Corriere della Sera 5.3.12
Un nuovo caso per il Pd
La Borsellino sconfitta parla di brogli
Rita Borsellino sconfitta «Voti sospetti, ricontiamo»
di Dino Martirano
Un nuovo caso per il Pd. Ma anche un pasticcio per la macchina elettorale delle primarie. Rita Borsellino, sostenuta dal Pd, ha perso per una manciata di voti le primarie di Palermo, dopo un testa a testa durato per tutto lo scrutinio con Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale ex idv. Un risultato sul filo di lana contestato dalla sorella del giudice ucciso dalla mafia, che ha chiesto il riconteggio nella notte, parlando di situazioni poco chiare.
Per i Democratici è comunque un nuovo schiaffo. Rita Borsellino era la candidata unitaria scelta da Bersani, Di Pietro e Vendola. Mentre Ferrandelli è sostenuto da quella parte del Pd locale che guarda al Mpa di Lombardo.
Recupero al cardiopalma per Rita Borsellino, ma alla fine le speranze della candidata unitaria — scelta da Bersani, Di Pietro e Vendola — si sono infrante contro una manciata di voti che ha hanno fatto la differenza con lo sfidante Fabrizio Ferrandelli, ex Idv, sostenuto dal Pd locale e non sgradito al governatore Raffaele Lombardo. All'una del mattino ancora non c'era un risultato ufficiale e il comitato organizzatore ha stabilito il riconteggio di alcune schede, ma Ferrandelli già riteneva di avere la vittoria in tasca.
La sorella del magistrato ucciso nel '92 da Cosa ha tenuto nei seggi centrali (Politeama, piazza Europa, piazza don Bosco) dove vota la buona borghesia palermitana mentre è andata male nei quartieri popolari dove l'affluenza è stata particolarmente massiccia (in totale hanno votato in 30 mila) e molti consensi ha raccolto anche il terzo candidato Davide Faraone, l'unico iscritto al Pd, che si è messo di traverso contro il suo stesso partito e ha ottenuto 7743 voti. Determinante la ginecologa Antonella Monastra che ha raccolto un migliaio di voti potenzialmente destinati alla Borsellino.
Dal comitato Borsellino arriva una pesante denuncia di brogli: nella sede di via Mariano Stabile dicono che bisogna fare di nuovo il conteggio dei voti perché, precisa Dario Prestigiacomo, portavoce della Borsellino, «ci sono molte schede contestate e addirittura schede di colore diverso». In alcuni quartieri, poi, lo staff della Borsellino avrebbe notato alcuni «capigruppo» che dopo il voto ritiravano il tagliando rilasciato agli elettori per dimostrare che avevano portato al seggio amici e parenti.
Per tutti questi motivi Rita Borsellino è rimasta chiusa in una stanza del suo quartier generale e non ha voluto parlare con i giornalisti né coi numerosi simpatizzanti che affollavano la sede. Oggi alle 15 la Borsellino formalizzerà le sue accuse in una conferenza stampa. Ben diversa, invece, l'atmosfera nel comitato di Fabrizio Ferrandelli, attorniato da molti big del partito locale (Antonello Cracolici, Beppe Lumia, Costantino Garraffa) che hanno sfidato il segretario nazionale e hanno avuto la meglio riuscendo a raccogliere 8.780 voti contro gli 8.547 della Borsellino. I dati definitivi, comunque, sono affidati al riconteggio.
È stata una domenica grigia e fredda a Palermo ma le code davanti ai 31 seggi si sono formate fin dal mattino e sono andate avanti fino a sera. A piazza Politeama, dove ha votato la borghesia che abita in centro, l'elettorato era decisamente misto. A sostenere Rita Borsellino è arrivato l'ex segretario della Cisl, Sergio D'Antoni, che ha condiviso con il segretario Pier Luigi Bersani la scelta di «lanciare» la candidata unitaria anche contro le indicazioni del partito locale: «L'alta affluenza è un'ottima notizia per Rita Borsellino, una candidata che una volta tanto unisce il centro sinistra e che mette d'accordo Bersani, Di Pietro e Vendola», diceva il deputato del Pd quando il risultato ancora era incerto. Eppure, la nomenclatura del Pd siciliano, quella che appoggia dall'esterno la giunta Lombardo, ieri era fisicamente schierata a sostegno di Fabrizio Ferrandelli, il giovane consigliere comunale uscito dall'Idv: «La Borsellino non ha grande esperienza amministrativa e poi la sua candidatura è in grado di ricompattare il centro destra», osservava il «grande elettore» Antonello Cracolici che del Pd è il capogruppo all'assemblea regionale. Mentre il senatore democratico Costantino Garraffa aggiungeva che il vecchio elettorato dei Ds si è schierato per Ferrandelli mentre gli ex della Margherita hanno votato per la Borsellino.
A piazza Bellini hanno votato gli extracomunitari. Li hanno dirottati tutti qui per evitare il doppio voto registrato alle primarie di Napoli e tutto sommato si sono viste molte famiglie di stranieri. Allo Zen c'è stato qualche problema: è stata chiamata la Digos per allontanare dal seggio alcune persone che distribuivano soldi (un euro a testa, in realtà) forse nell'intento di convincere qualche ignaro passante.
A Palermo le cose non sono mai semplici. E così tra gli i «grandi elettori» di Rita Borsellino vanno registrati anche i socialisti di Riccardo Nencini che ieri è arrivato in città su invito del senatore Carlo Vizzini (ex Pdl) che ormai è uno dei leader nazionali del Psi: «A Palermo ci sono troppi comitati d'affari, ci vuole un sindaco intransigente come la Borsellino a costo di spaccare la città», è la diagnosi di Vizzini. Chiunque farà il sindaco, comunque, dovrà affrontare una situazione di cassa drammatica. Palazzo delle Aquile deve pagare 20.500 stipendi, può spendere 132 euro pro capite per i servizi sociali (a Milano sono 320 euro), riesce ad incassare 164 euro di imposte (la media del Sud è 326 euro) e a raccogliere 84 euro a testa per i servizi tariffati (media italiana 362 euro). Con questi numeri si gioca la sfida di maggio.
Corriere della Sera 5.3.12
Le fratture nel Pd. L'ex dipietrista vince con la regia di Lombardo
Per Bersani il nodo delle divisioni
di Alessandro Trocino
ROMA — Novecento chilometri separano Vasto da Palermo, ma mai come ora le due città sono state tanto vicine. Proprio nella cittadina in provincia di Chieti lo scorso settembre Pier Luigi Bersani salì sul palco, sulle note della «Canzone popolare», e fu immortalato in un'istantanea che ritraeva tre sorridenti leader del centrosinistra: oltre a lui, il padrone di casa Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Foto simbolica, che alludeva a una possibile alleanza, subito finita in disgrazia a Roma, sgretolata dall'avvento del governo tecnico e dagli ammiccamenti democratici al Terzo Polo. Ma, a sorpresa, più per circostanze locali che per una scelta nazionale, l'alleanza virtuale di Vasto è tornata di scena a Palermo. Dove i leader nazionali del centrosinistra, tutti uniti più o meno appassionatamente, hanno dato il loro sostegno a Rita Borsellino. La sorella del magistrato ucciso dalla mafia, candidata ufficiale, si è trovata sfidata da un «rottamatore» renziano, Davide Faraone, da un pd non ostile a Raffaele Lombardo, Fabrizio Ferrandelli, e da un esponente della «società civile», Antonella Monastra. Voto locale, dunque, ma anche voto nazionale. E il fatto che la Borsellino sia stata costretta fino a tarda notte ad una battaglia (persa) all'ultimo voto, nonostante il sostegno di tante forze politiche (Pd, Idv, Sel, ma anche Psi e Verdi), è un segnale d'allarme. Che da Palermo, passa per Vasto e arriva a Roma.
Bersani lo ha ripetuto spesso negli ultimi tempi, quasi a mettere le mani avanti: «Siamo un polmone aperto. Magari le primarie possono provocare qualche disordine, ma è tutta roba buona. Bisogna star larghi con la testa. E poi le primarie si giudicano dalle secondarie». Tutto vero, ma certo «qualche disordine» di troppo lo stanno provocando le primarie democratiche. A cominciare da Milano, dove Giuliano Pisapia ebbe la meglio sul pd Stefano Boeri anche per la presenza di un altro candidato democratico, Valerio Onida. Per finire con Genova, dove le democratiche Marta Vincenzi e Lorenza Pinotti sono state sbaragliate da Marco Doria, sostenuto da Sel. Che qualcosa non funzioni nel meccanismo lo dicono ormai in molti. Ma queste primarie palermitane, con ben tre candidati del Pd, sono un'ulteriore conferma che difficilmente potrà essere ancora ignorata e che spingerà qualcuno a rivendicare la necessità di primarie di partito.
Ma non è questo l'unico grattacapo per Bersani. Perché il voto di Palermo porta allo scoperto le diverse linee di frattura nel Pd. Quella giovani-vecchi, innanzitutto, con il rottamatore Matteo Renzi che gioca di sponda con Faraone per lanciare un preavviso di discesa in campo. Quella fondamentale sulle alleanze, tra sinistra e Terzo Polo. Ma anche quella del controllo del territorio, con un Pd siciliano sull'orlo di una scissione. Se il segretario Giuseppe Lupo ha puntato tutte le sue carte sulla Borsellino, una consistente parte del partito — da Giuseppe Lumìa a Antonello Cracolici — ha deciso di volgere lo sguardo verso Fabrizio Ferrandelli. E non è un segreto per nessuno che dietro ci sia l'ombra di Raffaele Lombardo, nonostante tutti i candidati del Pd abbiano dovuto firmare un documento che in sostanza dice no ad accordi con il Terzo Polo. E mentre a Palermo ci si interrogava sulla sfilata di immigrati tamil e di cooperative di ex detenuti, mentre Faraone denunciava finanziamenti del partito a favore della Borsellino (smentiti), Bersani, ormai «larghissimo con la testa», faceva i conti con i nuovi «disordini» causati dalle primarie. «Tutta roba buona», certo, che però potrebbe avere ripercussioni sul suo partito e sulla sua leadership.
Repubblica 5.3.12
L'Aquila
Larga vittoria di Cialente. Sel battuta
L´AQUILA - Larga vittoria del sindaco uscente, Massimo Cialente, nell´altro capoluogo dove il centrosinistra è andato alle primarie. All´Aquila, il primo cittadino che ha affrontato l´emergenza terremoto nel 2009 - sostenuto da Pd, Socialisti e Comunisti italiani - l´ha spuntata col 70 per cento sul candidato di Sel, Vittorio Festuccia.
La Stampa 5.3.12
Chiesa e sindacati dicono di no al lavoro domenicale
L’Avvenire: è un giorno speciale, va preservato Camusso: il consumo non può essere l’unico modello
di Rosaria Talarico
ROMA Domenica è sempre domenica: «Un giorno che è come nessun altro. Perché libero, festivo, speciale. E che perciò va preservato dall’obbligo invadente del lavoro, del vendere e del comprare». Lo ha scritto Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. E sarebbe tutto normale per un giornale cattolico, se non fosse per l’inedita alleanza «pro domenica» con i sindacati. L’editoriale apparso sul quotidiano della Cei serviva infatti a presentare l’iniziativa in difesa della domenica che si è svolta ieri nelle piazze di 12 Paesi europei. Una «santa alleanza» di associazioni religiose e sindacati, riuniti nella European Sunday alliance. «Nel nostro Paese - sottolineava Avvenire - i volantinaggi che saranno organizzati dalle federazioni del commercio di
Cgil, Cisl e Uil in una decina di città assumono un significato particolare all’indomani del decreto Salva-Italia». Che con un provvedimento ad hoc ha stabilito che molti esercizi pubblici potranno restare aperti 24 ore su 24, e tutte le 52 domeniche di un anno.
«Una norma non ancora pienamente in vigore - e sulla quale alcune Regioni hanno già annunciato ricorso alla Consulta - ma che è emblematica di una deriva culturale». Così secondo Avvenire che ha benedetto l’iniziativa europea per la quale sono scesi in campo ottanta organismi (dai sindacati alle chiese cristiane) pronti a sostenere l’European Sunday alliance, fondata a Bruxelles nel giugno 2011. In Austria l’alleanza coinvolge anche le comunità musulmana ed ebraica. Quasi a sottolineare come il problema riguardi tutto il Vecchio Continente.
E ieri Avvenire ha rilanciato il tema con un’intervista alla leader della Cgil, Susanna Camusso: «Il consumo non può essere l’unico modello di vita sociale. Per questo la domenica va preservata nel suo valore» ha spiegato al quotidiano dei Vescovi, «l’unica offerta sociale che si avanza sembra quella di passare la propria vita in un centro commerciale. Il sindacato unitariamente sta già contrastando le aperture generalizzate e devo dire che anche nel mondo della grande distribuzione non c’è stato consenso unanime al provvedimento del governo». Il rischio sarebbe quello che le domeniche vengano frammentate, rese omogenee agli altri giorni della settimana. Tema questo sul quale anche gli altri sindacati hanno fatto sentire la propria voce. Secondo la Uil il lavoro domenicale «va regolamentato», spiega Carmelo Barbagallo, «per evitare un uso selvaggio da parte della grande distribuzione». Taglia corto l’Ugl: «Il riposo della domenica - afferma Giovanni Centrella non può essere compensato con il riposo in qualsiasi giorno della settimana, quindi va ripensato il sistema, salvaguardando la libertà del datore di lavoro e del dipendente di regolarsi secondo le proprie esigenze». Critica sulle domeniche anche Confcommercio, «questa deregulation non gioverà né ai consumi né al pluralismo distributivo del nostro Paese. Serve quindi, un’urgente rivisitazione della normativa». “Uil: va evitato un uso selvaggio, soprattutto da parte della grande distribuzione”
Repubblica 5.3.12
Val di Susa, Italia sui media senza mediazione
di Ilvo Diamanti
Non sarà facile sbloccare i lavori della Tav in Val di Susa. Per fattori "ambientali" non indifferenti. Le opere richiederanno anni.
Come realizzarle in un contesto tanto ostile? Ma, soprattutto, perché le strategie adottate dai comitati No Tav hanno imposto la Val di Susa sulla scena nazionale. Costringendo le forze politiche nazionali - e lo stesso governo - a esprimersi, a "prendere parte". E a dividersi, al di là delle attuali alleanze.
La prima e principale ragione di questo "successo" - perché di tale si tratta - riguarda la strategia "mediatica" dei No Tav. Anzi: la scelta dei media come "campo" (utilizzo volutamente la definizione di Bourdieu) del confronto e dello scontro. Ogni loro iniziativa e azione, infatti, produce effetti rilevanti sul piano della comunicazione. Per scelta consapevole.
Quando la protesta si svolge nella valle: la ricerca del contatto diretto con le forze dell´ordine, il tentativo di superare ogni limite e ogni confine "di sicurezza" imposto. Testimoniata e ripresa da telecamere e giornali. Talora con effetti indesiderati, come nel caso delle provocazioni del militante No Tav contro il carabiniere (impassibile, di fronte agli insulti). Ma la protesta ha grande impatto - sociale e mediale - soprattutto quando la scena si trasferisce altrove. In teatri scelti accuratamente. Milano e Roma, in primo luogo. Le Capitali del Paese. Dove sono avvenute iniziative che hanno prodotto grande disagio ai cittadini e all´economia. Il blocco di linee ferroviarie e di autostrade. Manifestazioni in pieno centro, tali da provocare conseguenze clamorose sul traffico e, quindi, sulla vita quotidiana delle persone. Forme di protesta analoghe a quelle condotte nelle scorse settimane dai tassisti e dai camionisti. Che hanno paralizzato per giorni le principali città e alcune tra le maggiori arterie di comunicazione autostradale.
I No Tav hanno agito - continuano ad agire - allo stesso modo. In questo modo le loro proteste sono rimbalzate immediatamente sui media. Non solo sui blog e sui Social Network. Dove le immagini e le ragioni della protesta sono state rilanciate, grazie al sostegno dei movimenti critici e dei circoli antagonisti, che hanno grande confidenza con la Rete. Perché l´Altra Comunicazione non basta ai Comitati No Tav, ai quali interessa molto entrare sui media tradizionali: giornali, radio e soprattutto la tv. Attraverso cui si informa la maggior parte della popolazione (l´83%, secondo l´Osservatorio Demos-coop dicembre 2012). In questo modo, la Val di Susa è uscita dai confini locali ed è divenuta un caso "nazionale".
Ineludibile per i partiti e i soggetti politici più importanti. Tanto più perché l´opinione pubblica, al di là dei giudizi di merito, tende a mostrare comprensione verso le proteste di ceti e settori popolari, com´è avvenuto nei confronti dei camionisti e dei tassisti. E quasi metà della popolazione (il 44%, per la precisione), secondo l´Ispo di Mannheimer (per il Corriere della Sera), approva le rivendicazioni dei No Tav. I quali hanno riprodotto il repertorio della protesta "non convenzionale", condotta dalle categorie "minoritarie". Non solo i blocchi ferroviari, stradali e autostradali. Ma anche le iniziative individuali estreme, condotte da figure sociali altrimenti dimenticate (e dunque invisibili): i disoccupati che salgono sulle gru e i cassintegrati che si trincerano nel carcere dell´Asinara.
I No Tav, cioè, non solo cercano, ma "esigono" l´attenzione dei media. (E per questo hanno manifestato di fronte alla sede di Repubblica). Per far diventare il caso della Val di Susa di "pubblico interesse". In senso letterale: di interesse "del pubblico". Nazionale. A differenza di quel che è avvenuto per il Dal Molin. La nuova base militare americana, alle porte di Vicenza. Concessa - in segreto - dal governo Berlusconi e confermata dal governo Prodi nel 2007. Contro la volontà della maggioranza della popolazione, che partecipò ad alcune manifestazioni di massa. (Ho marciato anch´io, più volte). E votò un referendum, come quello proposto oggi da Sofri. Promosso nel 2008 con il consenso della nuova amministrazione di centro-sinistra (nonostante l´opposizione del Consiglio di Stato). Senza esiti concreti, visto che la base Usa, ora, è praticamente finita. Appariscente e inquietante, nella sua "grandezza" immobiliare. Tuttavia, a differenza della rivendicazione No Tav, il movimento No Dal Molin - tuttora attivo - è rimasto ancorato alla realtà locale. Lontano dagli occhi e dal cuore dell´Opinione Pubblica italiana, lontano dai centri del potere nazionale.
La protesta della Val di Susa, invece, ha rimesso in discussione le decisioni in merito alla Tav. Nonostante il governo e le forze politiche della maggioranza ribadiscano che la Tav verrà realizzata. Nel rispetto degli accordi presi in sede Ue. Tenendo conto dei colloqui e delle discussioni precedenti con i sindaci e i governi territoriali. Tuttavia, queste precisazioni suggeriscono come il caso sia stato comunque riaperto. Perché è "politicamente" e "mediaticamente" rilevante. In una fase, come questa, segnata dalla debolezza dei partiti. E da un governo (sedicente) "tecnico", che ha bisogno di garantirsi il consenso sociale bypassando i partiti. Dunque, riservando grande attenzione ai media.
È significativo, a questo proposito, come i partiti "esterni" alla maggioranza tentino di sfruttare la situazione a proprio favore. A costo di contraddire se stessi. L´Idv sostiene la protesta, anche se Antonio Di Pietro, quand´era ministro dei Lavori pubblici, aveva approvato la Tav. La Lega, al contrario, anche se sta all´opposizione, si associa alla maggioranza. E chiede, anzi, intransigenza contro la protesta dei No Tav. Per motivi tattici, anche in questo caso. Perché il movimento No Tav mette in discussione il monopolio della Lega nella rappresentanza delle rivendicazioni territoriali nel Nord. Anzi, la fa apparire "ostile" verso le domande dei cittadini del Piemonte, governato dalla Lega.
Così, i No Tav e la loro rivendicazione hanno assunto rilievo politico e mediatico nazionale. O viceversa. Il che è lo stesso. Perché la comunicazione - nuova e prima ancora tradizionale: la rete insieme ai giornali e alla tv - è ancora il vero "campo" dove avviene il confronto politico. E mentre gli attori e i leader politici, travolti dall´impopolarità, se ne stanno nascosti nel retroscena oppure passano il tempo nei salotti, sulla ribalta emergono nuovi interpreti. Da un lato: i "tecnici", che usano la "competenza" come risorsa di legittimazione politica e mediatica. Dall´altra: i movimenti e le comunità, impegnati a trasformare storie locali in romanzi popolari di grande impatto emotivo.
Repubblica 5.3.12
Il sociologo Marzio Barbagli: diminuiscono i delitti, ma non quelli in famiglia
"Killer che odiano le donne per loro sono una proprietà"
"Gelosia, possesso, auto affermazione: ecco perché alcuni uomini diventano assassini"
di Elsa Vinci
ROMA - Ancora una strage. Marzio Barbagli, sociologo, professore emerito all´università di Bologna, autore di numerosi studi sulla famiglia: di nuovo un padre, un marito omicida.
«Sono due i fattori in gioco. Primo, il fattore sociale: sono un uomo e devo far vedere che sono forte, competitivo, mi devo affermare. È un tratto culturale che connota la nostra storia, le nostre dinamiche sociali. E poi ci sono i disturbi di tipo psichiatrico. Purtroppo individuare in una persona i fattori di rischio, spesso non basta».
L´Associazione avvocati matrimonialisti sostiene: ne uccide più la famiglia che la mafia. È così?
«È un abbaglio. Dal 1992 il numero degli omicidi diminuisce costantemente, e fortemente quello dei delitti di mafia o di criminalità in genere. Mentre il numero delle morti violente in famiglia è rimasto costante, dunque gli omicidi in famiglia sono aumentati solo in percentuale. Gli stessi magistrati si basano sul numero delle denunce che spesso non fotografano la effettiva realtà. Ci sono studi Istat sul numero di casi, su atti commessi. Ma la verità è che è molto difficile quantificare la violenza in famiglia».
Le forme sono diverse, botte, persecuzioni, morte. Un fatto appare certo, le vittime sono soprattutto donne.
«Purtroppo il dato in letteratura scientifica è incontrovertibile».
Perché le donne?
«Gelosia, possesso, affermazione del sé. Nel passato l´uccisione delle mogli, delle amanti era incomparabilmente più frequente. Anche oggi i violenti socialmente sono soprattutto gli uomini. Tendono a considerare le compagne come proprietà».
Colpa del cromosoma Y?
«Non sono uno specialista, non mi avventurerei».
Come sociologo?
«Nella storia, nel passato gli uomini facevano la guerra, le donne procreavano. È un fatto, in tutte le forme di devianza, dal numero delle rapine agli incidenti d´auto, quello a rischio è il comportamento del maschio. E in base alla letteratura scientifica, c´è una fase della vita, tra i 15 e i 25 anni, in cui i maschi commettono più omicidi o reati in genere. Però se un ragazzo è fortemente integrato, cioè ha una fidanzata, degli amici, il rischio è frenato. Anche questo dato appare certo».
Le stragi in famiglia turbano per efferatezza. Lo Stato, la società quali strategie possono mettere in campo?
«Soluzioni? Lei crede che la violenza possa cessare nell´essere umano? Le forme di violenza fra uomini restano e resteranno».
La Stampa 5.3.12
Intervista “Ha condannato anche le bimbe”
Tutta colpa della gelosia «Si pensava che la razionalità permettesse di dominarla invece purtroppo non è così»"
Perché è l’uomo a uccidere «Negli uomini viene fuori il cacciatore, l’eroe greco che non si rassegna mai»
Lo psichiatra Andreoli: una ferita che non riusciranno mai a cancellare
di Flavia Amabile
Vittorino Andreoli, psichiatra, una vita trascorsa ad analizzare i meandri della mente nei crimini più efferati, che cos’è successo stavolta in questo delitto di Brescia?
«Ci troviamo di fronte ad una famiglia molto complicata, in una situazione in cui gli equilibri erano molto fragili. Il personaggio principale è la gelosia».
Personaggio?
«Sì, è il termine giusto per indicare chi o che cosa ha svolto il ruolo chiave in questa vicenda».
La gelosia, quindi.
«Si pensava che la razionalità permettesse di dominare questo sentimento, invece non è così. Ed è sempre più evidente che non è così. Queste famiglie complesse sono il frutto della società moderna, ci sono separazioni, figli nuovi: sono situazioni sopportabili se esiste tra le persone un legame razionale. Se invece esistono sentimenti di gelosia o frustrazione non fanno altro che aumentare».
Le famiglie allargate possono essere anche uno straordinario elemento di ricchezza. Perché condannarle?
«No, nessuna condanna. I nuovi matrimoni vanno rispettati e sono il risultato della società moderna; danno luogo a situazioni ricchissime ma sono anche armi nelle mani di alcune persone che possono non essere in grado di controllarsi e di fare stragi».
Com’è accaduto a Brescia. Le famiglie allargate però sono composte da uomini e donne ma le vittime sono sempre donne.
«È la verità. Ne ho seguiti tanti di casi del genere, alla fine le vittime sono sempre le donne».
Perché?
«Perché in caso di separazione le donne sono più capaci di mostrare il buonsenso necessario, sanno dominare il senso di sconfitta che si prova. Sono concrete, si occupano dei figli o, se non ne hanno, hanno sempre e comunque un padre o una madre a cui pensare, sono esseri dotati di una concezione sociale della vita».
E gli uomini?
«Negli uomini viene fuori il cacciatore, l’eroe greco, quello che non si rassegna ad essere sconfitto e che combatte comunque».
Ma perché ammazzare persone che non hanno nulla a che vedere con la persona di cui si è gelosi?
«In questo caso ha prevalso la distruttività, la voglia di distruggere l’intero mondo in cui si è vissuti. In genere, infatti, alla fine chi fa questo poi cancella anche sé stesso».
Qualcuno ancora lo chiama amore.
«Niente a che vedere con l’amore. È gelosia degenerata in malattia e delirio».
Qualcuno parla anche di raptus.
«Nessun raptus, nessun gesto di follia. Il raptus è un evento automatico, dura qualche secondo senza che ci si renda conto di quello che sta accadendo. Qui ci troviamo di fronte ad un atto meditato, voluto, deciso e messo in atto».
In questa storia ci sono anche dei figli sopravvissuti. Come potranno difendersi da tutto questo?
«Per loro è un vero disastro. Si sentiranno vittime e porteranno sempre dentro di loro questo dramma senza riuscire a elaborare il lutto. Purtroppo anche se venissero da me a chiedermi aiuto, probabilmente non saprei come farli venire fuori».
Alla fine il padre è riuscito a distruggere anche loro nella voglia di cancellare il suo mondo?
«Sì, sono vittime della stessa strage. Invece di essere morti sono feriti, ma la loro ferita non si potrà mai cancellare».
Corriere della Sera 5.3.12
Gli uomini e la violenza «Questa è una tragedia che li riguarda tutti»
di Daniela Monti
È un fatto privato di «quella» famiglia, di «quella» coppia. E poi solo un folle può compiere un gesto così, quattro persone uccise per un'ossessione, un'idea malata di dominio e di possesso. Chissà che patologia ha: avrebbero dovuto fermarlo prima, avrebbero dovuto curarlo prima.
Eppure c'è qualcosa che non torna in un ragionamento come questo. I primi a mettere in guardia sono i numeri: le violenze degli uomini sulle donne sono un fenomeno esteso, quasi quotidiano. Diventa difficile credere che siano tutte e solo relazioni sbagliate, rapporti sfortunati, situazioni al di fuori della «normalità». Lea Melandri, scrittrice, una lunga militanza nel femminismo che l'ha portata ad approfondire le dinamiche del rapporto fra i sessi, dà un'altra lettura della tragedia di Brescia. Macché fatto privato, macché patologia: il vero nocciolo sta in una questione infinitamente più complessa e che riguarda la nostra cultura dei rapporti fra uomini e donne. «Il fatto di considerare la violenza domestica come un fatto privato ostacola quell'assunzione di responsabilità da parte degli uomini, a livello culturale e politico, che sola potrebbe farci fare uno scatto avanti, spingendoci fuori dall'emergenza». Se sgombriamo il campo dalla figura del mostro, di quel mostro, tolto di mezzo il quale ci sentiamo tutti (falsamente) più sicuri, ciò che resta è una cultura, cristallizzata nel tempo, di rapporti fra i sessi fondata su legami di subalternità dell'universo femminile nei confronti di quello maschile di cui la violenza è l'espressione estrema, più bestiale.
I soliti vecchi discorsi? Melandri è convinta di no: «Di fronte a fatti atroci come questo, la reazione degli uomini, di quasi tutti gli uomini, è prenderne subito le distanze. Io non sono così, dicono, non ho nulla da spartire con tutto ciò. Vorrei invece vedere più coraggio, vorrei che gli intellettuali di questo Paese, gli stessi uomini di cui leggo gli scritti e dei quali condivido molto spesso le idee, dicessero finalmente: tutto ciò mi riguarda. Vorrei che qualcuno alzasse la voce e dicesse: la questione del rapporto fra uomini e donne è centrale e non più rinviabile. E cominciasse a interrogarsi sull'idea di mascolinità che abbiamo costruito nei secoli, sul nostro modello di civiltà, portandone allo scoperto punti di forza e nodi critici. Noto una difficoltà, che a volte sembra quasi insormontabile, a portare il tema della violenza sulle donne dentro un vero dibattito pubblico. Il massimo a cui ho assistito è stata la denuncia che alcuni uomini fanno del sessismo, sempre praticato dagli altri s'intende».
Perché tanta fragilità maschile? Perché basta un no o un addio per dare sfogo alla violenza?
«La fragilità maschile è un tema che andrebbe indagato a fondo. Gli uomini hanno costruito nei secoli un legame di dipendenza dalle donne molto forte. Imparano a conoscere il corpo femminile da piccolissimi, quando la dipendenza da quel corpo è totale. Poi il legame si prolunga nella figura della donna vista come madre. Le tante libertà acquisite negli ultimi decenni hanno però cambiato tutto. La dipendenza degli uomini resta, quella delle donne dai loro partner è stata invece messa in crisi da una nuova idea di se stesse».
Le donne troppo spesso non denunciano.
«Spesso è difficile distinguere fra amore e violenza, c'e da parte delle donne una complicità nel profondo con questi loro uomini che alzano le mani, c'è quell'idea dell'io ti salverò che le tiene prigioniere di un clima che diventa via via più pesante e drammatico. Ci sono anche donne che hanno denunciato e sono state uccise per questo. Non credo che sia dunque la soluzione a tutti i problemi. I centri antiviolenza, dove spesso le donne si rifugiano e vengono aiutate, chiudono per mancanza di fondi. È questa l'attenzione che siamo disposti a dare al problema?».
Ripensare al rapporto fra uomini e donne, d'accordo. E intanto?
«Intanto serve una forte e convinta campagna di informazione contro le violenze. Serve lavorare nelle scuole, introducendo un'educazione al rapporto fra i sessi e ai sentimenti che possa gettare basi nuove in questo Paese. Penso ad alcune esperienze positive realizzate all'estero di programmi specifici antiviolenza svolti nelle carceri. Dobbiamo trovare la forza di essere piu combattive su questi argomenti. Ci sarebbe tanto da fare invece di fingere di meravigliarsi, ogni volta, quando una donna viene uccisa da chi diceva d'amarla».
La Stampa 5.3.12
Israele - Iran
La via della pace che passa dalla Palestina
di Abraham B. Yeoshua
Ogni vero passo verso un accordo con i palestinesi farà sì che questi ultimi si uniscano alla ferma richiesta di bloccare le minacce di guerra iraniane Qualche giorno fa un giornalista televisivo olandese mi ha intervistato a proposito della questione nucleare iraniana. A quanto pare il primo ministro Netanyahu ha vietato ai politici di rilasciare interviste in merito e il giornalista olandese non ha avuto altra scelta che cercare altri candidati, forse più «intellettuali» ma privi di informazioni autorevoli e fondate.
Il giornalista mi ha chiesto se ritenevo che Israele avrebbe attaccato gli impianti nucleari in Iran. Gli ho risposto che non lo sapevo. Mi ha chiesto se ritenevo fosse il caso di colpire la ricerca nucleare iraniana per impedire la produzione di una bomba atomica. Ho risposto che non lo sapevo. Ha insistito a domandare se ritenevo che l’Iran potesse usare un’eventuale bomba contro Israele. Ho risposto che non lo sapevo. Ha poi proseguito chiedendomi se ritenevo che Israele potesse accontentarsi delle sanzioni imposte dall’Occidente contro l’Iran. Ancora una volta ho risposto che non lo sapevo. A questo punto ho notato che il giornalista stava cominciando a mostrare segni di disperazione per questo suo intervistato «intellettuale» che rispondeva a ogni domanda con un «non lo so» e mi ha chiesto: «Allora mi dica cosa sa». Ho immediatamente risposto che sapevo cosa andava fatto con urgenza perché tutte le sue domande si rivelassero inutili: riprendere con energia, onestà e serietà il processo di pace con i palestinesi e arrivare a ciò che persino l’attuale governo di destra ha apertamente dichiarato essere un obiettivo politico: due Stati per due popoli. E come atto di buona volontà interrompere l’ampliamento degli insediamenti esistenti e smantellare quelli illegali. E se ciò sarà fatto gli iraniani saranno costretti ad abbandonare la loro retorica esaltata e le loro perfide minacce.
Non intendo addentrarmi nella questione della minaccia reale o immaginaria dell’Iran verso i Paesi arabi suoi vicini: l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo. Né intendo addentrarmi nella questione del prezzo del petrolio e delle sue eventuali ripercussioni. Che i musulmani, sciiti o sunniti, si sbrighino le loro beghe fra loro. E che gli Stati Uniti e l’Occidente si preoccupino da sé dei loro interessi vitali. E se ritengono che un Iran nucleare possa rappresenta una minaccia per i loro alleati, penso che abbiano a disposizione i mezzi economici o militari e abbastanza portaerei per neutralizzare questa minaccia senza mettere a repentaglio l’incolumità delle loro città e dei loro cittadini.
Una cosa però mi è chiara alla luce dell’esperienza passata e presente.
Quando lo Stato di Israele fu fondato Iran e Turchia, due Stati musulmani, lo riconobbero. Di più. I rapporti con le antiche comunità ebraiche presenti sul loro territorio si mantennero relativamente corretti e tolleranti, diversamente da quanto avvenne in altri Paesi arabi - e anche in alcuni cristiani - dove agli ebrei fu riservato un trattamento duro e umiliante. E negli anni in cui l’ostilità araba verso Israele era assoluta e inequivocabile l’Iran e la Turchia continuarono a mantenere relazioni economiche, diplomatiche, e persino militari con Israele. Anche dopo la guerra dei Sei giorni e quella del Kippur, quando questi due Paesi islamici, come altri Paesi del mondo, chiesero la creazione di uno Stato palestinese a fianco di Israele, non interruppero le relazioni diplomatiche con Israele.
Lo Stato ebraico non ha mai ucciso un soldato iraniano né l’Iran ne ha mai ucciso uno israeliano. I due Paesi non hanno una frontiera comune e non vi è alcuna controversia territoriale tra loro.
Non sono un esperto dell’Iran per cui non so se l’odio cocente che i suoi leader manifestano contro Israele provenga dal profondo del cuore o se permetta loro di dare un contenuto e uno scopo al dominio oltranzista religioso che rappresentano. Le intenzioni e dichiarazioni degli iraniani sono serie o sono soltanto slogan intesi a rafforzare l’unità nazionale? L’Iran, nonostante il regime crudele e fanatico che lo governa, non è la Corea del Nord, e questo lo si può vedere dai film profondi e complessi che produce e certamente dalla rivolta popolare avvenuta due anni fa. Anche gli iraniani sono consapevoli dell’evoluzione della situazione in Medio Oriente e della primavera araba che ha indebolito tutti gli Stati arabi.
È vero che dopo l’Olocausto occorre prendere in seria considerazione qualsiasi dichiarazione folle e irrazionale di Paesi totalitari. Non posso quindi biasimare le autorità israeliane che minacciano di bombardare gli impianti nucleari iraniani e si preparano militarmente a una tale eventualità. Ma sono sicuro che ogni vero passo verso la pace con i palestinesi farà sì che questi ultimi si uniscano alla ferma richiesta di fermare le minacce di guerra iraniane perché un eventuale conflitto fra Israele e Iran distruggerebbe ogni possibilità di indipendenza nella loro patria.
Repubblica 5.3.12
Iran, Obama prova a frenare Israele
Oggi il vertice con Netanyahu: "La diplomazia può ancora vincere"
Secondo un dossier tedesco Teheran avrebbe effettuato dei test atomici in Corea del Nord
di Angelo Aquaro
NEW YORK - La guerra contro l´Iran che si sta armando dell´atomica deve ancora cominiciare ma c´è un´altra guerra che non vuole saperne di finire: quella tra gli Stati Uniti di Barack Obama e Israele. Alla vigilia della visita del premier Benjamin Netanyahu a Washington, il presidente si presenta davanti all´American Israel Public Affairs Community per ricordare quello che ha sempre detto: contro gli ayatollah nessuna opzione è esclusa «e quindi neppure quella militare». «La mia non è una politica di contenimento», chiarisce il presidente tra gli applausi: «La mia politica mira a prevenire l´Iran dal dotarsi dell´atomica. E non esiterò a usare la forza se necessario a difendere gli Stati Uniti e i suoi interessi».
Ma il nocciolo del discorso è un altro. Basta «con questi incontrollati discorsi di guerra: per il bene della sicurezza di Israele, della sicurezza dell´America e della pace e della sicurezza del mondo non è questo il momento di fare i gradassi». I gradassi? «L´Iran sarà fermato»: poco prima di Obama dalla stessa platea così dice il presidente israeliano. Certo: Shimon Peres ribadisce che Israele e Usa insegUono «lo stesso obiettivo», e che tra di loro su questo «non ci sono differenze». Ma Obama continua a dire che la via maestra resta quella della diplomazia. Che i servizi americani confermano che l´Iran è ancora lontano dalla capacità di ottenere l´atomica. E che soprattutto la strada diplomatica che stamattina Netanyahu continuerà a illustrare è impercorribile: stop completo dell´arricchimento dell´uranio.
La sfida a distanza insomma prosegue. E infiamma anche la battaglia politica interna. In questi giorni, dice il presidente, vedrete sfilare qui tanta gente che prometterà sostegno a Israele a parole. Il riferimento è ovviamente agli sfidanti repubblicani che lo accusano di non difendere Israele: a cominciare da quel Newt Gingrich che è ancora in piedi grazie alle decine di milioni di dollari versati da Sheldon Adelson, il re di Las Vegas e finanziatore della destra israeliana.
Non vi fidate, dice Barack, io vi ho difeso con i fatti: e sventola gli aiuti militari, il sistema missilistico di difesa e soprattutto il sofferto stop alle aspirazioni del riconoscimento all´Onu della Palestina. Di più. Obama invita a guardare a uno scenario più ampio: «Il regime iraniano è isolato e diviso, la diplomazia può ancora vincere». Proprio ieri nel voto di Teheran la destra vicina alla Guida Suprema Ali Khamenei ha battuto la fazione del presidente Muhammed Ahmadinejad: non è certo una buona notizia ma l´ulteriore prova di un Paese spaccato.
Eppure la strada della diplomazia sembra sempre più stretta. L´ultimo incubo è quello ventilato in un rapporto che arriva dalla Germania. L´Iran avrebbe addirittura già effettuato uno o due test atomici in Corea del Nord: così almeno sostiene un dossier segreto che è stato svelato da un noto esperto tedesco. Per questo Netanyahu, che ieri ha applaudito all´Obama «pronto all´intervento», glissando però sul suo appello alla calma, oggi a Washington cercherà maggiori assicurazioni: se noi in autunno colpiamo voi che fate? Dite che ci appoggerete: come e quando? Quali sono i vostri termini? «Io non bluffo», ha detto Barack in un´intervista ad Atlantic per rassicurare gli israeliani: oggi Bibi gli chiederà di mostrare le carte.
La Stampa 5.3.12
Cina - Usa. Il confronto nel Pacifico
Cina, armi e sicurezza Boom delle spese militari
Il budget sale dell’11 per cento e tocca 110 miliardi di dollari. I timori dei Paesi vicini
di Ilaria Maria Sala
Si apre a Pechino la riunione plenaria del Congresso Nazionale del Popolo, e uno dei primi annunci riguarda il budget militare per l’anno in corso: più 11.2%, ovvero le spese militari cinesi arriveranno a 110 miliardi di dollari (670 miliardi di yuan, la valuta locale). Ma quello che non si sa, sul budget militare cinese, resta molto: gli analisti infatti concordano nel reputare che la vera cifra dedicata da Pechino alle spese militari sia molto più alta, e proprio lo scorso mese un’inchiesta dell’Ihs Jane’s (una pubblicazione di Intelligence militare) prevedeva che il budget militare arriverà a 238 miliardi di dollari entro il 2015.
Le cifre ufficiali, infatti, mostrano che la Cina ha speso, nel 2011, meno dell’1.5% del suo Pil per la difesa, mentre i calcoli di analisti indipendenti metterebbero tale spesa a oltre il 2%. Nei loro calcoli viene tenuto conto anche delle spese per l’esplorazione spaziale, portata avanti dai militari cinesi. La spesa militare cinese è la seconda più alta al mondo, dopo gli Stati Uniti, prevista in 707 miliardi di dollari nel 2012, comprese le missioni militari all’estero.
In Cina, l’annuncio è stato dato da Li Zhaoxing, equivalente del presidente della Camera, che non ha però dato spiegazioni, in conferenza stampa, sul perché la Cina abbia bisogno di un budget militare in costante crescita, ribadendo soltanto che la Cina «è impegnata sul cammino dello sviluppo pacifico», e «segue una politica di difesa pacifica per natura», aggiungendo che «non costituisce una minaccia agli altri Paesi». Li ha dichiarato che la difesa cinese è per proteggere la sovranità nazionale, la sua sicurezza e integralità territoriale - una frase che viene ascoltata con apprensione a Taiwan, considerata da Pechino come «parte inalienabile» del suo territorio, ma attualmente sotto un governo indipendente da quello cinese.
Sta di fatto che negli ultimi venti anni il budget militare cinese ha registrato aumenti a due cifre, portando l’Esercito popolare di liberazione a essere, oggi, una forza dotata di armi sofisticate, fra cui la prima portaerei, adattata da una nave sovietica acquistata dall’Ucraina nel 1998, e i primi caccia Stealth J-20. Inoltre, la Cina sta approntando nuovi sottomarini e missili anti-navali.
L’annuncio di ieri è il primo da quando il presidente americano Obama ha reso noto il nuovo programma statunitense per la difesa, che vede un riposizionamento militare in Asia, con l’apertura di basi militari a Darwin, in Australia, da aggiungere a quelle già presenti nei Paesi del Pacifico. Mentre il resto della regione guarda con malcelata inquietudine l’aumentare del potere dell’Esercito popolare di liberazione, che, paradossalmente, sta avendo l’effetto di rafforzare i legami fra gli Stati Uniti e i vicini della Cina.
La Cina ha ancora molte dispute territoriali aperte: una, con l’India, per il confine dell’Arunchal Pradesh, poi un lungo contenzioso con il Giappone per le isole che chiama Diaoyutai (Senkaku per Tokyo), e per le isole Spratleys e Paracelse, nel Mar cinese meridionale, reclamate anche dagli altri Paesi del Sud Est asiatico. Negli ultimi tempi anche l’India, l’Indonesia e il Vietnam hanno aumentato i loro investimenti nella difesa.
La Stampa 5.3.12
Per Pechino e Washington “la guerra è una scelta”
Kissinger: il conflitto non è una necessità, ma i due Paesi faticano a capirsi
di Gianni Riotta
Se i marines arrivano in Australia, ci sono manovre militari congiunte tra Vietnam e gli antichi nemici yankee e la US Navy pattuglia l’Oceano Indiano, non si vuole così isolare la Cina? Meglio annunciare un aumento alle spese militari dell’11,2%, per un totale di 85 miliardi di euro (e restano fuori le milizie paramilitari). Altrettanto sostengono i falchi di Washington, per una volta però volando assieme alle colombe: studiosi come Kaplan vedono la guerra avvicinarsi con i monsoni dal Pacifico allo Stretto di Hormuz, a sinistra si crede che l’espansionismo cinese e la mancanza di diritti civili, vedi Tibet, finiranno in un conflitto. Insomma per interessi economici, geopolitica, cultura e valori, è «inevitabile» la guerra Usa-Cina?
Per scongiurare la catastrofe della III guerra mondiale, la prima del XXI secolo, interviene il decano della diplomazia Henry Kissinger, con il saggio «The future of U. S. Chinese relations», che qui anticipiamo dal prossimo numero della rivista Foreign Affairs, e che già sta facendo discutere Casa Bianca e Dipartimento di Stato. Con toni insolitamente appassionati per un cultore della gelida Realpolitik come l’ex segretario di Stato, capace negli Anni 70 di aprire alla Cina, favorire il golpe in Cile, bombardare la Cambogia, chiudere la guerra in Vietnam, scontrarsi con il premier italiano Moro, Kissinger scrive che la guerra può scoppiare, «ma sarà una scelta, non una necessità». Dopo aver criticato gli oltranzisti di Pechino e Washington, Kissinger compie il passo più astuto del buon stratega, cerca di capire quali sono le paure dei contendenti che possano scatenare mosse azzardate. La paura cinese, scrive, è essere accerchiati nei confini nazionali, senza accesso alle vie dei commerci e della comunicazione globale: ogni volta che la fobia scatta, Pechino va in guerra, Corea 1950, India 1962, Urss 1969, Vietnam 1979. La speculare angoscia americana è perdere accesso e influenza sull’Oceano Pacifico, e Kissinger, profugo europeo da bambino, ricorda che solo questo fattore trascina gli Usa in guerra nel 1941.
La preoccupazione di Kissinger è che le due capitali stiano leggendo male le rispettive culture. Se uno studioso come Aaron Friedberg scrive che è indispensabile una «Cina democratica» per restare in pace con gli Stati Uniti e che, di conseguenza, Washington deve sostenere i dissidenti contro il Partito comunista, è possibile che Pechino interpreti la mossa come un’aggressione politica. Reagiscono allora gli strateghi aggressivi alla Long Tao dell’Università Zhejiang, persuaso che la Cina, duellante oggi più debole, non può che colpire per prima, magari in conflitti locali ma che dissuadano l’America dalla guerra globale. E già Long Tao ha invitato Pechino a colpire nel Mar Cinese Meridionale.
Con freddezza che impressiona, Kissinger, l’uomo che col presidente Nixon ha riportato la Cina nel mondo e isolato l’Urss ai tempi della Guerra Fredda, ammonisce i rivali: non fatevi illusioni, lo scontro sarebbe nucleare, feroce e vi indebolirebbe entrambi per sempre. Devastando città ed economia e paralizzando anche, per la prima volta nella storia dell’umanità grazie alla cyber guerra, Internet e le comunicazioni, satelliti tv, Gps inclusi. «Le stesse culture» cinesi ed americane, conclude Kissinger, porterebbero i duellanti a non darsi tregua fino in fondo, lasciandosi alle spalle macerie e vittime.
Né è possibile una strategia di «contenimento» della Cina, come quella che George Kennan disegnò per la Russia, perché l’Urss non costituì mai pericolo economico per gli Usa, solo militare, al contrario della Cina superpotenza industriale e finanziaria. L’alternativa alle armi è l’idea di una «Comunità del Pacifico», con Pechino e Washington a convivere intorno ad organizzazioni tipo Trans-Pacific Partnership, zona di libero scambio economico cui il presidente Obama vuole associare la Cina. Se i due ultimi giganti si legano reciprocamente - sul modello di Usa e Europa - possono risolvere i conflitti negoziando, magari con maratone diplomatiche estenuanti. Washington, Londra, Parigi, Berlino e Roma possono dividersi e riunirsi, ma senza spargere mai sangue.
Presto la dissennata politica cinese di un solo bambino a famiglia vedrà, conclude Kissinger, «quattro nonni competere per l’attenzione di un solo figlio o nipote», la Cina dovrà dividere la ricchezza acquisita su una popolazione tre volte maggiore degli Usa e ormai in media più vecchia. Con l’ascesa al potere di Xi Jinping, nato nel 1953, la Cina, dal vertice ai villaggi, sarà governata da una generazione di leader che non ha conosciuto guerra civile, povertà, violenza: sarà possibile coinvolgerla nella pace, pur di non provocarla a dimostrare di essere patriottica come padri e nonni della Lunga Marcia. È la scommessa più grave del nostro tempo.
La Stampa 5.3.12
Intervista
Brzezinski “Patto con l’Asia per salvare l’Occidente”
Il guru democratico: “Ma l’Europa resta un alleato cruciale per l’America”
di Maurizio Molinari
Se Henry Kissinger afferma che «la guerra fra Usa e Cina non è una necessità ma una scelta» per far capire che i due giganti possono convivere, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, va oltre identificando in Pechino e più in generale nell’Asia l’orizzonte verso il quale l’Occidente può espandersi per diventare «più grande e vitale», scongiurando il rischio del declino nel XXI secolo.
Nel suo libro «Strategic Vision» lei afferma che l’Alleanza transatlantica deve guardare all’Asia per trovare nuove energie. Non è una scommessa rischiosa?
«Dipende da quanto il Nuovo Oriente sarà stabile, ovvero da quale equilibrio si creerà fra le potenze asiatiche e dalla natura dell’impegno Usa in questa parte del mondo».
A che cosa pensa quando suggerisce all’Occidente di guardare alle partnership con l’Asia?
«Al fatto che le democrazie dell’Estremo Oriente, da Taiwan alle Filppine ma in particolare Giappone e Corea del Sud, tendono a considerarsi nazioni democratiche di un Occidente più grande e vitale. La misura in cui ciò potrà realmente avvenire dipende dalla futura evoluzione di Cina e India e dunque è impossibile fare previsioni oltre i vent’anni».
Al summit della Nato che si svolgerà a Chicago in maggio si parlerà proprio dei nuovi rapporti di partnership con i Paesi dell’Oriente. Crede che in prospettiva l’Asia potrà gareggiare con l’Europa per il ruolo di più stretto partner strategico degli Stati Uniti?
«Non credo che l’Estremo Oriente potrà mai emulare l’Europa per la politica americana. Andiamo per il momento verso una presenza Usa in Asia più diluita e di basso profilo sul territorio rispetto a quanto abbiamo visto in Europa negli ultimi cinquant’anni».
Nella proiezione della Nato verso Oriente quanto pesano i rapporti con la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin?
«L’avvicinamento dell’Occidente a Turchia e Russia è una conseguenza dei cambiamenti in atto in queste due nazioni. A mio avviso a tale riguardo la Turchia ha fatto passi maggiori rispetto alla Russia ma è in Russia dove, in prospettiva, potremmo vedere più novità. Toccherà all’Occidente dimostrarsi capace di sfruttare questo potenziale di nuovi rapporti».
La conseguenza di quanto afferma è che l’America si sta allontanando dall’Europa: è il risultato della crisi del debito?
«Non credo che l’America cesserà di considerare l’Europa il suo più importante alleato ma se l’Europa non riuscirà ad agire assieme e dunque a diventare un partner più vitale nella gestione degli affari globali, allora l’Alleanza atlantica sarà destinata al declino. Questo è il motivo per cui mi batto tanto esplicitamente per la rivitalizzazione dell’allargamento dell’Occidente democratico che ha ancora un ruolo costruttivo da giocare negli affari globali».
Come spiega che dall’inizio delle primarie repubblicane tutti i candidati hanno criticato l’Europa per guadagnare sostegni?
«Molti americani non sono ben informati sui dettagli del sistema socioeconomico e democratico dell’Europa. Nell’attuale atmosfera, che riflette ignoranza e ansia, è facile sostenere argomenti demagogici per arrivare a concludere che l’Europa è socialista, neutralista e stagnante».
Che cosa prevede sull’evoluzione della Primavera araba?
«Dipende dal fatto se sarà evitato o meno il conflitto con l’Iran. Una guerra tra Usa e Iran, conseguente a un attacco militare israeliano contro l’Iran, avrebbe conseguenze devastanti nella regione, spingendo gli Stati Uniti in unaguerra con molte somiglianze, purtroppo, con la recente campagna militare in Iraq. Tornare alle politiche solitarie e unilaterali seguite dal secondo presidente Bush sarebbe molto controproducente».
Come spiega il crescente ruolo del Qatar come alleato degli Stati Uniti, dal sostegno all’intervento in Libia all’impegno per la transizione in Siria? È una potenza emergente?
«Il Qatar raccoglie i frutti per aver dato un contributo responsabile ed efficace all’esito positivo della crisi libica ma forse è ancora presto per definirlo una potenza regionale».
Che opinione si è fatto della politica estera di Barack Obama?
«Obama ha un’idea incisiva e realistica del perdurante ruolo degli Usa nel mondo ma è frenato dal fatto che al momento l’American Dream sta svanendo. Per rivitalizzarlo l’America deve prendere l’iniziativa in più direzioni, alcune delle quali ho spiegato nel mio libro “Strategic Vision”».
La Stampa 5.3.12
Lo zar obbligato a non cambiare
Non può più ignorare la piazza ma è legato agli appetiti delle nomenklature
di Mark Franchetti
Vladimir Vladimirovich Putin, VVP come lo chiamano in Russia, è apparso rilassato e sicuro di sé ieri, mentre si avviava al suo seggio nel centro di Mosca. Dopo una buona dormita si è svegliato presto, ha fatto i suoi esercizi quotidiani, ha raccontato ai giornalisti. A sorpresa, si è fatto accompagnare dalla moglie Liudmila, che negli ultimi due anni si è fatta vedere talmente poco accanto al marito da alimentare voci che la coppia avesse divorziato in segreto. Putin ha ottime ragioni per sentirsi al sicuro. Il risultato del voto non avrebbe potuto essere più prevedibile, ed è tornato a essere Presidente della Russia, con un record di tre mandati. Molto meno prevedibile è però quello che accadrà adesso, visto che dopo un decennio di apatia politica negli ultimi tre mesi nel Paese sono cambiate tante cose. Oggi decine di centinaia di manifestanti si riverseranno nelle strade del centro di Mosca per protestare contro il ritorno di Putin al Cremlino. Il raduno di massa, autorizzato dal potere, sarà il quarto dal dicembre scorso, quando le prove dei brogli elettorali a favore di Putin hanno innescato le più vaste manifestazioni anti-governative dal collasso del comunismo vent’anni fa. Finora le proteste sono state pacifiche, ma adesso ci sono timori che la violenza possa scoppiare oggi, in quanto un piccolo gruppo di oppositori irriducibili ha deciso di tenere una manifestazione separata e non autorizzata che certamente si concluderà con la polizia che picchia e ferma i partecipanti.
Alexei Navalny, il più famoso attivista anti-corruzione del Paese e blogger diventato l’icona del movimento di protesta, ha già annunciato che non riconoscerà il risultato dello scrutinio. Ancora prima della chiusura dei seggi, ha dichiarato che le elezioni sono state sporche quanto quelle di dicembre. In una mossa destinata ad aumentare la tensione e provocare la violenza della polizia, Navalny ha annunciato che gli attivisti dell’opposizione potrebbero fare una tendopoli in piazza a scrutinio avvenuto. «Il risultato, come sempre, si sapeva in anticipo», dice un diplomatico che lavora a Mosca: «Putin sarà Presidente di nuovo. Ma stavolta è diverso. È quello che accadrà dopo che è del tutto incerto. Mosca ribolle».
Altrettanto imprevedibile è che tipo di Presidente sarà in Putin al terzo mandato. Le opinioni divergono, ma la maggioranza concorda: le recenti proteste, mai viste prima, hanno spogliato Putin della sua aura di invincibilità e se pensa di poter rientrare al Cremlino come quello di prima, i suoi giorni sono contati. La domanda che molti si facevano nella notte in cui arrivavano i risultati elettorali, è: che tipo di Presidente sarà il Putin-3. Più autoritario o più liberale? Reagirà all’opposizione, la più forte che avesse mai avuto dalla sua ascesa al potere nel 2000, con un giro di vite o allentando la presa e introducendo riforme? Qualche giorno fa Putin, apparendo ringiovanito da quello che molti sospettano essere un trattamento al botox, ha detto alla stampa straniera che le paure di un’offensiva contro l’opposizione erano infondate.
Le riforme significano la reintroduzione delle elezioni regionali abolite da Putin nel 2004, l’ammissione dei veri partiti dell’opposizione a registrarsi e correre per il Parlamento, e maggiore libertà di stampa, soprattutto nella tv strettamente controllata dal Cremlino. Putin è un pragmatico, e molti dicono che lui ha ascoltato il messaggio gridato dalla piazza, per quanto alcuni suoi commenti particolarmente sprezzanti verso i manifestanti dimostrano che ascoltare non sempre significa comprendere.
Ma soprattutto: è lui l’uomo giusto per riformare il sistema che lui stesso ha creato? «Penso che lui capisca di dover promuovere riforme, ma per natura è un uomo molto cauto, uno che si tormenta sulle decisioni e le prende all’ultimo momento», dice Alexei Venediktov, direttore della radio Eco di Mosca, la più indomita emittente d’opposizione: «Il clima sta cambiando troppo rapidamente per lui, è ancora dietro la curva».
Il tallone d’Achille di Putin sono la corruzione e la «naglost», l’arroganza e la spudoratezza del sistema che ha creato. La Russia è sempre stata corrotta, ma se sotto Eltsin le ruberie erano rampanti, sotto Putin sono diventate un’istituzione. È un male che colpisce tutti i russi. Dal Cremlino in giù, la corruzione ha inquinato la società a tutti i livelli. E considerato che alcuni dei più stretti amici e alleati di Putin, inclusi quelli con i quali si allenava a judo fin da ragazzino, sono diventati miliardari, è difficile immaginare che il nuovo Presidente russo potrà seriamente combattere la corruzione e gli immensi conflitti d’interesse all’interno del Cremlino. Da dove cominciare? È una domanda che si fanno in tanti.
Negli anni Putin ha detto a chi lo conosceva bene che i due momenti più terribili della sua vita li ha vissuti a Dresda nel 1990 e a Pietroburgo nel 1991, e in entrambi i casi riguardavano una folla di persone. Nella prima occasione Putin, ancora un ufficiale del Kgb di stanza nella Germania dell’Est comunista, si scontrò con una folla arrabbiata che cercava di assaltare la sede della polizia segreta sovietica dove lavorava. Il futuro leader russo aveva chiamato disperatamente Mosca per istruzione, ma senza risultato, e bruciò rapidamente i documenti sensibili.
Il secondo episodio è avvenuto durante i tre giorni del tentato golpe comunista contro Gorbaciov, quando il destino della Russia era appeso a un filo e il mondo osservava con ansia. All’epoca era il vice del sindaco liberale della città, e disse agli amici che temeva soprattutto per le figlie.
Ora che grandi folle di manifestanti protestano per le strade di Mosca, la direzione che la Russia seguirà nel futuro dipenderà per buona parte dall’effetto che faranno a Putin nella sua terza riedizione. È un duro, la sua gente lo sa, ma è anche abbastanza abile per reinventarsi.
Un anno fa, a 58 anni, VVP ha cominciato a giocare a hockey. Gli è piaciuto così tantoche si allena anche dopo mezzanotte, qualche volta anche da solo. La scommessa, al suo ritorno al Cremlino per la terza volta, è se riuscirà a mostrare un simile talento per rinnovarsi anche fuori dal ghiaccio.
*Corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra
La Stampa 5.3.12
L’Occidente deve ripensare la Russia
di Kurt Volker
Lo Zar Putin si è reinstallato con successo alla presidenza della Russia: nonostante ciò si presenta la necessità di ripensare la politica del «reset», ovvero un nuovo inizio, che ha guidato l’approccio statunitense ed europeo verso la Russia negli anni passati. La Russia sta vivendo il periodo più dinamico di attività politica dai tempi di Boris Eltsin. Questo nonostante le restrizioni alle libertà politiche e di stampa, una crescente pressione sulla società civile, e la massiccia corruzione o, addirittura, a causa di queste stesse cose.
Centinaia di migliaia di manifestanti hanno partecipato alle proteste in tutto il Paese, non solo a Mosca e San Pietroburgo. I social media sono diventati uno strumento fondamentale per la comunicazione libera.
E ciò che la gente sta comunicando è che il partito di Putin, «Russia Unita», è il partito dei «truffatori e dei ladri», e che il piano del primo ministro Putin per reinstallarsi come presidente è fondamentalmente illegittimo. La dichiarazione dello stesso Putin - che lui e Medvedev avevano concordato anni fa, che Putin sarebbe tornato come presidente - significa che tutti coloro che credevano che Medvedev rappresentasse davvero un approccio diverso per la Russia, o che la Russia potesse ancora essere considerata come una sorta di democrazia, sono stati menati per il naso.
Proprio come nelle proteste che hanno lanciato la primavera araba, l’Occidente non ha avuto niente a che fare con queste proteste in Russia. Infatti, negli anni passati, la politica americana ed europea ha puntato in gran parte a cooperare con il governo russo su questioni fondamentali, modulando la critica alle restrizioni dei diritti politici e umani da parte del governo, e la sua pesante pressione sui Paesi confinanti.
Questo fatto, tuttavia, non ha impedito a Putin di usare la retorica anti-occidentale, orientando il suo governo come antagonista all’Occidente. Ciò include la vendita di armi alla Siria, il blocco all’azione delle Nazioni Unite, lo svuotamento delle sanzioni internazionali contro l’Iran, il blocco della cooperazione Nato-Russia sulla difesa missilistica, la minaccia dello sviluppo di nuovi missili diretti all’Europa, la minaccia dell’uscita della Russia dal Trattato Start II ha concluso durante l’amministrazione Obama. Ha anche accusato il Segretario di Stato Clinton di aver ispirato le proteste interne in Russia.
Questa nuova linea dura russa è di per sé un male e ancora peggio quando lo si vede come presagio della futura politica del ri-eletto presidente Putin.
E questo è il problema che i politici americani oggi devono affrontare. Immaginiamo quello che farà Putin tornando al Cremlino. Reprimerà con forza quelli che hanno protestato contro di lui e perseguirà con determinazione una nuova linea aggressiva verso i suoi vicini e l’Occidente. La politica di “reset” - che mirava a favorire un migliore comportamento russo, ponendo l’enfasi sui settori della cooperazione, piuttosto che sulle differenze - sarà rigettata dalla Russia. Se l’Occidente dovesse persistere in tale politica, vorrebbe dire de-enfatizzare la critica al Putinismo, mentre lo stesso Putin intensifica gli attacchi contro gli oppositori interni e l’Occidente e ostacola un ordine del giorno responsabile sulla sicurezza internazionale.
D’altro canto, anche se Putin risulterà indebolito internamente a causa di un’opposizione interna senza precedenti, ci troveremo ad affrontare un problema diverso. Coloro che lottano per una Russia meno corrotta e più democratica riterranno che gli Stati Uniti e l’Europa non sono riusciti a lottare per i diritti dei russi comuni, garantendo allo stesso tempo Putin e il suo regime. Riterranno che l’Occidente abbia cercato di tutelare i propri interessi a scapito del popolo russo.
Comunque la politica di «reset» degli Stati Uniti e dell’Europa è sempre più fuori sincronia perché si basava sulla collaborazione con il governo russo. Pur non rinunciando a sostenere la democrazia e i vicini della Russia in linea di principio, il punto era di non permettere che tale sostegno ostacolasse la prospettiva di realizzare un rapporto costruttivo con il governo russo.
Già Putin ha chiarito che tale rapporto costruttivo non sarà possibile. Inoltre, i nostri sforzi per perseguire un rapporto costruttivo con lui sono solo serviti a metterci nella scomoda posizione di schierarci con lui contro il popolo russo.
In questa nuova realtà - anche adesso - gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero cambiare rotta, prendendo una posizione pubblica forte contro la corruzione politica a Mosca, e in sostegno agli obiettivi legittimi del popolo russo, espressi attraverso un vero e proprio processo democratico. Il popolo russo ha bisogno di sapere che siamo dalla sua parte, e Putin ha bisogno di sapere che le sue azioni hanno delle conseguenze.
*Ex ambasciatore statunitense alla Nato, direttore del McCain Institute for International Leadership, organismo dell’Arizona State University. [Traduzione di Carla Reschia]
Corriere della Sera 5.3.12
Caroselli, schede alterate, seggi fantasma
L'opposizione denuncia la macchina dei brogli
di F. Dr.
MOSCA — Le telecamere installate in quasi tutti i seggi e mezzo milione di osservatori hanno certamente limitato i brogli. Ma «aiutini» per il candidato Vladimir Putin ce ne sono stati, almeno stando alle tante denunce diffuse. Intanto i seggi non controllati da nessuno. Decine di fabbriche hanno dichiarato lavorativa la giornata di domenica, costringendo gli operai a votare in seggi volanti installati dentro gli stabilimenti dove, per ovvi motivi di sicurezza, nessun estraneo (leggi osservatore e/o oppositore) può entrare. Nelle unità militari i soldati votano agli ordini degli ufficiali. Naturalmente in tutta libertà, ma casualmente sono per più dell'80 per cento a favore di Putin.
Uno dei sistemi più vecchi è quello del carosello: gruppi di elettori fidati portati in autobus in vari seggi «amici» a votare più volte. Questa volta però c'era molto più controllo e i caroselli non hanno funzionato granché. I comunisti hanno denunciato un sistema nuovissimo, studiato per sfruttare al meglio le macchine automatiche che in alcuni seggi scrutinavano le schede. A Dzerzhinsk sul Volga il Pc giura che tutte le schede erano particolarmente ruvide in corrispondenza del nome di Putin. Così per le macchine erano tutte state votate «per Putin». Quelle bianche venivano quindi attribuite al primo ministro.
Quelle che avevano il segno su un altro nome venivano annullate, come se l'elettore avesse dato due preferenze. L'ultima sorpresa sono stati i seggi supplementari. Dovevano essere 94 mila in tutto il Paese, ma alla fine ne sarebbero spuntati altri duemila. Nessuno sa dove, come e perché e nessuno, naturalmente, è potuto andare a «osservarli».
Corriere della Sera 5.3.12
«Siamo un Paese feudale che cerca un leader forte»
Il regista Konchalovskij: mancano i valori borghesi Il blogger oppositore Navalny è coraggioso nel denunciare la corruzione, ma ricorda un po' Savonarola
di Paolo Valentino
MOSCA — Quando lo zar Alessandro I discusse il tema della corruzione con il capo della sua polizia segreta, il conte Alexandr Benkendorf, gli disse che bisognava punire tutti i colpevoli. Ma quello, allargando le braccia, rispose: «Ma allora con chi rimane, Maestà?».
Andrei Konchalovskij mi racconta l'aneddoto durante una pausa delle prove di «Tre Sorelle» di Cechov, che in primavera mette in scena al Teatro Mossoviet. E ricorda che anche Vladimir Putin lo ha evocato di recente.
Il celebre regista è da poco tornato dal seggio. Ha votato Vladimir Vladimirovich, «perché non c'era alternativa credibile, perché vince comunque e perché in ogni caso è meglio cercare di influenzarlo per risolvere il problema più difficile e complesso che abbiamo davanti: cambiare il sistema di valori medioevale di questo Paese».
L'analisi di Konchalovskij indulge spesso nel paradosso e non risparmia nulla al vecchio e nuovo leader del Cremlino. In fondo Andrei è l'erede meno allineato di una grande dinastia, che ha attraversato indenne le svolte brusche della storia russa: suo padre era lo scrittore e poeta Sergei Mikhalkov, autore dell'inno a Stalin e poi di quello a Eltsin; sua madre era la poetessa Natalia Konchalovskaya, suo fratello è il regista premio Oscar Nikita Mikhalkov, sempre sulla breccia da Breznev a Putin.
Il concetto di base del suo ragionamento è quello di una sorta di «jet-lag storico» di cui sarebbe preda la società russa, dove non è mai nata la borghesia e i valori dominanti sono anacronistici: «Il bisogno di un leader forte con un potere verticale, il successo finanziario altrui visto come minaccia al proprio benessere, un circolo di fiducia ristretto, il nepotismo, l'assenza di responsabilità personale». La conclusione del regista di «A trenta secondi dalla fine» è che la Russia sia ancora «troppo giovane per la democrazia» proprio perché «manca una vera borghesia, una classe di cittadini».
L'impressione immediata è che Konchalovskij si stia perdendo qualcosa, cioè l'esordio sulla scena pubblica di una nuova classe media, quella favorita proprio da Putin ma che ora rifiuta il patto scellerato della rinuncia alla politica.
«Non è così. Questa classe benestante non è una borghesia. Ha un certo livello di consumo, ma anche i suoi valori sono feudali. Dipendono totalmente dal Cremlino per il successo economico, non rischiano, non hanno impegni sociali».
Il cineasta cita il filosofo Konstantin Leontyev: «Diceva che la Russia dev'essere sempre un po' gelata, altrimenti marcisce. E cos'ha fatto Putin nei primi anni del suo potere, se non congelare un Paese che si stava liquefacendo? Quando nel 1991 i russi ottennero tutte le libertà, non seppero cosa farne e lo Stato cominciò a sciogliersi. Il primo risultato della fine del comunismo fu il ritorno ai valori storici nazionali, soppressi dal terrore sovietico. Ma erano i valori precedenti una rivoluzione borghese, quelli feudali di una Russia che non aveva mai avuto l'umanesimo. Tutta la cultura europea si basa sulla filosofia greca, la scolastica ebraica e il diritto romano. Noi non abbiamo avuto questa base».
L'errore del secondo Putin è stato di «non lottare contro il feudalesimo statale, che impedisce ogni sviluppo». «Non parlo neppure di corruzione — aggiunge Konchalovskij — qui rubano tutti, è un fatto della vita. Non c'è diritto, non c'è una polizia normale, il cittadino non è protetto dalla criminalità di ogni genere. Ecco perché i cosiddetti imprenditori russi sono totalmente collaborazionisti col potere. Sembra il Trecento, cioè sette secoli fa. Dopo la vittoria, Putin deve avere il coraggio di dire che viviamo in una società feudale e combattere questi valori. Creare un vero Stato civile di diritto. La democrazia verrà dopo. È l'ultima occasione che ha. Se facesse prevalere la fedeltà ai suoi amici, ci sarebbe un'esplosione».
La crisi demografica in atto in Russia è per il regista figlia di questo sistema: «Ci sono in Russia 5 milioni di bambini abbandonati dai genitori: ma non c'è responsabilità penale per questo delitto. Ogni anno vengono violentati e uccisi 1.600 minorenni, negli ultimi vent'anni la popolazione russa è diminuita di 7 milioni. Sono dati africani. Fatti più gravi della corruzione».
Eppure, in tanto pessimismo, neppure Andrei Konchalovskij rinuncia a un barlume di speranza: «C'è un processo di socializzazione su Internet che cresce e premerà sul potere. Ci vorrà tempo, non basteranno 5 anni. Andrei Navalny è coraggioso nella sua denuncia della corruzione, anche se assomiglia un po' a Savonarola. Tutto dipende però dalla saggezza di Putin. Se non l'avrà saranno guai».
Corriere della Sera 5.3.12
Perle: per lui la guerra fredda non è finita
Il disagio Usa per il «revanscista dell'Urss» che non si rassegna
di Ennio Caretto
«Negli ultimi anni ho visitato spesso la Russia cercando di aiutarne i movimenti dei diritti civili, e inizialmente ho nutrito buone speranze che diventasse una democrazia. Putin me le ha fatte svanire. Il mio giudizio sui suoi due mandati, e anche sul mandato di Medvedev, è negativo. Dopo un inizio cauto, in apparenza persino conciliante, Putin ci ha riportato ai tempi della guerra fredda. Temo che sarà così anche nei prossimi anni. È come se Putin non avesse mai digerito la sconfitta della Unione Sovietica, come se volesse una rivincita. Medvedev prima ha tentato di migliorare le cose, poi si è rassegnato».
L'ex sottosegretario alla difesa Richard Perle, il «cavaliere nero» del disarmo atomico, che un quarto di secolo fa impostò la graduale riduzione degli arsenali nucleari degli Usa e dell'Urss si dice deluso del dopo Eltsin in Russia. «Non so perché Eltsin consegnò il potere a Putin — afferma —. So che ci illudemmo che Putin accelerasse l'ingresso del Paese nel consesso democratico. E invece Putin ha dimostrato di essere rimasto in fondo un agente del Kgb, della polizia segreta sovietica. Ha seguito una politica piuttosto repressiva in casa e aggressiva fuori, dando anche l'impressione di volere ricostituire l'impero comunista».
Il suo non è un giudizio troppo pesante?
«Non sostengo che Putin sia un dittatore, ma penso che il suo sia stato e continuerà a essere un regime autoritario. Quando lo ritiene utile, Putin non esita a schiacciare gli avversari, i dissidenti e quant'altri con tutto il peso dello Stato. E in quella che considera la sfera di influenza russa non esita a ricorrere all'intervento militare, oltre che alle più gravi pressioni politiche, economiche, diplomatiche».
C'è chi gli attribuisce il merito di avere rilanciato l'economia.
«Conosco bene la Russia. La sua economia si regge sul petrolio, Putin non ha modernizzato il Paese, non ne ha fatto un colosso tecnologico mediatico ecc. Adopera il petrolio come strumento di ricatto non solo degli ex Stati comunisti ma anche dell'Europa occidentale. La quale Europa non deve lasciarsi ricattare, se permette».
La campagna elettorale non lo ha però indebolito?
«Ne ha intaccato l'immagine, evidenziando la sua caduta di popolarità. Ma l'opposizione non è ancora abbastanza forte da dimezzarne il potere. E non dubito che Putin la reprimerà, anche se cercherà di mascherarlo. Mi preoccupo per leader come Ryzhkov, un uomo molto articolato, un vero democratico, non vorrei che finisse in carcere o peggio».
Ma Putin non rischierebbe una sollevazione?
«Difficile dirlo. Ha a disposizione l'arma del fisco, che gli conferisce un che di legalità. Può sembrare sciocco, ma le disposizioni del fisco russo sono così contraddittorie che anche i più onesti possono essere processati a piacimento delle autorità. E non vedo sorgere un movimento di resistenza di massa a questi abusi a breve termine».
Non c'è nulla che l'Occidente possa fare?
«L'Occidente deve unirsi e coordinarsi nei rapporti con la Russia. In primo luogo deve prendere atto che Putin tenta di dividerlo, che è ostile agli Usa e alla Nato, che è ritornato alla guerra fredda, ripeto. In secondo luogo deve appoggiare l'opposizione, perché a media o lunga scadenza Putin dovrà concederle qualcosa. Le forze democratiche russe devono sapere che non le abbandoneremo».
Obama tuttavia ha dialogato e dialoga con Putin.
«Non ha alternative, dialogavamo con l'Urss anche in piena guerra fredda. Non si tratta di rompere i rapporti, si tratta di fare capire a Putin che la sua politica antiamericana è inaccettabile. Putin persegue il danno degli Usa anche quando va a scapito della stessa Russia. Basta pensare alla sua difesa della Siria, dove ogni giorno si violano i diritti umani».
C'è il pericolo di una nuova corsa al riarmo atomico?
«Non in Russia né da noi. Putin non intende certo mandare in Germania i carri armati e non ha interesse a evocare lo spettro nucleare. Il pericolo del riarmo atomico esiste nel Golfo Persico a causa dell'Iran. Prepariamoci comunque a dei bracci di ferro tra Washington e Mosca».
Di che tipo?
«Le cito il caso di Sergej Magmitsky, un giovane avvocato che scoprì un grosso scandalo concernente un fondo d'investimenti e che fu ucciso dal regime. Lavorava per il più grande investitore americano in Russia, William Browder, il figlio dell'ex segretario del Partito comunista americano, che ha chiesto al Congresso di intervenire. Il Congresso ha oggi sotto esame sanzioni contro i responsabili: a esempio verrà loro proibito di mettere piedi negli Usa. Le autorità russe sono furenti. Secondo me, questo è solo un inizio».
Repubblica 5.3.12
Quella sposa spaccata in due
La Russia è stanca di Rivoluzioni ma vuole dialogo per cambiare
di Viktor Erofeev
Attualmente almeno una metà della Russia è degna di Vladimir Putin, e lui è degno di questa metà del Paese. Le nostre elezioni presidenziali assomigliano a un matrimonio. Putin si è preparato, ha dato al proprio volto un aspetto giovanile, ha scritto o si è fatto scrivere sette articoli con le promesse per la sua sposa, la Russia: di esserne difensore, patrono, comandante in capo e fratello.
Queste due metà non si possono più incollare e non è neppure possibile costringere chi si oppone a rinunciare al suo dissenso
C´è una parte di questo Paese che è insorta contro di lui per difendere i nostri valori più importanti, per il presidente è stato uno shock
Alle nozze ha invitato i suoi fan dalle varie regioni della Russia e ha promesso loro di farli mangiare e bere in abbondanza, e a sbafo. C´è solo un problema: la sposa si è spaccata in due. Una parte di essa - in sostanza, la metà inferiore - fatta di operai, di soldati, di lacchè, la parte più corrotta, menefreghista, e, per dirla tutta, senza un´istruzione superiore, attende con ansia il suo sposo ed è pronta a concedersi a lui, se non per sempre, almeno per i prossimi sei o addirittura per i prossimi dodici anni. Chissà che figli potranno nascere da questa unione. Non è chiaro nemmeno se questa sposa potrà generare qualcosa di degno. Ma il suo sposo le ha promesso mari e monti, e fa finta di credere lui stesso alle sue promesse. Egli difenderà questa metà inferiore della Russia dagli americani, e non permetterà che essi la disonorino.
La farà voltare verso l´Asia e le dirà che laggiù, dentro delle scatole cinesi, ci sono i suoi nuovi gioielli. Se lei avrà una crisi, lui la prenderà per un lembo del vestito e con le sue mani le applicherà gli impiastri sulle ferite e le sanguisughe. E poi, l´amerà ardentemente, perché i due sposi condividono le stesse inclinazioni. Naturalmente, lui come ogni uomo le terrà nascosto qualcosa: magari il suo reddito e alcuni degli amici che compongono il suo inner circle, che lo aiutano con il petrolio e con il gas, ma che non amano farsi notare. Putin spiegherà alla sua sposa perché Khodorkovskij deve restare in prigione; eppure non escludo che per la gioia lo sposo si mostrerà più accondiscendente con Khodorkovskij e dal Nord lo farà trasferire in un carcere sul Mar Nero.
Ma come dovrà comportarsi con la metà superiore della sua sposa, con quella Russia che lo scorso inverno è insorta contro di lui, non ha voluto sposarlo per la terza volta ed è fuggita dall´altare? Per lo sposo è stato un terribile choc. La metà superiore non sono i compagni di potere di Putin, anche se persino tra i suoi sodali si è delineato uno scisma. La metà superiore è la parte illuminata della società russa: scienziati, giornalisti di rilievo, scrittori, attori, registi, stelle del pop. Ovviamente, anche tra di loro Putin ha trovato qualche sostenitore, e si fa bello del loro appoggio: di certo li saprà generosamente ricompensare della loro fiducia. Ma l´opinione diffusa tra l´intelligencija è un «no». E le decine di migliaia di giovani che sono scesi in piazza per manifestare rappresentano anch´essi un chiaro "no" indirizzato a Putin.
Beh, dirà Putin tra sé e sé, questa gente ha perso la testa per i valori dell´Occidente e si è venduta all´Europa. Ma così dicendo non si accorgerà che questi valori noi non li abbiamo importati. Sono sempre stati i valori della nostra cultura, da Pushkin a Malevich, da Cechov a Schnittke; è l´Occidente, piuttosto, ad aver importato i nostri valori russi, i valori della nostra cultura, e non il contrario.
Comunque sia, la sposa si è spaccata in due metà. E queste metà ormai non si possono più incollare. Si potrebbe fare un tentativo, ma come? Si potrebbe costringere la metà superiore della sposa a prendere Putin per marito. Mettere in prigione qualcuno degli oppositori più agguerriti, spedire qualcun altro all´estero a soggiornarvi a tempo indeterminato, e la metà superiore della sposa scoppierebbe in lacrime, disperata: è terribilmente triste restare zitelle per dodici anni.
Io augurerei a questa parte della sposa e a Putin di instaurare un dialogo, così da poter diventare, se non marito e moglie, almeno due tranquilli parenti, che anche se non si amano, almeno non fanno a botte. Non abbiamo bisogno di una guerra civile. Non abbiamo bisogno di sconvolgimenti epocali: la Russia negli ultimi cent´anni se n´è giustamente stancata. Abbiamo bisogno di dialogare tranquillamente intorno a un tavolo. Credo che la metà superiore della sposa su questo sia d´accordo. È una ragazza colta, sorridente, ironica. Non ci prenderà in giro.
La metà inferiore della sposa sarà fedele fino alla fine del mandato? Non finirà per sciogliersi come un gelato, non darà ragione alla metà superiore? Bisogna tenerla ben d´occhio - potrebbe combinare qualcosa di scandaloso, come una rivoluzione tutta sua, in stile nazionalistico. Questa parte dirà: «Non mi somigli abbastanza! Datemi un contadino russo con un bastone in mano!».
Putin è in mezzo tra le due metà della sposa. Si sta provando l´abito nuziale, si sta mettendo un fiore all´occhiello. Putin si sposa. Viva gli sposi!
Repubblica 5.3.12
La rivoluzione lenta della nuova borghesia
di Bernard Guetta
MOSCA. L´opposizione russa non manca di teste pensanti, e ha una sua strategia. Essenzialmente moscovita, questa piccola rete di figli del post-comunismo è fatta di imprenditori, giornalisti, architetti, avvocati o medici: un nuovo ceto le cui figure di prua provengono dalle stesse scuole, frequentano gli stessi locali.
Ma che hanno anche la stessa visione delle prossime tappe da affrontare. Per quanto le frodi del voto di ieri siano state massicce, l´opposizione non vuole svenarsi in una lunga e vana contestazione delle presidenziali. È ben consapevole che fin dalla settimana precedente erano già pronti i risultati precisi da assegnare all´apparato dello Stato. Di fatto la paura si è ormai attenuata, tanto che non sono mancate le informazioni lasciate filtrare, a tutti i livelli, da giovani funzionari. Si sapeva le cifre sarebbero state diverse a seconda delle zone di città o di campagna, delle regioni centrali o periferiche, e che la consegna era di rispettare la verosimiglianza, evitando il pienone nelle urne e modificando i risultati gradualmente, in crescendo verso le aree più centrali, tenuto conto anche della possibilità di votare in seggi diversi da quelli corrispondenti al domicilio degli elettori.
Ecco perché le manifestazioni di protesta erano previste fin da prima del voto. Ma agli occhi degli strateghi dell´opposizione la questione essenziale è un´altra. Tutti sanno che al di là delle frodi, Vladimir Putin ha una sua base nelle campagne, così come nelle città industriali colpite dai fallimenti, in quella Russia ove la miseria è tanto grande che non si vuole rischiare di aggravarla ulteriormente con una crisi politica. Ma soprattutto, gli oppositori non hanno alcuna voglia di impegnarsi in una prova di forza persa in partenza.
Come previsto, Putin ha vinto. Dopo aver ceduto il posto per un quadriennio - data l´impossibilità di candidarsi per un terzo mandato consecutivo - a Dmitri Medvedev, è tornato al Cremlino. È un dato di fatto, e con tranquillo realismo l´opposizione non vuole tentare di cacciarlo da lì, ma cerca invece di imporgli un compromesso che non ritiene impossibile.
Vorrebbe indurlo a non rimangiarsi le riforme promesse dal potere nel dicembre scorso, quando i brogli alle elezioni legislative avevano indotto i ceti medi alla dissidenza. E ottenere che, come promesso, i governatori delle regioni non siano più nominati ma eletti; che la creazione dei partiti politici e le leggi inerenti divengano diritto effettivo e non più solo teorico; e soprattutto chiedono che i partiti possano formare coalizioni elettorali, oggi vietate.
La battaglia sarà dura, e certamente la vittoria è tutt´altro che a portata di mano; ma secondo gli strateghi dell´opposizione, Vladimir Putin non è Mubarak, e meno ancora Bashar al-Assad. È consapevole - dicono - che a manifestare è la Russia efficiente, quella capace di innovare, di creare imprese, di far girare l´economia. E sa che non potrà governare durevolmente contro di essa, ma dovrà pur trovare un modus vivendi col ceto medio urbano, poiché non vuole scontri armati in piena Mosca, ma desidera salvaguardare una rispettabilità internazionale, e la possibilità di ritirarsi un giorno per godersi il denaro che ha ammassato.
Gli oppositori non vogliono la rivoluzione, anche perché, come dice uno dei suoi esponenti, «a loro è andata bene»; in altri termini, è gente che a suo tempo ha approfittato della liberalizzazione economica per arricchirsi; che si era perfettamente adeguata al Far West degli anni di Eltsin, così come al laissez faire del periodo di Putin, ma oggi non sopporta più l´arbitrio, la corruzione e soprattutto l´abbandono in cui la Russia è lasciata dai dirigenti che sfruttano a dismisura le sue risorse naturali, al pari delle monarchie petrolifere.
La nuova borghesia nata nel post-comunismo si è ormai consolidata; i suoi figli, formatisi a Londra o a New York, aspirano alle libertà, e vorrebbero vivere e costruire imprese con dignità e sicurezza, senza più dipendere da un potere politico che giudicano "anacronistico". Questa borghesia vuole il potere; nata com´è dalla stessa frattura storica che lo ha consegnato ai suoi attuali detentori, e date le innumerevoli passerelle che la collegano a questi ultimi, crede di poterglielo strappare senza bagni di sangue, a tappe successive, mediante una serie di riforme e compromessi, per costruire in Russia una vita politica e ridestare le regioni con l´elezione di governatori, dando vita a un´opposizione credibile attraverso la costituzione di coalizioni democratiche.
Potrebbe non essere un´illusione. Al Cremlino c´è chi si rende conto della necessità di negoziare una svolta. Ma anche qualora Vladimir Putin vi si rassegnasse, le scosse non potranno che essere dure.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Repubblica 5.3.12
L’attivista: "È tutto finto, stabilito a tavolino. Che ci arrestino pure. Ci saranno altri a continuare e sempre di più"
La Chirikova, eroina "verde" della protesta "Voto truccato, noi torniamo in piazza"
"Annuncio un martellamento continuo e logorante che porterà a un cambio di potere pacifico"
di Nicola Lombardozzi
Mosca - «Andiamo in piazza perché è tutto finto, tutto stabilito a tavolino. Che ci arrestino pure. Ci saranno altri a continuare e saranno sempre di più». Evgenja Chirikova arrossisce e fissa il pavimento come a scusarsi per la rabbia che le esplode dentro. E´ il suo limite ma anche il suo fascino: un´aria da ragazzina spaurita e un carattere da vero leader della rivolta anti Putin; la più amata insieme al blogger anticorruzione Aleksej Navalnyj. Ingegnere, ecologista per caso, 35 anni e due bambine piccole. E un sogno: «Una Russia democratica».
Ma non è possibile che Putin abbia recuperato i consensi che sembravano perduti?
«Ditemi un solo motivo perché la gente avrebbe dovuto votarlo in massa. Il crollo della sua popolarità è evidente. Per le strade, su internet. Io stessa ne sono una prova».
In che senso?
«Che la mia piccola battaglia per salvare dagli speculatori la foresta di Khimki, raccoglie decine di migliaia di sostenitori da tutto il Paese. Pensate che abbiano a cuore le betulle di casa mia? No, ce l´hanno a morte con questo regime opprimente e bugiardo».
Ma intanto Putin sarà presidente per altri sei anni. Che farete?
«Le rispondo da ingegnere: quando la radioattività raggiunge la massa critica, la reazione nucleare a catena è inevitabile. Continueremo a protestare e prima o poi dovrà andarsene. Più cercherà di restare al potere, più la sua fine sarà spiacevole per lui».
Che fa, minaccia? Avete in preventivo anche azioni violente?
«Non minaccio. Annuncio un martellamento continuo e logorante che porterà a un cambio di potere pacifico. E´ ineluttabile».
Putin ha promesso che non userà la forza per fermarvi. Ci crede?
«Non si può credere a uno che ha fatto quello che sappiano nel Caucaso. E che ha sulla coscienza le finte bombe terroristiche del ‘99 con tutti quei morti a Mosca e dintorni».
Ma allora come pensa di continuare davanti a una eventuale repressione?
«Ma pensate che, quando hanno arrestato Navalnyj, il suo blog anticorruzione sia morto? I suoi hanno continuato e le adesioni sono cresciute. Cosa possono fare? Chiudere i siti? Qualcuno ne aprirebbe altri. Chiudere Internet? Gli crollerebbe l´economia. Per non parlare dell´immagine internazionale».
Ma voi non sembrate così forti e uniti. Tra di voi c´è di tutto: liberali, comunisti, nazionalisti, atei e cristiani ortodossi, perfino qualche razzista.
«Ed è questa la nostra forza. Non diamo punti di riferimento. Possono colpire me, Navalnyj, altri leader. Ma non hanno una forca in gradi di impiccarci tutti».
Siete senza un leader, un gruppo di comando. Come potete andare avanti?
«La centralizzazione è una antica piaga della Russia. La gente invece è felice di far parte di un esercito, finalmente senza generali. I leader verranno. Sarà Navalnyj o forse un altro. Ma ora l´obiettivo è uno solo e non servono Comitati Centrali: Una Russia senza Putin».
(n.l.)
Corriere della Sera 5.3.12
Una giornata europea per ricordare i Giusti del mondo
di Antonio Carioti
MILANO — Siamo a quota 109 adesioni e bisogna arrivare a 369, la maggioranza assoluta, perché la mozione passi al Parlamento europeo. Se così sarà, verrà istituita in tutta Europa una Giornata dei Giusti, per celebrare coloro che si opposero ai totalitarismi e ai crimini contro l'umanità, salvando vite innocenti.
La data proposta è il 6 marzo, giorno della scomparsa di Moshe Bejski, il magistrato israeliano che fu presidente della commissione dei Giusti di Yad Vashem, il sacrario della Shoah a Gerusalemme, dove sono ricordati personaggi come Giorgio Perlasca e Oskar Schindler. Proprio il 6 marzo, domani, si tiene una grossa manifestazione al Teatro Parenti di Milano per appoggiare l'iniziativa.
La proposta è partita su impulso dell'associazione Gariwo (sigla che sta per Gardens of the Righteous Worldwide, «Giardini dei Giusti di tutto il mondo»), diretta da Gabriele Nissim, cui si deve la creazione del Giardino dei Giusti milanese. A presentare la mozione sono stati tre deputati europei eletti in Italia, Gabriele Albertini (Pdl), Niccolò Rinaldi (Idv) e David Maria Sassoli (Pd), e una parlamentare polacca, Lena Kolarska-Bobinska. Migliaia di persone hanno sottoscritto il relativo appello: tra loro Dario Fo, Franca Rame, Andrée Ruth Shammah, Tadeusz Mazowiecki, Umberto Eco e Umberto Veronesi.
L'incontro al Teatro Parenti è una maratona aperta a tutti, dalle ore 16 alle 20. Ci saranno racconti di testimoni, proiezioni di filmati, letture di testi, contributi di Ferruccio de Bortoli, Antonio Ferrari, Stefano Levi della Torre, Salvatore Natoli, Vittorio Emanuele Parsi. Infine l'esibizione del jazzista Gaetano Liguori.
L'appuntamento milanese fa seguito a un convegno organizzato da Gariwo in febbraio a Praga con i dissidenti di Charta 77, che hanno aderito all'idea della Giornata dei Giusti, mentre un grande concerto si svolgerà il 30 marzo al Palazzo Reale di Varsavia.
Vi sono però, tra gli storici, voci che avanzano delle riserve su questa iniziativa, che si aggiunge alle numerose giornate celebrative, ufficiali o no, già esistenti in Italia e altrove. «Un problema — osserva Marcello Flores, studioso dei genocidi — è chi sceglie i Giusti. Per la Shoah ci pensa lo Stato d'Israele, mentre un'iniziativa a più vasto raggio può incontrare delle difficoltà, anche perché a volte chi salvò delle vittime aveva appoggiato in precedenza i regimi totalitari. Più in generale queste iniziative non aiutano molto a cogliere la complessità della storia, anche se resta utile far conoscere esempi di alto valore etico».
«Io sono allergico a tutti gli eventi celebrativi — dichiara invece Aldo Giannuli, autore del libro L'abuso pubblico della storia (Guanda) — e temo soprattutto l'effetto saturazione. Con troppe giornate dedicate alle diverse memorie si finisce per banalizzare la storia e paradossalmente si favorisce l'oblio, perché alla fine la gente non se ne accorge più».
Nissim replica che si tratta di un'iniziativa diversa dalle altre: «Non vogliamo coltivare il ricordo del male ma quello del bene, per alimentare la speranza, soprattutto nei giovani. E abbiamo dato alla proposta un respiro universale, legato a tutte le grandi tragedie: la Shoah come il genocidio armeno e il Gulag denunciato da Solženicyn. L'intento è evitare le strumentalizzazioni e superare la concorrenza tra memorie diverse».
La Stampa 5.3.12
E Saramago arruolò Caino per la resa dei conti con Dio
Una lezione di Scurati sul biblico fratricida nella rilettura del premio Nobel, ateo accanito che non cessa di interrogare
di Antonio Scurati
Il suo ultimo romanzo, uscito nel 2009 (e tradotto l’anno dopo per Feltrinelli), è dedicato alla figura biblica di Caino
“La storia degli uomini è la storia del loro fraintendimento con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui».
Probabilmente, però, c’è un fraintendimento anche all’origine di Caino, il libro con cui, tre anni fa, José Saramago volle riscrivere la più terribile e meno letteraria di tutte le grandi figure bibliche regolando, poco prima di morire, a modo suo, i conti con la religione del suo Paese e dei suoi padri. Il Nobel portoghese si scaglia, infatti, con furia iconoclasta contro il Dio del Vecchio Testamento - definito «vendicativo, rancoroso, cattivo e indegno di fiducia» - come se volesse strappare dal suolo d’Europa la radice prima della mala pianta da cui crebbe la sua storta civilizzazione. Contrariamente a quanto lascia intendere questo impeto da riparatore dei torti, la civiltà occidentale d’Europa non ha, però, alla propria origine dei testi sacri custoditi da una casta di sacerdoti ma due testi profani, due opere che oggi definiremmo «letterarie», composte da uomini per uomini, cantate e ricantate variando liberamente generazione dopo generazione.
La cultura occidentale inizia con due poemi epici scritti in lingua greca. Nel primo si narra di una lunga guerra, nel secondo di un’avventura per mare e per terra. Il primo è poema della forza, il secondo dell’astuzia. Il primo racconta di uomini in armi intenti alla distruzione del mondo, il secondo di un uomo che fa vela alla scoperta del mondo. La storia del primo è senza ritorno, quella del secondo piega la linea retta del racconto fino a saldarla nell’anello del ritorno. Achille e Ulisse, non Caino, sono i primi uomini della civiltà letteraria d’Occidente. Essa comincia con la parola di Omero, non con quella di un dio.
Non è un caso, dunque, se, secondo quanto ci ricorda Ugo Dettori, «nessun personaggio è stato più di Caino evitato da tutte le letterature: si direbbe che la terribile universalità del primo omicida abbia sempre reso perplessi gli scrittori e i poeti, incapaci di aggiungere nuovi valori e di considerare sotto nuovi aspetti la sua antica realtà biblica». (Caino comincerà a nascere come personaggio letterario soltanto nel Settecento, per poi svilupparsi nell’Ottocento quale figura eminente dell’insubordinazione cosmica romantica grazie a Byron, che gli dedicherà il dramma omonimo, sebbene derivi la sua figura più dalla tradizione greca di Aiace e Capaneo che non da quella biblica, e a Victor Hugo che gli consacrerà una celebre poesia).
Saramago sembra invece voler a tutti i costi - anche a costo dell’equivoco totale, della polemica feroce e, talora, dell’irrisione offensiva, fino alla blasfemia fortemente voluta - contendere al Dio degli ebrei e dei cristiani il primato della parola creatrice. È con la parola di dio (che lui scrive ostinatamente con l’iniziale minuscola), non con quella di Omero, che lo scrittore portoghese, già entrato nella sua vecchiaia, ingaggia un antagonismo accanito. In quella che rimarrà la sua ultima opera di narrativa pubblicata in vita, si butta dunque a capofitto nella riscrittura proprio di Caino. E forse qui si delinea un possibile criterio per distinguere due grandi famiglie di scrittori: quelli che scrivono sotto l’influsso dell’autorità suprema della Bibbia (prevalenti nell’ambito di lingua inglese) e quelli che invece stanno sotto l’egida di Iliade eOdissea (prevalenti nelle letterature del continente europeo). In entrambi i casi, non può essere estranea a questo discendere da una matrice insuperabile una certa dose di angoscia dell’influenza, di rivalità magari mimetica. Quando, però, il rivale sia Dio, non c’è che la dannazione.
È in quest’ottica - a partire da questa contesa per l’autorità a pronunciare una parola primogenitrice - che andrebbero valutati, non soltanto l’ateismo professo e militante della scrittura di Saramago, ma anche le indubbie tracce di anticlericalismo e perfino di antisemitismo in essa presenti. Nel caso di Saramago, e delle sue riscritture del Vecchio e del Nuovo Testamento (ricordiamo Il Vangelo secondo Gesù Cristo del 1991), la rivalità si modula, infatti, nei toni accorati e accesi di una vera e propria inimicizia ideologica. Saramago prende quasi a pretesto la figura del fratricida, del portatore di una colpa inemendabile, per un viaggio fantastico (i salti di spazio e tempo sono frequenti, data la brevità del libro, e consentiti da un elementare artificio narrativo) che passi in rassegna molte delle scene fondamentali dell’Antico Testamento, scegliendole di preferenza tra quelle in cui Dio si manifesta direttamente agli uomini.
Il risultato è una galleria di orrori ed errori la cui rappresentazione letteraria viene reiterata e interrogata con acribia neo-illuministica ostinata e disperata, una collezione di gravi imperfezioni nella quale l’imperfetto è sempre un Dio collerico, ingiusto e, soprattutto, illogico del quale, però, fosse anche soltanto per poterlo sbugiardare, contraddire o biasimare, il vecchio scrittore José Saramago, giunto al passo estremo nei suoi quasi novant’anni, deve sempre presupporre, non soltanto la presenza e, forse, l’esistenza, ma anche e soprattutto la parola, il verbo. Una parola che, perfino nella versione caricaturale e ostile fornita dal suo tardo, involontario esegeta, suona come da sempre già pronunciata. Una parola il cui insondabile segreto anche l’ateo accanito Saramago José non cessa, volente o nolente, di interrogare.
La Stampa 5.3.12
Alla Maniera di Tintoretto
Roma Era veneto e per questo la critica non l’ha mai considerato accanto a Pontormo & C. Un omaggio alle Scuderie del Quirinale
di Marco Vallora
Fino a giugno La mostra Tintoretto , curata da Vittorio Sgarbi, sarà visibile alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 10 giugno
Impresa titanica, quasi disperante, riuscire a «mettere in scena», cioè praticamente in gabbia, arrestandolo e riassumendolo, quel fulminante ed anguilloso, imprendibile ed impressionante furetto della pittura intemporale, che fu il Tintoretto (1519-1594). Pressoché impossibile: in quanto felicemente disperso in chilometri galoppanti di teleri spettrali e spiritici, per lo più intrasportabili o inaccessibili. Perché scorbutico maestro, prolificissimo ed effettivamente discontinuo, e non soltanto a causa della sua prodigiosa «prestezza» (spesso tallonato dalla sua vasta bottega e da attribuzioni fin troppo generose e generiche). Talvolta - manierista sommo e borderline, ma chissà perché non contemplato in quella categoria oggi redenta e glamour, in quanto venezianissimo e non tosco-romano
(alle spalle, sempre, a fiatare, le prevenzioni del fiorentinissimo Vasari) - vien liquidato in fondo più come miracolisticamente bravo e bravaccio, virtuosisticamente imbattibile, tecnicamente folgorante, però sempre un po’ laterale e scomodo, nel cammino nella diligente classificazione percettiva della storia dell’arte. Per poterlo poi immacolatamente adottare, nel «gradus ad Parnassum» ufficiale del Gusto Accreditato.
«Il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura», secondo l’ammirata presa di distanza del Vasari, irretito sì e come abbacinato, ma subito redarguendolo, come un’inaddomesticabile serpe demonica: «Nelle cose della pittura stravagante, capriccioso, presto e risoluto». Ma in modo ben diverso e meno cortigiano, dall’altrettanto facondo e celere freschista mediceo, rivale Vasari. E comunque sempre temibile, irrisolto, intrattenibile ed intrattabile, per quel suo carattere spavaldo e spadaccino, sottilmente indagatore e ricattatorio, luminosamente e pastosamente gradasso, che ci vien scagliato contro sin dalla prima sala, da quel ribaldo Autoritratto di Londra, che inaugura la mostra, sprizzando come un tappo incontenibile di scura sciampagna, strappata berlioziana di narcisismo sinfonico-fantastico. Che si chiude coerentemente con il tardissimo autoritratto, auto-spettro e spettrale, del vecchio Jacopo, tabaccoso e soffocato di barba arruffata, gli occhi liquidi perduti nel vuoto, come un falò rutilante, che arrendevolmente si spenga e consumi, d’innanzi a noi, congedandosi pietoso. E tutti dietro a sparlar di bizzarrie, ghiribizzi, sagitte e sbattimenti, e «peregrini pensieri».
Certo, a ri-confrontarsi, via via nelle sale, con quelle sue figure ectoplasmatiche e sulfuree, arroventate come sfibrati filamenti elettrici ed annodantesi in diretta, quasi rettili sibilanti ed agonizzanti, che evaporano e s’inseguono disorientati e burrascosi, in sansovinesche palestre spettrali e fumiganti quinte alla Serlio, si può anche capire come la sua sintassi libera e spiritistica, sfaldata e sfondata, in ogni fibra e tangenti, sconvolgesse i suoi contemporanei e turbasse gli sconcertati committenti. Ma lui, modernissimo e già mediatico, li aggirava e bruciava nella sorpresa. In attesa di responso, già ricopriva le promesse pareti di cascate di cromie fumiganti, di capricciosissime «notti finte», di favolistiche narrazioni almanaccate e teatrali. E gliele donava pure gratis, aggirando le burocrazie di bandi e concorsi, tappando loro l’eventuale bocca d’ogni replica titubante. Fregando i convocati con lui «zellenti maestri» della Maniera: Salviati, Zuccari, Veronese. Via dunque con il risentimento dei rivali, oculati ed attenti all’altalena del mercato. Che lui teppistizzava alla grande (e ben lo sapeva d’esser sprezzato, e si fregiava: «odiato da quelli dell’arte mia»).
In fondo, diciamolo e sarebbe bello in questa sede indagarne il motivo, inviso ai più anche della critica, nella sua smisuratezza sisifea e nella smodata pittura di scorci vertiginosi e di febbrili scorciatoie, senza confronti (salvo forse che nel suo emulo El Greco, ottimamente rappresentato in mostra, con un vibrante, minuscolo miracolo cromatico). Per non parlare di Longhi, che, al finire del Trentennio, lo tratta da capo-popolo rètore e mestierante facilone: «un Piacentini» del Rinascimento littorio. Persino il suo difensore Boschini finiva per impaurirsi, di tutto quel suo pirotecnico turbinio verdiano: «Che gran stupore, che cose tremende/ Tuto bulega e salta come frezze. / No' fu visto in virtù cose più orrende». Rendendo guardingo pure il protettivo Aretino, per non dispiacere all’amico Tiziano, che notoriamente odiava Tintoretto. Pare lo avesse licenziato bambino dalla sua bottega, consapevole e geloso del suo istintivo talento. E non lo volle, simbolicamente, nella squadra-amica degli «operai» alla Libreria Marciana, ove premia Veronese, quasi per fargli dispetto. E chiama a sé tutti quei pittori, dal cui prezioso serbatoio il curatore Vittorio Sgarbi ha tratto linfa, per la stanza, inevitabilmente discontinua, dei confronti. Dal dalmata Schiavone al veronese de' Pitati, da Bassano a de Mio, da Sustris a Veronese, convocato con un’inconsueta Predica di Sant' Antonio, acquatica e pesciolante, a mezz'aria color bottiglia. E poi un inedito busto di Vittoria, dal piglio curiosamente risorgimentale. Ma Sgarbi ritiene che tutto passi attraverso la cerniera affusolata di Parmigianino. Che dire della mostra, che potendo spiegare (la Scuola di San Rocco in restauro) alcuni teleri sensazionalistici e miracolati, ed alcuni intensi ritratti (ma il figlio Domenico rischia qui di superarlo) si profila molto più soddisfacente di quanto si poteva sperare? Che, riletto anche attraverso l'entusiasmo di Sartre rimane un enigma. E come un incantesimo fugace «scoppia» d'innanzi a noi, con «opere dipinte in meno spazio di tempo che non si mise in pensare al ciò che doveva dipingere». Ma in catalogo Giovanni Villa ci spiega, riflettografie alla mano, quanto l’idea e la pratica michelangiolesca del disegno fosse per lui quasi maniacale e determinante. Visivamente esplosiva.
Corriere della Sera 5.3.12
Contro la tribù delle tartarughe
Sennett denuncia l'assenza moderna di collaborazione, dall'infanzia al lavoro
di Maria Laura Rodotà
C'è una nicchia di lettori di saggi che attende l'uscita dei libri di Richard Sennett come farebbero con un romanziere preferito.
Sennett è un sociologo americano che insegna alla London School of Economics e alla New York University; scrive con chiarezza e passione affabulatoria di «città, lavoro e cultura». È autore di libri stimolanti come Il declino dell'uomo pubblico (1982), La coscienza dell'occhio (1991), L'uomo flessibile (2000), Rispetto (2003). È stato un contestatore negli anni Sessanta, poi uno studioso disilluso e centrista. Dopo i quaranta è tornato a sinistra, «quando ho cominciato a intervistare lavoratori della new economy», precarizzati, sempre meno integrati in comunità lavorative. E sempre meno in grado di operare in gruppo per produrre e vivere meglio. Da questa esperienza (tra l'altro) nasce il suo nuovo libro, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, in libreria da mercoledì per Feltrinelli e tradotto da Adriana Bottini. Trecentosei pagine (per 25) che si possono amare o detestare, dipende dai punti di vista. Di certo, la tesi del libro fa pensare: secondo Sennett, i non-detti della non-collaborazione hanno contribuito al disastro dell'economia mondiale. Di certo, vale la pena di leggere Insieme perché:
1) È un manuale di self-help per (non solo per) il ceto medio riflessivo. Quello con una storia di sinistra come la sua, e molti dubbi. Politici (sulle coalizioni; secondo Sennett, un Paese funziona meglio con una classe politica litigiosa e una cittadinanza variamente coalizzata). Sociali (Sennett critica la sinistra che liquida gli attivismi privati per i ceti disagiati e la formazione professionale come «beneficenza», e racconta come nella natìa Chicago hanno cambiato molte vite). Sul diritto del lavoro (Sennett prende in giro i liberisti ma rivaluta la capacità di fare rete dei bistrattati cinesi). Umani (Sennett sfotte la simpatia pelosa alla Bill Clinton, genere «sento la vostra sofferenza»; e spiega come l'empatia vera, comprensiva di distacco analitico, è molto più utile a chi soffre).
2) Sennett ragiona su questioni che moltissimi notano e/o patiscono, ma non hanno mai sviluppato. Per esempio, sul multiculturalismo; che polarizza ma non è affrontato seriamente. Non da chi se ne riempie la bocca ma rifiuta di vedere quel che succede nelle scuole dei figli: «A sette anni sono tutti amici; a quattordici c'è una specie di separazione chimica, non si parlano più tra ragazzi dal colore e dall'accento differente». Non da chi «si ritrae a tartaruga» alla vista del diverso. E si creano barriere sociali, e anche l'economia è meno dinamica. Perché «La polis si compone di uomini di tipi differenti; popolazioni simili non possono dare luogo a una polis». Non l'ha detto Nichi Vendola ma Aristotele, e Sennett lo cita.
3) Ci sono molte tartarughe sul lavoro. La flessibilità, la separazione fisica-gerarchica-emotiva, la penuria di tempi e luoghi in cui socializzare nelle ore lavorative, producono secondo Sennett un «effetto silos»: ci si chiude, non si collabora, non si producono nuove idee. Sennett racconta del tentativo fallito di creare un gruppo di studio su Google Wave (non a caso chiuso nel 2010). Ci si scriveva, si chattava, si mettevano online ricerche e dati. Ma poi, quando c'era da discutere e lavorare veramente, «si saltava su un aereo», per vedersi di persona.
4) La narrazione di Richard Sennett, a volte romanzesca sul serio, a volte appesantita dagli anda e rianda sugli stessi temi, ripercorre le evoluzioni del concetto e della pratica della collaborazione. Che oggi vede indebolita nell'infanzia, nel lavoro, nella formazione culturale del sé. Lo fa con excursus storici, e con un efficace parallelo tra gli operai irlandesi di Boston nel 1970 e i quadri licenziati da Wall Street nel 2009. Nelle fabbriche bostoniane da lui studiate funzionava un faticoso ma virtuoso triangolo sociale. Fatto di ruvido rispetto per i «capi decenti», dialogo continuo sui problemi comuni e sostegno tra colleghi, e abitudine a impegnarsi ben oltre la routine quando in fabbrica c'erano problemi. Quarant'anni dopo, gli impiegati vittime della crisi finanziaria erano isolati, stressati, risentiti (il risentimento, orizzontale e verticale, è uno dei grandi temi del libro). Depressi per lo scarso rispetto degli ex capi, la solidarietà solo superficiale tra colleghi, e soprattutto il debole spirito di collaborazione nelle aziende. Dove anche nei bassi ranghi c'era stata consapevolezza del disastro incombente: gli impiegati intervistati da Richard Sennett descrivevano i prodotti finanziari delle loro banche come «oro dei Puffi» e «obbligazioni-porcata»; ma il loro contributo critico non era mai stato richiesto. Perché, calcola Sennett, nella finanza globale c'è un front office di sessantamila persone (quindicimila a Manhattan) che vive isolato dal resto del mondo e continua a fare profitti. Il resto del mondo è messo peggio.
5) E allora, scrive Sennett, «la debolezza del triangolo sociale dovrebbe suscitare qualche allarme». Perché «quando i canali di comunicazione informale vacillano, la gente si tiene per sé idee e valutazioni sul reale funzionamento dell'azienda, oppure difende il proprio territorio». Mentre servirebbe «una riequilibrante cultura dell'urbanità, capace di rendere più ricchi di senso i rapporti sociali sul lavoro». Difficile da creare in tempi di «capitale impaziente» che cerca profitti a breve termine e inaridisce il capitale umano.
Ma Sennett prova a fare il narratore-terapeuta, suggerendo strategie e riti per ottenere un clima collaborativo. Nei posti di lavoro, per esempio reinventando le riunioni «come nel laboratorio di un liutaio» (Richard Sennett, violoncellista mancato per un infortunio alla mano, usa spesso metafore musicali). Nella società, riprendendo la pratica dell'impegno civile. Individualmente, recuperando le molte potenzialità degli umani, specie quelle manuali (a cui è dedicato il saggio precedente, L'uomo artigiano; primo di una «trilogia dell'homo faber» di cui fa parte Insieme; il prossimo sarà di nuovo sulle città).
6) Insieme si conclude con una «esplorazione della speranza» articolata seppur non sempre convincente (siamo tutti un po' giù di morale). Comunque, nel frattempo ci si fa o ci si rifà una cultura. Leggendo di Martin Lutero e Martha Nussbaum, di Freud e Tocqueville, di Amartya Sen e di Michel de Montaigne. Alla fine il più attuale e stimolante di tutti nel trattare di collaborazione, empatia, attenzione agli altrui pensieri (anche a quelli della sua gatta).
Si chiude il libro, se non più ottimisti, più empatici, in effetti.
Repubblica 5.3.12
Quel romanzo sul colonialismo che fa discutere Parigi
di Bernardo Valli
L´esordio di Alexis Jenni vincitore del Goncourt racconta i conflitti in Indocina e Algeria
A dargli candore è la passione per il disegno esercitata tra cannonate e tiri di mortaio
Il testimone protagonista è un ufficiale a riposo che rievoca con orrore e pudore
L´autore di L´Art français de la guerre, Alexis Jenni, che ha vinto l´ultimo Premio Goncourt, insegna biologia in un liceo di Lione, la sua città. Ha quarantotto anni e tre figli, e quello che campeggia ormai da mesi nelle librerie di Francia (in Italia uscirà da Mondadori nel 2013) è il suo primo romanzo. Il suo primo romanzo pubblicato. Lui ne ha scritti molti altri rimasti inediti. Da anni, dopo la scuola, si rifugiava in un bistrot e riempiva pagine che gli editori puntualmente rifiutavano. Era ormai rassegnato ad essere un "écrivain du dimanche", un inventore di storie senza avvenire, insomma a scrivere come altri vanno a pescare, dice adesso ridendo. Poi, all´improvviso, dopo tanti insuccessi, dopo tante bocciature in letteratura, bocciature probabilmente immeritate, è arrivata la consacrazione del Goncourt, la promozione che ha fatto di lui uno dei romanzieri più letti di Francia. Mi conforta l´idea di avere dedicato quattro giorni a un libro (di più di seicento pagine) in compagnia di tanti altri ammalati di lettura.
La storia parte da un presente grigio, appesantito dalle frustrazioni, e risale alle guerre francesi degli ultimi decenni. Guerre che incollate le une alle altre, cancellati gli intermezzi, fanno una guerra di vent´anni. Una lunga guerra dimenticata. Il testimone-protagonista è un ufficiale a riposo, combattente nella resistenza contro gli occupanti tedeschi e poi paracadutista nei conflitti coloniali d´Indocina e d´Algeria. Il narratore è un giovane anonimo. Un giovane sfaticato alla ricerca di espedienti per giustificare le frequenti assenze dal lavoro. Che fa l´amore. Che sbevazza. Che guarda film di guerra. E che un giorno incontra per caso, in un caffè, un anziano capitano, incarnazione dei suoi finti eroi dello schermo.
Si chiama Victorien Salagnon ed è disposto a rievocare, con un misto d´orrore e pudore, e con inevitabile ambiguità, le sue campagne militari. L´ex paracadutista Salagnon ne ha viste di tutti i colori sui campi di battaglia. Onore e vergogna. Dipende dalle guerre. Ce ne sono infatti di tanti tipi. E lui, Salagnon, non ne ha persa una. Giuste o sbagliate le ha fatte tutte. Se quella che ha combattuto per cacciare gli occupanti nazisti dal suo paese merita rispetto, o addirittura la gloria, quelle coloniali successive, l´Indocina e l´Algeria, l´hanno trascinato dritto nell´ignominia. Stragi, torture. Lui ha cercato di limitarsi al dovere di soldato, ha dato il suo coraggio personale. Ma nella memoria, non solo storica, la complicità nelle azioni criminali travolge gli argini individuali. La ferita inferta all´umanità diventa collettiva.
Un eroe? Chi è? Meglio, che cos´è? Uno scrittore-filosofo (Paul Quignard) ha una sua teoria: non è né un uomo vivo né un uomo morto. È uno che finisce nell´altro mondo e ritorna. Traduco: può andare all´inferno come in paradiso e ritorna sulla terra. Il capitano Salagnon è stato dappertutto. Su e giù. Non ha in merito idee molto chiare.
A dargli un certo candore è la sua passione per il disegno a inchiostro, in cui si è perfezionato con passione in Estremo Oriente, tra due cannonate o tiri di mortaio. Adesso racconta le imprese belliche cui ha partecipato all´amico occasionale, incontrato all´osteria, e al tempo stesso gli insegna a tracciare punti e linee, alla base di quel disegno che si pratica con una penna o un pennello o un aerografo. Il continuo passaggio dalla sanguinosa e caotica arte della guerra alla limpida precisa arte della pittura gli ha consentito di sfuggire ogni tanto alla puzza dei cadaveri e agli interrogativi morali, e di aspirare boccate di purezza. Come se gli ampi spazi vuoti, sui fogli popolati di sofisticate figure, fossero serbatoi di ossigeno incontaminato. Il vuoto è meglio del pieno perché il pieno è immobile, ma il pieno esiste e a un certo punto bisogna violare il vuoto. Questo insegna all´allievo il maestro, per il quale il disegno era un antidoto ai veleni della violenza.
Non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che il capitano Salagnon fosse l´unico pittore a inchiostro dell´esercito coloniale francese in Indocina e in Algeria. Gli capitava di dipingere per giorni e giorni, senza fare nient´altro. Aveva così l´impressione di salvare l´anima. E con l´anima la vita. Eccentrico ma generoso maestro, il capitano a riposo inizia a quell´attività catartica il giovane, gli regala un pennello con i peli di lupo, continuando nei suoi ricordi di guerra. Cosi il giovane diventa l´allievo di un improvvisato corso di Belle Arti e il narratore senza nome nel romanzo nato dalle confessioni del reduce.
Seicento e più pagine! Si è tentati di dire tante, troppe, ma la lettura scorre veloce, con un diagramma tutt´altro che piatto, anzi con punte avvincenti, con impennate sollecitate da uno stile destinato, si spera, a non disperdersi nella traduzione. Il passaggio da una lingua latina all´altra è fitto di trappole, proprio per la parentela. La guerra del capitano Salagnon è lunga. L´autore usa la sua forte prosa alternando capitoli ricchi di meditazioni, in cui non mancano toni da requisitoria, e capitoli d´azione sui teatri di guerra indocinesi e algerini, che non di rado raggiungono i ritmi dei classici. Il professore di liceo, sia pure di biologia, non ha dimenticato i grandi poemi di guerra.
Il titolo viene da lontano, da almeno cinque secoli prima di Cristo e dalla Cina. Alexis Jenni si deve essere ispirato a quello del primo celeberrimo trattato di strategia militare attribuito a Sun Tzu, e tradotto dal cinese duemila duecento anni dopo dal gesuita Amiot. Alexis Jenni ha infatti battezzato il suo romanzo L´Art français de la guerre, aggiungendo al titolo di Sun Tzu l´aggettivo che gli dà un´identità nazionale. L´arte della guerra può essere riassunta in poche parole, stando alla dottrina cinese delle origini. Essa si basa sul principio del non fare, non per pigrizia, ma perché bisogna seguire il corso degli avvenimenti. Il francese Jenni dice ancor più razionalmente che la guerra è una pulsione infantile, è il modo più semplice di gestire le cose, la pace essendo più complicata.
Alcune pagine del romanzo, che invito ancora una volta a leggere, mi sono dispiaciute. Quelle in cui l´autore insulta Gillo Pontecorvo per il suo film La battaglia d´Algeri, denunciando omissioni e inesattezze. Gillo apparteneva a una grande famiglia ebrea e durante la Seconda guerra mondiale era stato uno dei responsabili della resistenza in una grande città, a Milano. È anche ricordando quell´esperienza, di cui non parlava mai, che dopo lunghi soggiorni ad Algeri, quando il conflitto era ancora in corso, ha ricostruito la guerriglia urbana e la repressione in quella città. La guerriglia urbana non la guerra d´Algeria. Il suo è un film epico su quel preciso capitolo. Strano, anzi peccato, che Alexis Jenni non l´abbia capito.
La Stampa 5.3.12
L’artista e la Chiesa
“Lui come Pasolini Le vie del Signore...”
Corigliano, ex portavoce dell’Opus Dei: “Irregolare? Aveva il profilo ideale del credente, cuore e laboriosità”
di Giacomo Galeazzi
Il Vangelo secondo Lucio Dalla si dichiarava un profondo credente Andava a messa, rifiutava l'aborto («La vita va difesa sempre e comunque»), cercava Dio («La ricerca del divino e della trascendenza fanno parte della natura umana»)
Lucio in the sky. «C’è una grande affinità fra il messaggio di Dalla, con la sua umanità e anche con la sua professionalità, e lo stile cristiano proposto dal Fondatore dell’Opus Dei». Pippo Corigliano, per oltre quarant’anni portavoce dell’Opus Dei, racconta il «suo» Dalla, dopo le voci di questi giorni che hanno descritto il cantante come molto vicino all’associazione cattolica fondata da Escrivà. «Dalla era estremamente umano, toccava tutte le corde del cuore, come piaceva a San Josemaría, non mi risulta che sia stato formalmente membro dell’Opus Dei ma questo non vuol dire: il messaggio dell’Opera è rivolto a tutti coloro che vivono la vita ordinaria, normale - racconta Corigliano -. La stima che Dalla aveva per il lavoro quotidiano, ben fatto, coincide con l'insegnamento di San Josemaría che proponeva la santificazione del lavoro mediante l’amore non solo per senso del dovere» .
Tante sue canzoni hanno al centro la fede. «Altroché se è un dato significativo! - commenta Corigliano -. Tutti i grandi artisti si confrontano col senso più profondo della vita, anzi lo fanno meglio degli altri perché hanno una via privilegiata verso il mistero. " Tu, tu dolce terra mia, dove non sono stato mai" dice una sua canzone: ora Lucio è finalmente in quella terra, circondato dall’Amore che ha sempre espresso». L'Opus Dei è un «distributore» di fede, poi ciascuno ne fa l'uso che crede. «Può darsi che Dalla abbia letto o avuto contatti a Bologna con qualcuno dell’Opera, che da tanti anni è attiva in città. Dio non sta nelle organizzazioni, sta nel profondo del cuore». Proprio oggi, in occasione del 90˚ anniversario della nascita, «ricordiamo a Roma la collaborazione tra Pasolini e il primo italiano dell'Opus Dei, don Francesco Angelicchio che lo sostenne e consigliò nel film Il Vangelo secondo Matteo ».
Pasolini e Dalla. Entrambi credenti «irregolari» e gay. Devoti ed eretici. I funerali di Dalla sono «uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia», ha evidenziato ieri Lucia Annunziata nel corso di In 1/2 h su Rai3. «Vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. È il simbolo di quello che siamo: permissivismo purché ci si volti dall’altra parte». «Le vie del Signore sono infinite», osserva Corigliano. Mai come ora la questione dell’omosessualità è fonte di «inopportune polemiche».
Per dialogare con l’Opus Dei, Dalla, praticante e devoto, aveva «il profilo ideale, cuore e laboriosità». Il cuore «lo abbiamo sentito esprimersi nella sua arte». La laboriosità è stata «la condizione necessaria per il continuo successo, alimentato da un lavoro altrettanto continuo». La musica leggera può essere strumento di fede. «E come no! - sottolinea -. I santi cantavano. San Filippo Neri, Giovanni Paolo II, San Josemaria cantavano e come! In particolare San Josemaría disse che il giorno della sua morte avremmo dovuto cantare Aprite le finestre, la canzone vincitrice di un Sanremo anni '50». Del resto Dalla lo aveva sempre detto: «Nessuno può impedire all'uomo di aspirare al divino. Dio è in ogni luogo, nel sorriso di un bambino, anche in una canzone ben eseguita».
Nel Natale 2007, sul sito cattolico Petrus, il cantante aveva rivelato di essere appunto un devoto di Escrivá per la sua logica del lavoro: «Io credo nella ricerca del bello, nella santità e nella mistica del lavoro, che poi vuol dire santificarsi per mezzo della propria professione». E aggiunse: «Il fondatore dell’Opus Dei non faceva del lavoro un idolo, ma affermava che qualsiasi attività dovesse essere eseguita con scrupolo, professionalità e dedizione. Così ci si santifica nel lavoro e si santifica il lavoro». Il pericolo, Dalla dixit, è «ogni forma di ateismo e di secolarismo, fenomeni che mortificanopurtroppo i nostri tempi». Si dichiarava un profondo credente. Andava a Messa, rifiutava l'aborto («La vita va difesa sempre e comunque»), cercava Dio («La ricerca del divino e della trascendenza fanno parte della natura umana»). Cantò a Loreto per Benedetto XVI, «un grande e fine intellettuale», di cui apprezzava particolarmente Spe salvi, l'enciclica sulla speranza: «Il livello della sua catechesi è così elevato da sfuggire a quelle menti che ricercano, nel mondo attuale, solo l'insulto». In Se io fossi un angelo parlava con Dio chiedendogli: «I potenti che mascalzoni, e tu cosa fai li perdoni? ». In I. N.R. I. («La dedicherei al Papa») si rivolgeva al crocefisso: «Io non ho dubbi Tu esisti e splendi con quel viso da ragazzo con la barba senza età, di cercarti io non smetterò abbiamo tutti voglia di parlarti». Il Vangelo secondo Lucio.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 4 marzo 2012
l’Unità 4.3.12
Bersani: ora il governo risponda alla crisi sociale
«Tav, è una questione di democrazia. Attenti ai fuochi pericolosi»
«Il governo? Bene le prime risposte, ma bisogna dare subito segnali sulla questione sociale. La crisi picchia e ci sono troppi silenzi»
L’intervista «Mostri lo stesso piglio usato con le pensioni. A Parigi con la nostra identità»
di Simone Collini
Bene la «prima risposta» arrivata dal governo, «ora bisogna leggere la realtà un po’ più nel profondo». E poi, guardando al 2013, nessuna grande coalizione: «Democrazia significa confronto politico, con i cittadini che scelgono chi debba governare». E democrazia, dice Pier Luigi Bersani, significa anche «rispettare le decisioni prese attraverso meccanismi di rappresentanza e partecipazione». Parole non casuali. Il segretario del Pd parla mentre sono in corso manifestazioni dei No Tav in tutta Italia: «Si stanno accendendo fuochi pericolosi. Su questo tema il Parlamento deve discutere, va pronunciata una parola chiara».
Altra spina per un governo che deve affrontare non poche emergenze: un primo bilancio, dopo 100 giorni? «Una prima risposta è venuta, basta guardare alla credibilità internazionale di cui ora gode l’Italia, al linguaggio di verità a cui si ricorre, alle misure coerenti con la situazione da affrontare. Ora bisogna leggere la realtà un po’ più nel profondo». Cosa intende dire?
«La crisi picchia duro, nel corpo sociale ci sono paure e tensioni molto forti. Con lo stesso piglio con cui il governo è intervenuto sulle regole, sulle pensioni, intervenga per dare stimoli all’economia. Sugli esodati, persone che non avranno né stipendio né ammortizzatori sociali né pensione, il governo deve dire una parola chiara. Ci sono problemi da affrontare che riguardano la crisi industriale, le piccole imprese, gli enti locali. Pur nell'equlibrio dei conti pubblici, servono iniziative per lo sviluppo, con un occhio sempre attento alla questione sociale».
A proposito di enti locali, sindaci chiedono al governo di rivedere il patto di stabilità: cosa ne pensa? «Che è una battaglia sacrosanta. I sindaci sanno benissimo che c’è un problema di rigore ma sanno anche che il patto di stabilità contiene delle irrazionalità evidenti. I Comuni andrebbero vincolati su saldi di bilancio, non sulle singole voci. Bisogna dar loro la possibilità di far partire un po’ di investimenti. Di fronte alla crisi, i Comuni possono essere una parte della medicina, non li si può considerare la malattia».
I comuni come la “medicina” ma avete più volte affermato che il problema si affronta in una dimensione tutt’altro che locale, quella europea. «E continuiamo a pensarlo. Ma va rivista la politica europea. Anche la firma del Fiscal compact lo dimostra: appena è stata siglata l’intesa due paesi, uno comprensibilmente, la Spagna, e uno inaspettatamente, l’Olanda, hanno dovuto registrare che l’equilibrio dei conti economici non è compatibile con l’acuta recessione in atto. Il problema di fondo è attuare politiche economiche che diano il via a dinamiche antirecessione e per lo sviluppo. La crescita è il punto, ma non basta dirlo a parole, servono politiche concrete».
Il 17 lei firma a Parigi insieme a Hollande e a Gabriel una piattaforma programmatica comune sulle politiche europee: il senso dell’operazione?
«Lavorare per un’Europa che metta al centro equità, solidarietà, crescita e che abbia più fondamento democratico. Non si può solo puntare su politiche di contenimento e rigore senza mettere in moto dinamiche positive, espropriare i poteri nazionali senza basarsi su meccanismi di rappresentanza democratica. Se si continua così la questione diventa molto seria». C’è chi ha visto in questa operazione condotta con i vertici dei socialisti francesi e tedeschi il tentativo di fare del Pd un partito socialdemocratico.
«Il Pd va a Parigi con la sua voce, quella di un partito che riassume in sé culture socialiste, cattoliche, ambientaliste, liberaldemocratiche. E va lì e discute dando un impulso ad allargare la prospettiva progressista europea, sapendo che noi siamo portatori di una sensibilità particolare sui temi ambientali, del lavoro, sulle liberalizzazioni, sulla partecipazione e sul rapporto aperto con i movimenti. Noi vogliamo una piattaforma progressista firmata da tutti quelli che combattono contro la destra liberista, che in questi anni ha massacrato i singoli stati e l’Europa, una piattaforma che metta assieme culture anche diverse, senza settarismi, per inaugurare una battaglia elettorale che si giocherà in Francia, Italia, Germania».
In Italia c’è chi non vorrebbe nel 2013 una battaglia ma una grande coalizione guidata da Monti: il suo giudizio? «Il Pd in nome dell’Italia ha sostenuto un passaggio di transizione e di emergenza e in nome dell’Italia il Pd con altrettanta convinzione vuole costruire una democrazia riformata sì ma normale, dove il confronto politico possa esserci, i cittadini possano scegliere e la politica abbia il suo ruolo. Naturalmente, e questa è una novità che è molto coerente col Pd, dobbiamo immaginare una politica che parli di un progetto per il paese e abbia la capacità di sostenere una maggioranza e un governo in modo stabile, solido e univoco e non di una politica che produca il Cencelli o l'incompetenza al governo».
Qual è il progetto per il paese con cui il Pd si candida a governare?
«Per noi al centro del programma c’è il lavoro e un equilibrio sociale basato sulla redistribuzione. E c’è un’idea di democrazia rappresentativa riformata, non populista, saldamente costituzionale».
E gli alleati con cui vi candidate a sostenere il governo in modo “stabile, solido, univoco” chi sarebbero?
«Il baricentro è un centrosinistra di governo, che non si fa a tutti i costi. Deve avere coerenza sul programma e dare garanzia di stabilità. Chiederemo poi che questo centrosinistra si rivolga a forze civiche, moderate, che abbiano un’altra idea rispetto a quella populista mostrata dal centrodestra in tutti questi anni».
Il centrosinistra è Pd più Di Pietro e Vendola. Che sulla Tav hanno espresso posizioni diverse dalle vostre...
«Il problema non sono temi che dividono, ma avere dei meccanismi che garantiscano una soluzione. Se si pretende di governare insieme si possono anche avere opinioni diverse ma poi ci vuole una regola vincolante». Ad esempio?
«Dei gruppi parlamentari che su alcuni temi decidano a maggioranza e si comportino di conseguenza». Rimanendo alla Tav: perché non la convince la proposta di moratoria sostenuta da Vendola e Di Pietro?
«Qui c’è un problema che non riguarda una ferrovia ma cosa intendiamo per democrazia. Che è un sistema inventato per decidere attraverso meccanismi di rappresentanza e di partecipazione. Sulla Tav c’è stata un’ab-
bondanza di passaggi istituzionali democratici che vanno rispettati. Tutto il paese è investito da fenomeni che vanno sorvegliati e su cui va pronunciata una parola chiara. Non si può non vedere che è in corso sotto il titolo Tav, che c’entra fino a un certo punto, una sequenza che abbiamo già conosciuto».
Quale?
«Davanti a un problema, o in buona fede o per opportunismi più o meno pelosi, si mette in scena una battaglia alla Davide contro Golia. Da lì si passa alla sopraffazione del potere e quindi alla giustificazione della violenza cosiddetta resistente. A questo punto si inseriscono organizzazioni violente che non sanno nulla di ferrovie ma che hanno il loro folle disegno, che naturalmente si scagliano contro i riformisti. L'esito finale è che nell'opinione pubblica si determinano riflessi conservatori e autoritari. Questa sequenza l’abbiamo già vista, e ha portato anche a drammi sanguinosi. Si stanno accendendo fuochi molto pericolosi. Per questo abbiamo chiesto che il Parlamento discuta e pronunci una parola chiara».
A proposito di Davide contro Golia: è lo slogan di chi sfida la Borsellino... «Ho girato per Palermo e di Davide ne ho visti pochi. Ho visto una campagna molto impegnata, con visibilità da parte di tutti i candidati. Mi aspetto una grande partecipazione e i cittadini decideranno per il meglio. L’obiettivo sono le amministrative e il Sud e Palermo hanno bisogno di una riscossa civica e di dare un messaggio al resto d’Italia di forte impegno civico. Per questo ho chiesto a Rita Borsellino di partecipare alle primarie».
La Magneti Marelli ha smantellato le bacheche con l’Unità: la cosa che più l’ha colpita, passata una settimana? «A parte l’atto in sé, inconcepibile, trovo consolante la reazione molto larga che c’è stata, mentre mi sarei aspettato di sentire il pensiero di qualche liberale come De Bortoli, come Padellaro. Che venga impedito a dei lavoratori di esprimersi e di informarsi è una questione che non riguarda solo i sindacati o un singolo giornale».
Corriere della Sera 4.3.12
Il Rebus del Pd verso il 2013
E a Palermo Borsellino rischia contro il «ribelle»
di Maria Teresa Meli
ROMA — Contrordine compagni: Bersani e i suoi innestano la retromarcia. Distinguersi dal governo va bene, criticarlo un giorno sì e l'altro pure non si può più fare. Si rischia di spaccare il partito, che è già abbondantemente lacerato. Oltre che di deludere l'elettorato del Pd che, stando ai sondaggi, per oltre l'80 per cento è favorevole a Monti. Per queste ragioni il segretario negli ultimissimi giorni ha spiegato a tutti i suoi interlocutori che «il Pd nei prossimi mesi non può discostarsi dal governo, sarebbe un errore».
La nuova linea viene confermata dalla decisione di Stefano Fassina e degli altri «giovani turchi» di non partecipare alla manifestazione della Fiom, come avevano inizialmente previsto. Osserva il responsabile economico del partito: «Io volevo andare all'iniziativa perché il tema della democrazia nei luoghi di lavoro mi sta molto a cuore, ma ora la cosa si è snaturata perché vi saranno anche i No Tav, quindi non sarò in piazza». Duro colpo per Maurizio Landini. Il 28 febbraio il segretario della Fiom aveva scritto a ogni deputato del Pd una lettera di questo tenore: «Ci rivolgiamo a lei, che è innanzitutto un rappresentante della nazione prima che un esponente del suo partito, per chiedere di aderire alla giornata di lotta che abbiamo indetto». Ma tant'è. Anche l'ala sinistra del Pd modera un po' i toni.
Solo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi non demorde. Secondo lui «Monti è un Berlusconi sotto mentite spoglie». Un'uscita che ha spinto Rosy Bindi a replicare con queste parole: «Rossi faccia il governatore». E che ha stupito Enrico Letta: «Il presidente della giunta regionale toscana ha avuto un radicale cambiamento di posizioni su cui mi interrogo». Mentre il leader di Sel Vendola ha proposto a Rossi: «Vieni con noi».
Le vicende legate alla storia dei No Tav, comunque, hanno rafforzato i filomontiani, dal momento che il Pd si è schierato contro le proteste, mentre Antonio Di Pietro e Vendola stanno con i manifestanti. Dice il veltroniano Enrico Morando: «Presentarci alle elezioni con Vendola e Di Pietro? Ma nemmeno per sogno». Dello stesso tenore le riflessioni del senatore Stefano Ceccanti: «Quando abbiamo deciso di sostenere il governo Monti il solco con Sel e Idv si è fatto più profondo: l'alleanza modello foto di Vasto è improponibile». E anche i dalemiani frenano sull'ipotesi di una coalizione con Vendola e Di Pietro.
Dunque, nel Pd le divisioni non sono più sull'atteggiamento da tenere in questo frangente nei confronti del governo Monti, ma sul dopo. E non sono divisioni di poco conto se nel partito si sussurra ormai con una certa frequenza la parola «scissione». Beppe Fioroni sintetizza così la situazione: «Nel 2013 si andrà a un governo politico, per questa ragione i partiti, e il Pd per primo, devono scegliere già adesso le alleanze, che non devono essere obbligate: ci vogliono coalizioni coese sui programmi. Io sono per un'intesa con il Terzo polo e penso anche che non si possa non coinvolgere Monti. Dobbiamo stare tutti attenti: se la politica non riacquista la sua dignità verrà commissariata per sempre e saranno i tecnici a decidere quali politici andranno in Parlamento». Chi lo conosce bene, però, sostiene che Pier Luigi Bersani si sente ancora in pista e vuole candidarsi a premier del centrosinistra nella prossima legislatura. Con Vendola e Di Pietro, ma anche con il Terzo polo. Come? Magari convincendo Casini con un'offerta difficile da rifiutare: quella della presidenza della Repubblica.
Intanto anche un altro dei big del Pd sta giocando la sua partita: Veltroni. L'ex segretario non ha alcuna intenzione di candidarsi, ma sogna un cambiamento negli equilibri politici del suo partito. Perciò medita di sciogliere la corrente dei MoDem, in modo da avere le mani libere con Enrico Letta e Dario Franceschini, con cui i rapporti si sono intensificati. L'idea è quella di contrastare la prospettiva di un Pd trasformato in mega Partito socialista. Per questo motivo Veltroni, forzando il suo carattere, ha scelto di polemizzare con Vendola: vuole essere lui l'avversario della deriva di sinistra dei Democrat.
In tutto ciò la periferia ribolle. Bersani è riuscito a sistemare la pratica napoletana, imponendo al partito locale di non proseguire lungo la strada dell'inciucio con il presidente della Regione Stefano Caldoro. Ma in Puglia non gli è andata altrettanto bene. Il leader del Pd ha aperto all'idea di Michele Emiliano di fare un movimento tutto suo. E per «ringraziarlo» il sindaco di Bari, dalle pagine del Foglio, si è rivolto così al segretario: «Bersani deve tirare fuori le palle, siamo in campagna elettorale, ed è arrivata l'ora di scatenare l'inferno. Deve smetterla di fare solo il mediatore».
Un discorso a parte merita la Sicilia o, meglio, Palermo. Lì Bersani si gioca gran parte della sua credibilità. Se oggi, alle primarie per il candidato sindaco del centrosinistra, Rita Borsellino dovesse perdere e, a sorpresa, vincesse il candidato del Pd filo-Lombardo, cioè l'ex idv Fabrizio Ferrandelli, per il segretario sarebbero dolori. Il leader si è schierato sulla candidata appoggiata da Vendola e Di Pietro, sulla candidata che ha chiuso al Terzo polo, e se le cose non andassero come devono si troverebbe in difficoltà.
A Palermo la situazione è molto fluida. Di Pietro, caduto nello scherzo di una radio, pensando di parlare al telefono con Vendola si è lasciato sfuggire questa affermazione: «Non vorrei che quello che è uscito dal mio gruppo andasse a vincere, mentre noi abbiamo sostenuto Borsellino». Il timore è che il trio Lumìa, Cracolici e Totò Cardinale utilizzi il proprio potere per organizzare le truppe cammellate in favore del loro candidato, Ferrandelli. E il fatto che si siano registrati per votare oggi alle primarie più di ottocento immigrati desta qualche sospetto. Ci sono ghanesi, indiani, cinesi e tamil. Il presidente del comitato delle primarie, Domenico Pirrone, sconsolato, ha dovuto ammettere: «Qui è un mercato, tanti di loro non sanno neanche per che cosa si vota».
I veleni di Palermo rischiano di far fibrillare tutto il partito. Un altro candidato, Davide Faraone, esponente del Pd locale appoggiato da Matteo Renzi, ha deciso di polemizzare direttamente con il leader: «Bersani ha smesso di fare il segretario ed è sceso in campo per Rita. Io non gli ho chiesto di sostenermi perché ogni volta che sostiene qualcuno quello perde. Comunque il partito siciliano fa più schifo di quello che fa nel resto del Paese». Insomma, un bel problema, quello siciliano. Se Borsellino perde, Bersani rischia la brutta figura. Se vince, il Pd potrebbe subire una scissione capeggiata dai maggiorenti che sostengono la giunta Lombardo e l'accordo con il Terzo polo.
Corriere della Sera 4.3.12
E sei democratici su 10 aprono sull'articolo 18
Partito diviso anche su Tav e leadership: il 48% per Bersani premier
di Renato Mannheimer
La disputa tra Veltroni e Vendola su chi è veramente «di sinistra» costituisce un indicatore efficace delle significative fratture che attraversano l'elettorato del Pd e che vedono convivere, per ora, nello stesso partito i sostenitori di posizioni assai diverse.
La maggiore forza politica italiana è connotata (come peraltro accade per i grandi partiti anche in molti altri Paesi) da forti — talvolta addirittura contrastanti — differenziazioni nelle valutazioni politiche del suo elettorato. Si prenda, ad esempio, la questione dell'articolo 18, al centro in questi giorni di buona parte del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro. L'intera popolazione è assai divisa al riguardo. Una consistente minoranza (39%) rifiuta qualunque ipotesi di mutamento del testo attuale della norma. Solo il 13% dichiara invece senza alcun dubbio l'utilità di un sensibile rinnovamento della stessa. Ma a costoro va forse aggiunto quel 44% che ritiene ammissibile una modifica «purché accompagnata da provvedimenti per una maggiore tutela e una formazione di chi rimane senza lavoro».
All'interno dell'elettorato del Pd si riproduce una suddivisione per molti versi analoga. Il 40% degli elettori del partito di Bersani si esprime contro ogni possibile modifica dell'articolo 18, riproducendo quindi, in parte, le posizioni di Vendola. Il 58% è invece più possibilista, benché, anche al suo interno, la gran parte richieda «maggiori tutele» a fronte di una attenuazione dei vincoli imposti dalla norma. Sulla base di questi dati si potrebbe dunque dire che la maggioranza della base elettorale del Partito democratico è più vicina alle posizioni dell'ex sindaco di Roma, piuttosto che a quelle del governatore della Puglia. Ma si tratta in realtà del mero segnale di una forte frattura interna (peraltro esistente, sia pure in misura minore, anche nel Pdl, ove ben il 31% si oppone, dissentendo dalla linea del partito, a mutare il testo attuale dell'articolo 18).
Non molto dissimile è l'immagine che emerge se si considera un'altra tematica di grande attualità, come l'atteggiamento verso la Tav. Anche in questo caso, di fronte a un quesito ove si chiede se le proteste in Val di Susa, al di là dell'ovvia condanna della violenza, siano «giustificate», la popolazione italiana si divide a metà. Il 44% si schiera dalla parte di chi si oppone alla nuova linea ferroviaria, a fronte di una percentuale di poco maggiore (50%) che, viceversa, è favorevole, in nome soprattutto dell'interesse generale del Paese. E, anche in questo caso, all'interno dell'elettorato del Pd si ritrova un quadro non molto dissimile. La maggioranza (50%) dei votanti per il partito di Bersani non condivide l'ostilità al progetto in questione, collocandosi così nella linea indicata dal segretario del partito. Ma si tratta di una maggioranza così risicata da mettere nuovamente in luce l'esistenza di una spaccatura interna (presente peraltro in qualche misura anche nel Pdl, ove una maggioranza assai più consistente — il 66% — approva il progetto Tav, ma un forse inaspettato 30% reputa «giustificata» l'opposizione).
Le fratture forse politicamente più significative emergono quando si tocca la questione della leadership. Nel Pd il consenso per Monti, che si colloca all'87%, supera addirittura, come peraltro accade in tutta la popolazione italiana, quello per il segretario Bersani, che si ferma nel suo partito all'85% (nel Pdl Berlusconi continua a essere il più popolare — 87% —, ma Monti lo segue con il 68%). E anche se si chiede esplicitamente chi dovrebbe essere il prossimo presidente del Consiglio, una quota significativa dell'elettorato pd (38%) dichiara di preferire Monti a Bersani, indicato «solo» dal 48% dei suoi elettori.
Dall'insieme di questi dati si ha conferma del fatto che l'elettorato del maggior partito italiano è (irrimediabilmente?) diviso al suo interno sui temi politici più significativi. Ma che anche nel Pdl emergono contrasti di opinione rilevanti. Ciò che può far immaginare come nei prossimi mesi si possa assistere a sommovimenti interni importanti in entrambi i partiti. Non a caso, secondo molti osservatori, la strutturazione dell'offerta politica in occasione delle elezioni del 2013 potrebbe essere assai diversa da quella attuale.
l’Unità 4.3.12
Camusso al corteo: «Il governo la smetta di guardare solo ai mercati, non resterà nulla»
I sindacati: le risorse per gli ammortizzatori sociali si trovino colpendo i patrimoni
«Non si salva l’Italia se non si salvano i lavoratori italiani»
Una giornata di fermezza sindacale quella dei tre segretari di Cgil, Cisl e Uil al corteo degli edili. Camusso, Angeletti e Bonanni hanno chiesto al governo risposte veloci e convincenti sul mercato del lavoro.
di Marco Tedeschi
Le risorse per gli ammortizzatori sociali, che il governo ha annunciato di stare cercando, «si potrebbero reperire ad esempio dai patrimoni». I tre leader sindacali ieri, anche nel giorno degli edili, hanno parlato del tema dei temi: il mercato del lavoro. Il suggerimento è del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. A proposito del reperimento delle risorse, Camusso ha osservato che «siamo passati da una situazione in cui il governo diceva che non ci dovevano essere risorse a quella in cui le sta cercando e quindi lo valutiamo positivamente. Però, ha aggiunto, «vogliamo la riforma fiscale, non quando verrà, ora». «Una delle condizioni della crescita è la riduzione delle tasse sul lavoro dipendente e sulle imprese. Vorremmo che almeno per una volta si partisse dai lavoratori». Per ora ci sono le cifre che danno ragione al governo: il calo dello spread, il calo mese per mese del debito pubblico, il calo generale dei tassi anche a breve. C’è solo una cifra che dai rilevamenti statistici non torna a profitto: la disoccupazione. Stabilmente drammatica, stabil-
mente forte sotto i trent’anno di età. Dal palco Camusso ha inviato al governo diverse indicazioni di rotta. «Diciamo al governo che se si continua a guardare ai mercati e non al Paese gli resterà solo guardare, perché non ci sarà più il Paese. Non si salva l'Italia se non si salvano i lavoratori italiani». Che poi ha concluso:«Parlare di libertà di licenziamento è un insulto ai milioni di disoccupati che abbiamo nel Paese. Non ci convinceranno mai».
CISL E UIL
Angeletti e Bonanni hanno anche parlato d’altro. «Finora non abbiamo visto un euro», ha detto il leader della Uil, Luigi Angeletti, parlando alla manifestazione nazionale dei sindacati delle costruzioni rivolto alle banche.
«Chiediamo al ministro Fornero una proposta trasparente sul mercato del lavoro, così come è stata trasparente la proposta del sindacato su questioni che riguardano la cassa integrazione che ha retto le sorti del paese per 40 anni». È questo il messaggio che il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha inviato al ministro del Welfare dal palco della manifestazione degli edili.
«Ho l'impressione ha detto che con lo slogan dobbiamo dare a tutti si voglia togliere un po’ a tutti. Noi non ci stiamo. Vogliamo una discussione chiara, definita e trasparente da parte del Governo». Bonanni ha inoltre rivolto un «invito forte, risoluto al cambio di linguaggio da parte di chi governa», altrimenti si entra nella «beffa della logica per cui si fa la riforma del mercato del lavoro e magari si abolisce l'articolo 18 perché così si creano tanti posti di lavoro in più. È una bugia che noi rifiutiamo».
Infine dal segretario della Cisl è partito un segnale perentorio verso chi deve decidere, ma che sin qui sta troppo esitando. «In questo luogo ci sono le formiche italiane che dicono con chiarezza alle cicale che è venuto il momento di svegliarsi, di smettere di parlare e di fare. Non c'è altra possibilità per riprendere il cammino della crescita», ha aggiunto.
l’Unità 4.3.12
L’alternativa esiste
di Claudio Sardo
Non è vero che la tecnica può sostituire la politica. Non è vero che la Grande coalizione è la condanna ineluttabile per un Paese sempre in transizione. Non è vero che il vincolo esterno impedisce scelte alternative. Non è vero che la sola competizione possibile consiste nell’eseguire al meglio gli ordini degli organismi finanziari internazionali.
Non è vero che esiste un solo paradigma economico, incontestabile, non smentibile. È vero invece che c’è molto conformismo in giro. E opportunismo. Nel nostro bilancio pesa un deficit di pensiero critico. Le democrazie si nutrono di questo. E di coraggio. Se l’antipolitica cresce perché le istituzioni non appaiono più come decisori efficaci (e dunque deludono le domande di cambiamento, di equità, di mobilità sociale) di questo non si può dare solo colpa alla globalizzazione. I vincoli esterni ci sono, e sono anche aumentati. Ma la politica è appunto capacità di modificare l’inerzia delle cose.
La Bundesbank era contraria alla parità del marco ma Helmut Kohl la fece lo stesso, combinando l’unificazione tedesca con una strategia di allargamento dell’euro (anch’essa non poco osteggiata). Tornando a casa nostra, non erano scontate la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti. Si deve molto alle scelte del Pd. Ma un ruolo decisivo ebbero anche le parti sociali firmando l’accordo del 28 giugno. Quell’atto segnò la fine, l’ultima delegittimazione del governo Berlusconi, che aveva fondato sulla divisione la propria strategia: diversi firmatari sono arrivati con colpevole ritardo, tuttavia quella fu una svolta politica che anche all’estero mutò la percezione dell’emergenza italiana.
Questo per dire che le teorie e le narrazioni sull’esaurimento della politica, dei partiti e di tutti i corpi intermedi sono interessate. Sono armi nella battaglia sul futuro del Paese. Quello di Monti è un governo politico, benché formato da tecnici. Anche nelle formule ricorrenti si nasconde un’ideologia: accettare l’idea dell’autosufficienza dei tecnici vuol dire accettare che c’è una verità precostituita, una sola politica da applicare, ovviamente determinata da agenzie esterne al circuito istituzionale. Il governo Monti invece vive per una scelta politica. E compie quotidianamente scelte politiche. Alcune buone, altre meno. Il decreto sulle liberalizzazioni, dopo i duri scontri tra lobby contrapposte, uscirà dal Parlamento migliorato rispetto al debole testo uscito da Palazzo Chigi.
Certo, Monti gode di consenso nell’opinione pubblica. Il merito gli va riconosciuto. Ma anche la campagna di chi contrappone il virtuoso Monti ai partiti viziosi riscuote successo. Questo vuol dire innanzitutto che i partiti sono malati. Il caso di Berlusconi che disinveste sul Pdl per rilanciare una nuova Forza Italia e il caso di Beppe Grillo che scomunica il dissenso interno sono la prova drammatica di quanto il populismo sia dilagato nella nostra politica. Ma non possiamo rassegnarci a questa inerzia. Non possiamo rinunciare a ricostruire partiti democratici e un sistema politico di tipo europeo.
Monti può dare una mano per far uscire l’Italia dall’incubo di questa Seconda Repubblica. Come può invece operare per tenerla imprigionata. Magari puntando anche lui su un esito oligarchico (o tecnocratico, ma il significato è lo stesso), come una parte non piccola dei poteri economici che contano nel nostro Paese. Per il presidente del Consiglio le priorità restano l’emergenza finanziaria e il recupero per l’Italia di quel prestigio e quel profilo europeista che Berlusconi aveva dissipato. Ma nella sua azione politica molte sono le scelte che incideranno sulla transizione. Anche la gestione della vicenda Tav in Val Susa è rilevante. Perché alla fermezza nel respingere ogni ricatto della violenza, è doveroso che corrisponda una capacità di ascolto dei disagi dei valligiani e delle loro domande: tentare di ridurre l’area del dissenso non è un optional per chi governa ed è un dovere per chi teme degenerazioni eversive.
Il governo Monti, nella transizione, inciderà sulle questioni sociali. A partire dal negoziato sul mercato del lavoro. E dalla sua capacità di tenere in equilibrio innovazione, equità e coesione dipenderà lo scenario in cui si svolgerà la prossima competizione elettorale. Speriamo davvero che il Porcellum sia abolito (nonostante i tanti, dissimulati difensori). Perché se l’Italia non sarà capace di dotarsi di una democrazia competitiva, la transizione fallirà quale che sia il livello dello spread. Per il centrosinistra, fin d’ora, il tema è tenere insieme questione sociale e questione democratica. Pur nel sostegno a Monti, questo è tempo di battaglia politica. Sono tanti i cantori della sospensione della politica, ma chi si batte contro le disuguaglianze, le iniquità, i conservatorismi, non può accettarla. È inaccettabile che si neghi l’esistenza di legittime alternative in Italia e in Europa.
il Fatto 4.3.12
Caro Monti, serve più laicità
di Marco Politi
Signor Presidente del Consiglio, tanti italiani laici e cattolici, credenti o diversamente credenti seguono con attenzione e simpatia la Sua azione di governo per eliminare incrostazioni di male pratiche, furberie e uso disinvolto del denaro pubblico lasciato in preda alle lobby. Non si tratta solo di risanare i conti pubblici – opera già meritoria – ma di portare trasparenza in un sistema appesantito dallo scarso senso dello Stato di troppi protagonisti della vita sociale. Nei giorni scorsi Lei ha iniziato una piccola rivoluzione, bloccando l’evasione fiscale di tanti enti ecclesiastici dall’attività “non prevalentemente commerciale”. Lei ha compiuto un gesto di normalità, laddove i passati partiti di governo avevano fallito per opportunismo elettorale o per debolezza. La stragrande maggioranza degli italiani – alla luce dei sondaggi sull’Ici del Suo collega accademico, il sociologo cattolico Franco Garelli – sono dalla Sua parte e si augurano che Lei proceda sino in fondo portando chiarezza nei rapporti finanziari tra Stato e Chiesa.
GLI ITALIANI sanno distinguere. Apprezzano il ruolo delle parrocchie, spesso unico riferimento sociale nel deserto delle città. Conoscono bene l’impegno delle suore di strada, che la notte soccorrono tossici, prostitute ed emarginati. Non chiedono certo irrazionalmente “tasse sulla carità”. Ma sanno distinguere a fiuto e per saggezza popolare tra le mense della Caritas o i volontari di Sant’Egidio, in cammino di notte per raggiungere i senzatetto, e i furbetti in tonaca che usano gli inghippi di legge per praticare lo sport dell’evasione. È giusto parlare, come Lei fa, di regole generali per il no profit. Ma gli italiani sanno anche che il dopolavoro ferroviario non è certo una lobby, la Conferenza episcopale invece sì. Lei ha l’opportunità di portare a termine un processo di rigenerazione cavouriano, da cattolico liberale: un assetto di gestione delle finanze in cui libero Stato e libera Chiesa operino ciascuno secondo le proprie funzioni. Nella chiarezza. Non c’è tuttora chiarezza nel trattamento delle scuole private cattoliche. Affidare l’esenzione dell’Ici-Imu al mero fatto dello status “paritario” e dell’impegno a reinvestire gli utili nell’attività didattica non è sufficiente. La fantasia italiana nell’utilizzare la legge è infinita. Lo si è visto anche nel campo delle (false) cooperative o nel finanziamento a (falsi) giornali di partito. Se si vogliono premiare le iniziative di solidarietà, allora servono parametri oggettivi: primo fra tutti quello che le rette delle scuole private, che chiedono l’esenzione, non siano superiori alle tasse scolastiche statali. Si possono costituire rendite di posizione anche con bilanci formalmente in pareggio. Tuttavia è l’insieme dei rapporti Chiesa-Stato ad avere bisogno di una ventata fresca di regolarità europea. Lei ha spiegato in queste settimane ai suoi interlocutori ecclesiastici che le misure da Lei prese non sono sotto il segno dell’“ostilità”. Un giusto criterio.
PROSEGUA su questa strada e precisi per legge che qualsiasi persona giuridica – anche le diocesi – laddove riceve finanziamenti statali è tenuta a esibire bilanci pubblici. Sarebbe un grande contributo alla chiarificazione. In Germania, che Lei conosce bene e dove La stimano molto, questo requisito minimo è seguito da tutti senza problemi. La diocesi di Colonia non ha segreti per il fisco né per i concittadini contribuenti. Non Le sarà sfuggito che in queste settimane si svolge nel Palazzo apostolico un braccio di ferro tra chi ritiene che la via migliore per la Chiesa sia una trasparenza totale nella gestione finanziaria e chi esita a esserlo sino in fondo. Promuovere la trasparenza è un regalo che il credente può fare alla propria Chiesa. E un premier ai suoi connazionali. Lei ha l’occasione, infine, di riportare ordine nella questione dell’8 per mille. I maggiori partiti, terrorizzati dalle elezioni, non ce la fanno. Lei può annunciare anzitutto ai contribuenti, prima della dichiarazione dei redditi, come saranno utilizzati i fondi che andranno allo Stato per iniziative umanitarie. È un modo corretto per garantire ai cittadini la dovuta libertà di scelta. Ma soprattutto Lei ha la facoltà di attivare la commissione ecclesiastico-governativa, incaricata di valutare l’andamento del gettito dell’8 per mille. È la sede in cui sarà facile rendersi conto che l’attuale gettito di un miliardo è cinque volte superiore a quella che una volta era la congrua, l’aiuto diretto dello Stato alla Chiesa. Riesaminare la somma e riportarla a una proporzione equa rispetto al momento della riforma del Concordato e alle intenzioni dei suoi negoziatori sarebbe un giusto atto di tutela del bilancio dello Stato. Specie adesso che ogni centinaio di milioni di euro risparmiato è provvidenziale. Nessuno si nasconde che liberare tutta questa materia da bizantinismi e rendite ingiustificate Le procurerebbe qualche stridula accusa e anche opposizione nell’eterogenea maggioranza, che La sorregge. Però avrebbe dalla Sua la maggioranza degli italiani di ogni fede. E dissiperebbe l’impressione che basta essere lobby tenaci come tassisti e avvocati per intralciare la Sua politica. Con stima, Marco Politi.
il Fatto 4.3.12
La voragine tra politica e cittadini
Ecco perché la gente non vota più
di Furio Colombo
Si allarga la fenditura. Di qua chi governa, a qualsiasi titolo. Di là tutti gli altri. Può darsi che annuncino il loro esodo in piccoli gruppi potenti (i banchieri, gli avvocati), in tribù che prescelgono la dimostrazione fisica e locale (i tassisti) in manifestazioni più disperate che violente (le testimonianze dei ricoverati del pronto soccorso e di chi li accompagna) o nel sottofondo di voci che segue e commenta con indignazione, protesta o scherno quasi ogni funzione pubblica del Paese, dal viaggiare infinito dei pendolari alla sorpresa male accolta per gli ospedali che chiudono. Ma sto parlando di un distaccarsi esteso, a volte silenzioso e ordinato, raramente rappresentato dalle rivolte come quella dei No Tav, di cui si discute con grande confusione su causa ed effetto (viene prima la solitudine o la rivolta?) in questi giorni. Chi governa è ormai visto sempre come tecnico, nel senso di non amico, non nemico, non mio. Viene visto come qualcuno che sa fare qualcosa e la fa secondo le sue regole che non toccano in nessun punto le mie attese e i miei desideri.
NON CI SONO più “nostri”, neppure per dirne male. Una prova sono i grandi giornali, con pagine e pagine di bollettini tecnici informativi non sugli eventi o sulla politica, ma su segmenti di vari progetti dei vari esperti, in cui non c'è una visione. C'è un prontuario di soluzioni a date domande. A volte c'è la soluzione a breve di un problema assillante, a volte di qualcosa di misterioso di cui non sapevi e non volevi sapere nulla, perché nessuno te ne aveva parlato. Ti guardi attorno e ti accorgi che la distanza fra cittadini e politica si è trasformata in una distanza almeno altrettanto grande fra i cittadini e tutte le istituzioni. Sbagliato farne la questione dei più che accettano i tempi difficili e dei ribelli che, ancheseviolenti, sonopochiesono una causa persa. Ma non sentite il peso sempre più grande della solitudine dei cittadini? Dove, a chi vanno a spiegare le loro ragioni, giuste o sbagliate, corporative o di estrema sopravvivenza? Sanno che nessuno li aspetta e nessuno li cerca. I No Tav, l'altro giorno a Roma, hanno tentato una cosa impossibile e anche priva di senso: entrare nella sede di un partito (il Pd) e parlare.
Per quanto ci hanno detto, la violenza è stata minima (quasi solo modi maleducati), il progetto antico (parliamo e sentiamo cosa ci dicono) l'esito nullo. Fuori da un talk-show nessuno parla con nessuno o ha niente da dire. Non esiste più, da molto tempo, l'incontro con cinquanta o sessanta persone (a meno che non siano raccolte tra i quadri interni di un partito) o l'ascolto magari sgradevole delle incompetenti opinioni di cittadini non invitati. C'è un abisso fra noi, che siamo preparati e abbiamo sentito anche i consulenti e loro, che esprimono soprattutto cattivi umori perché si limitano a guardare “nel loro giardino” (ho proprio sentito usare questa frase, forse come traduzione di Not in my backyard). Il fatto è che, anche volendo, i partiti non possono, non devono intervenire. Con un po’ di immaginazione puoi figurarti le truppe sulla collina, i cavalli tenuti al morso, ciascuna armata ferma e in attesa dietro al suo generale (l'ispirazione è ai quadri napoleonici di David). La consegna è che in questo frattempo, lungo anni, niente deve accadere. Niente che dipenda da queste armate dette partiti. Per la verità sono pronte e addestrate ad altro. Sono addestrate a propaganda, persuasione, promessa, futuro, tutto il peso scaricato sul mondo che viene dopo. Qui invece, avvertono i tecnici, i consulenti, gli esperti, il peso è già stato scaricato sul mondo venuto prima e bisogna saldare il conto oppure non si può proseguire. Vuol dire che non c'è vento per le bandiere.
VUOLE ANCHE dire che le lunghe fermate spostano l'attivismo da fuori a dentro, e ciascuno che conti qualcosa, privato del nemico da fuori, deve trovarsi un nemico nel rivale di partito. Lo combatte, lo dileggia, lo raccomanda al disprezzo. Il pubblico (ormai si dice così) si allontana. Ma se il blocco di ogni attività dei partiti, che non possono e non devono agire finché nella sala operativa ci sono i tecnici, non porta bene ai partiti, la solitudine non porta bene ai cittadini. Capiscono di essere tagliati fuori e si allontanano di più. Fate un giro, in qualunque momento in cui ci sia seduta di Parlamento, nella piazza di Montecitorio, davanti alla Camera. Una folla c'è sempre, ma non cerca e non guarda e non chiama e non insulta nessuno, anche se passa lì accanto ed è noto per il talk-show.
Ci sono le bandiere di una ditta, di un sindacato, di un Comune, qualche altoparlante per gli slogan. Quasi tutti in silenzio. Oppure gridano al muro, non a qualcuno. La sensazione è di un altrove che un montaggio abile ha collocato vicino. Vicino a niente. Nessuno cerca sostegno perché sembra spenta ogni fiducia e l'antagonismo ha una forma fredda e compatta non di scontro, ma di assenza. I cittadini che sono qui rappresentano, in modo paradossale, tutti coloro che non vogliono esserci. Tanti. Accade questo. Il governo dei tecnici non ha e non cerca relazioni o rapporti. Ognuno ne ha per suo conto nel giro della propria specializzazione. I leader di partito si scostano quasi istintivamente dalla loro base (o si confrontano solo con assemblee di quadri) per non correre il rischio di violare l'impegno a non agire. I cittadini se ne vanno. Dove, quando, con chi si troverà un punto di raccordo fra le parti smontate dell'enigma politico italiano? Ci arriveremo in tempo?
il Fatto 4.3.12
Storie di profughi a Mantova
di Silvia Truzzi
Arrivando alla stazione di Mantova (su un autobus “sostitutivo”, stipato in modo vergognoso, perché la linea ferroviaria è inagibile, dottor Moretti) capita d’incrociare gruppi di extracomunitari. E di chiedersi chi sono. Clandestini, direbbe qualche leghista giunto recentemente al governo di una città da sempre di sinistra. Invece no. Arrivano, qui come in tutta Italia, dalla Libia, scappati dalla guerra. Di loro si è a lungo parlato durante la primavera araba, a causa degli sbarchi a Lampedusa. Poi sono svaniti in una nuvola di oblio mediatico. Nel Mantovano sono un’ottantina, in Italia un po’ più di 22 mila. Da maggio dello scorso anno a gennaio 2012 sono arrivati in diversi gruppi. Il più numeroso è alloggiato in un hotel che sta di fronte alla stazione. Il governo stanzia 43 euro al giorno per il soggiorno di ciascuno. Sono profughi, dunque. Anche se, nel calderone della politica ignorante e dei media spesso non più raffinati, vengono bollati appunto come fuorilegge. E che fanno qui? Aspettano, da mesi, che si dica loro se hanno diritto di avere riconosciuto lo status di rifugiato politico. Decide una commissione territoriale che ha quattro soluzioni a disposizione: dichiarare lo status di profugo (prevede il soggiorno in Italia per 5 anni), la protezione sussidiaria (soggiorno di 3 anni), la protezione umanitaria (1 anno) o il respingimento. Quasi nessuno di loro però ha cittadinanza libica: vivevano lì, ma arrivano da Paesi dell’africa subsahariana. Gli unici ad avere qualche possibilità sono i cittadini del Congo, dove c’è la guerra. A molti di loro però basterebbe avere qualche certezza sul loro destino: anche se vengono trattati come numeri senza vita, hanno famiglie e legittime aspettative sul loro domani. Leggendo i giornali, sono tutti disperati, affamati, pronti a derubarci. Invece, racconta Sandro Saccani – presidente dell’associazione di volontari “Scuola senza frontiere” che si occupa dell’alfabetizzazione degli immigrati – sono tutte persone che in Libia avevano un lavoro e delle professionalità. Una settimana fa i profughi hanno osato scendere in piazza per chiedere una soluzione. Il corteo non era autorizzato, ma a parte un po’ di tensione e un contuso (lieve) non è successo nulla di grave. La Lega non ha gradito, sui giornali il solito allarme sicurezza. Possibile che nessuno capisca come dev’essere angosciosa un’attesa così lunga? La Caritas e le altre associazioni che si occupano dell’accoglienza (a Mantova anche il centro San Luigi) organizzano lezioni d’italiano, d’informatica, visite ai monumenti e altre attività, compreso il sostegno psicologico. Ma l’inoperosità genera frustrazione, paura, esasperazione. Si calcola che il 75 per cento di loro saranno respinti. Dovranno tornare a casa o diventeranno davvero – con buona pace del razzismo leghista – clandestini. Formalmente non hanno diritto allo status di rifugiato. Eppure sono scappati dalle bombe, tanti sono morti nelle traversate della vergogna. Forse qualcuno – magari un ministro tecnico che sotto il loden si ritrovi anche un’anima – potrebbe riconoscere che sono esseri umani fuggiti da una guerra. Sul sito di Scuola senza frontiere, un video mostra i ragazzi che tutti i giorni seguono le lezioni d’italiano: sorridono e amano il nostro Paese più di quanto ormai non sappiamo fare noi. Guardandoli, l’ultima parola che viene in mente è pericolo. Forse è perché hanno incontrato qualcuno che – invece di prenderli a calci come cani rabbiosi – ha teso loro una mano.
Corriere della Sera 4.3.12
La dittatura dell’incuria
di Gian Antonio Stella
«La bellezza è un valore morale». Era un tormentone quello dell'allora vescovo di Locri Giancarlo Bregantini. Non perdeva occasione per raccomandare di intonacare le case, sistemare le strade, curare i giardini, perché «in un posto brutto è facile che i ragazzi crescano brutti». Insomma, insiste nel libro Non possiamo tacere, l'estetica è etica: «i paesi più brutti e trascurati sono quelli segnati dalla mafia».
«Niente cultura, niente sviluppo», ha titolato Il Sole 24 Ore lanciando un appello per fare ripartire il Paese puntando su una «costituente» che «riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione». I confronti su 125 nazioni, stando ai dati dell'Università di Costanza, non lasciano dubbi: dove c'è più cultura c'è più innovazione, più sviluppo, più ricchezza e meno corruzione.
Rovesciamo: dove c'è meno cultura c'è meno innovazione, meno sviluppo, meno ricchezza, più corruzione. Nel 2001 investivamo sul nostro tesoro d'arte e paesaggi solo lo 0,39% del Pil, siamo precipitati a un miserabile 0,19%: è stato saggio? Colpa della crisi, dicono. Ma investendo nel «Guggenheim», spiega uno studio di Kea European Affairs per la Ue, Bilbao ha recuperato in 7 anni i soldi spesi «moltiplicati per 18», con la parallela creazione di migliaia di posti di lavoro. Al punto d'esser presa a modello dalla Francia, che per rianimare l'agonizzante area di Lens ha deciso di fare lì, tra le fabbriche dismesse, un nuovo «Louvre» col calcolo che, per ogni euro investito, ne torneranno «come minimo sette».
Dice uno spot girato da Berlusconi che l'Italia ha «il 50% dei beni artistici tutelati dall'Unesco». Magari! Ma è vero che su 911 ne abbiamo più di tutti nel pianeta: 45. Molti più di Francia o Stati Uniti che ci staccano nelle classifiche turistiche. Il guaio è che questo patrimonio, accusa un dossier PwC, lo usiamo male, ricavandone la metà rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia e un terzo rispetto alla Cina.
Ci vorrebbe più testa, per usarlo. E una classe politica più interessata, curiosa, colta. Alla Costituente, pur avendo la guerra ostacolato i percorsi universitari, era laureato il 92% dei parlamentari: oggi la quota si è inabissata al 64%. Ma è il Paese tutto ad arrancare: dai sindaci ai governatori, dagli assessori ai consiglieri regionali. E giù giù ai cittadini che, sempre più indifferenti al bello e al brutto, arrivano a costruire pattume cementizio abusivo sul promontorio di capo Vaticano o sul basolato della via Domiziana accanto alla tomba di Scipione l'Africano.
Da dove ripartire, per fermare la dittatura dell'incuria? Dalla scuola: da lì occorre ricominciare. Se è vero che la nostra stessa identità è definita dai nostri tesori artistici e paesaggistici al punto che noi italiani per gli altri «siamo» la torre di Pisa e Rialto e Pompei, la storia dell'arte via via più maltrattata («sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo», si indigna Tomaso Montanari sull'ultimo bollettino di Italia Nostra) deve essere materia di interesse nazionale. E permeare i nostri figli fin dalle elementari. Investiamo sulla bellezza e sulle teste: è un affare.
Corriere della Sera 4.3.12
Le due anime in conflitto di Nichi il coattocomunista
di Aldo Grasso
L’importante nella vita è avere due anime. Nichi Vendola le ha. Lo conferma lui stesso. C’è un Nichi « ludico, anarchico, infantile, narcisista » e un Nichi « instancabile, organizzatore, sorvegliato speciale delle sue stesse passioni » . Se A è cattolico, B è comunista. Se A si confronta con le ideologie B si abbandona alle visioni del mondo, le famose « narrazioni » . Giorni fa, una delle due anime ( il suo personale « scisma » ) ha attaccato duramente Walter Veltroni definendolo « di destra » , leader di una destra « colta, col loden » . Ma, tempo addietro, l’altra anima di Nichi, quella ludica, nell’intento di aprire un polo ospedaliero a Taranto nel segno del San Raffaele non esitava a fare affari con Don Verzé ricevendone in cambio una singolare investitura: « È un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore. Anche Berlusconi mi ha detto che lo stima molto, lo ritiene una persona per bene... Sia Berlusconi sia Vendola possiedono un fondo di santità » . Nel nome della santità o della sanità, un giorno il Nichi « anarchico » si schiera a fianco dei No Tav ( « Sto con le ragioni del dissenso » ) e l’altro, come presidente della Regione Puglia e « sorvegliato speciale » , espropria terreni dove dovranno essere realizzati gli impianti del depuratore consortile Sava Manduria con scarico in mare. L’unico in grado di descrivere il suo scisma esistenziale è Checco Zalone, che di Nichi fa una parodia più vera del vero, con quella sua oratoria barocca e sghemba, con quel ritratto del nuovo intellettuale della Magna Grecia, riverniciato da un pasolinismo politicamente corretto. Claudio Cerasa, sul Foglio, ha collezionato una fantastica antologia del pensiero vendoliano dal titolo « Nichi ma che stai a di’? » . Eccone un esempio: « Dobbiamo bonificare il territorio abitato dalla materia semantica, dai depositi di parole » . Così, se l’anima A rimane fedele a una prosa vaporosa, agghindata, a un lirismo tanto ingenuo quanto kitsch, l’anima B non disdegna la demagogia trucida per spartirsi la memoria della sinistra. Dal cattocomunista al coattocomunista il passo è breve.
Corriere della Sera 4.3.12
Gli spiazzati (i cattolici anche di più)
Il progetto cattolico sbiadisce nella stagione del governo tecnico
di Giuseppe De Rita
L'ampia ribalta mediatica riservata ai primi cento giorni dell'attuale Governo
è stata accompagnata da una parallela distrazione sul cono d'ombra in cui sono relegate ambizioni di medio-lungo periodo.
In effetti son tanti coloro che vivono un imbarazzato spiazzamento di potere attuale e di prospettive future.
A parte le più che conosciute difficoltà dei partiti, gli «spiazzati» coprono un largo campo.
Penso ai cinque o sei aspiranti al Quirinale, obiettivo ormai perseguibile solo se vi rinuncia Monti; penso ai leader politici che, obbligati al presente, non riescono ad esprimere quelle istanze politiche di tempo lungo che sole legittimano la leadership; penso a quei protagonisti dell'associazionismo categoriale ridotti al silenzio da un governo che sa più di loro fare «rappresentazione» (magari al di là della rappresentanza) degli interessi in giuoco; e penso soprattutto al mondo cattolico, senza dubbio oggi in seria difficoltà.
Basta a tal proposito ricordare che solo ad ottobre un po' tutti (giornalisti, politici, cardinali, leader dell'associazionismo, ecc.) ritenevano alle porte una ricomposizione forte della presenza pubblica dei cattolici e probabilmente la nascita di un nuovo soggetto (forse un partito) su cui incardinare tale presenza. A distanza di soli quattro mesi tale prospettiva è scomparsa dall'ordine del giorno e i bollettini quotidiani su quel quadrante ci parlano di cose più terra-terra: dalle tenebrose vicende dei «corvi» vaticani alla patetica vicenda della infrazione della concorrenza alberghiera da parte di alcune monachelle romane. Una caduta verticale di ruolo per un mondo che, pur avendo grande vitalità interna, è poi incapace di metterla in campo nella polemica politica e mediatica.
Non è solo un momento congiunturale, visto che il rapporto del mondo cattolico con la logica culturale e politica del «governo tecnico» si sta dimostrando difficile e complicato. Non piace infatti a tale mondo lo spostamento verso l'alto di un potere di indirizzo e di governo che sacrifica gli spazi dei soggetti di base (individuali e familiari) e il ruolo dei soggetti intermedi: sono i primi infatti che soffrono o rischiano di più (per il prezzo dei carburanti, per l'imposta sulla case, per il rinvio della pensione, ecc.); mentre sui secondi incombe una azione di governo mirata su interventi generalizzati e automatici che mettono in secondo piano l'influenza dei soggetti collettivi, dalle grandi confederazioni sindacali e padronali agli ordini professionali, all'associazionismo di terzo settore.
In altre parole due cardini del pensiero sociale cattolico sono messi in discussione. E con un sovrappiù di esplicito giudizio negativo sulla storica indulgenza della cultura cattolica verso l'egoismo individuale, il familismo amorale, il particolarismo categoriale. Si è addirittura fatta strada l'idea che occorra rompere tale indulgenza e rieducare gli italiani alle logiche di produttività e di mercato necessarie nelle grandi sfide globali, e funzionali al rigore dei comportamenti che ci detta l'Europa. I cattolici sanno però bene, per esperienza diretta, che sotto ogni tentazione «pedagogica» si annidano sempre una tentazione alla verticalizzazione del potere e una strisciante tendenza a una stagione di neo-statalismo: gli individui gettati sul mercato cercano riparo alla loro precarietà in una responsabilità pubblica; il che produce una crescita degli strumenti di intermediazione statale; si rischia con ciò un aumento di spesa, cui corrisponde un aumento di imposizione fiscale senza un corrispettivo aumento dei servizi alla collettività; ed in più, per necessità, tutto viene deciso a colpi di decreti, di authority, di concentrazione finanziaria, di potere romano (magari vincolato se non eterodiretto da vincoli europei). In una direzione che sbilancerebbe il sistema sempre più verso l'alto.
Una società vive di equilibrio fra soggetti individuali, corpi collettivi intermedi, responsabilità statali, dinamica internazionale. I cattolici italiani sono sempre stati convinti di questa «complessa verità» e vedono quindi con sospetto tutte le politiche che turbano questo equilibrio. Sarebbe bello se potessero riprendere un ruolo dialettico nella gestione sociopolitica di questo delicato momento della società, evitando la condanna a doversi difendere in polemiche terra-terra.
Corriere della Sera 4.3.12
«No al lavoro domenicale». Sindacati alleati con la Chiesa
di G. Ca.
ROMA — «La domenica non ha prezzo» è lo slogan di chi vorrebbe che, almeno nel giorno di festa, negozi e centri commerciali restassero chiusi. Contro lo shopping 7 giorni su 7 — orario continuato — si celebra oggi la Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro» ideata dalla European Sunday Alliance con manifestazioni, oltre che in Italia, in Austria, Belgio, Svizzera, Francia, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Germania, Polonia. Una battaglia che ottiene il pieno sostegno della Chiesa: ieri Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, pubblicava un editoriale per spiegare che «tutto in fondo oggi si può vendere e comprare, ma la domenica, che è la nostra libertà insieme personale e collettiva, non ha prezzo».
Secondo i promotori — tra i circa ottanta organismi che aderiscono all'alleanza ci sono sindacati, associazioni civili e religiose — «in questi tempi di crisi la domenica libera dal lavoro è la dimostrazione chiara e visibile che le nostre società non dipendono solamente dal lavoro e dall'economia». La Filcams Cgil (che con Cisl, Uil e Confesercenti partecipa all'iniziativa) ribadisce che la totale liberalizzazione di orari e aperture domenicali e festive nel commercio, prevista dal decreto «salva Italia» del governo Monti «non crea nuovi posti di lavoro ma esaurisce chi già c'è con turni pesanti e richieste eccessive di flessibilità».
A Roma, dalle 9.30 alle 12.30, presidio davanti al centro commerciale Cinecittà 2 a cui parteciperà il segretario Susanna Camusso. A cittadini e consumatori verranno offerti caffè e cornetti caldi in cambio della firma alla petizione «Liberi dalle liberalizzazioni». A Milano, dalle 14.30 alle 17.30, festa con giocolieri, clown e musicisti in largo Cairoli. A Napoli artisti di strada in via Scarlatti. A Bologna presidio e intrattenimento fuori dallo stadio.
La Stampa 4.3.12
Italia - India il braccio di ferro
Marò, carcere sempre più vicino De Mistura media
La stampa locale: “L’esame dei proiettili li inchioda” Giallo sulla scatola nera della nave, cancellati i dati
di Massimo Numa
L’Italia è fortemente preoccupata che si possa essere verificata una eccezione a principi fondamentali del diritto sulla sovranità nazionale delle navi in alto mare Sono stato con i nostri militari Sono sereni, determinati e in buone condizioni. Certo non possono andare dove vogliono ma direi che è una situazione dignitosa Giulio Terzi ministro degli Esteri della repubblica italiana Staffan de Mistura sottosegretario al ministero degli Esteri
Doveva essere un momento di riconciliazione, invece è saltato tutto dopo un intervento diretto da parte della polizia indiana, dettato da misteriose «ragioni di sicurezza»: niente messa, in programma stamane nella chiesa di Kollam nel cuore del quartiere dei pescatori per il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura. Alle sette il capo della delegazione italiana avrebbe dovuto essere in chiesa, poi in programma c’era un colloquio con il vescovo Stanley Roman e i familiari di uno dei pescatori uccisi nella sparatoria anti-pirati del 15 febbraio scorso, al largo delle costa di Kollam. Ma la polizia di Kollam ha sostenuto che sarebbe avvenuta una manifestazione di protesta contro gli italiani, proprio sul sagrato della chiesa e allora tutto è stato annullato, anche se i contatti con le famiglie proseguiranno ancora. L’agenzia indiana Pti sostiene che l’atmosfera è «carica di tensione» e che i familiari delle vittime si «sarebbero rifiutati di parlare con gli italiani». Nessun commento dal parte di De Mistura che domani sarà a Delhi per una serie di incontri con il governo indiano centrale. Domani scadono le ultime ore del fermo preventivo, prorogato per due volte e forse si apriranno le porte del carcere di Trivanduram per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, attualmente in stato di detenzione nel Police Club di Kollam. C’è un’unica flebile speranza, quella che vengano destinati a un carcere militare.
E cresce l’attesa per gli esiti delle perizie sui proiettili recuperati dai medici legali nei corpi dei pescatori uccisi. Ieri è iniziato a Trivandrum l’esame, alla presenza anche dei carabinieri dei Ros, che proseguirà ancora nelle prossime ore. Ma le indiscrezioni che filtrano da questa prima fase, secondo i media indiani strettamente collegati con gli inquirenti, sarebbero già da interpretare in senso negativo per la sorte dei fucilieri. Da giorni ripetono che una delle ogive avrebbe caratteristiche compatibili con le munizioni Nato. L’esame s’è iniziato «senza intoppi», spiega De Mistura dopo un’ennesima giornata estenuante. La base italiana ha lasciato il Trident di Kochi per un albergo di Kollam, sorvegliato da un complicato sistema di sicurezza, da parte della polizia ma anche da agenti in borghese, in un’atmosfera di grande tensione: jeep, forse dei servizi, davanti ai cancelli e i clienti diminuiti di colpo.
Ormai è un giallo internazionale sempre più intricato poiché esisterebbe anche un documento, redatto nel contesto dell’esame necroscopico, in cui vengono descritte le caratteristiche dell’ogiva e delle ferite provocate sulle vittime. Ebbene, le misurazioni effettuate (ma non da periti balistici) sembrerebbero appartenere invece a una munizione di un calibro leggermente più grosso. Il che sembrerebbe escludere le responsabilità da parte dei San Marco imbarcati sulla «Enrico Lexie», ora ancorata al largo delle coste di Kochi, a 10 miglia. Altro giallo riguarda la scatola nera della nave: secondo i media locali, i dati relativi alle ore in cui la Enrica Lexie si avvicinò al peschereccio indiano «sarebbero stati cancellati».
La Guardia Costiera indiana, subito dopo il fatto, aveva intimato al comandante della nave di rientrare immediatamente nel porto di Kochi. Anche con l’inganno, confermando la presenza di pirati in quel braccio di mare. E poi fu inviato un fax, alla società armatrice di Napoli in cui veniva ribadito l’ordine di riparare a Kochi. E proprio gli armatori avrebbero deciso di imporre al capitano di fare rotta verso il terminale petrolifero. Una decisione assai controversa, visto che il tragico episodio era avvenuto in acque internazionali e fuori dalla giurisdizione dello Stato del Kerala.
I media indiani si soffermano con insistenza sulla mancata visita di De Mistura alla famiglia del pescatore Valentine Jelastine a cui lo Stato del Kerala, per sostenerla in questo momento, ha deciso di donare una somma di denaro pari a 10 mila dollari. Ma specificando che «i familiari hanno rifiutato di incontrarsi con gli italiani», mentre quest’ultimi, per «timore delle reazioni popolari» avrebbe rinunciato a quella che era stata definita «una visita a sorpresa».
Il sottosegretario agli Esteri non ha voluto commentare l’episodio ma racconta invece della visita di ieri ai marò: «Li ho trovati decisi, fermi, pieni di coraggio e pronti a resistere. Sanno che stiamo facendo il possibile». Davanti al Police Club una folla di giornalisti di operatori tv e molti curiosi. Cancelli chiusi con le catene e mezzi militari davanti ai cancelli. Le divergenze tra India e Italia rischiano di diventare, con il trascorrere delle ore, insormontabili.
Corriere della Sera 4.3.12
Ma anche a Mosca sanno che qualcosa si è rotto
di Franco Venturini
Oggi in Russia si vota e Mosca vive con passione il suo catartico rovesciamento delle
parti. Sul capo del sicuro vincitore Vladimir Putin, nei caffè della Tverskaja pieni di giovani come nella folla indistinta della metropolitana, piove di tutto: ladro, incapace, dittatore, avanzo del passato. Il popolo dei putiniani invece in pubblico tace, e si prepara quasi segretamente alle manifestazioni oceaniche organizzate dall'alto.
In fondo è la solita storia, ma a ruoli invertiti: prima non era «in» criticare Putin, ora non è «in» mostrarsi suoi sostenitori.
Forse è proprio da questo capovolgimento di umori e di rispettabilità che viene il pericolo maggiore per lo Zar con i piedi d'argilla che sarà eletto oggi. Cosa è più uno Zar, infatti, quando chiunque può insolentirlo senza pagare dazio? La Tv addomesticata non basta, se in un Paese con cinquanta milioni di internauti la rete ospita le sfuriate di Andrej Navalny contro la corruzione dilagante, centinaia di manifesti libertari o quasi rivoluzionari, filmati di brogli, caricature e fotomontaggi di colui che dovrebbe essere l'uomo forte.
Certo, Mosca non è la Russia. E internet non è il popolo russo. Le presidenziali Putin le vincerebbe anche se fossero organizzate sul modello Westminster, perché sono ancora tante le memorie che può rinverdire nella massa degli elettori: il ristabilimento della dignità della Russia dopo i disastri del secondo Eltsin, otto anni di continuo miglioramento dei livelli di vita, la nascita proprio di quella classe media mai esistita nell'URSS e che ora reclama a gran voce il suo allontanamento.
Ma se un simile curriculum spiega la vittoria elettorale, verosimilmente al primo turno, non è detto che l'albo dei ricordi regga a qual che verrà da domani. «Dopo» è la parola magica che alimenta le speranze dei contestatari come le paure del potere. Dopo, perché non è sicuro che le elezioni, al di là delle accuse di broglio scontate e talvolta strumentali, riescano a sancire quella legittimità del potere di cui Vladimir Putin non può fare a meno. Non si allargherà piuttosto la protesta, non ci sarà il contagio dai grandi centri urbani a quelli minori e alle campagne, non si sveglierà il grande arcipelago della povertà oggi ancora passivo?
Sono parecchi a Mosca i politologi e i sociologi che vedono nell'attuale dinamica «l'inizio della fine di Putin». Che arrivano persino a ritenere improbabile il completamento dei suo mandato di sei anni. Ma in un tempo di passioni come questo una analisi più distaccata è nell'interesse dei russi, dell'Occidente e in particolare dell'Europa affamata di energia.
James Carville faceva dire a Bill Clinton «è l'economia, stupido!». Nella Russia odierna bisognerebbe almeno chiedersi: «è la democrazia, o l'economia?». La società russa è certamente cambiata negli ultimi quindici anni, sono nati gruppi di interesse che non hanno e vogliono avere una rappresentanza politica, è emersa una crescente insofferenza verso l'oligarchia putiniana, la corruzione, la censura informativa, la dipendenza dei giudici. La spinta democratica dunque esiste. Ma è lei, è la voglia di democrazia a spingere il vento che tira oggi sulla Moscova? No o comunque non da sola. Negli anni 2000-2007, quando Putin fece salire a razzo il reddito di alcuni gruppi sociali (i già ricchi e la nuova classe media, appunto), moltiplicò l'offerta di beni e servizi, aprì le porte ai capitali stranieri, nessuna rottura di un consenso quasi egemone venne a turbare il contratto sociale imposto dall'alto: io vi arricchisco, voi state fuori dalla politica. Non trovò riscontri, in quegli anni, la ben nota teoria secondo cui la crescita economica può avere un effetto rivoluzionario provocato dalle nuove aspettative. Ma con la crisi globale del 2008 la musica è cambiata. La Russia ha pagato più caro di tutti, il suo pil ha segnato l'anno seguente un clamoroso meno dieci per cento. Poi è venuta una parziale stabilizzazione, nel 2011 è tornata una crescita del quattro per cento (debole per la Russia), ma la psicologia collettiva aveva ormai recepito un messaggio divenuto ancor più forte con le ripercussioni delle difficoltà dell'euro: il grande balzo in avanti si è arenato, Putin non è più l'uomo del miracolo, chi è ricco rischia di perdere, chi appartiene alla classe media rischia di non diventare ricco o di retrocedere, chi è povero con qualche speranza rischia di dovervi rinunciare.
Questo è il vero serbatoio, immenso e destinato a crescere, della protesta anti-Putin. I suoi metodi sono andati bene nelle prime due presidenze. Poi con il fedelissimo Medvedev al Cremlino, e ancor più ora con il suo ritorno al vertice, Putin sembra a molti l'uomo sbagliato al momento sbagliato. Un uomo non in grado di rimettere l'economia sui binari di quella crescita impetuosa che è stata ormai assaporata, e alla quale tanti non intendono rinunciare.
Putin ha dalla sua, oggi e ancor più domani se dovesse esserci una guerra sul nucleare iraniano, le alte quotazioni del petrolio e del gas che riempiono i forzieri russi. Ma in realtà il dilemma del «dopo» non si riferisce tanto alle risorse disponibili quanto all'uomo Vladimir Putin. Se prevarrà il Putin che abbiamo conosciuto sin qui, l'ex colonnello del KGB deciso a controllare ogni ingranaggio della sua «democrazia gestita» e timoroso di colpire i suoi amici con una seria guerra alla corruzione, la vittoria elettorale gli servirà a poco e anche la durata del suo mandato risulterà a rischio. Se invece Putin sarà capace di trasformarsi in riformatore coraggioso nelle sfere già citate e di aprire così un nuovo tipo di dialogo con la società russa, l'attuale voglia di cambiamento finirà per accettare che sia lui ad amministrarla senza mettere a rischio il bene supremo della stabilità. L'Occidente, che alla stabilità russa è fortemente interessato, deve tifare per questa seconda ipotesi. Ma la ragione ci dice che non è la più probabile.
Repubblica 4.3.12
La Cina in soccorso dell´Europa compra bond Ue, dollaro addio
Pechino volta le spalle a Obama. "Vogliamo diversificare"
La Repubblica popolare ha già acquistato il 24% di 3 emissioni del Fondo salva-Stati
La percentuale di valuta americana nelle riserve degli asiatici è scesa dal 65 al 54%
di Federico Rampini
NEW YORK - La Cina si sta "sganciando" in parte dal dollaro, e finalmente si avvera il sogno europeo di un "cavaliere bianco" in arrivo da Pechino? Gli ultimi dati sugli investimenti cinesi in titoli esteri - quelli che riguardano la gestione delle riserve ufficiali - contengono una novità importante. A dicembre il valore dei Treasury bond americani detenuti dalla Repubblica Popolare è sceso di 156 miliardi, attestandosi a 1.150 miliardi di dollari. La tendenza a una diversificazione nelle riserve ufficiali della banca centrale più ricca del mondo (3.200 miliardi di dollari in totale) dura ormai da qualche tempo.
Lo rivela un´analisi compiuta dallo stesso Dipartimento del Tesoro Usa. Anche se il totale dei bond americani detenuti dalla Cina continua ad aumentare, questo investimento rallenta mentre gli acqusiti in titoli di altre valute crescono molto più rapidamente. E così la percentuale dei dollari, nelle riserve cinesi, è scesa dal 65% nel 2010 al 54% a metà dell´anno scorso. E da allora il movimento di disimpegno dal dollaro ha continuato ad accentuarsi, come dimostra il dato di dicembre. Alcuni interpretano queste scelte come una pura questione di opportunismo: avendo da tempo un obiettivo di riequilibrio del proprio portafoglio (eccessivamente concentrato sui bond Usa), alle autorità di Pechino conviene accelerare questa diversificazione in una fase in cui il dollaro ha ritrovato forza e l´euro è relativamente debole.
La diversificazione sembra anche rispondere a un obiettivo politico. Più volte la Cina si è dichiarata disponibile a contribuire al salvataggio dell´eurozona. L´ultima presa di posizione in questo senso è stata quella del primo ministro Wen Jiabao a febbraio, quando in un intervento al summit Cina-Ue ha dichiarato che «l´Europa è una primaria destinazione degli investimenti cinesi, in un obiettivo di diversificazione delle nostre riserve valutarie». Gli europei erano rimasti un po´ delusi perché a questi proclami di buona volontà non era seguito un immediato e massiccio intervento della Cina come co-finanziatore del fondo salva-Stati detto Efsf. Klaus Regling, chief executive dell´Efsf, si era recato a Pechino nell´ottobre scorso per dei colloqui con i dirigenti del Safe, acronimo per la denominazione Inglese della State Administration of Foreign Exchange, il braccio operativo del governo responsabile per la gestione delle riserve valutarie. Quell´incontro aveva suscitato grandi speranze, poi "gelate" dalla prudenza dei cinesi che sembravano delegare ogni scelta a sedi multilaterali come il Fondo monetario.
In realtà la Cina è stata più generosa di quanto si creda: le sue sottoscrizioni in tre successive aste di bond emessi dall´Efsf hanno rappresentato dal 14% al 24% degli acquisti. Sia pure con il gradualismo e la cautela tipica del processo decisionale di Pechino, l´appoggio all´eurozona si sta concretizzando, e non solo con l´acquisto di attivi industriali o di infrastrutture logistiche ma anche nelle aste dei bond. Non stupisce che sia così: l´Unione europea è un mercato di sbocco leggermente più importante degli stessi Stati Uniti per il made in China, e Pechino non ha nulla da guadagnare da un peggioramento della recessione europea. La diversificazione cinese non sembra però incidere sulla fiducia globale verso il dollaro. Il Wall Street Journal commenta questi dati con il titolo "La Cina si allontana dai dollari, e non è la fine del mondo". Una spiegazione sta nel fatto che la Repubblica Popolare sta anche ridimensionando i suoi attivi commerciali: dal 10% del Pil nel 2007 al 2,7% nel 2011. Un´altra spiegazione della buona salute del dollaro è nel fatto che i mercati ora guardano soprattutto ai differenziali di crescita tra Usa e Ue.
Corriere della Sera 4.3.12
La studentessa, l'insulto sessuale e la telefonata di Obama
di Massimo Gaggi
NEW YORK — «Sgualdrina!»: l'insulto nei confronti di una studentessa universitaria rea di aver criticato le assicurazioni sanitarie che non includono i sistemi di contraccezione tra le prestazioni fornite gratuitamente agli assistiti lanciata da Rush Limbaugh, il conduttore radiofonico di estrema destra più sboccato e criticato d'America, sta incendiando il dibattito politico americano alla vigilia del «Supermartedì» nel quale dieci Stati Usa voteranno per la scelta del candidato repubblicano alla Casa Bianca.
Una campagna elettorale in gran parte centrata sull'economia a causa della lunga recessione e della crisi occupazionale, da qualche tempo sta lasciando spazio anche ai temi etico-religiosi, soprattutto per le sortite di Rick Santorum: un esponente della destra cristiana che in questi giorni sta spostando sempre più la sua campagna verso la contraccezione, la formazione scolastica, la separazione Stato-Chiesa. Argomenti sui quali il suo integralismo cresce giorno dopo giorno. Tanto da far temere allo stesso partito repubblicano di perdere l'appoggio di molte donne e di regalare a Barack Obama i centristi moderati.
Timore che si è rafforzato ieri quando il presidente ha deciso di scendere in campo col massimo della visibilità possibile telefonando la sua solidarietà a Sandra Fluke, la studentessa della Georgetown University di Washington insultata da Limbaugh: l'ha, infatti, chiamata proprio mentre lei stava dando una serie di interviste televisive. Una lunga conversazione telefonica della quale il portavoce di Obama, Jay Carney, ha voluto dare ampio conto durante la quotidiana conferenza stampa alla Casa Bianca.
Quello della contraccezione è da settimane un tema molto caldo e lo stesso presidente, alcuni giorni fa, era stato costretto a una correzione di rotta sull'obiezione di coscienza delle organizzazioni cattoliche, dopo che il governo aveva inizialmente appoggiato una norma in base alla quale tutti i piani sanitari dovevano obbligatoriamente comprendere strumenti di controllo delle nascite.
Scendere di nuovo in campo su questo tema poteva essere politicamente rischioso: il presidente si espone all'accusa della destra di essere il paladino del «preservativo di Stato». Ma i democratici sono convinti che l'offensiva dei conservatori repubblicani sulla contraccezione, quasi sempre condotta da uomini, abbia ormai le caratteristiche di una sorta di «guerra alle donne». O che, comunque, possa essere presentata agli americani come tale. Così Sandra, una ragazza che è andata a spiegare davanti a un «panel» congressuale di avere problemi economici perché la sua mutua non le passa gli anticoncezionali, è diventata il simbolo di questa battaglia.
La Fluke, terzo anni di studi in giurisprudenza, ha, infatti, scelto la Georgetown, l'università dei gesuiti che ha sede a Washington e che nei giorni scorsi si era unita alle proteste delle altre organizzazioni cattoliche quando sembrava che il governo volesse inserire obbligatoriamente gli anticoncezionali in tutte le polizze sanitarie. Esclusa da un'audizione formale del Congresso, che sta discutendo di controllo delle nascite, la Fluke, che all'università è una donna politicamente molto impegnata, è stata invitata dai democratici a parlare davanti a un «panel» informale. Qui si è lamentata: «Spendo mille dollari l'anno di contraccettivi che la mutua dell'università non mi passa».
«Bagascia, quanto sesso fai per spendere tutti quei soldi. Fai vergognare i tuoi genitori», l'ha insultata il giorno dopo dai suoi microfoni Rush Limbaugh. Mentre Obama chiamava per confortarla e dirle che i suoi genitori devono, invece, essere orgogliosi di lei, il conduttore è stato criticato anche dai repubblicani: il capo della maggioranza conservatrice alla Camera, John Boehner, ha definito «inappropriato» l'attacco di Limbaugh. E alcuni inserzionisti della sua trasmissione hanno deciso di cancellare i loro contratti pubblicitari.
Limbaugh non ha più dato della prostituta alla studentessa, ma l'ha attaccata ancora, sostenendo che, se fosse nei panni dei genitori, si andrebbe a nascondere. Ambigua, come spesso accade, la reazione di Mitt Romney: «Io non avrei usato quel tipo di linguaggio».
Corriere della Sera 4.3.12
L'eterna paura, da Atteone ai lupi di Freud
di Silvia Vegetti Finzi
Molte e varie sono le notizie funeste che in questo periodo turbano l'opinione pubblica ma due avvenimenti si distaccano dallo scenario generale. Nel giro di pochi giorni due uomini, senza alcun motivo, sono stati sbranati da un branco di cani randagi, non in luoghi inospitali e selvaggi, ma ai margini di civili periferie urbane. L'imprevedibilità rende questi avvenimenti particolarmente minacciosi e inquietanti, quasi un presagio della catastrofe economica incombente, del malessere diffuso, dell'aggressività che, dilagando, richiama il famoso aforisma di Hobbes: homo homini lupus. Questa risonanza va ben al di là delle considerazioni razionali e coscienti perché la paura di essere sbranati dai cani, o dai lupi che ne rappresentano la natura inaddomesticata, è antica come il mondo. La ritroviamo nel mito di Atteone, il dio allevato dal centauro Chirone nell'arte della caccia, che sarà tramutato da cacciatore in preda. Reo di aver scorto, inavvertitamente, le divine nudità di Diana, il giovane viene trasformato in cervo e sbranato dai suoi stessi cani. La scena è drammaticamente rappresentata nel gruppo marmoreo che adorna il parco della Reggia di Caserta (nella foto). E, con suggestioni alchemiche, nei dipinti del giovane Perugino che decorano una misteriosa saletta della Rocca di Fontanellato. Giordano Bruno, in «Degli eroici furori», scorge invece nella metamorfosi di Atteone un progresso dell'umanità: da una conoscenza sensuale, cieca e fantastica a un sapere razionale, prossimo alla bellezza e alla sapienza divine. Ma la paura del lupo, che non ci ha mai abbandonato, si ripete costantemente nella prima favola che si racconta ai bambini, quella di Cappuccetto Rosso, dove la piccina e la nonna vengono sì sbranate dal lupo, ma per essere prontamente salvate dal cacciatore, che fa giustizia della mala bestia. Queste figure dell'immaginario collettivo si ritrovano anche nell'inconscio individuale: nei giochi, nelle fantasie, nei sogni. Freud, analizzando a più riprese i sogni del cosiddetto «Uomo dei lupi», percorre uno dei sentieri più ricchi e complessi della sua ricerca. Una interpretazione che si rivela interminabile, anche per il perenne rinnovarsi delle nostre angosce.
Corriere della Sera 4.3.12
Florenskij, da Platone alla Trinità
di Armando Torno
Pavel A. Florenskij (1882-1937) si cominciò a conoscere in Italia allorché Alfredo Cattabiani, direttore della Rusconi, fece tradurre nel 1974 La colonna e il fondamento della verità, l'opera più fascinosa del pensatore russo. Da allora le versioni si sono moltiplicate e la figura di Florenskij — teologo oltre che filosofo, esperto di scienza e tecnica oltre che di iconologia — è diventata nota. In questi giorni ritorna Il significato dell'idealismo (Se, pp. 175, 20) nella versione riveduta di Rossella Zugan, con una postfazione di Natalino Valentini (prima edizione italiana, Rusconi 1999). Pagine che contengono le riflessioni che Florenskij scrisse per il platonismo o il problema degli universali; tuttavia in esse le analisi toccano i temi dell'arte, della teologia e del misticismo. Particolarmente attuali sono le parti che trattano la «dissoluzione della personalità in Picasso» o quelle dedicate a «l'idea, il volto, lo sguardo». Ovviamente il punto di partenza è Platone. Quello di arrivo, invece, sono le «prefigurazioni della Trinità».
l’Unità 4.3.12
Storia e antistoria
Il Gramsci di tutti
di Bruno Bongiovanni
Ètornato Gramsci. È tornato in primo luogo grazie all’edizione nazionale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Fantastico è il primo volume dell’Epistolario (2009). Si va dal 1906 al 1922. Per quel che riguarda il periodo che va dalla fondazione del PcdI (21 gennaio 1921) sino alla partenza di Antonio, con Graziadei e Bordiga, per Mosca (arrivano il 2 giugno 1922), non si ha nessuna lettera. Poi vi sono le lettere, di enorme interesse, della seconda metà del 1922. Sappiamo, ed è positivo, che i Gramsci sono stati tanti. Quello del 1914, poi della rivoluzione leninista contro Il Capitale di Marx, dei consigli operai, del partito comunista bordighiano, della bolscevizzazione, della Costituente, della lettera di Grieco, della lotta contro la strategia del socialfascismo, dei Quaderni e dell’ultimo periodo in cui, fuori dal carcere, anche se non abbiamo fonti, è respinto sicurissimamente lo stalinismo. Eccellente è poi ora il volume di Rapone Cinque anni che paiono cinque secoli (2011) sul 1914-1919. Ed inutile è polemizzare con Veneziani o con Biocca, già noto, quest’ultimo, per le false denunce contro Silone. Li si lasci chiacchierare. Non li si ricorderà. Si presti attenzione invece a I due carceri di Gramsci (2012) di Lo Piparo, che, su questo giornale, ha pubblicato un intervento elegante. E non importa se crollerà il dogma della continuità tra Gramsci e Togliatti. E se apprenderemo con certezza che, all’uscita dal carcere (1934), per Gramsci l’Urss non rappresentava più il socialismo.
Usciamo dalla gran bonaccia delle Antille. Il Pci ha dato un enorme contributo all’antifascismo e alla nostra rinascita. Riconosciamone le differenze. E non rinunciamo, ventidue anni e mezzo dopo la Bolognina, al Gramsci antistalinista e libertario. È il Gramsci di tutti.
il Riformista Ragioni 4.3.12
Politica & cultura
Questione sociale questione democratica
Tra tanti temi, soprattutto uno ci affascina, quello del futuro del socialismo
Ma tra le polemiche che divampano nel Pd si avverte un certo qual odore di stantio
di Paolo Franchi
qui
il Riformista Ragioni 4.3.12
Ancora in cerca dell’ircocervo liberalsocialista
di Pasquale Terracciano
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il Riformista Ragioni 4.3.12
Di quali socialdemocrazie stiamo parlando?
di Dario Parrini
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il Riformista Ragioni 4.3.12
Wolfgang Amadeus compositore illuminista e pure riformatore
di Giuseppe Pennisi
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Il Tempo 4.3.12
La riflessione di Capelle Dumond con «Filosofia e teologia nel pensiero di Martin Heidegger»
Se la metafisica è la ricerca di «non so cosa»
di Antonio Saccà
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Corriere della Sera 4.3.12
L’encefalo di volontari studiato nel corso della vita
e sezionato dopo la morte servirà ai ricercatori del futuro
L’italiano che sta costruendo la biblioteca digitale dei cervelli
La sfida è conservare l'integrità L'italiano che sta costruendo la biblioteca digitale dei cervelli
di Elena Meli
Bette ha compiuto 93 anni alla fine di ottobre. Ha avuto una vita bella e intensa; ora abita da sola, ha molti amici ed è un perfetto esempio di come il cervello possa invecchiare "con successo". Nel novembre del 2009 Bette ha letto un articolo sul quotidiano di San Diego, la città californiana dove vive: parlava del Brain Observatory dell'Università della California e della "biblioteca dei cervelli" che si stava realizzando. Bette non ci ha pensato due volte: ha chiamato subito Jacopo Annese, il direttore italiano del Brain Observatory, ed è diventata "donatrice" per uno dei progetti di ricerca più ambiziosi e appassionanti delle neuroscienze attuali. Bette da allora si racconta allo staff di Annese e si sottopone a test cognitivi e psicologici di vario genere, eseguendo periodicamente risonanze magnetiche che scandagliano l'interno della sua testa; quando "si laureerà" (così lei chiama con molto ottimismo il suo trapasso) lei sa che sarà lo stesso Annese a eseguire l'autopsia e a prelevare il suo cervello per sezionarlo e crearne una mappa digitale tridimensionale, in cui i ricercatori di tutto il mondo poi potranno "navigare" con una risoluzione che arriverà al dettaglio delle singole cellule. Una specie di Google Earth cerebrale possibile grazie alla scelta di Bette e tante altre persone che, come lei, vogliono lasciare qualcosa di sé alla scienza: sono un altro centinaio i donatori che hanno aderito al progetto e già una cinquantina i cervelli al sicuro nel Brain Observatory. L'obiettivo è arrivare come minimo a mille cervelli sia "normali" che affetti da diverse condizioni neurologiche.
F in qui sembra la storia di una classica banca di tessuti, per quanto futuristica nel suo essere digitale e dedicata a un organo speciale come il cervello (il più prezioso da vivi, ma ritenuto di fatto clinicamente "inservibile" post mortem perché non trapiantabile). Invece, il lavoro di Annese è molto di più: servirà a indagare le radici profonde del nostro essere umani e a capire che cosa ci rende quello che siamo, perché nell'archivio digitale saranno raccolte, oltre alle immagini morfologiche, le esperienze dei donatori. «Il cervello umano non può essere studiato come quello di un topo: dentro ognuno ci sono storia, vicende, emozioni uniche e irripetibili. E le esperienze, ormai lo sappiamo, cambiano la trama stessa del tessuto cerebrale — spiega Annese —. L'approccio delle neuroscienze attuali è materialistico; anche il nostro progetto nelle premesse cataloga in modo obiettivo "fettine" di cervello, ma noi andiamo oltre perché indaghiamo la funzione di quell'organo mentre è ancora vivo e ne raccogliamo la storia con accuratezza, anche per celebrare e ricordare la vita di chi ha donato o donerà la parte più importante di sé. In realtà non abbiamo ancora le basi per raccogliere i frutti di tutto questo lavoro. Fra dieci o cento anni invece i ricercatori avranno, si spera, le conoscenze teoriche adatte per sfruttare le informazioni contenute nel catalogo che stiamo costruendo ora: potranno allora confrontare i loro dati di imaging con le nostre mappe morfologiche dettagliate e trovare nuove correlazioni fra la forma e la funzione delle diverse zone cerebrali. Vogliamo mantenere il legame fra l'anatomia della persona e la sua psicologia, vogliamo che gli scienziati del futuro sappiano il lavoro che faceva il donatore o, ad esempio, se era mancino o destrimano, perché questo li aiuterà a interpretare immagini e dati del catalogo digitale». Un archivio che offra anche informazioni su chi ha vissuto con quel cervello potrà svelare che cosa ci rende simili come esseri umani e cosa invece è una caratteristica unica dell'individuo, indicare che cosa di preciso si "guasta" quando funzioni cognitive sono compromesse, come nel caso dell'Alzheimer, come sono orchestrate specifiche attività o caratteristiche emotive e chissà che altro. Starà alle prossime generazioni di ricercatori fare ipotesi e verificarle sulle mappe conservate da Annese con un lavoro certosino che, a sentirne parlare, lascia sgomenti. Di ogni cervello vengono tagliate migliaia di fettine che poi sono colorate, conservate e soprattutto trasformate in dati elettronici. «Per digitalizzare ogni vetrino occorrono almeno sei ore e otteniamo circa mezzo terabyte di dati, perché ogni pixel "copre" meno di mezzo micron di tessuto: se stampassimo le nostre immagini computerizzate a misura reale ciascuna sezione del cervello coprirebbe la facciata di un palazzo — chiarisce Annese —. Archiviare questa enorme mole di dati è perciò una sfida: dobbiamo farlo con attenzione perché un giorno, magari fra un secolo, alcuni vetrini potrebbero andare persi o danneggiarsi. Inoltre, vogliamo che la collezione sia fruibile dagli scienziati ma anche dal grande pubblico, per cui occorre studiare strategie adeguate, dal disegno delle pagine web al catalogo delle informazioni, per garantire un'immediata e semplice accessibilità ai dati. E dobbiamo pensare a come conservare e trasferire il materiale elettronico perché possa rimanere consultabile anche in futuro: se avessimo fatto questo lavoro dieci anni fa e avessimo salvato i dati su floppy disk, oggi l'archivio sarebbe inutilizzabile». «La neuroinformatica — prosegue Annese — sarà perciò per la nostra "biblioteca" sempre più fondamentale, perché ci aiuterà a offrire ai ricercatori un database utile come le classiche illustrazioni anatomiche, ma con una complessità infinitamente maggiore».
Di certo il progetto sta toccando il cuore di chi ci lavora: i donatori raccontano che il laboratorio è per loro una seconda casa, i ricercatori partecipano alla vita di chi ha aderito al progetto, si commuovono alle storie di chi è malato. E quando hanno davanti il cervello di Bishop, che prima di morire per un tumore disse che Annese gli aveva dato una ragione per vivere più a lungo, oppure di Kay, che ha sofferto per anni di Alzheimer, i ricercatori del Brain Observatory non hanno certo bisogno di esortazioni a lavorare con cura: sanno che hanno fra le mani quanto di più sacro c'è in ciascuno di noi.
Corriere della Sera 4.3.12
La collezione è iniziata con Henry Molaison, il più famoso «smemorato» del '900
Uno dei primi cervelli a entrare nelle teche del Brain Observatory è stato quello di Henry Molaison, il paziente più famoso della neurologia moderna. Molaison è morto a 82 anni a fine 2008 e, a partire dall'anno seguente, il suo cervello è stato sezionato in 2401 fettine; le sezioni sono state poi archiviate e organizzate nel 2011 in una mappa virtuale che sarà presto disponibile online grazie al lavoro dei programmatori del Brain Observatory e di Fabrizio Scippa, grafico italiano che sta ultimando il design del sito attraverso cui i ricercatori potranno navigare dentro la mente del più studiato "smemorato" del '900. La storia del "caso clinico HM", come era noto fino alla morte per tutelarne la privacy, è iniziata nel 1953 quando il ventitreenne Henry venne sottoposto a un intervento chirurgico sperimentale per risolvere una grave forma di epilessia. Il chirurgo rimosse da entrambi gli emisferi l'ippocampo: una piccola quantità di materia cerebrale che proprio grazie a Henry si scoprì essere fondamentale per i processi di memoria. Dopo l'operazione i ricordi di Henry rimasero congelati a quel giorno e non fu più in grado di immagazzinarne di nuovi. Dimenticava nel giro di pochi secondi fatti, luoghi, volti. Per i medici Henry, che collaborò per tutta la vita con i neurologi sottoponendosi a test di ogni genere, aveva un valore inestimabile perché era un caso "puro", che mai si sarebbe potuto verificare se non ci fosse stata quell'operazione. E come spesso accade nel campo della neuropsicologia, gli scienziati hanno capito qualcosa di più della memoria da una lesione che ha rimosso in modo specifico proprio questa funzione. Ora il cervello di Henry è pronto per essere studiato in tutti i suoi dettagli, anche se, come spiega Jacopo Annese: «Con l'età si sono formate molte lesioni, per cui credo che tanti dati che si sarebbero potuti raccogliere su di lui saranno in qualche modo "oscurati". Non mi aspetto una rivoluzione nelle neuroscienze della memoria dopo la pubblicazione della mappa cerebrale di HM. Il significato più forte di quel cervello, oggi, è essere stato "banco di prova" per mettere a punto nuove tecniche neuroanatomiche, di imaging e di conservazione dei dati per una biblioteca che si prospetta unica e fondamentale per la conoscenza della mente umana».
l’Unità 4.3.12
Pasolini
I 90 anni del poeta corsaro
Anche se non c’è più continua a vivere nei suoi «anatemi» che sono diventati il nostro presente con mercificazione della cultura razzismo opportunismo e ignoranza assurti a valori della vita
di Giancarlo Liviano D’Arcangelo
Ècanuto e segaligno, aggraziato negli sguardi denudanti e per questo centellinati, intento a muovere con furia nevrotica gli arti affusolati, intricati, pungenti come rovi e duri come la quercia. Nascosto dietro un paio di ombreggianti occhiali da sole di celluloide nera, autoironica concessione al cliché del regista, dell’intellettuale santificato per ansia di disinnesco e relegato al ghetto sepolcrale dell’apparenza. È dura scorgere ciò che accade dietro quegli occhi artificiali dalle lenti ampie e nere di pece, dismessi solo per dormire o per leggere. Eppure Pasolini, prossimo al suo novantesimo compleanno, seppur stanco, depotenziato dalla fatica psichica profusa sulle pagine e ingobbito da quella fisica dissipata sul set, seppur seviziato nei nervi dalla propria ossessione auto-annichilente, è ancora il curculione dal pungiglione avvelenato che, per metà annidato in serra e per metà incalzato da furia insetticida, si nutre e prova a distruggere culture troppo sintetiche per essere trasfigurate in paradisi convincenti. Lampeggia idee. Protesta. Assomiglia al vecchio Hamm beckettiano di Finale di partita, che giunto alla fine della sua esistenza, un’esistenza fin dall’inizio votata alla sconfitta se correlata alla sua ambizione ancestrale, la liberazione dell’uomo, non può che sospendersi e perdersi fino all’eternità in una sorta di estraneazione fondata sulla ciclica e ineluttabile alternanza di mosse e contromosse, guerra spiroidale senza fine tra lui e il mondo esterno, divenuti archetipi. Il giocatore/individuo, ora santo ora demoniaco, in disperata competizione con avversari senza volto: i bari per eccellenza, il caos e «il potere». Vera e propria nemesi per l’outsider e palliativo per l’uomo, utile solo a rinviare ancora un po’ la fine, temuta e al tempo stesso desiderata. In questi anni, tra traduzioni e saggi critici, tra invettive e qualche annuncio apocalittico, Pasolini ha completato Petrolio, golem premiato, glorificato e al contempo demolito, com’è possibile fare in malafe-
de per ogni capolavoro inclassificabile, mastodontico per ambizione e urgenza e fallace per definizione. Ha girato l’opera definitiva su San Paolo, appuntandosi come una medaglia l’ennesima scomunica di una chiesa più che mai carnevalesca, facendo del guerriero di Tarso il primo traditore di Cristo e il primo mistificatore eretico del messaggio evangelico. Ha realizzato con Eduardo de Filippo e Franco Citti Porno-Teo-Kolossal, un film cosmogonico, eroicomico e grottesco, un’opera vagheggiata e organizzata tra mille ostacoli, voluta con prepotenza e imbellettata dal solito amore per il pastiche, in cui accade che una cometa, allegoria babilonese dell'ideologia, trascina dietro a sé un Re Magio interpretato dallo stesso Eduardo, un eroe puro che seguendo quella scia viaggia a lungo maturando esperienza dello scibile intero, del metafisico, del sensoriale e del mistico. L’opera di una vita, insomma. L’unica opera possibile dopo quell’incredibile profezia sulla furia mortuaria della modernità che è stata Salò e le 120 giornate di Sodoma, epigrafe sul potere anarchico dei giorni nostri, messa in evidenza funebre della promiscuità tra carnefici e vittime che s’immolano impotenti, ridotti a corpi-oggetto di sfruttamento, cronaca della perpetrazione fredda e alienante di vita e piacere come routine senza coinvolgimento, affresco dall’estetica cimiteriale tipica del mondo incancrenito dal capitale, che come il sadico non raggiunge mai il grado sublimato del piacere e non gode mai, nemmeno quando ha seviziato e ucciso l’oggetto del proprio godimento, che si tratti del corpo, dell’umanesimo o della natura.
A sorpresa, s’era ridotto all’eremitaggio Pasolini, negli anni 80, quelli in cui molti dei suoi anatemi hanno acquisito forma fenomenica: la vertiginosa mercificazione della cultura ad esempio, o il fascismo insito nel neocapitalismo edonista e consumista, «un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler». Durante gli anni di Drive In insomma. E ancor di più dopo la morte di Moravia nei 90, quelli dell’esplosione delle televisioni commerciali, colpo di grazia tecnologico agli ultimi afflati del mondo originale in cui, prima dell’odierna e placida vecchiaia, Pier Paolo aveva cercato accettazione.
PROFESSIONE BORGHESE
Lui, borghese per professione e paria rifiutato dalla stessa borghesia, immune per coscienza ipertrofica alla borghesia intesa come morbo svelato da una sintomatologia infallibile fatta di razzismo, opportunismo, utilitarismo e ignoranza assorti a valori della vita. Il mondo, quello che batteva, ormai altrettanto corrotto e che l’avrebbe di certo ucciso, se solo Pasolini, già allora ricco e ricattabile oltre che pieno di nemici, nella notte tra il primo e il due novembre si fosse presentato sulla spiaggia dell’Idroscalo con Pelosi e i tre milioni di lire necessari a recuperare le pizze di Salò, anziché ripensarci per miracolo, all’ultimo momento. Già allora, forse, per un uomo che l’amico Carmelo Bene chiamava violento e corruttore in quanto portatore vivente del dubbio e della crisi come ideologia, non c’era più niente da corrompere. E come testimonia il trattato pedagogico Gennariello, volutamente lasciato incompiuto, nemmeno più nulla da insegnare.
Guai a chiamarlo maestro, infatti. Perché mai come oggi, in procinto di compiere novant’anni, Pasolini, come se fosse destinato ad averne per sempre cinquantatré, predicherebbe deciso che i maestri non servono a niente, così come aveva predetto attraverso la voce stridula del corvo di Uccellacci e Uccellini. Vanno superati. E sono fatti, come lui ha sempre dimostrato, «solo per essere mangiati in salsa piccante».
Bersani: ora il governo risponda alla crisi sociale
«Tav, è una questione di democrazia. Attenti ai fuochi pericolosi»
«Il governo? Bene le prime risposte, ma bisogna dare subito segnali sulla questione sociale. La crisi picchia e ci sono troppi silenzi»
L’intervista «Mostri lo stesso piglio usato con le pensioni. A Parigi con la nostra identità»
di Simone Collini
Bene la «prima risposta» arrivata dal governo, «ora bisogna leggere la realtà un po’ più nel profondo». E poi, guardando al 2013, nessuna grande coalizione: «Democrazia significa confronto politico, con i cittadini che scelgono chi debba governare». E democrazia, dice Pier Luigi Bersani, significa anche «rispettare le decisioni prese attraverso meccanismi di rappresentanza e partecipazione». Parole non casuali. Il segretario del Pd parla mentre sono in corso manifestazioni dei No Tav in tutta Italia: «Si stanno accendendo fuochi pericolosi. Su questo tema il Parlamento deve discutere, va pronunciata una parola chiara».
Altra spina per un governo che deve affrontare non poche emergenze: un primo bilancio, dopo 100 giorni? «Una prima risposta è venuta, basta guardare alla credibilità internazionale di cui ora gode l’Italia, al linguaggio di verità a cui si ricorre, alle misure coerenti con la situazione da affrontare. Ora bisogna leggere la realtà un po’ più nel profondo». Cosa intende dire?
«La crisi picchia duro, nel corpo sociale ci sono paure e tensioni molto forti. Con lo stesso piglio con cui il governo è intervenuto sulle regole, sulle pensioni, intervenga per dare stimoli all’economia. Sugli esodati, persone che non avranno né stipendio né ammortizzatori sociali né pensione, il governo deve dire una parola chiara. Ci sono problemi da affrontare che riguardano la crisi industriale, le piccole imprese, gli enti locali. Pur nell'equlibrio dei conti pubblici, servono iniziative per lo sviluppo, con un occhio sempre attento alla questione sociale».
A proposito di enti locali, sindaci chiedono al governo di rivedere il patto di stabilità: cosa ne pensa? «Che è una battaglia sacrosanta. I sindaci sanno benissimo che c’è un problema di rigore ma sanno anche che il patto di stabilità contiene delle irrazionalità evidenti. I Comuni andrebbero vincolati su saldi di bilancio, non sulle singole voci. Bisogna dar loro la possibilità di far partire un po’ di investimenti. Di fronte alla crisi, i Comuni possono essere una parte della medicina, non li si può considerare la malattia».
I comuni come la “medicina” ma avete più volte affermato che il problema si affronta in una dimensione tutt’altro che locale, quella europea. «E continuiamo a pensarlo. Ma va rivista la politica europea. Anche la firma del Fiscal compact lo dimostra: appena è stata siglata l’intesa due paesi, uno comprensibilmente, la Spagna, e uno inaspettatamente, l’Olanda, hanno dovuto registrare che l’equilibrio dei conti economici non è compatibile con l’acuta recessione in atto. Il problema di fondo è attuare politiche economiche che diano il via a dinamiche antirecessione e per lo sviluppo. La crescita è il punto, ma non basta dirlo a parole, servono politiche concrete».
Il 17 lei firma a Parigi insieme a Hollande e a Gabriel una piattaforma programmatica comune sulle politiche europee: il senso dell’operazione?
«Lavorare per un’Europa che metta al centro equità, solidarietà, crescita e che abbia più fondamento democratico. Non si può solo puntare su politiche di contenimento e rigore senza mettere in moto dinamiche positive, espropriare i poteri nazionali senza basarsi su meccanismi di rappresentanza democratica. Se si continua così la questione diventa molto seria». C’è chi ha visto in questa operazione condotta con i vertici dei socialisti francesi e tedeschi il tentativo di fare del Pd un partito socialdemocratico.
«Il Pd va a Parigi con la sua voce, quella di un partito che riassume in sé culture socialiste, cattoliche, ambientaliste, liberaldemocratiche. E va lì e discute dando un impulso ad allargare la prospettiva progressista europea, sapendo che noi siamo portatori di una sensibilità particolare sui temi ambientali, del lavoro, sulle liberalizzazioni, sulla partecipazione e sul rapporto aperto con i movimenti. Noi vogliamo una piattaforma progressista firmata da tutti quelli che combattono contro la destra liberista, che in questi anni ha massacrato i singoli stati e l’Europa, una piattaforma che metta assieme culture anche diverse, senza settarismi, per inaugurare una battaglia elettorale che si giocherà in Francia, Italia, Germania».
In Italia c’è chi non vorrebbe nel 2013 una battaglia ma una grande coalizione guidata da Monti: il suo giudizio? «Il Pd in nome dell’Italia ha sostenuto un passaggio di transizione e di emergenza e in nome dell’Italia il Pd con altrettanta convinzione vuole costruire una democrazia riformata sì ma normale, dove il confronto politico possa esserci, i cittadini possano scegliere e la politica abbia il suo ruolo. Naturalmente, e questa è una novità che è molto coerente col Pd, dobbiamo immaginare una politica che parli di un progetto per il paese e abbia la capacità di sostenere una maggioranza e un governo in modo stabile, solido e univoco e non di una politica che produca il Cencelli o l'incompetenza al governo».
Qual è il progetto per il paese con cui il Pd si candida a governare?
«Per noi al centro del programma c’è il lavoro e un equilibrio sociale basato sulla redistribuzione. E c’è un’idea di democrazia rappresentativa riformata, non populista, saldamente costituzionale».
E gli alleati con cui vi candidate a sostenere il governo in modo “stabile, solido, univoco” chi sarebbero?
«Il baricentro è un centrosinistra di governo, che non si fa a tutti i costi. Deve avere coerenza sul programma e dare garanzia di stabilità. Chiederemo poi che questo centrosinistra si rivolga a forze civiche, moderate, che abbiano un’altra idea rispetto a quella populista mostrata dal centrodestra in tutti questi anni».
Il centrosinistra è Pd più Di Pietro e Vendola. Che sulla Tav hanno espresso posizioni diverse dalle vostre...
«Il problema non sono temi che dividono, ma avere dei meccanismi che garantiscano una soluzione. Se si pretende di governare insieme si possono anche avere opinioni diverse ma poi ci vuole una regola vincolante». Ad esempio?
«Dei gruppi parlamentari che su alcuni temi decidano a maggioranza e si comportino di conseguenza». Rimanendo alla Tav: perché non la convince la proposta di moratoria sostenuta da Vendola e Di Pietro?
«Qui c’è un problema che non riguarda una ferrovia ma cosa intendiamo per democrazia. Che è un sistema inventato per decidere attraverso meccanismi di rappresentanza e di partecipazione. Sulla Tav c’è stata un’ab-
bondanza di passaggi istituzionali democratici che vanno rispettati. Tutto il paese è investito da fenomeni che vanno sorvegliati e su cui va pronunciata una parola chiara. Non si può non vedere che è in corso sotto il titolo Tav, che c’entra fino a un certo punto, una sequenza che abbiamo già conosciuto».
Quale?
«Davanti a un problema, o in buona fede o per opportunismi più o meno pelosi, si mette in scena una battaglia alla Davide contro Golia. Da lì si passa alla sopraffazione del potere e quindi alla giustificazione della violenza cosiddetta resistente. A questo punto si inseriscono organizzazioni violente che non sanno nulla di ferrovie ma che hanno il loro folle disegno, che naturalmente si scagliano contro i riformisti. L'esito finale è che nell'opinione pubblica si determinano riflessi conservatori e autoritari. Questa sequenza l’abbiamo già vista, e ha portato anche a drammi sanguinosi. Si stanno accendendo fuochi molto pericolosi. Per questo abbiamo chiesto che il Parlamento discuta e pronunci una parola chiara».
A proposito di Davide contro Golia: è lo slogan di chi sfida la Borsellino... «Ho girato per Palermo e di Davide ne ho visti pochi. Ho visto una campagna molto impegnata, con visibilità da parte di tutti i candidati. Mi aspetto una grande partecipazione e i cittadini decideranno per il meglio. L’obiettivo sono le amministrative e il Sud e Palermo hanno bisogno di una riscossa civica e di dare un messaggio al resto d’Italia di forte impegno civico. Per questo ho chiesto a Rita Borsellino di partecipare alle primarie».
La Magneti Marelli ha smantellato le bacheche con l’Unità: la cosa che più l’ha colpita, passata una settimana? «A parte l’atto in sé, inconcepibile, trovo consolante la reazione molto larga che c’è stata, mentre mi sarei aspettato di sentire il pensiero di qualche liberale come De Bortoli, come Padellaro. Che venga impedito a dei lavoratori di esprimersi e di informarsi è una questione che non riguarda solo i sindacati o un singolo giornale».
Corriere della Sera 4.3.12
Il Rebus del Pd verso il 2013
E a Palermo Borsellino rischia contro il «ribelle»
di Maria Teresa Meli
ROMA — Contrordine compagni: Bersani e i suoi innestano la retromarcia. Distinguersi dal governo va bene, criticarlo un giorno sì e l'altro pure non si può più fare. Si rischia di spaccare il partito, che è già abbondantemente lacerato. Oltre che di deludere l'elettorato del Pd che, stando ai sondaggi, per oltre l'80 per cento è favorevole a Monti. Per queste ragioni il segretario negli ultimissimi giorni ha spiegato a tutti i suoi interlocutori che «il Pd nei prossimi mesi non può discostarsi dal governo, sarebbe un errore».
La nuova linea viene confermata dalla decisione di Stefano Fassina e degli altri «giovani turchi» di non partecipare alla manifestazione della Fiom, come avevano inizialmente previsto. Osserva il responsabile economico del partito: «Io volevo andare all'iniziativa perché il tema della democrazia nei luoghi di lavoro mi sta molto a cuore, ma ora la cosa si è snaturata perché vi saranno anche i No Tav, quindi non sarò in piazza». Duro colpo per Maurizio Landini. Il 28 febbraio il segretario della Fiom aveva scritto a ogni deputato del Pd una lettera di questo tenore: «Ci rivolgiamo a lei, che è innanzitutto un rappresentante della nazione prima che un esponente del suo partito, per chiedere di aderire alla giornata di lotta che abbiamo indetto». Ma tant'è. Anche l'ala sinistra del Pd modera un po' i toni.
Solo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi non demorde. Secondo lui «Monti è un Berlusconi sotto mentite spoglie». Un'uscita che ha spinto Rosy Bindi a replicare con queste parole: «Rossi faccia il governatore». E che ha stupito Enrico Letta: «Il presidente della giunta regionale toscana ha avuto un radicale cambiamento di posizioni su cui mi interrogo». Mentre il leader di Sel Vendola ha proposto a Rossi: «Vieni con noi».
Le vicende legate alla storia dei No Tav, comunque, hanno rafforzato i filomontiani, dal momento che il Pd si è schierato contro le proteste, mentre Antonio Di Pietro e Vendola stanno con i manifestanti. Dice il veltroniano Enrico Morando: «Presentarci alle elezioni con Vendola e Di Pietro? Ma nemmeno per sogno». Dello stesso tenore le riflessioni del senatore Stefano Ceccanti: «Quando abbiamo deciso di sostenere il governo Monti il solco con Sel e Idv si è fatto più profondo: l'alleanza modello foto di Vasto è improponibile». E anche i dalemiani frenano sull'ipotesi di una coalizione con Vendola e Di Pietro.
Dunque, nel Pd le divisioni non sono più sull'atteggiamento da tenere in questo frangente nei confronti del governo Monti, ma sul dopo. E non sono divisioni di poco conto se nel partito si sussurra ormai con una certa frequenza la parola «scissione». Beppe Fioroni sintetizza così la situazione: «Nel 2013 si andrà a un governo politico, per questa ragione i partiti, e il Pd per primo, devono scegliere già adesso le alleanze, che non devono essere obbligate: ci vogliono coalizioni coese sui programmi. Io sono per un'intesa con il Terzo polo e penso anche che non si possa non coinvolgere Monti. Dobbiamo stare tutti attenti: se la politica non riacquista la sua dignità verrà commissariata per sempre e saranno i tecnici a decidere quali politici andranno in Parlamento». Chi lo conosce bene, però, sostiene che Pier Luigi Bersani si sente ancora in pista e vuole candidarsi a premier del centrosinistra nella prossima legislatura. Con Vendola e Di Pietro, ma anche con il Terzo polo. Come? Magari convincendo Casini con un'offerta difficile da rifiutare: quella della presidenza della Repubblica.
Intanto anche un altro dei big del Pd sta giocando la sua partita: Veltroni. L'ex segretario non ha alcuna intenzione di candidarsi, ma sogna un cambiamento negli equilibri politici del suo partito. Perciò medita di sciogliere la corrente dei MoDem, in modo da avere le mani libere con Enrico Letta e Dario Franceschini, con cui i rapporti si sono intensificati. L'idea è quella di contrastare la prospettiva di un Pd trasformato in mega Partito socialista. Per questo motivo Veltroni, forzando il suo carattere, ha scelto di polemizzare con Vendola: vuole essere lui l'avversario della deriva di sinistra dei Democrat.
In tutto ciò la periferia ribolle. Bersani è riuscito a sistemare la pratica napoletana, imponendo al partito locale di non proseguire lungo la strada dell'inciucio con il presidente della Regione Stefano Caldoro. Ma in Puglia non gli è andata altrettanto bene. Il leader del Pd ha aperto all'idea di Michele Emiliano di fare un movimento tutto suo. E per «ringraziarlo» il sindaco di Bari, dalle pagine del Foglio, si è rivolto così al segretario: «Bersani deve tirare fuori le palle, siamo in campagna elettorale, ed è arrivata l'ora di scatenare l'inferno. Deve smetterla di fare solo il mediatore».
Un discorso a parte merita la Sicilia o, meglio, Palermo. Lì Bersani si gioca gran parte della sua credibilità. Se oggi, alle primarie per il candidato sindaco del centrosinistra, Rita Borsellino dovesse perdere e, a sorpresa, vincesse il candidato del Pd filo-Lombardo, cioè l'ex idv Fabrizio Ferrandelli, per il segretario sarebbero dolori. Il leader si è schierato sulla candidata appoggiata da Vendola e Di Pietro, sulla candidata che ha chiuso al Terzo polo, e se le cose non andassero come devono si troverebbe in difficoltà.
A Palermo la situazione è molto fluida. Di Pietro, caduto nello scherzo di una radio, pensando di parlare al telefono con Vendola si è lasciato sfuggire questa affermazione: «Non vorrei che quello che è uscito dal mio gruppo andasse a vincere, mentre noi abbiamo sostenuto Borsellino». Il timore è che il trio Lumìa, Cracolici e Totò Cardinale utilizzi il proprio potere per organizzare le truppe cammellate in favore del loro candidato, Ferrandelli. E il fatto che si siano registrati per votare oggi alle primarie più di ottocento immigrati desta qualche sospetto. Ci sono ghanesi, indiani, cinesi e tamil. Il presidente del comitato delle primarie, Domenico Pirrone, sconsolato, ha dovuto ammettere: «Qui è un mercato, tanti di loro non sanno neanche per che cosa si vota».
I veleni di Palermo rischiano di far fibrillare tutto il partito. Un altro candidato, Davide Faraone, esponente del Pd locale appoggiato da Matteo Renzi, ha deciso di polemizzare direttamente con il leader: «Bersani ha smesso di fare il segretario ed è sceso in campo per Rita. Io non gli ho chiesto di sostenermi perché ogni volta che sostiene qualcuno quello perde. Comunque il partito siciliano fa più schifo di quello che fa nel resto del Paese». Insomma, un bel problema, quello siciliano. Se Borsellino perde, Bersani rischia la brutta figura. Se vince, il Pd potrebbe subire una scissione capeggiata dai maggiorenti che sostengono la giunta Lombardo e l'accordo con il Terzo polo.
Corriere della Sera 4.3.12
E sei democratici su 10 aprono sull'articolo 18
Partito diviso anche su Tav e leadership: il 48% per Bersani premier
di Renato Mannheimer
La disputa tra Veltroni e Vendola su chi è veramente «di sinistra» costituisce un indicatore efficace delle significative fratture che attraversano l'elettorato del Pd e che vedono convivere, per ora, nello stesso partito i sostenitori di posizioni assai diverse.
La maggiore forza politica italiana è connotata (come peraltro accade per i grandi partiti anche in molti altri Paesi) da forti — talvolta addirittura contrastanti — differenziazioni nelle valutazioni politiche del suo elettorato. Si prenda, ad esempio, la questione dell'articolo 18, al centro in questi giorni di buona parte del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro. L'intera popolazione è assai divisa al riguardo. Una consistente minoranza (39%) rifiuta qualunque ipotesi di mutamento del testo attuale della norma. Solo il 13% dichiara invece senza alcun dubbio l'utilità di un sensibile rinnovamento della stessa. Ma a costoro va forse aggiunto quel 44% che ritiene ammissibile una modifica «purché accompagnata da provvedimenti per una maggiore tutela e una formazione di chi rimane senza lavoro».
All'interno dell'elettorato del Pd si riproduce una suddivisione per molti versi analoga. Il 40% degli elettori del partito di Bersani si esprime contro ogni possibile modifica dell'articolo 18, riproducendo quindi, in parte, le posizioni di Vendola. Il 58% è invece più possibilista, benché, anche al suo interno, la gran parte richieda «maggiori tutele» a fronte di una attenuazione dei vincoli imposti dalla norma. Sulla base di questi dati si potrebbe dunque dire che la maggioranza della base elettorale del Partito democratico è più vicina alle posizioni dell'ex sindaco di Roma, piuttosto che a quelle del governatore della Puglia. Ma si tratta in realtà del mero segnale di una forte frattura interna (peraltro esistente, sia pure in misura minore, anche nel Pdl, ove ben il 31% si oppone, dissentendo dalla linea del partito, a mutare il testo attuale dell'articolo 18).
Non molto dissimile è l'immagine che emerge se si considera un'altra tematica di grande attualità, come l'atteggiamento verso la Tav. Anche in questo caso, di fronte a un quesito ove si chiede se le proteste in Val di Susa, al di là dell'ovvia condanna della violenza, siano «giustificate», la popolazione italiana si divide a metà. Il 44% si schiera dalla parte di chi si oppone alla nuova linea ferroviaria, a fronte di una percentuale di poco maggiore (50%) che, viceversa, è favorevole, in nome soprattutto dell'interesse generale del Paese. E, anche in questo caso, all'interno dell'elettorato del Pd si ritrova un quadro non molto dissimile. La maggioranza (50%) dei votanti per il partito di Bersani non condivide l'ostilità al progetto in questione, collocandosi così nella linea indicata dal segretario del partito. Ma si tratta di una maggioranza così risicata da mettere nuovamente in luce l'esistenza di una spaccatura interna (presente peraltro in qualche misura anche nel Pdl, ove una maggioranza assai più consistente — il 66% — approva il progetto Tav, ma un forse inaspettato 30% reputa «giustificata» l'opposizione).
Le fratture forse politicamente più significative emergono quando si tocca la questione della leadership. Nel Pd il consenso per Monti, che si colloca all'87%, supera addirittura, come peraltro accade in tutta la popolazione italiana, quello per il segretario Bersani, che si ferma nel suo partito all'85% (nel Pdl Berlusconi continua a essere il più popolare — 87% —, ma Monti lo segue con il 68%). E anche se si chiede esplicitamente chi dovrebbe essere il prossimo presidente del Consiglio, una quota significativa dell'elettorato pd (38%) dichiara di preferire Monti a Bersani, indicato «solo» dal 48% dei suoi elettori.
Dall'insieme di questi dati si ha conferma del fatto che l'elettorato del maggior partito italiano è (irrimediabilmente?) diviso al suo interno sui temi politici più significativi. Ma che anche nel Pdl emergono contrasti di opinione rilevanti. Ciò che può far immaginare come nei prossimi mesi si possa assistere a sommovimenti interni importanti in entrambi i partiti. Non a caso, secondo molti osservatori, la strutturazione dell'offerta politica in occasione delle elezioni del 2013 potrebbe essere assai diversa da quella attuale.
l’Unità 4.3.12
Camusso al corteo: «Il governo la smetta di guardare solo ai mercati, non resterà nulla»
I sindacati: le risorse per gli ammortizzatori sociali si trovino colpendo i patrimoni
«Non si salva l’Italia se non si salvano i lavoratori italiani»
Una giornata di fermezza sindacale quella dei tre segretari di Cgil, Cisl e Uil al corteo degli edili. Camusso, Angeletti e Bonanni hanno chiesto al governo risposte veloci e convincenti sul mercato del lavoro.
di Marco Tedeschi
Le risorse per gli ammortizzatori sociali, che il governo ha annunciato di stare cercando, «si potrebbero reperire ad esempio dai patrimoni». I tre leader sindacali ieri, anche nel giorno degli edili, hanno parlato del tema dei temi: il mercato del lavoro. Il suggerimento è del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. A proposito del reperimento delle risorse, Camusso ha osservato che «siamo passati da una situazione in cui il governo diceva che non ci dovevano essere risorse a quella in cui le sta cercando e quindi lo valutiamo positivamente. Però, ha aggiunto, «vogliamo la riforma fiscale, non quando verrà, ora». «Una delle condizioni della crescita è la riduzione delle tasse sul lavoro dipendente e sulle imprese. Vorremmo che almeno per una volta si partisse dai lavoratori». Per ora ci sono le cifre che danno ragione al governo: il calo dello spread, il calo mese per mese del debito pubblico, il calo generale dei tassi anche a breve. C’è solo una cifra che dai rilevamenti statistici non torna a profitto: la disoccupazione. Stabilmente drammatica, stabil-
mente forte sotto i trent’anno di età. Dal palco Camusso ha inviato al governo diverse indicazioni di rotta. «Diciamo al governo che se si continua a guardare ai mercati e non al Paese gli resterà solo guardare, perché non ci sarà più il Paese. Non si salva l'Italia se non si salvano i lavoratori italiani». Che poi ha concluso:«Parlare di libertà di licenziamento è un insulto ai milioni di disoccupati che abbiamo nel Paese. Non ci convinceranno mai».
CISL E UIL
Angeletti e Bonanni hanno anche parlato d’altro. «Finora non abbiamo visto un euro», ha detto il leader della Uil, Luigi Angeletti, parlando alla manifestazione nazionale dei sindacati delle costruzioni rivolto alle banche.
«Chiediamo al ministro Fornero una proposta trasparente sul mercato del lavoro, così come è stata trasparente la proposta del sindacato su questioni che riguardano la cassa integrazione che ha retto le sorti del paese per 40 anni». È questo il messaggio che il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha inviato al ministro del Welfare dal palco della manifestazione degli edili.
«Ho l'impressione ha detto che con lo slogan dobbiamo dare a tutti si voglia togliere un po’ a tutti. Noi non ci stiamo. Vogliamo una discussione chiara, definita e trasparente da parte del Governo». Bonanni ha inoltre rivolto un «invito forte, risoluto al cambio di linguaggio da parte di chi governa», altrimenti si entra nella «beffa della logica per cui si fa la riforma del mercato del lavoro e magari si abolisce l'articolo 18 perché così si creano tanti posti di lavoro in più. È una bugia che noi rifiutiamo».
Infine dal segretario della Cisl è partito un segnale perentorio verso chi deve decidere, ma che sin qui sta troppo esitando. «In questo luogo ci sono le formiche italiane che dicono con chiarezza alle cicale che è venuto il momento di svegliarsi, di smettere di parlare e di fare. Non c'è altra possibilità per riprendere il cammino della crescita», ha aggiunto.
l’Unità 4.3.12
L’alternativa esiste
di Claudio Sardo
Non è vero che la tecnica può sostituire la politica. Non è vero che la Grande coalizione è la condanna ineluttabile per un Paese sempre in transizione. Non è vero che il vincolo esterno impedisce scelte alternative. Non è vero che la sola competizione possibile consiste nell’eseguire al meglio gli ordini degli organismi finanziari internazionali.
Non è vero che esiste un solo paradigma economico, incontestabile, non smentibile. È vero invece che c’è molto conformismo in giro. E opportunismo. Nel nostro bilancio pesa un deficit di pensiero critico. Le democrazie si nutrono di questo. E di coraggio. Se l’antipolitica cresce perché le istituzioni non appaiono più come decisori efficaci (e dunque deludono le domande di cambiamento, di equità, di mobilità sociale) di questo non si può dare solo colpa alla globalizzazione. I vincoli esterni ci sono, e sono anche aumentati. Ma la politica è appunto capacità di modificare l’inerzia delle cose.
La Bundesbank era contraria alla parità del marco ma Helmut Kohl la fece lo stesso, combinando l’unificazione tedesca con una strategia di allargamento dell’euro (anch’essa non poco osteggiata). Tornando a casa nostra, non erano scontate la caduta di Berlusconi e la nascita del governo Monti. Si deve molto alle scelte del Pd. Ma un ruolo decisivo ebbero anche le parti sociali firmando l’accordo del 28 giugno. Quell’atto segnò la fine, l’ultima delegittimazione del governo Berlusconi, che aveva fondato sulla divisione la propria strategia: diversi firmatari sono arrivati con colpevole ritardo, tuttavia quella fu una svolta politica che anche all’estero mutò la percezione dell’emergenza italiana.
Questo per dire che le teorie e le narrazioni sull’esaurimento della politica, dei partiti e di tutti i corpi intermedi sono interessate. Sono armi nella battaglia sul futuro del Paese. Quello di Monti è un governo politico, benché formato da tecnici. Anche nelle formule ricorrenti si nasconde un’ideologia: accettare l’idea dell’autosufficienza dei tecnici vuol dire accettare che c’è una verità precostituita, una sola politica da applicare, ovviamente determinata da agenzie esterne al circuito istituzionale. Il governo Monti invece vive per una scelta politica. E compie quotidianamente scelte politiche. Alcune buone, altre meno. Il decreto sulle liberalizzazioni, dopo i duri scontri tra lobby contrapposte, uscirà dal Parlamento migliorato rispetto al debole testo uscito da Palazzo Chigi.
Certo, Monti gode di consenso nell’opinione pubblica. Il merito gli va riconosciuto. Ma anche la campagna di chi contrappone il virtuoso Monti ai partiti viziosi riscuote successo. Questo vuol dire innanzitutto che i partiti sono malati. Il caso di Berlusconi che disinveste sul Pdl per rilanciare una nuova Forza Italia e il caso di Beppe Grillo che scomunica il dissenso interno sono la prova drammatica di quanto il populismo sia dilagato nella nostra politica. Ma non possiamo rassegnarci a questa inerzia. Non possiamo rinunciare a ricostruire partiti democratici e un sistema politico di tipo europeo.
Monti può dare una mano per far uscire l’Italia dall’incubo di questa Seconda Repubblica. Come può invece operare per tenerla imprigionata. Magari puntando anche lui su un esito oligarchico (o tecnocratico, ma il significato è lo stesso), come una parte non piccola dei poteri economici che contano nel nostro Paese. Per il presidente del Consiglio le priorità restano l’emergenza finanziaria e il recupero per l’Italia di quel prestigio e quel profilo europeista che Berlusconi aveva dissipato. Ma nella sua azione politica molte sono le scelte che incideranno sulla transizione. Anche la gestione della vicenda Tav in Val Susa è rilevante. Perché alla fermezza nel respingere ogni ricatto della violenza, è doveroso che corrisponda una capacità di ascolto dei disagi dei valligiani e delle loro domande: tentare di ridurre l’area del dissenso non è un optional per chi governa ed è un dovere per chi teme degenerazioni eversive.
Il governo Monti, nella transizione, inciderà sulle questioni sociali. A partire dal negoziato sul mercato del lavoro. E dalla sua capacità di tenere in equilibrio innovazione, equità e coesione dipenderà lo scenario in cui si svolgerà la prossima competizione elettorale. Speriamo davvero che il Porcellum sia abolito (nonostante i tanti, dissimulati difensori). Perché se l’Italia non sarà capace di dotarsi di una democrazia competitiva, la transizione fallirà quale che sia il livello dello spread. Per il centrosinistra, fin d’ora, il tema è tenere insieme questione sociale e questione democratica. Pur nel sostegno a Monti, questo è tempo di battaglia politica. Sono tanti i cantori della sospensione della politica, ma chi si batte contro le disuguaglianze, le iniquità, i conservatorismi, non può accettarla. È inaccettabile che si neghi l’esistenza di legittime alternative in Italia e in Europa.
il Fatto 4.3.12
Caro Monti, serve più laicità
di Marco Politi
Signor Presidente del Consiglio, tanti italiani laici e cattolici, credenti o diversamente credenti seguono con attenzione e simpatia la Sua azione di governo per eliminare incrostazioni di male pratiche, furberie e uso disinvolto del denaro pubblico lasciato in preda alle lobby. Non si tratta solo di risanare i conti pubblici – opera già meritoria – ma di portare trasparenza in un sistema appesantito dallo scarso senso dello Stato di troppi protagonisti della vita sociale. Nei giorni scorsi Lei ha iniziato una piccola rivoluzione, bloccando l’evasione fiscale di tanti enti ecclesiastici dall’attività “non prevalentemente commerciale”. Lei ha compiuto un gesto di normalità, laddove i passati partiti di governo avevano fallito per opportunismo elettorale o per debolezza. La stragrande maggioranza degli italiani – alla luce dei sondaggi sull’Ici del Suo collega accademico, il sociologo cattolico Franco Garelli – sono dalla Sua parte e si augurano che Lei proceda sino in fondo portando chiarezza nei rapporti finanziari tra Stato e Chiesa.
GLI ITALIANI sanno distinguere. Apprezzano il ruolo delle parrocchie, spesso unico riferimento sociale nel deserto delle città. Conoscono bene l’impegno delle suore di strada, che la notte soccorrono tossici, prostitute ed emarginati. Non chiedono certo irrazionalmente “tasse sulla carità”. Ma sanno distinguere a fiuto e per saggezza popolare tra le mense della Caritas o i volontari di Sant’Egidio, in cammino di notte per raggiungere i senzatetto, e i furbetti in tonaca che usano gli inghippi di legge per praticare lo sport dell’evasione. È giusto parlare, come Lei fa, di regole generali per il no profit. Ma gli italiani sanno anche che il dopolavoro ferroviario non è certo una lobby, la Conferenza episcopale invece sì. Lei ha l’opportunità di portare a termine un processo di rigenerazione cavouriano, da cattolico liberale: un assetto di gestione delle finanze in cui libero Stato e libera Chiesa operino ciascuno secondo le proprie funzioni. Nella chiarezza. Non c’è tuttora chiarezza nel trattamento delle scuole private cattoliche. Affidare l’esenzione dell’Ici-Imu al mero fatto dello status “paritario” e dell’impegno a reinvestire gli utili nell’attività didattica non è sufficiente. La fantasia italiana nell’utilizzare la legge è infinita. Lo si è visto anche nel campo delle (false) cooperative o nel finanziamento a (falsi) giornali di partito. Se si vogliono premiare le iniziative di solidarietà, allora servono parametri oggettivi: primo fra tutti quello che le rette delle scuole private, che chiedono l’esenzione, non siano superiori alle tasse scolastiche statali. Si possono costituire rendite di posizione anche con bilanci formalmente in pareggio. Tuttavia è l’insieme dei rapporti Chiesa-Stato ad avere bisogno di una ventata fresca di regolarità europea. Lei ha spiegato in queste settimane ai suoi interlocutori ecclesiastici che le misure da Lei prese non sono sotto il segno dell’“ostilità”. Un giusto criterio.
PROSEGUA su questa strada e precisi per legge che qualsiasi persona giuridica – anche le diocesi – laddove riceve finanziamenti statali è tenuta a esibire bilanci pubblici. Sarebbe un grande contributo alla chiarificazione. In Germania, che Lei conosce bene e dove La stimano molto, questo requisito minimo è seguito da tutti senza problemi. La diocesi di Colonia non ha segreti per il fisco né per i concittadini contribuenti. Non Le sarà sfuggito che in queste settimane si svolge nel Palazzo apostolico un braccio di ferro tra chi ritiene che la via migliore per la Chiesa sia una trasparenza totale nella gestione finanziaria e chi esita a esserlo sino in fondo. Promuovere la trasparenza è un regalo che il credente può fare alla propria Chiesa. E un premier ai suoi connazionali. Lei ha l’occasione, infine, di riportare ordine nella questione dell’8 per mille. I maggiori partiti, terrorizzati dalle elezioni, non ce la fanno. Lei può annunciare anzitutto ai contribuenti, prima della dichiarazione dei redditi, come saranno utilizzati i fondi che andranno allo Stato per iniziative umanitarie. È un modo corretto per garantire ai cittadini la dovuta libertà di scelta. Ma soprattutto Lei ha la facoltà di attivare la commissione ecclesiastico-governativa, incaricata di valutare l’andamento del gettito dell’8 per mille. È la sede in cui sarà facile rendersi conto che l’attuale gettito di un miliardo è cinque volte superiore a quella che una volta era la congrua, l’aiuto diretto dello Stato alla Chiesa. Riesaminare la somma e riportarla a una proporzione equa rispetto al momento della riforma del Concordato e alle intenzioni dei suoi negoziatori sarebbe un giusto atto di tutela del bilancio dello Stato. Specie adesso che ogni centinaio di milioni di euro risparmiato è provvidenziale. Nessuno si nasconde che liberare tutta questa materia da bizantinismi e rendite ingiustificate Le procurerebbe qualche stridula accusa e anche opposizione nell’eterogenea maggioranza, che La sorregge. Però avrebbe dalla Sua la maggioranza degli italiani di ogni fede. E dissiperebbe l’impressione che basta essere lobby tenaci come tassisti e avvocati per intralciare la Sua politica. Con stima, Marco Politi.
il Fatto 4.3.12
La voragine tra politica e cittadini
Ecco perché la gente non vota più
di Furio Colombo
Si allarga la fenditura. Di qua chi governa, a qualsiasi titolo. Di là tutti gli altri. Può darsi che annuncino il loro esodo in piccoli gruppi potenti (i banchieri, gli avvocati), in tribù che prescelgono la dimostrazione fisica e locale (i tassisti) in manifestazioni più disperate che violente (le testimonianze dei ricoverati del pronto soccorso e di chi li accompagna) o nel sottofondo di voci che segue e commenta con indignazione, protesta o scherno quasi ogni funzione pubblica del Paese, dal viaggiare infinito dei pendolari alla sorpresa male accolta per gli ospedali che chiudono. Ma sto parlando di un distaccarsi esteso, a volte silenzioso e ordinato, raramente rappresentato dalle rivolte come quella dei No Tav, di cui si discute con grande confusione su causa ed effetto (viene prima la solitudine o la rivolta?) in questi giorni. Chi governa è ormai visto sempre come tecnico, nel senso di non amico, non nemico, non mio. Viene visto come qualcuno che sa fare qualcosa e la fa secondo le sue regole che non toccano in nessun punto le mie attese e i miei desideri.
NON CI SONO più “nostri”, neppure per dirne male. Una prova sono i grandi giornali, con pagine e pagine di bollettini tecnici informativi non sugli eventi o sulla politica, ma su segmenti di vari progetti dei vari esperti, in cui non c'è una visione. C'è un prontuario di soluzioni a date domande. A volte c'è la soluzione a breve di un problema assillante, a volte di qualcosa di misterioso di cui non sapevi e non volevi sapere nulla, perché nessuno te ne aveva parlato. Ti guardi attorno e ti accorgi che la distanza fra cittadini e politica si è trasformata in una distanza almeno altrettanto grande fra i cittadini e tutte le istituzioni. Sbagliato farne la questione dei più che accettano i tempi difficili e dei ribelli che, ancheseviolenti, sonopochiesono una causa persa. Ma non sentite il peso sempre più grande della solitudine dei cittadini? Dove, a chi vanno a spiegare le loro ragioni, giuste o sbagliate, corporative o di estrema sopravvivenza? Sanno che nessuno li aspetta e nessuno li cerca. I No Tav, l'altro giorno a Roma, hanno tentato una cosa impossibile e anche priva di senso: entrare nella sede di un partito (il Pd) e parlare.
Per quanto ci hanno detto, la violenza è stata minima (quasi solo modi maleducati), il progetto antico (parliamo e sentiamo cosa ci dicono) l'esito nullo. Fuori da un talk-show nessuno parla con nessuno o ha niente da dire. Non esiste più, da molto tempo, l'incontro con cinquanta o sessanta persone (a meno che non siano raccolte tra i quadri interni di un partito) o l'ascolto magari sgradevole delle incompetenti opinioni di cittadini non invitati. C'è un abisso fra noi, che siamo preparati e abbiamo sentito anche i consulenti e loro, che esprimono soprattutto cattivi umori perché si limitano a guardare “nel loro giardino” (ho proprio sentito usare questa frase, forse come traduzione di Not in my backyard). Il fatto è che, anche volendo, i partiti non possono, non devono intervenire. Con un po’ di immaginazione puoi figurarti le truppe sulla collina, i cavalli tenuti al morso, ciascuna armata ferma e in attesa dietro al suo generale (l'ispirazione è ai quadri napoleonici di David). La consegna è che in questo frattempo, lungo anni, niente deve accadere. Niente che dipenda da queste armate dette partiti. Per la verità sono pronte e addestrate ad altro. Sono addestrate a propaganda, persuasione, promessa, futuro, tutto il peso scaricato sul mondo che viene dopo. Qui invece, avvertono i tecnici, i consulenti, gli esperti, il peso è già stato scaricato sul mondo venuto prima e bisogna saldare il conto oppure non si può proseguire. Vuol dire che non c'è vento per le bandiere.
VUOLE ANCHE dire che le lunghe fermate spostano l'attivismo da fuori a dentro, e ciascuno che conti qualcosa, privato del nemico da fuori, deve trovarsi un nemico nel rivale di partito. Lo combatte, lo dileggia, lo raccomanda al disprezzo. Il pubblico (ormai si dice così) si allontana. Ma se il blocco di ogni attività dei partiti, che non possono e non devono agire finché nella sala operativa ci sono i tecnici, non porta bene ai partiti, la solitudine non porta bene ai cittadini. Capiscono di essere tagliati fuori e si allontanano di più. Fate un giro, in qualunque momento in cui ci sia seduta di Parlamento, nella piazza di Montecitorio, davanti alla Camera. Una folla c'è sempre, ma non cerca e non guarda e non chiama e non insulta nessuno, anche se passa lì accanto ed è noto per il talk-show.
Ci sono le bandiere di una ditta, di un sindacato, di un Comune, qualche altoparlante per gli slogan. Quasi tutti in silenzio. Oppure gridano al muro, non a qualcuno. La sensazione è di un altrove che un montaggio abile ha collocato vicino. Vicino a niente. Nessuno cerca sostegno perché sembra spenta ogni fiducia e l'antagonismo ha una forma fredda e compatta non di scontro, ma di assenza. I cittadini che sono qui rappresentano, in modo paradossale, tutti coloro che non vogliono esserci. Tanti. Accade questo. Il governo dei tecnici non ha e non cerca relazioni o rapporti. Ognuno ne ha per suo conto nel giro della propria specializzazione. I leader di partito si scostano quasi istintivamente dalla loro base (o si confrontano solo con assemblee di quadri) per non correre il rischio di violare l'impegno a non agire. I cittadini se ne vanno. Dove, quando, con chi si troverà un punto di raccordo fra le parti smontate dell'enigma politico italiano? Ci arriveremo in tempo?
il Fatto 4.3.12
Storie di profughi a Mantova
di Silvia Truzzi
Arrivando alla stazione di Mantova (su un autobus “sostitutivo”, stipato in modo vergognoso, perché la linea ferroviaria è inagibile, dottor Moretti) capita d’incrociare gruppi di extracomunitari. E di chiedersi chi sono. Clandestini, direbbe qualche leghista giunto recentemente al governo di una città da sempre di sinistra. Invece no. Arrivano, qui come in tutta Italia, dalla Libia, scappati dalla guerra. Di loro si è a lungo parlato durante la primavera araba, a causa degli sbarchi a Lampedusa. Poi sono svaniti in una nuvola di oblio mediatico. Nel Mantovano sono un’ottantina, in Italia un po’ più di 22 mila. Da maggio dello scorso anno a gennaio 2012 sono arrivati in diversi gruppi. Il più numeroso è alloggiato in un hotel che sta di fronte alla stazione. Il governo stanzia 43 euro al giorno per il soggiorno di ciascuno. Sono profughi, dunque. Anche se, nel calderone della politica ignorante e dei media spesso non più raffinati, vengono bollati appunto come fuorilegge. E che fanno qui? Aspettano, da mesi, che si dica loro se hanno diritto di avere riconosciuto lo status di rifugiato politico. Decide una commissione territoriale che ha quattro soluzioni a disposizione: dichiarare lo status di profugo (prevede il soggiorno in Italia per 5 anni), la protezione sussidiaria (soggiorno di 3 anni), la protezione umanitaria (1 anno) o il respingimento. Quasi nessuno di loro però ha cittadinanza libica: vivevano lì, ma arrivano da Paesi dell’africa subsahariana. Gli unici ad avere qualche possibilità sono i cittadini del Congo, dove c’è la guerra. A molti di loro però basterebbe avere qualche certezza sul loro destino: anche se vengono trattati come numeri senza vita, hanno famiglie e legittime aspettative sul loro domani. Leggendo i giornali, sono tutti disperati, affamati, pronti a derubarci. Invece, racconta Sandro Saccani – presidente dell’associazione di volontari “Scuola senza frontiere” che si occupa dell’alfabetizzazione degli immigrati – sono tutte persone che in Libia avevano un lavoro e delle professionalità. Una settimana fa i profughi hanno osato scendere in piazza per chiedere una soluzione. Il corteo non era autorizzato, ma a parte un po’ di tensione e un contuso (lieve) non è successo nulla di grave. La Lega non ha gradito, sui giornali il solito allarme sicurezza. Possibile che nessuno capisca come dev’essere angosciosa un’attesa così lunga? La Caritas e le altre associazioni che si occupano dell’accoglienza (a Mantova anche il centro San Luigi) organizzano lezioni d’italiano, d’informatica, visite ai monumenti e altre attività, compreso il sostegno psicologico. Ma l’inoperosità genera frustrazione, paura, esasperazione. Si calcola che il 75 per cento di loro saranno respinti. Dovranno tornare a casa o diventeranno davvero – con buona pace del razzismo leghista – clandestini. Formalmente non hanno diritto allo status di rifugiato. Eppure sono scappati dalle bombe, tanti sono morti nelle traversate della vergogna. Forse qualcuno – magari un ministro tecnico che sotto il loden si ritrovi anche un’anima – potrebbe riconoscere che sono esseri umani fuggiti da una guerra. Sul sito di Scuola senza frontiere, un video mostra i ragazzi che tutti i giorni seguono le lezioni d’italiano: sorridono e amano il nostro Paese più di quanto ormai non sappiamo fare noi. Guardandoli, l’ultima parola che viene in mente è pericolo. Forse è perché hanno incontrato qualcuno che – invece di prenderli a calci come cani rabbiosi – ha teso loro una mano.
Corriere della Sera 4.3.12
La dittatura dell’incuria
di Gian Antonio Stella
«La bellezza è un valore morale». Era un tormentone quello dell'allora vescovo di Locri Giancarlo Bregantini. Non perdeva occasione per raccomandare di intonacare le case, sistemare le strade, curare i giardini, perché «in un posto brutto è facile che i ragazzi crescano brutti». Insomma, insiste nel libro Non possiamo tacere, l'estetica è etica: «i paesi più brutti e trascurati sono quelli segnati dalla mafia».
«Niente cultura, niente sviluppo», ha titolato Il Sole 24 Ore lanciando un appello per fare ripartire il Paese puntando su una «costituente» che «riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione». I confronti su 125 nazioni, stando ai dati dell'Università di Costanza, non lasciano dubbi: dove c'è più cultura c'è più innovazione, più sviluppo, più ricchezza e meno corruzione.
Rovesciamo: dove c'è meno cultura c'è meno innovazione, meno sviluppo, meno ricchezza, più corruzione. Nel 2001 investivamo sul nostro tesoro d'arte e paesaggi solo lo 0,39% del Pil, siamo precipitati a un miserabile 0,19%: è stato saggio? Colpa della crisi, dicono. Ma investendo nel «Guggenheim», spiega uno studio di Kea European Affairs per la Ue, Bilbao ha recuperato in 7 anni i soldi spesi «moltiplicati per 18», con la parallela creazione di migliaia di posti di lavoro. Al punto d'esser presa a modello dalla Francia, che per rianimare l'agonizzante area di Lens ha deciso di fare lì, tra le fabbriche dismesse, un nuovo «Louvre» col calcolo che, per ogni euro investito, ne torneranno «come minimo sette».
Dice uno spot girato da Berlusconi che l'Italia ha «il 50% dei beni artistici tutelati dall'Unesco». Magari! Ma è vero che su 911 ne abbiamo più di tutti nel pianeta: 45. Molti più di Francia o Stati Uniti che ci staccano nelle classifiche turistiche. Il guaio è che questo patrimonio, accusa un dossier PwC, lo usiamo male, ricavandone la metà rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia e un terzo rispetto alla Cina.
Ci vorrebbe più testa, per usarlo. E una classe politica più interessata, curiosa, colta. Alla Costituente, pur avendo la guerra ostacolato i percorsi universitari, era laureato il 92% dei parlamentari: oggi la quota si è inabissata al 64%. Ma è il Paese tutto ad arrancare: dai sindaci ai governatori, dagli assessori ai consiglieri regionali. E giù giù ai cittadini che, sempre più indifferenti al bello e al brutto, arrivano a costruire pattume cementizio abusivo sul promontorio di capo Vaticano o sul basolato della via Domiziana accanto alla tomba di Scipione l'Africano.
Da dove ripartire, per fermare la dittatura dell'incuria? Dalla scuola: da lì occorre ricominciare. Se è vero che la nostra stessa identità è definita dai nostri tesori artistici e paesaggistici al punto che noi italiani per gli altri «siamo» la torre di Pisa e Rialto e Pompei, la storia dell'arte via via più maltrattata («sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo», si indigna Tomaso Montanari sull'ultimo bollettino di Italia Nostra) deve essere materia di interesse nazionale. E permeare i nostri figli fin dalle elementari. Investiamo sulla bellezza e sulle teste: è un affare.
Corriere della Sera 4.3.12
Le due anime in conflitto di Nichi il coattocomunista
di Aldo Grasso
L’importante nella vita è avere due anime. Nichi Vendola le ha. Lo conferma lui stesso. C’è un Nichi « ludico, anarchico, infantile, narcisista » e un Nichi « instancabile, organizzatore, sorvegliato speciale delle sue stesse passioni » . Se A è cattolico, B è comunista. Se A si confronta con le ideologie B si abbandona alle visioni del mondo, le famose « narrazioni » . Giorni fa, una delle due anime ( il suo personale « scisma » ) ha attaccato duramente Walter Veltroni definendolo « di destra » , leader di una destra « colta, col loden » . Ma, tempo addietro, l’altra anima di Nichi, quella ludica, nell’intento di aprire un polo ospedaliero a Taranto nel segno del San Raffaele non esitava a fare affari con Don Verzé ricevendone in cambio una singolare investitura: « È un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore. Anche Berlusconi mi ha detto che lo stima molto, lo ritiene una persona per bene... Sia Berlusconi sia Vendola possiedono un fondo di santità » . Nel nome della santità o della sanità, un giorno il Nichi « anarchico » si schiera a fianco dei No Tav ( « Sto con le ragioni del dissenso » ) e l’altro, come presidente della Regione Puglia e « sorvegliato speciale » , espropria terreni dove dovranno essere realizzati gli impianti del depuratore consortile Sava Manduria con scarico in mare. L’unico in grado di descrivere il suo scisma esistenziale è Checco Zalone, che di Nichi fa una parodia più vera del vero, con quella sua oratoria barocca e sghemba, con quel ritratto del nuovo intellettuale della Magna Grecia, riverniciato da un pasolinismo politicamente corretto. Claudio Cerasa, sul Foglio, ha collezionato una fantastica antologia del pensiero vendoliano dal titolo « Nichi ma che stai a di’? » . Eccone un esempio: « Dobbiamo bonificare il territorio abitato dalla materia semantica, dai depositi di parole » . Così, se l’anima A rimane fedele a una prosa vaporosa, agghindata, a un lirismo tanto ingenuo quanto kitsch, l’anima B non disdegna la demagogia trucida per spartirsi la memoria della sinistra. Dal cattocomunista al coattocomunista il passo è breve.
Corriere della Sera 4.3.12
Gli spiazzati (i cattolici anche di più)
Il progetto cattolico sbiadisce nella stagione del governo tecnico
di Giuseppe De Rita
L'ampia ribalta mediatica riservata ai primi cento giorni dell'attuale Governo
è stata accompagnata da una parallela distrazione sul cono d'ombra in cui sono relegate ambizioni di medio-lungo periodo.
In effetti son tanti coloro che vivono un imbarazzato spiazzamento di potere attuale e di prospettive future.
A parte le più che conosciute difficoltà dei partiti, gli «spiazzati» coprono un largo campo.
Penso ai cinque o sei aspiranti al Quirinale, obiettivo ormai perseguibile solo se vi rinuncia Monti; penso ai leader politici che, obbligati al presente, non riescono ad esprimere quelle istanze politiche di tempo lungo che sole legittimano la leadership; penso a quei protagonisti dell'associazionismo categoriale ridotti al silenzio da un governo che sa più di loro fare «rappresentazione» (magari al di là della rappresentanza) degli interessi in giuoco; e penso soprattutto al mondo cattolico, senza dubbio oggi in seria difficoltà.
Basta a tal proposito ricordare che solo ad ottobre un po' tutti (giornalisti, politici, cardinali, leader dell'associazionismo, ecc.) ritenevano alle porte una ricomposizione forte della presenza pubblica dei cattolici e probabilmente la nascita di un nuovo soggetto (forse un partito) su cui incardinare tale presenza. A distanza di soli quattro mesi tale prospettiva è scomparsa dall'ordine del giorno e i bollettini quotidiani su quel quadrante ci parlano di cose più terra-terra: dalle tenebrose vicende dei «corvi» vaticani alla patetica vicenda della infrazione della concorrenza alberghiera da parte di alcune monachelle romane. Una caduta verticale di ruolo per un mondo che, pur avendo grande vitalità interna, è poi incapace di metterla in campo nella polemica politica e mediatica.
Non è solo un momento congiunturale, visto che il rapporto del mondo cattolico con la logica culturale e politica del «governo tecnico» si sta dimostrando difficile e complicato. Non piace infatti a tale mondo lo spostamento verso l'alto di un potere di indirizzo e di governo che sacrifica gli spazi dei soggetti di base (individuali e familiari) e il ruolo dei soggetti intermedi: sono i primi infatti che soffrono o rischiano di più (per il prezzo dei carburanti, per l'imposta sulla case, per il rinvio della pensione, ecc.); mentre sui secondi incombe una azione di governo mirata su interventi generalizzati e automatici che mettono in secondo piano l'influenza dei soggetti collettivi, dalle grandi confederazioni sindacali e padronali agli ordini professionali, all'associazionismo di terzo settore.
In altre parole due cardini del pensiero sociale cattolico sono messi in discussione. E con un sovrappiù di esplicito giudizio negativo sulla storica indulgenza della cultura cattolica verso l'egoismo individuale, il familismo amorale, il particolarismo categoriale. Si è addirittura fatta strada l'idea che occorra rompere tale indulgenza e rieducare gli italiani alle logiche di produttività e di mercato necessarie nelle grandi sfide globali, e funzionali al rigore dei comportamenti che ci detta l'Europa. I cattolici sanno però bene, per esperienza diretta, che sotto ogni tentazione «pedagogica» si annidano sempre una tentazione alla verticalizzazione del potere e una strisciante tendenza a una stagione di neo-statalismo: gli individui gettati sul mercato cercano riparo alla loro precarietà in una responsabilità pubblica; il che produce una crescita degli strumenti di intermediazione statale; si rischia con ciò un aumento di spesa, cui corrisponde un aumento di imposizione fiscale senza un corrispettivo aumento dei servizi alla collettività; ed in più, per necessità, tutto viene deciso a colpi di decreti, di authority, di concentrazione finanziaria, di potere romano (magari vincolato se non eterodiretto da vincoli europei). In una direzione che sbilancerebbe il sistema sempre più verso l'alto.
Una società vive di equilibrio fra soggetti individuali, corpi collettivi intermedi, responsabilità statali, dinamica internazionale. I cattolici italiani sono sempre stati convinti di questa «complessa verità» e vedono quindi con sospetto tutte le politiche che turbano questo equilibrio. Sarebbe bello se potessero riprendere un ruolo dialettico nella gestione sociopolitica di questo delicato momento della società, evitando la condanna a doversi difendere in polemiche terra-terra.
Corriere della Sera 4.3.12
«No al lavoro domenicale». Sindacati alleati con la Chiesa
di G. Ca.
ROMA — «La domenica non ha prezzo» è lo slogan di chi vorrebbe che, almeno nel giorno di festa, negozi e centri commerciali restassero chiusi. Contro lo shopping 7 giorni su 7 — orario continuato — si celebra oggi la Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro» ideata dalla European Sunday Alliance con manifestazioni, oltre che in Italia, in Austria, Belgio, Svizzera, Francia, Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Germania, Polonia. Una battaglia che ottiene il pieno sostegno della Chiesa: ieri Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, pubblicava un editoriale per spiegare che «tutto in fondo oggi si può vendere e comprare, ma la domenica, che è la nostra libertà insieme personale e collettiva, non ha prezzo».
Secondo i promotori — tra i circa ottanta organismi che aderiscono all'alleanza ci sono sindacati, associazioni civili e religiose — «in questi tempi di crisi la domenica libera dal lavoro è la dimostrazione chiara e visibile che le nostre società non dipendono solamente dal lavoro e dall'economia». La Filcams Cgil (che con Cisl, Uil e Confesercenti partecipa all'iniziativa) ribadisce che la totale liberalizzazione di orari e aperture domenicali e festive nel commercio, prevista dal decreto «salva Italia» del governo Monti «non crea nuovi posti di lavoro ma esaurisce chi già c'è con turni pesanti e richieste eccessive di flessibilità».
A Roma, dalle 9.30 alle 12.30, presidio davanti al centro commerciale Cinecittà 2 a cui parteciperà il segretario Susanna Camusso. A cittadini e consumatori verranno offerti caffè e cornetti caldi in cambio della firma alla petizione «Liberi dalle liberalizzazioni». A Milano, dalle 14.30 alle 17.30, festa con giocolieri, clown e musicisti in largo Cairoli. A Napoli artisti di strada in via Scarlatti. A Bologna presidio e intrattenimento fuori dallo stadio.
La Stampa 4.3.12
Italia - India il braccio di ferro
Marò, carcere sempre più vicino De Mistura media
La stampa locale: “L’esame dei proiettili li inchioda” Giallo sulla scatola nera della nave, cancellati i dati
di Massimo Numa
L’Italia è fortemente preoccupata che si possa essere verificata una eccezione a principi fondamentali del diritto sulla sovranità nazionale delle navi in alto mare Sono stato con i nostri militari Sono sereni, determinati e in buone condizioni. Certo non possono andare dove vogliono ma direi che è una situazione dignitosa Giulio Terzi ministro degli Esteri della repubblica italiana Staffan de Mistura sottosegretario al ministero degli Esteri
Doveva essere un momento di riconciliazione, invece è saltato tutto dopo un intervento diretto da parte della polizia indiana, dettato da misteriose «ragioni di sicurezza»: niente messa, in programma stamane nella chiesa di Kollam nel cuore del quartiere dei pescatori per il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura. Alle sette il capo della delegazione italiana avrebbe dovuto essere in chiesa, poi in programma c’era un colloquio con il vescovo Stanley Roman e i familiari di uno dei pescatori uccisi nella sparatoria anti-pirati del 15 febbraio scorso, al largo delle costa di Kollam. Ma la polizia di Kollam ha sostenuto che sarebbe avvenuta una manifestazione di protesta contro gli italiani, proprio sul sagrato della chiesa e allora tutto è stato annullato, anche se i contatti con le famiglie proseguiranno ancora. L’agenzia indiana Pti sostiene che l’atmosfera è «carica di tensione» e che i familiari delle vittime si «sarebbero rifiutati di parlare con gli italiani». Nessun commento dal parte di De Mistura che domani sarà a Delhi per una serie di incontri con il governo indiano centrale. Domani scadono le ultime ore del fermo preventivo, prorogato per due volte e forse si apriranno le porte del carcere di Trivanduram per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, attualmente in stato di detenzione nel Police Club di Kollam. C’è un’unica flebile speranza, quella che vengano destinati a un carcere militare.
E cresce l’attesa per gli esiti delle perizie sui proiettili recuperati dai medici legali nei corpi dei pescatori uccisi. Ieri è iniziato a Trivandrum l’esame, alla presenza anche dei carabinieri dei Ros, che proseguirà ancora nelle prossime ore. Ma le indiscrezioni che filtrano da questa prima fase, secondo i media indiani strettamente collegati con gli inquirenti, sarebbero già da interpretare in senso negativo per la sorte dei fucilieri. Da giorni ripetono che una delle ogive avrebbe caratteristiche compatibili con le munizioni Nato. L’esame s’è iniziato «senza intoppi», spiega De Mistura dopo un’ennesima giornata estenuante. La base italiana ha lasciato il Trident di Kochi per un albergo di Kollam, sorvegliato da un complicato sistema di sicurezza, da parte della polizia ma anche da agenti in borghese, in un’atmosfera di grande tensione: jeep, forse dei servizi, davanti ai cancelli e i clienti diminuiti di colpo.
Ormai è un giallo internazionale sempre più intricato poiché esisterebbe anche un documento, redatto nel contesto dell’esame necroscopico, in cui vengono descritte le caratteristiche dell’ogiva e delle ferite provocate sulle vittime. Ebbene, le misurazioni effettuate (ma non da periti balistici) sembrerebbero appartenere invece a una munizione di un calibro leggermente più grosso. Il che sembrerebbe escludere le responsabilità da parte dei San Marco imbarcati sulla «Enrico Lexie», ora ancorata al largo delle coste di Kochi, a 10 miglia. Altro giallo riguarda la scatola nera della nave: secondo i media locali, i dati relativi alle ore in cui la Enrica Lexie si avvicinò al peschereccio indiano «sarebbero stati cancellati».
La Guardia Costiera indiana, subito dopo il fatto, aveva intimato al comandante della nave di rientrare immediatamente nel porto di Kochi. Anche con l’inganno, confermando la presenza di pirati in quel braccio di mare. E poi fu inviato un fax, alla società armatrice di Napoli in cui veniva ribadito l’ordine di riparare a Kochi. E proprio gli armatori avrebbero deciso di imporre al capitano di fare rotta verso il terminale petrolifero. Una decisione assai controversa, visto che il tragico episodio era avvenuto in acque internazionali e fuori dalla giurisdizione dello Stato del Kerala.
I media indiani si soffermano con insistenza sulla mancata visita di De Mistura alla famiglia del pescatore Valentine Jelastine a cui lo Stato del Kerala, per sostenerla in questo momento, ha deciso di donare una somma di denaro pari a 10 mila dollari. Ma specificando che «i familiari hanno rifiutato di incontrarsi con gli italiani», mentre quest’ultimi, per «timore delle reazioni popolari» avrebbe rinunciato a quella che era stata definita «una visita a sorpresa».
Il sottosegretario agli Esteri non ha voluto commentare l’episodio ma racconta invece della visita di ieri ai marò: «Li ho trovati decisi, fermi, pieni di coraggio e pronti a resistere. Sanno che stiamo facendo il possibile». Davanti al Police Club una folla di giornalisti di operatori tv e molti curiosi. Cancelli chiusi con le catene e mezzi militari davanti ai cancelli. Le divergenze tra India e Italia rischiano di diventare, con il trascorrere delle ore, insormontabili.
Corriere della Sera 4.3.12
Ma anche a Mosca sanno che qualcosa si è rotto
di Franco Venturini
Oggi in Russia si vota e Mosca vive con passione il suo catartico rovesciamento delle
parti. Sul capo del sicuro vincitore Vladimir Putin, nei caffè della Tverskaja pieni di giovani come nella folla indistinta della metropolitana, piove di tutto: ladro, incapace, dittatore, avanzo del passato. Il popolo dei putiniani invece in pubblico tace, e si prepara quasi segretamente alle manifestazioni oceaniche organizzate dall'alto.
In fondo è la solita storia, ma a ruoli invertiti: prima non era «in» criticare Putin, ora non è «in» mostrarsi suoi sostenitori.
Forse è proprio da questo capovolgimento di umori e di rispettabilità che viene il pericolo maggiore per lo Zar con i piedi d'argilla che sarà eletto oggi. Cosa è più uno Zar, infatti, quando chiunque può insolentirlo senza pagare dazio? La Tv addomesticata non basta, se in un Paese con cinquanta milioni di internauti la rete ospita le sfuriate di Andrej Navalny contro la corruzione dilagante, centinaia di manifesti libertari o quasi rivoluzionari, filmati di brogli, caricature e fotomontaggi di colui che dovrebbe essere l'uomo forte.
Certo, Mosca non è la Russia. E internet non è il popolo russo. Le presidenziali Putin le vincerebbe anche se fossero organizzate sul modello Westminster, perché sono ancora tante le memorie che può rinverdire nella massa degli elettori: il ristabilimento della dignità della Russia dopo i disastri del secondo Eltsin, otto anni di continuo miglioramento dei livelli di vita, la nascita proprio di quella classe media mai esistita nell'URSS e che ora reclama a gran voce il suo allontanamento.
Ma se un simile curriculum spiega la vittoria elettorale, verosimilmente al primo turno, non è detto che l'albo dei ricordi regga a qual che verrà da domani. «Dopo» è la parola magica che alimenta le speranze dei contestatari come le paure del potere. Dopo, perché non è sicuro che le elezioni, al di là delle accuse di broglio scontate e talvolta strumentali, riescano a sancire quella legittimità del potere di cui Vladimir Putin non può fare a meno. Non si allargherà piuttosto la protesta, non ci sarà il contagio dai grandi centri urbani a quelli minori e alle campagne, non si sveglierà il grande arcipelago della povertà oggi ancora passivo?
Sono parecchi a Mosca i politologi e i sociologi che vedono nell'attuale dinamica «l'inizio della fine di Putin». Che arrivano persino a ritenere improbabile il completamento dei suo mandato di sei anni. Ma in un tempo di passioni come questo una analisi più distaccata è nell'interesse dei russi, dell'Occidente e in particolare dell'Europa affamata di energia.
James Carville faceva dire a Bill Clinton «è l'economia, stupido!». Nella Russia odierna bisognerebbe almeno chiedersi: «è la democrazia, o l'economia?». La società russa è certamente cambiata negli ultimi quindici anni, sono nati gruppi di interesse che non hanno e vogliono avere una rappresentanza politica, è emersa una crescente insofferenza verso l'oligarchia putiniana, la corruzione, la censura informativa, la dipendenza dei giudici. La spinta democratica dunque esiste. Ma è lei, è la voglia di democrazia a spingere il vento che tira oggi sulla Moscova? No o comunque non da sola. Negli anni 2000-2007, quando Putin fece salire a razzo il reddito di alcuni gruppi sociali (i già ricchi e la nuova classe media, appunto), moltiplicò l'offerta di beni e servizi, aprì le porte ai capitali stranieri, nessuna rottura di un consenso quasi egemone venne a turbare il contratto sociale imposto dall'alto: io vi arricchisco, voi state fuori dalla politica. Non trovò riscontri, in quegli anni, la ben nota teoria secondo cui la crescita economica può avere un effetto rivoluzionario provocato dalle nuove aspettative. Ma con la crisi globale del 2008 la musica è cambiata. La Russia ha pagato più caro di tutti, il suo pil ha segnato l'anno seguente un clamoroso meno dieci per cento. Poi è venuta una parziale stabilizzazione, nel 2011 è tornata una crescita del quattro per cento (debole per la Russia), ma la psicologia collettiva aveva ormai recepito un messaggio divenuto ancor più forte con le ripercussioni delle difficoltà dell'euro: il grande balzo in avanti si è arenato, Putin non è più l'uomo del miracolo, chi è ricco rischia di perdere, chi appartiene alla classe media rischia di non diventare ricco o di retrocedere, chi è povero con qualche speranza rischia di dovervi rinunciare.
Questo è il vero serbatoio, immenso e destinato a crescere, della protesta anti-Putin. I suoi metodi sono andati bene nelle prime due presidenze. Poi con il fedelissimo Medvedev al Cremlino, e ancor più ora con il suo ritorno al vertice, Putin sembra a molti l'uomo sbagliato al momento sbagliato. Un uomo non in grado di rimettere l'economia sui binari di quella crescita impetuosa che è stata ormai assaporata, e alla quale tanti non intendono rinunciare.
Putin ha dalla sua, oggi e ancor più domani se dovesse esserci una guerra sul nucleare iraniano, le alte quotazioni del petrolio e del gas che riempiono i forzieri russi. Ma in realtà il dilemma del «dopo» non si riferisce tanto alle risorse disponibili quanto all'uomo Vladimir Putin. Se prevarrà il Putin che abbiamo conosciuto sin qui, l'ex colonnello del KGB deciso a controllare ogni ingranaggio della sua «democrazia gestita» e timoroso di colpire i suoi amici con una seria guerra alla corruzione, la vittoria elettorale gli servirà a poco e anche la durata del suo mandato risulterà a rischio. Se invece Putin sarà capace di trasformarsi in riformatore coraggioso nelle sfere già citate e di aprire così un nuovo tipo di dialogo con la società russa, l'attuale voglia di cambiamento finirà per accettare che sia lui ad amministrarla senza mettere a rischio il bene supremo della stabilità. L'Occidente, che alla stabilità russa è fortemente interessato, deve tifare per questa seconda ipotesi. Ma la ragione ci dice che non è la più probabile.
Repubblica 4.3.12
La Cina in soccorso dell´Europa compra bond Ue, dollaro addio
Pechino volta le spalle a Obama. "Vogliamo diversificare"
La Repubblica popolare ha già acquistato il 24% di 3 emissioni del Fondo salva-Stati
La percentuale di valuta americana nelle riserve degli asiatici è scesa dal 65 al 54%
di Federico Rampini
NEW YORK - La Cina si sta "sganciando" in parte dal dollaro, e finalmente si avvera il sogno europeo di un "cavaliere bianco" in arrivo da Pechino? Gli ultimi dati sugli investimenti cinesi in titoli esteri - quelli che riguardano la gestione delle riserve ufficiali - contengono una novità importante. A dicembre il valore dei Treasury bond americani detenuti dalla Repubblica Popolare è sceso di 156 miliardi, attestandosi a 1.150 miliardi di dollari. La tendenza a una diversificazione nelle riserve ufficiali della banca centrale più ricca del mondo (3.200 miliardi di dollari in totale) dura ormai da qualche tempo.
Lo rivela un´analisi compiuta dallo stesso Dipartimento del Tesoro Usa. Anche se il totale dei bond americani detenuti dalla Cina continua ad aumentare, questo investimento rallenta mentre gli acqusiti in titoli di altre valute crescono molto più rapidamente. E così la percentuale dei dollari, nelle riserve cinesi, è scesa dal 65% nel 2010 al 54% a metà dell´anno scorso. E da allora il movimento di disimpegno dal dollaro ha continuato ad accentuarsi, come dimostra il dato di dicembre. Alcuni interpretano queste scelte come una pura questione di opportunismo: avendo da tempo un obiettivo di riequilibrio del proprio portafoglio (eccessivamente concentrato sui bond Usa), alle autorità di Pechino conviene accelerare questa diversificazione in una fase in cui il dollaro ha ritrovato forza e l´euro è relativamente debole.
La diversificazione sembra anche rispondere a un obiettivo politico. Più volte la Cina si è dichiarata disponibile a contribuire al salvataggio dell´eurozona. L´ultima presa di posizione in questo senso è stata quella del primo ministro Wen Jiabao a febbraio, quando in un intervento al summit Cina-Ue ha dichiarato che «l´Europa è una primaria destinazione degli investimenti cinesi, in un obiettivo di diversificazione delle nostre riserve valutarie». Gli europei erano rimasti un po´ delusi perché a questi proclami di buona volontà non era seguito un immediato e massiccio intervento della Cina come co-finanziatore del fondo salva-Stati detto Efsf. Klaus Regling, chief executive dell´Efsf, si era recato a Pechino nell´ottobre scorso per dei colloqui con i dirigenti del Safe, acronimo per la denominazione Inglese della State Administration of Foreign Exchange, il braccio operativo del governo responsabile per la gestione delle riserve valutarie. Quell´incontro aveva suscitato grandi speranze, poi "gelate" dalla prudenza dei cinesi che sembravano delegare ogni scelta a sedi multilaterali come il Fondo monetario.
In realtà la Cina è stata più generosa di quanto si creda: le sue sottoscrizioni in tre successive aste di bond emessi dall´Efsf hanno rappresentato dal 14% al 24% degli acquisti. Sia pure con il gradualismo e la cautela tipica del processo decisionale di Pechino, l´appoggio all´eurozona si sta concretizzando, e non solo con l´acquisto di attivi industriali o di infrastrutture logistiche ma anche nelle aste dei bond. Non stupisce che sia così: l´Unione europea è un mercato di sbocco leggermente più importante degli stessi Stati Uniti per il made in China, e Pechino non ha nulla da guadagnare da un peggioramento della recessione europea. La diversificazione cinese non sembra però incidere sulla fiducia globale verso il dollaro. Il Wall Street Journal commenta questi dati con il titolo "La Cina si allontana dai dollari, e non è la fine del mondo". Una spiegazione sta nel fatto che la Repubblica Popolare sta anche ridimensionando i suoi attivi commerciali: dal 10% del Pil nel 2007 al 2,7% nel 2011. Un´altra spiegazione della buona salute del dollaro è nel fatto che i mercati ora guardano soprattutto ai differenziali di crescita tra Usa e Ue.
Corriere della Sera 4.3.12
La studentessa, l'insulto sessuale e la telefonata di Obama
di Massimo Gaggi
NEW YORK — «Sgualdrina!»: l'insulto nei confronti di una studentessa universitaria rea di aver criticato le assicurazioni sanitarie che non includono i sistemi di contraccezione tra le prestazioni fornite gratuitamente agli assistiti lanciata da Rush Limbaugh, il conduttore radiofonico di estrema destra più sboccato e criticato d'America, sta incendiando il dibattito politico americano alla vigilia del «Supermartedì» nel quale dieci Stati Usa voteranno per la scelta del candidato repubblicano alla Casa Bianca.
Una campagna elettorale in gran parte centrata sull'economia a causa della lunga recessione e della crisi occupazionale, da qualche tempo sta lasciando spazio anche ai temi etico-religiosi, soprattutto per le sortite di Rick Santorum: un esponente della destra cristiana che in questi giorni sta spostando sempre più la sua campagna verso la contraccezione, la formazione scolastica, la separazione Stato-Chiesa. Argomenti sui quali il suo integralismo cresce giorno dopo giorno. Tanto da far temere allo stesso partito repubblicano di perdere l'appoggio di molte donne e di regalare a Barack Obama i centristi moderati.
Timore che si è rafforzato ieri quando il presidente ha deciso di scendere in campo col massimo della visibilità possibile telefonando la sua solidarietà a Sandra Fluke, la studentessa della Georgetown University di Washington insultata da Limbaugh: l'ha, infatti, chiamata proprio mentre lei stava dando una serie di interviste televisive. Una lunga conversazione telefonica della quale il portavoce di Obama, Jay Carney, ha voluto dare ampio conto durante la quotidiana conferenza stampa alla Casa Bianca.
Quello della contraccezione è da settimane un tema molto caldo e lo stesso presidente, alcuni giorni fa, era stato costretto a una correzione di rotta sull'obiezione di coscienza delle organizzazioni cattoliche, dopo che il governo aveva inizialmente appoggiato una norma in base alla quale tutti i piani sanitari dovevano obbligatoriamente comprendere strumenti di controllo delle nascite.
Scendere di nuovo in campo su questo tema poteva essere politicamente rischioso: il presidente si espone all'accusa della destra di essere il paladino del «preservativo di Stato». Ma i democratici sono convinti che l'offensiva dei conservatori repubblicani sulla contraccezione, quasi sempre condotta da uomini, abbia ormai le caratteristiche di una sorta di «guerra alle donne». O che, comunque, possa essere presentata agli americani come tale. Così Sandra, una ragazza che è andata a spiegare davanti a un «panel» congressuale di avere problemi economici perché la sua mutua non le passa gli anticoncezionali, è diventata il simbolo di questa battaglia.
La Fluke, terzo anni di studi in giurisprudenza, ha, infatti, scelto la Georgetown, l'università dei gesuiti che ha sede a Washington e che nei giorni scorsi si era unita alle proteste delle altre organizzazioni cattoliche quando sembrava che il governo volesse inserire obbligatoriamente gli anticoncezionali in tutte le polizze sanitarie. Esclusa da un'audizione formale del Congresso, che sta discutendo di controllo delle nascite, la Fluke, che all'università è una donna politicamente molto impegnata, è stata invitata dai democratici a parlare davanti a un «panel» informale. Qui si è lamentata: «Spendo mille dollari l'anno di contraccettivi che la mutua dell'università non mi passa».
«Bagascia, quanto sesso fai per spendere tutti quei soldi. Fai vergognare i tuoi genitori», l'ha insultata il giorno dopo dai suoi microfoni Rush Limbaugh. Mentre Obama chiamava per confortarla e dirle che i suoi genitori devono, invece, essere orgogliosi di lei, il conduttore è stato criticato anche dai repubblicani: il capo della maggioranza conservatrice alla Camera, John Boehner, ha definito «inappropriato» l'attacco di Limbaugh. E alcuni inserzionisti della sua trasmissione hanno deciso di cancellare i loro contratti pubblicitari.
Limbaugh non ha più dato della prostituta alla studentessa, ma l'ha attaccata ancora, sostenendo che, se fosse nei panni dei genitori, si andrebbe a nascondere. Ambigua, come spesso accade, la reazione di Mitt Romney: «Io non avrei usato quel tipo di linguaggio».
Corriere della Sera 4.3.12
L'eterna paura, da Atteone ai lupi di Freud
di Silvia Vegetti Finzi
Molte e varie sono le notizie funeste che in questo periodo turbano l'opinione pubblica ma due avvenimenti si distaccano dallo scenario generale. Nel giro di pochi giorni due uomini, senza alcun motivo, sono stati sbranati da un branco di cani randagi, non in luoghi inospitali e selvaggi, ma ai margini di civili periferie urbane. L'imprevedibilità rende questi avvenimenti particolarmente minacciosi e inquietanti, quasi un presagio della catastrofe economica incombente, del malessere diffuso, dell'aggressività che, dilagando, richiama il famoso aforisma di Hobbes: homo homini lupus. Questa risonanza va ben al di là delle considerazioni razionali e coscienti perché la paura di essere sbranati dai cani, o dai lupi che ne rappresentano la natura inaddomesticata, è antica come il mondo. La ritroviamo nel mito di Atteone, il dio allevato dal centauro Chirone nell'arte della caccia, che sarà tramutato da cacciatore in preda. Reo di aver scorto, inavvertitamente, le divine nudità di Diana, il giovane viene trasformato in cervo e sbranato dai suoi stessi cani. La scena è drammaticamente rappresentata nel gruppo marmoreo che adorna il parco della Reggia di Caserta (nella foto). E, con suggestioni alchemiche, nei dipinti del giovane Perugino che decorano una misteriosa saletta della Rocca di Fontanellato. Giordano Bruno, in «Degli eroici furori», scorge invece nella metamorfosi di Atteone un progresso dell'umanità: da una conoscenza sensuale, cieca e fantastica a un sapere razionale, prossimo alla bellezza e alla sapienza divine. Ma la paura del lupo, che non ci ha mai abbandonato, si ripete costantemente nella prima favola che si racconta ai bambini, quella di Cappuccetto Rosso, dove la piccina e la nonna vengono sì sbranate dal lupo, ma per essere prontamente salvate dal cacciatore, che fa giustizia della mala bestia. Queste figure dell'immaginario collettivo si ritrovano anche nell'inconscio individuale: nei giochi, nelle fantasie, nei sogni. Freud, analizzando a più riprese i sogni del cosiddetto «Uomo dei lupi», percorre uno dei sentieri più ricchi e complessi della sua ricerca. Una interpretazione che si rivela interminabile, anche per il perenne rinnovarsi delle nostre angosce.
Corriere della Sera 4.3.12
Florenskij, da Platone alla Trinità
di Armando Torno
Pavel A. Florenskij (1882-1937) si cominciò a conoscere in Italia allorché Alfredo Cattabiani, direttore della Rusconi, fece tradurre nel 1974 La colonna e il fondamento della verità, l'opera più fascinosa del pensatore russo. Da allora le versioni si sono moltiplicate e la figura di Florenskij — teologo oltre che filosofo, esperto di scienza e tecnica oltre che di iconologia — è diventata nota. In questi giorni ritorna Il significato dell'idealismo (Se, pp. 175, 20) nella versione riveduta di Rossella Zugan, con una postfazione di Natalino Valentini (prima edizione italiana, Rusconi 1999). Pagine che contengono le riflessioni che Florenskij scrisse per il platonismo o il problema degli universali; tuttavia in esse le analisi toccano i temi dell'arte, della teologia e del misticismo. Particolarmente attuali sono le parti che trattano la «dissoluzione della personalità in Picasso» o quelle dedicate a «l'idea, il volto, lo sguardo». Ovviamente il punto di partenza è Platone. Quello di arrivo, invece, sono le «prefigurazioni della Trinità».
l’Unità 4.3.12
Storia e antistoria
Il Gramsci di tutti
di Bruno Bongiovanni
Ètornato Gramsci. È tornato in primo luogo grazie all’edizione nazionale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Fantastico è il primo volume dell’Epistolario (2009). Si va dal 1906 al 1922. Per quel che riguarda il periodo che va dalla fondazione del PcdI (21 gennaio 1921) sino alla partenza di Antonio, con Graziadei e Bordiga, per Mosca (arrivano il 2 giugno 1922), non si ha nessuna lettera. Poi vi sono le lettere, di enorme interesse, della seconda metà del 1922. Sappiamo, ed è positivo, che i Gramsci sono stati tanti. Quello del 1914, poi della rivoluzione leninista contro Il Capitale di Marx, dei consigli operai, del partito comunista bordighiano, della bolscevizzazione, della Costituente, della lettera di Grieco, della lotta contro la strategia del socialfascismo, dei Quaderni e dell’ultimo periodo in cui, fuori dal carcere, anche se non abbiamo fonti, è respinto sicurissimamente lo stalinismo. Eccellente è poi ora il volume di Rapone Cinque anni che paiono cinque secoli (2011) sul 1914-1919. Ed inutile è polemizzare con Veneziani o con Biocca, già noto, quest’ultimo, per le false denunce contro Silone. Li si lasci chiacchierare. Non li si ricorderà. Si presti attenzione invece a I due carceri di Gramsci (2012) di Lo Piparo, che, su questo giornale, ha pubblicato un intervento elegante. E non importa se crollerà il dogma della continuità tra Gramsci e Togliatti. E se apprenderemo con certezza che, all’uscita dal carcere (1934), per Gramsci l’Urss non rappresentava più il socialismo.
Usciamo dalla gran bonaccia delle Antille. Il Pci ha dato un enorme contributo all’antifascismo e alla nostra rinascita. Riconosciamone le differenze. E non rinunciamo, ventidue anni e mezzo dopo la Bolognina, al Gramsci antistalinista e libertario. È il Gramsci di tutti.
il Riformista Ragioni 4.3.12
Politica & cultura
Questione sociale questione democratica
Tra tanti temi, soprattutto uno ci affascina, quello del futuro del socialismo
Ma tra le polemiche che divampano nel Pd si avverte un certo qual odore di stantio
di Paolo Franchi
qui
il Riformista Ragioni 4.3.12
Ancora in cerca dell’ircocervo liberalsocialista
di Pasquale Terracciano
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il Riformista Ragioni 4.3.12
Di quali socialdemocrazie stiamo parlando?
di Dario Parrini
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il Riformista Ragioni 4.3.12
Wolfgang Amadeus compositore illuminista e pure riformatore
di Giuseppe Pennisi
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Il Tempo 4.3.12
La riflessione di Capelle Dumond con «Filosofia e teologia nel pensiero di Martin Heidegger»
Se la metafisica è la ricerca di «non so cosa»
di Antonio Saccà
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Corriere della Sera 4.3.12
L’encefalo di volontari studiato nel corso della vita
e sezionato dopo la morte servirà ai ricercatori del futuro
L’italiano che sta costruendo la biblioteca digitale dei cervelli
La sfida è conservare l'integrità L'italiano che sta costruendo la biblioteca digitale dei cervelli
di Elena Meli
Bette ha compiuto 93 anni alla fine di ottobre. Ha avuto una vita bella e intensa; ora abita da sola, ha molti amici ed è un perfetto esempio di come il cervello possa invecchiare "con successo". Nel novembre del 2009 Bette ha letto un articolo sul quotidiano di San Diego, la città californiana dove vive: parlava del Brain Observatory dell'Università della California e della "biblioteca dei cervelli" che si stava realizzando. Bette non ci ha pensato due volte: ha chiamato subito Jacopo Annese, il direttore italiano del Brain Observatory, ed è diventata "donatrice" per uno dei progetti di ricerca più ambiziosi e appassionanti delle neuroscienze attuali. Bette da allora si racconta allo staff di Annese e si sottopone a test cognitivi e psicologici di vario genere, eseguendo periodicamente risonanze magnetiche che scandagliano l'interno della sua testa; quando "si laureerà" (così lei chiama con molto ottimismo il suo trapasso) lei sa che sarà lo stesso Annese a eseguire l'autopsia e a prelevare il suo cervello per sezionarlo e crearne una mappa digitale tridimensionale, in cui i ricercatori di tutto il mondo poi potranno "navigare" con una risoluzione che arriverà al dettaglio delle singole cellule. Una specie di Google Earth cerebrale possibile grazie alla scelta di Bette e tante altre persone che, come lei, vogliono lasciare qualcosa di sé alla scienza: sono un altro centinaio i donatori che hanno aderito al progetto e già una cinquantina i cervelli al sicuro nel Brain Observatory. L'obiettivo è arrivare come minimo a mille cervelli sia "normali" che affetti da diverse condizioni neurologiche.
F in qui sembra la storia di una classica banca di tessuti, per quanto futuristica nel suo essere digitale e dedicata a un organo speciale come il cervello (il più prezioso da vivi, ma ritenuto di fatto clinicamente "inservibile" post mortem perché non trapiantabile). Invece, il lavoro di Annese è molto di più: servirà a indagare le radici profonde del nostro essere umani e a capire che cosa ci rende quello che siamo, perché nell'archivio digitale saranno raccolte, oltre alle immagini morfologiche, le esperienze dei donatori. «Il cervello umano non può essere studiato come quello di un topo: dentro ognuno ci sono storia, vicende, emozioni uniche e irripetibili. E le esperienze, ormai lo sappiamo, cambiano la trama stessa del tessuto cerebrale — spiega Annese —. L'approccio delle neuroscienze attuali è materialistico; anche il nostro progetto nelle premesse cataloga in modo obiettivo "fettine" di cervello, ma noi andiamo oltre perché indaghiamo la funzione di quell'organo mentre è ancora vivo e ne raccogliamo la storia con accuratezza, anche per celebrare e ricordare la vita di chi ha donato o donerà la parte più importante di sé. In realtà non abbiamo ancora le basi per raccogliere i frutti di tutto questo lavoro. Fra dieci o cento anni invece i ricercatori avranno, si spera, le conoscenze teoriche adatte per sfruttare le informazioni contenute nel catalogo che stiamo costruendo ora: potranno allora confrontare i loro dati di imaging con le nostre mappe morfologiche dettagliate e trovare nuove correlazioni fra la forma e la funzione delle diverse zone cerebrali. Vogliamo mantenere il legame fra l'anatomia della persona e la sua psicologia, vogliamo che gli scienziati del futuro sappiano il lavoro che faceva il donatore o, ad esempio, se era mancino o destrimano, perché questo li aiuterà a interpretare immagini e dati del catalogo digitale». Un archivio che offra anche informazioni su chi ha vissuto con quel cervello potrà svelare che cosa ci rende simili come esseri umani e cosa invece è una caratteristica unica dell'individuo, indicare che cosa di preciso si "guasta" quando funzioni cognitive sono compromesse, come nel caso dell'Alzheimer, come sono orchestrate specifiche attività o caratteristiche emotive e chissà che altro. Starà alle prossime generazioni di ricercatori fare ipotesi e verificarle sulle mappe conservate da Annese con un lavoro certosino che, a sentirne parlare, lascia sgomenti. Di ogni cervello vengono tagliate migliaia di fettine che poi sono colorate, conservate e soprattutto trasformate in dati elettronici. «Per digitalizzare ogni vetrino occorrono almeno sei ore e otteniamo circa mezzo terabyte di dati, perché ogni pixel "copre" meno di mezzo micron di tessuto: se stampassimo le nostre immagini computerizzate a misura reale ciascuna sezione del cervello coprirebbe la facciata di un palazzo — chiarisce Annese —. Archiviare questa enorme mole di dati è perciò una sfida: dobbiamo farlo con attenzione perché un giorno, magari fra un secolo, alcuni vetrini potrebbero andare persi o danneggiarsi. Inoltre, vogliamo che la collezione sia fruibile dagli scienziati ma anche dal grande pubblico, per cui occorre studiare strategie adeguate, dal disegno delle pagine web al catalogo delle informazioni, per garantire un'immediata e semplice accessibilità ai dati. E dobbiamo pensare a come conservare e trasferire il materiale elettronico perché possa rimanere consultabile anche in futuro: se avessimo fatto questo lavoro dieci anni fa e avessimo salvato i dati su floppy disk, oggi l'archivio sarebbe inutilizzabile». «La neuroinformatica — prosegue Annese — sarà perciò per la nostra "biblioteca" sempre più fondamentale, perché ci aiuterà a offrire ai ricercatori un database utile come le classiche illustrazioni anatomiche, ma con una complessità infinitamente maggiore».
Di certo il progetto sta toccando il cuore di chi ci lavora: i donatori raccontano che il laboratorio è per loro una seconda casa, i ricercatori partecipano alla vita di chi ha aderito al progetto, si commuovono alle storie di chi è malato. E quando hanno davanti il cervello di Bishop, che prima di morire per un tumore disse che Annese gli aveva dato una ragione per vivere più a lungo, oppure di Kay, che ha sofferto per anni di Alzheimer, i ricercatori del Brain Observatory non hanno certo bisogno di esortazioni a lavorare con cura: sanno che hanno fra le mani quanto di più sacro c'è in ciascuno di noi.
Corriere della Sera 4.3.12
La collezione è iniziata con Henry Molaison, il più famoso «smemorato» del '900
Uno dei primi cervelli a entrare nelle teche del Brain Observatory è stato quello di Henry Molaison, il paziente più famoso della neurologia moderna. Molaison è morto a 82 anni a fine 2008 e, a partire dall'anno seguente, il suo cervello è stato sezionato in 2401 fettine; le sezioni sono state poi archiviate e organizzate nel 2011 in una mappa virtuale che sarà presto disponibile online grazie al lavoro dei programmatori del Brain Observatory e di Fabrizio Scippa, grafico italiano che sta ultimando il design del sito attraverso cui i ricercatori potranno navigare dentro la mente del più studiato "smemorato" del '900. La storia del "caso clinico HM", come era noto fino alla morte per tutelarne la privacy, è iniziata nel 1953 quando il ventitreenne Henry venne sottoposto a un intervento chirurgico sperimentale per risolvere una grave forma di epilessia. Il chirurgo rimosse da entrambi gli emisferi l'ippocampo: una piccola quantità di materia cerebrale che proprio grazie a Henry si scoprì essere fondamentale per i processi di memoria. Dopo l'operazione i ricordi di Henry rimasero congelati a quel giorno e non fu più in grado di immagazzinarne di nuovi. Dimenticava nel giro di pochi secondi fatti, luoghi, volti. Per i medici Henry, che collaborò per tutta la vita con i neurologi sottoponendosi a test di ogni genere, aveva un valore inestimabile perché era un caso "puro", che mai si sarebbe potuto verificare se non ci fosse stata quell'operazione. E come spesso accade nel campo della neuropsicologia, gli scienziati hanno capito qualcosa di più della memoria da una lesione che ha rimosso in modo specifico proprio questa funzione. Ora il cervello di Henry è pronto per essere studiato in tutti i suoi dettagli, anche se, come spiega Jacopo Annese: «Con l'età si sono formate molte lesioni, per cui credo che tanti dati che si sarebbero potuti raccogliere su di lui saranno in qualche modo "oscurati". Non mi aspetto una rivoluzione nelle neuroscienze della memoria dopo la pubblicazione della mappa cerebrale di HM. Il significato più forte di quel cervello, oggi, è essere stato "banco di prova" per mettere a punto nuove tecniche neuroanatomiche, di imaging e di conservazione dei dati per una biblioteca che si prospetta unica e fondamentale per la conoscenza della mente umana».
l’Unità 4.3.12
Pasolini
I 90 anni del poeta corsaro
Anche se non c’è più continua a vivere nei suoi «anatemi» che sono diventati il nostro presente con mercificazione della cultura razzismo opportunismo e ignoranza assurti a valori della vita
di Giancarlo Liviano D’Arcangelo
Ècanuto e segaligno, aggraziato negli sguardi denudanti e per questo centellinati, intento a muovere con furia nevrotica gli arti affusolati, intricati, pungenti come rovi e duri come la quercia. Nascosto dietro un paio di ombreggianti occhiali da sole di celluloide nera, autoironica concessione al cliché del regista, dell’intellettuale santificato per ansia di disinnesco e relegato al ghetto sepolcrale dell’apparenza. È dura scorgere ciò che accade dietro quegli occhi artificiali dalle lenti ampie e nere di pece, dismessi solo per dormire o per leggere. Eppure Pasolini, prossimo al suo novantesimo compleanno, seppur stanco, depotenziato dalla fatica psichica profusa sulle pagine e ingobbito da quella fisica dissipata sul set, seppur seviziato nei nervi dalla propria ossessione auto-annichilente, è ancora il curculione dal pungiglione avvelenato che, per metà annidato in serra e per metà incalzato da furia insetticida, si nutre e prova a distruggere culture troppo sintetiche per essere trasfigurate in paradisi convincenti. Lampeggia idee. Protesta. Assomiglia al vecchio Hamm beckettiano di Finale di partita, che giunto alla fine della sua esistenza, un’esistenza fin dall’inizio votata alla sconfitta se correlata alla sua ambizione ancestrale, la liberazione dell’uomo, non può che sospendersi e perdersi fino all’eternità in una sorta di estraneazione fondata sulla ciclica e ineluttabile alternanza di mosse e contromosse, guerra spiroidale senza fine tra lui e il mondo esterno, divenuti archetipi. Il giocatore/individuo, ora santo ora demoniaco, in disperata competizione con avversari senza volto: i bari per eccellenza, il caos e «il potere». Vera e propria nemesi per l’outsider e palliativo per l’uomo, utile solo a rinviare ancora un po’ la fine, temuta e al tempo stesso desiderata. In questi anni, tra traduzioni e saggi critici, tra invettive e qualche annuncio apocalittico, Pasolini ha completato Petrolio, golem premiato, glorificato e al contempo demolito, com’è possibile fare in malafe-
de per ogni capolavoro inclassificabile, mastodontico per ambizione e urgenza e fallace per definizione. Ha girato l’opera definitiva su San Paolo, appuntandosi come una medaglia l’ennesima scomunica di una chiesa più che mai carnevalesca, facendo del guerriero di Tarso il primo traditore di Cristo e il primo mistificatore eretico del messaggio evangelico. Ha realizzato con Eduardo de Filippo e Franco Citti Porno-Teo-Kolossal, un film cosmogonico, eroicomico e grottesco, un’opera vagheggiata e organizzata tra mille ostacoli, voluta con prepotenza e imbellettata dal solito amore per il pastiche, in cui accade che una cometa, allegoria babilonese dell'ideologia, trascina dietro a sé un Re Magio interpretato dallo stesso Eduardo, un eroe puro che seguendo quella scia viaggia a lungo maturando esperienza dello scibile intero, del metafisico, del sensoriale e del mistico. L’opera di una vita, insomma. L’unica opera possibile dopo quell’incredibile profezia sulla furia mortuaria della modernità che è stata Salò e le 120 giornate di Sodoma, epigrafe sul potere anarchico dei giorni nostri, messa in evidenza funebre della promiscuità tra carnefici e vittime che s’immolano impotenti, ridotti a corpi-oggetto di sfruttamento, cronaca della perpetrazione fredda e alienante di vita e piacere come routine senza coinvolgimento, affresco dall’estetica cimiteriale tipica del mondo incancrenito dal capitale, che come il sadico non raggiunge mai il grado sublimato del piacere e non gode mai, nemmeno quando ha seviziato e ucciso l’oggetto del proprio godimento, che si tratti del corpo, dell’umanesimo o della natura.
A sorpresa, s’era ridotto all’eremitaggio Pasolini, negli anni 80, quelli in cui molti dei suoi anatemi hanno acquisito forma fenomenica: la vertiginosa mercificazione della cultura ad esempio, o il fascismo insito nel neocapitalismo edonista e consumista, «un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler». Durante gli anni di Drive In insomma. E ancor di più dopo la morte di Moravia nei 90, quelli dell’esplosione delle televisioni commerciali, colpo di grazia tecnologico agli ultimi afflati del mondo originale in cui, prima dell’odierna e placida vecchiaia, Pier Paolo aveva cercato accettazione.
PROFESSIONE BORGHESE
Lui, borghese per professione e paria rifiutato dalla stessa borghesia, immune per coscienza ipertrofica alla borghesia intesa come morbo svelato da una sintomatologia infallibile fatta di razzismo, opportunismo, utilitarismo e ignoranza assorti a valori della vita. Il mondo, quello che batteva, ormai altrettanto corrotto e che l’avrebbe di certo ucciso, se solo Pasolini, già allora ricco e ricattabile oltre che pieno di nemici, nella notte tra il primo e il due novembre si fosse presentato sulla spiaggia dell’Idroscalo con Pelosi e i tre milioni di lire necessari a recuperare le pizze di Salò, anziché ripensarci per miracolo, all’ultimo momento. Già allora, forse, per un uomo che l’amico Carmelo Bene chiamava violento e corruttore in quanto portatore vivente del dubbio e della crisi come ideologia, non c’era più niente da corrompere. E come testimonia il trattato pedagogico Gennariello, volutamente lasciato incompiuto, nemmeno più nulla da insegnare.
Guai a chiamarlo maestro, infatti. Perché mai come oggi, in procinto di compiere novant’anni, Pasolini, come se fosse destinato ad averne per sempre cinquantatré, predicherebbe deciso che i maestri non servono a niente, così come aveva predetto attraverso la voce stridula del corvo di Uccellacci e Uccellini. Vanno superati. E sono fatti, come lui ha sempre dimostrato, «solo per essere mangiati in salsa piccante».