giovedì 5 ottobre 2006

Aprileonline 5.10.06
Il Pd come salto nel passato
di Marzia Bonacci


Alla lettera aperta con cui diversi parlamentari dei Ds hanno fatto sapere di non partecipare al seminario di Orvieto, è seguita oggi la risposta pubblica di Fassino. Ne abbiamo discusso con Lalla Trupia

Con una lettera pubblicata oggi su La Repubblica e L'Unità, il Segretaio nazionale dei Democratici di Sinistra Piero Fassino ha risposto alla scelta compiuta dai alcuni deputati Ds di non partecipare all'incontro previsto venerdì ad Orvieto.
Ricordando il più che decennale cammino politico de l'Ulivo, rivendicando dibattiti e discussioni in merito alla fusione con la Margherita, e appellandosi al desiderio di unità dell'elettorato di centro-sinistra, Fassino ha rilanciato nelle sue righe il progetto di un partito unico e ha esortato i "dissidenti" che non parteciperanno a Orvieto a rivedere le proprie posizioni, augurandosi infine di vederli presenti all'incontro.
Di ciò che si muove nel partito dei Democrati di Sinistra, del Pd, e più in generale della politica italiana abbiamo parlato con Lalla Trupia, deputata Ds e firmataria della lettera di astensione al seminario di sabato.
Come ti senti di commentare la lettera pubblicata oggi da La Repubblica e da L'Unità con cui Fassino risponde alla vostra scelta di disertare l'appuntamento di Orvieto?
Nella sua lettera di oggi, Fassino fa riferimento a l'Ulivo come esperienza cominciata 11 anni fa e in cui noi siamo stati partecipi. Ma il progetto di allora era molto diverso da quello odierno. Purtroppo. Perchè l'Ulivo era una grande casa inclusiva, più ampia e più vasta di quella di adesso, in cui la sinistra era una parte visibile, fondamentale, importante. Adesso l'Ulivo è un luogo più piccolo, che si è perso per strada molti pezzi e che pare volersi collocare in quell'area un po' grigia e moderata che si chima centro. Perciò, non reputo questi 11 anni come lineari non credo abbiano rafforzato l'Ulivo, ma al contrario lo hanno ridotto a qualcosa di meno attrattivo.
Fassino vi rimprovera una sorta di incoerenza di fondo perchè l'Ulivo, esperienza appunto iniziata 11 anni fa, vi ha sempre visti protagonisti e, parafrasando il segretario Ds, "alcuni di voi sono stati candidati ed eletti" proprio con il simbolo dell'alleanza Ds-Dl...
Noi siamo stati candidati e abbiamo dato un contributo elettorale alla lista dell'Ulivo. Abbiamo partecipato con lealtà alla lista e aderiamo oggi a questo gruppo. Anche se va ricordato che non siamo mai stati d'accordo ad un progetto di fusione partitica. La nostra adesione è stata comunque motivata dal fatto c'è stata sempre data la garanzia che si trattasse di una scelta elettorale e non del primo passo verso la creazione di un partito unico. Non era quindi, la nostra, l'adesione al Partito Democratico, ma ad una alleanza elettorale.
Fassino si augura che alla fine decidiate di partecipare all'incontro del 6 ottobre per poter discutere insieme...
E' un po' curioso che il Segretario dica questo perchè noi chiediamo di discuterne da tantissimo tempo e lo abbiamo ribadito in tutte le sedi in cui ci è stata data la facoltà di farlo. Soprattuto pensiamo che per discutere davvero si debba decidere insieme ogni singolo passo, e soprattutto bisogna analizzare ogni progetto che sta alla base delle intenzioni politiche. Invece, ci troviamo sistematicamente davanti a fatti compiuti. L'impressione è che ci potremmo trovare, per inerzia, in un partito senza che gli iscritti abbiano mai deciso. Ci troviamo in pratica in una terra di nessuno che permette a pochi, ad una piccola inamovibile oligarchia di decidere sulla testa di tutti gli iscritti e le iscritte dei Ds. Perciò è così urgente convocare un congresso.
D'altra parte, ci sono almeno tre nodi non sciolti che riguardano il profilo politico e l'identità della futura formazione. Sono tre i punti nevralgici irrisolti: l'appartenenza al socialismo europeo, verso cui la Margherita si dichiara esplicitamente contraria; la posizione sul tema dei diritti civili declinati secondo una cultura laica, verso cui sempre la Margherita, e non solo, si pone con ostilità; e la questione delle ragioni del mondo del lavoro. Quindi non si tratta di questioni secondarie, ma di nodi centrali che esigono un chiarimento congressuale.
Trovo sconvolgente che il Segretario del mio partito confessi in questa lettera di voler dar vita ad un nuovo partito, ma al contempo di non volere il congresso subito, appellandosi alla ragione che un congresso non si indice sulla base di "un'intenzione" e senza un progetto. Allora mi domando: è possibile che un gruppo dirigente si dimostri così convinto di portare una grande tradizione, come è quella della sinistra italiana, in un altro partito solo sulla base di una intenzione, come la definisce Fassino, senza un ambizioso progetto culturale, politico alle spalle. Credo che dovrebbe essere l'inverso: bisognerebbe fare un congresso per delineare questo progetto e quindi poter poi, sulla base di quel progetto, decidere democraticamente. Mi spaventa che si compiano atti senza tutto questo.
Ma Fassino afferma che il congresso è un momento di ratifica del passaggio al Pd...
Ma per ratificare bisogna che ci siano progetti ambiziosi, idee. Un partito non può nascere nelle segrete stanze, senza che si sappia come si collochi sul piano internazionale, quali sono i modi con cui debba rappresentare la società. Il processo è all'inverso.
Il Segretario motiva la nascita del Pd richiamando la volontà dell'elettorato all'unità...
La politica e questi partiti, anche il nostro chiaramente, credo che abbiano esaurito la loro spinta propulsiva e siano espressione solo di comitati elettorali autoreferenziali che agiscono a livello locale e nazionale; realtà che si concentrano intorno a pochi soggetti che per altro si contendono i posti di comando. Dico questo perchè noi ad Orvieto non andiamo non per piantare la bandierina in difesa dell'esistente, ma al contrario perchè ci sia un cambiamento della situazione attuale, che non ci piace affatto. C'è bisogno di una discontinuità e di innovazione politica, non solo nel merito delle idee ma anche nei modi di farla: i partiti attuali sono realtà in cui non viene mai consultato nessuno, dove la democrazia e gli organismi non esistono. Il Pd così come si configura adesso, come una fusione a freddo fra il ceto politico di due partiti in crisi, non è assolutamente un'innovazione, ma al contrario è un'azione di veccha politica da prima Repubblica, che per tanto si presenta come già consumata, logora. Ci vuole un rinnovamento della classe dirigente, occorre che si rilanci un soggeto giovane che dia nuovi contenuti e nuove idee al socialismo, che rimane ancora valido ed attuale.

Aprileonline 5.10.06
No al Pd, sì ad una sinistra unita
di Gianni Zagato*


Caro Piero, sono uno dei firmatari del "noi non ci saremo" , nel senso che non parteciperò, come gli altri sottoscrittori, al seminario previsto nei prossimi giorni ad Orvieto. Un seminario che abbiamo preso molto sul serio, perché tanto nella lettera di chi l'ha più che autorevolmente convocato - il presidente del Consiglio Romano Prodi - quanto nell'impianto delle tre relazioni a partire dalle quali si avvierà la discussione, si prefigura un "salto di qualità" nel dibattito tanto controverso sulla nascita in Italia di un nuovo soggetto politico destinato a chiamarsi Partito Democratico.
E' a tutti evidente che dal seminario scaturiranno decisioni, scadenze, impegni che costituiranno - forse già ora costituiscono - ben più che un'intenzione. Costituiranno un dato di fatto, uno di quei dati di fatto che, seppure sorti al di fuori di ciò che chiamiamo ancora "partito politico" (un organismo che è pur sempre fatto di regole, statuti, organismi dirigenti, vita democratica), finisce per condizionare l'autonomia politica, organizzativa e culturale dei Democratici di Sinistra. A tal punto che quando i Democratici di Sinistra - i suoi iscritti, i suoi dirigenti - saranno chiamati a decidere, nel solo luogo dove una simile decisione può essere legittimamente assunta e cioè il congresso - congresso del quale tuttavia ancora non sappiamo né quando né come si svolgerà -, quella decisione risulterà in effetti una ratifica, una "presa d'atto", dalla quale tornare indietro non sarà più possibile.
Io non ho la presunzione di rispondere alla lettera nella quale tu dici "ripensateci". E' una lettera che contiene intera il tuo stile, di uomo attento all'unità, leale e sincero negli argomenti che porta. Di questo è giusto darti atto, con semplicità e trasparenza, senza imbastire di retorica non - appunto - una "risposta", ma qualche sparsa considerazione. Ma è anche una lettera che contiene, a mio parere, un errore e una omissione. E' un errore dire che del progetto politico di cui stiamo parlando e che è posto al centro del seminario di Orvieto, "ne ha discusso il Congresso di Roma". Il Congresso di Roma aveva una proposta politica molto netta e chiara: dare vita a una Federazione tra Ds e Margherita e per la verità anche con lo Sdi e con i Repubblicani Europei. Questo accadeva solo un anno fa, poco più. Né nella tua apertura, né nella tua conclusione, né nell'intervento del Presidente del partito viene mai usata l'espressione "partito democratico", come aveva fatto invece in prossimità di un altro congresso, quello di Torino del 2000, con molta franchezza Arturo Parisi. A Roma, ancora un anno fa, tu parli dell'identità dei Ds, cioè di una "forza di sinistra", che si colloca "nei valori del socialismo europeo". Il Presidente del partito, d'altra parte, rassicura, nello stesso congresso dell'anno scorso, sul fatto che "non è all'ordine del giorno il partito unico", perché i "partiti non nascono a tavolino". Oggi, un anno dopo, è ancora così? Noi che pure abbiamo contrastato al congresso la proposta politica della Federazione (ed infatti non ha funzionato) pensiamo che il punto a cui oggi siamo giunti sia di qualità completamente diversa rispetto a quanto hai sostenuto al congresso di un anno fa. Non c'è sviluppo, c'è piuttosto rottura, se non è chiaro - come non è affatto chiaro - il se e il come stiamo dentro i valori del socialismo europeo. O pensiamo possa nascere in Italia un nuovo soggetto, che si propone di essere il più grande partito del paese, che dirà di avere nel suo dna i valori dell'europeismo e poi, al dunque, chi va di qua chi di là, in qualcosa di veramente mai visto e non solo in Europa?
Per questo ci vuole un nuovo congresso e forse, con la proposta di stamattina in segreteria, di convocare uno entro l'estate del prossimo anno. Forse ci siamo. Forse, perché ancora vediamo condizioni o condizionamenti che potrebbero diluire in là nel tempo una decisione che nascerà comunque tardiva. E' mai possibile che mentre i socialisti francesi si riuniranno tra alcune settimane per scegliere, con voto segreto degli iscritti, nella sostanza un vero e proprio referendum interno, candidato e programma per l'Eliseo, noi ci veniamo a trovare nella condizione di cambiare nome, simbolo, forse appartenenza europea e ancora non sapere quando e come i "soci fondatori" del partito potranno discutere e decidere?
E' vero infine, come affermi nella tua lettera, che attorno alla questione dell'Ulivo c'è un'omissione. Ma è tua più che nostra. Perché ostinarsi a dire che questo progetto ha "11 anni di vita"? E' sempre difficile, con i tempi incalzanti della politica odierna, stabilire confronti tra il presente e il passato, anche recente. Indubbiamente esistono continuità, sviluppi, processualità, dato che niente nasce ogni volta per caso dal nulla o dal vuoto. Ma dire che l'Ulivo del '95 non poteva altro che portare al partito democratico del 2008, anno in cui verosimilmente si terrà il congresso di scioglimento dei Ds, significa rifugiarsi in un continuismo per cui, a ritroso, l'Ulivo deriva dal compromesso storico e questo dalla svolta di Salerno.
Dovremmo spiegarlo così agli amici della Margherita? La storia recente ci dice, viceversa, che l'Ulivo nasce - e ognuno di noi lì sin dall'inizio ci ha lavorato e creduto - come impulso vitale e reciproco di partiti, associazioni, sindacati, singoli uomini e donne, come fucina quasi di culture, identità, storie, percorsi molteplici e differenti. Non era scritto allora, nessuno aveva detto, non era stabilito che l'approdo finisse per essere il partito unico democratico, fusione di due forze politiche che ancora non riescono a redigere l'inventario delle cose su cui sono d'accordo. L'Ulivo del 2001 è già diverso, ma dentro ci stanno tutti, tranne Rifondazione e Italia dei valori. Ci sono certo continuità, ma ci sono anche salti, scarti nel percorso. Non possiamo, appunto, omettere, perché possono essere salti che allargano oppure restringono l'orizzonte. E l'orizzonte di oggi, dell'Ulivo, ognuno vede come sia più ristretto, esile, sopito rispetto a quello di pochi anni fa. Orvieto rischia da una parte di accelerare il processo e dall'altra di rinchiuderlo ancora di più dentro una somma tra Ds e margherita, mentre ci sono dentro questi due partiti domande, dubbi, incertezze e contrarietà con cui, nel merito, non si è ancora fatto veramente i conti.
E' stato ricordato già altre volte, ma è un paradigma della politica europea contemporanea a cui non ci si può sottrarre. Agli inizi degli anni Settanta un uomo politico di nome Francoise Mitterand pose la questione di come riformare la politica francese. La sua operazione partì da Epinay, si imperniò su due parole simbolo, "Socialismo" ed "Europa", si pose come obiettivo la riunificazione di una sinistra che allora appariva frantumata, anchilosata, datata. Ci vollero dieci anni, ma la sua scommessa - tanto cara ad Enrico Berlinguer - fu vinta. Possiamo tornare a rifletterci?
*Coordinatore organizzativo Sinistra Ds

l’Unità 5.10.06
Angius: «Così, non ci sto a fare il Partito democratico»
di Andrea Carugati


CONSIDERAZIONI AMARE dal vicepresidente del Senato Ds: «È stato detto che i socialisti sono degli zombi. Non ci sto. E allora Zapatero, Blair, Ségolène Royal? È difficile dire che sono zombi anche loro... Si discute troppo di contenitori e poco di contenuti. A Orvieto ascolterò, ma tutto è predeterminato...»
«Vedo che la road map del partito democratico è stata approvata dalla segreteria Ds: mi sembra dunque di capire che la decisione è stata presa, si va avanti. Nessuno vuole o può impedire che questo avvenga, ma non si può obbligare nessuno ad aderirvi, se non c’è un profondo convincimento personale. La politica per qualcuno è ancora così, una parte di sé. In un partito si può essere anche un’infima minoranza, ma per restarci si deve condividere il nucleo essenziale di idee che ne sono il fondamento, la ragion d’essere: io questo nucleo non lo vedo, forse per un mio difetto».
Le parole di Gavino Angius suonano come un preoccupato richiamo rispetto alle accelerazioni in corso sul partito democratico. E arrivano proprio alla vigilia del seminario di Orvieto che dovrebbe sancire l’avvio della fase costituente del nuovo soggetto. «Senza che gli interrogativi posti sulla nascita e sul carattere del partito democratico abbiano avuto risposte convincenti- spiega Angius-. Anzi, i problemi aumentano e gli interrogativi ricevono risposte sempre più elusive ed evasive, che rimandano a un futuro lontano». Angius domani sarà a Orvieto, ma solo da spettatore: «Ascolterò, se la proposta mi convincerà la praticherò, diversamente no. Ma mi pare che molto sia già stato predeterminato...».
Senatore Angius, il problema del Pd è un’identità che non si vede o c’è un’identità che lei non condivide?
Ci sono questioni di fondo e pregiudiziali: un partito è un insieme di pensieri, un movimento di donne e uomini, un’intelligenza collettiva. Per esserlo non serve un dogma, ma una razionalità critica sul mondo contemporaneo, una memoria condivisa del passato senza cui non ci può essere una visione comune del futuro. Su questo tema dell’identità siamo lontani da un’ipotesi di fusione di culture di cui si era parlato: stiamo discutendo di una sorta di convivenza che in realtà c’è già con l’Ulivo. Dunque la motivazione mi sembra abbastanza debole. Ci sono dei punti sui quali bisognerebbe scavare.
Quali?
Il primo è una comune visione critica del presente: è stato detto che il socialismo è morto, dunque i socialisti sarebbero degli zombi. Ma non si è detto niente delle crisi profonde che il capitalismo produce nelle società contemporanee. La sfida della modernità deve cominciare da qui: dalle domande che interrogano la politica sulla nozione stessa di libertà, sulla concezione della democrazia, sulla frontiera della bioetica, sulle più spaventose disuguaglianze mai conosciute nella storia. Io credo che quel valore e quell’aspirazione che è l’essenza stessa dell’idea socialista e che si chiama uguaglianza sia un valore da mantenere e declinare in modo nuovo. Questo per me è il futuro, non il passato. Zapatero, Blair, o Ségolène Royal: è difficile dire che siano zombi anche loro.
E tuttavia in Italia l’ipotesi di un robusto partito socialdemocratico non sembra praticabile. Di qui l’Ulivo e ora il partito democratico...
Non ho mai pensato che i popolari, eredi e interpreti nuovi di una tradizione politica importante, siano dei cani morti. Penso che abbiano cose da dire per il futuro, che con loro valga la pena lavorare insieme a un comune progetto per l’Italia: l’Ulivo era questo. Altra cosa, però, è pensare a un partito dove devono convivere vincitori della storia e reprobi: questo è un problema enorme. Si sarebbe dovuti partire dalla memoria condivisa del passato, condizione di una comune visione del futuro.
Fassino dice che senza timone riformista il governo è molto più debole.
Non sono d’accordo: il timone riformista c’è già, sostenere che si fa un partito per rendere più stabile il governo sarebbe un orizzonte piuttosto limitato. I problemi del governo non si risolvono nel rapporto Margherita-Ds, riguardano, semmai, la piena condivisione del progetto di rinnovamento del Paese da parte di tutta l’Unione, il pieno sostegno all’azione del premier. Questi mi sembrano i temi urgenti.
C’è però un percorso fatto di liste e gruppi unitari...
L’esperienza dei gruppi dell’Ulivo non sta andando benissimo: vedo un deficit di discussione e confronto, almeno al Senato. Il paradosso è che quando c’erano i gruppi di Ds e Margherita si discuteva assai di più: c’è un continuo timore a confrontarsi nel merito, ad avere opinioni diverse. Per fare un salto del genere come dar vita a un partito non basta constatare che siamo stati tanto tempo insieme. Non è una questione di poco conto sostenere, come è stato detto, che il riferimento principale di valori del Pd deve essere quello della cultura politica cattolica.
Teme di morire democristiano?
No, penso però che sia un un errore rimuovere le questioni aperte. Come i caratteri di un grande partito: io lo vorrei diffuso, popolare, di massa, invece ho letto da parte di Parisi delle considerazioni sconcertanti sulle modalità attraverso cui dovrebbe nascere il nuovo partito, che ritengo poco democratiche.
Si riferisce alla proposta di adesioni individuali? Nelle parole di Parisi sembra cogliersi la preoccupazione che il Pd nasca come somma di oligarchie e nomenklature. Lei cosa ne pensa?
Di cosa stiamo parlando? Parisi non fa parte di una nomenklatura? Ci sono forze politiche che hanno consenso, persone elette, alcune centinaia di migliaia di iscritti che fanno politica nelle sezioni. Cosa sono automi? Gente comandata a bacchetta? O loro non sono la società civile?
Forse si parlava della necessità di aprire le porte al popolo delle primarie, agli ulivisti senza partito.
Il popolo delle primarie è un altro artificio retorico: erano persone di tutto il centrosinistra, non solo dell’Ulivo, che volevano scegliere il candidato da opporre a Silvio Berlusconi. Dire che quello è il popolo del Pd non corrisponde ai fatti.
C’è il rischio di una mera spartizione dei posti di comando tra Ds e Margherita?
Il problema è che si discute troppo di contenitori e assai poco di contenuti: in questo vedo il segno di una crisi della politica che non si alimenta più di esercizio critico, di un aperto confronto tra idee.
Vede un rischio di eterodirezione per il Pd?
C’è una crisi dell’autonomia della politica, che soffre di condizionamenti veri, pesanti. Solo in Italia c’è questo perverso intreccio tra banche, industrie e giornali. Questo è un punto politico di primaria grandezza per la nostra democrazia.
Vede nelle parole di Parisi sulle adesioni individuali un replay del 2000, quando vi propose di sciogliere i Ds alla vigilia del congresso di Torino?
La domanda va fatta a lui. È evidente che Parisi esprime un’opinione precisa sui caratteri del nuovo partito e sulle sue modalità di formazione, che è molto diversa da quella che avrei io. Su questo condivido le parole di Castagnetti: se si chiedono nuove abiure si devastano gli alleati.
Si intravede un parallelismo con i popolari di Chianciano. Vi accuseranno di eccesso di nostalgie...
Il problema non è questo, non ne soffro affatto. Il punto è che non vorrei essere considerato un tollerato, l’espressione di un pensiero morto... E capisco l’orgoglio identitario e la voglia di dare un contributo per il futuro da parte dei cattolici democratici: un’ambizione del genere può averla anche una persona che ha militato nella sinistra e nel Pci di Berlinguer, che fa parte di questo campo da quando era ragazzo e vorrebbe restarci, anche nella terza età, come esponente del riformismo socialista.
Immaginiamo che il Pd fermi il suo cammino. Che seguito darebbe alle liste e ai gruppi unitari?
L’esperienza in corso, i gruppi unitari, non è una cosa da poco e ha bisogno di essere consolidata. Non capisco l’assillo, la fretta. Soprattutto quando in gioco c’è l’appartenenza al socialismo europeo, che è parte fondamentale della nostra identità.
Non crede che, anche tra i militanti ds, questa questione dei gruppi europei abbia un po’ stancato?
Ribalto la domanda: cosa ci diranno quando gli faremo sapere e capiranno che il Pd non può appartenere al socialismo europeo?
Vede il rischio di una disaffezione?
Sì, di un abbandono.

il manifesto lettere 5.10.06
Una dottrina sociale antisocialista. Ecco cos'era la Rerum Novarum
di Mario Alighiero Manacorda


Filippo Gentiloni mi ha dato qualche dispiacere, nel suo articolo del 4 luglio, E' sempre più flebile la voce del Vaticano, con le sue tesi su Leone XIII (1878-1903), cui anche egli fa risalire la famosa dottrina sociale della Chiesa che, scrive, oggi è ridotta «alle questioni morali sulla procreazione e poco più». L'enciclica Rerum novarum (1891), avrebbe rappresentato «una mediazione fra il capitalismo che in nome della libertà rischiava di minacciare i poveri, e il socialismo che in nome dei poveri rischiava di minacciare la libertà».
Non credo che allora il socialismo fosse visto come una minaccia alla libertà, era visto come minaccia alla ricchezza: il socialismo europeo era piuttosto anarchico che marxista, e Labriola scriveva i suoi saggi con accenti estremamente liberali.
Anch'io riconosco la novità di quella enciclica rispetto al Sillabo del 1864 di Pio IX, secondo il quale la Chiesa non sarebbe mai venuta a patti con la società moderna, la democrazia e il socialismo, Leone XIII apre alla borghesia liberale. Ma in funzione antisocialista, ammonendola a tenersi buoni gli operai dando loro la giusta mercede. (E quale sarà la mercede giusta?) Tutta qui la sua dottrina sociale.
E' settaria questa mia interpretazione? Consideriamo il contesto. Due anni prima, il 14 luglio 1889 era stata fondata a Parigi la Seconda Internazionale. Leone XIII, che già nell'enciclica Libertas (1888) aveva denunciato ogni rivendicazione popolare come violenza della «torbida plebe, anelante di lanciarsi sui palazzi dei più doviziosi», nel 1891 ribadisce l'attacco contro i «sediziosi», anarchici e socialisti, che sobillano la classe operaia, e invoca: «Intervenga lo Stato!». E lo Stato intervenne in tutto il decennio successivo, reprimendo con l'esercito nel 1893 i fasci siciliani e i moti anarchici dell'Apuania, nel 1896 le manifestazioni contro la guerra in Eritrea, e nel 1898, i moti per fame dilagati dalla Puglia a Milano. Quella repressione (centocinquanta morti solo a Milano, pochi meno di quanti ne aveva fatti Radetzki cinquant'anni prima) fu premiata dal «re buono» Umberto I con la medaglia d'oro al generale Bava Beccaris. Seguirono le repressioni giudiziarie contro i socialisti e il primo barlume di una «democrazia cristiana» auspicata da Romolo Murri. A Leone XIII non dispiacquero.
Che ciò portasse poi all'uccisione del «re buono» a opera di Gaetano Bresci, prova il peso della repressione e l'immaturità storica dei ceti oppressi. Ma pochi conoscono la reazione al regicidio di un esimio prelato piemontese, succeduto al vescovo Franzoni nella cattedra soppressa negli anni '50 da Rattazzi e Cavour e poi opportunamente ricostituita. Costui (per la cronaca, si chiamava Emiliano Manacorda), espresse la sua deplorazione scagliandosi anche contro la scuola di stato, dalla quale uscivano rivoluzionari e regicidi che non sarebbero mai usciti dalla scuola ecclesiastica. Dimenticava che dalla scuola ecclesiastica erano usciti i Mazzini, i Garibaldi, i Felice Orsini, i Ciro Menotti, i Tito Speri. E suggeriva l'alleanza tra borghesia liberale e Chiesa cattolica che si sarebbe conclusa undici anni dopo nel cosiddetto Patto Gentiloni. (Caro Filippo, stiamo parlando di nostri antenati). Nei venti anni che vanno dalla Rerum Novarum al Patto Gentiloni corre un filo che tesse ancora la storia nostra: per questo è importante non equivocare su certe vicende. L'intervento antisocialista a favore della borghesia è a parer mio una costante della Chiesa fino ad oggi. Per questo la Rerum novarum è piaciuta ai successori di Leone XIII, Pio XI che l'ha celebrata nella Quadragesimo anno e Giovanni Paolo II, che l'ha celebrata nella Centesimus annus.
Come definirla di alto livello, perfezionata da papa Wojtyla nella Laborem exercenses? Lascio da parte l'azione politica di quel papa nella sua patria, di cui oggi si vedono i risultati. La Centesimus annus elogiava la Rerum novarum come difesa dei lavoratori. Quella lettura, smaccata falsificazione storica, parve ai più veritiera e mirabile. Ma la Chiesa non ha nessuna comprensione dei rapporti sociali e non suggerisce nulla per mutarli. La Rerum novarum ammetteva la costituzione di sindacati, nei quali però fossero rappresentati insieme operai e padroni. Era un'idea medieval-cattolica che, ignara degli sviluppi del capitalismo industriale, pensava alle corporazioni artigianali del medioevo. Il suggerimento leonino fu poi teorizzato dall'economista cattolico Giuseppe Toniolo, dichiarato venerabile (se non sbaglio da Pio XI) e nel 1926 Bottai, ministro delle Corporazioni, la tradusse nella Carta del lavoro, creando le corporazioni fasciste. E' vero che nella enciclica c'è una riga in cui si concede la costituzione di sindacati di soli operai. Ma come avevo visto alcuni decenni fa, è un'aggiunta inserita all'ultimo momento, forse per iniziativa di qualche prelato un po' più illuminato, come ha confermato l'analisi, condotta in Vaticano, delle scritture originali del testo. In quell'anno erano sorte in Italia le prime Camere del lavoro a Milano, Torino e Piacenza, in qualche modo bisognava pur prendere atto della realtà. Basta per parlare di una dottrina sociale? Insomma, mi sembra che la Chiesa non abbia mai accolto una sia pur minima rivendicazione del socialismo. Del resto, che altro ci si può aspettare da una Chiesa costituita non come «assemblea» dei fedeli, ma come separazione del clero dalla massa? Può rappresentare le esigenze popolari? Il popolo cristiano deve rappresentarsi da sé. A meno che non si prenda sul serio l'invito a non eccedere nel lavoro, fatto proprio da papa Ratzinger sulla base delle parole di S. Bernardo che aveva davanti a sé aspetti del lavoro lontanissimi dai nostri. Con chi ce l'ha Benedetto XVI? Col lavoratore costretto a un doppio lavoro per sopperire ai più elementari bisogni o col capitalista che gli impone un lavoro stressante e mal remunerato?

il manifesto 5.10.06
Filippo Gentiloni, risposta a Manacorda
Mario Alighiero Manacorda ha letto con grande attenzione quello che avevo scritto su queste pagine parecchio tempo fa (4 agosto:«E'sempre più flebile la voce del Vaticano»). Con attenzione e, aggiungerei, affetto e spirito correttamente critico. Lo ringrazio. Anche perché non mi capita spesso di essere criticato perché troppo favorevole alle posizioni vaticane: una eccezione, questa di Manacorda, particolarmente gradita. Nella prima parte della riflessione scrivevo che il Vaticano aveva trovato verso la fine dell'Ottocento, una voce un po' nuova, quella della famosa dottrina sociale della chiesa (svariate encicliche, dopo la prima, la «Rerum novarum» di Leone XIII). Una voce che pian piano si era affievolita, soprattutto per la dominante paura del comunismo.
Manacorda critica la prima parte della mia riflessione, che - dice - potrebbe dare l'idea che la dottrina sociale della chiesa fosse stata vicina al socialismo. Vicina, incline, favorevole. Si potrebbe pensare - dice - a una specie di «svolta» a sinistra del magistero. Così non fu. Tutt'altro. Si è trattato, invece, di una mossa abile per rafforzare la borghesia che il socialismo - poi il comunismo - minacciavano.
Una analisi interessante ben motivata - aggiungo - condivisa da molti. Confermata dagli sviluppi anche recenti della dottrina «sociale»: penso alla teologia postconciliare della liberazione, che i palazzi vaticani hanno duramente contestato.
Comunque vorrei precisare che intendevo sottolineare la novità della posizione del Vaticano, non una eventuale svolta a sinistra. Dottrina sociale, non socialista. Per la prima volta l'attenzione vaticana si rivolge non ai dogmi o alle questioni decisamente religiose, ma alle questioni riguardanti la vita della gente: famiglia, occupazione, salari, lavoro e simili. Una - relativa - novità. Che, comunque, non comporta un giudizio positivo sulle posizioni attribuibili, più o meno direttamente, al socialismo che per il Vaticano rimane il grande avversario.
Ha ragione Manacorda. La borghesia domina la situazione; domina anche le stanze vaticane. Le quali pensano e sperano che la borghesia possa salvare la fede. Il Vaticano scende su un terreno che prima non gli era proprio ma non cambia posizioni e alleati.
Lo conferma, qualche decennio dopo la prima enciclica, il «patto Gentiloni» (il quale non era, però, un mio antenato ma un lontano parente dei miei antenati).
Comunque le osservazioni di Manacorda valgono ancora: il Vaticano sempre più strettamente vicino ai ricchi e potenti del mondo. Le voci che contestano il dominio di Bush e dei suoi non mancano, ma rimangono deboli, spesso ambigue, sempre flebili. Confermerei, comunque, quello che scrivevo un mese fa: il grido della beatitudine dei poveri non è più, come allora, legato all'ateismo. Forse la chiesa domani potrà accoglierlo e farlo suo. Oggi non ancora.

il manifesto 5.10.06
Ma il Vangelo non è solo amore. Rossana, sei diventata buonista?
di Rossana Rossanda

Caro Mario Alighiero, io persisto e firmo. Nei Vangeli non si trovano inviti alla guerra, alla rissa, alla vendetta personale. Non sono tali i passi che tu citi: della geenna, sono minacciati i peccatori dopo la morte; l'idea della dannazione è forte, ma non ha nulla a che vedere né con la guerra, né con la punizione in terra, né con la vendetta personale. La spada che Gesù viene a portare è metaforica, è la divisione nella dottrina - per il mio nome vi dividerete, sarete odiati. E in che somiglia la cacciata dei mercanti al tempio a un esproprio proletario (che poi non è il peggio che sia avvenuto da noi negli anni '70)? Gesù non si appropria dei beni e dei profitti dei mercanti, li butta fuori da quella che è la casa del Padre. Quando nell'orto del Getsemani un discepolo estrae la spada e ferisce uno dei soldati, Gesù gliela fa riporre e ammonisce di non ricorrere alla spada mai. Né chiede al Padre vendetta per sé - le pagine del Getsemani sono di grande solitudine e angoscia. E' un uomo che muore e vorrebbe che fosse allontanato da lui quel calice, ma lo deve accettare.
Questa immagine di dio fatto uomo, e sofferente e impotente, cambia l'idea del divino, ed è molto più audace delle libertà del politeismo. E' una proiezione di tempi terribili. La Palestina ribolle di predicatori in attesa d'un messia che non viene e colui che viene non promette alcuna vittoria in terra, enuncia beatitudini paradossali, non suggerisce né chiede violenze. Muore fra i delinquenti. Chi aveva ed ha un'idea onnipotente di Dio rifiuta del cristianesimo proprio questo.
Ma che senso ha che noi due, vecchi compagni e non credenti, ci palleggiamo le citazioni? Il cristianesimo è una cesura tale che dopo i primissimi tempi, la discussione sul canone è complessa e fin drammatica. Ma è un momento alto, che la chiesa non reggerà.
Tanto più dopo Costantino. Ma ti sono grata per la correzione. Tuttavia l'Editto di Milano garantisce i cristiani, perché prima non erano sicuri come tu dici, e sulla leggenda (leggenda non è vulgata) e la restituzione dei beni si basa il potere temporale della Chiesa. E' questo che ne fa anche un potere politico in senso proprio, che come tale gioca nei rapporti di forza, copre o esige conflitti, teorizza con non pochi giuristi la guerra giusta, se non addirittura santa. Quando Wojtyla dirà che la guerra è sempre una sconfitta dell'umanità, dirà qualcosa mai detto prima, anche in contrasto con il catechismo (di Ratzinger). Perché negare che la Chiesa ha una sua terrestre e interessante storia? Della quale non fa parte che Agostino fosse un guerriero, né grande né piccolo, e non so se si possa dirlo di Ambrogio, già funzionario dell'impero, che fulminerà di scomunica proprio quel Teodosio per il massacro di Tessalonica.
C'è nell'ateismo tuo e di altri amici una passione che definirei religiosa e che a me manca del tutto... Con questa freccia del Parto, ti abbraccio.

il manifesto 5.10.06
Vita ascetica dell'antica Grecia


Sfumano nella leggenda i contorni della figura di Orfeo, mitico musico della Tracia e fondatore di quel movimento iniziatico, l'orfismo appunto, assai diffuso in Grecia a partire dall'età arcaica. La fortuna del personaggio - noto per la partecipazione alla spedizione degli Argonauti a caccia del vello d'oro, ma più ancora per la sua discesa agli inferi per riportare in vita la sposa Euridice - fu enorme nelle arti antiche e moderne. Quanto all'orfismo, è uno dei temi più complessi della storia della filosofia e della religione antica. Già nel VI e V secolo a.C. circolava un cospicuo numero di scritti orfici, poemi in esametri dattilici attribuiti a Orfeo (e a Museo, cantore altrettanto leggendario). I riferimenti sono numerosi in vari autori dell'età classica, che trattano l'orfismo con venerazione oppure lo bollano di ciarlataneria, rispecchiando contrastanti atteggiamenti diffusi nella società. In mancanza di buone fonti antiche, il papiro di Derveni assume un'importanza enorme: i testi di poesia orfica che ci sono pervenuti sono più tardi di vari secoli e identificare le credenze e le pratiche proprie del più antico ascetismo orfico è un problema inestricabile. La ricerca tende oggi a privilegiare gli aspetti comportamentali della cosiddetta «vita orfica», accanto all'insieme di dottrine proprie dell'orfismo. A quanto pare, alla base stava l'idea che l'uomo ha un'anima immortale, temporaneamente imprigionata in un corpo mortale. Per assicurare la salvezza dell'anima bisognava perseguire la purezza con regole di vita pratica (essenziale l'astensione dal mangiare carne), con atti rituali periodici di purificazione e con cerimonie di consacrazione iniziatica. I risvolti potevano essere molteplici: per esempio, le usanze alimentari orfiche impedivano di partecipare ai sacrifici cruenti agli dèi della religione ufficiale, con possibili ripercussioni di carattere socio-politico. Il fatto è che l'iniziato orfico non si accontenta del rapporto con il divino garantito dalla religione e dal culto comune e pubblico, ma aspira a una relazione mistica privilegiata. Una parte importante delle credenze orfiche era poi rappresentata dalla cosmogonia. All'inizio di tutto era Chronos, il tempo, da cui nacquero Etere, Chaos e Erebo, entità che rappresenta il regno dei morti; da Etere e Chaos fu formato un uovo primordiale da cui nacque Phanes, dio ermafrodito della generazione; da Phanes e da Notte provennero le stirpi divine fino a Zeus. A seguito di una violenza incestuosa, Zeus con la figlia Persefone (nata da lui e da Demetra) genera Dioniso: i Titani lo fanno a pezzi e ne mangiano le membra, ma Zeus li distrugge col fulmine e dalle ceneri nascono gli uomini, partecipi di una natura malvagia e titanica e di una natura divina e dionisiaca. E appunto la figura di Dioniso, che rinasce dai suoi resti ricomposti per divenire il dio della futura regalità, gioca un ruolo centrale nell'orfismo, in quanto dottrina misterica in contrasto con la religione olimpica, fondamento della concezione dell'anima, di una ritualità mistica e iniziatica.

il manifesto 5.10.06
Orfeo rinasce su un fragile rotolo
A oltre quarant'anni dalla scoperta, viene pubblicata l'edizione ufficiale del papiro di Derveni, il più antico libro scritto in greco. Un testo poetico e religioso destinato a gettare luce sui riti mistici e iniziatici dell'orfismo
di Franco Montanari

Ora io indosso bianchissime vesti e fuggo il parto dei mortali, né mi accosto alle tombe e mi guardo dal cibarmi di esseri animati (Euripide)

Sarà forse banale, ma la storia del papiro di Derveni potrebbe fornire lo spunto per uno di quei romanzi di contenuto storico-archeologico che ogni tanto conoscono una vampata di moda: al centro della vicenda, un testo poetico-religioso dell'antica Grecia la cui scoperta, del tutto casuale, è stata seguita da un intreccio di gelosie accademiche, rivalità internazionali e colpi bassi, trascrizioni pirata e una pubblicazione differita per decenni e attesa con ansia crescente. La storia però non solo è vera, ma ha una notevole rilevanza scientifica, e per fortuna ha conosciuto proprio nei giorni scorsi il lieto fine tanto atteso.
Il 15 gennaio 1962, due chilometri e mezzo circa a sud della località di Derveni (un passo di montagna sulla strada che da Salonicco conduce verso la Macedonia orientale e la Tracia), nel corso di alcuni lavori una macchina scavatrice portò alla luce una tomba ancora intatta. L'eforo - cioè il soprintendente - alle antichità di Salonicco, Charalambros Makaronas, fece eseguire scavi nell'area sotto la supervisione dell'archeologo Petros Themelis (che nel 1997, insieme a I.P. Touratsoglou, avrebbe portato a termine la pubblicazione completa dell'intero sito archeologico) e furono così scoperte altre sei tombe, solo due delle quali violate di recente, le altre piene di tesori. Venne alla luce una grande quantità di reperti, sepolti come offerte funerarie: vasi (tra cui un cratere stupendamente decorato), gioielli e oggetti di vario genere, tutti ora esposti nel Museo Archeologico di Salonicco.
Nella tomba dell'iniziato
Il centro abitato della zona, a nord del passo, era l'antica Lete. Un santuario di Demetra e Kore ha restituito sculture databili a partire dalla metà del IV secolo a.C. e allo stesso periodo appartiene un'iscrizione riguardante attività di cittadini della città presso altre comunità: testimonianze di un considerevole sviluppo sul piano urbano, economico e politico. La necropoli della città si trovava a nord del passo e ha restituito tombe databili dal VI al IV secolo a.C., il che vuol dire che l'area era abitata fino dall'età arcaica. Le «tombe di Derveni» invece erano collocate fuori da questo cimitero, a una distanza dal passo di oltre due chilometri: chi erano le persone sepolte così lontano e qual era il motivo di questa collocazione? Importanti cittadini di Lete, nobili e ricchi? Personaggi di alto rango militare, come indicherebbero le armi e i resti di cavalli bruciati sulle pire? Alcune iscrizioni lascerebbero supporre che si tratti di notabili di Lete di origine tessala, presenti nella zona a causa delle - peraltro mutevoli - relazioni del re Filippo II di Macedonia (il padre di Alessandro Magno) con le famiglie dinastiche della Tessaglia intorno alla metà del IV secolo.
Sta di fatto comunque che le tombe sono databili fra la seconda metà del IV e gli inizi del III secolo a.C e che in quella che è stata individuata come tomba A, venne trovato, fra i resti bruciati di un rito funerario, un rotolo carbonizzato diventato poi celebre in tutto il mondo come il papiro di Derveni. In base alla ricostruzione più probabile, il morto venne cremato su una pira presso la tomba, poi i resti suoi e di altre cose combuste furono posti in un cratere di bronzo, cui si diede sepoltura. Il fatto che anche il rotolo di papiro venne bruciato ha probabilmente una relazione con il suo testo di contenuto religioso, legato alle credenze orfiche, mentre la vicinanza al santuario di Demetra e Kore indica che il defunto era probabilmente un iniziato, seguace dei connessi riti misterici. In ogni caso, non sfuggì ai primi scopritori l'eccezionalità del ritrovamento del rotolo di papiro. Come è noto, il materiale scrittorio fatto di papiro non si è conservato in Grecia per ragioni climatiche, a differenza di quanto è accaduto in Egitto o anche a Ercolano dove i papiri carbonizzati furono preservati sotto il materiale eruttivo del Vesuvio. Quello di Derveni era dunque il primo papiro ritrovato sul suolo della Grecia, e la datazione alla fine del IV secolo ne faceva inoltre probabilmente il più antico libro scritto in greco, coevo al massimo di un altro paio di provenienza egiziana, anche se il confronto delle scritture può essere problematico data la diversità geografica. (Esiste per la verità anche un piccolo frustulo trovato nel 1982 in una tomba di Atene e datato al V secolo: ma per quanto riguarda il testo, nulla di paragonabile né per quantità né per valore).
Il rotolo era ovviamente di una estrema fragilità: bastava sfiorarlo per ridurlo in polvere. Trasferito al museo archeologico di Salonicco, si ruppe in pezzi e rivelò che l'interno era scritto: Makaronas chiese allora al filologo Stylianos G. Kapsomenos di occuparsene, conferendogli i diritti della pubblicazione del testo. Fu subito chiamato Anton Fackelmann, celebre conservatore dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Vienna, che aveva sperimentato un metodo di restauro di papiri carbonizzati, basato sull'applicazione di succo fresco di papiro e gomma arabica e sulla separazione dei diversi strati grazie a un effetto termico ed elettrostatico. Compiuto il lavoro nel luglio 1962, oltre 260 frammenti furono distesi, posti fra due strati di vetro e resi leggibili. Da allora, i vetri non furono più aperti: ulteriori restauri non sono infatti possibili, neppure per distendere piccole ripiegature, pena un danno assai superiore al vantaggio. Le fotografie prese allora restano dunque la documentazione migliore del testo, dato che allo stato attuale, anche le più avanzate tecnologie di lettura di manoscritti non possono portare più avanti.
Fu dunque Kapsomenos ad annunciare per primo il ritrovamento nel 1963 e a pubblicare l'anno dopo una descrizione generale con la trascrizione di alcuni brani del testo. Il mondo scientifico fu messo a rumore e la pressione morale e psicologica sui responsabili fu pesante e crescente. Tutti volevano conoscere il testo e vedere le fotografie: il papiro di Derveni divenne una ossessione, l'oggetto di una insostenibile curiosità per papirologi, studiosi di storia della letteratura greca antica, della storia della filosofia e delle religioni, della lingua, del libro e della scrittura. Più la pubblicazione ritardava, più le richieste aumentavano e sottolineavano il valore del ritrovamento, ma una sorta di paralisi psicologica si impadroniva dei responsabili. Il papiro di Derveni restava inedito e diventava per i più una chimera: a disposizione, infatti, c'erano solo le anticipazioni di Kapsomenos e la piccola foto di una sola colonna, e con il tempo la situazione editoriale si complicò ancora con modalità tipiche del mondo accademico e della ricerca.
La rottura di un tabù
Alla morte di Kapsomenos, il diritto e la responsabilità dell'edizione passarono a Kyriakos Tsantsanoglou e Georgios M. Parássoglou, docenti dell'università di Salonicco. Ma nel 1982 una edizione pirata comparve in fondo a un fascicolo di una rivista tedesca, in pagine non numerate nel corpo della rivista, senza firma né assunzione di responsabilità e senza dichiarazione di origine. Il testo, incontrollabile per assenza di riproduzioni e di possibilità di autopsia, non autorizzato da chi ne aveva i diritti, fu dichiarato pubblicamente incompleto, provvisorio e in parte errato: probabilmente era stato sottratto con astuzia da qualcuno che aveva avuto in mano una trascrizione di lavoro. Un tabù però si era rotto e ne seguì una lunga storia di riprese del testo dervenico, inclusione di sue parti in raccolte particolari (quali ad esempio edizioni dei frammenti di poesia orfica), traduzioni (in inglese e in francese), progressi in singoli punti compiuti grazie a informazioni elargite con generosità dai responsabili greci, sottoposti sempre più a una sorta di accerchiamento.
Gli studi si susseguivano, del papiro di Derveni si conosceva molto e molto più si ipotizzava, ma per gli studiosi era impossibile verificare la correttezza delle loro ipotesi testuali ed esegetiche. Mancava quello che tutti aspettavano da quasi mezzo secolo: l'edizione ufficiale e autorizzata, completa e condotta di prima mano, corredata di una valida riproduzione di tutti i frammenti, che fissasse lo stato reale del testo in ogni suo punto e mettesse chiunque in condizione di controllare l'attendibilità delle proprie ipotesi di integrazione e costituzione del testo, vale a dire della base irrinunciabile per l'interpretazione. E finalmente in questi giorni, grazie all'aiuto decisivo di Theokritos Kouremenos, un giovane e attivo studioso dell'università di Salonicco, l'attesa edizione affidata a Kyriakos Tsantsanoglou e George M. Parássoglou è uscita a distanza di oltre quarant'anni dalla scoperta.
Fra poesia e dottrina
Ma cosa contiene questo straordinario reperto, cosa c'è scritto nel papiro di Derveni? Il rotolo doveva essere lungo in tutto oltre tre metri e alto forse 16-17 centimetri: ne sopravvivono circa due metri e mezzo, in tutto ventisei colonne frammentarie in condizioni assai diverse di conservazione: di alcune infatti non rimangono che poche lettere. Forse i numerosi piccoli frustuli non collocati potranno permettere in seguito di ricostruire altre parti (nel libro sono tutti accuratamente riprodotti e gli esperti avranno da esercitare la loro acribìa).
Appare acquisito che il testo sia stato scritto tra la fine del V e gli inizi del IV secolo, più o meno intorno al 400 a.C.: dunque, quando fu copiato nel rotolo di Derveni (scritto alla fine del IV secolo) era già vecchio forse poco meno di un secolo. L'autore cita brani di poesia orfica (qualcuno dei versi era già noto da altre fonti) e svolge su di essi un commento dottrinale: il tema dei versi e della trattazione riguarda la cosmogonia, negli aspetti peculiari che essa assumeva per le credenze orfiche (il nome di Orfeo è conservato alla colonna 18). Al centro del discorso è Zeus, ma sono menzionate anche diverse altre figure divine, alle quali si applica una interpretazione allegorica. La genealogia cosmogonica mostra la peculiarità di provenire dalla coppia Etere-Notte, che gioca un ruolo particolarmente importante, ma ogni singolo elemento deve essere considerato alla luce del confronto con le altre fonti su un insieme di dottrine e interpretazioni altamente problematiche.
Un libro della religione, dunque, che contiene sia il testo di riferimento del fondatore Orfeo che la trattazione esegetica. Nelle fonti antiche, del resto, si fa spesso riferimento ai «libri» orfici, a sottolineare l'importanza che l'orfismo attribuiva al libro scritto, alla parola autorevole dell'interprete sacerdote iniziato, accanto alla ritualità delle purificazioni e delle cerimonie cultuali. L'uomo sepolto a Derveni, così, portò con sé nell'oltretomba, bruciato con lui, il rotolo prezioso che l'avrebbe seguito in quella vicenda post mortem alla quale aveva attribuito tanta importanza durante la sua «vita orfica».

Testi integrali
Quei frammenti riprodotti per intero
Il volume «The Derveni Papyrus» (a cura di Theokritos Kouremenos, George M. Parassoglou, Kyriakos Tsantsanoglou, Leo S. Olschki Editore, pp. XIV + 308 + 30 tavole), con l'attesa edizione e la riproduzione completa dei frammenti del rotolo di Derveni, vede la luce nel quadro di un progetto scientifico italiano di grande prestigio internazionale, il «Corpus dei Papiri Filosofici Greci e Latini», guidato da un comitato scientifico di nove studiosi (otto italiani di diverse università e uno inglese di Cambridge), sotto gli auspici dell'Accademia «La Colombaria» di Firenze, dell'Unione Accademica Nazionale e dell'Union Académique Internationale, in collaborazione con il fiorentino Istituto Papirologico «G. Vitelli».

Repubblica Salute 5.10.06
Tra forme angosciose e "melancoliche"

Nel 2020 la depressione sarà, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, la principale causa di disabilità per malattia dopo la cardiopatia ischemica.
Attualmente più del 17% della disabilità legata a problematiche di SALute mentale è causata dalla depressione; si calcola sia una patologia che colpisce il 5% della popolazione nei paesi industriali. Il rischio di sviluppare un episodio depressivo nel corso della vita è molto alto: 5-12% per gli uomini e 10-25% per le donne, che appaiono dunque più vulnerabili. La malattia può insorgere ad ogni età, ma il primo episodio compare solitamente tra i 20 e i 50 anni. Il primo e fondamentale sintomo della malattia depressiva è la tristezza: ma cosa distingue la tristezza "normale", che tutti proviamo in determinate situazioni, dalla tristezza "depressiva"? Innanzitutto quest'ultima può insorgere senza alcuna motivazione comprensibile, senza alcun legame con eventi di perdita, e non è influenzata da circostanze positive: non lascia spazio alla speranza. Nella tristezza normale è invece mantenuta la capacità di reagire e di pensare al futuro in termini positivi. La tristezza depressiva è inoltre avvertita anche sul piano fisico, come un sentimento di perdita di vitalità, di inerzia, di oppressione, che può essere vagamente localizzato nella testa, nel petto, nello stomaco. La persona depressa perde la capacità di provare piacere, e può avvertire la perdita di ogni sentimento. Sul piano del pensiero la tristezza depressiva si traduce spesso in convinzioni angosciose e non realistiche: il paziente si accusa di colpe terribili, o pensa di avere una grave malattia fisica, o è certo che lui e la sua famiglia finiranno in rovina. Anche la memoria e la concentrazione possono essere compromesse, così come l'appetito ed il sonno: nelle forme tipiche (dette "melancoliche") i malati soffrono di inappetenza ed insonnia, quest'ultima caratterizzata soprattutto da risvegli troppo anticipati, mentre nelle forme cosiddette "atipiche" si osserva aumento dell'appetito e del sonno. Nelle forme tipiche il mattino è il momento peggiore e ogni nuovo giorno è accolto con angoscia; in quelle atipiche i sintomi sono invece più gravosi alla sera. Una forma particolare di depressione "atipica" è il "disturbo affettivo stagionale", sindrome depressiva ricorrente che si presenta regolarmente in autunno-inverno, mentre le depressioni a ricorrenza estiva mantengono di solito le caratteristiche "tipiche".
Se i sintomi depressivi si presentano con minore gravità ma tendono ad accompagnare l'individuo per molti anni, o per tutta la vita, si parla di "personalità depressiva". Numerose sono le interpretazioni psicologiche del vissuto depressivo. Le scuole psicoanalitiche hanno legato la depressione alle esperienze di perdita: queste possono riguardare le persone amate o fattori importanti per l'autostima della persona (lavoro, status....). Di fatto esperienze di perdita precedono spesso il primo episodio depressivo. Altri autori hanno individuato alcuni tratti temperamentali "predisponenti": la scrupolosità, la coscienziosità, il senso del dovere, la tendenza ad evitare i conflitti. Secondo Hagop Souren Akiskal (Centro Internazionale per i Disturbi dell'Umore, San Diego), il temperamento depressivo sarebbe caratterizzato da una alterata regolazione di due emozioni fondamentali: la paura e la rabbia.
La relazione tra stress e depressione è stata studiata approfonditamente (sarebbe iperattivo il sistema ipotalamo-ipofisi-surrene) ma ancora non è stata completamente chiarita: stress nelle fasi precoci dello sviluppo (ad es. lunghe separazioni dalla madre nelle prime fasi della vita) renderebbero più vulnerabili. Ereditarietà ed esperienze avrebbero un ruolo importante. Occorre riconoscere e curare subitp l'episodio depressivo. Una terapia psicologica e farmacologica appropriata e mantenuta sufficientemente a lungo riduce drasticamente la durata dei sintomi ed aiuta a prevenire le ricadute. Una buona rete di relazioni interpersonali rappresenta un fattore positivo, mentre l'abuso di alcol o altre sostanze può peggiorare la prognosi. (f. c.)

Repubblica Salute 5.10.06
Agire con una psicoterapia sulla base di diagnosi certe
Conoscere le peculiarità con cui la depressione si manifesta nelle differenti età della vita può essere utile per riconoscere i sintomi depressivi, ed intervenire di conseguenza.
Particolarmente problematiche appaiono la diagnosi e la cura della depressione nei bambini e negli adolescenti. Recenti studi hanno dimostrato che la depressione negli adolescenti è meno rara di quanto non si credesse in passato. Comunque la malattia può presentarsi anche nei bambini in età prescolare.
Il riconoscimento della depressione del bambino si deve basare sull'osservazione nel suo ambiente naturale (famiglia, scuola, amici). Si deve tenere presente che l'umore dei bambini e degli adolescenti depressi può essere molto spesso più irritabile e "arrabbiato" che triste. Negli adolescenti gli sbalzi d'umore sono normali e questo può, in alcuni casi, nascondere o mascherare la presenza di un disturbo depressivo. La presenza di disaccordi familiari o di persone depresse in famiglia può rappresentare un fattore di rischio. La maggior parte degli episodi depressivi giovanili va incontro a guarigione, tuttavia sono possibili le ricadute. La psicoterapia cognitivo-comportamentale sembra essere l'intervento più efficace in queste fasce di età, mentre sull'utilità delle terapie farmacologiche esistono dati contrastanti. Sebbene l'allarme sul rischio di comportamenti suicidi indotti dagli antidepressivi nei giovanissimi sia stato
abbastanza ridimensionato, un recente studio dell'University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas, che ha esaminato oltre 200 pazienti di età compresa tra i 7 e i 17 anni, non ha rilevato particolari benefici apportati dalla terapia antidepressiva.
Un'altra fascia di età nella quale la diagnosi di depressione può presentare qualche difficoltà è quella degli anziani. Molte ricerche riportano una minore diffusione di questo disturbo nella popolazione over 65, ma questo dato, peraltro non univoco, potrebbe essere spiegato anche con la maggiore tendenza delle persone anziane a lamentare malesseri fisici, "mascherando" i sintomi depressivi.
La prognosi della depressione nella persona anziana è migliore di quanto non si ritenesse in passato: gli interventi farmacologici e psicoterapeutici (terapia cognitiva) permettono in molti casi di raggiungere la guarigione. Il medico dovrà tenere presente la maggiore sensibilità di questi pazienti agli effetti collaterali dei farmaci e considerare le possibili interazioni con altre medicine. Talvolta la depressione nell'anziano si può manifestare con disturbi della concentrazione, della memoria e dell'orientamento che simulano una demenza ("pseudodemenza", che guarisce quando viene superato l'episodio depressivo). Altre volte la depressione è, invece, il sintomo iniziale di una demenza. Le malattie cardiovascolari e l'ipertensione aumentano il rischio di depressione.
Negli uomini, con l'età, la diminuzione del livello degli ormoni androgeni (testosterone) può produrre una sintomatologia caratterizzata da debolezza, perdita del desiderio sessuale, ansia, irritabilità, insonnia: è la sindrome da parziale deficienza androgenica dell'invecchiamento, descritta da Mario Amore (Dipartimento di Neuroscienze, Università di Parma). In questi casi può anche essere presa in considerazione una terapia ormonale sostitutiva con androgeni. (f. c.)

Il manifesto 5.10.06
Lo scandalo etnico-confessionale
di Giuliana Sgrena


Non mi scandalizza il fatto che in una sala del Viminale, martedì, al termine della riunione del ministro dell'interno con la Consulta islamica, si sia celebrato il Ramadan. Vi siete mai scandalizzati di fronte alla messa che viene celebrata in ogni occasione ufficiale? O al fatto che un funerale di stato in Italia può essere solo religioso e secondo il rito cattolico? Nonostante la religione cattolica non sia più la religione di stato mantiene di fatto una supremazia sulle altre. Ed è partendo da questa «nostra» identità religiosa che il governo propone il riconoscimento degli stranieri non cattolici e degli italiani convertiti sulla base della loro appartenenza etnico-confessionale. Questo sì fa accapponare la pelle e non solo perché ci riporta subito ai drammatici scontri etnico-religiosi che dissanguano l'Iraq e che hanno dilianiato Jugoslavia, Afghanistan, Ruanda e altri paesi, ma anche perché così facendo si distrugge il concetto stesso di cittadinanza.
Quando il ministro Amato chiede alla Consulta di sottoscrivere una Carta dei diritti e dei valori - ipotesi contestata dall'Ucoii e poi abbandonata in attesa della elaborazione di una Carta dei valori che dovrà essere accettata da tutte le comunità etniche e religiose -- riafferma quei principi di libertà e uguaglianza nati dalla rivoluzione francese, ma dimentica di valorizzare il termine di «cittadino» che ne fu protagonista. Questo appellativo usato indistintamente per tutti gli individui, con la rivoluzione francese diventa simbolo di libertà e di uguaglianza. Il ritorno alla definizione in base all'appartenenza etnico-religiosa è la negazione della libertà: un musulmano che vive in Italia perché non può essere riconosciuto in quanto individuo invece che in quanto credente e appartenente alla comunità islamica? I musulmani hanno diritto alla laicità, come noi. E infatti solo una piccola minoranza dei musulmani in Italia frequenta le moschee, eppure l'Ucoii può vantare tanto potere perché controlla la maggior parte dei luoghi di preghiera. Il riconoscimento religioso aumenta il potere dei gruppi islamisti, soprattutto i più radicali, che hanno maggiori mezzi coercitivi per controllare le loro comunità. È proprio questa la logica da sconfiggere per cominciare a disinnescare i ricatti e le provocazioni dell'Ucoii e dei Fratelli musulmani.

mercoledì 4 ottobre 2006

il Riformista 4,10.06
Riccardo Lombardi, una storia del «socialismo difficile»
di Paolo Franchi


Prima di tutto, un’avvertenza. Questa non è un’intervista, ma il resoconto, spero fedele, di una lunga e appassionata conversazione con Fausto Bertinotti su Riccardo Lombardi, il Cinquantasei, la complessa e ricca vicenda dell’autonomismo socialista in Italia. Che prende spunto da due considerazioni. La prima: i suoi primi passi in politica il leader di Rifondazione comunista, oggi presidente della Camera, li ha mossi da socialista lombardiano. La seconda: sempre lui, Bertinotti, ha voluto che il partito della Sinistra europea, in cui le formazioni vetero, post e neocomuniste pesano in modo determinante, tra le «tracce» storico-politiche meritevoli di essere seguite e indagate.
Grava su Lombardi, morto ventidue anni fa di questi giorni, il peso dell’oblio. E ancor più, forse, un giudizio o un pregiudizio diffusi che lo considerano, nel migliore dei casi, un acchiappanuvole preda di astratti furori ideologici. Inutile dire che a Bertinotti queste valutazioni non tornano affatto. «La storia socialista dell’ex azionista Lombardi, che si definiva in tempi non sospetti un a-comunista, è sin dall’inizio tutta interna a quella dell’autonomismo. E nel Psi “autonomia” voleva dire autonomia dal Pci. Anzi, vorrei dire che, almeno sul piano politico, Lombardi fu forse il più autonomista di tutti». Sul concetto di autonomismo, però, anche perché si parla di storie dell’altroieri, è il caso di intendersi. «C’è stato, nel Psi, un riformismo autonomista che non ha mai rifiutato in via di principio l’idea di una rottura del sistema capitalistico, ma non l’ha mai cercata, e anzi ha accettato l’idea di un compromesso strategico con il capitalismo. Lombardi no, Lombardi era un riformista rivoluzionario…». Se è così, si capisce bene perché faticassero a convivere, due concezioni così radicalmente diverse. «Faticavano, naturalmente, ma si rispettavano. Vuole un parere pro veritate? L’altro giorno è venuto a trovarmi un vecchio e illustre socialista della prima schiatta, Giovanni Pieraccini, e mi ha portato il suo ultimo libro (Socialismo e riformismo, Marietti 1820, ndr). Certo, anche Pieraccini rimprovera a Lombardi, cui pure riconosce “una personalità complessa, affascinante, acuta, colta”, una forte dose di “astrattezza ideologica”. Ma descrive nitidamente il suo pensiero, l’idea cioè delle riforme di struttura, il cavallo di battaglia lombardiano, “come una serie di duri colpi all’accumulazione capitalistica, e quindi al sistema”. E, se ne contesta il carattere irrealistico, agli albori del centro-sinistra, è soprattutto per via dei rapporti di forza politici: come si poteva pensare, dice, di lavorare alla demolizione del capitalismo con un Psi al 14 per cento e una Dc al 38, che controlla tutto o quasi il potere?».
Se Pieraccini, in sostanza, contesta a Riccardo Lombardi di essere stato Riccardo Lombardi, nella sinistra europea c’è chi lo capisce. «Su tutti, il giovane André Gorz, in un libro, Il socialismo difficile, che in molti trovammo affascinante». Perché difficile? «Prima di tutto, e per l’epoca non è davvero poco, perché non ha niente da spartire con il cosiddetto socialismo reale dell’Est. E poi perché si fonda su una strategia, quella delle riforme di struttura, che vuole modificare dall’interno le strutture economiche e sociali del capitalismo per trascenderlo».
Mi viene in mente una espressione tipica di Lombardi: si tratta di cambiare il motore con la macchina in movimento. «Sa che cosa diceva scuotendo la testa il riformista padano Fernando Santi, ogni volta che Lombardi la ripeteva? “E pensare che è un ingegnere”… Rispetto a tutti gli altri uomini della sinistra italiana che Gorz individua come possibili protagonisti della costruzione del “socialismo difficile”, mi vengono in mente Lelio Basso, Vittorio Foa, Pietro Ingrao, Bruno Trentin, Lombardi è il meno curioso verso i mutamenti che la ripresa del conflitto sociale determina nella società, non vede quello che cambia nella Cisl, o tra i metalmeccanici. Per dirla con un linguaggio attuale, è tutto fuorché un movimentista. Esagerano, i suoi critici, quando sostengono che vuole fare il socialismo per legge. Ma, se è lecito immaginare un giacobinismo senza ghigliottina, Lombardi è un neogiacobino. Un grande neogiacobino».
Facciamo qualche passo indietro. Fino al Cinquantasei, al XX Congresso del Pcus, all’insurrezione ungherese: perché se Lombardi è autonomista già da un pezzo, la stagione della speranza autonomista comincia qui. «Qualcosa si è già messa in movimento prima. Al congresso socialista di Torino, nel ’55, è Rodolfo Morandi, non certo un uomo della destra socialista, a pronunciare, poco prima di morire, un discorso importantissimo di apertura ai cattolici e alla Dc. Ma è il Cinquantasei ad aprire una prospettiva nuova a forze autonomiste che fin lì erano state costrette a mordere il freno. E quanto più Palmiro Togliatti frena il cambiamento tanto più si rafforza il loro ruolo». Insisto: non tutti gli autonomismi socialisti hanno lo stesso segno. «Dovessi giudicare con gli occhi di oggi, direi che c’è un autonomismo di destra, quello che comincia con l’incontro tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat a Pralognan, e finisce con il centrosinistra e l’unificazione tra Psi e Psdi; e un autonomismo di sinistra di cui Lombardi è l’esponente più significativo. Ma allora le cose erano molto più complicate. Anche uomini del socialismo di sinistra, cito per tutti Raniero Panzieri, Luciano Della Mea, Luciano Libertini si dicono e dicono ai compagni: “Vediamo cosa fa Nenni, vediamo dove va Nenni”…: l’autonomismo socialista del Cinquantasei racchiude destini politici assai diversi, il centro-sinistra, il riformismo rivoluzionario di Lombardi, l’operaismo di Panzieri».
Lombardi, il neogiacobino, interpreta, secondo Bertinotti, lo spirito del tempo, in un’Italia che, magari confusamente, dall’apertura a sinistra si aspetta molte cose. «Prepara attivamente il centro-sinistra, contro i suoi amici Basso e Foa. Ma non accetta di annacquarne il programma: alla prova del governo, di fronte all’idea che bisogna allearsi con la Dc soprattutto per salvare la democrazia, rompe. E torna a investire sul partito, nella speranza di accumulare le forze per rilanciare le riforme di struttura». Una speranza vana. «Sì, anche perché il neogiacobino Lombardi, che segue con attenzione estrema quel che capita non solo nella politica ma anche nel mondo cattolico al tempo del Concilio, non dispone direi quasi concettualmente della risorsa società: non vede il Sessantotto e l’autunno caldo». Da questo punto di vista sembrerebbe un leader politico lontano anni luce dal movimentista Bertinotti. «Rivendicarne l’attualità mi sembrerebbe una sciocchezza, stiamo parlando di un’altra stagione, quando in campo, oltre tutto, c’erano le classi, non i movimenti. Se ho pensato e penso che nella lezione dell’a-comunista Lombardi ci sia qualcosa di importante per la Sinistra europea e per Rifondazione, è perché trovo tuttora straordinario il suo arrovellarsi, che è anche il mio, sul socialismo. Su un socialismo, dico, che, per recuperare tutte le forze almeno disponibili alla ricerca che sono in campo, deve essere nutrito di una cultura esplicitamente neorevisionistica».
Quasi dimenticavo di chiedere a Bertinotti come mai, in politica, ha cominciato da socialista e da lombardiano. «Le rispondo in modo molto netto: non ho mai provato l’attrazione togliattiana. Al gruppo dirigente comunista riconosco un merito storico straordinario, che i socialisti non possono neanche sognarsi di accampare: è riuscito a impiantare saldamente il Pci nel profondo della società italiana, a farne un partito di massa. Ma la tradizione comunista mi è sempre parsa troppo sicura di sé e del suo percorso, troppo aliena, fatta eccezione per l’inquietudine di Pietro Ingrao, dal dubbio. Il dubbio, nella storia della sinistra italiana, è più roba da socialisti».

l'Unità 4.10.06
TRENTIN E L’UNGHERIA 1956
E Togliatti attaccò Di Vittorio
di Bruno Ugolini


Torna alla ribalta il tema del dissidio tra Togliatti e Di Vittorio
sui fatti d’Ungheria del 1956. La Fondazione Di Vittorio ha, infatti,
indetto per domani, giovedì, un apposito convegno. Sarà anche letto
(accanto alla relazione di Adolfo Pepe e gli interventi di Piero
Boni, Antonio Carioti, Luciana Castellina, Piero Fassino, Adriano
Guerra, Guglielmo Epifani, Carlo Ghezzi) un contributo di Bruno
Trentin. Lo scritto era stato composto dall’ex segretario generale
della Cgil, poco prima dell’incidente che lo ha colpito questa estate.
Trentin riporta alla ribalta e approfondisce, tra l’altro, un
episodio già presente in un libro realizzato con Adriano Guerra e
uscito nel 1997 («Di Vittorio e l’ombra di Stalin», Ediesse). È un
episodio rimasto un po’ in ombra e che riguarda quel terribile 1956.
Giuseppe Di Vittorio era stato giudicato colpevole da Togliatti per
aver difeso le ragioni degli operai ungheresi. Il tutto si era
trasformato in un attacco alla Cgil - sostiene Trentin - poi
sviluppato in tutte le sezioni del Pci e culminato «in una lettera di
Togliatti, nella quale informava il Comitato centrale del Pcus
dell’esistenza nel Pci di gruppi che sostenevano l’insurrezione di
Budapest. Nella lettera, inoltre, si sottolineava che tali gruppi
esigevano che l’intera direzione del partito venisse sostituita, con
Di Vittorio nuovo segretario». «Questa denuncia di carattere
delatorio prosegue Trentin (nessun gruppo, come Togliatti sapeva
bene, aveva avanzato la candidatura di Di Vittorio alla segreteria
del Pci, né Di Vittorio l’avrebbe mai avallata), tendeva
evidentemente a delegittimare il leader della Cgil fra i sovietici e,
attraverso il loro intervento, nella FSM (l’organizzazione sindacale
mondiale, ndr)».
Trentin chiama poi in causa altri dirigenti sottolineando «l’attacco
a Di Vittorio da parte della Direzione del Pci, e l’aggressione
faziosa, in particolare, di Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta,
Paolo Bufalini e Mario Alicata. Solo Luigi Longo si distinse per la
sua volontà di dialogo. E la figura di Longo va profondamente
riconsiderata, contro molte caricature che ne sono state fatte. Penso
alla sua analisi lucida e rispettosa dell’esperienza e dell’eredità
togliattiana, che però non ne ignorava i limiti e le contraddizioni;
ai primi contatti avviati (attraverso Giorgio Napolitano) con la SPD
di Willy Brandt; all’apertura di un dialogo con le forze di sinistra
che combattevano lo stalinismo (che andrà avanti fino alla
partecipazione “autorizzata” mia e di Rosario Villari - al Convegno
internazionale di Venezia sull’opposizione nei Paesi dell’Est,
promosso dal Manifesto nei giorni immediatamente precedenti la
cosiddetta “Biennale del dissenso” del novembre 1977. Partecipazione
bollata da Armando Cossutta come antisovietica...)».
Una testimonianza inedita e importante, questa di Trentin, che
ripropone il tema vero presente anche nel convegno della Cgil, quello
della conquista dell’autonomia da parte del sindacato. La “rottura”
di Di Vittorio, spiega ancora Trentin, «non fu un fulmine a ciel sereno.
Essa maturò dopo un lungo processo d’incubazione, scandito da una
serie di altri fatti: le lotte per il Piano del lavoro; il programma
di riforme elaborate anche mediante un confronto vivo con settori
importanti della cultura economica e sociale italiana; il grande e
articolato movimento di massa nelle campagne; gli scioperi al
rovescio per ottenere la costruzione di nuove centrali elettriche nel
Sud; il rilancio dell’azione rivendicativa contro le forme più odiose
di sfruttamento e di limitazione della libertà sindacale
nell’industria del Nord; la battaglia per imporre una politica di
riconversione dell’industria bellica. Insomma: un enorme patrimonio
programmatico e rivendicativo, che rispecchiava l’autonomia anche
culturale - raggiunta dalla Cgil nel corso degli anni cinquanta.
Una tensione progettuale e una capacità di lotta che mettevano
oggettivamente in questione il monopolio dei partiti della sinistra
non solo sulla politica internazionale, ma anche sulla politica
economica e sul grande tema dei diritti individuali. Penso, ancora,
alla lungimiranza di Di Vittorio quando lanciò il grande obiettivo
dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Penso al dibattito sul
“Piano Vanoni” (concepito come risposta al Piano del lavoro):
occasione di un altro attacco del Pci all’approccio critico ma
costruttivo della Cgil (Amendola se ne lamentò fortemente sia al
Comitato centrale del partito sia in Parlamento), volto sempre alla
ricerca di un interlocutore, fuori da una logica d’opposizione
subalterna. Lo stesso avvenne durante il confronto, duro ma
dialogante, con Pietro Campilli, Presidente della Cassa per il
Mezzogiorno. Per non parlare delle divergenze sul “Piano Pieraccini”,
che aveva tra i suoi ispiratori intellettuali del rango di Giorgio
Ruffolo, su cui i deputati sindacalisti della Cgil si astennero,
nonostante il voto contrario del Pci. Mentre nel 1970 fu il Pci ad
astenersi sullo Statuto dei diritti dei lavoratori, che, su impulso
di Giacomo Brodolini e Gino Giugni, sanzionava con una legge dello
Stato le conquiste dell’autunno caldo».
È una lunga storia che ha accompagnato le celebrazioni per i 100 anni
della Cgil. Un sindacato, come ha voluto sottolineare Carlo Ghezzi,
presidente della Fondazione Di Vittorio, presentando il convegno,
che, proprio in riferimento ai fatti d’Ungheria, non abbisogna oggi
«di alcuna autocritica


Corriere della sera 4.10.06
Psicoanalisi e nuovi orizzonti
IL TRANSFERT È COME UN FILM
di Silvia Vegetti Finzi


L'offerta di psicoterapie è ormai così ricca e variegata che si rende necessaria una mappa per orientarsi. Uno dei riferimenti più sicuri è costituito dalla Società Italiana di Psicoanalisi (Spi), che rappresenta la più convalidata genealogia freudiana. Molti temono che un'istituzione così ufficiale si sia arroccata nella difesa dell'ortodossia e della corporazione. Ma se c'è un merito della psicoanalisi è la sua capacità di interrogarsi, di mettersi in crisi, di formulare, pur nel costante riferimento ai capisaldi della disciplina, metodi e obiettivi nuovi. Un secolo di ascolto clinico non è trascorso invano e la consapevolezza raggiunta è tale da indurre un raffronto, in corrispondenza al centocinquantesimo anniversario della nascita di Freud, tra le origini della psicoanalisi e i suoi attuali sviluppi. L'occasione è stata fornita dal XIII Congresso nazionale della SPI, appena svoltosi a Siena, sul tema: «Il transfert. Cambiamenti nella teoria e nella pratica clinica». Le due relazioni principali, quella storica affidata a Stefania Turilazzi Manfredi, psicoanalista fiorentina di vasta e raffinata cultura, e quella clinica attribuita ad Antonino Ferro, didatta dell'Istituto di Milano, hanno permesso di valutare i mutamenti intervenuti negli ultimi anni rispetto alla tradizione. Ferro rappresenta, in questo momento, una figura centrale nel campo psicoanalitico internazionale, come attestano le traduzioni delle sue numerose opere in quasi tutte le lingue occidentali.
In questo momento privilegiare il tema del transfert è stata, come hanno argomentato in apertura il presidente della Società Fernando Riolo e la responsabile scientifica Anna Ferruta, una scelta coraggiosa perché il transfert, inteso come scambio incrociato di pensieri, parole, affetti ed emozioni tra analista e paziente, costituisce al tempo stesso il motore e il combustibile della cura freudiana. Certo il transfert funziona anche fuori dallo studio psicoanalitico e, con maggiore o minore intensità, alimenta tutte le nostre relazioni. Ma la psicoanalista ha un occhio in più in quanto monitorizza contemporaneamente il paziente, se stesso e gli scambi reciproci. L'importanza di questo dispositivo è tale che si può organizzare la storia della psicoanalisi intorno alle sue successive elaborazioni e trasformazioni.
Mentre Freud lo considerava soprattutto un veicolo per riportare nel presente dell'analisi esperienze del passato non metabolizzate, rendendole così disponibili a una successiva elaborazione, le ultime tendenze si soffermano piuttosto sull'apertura al futuro che tale dinamica comporta.
Nella «cucina» analitica di Ferro troviamo pertanto, oltre all'interpretazione e alla ricomposizione della memoria, che conservano un indubbio potere euristico e terapeutico, anche nuove ricette per trasformare, insieme ai pensieri, l'assetto della mente, contenuto e contenitore. Ad esempio, di fronte agli effetti negativi di un trauma infantile, non basta rievocarlo e scioglierlo in una narrazione che lo renda pensabile, dicibile e condivisibile. Non è sufficiente che la psicoanalisi ripari i danni subiti dal paziente se può ottenere, con nuovi dispositivi, che il suo apparato psichico, ricostituito, metta in atto capacità inespresse, realizzi potenzialità insperate.
Per raggiungere risultati così radicali è però necessario che il radar analitico ampli il suo raggio d'intercettazione sino a captare sensazioni oscure, emozioni grezze, vissuti che non hanno mai raggiunto la mente, che non sono mai divenuti pensiero. MauroMancia, psicoanalista e neurofisiologo, li colloca nella memoria implicita dove sono depositate sensazioni precocissime, suscitate dal contatto del neonato con il corpo e la voce della madre. Prive di rappresentazione, quelle emozioni non sono mai state memorizzate. Tuttavia urgono nel sogno e nel transfert e possono essere recuperate alla cura se l'analista coglie l'«intonazione musicale» con cui si esprimono e la trasforma in una «fiaba», capace d'integrare le lacune della biografia.
Secondo Ferro, per recuperare emozioni non legate al ricordo si può utilizzare qualsiasi mezzo espressivo: la parola, la musica, il disegno, il gesto, il fumetto, il film e non importa se essi non riportano la storia reale del paziente perché oggetto della psicoanalisi sono gli stati della mente, non del mondo. «In ultima istanza il transfert è la forza che porta ciascuno a mettere in scena un dramma che sarà poi sciolto in modi imprevedibili». Lo schermo sul quale si proiettano le emozioni da configurare è costituito dalla mente dell'analista che, dopo aver accolto materiali amorfi, pezzi di pensieri e brandelli di affetti, li monta in un filmato inedito, girato dal pensiero onirico del giorno e della notte. Il risultato di questo lavoro condiviso sarà inatteso, sorprendente, unico, così com'è irripetibile ogni opera d'arte. A proposito di metafora cinematografica, il premio «Cesare Musatti» è stato attribuito quest'anno al regista Bernardo Bertolucci.
Uno «scambio» che è motore e combustibile della cura freudiana.

Repubblica 4.10.06
Minaccia di scissione contro il partito democratico: alle Camere già possibile il gruppo autonomo
Sinistra ds verso la rottura "Noi, terza forza dell'Unione"
Appello al premier: si fermi e ragioni con noi
I vertici della Quercia irritati con Parisi per "l'ennesima entrata a gamba tesa"
di Goffredo De Marchis


ROMA - Qualcuno l'ha già immaginata, la scissione sotto la Quercia. «Non prevedo uno strappo traumatico come nell '91, al congresso di Rimini. Nessuno avrà da recriminare. Ci faremo gli auguri. E ognuno per la propria strada», dice Carlo Leoni, esponente del correntone e vicepresidente della Camera. «Detto questo - aggiunge - speriamo di non arrivarci». Ma i motori di una separazione in casa Ds sono accesi. Ci sono i numeri, le condizioni e anche lo spazio politico (con il riferimento al socialismo europeo che tanto divide i protagonisti del Partito democratico) per creare nuovi gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. «Diventiamo la terza forza della coalizione», annuncia orgoglioso Cesare Salvi, il leader della corrente «per il socialismo». «Siamo già un gruppo più grande di Pdci e Verdi. Possiamo crescere», spiega Marco Fumagalli. E ripete i numeri: «Ventitrè deputati, dieci senatori, tre europarlamentari... ». Parla dei firmatari della lettera aperta con cui le minoranze diessine hanno annunciato la loro assenza al seminario sul Partito democratico a Orvieto. Con quelle adesioni si possono creare formazioni politiche autonome in Parlamento. «Il nostro messaggio è rivolto a tutti - avverte Fumagalli -. Ai Ds, ma anche a Prodi». Come dire: Romano fermati. Perché le scissioni non aiuteranno la stabilità del tuo governo. «Il premier - dice Salvi - deve tenere conto di una rappresentanza parlamentare come la nostra. Deve ragionare con noi».
Le minoranze hanno gettato il sasso e ieri si sono goduti i risultati. Il ridimensionamento dell'appuntamento di Orvieto, la rabbia della maggioranza diessina nei confronti di Arturo Parisi, che con l'intervista a Repubblica, ha di nuovo accelerato immaginando lo scioglimento dei partiti. Con i Ds ci aveva già provato. Alla vigilia del congresso di Torino. Pierluigi Bersani lo ha criticato in maniera esplicita sottolineando il valore dell'iniziativa degli ex popolari a Chianciano. Il percorso identitario in fondo è l'unico che può evitare un'emorragia consistente dentro la Quercia. E anche nel prevertice dei Ds tenuto prima della riunione con Prodi, Piero Fassino e Massimo D'Alema hanno condannato «l'ennesima entrata a gamba tesa» di Parisi mentre Anna Finocchiaro metteva in guardia lo stato maggiore: «Al Senato il gruppo socialista di Salvi può nascere sul serio». Gli uomini e le donne del correntone non fissano scadenze, non preparano iniziative pubbliche. Gli basta incassare i successi che vengono dalle difficoltà altrui. L'ipotesi del Partito democratico ha rivitalizzato una minoranza che all'ultimo congresso di Roma, nella sua componente più grande, quella che fa capo a Fabio Mussi, era stata ridotta al lumicino del 14,5 per cento. Con Walter Veltroni ormai concentrato su Roma e Sergio Cofferati «in sonno» a Bologna. Le minoranze erano divise: Mussi da una parte, Salvi dall'altra, Fulvia Bandoli nella trincea ecologista. Oggi invece sono tutti lì, in calce alla lettera che difende il governo Prodi, ma rivendica un soggetto che abbia i nomi «socialista» e «sinistra». Fare dei nuovi gruppi parlamentari, poi, può essere un'esigenza politica ineluttabile e anche conveniente. Si ottengono dei finanziamenti, cresce il potere contrattuale, si può lavorare su una sinistra alternativa al «moderatismo» del Partito democratico. La nuova forza del «socialismo europeo» manterrebbe anche un ministro nell'esecutivo. «Mussi è lì in rappresentanza della sinistra ds. Chi può chiedergli di lasciare?», fanno osservare i suoi compagni di corrente. Forse dovrebbe rinunciare Leoni, alla Camera. «Certo - dice lui -. Ma non sarebbe un problema».
L'intervista di Parisi che ha irritato i vertici del Botteghino, di riflesso, non è dispiaciuta alle minoranze. Perché secondo loro alimenta la confusione. E «condivido le parole del ministro: la strada non è segnata, non si crea un partito solo perché non si può tornare indietro», sorride Leoni. Per il momento, forti di numeri e di uno spazio che consentono autonomia di movimento, i «dissidenti» del Pd non cercano raccordi con i partiti dell'ala radicale. Anzi, la loro è una sfida. «La Sinistra europea di Pietro Folena oggi è tutta una cosa di Rifondazione, piuttosto il nostro riferimento è la Cgil», osserva Leoni. Non ci sono contatti con i «ribelli» Gavino Angius, Gianni Cuperlo e Peppino Caldarola, che criticano il progetto prodiano. Semmai una fase di studio. In attesa che dalla maggioranza congressuale si sfilino altri dirigenti. «Del resto - dice Fumagalli - è vero che i Ds ormai hanno il fiato corto. Ma la somma di un partito asfittico e di un partito del cavolo come la Margherita non darà vita a un capolavoro».

martedì 3 ottobre 2006

l’Unità 3.10.06
Partito democratico, la sinistra Ds: «Noi non ci saremo»
di Wanda Marra


Le minoranze Ds non andranno al seminario di Orvieto sul Partito democratico. Un «no» secco al nuovo soggetto politico, che dopo le contrarietà espresse ripetutamente negli ultimi mesi, assomiglia proprio a uno stop definitivo. E la decisione
nella maggioranza crea dispiacere e amarezza, anche se i toni rimangono pacati. E se nessuno ancora parla di scissione del partito, l'impressione è che qualcuno cominci a guardarsi intorno.
La decisione di disertare Orvieto è stata ufficializzata lunedì in un documento, firmato dai 43 esponenti delle minoranze Ds (Correntone di Mussi, area Salvi, sinistra ecologista della Bandoli). «Non possiamo accettare che gli stati maggiori si facciano interpreti, senza chiare verifiche democratiche, della volontà popolare, e in nome e per conto dei militanti e degli elettori, procedano alla fusione tra Ds e Margherita - si legge nel documento - non possiamo accettare che nasca un partito che non contenga, né nel nome né nel simbolo, le parole "sinistra" e "socialismo"».
Contestazioni di metodo e di merito, insomma. Che si appuntano soprattutto sul fatto che non ci sia stato un congresso a dare mandato ai Ds di dar vita al Partito democratico. «Chiediamo che si arrivi a un congresso, nel quale poter proporre una nostra alternativa al pd», dice infatti Piero Di Siena. Che, a livello personale, in caso di esito negativo, si dice molto interessato all'esperienza di Uniti a sinistra, e al suo percorso di arrivare a un soggetto unico di sinistra. Chi non ha nascosto in questi ultimi mesi la sua propensione verso la sinistra radicale è stato Cesare Salvi, presenziando anche ad alcune manifestazioni, come la chiusura della Festa nazionale di Liberazione.
«Ad Orvieto ci saranno 500 invitati, che dovrebbero ascoltare e prendere atto di quello che tre professori hanno escogitato 4-5 persone hanno deciso prima senza un coinvolgimento democratico effettivo», denuncia il senatore Salvi. Anche Giorgio Mele ribadisce la contrarietà delle minoranze al Pd. Mentre Fulvia Bandoli spiega: «L'eventualità che scompaia in Italia la forza più significativa che si richiama al socialismo e alla socialdemocrazia europea dovrebbe portare ognuno di noi a ridefinire le proprie posizioni». E fa riferimento a uno dei temi più dibattuti: ovvero l'eventuale futura appartenenza o meno del nuovo partito al Pse. «Ritengo che sia tempo di dire che la questione dell' appartenenza al socialismo europeo è una precondizione», dichiara. Ed è tagliente: «Non si può parlare di scissioni, quando non c'è più un soggetto da cui scindersi». E Katia Zanotti spiega la scelta di non andare a Orvieto come «una messa a punto di politica e pensiero».

Le reazioni della maggioranza della Quercia sono affidate a Migliavacca, coordinatore della segreteria Ds: «È singolare che non si intenda partecipare al seminario di Orvieto che è la prima sede di discussione comune sulle prospettive dell'Ulivo e del partito democratico promossa da Romano Prodi». «Il seminario - ci tiene a precisare- è l'avvio di un percorso che ha visto in campo l'Ulivo nelle ultime tre consultazioni elettorali e che per quanto riguarda i Ds li ha visti impegnati in una discussione che ha coinvolto gli iscritti negli ultimi due congressi». Si tratta di «un avvio». E conclude: «È del tutto evidente che quando ci sarà una proposta concreta saranno gli iscritti a decidere». Intanto, in ambienti vicini al segretario si parla di «dispiacere» per l'accelerazione data dalle minoranze, mentre le intenzioni erano di portare tutti dentro a un processo. Ma si dice, le minoranze «hanno deciso di chiudere la porta prima ancora che si cominciasse», mentre non c'era un percorso già scritto.
Dal canto suo Fassino dialoga a distanza con le minoranze, pur senza risponder loro esplicitamente, mentre si rivolge a Gusenbauer: «Il risultato delle elezioni che ha portato la Spoe ad essere primo partito in Austria, è motivo di gioia e soddisfazione per tutti noi e dimostra ancora una volta la forza e la vitalità del tuo partito e del socialismo democratico europeo». «Il Partito Democratico è il futuro verso cui bisogna lavorare», ribadisce anche il Ministro Giovanna Melandri. Ma le perplessità nei Ds verso il nuovo soggetto non arrivano solo dalle minoranze, ma anche da autorevoli esponenti della maggioranza. Se non è nel Pse «non aderirò al partito democratico», avverte Caldarola, spiegando: «I gruppi dirigenti dei partiti che hanno convocato la convention di Orvieto devono rendersi conto che il tema dell'affiliazione internazionale, la minaccia di una scissione all'interno dei Ds, il rischio che il partito democratico sia la sommatoria di partiti personali, costituisco
no un elemento di totale impraticabilità della strada intrapresa». E anche Zingaretti, capogruppo dei Ds a Strasburgo dice: «Nell'era della globalizzazione, sarebbe folle pensare ad una forza politica isolata nel mondo e in Europa. Su questo, dispiace che rispetto al Pse prevalgano paure e si continuino a dare risposte un pò ideologiche».

Intanto Carlo Leoni replica per le minoranze a Migliavacca: «Nella nostra scelta di non partecipare al seminario di Orvieto non c'è "rifiuto del confronto": è dentro i Ds e con gli iscritti che sul Pd il confronto non c'è mai stato. Non è vero che su questo ci sono già stati due congressi: in quei congressi nessuno ha mai posto il tema dello scioglimento dei Ds». «Nell'ultimo congresso quando la minoranza parlava di rischio che la lista unitaria portasse al partito democratico i sostenitori della mozione Fassino negavano e replicavano sdegnati che si trattava di un processo infondato alle intenzioni», chiosa anche Gloria Buffo.

Aprileonline 3.10.06
Noi non ci saremo


Alla vigilia del vertice dell'Ulivo che, questa sera, vede impegnati Prodi, Fassino e Rutelli nel definire gli ultimi particolari del seminario di Orvieto per il Partito Democratico, un gruppo di parlamentari (deputati, senatori, europarlamentari) e di componenti la Direzione Nazionale DS (esponenti della Sinistra DS ed Ambientalisti) motivano, in una lettera, la loro decisione di non partecipare ad Orvieto
Noi, che abbiamo fiducia nell'alleanza democratica di centrosinistra, e abbiamo contribuito al suo successo elettorale; che ci siamo assunti responsabilità istituzionali e di governo; che sosteniamo con forza il governo presieduto da Romano Prodi: noi non saremo al seminario di Orvieto "per il partito democratico".
Non possiamo accettare che gli stati maggiori si facciano interpreti - senza chiare verifiche democratiche - della volontà popolare, e in nome e per conto dei militanti e degli elettori, procedano alla fusione tra DS e Margherita.
Non possiamo accettare che nasca un partito che non contenga, né nel nome né nel simbolo, le parole "sinistra" e "socialismo".
Non possiamo accettare che resti irrisolta la questione cruciale della sua collocazione europea ed internazionale.
Perciò di qui in avanti non condivideremo passi di un cammino che porta ineluttabilmente al fatto compiuto, per lasciare agli iscritti la sola possibilità di ratifica finale, quando tutto sarà stato già deciso senza e prima di un congresso, di una partecipazione e di una decisione democratica.
Per questi motivi, di metodo e di merito, non ci saremo.
Firmatari:
Chiara Acciarini, Antonio Attili, Raffaele Aurisicchio, Fulvia Bandoli, Gianni Battaglia, Giovanni Bellini, Giovanni Berlinguer, Paolo Brutti, Gloria Buffo, Valerio Calzolaio, Massimo Cialente, Famiano Crucianelli, Titti Di Salvo, Piero Di Siena, Claudio Fava, Massimo Fiorio, Marco Fumagalli, Guido Galardi, Alfiero Grandi, Nuccio Iovene, Paolo Leon, Carlo Leoni, Angelo Lomaglio, Aleandro Longhi, Claudio Maderloni, Giorgo Mele, Paolo Brutti, Fabio Mussi, Pasqualina Napoletano, Marisa Nicchi, Luciano Pettinari, Silvana Pisa, Giulia Rodano, Antonio Rotondo, Cesare Salvi, Marilena Samperi, Alba Sasso, Arturo Scotto, Lalla Trupia, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Salvatore Vozza, Gianni Zagato, Katia Zanotti

Aprileonline 3.10.06
Orvieto? Partitocrazia senza partiti
Intervista con Gloria Buffo
di Marzia Bonacci


Il dado è tratto: 43 esponenti di spicco dei Democratici di sinistra non siederanno tra i banchi del nascituro Partito democratico. Per comprendere le motivazioni alla base della lettera aperta inviata ieri a Prodi, Fassino e Rutelli, ne parliamo con Gloria Buffo, della Sinistra Ds
In vista del vertice di Orvieto, previsto per venerdì e sabato prossimi con l'intento di gettare le basi del progetto di fusione tra Ds e Dl, le acque in casa Ulivo si agitano. Sono diversi i punti sui quali le anime interessate al Pd non riescono a trovare un accordo: si va dalle divergenze sulle materie eticamente sensibili al problema della collocazione europea del nuovo soggetto politico.
Ad Orvieto saranno assenti 43 parlamentari e componenti della direzione nazionale dei Ds, tra cui Fabio Mussi, Cesare Salvi e Fulvia Bandoli. Lo hanno ribadito ufficialmente, con una lettera aperta destinata a lasciare il segno. Ne parliamo con Gloria Buffo, esponente della Sinistra Ds e firmataria della missiva.
Come dobbiamo leggere la lettera aperta, qual è il senso?
Noi non parteciperemo a fatti compiuti quale il seminario di Orvieto, che senza nessuna verifica democratica tra gli iscritti dei Ds dà già per compiuta la scelta del nuovo partito, riunendo quindi i parlamentari e le direzioni di Ds e Margherita a discutere di "come" fare questo nuovo soggetto. Con Orvieto viene meno un modo democratico di procedere perché non esiste un mandato congressuale e soprattutto non c'è stata una verifica fra gli iscritti del partito. Siamo ad una ‘partitocrazia senza partiti'.
Quella che poni è una questione di metodo sicuramente molto rilevante. Ma esiste anche un problema di contenuti?
Sicuramente si. Non siamo disposti a discutere i particolari di una formazione in cui la sinistra socialista scompare dal nome e dal simbolo. Crediamo che in Italia debba esistere una grande forza di sinistra che si ispiri al socialismo internazionale. Nell'intenzione di chi organizza il seminario di Orvieto tutto questo non esiste, non c'è.
Il punto è che non siamo persuasi del fatto che unificare i Ds e la Margherita sia una necessità storica o politica, al contrario proprio la scena politica internazionale e italiana ci suggeriscono la necessità di una sinistra forte, e non solo radicale. Qualcuno a casa nostra, però, ha pensato che si potesse esaurire l'esperienza dei Ds, azzerare il partito. Un partito che anche a nostro avviso richiede un ripensamento: ma un conto è sostenere la necessità di riformare i Ds dandogli basi popolari più ampie, ripensando alle idee di fondo mettendoci un po' più di sinistra, un altro è sostenere che l'urgenza è unificarsi con Rutelli e De Mita: tutte persone stimabili con cui è giusto allearsi, ma senza dimenticare che un partito non è un programma, è un'identità, è una rappresentanza di soggetti sociali, di idee fondamentali.
Vi si rimprovera di essere legati a vecchi schemi, di essere quasi nostalgici di una sinistra che non c'è più...
Non è sostenibile la teoria per cui esisterebbero due componenti distinte: una rivolta al futuro (sostenitori del Pd) ed un'altra rivolta al passato (coloro che dubitano della fusione Ds-Dl). Qui tutti infatti ci proiettiamo verso il domani, solo che per noi questo domani deve consistere in una sinistra rinnovata che non rinunci al socialismo. Francamente, dubito che sia un gran rinnovamento e un salto nel futuro mettere insieme queste due entità politiche.
Cosa farete?
Chiediamo che venga convocato al più presto un congresso dove sia data agli iscritti la possibilità di esprimersi sul merito del Partito democratico. Un congresso che va indetto subito, non tra un anno, quando magari gli stati maggiori dei due partiti si sono già accordati su tutti i particolari e agli iscritti non resterà altro che ratificare o respingere le loro volontà.
Un congresso dove si discutano le varie posizioni in campo l'avevamo in verità già chiesto per questo autunno, ma ci era stato risposto che c'era la Finanziaria e ci sarebbero voluti due-tre mesi in più. Ora non si può più rimandare.
Da tempo, assisto al comportamento di un gruppo dirigente che si sporge a presentare atti compiuti senza democrazia, cinque persone che - attraverso le interviste rilasciate sui giornali - decidono quale deve essere il destino dei Ds. Qualcosa di inaccettabile, soprattutto perché tra le file di quella che è stata la maggioranza all'ultimo congresso sono stati in molti ad aver espresso la propria perplessità. Il congresso è perciò un atto dovuto, doveroso, non è un piacere rilasciato a 20 deputati e 12 senatori della sinistra Ds.
Con questa lettera aperta non abbiamo fatto altro che esercitare la nostra responsabilità politica per arrestare questa deriva in cui fatti compiuti sostituiscono le discussioni democratiche. Metteremo in campo tutte le iniziative per far si che questo dovere democratico venga assolto. Fatto salvo che, per noi, il centrosinistra e il governo Prodi rimangono una priorità.

da gramscitalia.it
sito della sezione italiana dell'International Gramsci Society


Anche il Komintern dubitava del "compagno Ercoli", in “Il Giornale”, 18 luglio 2003

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Repubblica 3.10.06
Quel sogno ungherese soffocato da Mosca
di Bernardo Valli


La rivoluzione contro il comunismo
cinquant'anni fa la rivolta di Budapest

A ottobre scoppiò la protesta di piazza di operai e studenti
La repressione sovietica mostrò l'impossibilità di cambiare il sistema

Il 23 ottobre 1956 Budapest si sveglia convinta che il mondo comunista stia cambiando. Le rive del Danubio sono affollate dalle prime ore. L´aria già fredda dell´autunno è elettrizzata dall´euforia provocata dagli avvenimenti polacchi. Sono in molti a pensare che sia ormai imminente un´identica svolta in Ungheria. Tra il 19 e il 22 ottobre il comunismo nazionale polacco ha riportato al potere Wladislaw Gomulka, caduto in disgrazia nel ´48 per "deviazionismo nazionalista" e poi incarcerato per anni.
La riabilitazione di Gomulka, accettata dai sovietici, è vista come il preludio alla riabilitazione di Imre Nagy, il presidente del consiglio ungherese destituito l´anno precedente, ed espulso via via dall´ufficio politico, dal comitato centrale e infine dal partito, perché "troppo liberale".
La disgrazia politica ha fatto di Nagy il mitico simbolo di un comunismo nazionale, simile a quello che i vicini polacchi sembrano avere appena realizzato. Nagy è un uomo di piccola statura, con i baffi fitti e spioventi. Dicono che assomigli a un notaio della vecchia società austroungarica. Ma al contrario di tanti dirigenti comunisti lui non è un intellettuale uscito dalla piccola borghesia (o come il filosofo György Lukàcs dall´alta borghesia). Viene dalle pianure occidentali dell´Ungheria contadina. Dopo il ritorno al potere di Gomulka, gli ungheresi non si aspettano soltanto che avvenga lo stesso per Nagy: pensano sia inevitabile che anche in Ungheria, come in Polonia, venga definitivamente condannato lo stalinismo, siano ritirate dal Paese le truppe sovietiche, sia avviato un processo di democratizzazione, e sia promossa una riforma economica. All´inizio si sostiene che questo deve avvenire nel rispetto del sistema socialista e del legame con Mosca.
Quella mattina del 23 ottobre 1956 i destini delle democrazie popolari di Varsavia e di Budapest, come vengono definiti i regimi comunisti dell´Europa orientale, appaiono molto simili. Il vento della destalinizzazione, levatosi dal XX Congresso del partito sovietico, riunitosi a Mosca dal 17 al 24 febbraio, durante il quale Nikita Krusciov ha svelato i "crimini" di Stalin, morto tre anni prima, hanno avuto ripercussioni immediate e diverse nei Paesi dell´Est. Il primo effetto è stato quello di riavvicinare la Jugoslavia di Tito all´Unione Sovietica. Un segnale di grande rilievo perché la Federazione jugoslava, governata da un comunismo con una netta impronta nazionale, ben distinto da quello sovietico, era prima giudicata un´eresia e condannata come tale.
In Polonia la sanguinosa repressione delle manifestazioni operaie di Poznan, il 27 e 28 giugno (113 morti tra i lavoratori che rivendicavano il pagamento di ore straordinarie) hanno accentuato le croniche agitazioni. Come a Varsavia, anche a Budapest il XX Congresso ha approfondito le divisioni tra i dirigenti: ha dato coraggio agli elementi più "liberali" (revisionisti, riformisti): in Polonia ai gomulkisti e in Ungheria ai nagyisti. Al punto che il vertice moscovita, spaventato dalle spinte nazionaliste, frena bruscamente sul fronte delle riforme e predica la continuità, e si oppone al patriottismo esaltando la solidarietà internazionale. Vale a dire l´obbedienza all´Urss. Ma di fronte alle intemperanze polacche, avendo ricevuto garanzie sulla cosiddetta solidarietà internazionale, i sovietici cedono su più punti, e concedono quel che subito gli ungheresi a loro volta pretendono.
Dunque Budapest, il 23 ottobre del ´56, sta per ottenere quel che Varsavia ha appena ottenuto, attraverso il compromesso e grazie a un movimento compatto. Questo è perlomeno lo scenario previsto o auspicato dai riformisti e dai revisionisti dell´Unione degli Scrittori e del Circolo Petöfi, dove gli intellettuali promuovono apertamente un´azione tesa ad accelerare i cambiamenti nel partito. Tra gli studenti, più intemperanti e meno omogenei nell´avanzare le rivendicazioni, gli umori sono più eccitati. Nell´aula magna dell´Università tecnica di Budapest, il 22 ottobre, cinquemila tra studenti e professori hanno partecipato a un´assemblea, prolungatasi fino alle prime ore del mattino, durante la quale è stato proposto un programma democratico, in cui si esalta lo spirito della rivoluzione patriottica del 1848 (della quale il poeta Petöfi fu il promotore). Nel documento si chiedeva la partenza delle truppe sovietiche, il ritorno di Imre Nagy al governo e l´applicazione della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione dei diritti dell´uomo.
In quelle ore alla testa del partito c´è Ernest Gerö, uno stalinista meno stalinista di Mathias Ràkosi al quale è succeduto in luglio. Gerö è un personaggio inviso ai rakosiani e ancor più ai riformisti. L´ombra di Rakosi, uno dei più detestati dirigenti comunisti dell´Europa orientale, pesa ancora sul Paese. Ràkosi era il campione dalla repressione. Era la sua ossessione. Dopo i fatti polacchi di Poznan, temendo l´influenza degli intellettuali riformisti sugli operai, aveva cercato di mobilitare quest´ultimi contro "gli agenti della borghesia" annidati nei circoli culturali, in particolare nel Circolo Petöfi. Del quale aveva già sospesa nel frattempo l´attività. Ma l´azione di Ràkosi non corrispondeva più alla politica di destalinizzazione avviata dal Cremlino. Il 17 luglio due alti dirigenti sovietici (Mikoyan e Suslov) erano accorsi a Budapest e avevano sostituito Ràkosi con Gerö. Una mezza misura, un cambio della guardia insufficiente, non all´altezza della situazione.
Ma ritorniamo nell´aula magna dell´Università tecnica di Budapest dove la riunione si conclude con un comunicato in cui si invitano gli studenti a riunirsi l´indomani, 23 ottobre, alle 14.30 sul viale Gorki, davanti alla sede dell´Unione degli scrittori, per poi raggiungere la statua del generale Jozsef Bem, piazza Pàlffy, davanti alla quale deporranno corone di fiori per manifestare la solidarietà agli studenti polacchi malmenati a Poznan, dove protestavano dopo il massacro degli operai. Il comunicato si conclude con un invito «ai lavoratori delle fabbriche a unirsi al corteo». Né Nagy né i suoi stretti collaboratori hanno partecipato alla preparazione del 23 ottobre.
Il confronto non comincia per loro iniziativa. La manifestazione studentesca, prima proibita e poi all´ultimo momento autorizzata dal potere in preda allo sgomento, degenera in una sparatoria davanti all´edificio della radio, dal quale gli altoparlanti trasmettono un impacciato discorso di Ernest Gerö. Reparti dell´esercito ungherese, mandati sul posto per ristabilire l´ordine, rifiutano di sparare sulla folla, e spesso le danno le loro armi. Alle 21.30, precisa un rapporto delle Nazioni Unite, viene abbattuta la statua di Stalin. Appena informati degli scontri davanti al Parlamento e all´edificio della radio, gli operai di Csepel, di Ujpest e di altri quartieri periferici si impadroniscono di tutti i camion a portata di mano e raggiungono il centro della capitale. Dove alcune strade sono illuminate dai falò sui quali bruciano le pubblicazioni in lingua russa strappate dalle vetrine delle librerie. Cosi nella notte tra il 23 e il 24 ottobre la manifestazione studentesca si trasforma in una sommossa operaia, di fronte alla quale l´Avh (Autorità per la protezione dello Stato), la polizia politica collegata ai servizi sovietici, difende a stento le sedi del partito, il parlamento, le centrali telefoniche. L´Avh non può contare sull´esercito, né sulla polizia ordinaria, solidali con i manifestanti.
Quest´ultimi, sempre più armati, grazie ai soldati che hanno fornito i fucili, danno la caccia agli agenti sospettati di avere sparato sulla folla. In quella stessa notte si riunisce l´Ufficio politico, la massima istanza del partito, e in preda al panico prende decisioni contraddittorie. Da un lato reintegra Imre Nagy nel Comitato centrale e lo designa come capo del governo, dall´altro chiede l´intervento delle truppe sovietiche, affinché ristabiliscano l´ordine e facciano rispettare lo stato d´assedio e la legge marziale, decretati di gran fretta.
Imre Nagy viene riabilitato e rimesso formalmente al potere, come Gomulka a Varsavia, ma a Budapest la svolta politica diventa tragedia.
Ma il 23 ottobre è soltanto il primo atto di una rivolta che assai presto si rivela un´insurrezione nazionale contro la dominazione straniera, contro un regime totalitario, in favore della democrazia. Uno dei più meticolosi storici delle democrazie popolari (l´ungherese François Fejtö), dice che in quel tardo ottobre le aspirazioni popolari si sono manifestate in un disordine tumultuoso, come in un fuoco d´artificio di sogni, di passioni, di frustrazioni, di spontaneità. La cappa della repressione è esplosa dando libero sfogo a tutti gli strati di una società che il comunismo reale non era riuscito ad appiattire.
La posizione di Nagy si rivelò subito impossibile. Comunista leale e patriota realista cercò di rispettare il compromesso raggiunto con i sovietici (i soliti Suslov e Mikoyan accorsero subito a Budapest), secondo il quale l´Ungheria avrebbe rispettato la famosa solidarietà internazionalista. Vale a dire che non sarebbe uscita dal blocco sovietico. Ma l´insurrezione era ormai diventata una rivoluzione, e Nagy non aveva gli strumenti per guidarla e contenerla. E cosi quando i capi dell´insurrezione-rivoluzione chiesero «la denuncia del Patto di Varsavia, l´indipendenza totale e la neutralità», dopo qualche giorno di resistenza, Nagy non si oppose a quelle richieste. Cedette. Non poteva che stare con coloro che l´avevano invocato. Con i suoi.
E l´Ungheria fu livellata dai carri armati. Sovietici. Sotto gli sguardi impietositi o freddi dell´Occidente, impegnato in quella stagione in Medio Oriente, dove si svolgeva l´ultima spedizione coloniale, quella anglo-francese di Suez.

Repubblica 3.10.06
L'occasione persa dal Pci
di Mario Pirani


I giorni della rivolta vissuti nella redazione dell'Unità
Allora è cominciata la lunga crisi del Pci
Intellettuali. Molti intellettuali comunisti decisero in quella occasione di uscire dal partito
La politica dell'America sull'Ungheria fu veramente debole. La lasciarono alla deriva nel mare dell'evoluzione storica
Il partito comunista italiano pagò duramente questo abbandono di solidarietà verso lavoratori in lotta per la loro libertà
A Budapest e nelle altre città ungheresi si distruggevano tutti i simboli della dipendenza dell'Ungheria dall'Urss
L'accettazione acritica dell'Urss come Stato socialista modello era sparita per sempre, come anche il dovere di ubbidirle
Alibi. Le parole di Napolitano smentiscono chi dice che quello fu "un errore necessario”

Riandando a quelle giornate del ´56 mi sembra di udire ancora il ticchettio delle telescriventi dell´Unità che nel pomeriggio del 23 ottobre avevano cominciato a trasmettere da Budapest le notizie di una manifestazione di studenti, trasformatasi nel corso di qualche ora in una imprevista e imponente dimostrazione di piazza contro il regime. D´ora in ora i dispacci si facevano più drammatici e ce li passavamo, quasi strappandoceli di mano, per leggerli subito: duecentomila persone si erano radunate nelle vie e nelle piazze del centro, una gigantesca statua di Stalin era stata abbattuta, davanti alla sede della radio di Stato la polizia aveva fatto fuoco, i carri armati sovietici di stanza attorno alla città si stavano muovendo.
Per molti giorni nella redazione ogni ordine gerarchico sembrava venir meno. Tutti ci accalcavamo nella stanza del direttore che era Pietro Ingrao (gli sarebbe subentrato di lì a poco Alfredo Reichlin, mentre io ero a capo dei servizi economici e sindacali) o ci confrontavamo in animate discussioni nei corridoi e nel salone delle riunioni. La redazione si spaccò anche sulla pubblicazione o no (prevalse il no, per disposizione superiore) del "Manifesto dei 101", malgrado le autorevolissime firme del meglio dell´intellighentia di sinistra, da Sapegno a Muscetta, da Aymonino a Vespignani, da Cafagna a Spriano. A infiammare ancor più il confronto contribuì il rientro fortunoso del nostro inviato, Alberto Jacoviello, arrestato, assieme a Montanelli, da un reparto russo prima del confine austriaco, che aveva trasmesso corrispondenze assai critiche verso la dirigenza comunista ungherese.
Quello che ci colpiva di più nei suoi scritti era che descrivevano una rivolta non solo studentesca e giovanile, come in un primo momento era parso, ma pure animata, in prima fila, dai quarantamila metalmeccanici delle officine di Csépel che avevano dato vita ai Consigli operai, quasi una riedizione dei soviet della rivoluzione d´Ottobre.
Naturalmente quelle corrispondenze non erano affatto piaciute alla direzione del partito e ricordo ancora, proprio nella redazione di via IV Novembre, il ghigno ieratico di Mario Alicata, intransigente capo della sezione culturale di Botteghe Oscure, mentre sibilava con l´indice puntato contro Alberto: «Eccolo qui. È tornato il vindice della libertà magiara. Io avevo un disco di Bela Bartok e l´ho rotto!». Quella atmosfera caotica e palpitante si prolungò fino alla prima decade di novembre, prima di stemperarsi nelle settimane e mesi successivi in dibattiti tesi, non di rado dolenti, ma più composti, in spregiudicati contraddittori giornalistici su nuove pubblicazioni ricche di fermenti revisionistici, da Passato e Presente diretta da Antonio Giolitti a Città aperta, diretta da Tommaso Chiaretti, un redattore popolarissimo dell´Unità. La loro sorte politica era, però, segnata: se Giolitti uscirà dopo l´VIII Congresso, Tommaso Chiaretti, nello spazio di un anno, finì radiato dal partito dopo aver pubblicato "La grande bonaccia delle Antille", un irridente apologo di Italo Calvino nei confronti di Togliatti (al pari di Jacoviello anche Chiaretti nel 1976 approderà a Repubblica come primo critico teatrale del nostro giornale). Nell´arco di quell´anno una generazione di giovani comunisti – di cui noi redattori dell´Unità e di Paese Sera eravamo una scheggia abbastanza rappresentativa – si trovò, comunque, a fare i conti con l´appartenenza al Pci, maturata sull´onda della opposizione al fascismo e della Resistenza. Sulla base, cioè, di valori di libertà, democrazia, indipendenza nazionale che sentivamo sempre più in contraddizione col legame con l´Urss.
È opportuno ricordare come questo snodo non fosse venuto alla luce solo con l´esplodere della sanguinosa crisi ungherese e con i moti di pochi giorni antecedenti, scoppiati a Poznan in Polonia e seguiti dal cambio di governo a Varsavia dove era stato defenestrato il maresciallo (di origine russa) Rokossovski e nominato primo ministro Wladislaw Gomulka, in galera fino al giorno innanzi. Questi eventi, che svelavano la natura dei cosiddetti paesi di democrazia progressiva, erano stati, peraltro, preceduti da accanite discussioni scaturite dalla divulgazione del rapporto segreto di Krusciov al XX Congresso svoltosi a Mosca in febbraio, il cui testo anticipato solo sul New York Times del 26 marzo, era stato in seguito ripreso in Italia dal Punto, settimanale di cultura azionista, diretto da Vittorio Calef. Da quel momento il dibattito all´interno e all´esterno del partito era diventato esplosivo. Le "degenerazioni" del regime socialista, così definite persino da Togliatti in un ponderoso saggio-intervista su Nuovi Argomenti, mettevano in questione non solo l´Urss ma la natura, la storia, la vocazione dello stesso Pci. L´esigenza di una svolta radicale veniva rivendicata non solo da quasi tutto il mondo intellettuale che ruotava allora attorno al partito ma anche da autorevoli dirigenti come Antonio Giolitti, Furio Diaz, Bruno Corbi, Fabrizio Onofri, Renato Mieli, Eugenio Reale e da personaggi di altissimo prestigio come Giuseppe Di Vittorio, capo amatissimo della Cgil, o Fausto Gullo, già ministro dell´Agricoltura e artefice di celebri decreti che portavano il suo nome e che avevano cambiato le condizioni di centinaia di migliaia di coloni agricoli.
Questo il clima in cui si delineavano scelte dirimenti collettive e personali che la rivoluzione ungherese aveva portato a maturazione. Non reggeva infatti più quella straordinaria e per un certo arco di tempo lungimirante "doppiezza" inventata e incarnata da Palmiro Togliatti che era riuscito a radicare le masse popolari italiane entro i limiti di una opposizione di massa, i cui paletti erano segnati in partenza dalla Costituzione e dal rispetto sostanziale dei confini di Jalta, guidata da un partito che rivendicava la via parlamentare per concorrere al potere e che plasmava la sua ideologia alla luce, soprattutto, di garantirsi un agreement permanente col mondo cattolico. In questo contesto l´Urss aveva la funzione di catalizzare l´immaginario rivoluzionario di una base, nell´immediato impegnata in un riformismo dei fatti, proiettandolo verso un futuro assolutamente atemporale, non segnato da tappe o scansioni di accesso: una icona – il socialismo sul modello sovietico – dipinta come un paradiso in terra, da sognare ma non da raggiungere. Questo capolavoro di composizione degli opposti, che aveva permesso, tra l´altro, di riassorbire senza rotture le pulsioni ricorrenti dell´estremismo di sinistra, era venuto meno col disvelamento dell´Urss come potenza aggressiva e incombente, qui e ora: l´orologio dell´atemporalità si era inopinatamente messo in moto e scandiva l´ora della scelta.
E a questo punto si pose un interrogativo di fondo.
Poteva Togliatti in seguito alla rivoluzione ungherese intraprendere una grande svolta, liberarsi del legame di ferro con l´Urss, gettare le basi di una unificazione riformista, far cadere il fattore K e aprire alle sinistre italiane la via del governo, assai prima del crollo del muro di Berlino? Chi scrive, come quasi tutti coloro che negli anni a cavallo di Budapest lasciarono il partito, pensavano e speravano di sì. Ci confortava il fatto che l´Italia fosse sotto l´ombrello della Nato, ci confortava che Tito già dal 1948 avesse potuto affermare l´indipendenza da Mosca senza subire una aggressione militare, fornendo la prova che ci si poteva staccare da Stalin anche restando comunista, ci confortava l´arco di alleanze, dal Psi alla sinistra cattolica fino ai partiti laici che era ancora possibile consolidare, aprendo finalmente la via a una alternanza di sinistra democratica. Ci dissero allora – e molti lo ripetono ancor oggi – che quella strada non era percorribile, sia perché la guerra fredda aveva diviso i due campi in un modo tale da non permettere defezioni, sia perché la base comunista non avrebbe seguito una revisione tanto drastica. Certo, il popolo comunista non avrebbe seguito un gruppo di intellettuali illuminati, ma è almeno presumibile che, per contro, se la via dell´indipendenza e della fedeltà ai valori dell´umanesimo socialista fosse stata imboccata da Togliatti e da un gruppo dirigente di enorme prestigio (basta pensare all´ascendente di Di Vittorio) la frazione filosovietica avrebbe avuto poco spazio per agire.
Il fatto certo è, invece, che Togliatti mostrò in quel momento storico un limite che pesò in modo catastrofico sul futuro della sinistra italiana. Quanto alla teoria dell´"errore necessario", se era discutibile nel ´56, essa appare oggi un inaccettabile camuffamento di una revisione incompiuta.
In realtà di quel gruppo che allora solidarizzò con Togliatti e con i carri sovietici, per stracciarsi le vesti dopo la caduta dell´Urss, molti si sono rivelati dei pentiti a metà, proprio dietro l´usbergo dell´"errore necessario". Limpida e, come quasi sempre negli ultimi decenni, solitaria, la posizione di Giorgio Napolitano, il quale, affermando che «allora ebbe ragione Nenni» e andando a rendere omaggio ad Antonio Giolitti, come primo atto della sua Presidenza, si è dimostrato ora convinto di come nel 1956 fosse percorribile una diversa scelta.

Repubblica 3.10.06
Intervista allo storico Victor Sebestyen
il mondo libero li abbandonò
Franceschini


Tradimento. Gli ungheresi si sentirono traditi soprattutto dagli Stati Uniti
Incertezza. A Mosca erano divisi: qualcuno era contrario all'intervento militare

«Dalle prime ore di stamane truppe sovietiche stanno attaccando Budapest e la nostra popolazione. Informateci su quanto sta facendo il mondo per aiutare l´Ungheria». Sono le sei e trenta del mattino del 4 novembre 1956. A Vienna, le telescriventi dell´Associated Press battono i comunicati che giungono dal quotidiano ungherese Sza bad nep (Un popolo libero). A inviarli non è un giornalista, bensì un ragazzo che scrive con il fucile a tracolla, mentre le sue speranze di libertà, dopo due settimane di fieri combattimenti nelle strade della capitale, vanno in frantumi. I carri armati sovietici stanno radendo al suolo Budapest e facendo migliaia di vittime tra la popolazione civile. Il mondo, di cui viene ancora una volta invocato l´aiuto, non muove un dito. Poco prima delle undici del mattino, la linea si interrompe: anche la voce del giovane combattente tace per sempre. «La prima rivolta contro l´impero sovietico si concluse tragicamente», commenta Victor Sebastyen, giornalista e storico inglese di origine ungherese, autore di Budapest 1956, un libro che ricostruisce i dodici giorni di quella rivoluzione popolare sulla base di nuovi documenti usciti dagli archivi di Ungheria e Russia, che ora esce contemporaneamente in Europa e in America (in Italia lo pubblica Rizzoli) in coincidenza con il cinquantenario della rivolta. «Eppure quella scintilla non si spense mai del tutto. Rimase viva nel dissenso. Brillò di nuovo, un decennio più tardi, con la primavera di Praga. Trascorso poco più di un altro decennio, si riaccese in Polonia, con il movimento di Solidarnosc. Infine l´incendio divampò nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e successivamente il crollo dell´Urss».
Vuol dire che nulla di quel che è seguito poi sarebbe stato possibile senza la scintilla ungherese?
«Non dico questo, le cause della fine del comunismo in Europa orientale e del collasso dell´Unione Sovietica sono vaste e complesse. Ma la rivolta del 1956, pur brutalmente estirpata, fu il primo seme da cui derivò tutto il resto. Lasciò un segno e un trauma indelebile, che non è stato mai dimenticato, né a Mosca, né nei cosiddetti paesi satelliti, tantomeno in Occidente».
Cosa aggiunge il suo libro a quanto già si conosceva della rivolta di Budapest?
«Aggiunge le testimonianze dirette degli ungheresi, ancora vivi, che parteciparono a quelle drammatiche giornate, e che soltanto dopo il 1989, dopo il ritorno della democrazia in Ungheria, si sono sentiti di parlare davvero liberamente. Inoltre aggiunge le rivelazioni che ho trovato a Budapest e a Mosca, una volta che sono stati aperti gli archivi: trascrizioni delle riunioni del Politburo sovietico, per esempio».
E dunque cosa accadde a Mosca?
«La prima reazione fu di sgomento, sorpresa, incertezza. Una notevole parte del Politburo non voleva intervenire pesantemente, cercava un compromesso con il nuovo potere insediatosi a Budapest. Gli stessi vertici dell´Armata Rossa esitavano. I successi iniziali conseguiti dai rivoltosi facevano temere il peggio».
Come fu possibile che una rivolta armata di vecchi fucili e bottiglie Molotov mettesse in scacco l´Armata che appena dieci anni prima aveva sconfitto Hitler e conquistato Berlino?
«A Budapest, quando scoppiò la rivolta, c´erano 1500 carri armati sovietici. I combattenti per la libertà ungheresi ne distrussero 150, uccidendo circa seicento soldati russi e qualche centinaio di uomini dei servizi segreti ungheresi fedeli a Mosca. Ma molti carri armati erano vecchi modelli, altri furono immobilizzati da incidenti, altri ancora rimasero senza benzina. Le truppe russe presenti in città non appartenevano a reparti di élite. Le forze sovietiche caddero in preda al caos. Così, utilizzando metodi da guerriglia urbana e grande coraggio, a un certo punto la rivolta, a cui parteciparono attivamente circa 25 mila persone, tra cui molti ragazzi di dodici e tredici anni, molte donne, sembrò avere la meglio».
Poi cosa successe?
«Il 30 ottobre venne assediato il Comitato Centrale del partito comunista ungherese. Dopo una battaglia di tre ore, i funzionari uscirono con una bandiera bianca. Furono immediatamente fucilati e appesi in piazza, a testa in giù, per i piedi, come Mussolini a Milano. Poi venne dato loro fuoco. L´odore della carne bruciata si sentì per un giorno intero. Il giorno dopo, al Cremlino, i membri del Politburo video le foto di quelle scene e decisero di agire. Ma credo che avrebbero finito per decidere comunque: come tutti gli imperi, sentivano che se avessero lasciato fare all´Ungheria, anche gli altri paesi satelliti dell´Europa orientale si sarebbero potuti ribellare uno dopo l´altro. Così Mosca ordinò l´invio massiccio di carri armati e truppe speciali».
Contro cui la guerriglia urbana non funzionò?
«Nei primi giorni i carri armati avevano l´ordine di non sparare alla cieca sulla folla e sulle case. Alla fine, invece, bombardarono gli edifici dei ribelli fino a raderli al suolo, con la gente dentro. Molotov e fucili non servivano più a niente».
Gli ungheresi si sentirono traditi dal resto del mondo?
«Soprattutto dall´America. Ma il presidente Eisenhower era alla vigilia di un´elezione e non se la sentì di mettere in discussione gli accordi di Jalta sulla spartizione dell´Europa».
C´è anche un elemento personale nel suo libro?
«Sono nato a Budapest, ero in fasce nei giorni della rivolta, ma i miei genitori, pur non partecipandovi attivamente, la sostennero. Pochi mesi più tardi, tutta la mia famiglia fuggì in Occidente. È tutta la vita che aspettavo di fare i conti con il 1956».

ITALO CALVINO
Quella sera in cui arrivarono le notizie dell´invasione dell´Ungheria da parte dell´Armata rossa e dell´ingresso dei carri armati a Budapest, ero a cena con Amendola a Torino, in casa di Luciano Barca, che dirigeva l´edizione torinese dell´Unità. Amendola ha ricordato in un suo libro quest´episodio. Lui era venuto a Torino per incontrare me e gli altri amici della Einaudi; per "tenerci buoni", perché si capiva che le difficoltà stavano arrivando e noi davamo segni di grande impazienza. Fu per me una serata decisiva. Mentre Amendola parlava, Gianni Rocca, che allora era redattore capo dell´Unità, telefonò a Barca. Aveva la voce rotta di pianto. Ci disse: i carri armati stanno entrando a Budapest, si combatte per le strade. Guardai Amendola. Eravamo tutti e tre come colpiti da una mazzata. Poi Amendola mormorò: «Togliatti dice che ci sono momenti nella storia in cui bisogna essere schierati o da una parte o dall´altra. Del resto il comunismo è come la Chiesa, ci vogliono secoli per cambiar posizione...». Me ne andai senza clamore nell´estate del ´57.