La Stampa 6.6.15
Tsipras all’Ue: non ci faremo umiliare
L’accordo con la Grecia si allontana
Il premier sfida Juncker: “Proposte assurde, ritiratele”. Le Borse affondano
Schulz, presidente dell’Europarlamento, sbotta: mi sono rotto le scatole
di Marco Zatterin
Martin Schulz lo ammette. «Mi sono rotto le scatole». Il presidente dell’Europarlamento ce l’ha con Alexis Tsipras, non senza ragione. Mercoledì, nella cena alla Commissione Ue con Jean-Claude Juncker, il premier greco ha espresso apprezzamento per le concessioni fattegli dai creditori, soprattutto sui ritmi di correzione del deficit. Poi ha cambiato linea, sino a presentarsi ieri pomeriggio in Parlamento ad Atene e definire «assurde» le proposte di Ue, Fmi e Bce. A Bruxelles aveva anche promesso che avrebbe pagato il Fondo. Non lo ha fatto. «E’ un contesto in cui crescono incertezze e tensioni - dicono le fonti Ue -. Con queste premesse, un negoziato serio è inattuabile».
Tsipras non sembra preoccuparsi. Il suo discorso davanti ai deputati dell’assemblea ellenica ha titoli per entrare fra i classici del leader di Syriza. Cinico e pragmatico, ma non conclusivo. Ha contestato le cinque cartelle di proposta di compromesso che Juncker gli ha servito sulla tavola imbandita nella capitale europea, le stesse per le quali si era impegnato a inviare un testo su cui costruire una bozza di conclusioni. Ha chiamato a raccolta i suoi dicendo che la crisi greca impone una «soluzione definitiva», quale potrebbe essere la ristrutturazione del debito. «Un errore tattico - ha commentato un diplomatico europeo -. Perché lì si arriverà se si riesce a partire. Ma chiederla prima, non porta da nessuna parte». Il premier greco ha reiterato le sue «linee rosse», cioè avanzo primario (al netto degli interessi) abbordabile, debito ribilanciato, protezione delle pensioni e tutela dei salari reali. «L’asfissia economica di un paese pone una questione morale - ha affermato - e non ci faremo umiliare». Ancora: «Voglio sperare che la proposta sia ritirata». Applausi dalla maggioranza, gelo nell’opposizione, invitata a bocciare la strategia della Troika, ora “Brussels Group”. L’ex capo del governo, il popolare Samaras, gli ha risposto per le rime: «Hai distrutto il paese e ci hai isolato: smettila di mentire alla gente, interrompi le assunzioni statali, continua le privatizzazioni». Nonostante questo, Tsipras ha assicurato che intende trattare ancora, che «siamo all’ultima fase del negoziato». Per molti questo è il vero senso della sua arringa. La decisione di trasferire i pagamenti al Fmi a fine mese «dimostra che nessuno vuole la rottura», ha precisato: «Nella trattativa ci sono ancora distanze, ma siamo vicini a un accordo». Non si vede come si possa andare avanti, ribattono fonti Ue.
I mercati hanno perso l’ottimismo: la Borsa di Atene ha perso il 5%, Milano è andata giù del 2,1, Londra dello 0,8. E’ l’effetto “rinvio rimborsi Fmi”, certificano gli addetti ai lavori. Anche le tensioni interne all’Ue non aiutano. L’informata e potente Bild ha titolato ieri «Merkel perderà il suo ministro più importante?», sottolineando i timori che la linea più dialogante della cancelliera con Tsipras abbia incrinato i rapporti con falco dell’Economia, Wolfgang Schaeuble. Rapide le smentite, dalla cancelliere e dallo staff del tesoriere federale. I dubbi, però, restano intatti.
Nei quartieri comunitari si spera in un patto complessivo per l’Eurogruppo del 18 giugno, così da sbloccare il piano di salvataggio prorogato sino a fine giugno e 7,2 miliardi che servono ad Atene per pagare i debiti, a partire dall’1,6 miliardi che deve all’Fmi. Diventa di maggiore attualità la domanda «cosa farà Atene da luglio?». Avrà un po’ di soldi in cassa, ma non durerà a lungo. Dunque serve un terzo programma. Il piano dei greci è sempre stato di fondere il presente col futuro. I creditori hanno cercato di evitarlo. Il caso finirà per inquinare il vertice Ue del 25-26 giugno. Che disturbi il G7 di Frau Merkel, intanto, è già assodato.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 6 giugno 2015
La Stampa 6.6.15
Ue, rischia di saltare l’accordo sui migranti
Il piano “d’emergenza” doveva essere effettivo a fine mese, ma i Paesi del no frenano aiutati da un cavillo giuridico
di Marco Zatterin
«Un accordo a metà mese è impossibile», dice secca una fonte del Consiglio, il conclave dei governi a dodici stelle.
La condanna che pronuncia è per il piano del 27 maggio con cui la Commissione ha proposto agli stati dell’Ue una redistribuzione obbligatoria, temporanea e d’emergenza, dei migranti che hanno diritto alla protezione internazionale: 40 mila in due anni, 24 mila dall’Italia, 16 mila dalla Grecia. «Siamo d’accordo sulla solidarietà - aggiunge -, però emerge un vizio istituzionale».
C’è che i ventotto leader in aprile hanno parlato di meccanismo volontario e «questo non lo è». Pertanto, spiega il diplomatico, «bisogna tornare dai capi di Stato e di governo» che si vedono il 25-26 giugno. E dunque è difficile ci sia il tempo per avviare la ripartizione dal primo luglio, come invece si era immaginato.
La solidarietà non basta
È minaccia seria. Le fonti della presidenza di turno lettone non confermano, né smentiscono, il che rappresenta una dimostrazione implicita della tesi. La proposta del Team Juncker si è spinta parecchio avanti nel tentativo di stabilire un principio - quello della solidarietà accoppiata alla responsabilità - su cui basare una politica comune dell’Immigrazione che l’Ue non ha mai avuto. Punta a far sì che ognuno faccia la sua parte, nel ricevere, controllare e respingere, anche a costo di obbligare le capitali. Le quali, in buona parte, non sono d’accordo.
I quarantamila da ridistribuire - non clandestini, ma gente che arriva da terre dove non può tornare - dovrebbero essere per lo più siriani ed eritrei. Il meccanismo stabilisce delle «quote» basate su pil, popolazione, occupazione, gli impegni di accoglienza precedenti. In parallelo, la manovra prevede il rafforzamento della missione mediterranea Triton, così da farla somigliare a una Mare Nostrum pagata dall’Ue, nonché un consolidamento dei controlli in entrata, fatti dall’Italia con l’aiuto dei partner. Il calendario prevede che la proposta sia approvata dai ministri degli Interni che si vedono a Lussemburgo il 15-16 giugno, e poi benedetta dal leader dieci giorni più tardi.
Le ragioni dello stop
«Non andrà così», assicura la fonte diplomatica. Un gruppo di ragioni è politico, unisce i Paesi che non vogliono meccanismi obbligatori (come Ungheria, baltici e Slovacchia), quelli che contestano i criteri di ripartizione (Spagna, Lussemburgo e Belgio), quelli titubanti sull’impianto per varie ragioni (Francia).
L’altro è giuridico, riguarda l’orientamento del consiglio: stati come Portogallo, Repubblica ceca, Finlandia sostengono che i leader non hanno detto «solidarietà obbligatoria», quindi il piano della Commissione non va bene. A meno che il vertice Ue stesso non lo approvi.
L’impressione di una fonte Ue è che si slitterà «da luglio a settembre». Un diplomatico di un Paese che sostiene la ripartizione vincolata accusa la presidenza lettone. Ritiene che il modo in cui si è preparato il dossier sta impedendo la soluzione. «Una sola riunione degli ambasciatori non basta», lamenta, lasciando intendere che il destino è segnato. Un cattivo segno? «In fondo - continua il favorevole -, se si afferma un principio di solidarietà preciso, va bene anche in ritardo». A vederla in prospettiva, non è sbagliato. Ma lì per lì molti cittadini penseranno d’essere stati presi in giro.
Ue, rischia di saltare l’accordo sui migranti
Il piano “d’emergenza” doveva essere effettivo a fine mese, ma i Paesi del no frenano aiutati da un cavillo giuridico
di Marco Zatterin
«Un accordo a metà mese è impossibile», dice secca una fonte del Consiglio, il conclave dei governi a dodici stelle.
La condanna che pronuncia è per il piano del 27 maggio con cui la Commissione ha proposto agli stati dell’Ue una redistribuzione obbligatoria, temporanea e d’emergenza, dei migranti che hanno diritto alla protezione internazionale: 40 mila in due anni, 24 mila dall’Italia, 16 mila dalla Grecia. «Siamo d’accordo sulla solidarietà - aggiunge -, però emerge un vizio istituzionale».
C’è che i ventotto leader in aprile hanno parlato di meccanismo volontario e «questo non lo è». Pertanto, spiega il diplomatico, «bisogna tornare dai capi di Stato e di governo» che si vedono il 25-26 giugno. E dunque è difficile ci sia il tempo per avviare la ripartizione dal primo luglio, come invece si era immaginato.
La solidarietà non basta
È minaccia seria. Le fonti della presidenza di turno lettone non confermano, né smentiscono, il che rappresenta una dimostrazione implicita della tesi. La proposta del Team Juncker si è spinta parecchio avanti nel tentativo di stabilire un principio - quello della solidarietà accoppiata alla responsabilità - su cui basare una politica comune dell’Immigrazione che l’Ue non ha mai avuto. Punta a far sì che ognuno faccia la sua parte, nel ricevere, controllare e respingere, anche a costo di obbligare le capitali. Le quali, in buona parte, non sono d’accordo.
I quarantamila da ridistribuire - non clandestini, ma gente che arriva da terre dove non può tornare - dovrebbero essere per lo più siriani ed eritrei. Il meccanismo stabilisce delle «quote» basate su pil, popolazione, occupazione, gli impegni di accoglienza precedenti. In parallelo, la manovra prevede il rafforzamento della missione mediterranea Triton, così da farla somigliare a una Mare Nostrum pagata dall’Ue, nonché un consolidamento dei controlli in entrata, fatti dall’Italia con l’aiuto dei partner. Il calendario prevede che la proposta sia approvata dai ministri degli Interni che si vedono a Lussemburgo il 15-16 giugno, e poi benedetta dal leader dieci giorni più tardi.
Le ragioni dello stop
«Non andrà così», assicura la fonte diplomatica. Un gruppo di ragioni è politico, unisce i Paesi che non vogliono meccanismi obbligatori (come Ungheria, baltici e Slovacchia), quelli che contestano i criteri di ripartizione (Spagna, Lussemburgo e Belgio), quelli titubanti sull’impianto per varie ragioni (Francia).
L’altro è giuridico, riguarda l’orientamento del consiglio: stati come Portogallo, Repubblica ceca, Finlandia sostengono che i leader non hanno detto «solidarietà obbligatoria», quindi il piano della Commissione non va bene. A meno che il vertice Ue stesso non lo approvi.
L’impressione di una fonte Ue è che si slitterà «da luglio a settembre». Un diplomatico di un Paese che sostiene la ripartizione vincolata accusa la presidenza lettone. Ritiene che il modo in cui si è preparato il dossier sta impedendo la soluzione. «Una sola riunione degli ambasciatori non basta», lamenta, lasciando intendere che il destino è segnato. Un cattivo segno? «In fondo - continua il favorevole -, se si afferma un principio di solidarietà preciso, va bene anche in ritardo». A vederla in prospettiva, non è sbagliato. Ma lì per lì molti cittadini penseranno d’essere stati presi in giro.
Repubblica 6.6.15
Se una donna su tre è vittima di violenza
di Chiara Saraceno
OLTRE quattro milioni di donne — l’11,3% del totale — hanno subito violenza fisica e/o sessuale negli ultimi cinque anni. Il 31,5% (quasi una donna su tre) ha subito violenza nel corso della vita. È la stima che emerge dall’ultima indagine sulla violenza contro le donne effettuata dall’Istat. Sono cifre che si aggiungono a quelle sui femminicidi. Mostrano come esercitare violenza sulle donne sia un fenomeno diffuso, di cui i femminicidi sono la punta drammatica dell’iceberg. Oltre un terzo di chi ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita è stata vittima di un fidanzato, marito, compagno, attuale o, soprattutto, passato.
Mettere fine ad un rapporto che non funziona e magari è violento non sempre protegge le donne dalla rabbia di chi non riconosce loro questo diritto, come troppo spesso documenta anche la cronaca nera. Partner ed ex partner sono presenti in maggiore misura nella violenza che non lascia tracce sul corpo, ma incide sulla consapevolezza della propria dignità e valore, minando il senso di sicurezza e mantenendo chi ne è oggetto in uno stato di tensione permanente: la violenza psicologica fatta di insulti, sistematiche squalificazioni, limitazioni dell’autonomia. Gli ex partner costituiscono anche un terzo degli stalker, cioè di chi opera vere e proprie persecuzioni nella vita quotidiana. Non stupisce, allora, che siano le donne separate o divorziate ad essere oggetto più spesso di violenza. Non sembra, invece, ci sia differenza tra autoctone e straniere nella esposizione al rischio di violenza. Ma le straniere subiscono più violenze fisiche e più stupri o tentati stupri, meno molestie sessuali delle italiane.
Dall’indagine emergono alcuni dati a prima vista sorprendenti. Le donne laureate e con posizione professionale elevata sono oggetto di violenza più spesso di quelle meno istruite, in posizione professionale più bassa o non occupate, quasi che le maggiori risorse di affermazione e riconoscimento di sé, più che avere un effetto protettivo, avessero l’effetto di scatenare l’aggressività di chi non ammette l’autonomia femminile.
Ci sono tuttavia importanti segnali positivi, come ha sottolineato Linda Laura Sabbadini, cui si deve in larga misura che l’Italia sia, con l’Istat, uno dei Paesi che monitora periodicamente questo fenomeno. Rispetto al quinquennio precedente il 2006, quando fu fatta la precedente indagine, negli ultimi anni è diminuita la violenza da parte dei partner e degli ex partner e in generale la percentuale di chi ha subito violenza fisica, sessuale e psicologica, soprattutto tra le più giovani. Sono anche aumentate le denunce e il ricorso ai centri antiviolenza, anche se il fenomeno continua a rimanere largamente sommerso.
La maggiore consapevolezza delle donne circa l’inaccettabilità di rapporti violenti, la maggiore sensibilità al fenomeno nell’opinione pubblica, che ha anche prodotto maggiori competenze e attenzione in chi deve affrontarlo professionalmente e aiutare le vittime — tutto questo concorre sia a ridurre il fenomeno sia a fornire aiuto a chi lo subisce. Vuol dire che ci si è mossi nella direzione giusta. Non si deve tuttavia trascurare il fatto che contestualmente sono aumentate le violenze più gravi, sia fisiche che sessuali, da parte di partner, ex partner ed estranei. Così come sono aumentati gli episodi in cui gli atti di violenza vedono come vittime donne con figli e questi ultimi come testimoni, passando dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014. È come se l’accresciuta consapevolezza individuale e collettiva avesse ridotto il fenomeno nei suoi aspetti meno gravi, frenando i violenti meno incalliti, senza tuttavia scalfire il nocciolo duro. La strada è ancora lunga. Troppe donne continuano ad essere a rischio e troppi minori continuano a sperimentare la violenza contro le donne, contro le loro madri e sorelle, come un fatto tragicamente normale.
Se una donna su tre è vittima di violenza
di Chiara Saraceno
OLTRE quattro milioni di donne — l’11,3% del totale — hanno subito violenza fisica e/o sessuale negli ultimi cinque anni. Il 31,5% (quasi una donna su tre) ha subito violenza nel corso della vita. È la stima che emerge dall’ultima indagine sulla violenza contro le donne effettuata dall’Istat. Sono cifre che si aggiungono a quelle sui femminicidi. Mostrano come esercitare violenza sulle donne sia un fenomeno diffuso, di cui i femminicidi sono la punta drammatica dell’iceberg. Oltre un terzo di chi ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita è stata vittima di un fidanzato, marito, compagno, attuale o, soprattutto, passato.
Mettere fine ad un rapporto che non funziona e magari è violento non sempre protegge le donne dalla rabbia di chi non riconosce loro questo diritto, come troppo spesso documenta anche la cronaca nera. Partner ed ex partner sono presenti in maggiore misura nella violenza che non lascia tracce sul corpo, ma incide sulla consapevolezza della propria dignità e valore, minando il senso di sicurezza e mantenendo chi ne è oggetto in uno stato di tensione permanente: la violenza psicologica fatta di insulti, sistematiche squalificazioni, limitazioni dell’autonomia. Gli ex partner costituiscono anche un terzo degli stalker, cioè di chi opera vere e proprie persecuzioni nella vita quotidiana. Non stupisce, allora, che siano le donne separate o divorziate ad essere oggetto più spesso di violenza. Non sembra, invece, ci sia differenza tra autoctone e straniere nella esposizione al rischio di violenza. Ma le straniere subiscono più violenze fisiche e più stupri o tentati stupri, meno molestie sessuali delle italiane.
Dall’indagine emergono alcuni dati a prima vista sorprendenti. Le donne laureate e con posizione professionale elevata sono oggetto di violenza più spesso di quelle meno istruite, in posizione professionale più bassa o non occupate, quasi che le maggiori risorse di affermazione e riconoscimento di sé, più che avere un effetto protettivo, avessero l’effetto di scatenare l’aggressività di chi non ammette l’autonomia femminile.
Ci sono tuttavia importanti segnali positivi, come ha sottolineato Linda Laura Sabbadini, cui si deve in larga misura che l’Italia sia, con l’Istat, uno dei Paesi che monitora periodicamente questo fenomeno. Rispetto al quinquennio precedente il 2006, quando fu fatta la precedente indagine, negli ultimi anni è diminuita la violenza da parte dei partner e degli ex partner e in generale la percentuale di chi ha subito violenza fisica, sessuale e psicologica, soprattutto tra le più giovani. Sono anche aumentate le denunce e il ricorso ai centri antiviolenza, anche se il fenomeno continua a rimanere largamente sommerso.
La maggiore consapevolezza delle donne circa l’inaccettabilità di rapporti violenti, la maggiore sensibilità al fenomeno nell’opinione pubblica, che ha anche prodotto maggiori competenze e attenzione in chi deve affrontarlo professionalmente e aiutare le vittime — tutto questo concorre sia a ridurre il fenomeno sia a fornire aiuto a chi lo subisce. Vuol dire che ci si è mossi nella direzione giusta. Non si deve tuttavia trascurare il fatto che contestualmente sono aumentate le violenze più gravi, sia fisiche che sessuali, da parte di partner, ex partner ed estranei. Così come sono aumentati gli episodi in cui gli atti di violenza vedono come vittime donne con figli e questi ultimi come testimoni, passando dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014. È come se l’accresciuta consapevolezza individuale e collettiva avesse ridotto il fenomeno nei suoi aspetti meno gravi, frenando i violenti meno incalliti, senza tuttavia scalfire il nocciolo duro. La strada è ancora lunga. Troppe donne continuano ad essere a rischio e troppi minori continuano a sperimentare la violenza contro le donne, contro le loro madri e sorelle, come un fatto tragicamente normale.
Corriere 6.6.15
La Corte europea, un passo verso il fine vita assistito
di Marco Ventura
Vincent Lambert potrà finalmente morire. Hanno accolto con sollievo la sentenza della Corte europea, ieri, coloro che si battono per una morte dignitosa del trentanovenne francese. Anzitutto sua moglie, sei degli otto fratelli e sorelle dell’uomo, l’équipe medica. Vincent è in stato vegetativo permanente dal 2008, quando fu vittima di un incidente di moto. Lo tengono in vita l’idratazione e l’alimentazione artificiali. A più riprese i medici hanno dato il via libera all’interruzione delle cure che porterebbe al decesso. I genitori e una sorella di Vincent hanno lottato perché così non fosse, trovando per due volte un tribunale disposto ad annullare l’arresto del trattamento. Il braccio di ferro è proseguito con infinite consultazioni di scienziati, moralisti, legali. Ha deposto persino Jean Leonetti, padre della legge sul fine vita del 2005. Un anno fa, il Consiglio di Stato francese ha autorizzato lo stop a idratazione e alimentazione e a chi tentava di salvare la vita di Vincent è rimasta solo la Corte di Strasburgo. Ieri è caduta anche questa speranza: per i giudici europei, la fine procurata non viola i diritti dell’uomo. Vincent può morire; oppure, come pensa il fronte contrario, Vincent può essere ucciso.
Cinque giudici su diciassette si sono dissociati dalla decisione, e hanno ricordato amaramente il titolo di «coscienza dell’Europa» che la Corte si autoattribuì nel 2009, a cinquant’anni dalla propria istituzione. Dopo questa sentenza, hanno scritto i cinque, «la Corte europea non ha più il diritto di fregiarsi di quel titolo». La maggioranza, invece, ha premiato la serietà della strada seguita dalle autorità francesi per far fronte al dilemma etico del caso. Non è necessario, ha deciso la Corte, infliggere a Vincent Lambert, «un fine vita indegno e penoso».
La Corte europea, un passo verso il fine vita assistito
di Marco Ventura
Vincent Lambert potrà finalmente morire. Hanno accolto con sollievo la sentenza della Corte europea, ieri, coloro che si battono per una morte dignitosa del trentanovenne francese. Anzitutto sua moglie, sei degli otto fratelli e sorelle dell’uomo, l’équipe medica. Vincent è in stato vegetativo permanente dal 2008, quando fu vittima di un incidente di moto. Lo tengono in vita l’idratazione e l’alimentazione artificiali. A più riprese i medici hanno dato il via libera all’interruzione delle cure che porterebbe al decesso. I genitori e una sorella di Vincent hanno lottato perché così non fosse, trovando per due volte un tribunale disposto ad annullare l’arresto del trattamento. Il braccio di ferro è proseguito con infinite consultazioni di scienziati, moralisti, legali. Ha deposto persino Jean Leonetti, padre della legge sul fine vita del 2005. Un anno fa, il Consiglio di Stato francese ha autorizzato lo stop a idratazione e alimentazione e a chi tentava di salvare la vita di Vincent è rimasta solo la Corte di Strasburgo. Ieri è caduta anche questa speranza: per i giudici europei, la fine procurata non viola i diritti dell’uomo. Vincent può morire; oppure, come pensa il fronte contrario, Vincent può essere ucciso.
Cinque giudici su diciassette si sono dissociati dalla decisione, e hanno ricordato amaramente il titolo di «coscienza dell’Europa» che la Corte si autoattribuì nel 2009, a cinquant’anni dalla propria istituzione. Dopo questa sentenza, hanno scritto i cinque, «la Corte europea non ha più il diritto di fregiarsi di quel titolo». La maggioranza, invece, ha premiato la serietà della strada seguita dalle autorità francesi per far fronte al dilemma etico del caso. Non è necessario, ha deciso la Corte, infliggere a Vincent Lambert, «un fine vita indegno e penoso».
La Stampa 6.6.15
Un dilemma che non si può più ignorare
di Vladimiro Zagrebelsky
Una nuova sentenza della Corte europea dei diritti umani giunge ad alimentare di argomenti il dibattito sul fine-vita. L’influenza delle sentenze della Corte europea sulla legislazione di tutti gli Stati europei può far sperare che la sentenza riapra la discussione per affrontare finalmente la questione. L’estrema e sviante semplificazione del tema ha portato spesso a costringere il tema nel dilemma che oppone semplicisticamente la vita all’eutanasia. Ma poiché si muore sempre e si muore in tanti modi diversi, occorrerebbe esser disposti a distinguere. Distinguere per capire.
Il suicidio deciso da chi lo realizza su se stesso suscita certo compassione, ma rientra nell’ambito dell’autonomia della persona. La discussione riguarda l’intervento di terzi nella fase finale di una vita.
Esso merita considerazione diversa a seconda che la persona che muore sia in grado di assumere una decisione e manifestarla oppure non possa o non possa più; a seconda che esprima una volontà attuale oppure l’abbia fatto in passato e non sia in grado di rinnovarla o revocarla; a seconda che non abbia mai comunicato una volontà, o al contrario l’abbia resa palese in modo espresso oppure abbia solo dato segni, da interpretare per ricostruire la sua scelta. L’intervento di terzi poi può essere un aiuto fornito a chi vuol suicidarsi e non è più in grado di farlo autonomamente, oppure può sostituire l’azione della persona ormai impedita; e può consistere in un intervento letale oppure nella cessazione di trattamenti che mantengono artificialmente in vita. È impossibile discutere tutte queste diverse eventualità come se ponessero gli stessi quesiti e ammettessero le stesse risposte.
Al caso di una decisione medica - adottata secondo la legge francese - di fermare l’alimentazione e l’idratazione artificiali di un malato in stato vegetativo fin dal 2008, si riferisce la sentenza di ieri della Corte europea. La persona, prima di subire un grave incidente, aveva chiaramente e ripetutamente espresso la volontà di non essere tenuta artificialmente in vita nel caso si fosse venuta a trovare priva di autonomia. Ma quando quella situazione si è verificata non ha più potuto confermare quella scelta. La Corte europea, cui si era rivolta la madre del malato, ha innanzitutto precisato che la questione sottopostale non riguardava la liceità di un atto di eutanasia, ma specificamente la questione della cessazione di trattamenti di mantenimento in vita mediante idratazione e alimentazione artificiali. Non quindi il divieto di procurare la morte, ma l’ambito e i limiti dell’obbligo positivo dello Stato di agire per proteggerla in ambito medico. In proposito una maggioranza di Stati europei ammettono la possibilità di arrestare il trattamento ormai «irragionevole», ma non c’è un consenso generalizzato. Il margine di apprezzamento nazionale è perciò largo, purché tutte le circostanze siano attentamente accertate e valutate e un efficace ricorso al giudice sia garantito. Sono queste le condizioni che la Corte ha riconosciuto presenti nel caso specifico. Sia la procedura prevista dalla legge, sia la sua applicazione da parte delle strutture sanitarie e del Consiglio di Stato sono state valutate adeguate e meticolose, cosicché la cessazione dei trattamenti non farà venir meno lo Stato francese ai suoi obblighi. In linea generale si deve concludere che, con garanzie simili a quelle della legge francese, gli Stati europei hanno facoltà di prevedere la cessazione del trattamento artificiale.
La condotta del medico può assumere forme diverse e progressive. Alle essenziali cure palliative fino a che siano utili, si può aggiungere la sedazione profonda e continua, che, accompagnata dalla cessazione dell’alimentazione e idratazione artificiale, assicura di non soffrire e di morire quietamente. Senza ammettere un intervento letale attivo (eutanasia), è questa la soluzione francese, per le situazioni in cui manchi, perché non può più esserci, l’espressione attuale della volontà del morente. Il recente codice deontologico dei medici italiani d’altra parte prevede che nel caso di prognosi infausta o di definitiva compromissione dello stato di coscienza del paziente il medico deve continuare ad accompagnarlo con cure di sedazione del dolore e di sollievo dalle sofferenze «attuando trattamenti di sostegno delle funzioni vitali finché ritenuti proporzionati, tenendo conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento» che il paziente abbia rilasciato. La valutazione del momento in cui i trattamenti sono divenuti irragionevoli e non più proporzionati, andrebbe inquadrata in una procedura che non lasci solo il medico curante, eviti decisioni individuali, conforti chi deve decidere con il parere di altri. E assegni alle volontà anticipate espresse dalla persona un peso determinante.
Diverso è il caso della persona che manifesti la volontà attuale e non viziata di morire. Occorre chiedersi se sia lecito vietare di dar aiuto a chi lo chiede: chiede di morire degnamente, nel suo letto, addormentandosi senza risveglio, invece di non avere altra scelta che ricorrere a soluzioni violente e drammatiche.
Una recente importante sentenza della Corte suprema canadese, ha ritenuto incostituzionale il divieto che impedisce al medico di fornire l’aiuto che chiede il malato terminale, soggetto a gravi sofferenze. La Corte ha indicato al legislatore la necessità di stabilire le modalità di accertamento di una tale condizione del malato e ha nettamente distinto l’ipotesi dell’intervento medico dal generale divieto di aiuto al suicidio. Una procedura sicura, infatti, che veda l’intervento di un collegio medico, può escludere che la volontà di morire sia viziata, o impulsiva, o forzata da pressioni e interessi altrui. È questa la sola ragione che permette allo Stato di interferire con la volontà della persona di vivere o morire. E la Corte canadese ha avvertito che la consapevolezza dell’impossibilità di ottenere a un certo punto l’aiuto del medico, lungi dall’assicurare la continuazione di una vita, può anzi indurre ad anticipare un suicidio chi sappia di essere colpito da malattie degenerative, che lo renderanno incapace di provvedere da solo. Fermo il rispetto dell’obiezione di coscienza di chi sia richiesto di aiutarlo a realizzare il suo proposito, non è ragionevole impedire a chi vuole, ma da solo non può morire, di raggiungere lo scopo che potrebbe ottenere se le sue condizioni glielo permettessero. E’ di questi giorni la dichiarazione del fisico Hawking, che, parlando per se stesso, ha detto che mantenere in vita qualcun contro il suo volere è l’umiliazione più grande.
In Parlamento sono state presentate diverse proposte di legge. Il tema, nei suoi vari aspetti, è difficile, ma non è atteggiamento responsabile quello di far finta di niente e lasciare irrisolto un problema non eludibile.
Un dilemma che non si può più ignorare
di Vladimiro Zagrebelsky
Una nuova sentenza della Corte europea dei diritti umani giunge ad alimentare di argomenti il dibattito sul fine-vita. L’influenza delle sentenze della Corte europea sulla legislazione di tutti gli Stati europei può far sperare che la sentenza riapra la discussione per affrontare finalmente la questione. L’estrema e sviante semplificazione del tema ha portato spesso a costringere il tema nel dilemma che oppone semplicisticamente la vita all’eutanasia. Ma poiché si muore sempre e si muore in tanti modi diversi, occorrerebbe esser disposti a distinguere. Distinguere per capire.
Il suicidio deciso da chi lo realizza su se stesso suscita certo compassione, ma rientra nell’ambito dell’autonomia della persona. La discussione riguarda l’intervento di terzi nella fase finale di una vita.
Esso merita considerazione diversa a seconda che la persona che muore sia in grado di assumere una decisione e manifestarla oppure non possa o non possa più; a seconda che esprima una volontà attuale oppure l’abbia fatto in passato e non sia in grado di rinnovarla o revocarla; a seconda che non abbia mai comunicato una volontà, o al contrario l’abbia resa palese in modo espresso oppure abbia solo dato segni, da interpretare per ricostruire la sua scelta. L’intervento di terzi poi può essere un aiuto fornito a chi vuol suicidarsi e non è più in grado di farlo autonomamente, oppure può sostituire l’azione della persona ormai impedita; e può consistere in un intervento letale oppure nella cessazione di trattamenti che mantengono artificialmente in vita. È impossibile discutere tutte queste diverse eventualità come se ponessero gli stessi quesiti e ammettessero le stesse risposte.
Al caso di una decisione medica - adottata secondo la legge francese - di fermare l’alimentazione e l’idratazione artificiali di un malato in stato vegetativo fin dal 2008, si riferisce la sentenza di ieri della Corte europea. La persona, prima di subire un grave incidente, aveva chiaramente e ripetutamente espresso la volontà di non essere tenuta artificialmente in vita nel caso si fosse venuta a trovare priva di autonomia. Ma quando quella situazione si è verificata non ha più potuto confermare quella scelta. La Corte europea, cui si era rivolta la madre del malato, ha innanzitutto precisato che la questione sottopostale non riguardava la liceità di un atto di eutanasia, ma specificamente la questione della cessazione di trattamenti di mantenimento in vita mediante idratazione e alimentazione artificiali. Non quindi il divieto di procurare la morte, ma l’ambito e i limiti dell’obbligo positivo dello Stato di agire per proteggerla in ambito medico. In proposito una maggioranza di Stati europei ammettono la possibilità di arrestare il trattamento ormai «irragionevole», ma non c’è un consenso generalizzato. Il margine di apprezzamento nazionale è perciò largo, purché tutte le circostanze siano attentamente accertate e valutate e un efficace ricorso al giudice sia garantito. Sono queste le condizioni che la Corte ha riconosciuto presenti nel caso specifico. Sia la procedura prevista dalla legge, sia la sua applicazione da parte delle strutture sanitarie e del Consiglio di Stato sono state valutate adeguate e meticolose, cosicché la cessazione dei trattamenti non farà venir meno lo Stato francese ai suoi obblighi. In linea generale si deve concludere che, con garanzie simili a quelle della legge francese, gli Stati europei hanno facoltà di prevedere la cessazione del trattamento artificiale.
La condotta del medico può assumere forme diverse e progressive. Alle essenziali cure palliative fino a che siano utili, si può aggiungere la sedazione profonda e continua, che, accompagnata dalla cessazione dell’alimentazione e idratazione artificiale, assicura di non soffrire e di morire quietamente. Senza ammettere un intervento letale attivo (eutanasia), è questa la soluzione francese, per le situazioni in cui manchi, perché non può più esserci, l’espressione attuale della volontà del morente. Il recente codice deontologico dei medici italiani d’altra parte prevede che nel caso di prognosi infausta o di definitiva compromissione dello stato di coscienza del paziente il medico deve continuare ad accompagnarlo con cure di sedazione del dolore e di sollievo dalle sofferenze «attuando trattamenti di sostegno delle funzioni vitali finché ritenuti proporzionati, tenendo conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento» che il paziente abbia rilasciato. La valutazione del momento in cui i trattamenti sono divenuti irragionevoli e non più proporzionati, andrebbe inquadrata in una procedura che non lasci solo il medico curante, eviti decisioni individuali, conforti chi deve decidere con il parere di altri. E assegni alle volontà anticipate espresse dalla persona un peso determinante.
Diverso è il caso della persona che manifesti la volontà attuale e non viziata di morire. Occorre chiedersi se sia lecito vietare di dar aiuto a chi lo chiede: chiede di morire degnamente, nel suo letto, addormentandosi senza risveglio, invece di non avere altra scelta che ricorrere a soluzioni violente e drammatiche.
Una recente importante sentenza della Corte suprema canadese, ha ritenuto incostituzionale il divieto che impedisce al medico di fornire l’aiuto che chiede il malato terminale, soggetto a gravi sofferenze. La Corte ha indicato al legislatore la necessità di stabilire le modalità di accertamento di una tale condizione del malato e ha nettamente distinto l’ipotesi dell’intervento medico dal generale divieto di aiuto al suicidio. Una procedura sicura, infatti, che veda l’intervento di un collegio medico, può escludere che la volontà di morire sia viziata, o impulsiva, o forzata da pressioni e interessi altrui. È questa la sola ragione che permette allo Stato di interferire con la volontà della persona di vivere o morire. E la Corte canadese ha avvertito che la consapevolezza dell’impossibilità di ottenere a un certo punto l’aiuto del medico, lungi dall’assicurare la continuazione di una vita, può anzi indurre ad anticipare un suicidio chi sappia di essere colpito da malattie degenerative, che lo renderanno incapace di provvedere da solo. Fermo il rispetto dell’obiezione di coscienza di chi sia richiesto di aiutarlo a realizzare il suo proposito, non è ragionevole impedire a chi vuole, ma da solo non può morire, di raggiungere lo scopo che potrebbe ottenere se le sue condizioni glielo permettessero. E’ di questi giorni la dichiarazione del fisico Hawking, che, parlando per se stesso, ha detto che mantenere in vita qualcun contro il suo volere è l’umiliazione più grande.
In Parlamento sono state presentate diverse proposte di legge. Il tema, nei suoi vari aspetti, è difficile, ma non è atteggiamento responsabile quello di far finta di niente e lasciare irrisolto un problema non eludibile.
La Stampa 6.6.15
“Il Murale di Zerocalcare è troppo comunista”
Il sindaco di Montanaro, nel Torinese, contesta la grande stella disegnata per ricordare un partigiano fucilato dai nazifascisti
Montanaro, Comune al confine fra Canavese e Chivassese, è finito al centro della polemica per la comparsa di un murale di Zerocalcare, noto autore di graphic novel, che il sindaco Giovanni Ponchia - eletto con una lista civica di centrosinistra - ritiene «troppo comunista». Il murale, realizzato per onorare la memoria del giovane partigiano locale Giuseppe Prono morto fucilato, turba il sindaco per la presenza di una stella rossa «troppo grande», dipinta per simboleggiare l’appartenenza di Prono alla Brigata Garibaldi.
Il primo cittadino chiede di rimuovere la stella, che peraltro non figurava nel bozzetto, ideato da Zerocalcare ma realizzato da un collettivo di writers. Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, replica chiedendogli di non negare la memoria. «La vicenda - afferma Ferrero - è surreale. Parla come sempre del continuo tentativo revisionista di certa politica: negare la memoria dei partigiani che hanno liberato l’Italia è un oltraggio alla Resistenza e alla Costituzione».
“Il Murale di Zerocalcare è troppo comunista”
Il sindaco di Montanaro, nel Torinese, contesta la grande stella disegnata per ricordare un partigiano fucilato dai nazifascisti
Montanaro, Comune al confine fra Canavese e Chivassese, è finito al centro della polemica per la comparsa di un murale di Zerocalcare, noto autore di graphic novel, che il sindaco Giovanni Ponchia - eletto con una lista civica di centrosinistra - ritiene «troppo comunista». Il murale, realizzato per onorare la memoria del giovane partigiano locale Giuseppe Prono morto fucilato, turba il sindaco per la presenza di una stella rossa «troppo grande», dipinta per simboleggiare l’appartenenza di Prono alla Brigata Garibaldi.
Il primo cittadino chiede di rimuovere la stella, che peraltro non figurava nel bozzetto, ideato da Zerocalcare ma realizzato da un collettivo di writers. Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, replica chiedendogli di non negare la memoria. «La vicenda - afferma Ferrero - è surreale. Parla come sempre del continuo tentativo revisionista di certa politica: negare la memoria dei partigiani che hanno liberato l’Italia è un oltraggio alla Resistenza e alla Costituzione».
La Stampa 6.6.15
C’è il rischio che la riforma della scuola
si trasformi in un’occasione mancata
risponde Mario Calabresi
Roberto Speranza, ex capogruppo Pd, a margine dei risultati delle Regionali ha dichiarato che «per la scuola abbiamo pagato un caro prezzo elettorale». Il giovane dirigente della minoranza dem ha espresso un giudizio condivisibile quanto sintomatico di una mentalità politicamente trasversale ed intergenerazionale che vuole governare senza scontentare nessuno.
Il problema, in questo caso, non è tanto l’agenda di Renzi ma l’illusione di vincere la battaglia delle riforme senza morti e feriti. L’idea di cambiare un Paese senza urtare nessuno equivale ad ammettere che lo stallo è l’esaltazione scacchistica o che lo 0 a 0 è la perfezione calcistica.
Scuola, lavoro, giustizia, pensioni ed immigrazione rappresentano oggi sfide che impattano sul presente e sul futuro della nostra comunità: al di là delle differenti strategie con cui affrontare queste priorità, è necessario convincersi che qualunque cambiamento venga attuato si riempirà una piazza gonfia di malcontento, specie se mancano le risorse per ubriacare la moglie e mantenere la botte piena.
Speranza è un politico serio e preparato, dimostra passione ed onestà intellettuale, ma sta scivolando senza rendersene conto nel calcolo giornaliero e certosino di ciò che non si deve decidere pur di non perdere voti. È un limite più pericoloso della bulimia di cambiare ad ogni costo asfaltando tutto e tutti, perché promuove un presente di mediocrità lasciando a chi verrà l’onere di progettare un futuro.
P. Chieppa
Penso anch’io che il Pd abbia pagato nelle urne il tentativo di riformare la scuola, ma non credo che questo fosse un esito scontato o obbligato. È chiaro che riformare significa cambiare e, ogni volta che si cambia, si creano scontenti e si fanno crescere opposizione e resistenze. Ma in questo caso la riforma aveva in partenza molti elementi che potevano far immaginare un esito completamente diverso: per la prima volta da anni c’erano investimenti consistenti accompagnati dall’assunzione di 100.000 insegnanti precari.
Una politica attenta e dialogante avrebbe potuto evidenziare con più chiarezza ogni elemento spiegando che le assunzioni potevano avere un senso solo nel quadro di una maggiore flessibilità nella distribuzione degli insegnanti nelle varie scuole.
Invece l’iter della legge è stato mal gestito, prima si era preparato un decreto poi si è passati a un disegno di legge e anche l’iter parlamentare è stato tormentato. Si sono scambiate la necessità di riformare e l’efficienza con una serie di forzature che hanno alienato il favore degli insegnanti.
Ora l’iter parlamentare sembra ancora più complicato e al Senato il governo sarà costretto a maggiori modifiche per venire incontro alla sinistra del Pd, con il rischio che alla fine si assista semplicemente ad una regolarizzazione di precari storici. Se così fosse sarebbe una vera occasione mancata.
C’è il rischio che la riforma della scuola
si trasformi in un’occasione mancata
risponde Mario Calabresi
Roberto Speranza, ex capogruppo Pd, a margine dei risultati delle Regionali ha dichiarato che «per la scuola abbiamo pagato un caro prezzo elettorale». Il giovane dirigente della minoranza dem ha espresso un giudizio condivisibile quanto sintomatico di una mentalità politicamente trasversale ed intergenerazionale che vuole governare senza scontentare nessuno.
Il problema, in questo caso, non è tanto l’agenda di Renzi ma l’illusione di vincere la battaglia delle riforme senza morti e feriti. L’idea di cambiare un Paese senza urtare nessuno equivale ad ammettere che lo stallo è l’esaltazione scacchistica o che lo 0 a 0 è la perfezione calcistica.
Scuola, lavoro, giustizia, pensioni ed immigrazione rappresentano oggi sfide che impattano sul presente e sul futuro della nostra comunità: al di là delle differenti strategie con cui affrontare queste priorità, è necessario convincersi che qualunque cambiamento venga attuato si riempirà una piazza gonfia di malcontento, specie se mancano le risorse per ubriacare la moglie e mantenere la botte piena.
Speranza è un politico serio e preparato, dimostra passione ed onestà intellettuale, ma sta scivolando senza rendersene conto nel calcolo giornaliero e certosino di ciò che non si deve decidere pur di non perdere voti. È un limite più pericoloso della bulimia di cambiare ad ogni costo asfaltando tutto e tutti, perché promuove un presente di mediocrità lasciando a chi verrà l’onere di progettare un futuro.
P. Chieppa
Penso anch’io che il Pd abbia pagato nelle urne il tentativo di riformare la scuola, ma non credo che questo fosse un esito scontato o obbligato. È chiaro che riformare significa cambiare e, ogni volta che si cambia, si creano scontenti e si fanno crescere opposizione e resistenze. Ma in questo caso la riforma aveva in partenza molti elementi che potevano far immaginare un esito completamente diverso: per la prima volta da anni c’erano investimenti consistenti accompagnati dall’assunzione di 100.000 insegnanti precari.
Una politica attenta e dialogante avrebbe potuto evidenziare con più chiarezza ogni elemento spiegando che le assunzioni potevano avere un senso solo nel quadro di una maggiore flessibilità nella distribuzione degli insegnanti nelle varie scuole.
Invece l’iter della legge è stato mal gestito, prima si era preparato un decreto poi si è passati a un disegno di legge e anche l’iter parlamentare è stato tormentato. Si sono scambiate la necessità di riformare e l’efficienza con una serie di forzature che hanno alienato il favore degli insegnanti.
Ora l’iter parlamentare sembra ancora più complicato e al Senato il governo sarà costretto a maggiori modifiche per venire incontro alla sinistra del Pd, con il rischio che alla fine si assista semplicemente ad una regolarizzazione di precari storici. Se così fosse sarebbe una vera occasione mancata.
La Stampa 6.6.15
Scuola, Renzi rischia il ribaltone
I senatori della minoranza Pd potrebbero votare contro
di Francesca Schianchi
«Questo provvedimento mette in cattedra 100 mila persone: voglio proprio vedere chi si prende la responsabilità di bocciarlo», tenta di esorcizzare la preoccupazione la relatrice Pd in Senato del testo sulla Buona scuola, Francesca Puglisi, mentre scorre l’elenco dei membri della Commissione Istruzione. 14 a 12 per la maggioranza, considerando però nei 14 anche il senatore a vita Rubbia, che nel Pd non danno per scontato («è un indipendente») e tre della minoranza del partito (Tocci, Mineo e Martini). Uno scarto risicato che potrebbe mettere in difficoltà il governo già martedì, quando si comincerà a votare il testo: andrà al voto un ordine del giorno di Tocci e Mineo che dà mandato al relatore per stralciare le assunzioni dei precari dalla riforma, proposta già fatta in passato a Renzi e sempre rispedita al mittente. «Non voglio fare l’incendiario, ma la legge è un disastro. Stralciamo le assunzioni, da fare subito, e prendiamoci il tempo per ridiscutere il resto», predica Mineo. Se al voto suo e di Tocci si unissero quelli dei 12 commissari d’opposizione, il governo finirebbe sotto.
In attesa della Direzione
Ma molto dipende dalle trattative in corso, e dalla Direzione del partito di lunedì. Dal messaggio che vorrà lanciare il segretario-premier Renzi: «Chiederà di farla finita con esponenti del Pd che vanno nei talk show a parlar male del Pd», prevede un renziano ben informato. Che però, allo stesso tempo, esclude toni fiammeggianti: «Con i ballottaggi delle comunali in vista e il Pd sotto attacco per via degli arresti romani, cercherà di mantenere unito il partito». Tenterà, perlomeno, di non perdere la parte più dialogante della minoranza: non a caso le trattative sono aperte sulle modifiche al ddl scuola, il primo scoglio da affrontare. Non è un testo blindato: sui poteri del preside, la relatrice è favorevole a un emendamento che fissa in sei anni al massimo la permanenza di un preside nella stessa scuola, per evitare che si trasformi nel «padrone» dell’istituto. Si discute di rafforzare il sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, e anche di come rivedere il meccanismo per attribuire premi ai docenti (tra le ipotesi, quella di rinviare la scelta a un decreto delegato del governo successivo alla legge); è previsto anche di inserire un tetto allo school bonus, che dà credito d’imposta a fronte di finanziamenti alle scuole (anche paritarie). Si sta ragionando anche su come, eventualmente, allargare il bacino delle assunzioni dei precari (dalla minoranza insistono che ci sono soldi per altri 37 mila ingressi): il problema è come individuare, tra i precari di seconda fascia, chi abbia titolo maggiore di altri.
«No patto del Nazareno»
Tentativi di rasserenare il clima in vista di passaggi complicati. «In tutte le Commissioni del Senato la maggioranza è di 1-2 membri», ammette Giorgio Tonini. E proprio lì al Senato si concentrano ora testi rischiosi, dalla Rai alle unioni civili, fino alla riforma costituzionale. Con la minoranza che già avverte: «Bisogna evitare un patto del Nazareno sulla scuola». Cioè, svela un malizioso timore il bersaniano Miguel Gotor, «è solo un’impressione: ma non vorrei che il governo assumesse i precari Tfa, il percorso individuato quando ministro era la Gelmini, e si assicurasse in cambio il voto di Forza Italia al testo senza modifiche». Loro non ci starebbero: «Non vogliamo fare una riforma di destra».
Scuola, Renzi rischia il ribaltone
I senatori della minoranza Pd potrebbero votare contro
di Francesca Schianchi
«Questo provvedimento mette in cattedra 100 mila persone: voglio proprio vedere chi si prende la responsabilità di bocciarlo», tenta di esorcizzare la preoccupazione la relatrice Pd in Senato del testo sulla Buona scuola, Francesca Puglisi, mentre scorre l’elenco dei membri della Commissione Istruzione. 14 a 12 per la maggioranza, considerando però nei 14 anche il senatore a vita Rubbia, che nel Pd non danno per scontato («è un indipendente») e tre della minoranza del partito (Tocci, Mineo e Martini). Uno scarto risicato che potrebbe mettere in difficoltà il governo già martedì, quando si comincerà a votare il testo: andrà al voto un ordine del giorno di Tocci e Mineo che dà mandato al relatore per stralciare le assunzioni dei precari dalla riforma, proposta già fatta in passato a Renzi e sempre rispedita al mittente. «Non voglio fare l’incendiario, ma la legge è un disastro. Stralciamo le assunzioni, da fare subito, e prendiamoci il tempo per ridiscutere il resto», predica Mineo. Se al voto suo e di Tocci si unissero quelli dei 12 commissari d’opposizione, il governo finirebbe sotto.
In attesa della Direzione
Ma molto dipende dalle trattative in corso, e dalla Direzione del partito di lunedì. Dal messaggio che vorrà lanciare il segretario-premier Renzi: «Chiederà di farla finita con esponenti del Pd che vanno nei talk show a parlar male del Pd», prevede un renziano ben informato. Che però, allo stesso tempo, esclude toni fiammeggianti: «Con i ballottaggi delle comunali in vista e il Pd sotto attacco per via degli arresti romani, cercherà di mantenere unito il partito». Tenterà, perlomeno, di non perdere la parte più dialogante della minoranza: non a caso le trattative sono aperte sulle modifiche al ddl scuola, il primo scoglio da affrontare. Non è un testo blindato: sui poteri del preside, la relatrice è favorevole a un emendamento che fissa in sei anni al massimo la permanenza di un preside nella stessa scuola, per evitare che si trasformi nel «padrone» dell’istituto. Si discute di rafforzare il sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, e anche di come rivedere il meccanismo per attribuire premi ai docenti (tra le ipotesi, quella di rinviare la scelta a un decreto delegato del governo successivo alla legge); è previsto anche di inserire un tetto allo school bonus, che dà credito d’imposta a fronte di finanziamenti alle scuole (anche paritarie). Si sta ragionando anche su come, eventualmente, allargare il bacino delle assunzioni dei precari (dalla minoranza insistono che ci sono soldi per altri 37 mila ingressi): il problema è come individuare, tra i precari di seconda fascia, chi abbia titolo maggiore di altri.
«No patto del Nazareno»
Tentativi di rasserenare il clima in vista di passaggi complicati. «In tutte le Commissioni del Senato la maggioranza è di 1-2 membri», ammette Giorgio Tonini. E proprio lì al Senato si concentrano ora testi rischiosi, dalla Rai alle unioni civili, fino alla riforma costituzionale. Con la minoranza che già avverte: «Bisogna evitare un patto del Nazareno sulla scuola». Cioè, svela un malizioso timore il bersaniano Miguel Gotor, «è solo un’impressione: ma non vorrei che il governo assumesse i precari Tfa, il percorso individuato quando ministro era la Gelmini, e si assicurasse in cambio il voto di Forza Italia al testo senza modifiche». Loro non ci starebbero: «Non vogliamo fare una riforma di destra».
La Stampa 6.6.15
Lo Stato vittima e complice
di Alberto Mingardi
«Mafia Capitale» sta tutta in un’intercettazione di Salvatore Buzzi. «La mucca tu la devi mungere, però gli devi dà da mangià». Metafora leggermente imperfetta: a mangiare, più che la mucca (lo Stato), sono i pastori (la classe politica). Ma ci siamo capiti.
Parlando ai Giovani Industriali, il presidente dell’autorità anti-corruzione Raffaele Cantone ha detto che «la classe imprenditoriale italiana si nasconde dietro la corruzione per creare un sistema anti concorrenziale». Per fortuna la classe imprenditoriale italiana è anche e soprattutto altro: una galassia di aziende (piccole, medie, grandi) che giorno dopo giorno si guadagnano la fiducia dei consumatori. E tuttavia, non c’è dubbio che se a qualcuno viene garantita una rendita di posizione, farà quanto possibile per «mungerla» fino in fondo. La concorrenza è faticosa, dura, perennemente incerta. Dedicarsi alla mucca è tanto più facile.
Torniamo a un’altra intercettazione di Salvatore Buzzi, formidabile teorico del sistema, uscita sui giornali qualche mese fa. «Con gli immigrati si guadagna più che con la droga». Sottinteso: la droga è un mercato concorrenziale. Esistono multinazionali della droga e artigiani dello spaccio. I clienti sono fedeli fino a un certo punto. Prezzi più bassi o prodotti nuovi possono convincerli a cambiare fornitore. Che fatica.
Il «mondo di mezzo» funziona in un’altra maniera, una maniera che conosciamo sin troppo bene. E’ un mondo più semplice. La classe politica ha a disposizione risorse (che ha prelevato dai nostri redditi con le tasse) per svolgere tutta una serie di funzioni. Le può svolgere attraverso organizzazioni sottoposte direttamente al suo controllo: la burocrazia, nelle sue diverse articolazioni. O le può svolgere facendo ricorso ai privati. Questo accade non perché la pubblica amministrazione abbia sperimentato negli ultimi anni una svolta «liberista». Almeno in Italia, lo Stato non ha «esternalizzato» per sudditanza psicologica nei confronti del privato. Semmai è vero il contrario. La classe politica ha stabilito di essere il miglior fornitore possibile di tutta una serie di servizi. Ha dovuto coinvolgere i privati semplicemente per stare al passo delle sue promesse.
Questi privati stabiliscono col pubblico un rapporto perverso. Non vendono «prodotti» che il consumatore può portarsi a casa o lasciare sugli scaffali. La vita o la morte delle loro imprese è appesa alle decisioni discrezionali di pochissime persone, che peraltro spendono denaro non loro. La loro priorità diventa allora convincere quelle persone a spendere a loro vantaggio i quattrini del contribuente.
Di soluzioni semplici non ne esistono. Non è immaginabile che lo Stato faccia, «in house», tutti i servizi che è andato monopolizzando con gli anni. E nemmeno si può pensare che bastino più controlli e più controllori. E’ difficile sostenere che l’Italia sia un Paese in cui mancano le norme per sanzionare certi comportamenti.
Si può cercare, certamente, di automatizzare quanto più possibile i processi. Se un’autorizzazione me la dà un essere umano in carne ed ossa, gli posso allungare una bustarella. I computer pare siano impermeabili a queste lusinghe. Riducendo gli spazi di discrezionalità dei decisori, le regole somigliano di più ai computer: non ammettono eccezioni.
Bisognerebbe soprattutto far dimagrire la mucca: che dia latte solo quando assolutamente necessario. L’accoglienza agli immigrati è probabilmente una funzione pubblica insopprimibile. Si può però provare a ridurre l’intermediazione. Anziché dare i soldi a chi poi da da mangiare agli immigrati, tanto varrebbe darli all’immigrato che poi provveda a nutrirsi come vuole. Piuttosto che affittare le case per i richiedenti asilo, si potrebbe dar loro un voucher per scegliersi il padrone di casa che preferiscono.
Tante altre funzioni pubbliche non è affatto detto debbano essere tali. Il «mondo di mezzo» si è abituato a rifornirsi alla mangiatoia in cinquant’anni di para-Stato. Per fargli passare l’abitudine, bisogna restringere il perimetro pubblico: lo spazio in cui quel «sistema anticoncorrenziale» di cui parla Cantone mette radici, si sviluppa, prospera.
Lo Stato vittima e complice
di Alberto Mingardi
«Mafia Capitale» sta tutta in un’intercettazione di Salvatore Buzzi. «La mucca tu la devi mungere, però gli devi dà da mangià». Metafora leggermente imperfetta: a mangiare, più che la mucca (lo Stato), sono i pastori (la classe politica). Ma ci siamo capiti.
Parlando ai Giovani Industriali, il presidente dell’autorità anti-corruzione Raffaele Cantone ha detto che «la classe imprenditoriale italiana si nasconde dietro la corruzione per creare un sistema anti concorrenziale». Per fortuna la classe imprenditoriale italiana è anche e soprattutto altro: una galassia di aziende (piccole, medie, grandi) che giorno dopo giorno si guadagnano la fiducia dei consumatori. E tuttavia, non c’è dubbio che se a qualcuno viene garantita una rendita di posizione, farà quanto possibile per «mungerla» fino in fondo. La concorrenza è faticosa, dura, perennemente incerta. Dedicarsi alla mucca è tanto più facile.
Torniamo a un’altra intercettazione di Salvatore Buzzi, formidabile teorico del sistema, uscita sui giornali qualche mese fa. «Con gli immigrati si guadagna più che con la droga». Sottinteso: la droga è un mercato concorrenziale. Esistono multinazionali della droga e artigiani dello spaccio. I clienti sono fedeli fino a un certo punto. Prezzi più bassi o prodotti nuovi possono convincerli a cambiare fornitore. Che fatica.
Il «mondo di mezzo» funziona in un’altra maniera, una maniera che conosciamo sin troppo bene. E’ un mondo più semplice. La classe politica ha a disposizione risorse (che ha prelevato dai nostri redditi con le tasse) per svolgere tutta una serie di funzioni. Le può svolgere attraverso organizzazioni sottoposte direttamente al suo controllo: la burocrazia, nelle sue diverse articolazioni. O le può svolgere facendo ricorso ai privati. Questo accade non perché la pubblica amministrazione abbia sperimentato negli ultimi anni una svolta «liberista». Almeno in Italia, lo Stato non ha «esternalizzato» per sudditanza psicologica nei confronti del privato. Semmai è vero il contrario. La classe politica ha stabilito di essere il miglior fornitore possibile di tutta una serie di servizi. Ha dovuto coinvolgere i privati semplicemente per stare al passo delle sue promesse.
Questi privati stabiliscono col pubblico un rapporto perverso. Non vendono «prodotti» che il consumatore può portarsi a casa o lasciare sugli scaffali. La vita o la morte delle loro imprese è appesa alle decisioni discrezionali di pochissime persone, che peraltro spendono denaro non loro. La loro priorità diventa allora convincere quelle persone a spendere a loro vantaggio i quattrini del contribuente.
Di soluzioni semplici non ne esistono. Non è immaginabile che lo Stato faccia, «in house», tutti i servizi che è andato monopolizzando con gli anni. E nemmeno si può pensare che bastino più controlli e più controllori. E’ difficile sostenere che l’Italia sia un Paese in cui mancano le norme per sanzionare certi comportamenti.
Si può cercare, certamente, di automatizzare quanto più possibile i processi. Se un’autorizzazione me la dà un essere umano in carne ed ossa, gli posso allungare una bustarella. I computer pare siano impermeabili a queste lusinghe. Riducendo gli spazi di discrezionalità dei decisori, le regole somigliano di più ai computer: non ammettono eccezioni.
Bisognerebbe soprattutto far dimagrire la mucca: che dia latte solo quando assolutamente necessario. L’accoglienza agli immigrati è probabilmente una funzione pubblica insopprimibile. Si può però provare a ridurre l’intermediazione. Anziché dare i soldi a chi poi da da mangiare agli immigrati, tanto varrebbe darli all’immigrato che poi provveda a nutrirsi come vuole. Piuttosto che affittare le case per i richiedenti asilo, si potrebbe dar loro un voucher per scegliersi il padrone di casa che preferiscono.
Tante altre funzioni pubbliche non è affatto detto debbano essere tali. Il «mondo di mezzo» si è abituato a rifornirsi alla mangiatoia in cinquant’anni di para-Stato. Per fargli passare l’abitudine, bisogna restringere il perimetro pubblico: lo spazio in cui quel «sistema anticoncorrenziale» di cui parla Cantone mette radici, si sviluppa, prospera.
La Stampa 6.6.15
Renzi conferma la linea garantista
Il premier: “Non ci si dimette per un avviso di garanzia”
E il Pd fa quadrato. La pax con la minoranza
di Carlo Bertini
Anche se i suoi descrivono un Matteo Renzi tranquillo e più che altro concentrato sulla missione del G7 di domenica, un clima pesante aleggia su palazzo Chigi, dove la linea malgrado tutto resta quella garantista: nessuna richiesta di dimissioni del sottosegretario indagato. La tegola dell’avviso di garanzia a Giuseppe Castiglione si aggiunge alle preoccupazioni per il danno di immagine che il Pd sta cercando di contenere in tutti i modi, blindando la giunta Marino: ora che le ombre dell’inchiesta mafia-capitale si proiettano pure sul governo al premier toccherà parare i colpi che già piovono dalle opposizioni che chiedono la testa del sottosegretario.
L’impatto oltreconfine
Per non dire dell’impatto che questa inchiesta può avere oltre confine, perché non sfugge a nessuno, spiega uno dei big del Pd, «questa vicenda produce un danno di immagine anche per l’Italia, tocca il punto sensibile della credibilità di un paese che sta chiedendo ai partner di distribuire la spesa per la gestione dei migranti subendo le ruberie di fondi dentro casa propria». Un punto non di poco conto, che forse oggi sfiorerà i pensieri dei ministri tedesco e francese che incontreranno Alfano proprio in un vertice sull’immigrazione. Renzi rinuncia alla partecipazione prevista in serata ad Amici, costretto a destreggiarsi con le varie emergenze: incontra Padoan in vista del consiglio dei ministri di martedì e De Luca su come gestire il dopo elezioni, ma già nel primo pomeriggio fissa la linea sul caso Castiglione, in piena sintonia ovviamente con Alfano. Lo stato maggiore dell’Ncd fa quadrato esprimendo piena fiducia nel sottosegretario e nessuno si stupisce che non giungano echi di guerra dagli alleati, «anche perché in questa fase non vengono certo a fare i giustizialisti con noi...», ragiona un dirigente Ncd.
Dunque per ora niente dimissioni, «anche se c’è da capire come si evolverà il quadro nelle prossime ore», ammette un ministro chiedendo l’anonimato.
La pax con la minoranza
Ma la cosa significativa in questa fase è anche la tregua delle ostilità su questo punto con la minoranza del partito. Che non chiede affatto le dimissioni, tranne la voce isolata di Cuperlo in risposta ad una domanda all’Aria che tira. Dunque la linea di Renzi è la stessa proclamata mesi fa quando si pose la questione di possibili dimissioni di altri sottosegretari, lo stesso Castiglione, già sotto indagine per la struttura di Mineo; e gli altri toccati dalle vicende di fondi regionali, come la Barracciu, o dei rimborsi regionali, De Filippo, Del Basso De Caro e Faraone. Come ebbe già a dire Renzi, «non ci si dimette per un avviso di garanzia, vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva».
Ma il caso Castiglione è legato ad un’inchiesta di altra portata, dunque difficile da gestire solo così. Per tutto il giorno gira la voce - poi smentita - di una moral suasion per fargli fare un passo indietro. Lui si dice «sereno» annunciando che «se ci sarà una mia responsabilità, che escludo assolutamente, non dovrà prendere provvedimenti qualcuno, li prenderò io personalmente». Dunque almeno per ora tutto congelato, «per il momento c’è un avviso di garanzia, lui si proclama innocente, vediamo almeno se ci sarà un rinvio a giudizio», dice uno dei vertici del Pd. Pronti a fare quadrato di fronte alle mozioni di Sel e 5Stelle per le dimissioni, che «intanto vanno calendarizzate in aula, poi voteremo contro».
Renzi conferma la linea garantista
Il premier: “Non ci si dimette per un avviso di garanzia”
E il Pd fa quadrato. La pax con la minoranza
di Carlo Bertini
Anche se i suoi descrivono un Matteo Renzi tranquillo e più che altro concentrato sulla missione del G7 di domenica, un clima pesante aleggia su palazzo Chigi, dove la linea malgrado tutto resta quella garantista: nessuna richiesta di dimissioni del sottosegretario indagato. La tegola dell’avviso di garanzia a Giuseppe Castiglione si aggiunge alle preoccupazioni per il danno di immagine che il Pd sta cercando di contenere in tutti i modi, blindando la giunta Marino: ora che le ombre dell’inchiesta mafia-capitale si proiettano pure sul governo al premier toccherà parare i colpi che già piovono dalle opposizioni che chiedono la testa del sottosegretario.
L’impatto oltreconfine
Per non dire dell’impatto che questa inchiesta può avere oltre confine, perché non sfugge a nessuno, spiega uno dei big del Pd, «questa vicenda produce un danno di immagine anche per l’Italia, tocca il punto sensibile della credibilità di un paese che sta chiedendo ai partner di distribuire la spesa per la gestione dei migranti subendo le ruberie di fondi dentro casa propria». Un punto non di poco conto, che forse oggi sfiorerà i pensieri dei ministri tedesco e francese che incontreranno Alfano proprio in un vertice sull’immigrazione. Renzi rinuncia alla partecipazione prevista in serata ad Amici, costretto a destreggiarsi con le varie emergenze: incontra Padoan in vista del consiglio dei ministri di martedì e De Luca su come gestire il dopo elezioni, ma già nel primo pomeriggio fissa la linea sul caso Castiglione, in piena sintonia ovviamente con Alfano. Lo stato maggiore dell’Ncd fa quadrato esprimendo piena fiducia nel sottosegretario e nessuno si stupisce che non giungano echi di guerra dagli alleati, «anche perché in questa fase non vengono certo a fare i giustizialisti con noi...», ragiona un dirigente Ncd.
Dunque per ora niente dimissioni, «anche se c’è da capire come si evolverà il quadro nelle prossime ore», ammette un ministro chiedendo l’anonimato.
La pax con la minoranza
Ma la cosa significativa in questa fase è anche la tregua delle ostilità su questo punto con la minoranza del partito. Che non chiede affatto le dimissioni, tranne la voce isolata di Cuperlo in risposta ad una domanda all’Aria che tira. Dunque la linea di Renzi è la stessa proclamata mesi fa quando si pose la questione di possibili dimissioni di altri sottosegretari, lo stesso Castiglione, già sotto indagine per la struttura di Mineo; e gli altri toccati dalle vicende di fondi regionali, come la Barracciu, o dei rimborsi regionali, De Filippo, Del Basso De Caro e Faraone. Come ebbe già a dire Renzi, «non ci si dimette per un avviso di garanzia, vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva».
Ma il caso Castiglione è legato ad un’inchiesta di altra portata, dunque difficile da gestire solo così. Per tutto il giorno gira la voce - poi smentita - di una moral suasion per fargli fare un passo indietro. Lui si dice «sereno» annunciando che «se ci sarà una mia responsabilità, che escludo assolutamente, non dovrà prendere provvedimenti qualcuno, li prenderò io personalmente». Dunque almeno per ora tutto congelato, «per il momento c’è un avviso di garanzia, lui si proclama innocente, vediamo almeno se ci sarà un rinvio a giudizio», dice uno dei vertici del Pd. Pronti a fare quadrato di fronte alle mozioni di Sel e 5Stelle per le dimissioni, che «intanto vanno calendarizzate in aula, poi voteremo contro».
Corriere 6.6.15
Il leader Pd costretto a muoversi tra due fuochi
di Massimo Franco
I prossimi appuntamenti del Pd rischiano di essere sovrastati non dalla vittoria netta, per quanto politicamente controversa, alle regionali del 31 maggio, ma dalle vicende giudiziarie che investono il partito. L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il premier Matteo Renzi e il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha riportato l’attenzione su una vicenda circoscritta e tuttavia imbarazzante. Si concluderà con la sospensione di De Luca, in quanto condannato, anche se la procedura si svolge a tappe un po’ troppo rallentate, e con una punta di compiacimento di De Luca.
È comunque una sorta di memorandum dei fronti sui quali il capo del governo è costretto a muoversi. Lunedì ci sarà la Direzione del Pd, e un’analisi del voto che si preannuncia puntigliosa e dura con l’opposizione interna; anche se meno, forse, su riforme come quella della scuola e del Senato, sulle quali si potrebbe registrare qualche apertura. Ma i problemi si porranno dopo. Per mercoledì la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, ha convocato una riunione che potrebbe diventare un atto d’accusa contro il Pd.
La coda velenosa dello scontro sui cosiddetti candidati «impresentabili» ha portato la Bindi ad un passo dalla rottura con palazzo Chigi. E le vicende romane e le querele del presidente della Campania al vertice dell’Antimafia offrono nuovi argomenti. Tra l’altro, il Movimento 5 Stelle cerca di incunearsi nelle divisioni del Pd in nome della questione morale. E può rivelarsi una sponda oggettiva per la Bindi. Renzi rischia di trovarsi così tra due fuochi. Da una parte, un partito riemerso dalle regionali diviso e conflittuale. Dall’altra, situazioni-limite come la Campania e Roma, che espongono il suo governo.
Per il premier non è facile conciliare la tolleranza zero contro la corruzione, incalzato anche dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, e da papa Francesco, con una situazione che lo costringe sulla difensiva. Renzi è consapevole di avere dietro una nomenklatura capitolina in gran parte indifendibile. Sostiene il sindaco Ignazio Marino perché è estraneo al malaffare, eppure potrebbe trattarsi di una posizione temporanea. Idem con De Luca. Renzi si schiera con chi ha strappato la Campania al centrodestra; ma deve affrontare i contraccolpi negativi di questo sostegno nell’opinione pubblica italiana e internazionale.
Sono pasticci dai quali è difficile uscire indenni: soprattutto con opposizioni decise a indirizzare verso il governo la rabbia contro il sistema politico. Lo stesso centrodestra cerca di far dimenticare le responsabilità della sua giunta guidata dell’ex sindaco Gianni Alemanno. La blindatura del primo cittadino di Roma da parte di palazzo Chigi deve fare i conti con gli sviluppi delle indagini. Il commissariamento è una possibilità. Si tratta solo di capire se quando a fine luglio il prefetto avrà gli elementi per decidere, lo scioglimento del Comune apparirà o no il male minore .
Il leader Pd costretto a muoversi tra due fuochi
di Massimo Franco
I prossimi appuntamenti del Pd rischiano di essere sovrastati non dalla vittoria netta, per quanto politicamente controversa, alle regionali del 31 maggio, ma dalle vicende giudiziarie che investono il partito. L’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il premier Matteo Renzi e il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ha riportato l’attenzione su una vicenda circoscritta e tuttavia imbarazzante. Si concluderà con la sospensione di De Luca, in quanto condannato, anche se la procedura si svolge a tappe un po’ troppo rallentate, e con una punta di compiacimento di De Luca.
È comunque una sorta di memorandum dei fronti sui quali il capo del governo è costretto a muoversi. Lunedì ci sarà la Direzione del Pd, e un’analisi del voto che si preannuncia puntigliosa e dura con l’opposizione interna; anche se meno, forse, su riforme come quella della scuola e del Senato, sulle quali si potrebbe registrare qualche apertura. Ma i problemi si porranno dopo. Per mercoledì la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, ha convocato una riunione che potrebbe diventare un atto d’accusa contro il Pd.
La coda velenosa dello scontro sui cosiddetti candidati «impresentabili» ha portato la Bindi ad un passo dalla rottura con palazzo Chigi. E le vicende romane e le querele del presidente della Campania al vertice dell’Antimafia offrono nuovi argomenti. Tra l’altro, il Movimento 5 Stelle cerca di incunearsi nelle divisioni del Pd in nome della questione morale. E può rivelarsi una sponda oggettiva per la Bindi. Renzi rischia di trovarsi così tra due fuochi. Da una parte, un partito riemerso dalle regionali diviso e conflittuale. Dall’altra, situazioni-limite come la Campania e Roma, che espongono il suo governo.
Per il premier non è facile conciliare la tolleranza zero contro la corruzione, incalzato anche dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, e da papa Francesco, con una situazione che lo costringe sulla difensiva. Renzi è consapevole di avere dietro una nomenklatura capitolina in gran parte indifendibile. Sostiene il sindaco Ignazio Marino perché è estraneo al malaffare, eppure potrebbe trattarsi di una posizione temporanea. Idem con De Luca. Renzi si schiera con chi ha strappato la Campania al centrodestra; ma deve affrontare i contraccolpi negativi di questo sostegno nell’opinione pubblica italiana e internazionale.
Sono pasticci dai quali è difficile uscire indenni: soprattutto con opposizioni decise a indirizzare verso il governo la rabbia contro il sistema politico. Lo stesso centrodestra cerca di far dimenticare le responsabilità della sua giunta guidata dell’ex sindaco Gianni Alemanno. La blindatura del primo cittadino di Roma da parte di palazzo Chigi deve fare i conti con gli sviluppi delle indagini. Il commissariamento è una possibilità. Si tratta solo di capire se quando a fine luglio il prefetto avrà gli elementi per decidere, lo scioglimento del Comune apparirà o no il male minore .
Corriere 6.6.15
La trincea del Pd contro lo scioglimento del Campidoglio
Cantone: Comune ostaggio di un sistema corruttivo
Il prefetto: attendo la relazione. Bindi convoca l’Antimafia
di Alessandro Trocino
ROMA «La richiesta di dimissioni di Marino è strampalata». Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd difende il sindaco di Roma, dopo la seconda puntata di «Mafia Capitale», inchiesta che ha travolto una parte della classe politica romana, di destra e di sinistra. Intorno a Marino fanno quadrato i dirigenti nazionali del Pd, pur tra gli imbarazzi e con il timore che la situazione precipiti. E a dar corpo alle preoccupazioni ci sono le parole del presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone: «L’immagine di una amministrazione ostaggio del mondo corruttivo purtroppo non è del tutto sbagliata». Ma anche quelle del prefetto di Roma, Franco Gabrielli, che attende la relazione e dovrà decidere sull’eventuale scioglimento. E che parla di «impatto devastante sulla città»: «Il quadro è desolante, disarmante, impressionante, profondamente lesivo della credibilità delle Istituzioni».
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando definisce l’ultima ondata di arresti «una brutta pagina, una tegola per la politica e le istituzioni». Guerini tiene il punto sul sindaco e difende Matteo Orfini, che qualche mese fa accettò il compito ingrato di commissario romano. Orfini aveva affidato a Fabrizio Barca un lavoro di mappatura dei circoli romani. In una prima relazione, Barca usò parole durissime: «Si vanno delineando i tratti di un partito non solo cattivo, ma pericoloso e dannoso». Il 19 giugno sarà presentata la relazione finale. Inutile dire che il clima è teso, ma Orfini ha scelto di non tenere sotto traccia la relazione: la presenterà all’apertura della Festa dell’Unità romana, che quest’anno si terrà a Montesacro, per la prima volta in periferia. Orfini si dice tranquillo: «Sotto Alemanno la criminalità ha dilagato, con Marino abbiamo messo un argine. Guardiamo la città a testa alta». Non è d’accordo con lui il commissario pd di Ostia Stefano Esposito: «Mafia Capitale non è assolutamente addebitabile ad Alemanno, è propaganda, lasciamola a Salvini e ai grillini». I quali hanno denunciato Orfini per aver detto che sono «gli idoli di Cosa Nostra». Orfini replica: «Mi hanno detto che sono il palo della mafia, che sono colluso e cretino. Ho rispetto per i magistrati. Ma se vogliono, ne discuteremo in quella sede e i soldi li donerò alle associazioni che lottano contro la criminalità organizzata». Intanto Rosy Bindi, dopo la polemica sugli «impresentabili», ha convocato per mercoledì la commissione Antimafia. All’ordine del giorno, «comunicazioni del presidente».
La trincea del Pd contro lo scioglimento del Campidoglio
Cantone: Comune ostaggio di un sistema corruttivo
Il prefetto: attendo la relazione. Bindi convoca l’Antimafia
di Alessandro Trocino
ROMA «La richiesta di dimissioni di Marino è strampalata». Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd difende il sindaco di Roma, dopo la seconda puntata di «Mafia Capitale», inchiesta che ha travolto una parte della classe politica romana, di destra e di sinistra. Intorno a Marino fanno quadrato i dirigenti nazionali del Pd, pur tra gli imbarazzi e con il timore che la situazione precipiti. E a dar corpo alle preoccupazioni ci sono le parole del presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone: «L’immagine di una amministrazione ostaggio del mondo corruttivo purtroppo non è del tutto sbagliata». Ma anche quelle del prefetto di Roma, Franco Gabrielli, che attende la relazione e dovrà decidere sull’eventuale scioglimento. E che parla di «impatto devastante sulla città»: «Il quadro è desolante, disarmante, impressionante, profondamente lesivo della credibilità delle Istituzioni».
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando definisce l’ultima ondata di arresti «una brutta pagina, una tegola per la politica e le istituzioni». Guerini tiene il punto sul sindaco e difende Matteo Orfini, che qualche mese fa accettò il compito ingrato di commissario romano. Orfini aveva affidato a Fabrizio Barca un lavoro di mappatura dei circoli romani. In una prima relazione, Barca usò parole durissime: «Si vanno delineando i tratti di un partito non solo cattivo, ma pericoloso e dannoso». Il 19 giugno sarà presentata la relazione finale. Inutile dire che il clima è teso, ma Orfini ha scelto di non tenere sotto traccia la relazione: la presenterà all’apertura della Festa dell’Unità romana, che quest’anno si terrà a Montesacro, per la prima volta in periferia. Orfini si dice tranquillo: «Sotto Alemanno la criminalità ha dilagato, con Marino abbiamo messo un argine. Guardiamo la città a testa alta». Non è d’accordo con lui il commissario pd di Ostia Stefano Esposito: «Mafia Capitale non è assolutamente addebitabile ad Alemanno, è propaganda, lasciamola a Salvini e ai grillini». I quali hanno denunciato Orfini per aver detto che sono «gli idoli di Cosa Nostra». Orfini replica: «Mi hanno detto che sono il palo della mafia, che sono colluso e cretino. Ho rispetto per i magistrati. Ma se vogliono, ne discuteremo in quella sede e i soldi li donerò alle associazioni che lottano contro la criminalità organizzata». Intanto Rosy Bindi, dopo la polemica sugli «impresentabili», ha convocato per mercoledì la commissione Antimafia. All’ordine del giorno, «comunicazioni del presidente».
La Stampa 6.6.15
I consiglieri comunali arrestati sono i campioni delle preferenze
Pd o Fi l’appartenenza non conta: l’elettorato solido invece sì
di Mattia Feltri
Oltre i capi d’accusa, e soprattutto oltre la discussa mafiosità della vicenda, ci sono i numeri. I tre politici del Partito democratico arrestati giovedì mattina sono fra i sei più votati alle elezioni comunali del 2013, quelle che hanno condotto Ignazio Marino in Campidoglio: Mirko Coratti (ex presidente dell’Assemblea capitolina) arrivò secondo con 7 mila e 860 voti, Pierpaolo Pedetti (ex presidente della Commissione politiche abitative) fu quinto con 5 mila e 238 voti, Daniele Ozzimo (ex assessore alla Casa) fu sesto con 5 mila e 174 voti. Nessuno sano di mente sospetta che il sindaco Marino abbia avuto ruoli della formazione del Pd romano, né che conoscesse più che superficialmente i rapporti di forza da cui è dominato, ma è anche vero che tutte quelle preferenze hanno contribuito alla sua elezione, così come le preferenze dei forzisti Giordano Tredicine (7 mila 860) e Luca Gramazio (prima che passasse al consiglio regionale, dov’è entrato con quasi 19 mila crocette sul suo nome) contribuirono all’elezione di Gianni Alemanno. In tempi nei quali si mitizzano le preferenze come strumento di liberazione dell’elettore privato del diritto di scelta, mettere giù due cifre e due considerazioni non fa male. Tredicine è stato il secondo degli eletti nella lista del Pdl, Gramazio jr (è figlio di Domenico, per quattro legislature parlamentare di An dov’era conosciuto col soprannome di er Pinguino) è stato il primo degli eletti nella lista Pdl delle Regionali, e Massimo Caprari, anch’egli arrestato, fu l’unico eletto del Centro democratico, il partito di Bruno Tabacci.
I nomi dunque dicono poco a chi non avesse la costanza di seguire la politica romana, i dati invece dicono qualcosa di interessante e cioè che i coinvolti nell’inchiesta (e gli si augura di uscirne bene, ci mancherebbe) godono di un solido elettorato, anche se non per forza malavitoso. Tredicine è il campione dei caldarrostai e più in generale degli ambulanti che vendono souvenir e grattachecche, ruolo per cui è vittima di scontate ironie (in consiglio comunale gli indirizzano il coro «dacce du’ castagne / Tredicine dacce du’ castagne...»); è l’ultimo erede di una piccola dinastia nostrana fondata dal nonno Donato che arrivò a Roma dall’Abruzzo per vendere caldarroste. Coratti è invece il punto di riferimento dei tabaccai di cui si occupa con incrollabile costanza, della loro sicurezza, dei loro orari, delle loro licenze; non molti ricordano che Coratti, prima di passare alla sinistra via Udeur, era un berlusconiano combattivo e coraggioso, visto che una decina d’anni fa si incatenò al cancello di palazzo Grazioli per chiedere l’allontanamento del coordinatore Antonio Tajani: Silvio Berlusconi, non ancora abituato agli ammutinamenti, lo ricevette e lo rincuorò: «Mirko, il futuro sono i giovani». Insomma, queste sono le biografie, questo soni i destinatari delle preferenze che, come tutti sistemi, sono buone o cattive soltanto in base all’uso che ne si fa.
L’ultima annotazione riguarda la carta di identità dei sei indagati. Coratti ha quarantadue anni, Pedetti idem, Ozzimo ne ha quarantatré, Tredicine trentatré, Luca Gramazio trentaquattro, e il vecchietto del gruppo è Caprari con quarantasei anni. Un piccolo contributo alla riflessione di chi ritiene che il rinnovamento generazionale salverà il mondo.
I consiglieri comunali arrestati sono i campioni delle preferenze
Pd o Fi l’appartenenza non conta: l’elettorato solido invece sì
di Mattia Feltri
Oltre i capi d’accusa, e soprattutto oltre la discussa mafiosità della vicenda, ci sono i numeri. I tre politici del Partito democratico arrestati giovedì mattina sono fra i sei più votati alle elezioni comunali del 2013, quelle che hanno condotto Ignazio Marino in Campidoglio: Mirko Coratti (ex presidente dell’Assemblea capitolina) arrivò secondo con 7 mila e 860 voti, Pierpaolo Pedetti (ex presidente della Commissione politiche abitative) fu quinto con 5 mila e 238 voti, Daniele Ozzimo (ex assessore alla Casa) fu sesto con 5 mila e 174 voti. Nessuno sano di mente sospetta che il sindaco Marino abbia avuto ruoli della formazione del Pd romano, né che conoscesse più che superficialmente i rapporti di forza da cui è dominato, ma è anche vero che tutte quelle preferenze hanno contribuito alla sua elezione, così come le preferenze dei forzisti Giordano Tredicine (7 mila 860) e Luca Gramazio (prima che passasse al consiglio regionale, dov’è entrato con quasi 19 mila crocette sul suo nome) contribuirono all’elezione di Gianni Alemanno. In tempi nei quali si mitizzano le preferenze come strumento di liberazione dell’elettore privato del diritto di scelta, mettere giù due cifre e due considerazioni non fa male. Tredicine è stato il secondo degli eletti nella lista del Pdl, Gramazio jr (è figlio di Domenico, per quattro legislature parlamentare di An dov’era conosciuto col soprannome di er Pinguino) è stato il primo degli eletti nella lista Pdl delle Regionali, e Massimo Caprari, anch’egli arrestato, fu l’unico eletto del Centro democratico, il partito di Bruno Tabacci.
I nomi dunque dicono poco a chi non avesse la costanza di seguire la politica romana, i dati invece dicono qualcosa di interessante e cioè che i coinvolti nell’inchiesta (e gli si augura di uscirne bene, ci mancherebbe) godono di un solido elettorato, anche se non per forza malavitoso. Tredicine è il campione dei caldarrostai e più in generale degli ambulanti che vendono souvenir e grattachecche, ruolo per cui è vittima di scontate ironie (in consiglio comunale gli indirizzano il coro «dacce du’ castagne / Tredicine dacce du’ castagne...»); è l’ultimo erede di una piccola dinastia nostrana fondata dal nonno Donato che arrivò a Roma dall’Abruzzo per vendere caldarroste. Coratti è invece il punto di riferimento dei tabaccai di cui si occupa con incrollabile costanza, della loro sicurezza, dei loro orari, delle loro licenze; non molti ricordano che Coratti, prima di passare alla sinistra via Udeur, era un berlusconiano combattivo e coraggioso, visto che una decina d’anni fa si incatenò al cancello di palazzo Grazioli per chiedere l’allontanamento del coordinatore Antonio Tajani: Silvio Berlusconi, non ancora abituato agli ammutinamenti, lo ricevette e lo rincuorò: «Mirko, il futuro sono i giovani». Insomma, queste sono le biografie, questo soni i destinatari delle preferenze che, come tutti sistemi, sono buone o cattive soltanto in base all’uso che ne si fa.
L’ultima annotazione riguarda la carta di identità dei sei indagati. Coratti ha quarantadue anni, Pedetti idem, Ozzimo ne ha quarantatré, Tredicine trentatré, Luca Gramazio trentaquattro, e il vecchietto del gruppo è Caprari con quarantasei anni. Un piccolo contributo alla riflessione di chi ritiene che il rinnovamento generazionale salverà il mondo.
La Stampa 6.6.15
Mafia Capitale tocca il governo
Indagato a Catania il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione (Ncd)
Lo accusa Luca Odevaine, lui replica: “La mia autorevolezza morale non è intaccata”
di Francesco Grignetti
L’ultima novità viene dalla Sicilia: la procura di Catania ha indagato il senatore Giuseppe Castiglione, Ncd, sottosegretario all’Agricoltura, già presidente della Provincia e dell’Unione delle province italiane, per illeciti nella gestione del centro profughi di Mineo. È una conseguenza diretta dell’inchiesta Mafia Capitale. A Roma hanno scoperto il ruolo di Luca Odevaine nel pilotare gli appalti per l’assistenza ai profughi. E Odevaine ha portato a Mineo, a Castiglione, e alla procura di Catania.
«La mia trasparenza ed autorevolezza morale non è intaccata», replica il senatore. Che da sei mesi è sulla graticola. Da quando emerse che Odevaine era il tecnico nominato proprio da Castiglione. Ma era ancora nulla rispetto a quanto è venuto fuori ora.
«Praticamente - ricostruisce Odevaine parlando con il suo commercialista di fiducia Stefano Bravo - venne nominato sub-commissario... eh, del commissario Gabrielli, il presidente della Provincia di Catania... che era anche presidente dell’Upi... Giuseppe Castiglione... il quale... quando io ero andato giù... mi è venuto a prendere lui all’aeroporto... mi ha portato a pranzo... arriviamo al tavolo... c’era pure un’altra sedia vuota... dico eh “chi?”... e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara». Risate.
Così va il mondo. Anche con l’assistenza ai profughi disperati che scappano dall’Africa. Odevaine è un «facilitatore». Muove flussi. Mette in contatto persone. Intasca provvigioni. Parlando dei dirigenti della cooperativa ciellina La Cascina, «gliel’ho presentati a Castiglione... e poi è nato questo... peraltro è nato e si è sviluppato poi per altri aspetti... perché loro adesso... Castiglione si è avvicinato molto a Comunione e Liberazione, insieme ad Alfano e adesso loro... Comunione e Liberazione di fatto sostiene strutturalmente tutta questa roba di Alfano e del Centro Destra... inc... Castiglione».
Intanto nel carcere di Roma sono iniziati i primi interrogatori di garanzia. L’ex assessore alla Casa, Daniele Ozzimo, Pd, assistito dagli avvocati Luca Petrucci e Danilo Leva (quest’ultimo è deputato Pd) ha risposto alle domande del gip. «Ha dato il suo contributo», spiega Leva. «Naturalmente conosceva Salvatore Buzzi, aveva dei rapporti con lui. ma solo politici. Quanto al contributo elettorale, di 20mila euro, è regolarmente portato a bilancio e depositato».
L’interrogatorio più lungo è stato per Francesco Ferrara, dirigente della cooperativa La Cascina, durato quasi tre ore. «Lui con la mafia non c’entra nulla», ha detto lasciando Regina Coeli il suo avvocato Massimo Biffa.
Ci sono 21 nuovi indagati anche a Roma. Tra loro, Marco Visconti, ex assessore all’Ambiente nella Giunta Alemanno. Secondo quanto ha raccontato il pentito Franco Panzironi, nel settembre 2012 «l’assessore lo aveva chiamato e in forma riservata gli aveva detto che Buzzi era interessato a contribuire per le campagne elettorali del sindaco Alemanno e di Visconti medesimo con una cifra complessiva di 400 mila euro». A Visconti spettava la metà; i soldi gli sono arrivati in contanti. «Si sentiva attenzionato da organi investigativi per vicende legate alla moglie». Ci sarebbero stati dieci passaggi di denaro, nove prima delle Regionali e una prima delle Comunali.
Mafia Capitale tocca il governo
Indagato a Catania il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione (Ncd)
Lo accusa Luca Odevaine, lui replica: “La mia autorevolezza morale non è intaccata”
di Francesco Grignetti
L’ultima novità viene dalla Sicilia: la procura di Catania ha indagato il senatore Giuseppe Castiglione, Ncd, sottosegretario all’Agricoltura, già presidente della Provincia e dell’Unione delle province italiane, per illeciti nella gestione del centro profughi di Mineo. È una conseguenza diretta dell’inchiesta Mafia Capitale. A Roma hanno scoperto il ruolo di Luca Odevaine nel pilotare gli appalti per l’assistenza ai profughi. E Odevaine ha portato a Mineo, a Castiglione, e alla procura di Catania.
«La mia trasparenza ed autorevolezza morale non è intaccata», replica il senatore. Che da sei mesi è sulla graticola. Da quando emerse che Odevaine era il tecnico nominato proprio da Castiglione. Ma era ancora nulla rispetto a quanto è venuto fuori ora.
«Praticamente - ricostruisce Odevaine parlando con il suo commercialista di fiducia Stefano Bravo - venne nominato sub-commissario... eh, del commissario Gabrielli, il presidente della Provincia di Catania... che era anche presidente dell’Upi... Giuseppe Castiglione... il quale... quando io ero andato giù... mi è venuto a prendere lui all’aeroporto... mi ha portato a pranzo... arriviamo al tavolo... c’era pure un’altra sedia vuota... dico eh “chi?”... e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara». Risate.
Così va il mondo. Anche con l’assistenza ai profughi disperati che scappano dall’Africa. Odevaine è un «facilitatore». Muove flussi. Mette in contatto persone. Intasca provvigioni. Parlando dei dirigenti della cooperativa ciellina La Cascina, «gliel’ho presentati a Castiglione... e poi è nato questo... peraltro è nato e si è sviluppato poi per altri aspetti... perché loro adesso... Castiglione si è avvicinato molto a Comunione e Liberazione, insieme ad Alfano e adesso loro... Comunione e Liberazione di fatto sostiene strutturalmente tutta questa roba di Alfano e del Centro Destra... inc... Castiglione».
Intanto nel carcere di Roma sono iniziati i primi interrogatori di garanzia. L’ex assessore alla Casa, Daniele Ozzimo, Pd, assistito dagli avvocati Luca Petrucci e Danilo Leva (quest’ultimo è deputato Pd) ha risposto alle domande del gip. «Ha dato il suo contributo», spiega Leva. «Naturalmente conosceva Salvatore Buzzi, aveva dei rapporti con lui. ma solo politici. Quanto al contributo elettorale, di 20mila euro, è regolarmente portato a bilancio e depositato».
L’interrogatorio più lungo è stato per Francesco Ferrara, dirigente della cooperativa La Cascina, durato quasi tre ore. «Lui con la mafia non c’entra nulla», ha detto lasciando Regina Coeli il suo avvocato Massimo Biffa.
Ci sono 21 nuovi indagati anche a Roma. Tra loro, Marco Visconti, ex assessore all’Ambiente nella Giunta Alemanno. Secondo quanto ha raccontato il pentito Franco Panzironi, nel settembre 2012 «l’assessore lo aveva chiamato e in forma riservata gli aveva detto che Buzzi era interessato a contribuire per le campagne elettorali del sindaco Alemanno e di Visconti medesimo con una cifra complessiva di 400 mila euro». A Visconti spettava la metà; i soldi gli sono arrivati in contanti. «Si sentiva attenzionato da organi investigativi per vicende legate alla moglie». Ci sarebbero stati dieci passaggi di denaro, nove prima delle Regionali e una prima delle Comunali.
Il Sole 6.6.15
Il fiume di denaro verso Ostia
di Roberto Galullo
Un fiume di denaro verso Ostia ha arricchito politica e mafie. Questa è la convinzione dei pm di Roma con il secondo atto di Mafia Capitale.
E questa è anche la preoccupazione del Comune che il 29 aprile ha nominato l’ex pm Alfonso Sabella commissario del litorale laziale.
I soldi erano principalmente quelli destinati alle gare pubbliche, a partire dalla manutenzione del verde pubblico e della pulizia nelle spiagge (nell’ordinanza si legge di un bando per 1,2 milioni), intercettati dalla rete di cooperative riconducibili agli indagati Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Nel corso della perquisizione effettuata nei confronti di un altro indagato il 2 dicembre 2014 è stata individuata la “gara di Ostia” relativa all’alberatura nei “Lavori a somma urgenza per indagini sulla stabilità delle alberature stradali e conseguenti interventi di potatura. Via di Castel Fusano – via del Mare (tratto Ostia Lido) - Cineland”.
Nell’ordinanza firmata il 29 maggio dal Gip Flavia Costantini si legge di un accordo per convogliare fondi regionali assegnati al Comune verso il X Municipio «presidiato da amministratori compiacenti con Buzzi, perché da lui remunerati» e perché proprio lì, secondo l’accusa, Buzzi «era sicuro di potersi appropriare di tali risorse con l’aiuto del presidente da lui corrotto».
Per far capire quanto Ostia sia diventata un crocevia di traffici politico/criminali, i pm della procura capitolina si soffermano sulle difficoltà incontrate sul litorale dall’organizzazione riferibile a Buzzi e al presunto boss Carminati. L’operazione per piegare la discrezionalità degli amministratori si scontrava, infatti, con gli appetiti economici di altri rappresentanti del consiglio comunale che rivendicavano un potere d’interdizione sull’assegnazione dei lavori, il cui mancato esercizio andava remunerato, cosa, secondo Buzzi, avvenuta.
Il primo, secondo la ricostruzione, a cadere nella catena corruttiva è Andrea Tassone che, dimettendosi dalla carica di presidente del X Municipio il 18 marzo, quando l’onda lunga del primo atto dell’indagine “Mondo di mezzo” stava già travolgendo Ostia, dirà «non ci dimettiamo per lotte intestine o perché abbiamo ricevuto avvisi di garanzia o altro, ma io azzero oggi la mia esperienza amministrativa e rimetto il mio mandato per lanciare un appello al sindaco Ignazio Marino, quello di avere la consapevolezza che Ostia non è come tutti gli altri Municipi». Per la procura, Tassone ricorreva «ad un faccendiere che agiva e operava in nome e per suo conto».
Anche nel secondo atto delle indagini su Mafia Capitale, Carminati entra a pieno titolo nelle vicende del litorale. Una mano alla Procura per ricostruire il profilo del “cecato” e il suo «legame con il clan Fasciani di Ostia» la dà il collaboratore di giustizia Roberto Grilli nell’interrogatorio del 17 dicembre 2014.
Grilli ha riferito ai pm di essere rimasto «un attimino sconcertato» dal fatto che sin dal 2008 Massimo Carminati, con il quale «al tempo» non aveva rapporti diretti, si mostrasse al corrente («ah, so che hai incontrato un nostro comune amico, quello che sta al mare») di un tentativo fatto da Carmine Fasciani di coinvolgere lo skipper in un'importazione di stupefacente dalla Spagna (e del rifiuto che quest’ultimo aveva opposto).
L’interpretazione data all’episodio da Grilli («come se Fasciani si fosse rivolto ad altri, cioè avesse fatto sapere a Carminati la sua non contentezza») gli rinsaldava la convinzione dei legami che Carminati vantava nell’ambiente criminale e gli instillava il dubbio di poter essere identificato come «uomo a disposizione» del gruppo da questi rappresentato, privandolo così della sua autonomia («il fatto che alle mie spalle quello (Fasciani. ndr) avverte Carminati…è come se io fossi in dovere di dovere qualcosa a qualcuno che sinceramente non dovevo dà niente a nessuno») e magari rischiare di essere oggetto di interferenze da parte di quel gruppo nell’organizzazione del trasporto di stupefacente.
Grilli – arrestato ad Alghero il 26 settembre 2011 – nell’interrogatorio ha fornito alla Procura ulteriori elementi sul coinvolgimento di Carminati, come intermediario, nell’organizzazione, nell’estate del 2011, dell’importazione di 503 chilogrammi di cocaina dal Sudamerica con l'imbarcazione Kololo II.
La capacità di interlocuzione di Carminati con la criminalità organizzata insediata a Ostia ha trovato nelle parole di Salvatore Buzzi una conferma. Il 6 ottobre 2014, a partire dalle 18.14, gli investigatori captano un dialogo presso la Coop 29 giugno, nel corso del quale Buzzi – nel riepilogare le gare che si erano aggiudicati – parla della possibilità di prendere in concessione uno stabilimento di Ostia ed evidenzia la necessità di parlare con Carminati allo scopo di evitare problemi con la criminalità locale: «Ne devo parlare con Massimo per stà assicurato contro la malavita».
Il fiume di denaro verso Ostia
di Roberto Galullo
Un fiume di denaro verso Ostia ha arricchito politica e mafie. Questa è la convinzione dei pm di Roma con il secondo atto di Mafia Capitale.
E questa è anche la preoccupazione del Comune che il 29 aprile ha nominato l’ex pm Alfonso Sabella commissario del litorale laziale.
I soldi erano principalmente quelli destinati alle gare pubbliche, a partire dalla manutenzione del verde pubblico e della pulizia nelle spiagge (nell’ordinanza si legge di un bando per 1,2 milioni), intercettati dalla rete di cooperative riconducibili agli indagati Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Nel corso della perquisizione effettuata nei confronti di un altro indagato il 2 dicembre 2014 è stata individuata la “gara di Ostia” relativa all’alberatura nei “Lavori a somma urgenza per indagini sulla stabilità delle alberature stradali e conseguenti interventi di potatura. Via di Castel Fusano – via del Mare (tratto Ostia Lido) - Cineland”.
Nell’ordinanza firmata il 29 maggio dal Gip Flavia Costantini si legge di un accordo per convogliare fondi regionali assegnati al Comune verso il X Municipio «presidiato da amministratori compiacenti con Buzzi, perché da lui remunerati» e perché proprio lì, secondo l’accusa, Buzzi «era sicuro di potersi appropriare di tali risorse con l’aiuto del presidente da lui corrotto».
Per far capire quanto Ostia sia diventata un crocevia di traffici politico/criminali, i pm della procura capitolina si soffermano sulle difficoltà incontrate sul litorale dall’organizzazione riferibile a Buzzi e al presunto boss Carminati. L’operazione per piegare la discrezionalità degli amministratori si scontrava, infatti, con gli appetiti economici di altri rappresentanti del consiglio comunale che rivendicavano un potere d’interdizione sull’assegnazione dei lavori, il cui mancato esercizio andava remunerato, cosa, secondo Buzzi, avvenuta.
Il primo, secondo la ricostruzione, a cadere nella catena corruttiva è Andrea Tassone che, dimettendosi dalla carica di presidente del X Municipio il 18 marzo, quando l’onda lunga del primo atto dell’indagine “Mondo di mezzo” stava già travolgendo Ostia, dirà «non ci dimettiamo per lotte intestine o perché abbiamo ricevuto avvisi di garanzia o altro, ma io azzero oggi la mia esperienza amministrativa e rimetto il mio mandato per lanciare un appello al sindaco Ignazio Marino, quello di avere la consapevolezza che Ostia non è come tutti gli altri Municipi». Per la procura, Tassone ricorreva «ad un faccendiere che agiva e operava in nome e per suo conto».
Anche nel secondo atto delle indagini su Mafia Capitale, Carminati entra a pieno titolo nelle vicende del litorale. Una mano alla Procura per ricostruire il profilo del “cecato” e il suo «legame con il clan Fasciani di Ostia» la dà il collaboratore di giustizia Roberto Grilli nell’interrogatorio del 17 dicembre 2014.
Grilli ha riferito ai pm di essere rimasto «un attimino sconcertato» dal fatto che sin dal 2008 Massimo Carminati, con il quale «al tempo» non aveva rapporti diretti, si mostrasse al corrente («ah, so che hai incontrato un nostro comune amico, quello che sta al mare») di un tentativo fatto da Carmine Fasciani di coinvolgere lo skipper in un'importazione di stupefacente dalla Spagna (e del rifiuto che quest’ultimo aveva opposto).
L’interpretazione data all’episodio da Grilli («come se Fasciani si fosse rivolto ad altri, cioè avesse fatto sapere a Carminati la sua non contentezza») gli rinsaldava la convinzione dei legami che Carminati vantava nell’ambiente criminale e gli instillava il dubbio di poter essere identificato come «uomo a disposizione» del gruppo da questi rappresentato, privandolo così della sua autonomia («il fatto che alle mie spalle quello (Fasciani. ndr) avverte Carminati…è come se io fossi in dovere di dovere qualcosa a qualcuno che sinceramente non dovevo dà niente a nessuno») e magari rischiare di essere oggetto di interferenze da parte di quel gruppo nell’organizzazione del trasporto di stupefacente.
Grilli – arrestato ad Alghero il 26 settembre 2011 – nell’interrogatorio ha fornito alla Procura ulteriori elementi sul coinvolgimento di Carminati, come intermediario, nell’organizzazione, nell’estate del 2011, dell’importazione di 503 chilogrammi di cocaina dal Sudamerica con l'imbarcazione Kololo II.
La capacità di interlocuzione di Carminati con la criminalità organizzata insediata a Ostia ha trovato nelle parole di Salvatore Buzzi una conferma. Il 6 ottobre 2014, a partire dalle 18.14, gli investigatori captano un dialogo presso la Coop 29 giugno, nel corso del quale Buzzi – nel riepilogare le gare che si erano aggiudicati – parla della possibilità di prendere in concessione uno stabilimento di Ostia ed evidenzia la necessità di parlare con Carminati allo scopo di evitare problemi con la criminalità locale: «Ne devo parlare con Massimo per stà assicurato contro la malavita».
Repubblica 6.6.15
Soldi, coca e affari la guerra tra bande per spartirsi il mare di Roma
Ostia come laboratorio politico-criminale: Carminati che si allea con il clan Fasciani e alcuni consiglieri comunali capitolini che reclamano ciò che gli spetta
Ed entrano in conflitto con i piani di Buzzi. Dagli appalti fino agli interessi più sporchi
di Attilio Bolzoni
TUTTI vogliono prendersi Ostia.
Con le buone o con le cattive, con la pistola in mano o con rapine mascherate da buon governo. E tutti sono lì, in agguato, per diventare i padroni del mare di Roma. C’è ressa fra il lungomuro e la pineta di Castelporziano. Nelle carte di Mafia Capitale tanti sono i nomi e tanti sono anche gli omissis che annunciano una bufera in quella città nella città che è a trenta chilometri dal Campidoglio.
«Gramazio c’hà fatto avere un sacco di soldi su Ostia e al Municipio de Ostia stanno a preparà gli atti per darli tutti a noi», si rallegra Salvatore Buzzi appena viene a conoscenza che dalla Regione sta arrivando un milione di euro che finirà nelle casse del parlamentino di Andrea Tassone, il mini sindaco che Buzzi considera praticamente di sua proprietà. Pupi e pupari nel teatro delle marionette di Roma mafiosa.
Ma la dependance di Ostia è terra complicata. Con trafficanti di droga che fanno commercio, con Massimo Carminati che stringe alleanza — una delle scoperte più interessanti dell’indagine — con i Fasciani, con l’invadenza molto sospetta di alcuni consiglieri comunali che reclamano ciò che spetta loro di diritto capitolino. Ostia non è solo sacco edilizio e stabilimenti balneari fuorilegva ge, non è solo alberelli da potare per dare qualche mancia ai mendicanti delle circoscrizioni, Ostia si presenta negli atti giudiziari come un laboratorio criminale alle porte di Roma.
Cominciamo dalla politica famelica. Chi comanda lì? Salvatore Buzzi immagina di essere il solo attore protagonista ma racconta al compare Carlo Guarany, il suo vice della 29 giugno: «D’Ausilio me ferma in consiglio comunale e me dice: “Aah, io so che tu stai con Coratti.. le cose.. però ce sono pure io.. le vediamo insieme”... ». Gli risponde Guarany chiarendogli la situazione: «Perché a Ostia c’è la moglie (Emanuela Droghei, assessore alle Politiche Sociali nella minigiunta prima del commissariamento e dell’arrivo di Alfonso Sabella, ndr) de D’Ausilio». Replica Buzzi: «Questo verde deve ritornà tutto a noi, mi devi preparà una scheda di tutti i dossier che c’abbiamo aperti con il Campidoglio, cioè mettendoce campo nomadi…mettendoce sia il quinto che il decimo dipartimento e ci mettiamo anche il Comune de Ostia…poi annamo da D’Ausilio e vedemo quale è il problema.. se il problema è questo». Cosa voleva D’Ausilio da Buzzi? Scrivono i magistrati: «Buzzi riferiva ai propri collaboratori che Francesco D’Ausilio gli aveva sottolineato... che qualsiasi questione relati- all’area di Ostia non poteva prescindere dal suo consenso». Il piano di Buzzi stava urtando contro chi accampava un dominio territoriale su Ostia. Annotano ancora i magistrati: «E si scontrava, a detta di Buzzi, con gli appetiti economici di rappresentanti del consiglio comunale (D’Ausilio) che rivendicavano un potere di interdizione sull’assegnazione dei lavori».
Dagli atti giudiziari affiorano storie che dal lungomuro si intrecciano con la politica romana ridotta a mercato, compare un Carminati intermediario di un carico di 503 chili di coca proveniente dal Sudamerica, si manifestano personaggi apparentemente — al momento — ai margini della grande inchiesta che però sono citati ripetutamente. Uno di questi è proprio il consigliere comunale Francesco D’Ausilio, quello che nell’ottobre del 2014 ha presentato le sue dimissioni da capogruppo del Pd in Campidoglio dopo che qualche mese prima aveva commissionato un sondaggio assai molesto contro il sindaco Ignazio Marino. E se D’Ausilio non risulta indagato (lo è però l’ex segretario Calogero Nucera, «il suo alter ego», precisano gli investigatori), il suo nome riempie molte pagine dell’ordinanza di custodia cautelare di Mafia Capitale. Su mandato del solito Buzzi lo cercavano per avere «consenso in sede di consiglio comunale e di giunta» contro il sindaco per non rimuovere un funzionario (insieme all’ex presidente del consiglio Mirko Coratti e all’ex assessore alla Casa Daniele Ozzimo, tutti e due arrestati) e anche per sensibilizzarlo sulla questione del riconoscimento dei debiti fuori bilancio tanto cara a Buzzi. Ma è su Ostia — dove mai un consigliere del X Municipio ha presenziato una sola volta al processo dei Fasciani, il Comune di Roma era parte civile — che si concentrano molte attenzioni di D’Ausilio provocando l’ira di Buzzi. Un giorno sbotta al telefono con Paolo Salvi, il braccio destro di Tassone: «Martedì devo incontrare Figurelli (il segretario di Coratti, ndr) e Coratti che m’hanno convocato per questa storia di Lucera che mi ha rotto il cazzo. Perché D’Ausilio si è messo in testa che è lui che deve decidere sulle cooperative: chi vince e chi perde».
Questo c’è scritto nelle carte. Il consigliere D’Ausilio saprà certamente fornire una versione diversa, da quella di Buzzi e degli stessi magistrati inquirenti, sul ruolo che gli attribuiscono in Campidoglio. Per quanto riguarda Ostia, registriamo nel web la sua ultima denuncia il 25 maggio scorso. Contro il portale istituzionale www.turismoroma.it: «Ho notato che in tema di telline si è colpevolmente dimenticato di citare Ostia, per quanto quelle di Fiumicino e addirittura di Anzio, siano indubbiamente degne di nota, credo che il litorale laziale non possa prescindere dall’esperienza ostiense e dai suoi itinerari culinari. Ho già scritto all’assessore Marinelli per segnalare questa svista, è giusto che il portale del turismo di Roma Capitale renda onore al merito». Onore al merito.
Dalla politica del X Municipio sino agli affari più «sporchi» di Ostia. C’è un testimone che spiega come Carmine Fasciani gli aveva proposto di trasportare stupefacenti dalla Spagna, si chiama Roberto Grilli e fa lo skipper. Lui rifiutò ma Massimo Carminati gli disse: «So che hai incontrato un nostro comune amico, quello che sta al mare». Era proprio Carmine Fasciani. Lo skipper non sapeva dei business fra Carminati e Fasciani, come non ne avevano prova certa neanche i carabinieri. Poi Grilli svela di una traversata atlantica sull’imbarcazione Kololo II, nell’autunno 2014. Nelle stive del bastimento c’era più di mezza tonnellata di coca, intermediario Carminati. Un’altra scoperta. Nelle conversazioni intercettate er cecato diceva a tutti: «Quella storia della droga... eh.. bisogna essere onesti, la storia della droga è della stampa.. ma chi c’ha avuto mai a che fare.. lo sanno bene che la droga c’ha sempre fatto schifo.. io la droga non l’ho mai venduta».
Soldi, coca e affari la guerra tra bande per spartirsi il mare di Roma
Ostia come laboratorio politico-criminale: Carminati che si allea con il clan Fasciani e alcuni consiglieri comunali capitolini che reclamano ciò che gli spetta
Ed entrano in conflitto con i piani di Buzzi. Dagli appalti fino agli interessi più sporchi
di Attilio Bolzoni
TUTTI vogliono prendersi Ostia.
Con le buone o con le cattive, con la pistola in mano o con rapine mascherate da buon governo. E tutti sono lì, in agguato, per diventare i padroni del mare di Roma. C’è ressa fra il lungomuro e la pineta di Castelporziano. Nelle carte di Mafia Capitale tanti sono i nomi e tanti sono anche gli omissis che annunciano una bufera in quella città nella città che è a trenta chilometri dal Campidoglio.
«Gramazio c’hà fatto avere un sacco di soldi su Ostia e al Municipio de Ostia stanno a preparà gli atti per darli tutti a noi», si rallegra Salvatore Buzzi appena viene a conoscenza che dalla Regione sta arrivando un milione di euro che finirà nelle casse del parlamentino di Andrea Tassone, il mini sindaco che Buzzi considera praticamente di sua proprietà. Pupi e pupari nel teatro delle marionette di Roma mafiosa.
Ma la dependance di Ostia è terra complicata. Con trafficanti di droga che fanno commercio, con Massimo Carminati che stringe alleanza — una delle scoperte più interessanti dell’indagine — con i Fasciani, con l’invadenza molto sospetta di alcuni consiglieri comunali che reclamano ciò che spetta loro di diritto capitolino. Ostia non è solo sacco edilizio e stabilimenti balneari fuorilegva ge, non è solo alberelli da potare per dare qualche mancia ai mendicanti delle circoscrizioni, Ostia si presenta negli atti giudiziari come un laboratorio criminale alle porte di Roma.
Cominciamo dalla politica famelica. Chi comanda lì? Salvatore Buzzi immagina di essere il solo attore protagonista ma racconta al compare Carlo Guarany, il suo vice della 29 giugno: «D’Ausilio me ferma in consiglio comunale e me dice: “Aah, io so che tu stai con Coratti.. le cose.. però ce sono pure io.. le vediamo insieme”... ». Gli risponde Guarany chiarendogli la situazione: «Perché a Ostia c’è la moglie (Emanuela Droghei, assessore alle Politiche Sociali nella minigiunta prima del commissariamento e dell’arrivo di Alfonso Sabella, ndr) de D’Ausilio». Replica Buzzi: «Questo verde deve ritornà tutto a noi, mi devi preparà una scheda di tutti i dossier che c’abbiamo aperti con il Campidoglio, cioè mettendoce campo nomadi…mettendoce sia il quinto che il decimo dipartimento e ci mettiamo anche il Comune de Ostia…poi annamo da D’Ausilio e vedemo quale è il problema.. se il problema è questo». Cosa voleva D’Ausilio da Buzzi? Scrivono i magistrati: «Buzzi riferiva ai propri collaboratori che Francesco D’Ausilio gli aveva sottolineato... che qualsiasi questione relati- all’area di Ostia non poteva prescindere dal suo consenso». Il piano di Buzzi stava urtando contro chi accampava un dominio territoriale su Ostia. Annotano ancora i magistrati: «E si scontrava, a detta di Buzzi, con gli appetiti economici di rappresentanti del consiglio comunale (D’Ausilio) che rivendicavano un potere di interdizione sull’assegnazione dei lavori».
Dagli atti giudiziari affiorano storie che dal lungomuro si intrecciano con la politica romana ridotta a mercato, compare un Carminati intermediario di un carico di 503 chili di coca proveniente dal Sudamerica, si manifestano personaggi apparentemente — al momento — ai margini della grande inchiesta che però sono citati ripetutamente. Uno di questi è proprio il consigliere comunale Francesco D’Ausilio, quello che nell’ottobre del 2014 ha presentato le sue dimissioni da capogruppo del Pd in Campidoglio dopo che qualche mese prima aveva commissionato un sondaggio assai molesto contro il sindaco Ignazio Marino. E se D’Ausilio non risulta indagato (lo è però l’ex segretario Calogero Nucera, «il suo alter ego», precisano gli investigatori), il suo nome riempie molte pagine dell’ordinanza di custodia cautelare di Mafia Capitale. Su mandato del solito Buzzi lo cercavano per avere «consenso in sede di consiglio comunale e di giunta» contro il sindaco per non rimuovere un funzionario (insieme all’ex presidente del consiglio Mirko Coratti e all’ex assessore alla Casa Daniele Ozzimo, tutti e due arrestati) e anche per sensibilizzarlo sulla questione del riconoscimento dei debiti fuori bilancio tanto cara a Buzzi. Ma è su Ostia — dove mai un consigliere del X Municipio ha presenziato una sola volta al processo dei Fasciani, il Comune di Roma era parte civile — che si concentrano molte attenzioni di D’Ausilio provocando l’ira di Buzzi. Un giorno sbotta al telefono con Paolo Salvi, il braccio destro di Tassone: «Martedì devo incontrare Figurelli (il segretario di Coratti, ndr) e Coratti che m’hanno convocato per questa storia di Lucera che mi ha rotto il cazzo. Perché D’Ausilio si è messo in testa che è lui che deve decidere sulle cooperative: chi vince e chi perde».
Questo c’è scritto nelle carte. Il consigliere D’Ausilio saprà certamente fornire una versione diversa, da quella di Buzzi e degli stessi magistrati inquirenti, sul ruolo che gli attribuiscono in Campidoglio. Per quanto riguarda Ostia, registriamo nel web la sua ultima denuncia il 25 maggio scorso. Contro il portale istituzionale www.turismoroma.it: «Ho notato che in tema di telline si è colpevolmente dimenticato di citare Ostia, per quanto quelle di Fiumicino e addirittura di Anzio, siano indubbiamente degne di nota, credo che il litorale laziale non possa prescindere dall’esperienza ostiense e dai suoi itinerari culinari. Ho già scritto all’assessore Marinelli per segnalare questa svista, è giusto che il portale del turismo di Roma Capitale renda onore al merito». Onore al merito.
Dalla politica del X Municipio sino agli affari più «sporchi» di Ostia. C’è un testimone che spiega come Carmine Fasciani gli aveva proposto di trasportare stupefacenti dalla Spagna, si chiama Roberto Grilli e fa lo skipper. Lui rifiutò ma Massimo Carminati gli disse: «So che hai incontrato un nostro comune amico, quello che sta al mare». Era proprio Carmine Fasciani. Lo skipper non sapeva dei business fra Carminati e Fasciani, come non ne avevano prova certa neanche i carabinieri. Poi Grilli svela di una traversata atlantica sull’imbarcazione Kololo II, nell’autunno 2014. Nelle stive del bastimento c’era più di mezza tonnellata di coca, intermediario Carminati. Un’altra scoperta. Nelle conversazioni intercettate er cecato diceva a tutti: «Quella storia della droga... eh.. bisogna essere onesti, la storia della droga è della stampa.. ma chi c’ha avuto mai a che fare.. lo sanno bene che la droga c’ha sempre fatto schifo.. io la droga non l’ho mai venduta».
Repubblica 6.6.15
Alfonso Sabella
L’assessore alla Legalità a Roma: amareggia vedere che alcuni consiglieri della Capitale si sono venduti per mille euro al mese
Non ha idea di quante carte false, truccate, ho trovato e non solo della giunta Alemanno
“I dirigenti corrotti ancora in Comune il Parlamento ci dia i poteri per cacciarli”
intervista di Giovanna Vitale
ROMA Alfonso. Sabella, con il suo passato da pm antimafia non prova imbarazzo a stare dentro un’amministrazione così pesantemente compromessa?
«Io sto qua dentro proprio perché era così compromessa, altrimenti non avrebbe avuto senso nominare un assessore alla Legalità. Quando il sindaco Marino mi ha chiamato, sei mesi fa, ho accettato per puro spirito di servizio. Ho rinunciato a metà del mio stipendio per curare l’infezione che stava uccidendo il Campidoglio. Perciò lascia l’amaro in bocca vedere che a Roma la politica si è venduta per un piatto di lenticche: gente che per mille euro al mese ha tradito la fiducia di migliaia di cittadini».
Per anni è stato magistrato, ora fa l’amministratore: come possono le istituzioni arrivare prima dei giudici?
«Bella domanda. Da amministratore hai una visione privilegiata, puoi vedere le carte, accorgerti del malaffare prima che diventi sistema, però in concreto non hai gli stessi strumenti della magistratura, non puoi fare intercettazioni, pedinamenti, verifiche patrimoniali, emettere misure cautelari. Ecco perché ora il Parlamento deve mettersi una mano sulla coscienza e dotare la pubblica amministrazione dei poteri necessari per combattere la corruzione che è il carburante delle bande criminali».
Ce lo vede Marino nei panni dell’investigatore che pedina o ammanetta qualcuno?
«Ai tempi di Tangentopoli Pier Camillo Davigo mi raccontò un aneddoto: “Se io invito a casa un amico e vedo che si porta via l’argenteria, io non aspetto la sentenza passata in giudicato per non invitarlo più a pranzo”. Ecco, con il sistema normativo che abbiamo in Italia, sei io mi accorgo che un determinato dirigente non fa bene il suo lavoro o è corrotto, non posso fare nulla, lo devo tenere, è arduo persino trasferirlo».
Bisogna aspettare la sentenza definitiva.
«Sì, lo devi continuare a invitare a pranzo. L’unica cosa che si può fare è farlo mangiare in un’altra stanza, ma la tavola gliela devi sempre apparecchiare con l’argenteria. Prenda tutti i burocrati indagati per Mafia Capitale: sono ancora dirigenti del Comune, anche se non nello stesso posto dove avrebbero commesso gli illeciti».
Anche a Ostia, dove lei è commissario dopo le dimissioni del presidente indagato, voleva trasferire il direttore.
«Avevo forti sospetti sul suo operato: troppi lavori affidati in somma urgenza, troppi atti scadenti. È stato trasferito, ma lui ha fatto ricorso al Tar ed è stato reintegrato. In Italia è la normalità. Ma così non si può andare avanti. E lo dico da giudice».
Cosa bisognerebbe fare?
«Modificare la legge, dare alla pubblica amministrazione la possibilità di non invitare più a pranzo i dipendenti di cui non si fidano, che hanno commesso irregolarità o sono incapaci. E se finisce in carcere, non deve ricevere lo stipendio».
Prima ancora che la sentenza sia passata in giudicato?
«Nelle more, si potrebbe evitare di retribuirlo. Quando c’è fondato motivo di ritenere che un dipendente è infedele, siccome non posso cacciarlo, almeno che perda il diritto a essere pagato dall’amministrazione che ha tradito».
Di cosa ha bisogno Roma, adesso, per guarire?
«Di un anno zero. Non ha idea di quante carte false, truccate, aggiustate ho trovato: e non solo della giunta Alemanno».
Per questo gira con la pistola?
«Me la sono portata un paio di volte, a Ostia, ma non giro per il municipio armato. È una precauzione. Ma non mi chieda perché. Quello lo tengo per me».
Alfonso Sabella
L’assessore alla Legalità a Roma: amareggia vedere che alcuni consiglieri della Capitale si sono venduti per mille euro al mese
Non ha idea di quante carte false, truccate, ho trovato e non solo della giunta Alemanno
“I dirigenti corrotti ancora in Comune il Parlamento ci dia i poteri per cacciarli”
intervista di Giovanna Vitale
ROMA Alfonso. Sabella, con il suo passato da pm antimafia non prova imbarazzo a stare dentro un’amministrazione così pesantemente compromessa?
«Io sto qua dentro proprio perché era così compromessa, altrimenti non avrebbe avuto senso nominare un assessore alla Legalità. Quando il sindaco Marino mi ha chiamato, sei mesi fa, ho accettato per puro spirito di servizio. Ho rinunciato a metà del mio stipendio per curare l’infezione che stava uccidendo il Campidoglio. Perciò lascia l’amaro in bocca vedere che a Roma la politica si è venduta per un piatto di lenticche: gente che per mille euro al mese ha tradito la fiducia di migliaia di cittadini».
Per anni è stato magistrato, ora fa l’amministratore: come possono le istituzioni arrivare prima dei giudici?
«Bella domanda. Da amministratore hai una visione privilegiata, puoi vedere le carte, accorgerti del malaffare prima che diventi sistema, però in concreto non hai gli stessi strumenti della magistratura, non puoi fare intercettazioni, pedinamenti, verifiche patrimoniali, emettere misure cautelari. Ecco perché ora il Parlamento deve mettersi una mano sulla coscienza e dotare la pubblica amministrazione dei poteri necessari per combattere la corruzione che è il carburante delle bande criminali».
Ce lo vede Marino nei panni dell’investigatore che pedina o ammanetta qualcuno?
«Ai tempi di Tangentopoli Pier Camillo Davigo mi raccontò un aneddoto: “Se io invito a casa un amico e vedo che si porta via l’argenteria, io non aspetto la sentenza passata in giudicato per non invitarlo più a pranzo”. Ecco, con il sistema normativo che abbiamo in Italia, sei io mi accorgo che un determinato dirigente non fa bene il suo lavoro o è corrotto, non posso fare nulla, lo devo tenere, è arduo persino trasferirlo».
Bisogna aspettare la sentenza definitiva.
«Sì, lo devi continuare a invitare a pranzo. L’unica cosa che si può fare è farlo mangiare in un’altra stanza, ma la tavola gliela devi sempre apparecchiare con l’argenteria. Prenda tutti i burocrati indagati per Mafia Capitale: sono ancora dirigenti del Comune, anche se non nello stesso posto dove avrebbero commesso gli illeciti».
Anche a Ostia, dove lei è commissario dopo le dimissioni del presidente indagato, voleva trasferire il direttore.
«Avevo forti sospetti sul suo operato: troppi lavori affidati in somma urgenza, troppi atti scadenti. È stato trasferito, ma lui ha fatto ricorso al Tar ed è stato reintegrato. In Italia è la normalità. Ma così non si può andare avanti. E lo dico da giudice».
Cosa bisognerebbe fare?
«Modificare la legge, dare alla pubblica amministrazione la possibilità di non invitare più a pranzo i dipendenti di cui non si fidano, che hanno commesso irregolarità o sono incapaci. E se finisce in carcere, non deve ricevere lo stipendio».
Prima ancora che la sentenza sia passata in giudicato?
«Nelle more, si potrebbe evitare di retribuirlo. Quando c’è fondato motivo di ritenere che un dipendente è infedele, siccome non posso cacciarlo, almeno che perda il diritto a essere pagato dall’amministrazione che ha tradito».
Di cosa ha bisogno Roma, adesso, per guarire?
«Di un anno zero. Non ha idea di quante carte false, truccate, aggiustate ho trovato: e non solo della giunta Alemanno».
Per questo gira con la pistola?
«Me la sono portata un paio di volte, a Ostia, ma non giro per il municipio armato. È una precauzione. Ma non mi chieda perché. Quello lo tengo per me».
Repubblica 6.6.15
La mafia a Roma
Il grande accordo tra coop bianche e rosse
L’appalto da 12 milioni per il centro di Castelnuovo di Porto spartito tra il ras della 29 giugno e La Cascina vicina a Cl Carminati: “L’importante è mangiarsi un pezzo di caciotta”. I pm: patto tra destra e sinistra per la torta milionaria
di Maria Elena Vincenzi
ROMAAlla fine l’importante era «magnasse un pezzo di caciotta», per dirla con le parole di Massimo Carminati. Era questo l’unica cosa che interessava a tutti. E per «magnasse la caciotta», si poteva fare di tutto, persino superare le barriere culturali ed ideologiche che dividono le cooperative bianche da quelle rosse. Che sono cose di altri tempi, leggendo le carte di Mafia Capitale: l’ordinanza è piena di esempi di affari fatti tra rossi e bianchi, di spartizioni di torte, di accordi sugli appalti. Ovviamente in barba all’ideologia e anche a qualsiasi regola d’asta. Ma non importava: bisognava arrivare alla caciotta. Ecco così che l’ex comunista Salvatore Buzzi fa affari con i ciellini de La Cascina. Le due coop si sono spartite la gestione del Cara di Castelnuovo di Porto, 12 milioni di euro di bando, ripartito secondo la filosofia di Buzzi: « Nun ce famo la guerra, famo un accordo». Poi ci sono una serie di cooperative sociali che vengono coinvolte nel piano e che non hanno un colore politico, tanto che la lista degli indagati tra gli uomini delle cooperative è davvero lunga.
«IO NON VENGO SUL TUO, TU NON VIENI SUL MIO».
Estate del 2014: il Campidoglio indice una gara per l’assegnazione di una serie di servizi per l’accoglienza di 580 persone nel residence di Valcannuta. Valore dell’affare: 1 milione 600 mila euro. Buzzi sa bene che cosa deve fare: vincere. E per esserne certo non vuole concorrenti. Tanto che, scrivono i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, «iniziava un’attività intesa a contattare gli altri concorrenti, per definire i reciproci accordi di desistenza sulle diverse gare ovvero per spingere sui loro rappresentanti a non partecipare alla gara». Tra quelle che Buzzi chiama, c’è Un Sorriso, guidata da Gabriella Errico (indagata e perquisita). Poche ore dopo, il ras delle cooperative riporta a Carminati la conversazione.
B: «du calci in culo.... ti ammazzo....io non vengo sul tuo, tu non vieni sul mio e nessuno va su nessuno».
C: «Nessuno va su nessuno, certo».
B: «E l’unico che c’avevamo che poteva andare su qualcosa perché non c’aveva un cazzo gli ho detto: “stattene a casa. Il prossimo giro troveremo qualcosa anche per te”... eccolo qua, vedi, questo è Pulcini, Progetto Recupero, Un Sorriso, Osa Major, Ambiente Lavoro Eriches ed Inopera. Inopera l’ho fermati che so’ amici».
C: «Ah».
B: «Questi semo noi, Osa Major eh... so’ i preti... questi so amici l’ho fermati....Progetto Recupero è sto stronzo di Amore (Fabrizio, indagato, ndr ) però siccome pure lui c’ha il residence suo...».
La gara viene vinta dalla Eriches 29 di Buzzi che ai suoi dice: «Per l’emergenza abitativa allora noi, praticamente, ci siamo fatti tanti debiti, davvero tanti debiti, perché si so’ fermati tutti. I peggiori sono stati tutti fermati».
«CE LI LASCI DUE MILIONI A NOI?»
Un’altra spartizione riguarda la gara del servizio Cup della Regione, un bando da quasi 92milioni. Affarone sul quale, questo lo spirito di Buzzi, devono guadagnarci tutti. Lui in particolare. Il braccio imprenditoriale di Carminati vuole due lotti, ma non può concorrere. È così che si rivolge a Mario Monge, presidente della Sol.co. Il 14 maggio 2014 viene registrata nell’ufficio di Buzzi alla 29 giugno, una conversazione tra Monge e Buzzi.
M: «No ma...non volevano neanche farci entrare nel...».
B: «Vanno in opposizione unita....io ho incontrato tutta l’opposizione.... Forza Italia, Ncd e Fratelli d’Italia e questo lotto se lo intesterebbero loro... quindi non può figura’ 29 Giugno, figura Sol.co con Formula Sociale».
Chiosano i pm: «Il colloquio rivela l’esistenza di un accordo tra le forze politiche di destra e di sinistra, vale a dire tra quelle di maggioranza e di opposizione, sulla spartizione dei singoli lotti i quali dovevano essere assegnati a società vicine all’uno e all’altro schieramento politico, in maniera predefinita». Tra le persone contattate c’è anche Maurizio Marotta, presidente della Cooperativa Capodarco, uomo che, secondo i carabinieri del Ros, risulta avere rapporti conflittuali e interessi contrapposti a Salvatore Buzzi. Eppure anche loro, sostiene l’accusa, avrebbero partecipato alla spartizione. Come spiega lo stesso Buzzi. «Allora, praticamente, noi c’avemo sui centri di prenotazione della Asl, un lavoro da 2 milioni come Formula Sociale... forse pure meno... è uscita la gara regionale, dove Marotta Capodarco c’avevano da difende il 60-70% del fatturato che facevano. Gli abbiamo detto: “Scusa ce la facciamo insieme, ci li lasci due milioni a noi?»... dice: “Ah, no, a me me lo devono dì”. E non ce l’ha voluto lascià. Marotta ne pigliava due e il quarto noi... e allora ha fatto fuoco e fiamme, è andato a parlare da Gramazio che li voleva tutti e quattro». Ma anche in questo caso, però, l’affare va come vuole Buzzi. E la cosa ha insospettito gli inquirenti che hanno perquisito anche Capodarco.
La mafia a Roma
Il grande accordo tra coop bianche e rosse
L’appalto da 12 milioni per il centro di Castelnuovo di Porto spartito tra il ras della 29 giugno e La Cascina vicina a Cl Carminati: “L’importante è mangiarsi un pezzo di caciotta”. I pm: patto tra destra e sinistra per la torta milionaria
di Maria Elena Vincenzi
ROMAAlla fine l’importante era «magnasse un pezzo di caciotta», per dirla con le parole di Massimo Carminati. Era questo l’unica cosa che interessava a tutti. E per «magnasse la caciotta», si poteva fare di tutto, persino superare le barriere culturali ed ideologiche che dividono le cooperative bianche da quelle rosse. Che sono cose di altri tempi, leggendo le carte di Mafia Capitale: l’ordinanza è piena di esempi di affari fatti tra rossi e bianchi, di spartizioni di torte, di accordi sugli appalti. Ovviamente in barba all’ideologia e anche a qualsiasi regola d’asta. Ma non importava: bisognava arrivare alla caciotta. Ecco così che l’ex comunista Salvatore Buzzi fa affari con i ciellini de La Cascina. Le due coop si sono spartite la gestione del Cara di Castelnuovo di Porto, 12 milioni di euro di bando, ripartito secondo la filosofia di Buzzi: « Nun ce famo la guerra, famo un accordo». Poi ci sono una serie di cooperative sociali che vengono coinvolte nel piano e che non hanno un colore politico, tanto che la lista degli indagati tra gli uomini delle cooperative è davvero lunga.
«IO NON VENGO SUL TUO, TU NON VIENI SUL MIO».
Estate del 2014: il Campidoglio indice una gara per l’assegnazione di una serie di servizi per l’accoglienza di 580 persone nel residence di Valcannuta. Valore dell’affare: 1 milione 600 mila euro. Buzzi sa bene che cosa deve fare: vincere. E per esserne certo non vuole concorrenti. Tanto che, scrivono i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, «iniziava un’attività intesa a contattare gli altri concorrenti, per definire i reciproci accordi di desistenza sulle diverse gare ovvero per spingere sui loro rappresentanti a non partecipare alla gara». Tra quelle che Buzzi chiama, c’è Un Sorriso, guidata da Gabriella Errico (indagata e perquisita). Poche ore dopo, il ras delle cooperative riporta a Carminati la conversazione.
B: «du calci in culo.... ti ammazzo....io non vengo sul tuo, tu non vieni sul mio e nessuno va su nessuno».
C: «Nessuno va su nessuno, certo».
B: «E l’unico che c’avevamo che poteva andare su qualcosa perché non c’aveva un cazzo gli ho detto: “stattene a casa. Il prossimo giro troveremo qualcosa anche per te”... eccolo qua, vedi, questo è Pulcini, Progetto Recupero, Un Sorriso, Osa Major, Ambiente Lavoro Eriches ed Inopera. Inopera l’ho fermati che so’ amici».
C: «Ah».
B: «Questi semo noi, Osa Major eh... so’ i preti... questi so amici l’ho fermati....Progetto Recupero è sto stronzo di Amore (Fabrizio, indagato, ndr ) però siccome pure lui c’ha il residence suo...».
La gara viene vinta dalla Eriches 29 di Buzzi che ai suoi dice: «Per l’emergenza abitativa allora noi, praticamente, ci siamo fatti tanti debiti, davvero tanti debiti, perché si so’ fermati tutti. I peggiori sono stati tutti fermati».
«CE LI LASCI DUE MILIONI A NOI?»
Un’altra spartizione riguarda la gara del servizio Cup della Regione, un bando da quasi 92milioni. Affarone sul quale, questo lo spirito di Buzzi, devono guadagnarci tutti. Lui in particolare. Il braccio imprenditoriale di Carminati vuole due lotti, ma non può concorrere. È così che si rivolge a Mario Monge, presidente della Sol.co. Il 14 maggio 2014 viene registrata nell’ufficio di Buzzi alla 29 giugno, una conversazione tra Monge e Buzzi.
M: «No ma...non volevano neanche farci entrare nel...».
B: «Vanno in opposizione unita....io ho incontrato tutta l’opposizione.... Forza Italia, Ncd e Fratelli d’Italia e questo lotto se lo intesterebbero loro... quindi non può figura’ 29 Giugno, figura Sol.co con Formula Sociale».
Chiosano i pm: «Il colloquio rivela l’esistenza di un accordo tra le forze politiche di destra e di sinistra, vale a dire tra quelle di maggioranza e di opposizione, sulla spartizione dei singoli lotti i quali dovevano essere assegnati a società vicine all’uno e all’altro schieramento politico, in maniera predefinita». Tra le persone contattate c’è anche Maurizio Marotta, presidente della Cooperativa Capodarco, uomo che, secondo i carabinieri del Ros, risulta avere rapporti conflittuali e interessi contrapposti a Salvatore Buzzi. Eppure anche loro, sostiene l’accusa, avrebbero partecipato alla spartizione. Come spiega lo stesso Buzzi. «Allora, praticamente, noi c’avemo sui centri di prenotazione della Asl, un lavoro da 2 milioni come Formula Sociale... forse pure meno... è uscita la gara regionale, dove Marotta Capodarco c’avevano da difende il 60-70% del fatturato che facevano. Gli abbiamo detto: “Scusa ce la facciamo insieme, ci li lasci due milioni a noi?»... dice: “Ah, no, a me me lo devono dì”. E non ce l’ha voluto lascià. Marotta ne pigliava due e il quarto noi... e allora ha fatto fuoco e fiamme, è andato a parlare da Gramazio che li voleva tutti e quattro». Ma anche in questo caso, però, l’affare va come vuole Buzzi. E la cosa ha insospettito gli inquirenti che hanno perquisito anche Capodarco.
Corriere 6.6.15
Mafia Capitale. Affari di famiglia
Imprese edili, finanziarie, circoli nautici, radio
L’impero dei Pulcini tra business e inchieste
di Sergio Rizzo
«Non c’è problema», si dice a Roma. La frase vale più di qualsiasi stretta di mano, promessa davanti a testimoni, contratto firmato. Come Luca Odevaine faceva intendere per telefono il 17 marzo 2014 al suo interlocutore Gerardo Addeo: «Il padre di... di Daniele... m’ha detto: guarda non c’è problema... mi dici... e lo facciamo...». In quella telefonata i magistrati che indagano su Mafia Capitale intravedono elementi pesanti. Indizi del fatto che le presunte tangenti pagate dal gruppo La Cascina a Odevaine per l’aggiudicazione dei servizi al centro di accoglienza profughi Cara di Mineo (dal quale Odevaine è stato poi perfino assunto come dirigente) sarebbero state giustificate formalmente con fatture per operazioni inesistenti. Niente di particolarmente creativo, insomma. Ma efficace, sì. E qui, in un decreto di perquisizione firmato il 29 maggio dalla procura di Roma, spuntano i nomi di Antonio e Daniele Pulcini, padre e figlio.
Il cognome ispira tenerezza, ma non inganni. La famiglia Pulcini è una specie di rompighiaccio con il motore in Lussemburgo: dove ha sede la holding tentacolare Antonio Pulcini group sa. Perché da lontano il panorama si ammira meglio. Ed è un panorama decisamente impressionante. Un centinaio di società, imprese di costruzioni, immobiliari, finanziarie, consorzi, circoli nautici: perfino una radio che a Roma fra i malati di calcio va per la maggiore.
Difficile definire lo spessore finanziario di un impero dai confini impalpabili. Di sicuro c’è che la storia dei Pulcini ha tratti di similitudine con la letteratura urbana del moderno Sacco di Roma e dei suoi protagonisti più sfrontati. Uno slalom infinito fra affari e politica. Così spericolato da dover mettere nel conto tanti incidenti di percorso.
Adesso Daniele è finito ai domiciliari per gli alloggi dell’emergenza abitativa. Alloggi da destinare agli indigenti che il gruppo Pulcini aveva affittato al Comune di Roma. A prezzi siderali. Basta dire che per gli 84 appartamenti di vicolo del Casale Lumbroso il Campidoglio ha pagato quasi 2,7 milioni l’anno. Il che significa 2.669 euro al mese per ciascuno di essi. Un business enorme: un quinto degli alloggi affittati dal Comune per l’emergenza abitativa è dei Pulcini, per un fatturato di nove milioni l’anno.
E poi un video che gli è costato altri domiciliari appena pochi mesi fa. Girato per scherzo, si è detto. Ma intanto si vede Daniele Pulcini che consegna a un mediatore un pacco di soldi. «Contali, che poi non ti torna», gli fa. Nel passaggio di denaro, sostengono i magistrati, ci sarebbe di mezzo la concessione alla Flora Energy di Pulcini junior per la costruzione di un parcheggio a piazzale Clodio. «Contali», insiste Daniele, «te li sei presi tutti tu». E l’altro: «Magari, me ne andavo alle Hawaii..». Invece si è trovato anche lui ai domiciliari. Alla faccia dello scherzo.
Non è stato uno scherzo nemmeno la condanna a un anno e quattro mesi che qualche settimana prima di questa disavventura gli aveva appioppato il tribunale per lesioni, ingiurie e minacce all’ex moglie Claudia Montanarini, già tronista di Uomini & Donne. In precedenza era toccato a lei assaggiare i domiciliari con l’accusa di aver minacciato la compagna dell’ex marito. Lui si dichiara innocente: «Non sono uno sposo perfetto ma non ho mai toccato Claudia».
E non si sa nemmeno se da ragazzo fosse uno studente modello, Daniele. Per quanto di quel procedimento giudiziario si siano perse le tracce da anni. Dieci anni fa insieme a suo fratello Gabriele, di un anno appena più grande, è scivolato in una inchiesta giudiziaria sulla compravendita di esami alla facoltà di Giurisprudenza della Sapienza. Soldi in cambio di voti, accusarono i magistrati, secondo cui «cinturini» era il nome in codice delle mazzette. «Quali mazzette e mazzette! Erano cinturini di orologi», argomentò la difesa. Cinturini, pensate un po’. Senza impedire che i due nel 2008 venissero rinviati a giudizio. Da allora, più nessuna notizia.
Ma siccome il mondo è davvero piccolo, l’ironia della sorte ha voluto che un’accusa identica sia stata mossa anche a Marco Di Stefano. Come ha raccontato Fiorenza Sarzanini sul Corriere , i magistrati sospettano che pure il deputato del Pd abbia comprato degli esami. Ma in un’altra università, almeno. Parliamo, ovviamente, dello stesso Di Stefano sospettato di aver incassato una tangente milionaria dai Pulcini per favorire l’affitto a costi astronomici da parte della Regione di un loro immobile da adibire alla sede della società controllata Lazio service.
Precisazione d’obbligo: tutte queste inchieste sono in corso e la presunzione d’innocenza finché non intervengano condanne definitive dev’essere sempre rispettata. Ma è impossibile ignorare lo scenario che fa da contorno a questa saga affaristica. Daniele Pulcini e suo fratello Gabriele, nati rispettivamente nel 1972 e nel 1971, vanno ancora alle elementari quando papà Antonio con il sostegno della sorella Rita si lancia anima e corpo nell’offensiva immobiliare di Poltu Quatu. Operazione che per gli ambientalisti altro non è che una feroce speculazione in uno degli angoli più belli della costa sarda: non allo stesso modo, ovviamente, la giudicheranno i politici della prima e della seconda repubblica che di Pulcini apprezzeranno in quel paradiso l’ospitalità balneare.
I figli di Antonio e sua moglie Maria Bice Asara ancora non frequentano l’università quando Pulcini senior, classe 1943, spunta nell’ affaire Italsanità, la società pubblica che dovrebbe affittare da alcuni privati immobili da destinare a residenze per anziani. Una vicenda così torbida da concludersi ancora prima di cominciare.
Ma papà Antonio non è tipo da farsi impressionare. Lui è già all’opera dalle parti di Acilia, dove ha messo le mani su una enorme area agricola già della Federconsorzi a cui è stata provvidenzialmente cambiata destinazione d’uso. Il suo partner in quel frangente si chiama Salvatore Ligresti, che poi uscirà di scena. I soldi invece arrivano dal Banco di Napoli. Che si troverà esposto con il gruppo Pulcini per l’incredibile cifra di 700 miliardi di lire. Esposizione che darà un contributo non trascurabile al crac del Banco di Napoli, come si evincerà dalla ustionante relazione degli ispettori di Bankitalia. E non sarà l’unica ferita. La più dolorosa, per un territorio già messo a dura prova dal partito del cemento, sono i 1.347 appartamenti del complesso Terrazze del Presidente, sanati con 1.347 condoni edilizi.
Mafia Capitale. Affari di famiglia
Imprese edili, finanziarie, circoli nautici, radio
L’impero dei Pulcini tra business e inchieste
di Sergio Rizzo
«Non c’è problema», si dice a Roma. La frase vale più di qualsiasi stretta di mano, promessa davanti a testimoni, contratto firmato. Come Luca Odevaine faceva intendere per telefono il 17 marzo 2014 al suo interlocutore Gerardo Addeo: «Il padre di... di Daniele... m’ha detto: guarda non c’è problema... mi dici... e lo facciamo...». In quella telefonata i magistrati che indagano su Mafia Capitale intravedono elementi pesanti. Indizi del fatto che le presunte tangenti pagate dal gruppo La Cascina a Odevaine per l’aggiudicazione dei servizi al centro di accoglienza profughi Cara di Mineo (dal quale Odevaine è stato poi perfino assunto come dirigente) sarebbero state giustificate formalmente con fatture per operazioni inesistenti. Niente di particolarmente creativo, insomma. Ma efficace, sì. E qui, in un decreto di perquisizione firmato il 29 maggio dalla procura di Roma, spuntano i nomi di Antonio e Daniele Pulcini, padre e figlio.
Il cognome ispira tenerezza, ma non inganni. La famiglia Pulcini è una specie di rompighiaccio con il motore in Lussemburgo: dove ha sede la holding tentacolare Antonio Pulcini group sa. Perché da lontano il panorama si ammira meglio. Ed è un panorama decisamente impressionante. Un centinaio di società, imprese di costruzioni, immobiliari, finanziarie, consorzi, circoli nautici: perfino una radio che a Roma fra i malati di calcio va per la maggiore.
Difficile definire lo spessore finanziario di un impero dai confini impalpabili. Di sicuro c’è che la storia dei Pulcini ha tratti di similitudine con la letteratura urbana del moderno Sacco di Roma e dei suoi protagonisti più sfrontati. Uno slalom infinito fra affari e politica. Così spericolato da dover mettere nel conto tanti incidenti di percorso.
Adesso Daniele è finito ai domiciliari per gli alloggi dell’emergenza abitativa. Alloggi da destinare agli indigenti che il gruppo Pulcini aveva affittato al Comune di Roma. A prezzi siderali. Basta dire che per gli 84 appartamenti di vicolo del Casale Lumbroso il Campidoglio ha pagato quasi 2,7 milioni l’anno. Il che significa 2.669 euro al mese per ciascuno di essi. Un business enorme: un quinto degli alloggi affittati dal Comune per l’emergenza abitativa è dei Pulcini, per un fatturato di nove milioni l’anno.
E poi un video che gli è costato altri domiciliari appena pochi mesi fa. Girato per scherzo, si è detto. Ma intanto si vede Daniele Pulcini che consegna a un mediatore un pacco di soldi. «Contali, che poi non ti torna», gli fa. Nel passaggio di denaro, sostengono i magistrati, ci sarebbe di mezzo la concessione alla Flora Energy di Pulcini junior per la costruzione di un parcheggio a piazzale Clodio. «Contali», insiste Daniele, «te li sei presi tutti tu». E l’altro: «Magari, me ne andavo alle Hawaii..». Invece si è trovato anche lui ai domiciliari. Alla faccia dello scherzo.
Non è stato uno scherzo nemmeno la condanna a un anno e quattro mesi che qualche settimana prima di questa disavventura gli aveva appioppato il tribunale per lesioni, ingiurie e minacce all’ex moglie Claudia Montanarini, già tronista di Uomini & Donne. In precedenza era toccato a lei assaggiare i domiciliari con l’accusa di aver minacciato la compagna dell’ex marito. Lui si dichiara innocente: «Non sono uno sposo perfetto ma non ho mai toccato Claudia».
E non si sa nemmeno se da ragazzo fosse uno studente modello, Daniele. Per quanto di quel procedimento giudiziario si siano perse le tracce da anni. Dieci anni fa insieme a suo fratello Gabriele, di un anno appena più grande, è scivolato in una inchiesta giudiziaria sulla compravendita di esami alla facoltà di Giurisprudenza della Sapienza. Soldi in cambio di voti, accusarono i magistrati, secondo cui «cinturini» era il nome in codice delle mazzette. «Quali mazzette e mazzette! Erano cinturini di orologi», argomentò la difesa. Cinturini, pensate un po’. Senza impedire che i due nel 2008 venissero rinviati a giudizio. Da allora, più nessuna notizia.
Ma siccome il mondo è davvero piccolo, l’ironia della sorte ha voluto che un’accusa identica sia stata mossa anche a Marco Di Stefano. Come ha raccontato Fiorenza Sarzanini sul Corriere , i magistrati sospettano che pure il deputato del Pd abbia comprato degli esami. Ma in un’altra università, almeno. Parliamo, ovviamente, dello stesso Di Stefano sospettato di aver incassato una tangente milionaria dai Pulcini per favorire l’affitto a costi astronomici da parte della Regione di un loro immobile da adibire alla sede della società controllata Lazio service.
Precisazione d’obbligo: tutte queste inchieste sono in corso e la presunzione d’innocenza finché non intervengano condanne definitive dev’essere sempre rispettata. Ma è impossibile ignorare lo scenario che fa da contorno a questa saga affaristica. Daniele Pulcini e suo fratello Gabriele, nati rispettivamente nel 1972 e nel 1971, vanno ancora alle elementari quando papà Antonio con il sostegno della sorella Rita si lancia anima e corpo nell’offensiva immobiliare di Poltu Quatu. Operazione che per gli ambientalisti altro non è che una feroce speculazione in uno degli angoli più belli della costa sarda: non allo stesso modo, ovviamente, la giudicheranno i politici della prima e della seconda repubblica che di Pulcini apprezzeranno in quel paradiso l’ospitalità balneare.
I figli di Antonio e sua moglie Maria Bice Asara ancora non frequentano l’università quando Pulcini senior, classe 1943, spunta nell’ affaire Italsanità, la società pubblica che dovrebbe affittare da alcuni privati immobili da destinare a residenze per anziani. Una vicenda così torbida da concludersi ancora prima di cominciare.
Ma papà Antonio non è tipo da farsi impressionare. Lui è già all’opera dalle parti di Acilia, dove ha messo le mani su una enorme area agricola già della Federconsorzi a cui è stata provvidenzialmente cambiata destinazione d’uso. Il suo partner in quel frangente si chiama Salvatore Ligresti, che poi uscirà di scena. I soldi invece arrivano dal Banco di Napoli. Che si troverà esposto con il gruppo Pulcini per l’incredibile cifra di 700 miliardi di lire. Esposizione che darà un contributo non trascurabile al crac del Banco di Napoli, come si evincerà dalla ustionante relazione degli ispettori di Bankitalia. E non sarà l’unica ferita. La più dolorosa, per un territorio già messo a dura prova dal partito del cemento, sono i 1.347 appartamenti del complesso Terrazze del Presidente, sanati con 1.347 condoni edilizi.
Corriere 6.6.15
Le intercettazioni: Buzzi e i suoi uomini
«Questo diventa un reato Teniamo tutto segreto»
di Giovanni Bianconi
Nell’organigramma del gruppo criminale individuato dalla Procura di Roma, al fianco di Salvatore Buzzi (principale referente economico dell’organizzazione) compare Emilio Gammuto, 61 anni compiuti ad aprile nel carcere dove è stato rinchiuso dopo la prima retata di Mafia Capitale. È accusato di corruzione e altri reati utili a far «mangiare la mucca» di Buzzi, che poi veniva «munta» da politici e amministratori attraverso le tangenti. Gammuto aveva già un trascorso da detenuto per altre vicende (tentato omicidio, rapina, armi) ed è probabile che proprio in prigione abbia agganciato il mondo delle cooperative nelle quali è andato a lavorare una volta riacquistata la libertà. Contribuendo, secondo gli inquirenti, alla compravendita di funzionari e burocrati dai quali ottenere gli appalti che hanno foraggiato le imprese di Buzzi e Carminati.
In una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros il 18 dicembre 2013 è proprio lui, Gammuto, a spiegare l’evoluzione dei rapporti (e dei guadagni) di quelle imprese con le varie giunte che si sono succedute a Roma negli ultimi vent’anni. I suoi interlocutori sono un uomo non identificato e Giovanni Campennì, pregiudicato calabrese «entrato nel mondo delle cooperative romane quale emissario della cosca di ‘ndrangheta Mancuso di Limbadi», come scrive il giudice nel nuovo ordine di arresto.
Durante il dialogo, lo sconosciuto dice: «Ma è sempre così... non c’è un cacchio da fa'... me ricordo pure con la sinistra, quando c’era prima di Alemanno, guarda...». Interviene Campennì: «Però ... u peggio secondo mia Rutelli era!». A questo punto Gammuto spiega: «Beh, Rutelli per noi no, perché noi abbiamo cominciato a cresce’ con lui... perché con il fatto che ci fu il Giubileo nell’anno del 2000, che c’erano una marea di soldi a disposizione... un fiume di denaro... quindi là, forse noi, pure poco avemo preso... perché lì me sa che c’era da arricchisse eh... là, nel 2000...».
Campennì s’inserisce: «Se era oggi... perché... se era oggi...», e Gammuto prosegue: «Se era oggi, per come siamo messi... ramificati con le conoscenze... lavoravamo quell’anno e stavamo bene pe’ n’antri cinque (ride)... perché lì proprio erano proprio tanti... poi, diciamo con Veltroni siamo andati bene noi...». Campennì: «Con Veltroni sì, siete stati benissimo...». Ancora Gammuto: «Sì, siamo stati... poi te dirò co’ Alemanno, sotto certi aspetti se pija molto di più... specialmente sul sociale... ma si è triplicata la cosa... il suo standard». Conclude Campennì, che pure s’interessava di alcuni appalti: «Sul sociale ha fatto un balzo in avanti da paura... la differenza che con Alemanno... eppure qualcuno se l’è presa la responsabilità di dì: “continuate pure senza contratto” se stavi un attimino attento...».
Parole che confermano ciò che ha scritto il tribunale del Riesame confermando i primi arresti, a proposito della «espansione» degli affari delle cooperative di Buzzi: «A seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma, molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale».
Nel 2013 però Alemanno perde le elezioni, in Campidoglio s’insedia Ignazio Marino e Buzzi comincia a rivolgersi agli esponenti della nuova maggioranza. E a intessere rapporti con Mattia Stella, capo della segreteria del neosindaco. Ne parla lui stesso, ancora con Gammuto, a gennaio 2014. «Nella circostanza — scrivono gli inquirenti riassumendo il contenuto di un’intercettazione — Buzzi precisava: “tutto bene con Cancelli (responsabile di un’altra cooperativa, ndr )... s’è arreso! Partecipa, però s’è arreso”. Inoltre, subito dopo aver rammentato che alle 10.30 sarebbe andato via, Buzzi diceva che in serata sarebbe andato a cena con Mattia Stella (all’epoca dirigente del Gabinetto del sindaco di Roma): “...perché sto a cena co... poi accompagno Mattia Stella a Palestrina e poi ritorno a casa!”».
In un altro dialogo registrato dalle microspie del Ros, Salvatore Buzzi manifesta la consapevolezza di commettere illeciti. Argomento della discussione è il patto siglato per salvare una cooperativa sull’orlo del fallimento, attraverso l’acquisto, da parte sua, di alcuni appartamenti (valore: oltre 3 milioni di euro), in cambio del rinnovo di un appalto per l’emergenza alloggi. Una storia divenuta un capo d’imputazione a carico dello stesso Buzzi, del dirigente della regione Magrini, dell’ex assessore comunale Ozzimo e del consigliere comunale pd Pedetti.
«La cosa segreta, che nessuno deve sapere perché sennò diventa quasi un reato — confessa Buzzi —, è che noi abbiamo fatto un’operazione di salvataggio della cooperativa Deposito San Lorenzo, impegnandoci a comprare 14 apparta-menti... se non intervenivamo noi falliva... questa è la cooperativa più antica di Roma... quindi c’ha chiamato Lega coop... pure con Ozzimo, Magrini ha trasferito 7 milioni e 2 a Ozzimo... al Comune di Roma... noi abbiamo fatto questa cosa a patto che la nostra convenzione che è molto cara... noi semo quelli che so’ pagati più de tutti ... Noi abbiamo detto: “benissimo, la facciamo se ci resta la convenzione a questi patti in condizione... perché, se tu me la lasci o me l’abbassi, non posso più comprarmi casa”. Abbiamo firmato un impegno di 4 milioni di euro e quindi siamo rimasti d’accordo con Magrini e co’ Ozzimo che andava... A noi ce deve rinnovà la Convenzione e non ce deve rompe il c... punto».
Le intercettazioni: Buzzi e i suoi uomini
«Questo diventa un reato Teniamo tutto segreto»
di Giovanni Bianconi
Nell’organigramma del gruppo criminale individuato dalla Procura di Roma, al fianco di Salvatore Buzzi (principale referente economico dell’organizzazione) compare Emilio Gammuto, 61 anni compiuti ad aprile nel carcere dove è stato rinchiuso dopo la prima retata di Mafia Capitale. È accusato di corruzione e altri reati utili a far «mangiare la mucca» di Buzzi, che poi veniva «munta» da politici e amministratori attraverso le tangenti. Gammuto aveva già un trascorso da detenuto per altre vicende (tentato omicidio, rapina, armi) ed è probabile che proprio in prigione abbia agganciato il mondo delle cooperative nelle quali è andato a lavorare una volta riacquistata la libertà. Contribuendo, secondo gli inquirenti, alla compravendita di funzionari e burocrati dai quali ottenere gli appalti che hanno foraggiato le imprese di Buzzi e Carminati.
In una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros il 18 dicembre 2013 è proprio lui, Gammuto, a spiegare l’evoluzione dei rapporti (e dei guadagni) di quelle imprese con le varie giunte che si sono succedute a Roma negli ultimi vent’anni. I suoi interlocutori sono un uomo non identificato e Giovanni Campennì, pregiudicato calabrese «entrato nel mondo delle cooperative romane quale emissario della cosca di ‘ndrangheta Mancuso di Limbadi», come scrive il giudice nel nuovo ordine di arresto.
Durante il dialogo, lo sconosciuto dice: «Ma è sempre così... non c’è un cacchio da fa'... me ricordo pure con la sinistra, quando c’era prima di Alemanno, guarda...». Interviene Campennì: «Però ... u peggio secondo mia Rutelli era!». A questo punto Gammuto spiega: «Beh, Rutelli per noi no, perché noi abbiamo cominciato a cresce’ con lui... perché con il fatto che ci fu il Giubileo nell’anno del 2000, che c’erano una marea di soldi a disposizione... un fiume di denaro... quindi là, forse noi, pure poco avemo preso... perché lì me sa che c’era da arricchisse eh... là, nel 2000...».
Campennì s’inserisce: «Se era oggi... perché... se era oggi...», e Gammuto prosegue: «Se era oggi, per come siamo messi... ramificati con le conoscenze... lavoravamo quell’anno e stavamo bene pe’ n’antri cinque (ride)... perché lì proprio erano proprio tanti... poi, diciamo con Veltroni siamo andati bene noi...». Campennì: «Con Veltroni sì, siete stati benissimo...». Ancora Gammuto: «Sì, siamo stati... poi te dirò co’ Alemanno, sotto certi aspetti se pija molto di più... specialmente sul sociale... ma si è triplicata la cosa... il suo standard». Conclude Campennì, che pure s’interessava di alcuni appalti: «Sul sociale ha fatto un balzo in avanti da paura... la differenza che con Alemanno... eppure qualcuno se l’è presa la responsabilità di dì: “continuate pure senza contratto” se stavi un attimino attento...».
Parole che confermano ciò che ha scritto il tribunale del Riesame confermando i primi arresti, a proposito della «espansione» degli affari delle cooperative di Buzzi: «A seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma, molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale».
Nel 2013 però Alemanno perde le elezioni, in Campidoglio s’insedia Ignazio Marino e Buzzi comincia a rivolgersi agli esponenti della nuova maggioranza. E a intessere rapporti con Mattia Stella, capo della segreteria del neosindaco. Ne parla lui stesso, ancora con Gammuto, a gennaio 2014. «Nella circostanza — scrivono gli inquirenti riassumendo il contenuto di un’intercettazione — Buzzi precisava: “tutto bene con Cancelli (responsabile di un’altra cooperativa, ndr )... s’è arreso! Partecipa, però s’è arreso”. Inoltre, subito dopo aver rammentato che alle 10.30 sarebbe andato via, Buzzi diceva che in serata sarebbe andato a cena con Mattia Stella (all’epoca dirigente del Gabinetto del sindaco di Roma): “...perché sto a cena co... poi accompagno Mattia Stella a Palestrina e poi ritorno a casa!”».
In un altro dialogo registrato dalle microspie del Ros, Salvatore Buzzi manifesta la consapevolezza di commettere illeciti. Argomento della discussione è il patto siglato per salvare una cooperativa sull’orlo del fallimento, attraverso l’acquisto, da parte sua, di alcuni appartamenti (valore: oltre 3 milioni di euro), in cambio del rinnovo di un appalto per l’emergenza alloggi. Una storia divenuta un capo d’imputazione a carico dello stesso Buzzi, del dirigente della regione Magrini, dell’ex assessore comunale Ozzimo e del consigliere comunale pd Pedetti.
«La cosa segreta, che nessuno deve sapere perché sennò diventa quasi un reato — confessa Buzzi —, è che noi abbiamo fatto un’operazione di salvataggio della cooperativa Deposito San Lorenzo, impegnandoci a comprare 14 apparta-menti... se non intervenivamo noi falliva... questa è la cooperativa più antica di Roma... quindi c’ha chiamato Lega coop... pure con Ozzimo, Magrini ha trasferito 7 milioni e 2 a Ozzimo... al Comune di Roma... noi abbiamo fatto questa cosa a patto che la nostra convenzione che è molto cara... noi semo quelli che so’ pagati più de tutti ... Noi abbiamo detto: “benissimo, la facciamo se ci resta la convenzione a questi patti in condizione... perché, se tu me la lasci o me l’abbassi, non posso più comprarmi casa”. Abbiamo firmato un impegno di 4 milioni di euro e quindi siamo rimasti d’accordo con Magrini e co’ Ozzimo che andava... A noi ce deve rinnovà la Convenzione e non ce deve rompe il c... punto».