domenica 19 aprile 2015

Repubblica 19.4.15
Lo spettro crisi nei voti segreti
Speranza: Matteo rischia grosso
di Goffredo De Marchis

ROMA Quando Renzi incontrerà Roberto Speranza, domani o dopodomani, dovrà scoprire le carte sulla legge elettorale. La minoranza, ormai guidata dal capogruppo dimissionario, è ferma sulle sue posizioni. La proposta è sempre la stessa: facciamo due piccole modifiche all’Italicum e il Pd garantisce una blindatura al Senato in modo da approvarlo a luglio. Speranza continua a ripetere ai suoi amici: «Il documento dei 21 senatori in mio sostegno dovrebbe essere una garanzia per Matteo. Significa che il nuovo testo non avrà problemi a Palazzo Madama. Secondo me stavolta il premier sta facendo la scelta sbagliata ».
Questa scelta consiste nel legare il secco no a modifiche sulla legge elettorale all’apertura, ancora da definire, sul Senato. «Il governo può prendere un’aspirina facendo minime correzioni all’Italicum e sceglie invece la strada del Senato elettivo che è come un intervento a cuore aperto — è il ragionamento di Speranza con i parlamentari di Area riformista — . Non so se funzionerà ». Invece è proprio questa l’offerta del segretario ai dissidenti. La sua base di trattativa.
Il premier pensa di poter alimentare ulteriormente le divisioni interne alla minoranza, garantendosi un avvicinamento più tranquillo al momento del voto e rispondendo all’obiezione di un assetto costituzionale senza contrappesi efficaci. Per questo vuole dialogare con Speranza, con Cuperlo e con Bersani. Ma non è detto che l’ex segretario accetterà un incontro. Durante il pranzo con Vasco Errani e nel successivo incontro con Renzi fuori dal ristorante, mercoledì scorso, Bersani ha spiegato al premier che in caso di dimissioni da capogruppo, Speranza sarebbe diventato l’interlocutore per la minoranza. Ovvero, l’interlocutore unico. «Non mi faccio intrappolare nello schema di Renzi. Lui che tratta con la vecchia guardia. C’è Speranza che parla per tutti. È pure più giovane di lui», avverte l’ex segretario.
Renzi insomma si prepara a dialogare con tutti, a cominciare dal Pd. Cuperlo ha 20 deputati, Pippo Civati 4, Rosy Bindi altri 4, Area riformista 80. Questa componente, la più numerosa, vive un conflitto interno. Molti non sono disposti a seguire la linea oltranzista fino in MARCIA M5S PER IL REDDITO MINIMO “780 euro per chi non ha lavoro, partecipare è un fatto di civiltà”. Beppe Grillo annuncia la data della marcia per il reddito di cittadinanza: si svolgerà il 9 maggio da Perugia ad Assisi fondo. Però le dimissioni di Speranza sono un segnale anche per la corrente. Il momento di rendersi autonomi e di pesarsi in vista del congresso prossimo venturo (comunque molto lontano) è arrivato. Il premier perciò monitora le convulsioni dell’opposizione dem, senza rinunciare alla sua diffidenza. Palazzo Chigi fa sapere infatti che la fiducia sarà quasi obbligata. Lo confermano le parole del ministro Boschi. I rischi sono alti, ma il gioco vale la candela.
La questione di fiducia verrà posta una volta sola, ma per garantire il risultato i deputati dovranno passare nelle cabine allestite in aula almeno tre volte, dicono i tecnici. Le opposizioni si sono organizzate per non offrire una sponda a Renzi.
Gli emendamenti saranno 40-50 non di più. Nessuno farà ostruzionismo evitando di giustificare la mossa renziana. A quel punto il voto di fiducia scatenerà una bagarre in aula. I grillini sono già attrezzati. E aumenterebbe il disagio di molti dem. Disagio che potrebbe scaricarsi sul voto finale al provvedimento, su cui la fiducia non si può porre e che sarebbe segreto.
L’alternativa è affrontare le forche caudine di alcune votazioni segrete. In caso di successo, Renzi ne uscirebbe più forte di prima. Ma i numeri sono ballerini. Il problema non sono soltanto i dissidenti Pd. Alla Camera, Scelta civica, precipitata nei consensi elettorali, conta su 25 deputati. Il segretario Enrico Zanetti presenterà degli emendamenti e dice no alla fiducia. I ribelli dem raccontano che i renziani stanno avvicinando alcuni onorevoli di Sc. Soprattutto quelli che potrebbero essere interessati, in futuro, a un contenitore politico più grande: Alberto Bombassei, Stefano Dambruoso, Valentina Vezzali, Andrea Mazziotti di Celso. Ma uscite dell’ultimo minuto vengono escluse da tutti: Scelta civica rimarrà unita.
Sono malignità, probabilmente, ma raccontano di un clima di tensione. Che nelle prossime ore potrebbe avere un nuovo attore. Enrico Letta infatti torna a farsi sentire nel dibattito pubblico attraverso il suo libro “Andare insieme andare lontano”. Stasera sarà ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Raitre. Ma in questi giorni caldissimi per la legge elettorale, i suoi interventi televisivi si moltiplicheranno così come le presentazioni ufficiali. E non potrà parlare solo del libro. Dice una deputata amica dell’ex premier: «Enrico si sta preparando al Big Bang della politica italiana».

La Stampa 19.4.15
L’Italicum è il male minore
di Giovanni Orsina

Alla fine di questo mese la Camera dei deputati comincerà l’esame della legge elettorale che il Senato ha già votato, e sulla quale il Partito democratico si è profondamente diviso nei giorni scorsi. In questo articolo cercherò di spiegare per quali ragioni, a mio avviso, l’approvazione di quella legge sia per il nostro Paese il male minore.
Alla proposta di riforma è stato dato il soprannome di «Italicum». È un nomignolo sbagliato: se proprio vogliamo continuare a usare il «latinorum» per battezzare i sistemi elettorali (un’idea di Giovanni Sartori, e non certo fra le sue migliori), questo in realtà dovremmo chiamarlo «Prorenzum».
Un importante premio di maggioranza alla lista, che soltanto il Pd potrebbe sperare di cogliere al primo turno; un eventuale ballottaggio al quale, con Renzi, a tutt’oggi arriverebbe un grillino; la possibilità di designare dall’alto una quota importante di parlamentari; una soglia di sbarramento modesta, tale che l’opposizione ne uscirebbe con ogni probabilità frammentata e impotente.
Questa legge è un abito tagliato su misura per il presidente del Consiglio.
E non basta. L’approvazione della riforma, perfino a prescindere da suoi contenuti, renderebbe Renzi politicamente ancora più forte. Là dove al contrario, e soprattutto, la sua bocciatura lo indebolirebbe non poco. Poiché questa è la posta in gioco, si capisce allora perché nel Partito democratico e fuori di esso sia venuta montando l’opposizione: se il divario di potere fra il presidente del Consiglio e gli altri soggetti politici, che è già amplissimo, continua a crescere, poi a quello chi lo prende più? Conviene cercare di fermarlo, o almeno di mettergli delle condizioni, adesso.
Ma se così stanno le cose – si dirà – non bisognerebbe allora giungere alla conclusione che questa riforma dev’essere respinta come il peggiore dei mali? E perché all’inizio di questo articolo s’è detto invece che la sua approvazione sarebbe il male minore? La risposta breve a queste domande è che le alternative appaiono ancora peggiori. Una risposta più articolata richiede che quelle alternative siano considerate con un po’ di attenzione.
La prima possibilità è che, con un gioco di navetta fra Camera e Senato, la legge sia infine approvata in una forma diversa dall’attuale. La seconda è che si vada al voto col sistema proporzionale che la Corte costituzionale ha creato nel momento in cui ha dichiarato illegittima la legge Calderoli. Ora, nulla vieta di sperare che, se dovesse verificarsi il primo caso, sia approvata una riforma migliore dell’attuale. E che, se dovesse invece verificarsi il secondo, si apra infine una legislatura costituente: eletta con la proporzionale, come le legislature costituenti dovrebbero, e dotata d’una legittimità senz’altro maggiore di quella del parlamento attuale, che è nato da un’elezione incostituzionale.
Nulla vieta di sperarlo, però quasi tutto spinge con forza a dubitarne. Basta dare un’occhiata alle scene a dir poco surreali cui stanno dando vita le elezioni regionali, e non certo soltanto a destra: scissioni, sconfessioni e ricomposizioni; alleanze a geometria variabile; candidati d’uno stesso partito o schieramento l’un contro l’altro armati; governatori uscenti che si ripresentano col sostegno dello schieramento opposto a quello col quale hanno governato finora; elezioni primarie contestate e delegittimate; impatto destabilizzante delle questioni giudiziarie. Questo non è certo il quadro di un sistema partitico che sia in grado di decidere alcunché. Al contrario, è il quadro d’un sistema partitico in avanzatissimo, e chissà se reversibile, stato di decomposizione. E che infatti – per chi se ne sia dimenticato – gira da anni a vuoto intorno alla riforma elettorale e a quella costituzionale.
L’approvazione del «Prorenzum» genera il timore, nient’affatto infondato, che il presidente del Consiglio diventi troppo potente. Il suo fallimento lascia sperare che possano essere trovate soluzioni più equilibrate. A mio avviso, però, oggi in Italia il pericolo della paralisi decisionale è assai più prossimo e grave di quello dell’eccesso di autorità; e, date le condizioni di drammatica balcanizzazione politica, soluzioni alternative avrebbero scarsissime probabilità di materializzarsi. Da qui la convinzione che questa riforma elettorale rappresenti per l’Italia il male minore. Alla quale si aggiunge la speranza che, col tempo, un assetto istituzionale un po’ più solido promuova la nascita, in forme che oggi è difficile prevedere, di un’opposizione degna di questo nome.
Repubblica 19.4.15
Col suo viaggio il nostro premier porta a casa due corone
Renzi ha dato truppe in Afghanistan e un freno a Draghi sul cambio euro-dollaro
Da Obama ha avuto ornamenti di cartone
di Eugenio Scalfari

DEBBO dire che in certe cose, in certe situazioni e in certi incontri Matteo Renzi è di fantastica bravura. Anche i suoi avversari politici dovrebbero riconoscerlo e credo che lo sappiano ed auguro loro che ne tengano conto. L’ha dimostrato quando incontrò per la prima volta Angela Merkel e poi Putin; infine l’altro ieri quando ha passato l’intera mattinata e poi il pranzo e ancora il primo pomeriggio con Barack Obama alla Casa Bianca. Gli ha perfino portato in regalo una cassa di vino d’annata. Toscano naturalmente. Immagino fosse un Brunello di Montalcino.
Angela Merkel, Putin, Obama. Su di loro ha fatto colpo e l’hanno trattato come un grande statista e l’Italia da lui guidata come un grande Paese. Che cosa ha ottenuto in cambio? Quasi nulla o nulla del tutto, ma ha avuto in cambio qualche cosa che a lui più di tutto importava: un riconoscimento da rivendicare in patria. E vi pare poco?
Del resto Silvio Berlusconi ai suoi tempi fece altrettanto. Anche lui all’inizio sedusse la Merkel e fece con lei perfino un passo di danza. Di Putin diventò addirittura socio oltreché amico intimissimo. Fecero affari insieme sul gas russo, fecero insieme il bunga bunga in una dacia assai accogliente, passarono insieme i rispettivi compleanni e quando, dopo la sentenza della Cassazione, volle essere autorevolmente confortato, Silvio volò a Mosca dove il confortatore lo accolse al Cremlino. Ma parliamo anche della sua amicizia per George W. Bush: fece entrare l’Italia in guerra contro l’Iraq insieme a lui, andò più volte a trovarlo a Washington e nel luglio del 2003 a Crawford in Texas nella residenza di campagna del presidente.
CHE cosa ottenne l’Italia da questo vasto ventaglio di amicizie di Silvio? Assolutamente nulla, ma lui se ne infiocchettò l’abito da premier sontuosamente. Purtroppo (per lui) dopo le sue sfortunate vicende giudiziarie la Merkel lo scaricò del tutto e gli altri governanti europei fecero altrettanto, al punto che evitarono di farsi fotografare in sua compagnia nelle riunioni internazionali. Avevano capito prima di noi italiani che la sua strada era finita.
Da questo punto di vista Matteo è molto più bravo di lui e col bunga bunga non ha nulla da spartire. Non possiede aziende private, non ha conflitti di interesse. Silvio sperava che fosse il suo erede al potere ma ha fatto un errore: non ha accettato la candidatura di Mattarella. Comunque Renzi non lo abbandonerà, farà in modo che abbia onorata sepoltura (politica ovviamente) e prenderà da lui parecchi voti di ex forzisti in cerca d’autore.
E questo è quanto. Ma ora vediamo che cosa veramente è accaduto a Washington a parte i complimenti reciproci, le pacche sulle spalle e il Brunello di Montalcino.
***
Obama l’ha complimentato per le riforme che Renzi ha compiuto. Non ha detto quali. Si è complimentato anche per la sua battaglia per la crescita economica in Europa, che però non è affatto venuta. In aggiunta a questi complimenti Obama si è però lamentato perché l’euro è troppo debole e rende difficili le esportazioni americane su tutta l’area europea. Renzi ha incassato il rimprovero rispondendo che vedrà quel che potrà fare. In che senso? Veramente il nostro premier non vorrebbe consolidare la rivalutazione del dollaro di fronte alla moneta europea? L’autore di quel mutamento del cambio è Mario Draghi che sta lavorando per il bene dell’Europa e quindi dell’Italia.
Poi il discorso è passato alla Russia. Poche settimane fa Renzi aveva promesso a Putin un intervento per far togliere le sanzioni economiche contro la Russia. Obama ha invece detto a Renzi che sarebbe un errore gravissimo togliere quelle sanzioni che semmai dovrebbero essere aumentate. Piglia e porta a casa.
A pranzo il discorso si è spostato sulla Libia. Obama tra un bicchiere di Brunello e l’altro ha detto che in Libia gli Usa non intendono intervenire e tantomeno fornire armi ed aerei al governo libico (che di fatto non esiste). Ha detto che bisogna pacificare le tribù e che questo compito spetta senz’altro all’Italia. Quindi l’ha incoronato negoziatore principale della pace in Libia. Naturalmente incoronare qualcuno senza avere la corona da calcargli sulla testa non costa nulla ed è quello che ha fatto Obama. La corona in questo caso ce l’ha l’Onu e sembra difficile che l’Onu la metta in testa ad un italiano che per di più rappresenta un Paese che ebbe la Libia come colonia dal 1911 al 1942, dopo la sconfitta di El Alamein.
Obama lo ha simbolicamente incoronato come leader dell’Europa (altra corona che Obama non possiede), ma a scanso di equivoci ha ricordato che gli Usa hanno un rapporto con la Germania che non può e non deve essere indebolito.
Infine Obama ha preso atto con piacere che le truppe italiane dislocate in Afghanistan resteranno in quel Paese ancora un paio di anni mentre quelle americane stanno già rientrando in patria.
Insomma: chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Renzi ha dato truppe in Afghanistan e possibilmente un freno a Draghi sul cambio euro-dollaro. Ha dato anche il suo appoggio al trattato commerciale Usa-Ue attualmente in discussione. In contropartita ha avuto due corone di cartone. Su quelle due Renzi torna a Roma felice e contento. Giornali e televisioni hanno già cominciato a suonare a festa e continueranno. Mi viene in mente la canzone “Madonne fiorentine” quando dice che «Madonna Bice non nega baci/ baciar le piace, che male fa?». Infatti, che male fa mettersi in testa due corone di cartone e far credere che sono d’oro massiccio e ingioiellato. *** Tornato in Italia Matteo (che Giuliano Ferrara non a caso chiama “Royal baby”) comincerà col respingere e far respingere all’unanimità dalla direzione del Pd le dimissioni di Speranza da capogruppo dei deputati del partito. Speranza accetterà quel voto o insisterà nelle dimissioni? Per ora l’interessato ha detto che insisterà ma ha anche spiegato il perché: vuole trattare un compromesso accettabile per tutte e due le parti in causa. E qual è il compromesso? Un cambiamento della riforma del Senato in seconda lettura in Parlamento: elezione diretta dei senatori e voto compatto dei dissidenti sulla legge elettorale.
È possibile questo do ut des? Sembrerebbe di no. Secondo la legge vigente le materie già approvate dalle Camere nella prima lettura della legge costituzionale non possono essere più emendate in seconda lettura. Le cose stanno esattamente così, salvo che c’è un impensabile calembour cui appigliarsi: nella prima lettura una Camera ha votato che «i senatori saranno votati nei Consigli regionali» e l’altra Camera ha votato che «i senatori saranno votati dai Consigli regionali». Il significato è identico ma la forma è diversa.
È un appiglio valido che consente un mutamento sostanziale? La risposta sulla base dei regolamenti parlamentari spetta al presidente del Senato. Grasso non è persona che gioca alle quattro carte; in materia di legge e di procedure ha speso tutta la sua vita e perciò la sua risposta, ove fosse necessaria, sarà motivata in modo sicuramente accettabile, quale che sia.
Ma se fosse negativa? Allora mancherebbe la contropartita al voto unanime sulla legge elettorale. E allora Renzi che farà? Metterà la fiducia su quella legge? È avvenuto una sola volta, la mise De Gasperi sulla cosiddetta legge truffa del 1953. Ma in quel caso la sostanza era completamente diversa: il premio scattava soltanto nel caso che ci fosse in Parlamento una maggioranza assoluta del 50 per cento più uno. Solo allora scattava il premio per accrescere la governabilità. Comunque quella legge fu battuta nonostante la fiducia. Figurarsi qui e ora.
Perciò il problema resta apertissimo su come si comporteranno i dissidenti del Pd. Per loro il tema è se osservare la disciplina di partito o non accettarla se sono convinti che quella legge è un passo assai pericoloso verso un governo autoritario. Sta a loro rispondere e decidere come comportarsi.
***
Una parola sulle decisioni di Marchionne di associare i lavoratori della Fiat agli utili dell’azienda; qualora quegli utili ci siano spetterà a lui di stabilire l’entità del premio e la sua ripartizione tra i dipendenti.
Tutti i sindacati hanno plaudito salvo la Fiom-Cgil che parla di esproprio dei poteri sindacali. Sembra un’opposizione più corporativa che sindacale. In parte lo è, ma in parte no. Infatti in quasi tutte le aziende esiste un “premio di rendimento” che le imprese discutono con le rappresentanze sindacali, le quali trattano sull’entità del premio (sempre che un profitto ci sia stato), sulla sua ripartizione ed anche su problemi connessi alle condizioni di lavoro nel comune interesse dell’impresa e dei lavoratori.
Dunque non è l’imprenditore che decide da solo, ma l’interlocutore sindacale è allo stesso tavolo e si arriva ad una decisione comune.
A me sembra che questo metodo sia buono e che comunque il profitto sia di comune utilità; senza di esso la discussione si dovrebbe spostare sui sacrifici da compiere, sia dall’una che dall’altra parte e questo è il massimo di un capitalismo democratico e di un sindacalismo riformista.
Post scriptum. La settimana che si apre domani si concluderà sabato prossimo con la ricorrenza del 25 aprile, festa della Resistenza contro il nazifascismo.
Questa festa fa parte della storia d’Italia, dal Risorgimento in poi. Quel movimento ebbe molte ombre e contemporaneamente molte luci. Le figure più rappresentative, molto diverse tra loro ma tutte votate alla fondazione dello Stato unitario e democratico, furono soprattutto tre: Mazzini, Cavour, Garibaldi.
La Resistenza fu una pagina di grande riscatto e anch’essa ebbe molte figure e apporti ideali e politici assai diversi: liberali, comunisti, monarchici, liberal-socialisti, socialisti. Ma il fine era comune e fu sancito dalla Costituzione che tuttora ci detta le regole di comuni principi di democrazia, libertà ed eguaglianza politica e sociale.
Per ciò concluderò con le parole con le quali il presidente Mattarella ha concluso due mesi fa il suo discorso di insediamento al Quirinale: «Viva la Repubblica, viva l’Italia».
Repubblica 19.4.15
“Pse, nuovo nome: non socialista ma democratico”
La confidenza di Renzi a Obama: bisognerebbe cambiare la sigla al partito in Europa, sostituendo l’aggettivo
L’idea di stringere sempre di più i legami con Washington anche in vista della candidatura di Hillary Clinton
di Francesco Bei

WASHINGTON Da socialisti a democratici. Una rottamazione delle vecchie socialdemocrazie, ecco il sogno nel cassetto di Renzi. E se i nomi, come insegnava Giustiniano, devono corrispondere alle cose, per il premier italiano anche il Partito socialista europeo un giorno dovrebbe cambiare sigla alla ditta. Assumendo l’aggettivo «democratico » al posto di «socialista».
Il progetto renziano è uno di quelli a lunga gittata, destinando peraltro a scontrarsi con storie lunghe e onuste di gloria come quelle dei socialdemocratici tedeschi o dei socialisti francesi. Ma Renzi ha intenzione di gettare il sasso nello stagno. Anzi, l’ha già iniziato a fare venerdì alla Casa Bianca, parlando con il leader che ritiene politicamente molto più affine rispetto ai cugini socialisti europei: Barack Obama. «Un giorno – ha confessato Renzi a Obama – mi piacerebbe chiamare il nostro partito, i socialisti europei, partito democratico».
Ora l’idea di una trasposizione europea dell’esperienza italiana non è per la verità nuovissima. Anzi, una parte non irrilevante delle lacerazioni all’interno del vecchio Ulivo aveva proprio l’approdo europeo come terreno di battaglia. «Non moriremo socialisti». «Il partito socialista è la nostra casa». Contrapposizioni che oggi sembrano provenire dal Pleistocene, come le ossa di Pterodattilo, ma un tempo tra Ds e Margherita si litigava anche su questo, sull’adesione o meno all’Internazionale socialista o al Pse. Con il paradosso - il che la dice lunga sull’approccio post-ideologico di Renzi – che fu proprio all’inizio del mandato del nuovo segretario, un anno fa, che il Pd approdò finalmente dentro la famiglia dei socialisti europei. Che iniziò a cambiare nome proprio al congresso di Roma, prima delle ultime europee, assumendo la denominazione «democratici» accanto a quella di «socialisti». Su proposta di chi? Dell’allora renzianissima responsabile esteri del Pd, Federica Mogherini, oggi assurta al vertice della politica estera Ue. Dopo quella prima vittoria la battaglia, anzitutto battaglia culturale, continua. «Noi italiani – spiega Enzo Amendola, nuovo responsabile esteri dem – insieme ai laburisti inglesi siamo quelli che più spingono per creare un legame forte con il partito democratico americano. Vogliamo una relazione stabile, un foro permanente di consultazione, anche perché per ora – a parte qualche singola iniziativa – manca del tutto un’organizzazione comune tra i partiti delle due sponde dell’Atlantico».
Dunque la direzione di marcia è questa, stringere sempre di più i legami tra socialisti europei e democratici Usa. Ma non si parla soltanto di aggettivi o di sesso degli angeli, ci sono anche importanti ricadute pratiche in questo rafforzamento della sponda atlantica tra lab e dem. Ad esempio la discussione in corso sul Ttip, il Trattato di commercio Usa-Ue, ancora fortemente contrastato in seno al Pse da parte dei socialdemocratici tedeschi e socialisti francesi. Un dibattito che vede invece Renzi e il Pd molto favorevoli alla firma del Trattato per le ricadute positive che potrebbe avere sul Pil e sull’export italiano.
La prossima tappa sarà il congresso del partito socialista europeo in calendario il 13 giugno in Ungheria. La suggestione che circola al Nazareno è quella di un intervento di Renzi dal palco del congresso, per lanciare l’idea di un’apertura ai democratici Usa proprio in vista della campagna elettorale che potrebbe portare Hillary Clinton alla presidenza. «Vorrei un’unica famiglia progressista », confida il premier italiano. Un’internazionale dei democratici e dei socialisti. E intanto il nuovo nome?
Corriere 19.4.15
«La Ue non sia indifferente Salvare le vite è la priorità»
Boldrini: intesa con i presidenti delle Camere europee su crescita e migranti
Gli interventi sulla Carta? Spero che ne esca un Parlamento rafforzato
intervista di Monica Guerzoni

ROMA « La legge elettorale e la riforma del Senato sono provvedimenti ancora in itinere. Il mio augurio è che da tutto questo lavoro esca un Parlamento rafforzato».
Alla vigilia della Conferenza dei presidenti dei parlamenti dell’Unione Europea, che si apre domani a Montecitorio, Laura Boldrini alza lo sguardo dalle polemiche e dalle risse quotidiane che troppo spesso sembrano soffocare la voce del Parlamento italiano e invita a concentrare l’attenzione sui temi di un appuntamento importante, che conclude il semestre parlamentare di presidenza italiana della Ue.
Presidente, si aspetta risultati concreti dalla Conferenza?
«Il semestre è stato caratterizzato da due temi, la crescita e la centralità dei diritti fondamentali. Nella consapevolezza che la cooperazione interparlamentare è un’occasione per approfondire aspetti essenziali dell’integrazione europea, così come dei diritti dei cittadini. La crisi impone a tutti l’obbligo di contribuire a soluzioni innovative, senza ripetere vecchie ricette che si sono rivelate inefficaci».
Come può una conferenza di presidenti dei Parlamenti influenzare l’agenda politica?
«Quello che ci aspettiamo è di arrivare a una dichiarazione con il più alto consenso possibile sui temi all’ordine del giorno che, oltre a crescita e diritti fondamentali, includono il ruolo dei parlamenti nella definizione dei trattati internazionali e il rafforzamento del dialogo politico tra le istituzioni dell’Unione e i parlamenti nazionali. La presidenza italiana ha fortemente voluto sottoporre agli altri presidenti un’ulteriore dichiarazione, sul salvataggio di vite umane in mare e sulla necessità che il soccorso nel Mediterraneo sia un impegno comune dell’Ue».
I cittadini faticano a ritrovare fiducia nell’Unione: le misure per rilanciare gli investimenti non sono sufficienti?
«A livello europeo le esigenze della crescita sono state maggiormente recepite e dunque oggi c’è più consapevolezza della necessità di mettere in atto un cambiamento. È stato importante che la Bce abbia adottato misure non convenzionali come il quantitative easing che, con l’immissione di nuova liquidità, contribuirà fattivamente a rilanciare l’economia. Inoltre ci sono aspettative anche in merito alla piena attuazione del piano Juncker».
Per Romano Prodi, se non si cambia la politica europea saremo travolti tutti e anche l’Italia affonderà. Condivide l’allarme?
«L’analisi del presidente Prodi deve essere certo tenuta in grande considerazione, data la sua esperienza. Le riforme costituzionali sono sicuramente un passaggio importante, ma altrettanto importante è ridurre le diseguaglianze e migliorare le condizioni di vita dei cittadini, perché le persone che stanno soffrendo per gli effetti della crisi sono rimaste segnate dalle misure di austerità e si sentono sole. È da qui che dobbiamo ricominciare, non solo per ridare credibilità alle istituzioni nazionali ed europee, ma anche per favorire la crescita, inibita proprio dalle diseguaglianze. E qui il ruolo dei parlamenti è strategico».
Per Obama, Renzi è una «voce guida in Europa». Pensa anche lei che il nostro Paese grazie alle riforme abbia ritrovato centralità?
«Le riforme, che da tempo l’Europa ci chiede e che negli ultimi anni stanno assumendo concretezza, sono sicuramente un passaggio determinante che l’Italia deve portare a termine, tanto meglio se in uno sforzo inclusivo. Ma saranno tanto più efficaci quanto più serviranno a mettere la crescita al primo posto e a creare nuovo lavoro, inducendo l’Europa a una marcata correzione di rotta in materia economica».
A giudicare dalle quotidiane stragi dei profughi in mare si direbbe che una Europa dei diritti non esista. Come affrontare l’emergenza?
«L’Unione Europea non può guardare con indifferenza alla sorte di migliaia di persone in fuga da conflitti e persecuzioni, che rischiano la vita in mare e che chiedono protezione. Per l’Europa la tutela dei diritti fondamentali, incluso il diritto d’asilo, è un fattore identitario, che gli è stato riconosciuto in tutto il mondo. Dunque nel Mediterraneo, salvando vite umane, l’Ue ha la possibilità di dimostrare di essere ancora oggi all’altezza della sua tradizione e della sua civiltà. Su questo tema si gioca una partita fondamentale per il futuro del nostro continente».
I trattati internazionali sono poco trasparenti?
«Il tema è talmente importante che abbiamo inserito nell’agenda della conferenza una specifica sessione. Quando sono in ballo decisioni che hanno influenze dirette sulla vita delle persone, come i servizi essenziali, i parlamenti devono poter partecipare alla discussione, che deve essere improntata alla trasparenza».
La voce del parlamento italiano è spesso soffocata dalle grida dello scontro quotidiano, fra i partiti e dentro i partiti...
«Lo stato di salute è migliore di quanto appaia, perché quello che emerge purtroppo è la parte meno edificante, le risse, gli insulti in aula e le polemiche. Invece, se vogliamo fare anche una comparazione con gli altri parlamenti dei paesi europei, scopriremo come il nostro sia uno dei più produttivi per numero di sedute, di atti elaborati, di ore di lavoro e di temi sottoposti al suo esame. Certo, non mi sfugge che molte cose sono da migliorare. Motivo per cui continuo a sollecitare i gruppi perché chiedano di portare in aula la riforma del regolamento, già ampiamente elaborata in giunta. Però non accetto una visione distorta del parlamento che ne fa un’istituzione inutile, perché ricordiamolo: il Parlamento è il cuore della democrazia».
Con l’Italicum e la riforma costituzionale il Parlamento italiano continuerà ad avere un ruolo centrale nel sistema?
«Sarebbe scorretto un mio pronunciamento su provvedimenti ancora in itinere. Mi riservo di dare un giudizio compiuto all’esito del percorso. Ovviamente, che da tutto questo lavoro esca un Parlamento rafforzato, è il mio forte auspicio. Le democrazie moderne hanno bisogno di istituzioni forti e autorevoli».
Corriere 19.4.15
La rivolta dei sindaci pd in Veneto: «Disertiamo l’incontro sui profughi»
Il rifiuto al vertice con il prefetto. E Moretti: «Pronta a dire no anche a Renzi»
di Francesco Alberti

Settecento profughi in viaggio verso il Veneto. Sindaci sul piede di guerra. E un partito, il Pd, che rischia di andare in corto circuito. Il primo cittadino di Vicenza, il dem Achille Variati, ha già fatto sapere che lunedì non parteciperà al vertice in prefettura a Venezia sul tema dell’immigrazione. Il suo collega di Belluno, Jacopo Massaro, pure lui di centrosinistra, si limiterà a mandare un assessore. E quello di Treviso, il pd Giovanni Manildo, sta valutando il da farsi.
La rivolta monta nel partito di Renzi, complice anche il clima elettorale delle Regionali con una Lega che non perde occasione per soffiare sul fuoco dell’emergenza immigrazione e solidarizza con la sollevazione dei sindaci pd. Alle prefetture viene rivolta l’accusa di non coinvolgere i primi cittadini, imponendo soluzioni dall’alto in assenza di adeguati processi d’integrazione.
Un malessere che rischia di arrivare ai vertici del Pd: i parlamentari veneti hanno chiesto la convocazione di una direzione nazionale per fissare una linea comune, paventando «pericoli» in una campagna elettorale che vede impegnata la renziana Alessandra Moretti in una complicata sfida con il governatore uscente leghista, Luca Zaia, e il sindaco di Verona, Flavio Tosi.
E che la pratica sia delicata, lo ha ammesso lo stesso segretario regionale pd, Roger De Menech, che ha fatto sapere di voler sottoporre la questione direttamente al premier.
La scintilla che ha riacceso un malessere peraltro presente da tempo in Veneto è stata l’annuncio del sindaco pd di Vigodarzere (Padova), Francesco Vezzaro, di rinunciare alla fascia tricolore per protestare contro la prefettura che giovedì scorso, «senza il minimo coinvolgimento», aveva individuato in una caserma dismessa dell’Aeronautica un potenziale centro di accoglienza per un centinaio di profughi. La minaccia di dimissioni di Vezzaro, poi rientrata dopo una serie di chiarimenti e sollecitazioni giunti dal Pd veneto, è stata colta al volo dalla Lega: Zaia ha parlato di «sindaco coraggioso» e il primo cittadino di Padova, Massimo Bitonci, di «monito per Renzi e Alfano».
Per il Pd, una ferita aperta. Variati, sindaco di Vicenza, da tempo fortemente critico sulle politiche governative in materia di distribuzione dei profughi, ha motivato la sua assenza al vertice di domani a Venezia, riproponendo una lettera scritta nel febbraio scorso al prefetto nella quale si diceva «contrario a un modus operandi che non affronta i problemi e non tiene conto del disagio sociale dei cittadini: nessun progetto d’integrazione, solo una mera accoglienza a carico dello Stato, che poi si trasforma in clandestinità con tutte le conseguenze che questo comporta».
Altrettanto perentorio il sindaco di Treviso Manildo: «Questa volta siamo intenzionati a dire no, basta. Abbiamo fatto di tutto per fronteggiare l’emergenza, non possiamo continuare a svolgere un ruolo di supplenza nei confronti dello Stato e dell’Europa. Ci mancano strutture e mezzi».
Il tema è esplosivo e il Pd cerca un punto d’equilibrio. Lo chiedono ai vertici nazionali i parlamentari veneti (il senatore Santini e i deputati Naccarato, Camani, Miotto e Narduolo) secondo i quali il problema non è tanto il numero dei profughi («Estremamente ridotto –— scrivono —: 380 in provincia di Padova e circa 2.800 in tutto il Veneto») quanto «il clima di ingiustificata paura e di strumentalizzazione messa in atto dalla Lega». Che non molla la presa. Il governatore Zaia ha ribadito il suo no «a flussi selvaggi», aggiungendo: «In Veneto ci sono 511 mila immigrati, di cui 42 mila senza lavoro: non siamo in grado di accoglierne altri».
In salita il compito della candidata pd, Alessandra Moretti, stretta tra i malumori della base e le esigenze di governo: «I profughi? Pronta ad accoglierli se da Roma garantiscono adeguate risorse: altrimenti, direi di no anche a Renzi…».
il Fatto 19.4.15
Santissime indagini
Soldi spariti, trame e veleni. L’ex vescovo accusato cita il collega
di Sandra Rizza

qui




***
Una parola sulle decisioni di Marchionne di associare i lavoratori della Fiat agli utili dell’azienda; qualora quegli utili ci siano spetterà a lui di stabilire l’entità del premio e la sua ripartizione tra i dipendenti.
Tutti i sindacati hanno plaudito salvo la Fiom-Cgil che parla di esproprio dei poteri sindacali. Sembra un’opposizione più corporativa che sindacale. In parte lo è, ma in parte no. Infatti in quasi tutte le aziende esiste un “premio di rendimento” che le imprese discutono con le rappresentanze sindacali, le quali trattano sull’entità del premio (sempre che un profitto ci sia stato), sulla sua ripartizione ed anche su problemi connessi alle condizioni di lavoro nel comune interesse dell’impresa e dei lavoratori.
Dunque non è l’imprenditore che decide da solo, ma l’interlocutore sindacale è allo stesso tavolo e si arriva ad una decisione comune.
A me sembra che questo metodo sia buono e che comunque il profitto sia di comune utilità; senza di esso la discussione si dovrebbe spostare sui sacrifici da compiere, sia dall’una che dall’altra parte e questo è il massimo di un capitalismo democratico e di un sindacalismo riformista.
Post scriptum. La settimana che si apre domani si concluderà sabato prossimo con la ricorrenza del 25 aprile, festa della Resistenza contro il nazifascismo.
Questa festa fa parte della storia d’Italia, dal Risorgimento in poi. Quel movimento ebbe molte ombre e contemporaneamente molte luci. Le figure più rappresentative, molto diverse tra loro ma tutte votate alla fondazione dello Stato unitario e democratico, furono soprattutto tre: Mazzini, Cavour, Garibaldi.
La Resistenza fu una pagina di grande riscatto e anch’essa ebbe molte figure e apporti ideali e politici assai diversi: liberali, comunisti, monarchici, liberal-socialisti, socialisti. Ma il fine era comune e fu sancito dalla Costituzione che tuttora ci detta le regole di comuni principi di democrazia, libertà ed eguaglianza politica e sociale.
Per ciò concluderò con le parole con le quali il presidente Mattarella ha concluso due mesi fa il suo discorso di insediamento al Quirinale: «Viva la Repubblica, viva l’Italia».

Corriere 19.4.15
Il rivale che serve a Renzi
di Angelo Panebianco

qui



Corriere La Lettura 19.4.15
Diventeremo un po’ più monoteisti
La demografia ridisegna le fedi, ma conterà la differenza tra chi crede nella libera scelta e chi nella costrizione
di Marco Ventura

http://issuu.com/segnalazioni.box/docs/tabella_monoteismi

Come sarà la mappa religiosa del mondo di domani? Come cambierà la fisionomia delle varie aree del pianeta? Quali religioni si espanderanno, quali si ritireranno? In virtù di quali fattori? Tenta di rispondere a queste domande lo studio sul Futuro delle religioni del mondo con il quale l’istituto americano Pew Research Center prevede la parabola delle maggiori fedi tra 2010 e 2050.
In tempi di ansia per la violenza islamica, il dato che colpisce è il maggior tasso di crescita dell’islam: secondo i ricercatori, nel 2050 il numero di musulmani si sarà avvicinato al numero dei cristiani, nel 2070 le due comunità avranno eguale consistenza ed entro il 2100 l’islam sarà divenuta la religione più diffusa del pianeta. Ciò avverrà non per un calo dei cristiani, che cresceranno più di ogni altra religione, islam escluso, ma per la maggior crescita numerica dei musulmani. Si delinea un mondo sempre più polarizzato intorno alle due maggiori religioni, che oggi rappresentano il 54% della popolazione mondiale e che saliranno al 61% nel 2050, al 65% nel 2070 e a quasi il 70% nel 2100: ci aspetta dunque un mondo meno diverso e più monoteista.
Incidono sul processo fattori quali l’età media e la composizione per fasce d’età dei vari gruppi, i tassi di fertilità e di mortalità, le migrazioni, le differenze regionali. Musulmani e cristiani cresceranno di più in virtù della loro presenza in aree ad alta crescita demografica, in particolare l’Africa subsahariana. Il tasso di fertilità dei musulmani sarà in genere più alto di quello dei cristiani, in Egitto e in India ad esempio, ma vi saranno eccezioni, come l’Indonesia, dove i cristiani saranno più fertili dei musulmani.
Il buddhismo calerà in percentuale perché concentrato in un’area, Asia-Pacifico, a minore sviluppo demografico. Al contrario, la crescita della popolazione indiana, quasi mezzo miliardo in più nel 2050, aumenterà la comunità indù e il peso relativo dell’islam indiano. I 19 milioni di migranti previsti nel periodo considerato, di cui 5 milioni di cristiani, avranno un peso considerevole. In Medio Oriente, le ostilità contro i cristiani comporteranno una perdita, spesso una fuga, di circa mezzo milione di fedeli, ma l’afflusso di lavoratori immigrati aumenterà di un milione e mezzo di unità la presenza cristiana nei Paesi del Golfo.
I numeri descrivono religioni e aree destinate a restare sostanzialmente immutate. È il caso della presenza islamica in Medio Oriente e nel Nord Africa, o della presenza cristiana in America Latina. Viceversa l’Europa attraverserà cambiamenti profondi. Il Vecchio Continente sarà l’unica regione per la quale si prevede un calo della popolazione complessiva.
I cristiani scenderanno di 10 punti percentuali e diventeranno il 65% della popolazione complessiva, con percentuali minori in Svezia (52%), Regno Unito (45%), Francia (43%), Paesi Bassi (40%) e Repubblica Ceca (19%). La quota persa dai cristiani verrà divisa tra non affiliati, musulmani e in piccola parte indù e buddhisti. Cresceranno di 5 punti percentuali i non affiliati, ovvero coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna Chiesa o religione. Costoro saliranno a quasi un quarto della popolazione europea, con picchi del 49% nei Paesi Bassi, del 44% in Francia, del 39% nel Regno Unito, del 30% in Germania e in Svizzera. I musulmani passeranno dal 6% odierno al 10% (un incremento del 63%), con picchi del 12% in Belgio e Svezia, il Paese con la massima crescita di popolazione musulmana nel periodo considerato, e dell’11% in Francia e Regno Unito.
L’Italia è tra i Paesi in cui la comunità musulmana crescerà di più, dal 3,7% della popolazione complessiva odierno al 9,5% nel 2050, quando peraltro gli italiani saranno 4 milioni di meno. L’islam italiano è oggi poco più della metà di quello olandese in proporzione alla popolazione dei due Paesi: nel 2050 l’islam italiano e l’islam olandese avranno lo stesso peso percentuale. L’islam elvetico, 5% della popolazione svizzera, è oggi di poco maggiore in percentuale di quello italiano, ma nel 2050 i musulmani italiani saranno del 2% più numerosi rispetto alla popolazione complessiva. Anche in Italia la popolazione cristiana diminuirà di 10 punti percentuali, scendendo così al 72,8%, e i non affiliati cresceranno di 4 punti percentuali salendo al 16,3%. La particolare dinamicità del paesaggio europeo dipenderà dalle migrazioni e dal diverso tasso di fertilità delle varie religioni, ma anche dal cambiamento di religione, soprattutto da quanti, tra i 22 milioni di nuovi non affiliati, saranno ex cristiani.
Il cambiamento di religione è il fattore più specifico e di difficile misurazione tra i vari presi in considerazione dal Pew Research Center. La mobilità religiosa, molto maggiore tra gli uomini che tra le donne, interessa particolarmente i cristiani, ovvero il gruppo che sembra destinato ad affrontare le maggiori trasformazioni quantitative e geopolitiche. Lo studio prevede che, entro il 2050, 106 milioni di persone lasceranno il cristianesimo, contro i soli 9,5 milioni di persone che usciranno dall’islam. Al contempo, tuttavia, in ben 40 milioni si convertiranno al cristianesimo, contro i soli 12,5 milioni di convertiti all’islam. Il saldo sarà negativo, ma il cristianesimo si dimostrerà più capace di muoversi e di rinnovarsi.
Peraltro, se la libera scelta di essere cristiani è particolarmente cara all’Occidente, è destinato a diminuire ulteriormente il peso sul cristianesimo globale dell’Europa e del Nord America, dove il calo dei cristiani e la crescita dei non affiliati saranno maggiori che nel Vecchio Continente. I cristiani europei e nordamericani erano il 38% di tutti i cristiani nel 2010: saranno ridotti a un quarto nel 2050. Cresceranno in compenso i cristiani dell’Africa subsahariana, regione in cui vivrà nel 2050 quasi il 40% dei cristiani del mondo. La Nigeria, dove pure l’islam supererà il cristianesimo, diventerà il terzo Paese al mondo per numero di cristiani dopo Stati Uniti e Brasile. Sarà ancora più decisivo il cristianesimo cinese, sul quale i ricercatori americani confessano di avere dati di scarsa affidabilità.
Lo studio del Pew Research Center soddisfa la curiosità di chi vuol sapere quali bandiere religiose saranno piantate sulla carta del mondo. Tuttavia, i dati sono anche un invito a relativizzare la lotta tra religioni e a osservare le trasformazioni profonde del credere e i mutamenti interni a ogni tradizione religiosa. Come cambieranno, dentro ogni gruppo, la fede, la pratica, l’identità e i precetti? Quale islam sarà quello dei musulmani europei, indiani e nigeriani? E come sarà il cristianesimo di domani, dove la Tanzania, il Congo e le Filippine peseranno molto più della Germania e della Francia? Forse, come sembra suggerire lo studio, la religione del futuro sarà sempre più una questione di fedeltà alla famiglia, alla cultura e alle tradizioni, dove la collettività conta più dell’individuo. Non va escluso però che si riveli più forte del previsto la religione della scelta, della libertà, in cui l’individuo conta più del gruppo. Più importante della differenza tra cristiani e musulmani sarà allora la distinzione tra chi crede nella libera scelta della fede e chi crede nella costrizione. Si contenderanno la terra il Dio che mostra la sua potenza nei numeri e il Dio che ha fatto tante stelle da non riuscire a contarle.



Corriere La Lettura 19.4.15
Sul fine vita ci aiuta la storia non l’ideologia
di Antonio Carioti


Nel libro Morire felici (Rizzoli) il teologo dissidente Hans Küng afferma il diritto di decidere come chiudere la propria vita. Da Bollati Boringhieri sta per uscire il saggio Saper morire di Gian Domenico Borasio, che sottolinea soprattutto la necessità di garantire a tutti cure palliative adeguate in fase terminale. È chiaro che i progressi della medicina impongono di affrontare il tema del fine vita. Lo confermano casi clamorosi come i suicidi di Mario Monicelli e Carlo Lizzani. Ma in Italia domina lo scontro ideologico: la stessa parola eutanasia è spesso considerata tabù, appiattita sullo sterminio dei disabili sotto il Terzo Reich. Eppure, spiega Marco Cavina nel libro Andarsene al momento giusto (il Mulino), anche tra l’antichità e il Novecento si riscontra nell’Europa cristiana «la presenza ininterrotta e diffusa di culture di accettazione dell’eutanasia». Forse riflettere su questo retroterra storico può aiutare a confrontarsi in modo più pacato.




sabato 18 aprile 2015

il Fatto 18.4.15
Maurizio Landini (Fiom)
“Marchionne riporta gli operai agli anni ‘50”
di Salvatore Cannavò

qui


La Stampa 18.4.15
Gauguin
L’ansia di dipingere l’Eden perduto
Alla Fondazione Beyeler di Basilea una grande mostra ripercorre l’epopea dell’artista tra la Bretagna e Tahiti
di Rocco Moliterni


Quando era in vita, non è che Gauguin godesse di grande stima come pittore. La conferma più clamorosa viene da Annah, la ballerina giavanese allora sua amante che nel 1894, mentre lui è in Bretagna, gli svaligia l’atelier, portando via tutto (non molto, tenuto conto che in quel periodo l’artista faceva la fame) tranne i quadri. Quadri che Gauguin faceva fatica non a dipingere (è stato abbastanza prolifico di opere - come di figli - se si pensa che ha iniziato la carriera a 35 anni), ma a vendere. Solo pochi mesi prima di morire ottenne finalmente dal mercante Vollard un contratto che gli permise di vivacchiare alle isole Marchesi, nonostante la dipendenza dall’alcol, la probabile sifilide e l’odio delle autorità coloniali che mal sopportavano il suo schierarsi dalla parte degli indigeni.
A ripercorrere l’epopea di quello che oggi è uno dei simboli (con Cézanne e Van Gogh) della modernità post-impressionista è la sontuosa mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea, a cura di Martin Schwander. «Abbiamo concentrato - spiega il curatore - la nostra attenzione sui dipinti realizzati da Gauguin prima in Bretagna e poi nelle sue permanenze a Tahiti. Ci interessava mettere questi ultimi a confronto con le sculture realizzate sotto l’influenza della cultura indigena». Per Gauguin infatti il primitivismo non è una moda, ma un’esigenza che lo spinge a cercare il mito del selvaggio e della natura incontaminata prima in Bretagna (qui diventa maestro nella «scuola di Pont Aven») e poi nelle isole del Pacifico. Alle spalle ha la stagione impressionista, il burrascoso rapporto con Van Gogh, e un interesse per il sacro e la religione che lo portano a realizzare opere come Le Christ jaune o Le Christ vert, la Vision du sermon o Le Christ au jardin des oliviers.
Siamo alla fine degli Anni 80 dell’800 e l’artista scrive alla moglie: «Ricordati che ci sono in me due nature, l’indiana e la sensitiva: la sensitiva è scomparsa, il che permette all’indiana di andare avanti dritta e senza esitazioni». Non si sa che cosa, di questa natura indiana, pensasse la moglie. Mette era una danese dal carattere forte, che sopportava le sue bizze, le lontananze e i mille tradimenti fino al 1897, quando la morte della figlia Aline li separò per sempre. Si erano sposati nel 1873, quando lui lavorava ancora in borsa ed era anche bravo a far soldi e lei non poteva immaginare che avrebbe mollato il lavoro e la numerosa famiglia per inseguire il sogno di un’arte che lo ricongiungesse all’Eden perduto. Eden sovente incarnato nelle fattezze di giovani donne tahitiane. Le dipingeva a seno nudo sulle spiagge o lungo i torrenti di quei paradisi lontani, usando contorni decisi e colori accesi (il rosso, il giallo, il verde), dimenticando il «minimalismo» della scuola impressionista. Perché Gauguin, con quei colori, voleva restituire l’anima delle persone, delle cose e dei luoghi. Ed era convinto di essere sulla strada giusta («io sono un grande artista e lo so» ripeteva), anche se poi non riusciva a convincere gli ipotetici acquirenti.
Tutto il contrario di oggi: in mostra c’è uno dei suoi capolavori, Nafea Faa Ipoipo (in italiano significa «Quando ti sposi?»), venduto di recente da un collezionista svizzero all’emiro del Qatar per 300 milioni di dollari, record assoluto per un’opera di arte moderna. Campeggia in una sala accanto ad altre due tele del 1892, Parau Api (Che c’è di nuovo?) e Aha oe Fei (Come sei gelosa?), e il trittico da solo vale la visita. Sono lavori del primo viaggio in Polinesia, conclusosi nel 1893 con un rimpatrio a spese del governo francese, data l’indigenza e il cattivo stato di salute dell’artista. In patria, dopo il fiasco di alcune aste, cercherà di nuovo pace in Bretagna e alla fine deciderà di tornare prima a Tahiti e poi nell’ultimo rifugio di Hiva Va, nelle Isole Marchesi. Qui morirà, nel 1903, a 54 anni, malato e in solitudine.
Corriere 18.4.15
La Bibbia, Sofocle, Rimbaud: i libri che mi hanno cambiato la vita
di Guido Ceronetti


Nulla può fare più felice uno scrittore, ma anche un pittore, un drammaturgo, del richiedergli dei libri che gli hanno cambiato la vita. Lo ha fatto di recente «la Lettura», il supplemento domenicale del Corriere, con alcuni noti intellettuali interpellati, e questa bella idea mi stimola a non mancare di rispondere anch’io. In un certo senso, ogni libro letto con passione, non professionalmente, ci cambia la vita, sta scritto nel nostro destino. Non sono stato un divoratore di libri, e in questa mia vecchiaia di tormenti leggerò per intero due o tre libri all’anno: ma sono stato un sicuro predestinato a trovare libri da cambiare la vita, e ne ho tratto, come da un amore passionale, tutto il meglio, il profitto, che ho potuto.
Ecco, un giorno ancora di coprifuoco, mi pare, a Torino, sotto i portici di Porta Nuova, un chioschetto con le ruote, «Casa della Bibbia» vendeva esclusivamente Bibbie. Il guardiano era un signore in nero (mi disse poi di chiamarsi Artuffo, dunque non veniva da Ginevra) che a chiunque là davanti rallentasse il passo rivolgeva cortese la domanda: «Le interessa la Bibbia, signore?». Valeva la pena fermarsi, perché lo sconosciuto libro, dalle chiese, era bandito. (Ci volle la rivoluzione di papa Giovanni XXIII perché ai fedeli ne fosse permessa, e perfino raccomandata, la lettura). Quella che presi a sfogliare, sotto l’occhio benevolo e incoraggiante di Artuffo, era il testo in uso nelle valli e nei templi Valdesi, tradotto dal Liuzzi, non so in che anno, in un italiano un po’ meno peggiore di quello dell’esule Giovanni Diodati, abbominevole seicentesco, fortunatamente rimasto inuguagliato. Di un capitoletto di poche pagine, L’Ecclesiaste , i primi versetti, sulla vanità di tutto, mi fermarono. Era fatta: il libro predestinato a cambiarmi la vita, mi aveva gettato la rete addosso.
Tradurre è leggere. Di quei dodici capitoli del rotolo canonico esiste tuttora, tra i miei manoscritti alla Biblioteca Cantonale di Lugano, la mia prima versione interlineare del 1956. Nel tempo credo di aver messo in musicali e scabri versetti italiani una quindicina di versioni e revisioni, in primo luogo restituendo il testo al suono originale: Qohélet . Tra i due editori principali del rotolo ( meghillà Qohélet ), Einaudi e Adelphi, non se ne contano, fino ad oggi, le ristampe. L’editore in caratteri a mano Tallone, che fece un suo Qohélet parecchi anni fa, lo rivorrebbe per le sue meravigliose edizioni, con le mie ultime correzioni dopo l’ultima Adelphi, ritenuta definitiva. Mi ha scelto e mi si è attaccata quella parola di verità che non adula nessuno.
A farmi cambiare vita da un libro, senza mai rigettare i successivi cambiamenti, sono sempre stato docilissimo. In un certo senso, lo stiamo sempre aspettando il libro che venga e porti, ad una incessante fame di luce, più luce. Anche adesso, che gli anni mi stanno flagellando con malignità sadica, aspetto che dalla finestra spalancata da un colpo di vento mi caschi in mano il libro che mi svagini da ogni tenebra e mondo.
Tutti i libri che mi hanno cambiato la vita hanno autori da eterno debito. Il Dio biblico, veterotestamentario o cristiano, non mi ha persuaso, eccetto che per vie gnostiche ininterrottamente percorribili, ma anche a me, come a Giulio Giorello o Leonardo Sciascia, l’ispida Ethica di Spinoza, più o meno dall’epoca dell’incontro con la Bibbia di Artuffo, ha cambiato la vita. Poi è stata la volta di non lasciare mai più Les fleurs du Mal , i versi di Rimbaud, la filosofia di Schopenhauer, il Medioevo di Villon, l’energia unica dei Canti di Lautréamont, i versi infallibili di Sofocle... Spesso bastano, di un libro, poche righe in cui è accesa una lampada. Vorrei mi fosse dato di essere fino in fondo rischiarato, nel punto finale («Il varco è qui?») dalla beatitudine di istruzione che impartisce ad Argiuna il divino auriga della Bhâgavad-Gita.
Corriere 18.4.15
Guerra fredda, che nostalgia
Sergio Romano sottolinea che la contrapposizione bipolare garantiva l’ordine mondiale
di Franco Venturini


I n alcuni libri la libertà intellettuale dell’autore mette alla prova quella del lettore. Quest’ultimo non è chiamato necessariamente a condividere, ma piuttosto a liberarsi delle idee fatte e pronte all’uso, del politically correct, del conformismo che purtroppo spesso pervade anche la storia. L’ultimo lavoro dell’ambasciatore Sergio Romano, ben noto ai lettori del «Corriere», appartiene a questa categoria di libri. E non lo nasconde, anzi lo sottolinea sin dal titolo: In lode della guerra fredda. Una controstoria (Longanesi).
Romano si spiega subito: «Suppongo — sono le sue prime parole — che il titolo di questo libro possa provocare sorpresa e fastidio». E subito ricorda che la caduta del Muro di Berlino, la sera del 9 novembre 1989, non aveva certo rattristato o allarmato i cechi, i polacchi, gli ungheresi, insomma tutte quelle popolazioni dell’Est che Kundera chiamava «l’Europa rapita» e che dalla fine della Seconda guerra mondiale avevano dovuto sottostare al giogo sovietico. Eravamo contenti anche noi europei occidentali, del resto, perché pensavamo che la fine dei blocchi avrebbe garantito la pace.
Si fa presto a constatare, oggi, che le cose sono andate diversamente e che ci troviamo in un mondo dove i conflitti non cessano di moltiplicarsi. Abbiamo sbagliato a rallegrarci per la fine della guerra fredda, allora? Romano ripercorre nel suo libro le molte crisi e anche le guerre che caratterizzarono quei decenni. Ma l’autore mette l’accento su un punto centrale: malgrado i dissensi e talvolta gli scontri indiretti, tra le due superpotenze protagoniste della guerra fredda non vi fu mai un contrasto davvero capace di scatenare una guerra. Perché la minaccia reciproca di un olocausto nucleare imponeva di fermarsi, di mantenere gli equilibri, e così quei decenni furono globalmente decenni di pace. Nei quali poterono trovare spazio processi distensivi come quello dall’Atto finale di Helsinki, i trattati di disarmo atomico, il cruciale accordo Abm del 1972 (poi unilateralmente denunciato da George W. Bush), nel quale Usa e Urss stabilivano le regole per rimanere vulnerabili a un attacco nucleare, vedendo in ciò la massima garanzia che esso non avrebbe mai avuto luogo.
Ma arrivano, dal 1980 in poi, gli anni in cui l’Urss e ancor più il suo blocco imperiale cominciano a traballare per ragioni economiche, sociali e politiche. Parte l’accelerazione della storia. A Mosca sale alla ribalta Gorbaciov, e sarà Boris Eltsin, dopo averlo liquidato, a sancire lo smembramento dell’Urss nel 1991. Quella per il Kosovo sarà presto la prima guerra della Nato. L’America diventa superpotenza unica e si abitua a imporre il suo volere, ma giunge il trauma dell’11 settembre, che porterà all’intervento in Afghanistan e subito dopo a quello in Iraq. Nel raccontare il nuovo mondo troppo caotico, anche Romano dà l’impressione di voler riprendere il «suo» filo. E allora ecco gli allargamenti della Nato dal 2004 al 2009, in contrasto con quanto era stato promesso a Gorbaciov (ma solo verbalmente) quando si discuteva di riunificazione tedesca. Ecco che già nel 2008 gli Usa provano ad avviare l’Ucraina verso l’Alleanza atlantica, mentre gli europei frenano, sapendo che toccare l’Ucraina significa andare a colpire sensibilità e interessi della Russia. Il salto fino alla crisi tuttora in corso tra Kiev e i separatisti dell’Est diventa automatico, e l’autore lo fa precedere da un promemoria storico troppo spesso trascurato.
A questo punto, per coerenza con la premessa, è opportuno che il lettore dica la sua su un paio di punti che lo vedono in dissenso con Sergio Romano. L’autore si chiede, lasciando spazio allo scetticismo, se l’annessione della Crimea nel marzo 2014 sia stata un errore. «Non era forse stato altrettanto grave cambiare i confini della Nato, accogliendo Paesi che avevano lungamente appartenuto a una diversa area di influenza?». Credo che l’annessione formale della Crimea, di fatto già militarmente occupata e controllata, sia stata un errore-chiave di Vladimir Putin, senza il quale sarebbe diventato più difficile colpirlo con le sanzioni. L’annessione, inoltre, ha aiutato chi non voleva negoziare con Mosca, e ha reso più arduo lo sforzo franco-tedesco sfociato negli accordi (fragili) di Minsk II. Questo senza nulla togliere agli errori commessi da parte occidentale, e alla presenza, in Occidente come certamente in Russia, di poteri e persone che vogliono lo scontro.
L’autore si pone poi un interrogativo fondamentale: chi ha vinto la guerra fredda? E scrive che «l’Unione Sovietica fu sconfitta dalle riforme di Gorbaciov». Dissento. L’Urss e il suo sistema economico erano arrivati al limite estremo della sopravvivenza (anche per le enormi spese fatte nel tentativo di tenere il passo delle «guerre stellari» di Ronald Reagan) prima che Gorbaciov andasse al potere e tentasse un processo riformista già abbozzato nel breve regno di Andropov. La perestrojka (ristrutturazione, che fallì diversamente dalla glasnost , trasparenza) era un programma economico disperato, che aveva poche probabilità di successo, ma non fece perdere la Guerra fredda all’Urss. Mosca ha perso per consunzione di tutte le sue componenti umane e materiali prigioniere di un sistema non riformabile. Ed era politicamente impossibile che la parte vincitrice, in un mondo cambiato, ragionasse in termini di zone d’influenza. Le richieste di entrare nella Nato dei nuovi Stati sovrani dell’Est non potevano essere rifiutate, a meno che non fossero foriere di nuovi pericoli. È quanto gli europei hanno capito per l’Ucraina nel 2008, e c’è da sperare che continuino a capire oggi.
Ecco perché il libro di Sergio Romano si raccomanda da solo: perché fa discutere, perché fa pensare, prima di concludere con una struggente constatazione del ruolo che l’Europa potrebbe avere, ma non ha.
Corriere 18.4.15
Tra Israele e Unione Europea scatta la guerra dell’etichetta
Sedici Paesi chiedono a Mogherini di far segnalare i prodotti delle colonie
di Francesco Battistini


DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME Made in Israel. O made in West Bank? Che sia un ortaggio o un formaggio, un olio o un vino, è l’Europa a dirlo: sull’etichetta, la differenza va segnalata. Perché nel primo caso si tratta d’un «normale» prodotto israeliano. Nel secondo, potreste avere in mano merce di coloni che occupano i Territori palestinesi (e che spesso le olive o le viti, ai palestinesi, le rubano).
L’Ue da anni pretende che lo si stampi sulle etichette: «Prodotto israeliano proveniente da insediamenti illegali in Cisgiordania», giusto perché l’acquirente poi si regoli. Ma a parte la Gran Bretagna e i Paesi scandinavi, nessuno lo fa.
Lunedì scorso sedici su 28 fra i ministri degli Esteri europei, Germania esclusa, hanno scritto alla «collega» Ue, Federica Mogherini, esigendo che le etichette trasparenti siano finalmente messe. E che «i consumatori non siano più fuorviati da false informazioni». La Mogherini non ha risposto, anche se si sa come la pensa. Israele invece non ha perso tempo, ed è partita la protesta.
«Possono anche mettere una stella gialla su tutti i prodotti della Giudea, della Samaria o del Golan», la replica del ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che chiama la Cisgiordania coi suoi nomi biblici e fa notare l’«ipocrita» coincidenza d’una simile lettera nei giorni in cui Israele ricorda la Shoah: «Sappiamo come funziona: si marchiano i prodotti israeliani e poi si passa subito a boicottare tutto ciò che viene da Israele».
Altro che coloni, la tesi è d’un boicottaggio bell’e buono: «Questa mossa può creare caos nella nostra economia — Yair Lapid, già ministro delle Finanze, ha telefonato alla Mogherini —. Non c’è nessuna differenza tra prodotti al di qua o al di là della Linea Verde», il confine del ‘67 al quale Israele è tenuto a tornare.
E poi: perché tanta severità coi coloni — proprio lunedì, Human Rights Watch li ha accusati di sfruttare il lavoro dei bambini palestinesi — quando nessuno si fa troppe domande su quel che arriva dalle fabbriche-lager in Asia, per non dire del mondo arabo?
La lista (nera) della spesa europea negl’insediamenti è di circa 500 prodotti. Un affare da mezzo miliardo di dollari l’anno. Già due anni fa ci aveva provato la precedente «ministra» Ue, Catherine Ashton, minacciando di congelare le partnership finanziarie che riguardavano i coloni. Ma erano i mesi in cui si tentava di far ripartire i negoziati di pace, e fu la Casa Bianca a chiedere all’Europa di soprassedere.
Ora che Abu Mazen ha preso la strada dei tribunali penali internazionali, che Netanyahu ha escluso la soluzione dei due Stati e che le colonie continuano ad ingrandirsi, per i 16 governi europei è tornato il momento: «L’etichettatura è un passo importante».
Ha firmato anche l’Italia, col ministro Gentiloni. Cinque anni fa, quando la Coop provò a far rispettare l’obbligo d’etichetta trasparente, venne giù il mondo e il Partito democratico ordinò ai «suoi» supermercati di fare retromarcia. Evidentemente, nel centrosinistra ci hanno ripensato.
Repubblica 18.4.15
L’enigma di Tsipras
di Federico Fubini


LA SOLA cosa che si possa dire a difesa del rapporto fra Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis è che non può essere peggio di quello fra la Grecia e il resto d’Europa. Alla Banca centrale europea, il premier di Atene avrebbe fatto capire che non si deve dar troppo ascolto al suo ministro delle Finanze. Questi si sarebbe preso la propria rivalsa evitando di informare il primo ministro del contenuto di importanti scambi di idee con i negoziatori europei.
INEVITABILE che poi questi restino senza parole quando si rendono conto, di fronte a Tsipras, che devono spesso tornare a discutere tutto da zero. La lista delle stranezze potrebbe continuare. In un recente convegno a Parigi, Varoufakis, figlio di un importante oligarca greco della siderurgia, ha dato l’impressione di essere seguito come un’ombra da una sorta di “commissario politico” di Syriza nella persona del viceministro degli Esteri Euclid Tsakalotos. Il ministro delle Finanze, che non si è mai iscritto al partito di governo, ha spiegato agli organizzatori dell’incontro che non avrebbe potuto prendere la parola se l’ignoto (e non invitato) Tsakalotos non avesse parlato subito dopo di lui. Ciò non ha impedito a Varoufakis pochi giorni dopo a Washington di scoprire con stupore, dicono i testimoni, che la Grecia ha un vice-direttore esecutivo nel Consiglio del Fondo monetario internazionale (in realtà, lo ha da decenni). Né ciò gli ha impedito di licenziare l’alto funzionario ellenico su due piedi il giorno seguente. Contrariamente a quanto pensavano i marxisti prima di Tsipras e Varoufakis, anche le personalità fanno la differenza nella storia. Alla fine, la faranno probabilmente anche in questa vicenda. Certo, pesano di più le forze che si muovono in profondità, i movimenti o la stasi nelle grandi maree sottostanti, e anche in questi giorni lo si è visto intorno alla Grecia. Il brusco deterioramento dello spread, lo scarto nei rendimenti fra titoli decennali tedeschi e italiani, non dimostra solo che Atene ha conservato almeno parte della sua capacità di contagiare finanziariamente i Paesi più fragili di Eurolandia. Ricorda anche qualcos’altro: nell’area restano economie con vari gradi di vulnerabilità, a partire dall’Italia.
Nell’immediato la minaccia di un nuovo contagio ellenico è comunque contenuta dalla Bce: nell’ipotesi che davvero Atene possa precipitare in un default caotico e uscire dall’euro, la banca centrale di Francoforte in realtà ha già riflettuto su come concentrare nel tempo gli acquisti di titoli di Stato che già sta conducendo. Anziché intervenire per 60 miliardi al mese, per un certo periodo la Bce potrebbe farlo per somme doppie o triple, anche a costo di esaurire il suo programma di acquisti di titoli prima del previsto. Questo presumibilmente sederebbe i mercati almeno per adesso, anche se tutto in Grecia continuasse ad andare nel peggiore dei modi.
I tremori propagatisi da Atene in questi giorni, e la capacità del mercato dei titoli del Tesoro di crollare bruscamente in qualunque momento, ricordano però all’Italia anche un’altra realtà. Senza dirselo poi troppo, questo Paese sta riavvicinandosi pian piano a una bolla del credito e la scossa provocata dalla Grecia ieri lo ha in qualche modo rivelato. Non ha alcun senso, sulla base dei fondamentali delle economie, che i titoli decennali americani debbano offrire un premio al rischio dello 0,40% superiore agli omologhi italiani come se fossero davvero più pericolosi. La sensibilità dimostrata alla vicenda greca rivela come un’Italia che non si autoriforma più a fondo, anziché promettere tesoretti tutti da dimostrare, può finire di nuovo fuori equilibrio e poi pagarne un alto prezzo in seguito.
A maggior ragione, un accordo fra Atene e l’area-euro nelle prossime settimane è disperatamente necessario e per questo conteranno le personalità dei protagonisti. Quella di Tsipras resta tanto determinante, quanto illeggibile. Nei suoi primi cento giorni non ha fatto quasi nulla di coerente con il suo programma di sinistra, neanche misure che sarebbero state ben viste in Europa. Non ha agito contro la corruzione, né contro la grande evasione, né contro gli sgravi e le esenzioni riservate agli oligarchi dei cantieri navali. Ha eccitato le platee con richieste irrealistiche e provocatorie di “indennizzi” dalla Germania, senza capire che l’accordo sul quel fronte è immutabile perché legato alla definizione delle frontiere in Europa dopo la Guerra fredda.
A Tsipras in realtà ora resta un’opinione pubblica che a grande maggioranza lo sostiene (ma un po’ meno di prima) e in una maggioranza altrettanto grande vuole stare nell’euro e in Europa. Per riuscirci il premier greco ha bisogno di un compromesso che cambi in parte gli equilibri politici interni, emarginando le estreme, a destra e a sinistra, e aprendosi ad altri voti in parlamento o nel Paese. Tsipras viene da assemblee infuocate in sale piene di fumo ed è arrivato a incontri riservati con Merkel, Draghi, Putin. Ora deve decidere chi vuole essere e dove vuole che sia il suo Paese. Ormai lo sa solo lui, dipende solo da lui.
Repubblica 18.4.15
“Il nostro viaggio a vuoto nel labirinto eterologa”
L’Italia non è ancora un Paese per donatori
di Tiziana De Giorgio e Matteo Pucciarelli


A un anno dalla sentenza della Consulta è tutto fermo. Come dimostra la “ricerca impossibile” tra ospedali pubblici e cliniche private di due trentenni
Nessuna informazione e il centro (regionale) di prenotazione impreparato nonostante da mesi lo stallo venga attribuito alla mancanza di seme e ovociti

“Aspetti che chiedo... No, guardi mi dicono che qui in Lombardia non si può fare”. E in futuro? “Le ho detto di no, mi ha sentito?”. A chi possiamo rivolgerci? “Non ne abbiamo idea. A proposito: voi sapete quali sono le regole?” Al ventunesimo tentativo, la prima risposta positiva Appuntamento, colloquio. E tantissimi moduli da firmare “In Europa è una procedura normale, da noi stanno facendo del terrorismo per spaventare e dissuadere le persone”

DICONO che l’eterologa — partita un anno fa, praticamente imposta dalla magistratura — non stia decollando. Dicono che non ci sono abbastanza donatori e per questo il meccanismo non si mette in moto: manca la “materia prima”, insomma.
Bene, allora proviamo a donare, proviamo a capire come si fa a dare una mano. Proviamo a stare dall’altra parte della barricata: non quelli che chiedono un aiuto alla scienza per avere figli, ma quelli che si mettono a disposizione. Entrambi trentenni, in buona salute e armati di altrettanta volontà, scopriamo però che nella ricca, efficiente e moderna Lombardia donare agli altri (e senza chiedere nulla in cambio) è un’impresa disperata, per veri temerari. E così incassiamo sfilze di «no», «non so», «eh?», «ci dispiace ma... » e affini.
Partiamo dalla via più semplice, quella alla portata di tutti. Grazie a una ricerca su Internet recuperiamo un documento di tre pagine che ci fa da guida: “Elenco centri autorizzati fertilità Regione Lombardia”. Quelli di Milano li chiamiamo uno a uno. Ospedali pubblici e cliniche private, non fa differenza. «Buongiorno, siamo una giovane coppia e vorremmo fare i donatori per l’eterologa, da voi c’è questa possibilità?». Le prime telefonate sono fiduciose. «Aspetti che chiedo (...)», risponde perplessa la centralinista del Niguarda. Restiamo cinque minuti in attesa. «Mi dispiace, qui no, e comunque mi dicono che in Lombardia ancora non si fa». Al Fatebenefratelli non riusciamo a finire di formulare la domanda: l’eterologa non è di casa e quindi di fare i donatori non se ne parla. Ma nemmeno in futuro? Al Centro sterilità dell’ospedale San Carlo la risposta è stizzita: «Le ho detto di no, ha sentito?».
Nessuno prende nota dei nostri nomi, neanche a dire: per il momento non si può fare, non siamo pronti, ma in futuro sarete i benvenuti. I più disponibili provano a indirizzarci verso altre strutture: «Il centro più grande che abbiamo a Milano è la Mangiagalli, provate lì». Altro buco nell’acqua: «Non sappiamo nulla di certo, risentiamoci dopo l’estate». Al centro medico Cerva ci suggeriscono di sentire l’Humanitas. E indovinate la risposta dell’Humanitas... Noi chiediamo informazioni e l’imbarazzo, le pause per prendere tempo, diventano una costante. Sembra quasi di doversi sentire in colpa per una richiesta tanto “bizzarra”, cioè donare. A chi possiamo rivolgerci quindi? «Non è per cattiveria — si giustificano dal San Raffaele — ma non ne abbiamo idea». E sì che la Regione Lombardia — accusata per mesi di fare resistenza alla legge, visto che la maggioranza di centro-destra che la guida è ancora legata a Comunione e Liberazione — ha anche annunciato di aver inviato agli ospedali un form per la registrazione dei donatori, quindi in teoria problemi non ce ne dovrebbero essere, se non altro in un’ottica futura. «Non ne sappiamo nulla»: dall’altra parte, stavolta, è la Macedonio Melloni. Al centro Monterosa si capovolgono i ruoli, chi ci dovrebbe dare qualche dritta ce ne chiede: «Scusate ma io non so nemmeno com’è regolamentata la pratica, voi per caso sì?». Anche il centro unico di prenotazioni della Regione non contempla i “donatori di gameti”. Proviamo con lo sportello del Comune di Milano per i diritti civili, creato nei mesi scorsi proprio per dare una sponda “laica” anche alle coppie con problemi di fertilità. Una sorta di ufficio facilitatore nella giungla di norme e contronorme. Dopo una ricerca di mezza giornata, il funzionario un po’ mortificato ci lascia un messaggio in segreteria: «Purtroppo in tutta la Regione al momento non c’è un centro disponibile, ci dispiace».
Alla fine, su venti centri milanesi contattati, riusciamo a portare a casa ben due risposte positive, o qualcosa del genere. Al Sacco, ci spiegano, c’è un elenco di pazienti in lista di attesa; per gli aspiranti donatori come noi presto sarà possibile fare i primi colloqui con i medici. Perlomeno sanno di cosa si parla e l’evenienza che qualcuno pensi di donare seme e ovociti viene presa in considerazione. Al centro Matris, invece, sem- brano non aspettare altro: «Ah certo, se ci lasciate un recapito vi facciamo richiamare dal medico». Non passano nemmeno dieci minuti, il nostro telefono che squilla, è il dottore: «Fissiamo l’appuntamento».
L’appuntamento è di giovedì, ore 11.30. La piccola clinica in zona San Siro è attaccata a una “Sala del Regno dei testimoni di Geova”, se non stai attento rischi di suonare il campanello della struttura sbagliata. Alla reception rose e orchidee (finte) sotto vetro, pareti rosa confetto; foto di neonati dappertutto, foto di genitori sorridenti, foto di camici bianchi circondati di infanti in culla, articoli di giornale sulla procreazione assistita, italiani e stranieri. In sala d’attesa altre coppie, anche giovani, alcune si tengono per mano. Ma si capisce subito che i ruoli sono diversi, la carica di aspettativa differente, noi ci sentiamo più leggeri.
Dopo venti minuti veniamo convocati per il colloquio. Come funziona? Possiamo farlo davvero? Quando? Con quali tempi? Quali procedure? «L’età massima per gli uomini è 35 anni», ci spiega con gentilezza il medico. Anche la sua camicia è rosa. È richiesto seme di “alta qualità” nonché resistente all’abbassamento della temperatura, «due caratteristiche diverse tra loro e non è detto che uno le possieda entrambe». Ma a parte questo sembra una passeggiata: prima ci sarà un incontro con lo psicologo («ma tranquilli, quasi una formalità!»), dopo l’analisi del seme e del sangue; se il prodotto è di qualità e non ci sono altre controindicazioni, tre raccolte diverse e il gioco è fatto. «Il seme sarà subito congelato. Tutto gratis, ovviamente », ci avvisano. Ecco perché dovremo firmare un modulo nel quale dichiariamo che la donazione non ha fini di lucro. «Siamo i primi a doverci tutelare», ragiona il dottore, che aggiunge: «Facciamo l’eterologa da luglio, dei precursori in Lombardia, e ci siamo tirati addosso una marea di controlli».
Per la donna la questione è più complicata. «Quando compie i 31 anni?». Agosto. «Allora dobbiamo fare tutto entro il suo compleanno, dopo non si può più, siamo borderline ». La trafila è lunga: se gli esami vanno bene, tocca subire un bombardamento ormonale per stimolare le ovaie. Quindici giorni in cui bisognerà garantire la propria presenza quotidiana alla clinica. Poi, l’intervento. «Lei non sente nulla, dorme. Ma al risveglio potrebbe avere un po’ di mal di pancia, ci potrebbe essere qualche piccola perdita di sangue». Le controindicazioni non mancano, insomma. Il dottore è sincero. Non è come donare il sangue. Per questo «deve farlo soltanto se ne è davvero convinta». E siccome si tratta di un vero e proprio impegno, qui «è previsto un rimborso spese da calcolare in base alle giornate di lavoro perse ». Le donazioni al massimo potranno servire per cinque gravidanze, così come per l’uomo. Nessuno di noi due saprà mai chi ne ha avuto bisogno e se nasceranno davvero dei bambini grazie al nostro contributo.
In altri Paesi europei le donatrici si trovano senza difficoltà, racconta lo specialista prima di accompagnarci alla porta, tra le studentesse donare è diventata consuetudine, una questione di civiltà. «Da noi, invece, stanno facendo del terrorismo, la gente non sa come muoversi e allora va all’estero», è il suo congedo. Come a dire: l’Italia ancora no, non è un paese per l’eterologa.
Corriere 18.4.15
Un Paese che deve fare da solo
di Fiorenza Sarzanini


Le parole del prefetto di Bologna riassumono bene quanto sta accadendo, in questi giorni, nel nostro Paese. «Noi salviamo vite», ha risposto il rappresentante del governo a chi mostrava preoccupazione per l’arrivo di centinaia di migranti in Emilia-Romagna. È vero. Salviamo vite e assistiamo donne, uomini e bambini approdati in Italia per sfuggire alla guerra e alla miseria. Accogliamo migliaia di disperati pur non avendo le strutture adatte per farlo, né un piano strutturale adeguato, visto che bisogna fare i conti con le resistenze di alcuni governatori regionali e numerosi sindaci determinati a respingere l’arrivo degli stranieri sul proprio territorio.
La temuta invasione sembra essere cominciata. I diecimila stranieri giunti in Italia negli ultimi sette giorni sono il segnale di una situazione che, entro poche settimane, rischia di diventare difficilmente gestibile. Anche perché è salito in maniera pericolosa il livello di aggressività degli scafisti, fino a trasformare il Mediterraneo in un teatro di battaglia.
I colpi sparati lunedì scorso da quattro uomini a bordo di una motovedetta libica, che così sono riusciti ad ottenere dal comandante del rimorchiatore «Asso 21» la restituzione del barcone utilizzato per traghettare centinaia di persone, sono stati il primo, gravissimo, segnale di allarme. La rissa scoppiata a bordo di un gommone con alcuni giovani cristiani che hanno raccontato di aver visto i loro amici picchiati e poi gettati in mare dai musulmani mostra la ferocia che può scatenarsi quando si vive in condizioni disumane.
L’assalto di ieri al peschereccio siciliano trainato fino alle acque libiche è la conferma che ormai nulla si può escludere, perché i gruppi criminali sono disposti a tutto pur di incrementare il traffico di esseri umani.
Molto altro può accadere: la determinazione di questi scafisti rischia di avere conseguenze ancora peggiori. Eppure nulla si muove. L’Italia rimane sola a fronteggiare la minaccia e soprattutto l’emergenza. Qualche giorno fa, di fronte all’ultima ondata di sbarchi, un portavoce dell’Onu ha riconosciuto al nostro Paese il merito di affrontare questi eventi portando interamente il peso dell’Europa. Poteva essere l’occasione per uno sforzo comune che coinvolgesse tutti gli Stati membri di fronte a un’emergenza umanitaria ormai innegabile.
È accaduto esattamente il contrario. Da Bruxelles si sono affrettati a precisare che nessuna iniziativa sarà presa. Anzi, è stato specificato che «non c’è alcuna volontà di rafforzare l’operazione marittima, pur nella consapevolezza dei limiti della missione Triton». Quella nota ufficiale dei ministri degli Affari europei di Fra ncia, Germania, Italia e Slovacchia per sollecitare «una reazione forte e comune dell’Europa, una risposta risoluta e una politica migratoria comune e coerente di fronte agli ultimi tragici eventi nel Mediterraneo» appare tanto retorica quanto inutile. Soprattutto incoerente, visto che proviene da coloro che dovrebbero essere parte attiva di questa «politica», promotori di iniziative concrete e urgenti.
Il nostro rappresentante non avrebbe dovuto neanche firmarla, proprio perché non ha alcun valore effettivo, anzi rappresenta la prova che ogni tentativo di ottenere collaborazione dagli altri Paesi è ormai miseramente fallito. Come fallita è la speranza di poter fermare gli arrivi dei migranti mettendo qualche decina di mezzi navali a trenta miglia dalle coste siciliane.
A questo punto è necessario varare nuove regole che proteggano gli uomini impegnati nelle operazioni di soccorso e salvataggio in mare. E l’Italia deve farlo in piena autonomia, per prevenire conseguenze che possono essere drammatiche. La Libia è ormai fuori controllo, siamo esposti a un pericolo sempre più tangibile. Restare inerti e isolati rischia di avere esiti tragici. È inutile illudersi di riuscire a trovare collaborazione internazionale. Bisogna agire da soli e farlo prima che sia troppo tardi.
Repubblica 18.4.15
La sindrome atlantica e lo stagno dell’Italicum
Riforma del Senato, il sasso lanciato da Renzi è un tentativo di fermare la lacerazione del Pd
di Stefano Folli


ALLA Casa Bianca, coperto di lodi da Obama come leale alleato degli Stati Uniti, giudicato con ammirazione per l’energia riformatrice, Matteo Renzi avrà vissuto la sindrome che colpisce più o meno tutti i governanti italiani oltre Atlantico. Laggiù è facile sentirsi statisti di livello internazionale e guardare da lontano, con fastidio e dispetto, le beghe domestiche, le risse inconcludenti nei palazzi romani. Se è vero che in fondo all’animo del presidente del Consiglio c’è l’idea di un Partito Democratico ben rimodellato, docile strumento nelle sue mani, emendato dai capricci della minoranza, si capisce perché ha voluto confidare a Claudio Tito qualche idea innovativa sulla riforma del Senato giusto un attimo prima di partire per Washington, con un piede già sulla scaletta dell’aereo.
La speranza era di guadagnare così qualche giorno di tregua, offrendo ai litiganti di casa nostra un po’ di materia costituzionale su cui discutere e ovviamente dividersi mentre il premier è all’estero. Certo, è plausibile che Renzi avverta la necessità di correggere qualcosa nella riforma di Palazzo Madama. Una riforma che presenta — non da oggi — aspetti critici destinati a sommarsi ai dubbi sul sistema elettorale. Il rischio è che la somma di due leggi fatte male, o comunque migliorabili finché si é in tempo, accentui il malessere istituzionale anziché guarirlo. Ma non è chiaro se realmente il presidente del Consiglio intenda entrare nel merito della riforma da modificare, oppure se la sua sia un’iniziativa solo politica. Ossia un modo per spiazzare i suoi avversari della minoranza Pd, impedendo loro di riorganizzarsi in vista del voto dell’Italicum. E in ogni caso evitando soprattutto che si dica e si scriva di una trattativa in atto fra Palazzo Chigi e la pattuglia ribelle.
Lo stile di Renzi, così come lo conosciamo, fa pensare a una mossa politica che non calcola più di tanto il merito costituzionale della proposta. In fondo era stato proprio il premier a battersi a lungo per rendere non elettivo il nuovo Senato (anche allo scopo di abolire in chiave anti-casta l’indennità economica dei cento parlamentari). Ora all’improvviso lo scenario cambia e l’ipotesi dell’elezione popolare rientra dalla finestra, sia pure in forme non precisate. Al punto che il costituzionalista Stefano Ceccanti, non certo un anti-renziano, sostiene l’impossibilità di ripristinare il Senato elettivo con un emendamento, un po’ alla chetichella, e ritiene che in tal caso si debba ripartire da zero. Difficile pensare che Renzi voglia questo. Quindi la mossa è politica.
Non è l’apertura di un negoziato, tanto meno il tentativo di avviare uno scambio. Semmai è un modo per annacquare le resistenze della minoranza sull’Italicum, così da arrivare all’approvazione in tempi certi e se possibile senza il voto di fiducia, senza cioè quel passaggio che presenta un costo alto per l’immagine pubblica del premier. Del resto, un conto è caricare di significati politici il voto finale sulla legge, minacciando la crisi di governo; tutt’altro conto è conquistare l’Italicum solo grazie a un voto di fiducia, al termine di una partita estenuante che era cominciata chiedendo «la più larga condivisione» sulla riforma.
Ecco allora il sasso nello stagno della riforma del Senato. Tutto quello che può smuovere le acque in una situazione delicata può essere un vantaggio per Renzi. Il quale sembra oggi comprendere che un Pd lacerato a metà può diventare un problema politico incontrollabile. Se Bersani diventa, come in effetti è già, il consistente capo di una minoranza corposa, il premier-segretario non può fare spallucce come se si trattasse di uno sparuto gruppo di nostalgici. Ciò non significa, naturalmente, che Renzi rinunci al suo progetto di «partito della nazione». C’è anzi da credere che tornerà da Washington ancora più determinato a mandare avanti il progetto nelle forme possibili. In fondo sente di aver ricevuto da Obama una sorta di investitura, avendo garantito in cambio l’impegno italiano in Afghanistan e in Libia.