monica Guerzoni
Guai a chiamare la costituente di via dei Frentani la «Leopolda di Landini», perché il paragone con la scenografica kermesse fiorentina di Renzi sarebbe a dir poco azzardato: per gli spazi, per i numeri e anche per i soldi investiti. Ma alcune (pur piccole) coincidenze, fanno tornare alla mente gli anatemi che il leader della Fiom ha più volte lanciato all’indirizzo dell’antica stazione di Firenze, culla e palcoscenico del renzismo.
«Il premier ha rotto con la Leopolda e con gli slogan» tuonava Landini a fine ottobre, dopo aver incassato manganellate dalla polizia in corteo con i siderurgici di Terni, «la Leopolda è una cazzata!». Eppure ecco pillole di Leopolda spuntare al Centro congressi di via Frentani, storico luogo della sinistra-sinistra dove oggi il leader delle tute blu chiuderà la due-giorni fondativa di Coesione sociale. C’è il tempo limite di cinque minuti per ciascun intervento e ci sono le aree tematiche: e pazienza se Landini ne ha previste quattro, contro le cento (anzi 102) allestite dai renziani lo scorso ottobre per l’edizione celebrativa del Vangelo secondo Matteo.
Fissati i punti di contatto, le differenze prevalgono e scandiscono la distanza siderale tra due opposte visioni della sinistra, della politica, del mondo. Le donne di via dei Frentani non disdegnano il look anni Settanta, che sarà pure di moda e però fa a pugni col tacco 12 esibito dal ministro Boschi sul palco della stazione fiorentina. E se alla Leopolda del 2014 andava a ruba la t-shirt col gufo stilizzato e la scritta «io non posso entrare», i Landini Boys sfoggiano felpe della Fiom e magliette con la foto di Che Guevara. Sono solo gadget, eppure la raccontano lunga sui due leader destinati a duellare ancora, forse anche alle prossime politiche. Se alla Leopolda la parola chiave era «futuro», al popolo di via dei Frentani il passato non sembra fare nemmeno un po’ di paura.
Repubblica 7.6.15
La nuova Cosa di sinistra Landini: “Non mi faccio ingabbiare in un partito”
Il leader Fiom all’assemblea di Coalizione sociale “Raccoglieremo chi è contro questo premier”
di Alberto Custodero
ROMA “Coalizione sociale” di Maurizio Landini ha cominciato ieri il suo cammino al centro Frentani di Roma. E come ha voluto il segretario Fiom, la partenza è stata «dal basso». Dai lavoratori, dalle associazioni, dai sindacati. C’erano tanti ex militanti degli anni Settanta. E poi i militanti di Arci (che hanno aperto i lavori), dei centri sociali, dei movimenti studenteschi come Onda, del forum per “l’acqua bene comune”, di Legambiente, di Action “sfratti zero”, di “sciopero sociale”. Accanto a loro, sono spuntati a sorpresa (e per la prima volta), associazioni e gruppi di professionisti, avvocati, notai, lavoratori autonomi a partita Iva, categorie di questo pianeta di lavoratori spinte dalla crisi a cercare un rapporto con i sindacati. Insomma, un centinaio di associazioni per centinaia di simpatizzanti, molti studenti, molti esponenti della scuola, molti sindacalisti, fra questi il predecessore di Landini, Gianni Rinaldini, oggi coordinatore nazionale dell’area programmatica della Cgil.
Coalizione Sociale diventerà dunque un partito e Landini ne sarà il leader? «La prossima volta ve lo dirò in cinese — ha risposto quasi stizzito il segretario Fiom — Coalizione sociale è nata fuori dai partiti, per ricostruire la politica. Non mi faccio ingabbiare dal partito. Inizia un percorso che vuole essere democratico al massimo. Le presenze di questi giorni dimostrano che il bene del Paese si fa cercando di unire ciò che Renzi e il suo governo divide».
Obiettivo della due giorni, ha poi spiegato, è quello di selezionare, attraverso numerosi gruppi di lavoro, tre o quattro temi fondamentali sui quale scatenare delle campagne nazionali che potranno sfociare anche (ma non necessariamente) in referendum. Due temi sono già stati individuati, e sono quelli del jobs act e della riforma della scuola. Gli altri potranno essere legati all’ambiente. C’è grande attesa, intanto, per l’intervento di Stefano Rodotà previsto per oggi.
Nonostante non sia stato consentito loro di parlare, qualche politico s’è affacciato, ieri, al centro Frentani, come i deputati di Sel Nicola Fratoianni e Giorgio Airaudo. E l’europarlamentare Eleonora Forenza della lista Tsipras-L’Altra Europa. «Pur non essendo stati invitati i partiti — ha detto Forenza — l’assemblea di Coalizione sociale ha un valore politico: quello di ricomporre i pezzi di società che il neoliberismo ha diviso». «Siamo qui per ascoltare — ha aggiunto Airaudo — perché non si ricostruisce la politica attraverso i ceti, ma è con il radicamento sociale che si risponde ai problemi dei cittadini che il governo non risolve più».
La nuova Cosa di sinistra Landini: “Non mi faccio ingabbiare in un partito”
Il leader Fiom all’assemblea di Coalizione sociale “Raccoglieremo chi è contro questo premier”
di Alberto Custodero
ROMA “Coalizione sociale” di Maurizio Landini ha cominciato ieri il suo cammino al centro Frentani di Roma. E come ha voluto il segretario Fiom, la partenza è stata «dal basso». Dai lavoratori, dalle associazioni, dai sindacati. C’erano tanti ex militanti degli anni Settanta. E poi i militanti di Arci (che hanno aperto i lavori), dei centri sociali, dei movimenti studenteschi come Onda, del forum per “l’acqua bene comune”, di Legambiente, di Action “sfratti zero”, di “sciopero sociale”. Accanto a loro, sono spuntati a sorpresa (e per la prima volta), associazioni e gruppi di professionisti, avvocati, notai, lavoratori autonomi a partita Iva, categorie di questo pianeta di lavoratori spinte dalla crisi a cercare un rapporto con i sindacati. Insomma, un centinaio di associazioni per centinaia di simpatizzanti, molti studenti, molti esponenti della scuola, molti sindacalisti, fra questi il predecessore di Landini, Gianni Rinaldini, oggi coordinatore nazionale dell’area programmatica della Cgil.
Coalizione Sociale diventerà dunque un partito e Landini ne sarà il leader? «La prossima volta ve lo dirò in cinese — ha risposto quasi stizzito il segretario Fiom — Coalizione sociale è nata fuori dai partiti, per ricostruire la politica. Non mi faccio ingabbiare dal partito. Inizia un percorso che vuole essere democratico al massimo. Le presenze di questi giorni dimostrano che il bene del Paese si fa cercando di unire ciò che Renzi e il suo governo divide».
Obiettivo della due giorni, ha poi spiegato, è quello di selezionare, attraverso numerosi gruppi di lavoro, tre o quattro temi fondamentali sui quale scatenare delle campagne nazionali che potranno sfociare anche (ma non necessariamente) in referendum. Due temi sono già stati individuati, e sono quelli del jobs act e della riforma della scuola. Gli altri potranno essere legati all’ambiente. C’è grande attesa, intanto, per l’intervento di Stefano Rodotà previsto per oggi.
Nonostante non sia stato consentito loro di parlare, qualche politico s’è affacciato, ieri, al centro Frentani, come i deputati di Sel Nicola Fratoianni e Giorgio Airaudo. E l’europarlamentare Eleonora Forenza della lista Tsipras-L’Altra Europa. «Pur non essendo stati invitati i partiti — ha detto Forenza — l’assemblea di Coalizione sociale ha un valore politico: quello di ricomporre i pezzi di società che il neoliberismo ha diviso». «Siamo qui per ascoltare — ha aggiunto Airaudo — perché non si ricostruisce la politica attraverso i ceti, ma è con il radicamento sociale che si risponde ai problemi dei cittadini che il governo non risolve più».
Corriere 7.6.15
Associazioni, vendoliani ed ex 5 Stelle Il «non partito» di Landini si organizza
Coalizione sociale al via con sigle e gadget di sinistra. Il leader Fiom: decideremo cosa fare
di Andrea Garibaldi
ROMA Maurizio Landini sta con le spalle appoggiate al muro, in una zona d’ombra. Ascolta gli interventi. Vanno da lui delegati Fiom, studenti, archeologi precari. Ascolta anche loro. Quando gli dicono: devi fare questo e quest’altro, però sbotta: «Non sono io la Coalizione sociale! Decideremo assieme...».
Landini, segretario Fiom, metalmeccanici Cgil, molto invitato nei talk show tv, sta appoggiato al muro e non seduto in prima fila: non è una riunione politica tradizionale. Questa è la costituente di Coalizione sociale, al Centro congressi Frentani, luogo storico della sinistra. Verso Podemos italiana, è stato scritto, ma Landini frena, frena, frena: «Sto studiando il cinese — dice — e la prossima volta lo dirò in cinese: Coalizione sociale è nata fuori dai partiti per ricostruire la politica con la P maiuscola. Non mi faccio ingabbiare da un partito, il nostro obiettivo è unire quello che è stato diviso e rimettere al centro quello che è stato cancellato: diritti, un’idea diversa di sviluppo e sostenibilità ambientale, riqualificazione delle città».
Nell’atrio della sala si vende «il manifesto», le spille del Che, di Gramsci e di Berlinguer, la felpa rossa della Fiom (25 euro). Sono venuti a vedere cosa succede Fratoianni e Airaudo di Sel (partito di Vendola), Vincenzo Vita, ex senatore Pd, Campanella e Bocchino, già senatori 5 stelle. Guardano da fuori Civati, uscito dal Pd e Fassina sull’orlo dell’uscita, Ferrero, segretario di Rifondazione e l’ex magistrato Ingroia. Nichi Vendola, ricordano a Landini- afferma che è maturo il momento per una forza di sinistra rinnovata. «Che lo facciano! — risponde — Se ci riescono mi fa piacere, ma noi vogliamo essere un’altra cosa».
Il percorso, spiega Landini, è il seguente. La costituente di oggi, poi la moltiplicazione di iniziative sul territorio, come la caserma di via Asti occupata a Torino, l’ex fabbrica Maflow, occupata a Milano. «A settembre — dice Landini — facciamo il punto e decidiamo come andare avanti». Grande cautela, anche perché Landini resta interessato, contemporaneamente, al rinnovamento della Cgil, che fra tre anni rinnoverà i vertici. Landini dice che Coalizione sociale non è richiudibile negli schemi destra-sinistra-centro: «Stiamo facendo un’altra cosa, rimettere al centro i problemi delle persone, che non hanno casa, non hanno lavoro, non si possono curare, non hanno il diritto di studiare, non si sentono coinvolti, c’è un’ingiustizia della Madonna!». Cautela dunque. Ieri si è parlato di difesa della Costituzione sotto attacco da parte di Renzi, di acqua bene comune, di difesa della scuola pubblica, di clima e ambiente. Le associazioni dentro Coalizione sociale sono quasi 80, c’è Libertà e Giustizia, Action, Articolo 21, e Invalidi civili, Iva Sei Partita, Musicoterapia democratica, Geometri e geometri laureati, e altri professionisti, farmacisti e avvocati, in discesa nella scala sociale. Oggi salgono sul palco Rodotà e Landini.
Associazioni, vendoliani ed ex 5 Stelle Il «non partito» di Landini si organizza
Coalizione sociale al via con sigle e gadget di sinistra. Il leader Fiom: decideremo cosa fare
di Andrea Garibaldi
ROMA Maurizio Landini sta con le spalle appoggiate al muro, in una zona d’ombra. Ascolta gli interventi. Vanno da lui delegati Fiom, studenti, archeologi precari. Ascolta anche loro. Quando gli dicono: devi fare questo e quest’altro, però sbotta: «Non sono io la Coalizione sociale! Decideremo assieme...».
Landini, segretario Fiom, metalmeccanici Cgil, molto invitato nei talk show tv, sta appoggiato al muro e non seduto in prima fila: non è una riunione politica tradizionale. Questa è la costituente di Coalizione sociale, al Centro congressi Frentani, luogo storico della sinistra. Verso Podemos italiana, è stato scritto, ma Landini frena, frena, frena: «Sto studiando il cinese — dice — e la prossima volta lo dirò in cinese: Coalizione sociale è nata fuori dai partiti per ricostruire la politica con la P maiuscola. Non mi faccio ingabbiare da un partito, il nostro obiettivo è unire quello che è stato diviso e rimettere al centro quello che è stato cancellato: diritti, un’idea diversa di sviluppo e sostenibilità ambientale, riqualificazione delle città».
Nell’atrio della sala si vende «il manifesto», le spille del Che, di Gramsci e di Berlinguer, la felpa rossa della Fiom (25 euro). Sono venuti a vedere cosa succede Fratoianni e Airaudo di Sel (partito di Vendola), Vincenzo Vita, ex senatore Pd, Campanella e Bocchino, già senatori 5 stelle. Guardano da fuori Civati, uscito dal Pd e Fassina sull’orlo dell’uscita, Ferrero, segretario di Rifondazione e l’ex magistrato Ingroia. Nichi Vendola, ricordano a Landini- afferma che è maturo il momento per una forza di sinistra rinnovata. «Che lo facciano! — risponde — Se ci riescono mi fa piacere, ma noi vogliamo essere un’altra cosa».
Il percorso, spiega Landini, è il seguente. La costituente di oggi, poi la moltiplicazione di iniziative sul territorio, come la caserma di via Asti occupata a Torino, l’ex fabbrica Maflow, occupata a Milano. «A settembre — dice Landini — facciamo il punto e decidiamo come andare avanti». Grande cautela, anche perché Landini resta interessato, contemporaneamente, al rinnovamento della Cgil, che fra tre anni rinnoverà i vertici. Landini dice che Coalizione sociale non è richiudibile negli schemi destra-sinistra-centro: «Stiamo facendo un’altra cosa, rimettere al centro i problemi delle persone, che non hanno casa, non hanno lavoro, non si possono curare, non hanno il diritto di studiare, non si sentono coinvolti, c’è un’ingiustizia della Madonna!». Cautela dunque. Ieri si è parlato di difesa della Costituzione sotto attacco da parte di Renzi, di acqua bene comune, di difesa della scuola pubblica, di clima e ambiente. Le associazioni dentro Coalizione sociale sono quasi 80, c’è Libertà e Giustizia, Action, Articolo 21, e Invalidi civili, Iva Sei Partita, Musicoterapia democratica, Geometri e geometri laureati, e altri professionisti, farmacisti e avvocati, in discesa nella scala sociale. Oggi salgono sul palco Rodotà e Landini.
sabato 6 giugno 2015
Repubblica 6.6.15
Giovanni Botero il gesuita glocal del Cinquecento
Tornano le “Relazioni Universali” del filosofo. Il mondo raccontato da missionari e ambasciatori
di Adriano Prosperi
«Libro veramente ammirabile si è il mondo» — scrive Giovanni Botero nella dedica dell’edizione 1595 delle Relazioni Universali al cardinal Pietro Aldobrandini: un libro che «si legge continoamente e si studia e non manca mai, a chi v’attende, materia o d’essercitar l’ingegno o di pascer l’affetto. S’allarga a chi pensa di ristringerlo, s’affonda tuttavia più a chi crede d’haverne trovato il centro. Suggerisce finalmente del continuo materia di nuova speculatione e di nuova meraviglia a tutti».
Basterebbe questa meraviglia davanti all’inesauribile ricchezza del mondo per rendere avvertito il lettore di quanto questa vasta opera messa insieme dall’autore con strenuo lavoro di più di un ventennio respiri ancora l’atmosfera di un Rinascimento italiano aperto e creativo davanti al rapido mutare delle conoscenze sul globo. Pochi anni ancora e Galilei proporrà di leggere il messaggio di Dio agli uomini non solo nella Bibbia ma nel gran libro della natura, scontrandosi per questo con la scienza e la teologia dei Gesuiti.
Gesuita, Botero lo era stato nella sua formazione; e una volta uscito dalla Compagnia le rimase intellettualmente fedele. Ma, una volta lasciata l’incombenza del predicare e del comporre testi poetici d’occasione, quella che lo dominò fu una passione per la politica nutrita di storia e di geografia. Dopo aver lasciato con la sua Ragione di Stato un segno durevole sulla cultura e sul linguaggio politico europeo dell’epoca post-machiavelliana si misurò coi molti concorrenti attivi nel campo delle informazioni sulle cose del mondo. E vinse la gara dando alle sue «relazioni» una ampiezza universale e riversandovi una massa enorme di conoscenze raccolte via via, con una curiosità rimasta viva fino quasi agli ultimi giorni e riversata nei continui interventi di aggiunte e correzioni.
Nacque così l’opera che ora, grazie all’editore Nino Aragno e alla curatrice Blythe Alice Viola, leggiamo finalmente in una edizione moderna. Meritavano certamente, queste Relazioni Universali, un posto in una ideale biblioteca di classici italiani; su questo non si può che essere d’accordo con quello che scrive Blythe Alice Viola nel saggio introduttivo. Chi per leggerle doveva andarsele a cercare nelle tante edizioni e ristampe che ebbero all’epoca ne avvertiva da tempo l’esigenza. Era un vuoto così evidente che anche chi scrive queste righe ne aveva immaginato e proposto un’edizione. Operazione non facile, proprio per il suo carattere di work in progress, riletto e arricchito e corretto dall’autore fino al lascito manoscritto di un quinto libro edito solo a fine ‘800 da Pietro Gioda.
Ma perché si giungesse finalmente a mettere mano all’impresa occorreva qualcosa che si è verificato solo in questo avvio di secolo: l’emergere nella coscienza comune e nella riflessione storica della globalizzazione come idea e come rapido e violento processo reale. Bisognava insomma che il problema del racconto del mondo come un tutto prendesse forma di esigenza diffusa e mettesse in crisi le antiche divisioni del lavoro intellettuale.
Fino ad allora la fortuna di Botero — dopo il grandissimo successo di edizioni e traduzioni del ‘600 — aveva viaggiato solo grazie a studiosi e interpreti anche di grande qualità come il geografo Alberto Magnaghi e gli storici Federico Chabod e Luigi Firpo, ma curiosamente tutti di area subalpina, quasi che ci si potesse ricordare di lui solo nei dintorni del piccolo centro della “Provincia granda”, di cui Botero era originario.
Oggi si discute molto di «global history» e di «world history», ma l’unico modello novecentesco, quello di Fernand Braudel, appare sempre più inadeguato: chi l’ha sostituito sulla cattedra del Collège de France, lo storico Sanjay Subramahniam, ha raccontato quanto sia stato sempre difficile fare di un sapere costituzionalmente «egoista» come la storiografia una «xenologia », cioè una scienza degli «altri». Ebbene, Botero ha qualcosa da insegnare al riguardo. Intanto, nonostante la sua affermazione che «l’istoria è madre della saviezza umana», non è un caso che le sue Relazioni non siano e non vogliano essere un’opera di storia ma di informazione sul mondo.
Nella politica degli stati moderni così come nella conquista religiosa o economica l’informazione si era guadagnata un posto fondamentale. Si era sviluppato il genere letterario delle relazioni: ne scrivevano navigatori, ambasciatori, missionari, tutti coloro che si muovevano per affari, politica, religione. Botero fu colui che ebbe la forza e la costanza di fare tesoro di tutte le relazioni a cui ebbe accesso, in modo speciale quelle dei missionari gesuiti dall’America, dalla Cina e dal Giappone. Le unificò con una scrittura che ha la forza e i colori dell’italiano letterario all’apice della sua maturità, le fece sue raccontandole in prima persona e chiedendo di essere creduto come testimone de visu — una finzione non nuova, an- nunciante l’incipiente avvento del giornalismo.
«Io ho girato l’uno e l’altro emisfero», scrisse nella dedica a Carlo Emanuele di Savoia. E in quella al cardinal Borromeo si disse giunto «al fine de’ miei lunghi e faticosi viaggi che, per intendere dello stato della relligione Cristiana per il mondo, io intrapresi questi anni passati». Ma soprattutto organizzò le relazioni con una robusta intelaiatura che teneva insieme, sotto le forme del potere, insediamenti umani e culture, risorse ambientali e meraviglie della natura, con l’aggiunta di episodi storici e vicende e scoperte curiose destinate a tenere desta la curiosità del lettore.
Nel suo racconto tutto è umano: anche se qualche editore del ‘600 arricchì l’opera con immagini di umanità mostruose, giocando sull’attrazione sempre viva del meraviglioso medievale, nel mondo descritto da Botero non ci sono più i mostri pliniani, mentre vi abbondano storie di bestialità, di umanità primitive e degradate. Si fa avanti invece nell’ultima parte dell’opera il meraviglioso devozionale della Controriforma, tutto ricavato dalle storie delle missioni gesuitiche: come il «prodigio orribile» della fanciulla peruviana Caterina che, per aver nascosto al confessore i suoi peccati di sesso, finì all’inferno lasciando a infestare i luoghi il suo fantasma — un demonio- peccato, un demonio-donna. Quanto alla religione, acquisita ormai la straordinaria varietà delle sue forme, essa appare come un fattore essenziale dei livelli di civiltà, graduabili secondo l’impostazione del gesuita José de Acosta non come immutabili dati di natura ma come stadi di un processo evolutivo affidato alla grandezza dello stato e all’accortezza del sovrano. Ed è tipico del forte senso boteriano del nesso tra potere statale e religione il fatto che, più dei successi orientali di Francisco Xavier, quello che gli interessa è l’avanzata dell’impero spagnolo in America: un’avanzata che si porta dietro la conversione di interi popoli e promette così al cristianesimo cattolico di vincere la gara con le altre religioni mondiali — l’Islam in primo luogo, una religione che Botero propose di provocare con la diffusione di satire a stampa del Corano: un’idea ricca di futuro, come sappiamo.
IL LIBRO Giovanni Botero, Le relazioni universali (a cura di Blythe Alice Raviola, Aragno, 2 voll., euro 60)
Giovanni Botero il gesuita glocal del Cinquecento
Tornano le “Relazioni Universali” del filosofo. Il mondo raccontato da missionari e ambasciatori
di Adriano Prosperi
«Libro veramente ammirabile si è il mondo» — scrive Giovanni Botero nella dedica dell’edizione 1595 delle Relazioni Universali al cardinal Pietro Aldobrandini: un libro che «si legge continoamente e si studia e non manca mai, a chi v’attende, materia o d’essercitar l’ingegno o di pascer l’affetto. S’allarga a chi pensa di ristringerlo, s’affonda tuttavia più a chi crede d’haverne trovato il centro. Suggerisce finalmente del continuo materia di nuova speculatione e di nuova meraviglia a tutti».
Basterebbe questa meraviglia davanti all’inesauribile ricchezza del mondo per rendere avvertito il lettore di quanto questa vasta opera messa insieme dall’autore con strenuo lavoro di più di un ventennio respiri ancora l’atmosfera di un Rinascimento italiano aperto e creativo davanti al rapido mutare delle conoscenze sul globo. Pochi anni ancora e Galilei proporrà di leggere il messaggio di Dio agli uomini non solo nella Bibbia ma nel gran libro della natura, scontrandosi per questo con la scienza e la teologia dei Gesuiti.
Gesuita, Botero lo era stato nella sua formazione; e una volta uscito dalla Compagnia le rimase intellettualmente fedele. Ma, una volta lasciata l’incombenza del predicare e del comporre testi poetici d’occasione, quella che lo dominò fu una passione per la politica nutrita di storia e di geografia. Dopo aver lasciato con la sua Ragione di Stato un segno durevole sulla cultura e sul linguaggio politico europeo dell’epoca post-machiavelliana si misurò coi molti concorrenti attivi nel campo delle informazioni sulle cose del mondo. E vinse la gara dando alle sue «relazioni» una ampiezza universale e riversandovi una massa enorme di conoscenze raccolte via via, con una curiosità rimasta viva fino quasi agli ultimi giorni e riversata nei continui interventi di aggiunte e correzioni.
Nacque così l’opera che ora, grazie all’editore Nino Aragno e alla curatrice Blythe Alice Viola, leggiamo finalmente in una edizione moderna. Meritavano certamente, queste Relazioni Universali, un posto in una ideale biblioteca di classici italiani; su questo non si può che essere d’accordo con quello che scrive Blythe Alice Viola nel saggio introduttivo. Chi per leggerle doveva andarsele a cercare nelle tante edizioni e ristampe che ebbero all’epoca ne avvertiva da tempo l’esigenza. Era un vuoto così evidente che anche chi scrive queste righe ne aveva immaginato e proposto un’edizione. Operazione non facile, proprio per il suo carattere di work in progress, riletto e arricchito e corretto dall’autore fino al lascito manoscritto di un quinto libro edito solo a fine ‘800 da Pietro Gioda.
Ma perché si giungesse finalmente a mettere mano all’impresa occorreva qualcosa che si è verificato solo in questo avvio di secolo: l’emergere nella coscienza comune e nella riflessione storica della globalizzazione come idea e come rapido e violento processo reale. Bisognava insomma che il problema del racconto del mondo come un tutto prendesse forma di esigenza diffusa e mettesse in crisi le antiche divisioni del lavoro intellettuale.
Fino ad allora la fortuna di Botero — dopo il grandissimo successo di edizioni e traduzioni del ‘600 — aveva viaggiato solo grazie a studiosi e interpreti anche di grande qualità come il geografo Alberto Magnaghi e gli storici Federico Chabod e Luigi Firpo, ma curiosamente tutti di area subalpina, quasi che ci si potesse ricordare di lui solo nei dintorni del piccolo centro della “Provincia granda”, di cui Botero era originario.
Oggi si discute molto di «global history» e di «world history», ma l’unico modello novecentesco, quello di Fernand Braudel, appare sempre più inadeguato: chi l’ha sostituito sulla cattedra del Collège de France, lo storico Sanjay Subramahniam, ha raccontato quanto sia stato sempre difficile fare di un sapere costituzionalmente «egoista» come la storiografia una «xenologia », cioè una scienza degli «altri». Ebbene, Botero ha qualcosa da insegnare al riguardo. Intanto, nonostante la sua affermazione che «l’istoria è madre della saviezza umana», non è un caso che le sue Relazioni non siano e non vogliano essere un’opera di storia ma di informazione sul mondo.
Nella politica degli stati moderni così come nella conquista religiosa o economica l’informazione si era guadagnata un posto fondamentale. Si era sviluppato il genere letterario delle relazioni: ne scrivevano navigatori, ambasciatori, missionari, tutti coloro che si muovevano per affari, politica, religione. Botero fu colui che ebbe la forza e la costanza di fare tesoro di tutte le relazioni a cui ebbe accesso, in modo speciale quelle dei missionari gesuiti dall’America, dalla Cina e dal Giappone. Le unificò con una scrittura che ha la forza e i colori dell’italiano letterario all’apice della sua maturità, le fece sue raccontandole in prima persona e chiedendo di essere creduto come testimone de visu — una finzione non nuova, an- nunciante l’incipiente avvento del giornalismo.
«Io ho girato l’uno e l’altro emisfero», scrisse nella dedica a Carlo Emanuele di Savoia. E in quella al cardinal Borromeo si disse giunto «al fine de’ miei lunghi e faticosi viaggi che, per intendere dello stato della relligione Cristiana per il mondo, io intrapresi questi anni passati». Ma soprattutto organizzò le relazioni con una robusta intelaiatura che teneva insieme, sotto le forme del potere, insediamenti umani e culture, risorse ambientali e meraviglie della natura, con l’aggiunta di episodi storici e vicende e scoperte curiose destinate a tenere desta la curiosità del lettore.
Nel suo racconto tutto è umano: anche se qualche editore del ‘600 arricchì l’opera con immagini di umanità mostruose, giocando sull’attrazione sempre viva del meraviglioso medievale, nel mondo descritto da Botero non ci sono più i mostri pliniani, mentre vi abbondano storie di bestialità, di umanità primitive e degradate. Si fa avanti invece nell’ultima parte dell’opera il meraviglioso devozionale della Controriforma, tutto ricavato dalle storie delle missioni gesuitiche: come il «prodigio orribile» della fanciulla peruviana Caterina che, per aver nascosto al confessore i suoi peccati di sesso, finì all’inferno lasciando a infestare i luoghi il suo fantasma — un demonio- peccato, un demonio-donna. Quanto alla religione, acquisita ormai la straordinaria varietà delle sue forme, essa appare come un fattore essenziale dei livelli di civiltà, graduabili secondo l’impostazione del gesuita José de Acosta non come immutabili dati di natura ma come stadi di un processo evolutivo affidato alla grandezza dello stato e all’accortezza del sovrano. Ed è tipico del forte senso boteriano del nesso tra potere statale e religione il fatto che, più dei successi orientali di Francisco Xavier, quello che gli interessa è l’avanzata dell’impero spagnolo in America: un’avanzata che si porta dietro la conversione di interi popoli e promette così al cristianesimo cattolico di vincere la gara con le altre religioni mondiali — l’Islam in primo luogo, una religione che Botero propose di provocare con la diffusione di satire a stampa del Corano: un’idea ricca di futuro, come sappiamo.
IL LIBRO Giovanni Botero, Le relazioni universali (a cura di Blythe Alice Raviola, Aragno, 2 voll., euro 60)
Corriere 6.6.15
Non solo Auschwitz. La memoria di Pahor per gli altri campi
di Marisa Fumagalli
«Ci sono Campi quasi dimenticati, sopraffatti dall’Olocausto. Di loro si parla poco, mentre Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, hanno lasciato il segno nella memoria collettiva. Ma io vorrei raccontare degli altri che furono la maggioranza». Queste parole di Boris Pahor si leggevano nel testo dedicato ai giovani, che lo scrittore affidò al «Corriere della Sera» in occasione del suo centesimo compleanno (era 26 agosto 2013).
Erano un suo chiodo fisso quei Campi di «annientamento per lavoro, fame, malattie e impiccagioni», zeppi di oppositori al nazismo di molte nazionalità, dove egli stesso fu rinchiuso provando le sofferenze dell’orrore e rispecchiandosi altresì in quelle dei compagni. Certo, in alcune pubblicazioni l’argomento era stato affrontato (anche in Necropoli , l’opera che gli valse numerosi premi e la candidatura al Nobel) ma l’autore triestino di lingua slovena aveva in mente un lavoro più organico.
Tuttavia, l’idea sarebbe rimasta tale senza lo stimolo di Elisabetta Sgarbi, responsabile editoriale di Bompiani, che da qualche tempo lo segue con attenzione. Ora, il progetto è compiuto. Da pochi giorni è in libreria Triangoli rossi. I Campi di concentramento dimenticati (Bompiani , pagine 240, e 13) di Boris Pahor, con la collaborazione di Tatjana Rojc.
Nella Premessa , la spiegazione del titolo di quello che definisce «un semplice promemoria, un vademecum»: «I Triangoli rossi sono i deportati politici. Il triangolo rosso — avverte Pahor — era segnato sul mio petto sotto il numero che sostituiva il nome. Significava che ero stato catturato perché come soldato non mi ero presentato all’autorità militare nazista, ma avevo scelto di oppormi in nome della libertà». E «noi politici — aggiunge lo scrittore — a differenza di altri deportati che venivano uccisi con il gas appena arrivati col trucco delle finte docce, dopo le docce vere dovevamo andare a lavorare e cominciare subito ad avere fame e ammalarci, per finire poi in posizione orizzontale».
Nella prima parte, lo scrittore narra l’esperienza diretta a Dachau, Sainte-Marie –Aux-Mines, Natzweiler-Struthof, Dora-Mittelbau, Dipendenza Harzungen, Bergen-Belsen. Quindi, scrive degli altri lager nazisti; senza dimenticare, infine, i 10 Campi fascisti. Il libro si chiude con l’elenco delle carceri slovene e italiane da cui si veniva deportati. Le pagine più avvincenti (e crude) sono quelle autobiografiche.
Tra i ricordi più lucidi di Boris Pahor, c’è il periodo da lui trascorso a Dora-Mittelbau in Turingia («107 detenuti di diverse nazioni, radunati nelle gallerie all’interno della collina Kohnstein nella bella vallata dello Harz, cantata da Schiller e Goethe»).
C’è poi la denuncia: «Di Dora si parla poco perché il direttore, ingegnere Wernher von Braun, iscritto al partito nazista dal 1937, sapeva quante vite umane costarono quei missili lanciati sull’Inghilterra. (In quegli antri venivano allestiti gli impianti per le bombe V1 e i razzi V2). E lo sapeva anche chi se lo portò negli Stati Uniti, lo accettò alla Nasa e gli diede il National Medal of Science nel 1975».
Non solo Auschwitz. La memoria di Pahor per gli altri campi
di Marisa Fumagalli
«Ci sono Campi quasi dimenticati, sopraffatti dall’Olocausto. Di loro si parla poco, mentre Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, hanno lasciato il segno nella memoria collettiva. Ma io vorrei raccontare degli altri che furono la maggioranza». Queste parole di Boris Pahor si leggevano nel testo dedicato ai giovani, che lo scrittore affidò al «Corriere della Sera» in occasione del suo centesimo compleanno (era 26 agosto 2013).
Erano un suo chiodo fisso quei Campi di «annientamento per lavoro, fame, malattie e impiccagioni», zeppi di oppositori al nazismo di molte nazionalità, dove egli stesso fu rinchiuso provando le sofferenze dell’orrore e rispecchiandosi altresì in quelle dei compagni. Certo, in alcune pubblicazioni l’argomento era stato affrontato (anche in Necropoli , l’opera che gli valse numerosi premi e la candidatura al Nobel) ma l’autore triestino di lingua slovena aveva in mente un lavoro più organico.
Tuttavia, l’idea sarebbe rimasta tale senza lo stimolo di Elisabetta Sgarbi, responsabile editoriale di Bompiani, che da qualche tempo lo segue con attenzione. Ora, il progetto è compiuto. Da pochi giorni è in libreria Triangoli rossi. I Campi di concentramento dimenticati (Bompiani , pagine 240, e 13) di Boris Pahor, con la collaborazione di Tatjana Rojc.
Nella Premessa , la spiegazione del titolo di quello che definisce «un semplice promemoria, un vademecum»: «I Triangoli rossi sono i deportati politici. Il triangolo rosso — avverte Pahor — era segnato sul mio petto sotto il numero che sostituiva il nome. Significava che ero stato catturato perché come soldato non mi ero presentato all’autorità militare nazista, ma avevo scelto di oppormi in nome della libertà». E «noi politici — aggiunge lo scrittore — a differenza di altri deportati che venivano uccisi con il gas appena arrivati col trucco delle finte docce, dopo le docce vere dovevamo andare a lavorare e cominciare subito ad avere fame e ammalarci, per finire poi in posizione orizzontale».
Nella prima parte, lo scrittore narra l’esperienza diretta a Dachau, Sainte-Marie –Aux-Mines, Natzweiler-Struthof, Dora-Mittelbau, Dipendenza Harzungen, Bergen-Belsen. Quindi, scrive degli altri lager nazisti; senza dimenticare, infine, i 10 Campi fascisti. Il libro si chiude con l’elenco delle carceri slovene e italiane da cui si veniva deportati. Le pagine più avvincenti (e crude) sono quelle autobiografiche.
Tra i ricordi più lucidi di Boris Pahor, c’è il periodo da lui trascorso a Dora-Mittelbau in Turingia («107 detenuti di diverse nazioni, radunati nelle gallerie all’interno della collina Kohnstein nella bella vallata dello Harz, cantata da Schiller e Goethe»).
C’è poi la denuncia: «Di Dora si parla poco perché il direttore, ingegnere Wernher von Braun, iscritto al partito nazista dal 1937, sapeva quante vite umane costarono quei missili lanciati sull’Inghilterra. (In quegli antri venivano allestiti gli impianti per le bombe V1 e i razzi V2). E lo sapeva anche chi se lo portò negli Stati Uniti, lo accettò alla Nasa e gli diede il National Medal of Science nel 1975».
Corriere 6.6.15
Guerra di Spagna, tra due fronti
Il cronista Chaves Nogales: chiunque vincerà, ridurrà il mio popolo in schiavitù
di Sergio Romano
Dopo un lungo letargo, brevemente interrotto dalla guerra cubana contro gli Stati Uniti nel 1898, la Spagna domina la vita politica europea degli anni Trenta del Novecento e diventa un’affollata arena dove vanno in scena, come in una gigantesca corrida, tutte le passioni e le ideologie del secolo; socialismo, comunismo, fascismo, anarchismo, tradizionale devozione alla Chiesa cattolica e spietato anticlericalismo. Non è sorprendente che esistano da allora parecchie storie della Guerra civile spagnola, una sterminata memorialistica, testimonianze letterarie (Hemingway, Malraux, Bernanos, Orwell, Koestler), raccolte di corrispondenze pubblicate dalla stampa internazionale e, più recentemente, romanzi dell’ultima generazione di scrittori spagnoli in cui la trama evoca le vicende del Paese fra l’«Alzamiento» dei quattro generali nel luglio 1936 e la caduta di Barcellona nel gennaio 1939.
Pochi conoscevano, tuttavia l’opera di un autore, Manuel Chaves Nogales, che aveva descritto la Guerra civile in nove racconti apparsi in Cile nel 1937 con il titolo A sangre y fuego. Héroes, bestias y mártires de España , tradotti ora in italiano da Elisa Tramontin ( A ferro e fuoco , edizioni laNuovafrontiera, pp. 336, e 16).
Chaves Nogales era nato a Siviglia nel 1898, aveva studiato lettere e filosofia e fatto le prime esperienze giornalistiche nella sua città. Quando giunse a Madrid, nel 1922, non tardò ad affermarsi come uno degli scrittori più promettenti di quegli anni: molti reportage all’estero fra cui un viaggio in aereo nella Russia dei soviet, una visita all’Italia fascista e una a Berlino per una intervista con Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, che gli parve «ridicolo e impresentabile». Ma scrisse anche racconti, novelle, un romanzo e la biografia di un grande torero del suo tempo ( Juan Belmonte, matador de toros ) che è stata pubblicata in Italia da Neri Pozza nel 2014. Quando scoppiò la Guerra civile era direttore di un giornale repubblicano, «Ahora», e il suo punto di riferimento politico era Manuel Azaña, fondatore del Partito repubblicano, capo del governo in due momenti (tra il 1931 e il 1933, poi per un breve periodo nel 1936), ma anche capo dello Stato dal 1936 al 1939, quando la Spagna era ormai soltanto un campo di battaglia.
Mentre Azaña fuggiva in Francia, Chaves Nogales vi era ormai da due anni. Spiegò la ragioni della partenza nella prefazione alla raccolta dei suoi racconti. Disgustato dal terrore rosso e da quello che gli aerei franchisti seminavano bombardando Madrid assediata, dichiarò di non essere più interessato alle sorti del conflitto: «L’uomo forte, il caudillo, il trionfatore che alla fine poggerà il deretano sul lago di sangue del mio Paese e che con il coltello fra i denti — secondo l’immagine classica — ridurrà in schiavitù gli spagnoli sopravvissuti, può provenire indifferentemente dall’una o dall’altra parte».
I racconti sono il risultato di questa sconsolata constatazione. Lo stile è quello della grande letteratura picaresca, il tono è quello dello scrittore che non cede al vezzo della indignazione e della deplorazione. Vi è il marchese andaluso che va a caccia dei rossi con una nidiata di viziati e crudeli señoritos (come si chiamavano in spagnolo i figli di papà) e con il parroco del castello armato di fucile. Vi sono gli ufficiali franchisti, catturati dalle milizie repubblicane, che rifiutano di aderire alla Repubblica e vengono falciati da una scarica di proiettili contro il muro di un carcere. Vi è un altro parroco che spara ai repubblicani dal campanile della sua chiesa. Vi è il giovane commissario comunista che non alza un dito per evitare che il padre, un ufficiale, finisca di fronte a un plotone di esecuzione. Vi è una «colonna di ferro», composta da disertori che si proclamano anarchici, ma vanno per villaggi ammazzando e rapinando. Vi è un «ometto», il compagno Arnal, che cerca testardamente di salvare quadri e oggetti liturgici dalla furia dei ribelli franchisti in un paese della Mancia, ma muore in uno scontro portando con sé la memoria del luogo in cui era riuscito a nascondere un Greco e altre opere d’arte. Vi è il vecchio caid di una formazione marocchina catturata dai miliziani alle porte di Madrid. Dovrà morire con i suoi uomini e al solo miliziano che aveva cercato di salvargli la vita dice: «Anche un moro ammazzerebbe. Sono cose di guerra e di uomini. Allah è grande».
Vi è la storia di Tiron, il notabile falangista che i repubblicani stanno per fucilare a Valladolid e che può fuggire soltanto grazie alla pietà di una giovane repubblicana. Ma non farà nulla per salvarla quando i franchisti, dopo avere riconquistato la città, la uccideranno con le sue compagne. Vi è Bicornia, un fabbro grosso, forte, padre di una dozzina di figli, assegnato alla guida di un moderno carro armato sovietico, che combatte testardamente con il suo compagno russo sino a quando un bidone di benzina, lanciato da un tetto, trasforma il suo tank in una enorme torcia. Vi è il sindacalista anarchico che odia i comunisti e viceversa. E vi è infine l’autore, spettatore disperato di un dramma in cui tutti sono tragicamente colpevoli.
Chavez Nogales rimase a Parigi fino al 1940. Sapeva di essere nel libro nero dei servizi segreti tedeschi e riuscì a fuggire in Inghilterra dove continuò a scrivere per giornali inglesi e latino-americani. Morì nel 1944 di una peritonite mal curata: una fine non meno assurda di quella toccata in sorte a tanti suoi connazionali.
Guerra di Spagna, tra due fronti
Il cronista Chaves Nogales: chiunque vincerà, ridurrà il mio popolo in schiavitù
di Sergio Romano
Dopo un lungo letargo, brevemente interrotto dalla guerra cubana contro gli Stati Uniti nel 1898, la Spagna domina la vita politica europea degli anni Trenta del Novecento e diventa un’affollata arena dove vanno in scena, come in una gigantesca corrida, tutte le passioni e le ideologie del secolo; socialismo, comunismo, fascismo, anarchismo, tradizionale devozione alla Chiesa cattolica e spietato anticlericalismo. Non è sorprendente che esistano da allora parecchie storie della Guerra civile spagnola, una sterminata memorialistica, testimonianze letterarie (Hemingway, Malraux, Bernanos, Orwell, Koestler), raccolte di corrispondenze pubblicate dalla stampa internazionale e, più recentemente, romanzi dell’ultima generazione di scrittori spagnoli in cui la trama evoca le vicende del Paese fra l’«Alzamiento» dei quattro generali nel luglio 1936 e la caduta di Barcellona nel gennaio 1939.
Pochi conoscevano, tuttavia l’opera di un autore, Manuel Chaves Nogales, che aveva descritto la Guerra civile in nove racconti apparsi in Cile nel 1937 con il titolo A sangre y fuego. Héroes, bestias y mártires de España , tradotti ora in italiano da Elisa Tramontin ( A ferro e fuoco , edizioni laNuovafrontiera, pp. 336, e 16).
Chaves Nogales era nato a Siviglia nel 1898, aveva studiato lettere e filosofia e fatto le prime esperienze giornalistiche nella sua città. Quando giunse a Madrid, nel 1922, non tardò ad affermarsi come uno degli scrittori più promettenti di quegli anni: molti reportage all’estero fra cui un viaggio in aereo nella Russia dei soviet, una visita all’Italia fascista e una a Berlino per una intervista con Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, che gli parve «ridicolo e impresentabile». Ma scrisse anche racconti, novelle, un romanzo e la biografia di un grande torero del suo tempo ( Juan Belmonte, matador de toros ) che è stata pubblicata in Italia da Neri Pozza nel 2014. Quando scoppiò la Guerra civile era direttore di un giornale repubblicano, «Ahora», e il suo punto di riferimento politico era Manuel Azaña, fondatore del Partito repubblicano, capo del governo in due momenti (tra il 1931 e il 1933, poi per un breve periodo nel 1936), ma anche capo dello Stato dal 1936 al 1939, quando la Spagna era ormai soltanto un campo di battaglia.
Mentre Azaña fuggiva in Francia, Chaves Nogales vi era ormai da due anni. Spiegò la ragioni della partenza nella prefazione alla raccolta dei suoi racconti. Disgustato dal terrore rosso e da quello che gli aerei franchisti seminavano bombardando Madrid assediata, dichiarò di non essere più interessato alle sorti del conflitto: «L’uomo forte, il caudillo, il trionfatore che alla fine poggerà il deretano sul lago di sangue del mio Paese e che con il coltello fra i denti — secondo l’immagine classica — ridurrà in schiavitù gli spagnoli sopravvissuti, può provenire indifferentemente dall’una o dall’altra parte».
I racconti sono il risultato di questa sconsolata constatazione. Lo stile è quello della grande letteratura picaresca, il tono è quello dello scrittore che non cede al vezzo della indignazione e della deplorazione. Vi è il marchese andaluso che va a caccia dei rossi con una nidiata di viziati e crudeli señoritos (come si chiamavano in spagnolo i figli di papà) e con il parroco del castello armato di fucile. Vi sono gli ufficiali franchisti, catturati dalle milizie repubblicane, che rifiutano di aderire alla Repubblica e vengono falciati da una scarica di proiettili contro il muro di un carcere. Vi è un altro parroco che spara ai repubblicani dal campanile della sua chiesa. Vi è il giovane commissario comunista che non alza un dito per evitare che il padre, un ufficiale, finisca di fronte a un plotone di esecuzione. Vi è una «colonna di ferro», composta da disertori che si proclamano anarchici, ma vanno per villaggi ammazzando e rapinando. Vi è un «ometto», il compagno Arnal, che cerca testardamente di salvare quadri e oggetti liturgici dalla furia dei ribelli franchisti in un paese della Mancia, ma muore in uno scontro portando con sé la memoria del luogo in cui era riuscito a nascondere un Greco e altre opere d’arte. Vi è il vecchio caid di una formazione marocchina catturata dai miliziani alle porte di Madrid. Dovrà morire con i suoi uomini e al solo miliziano che aveva cercato di salvargli la vita dice: «Anche un moro ammazzerebbe. Sono cose di guerra e di uomini. Allah è grande».
Vi è la storia di Tiron, il notabile falangista che i repubblicani stanno per fucilare a Valladolid e che può fuggire soltanto grazie alla pietà di una giovane repubblicana. Ma non farà nulla per salvarla quando i franchisti, dopo avere riconquistato la città, la uccideranno con le sue compagne. Vi è Bicornia, un fabbro grosso, forte, padre di una dozzina di figli, assegnato alla guida di un moderno carro armato sovietico, che combatte testardamente con il suo compagno russo sino a quando un bidone di benzina, lanciato da un tetto, trasforma il suo tank in una enorme torcia. Vi è il sindacalista anarchico che odia i comunisti e viceversa. E vi è infine l’autore, spettatore disperato di un dramma in cui tutti sono tragicamente colpevoli.
Chavez Nogales rimase a Parigi fino al 1940. Sapeva di essere nel libro nero dei servizi segreti tedeschi e riuscì a fuggire in Inghilterra dove continuò a scrivere per giornali inglesi e latino-americani. Morì nel 1944 di una peritonite mal curata: una fine non meno assurda di quella toccata in sorte a tanti suoi connazionali.
Repubblica 6.6.15
Perché la società postumana mette a rischio le nostre libertà
Tecnoscienze, ricerca biomedica, lavoro affidato ai soli robot
di Stefano Rodotà
SIAMO già prigionieri di un futuro del quale, come ha scritto l’-Economist, dobbiamo “preoccuparci con saggezza”. Ma essere saggi è difficile quando ci viene promessa l’immortalità o viene minacciata la subordinazione dell’intero genere umano a macchine superintelligenti. Previsioni lontane, a giudizio di molti irrealizzabili, che tuttavia obbligano a contemplare un orizzonte nel quale il postumano, parola che descrive una nuova condizione, trova manifestazioni assai più vicine, che invadono il nostro presente e ci consegnano alle dinamiche della tecnoscienza. Fino a che punto, però, l’affidarsi fiducioso alla tecnoscienza può diventare delega? E la delega può degenerare in deresponsabilizzazione? Proviamo a interrogare i fatti. Dalla Cina arriva la notizia di una fabbrica interamente affidata ai robot, avanguardia di una trasformazione radicale dove la parola “lavoro” rischia di scomparire insieme alla realtà che ha sempre designato.
Ma, nel momento in cui si disegna un mondo in cui il lavoro umano comincia a essere considerato residuale, si avvia un mutamento qualitativo di cui ci si dovrebbe preoccupare fin da ora con saggezza. La riflessione sulla condizione postumana dovrebbe cominciare proprio da qui, dalla situazione materiale delle persone, senza saltare questo passaggio, come talvolta accade nella riflessione dei postumanisti, proiettandosi volontaristicamente in un futuro già pacificato. Non è una via semplice quella di un futuro segnato non da un generico appello alla tecnoscienza, ma più precisamente da un convergere di biologia, elettronica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, neuroscienze, che ha fatto parlare del corpo come di un nuovo oggetto, una “nano-bio-info-neuro machine”. Ma questo allontanarsi dalla dimensione umana non è presentato come una sorta di congedo definitivo, ma piuttosto come “movimento intellettuale e culturale che afferma la possibilità e la desiderabilità di migliorare in maniera sostanziale la condizione umana, usando la tecnologia per eliminare l’invecchiamento ed esaltare al massimo le capacità intellettuali, fisiche e psicologiche”. Postumano è inteso come “meglio dell’umano”, sottolineando come la tecnoscienza consenta di uscire da una condizione segnata da caducità, finitezza, fragilità. Si mette così in evidenza una emancipazione, ma si segnala pure una insoddisfazione per l’umano nel tempo cambiato, che dovrebbe portare alla liberazione dal “pregiudizio” umanistico. L’uomo non più “misura di tutte le cose”, ma posto sullo stesso piano di tutti gli altri esseri viventi, attribuendo rilevanza costitutiva anche al suo rapporto con il mondo degli oggetti.
Ma la prospettiva postumanista incarna due dinamiche in conflitto, tra appropriazione e espropriazione: il diritto incondizionato di appropriarsi e di utilizzare tutte le opportunità offerte dalla tecnoscienza; l’espropriazione da parte del mondo delle macchine, della robotica, dell’intelligenza artificiale. Nasce qui la questione ricordata all’inizio, quasi una sfida definitiva. Non solo l’assunzione di sembianze di macchina da parte dell’umano, con i robot umanoidi. Ma la creazione di sistemi artificiali in grado di imparare, dotati di una forma di intelligenza propria che li metterebbe in grado di sopraffare l’intelligenza umana. E si è detto che la creazione della prima macchina superintelligente sarebbe l’ultima invenzione dell’uomo, a quel punto privato d’ogni libertà, che continuerebbe a popolare il mondo però destituito della sua propria umanità.
Abbandonando queste speculazioni sul futuro, il ritorno alle realtà presente indica una destituzione di umanità già prodotta dal ricorso alle “armi letali autonome”, dove si appanna la responsabilità della decisione, dove il fatto che un drone, impiegato per uccidere un capo terrorista, provochi una strage di civili, viene degradato a “effetto collaterale”. Preoccupandosi con saggezza, si suggerisce almeno una moratoria del ricorso a queste armi. Riflettendo più a fondo, si presenta come ineludibile guida quella riserva di umanità affidata a parole come dignità, eguaglianza, libertà, solidarietà, dalle quali lo stesso pensiero postumanista non riesce a liberarsi.
Perché la società postumana mette a rischio le nostre libertà
Tecnoscienze, ricerca biomedica, lavoro affidato ai soli robot
di Stefano Rodotà
SIAMO già prigionieri di un futuro del quale, come ha scritto l’-Economist, dobbiamo “preoccuparci con saggezza”. Ma essere saggi è difficile quando ci viene promessa l’immortalità o viene minacciata la subordinazione dell’intero genere umano a macchine superintelligenti. Previsioni lontane, a giudizio di molti irrealizzabili, che tuttavia obbligano a contemplare un orizzonte nel quale il postumano, parola che descrive una nuova condizione, trova manifestazioni assai più vicine, che invadono il nostro presente e ci consegnano alle dinamiche della tecnoscienza. Fino a che punto, però, l’affidarsi fiducioso alla tecnoscienza può diventare delega? E la delega può degenerare in deresponsabilizzazione? Proviamo a interrogare i fatti. Dalla Cina arriva la notizia di una fabbrica interamente affidata ai robot, avanguardia di una trasformazione radicale dove la parola “lavoro” rischia di scomparire insieme alla realtà che ha sempre designato.
Ma, nel momento in cui si disegna un mondo in cui il lavoro umano comincia a essere considerato residuale, si avvia un mutamento qualitativo di cui ci si dovrebbe preoccupare fin da ora con saggezza. La riflessione sulla condizione postumana dovrebbe cominciare proprio da qui, dalla situazione materiale delle persone, senza saltare questo passaggio, come talvolta accade nella riflessione dei postumanisti, proiettandosi volontaristicamente in un futuro già pacificato. Non è una via semplice quella di un futuro segnato non da un generico appello alla tecnoscienza, ma più precisamente da un convergere di biologia, elettronica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, neuroscienze, che ha fatto parlare del corpo come di un nuovo oggetto, una “nano-bio-info-neuro machine”. Ma questo allontanarsi dalla dimensione umana non è presentato come una sorta di congedo definitivo, ma piuttosto come “movimento intellettuale e culturale che afferma la possibilità e la desiderabilità di migliorare in maniera sostanziale la condizione umana, usando la tecnologia per eliminare l’invecchiamento ed esaltare al massimo le capacità intellettuali, fisiche e psicologiche”. Postumano è inteso come “meglio dell’umano”, sottolineando come la tecnoscienza consenta di uscire da una condizione segnata da caducità, finitezza, fragilità. Si mette così in evidenza una emancipazione, ma si segnala pure una insoddisfazione per l’umano nel tempo cambiato, che dovrebbe portare alla liberazione dal “pregiudizio” umanistico. L’uomo non più “misura di tutte le cose”, ma posto sullo stesso piano di tutti gli altri esseri viventi, attribuendo rilevanza costitutiva anche al suo rapporto con il mondo degli oggetti.
Ma la prospettiva postumanista incarna due dinamiche in conflitto, tra appropriazione e espropriazione: il diritto incondizionato di appropriarsi e di utilizzare tutte le opportunità offerte dalla tecnoscienza; l’espropriazione da parte del mondo delle macchine, della robotica, dell’intelligenza artificiale. Nasce qui la questione ricordata all’inizio, quasi una sfida definitiva. Non solo l’assunzione di sembianze di macchina da parte dell’umano, con i robot umanoidi. Ma la creazione di sistemi artificiali in grado di imparare, dotati di una forma di intelligenza propria che li metterebbe in grado di sopraffare l’intelligenza umana. E si è detto che la creazione della prima macchina superintelligente sarebbe l’ultima invenzione dell’uomo, a quel punto privato d’ogni libertà, che continuerebbe a popolare il mondo però destituito della sua propria umanità.
Abbandonando queste speculazioni sul futuro, il ritorno alle realtà presente indica una destituzione di umanità già prodotta dal ricorso alle “armi letali autonome”, dove si appanna la responsabilità della decisione, dove il fatto che un drone, impiegato per uccidere un capo terrorista, provochi una strage di civili, viene degradato a “effetto collaterale”. Preoccupandosi con saggezza, si suggerisce almeno una moratoria del ricorso a queste armi. Riflettendo più a fondo, si presenta come ineludibile guida quella riserva di umanità affidata a parole come dignità, eguaglianza, libertà, solidarietà, dalle quali lo stesso pensiero postumanista non riesce a liberarsi.
Repubblica 6.6.15
La bizzarra legge del desiderio indotto
di Guia Soncini
QUINDI era questa, la parità che volevamo: quella di restare in piedi in metropolitana perché cederci il posto sarebbe paternalista, e quella di avere voglia di fare sesso anche quando non ne abbiamo voglia. Pillola azzurra per lui, pillola rosa per lei: differenziazione cromatica didascalica, identico fine. Deve andarti sempre. Pare che fosse una malattia, non averne voglia: la capa di “Even the score”, lobby per la parità tra i generi, ha parlato della pastiglia come di «un nuovo capitolo nella lotta per l’equità nella salute sessuale» (equità, che paroloni: neanche avessero trovato una cura che elimini definitivamente il ciclo mestruale).
In “Questi sono i 40”, film sulla crisi di una generazione costretta a crescere controvoglia, il marito prendeva un Viagra per fare un regalo alla moglie che compiva quarant’anni. Lei si offendeva moltissimo, giacché pretendeva la spontaneità del desiderio, la non simulazione dell’attrazione, e scacciava il poverino e la sua «turboerezione». Il cinema popolare ci metterà un po’ a metabolizzare il nuovo ritrovato della chimica, e poi ci toccherà la scena in cui è lui a offendersi, una volta scoperto che lei ha preso la pillola rosa, ed è solo per quello che sembra desiderarlo. Sarà un nuovo capitolo nell’incubo del desiderio perenne, un capitolo anabolizzato: oltre al fastidio del desiderio indotto, ci toccherà pure quello dell’impermalimento maschile.
La bizzarra legge del desiderio indotto
di Guia Soncini
QUINDI era questa, la parità che volevamo: quella di restare in piedi in metropolitana perché cederci il posto sarebbe paternalista, e quella di avere voglia di fare sesso anche quando non ne abbiamo voglia. Pillola azzurra per lui, pillola rosa per lei: differenziazione cromatica didascalica, identico fine. Deve andarti sempre. Pare che fosse una malattia, non averne voglia: la capa di “Even the score”, lobby per la parità tra i generi, ha parlato della pastiglia come di «un nuovo capitolo nella lotta per l’equità nella salute sessuale» (equità, che paroloni: neanche avessero trovato una cura che elimini definitivamente il ciclo mestruale).
In “Questi sono i 40”, film sulla crisi di una generazione costretta a crescere controvoglia, il marito prendeva un Viagra per fare un regalo alla moglie che compiva quarant’anni. Lei si offendeva moltissimo, giacché pretendeva la spontaneità del desiderio, la non simulazione dell’attrazione, e scacciava il poverino e la sua «turboerezione». Il cinema popolare ci metterà un po’ a metabolizzare il nuovo ritrovato della chimica, e poi ci toccherà la scena in cui è lui a offendersi, una volta scoperto che lei ha preso la pillola rosa, ed è solo per quello che sembra desiderarlo. Sarà un nuovo capitolo nell’incubo del desiderio perenne, un capitolo anabolizzato: oltre al fastidio del desiderio indotto, ci toccherà pure quello dell’impermalimento maschile.
La Stampa 6.6.15
«Ma nelle donne la psiche conta più della chimica»
intervista di L. Cas.
«Il viagra femminile? Non è detto che sia sufficiente a risolvere i problemi di desiderio delle donne». Dopo il primo via libera al Flibanserin, Valentina Cosmi, psicologa e sessuologa, tra i fondatori della Società italiana di sessuologia e psicologia, è chiara: i limiti sono legati al modo in cui le donne vivono l’intimità. «Nell’uomo l’eccitazione è dovuta a fattori biologici, ormonali. Nelle donne molto dipende dal contesto: come ci si sente con il proprio corpo, quanto siamo soddisfatte del rapporto col partner, il luogo, il momento».
E su questo una medicina ha poco effetto, è così?
«Sì. L’impressione è che esista una tendenza ad omologare la sessualità femminile a quella maschile, quando in realtà sono molto diverse».
Ci sono situazioni in cui il Flibanserin potrebbe avere benefici?
«Sì. Penso alle donne che hanno vissuto una variabilità ormonale, come le neo mamme o quelle entrate da poco in menopausa. Si tratta di casi in cui il desiderio sessuale può essere diminuito o quasi assente. Ma non devono esserci controindicazioni cliniche».
E gli aspetti negativi?
«Il rischio di diventare dipendenti da un farmaco come il Flibanserin è molto comune. D’altra parte è accaduto anche a molti uomini con il Viagra. La convinzione che non si possa avere un rapporto sessuale senza aver prima preso una medicina si sviluppa molto in frett. Bisogna rendersi conto che la pastiglia è solo uno strumento che ci aiuta ad affrontare con più semplicità una situazione. In questo il sostegno di uno psicologo è molto utile».
«Ma nelle donne la psiche conta più della chimica»
intervista di L. Cas.
«Il viagra femminile? Non è detto che sia sufficiente a risolvere i problemi di desiderio delle donne». Dopo il primo via libera al Flibanserin, Valentina Cosmi, psicologa e sessuologa, tra i fondatori della Società italiana di sessuologia e psicologia, è chiara: i limiti sono legati al modo in cui le donne vivono l’intimità. «Nell’uomo l’eccitazione è dovuta a fattori biologici, ormonali. Nelle donne molto dipende dal contesto: come ci si sente con il proprio corpo, quanto siamo soddisfatte del rapporto col partner, il luogo, il momento».
E su questo una medicina ha poco effetto, è così?
«Sì. L’impressione è che esista una tendenza ad omologare la sessualità femminile a quella maschile, quando in realtà sono molto diverse».
Ci sono situazioni in cui il Flibanserin potrebbe avere benefici?
«Sì. Penso alle donne che hanno vissuto una variabilità ormonale, come le neo mamme o quelle entrate da poco in menopausa. Si tratta di casi in cui il desiderio sessuale può essere diminuito o quasi assente. Ma non devono esserci controindicazioni cliniche».
E gli aspetti negativi?
«Il rischio di diventare dipendenti da un farmaco come il Flibanserin è molto comune. D’altra parte è accaduto anche a molti uomini con il Viagra. La convinzione che non si possa avere un rapporto sessuale senza aver prima preso una medicina si sviluppa molto in frett. Bisogna rendersi conto che la pastiglia è solo uno strumento che ci aiuta ad affrontare con più semplicità una situazione. In questo il sostegno di uno psicologo è molto utile».
La Stampa 6.6.15
Stati Uniti, disco verde al “Viagra femminile”
Primo sì della Fda al flibanserin che cura la mancanza di desiderio
di Paolo Mastrolilli
Il «Viagra per le donne» sta per arrivare in farmacia. Se il parere positivo espresso giovedì dal comitato consultivo della Food and Drug Administration verrà confermato dall’agenzia entro la scadenza del 18 agosto, per la fine dell’estate la «pillola rosa» potrebbe già essere disponibile. Una rivoluzione culturale, oltre che medica, secondo la casa produttrice e la lobby che la sostiene; un rischio inutile, secondo i medici che finora si sono opposti alla sua commercializzazione.
Una pillola rosa
Quella che ormai nel gergo comune viene definita il «Viagra delle donne» è una medicina chiamata «flibanserin», prodotta dalla Sprout Pharmaceuticals. E’ una pillola rosa che si prende prima di andare a letto e agisce su alcune sostanze chimiche del cervello, come la serotonina e la dopamina, aiutando ad aumentare il desiderio sessuale. Così consente di curare una condizione chiamata «hypoactive sexual desire disorder». L’altra faccia della medaglia sono gli effetti collaterali, come l’aumento della pressione, gli svenimenti e la nausea, provati da alcune pazienti che hanno partecipato ai trial. Poi l’elemento che ha fatto discutere, e ha contribuito alle due bocciature precedenti di questa medicina, è la limitatezza della sua efficacia, che aiuta in un numero abbastanza ridotto di casi.
Il trattamento delle disfunzioni sessuali è diventato molto diffuso dopo il lancio del Viagra, che però non cura la mancanza di desiderio, ma problemi fisici legati all’erezione. Studi simili sono stati avviati quindi per affrontare anche i problemi delle donne, ovviamente diversi sul piano medico. La compagnia Boehringer Ingelheim aveva dunque sviluppato la flibanserin, ma dopo la prima bocciatura venuta dalla Fda aveva rinunciato al progetto.
Allora Sprout, fondata da Cindy e Robert Whitehead, aveva comprato i diritti e raccolto 50 milioni di dollari per rilanciare l’iniziativa. Nel 2010 la Fda l’ha bocciata ancora, e a quel punto è cominciata una campagna politica per farle cambiare idea. E’ nata la coalizione «Even the Score», pareggiamo il conto, una specie di lobby guidata da Susan Scanlan, che in sostanza attribuiva lo stop ai pregiudizi sessisti: curare le disfunzioni sessuali maschili va bene, quelle femminili restano tabù.
La campagna lanciata da questo gruppo ha riaperto la discussione, e giovedì 18 membri del comitato consultivo hanno dato parere positivo alla commercializzazione della medicina, contro 6 che si sono opposti. Ora la Fda dovrà analizzare la questione entro il 18 agosto, e se seguirà la strada indicata dal comitato, come fa in genere, la «pillola rosa» arriverà nelle farmacie.
Gli ostacoli che ancora rimangono non dovrebbero più essere di natura culturale, ma scientifica. Alcuni medici, infatti, la considerano solo un «debole afrodisiaco», con troppi effetti collaterali. In base agli studi condotti, circa il 7% delle donne non in menopausa soffre di «hypoactive sexual desire disorder», ossia una mancanza di desiderio non attribuibile a malattie di altro genere. I trial condotti sono stati tre, e le pazienti che dicevano di avere solo due o tre «eventi sessuali soddisfacenti» al mese hanno notato un aumento, ma limitato in media ad un episodio in più. Il loro desiderio rispetto a quelle che hanno usato il placebo è salito, ma solo di 0,3 punti su una scala da 1,2 a 6.
Il dibattito
Secondo alcuni medici, questi vantaggi non sono abbastanza significativi da accettare gli effetti collaterali. Secondo i difensori del progetto e i produttori, invece, rappresentano comunque un passo avanti da compiere. Altri ancora dicono che il problema esiste e va affrontato, ma le donne meritano studi e soluzioni migliori di questa. Di sicuro la mobilitazione per il «Viagra delle donne» ha avuto un importante effetto culturale, ponendo la questione all’attenzione del paese e della comunità scientifica. Anche se flibanserin non fosse la risposta ideale, i progressi compiuti dovrebbero almeno meno aver aperto la porta per ricerche più avanzate nel settore e soluzioni efficaci.
Stati Uniti, disco verde al “Viagra femminile”
Primo sì della Fda al flibanserin che cura la mancanza di desiderio
di Paolo Mastrolilli
Il «Viagra per le donne» sta per arrivare in farmacia. Se il parere positivo espresso giovedì dal comitato consultivo della Food and Drug Administration verrà confermato dall’agenzia entro la scadenza del 18 agosto, per la fine dell’estate la «pillola rosa» potrebbe già essere disponibile. Una rivoluzione culturale, oltre che medica, secondo la casa produttrice e la lobby che la sostiene; un rischio inutile, secondo i medici che finora si sono opposti alla sua commercializzazione.
Una pillola rosa
Quella che ormai nel gergo comune viene definita il «Viagra delle donne» è una medicina chiamata «flibanserin», prodotta dalla Sprout Pharmaceuticals. E’ una pillola rosa che si prende prima di andare a letto e agisce su alcune sostanze chimiche del cervello, come la serotonina e la dopamina, aiutando ad aumentare il desiderio sessuale. Così consente di curare una condizione chiamata «hypoactive sexual desire disorder». L’altra faccia della medaglia sono gli effetti collaterali, come l’aumento della pressione, gli svenimenti e la nausea, provati da alcune pazienti che hanno partecipato ai trial. Poi l’elemento che ha fatto discutere, e ha contribuito alle due bocciature precedenti di questa medicina, è la limitatezza della sua efficacia, che aiuta in un numero abbastanza ridotto di casi.
Il trattamento delle disfunzioni sessuali è diventato molto diffuso dopo il lancio del Viagra, che però non cura la mancanza di desiderio, ma problemi fisici legati all’erezione. Studi simili sono stati avviati quindi per affrontare anche i problemi delle donne, ovviamente diversi sul piano medico. La compagnia Boehringer Ingelheim aveva dunque sviluppato la flibanserin, ma dopo la prima bocciatura venuta dalla Fda aveva rinunciato al progetto.
Allora Sprout, fondata da Cindy e Robert Whitehead, aveva comprato i diritti e raccolto 50 milioni di dollari per rilanciare l’iniziativa. Nel 2010 la Fda l’ha bocciata ancora, e a quel punto è cominciata una campagna politica per farle cambiare idea. E’ nata la coalizione «Even the Score», pareggiamo il conto, una specie di lobby guidata da Susan Scanlan, che in sostanza attribuiva lo stop ai pregiudizi sessisti: curare le disfunzioni sessuali maschili va bene, quelle femminili restano tabù.
La campagna lanciata da questo gruppo ha riaperto la discussione, e giovedì 18 membri del comitato consultivo hanno dato parere positivo alla commercializzazione della medicina, contro 6 che si sono opposti. Ora la Fda dovrà analizzare la questione entro il 18 agosto, e se seguirà la strada indicata dal comitato, come fa in genere, la «pillola rosa» arriverà nelle farmacie.
Gli ostacoli che ancora rimangono non dovrebbero più essere di natura culturale, ma scientifica. Alcuni medici, infatti, la considerano solo un «debole afrodisiaco», con troppi effetti collaterali. In base agli studi condotti, circa il 7% delle donne non in menopausa soffre di «hypoactive sexual desire disorder», ossia una mancanza di desiderio non attribuibile a malattie di altro genere. I trial condotti sono stati tre, e le pazienti che dicevano di avere solo due o tre «eventi sessuali soddisfacenti» al mese hanno notato un aumento, ma limitato in media ad un episodio in più. Il loro desiderio rispetto a quelle che hanno usato il placebo è salito, ma solo di 0,3 punti su una scala da 1,2 a 6.
Il dibattito
Secondo alcuni medici, questi vantaggi non sono abbastanza significativi da accettare gli effetti collaterali. Secondo i difensori del progetto e i produttori, invece, rappresentano comunque un passo avanti da compiere. Altri ancora dicono che il problema esiste e va affrontato, ma le donne meritano studi e soluzioni migliori di questa. Di sicuro la mobilitazione per il «Viagra delle donne» ha avuto un importante effetto culturale, ponendo la questione all’attenzione del paese e della comunità scientifica. Anche se flibanserin non fosse la risposta ideale, i progressi compiuti dovrebbero almeno meno aver aperto la porta per ricerche più avanzate nel settore e soluzioni efficaci.
il Sole 6.6.15
A rischio la stabilità politica di Atene
di Vittorio Da Rold
Le ultime mosse del premier greco Alexis Tsipras sono un passo verso il Grexit, l’uscita di Atene dall’euro? Forse, ma sicuramente l’aumento della tensione negoziale sono un passo verso l’instabilità politica del Paese. Dopo cinque anni dall’inizio della crisi, un paese periferico che vale solo il 2% del Pil europeo, è diventato l’epicentro di una crisi finanziaria, poi diventata economica, sociale e infine politica. Oggi ad Atene, dopo l’arrivo dell’ennesima proposta dei creditori che contiene la solita ricetta fallimentare in salsa di austerità degli ultimi cinque anni, con un quarto della popolazione già sotto la soglia di povertà, il rischio non è solo il Grexit, ma la tenuta politica del paese, cerniera delicata con il Medio Oriente. Un paese che nei primi 5 mesi ha visto sestuplicare il numero dei migranti, via mare dalla Turchia alle isole greche. Secondo l’Onu,a tutto maggio sono arrivati in Grecia oltre 42mila migranti, pari a 600 persone al giorno, contro i soli 6.500 dello stesso periodo dell’anno prima e i 43.500 di tutto il 2014. Un impatto terribile per la Grecia di oggi. Se i creditori della troika restassero sulle loro posizioni intransingenti, il destino del governo di Syriza sarebbe segnato con possibili elezioni anticipate in vista. Goldman Sachs lo ha detto apertamente: «La Grecia avrà bisogno di un nuovo mandato politico e di un nuovo Governo, un referendum oppure nuove elezioni». Ma se si dovesse andare al voto cosa sceglierebbero i disillusi elettori greci? Goldman Sachs non lo dice anche se opta per un ritorno a precedenti maggioranze. Invece, molti analisti, temono l’avanzata straripante di Alba dorata, il partito con simpatie fasciste che ha aumentato i consensi con una campagna dai toni anti-immigrazione clandestina e anti-europei. Sarebbe la fine del sogno europeo perché Atene uscirebbe dall’euro e dall’Ue. Sotto il Partenone si decide se vogliamo una moneta unica che si trasformi da irreversibile in un accordo a cambi fissi da cui ciascuno può uscire a suo piacimento oppure un’Europa federale. Per questo Atene è importante, perché dalla soluzione della sua crisi si decide il destino politico europeo.
A rischio la stabilità politica di Atene
di Vittorio Da Rold
Le ultime mosse del premier greco Alexis Tsipras sono un passo verso il Grexit, l’uscita di Atene dall’euro? Forse, ma sicuramente l’aumento della tensione negoziale sono un passo verso l’instabilità politica del Paese. Dopo cinque anni dall’inizio della crisi, un paese periferico che vale solo il 2% del Pil europeo, è diventato l’epicentro di una crisi finanziaria, poi diventata economica, sociale e infine politica. Oggi ad Atene, dopo l’arrivo dell’ennesima proposta dei creditori che contiene la solita ricetta fallimentare in salsa di austerità degli ultimi cinque anni, con un quarto della popolazione già sotto la soglia di povertà, il rischio non è solo il Grexit, ma la tenuta politica del paese, cerniera delicata con il Medio Oriente. Un paese che nei primi 5 mesi ha visto sestuplicare il numero dei migranti, via mare dalla Turchia alle isole greche. Secondo l’Onu,a tutto maggio sono arrivati in Grecia oltre 42mila migranti, pari a 600 persone al giorno, contro i soli 6.500 dello stesso periodo dell’anno prima e i 43.500 di tutto il 2014. Un impatto terribile per la Grecia di oggi. Se i creditori della troika restassero sulle loro posizioni intransingenti, il destino del governo di Syriza sarebbe segnato con possibili elezioni anticipate in vista. Goldman Sachs lo ha detto apertamente: «La Grecia avrà bisogno di un nuovo mandato politico e di un nuovo Governo, un referendum oppure nuove elezioni». Ma se si dovesse andare al voto cosa sceglierebbero i disillusi elettori greci? Goldman Sachs non lo dice anche se opta per un ritorno a precedenti maggioranze. Invece, molti analisti, temono l’avanzata straripante di Alba dorata, il partito con simpatie fasciste che ha aumentato i consensi con una campagna dai toni anti-immigrazione clandestina e anti-europei. Sarebbe la fine del sogno europeo perché Atene uscirebbe dall’euro e dall’Ue. Sotto il Partenone si decide se vogliamo una moneta unica che si trasformi da irreversibile in un accordo a cambi fissi da cui ciascuno può uscire a suo piacimento oppure un’Europa federale. Per questo Atene è importante, perché dalla soluzione della sua crisi si decide il destino politico europeo.
Il Sole 6.6.15
Atene (-5%) affossa le Borse europee
di Vito Lops
Piazza Affari perde il -2,1% - Balzo del dollaro dopo i dati Usa sul mercato del lavoro
Le Borse europee archiviano l’ultima seduta della settimana sotto stress. È ancora una volta la Grecia a tenere in bilico i listini. Gli investitori non hanno gradito che Atene abbia chiesto (e ottenuto) al Fondo monetario internazionale di accorpare le cinque rate da rimborsare nel mese di giugno in un’unica soluzione a fine mese da 1,6 miliardi, difatto saltando il pagamento della tranche prevista per ieri, e pari a 300 milioni di euro. È la prima volta dopo 35 anni che un Paese non onora nei tempi previsti il pagamento di un debito con l’Fmi. L’ultima volta era capitato allo Zambia.
Questa mossa da un lato offre più respiro per trovare un accordo sulle riforme da adottare tra Atene e i creditori internazionali (l’ex Troika, oggi chiamata in modo più eufemistico il “gruppo di Bruxelles”) ma dall’altro viene vista come un segnale di debolezza sulla liquidità realmente disponibile nelle casse di Atene. Un dubbio che ha trascinato al ribasso il listino greco (-4,98%) condizionando a ruota anche le altre Borse. Piazza Affari, a parte la Grecia, ha terminato gli scambi con la maglia nera. Il Ftse Mib ha ceduto il 2,1% (-2,7% il passivo settimanale), penalizzato anche dal cattivo andamento dei titoli bancari. Tra questi forti vendite per Banca Mps (-3,3% su cui è in corso un aumento di capitale da 3 miliardi) e Banca Carige(-11%, il cui aumento di capitale, da 850 milioni, partirà lunedì). I dettagli resi noti dall’istituto genovese indicano un rafforzamento patrimoniale molto diluito. Pertanto la Consob vede un rischio di «anomalie di prezzo» e per questo «monitorerà» con attenzione «l'andamento sul mercato delle azioni» della banca.
In rosso anche gli altri listini europei: Parigi ha ceduto l’1,33%, Francoforte l’1,26%. Il listino tedesco (che ha ritracciato di 8,5 punti percentuali rispetto ai massimi dell’anno toccati il 10 aprile) non è riuscito a reagire neppure al netto calo dell’euro sul dollaro (che in questa prima parte dell’anno ha dato buona linfa alle azioni esportatrici quotate sulla Borsa tedesca) arrivato puntuale dopo la pubblicazione del market mover di giornata: il dato sul lavoro negli Usa. A maggio l’economia statunitense ha creato 280mila nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo, molto più dei 226mila attesi e dei 223mila creati nel mese dei aprile. Il tasso di disoccupazione è però salito dal 5,4% al 5,5%. Il dato ha dato una scossa al dollaro: il cambio euro/dollaro è scivolato da quota 1,125 fino a sotto 1,11, perdendo in pochi minuti più di una “figura” e andando contro le indicazioni dell’Fmi che giovedì ha invitato la Fed a rimandare un rialzo dei tassi. I tassi negli Usa, invece, sono saliti. I titoli a 10 anni si sono portati al 2,37%, sette punti base in più della vigilia. Forte volatilità sul Bund tedesco a 10 anni che in mattinata è tornato in area 0,9% per poi chiudere a 0,85%: lo spread tra Usa e Germania è a quota 152 punti. Lo spread BTp-Bund ha terminato la settimana in tensione, a quota 139, in rialzo di otto punti base. Il rendimento del decennale resta sopra il 2,24% (top da novembre scorso) con i mercati che stanno iniziando a scontare uno scenario di leggera inflazione, accantonando così quello deflazionistico che andava per la maggiore nella prima parte dell’anno.
A questo punto gli occhi sono puntati sulle novità che potrebbero arrivare domenica e lunedì durante il G7 che si riunisce in Germania. Secondo un alto funzionario europeo, però, sul tavolo non ci dovrebbe essere il nodo della crisi greca e del suo piano di riforme. E non è neppure previsto un incontro separato fra gli Stati Uniti e i membri europei del G7 sul tema. La sensazione è che la questione greca terrà banco ancora per parecchi giorni. Secondo l’agenzia di rating Fitch, il rischio che Atene non proceda a rimborsare l’Fmi a fine mese come in programma «non è da sottovalutare». Questo tuttavia non ha implicazioni dirette per il rating sovrano della Grecia che resta “CCC”. «Il rating di Fitch riflette il rischio di default nei confronti del settore privato, più che del pubblico: dunque il ritardo nei rimborsi al Fondo non rappresenta di per sé un default. Tuttavia - prosegue l'agenzia - raggruppare tutte le scadenze in un unico saldo evidenzia la pressione cui devono far fronte le banche elleniche, la cui posizione di liquidità si fa gradualmente sempre più critica».
Atene (-5%) affossa le Borse europee
di Vito Lops
Piazza Affari perde il -2,1% - Balzo del dollaro dopo i dati Usa sul mercato del lavoro
Le Borse europee archiviano l’ultima seduta della settimana sotto stress. È ancora una volta la Grecia a tenere in bilico i listini. Gli investitori non hanno gradito che Atene abbia chiesto (e ottenuto) al Fondo monetario internazionale di accorpare le cinque rate da rimborsare nel mese di giugno in un’unica soluzione a fine mese da 1,6 miliardi, difatto saltando il pagamento della tranche prevista per ieri, e pari a 300 milioni di euro. È la prima volta dopo 35 anni che un Paese non onora nei tempi previsti il pagamento di un debito con l’Fmi. L’ultima volta era capitato allo Zambia.
Questa mossa da un lato offre più respiro per trovare un accordo sulle riforme da adottare tra Atene e i creditori internazionali (l’ex Troika, oggi chiamata in modo più eufemistico il “gruppo di Bruxelles”) ma dall’altro viene vista come un segnale di debolezza sulla liquidità realmente disponibile nelle casse di Atene. Un dubbio che ha trascinato al ribasso il listino greco (-4,98%) condizionando a ruota anche le altre Borse. Piazza Affari, a parte la Grecia, ha terminato gli scambi con la maglia nera. Il Ftse Mib ha ceduto il 2,1% (-2,7% il passivo settimanale), penalizzato anche dal cattivo andamento dei titoli bancari. Tra questi forti vendite per Banca Mps (-3,3% su cui è in corso un aumento di capitale da 3 miliardi) e Banca Carige(-11%, il cui aumento di capitale, da 850 milioni, partirà lunedì). I dettagli resi noti dall’istituto genovese indicano un rafforzamento patrimoniale molto diluito. Pertanto la Consob vede un rischio di «anomalie di prezzo» e per questo «monitorerà» con attenzione «l'andamento sul mercato delle azioni» della banca.
In rosso anche gli altri listini europei: Parigi ha ceduto l’1,33%, Francoforte l’1,26%. Il listino tedesco (che ha ritracciato di 8,5 punti percentuali rispetto ai massimi dell’anno toccati il 10 aprile) non è riuscito a reagire neppure al netto calo dell’euro sul dollaro (che in questa prima parte dell’anno ha dato buona linfa alle azioni esportatrici quotate sulla Borsa tedesca) arrivato puntuale dopo la pubblicazione del market mover di giornata: il dato sul lavoro negli Usa. A maggio l’economia statunitense ha creato 280mila nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo, molto più dei 226mila attesi e dei 223mila creati nel mese dei aprile. Il tasso di disoccupazione è però salito dal 5,4% al 5,5%. Il dato ha dato una scossa al dollaro: il cambio euro/dollaro è scivolato da quota 1,125 fino a sotto 1,11, perdendo in pochi minuti più di una “figura” e andando contro le indicazioni dell’Fmi che giovedì ha invitato la Fed a rimandare un rialzo dei tassi. I tassi negli Usa, invece, sono saliti. I titoli a 10 anni si sono portati al 2,37%, sette punti base in più della vigilia. Forte volatilità sul Bund tedesco a 10 anni che in mattinata è tornato in area 0,9% per poi chiudere a 0,85%: lo spread tra Usa e Germania è a quota 152 punti. Lo spread BTp-Bund ha terminato la settimana in tensione, a quota 139, in rialzo di otto punti base. Il rendimento del decennale resta sopra il 2,24% (top da novembre scorso) con i mercati che stanno iniziando a scontare uno scenario di leggera inflazione, accantonando così quello deflazionistico che andava per la maggiore nella prima parte dell’anno.
A questo punto gli occhi sono puntati sulle novità che potrebbero arrivare domenica e lunedì durante il G7 che si riunisce in Germania. Secondo un alto funzionario europeo, però, sul tavolo non ci dovrebbe essere il nodo della crisi greca e del suo piano di riforme. E non è neppure previsto un incontro separato fra gli Stati Uniti e i membri europei del G7 sul tema. La sensazione è che la questione greca terrà banco ancora per parecchi giorni. Secondo l’agenzia di rating Fitch, il rischio che Atene non proceda a rimborsare l’Fmi a fine mese come in programma «non è da sottovalutare». Questo tuttavia non ha implicazioni dirette per il rating sovrano della Grecia che resta “CCC”. «Il rating di Fitch riflette il rischio di default nei confronti del settore privato, più che del pubblico: dunque il ritardo nei rimborsi al Fondo non rappresenta di per sé un default. Tuttavia - prosegue l'agenzia - raggruppare tutte le scadenze in un unico saldo evidenzia la pressione cui devono far fronte le banche elleniche, la cui posizione di liquidità si fa gradualmente sempre più critica».
Il Sole 6.6.15
L’irritazione della Ue, colta di sorpresa
di Beda Romano
BRUXELLES La scelta della Grecia di rinviare a fine mese alcuni rimborsi di prestiti ricevuti dal Fondo monetario internazionale hanno provocato ieri nuove tensioni nelle difficili trattative tra Atene e Bruxelles per garantire al paese mediterraneo ulteriori aiuti economici. L’agenzia americana Fitch Ratings considera la decisione il riflesso di «una estrema pressione» sulla liquidità a disposizione del governo greco. Altri osservatori temono che in realtà la scelta sia stata più politica che finanziaria, più negoziale che economica.
Da giorni ormai circolava voce che Atene avrebbe potuto raggruppare in un solo versamento i rimborsi previsti in giugno, applicando una possibilità già esistente dagli anni 70. In un recente incontro dei ministri delle Finanze del G-7, a Dresda la settimana scorsa, la questione era emersa, e già allora nessuno si era detto felice all’idea di un rinvio dei pagamenti. La decisione del governo Tsipras di spostare a fine giugno il rimborso all’Fmi di 1,6 miliardi di euro ha colto l’establishment comunitario di sorpresa.
Alla domanda se la Commissione europea fosse stata messa a conoscenza della scelta di Atene, ieri il portavoce dell’esecutivo comunitario Margaritis Schinas ha risposto laconico: «Abbiamo preso nota della dichiarazione pubblica di mercoledì notte». Interpellato dalla stampa dopo l’incontro con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker tre giorni fa, lo stesso premier greco Alexis Tsipras aveva detto, a proposito del primo di quattro rimborsi, di 300 milioni di euro, previsto per ieri: «Non preoccupatevi».
A molti nell’establishment comunitario la decisione di sospendere il rimborso è parsa una scelta politica, il tentativo di fare la voce grossa dopo che i creditori hanno presentato una proposta di accordo dalla quale dipendono nuovi aiuti per 7,2 miliardi di euro e che (per ora) Atene ha respinto. Altri vi hanno visto il desiderio di rassicurare l’ala più estrema di Syriza, il partito di Tsipras, contrario a una intesa con le istituzioni che rappresentano i creditori (Commissione, Fondo e Bce).
Un diplomatico spiegava ieri che giovedì, durante una riunione telefonica dei direttori dei tesori nazionali, il rappresentante greco è stato informato della richiesta del suo governo di rinviare i rimborsi a fine mese da un suo collega di un altro paese: «Egli ha ammesso candidamente di non esserne a conoscenza». In altre circostanze, la vicenda potrebbe aggiungersi ai molti esempi di disorganizzazione greca (o mediterranea). In questo caso, tuttavia, la circostanza assume una importanza particolare.
Fitch Ratings preferisce giustificare la mossa sulla base di motivazioni economiche. Sosteneva ieri in un comunicato che la scelta greca è il riflesso di «una estrema pressione sui livelli di liquidità» del governo Tsipras. «Non può essere esclusa la possibilità che la Grecia non riesca a pagare i suoi debiti con l’Fmi alla fine di giugno». Nei fatti, comunque, la scelta greca sta pesando drammaticamente sulle difficili trattative in corso tra Bruxelles e Atene.
Nelle file dell’establishment comunitario, c’era ieri evidente fastidio per una decisione che getta una pessima immagine sull’Europa a qualche giorno da una riunione del G-7 a livello di capi di stato e di governo. L’ultimo paese a chiedere il rinvio di un rimborso all’Fmi è stato lo Zambia: l’effetto ottico per l’Unione europea non è dei migliori. Mentre i creditori si interrogano in cuor loro sulle conseguenze per i negoziati, ieri in un articolo per Project Syndicate l’economista Joseph Stiglitz notava come l’intera vicenda dimostri il pericoloso «indebolimento della solidarietà europea».
L’irritazione della Ue, colta di sorpresa
di Beda Romano
BRUXELLES La scelta della Grecia di rinviare a fine mese alcuni rimborsi di prestiti ricevuti dal Fondo monetario internazionale hanno provocato ieri nuove tensioni nelle difficili trattative tra Atene e Bruxelles per garantire al paese mediterraneo ulteriori aiuti economici. L’agenzia americana Fitch Ratings considera la decisione il riflesso di «una estrema pressione» sulla liquidità a disposizione del governo greco. Altri osservatori temono che in realtà la scelta sia stata più politica che finanziaria, più negoziale che economica.
Da giorni ormai circolava voce che Atene avrebbe potuto raggruppare in un solo versamento i rimborsi previsti in giugno, applicando una possibilità già esistente dagli anni 70. In un recente incontro dei ministri delle Finanze del G-7, a Dresda la settimana scorsa, la questione era emersa, e già allora nessuno si era detto felice all’idea di un rinvio dei pagamenti. La decisione del governo Tsipras di spostare a fine giugno il rimborso all’Fmi di 1,6 miliardi di euro ha colto l’establishment comunitario di sorpresa.
Alla domanda se la Commissione europea fosse stata messa a conoscenza della scelta di Atene, ieri il portavoce dell’esecutivo comunitario Margaritis Schinas ha risposto laconico: «Abbiamo preso nota della dichiarazione pubblica di mercoledì notte». Interpellato dalla stampa dopo l’incontro con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker tre giorni fa, lo stesso premier greco Alexis Tsipras aveva detto, a proposito del primo di quattro rimborsi, di 300 milioni di euro, previsto per ieri: «Non preoccupatevi».
A molti nell’establishment comunitario la decisione di sospendere il rimborso è parsa una scelta politica, il tentativo di fare la voce grossa dopo che i creditori hanno presentato una proposta di accordo dalla quale dipendono nuovi aiuti per 7,2 miliardi di euro e che (per ora) Atene ha respinto. Altri vi hanno visto il desiderio di rassicurare l’ala più estrema di Syriza, il partito di Tsipras, contrario a una intesa con le istituzioni che rappresentano i creditori (Commissione, Fondo e Bce).
Un diplomatico spiegava ieri che giovedì, durante una riunione telefonica dei direttori dei tesori nazionali, il rappresentante greco è stato informato della richiesta del suo governo di rinviare i rimborsi a fine mese da un suo collega di un altro paese: «Egli ha ammesso candidamente di non esserne a conoscenza». In altre circostanze, la vicenda potrebbe aggiungersi ai molti esempi di disorganizzazione greca (o mediterranea). In questo caso, tuttavia, la circostanza assume una importanza particolare.
Fitch Ratings preferisce giustificare la mossa sulla base di motivazioni economiche. Sosteneva ieri in un comunicato che la scelta greca è il riflesso di «una estrema pressione sui livelli di liquidità» del governo Tsipras. «Non può essere esclusa la possibilità che la Grecia non riesca a pagare i suoi debiti con l’Fmi alla fine di giugno». Nei fatti, comunque, la scelta greca sta pesando drammaticamente sulle difficili trattative in corso tra Bruxelles e Atene.
Nelle file dell’establishment comunitario, c’era ieri evidente fastidio per una decisione che getta una pessima immagine sull’Europa a qualche giorno da una riunione del G-7 a livello di capi di stato e di governo. L’ultimo paese a chiedere il rinvio di un rimborso all’Fmi è stato lo Zambia: l’effetto ottico per l’Unione europea non è dei migliori. Mentre i creditori si interrogano in cuor loro sulle conseguenze per i negoziati, ieri in un articolo per Project Syndicate l’economista Joseph Stiglitz notava come l’intera vicenda dimostri il pericoloso «indebolimento della solidarietà europea».