sinistra: ieri al Teatro Colosseo
Aprilenline.info 29.11.05
Primo passo verso la Sinistra Europea lanciata da Bertinotti
Rifondazione. A Roma si riunisce la Sinistra europea: "No al partito democratico, si al nuovo soggetto politico radicale"
E’ stata l’occasione per dare visibilità e gambe all’idea lanciata da Fausto Bertinotti al comitato politico di Rifondazione Comunista dello scorso fine settimana. Creare in Italia la “sezione” della Sinistra europea, il partito continentale che riunisce le forze comuniste e socialiste di sinistra dell’UE. L’assemblea di “Sinistra romana”, ieri al Teatro Colosseo, con lo stesso Bertinotti e Pietro Folena, ha raccolto l’appello lanciato dal segretario di Rifondazione per “riorganizzare la sinistra di alternativa” quella, spiega Bertinotti “che intende porre di nuovo il tema della trasformazione della società”. L’occasione è stata data dall’uscita dei fondatori dell’associazione romana dai Ds. Pino Galeotta (consigliere comunale), Alessandro Cardulli (presidente della direzione regionale della Quercia) ed altri dirigenti e militanti del correntone diessino hanno lasciato il partito di Fassino per quello bertinottiano. “Non aderiamo a Rifondazione in quanto tale” – hanno spiegato – “ma al progetto lanciato dal lader del Prc” per la creazione della “sezione italiana della Sinistra europea” nella quale confluiranno, oltre a Rifondazione stessa, diverse realtà associative e di movimento sorte in questi anni intorno al partito e quelle nuove, come “Sinistra romana”, nate dalle costole del correntone, che si sono riunite principalmente nella rete “Uniti a sinistra” fondata dagli ex diessini Pietro Folena e Antonello Falomi, dall’ex verde Francesco Martone e da molti sindacalisti di primo piano della Cgil.
“Per la prima volta dopo la Bolognina – ha sottolineato Bertinotti - stiamo invertendo la tendenza alla diaspora e alla divisione, stiamo unendo a sinistra. E' un nostro merito contribuire a questa inversione di tendenza”. Bertinotti ha descritto il nuovo soggetto politico che vuole costruire insieme a movimenti, comitati e organizzazioni politiche come “Uniti a Sinistra” e “Sinistra Romana”, come un “soggetto unitario e plurale di sinistra alternativa, un luogo comune che non ha la presunzione di cancellare le differenze che rappresentano una grande ricchezza della sinistra”.
Il segretario di Rifondazione ha poi sottolineato che le componenti che entreranno a far parte del nuovo soggetto politico avranno pari dignità perché indipendentemente da dove si viene “è importante la strada su cui si va e la direzione, cioè il tentativo di arginare la deriva moderata della sinistra italiana. Veniamo da strade diverse ma e' ora di farle incontrare”.
Infine il segretario di Rifondazione ha aspramente criticato Piero Fassino per l’ “apertura” alla costruzione del ponte di Messina: “Non si può dire che il ponte se lo fa Berlusconi fa schifo, ma se lo facciamo noi va bene”, ha concluso.
altrove...
il manifesto 29.11.05
Politica o quasi
All'inizio della fine
Ida Dominijanni
Nello scorso settembre l'Ars, associazione per il rinnovamento della sinistra, organizzò un seminario intitolato «Politica e pratiche politiche. All'origine della questione morale», che rilanciava la questione del rapporto fra politica e pratica politica, già messa a tema nei mesi precedenti da alcuni editoriali di Critica marxista. L'ultimo numero della rivista pubblica adesso, precedute da un editoriale di Aldo Tortorella sulla sempre più accentuata separatezza e autoreferenzialità del ceto politico italiano, alcune relazioni a quel seminario, di Giacomo Marramao, Gianni Ferrara, Maria Luisa Boccia, Enrico Melchionda. La prima e la terza in particolare mi sembrano da segnalare per alcuni tratti che le accomunano. Il primo è il legame che stabiliscono fra crisi politica e crisi culturale della sinistra - o meglio, per dirla con Marramao, fra la crisi e la «deculturalizzazione» della politica. Il secondo è la capacità di leggere alcune dinamiche della crisi italiana con le lenti di alcuni classici - da Max Weber a Gramsci a Simone Weil e Hannah Arendt - , sottraendole così alla riduzione a fenomeni di breve periodo o dell'ultim'ora cui tende il chiacchiericcio politologico sulla transizione infinita. Il terzo è il legame fra politica, forme di vita e pratiche politiche che entrambi mettono al centro del discorso, e il rilievo che di conseguenza assumono, in una prospettiva di valutazione storica che abbraccia ormai più di un trentennio, il pensiero-pratica della differenza sessuale e il suo impatto, diretto o indiretto, sulla crisi e le trasformazioni della politica. Punto di partenza è una diagnosi netta sullo stato di degrado in cui versa nell'Italia di oggi non solo la politica istituzionale, ma anche la vita civile: siamo fuori, e per fortuna, dalla retorica della contrapposizione fra una politica ammalata e una società civile che scoppia di salute. Tuttavia la responsabilità prima è della politica, e in specie, secondo Marramao, di quella tendenza della sinistra post-Pci a deculturalizzare la politica, così screditandola e rendendola una faccenda da ceto separato preoccupato soprattutto della propria autoriproduzione. Max Weber, con le sue due famose conferenze del 1918 sulla politica e la scienza come professione-vocazione, e Gramsci, con le note dei Quaderni sugli intellettuali e sul «moderno Principe», tornano utili da un lato per ripristinare il nesso fra lavoro intellettuale e pratica politica, conoscenza e potenza, azione trasformatrice e general intellect, specialismi e competenza politica. Dall'altro per ricondurre l'origine della «questione morale» italiana a dinamiche di lungo periodo, aggravate dalle ma non riducibili alle nefandezze craxian-berlusconiane: alla perdita di vocazione della professione politica, sì che a destra e a sinistra aumentano, secondo una distinzione weberiana, quelli che vivono di politica rispetto a quelli che vivono per la politica; e al fallimento di quella funzione di riforma intellettuale e morale del «moderno Principe» gramsciano, che doveva consistere nel promuovere l'«accumulazione etica originaria» in altri paesi aiutata dall'imperativo protestante ma mancata nell'ingresso dell'Italia nella modernità. Per ragioni storiche e interne alla sua stessa storia, dunque, la sinistra emersa dalle ceneri del Pci non può chiamarsi fuori dalla crisi della politica, ma ne è parte centrale e cruciale.
L'analisi dell'oggi non può perciò saltare quello snodo cardinale che fu, già negli anni Settanta, la crisi della forma-partito. Lì ritorna infatti Maria Luisa Boccia, anche lei a partire, sulla scia di Gramsci, del frammento hegeliano su politica e destino riletto da Mario Tronti e di Simone Weil, dal nesso fra politica e vita: la forma-partito regge finché realizza quel nesso, crolla quando lo perde o lo costringe in una organizzazione automatizzata e svuotata di passione, giacché, come Gramsci stesso segnalava, la passione politica organizzata deve diventare razionalità, ma la razionalità dev'essere a sua volta continuamente nutrita e «superata» da una passione che la eccede. Quando questo circolo si spezza, il Pci finisce. Ma non di sole dinamiche interne: potente fattore di crisi è la scommessa femminista «di dare stabilità, continuità, forma all'agire singolare e plurale senza costruire un'organizzazione» e puntando sull'invenzione di nuove pratiche basate sul rapporto fra vita e politica. Fattore di crisi, e apertura di un'altra prospettiva: per Marramao, la «frattura longitudinale» introdotta dal femminismo della differenza è imprescindibile perché «insegnandoci a distinguere fra sfera pubblica e dimernsione statuale ci ha indicato le vie di una politica diversa», che passa per quella pluralità di esperienze, pratiche e soggetti neutralizzati dalla logica della politica tradizionale. Anche se, sottolinea Boccia, il rischio del riconoscimento della rivoluzione della differenza è sempre lo stesso, ossia che se ne assumano alcuni contenuti prescindendo dalle sue pratiche. E tornando a separare la parola e la cosa, il discorso e l'esperienza, la politica e la pratica politica.
boh!?
Apcom 29.11.05
Vaticano
Preti gay. Capezzone: violenza ideologica
"Siamo all'inquisizione, rogo di campo de' Fiori ancora acceso"
Città del Vaticano, 29 nov. (Apcom) - "Rischia di passare sotto silenzio una scelta che lascia letteralmente increduli per la carica di violenza ideologica, da inquisizione, che l'ha determinata". Così il segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone, commenta il documento, reso pubblico oggi dal Vaticano, che vieta agli omosessuali l'ingresso nei seminari.
"Siamo dinanzi ad un atto letteralmente anticristiano, crudele, senza carità", aggiunge Capezzone. "Lascio da parte l'"accertamento" delle "tendenze": non voglio neppure immaginare come avverrà - aggiunge in una nota - e mi limito a pensare al dramma di chi è in cerca di Cristo, e vorrebbe servirlo anche nella forma sacerdotale, e si vede invece sottoposto a un simile tribunale delle coscienze".
"Voglio invece solo sottolineare, per oggi, la cosa che mi pare più infame. Si lascia intendere, da parte vaticana - prosegue il segretario dei Radicali - che questa sarebbe una prima risposta ai casi di violenza contro i minori di cui si sono resi responsabili alcuni ecclesiastici. E quindi si stabilisce un nesso, un legame di causa ed effetto, tra l'omosessualità e la violenza contro i bambini o i ragazzi. Ripeto: c'è da rimanere increduli. Mi auguro che, in primo luogo nella comunità dei credenti, si levino voci contro questo autentico scempio. Ma intanto, pur con "tecnologie" diverse - conclude - il rogo di Campo de' Fiori è ancora acceso".
per la prima volta in Italia
Il Messaggero 29.11.05
Condannato lo psichiatra dell'assassino
BOLOGNA - Il delitto era avvenuto la mattina del 24 maggio 2000 in una comunità psichiatrica nei pressi di Imola: Giovanni Musiani, che soffriva di schizofrenia, uccise a coltellate Ateo Cardelli. A cinque anni dall'omicidio, e dopo che lo stesso assassino è deceduto nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, è arrivata la sentenza con la quale per la prima volta in Italia, è stato condannato il medico che lo aveva in cura. Lo psichiatra Euro Pozzi è stato condannato a quattro mesi di reclusione (pena sospesa) e alla provvisionale di 120.000 euro ai parenti dell’operatore dell'Albatros di Imola. Mai fino ad ora un medico era stato ritenuto responsabile della condotta giudiziaria di un proprio paziente.
«Sconcerto di fronte alle nuove inaspettate responsabilità per i medici che la sentenza induce, come se un barista fosse condannato perchè un suo cliente poi fa un incidente stradale» è il commento di Michele Ugliola, vicepresidente della Frer, la Federazione degli ordini dei medici. Soddisfatto l’avvocato della famiglia Cardelli, Massimo Jasonni, che ha espresso soddisfazione perchè «il medico sottovalutò la gravità patologica di Musiani, diminuendo anche la terapia farmacologica. Il giudice ha accolto le nostre tesi».
Ugliola invece esprime sconcerto: «Pozzi dunque ha armato la mano dell'omicida per via di un inadeguato trattamento psichiatrico».
retina
ricevuto da Silvia Branzi
Repubblica 29.11.05
Mostra una marcata diversità da individuo a individuo, fino al
40%, nella parte dell'occhio che ha il compito di percepire i colori
Foto svela i segreti della retina, mai un'immagine così da vicino
Ma tutti li vediamo allo stesso modo. È il cervello che compensa
di Luigi Bignami
MILANO - Per la prima volta è stata realizzata un'immagine della retina di una persona vivente con particolari mai rivelati sinora. Sorpresa tra gli scienziati: non si attendevano di avere di fronte un simile quadro di una parte così fondamentale del nostro occhio, che ha il compito primario di percepire i colori. Fino ad ora gli studiosi non immaginavano affatto che le migliaia di cellule responsabili nel rilevare i colori nella parte più profonda dell'occhio, fossero così diverse da individuo ad individuo. Tutti gli uomini infatti, ad eccezione di chi ha problemi di visione, vedono i colori nello stesso modo.
Ma in cosa consiste questa differenza? La retina è un tessuto nervoso contenuto all'interno dell'occhio che serve a registrare le immagini che saranno poi inviate al cervello. L'immagine viene catturata da particolari cellule nervose chiamate fotorecettori. Questi sono di due tipi: i coni e i bastoncelli. I coni sono cellule nervose che funzionano in condizioni di piena illuminazione e il loro compito è quello di produrre immagini molto dettagliate e a colori. I bastoncelli, invece, sono responsabili della visione notturna o comunque in condizioni di scarsa illuminazione. Lo strato dei fotorecettori si trova nella parte più profonda della retina e appoggia su uno strato detto epitelio pigmentato. In media ogni persona possiede 7 milioni di coni in una retina, il 64% dei quali sono rossi, il 32% verdi e il 2% blu, i colori che servono per raccogliere la luce dell'intero spettro luminoso. Questo almeno è quanto pensavano gli scienziati prima di aver visto questa straordinaria immagine.
Ma le immagini catturare dal Center for Visual Science della University of Rochester (Usa), pubblicate su Journal of Neuroscience sono molto diverse e per questo molto sorprendenti. Le fotografie della retina infatti, mostrano che da persona a persona c'è una differenza nel numero dei coni dei vari colori che giunge addirittura al 40%. Spiega Joseph Carrol, uno dei ricercatori della University of Rochester: "In un primo momento ci siamo chiesti se in conseguenza a questa variabilità le persone vedessero i colori in modo differente. Ma non è così. Allora si deduce che il cervello interviene in modo diverso in ciascun individuo nel compensare il numero dei coni al fine di offrire ad ogni persona la visione dei medesimi colori". Ora bisognerà capire come fanno diversi cervelli a lavorare per dare ad ogni individuo la medesima tonalità di colore o al più una piccola differenza.
I ricercatori sono riusciti in questi intento utilizzando 'ottiche adattative' che correggono nelle macchine fotografiche usate i difetti presenti nell'occhio così da ottenere immagini ad altissima risoluzione. "Le ottiche adattative sono utilizzate dagli astronomi che vogliono osservare oggetti molto lontani e che appaiono sfuocati dopo che la loro luce ha attraversato l'atmosfera", spiega David Williams, direttore del Center for Visual Science.
La tecnica verrà ora utilizzata per studiare le malattie che colpiscono la retina, le cui ricerche erano fino ad ora ostacolate proprio dall'impossibilità di avere una visione precisa della parte più profonda dell'occhio.
violenze sulle donne
Corriere della Sera 29.11.05
Duecento milioni di donne «sparite»
Un rapporto denuncia gli orrori del genocidio nascosto
Alessandra Farkas
NEW YORK - E' stato ribattezzato «The Hidden Gendercide» , il genocidio nascosto delle donne ed è lo sterminio di massa più spaventoso e drammatico della storia: più micidiale, per numero di vittime, sia dell'Olocausto ebraico, sia di tutte le guerre e i conflitti armati del XX secolo - secondo gli storici il periodo più cruento della storia umana - messi insieme.
Ad occuparsi, per la prima volta, del problema è il Centro per il controllo democratico delle Forze armate (Dcaf) di Ginevra, una fondazione internazionale che si batte da anni per un mondo più sicuro. «La comunità internazionale sta assistendo inerte al massacro di Eva», punta il dito il Dcaf in un rapporto di 335 pagine intitolato «Donne in un mondo insicuro». Mentre tra il 1992 e il 2003 il numero di conflitti armati «gravi» (con più di mille morti in battaglia) sono scesi dell'80%, la guerra quotidiana delle donne si è fatta ovunque più cruenta e mortale.
DESAPARECIDAS - Le statistiche parlano chiaro: circa 200 milioni di donne, ragazze e bambine sono «demograficamente scomparse». Un eufemismo che nasconde uno dei più scioccanti crimini contro l'umanità: la sistematica eliminazione delle femmine, solo in quanto tali, vittime di omicidi, fame, povertà e discriminazioni di ogni tipo. L'inoppugnabile «soluzione finale», per molte, inizia già prima di nascere. «Almeno 60 milioni di bambine sono state "cancellate" in seguito ad infanticidi o aborti selettivi di feti femmine, resi possibili dai progressi tecnologici», spiega Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia 1998 e uno degli studiosi interpellati dal rapporto, che si avvale delle statistiche delle maggiori organizzazioni internazionali, dall'Onu all'Oms.
In Paesi quali Cina, Corea del Sud, India e Nord Africa le pratiche anti-bambine sono all'ordine del giorno. Tanto che nell'ultimo censimento cinese il rapporto maschio-femmina era di 119 a 100, mentre le normali percentuali biologiche sono di 103 bambini ogni 100 bimbe. Lo stesso avviene in India, dove il commissario del censimento stima che «parecchi milioni di feti» sono stati abortiti negli ultimi due decenni «in quanto di sesso sbagliato».
VIOLENZA - Ma la «condanna in base al sesso» prosegue anche dopo la pubertà. Ogni anno 3 milioni di donne e ragazze sono uccise perché femmine. Ovvero più dei 2.8 milioni di individui stroncati dall'Aids e dei 1,2 milioni falciati dalla malaria. Per non parlare delle 5 mila donne che ogni anno muoiono bruciate in «incidenti di cucina» provocati dalla famiglia dello sposo, quando la dote è giudicata «insufficiente». Dalla Cambogia agli Usa e dalla Thailandia alla Svizzera, la violenza domestica resta, in assoluto, la più diffusa. Tanto che dal 40% al 70% delle donne assassinate intorno al mondo sono vittime di mariti e fidanzati. La maglia nera appartiene ai paesi islamici. Il 47% delle donne uccise in Egitto sono eliminate da un parente dopo uno stupro che «infanga la reputazione della famiglia». E in Pakistan almeno tre donne vengono freddate ogni giorno in «omicidi d'onore» che restano impuniti al 100% perché, come denuncia l'attivista Nahida Mahbooba Elahi, «la polizia li giudica affari privati e si rifiuta regolarmente di perseguirli».
STUPRI E SALUTE - Nel 2005 la violenza sessuale contro le donne continua ad affliggere una donna su cinque, e non solo nei Paesi in via di sviluppo, portando il totale delle donne violentate ad oltre 700 milioni; 25 milioni delle quali solo negli Stati Uniti. Un netto peggioramento si è registrato anche nel commercio illegale di «schiave del sesso» che oggi affligge tra i 700 mila e i 2 milioni di donne e ragazze, vendute ogni anno attraverso i confini internazionali. Un incremento del 50% rispetto a cinque anni fa. Nonostante le tante crociate internazionali, in aumento un po' ovunque sono anche i casi di mutilazione genitale: 6 mila al giorno (oltre 2 milioni l'anno per un totale di 130 milioni nel mondo). E nei Paesi dove solo i maschi hanno un adeguato accesso alla sanità, sono 600 mila le donne che muoiono durante il parto: una cifra uguale al genocidio del Rwanda nel ’94, ma ripetuta anno dopo anno.
Secondo il Dcaf questo quadro sconcertante è strettamente legato alla mancanza di potere politico-economico «rosa» in un mondo dove le donne costituiscono oltre i due terzi dei 2.5 miliardi di persone costrette a vivere con meno di 2 dollari al giorno, nonché il 66% degli analfabeti. Dove nonostante le battaglie decennali del femminismo hanno in mano soltanto l'1% delle terre del pianeta, il 14% dei seggi parlamentari e il 7% dei ministeri di governo.
Corriere della Sera 29.11.05
senza diritti
Noi discutiamo di quote rosa e la strage si compie in silenzio
Dacia Maraini
Centinaia di migliaia di donne non rispondono all'appello demografico, secondo le ultime ricerche dell'Onu. Si calcola che siano oltre 600.000 i feti femminili uccisi prima che vengano al mondo nei Paesi dove la nascita di una femmina comporta spese considerate inutili. Altre bambine muoiono per mancanza di cibo. In molte famiglie poverissime, che cercano di sopravvivere, quando si trova qualcosa da mangiare, si dà la precedenza ai figli maschi. Il risultato è che sono molte di più le bambine dei bambini a morire di fame ogni anno. Perfino le cure mediche vengono dedicate prima ai figli maschi, considerati più utili per il futuro delle famiglie. Ragazze nell'età della pubertà vengono uccise per delitti di onore, o di dote. Il paradosso è che tutto questo non lo denuncia un portavoce del femminismo europeo, ma niente di meno che il Geneva Centre for the Democratic Control of the Armed Forces. Dopo avere constatato che le grandi guerre sono diminuite del 40% dal 1992 al 2003. La domanda è: possiamo dire che la diminuzione delle guerre abbia reso il mondo più sicuro per tutti? In parte sì, è la risposta del Dcaf. Ma non per le donne che vedono aumentare ogni anno il livello di schiavitù e di violenza.
Oggi sappiamo, attraverso gli strumenti di rilevazione di dati sempre più sofisticati ed estesi, che ogni anno fra un milione e mezzo e tre milioni di donne e ragazzine vengono torturate e uccise per «gender based violence», ovvero «violenze di genere». Non viene perdonato loro di essere nate femmine, diverse, dotate di una sessualità propria, di un bisogno di indipendenza che evidentemente fa paura. «Donne fra i 15 e 44 anni hanno molto più probabilità di essere uccise o deturpate, che di morire di Aids, di incidente di auto, di malaria o di guerra». Parole del Dcaf, riportate dall'Economist del 26 novembre.
Noi discutiamo sulle quote rosa, chiusi come siamo in un giardino privilegiato che è l'Europa. Senza pensare che il giardino sta per essere devastato dalle conseguenze della globalizzazione. E non si tratta solo di nuove e vecchie discriminazioni, ma di assassinio rituale delle donne da parte di culture ancora fortemente patriarcali che non vogliono nemmeno sentire parlare di diritti delle donne, di qualsiasi tipo.
Il timore è che, cacciata dalla porta, la guerra fra i sessi rientri dalla finestra, funestando la convivenza fra uomini e donne. Di fronte agli integralismi che premono da ogni parte, invece di rinforzarci nelle nostre conquiste di democrazia e parità, molti cedono alla tentazione di rispondere ad un fanatismo con un altro, ad una repressione con un'altra. Il mercato che si fa del corpo femminile per alcuni sarebbe una risposta di libertà, ma rischia di essere solo una provocazione inutile e controproducente. La libertà non consiste nell'accettazione di quel linguaggio della seduzione di cui si fa bella la pubblicità, ma nel riconoscere la dignità della persona femminile, dotata di un pensiero prima ancora che di un corpo disponibile e muto.
Emanuele Severino
Corriere della Sera 29.11.05
Il Concordato? Anticostituzionale
di Emanuele Severino
Buon lavoro il Concilio Vaticano II, seguito da altri documenti. Il buon lavoro starebbe andando però in malora per la tendenza della Chiesa a influire, invece che sulle coscienze, sugli apparati politici; e per la loro tendenza a ottenere l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche. Un processo, questo, che travolgerebbe il Concordato, «corrodendone le basi di legittimità». Cinque anni fa avevo sostenuto sul Corriere che, per quanto riguarda il Concordato, quel buon lavoro non c’era, perché ancora oggi è il Concordato a essere ambiguo, ed è questa ambiguità a corroderne le basi di legittimità - in modo ben più grave degli inconvenienti giustamente indicati da Zagrebelsky. Richiamo l’argomentazione che allora avevo sviluppato (e ora riportata nel mio libro Nascere , Rizzoli, 2005).
L’art. 7 della Costituzione dice che i rapporti tra Stato e Chiesa «sono regolati dai Patti Lateranensi» del ’29 e che «le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Nell’84 Stato italiano e Chiesa hanno modificato i Patti del ’29, ma - ecco il punto - in modo così profondo da distruggerne il contenuto essenziale. Dirò subito perché. Ma intanto è chiaro che se nell’84 il contenuto dei Patti è stato distrutto, allora è stato distrutto anche l’articolo 7 della Costituzione, per il quale i rapporti tra Stato e Chiesa sono, appunto, «regolati dai Patti Lateranensi».
Perché, dunque, affermo che nell’84 il loro contenuto è stato distrutto? La sostanza dei Patti era costituita dal duplice principio che la religione cattolica «è la sola religione dello Stato» e che «l’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede», cioè l’esistenza di uno Stato pontificio. Ma la cosiddetta «revisione» dei Patti, dell’84, dichiara che non è più in vigore il principio della religione cattolica «come sola religione dello Stato italiano». Non è cosa da poco. Non si tratta di una semplice «modificazione» dei Patti: viene abbattuto uno dei due pilastri che li sorreggono: l’Italia non è più uno Stato cattolico. Pertanto i Patti non solo vacillano, ma crollano, non ci sono più. E invece il testo della nostra Costituzione continua, imperterrito, ad affermare che i rapporti tra Stato e Chiesa «sono regolati dai Patti Lateranensi», ossia da ciò che con la «revisione» dell’84 è stato buttato fuori dalla porta. Se si volesse tenere in casa tale revisione, bisognerebbe dire che il testo della Costituzione afferma il falso.
Si aggiunga che, poiché nell’84 non c’è stata «modificazione» ma annullamento dei Patti, nell’84 è stata fatta valere impropriamente, e dunque contraddittoriamente, anche la norma costituzionale sopra riportata per la quale «le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale» (cioè non richiedono la modifica del testo costituzionale). Non essendosi infatti trattato, nell’84, di semplici «modificazioni», ma di distruzione dell’essenza dei Patti, ne risulta infatti che tale distruzione richiede un procedimento di revisione costituzionale. Ma questo procedimento non è mai stato effettuato: la distruzione dei Patti è stata camuffata e fatta passare come loro semplice «revisione» o «modificazione».
L’ambiguità dell’attuale rapporto tra Stato e Chiesa è una vera e propria contraddizione. È cioè contraddittoria l’attuale convivenza tra art. 7 della Costituzione e «revisione» dell’84. Se la Costituzione è la legge suprema che giudica della legittimità o meno delle altre leggi, la «revisione» dell’84 è anticostituzionale. La riforma del Concordato si impone non perché sia richiesta da qualche schieramento politico, ma perché la forma attuale del Concordato è contraddittoria e quindi è priva di legittimità.
Per la Chiesa non è conveniente, oggi, approfittare esplicitamente di questa conclusione (per la quale essa potrebbe sostenere che, dopotutto, non è così chiaro, giuridicamente, che l’Italia non sia più uno Stato cattolico). La Chiesa preferisce giustificare la propria presenza nella società italiana col principio che una società non può vivere prescindendo dai valori cristiani - il principio, espresso da Tommaso d’Aquino, dell’armonia tra ragione e fede e pertanto tra Stato e Chiesa.
Secondo tale principio tutte queste dimensioni sono autonome, purché ragione e Stato non siano in contrasto con la fede e la Chiesa. Una precisazione quest’ultima che, certo, distrugge la conclamata autonomia della ragione e dello Stato, ma che si presenta in un contesto che consente di mascherare dignitosamente questa distruzione.
Tempo fa, l’allora cardinale Ratzinger sostenne la tesi non tomistica che la ragione non può con i soli propri mezzi dimostrare l’esistenza di Dio. Una tesi che non mascherava adeguatamente la convinzione che uno Stato e una ragione che vogliano essere autonomi rispetto al cristianesimo sono un fallimento. È sintomatico che proprio in questi giorni il Pontefice abbia invece di nuovo additato la concezione tomistica come la vera soluzione del problema del rapporto tra fede e ragione, tra Chiesa e Stato. È più adatta a mascherare la tesi che ogni voce del mondo debba adeguarsi a quella della Chiesa.
lacrime di coccodrillo: cattolici e depressione
ricevuto da Franco Pantalei
Repubblica 28.11.05
L'Associazione dei docenti cattolici lancia l'allarme: "Poche ancora le diagnosi corrette". Anna Oliverio Ferraris: "Aiutiamoli a non sentirsi inadeguati"
Allarme depressione tra i giovani: "800mila, e in costante aumento"
di Tullia Fabiani
Che stress. Che ansia. Che depressione. I ragazzi usano spesso certe esclamazioni, in molti casi come un intercalare, in altri come reale espressione di malessere. Anche se il "male di vivere" che può colpire gli adolescenti non sempre è dichiarato a voce alta. Tanto da passare inosservato. In Italia sono almeno 800 mila i giovani depressi: manifestano intenzioni di suicidio e soffrono di disturbi della personalità, di tipo ansioso o maniaco-depressivo. E il fenomeno sembra essere in aumento. A lanciare l'allarme è l'Associazione dei docenti cattolici, preoccupata per gli effetti che le pressioni sociali o i problemi familiari possono provocare sui ragazzi. "Gli ultimi dati forniti dagli istituti di psichiatria - spiega il professor Alberto Giannino, presidente dell'Associazione - indicano un forte aumento della depressione fra i giovani: l'8% dei giovani soffre di nevrosi d'ansia e il 5% di depressioni gravemente limitanti. Inoltre per sette ragazzi su cento, che hanno oggi fra i 18 e i 24 anni, la malattia è cominciata prima della maggiore età". Lo stress da competizione, i ritmi di crescita accelerati, la solitudine, gli ambienti relazionali più complessi, le minori occasioni di gioco: sono tutti sintomi che intaccano la vita quotidiana dei bambini e degli adolescenti e che, secondo i docenti, finiscono per avere pesanti ripercussioni sulla loro salute mentale.
"Questa sofferenza - commenta Giannino - non sempre è colta dalla famiglia, anzi ci risulta che spesso venga nascosta e non curata per vergogna o pregiudizio. Anche per questo probabilmente sono ancora pochi i casi che vengono diagnosticati in modo corretto e ancora meno quelli trattati correttamente. Dal manifestarsi dell'ansia alla cura del giovane sofferente passa molto, troppo tempo. In media da nove mesi a cinque anni, con un 30% di pazienti che non riceve cure adeguate e un 40% che non assume alcuna terapia". E ciò non fa che aggravare la malattia.
Del resto per i genitori come per i docenti è difficile fare una diagnosi chiara e precoce perché i sintomi di una depressione adolescenziale sono atipici o vengono facilmente mascherati da problemi fisici o da altre condizioni in apparenza completamente estranee a questo tipo di patologia. Ad esempio i disordini alimentari (anoressia e bulimia), il desiderio di dormire continuamente, l'insonnia, i dolori cronici, le cefalee e i disturbi gastro-intestinali possono nascondere una causa più profonda. Come pure l'abuso d'alcol e di droghe leggere. O i problemi di concentrazione e l'iperattività. Ma in particolare nella diagnosi sembra fondamentale la giusta valutazione degli umori. "Uno dei motivi per cui non si riconosce la depressione - precisa il professor Mario Di Pietro psicoterapeuta e autore di numerose ricerche sulla prevenzione del disagio giovanile - è perché si associa il problema a un umore triste (presente negli adulti) mentre nei ragazzi il malessere si manifesta soprattutto con un umore collerico e irritabile e il forte calo di interesse per attività che prima li coinvolgevano".
I comportamenti anomali, l'ostilità, l'aggressività possono dunque essere avvisaglie da non sottovalutare e da prevenire, secondo Di Pietro, con screening scolastici e programmi di educazione socio-affettiva; necessari anche per distinguere i casi di depressione, da altri particolari stati d'animo pure fisiologici negli adolescenti. Ed evitare eccessi di allarmismo. "In generale c'è un abbassamento della soglia dello stress negli adolescenti di oggi, dovuto probabilmente alle troppe ore passate davanti alla tv - commenta la professoressa Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell'età evolutiva -. I ragazzi sono bersagliati da messaggi che li condizionano e li spingono al consumo e alla percezione di nuovi bisogni. Ci si sente inadeguati se non si è uguali al modello rappresentato".
Che possono fare allora la famiglia e la scuola? "Dovrebbero rendere i ragazzi più consapevoli della realtà di questi due mondi e della loro differenza - risponde la Ferraris - aiutarli a separare la vita reale da quella virtuale della tv con i suoi personaggi". Ma la prevenzione passa anche attraverso l'attivazione di una rete complessiva che riguardi le strutture sociali e quelle propriamente scolastiche. "In ogni scuola - ricorda Giannino - c'è una Commissione Salute e una nuova figura di docente della Funzione strumentale per la salute. Ed è importante che queste realtà lavorino per attivare tutti gli strumenti di prevenzione e cura della patologia depressiva. Serve perciò una maggiore collaborazione con le Asl e con lo sportello psicologico". Perché in questi posti, quando serve, i ragazzi trovino l'aiuto di cui hanno bisogno.
aborto
l'Unità 29.11.05
Il padre della Ru486: «Io e Ratzinger»
Sonia Renzini
Sostiene l'efficacia della Ru486 e la legittimità del suo uso. Il padre della pillola abortiva e membro dell'Accademia delle scienze di Francia Etienne Baulieu, ieri a Pisa al forum organizzato dall'Università, dall'azienda ospedaliera, dalla Asl 5 e dalla Regione Toscana, difende la scelta di milioni di donne che in tutto il mondo usano il farmaco. Negli Stati Uniti, in Cina, in Israele e in Europa. Con l'eccezione dell'Italia dove il suo uso ha riportato il dibattito sull'aborto indietro di 50 anni, riesumando toni e anatemi da Santa Inquisizione. «Le controversie sulla pillola hanno influito in modo immorale sul suo utilizzo in Italia - dice - ci sono milioni di donne che se ne servono e l'esperienza è molto positiva ovunque, l'uso del farmaco non cambia la condotta morale delle donne». Non la pensa così la Chiesa cattolica che molto prima delle cronache degli ultimi mesi spiegò a Baulieu la sua posizione. Papa Benedetto XVI era ancora il cardinale Ratzinger e la pillola abortiva non era diventata un caso nazionale. «Sono più di 15 anni che parliamo con il Vaticano della Ru486 - ricorda Baulieu- ma il dialogo non ha ancora fatto passi avanti perché dalla Santa Sede c'è sempre stato detto che la vita va salvaguardata fin dal primo istante». Ma alla morale cattolica il professor Baulieu oppone la morale dei medici: «I medici sono tenuti a far soffrire i pazienti il meno possibile e non è morale che si impedisca l'utilizzo dei farmaci che migliorano la salute della donna». E le morti sospette negli Stati Uniti? «Tutto è dovuto a un dosaggio insufficiente di Ru486 che è stato compensato con prostaglandine per via vaginale, cosa che non è mai stata fatta in Europa». Eppure l'Italia è l'unico paese europeo che non può disporre del prodotto. «Sono stupito che una nazione come l'Italia, con una scuola di medicina così eccellente, sia l'unico paese in Europa a non disporre del prodotto». Una circostanza che per il presidente dell'associazione radicale Libera Pisa Marco Cecchi la dice lunga sull'influenza della Chiesa nel nostro paese: «I motivi della mancata registrazione del farmaco non hanno nulla a che vedere con i rischi presunti per la salute della donna, ma piuttosto con le pressioni della Chiesa cattolica». Qualcosa potrebbe cambiare. La Excelgin fa sapere che intende registrare il farmaco in Italia. Fino ad allora la strada possibile per acquisire il farmaco rimane quella adottata dalla Asl 5 di Pisa per l'ospedale Lotti di Pontedera dove negli ultimi 20 giorni sono arrivate cento telefonate per informazioni sulla Ru486. E da dove sono partite 25 richieste nominali di acquisizione del farmaco e sono stati eseguiti 9 interventi farmacologici. 4 non sono avvenuti per decorrenza dei termini e 1 per rinuncia. Le telefonate per avere informazioni invece incalzano a ritmo frenetico.
«la verità vi prego sull'amore»...
Il Messaggero 29.11.05
Le neutrofine accendono la passione, che presto si esaurisce
L’amore? Dura un anno
di Alberto Oliverio
SULL’amore sono stati versati fiumi d'inchiostro, ne hanno parlato poeti e filosofi ma ora l'ultima parola proviene dai neuroscienziati che, più prosaicamente, hanno voluto guardare all'interno del cervello degli innamorati. E' quanto ha fatto l'équipe di Pierluigi Politi all'Università di Pavia che ha studiato la “chimica cerebrale” dell'amore, o almeno delle prime fasi dell'innamoramento, quando ci si sente presi come non mai dalla passione e si prova una specie di turbinio che investe cuore e psiche. Questo “turbinio”, secondo i ricercatori di Pavia, si rispecchia nella produzione di alcune molecole, le neurotrofine, tra cui il Nerve Growth Factor scoperto da Rita Levi Montalcini. Queste molecole sono una spia importante delle alterazioni cui va incontro il cervello di un innamorato.
Intendiamoci, che l'amore si traducesse in alterazioni del sistema nervoso lo si sapeva da tempo. Ci rendiamo conto di essere innamorati, soprattutto quando siamo in giovane età, in quanto il nostro sistema nervoso vegetativo, il cui controllo sfugge alla nostra volontà, si attiva e comunica al corpo che la sua mente è in preda alla passione: così il cuore batte più velocemente, il respiro cambia ritmo, l'umore si modifica e la parola si fa esitante, al punto che secondo William Shakespeare «il vero amore non sa parlare». D'altronde, se la fisiologia del nostro corpo non fosse alterata dall'amore, questa passione sarebbe ben più lieve ed eterea, un “fatto di testa” meno coinvolgente e totalizzante. Da poco tempo sappiamo anche che il fuoco della passione amorosa trova un suo combustibile in un mediatore nervoso, la dopamina, che contribuisce, insieme agli ormoni, a stimolare il desiderio e ad avvertirci che questo è stato soddisfatto: quando ovviamente si avvera questa eventualità, quando la dimensione eterea dell'amore trapassa in quella più concreta del sesso. E sappiamo anche che, quando si fa sesso, si verificano altre alterazioni della chimica cerebrale, ad esempio viene liberata l'ossitocina, un ormone che favorisce l'attaccamento con un'altra persona: se vogliamo, l'ossitocina è una piccola trappola per tramutare la sessualità in qualcosa di più duraturo, in un rapporto affettivo.
Ma quanto dura l'amore? Se lo chiede in una sua ben nota canzone Lucio Dalla ma se lo sono anche chiesti, forse più prosaicamente, i ricercatori di Pavia. La loro risposta è che se le neurotrofine sono un indicatore di una passione amorosa recente, la loro alterazione è di breve durata: poco più o poco meno di un anno quando la chimica cerebrale è simile a quella delle coppie ormai stabili e tanto peggio! dei single. Dunque il turbinio dell'amore romantico è passeggero: probabilmente vorremmo che la nostra passione durasse più a lungo, ma alle neurotrofine non si comanda...
solo una questione di tossicologia...
Corriere della Sera 29.11.05
Van Gogh, il giallo della malattia
Adriana Bazzi
Com’è bello il giallo, scriveva Vincent Van Gogh verso il 1880. Ad Arles la sua camera era completamente dipinta di giallo. E negli ultimi quadri, come «La sedia con pipa», predominava questo colore. La sua non era una semplice predilezione: il celebre pittore olandese «vedeva giallo» perché era intossicato dal liquore d’assenzio. E dalla digitale, un farmaco che assumeva per curare l’epilessia. Medicine, droghe, malattie hanno sempre condizionato la creatività degli artisti e oggi gli strumenti della chimica di laboratorio e della scienza medica permettono di capire meglio questo complesso rapporto. L’assenzio contiene un composto chimico, chiamato tujone, della famiglia dei terpeni, che in quantità eccessive è tossico per il sistema nervoso e provoca xantopsia, appunto la visione gialla degli oggetti bianchi e violetta di quelli scuri. A questo si aggiungeva l’inalazione di vapori di canfora (un altro terpene) che l’artista teneva nel suo cuscino convinto che lo aiutasse a vincere l’insonnia. Oggi i segreti dell’assenzio sono stati svelati dalla biochimica: il tujone blocca un recettore cerebrale per una sostanza conosciuta come acido gamma-aminobutirrico A e il risultato è un’anomala attivazione del cervello. La tossicità della digitale, invece, si manifesta direttamente sulla retina dove danneggia un enzima indispensabile per il funzionamento dei bastoncelli, le cellule retiniche deputate alla visione dei colori. Van Gogh è uno dei tanti nomi di una lista di artisti compilata da Paul Wolfe, direttore del Dipartimento di patologia e di medicina di laboratorio all’Università della California di San Diego, e appena pubblicata su Archives of pathology. Benvenuto Cellini, per esempio, uno dei più grandi scultori di tutti i tempi, aveva la sifilide, ma rifiutava di curarsi con il mercurio perché lo riteneva tossico. Un giorno stette malissimo, ma si riprese e miracolosamente la sua sifilide migliorò. Alcuni malfattori avevano tentato di ucciderlo aggiungendo mercurio alla salsa di un’insalata. Oggi l’avvelenamento sarebbe stato scoperto grazie all’identificazione del metallo nelle urine con la spettrometria. Ma Cellini aveva già capito tutto: la famosissima scultura di bronzo «Perseo con la testa di Medusa» poggia su un piedestallo dove è raffigurato Mercurio accanto alla Venere dalle molte mammelle, dea dell’amore e della bellezza, ma anche delle malattie veneree. Così Cellini ha voluto rappresentare la causa e la cura della sua malattia.
Anche Michelangelo proiettava i molti disturbi che lo affliggevano nelle sue opere. Soffriva di depressione o meglio di sindrome maniaco-depressiva e il volto di Jeremiah, una delle oltre quattrocento figure che affrescano la volta della Cappella Sistina, è il ritratto della malinconia. L’epidemiologia e la genetica ci dicono oggi che la sindrome maniaco-depressiva e la creatività sono correlate tant’è vero che tendono a manifestarsi nella stessa famiglia e la farmacologia ha trovato il farmaco che a Michelangelo mancava per curare la sua malattia: il carbonato di litio. La moderna chimica di laboratorio avrebbe anche scoperto che la gotta di cui soffriva Michelangelo era provocata da un’intossicazione da piombo. Ossessionato dal suo lavoro, l’artista si alimentava per giorni con solo pane e vino. Ma il vino a quell’epoca era conservato in contenitori di terracotta rivestiti di piombo e gli acidi della bevanda, come l’acido tartarico, sono ottimi solventi per questo metallo. Quest’ultimo è tossico per il rene e inibisce l’eliminazione di acido urico che aumenta così nel sangue e si deposita nelle articolazioni provocando la gotta. Il famosissimo «L’urlo» del pittore norvegese Edvard Munch potrebbe sì essere stato ispirato dagli effetti di un’esplosione vulcanica nell’isola di Krakatoa, proiettati nel cielo della Norvegia, ma potrebbe essere interpretato diversamente. Secondo Wolf è la rappresentazione dello stato psicotico del pittore o forse della sorella Laura che soffriva di schizofrenia. La psichiatria moderna ha trovato che molti disturbi psichiatrici hanno radici genetiche che spiegano il perché possono colpire membri di una stessa famiglia. Il compositore Louis Hector Berlioz fumava oppio per stimolare la creatività, ma anche per alleviare i suoi frequenti mal di denti. E la sua sinfonia più famosa, «La Sinfonia fantastica», rimanda alle esperienze di un giovane musicista, presumibilmente l’autore, sopravvissuto a un’overdose di oppio. O secondo un’altra ipotesi, deciso a uccidersi con questa droga.
staminali
Tempo Medico 29.11.05
Il modello asiatico per la ricerca
Nasce a Seul una fondazione per le cellule staminali
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 803
Il 19 ottobre 2005 è stata battezzata a Seul la Fondazione mondiale per le cellule staminali. Fornirà un servizio di clonazione su misura per il paziente, creando coltivazioni cellulari embrionali da utilizzare per la ricerca e per le future terapie. In particolare, la Banca mondiale delle staminali rappresenterà il cuore di un consorzio che include alcuni tra i principali centri attivi del settore, tra cui strutture negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
I laboratori avranno la capacità di generare fino a 100 linee cellulari all'anno, ma le richieste hanno da subito sommerso il centro e mandato in tilt il sito internet (www.worldstemcellhub.org). "Abbiamo già ricevuto 9.500 richieste, al di là di ogni nostra capacità" ha detto il portavoce della Fondazione Lim Jong-Pil. Per il momento saranno presi in considerazione solo casi di trattamento del morbo di Parkinson e delle lesioni della colonna vertebrale.
La Corea del Sud ha destinato alla Fondazione un finanziamento pubblico di "soli" 24 milioni di euro. Poca cosa se paragonati ai 3 miliardi di dollari della California, ma con la differenza in quest'ultimo caso che i fondi potranno essere distribuiti e utilizzati solo dopo aver superato una serie di ostacoli e ricorsi legali frapposti da chi si oppone a queste ricerche.
Un modello, quello asiatico, che si muove con tempi velocissimi. Nel febbraio 2004 Hwang Woo-Suk, il professore dell'Università nazionale di Seul che sarà il direttore della Fondazione, annunciò la prima clonazione terapeutica e a un anno di distanza la Corea aveva una legge che regolamentava gli esperimenti. La Gran Bretagna ha dovuto attendere tre anni dalla legge perché fosse concessa la prima autorizzazione all'International Centre for Life di Newcastle. Gli Stati Uniti, con le limitazioni dei finanziamenti federali, sono rallentati da veti politici e freni economici e restano alla finestra a guardare come l'area della biotecnologia venga dominata dall'Asia. Da Singapore, che dà vita a Biopolis, luogo ideale per la ricerca, alla Cina che avanza in maniera poco appariscente, alla Corea del Sud che apre i propri laboratori agli altri ricercatori, investe politicamente e si schiera per la scienza.
Bertolucci
Panorama 28.11.05
Bertolucci: dopo il '68 narro dei tupamaros
di Manuela Grassi
Il suo prossimo film racconterà l'assalto dei guerriglieri peruviani all'ambasciata giapponese nel '96. Il grande regista parla di periferie parigine, intellettuali, poesia e psicoanalisi. E di cinema italiano: quello di Crialese, Garrone, Sorrentino, Moretti...
Bernardo Bertolucci, regista di film molto amati e qualche volta molto odiati, è cresciuto respirando poesia. I versi del padre Attilio gli restituivano rivestito di sogno il microcosmo in cui viveva: la gramigna che bruciava nei campi, la nebbia fra le gaggie, i ragazzi smemorati intorno a un fuoco, le ginestre «grame e splendenti» sulle pendici dell'Appennino. «Per non far trascolorare quel mondo, per fermare la sparizione di quei valori», il 27 novembre a Parma, città d'origine della famiglia, verrà consegnato il premio internazionale di poesia intitolato al padre.
Nella sua silenziosa casa romana Bernardo si muove impugnando due lunghi e sottili bastoni. Gli servono per camminare dopo una faticosa riabilitazione: «Sono molto in voga tra gli anglosassoni perché invitano a una corretta postura. La chiamano nordic walking» sorride. La sua fama internazionale non ha soffocato le radici parmensi, amate, rifiutate e di nuovo apprezzate, quelle di cui la sua vena si alimenta per raccontare il Novecento emiliano ma anche L'ultimo imperatore di Cina, i sognatori sessantottardi di Parigi, o i tupamaros del prossimo film.
Dopo i ragazzi del '68 i tupamaros?
La settimana scorsa ho finito la prima versione della sceneggiatura. È tratto da un romanzo americano che si intitola Belcanto, di Ann Patchett. In Usa è stato un grande successo, più di 1 milione di copie (in Italia è edito da Neri Pozza, ndr). Come sempre quando un mio film è tratto da un libro c'è una grande libertà di reinterpretare. Insomma, di ritrovare l'occasione, come fosse la prima volta.
Che storia racconta?
La storia di Belcanto è ispirata a un fatto di cronaca. Anni fa la residenza dell'ambasciatore giapponese a Lima venne invasa dai tupamaros durante una grande festa con ospiti importanti, musica, abiti da sera, smoking. I guerriglieri cercavano il presidente Alberto Fujimori, che non c'era, e rimasero bloccati con una cinquantina di ostaggi per più di tre mesi. È interessante, nel romanzo, quello che accade tra gli ostaggi e i rapitori, dopo un po' non si distinguono più gli uni dagli altri. L'atmosfera ricorda un po' L'angelo sterminatore di Luis Buñuel. Alla fine le forze speciali fecero irruzione e uccisero in blocco il commando.
Lei ha detto che il cinema parla sempre del presente...
Questo film parlerà della differenza che c'è tra quello che accade oggi e ciò che è accaduto pochissimo tempo fa. L'episodio a cui mi ispiro avvenne tra la fine del 1996 e l'aprile del 1997, eppure c'è una distanza enorme. Penso che i tupamaros fossero più guerriglieri che terroristi. Ma non voglio dire di più.
C'è una grande differenza anche tra la rivolta degli anni Sessanta, Settanta e quella esplosa oggi nella banlieue francese.
Quello del 1968 era un movimento borghese e piccolo borghese, con una testa, un'avanguardia che prendeva decisioni, mentre questo movimento mi dà una sensazione di pura spontaneità, non esiste un'élite che guida i ragazzi della banlieue. Sa qual è l'etimologia di banlieue? Lieu, luogo; banni, bandito, escluso. I «banlieusard» vengono da un luogo per definizione stessa emarginato. Quello che li fa infuriare è questa finta identità francese: sono nati in Francia, hanno passaporto francese, hanno studiato lì e alla fine non sono veramente francesi perché non trovano lavoro. Per loro la nazionalità è una pura illusione.
Non le piacerebbe come soggetto?
È un film che hanno fatto, e continuano a fare, i francesi. L'odio di Mathieu Kassovitz era qualcosa di abbastanza profetico, come a volte il cinema sa essere. Le scene di caccia in La regle du jeu di Jean Renoir, un film del 1939, erano una profezia sulla tragedia che stava per esplodere in Europa. Il cinema, proprio per il suo carattere visionario, ha questa capacità di guardare avanti.
Dei cineasti italiani lei parla poco. Si riferisce a volte con affetto a Marco Bellocchio, divergenze a parte, ma non cita altri. E Nanni Moretti? E Marco Tullio Giordana?
Non è così, probabilmente sono ormai così defilato, proprio perché non sopportavo più questo soffoco, che non mi capita di entrare nel merito. Oggi c'è un cinema italiano che fa finalmente respirare: Respiro, per l'appunto, di Emanuele Crialese, L'imbalsamatore di Matteo Garrone, e poi Paolo Sorrentino, Pappi Corsicato. Qualche Giordana... Moretti è un caso a sé, ha fatto un suo percorso molto speciale.
A quale «soffoco» allude?
Gli anni della corruzione hanno innescato un processo di soffocamento, è stato il momento in cui l'incubo di Pier Paolo Pasolini si è materializzato.
Il 27 novembre, a Parma, il video dello spettacolo diretto da suo fratello Giuseppe e recitato da Fabrizio Gifuni «Na specie de cadavere lunghissimo» ricorderà Pier Paolo Pasolini. Che cosa l'ha colpita di più delle commemorazioni a trent'anni dalla morte?
La cosa che mi colpisce di più, dal giorno della sua morte, il 2 novembre 1975, è l'incredibile presenza della sua assenza: c'è un buco, una ferita in nessun modo rimarginata. Nella musica generale manca quella voce. Negli ultimi tempi c'è stata in molti la tentazione di buttare via il Pasolini poeta e di salvare il regista. Operazione miserella. Il fatto che fosse un poeta civile, attento alle ideologie politiche, non vuol dire che non è stato un grande poeta. Dove ritrovare quella febbrile intensità? I suoi film sono bellissimi, le odi straordinarie. Nel periodo in cui girava Salò, collaborava al Corriere della sera, ha avuto una visione implacabile di quello che sarebbe accaduto nel nostro Paese.
Qualche giovane si chiede se Pasolini oggi avrebbe capito i leghisti...
Avrebbe parlato di sottocultura, un vocabolo che usava spesso.
Lei esordì come poeta, poi passò al cinema come assistente di Pasolini in «Accattone». Che cosa le ha insegnato?
Lasciai la poesia perché mio padre era più bravo di me. Per un certo momento non sopportai più neppure la parola poetico, che lui usava moltissimo. Poi arrivò Pasolini: anche lui diceva sempre «poetico/a», era un modo per tagliare corto, se una cosa era poetica, voleva dire che andava bene. Allora io ero molto preso dalla Nouvelle vague e da Jean-Luc Godard, quello era il cinema che sognavo di fare un giorno, di sperimentazione, di rischio. Con Pier Paolo è stato come vedere la nascita del cinema, come essere accanto a David Griffith, un primo film che sentivo essere già un classico.
Il suo cinema è molto vicino alla psicoanalisi.
A Londra la British Psychoanalitic Society mi ha appena dato una honorary fellowship. Non è mai stata conferita a un non psicoanalista. La motivazione era che i miei film sono molto vicini alla lezione freudiana. Li ho fatti ridere dicendo: «Credevo mi aveste dato questa onorificenza in quanto unico sopravvissuto di quella che Freud chiamava analisi interminabile». Quella che dura tutta la vita. Io infatti ho cominciato a 28 anni e a 64 non ho ancora smesso. In Italia l'anno prossimo mi daranno il premio Cesare Musatti, il patriarca.
C'è anche Woody Allen.
Sì, ma lui ha il dente avvelenato, gli analisti li tratta male.
Lei ha una moglie inglese, Clare Peploe, e vive spesso a Londra.
Londra è una città con una offerta culturale che è quasi uno spreco. Ma negli ultimi tempi Roma ha cominciato a scuotersi dal torpore millenario.
Parla bene di Walter Veltroni perché da ragazzo fu l'unico a difendere «Novecento»?
Non era solo, c'era un gruppetto. E c'erano altri che difesero il povero Novecento, massacrato dai vecchi comunisti, condannato senza possibilità di redenzione, da Gian Carlo Pajetta, Giorgio Amendola, perché veniva a rompere le scatole in un momento in cui si parlava di compromesso storico, perché aveva un'aria in qualche modo estremistica. E poi Veltroni tra tutti i politici è quello che si interessa più di cinema, ne scrive addirittura.
Che cos'era Parma per suo padre?
C'era un microcosmo di cui era il monarca assoluto, fatto da borghi come Baccanelli, Casarola e da Parma, con qualche blitz fuori, a Roma, considerata luogo d'esilio. Aveva creato intorno a Parma, che chiamava «la petite capitale d'autrefois», a queste case, un'aura molto speciale. Aveva recuperato tutto quello che c'è di straordinario nel passato della nostra città, dagli scalpellini del Battistero, tra i quali l'Antelami, ai sublimi Correggio e Parmigianino, per poi arrivare all'impronta francese di Maria Luigia, una traccia questa, rimasta anche nel dialetto. Era così forte il suo attaccamento a quei luoghi, che quando mi sono trovato a passare di là meno frequentemente, ho avuto la sensazione che fossero frutto di un suo sogno, che stava un poco svanendo. Perciò quando il critico Paolo Lagazzi ha proposto a me e Giuseppe di creare una fondazione e un premio, ci è parsa un'ottima idea.
Ha senso oggi la condizione dell'intellettuale?
L'intellettuale è spesso contro tutto per mestiere, ma è anche quello che meglio capisce che cosa vuol dire la conservazione in senso positivo, la conservazione della memoria.
Lei è snob?
La parola mi fa subito venire in mente una cosa ridicola «La signorina snob», grande invenzione di Franca Valeri... Esistono persone che sono più vicine a espressioni di grande sofisticazione, sottigliezza. Io non mi sento affatto snob. Mi sento che ho un bisogno terribile di fare un film, sapere che ci sono ancora.
Le Scienze, 28.11.2005
Le conseguenze biologiche di un'infanzia trascurata
L'isolamento sociale può influenzare direttamente la neurobiologia di un bambino
L'assenza di una figura affettiva che si prenda cura del bambino nei primissimi anni di vita può influenzare la normale attività di due ormoni - la vasopressina e l'ossitocina - che svolgono un ruolo essenziale nella capacità di formare legami sociali sani e nell'intimità emozionale.
La scoperta, annunciata da psicologi dell'Università del Wisconsin di Madison in un articolo pubblicato online sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", dimostra per la prima volta che trascurare e isolare socialmente un bambino può influire direttamente sulla sua neurobiologia, in modo da influenzarne potenzialmente il comportamento emotivo.
"La questione di come i bambini regolano le emozioni e formano i legami sociali - spiega lo psicologo Seth Pollack, uno degli autori dello studio - non è mai stata affrontata in maniera esauriente dalle neuroscienze. Ma il nostro studio rivela un'associazione fra i comportamenti emozionali complessi e lo sviluppo del cervello". "Abbiamo studiato in maniera più meccanicistica - aggiunge Alison Wismer Fries, l'autore principale - un aspetto dello sviluppo infantile che finora era stato analizzato soltanto in maniera descrittiva".
La ricerca giunge in un momento in cui le famiglie dei paesi sviluppati stanno ricorrendo sempre di più alle adozioni internazionali. Ma gli orfanotrofi nelle nazioni in via di sviluppo sono spesso affollati, e molti bambini adottati hanno trascorso i primi anni di vita in questi istituti senza il contatto emotivo e fisico così fondamentale per lo sviluppo sociale.
Fries e colleghi hanno lavorato con 18 bambini di quattro anni che avevano vissuto in orfanotrofi in Russia e in Romania prima di essere adottati da famiglie dell'area di Milwaukee, negli Stati Uniti. Nonostante adesso i bambini vivano in case stabili - alcuni da più di tre anni - essi manifestano ancora alcuni dei comportamenti che i ricercatori hanno associato con la trascuratezza nei primi anni di vita. Lo studio si è basato su una tecnica sviluppata dall'endocrinologo Toni Ziegler per determinare i livelli di vasopressina e ossitocina attraverso l'analisi delle urine. La procedura è meno invasiva degli attuali metodi di analisi del sangue o del fluido cerebrospinale, e potrebbe un giorno trovare applicazioni in diverse aree della ricerca sui bambini, per esempio nel campo dell'autismo.
I risultati finali mostrano che il contatto fisico con le madri fa salire i livelli di ossitocina nei bambini vissuti da sempre in famiglia, mentre questi livelli rimangono gli stessi nei bambini con un'infanzia trascurata. Questo potrebbe spiegare alcune delle difficoltà che essi incontrano nel formare relazioni stabili.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
Liberazione, 27.11.05
Di che parliamo? Dell’abolizione dell’ordine presente delle cose...
Rina Gagliardi
Potrebbe finalmente nascere, a tempi brevi, un nuovo soggetto politico, che raccolga il bisogno diffuso di sinistra alternativa? Una forza capace di coniugare la pratica della trasformazione sociale (dell’anticapitalismo) con l’innovazione della cultura politica? Questa è la proposta che ieri Fausto Bertinotti ha avanzato al Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista e che, con ragionevole certezza, sarà oggi fatta propria dallo stesso Cpn. Un fatto nuovo, e politicamente rilevante, ben oltre la scadenza delle prossime elezioni. Un fatto che potrebbe rimettere in moto gli equilibri attuali della sinistra italiana - e non solo.
Sia chiaro. Non siamo ad una proposta di ordinaria routine, o alla necessaria, tante volte auspicata, “accelerazione di volontà politica”. Siamo, come ha detto con chiarezza il segretario del Prc, alla fase conclusiva di un percorso incominciato anni fa: siamo oltre, cioè, “il tempo della ricerca e della sperimentazione”. Entro una stagione definita – la primavera del prossimo anno - la nuova soggettività politica dovrà prender forma concreta e avviare l’“avventura della nascita”. Rifondazione comunista ne sarà parte co-stitutiva e co-protagonista, insieme a coloro che ne vorranno far parte, nell’arcipelago attuale della sinistra critica, dei movimenti, del sindacalismo di lotta, dell’intellettualità singola od organizzata. A nessuno si chiede come condizione preventiva il proprio scioglimento, a tutti si domanda invece l’impegno ad andare oltre quella pur essenziale convergenza programmaticache, finora, ha caratterizzato tante iniziative e tante battaglie della sinistra alternativa. Insomma, nascere è difficile, ma è ormai necessario - proprio per crescere, trasformarsi, trasformare.
Ma quali sono le caratteristiche peculiari, le grandi discriminanti, della forza alla quale si propone di dar vita? Il rifiuto della guerra e la scelta strategica della pace, certo. L’antiliberismo e l’anticapitalismo, cioè il superamento della logica dell’impresa e del mercato, certo. Ma, come si è potuto constatare nel corso di questi anni, e di tante pregevoli esperienze, questi pur essenziali riferimenti non bastano nè a far scattare un processo politico concreto nè a consolidarlo. Serve, allora, una novità di orizzonte - che è l’Europa, il teatro reale, oggi, anzi il teatro minimo della politica. E serve, ancora, un’intenzione comune - che è un’idea, un bisogno, di nuova politica, che ha al suo centro la partecipazione, l’autodeterminazione soggettiva, la sfida alla logica “mortifera” dei Palazzi autoreferenziali e della logica riproduttiva dei ceti dirigenti. Senza l’assunzione di questa sfida, in buona sostanza, la sinistra alternativa rischia di rimanere o un’esigenza astratta, o un’istanza politicista (che poi non a caso partorisce solo ipotesi di cartelli elettorali, mischiati ad una buona dose di cinismo e perfino di opportunismo).
Da qui, l’ipotesi di costruire una “sezione italiana” del Partito della sinistra europea, che in un anno e mezzo ha raccolto speranze e successi crescenti - non solo in Francia e in Germania, ma in tutto il vecchio continente, con un pluralismo mai banale, se così si può dire, che va da forze storiche rinnovate, come il Partito comunista francese, al britannico “Respect”, appena arrivato.
Da qui, l’assunzione dell’esperienza delle primarie, il solo vero “fatto nuovo” che l’opposizione sociale e politica abbia saputo (o dovuto) mettere in atto - per cominciare a spezzare, in positivo, le gabbie oligarchiche e restituire al popolo il diritto di dire la sua. Insomma. Nascere è necessario, ma per nascere bisogna proprio essere nuovi - ci si perdoni la tautologia, che tale non è. E’ pur vero che si può anche nascere ripetendo tutti gli errori del passato, tutti i vizi peggiori del ’900, tutte le tentazioni della “politica” professionale: in questo caso, però, il destino pressoché certo è quello di diventare una forza di complemento - marginale, testimoniale, inessenziale. Ma la sinistra alternativa - nella fase storica in cui il modo di produzione capitalistico incontra i suoi limiti insormontabili e il socialismo, la marxiana “abolizione dell’ordine presente delle cose” si ripropone nella sua piena attualità - merita ben altra sorte. Ben altra nascita.
Liberazione, 27.11.05
Il presidente Cei conclude un congresso sulla fertilità secondo la morale cattolica.
Ad organizzare l’incontro, inclusa la sessione “pastorale”, anche due università pubbliche
Il “metodo naturale” di Ruini, niente Pacs
Fulvio Fania
Ruini contro il riconoscimento delle coppie di fatto, la fecondazione assistita, la contraccezione e la clonazione; Ruini che assieme ad un «impegno pastorale» su questi argomenti, chiede «interventi sul piano politico», ricordando il discorso di Wojtyla al Parlamento italiano. E’ accaduto ieri all’Università Cattolica, nella stessa aula in cui il giorno prima aveva parlato Benedetto XVI.
E tutto nel nome dei coniugi Billings. I due anziani sposi sono ricercatori dell’università di Melbourne e hanno dedicato una vita a indagare i segni della fertilità femminile nell’arduo tentativo di far quadrare il cerchio tra il Magistero cattolico che vieta pillole, spirali e preservativi e la ragion pratica di non mettere al mondo un figlio ad ogni rapporto d’amore, pur rigorosamente coniugale. Metodo naturale, insomma, confidando in Dio prima ancora che nella scienza. Evelin e John Billings, che hanno dato il nome ad un sistema basato sull’esame empirico dei “segni” sul corpo femminile, sembrano entusiasti dell’intervento del cardinal
Ruini. John lo definisce addirittura il miglior discorso ascoltato nella sua lunga esistenza. Ma che cosa ci fanno i Billings a Roma? Hanno ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Tor Vergata, che non è un ateneo pontificio bensì pubblico.
Così Ruini può legittimamente osservare che l’alto riconoscimento dimostra la «rilevanza scientifica» del metodo naturale. Sebbene all’osservatore laico risulti assai difficile comprendere perché mai non sia contraccettivo far l’amore col calcolo regolatore e lo sia invece l’assunzione di un farmaco, dall’enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI (1968) in poi i teologi morali ci vedono una grande differenza. Resta il fatto che un’università pubblica ha premiato i Billings, i quali polemizzano aspramente con l’uso del preservativo anche come protezione dall’Aids. I meriti scientifici vanno comunque valutati dagli esperti. C’è però dell’altro. Il convegno internazionale concluso da Ruini “Scienza ed etica per una procreazione responsabile”, con al centro i “metodi naturali” e l’etica cattolica, è stato organizzato dall’Università del Sacro Cuore e dal Campus biomedico di Roma, creazione dell’Opus Dei, insieme a due università pubbliche - Tor Vergata e “La Sapienza” - col patrocinio dei ministeri della sanità e della ricerca. Tutto compreso, sessioni scientifiche e seduta “etico-pastorale” con l’intervento del presidente della Cei. Il cardinale ribatte i suoi chiodi: «C’è una diffusa tendenza - osserva - a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze». In questo modo, secondo il porporato, anche la vita coniugale viene declassata a semplice «convenzione». Gli rispondono a stretto giro di posta il cattolico Castagnetti e Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay. «E’ normale che la Chiesa confermi la sua linea - afferma il primo - ma la politica deve tener conto di altre forme di convivenza in cui ci sono diritti da proteggere ». Grillini aggiunge: «Norme inclusive hanno effetti positivi sulla società e nell’esperienza smentiscono Ruini, il quale prima o poi dovrà accettare l’idea di un pluralismo di forme familiari ». Il cardinale non tratta soltanto di Pacs. Polemizza con la «cosiddetta liberazione sessuale», ribadisce il rifiuto della fecondazione assistita, paventa che la clonazione riduca l’uomo a «cavia» e che l’umanità, impadronitasi della «mappatura del menoma », smarrisca quella «dell’essere umano». Su quest’ultima preoccupazione Ruini incrocia anche una parte del pensiero laico. Su questo, ad esempio, il verde Cento gli dà ragione.
Ma lo scopo principale dell’intervento ruiniano è orientare gli scienziati, un fronte meno appariscente di quello politico ma essenziale nell’offensiva culturale della Chiesa di Ratzinger. Il quale, ieri sera durante i Vespri per l’inizio d’Avvento nella basilica di San Pietro, ha usato una di quelle espressioni che fanno la gioia dei teologi. Ha detto infatti che Dio ci segue «come un padre e una madre», ha parlato cioè di «maternità» di Dio. Antica questione, tra gli altri ne trattò Wojtyla in un’udienza del gennaio 1999.
Liberazione, 27.11.05
Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista
Roma, 26 - 27 novembre 2005
La relazione di Fausto Bertinotti
Lo sciopero generale del 25 novembre ha visto un successo e una partecipazione enormi, addirittura superiore alle attese che pure erano già particolarmente ottimistiche. Il mondo del lavoro esprime una capacità di mobilitazione importante. La circostanza che questo elemento sia così scarsamente considerato, anche nella comunicazione di massa, è certamente segnale di una contraddizione tra un sentire diffuso dentro il corpo sociale profondo del Paese e parte consistente anche dell’intellettualità democratica. Fatto che è, al tempo stesso, conseguenza di un ciclo lungo e di un più breve momento. Il ciclo lungo è quello che ha lavorato, anche dentro componenti importanti delle sinistre, e che ha sostenuto l’esaurimento del conflitto di classe o la sua residualità (elemento esso stesso di una operazione culturale tesa a rendere invisibile il mondo del lavoro). Il riferimento
a breve è quello che coinvolge aree importanti dell’intellettualità progressista e componenti politiche significative dell’Unione che hanno rifiutato la centralità del conflitto di lavoro nell’opposizione al governo Berlusconi. Una opposizione che ha messo tra parentesi la questione sociale, come se quella del governo delle destre in Italia potesse essere ricondotta a patologia italiana in un contesto europeo fisiologicamente sano. Ma la questione di fondo, che la riuscita dello sciopero e delle manifestazioni mettono in evidenza, è il protagonismo del mondo del lavoro che si ripresenta con grande forza. Qui c’è l’occasione di un vero lavoro politico poiché, in questo protagonismo, si esprime una forza di mobilitazione e una disponibilità al conflitto fondamentali, specialmente in questa fase. Anche da qui, dobbiamo produrre un vero sforzo per accentuare l’impegno per la più grande riuscita dello sciopero e la manifestazione nazionale dei metalmeccanici, per il merito della loro vertenza contrattuale e per il ruolo che il sindacato dei metalmeccanici svolge dentro il conflitto sociale nel Paese. Il tema della democrazia dei lavoratori, infatti, è questione centrale, che, non a caso, assume un rilievo importante dentro il congresso della Cgil. Va riproposto con grande forza il tema della centralità del contratto nazionale di lavoro come punto di fondo del conflitto aperto con la Confindustria. Non è un caso che, da parte del padronato, venga riproposto uno scambio tra contratto e flessibilità, scambio inaccettabile in quanto, proprio la mano libera sulla flessibilità, che vuol dire fare regola dell’eccezione alle norme della contrattazione, equivarrebbe a una sorta di eutanasia del contratto nazionale.
La necessità dell’unificazione delle lotte
Insomma, il lavoro è questione centrale dell’alternativa alle destre. Una situazione, quindi, promettente dal lato della partecipazione e della capacità di mobilitazione che, però, dall’altra parte, mostra il lato della difficoltà nel versante dell’efficacia. Lavora a rendere difficile questo passaggio dalla mobilitazione all’ottenimento di risultati concreti, il carattere della crisi (la frantumazione
sociale, i processi di delocalizzazione, la generalizzazione della precarietà). Ma ci sono, evidenti, il riflesso dell’inadeguatezza delle politiche sindacali, specialmente nella ricaduta delle concrete piattaforme, e una difficoltà anche nostra a contribuire a costruire l’orizzonte per far uscire le lotte dalla separatezza. Il nostro impegno deve, quindi, vedere un salto di qualità. Innanzitutto nel sostegno alle lotte, un sostegno che deve essere non stanco e ripetitivo ma, ogni volta, reso cosciente e reindagato nella sua forza ed efficacia, per esempio nel rapporto tra le lotte e la capacità di essere incidenti sulle scelte del governo, a partire da quelle fondamentali come la legge finanziaria. Ma il punto di applicazione principale consiste nel riaprire e riannodare pazientemente circuiti di comunicazione. Un solo esempio. Nelle scuole e nelle università del Paese si sta svolgendo una stagione eccezionale di mobilitazione (gli studenti che invadono le piazze, gli insegnanti, i ricercatori e così via). Dello sciopero e della manifestazione dei metalmeccanici, della loro centralità, ho parlato in precedenza. Il fatto, però, è che queste lotte sono separate e questa è una debolezza da superare. Ecco, l’impegno di un lavoro politico: costruire ponti di relazioni tra le lotte, tessere un ordito, fare dell’inchiesta, non l’elemento di lavoro specifico di un settore di partito, ma la regola generale della nostra iniziativa. La grandi campagne sono occasioni straordinarie per costruire nessi, basti pensare, per fare un esempio, a quella contro la direttiva Bolkestein. Allo stesso modo, non solo cronologicamente, ma politicamente la manifestazione dei metalmeccanici del 2 dicembre e quella dei migranti del 3 si danno la mano. La condizione migrante esprime, infatti, una doppia sfida: sul terreno della valorizzazione del lavoro e su quella della chiusura securitaria.
Uguaglianza e democrazia
La rivolta nelle banlieues francesi non può non interrogarci a fondo sul tema della crisi sociale. Ritengo fuorviante la discussione se quella rivolta, in quelle forme, possa coinvolgere il nostro Paese. La domanda di fondo, invece è la seguente, ovvero se essa vada indagata come un caso a sé o, pur nella sua specificità, come espressione della crisi di civiltà che attraversa l’Europa. In questo senso, la discussione sull’intervento securitario, che si è acceso in alcune città del nostro Paese, mostra tutto il suo provincialismo.
Da parte nostra, un punto di applicazione deve consistere nel declinare una nuova stagione di ripresa del conflitto sociale, fondandola sulla connessione dell’idea dell’uguaglianza con quella della democrazia. Sul carattere comunitario delle lotte e delle vertenze territoriali abbiamo avviato una discussione. Questa modalità di organizzarsi delle comunità in quanto tali, l’espressione di una identità che si afferma nel vivo di una lotta, che abbiamo visto in particolare nel Sud del Paese, da Terlizzi, a Scanzano, a Melfi, si ripropone, oggi, con una forza straordinaria in Val di Susa. Questa lotta muove questioni di fondo che riguardano la politica delle infrastrutture, il complesso della logistica, il problema della salute. Ma c’è un punto che va ulteriormente sottolineato: è proprio il tema della democrazia e del rapporto tra i territori, le comunità, le scelte dei governi. Ciò che colpisce in maniera sconcertante è l’incapacità di ascolto che i poteri frappongono all’ascolto delle comunità, come se fossero elemento trascurabile della decisione. La lotta in Valle di Susa, come gli altri esempi prima ricordati, ha di fronte a sé una grande prospettiva ma anche rischi gravissimi. La sua sconfitta avrebbe conseguenze devastanti, non solo per le opere che si realizzerebbero ma per la rottura della coesione democratica che ne sarebbe conseguenza. Penso, quindi, che il nostro impegno debba continuare con grande vigore e energia ai fini di avviare canali di relazioni e il riconoscimento del diritto delle comunità locali a essere parte di una vera trattativa. Una iniziativa che serva a disarticolare il fronte favorevole all’opera anche sulla questione della necessità dell’ascolto delle popolazioni e dal punto di vista culturale. Come insegna una esperienza lunga e consolidata, che ha portato anche a interventi legislativi importanti, sul punto fondamentale della difesa della salute, il diritto della popolazione esposta a dover esprimere un parere vincolante è decisivo. Dobbiamo, quindi, vedere le motivazioni di fondo che stanno dietro a questo rifiuto pregiudiziale di un confronto con le popolazioni: sterilizzare il conflitto e marginalizzare le forze politiche, come il Prc, che se ne fanno carico.
Partire dai diritti e dai soggetti
Adeguatamente dobbiamo riconoscere la forza con la quale nuovi avversari cercano di far pesare i contenuti regressivi di un rigurgito fondamentalista. E’ questo il caso delle gerarchie vaticane che, spaventate dalla crisi prodotta dalla precarizzazione, che penetra fin dentro il vivente, prodotta dalle politiche neoliberiste, sembrano preferire il rifugio nella riproposizione di un integralismo che imponga una morale e un costume. Credo sbagliata una risposta simmetrica a questa offensiva: contrapporre l’anticlericalismo a un rinnovato clericalismo. Noi dobbiamo partire dai diritti e dai soggetti. L’intransigenza con la quale difendiamo la legge 194 trae da questo un punto di forza. Anzi, dobbiamo coniugare la difesa senza alcuna incertezza delle conquiste di civiltà degli scorsi anni, con l’estensione di nuovi diritti, dal riconoscimento dei Pacs a una serie di interventi antidiscriminatori nei confronti delle differenti scelte nella affettività e nella sessualità. Anche la discussione sulla Costituzione Europea, dopo il fallimento della Convenzione, sancita dai referendum popolari in Francia e Olanda, deve ripartire da qui: l’affermazione di nuovi diritti del lavoro, sociali e di cittadinanza.
Rilanciare l’iniziativa internazionale
Anche i punti di sofferenza internazionali, la lotta decisiva contro la guerra, non possono essere indagati secondo una ripetizione stanca di obiettivi che non colgono come la situazione vada modificandosi di fronte a noi. Ne cito due: l’Iraq e la Palestina. La guerra dimostra chiaramente il fallimento della strategia nordamericana. In Iraq cresce la forza dell’opposizione alla occupazione militare, segnalata anche dai sondaggi, da dove emerge che l’80% del popolo iracheno chiede la fine dell’occupazione militare. Negli Usa medesimi, il disagio e la critica alla guerra crescono. Ma è altrettanto evidente come la crisi non determini di per sé la fine dell’occupazione militare. Anzi, è aperto anche lo scenario opposto che prospetta un devastante ampliamento del teatro di guerra. In questo contesto, dobbiamo mettere il tema del ritiro delle truppe come elemento di vera discontinuità e come uscita dal sistema di guerra. Anche il rapporto Israele Palestina chiede di essere indagato dentro le novità che si sono prodotte. L’ispirazione di “Due Stati per Due Popoli” mantiene tutta intera la propria validità, così come è centrale il nostro sostegno ai palestinesi e alle ragioni della pace. La novità del ritiro da Gaza va posta non nelle conseguenze sul conflitto ma, invece, su quelle che investono Israele (la fine della strategia della “Grande Israele”) e la sua configurazione politica. La rottura nel Likud e le novità dentro il Labour parlano di queste ricadute che terremotano la situazione. Dentro questo nuovo quadro, dobbiamo riproporre la capacità di una forte iniziativa politica proponendo la trattativa, il negoziato come rottura del sistema di guerra. La sinistra critica, il Partito della Sinistra Europea in particolare, possono essere protagonisti di questa iniziativa. Il Partito della Sinistra Europea dimostra la sua forza e la sua capacità di rappresentare una novità importante nel panorama internazionale. Lo sguardo è sempre quello della centralità dei diritti del lavoro e delle persone e con questo spirito affrontiamo il viaggio che ci apprestiamo a compiere in Cina e che è un segno del rilievo assunto dalla Sinistra Europea. Il lavoro comune che ci ha proposto Chavez, per un incontro tra la Sinistra Europea e la sinistra latinoamericana sui temi di fondo del rifiuto della guerra e della globalizzazione neoliberista, rappresenta un punto di applicazione che riteniamo di grandissimo valore per le potenzialità che si possono esprimere ed attivare.
Il nostro programma
Il tema del rapporto tra il programma dell’Unione e il nostro programma va precisato. Il nostro programma lo possiamo ritrovare nelle elaborazioni più recenti, il programma presentato alle recenti elezioni europee e il profilo dell’impostazione che abbiamo presentato alle primarie. Proponiamo unaggiornamento di questo nostro programma, non come alternativo a quello dell’Unione ma che sia “oltre “ quello. Un “oltre” che va declinato in senso temporale (non solo un programma di legislatura ma un programma che guarda all’Italia dei prossimi 10-15 anni), un “oltre” che va declinato nel rapporto tra il programma di governo e il percorso di trasformazione, l’alternativa di società che è l’ispirazione della nostra iniziativa. Un nostro programma che vada nella direzione della costruzione del programma fondamentale. Un nostro programma nel senso, non solo di un programma di Rifondazione ma della sinistra di alternativa. Proponiamo, cioè, una precipitazione della costruzione della sinistra di alternativa, dentro il contesto della definizione del nostro programma.
Il programma dell’Unione
La discussione sul programma dell’Unione è entrata nella sua fase decisiva. I tavoli di discussione tematica stanno dando contributi, frutto di un lavoro importante. Un lavoro che le nostre compagne e i nostri compagni hanno attraversato con un impegno significativo che trova nelle acquisizioni raggiunte primi punti di vero avanzamento. Un miglioramento netto, su tanti punti generali e specifici, rispetto al dibattito pubblico in cui spesso l’Unione si dibatte. La nostra divisa, quella con la quale abbiamo affrontato questo lavoro, è stata non la caratterizzazione del Prc (non abbiamo bisogno di questo, lo faremo nel “nostro” programma come prima delineato) ma la ricerca dello spostamento a sinistra dell’asse programmatico dell’Unione. Proponiamo, dopo il seminario unitario degli inizi di dicembre, un punto di verifica seminariale dell’intero gruppo dirigente del Partito, un seminario congiunto con le realtà dell’associazionismo e dei movimenti che ci hanno chiesto questo rapporto come leva fondamentale per alimentare un rapporto vero con il Paese reale. Per questo non abbiamo intenzione di determinare elementi di centralizzazione del confronto ma di mantenerne il carattere decentrato e di coinvolgimento ampio dei soggetti. Accanto a elementi di importante avanzamento, registriamo una criticità di fondo che riguarda la politica macroeconomica e l’impianto complessivo della politica economica e sociale. Lo diciamo con grande chiarezza: la politica dei due tempi non è accettabile e non è proponibile, così come non è accettabile l’assolutizzazione del tema del risanamento e della riduzione del deficit come elemento sovraordinatore, specialmente nella prima fase del nuovo governo. Consideriamo questo, una sorta di boicottaggio dell’Unione. La prima fase del governo, infatti, deve caratterizzarsi sull’elemento della distribuzione del reddito (l’aumento delle retribuzioni reali per salari e pensioni e interventi diretti a colpire le rendite, l’evasione, la speculazione finanziaria). Anche l’intervento demolitorio delle principali norme varate dal governo Berlusconi, intervento che riproponiamo con forza, ha un senso in quanto è indirizzato lungo la linea di una acuta discontinuità sulle politiche macroeconomiche.
Una precipitazione nella costruzione della sinistra di alternativa
Il cuore della proposta politica che avanziamo, a nome della segreteria, a questo Cpn è la seguente: determinare una precipitazione nella costruzione della sinistra di alternativa. Il tempo dell’attesa e della discussione astratta è finito. Proponiamo quindi un salto: l’avvio di una fase per una prima configurazione della sinistra di alternativa attraverso una proposta compiuta in un tempo breve, concentrato e definito (due, tre mesi). Cosa non proponiamo? La federazione tra forze politiche, peggio che mai, una federazione tra forze politiche a fini elettorali, tale che, cambiando la legge elettorale, si modifica pure il carattere della proposta, come sta avvenendo per altri. Proponiamo, al contrario, di dare vita a una soggettività politica condivisa tra forze differenti, che si sono incontrate in questi anni in un comune percorso dentro i movimenti e, in questa fase recente, dentro il confronto delle primarie. Una aggregazione per la quale non è sufficiente un’intesa programmatica ma serve una cultura politica condivisa e che trova come riferimento l’irruzione dei movimenti e gli elementi di innovazione che Rifondazione ha contribuito a promuovere. Su questa base condivisa la sinistra critica può ridefinirsi in un rapporto di connessione stabile. I riferimenti per questa costruzione sono rappresentati dal Partito della Sinistra Europea e dalla straordinaria esperienza delle primarie. Sul successo del congresso di Atene della Sinistra Europea, abbiamo già parlato. Vorrei solo segnalare la crescita di consenso (basta vedere l’espansione della Linkspartei in Germania) e l’interesse che è segnalato anche dalla richiesta di nuovi ingressi (come è il caso della formazione britannica di Respect). Le primarie hanno rappresentato una vera occasione di partecipazione popolare, hanno attivato una ricchezza di esperienze il cui patrimonio non va disperso (comitati, laboratori territoriali, ecc.). Ciò che proponiamo, per dirla con una sintesi, è la costituzione di una Sezione italiana del Partito della Sinistra Europea nella quale il Partito della Rifondazione Comunista, soggettività (in quanto tali o nelle loro espressioni più rilevanti) che sono disponibili a questa esperienza, singole personalità che già hanno aderito alla Sinistra Europea o che intendano farlo, possano incontrarsi, darsi una configurazione e compiere un percorso comune che attraversi le scadenze elettorali, facendo di esse una tappa importante della costituzione e della visibilità di questa soggettività ma che sappia proiettare questo percorso oltre quelle scadenze. In questo senso, decidiamo una vera apertura delle nostre liste. Il segno dell’apertura delle liste non è per noi una novità, il punto però non è solo la consistenza di questa apertura ma il suo diverso carattere: essa non consiste nell’aggiungere agli eletti di Rifondazione una quota di indipendenti cui il Partito offre una possibilità, ma nell’essere quelle candidature espressioni delle soggettività e delle esperienze che, con Rifondazione Comunista, decidono di costituire una relazione stabile dentro il Partito della Sinistra Europea. Le elezioni politiche possono essere un momento catalizzatore di una prima fase di questo progetto che prende così una forma e una visibilità. Un confronto e una apertura che non mettano in discussione il carattere unitario dei gruppi parlamentari che andremo ad eleggere, così come il simbolo del Prc con il quale ci presenteremo al confronto elettorale.
horror!
Liberazione, 27.11.05
I troppi silenzi dietro l’aborto
Lea Melandri
Dell’aborto e delle questioni legate alla maternità - legge 194, pillola abortiva, consultori e movimento per la vita, adozione degli embrioni - parlano oggi all’impazzata le massime autorità della Chiesa, dello Stato, della medicina, della giurisprudenza, della cultura e dell’informazione. Tacciono le dirette interessate, le donne che si sono già trovate o che potrebbero trovarsi nella condizione di dover rinunciare a una maternità e quelle che, pur non avendo mai abortito o non avendo più questo problema, ritengono comunque di dover sostenere la scelta delle proprie simili. Più le voci si alzano, da destra e da sinistra, in nome di Dio o della laicità calpestata, per rispetto di una “natura” immodificabile o della libertà delle donne di disporre del proprio corpo, più si allarga la zona d’ombra e di silenzio in cui va a cadere un’esperienza di vita e di relazione tra gli esseri umani che non a caso suscita un interesse così esteso, un così impellente bisogno di definire limiti, concessioni e divieti. Nel momento in cui il loro corpo, e le traversie che l’accompagnano, diventa “pubblico”, le donne spariscono dalla scena, come se si fosse concluso un millenario esilio nell’unica ricomposizione prevista dalle polarizzazioni della storia, tra maschile e femminile, cultura e natura, privato e pubblico, ecc., e cioè l’assorbimento del “diverso”, dell’“anomalo”, del “minaccioso”, dentro l’orizzonte del sesso che ha imposto il suo dominio, e quindi il suo modello di civiltà.
Ma come capita quando si è troppo assuefatti al rumore, è il silenzio che finisce per sorprenderci e per farsi ascoltare. E allora viene immediata la domanda: perché le donne tacciono? Perché, anche quando parlano, è così impercettibile la consapevolezza che dovrebbe distinguerle dallo sguardo oggettivante con cui la scienza, la politica, la cultura in generale, hanno guardato alla loro vita, natura senza storia, umanità minore da sottomettere o da proteggere? Perché appaiono così lontane, perse nel mito di una stagione senza ritorno, le appassionate discussioni che portarono all’approvazione della Legge 194, le testimonianze di esperienze vissute, rese nei luoghi meno protetti dalla riservatezza, come le assemblee e le manifestazioni? Ma, soprattutto, per quale inspiegabile ottenebramento, o rimozione, si parla dell’aborto come se le donne si mettessero incinte da sole, e per leggerezza o sadismo decidessero poi di sgravarsi di quel peso? Che si chieda a gran voce la loro ribellione, come ha fatto qualche illustre ginecologo, che si pretenda il rispetto della loro sofferta decisione, che si sostenga il diritto all’autodeterminazione in fatto di maternità, si tratta pur sempre di proclami che parlano di un soggetto considerato di per se stesso debole, bisognoso di tutela e di rappresentanza, e, soprattutto, di un soggetto che porta in solitudine quel potere e quella condanna che è la capacità biologica di fare figli.
Maternità e aborto sono, senza ombra di dubbio, legate a un modello di sessualità penetrativa e generativa, contrassegnata, all’interno del dominio storico dell’uomo, da un carico di violenza materiale e psicologica che non accenna a diminuire neppure in presenza di culture altamente civilizzate.
Come scrisse Carla Lonzi, in uno dei brevi saggi di Rivolta femminile del 1971, «la donna gode di una sessualità esterna alla vagina, dunque tale da poter essere affermata senza rischiare il concepimento. L’uomo sa che il suo orgasmo nella vagina la donna lo accoglie più o meno coinvolta emotivamente e fisiologicamente, sa che in conseguenza di questo la donna può restare incinta…ugualmente l’uomo fa l’amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare feconda nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale».
Non ci sono anticoncezionali né politiche famigliari che riescano a impedire a un atto d’amore di trasformarsi nella realtà drammatica di una gravidanza non voluta. Se va salvaguardata la scelta della donna di poterla interrompere senza incorrere in sanzioni penali, non bisogna tuttavia dimenticare la limitatissima libertà che sembra ancora esserci nel rapporto più intimo tra i sessi, sia che essa derivi da antica soggezione, ignoranza del proprio piacere, esitazione a esigerlo da parte femminile, oppure da violenza sessuale manifesta da parte dell’uomo. Limitarsi ad affermare il primato della donna nella procreazione, il diritto a decidere su una vicenda che trasforma non solo il suo corpo, ma la sua vita intera, tanto più quanto più “naturale” si continua a ritenere la cura materna dei figli (oltre che di mariti, genitori, suoceri, ecc.), vuol dire mettere al centro della scena pubblica, dello Stato e delle sue leggi, i due protagonisti dell’origine, la madre e il figlio, e sfocare fino a farlo sparire in una nuova rimozione quel rapporto uomo-donna che i movimenti femministi del novecento hanno portato faticosamente alla coscienza storica. Ma significa anche, purtroppo, offrire un’occasione facile alla misoginia di ogni tipo, e alle paure infantili più profonde di ogni individuo, per affermare il diritto del bambino a nascere, sulla base di quel gioco di identificazioni che agiscono quasi sempre inconsapevolmente e in modo diverso nella vita di ognuno.
La svolta che le forze conservatrici, incoraggiate e sostenute, non solo nel nostro paese, dal rinnovato interessamento della Chiesa per questioni che spetterebbero allo Stato, persegue in modo esplicito la volontà di affermarsi sul terreno che la cultura laica ha esitato a far proprio, nonostante sia stata in tempi non lontani attraversata da movimenti che ne hanno fatto il centro delle loro pratiche politiche. Tra i “valori” su cui le destre, cattoliche e ateisticamente devote, intendono impostare la loro campagna elettorale, campeggia, come già si può vedere, il corpo femminile, il suo “naturale” destino di continuazione della specie, di negazione di sé per il bene dell’altro, di cerniera immobile tra la famiglia e la società, di urna domestica depositaria di tutte le virtù che vengono sistematicamente disattese dalla vita pubblica. Se ci fa orrore e ci riempie di indignazione che i più accesi sostenitori della guerra e della superiorità dell’Occidente siano anche gli zelanti San Cristoforo ansiosi di traghettare neonati fuori dalle infide acque materne, dobbiamo anche chiederci se, opposto e speculare a questo atteggiamento, non sia la difesa a oltranza della donna “vittima”, l’insistenza sulla figura materna e sull’aborto come “questione femminile”, anziché portare l’attenzione, come sarebbe logico, alla forma che ha preso storicamente il rapporto tra i sessi.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 28 novembre 2005
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Corriere della Sera 28.11.05
Valentino Parlato
«Da Armando mi aspetto poco E Bertinotti fa solo l’aggiustatore»
Lorenzo Salvia
ROMA - I soldi, certo. «Gli stipendi di luglio e agosto li abbiamo pagati solo tre giorni fa. Se entro dicembre non arrivano 500 abbonamenti rischiamo di chiudere davvero» borbotta Valentino Parlato, una Marlboro rossa dietro l'altra, mentre la stanza si riempie del suono («suono, non rumore») della sua Olivetti linea 98. Per questo al manifesto si studia il rilancio: «Cambieremo formato, - dice Mariuccia Ciotta, uno dei due direttori - aumenteremo le doppie pagine tematiche, dedicate ad argomenti come il lavoro e la tecnologia, stiamo pensando ad una storia del cinema in dvd...». Ma dietro la crisi del «quotidiano comunista» c'è anche altro. Qualcosa di più profondo, di più importante. Qualcosa di sinistra.
Cosa, Parlato?
«Quando il nostro giornale è nato, quasi 35 anni fa, si sentiva ancora la spinta del '68, la rottura con lo stalinismo. La sinistra aveva una sua identità, criticarla era più facile e costruttivo».
Oggi invece?
«Uno degli ultimi articoli di Luigi Pintor si intitolava "La sinistra non c'è più". Da allora sono passati due anni e le cose sono peggiorate. La sinistra è un oggetto sfuggente: noi siamo testimoni e prova di questa crisi di identità».
Perché crisi di identità?
«Perché Ds e Margherita sono minimalisti. Fassino dice che la legge Biagi va mantenuta, Prodi dirà che da Berlusconi ha ereditato un disastro e quindi prometterà lacrime e sangue per poi cambiare qualcosina. Piano piano, però. Cossutta vuole rinunciare a falce e martello».
Ecco, Cossutta. Cos’è il suo, un tradimento?
«È una parola che non mi piace, mi limito a dire che l’età fa brutti scherzi»
Fu proprio lui a radiare il manifesto dal Partito comunista. Si aspetta un’autocritica?
«No e anche se dovesse arrivare sarebbe inutile, una minestrina riscaldata».
Minimalista anche lui, quindi. Bertinotti?
«Lui si limita a fare l'aggiustatore: ha paura di ripetere lo stesso numero del 1998 quando fece cadere Prodi e questo lo rende troppo prudente».
E invece cosa bisogna fare, la rivoluzione?
Ride. «Non fare la rivoluzione, ma non perdere lo spirito rivoluzionario».
Cosa vuol dire, oggi, essere rivoluzionari?
«Non accettare senza fiatare il fatto che il mondo occidentale ci offra la miglior vita possibile. Provare a cambiare i valori della società: oggi uno è buono se è ricco, non se è preparato e se lavora».
Accadeva anche prima.
«Sì, ma ora anche la sinistra lo ha accettato, scegliendo la strada della riduzione del danno. Ed è per questo che, una volta battuto Berlusconi e tornata l'Italia un Paese normale, finalmente si riprenderà a discutere: viste le premesse saremo contro il partito democratico, o come si chiamerà, e critici con Rifondazione».
Rischiate di rimanere soli a sinistra.
«Il rischio c'è e ci siamo abituati. Ma proprio per questo il futuro del manifesto ci racconterà anche un pezzo di futuro della sinistra. Possiamo essere la cellula che fa capire se il cancro vince o regredisce».
Il cancro?
«Sì, il cancro: non capire che l'antagonista è sempre cosa fertile. Anche i sovrani assoluti avevano il buffone di corte che gli dava addosso. Mentre oramai tutti quelli che comandano vogliono un popolo di pecore: è proprio questo che li porta al suicidio, da Stalin a Mussolini».
Anche la sinistra di oggi?
«Certo. Nel governo Prodi del 1996 siamo stati messi ai margini, sul marciapiede come quando passa la carrozza del Re. E stavolta andrà ancora peggio perché il prossimo governo della sinistra sarà ancora più di centro di quello del 1996. Allora Rutelli non c'era».
Scusi Parlato, anche Libération in Francia se la passa male. Un anno fa era stata salvata dai 20 milioni di euro investiti dal banchiere de Rothschild. Voi accettereste?
«Un riccastro che ci salva? Solo se ci desse quei danari senza mai mettere bocca nel nostro lavoro. Ma questo non è un riccastro, è Babbo Natale».
Corriere della Sera 28.11.05
Psicologi e preghiere, la clinica per preti pedofili
Brasile, nel centro aperto in segreto da italiani. «Curiamo i fratelli, senza scandali»
La loro caparbia discrezione si allenta a fatica, ma con grande cortesia. «Nemmeno noi sappiamo bene come chiamarlo - spiega padre Angelo Fornari, cremonese -. Diciamo centro di accompagnamento di sacerdoti in difficoltà? Ma anche piccola clinica di provincia va bene...». Suona malissimo, invece, clinica dei preti con devianze sessuali, peggio ancora pedofili. Ma è una parte importante di questa storia. In quello che è tuttora il più grande Paese cattolico del mondo, i casi di abusi sui minori si ripetono. Squarci che rivelano una realtà tenuta quasi sempre sotto silenzio. Proprio come è discretissima l’esistenza di centri specializzati come questo.
Barretos, a 400 chilometri da San Paolo, è un Brasile poco brasiliano, non ci sono spiagge, favelas e al posto del samba risuonano le ballate sertanejas , il country dei cowboy che parlano portoghese. Attorno alla cittadina solo distese di canna da zucchero e aranceti. I sacerdoti della Congregazione di Gesù Sacerdote sono arrivati 40 anni fa: in Italia si chiamano padri Venturini, dal nome del fondatore, un sacerdote trentino che istituì il gruppo nel 1926. In Brasile hanno portato la missione per cui sono nati, preti che aiutano altri preti, quando le vocazioni barcollano sotto il peso delle debolezze umane, o i comportamenti sono fuori dalle regole. A Barretos siamo giunti seguendo le indicazioni di alcuni esperti sui problemi della pedofilia nella Chiesa brasiliana, ma anche di famiglie colpite dalla tragedia. Queste ultime urlano spesso contro le gerarchie del clero: nascondono i preti, dicono, li sottraggono alla giustizia, li fanno sparire nelle «cliniche»...
I sacerdoti italiani negano con forza. «Non ci sono latitanti qui», dice padre Angelo, il superiore della Congregazione. Ma allo stesso tempo sostiene che la questione esula dagli obiettivi del centro. «Riceviamo le segnalazioni dai vescovi, richieste per accogliere sacerdoti con problemi seri. Non conosciamo e non vogliamo conoscere la loro posizione con la giustizia. La Chiesa copre? Non vuole far scandalo, questo sì. È giusto che il recupero della persona venga prima di ogni altra cosa. Crede che il carcere serva a qualcosa?». Padre Angelo cita il caso di un uomo, un laico, la cui moglie ha scoperto dopo 20 anni di matrimonio che violentava regolarmente le figlie. «Siamo venuti a saperlo, non abbiamo chiamato la polizia, ma uno psicologo».
La «clinica» dei preti è una casetta a due piani, a due passi dalla chiesa di Nossa Senhora do Rosario. Nessuno a Barretos ne conosce le attività, solo la normale vita parrocchiale. Gli ospiti vengono accolti solo dopo un periodo di prova e un test. Padre Mario Revolti, 70 anni, trentino, è il responsabile-psicologo. La permanenza non supera mai i 6-7 mesi.
Negli ultimi tre anni sono passati da qui una ottantina di sacerdoti, mai più di 5 o 6 alla volta, e i risultati sono buoni. Una minoranza ha deciso di abbandonare il sacerdozio, gli altri si sono in qualche modo reinseriti nella Chiesa, magari cambiando città. Difficile strappare dettagli, ma padre Mario ammette che varie decine avevano «scompensi nella vita sessuale». Comuni anche i problemi legati al denaro: debiti, gioco, cleptomania. Il settimanale brasiliano Istoè ha pubblicato qualche giorno fa un articolo nel quale si sostiene che una commissione del Vaticano è in giro per il Brasile, a causa dell’allarme pedofilia. I preti di Barretos dicono di non avere contatti con gli emissari di Roma. Il loro lavoro è totalmente sganciato dalle gerarchie. Segreto assoluto anche in un’altra struttura nata negli ultimi tempi a San Paolo, l’Istituto Terapeutico Acolher (accogliere, in portoghese). Responsabile è un religioso con un curriculum di rispetto, padre Edenio Valle, teologo, psicologo e già vicerettore della locale Università Cattolica. Acolher è in una palazzina nel centro della metropoli, e a differenza di Barretos i sacerdoti non vivono qui, ma vengono solo per la terapia. Gli psicologi che ci lavorano non sono autorizzati a parlare.
Padre Edenio accetta invece un colloquio al telefono. Ammette di aver ricevuto richiesta di assistenza per almeno 500 casi, oggi ne segue una ottantina. Il sistema è analogo a quello di Barretos, i vescovi con problemi nella diocesi entrano in contatto con lui. Se il sacerdote è disposto a curarsi, si trova un posto dove può vivere a San Paolo e inizia la terapia. Anche padre Edenio nega di «nascondere» preti, ma ammette di non avere il controllo delle singole situazioni. I casi di pedofilia sono parecchi, dice, ma i casi criminali, «quelli su cui i giornali fanno tanto scandalo», non sono più di una decina in tutto il Brasile.
Rocco Cotroneo
Le Scienze 26.11.05
La violenza domestica sulle donne
Pubblicato uno studio dell'OMS condotto a livello globale
Uno studio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), pubblicato il 17 novembre, rivela l'enorme impatto che la violenza domestica ha sulla salute e il benessere delle donne di tutto il mondo, e quanto la violenza dovuta al partner venga ancora in gran parte tenuta nascosta.
Da tempo si sapeva che la violenza del partner costituisce un importante fattore di rischio per molti problemi di salute, ma le prove erano fornite soprattutto da studi effettuati negli Stati Uniti e in Canada. La ricerca dell'OMS, condotta in collaborazione con la London School of Hygiene and Tropical Medicine, il Program for Appropriate Technology in Health (PATH) e diverse organizzazioni non governative nei vari paesi coinvolti, estende questi dati a livello globale e dimostra che la violenza opera in maniera simile tanto nei paesi industrializzati quanto in quelli in via di sviluppo.
I ricercatori hanno effettuato interviste con 24.000 donne in età riproduttiva, provenienti da 15 località in 10 paesi (Bangladesh, Brasile, Etiopia, Giappone, Namibia, Perù, Samoa, Serbia-Montenegro, Tanzania e Thailandia). I risultati rivelano che, a seconda del paese, una porzione dal 15 al 71 per cento delle donne ha subìto abusi fisici o sessuali da parte dei propri partner. Questo tipo di violenza domestica è la forma più comune di maltrattamento subìto dalle donne, di gran lunga più frequente rispetto alle aggressioni di estranei o di semplici conoscenti.
"Lo studio dell'OMS - commenta Mary Robinson, ex commissario per i diritti umani presso le Nazioni Unite - dimostra che la violenza domestica è presente in ogni luogo, anche se i tassi variano in modo significativo da nazione a nazione. I governi e le comunità dovrebbero mobilitare tutte le proprie energie per combattere gli abusi nei confronti delle donne".
Gli autori dello studio hanno individuato associazioni inequivocabili e significative fra le violenze subite dal partner e un vasto numero di problemi di salute, comprendenti lesioni, disturbi emotivi, pensieri e tentativi di suicidio, e sintomi fisici di malattie.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
L’Espresso, n.44, 2005
Aborto anno nero
Chiara Valentini
Un campanello d'allarme inaspettato suona in questi giorni in Italia. Per la prima volta dal lontano 1983, l'anno del picco con 234 mila casi, gli aborti nel nosrro paese non solo hanno smesso di calare, ma sono aumentati di ben 4.500 unità. Ce lo dice, con la chiarezza incontrovertibile delle cifre, la relazione annuale del minisrero della Salute, che raccoglie i dati completi e derragliati dell'lsriruto superiore di Sanità per il 2003 e quelli generali del 2004. Siamo infatti passati dai 132 mila 170 aborti del 2003 ai 136 mila 700 del 2004, con un incremento del 3,4 per cento. Il dato continua a essere piuttosto basso rispetto alle media europea. E la relazione del minisrro cerca di rassicurarci, sostenendo che la crescita non dipende dalle italiane, ma dalle straniere, come dimostra il fatto che gli aumenti si registrano nelle regioni del Centro-Nord, dove gli immigrati sono sempre più numerosi. A parte il fatto che per ora i dati analitici sul 2004 non ci sono, non è certo una buona notizia che la parte più debole e sprovveduta delle abiranti del nostro paese trovi un sistema sanitario che fatica ad aiutarle. D'alrta parte proprio l'attuale ministro della Salute Francesco Storace, da governatore del Lazio, aveva fatto chiudere 21 reparti di interruzione di gravidanza, provocando il sovraffollamento negli ospedali e liste d'attesa di almeno tre settimane, troppe per chi non sa muoversi nel mare della burocrazia.
“Le immigrate, che rischiano le gravidanze indesiderare in misura tripla rispetto alle italiane, hanno invece un gran bisogno di essere assistite e consigliare, anche perché nel primo anno dal trasferimento vivono uno choc da spaesamento che le rende estremante vulnerabili”, dice Valeria Dubini, ginecologa all'ospedale Misericordia e Dolce di Prato, dove l’anno scorso il 49 per cento delle Ivg sono state fatte da straniere. Non c'è solo l'aumento certificato dalle cifre ufficiali. Il nostro sistema abbastanza complesso di richieste, la scarsità di mediatori culturali e il poco coordinamento fra consultori e ospedali spiegano perché stia tornando alla ribalta una pratica che sembrava debellata, l’aborto clandestino. Proprio a Prato sono stati scoperti più volte ambulatori di Ivg in nero per le cinesi. E un po' dappertutto in Italia i medici raccontano di nigeriane, di rumene o di sudamericane che arrivano in ospedale con sintomi di avvelenamento per improbabili decotti, o con emorragie da pastiglie che provocano le contrazioni, o con i postumi di raschiamenti devastanti, fatti con poche centinaia di euro. “Pochi giorni fa è venuta da noi una giovane donna russa molto spaventata, una badante. Abbiamo cercato di spiegarle che era vicino al limite massimo e bisognava intervenire subito. Lei probabilmente non ha capito. Pensava solo a correre a casa perché temeva i rimproveri, ed tornata quando ormai era troppo tardi. Ancora mi sto chiedendo con angoscia che cosa le sarà successo” dice Elisabetta Canipano, ginecologa al servizio Ivg dell'ospedale Grassi di Ostia ed esponente dell'associazione Vita di donna (www.vitadidonna.it).
L'aborto clandestino non è solo una questione di immigrate. La relazione del ministro della Salute si limita stimare questi aborti attorno alla modesta cifra di 20 mila. Ma aggiunge anche che per il 90 per cento riguardano le donne del Sud. E questo dimostra che qualcosa non torna. Nel Mezzogiorno infatti la presenza delle immigrate è molto bassa quindi le “loro" interruzioni di gra vidanza al Centro-Nord evidentemente non sono entrate nel calcolo. Se poi cerchiamo di capire chi sono queste italiane che si rifugiano nella clandestinità vediamo che, accanto alle donne meno istruite e sposate con molti figli, una discreta percentuale è rappresentata dalle giovanissime. Specie in provincia non vogliono far sapere in giro di essere rimaste incinte e con mille, 2 mila euro risolvono il problema in un ambulatorio o anche in una clinica compiacente, dove la loro Ivg verrà fatta passare per aborto spontaneo. In aumento intanto sono le gravidanze del sabato sera,
frutto dei rapponi occasionali da dopo discoteca, come spiega la ginecologa Paola Piattelli, che riceve le ragazze in un ambulatorio romano dell'Aied, “Spesso vengono da noi perché non vogliono dire in famiglia quel che è successo e hanno bisogno di aiuto”, dice Piattelli. Secondo la legge perché una minorenne possa abortire ci vuole l'assenso dei genitori. Se non c'è, spetta al giudice tutelare esprimersi, rispettando però la volontà della ragazza.
Nel clima di difesa a oltranza della vita che ha guadagnato spazio con il referendum sulla procreazione assistita, c'è chi ha paura di finire nei guai e tira alle lunghe. Probabilmente sono pochi. Non lo sono invece i ginecologi che perfino in certi consultori rispediscono a mani vuote le minorenni che arrivano disperate chiedendo la pillola del giorno dopo. Anche se si tratta di un anticoncezionale e non di un abortivo, viene opposta l'obiezione di coscienza. Questi alfieri della moralità, a cui poco importa se quella ragazza dovrà poi ricorrere a un aborto, sono l'avanguardia dell'esercito degli obiettori, che poco a poco sta erodendo dall'interno la struttura bene o male ancora funzionante della nostra interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2003 i ginecologi che avevano obiettato erano quasi il 58 per cento, con punte del 68 in Lombardia, del 77 in Lazio, dell'80,5 in Veneto. Per non parlare degli anestesisti (quasi il 46 per cento) e del personale paramedico, cioè infermiere e portantini, che poco hanno a che fare con l'intervento e che pure rifiutano contatti con “quelle dell'aborto” nel 38 per cento dei casi. Pensata per dare la possibilità a chi ha riserve di carattere religioso o morale di non andare contro alla propria coscienza, l'obiezione è diventata in molti casi una comoda scappatoia per evitare interventi che non danno fama ne proventi, ma possono solo danneggiare la carriera. Sono infatti obiettori la maggioranza dei primari di ginecologia, e a volte sono obiettori del genere di Leandro Aietti dell'ospedale di Melzo, che definisce la RU486 “un pesticida per ammazzare i bambini”. O come Luigi Frigerio primario a Bergamo, che ha fatto piazzare il Centro di aiuto alla vita nel bel mezzo del suo reparto. Una nostra collaboratrice ha provato a telefonare al centralino dell'Ospedale di Vicenza (Asl 6), dicendo di essere una ragazza di 21 anni e volere il reparto ginecologia per informarsi sull'interruzione volontaria di gravidanza. La voce della centralinista le ha risposto senza un attimo di esitazione: “Può senz'altro rivolgersi al Centro di aiuto alla vita”. “Veramente ho chiesto di parlare con un medico del servizio pubblico, non con un movimento religioso”. “Ma no, chiami quelle persone, le do anche il numero verde, si troverà contenta..”.
Il dialogo è solo una delle tante testimonianze della corsa a ostacoli che specie in alcune regioni italiane aspetta le donne che vogliono abortire. In un ospedale di Palermo succede che alle donne in attesa delI'Ivg venga mostrata dal ginecologo l'ecografia del feto.
“Ecco, questo è il cuore del bambino a cui lei vuole togliere la vita”, si sentono dire. A Napoli la tecnica preferita, specie con le più sprovvedute, consiste nel respingerle, dicendo che sono fuori tempo massimo. “Arrivano da noi disperate. Quando le riaccompagnamo al reparto ammettono a denti stretti che si erano sbagliati e che l'intervento si può ancora fare”, racconta Stefania Cantatore, una delle promotrici del Comitato per l'applicazione della 194 che da anni, a Napoli e dintorni, si batte perché la legge sia rispettata. Bisogna ammettere che nei suoi 27 annidi vita (èin vigore dal 1978) l'interruzione volontaria di gravidanza, pur avendo funzionato decentemente, non ha mai avuto pieno diritto di cittadinanza in molti dei nostri ospedali, considerata spesso, per usare le parole di una famosa canzone di Guccini, “una piccola storia ignobile”, da tener separata da tutte le altre attività sanitarie. Ma da quando nell'ala più integrista del Polo è passata l'idea che, se al momento era impossibile cancellare la legge sull'aborto, si poteva perlomeno rendere più difficile abortire, le vessazioni quotidiane non hanno avuto sosta.
Proprio nella Lombardia di Roberto Formigoni e di Comunione e liberazione, d'altra parte, le obiezioni aumentano di giorno in giorno specie fra i più giovani, trasformando i pochi che ancora restano al loro posto in figure emarginate e sospette. “Sono riuscito per miracolo a trattenere due colleghi sul punto di obiettare, perché non reggevano più a fare aborti dalla mattina alla sera”, dice Maurizio Bini, ginecologo al Niguarda, uno dei grandi ospedali milanesi: dove fra l'altro le donne dell'Ivg vengono operate in sala pano, quasi una tacita punizione per la loro scelta.
Per far fronte alla fuga di massa, è nata la figura del ginecologo a contratto, che viene ingaggiato e pagato dagli ospedali solo per fare aborti. Uno di loro è Vincenzo Spinelli, che opera due volte alla settimana a Marino, sui Colli Albani, in un ospedale dove gli obiettori sono il 100 per cento: “Ti fanno sentire come uno che fa il lavoro sporco. Ma poi spesso arrivano colleghi a chiederti ‘quel’ favore, e tu devi accontentare anche loro”.
La mancanza di tempo rende il rapporto con le donne sempre più veloce e anonimo. “Da una nostra ricerca risulta che solo il 30 per cento delle donne che ha abortito ha ricevuto informazioni sulla contraccezione”, dice Michele Grandolfo, dell'Istituto superiore della sanità, l'uomo chiave di questo delicato settore. È il paradosso della contraccezione debole, in un paese come l'Italia dove si inneggia ogni giorno di più alla vita “ma dove non si distribuiscono profilattici e non si fa una sistematica informazione contraccettiva nelle scuole”, denuncia Mauro Buscaglia, primario non obiettore al San Carlo di Milano. C'è anche un altro paradosso. Siamo fra i pochissimi al mondo dove l'Ivg viene fatta quasi sempre in anestesia totale, “inutilmente costosa e a volte anche dannosa per la salute delle donne”, dice Michele Grandolfo. Come insegna anche la violenta opposizione alla RU 486, la pillola dell'aborto chimico, guai a cercar di rendere l'Ivg
meno traumatica e punitiva di quanto non sia di per sé. Guai a suggerire che in ogni caso è alle donne che spetta l'ultima parola.
(Hanno collaborato Monica Saldano e Fiamma Tinelli)
L’Espresso, n.44, 2005
La Toscana apre le porte alla RU486.
Pillola abortiva per chiunque la richieda. L’assessore al diritto alla Salute della toscana, Enrico Rossi, spiega come riuscirci.
Non si placa la battaglia fra chi vuole sperimentare la RU486 e chi la blocca, ultimo caso l'ospedale Niguarda di Milano, a cui è stato dato lo stop dall'assessore regionale alla Salute Alessandro Cè. Ma la Toscana, senza troppo rumore, ha imboccato una strada diversa dalla richiesta di sperimentazione.
E si prepara a essere la prima regione italiana con libertà di aborto farmacolagico, come spiega l'assessore al diritto alla Salute, il diessino Enrico Rossi.
Come avete fatto assessore Rossi?
Siamo partiti dalla considerazione abbastanza ovvia che è inutile voler sperimentare un farmaco di cui si sa tutto, perché è usato da anni da centinaia di migliaia di donne non solo in Europa, ma nell'America del Nord e in Australia. Già nel 2003 avevamo chiesto al nostro Consiglio sanitario regionale di poter introdurre in Toscana la RU486 e la risposta era stata positiva. Anche n comitato di bioetica era stato d'accordo. I principi erano stati discussi con legge 194, che tutti dicono di accettare, compresa la Chiesa. Non si può tornarci sopra in maniera subdola, come sta succedendo adesso.
Veramente la legge 194 non parla di aborto farmacologico.
È vero. Ma l'articolo 15 prevede la ricerca di tecniche più moderne e rispettose della salute della donna. Difficile dire che questo non sia il caso.
Resta il fatto che In Italia la RU486 non c'è, perché nessuna ditta la produce e nessuno la importa, forse temendo l'ostracismo della Chiesa cattolica.
C'è una delibera del 2002 che prevede di poter importare dall'estero farmaci che non sono registrati in Italia. Noi ne facciamo arrivare almeno una trentina, chiedendoli volta a volta per il singolo paziente. Ed è questa la strada che vogliamo seguire. Abbiamo già spedito una circolare alle 16 aziende della Toscana spiegando che la RU486 può "legittimamente essere importata dalla Francià", facendone richiesta per ogni singola donna agli uffici periferici del ministero della Salute corrispondente. Sei aziende sono già pronte a farlo, le altre seguiranno.
E se il ministero vi bloccherà i farmaci?
Non credo che le dogane vorranno essere accusate di mettere a rischio la salute delle donne. Scenderebbe in campo mezza Italia. Per quel che mi riguarda credo che la mia missione di assessore al diritto alla salute sia quella di diminuire la sofferenza, soprattutto quella inutile.
l’Unità, 20.11.2005
Aborto, contro la solitudine non servono i "missionari"
Luigi Manconi, Andrea Boraschi
«Trovo scandaloso il medico di famiglia che non si occupa di far prendere alla donna una decisione consapevole, ma lascia il certificato per l´aborto in portineria. Di mezzo c´è la vita di un bambino. Io parlo così: la vita di un bambino». A «parlare così» è Giuliano Amato, tra i primi laici, in Italia, a essersi espresso in termini critici sulle procedure di applicazione della legge 194. «Ma è mai possibile - aggiunge Amato - che non si possa dire che alcuni comportamenti emersi in seguito all'approvazione di una legge giusta sono sbagliati? Oppure dobbiamo sempre dirci: “Taci, il nemico ti ascolta”? Come se ogni vicenda della vita fosse un pezzo di guerra civile con i fascisti, da una parte, e gli antifascisti, dall´altra».
È giusto esigere che «le vicende della vita» non siano inquadrate in una logica di perenne conflitto ideologico; ed é altrettanto giusto che, su questioni di natura etica, la discussione pubblica proceda in maniera libera e quanto più aperta. E, allora, muoviamo proprio dai molti riconoscimenti che si possono rivolgere agli argomenti di Amato. La riduzione dell'aborto a pratica contraccettiva è cosa riprovevole: tanto quanto lo è quella figura di medico richiamata in apertura; e tanto quanto lo è la condizione di molte donne lasciate ad abortire in solitudine: a «sbrigare una pratica ospedaliera» più che a decidere della propria e dell'altrui vita. Ma, detto questo, esistono rimedi generali alla «banalizzazione dell'aborto»? Esistono politiche di sostegno alla maternità che possano incidere davvero sulla scelta di una donna?
La risposta alla prima domanda - sia detto senza alcun intento provocatorio - tende a essere negativa, almeno fino a quando la questione è declinata nei termini assunti dal dibattito di questi giorni. Perché la misura di consapevolezza, di riflessione e di dolore con la quale si affronta l'esperienza dell'aborto è irriducibilmente individuale e intima. E, dunque, lo stato non dovrebbe avere alcun titolo a indagarla. Si tratta di un atto di coscienza che, come tale, esprime in sommo grado la libertà dell'individuo, nelle sue motivazioni e pulsioni più nobili come in quelle più egoistiche e regressive; e in tutti i suoi inevitabili limiti e vincoli.
Non crediamo, in altre parole, che possa darsi un intervento «dissuasorio» da parte di medico, assistente sociale, psicologo, all'interno di una struttura pubblica, che non finisca per rifarsi a un contenuto «etico» (il richiamo alla sacralità della vita), estraneo alle regole che dovrebbero guidare la sanità pubblica. Men che meno, pertanto, riteniamo possibile che lo stato promuova l'intervento del volontariato nei consultori quando esso persegua finalità morali anzichè sanitarie. La decisione di aprire i consultori agli operatori del Movimento per la vita, un'associazione che interpreta l'aborto come un crimine contro l'umanità, svela un'impostazione ideologica, che si oppone a quella libertà di scelta e di coscienza, che si dice di non voler contestare; prevede l'istituzione di «presidi di moralità», fondati su una interpretazione confessionale del significato della vita; dichiara apertamente che il fenomeno dell'aborto va affrontato su un piano etico, anziché - prioritariamente - su quello delle politiche sociali.
E, allora, qual è il rischio? È che la donna - se l'assistenza é di ordine esclusivamente morale - rimanga davvero sola. E cosa ne sarebbe, pertanto, di quel passo della legge 194 dove si legge: «Il consultorio e la struttura sociosanitaria hanno il compito in ogni caso (…) di esaminare con la donna (…) le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all'interruzione della gravidanza, di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre»?
La risposta appare ovvia: lo stato non può rimanere estraneo a una questione tanto delicata. Deve, al contrario, mettere a disposizione risorse e strutture per garantire che l'intervento abortivo rientri nel quadro dell'assistenza pubblica. Ma - è questo il punto - nel dibattito di queste settimane molti vogliono tradurre quella responsabilità pubblica in una sorta di missione morale: la salvaguardia della vita del nascituro. Dunque, le proposte che vengono avanzate per «debellare la piaga dell'aborto», come per osteggiare l'impiego della Ru486, sono tutte essenzialmente d'ispirazione «missionaria». L'aiuto di cui, incredibilmente, quasi nessuno parla - quello fatto di politiche di sostegno alla maternità - invece non c'è e non viene perseguito. Forse perché mancano le risorse per estendere le politiche di welfare a questo settore; forse perché alcuni soggetti della politica e della cultura sono riusciti a dirottare la riflessione su un piano eminentemente etico, polarizzando una questione (il problema della vita e della morte, appunto) che sembra non consentire mediazioni e soluzioni parziali e condivise.
Ne deriva una domanda: è possibile pensare a una politica di prevenzione dell'aborto e di incentivo alla maternità che non sia, necessariamente, di ispirazione confessionale? Si può aiutare una donna che lo chieda, senza mettere in discussione le sue ragioni esistenziali? le uniche titolate a decidere, in ultima istanza, della sorte di un feto? O, più semplicemente, è possibile immaginare dei consultori dove una futura madre possa apprendere che, a fronte di un grave disagio che condizioni la sua scelta, esistono misure previste dallo stato a garanzia della sua persona e di suo figlio? Dove ci si possa informare su forme di sostegno economico e di assistenza sanitaria, su servizi e agevolazioni, su misure fiscali favorevoli e su una estesa rete di diritti e garanzie (ad esempio, rispetto all'attività lavorativa)? Tutto ciò è non solo giusto, ma anche possibile: e politiche di tale natura sono state sperimentate e applicate con successo, anche in Italia. Senza affidarsi al volontariato (risorsa preziosissima, ma destinata ad altri compiti, altrettanto importanti); e senza tirare in ballo categorie etiche che, con la capacità d'intervento pubblico su una simile questione, hanno poco a che fare. E rimandano, con ogni probabilità, a pensieri inconfessabili.
Quali quelli che Claudia Mancina, sul “Riformista” del 17 novembre, così riassume: «Forse (…) si vuol dire che lo scandalo dell'aborto deve essere pagato col dolore fisico, l'umiliazione, i disagi della degenza ospedaliera? Che il gesto di rifiutare una gravidanza deve avvenire nel sangue e possibilmente nel pericolo, per essere tollerato?».
Corriere della Sera 28.11.05
Legge 194
Aborto, interviene Pera: la civiltà tutela la vita non autorizza la morte
ROMA - Quel punto del discorso, a quanto pare, aveva un destinatario preciso. Ieri, convegno di Forza Italia a Catania. Intervento di Marcello Pera: «Si sente ripetere che la destra italiana è priva di cultura politica. Talvolta mi par di capire che anche tra noi qualcuno ci creda davvero e perciò, per dimostrarsi invece preparato e avanzato, colto e aperto al moderno, si mette piuttosto a scimmiottare i suoi avversari». Il presidente del Senato forse si riferiva al ministro Stefania Prestigiacomo e alle sue battaglie «progressiste» su fecondazione e sperimentazione della pillola RU486. Quindi Pera ha ribadito il suo pensiero sulla legge 194: «La vera civiltà non consiste nell’aver introdotto un diritto ad abortire, ma nell’aver posto un divieto alla piaga degli aborti clandestini. Un aborto può essere una tragica necessità o una drammatica scelta di una donna sola o di una coppia, ma non una conquista». Pera ha quindi invitato i suoi a cogliere «la rinascita della cultura di identità. Noi in politica siamo laici ma non laicisti, perciò, sia che siamo credenti o no, apprezziamo la tradizione cristiana nella quale siamo nati».
Valentino Parlato
«Da Armando mi aspetto poco E Bertinotti fa solo l’aggiustatore»
Lorenzo Salvia
ROMA - I soldi, certo. «Gli stipendi di luglio e agosto li abbiamo pagati solo tre giorni fa. Se entro dicembre non arrivano 500 abbonamenti rischiamo di chiudere davvero» borbotta Valentino Parlato, una Marlboro rossa dietro l'altra, mentre la stanza si riempie del suono («suono, non rumore») della sua Olivetti linea 98. Per questo al manifesto si studia il rilancio: «Cambieremo formato, - dice Mariuccia Ciotta, uno dei due direttori - aumenteremo le doppie pagine tematiche, dedicate ad argomenti come il lavoro e la tecnologia, stiamo pensando ad una storia del cinema in dvd...». Ma dietro la crisi del «quotidiano comunista» c'è anche altro. Qualcosa di più profondo, di più importante. Qualcosa di sinistra.
Cosa, Parlato?
«Quando il nostro giornale è nato, quasi 35 anni fa, si sentiva ancora la spinta del '68, la rottura con lo stalinismo. La sinistra aveva una sua identità, criticarla era più facile e costruttivo».
Oggi invece?
«Uno degli ultimi articoli di Luigi Pintor si intitolava "La sinistra non c'è più". Da allora sono passati due anni e le cose sono peggiorate. La sinistra è un oggetto sfuggente: noi siamo testimoni e prova di questa crisi di identità».
Perché crisi di identità?
«Perché Ds e Margherita sono minimalisti. Fassino dice che la legge Biagi va mantenuta, Prodi dirà che da Berlusconi ha ereditato un disastro e quindi prometterà lacrime e sangue per poi cambiare qualcosina. Piano piano, però. Cossutta vuole rinunciare a falce e martello».
Ecco, Cossutta. Cos’è il suo, un tradimento?
«È una parola che non mi piace, mi limito a dire che l’età fa brutti scherzi»
Fu proprio lui a radiare il manifesto dal Partito comunista. Si aspetta un’autocritica?
«No e anche se dovesse arrivare sarebbe inutile, una minestrina riscaldata».
Minimalista anche lui, quindi. Bertinotti?
«Lui si limita a fare l'aggiustatore: ha paura di ripetere lo stesso numero del 1998 quando fece cadere Prodi e questo lo rende troppo prudente».
E invece cosa bisogna fare, la rivoluzione?
Ride. «Non fare la rivoluzione, ma non perdere lo spirito rivoluzionario».
Cosa vuol dire, oggi, essere rivoluzionari?
«Non accettare senza fiatare il fatto che il mondo occidentale ci offra la miglior vita possibile. Provare a cambiare i valori della società: oggi uno è buono se è ricco, non se è preparato e se lavora».
Accadeva anche prima.
«Sì, ma ora anche la sinistra lo ha accettato, scegliendo la strada della riduzione del danno. Ed è per questo che, una volta battuto Berlusconi e tornata l'Italia un Paese normale, finalmente si riprenderà a discutere: viste le premesse saremo contro il partito democratico, o come si chiamerà, e critici con Rifondazione».
Rischiate di rimanere soli a sinistra.
«Il rischio c'è e ci siamo abituati. Ma proprio per questo il futuro del manifesto ci racconterà anche un pezzo di futuro della sinistra. Possiamo essere la cellula che fa capire se il cancro vince o regredisce».
Il cancro?
«Sì, il cancro: non capire che l'antagonista è sempre cosa fertile. Anche i sovrani assoluti avevano il buffone di corte che gli dava addosso. Mentre oramai tutti quelli che comandano vogliono un popolo di pecore: è proprio questo che li porta al suicidio, da Stalin a Mussolini».
Anche la sinistra di oggi?
«Certo. Nel governo Prodi del 1996 siamo stati messi ai margini, sul marciapiede come quando passa la carrozza del Re. E stavolta andrà ancora peggio perché il prossimo governo della sinistra sarà ancora più di centro di quello del 1996. Allora Rutelli non c'era».
Scusi Parlato, anche Libération in Francia se la passa male. Un anno fa era stata salvata dai 20 milioni di euro investiti dal banchiere de Rothschild. Voi accettereste?
«Un riccastro che ci salva? Solo se ci desse quei danari senza mai mettere bocca nel nostro lavoro. Ma questo non è un riccastro, è Babbo Natale».
Corriere della Sera 28.11.05
Psicologi e preghiere, la clinica per preti pedofili
Brasile, nel centro aperto in segreto da italiani. «Curiamo i fratelli, senza scandali»
LO SCANDALO Dieci giorni fa scoppia in Brasile lo scandalo dei preti pedofili. È il settimanale Istoè (Così è) a pubblicare il diario del prete pedofilo padre Tarcisio Tadeu Spricigo, che avrebbe anche compilato le dieci regole per restare impunitiBARRETOS (Brasile) - Luis, Jaime, Felipe e gli altri pranzano in dieci minuti, scambiando poche parole. Sulla tavola riso e fagioli, carne, manghi e banane del giardino. Fa caldo a Barretos, come tutti i giorni dell’anno. Padre Mario si alza e tutti fanno il segno della croce, sparecchiano, Felipe corre in cucina a lavare i piatti, è il suo turno, poi tutti salgono in camera. Iniziano le attività del pomeriggio, lettura, preghiera, computer, qualche lavoretto. Qualcuno ha appuntamento con Nilda, la psichiatra. Luis e gli altri hanno tra i 30 e i 40 anni, vestono maglietta e jeans, sono di pelle olivastra. Accenti del Sud, ma anche del lontano Nordest. L’accordo per passare una giornata con loro è stato chiaro: niente nomi veri, niente dettagli sul motivo della permanenza qui, in una casa parrocchiale qualunque, in una cittadina qualunque del Brasile. Questo posto è come se non esistesse, non ha un nome, le sue attività non sono mai apparse nei documenti ecclesiastici. Ma i vescovi brasiliani con qualche gatta da pelare lo conoscono, o ne hanno sentito parlare, hanno il numero di telefono sull’agendina. Esiste da qualche anno, è gestito da sacerdoti italiani.
Sempre secondo le rivelazioni del settimanale brasiliano il Papa, Benedetto XVI, avrebbe inviato ai primi di settembre una commissione in Brasile per indagare sulle denunce di abusi sessuali compiute ai danni soprattutto di bambini poveri
La loro caparbia discrezione si allenta a fatica, ma con grande cortesia. «Nemmeno noi sappiamo bene come chiamarlo - spiega padre Angelo Fornari, cremonese -. Diciamo centro di accompagnamento di sacerdoti in difficoltà? Ma anche piccola clinica di provincia va bene...». Suona malissimo, invece, clinica dei preti con devianze sessuali, peggio ancora pedofili. Ma è una parte importante di questa storia. In quello che è tuttora il più grande Paese cattolico del mondo, i casi di abusi sui minori si ripetono. Squarci che rivelano una realtà tenuta quasi sempre sotto silenzio. Proprio come è discretissima l’esistenza di centri specializzati come questo.
Barretos, a 400 chilometri da San Paolo, è un Brasile poco brasiliano, non ci sono spiagge, favelas e al posto del samba risuonano le ballate sertanejas , il country dei cowboy che parlano portoghese. Attorno alla cittadina solo distese di canna da zucchero e aranceti. I sacerdoti della Congregazione di Gesù Sacerdote sono arrivati 40 anni fa: in Italia si chiamano padri Venturini, dal nome del fondatore, un sacerdote trentino che istituì il gruppo nel 1926. In Brasile hanno portato la missione per cui sono nati, preti che aiutano altri preti, quando le vocazioni barcollano sotto il peso delle debolezze umane, o i comportamenti sono fuori dalle regole. A Barretos siamo giunti seguendo le indicazioni di alcuni esperti sui problemi della pedofilia nella Chiesa brasiliana, ma anche di famiglie colpite dalla tragedia. Queste ultime urlano spesso contro le gerarchie del clero: nascondono i preti, dicono, li sottraggono alla giustizia, li fanno sparire nelle «cliniche»...
I sacerdoti italiani negano con forza. «Non ci sono latitanti qui», dice padre Angelo, il superiore della Congregazione. Ma allo stesso tempo sostiene che la questione esula dagli obiettivi del centro. «Riceviamo le segnalazioni dai vescovi, richieste per accogliere sacerdoti con problemi seri. Non conosciamo e non vogliamo conoscere la loro posizione con la giustizia. La Chiesa copre? Non vuole far scandalo, questo sì. È giusto che il recupero della persona venga prima di ogni altra cosa. Crede che il carcere serva a qualcosa?». Padre Angelo cita il caso di un uomo, un laico, la cui moglie ha scoperto dopo 20 anni di matrimonio che violentava regolarmente le figlie. «Siamo venuti a saperlo, non abbiamo chiamato la polizia, ma uno psicologo».
La «clinica» dei preti è una casetta a due piani, a due passi dalla chiesa di Nossa Senhora do Rosario. Nessuno a Barretos ne conosce le attività, solo la normale vita parrocchiale. Gli ospiti vengono accolti solo dopo un periodo di prova e un test. Padre Mario Revolti, 70 anni, trentino, è il responsabile-psicologo. La permanenza non supera mai i 6-7 mesi.
Negli ultimi tre anni sono passati da qui una ottantina di sacerdoti, mai più di 5 o 6 alla volta, e i risultati sono buoni. Una minoranza ha deciso di abbandonare il sacerdozio, gli altri si sono in qualche modo reinseriti nella Chiesa, magari cambiando città. Difficile strappare dettagli, ma padre Mario ammette che varie decine avevano «scompensi nella vita sessuale». Comuni anche i problemi legati al denaro: debiti, gioco, cleptomania. Il settimanale brasiliano Istoè ha pubblicato qualche giorno fa un articolo nel quale si sostiene che una commissione del Vaticano è in giro per il Brasile, a causa dell’allarme pedofilia. I preti di Barretos dicono di non avere contatti con gli emissari di Roma. Il loro lavoro è totalmente sganciato dalle gerarchie. Segreto assoluto anche in un’altra struttura nata negli ultimi tempi a San Paolo, l’Istituto Terapeutico Acolher (accogliere, in portoghese). Responsabile è un religioso con un curriculum di rispetto, padre Edenio Valle, teologo, psicologo e già vicerettore della locale Università Cattolica. Acolher è in una palazzina nel centro della metropoli, e a differenza di Barretos i sacerdoti non vivono qui, ma vengono solo per la terapia. Gli psicologi che ci lavorano non sono autorizzati a parlare.
Padre Edenio accetta invece un colloquio al telefono. Ammette di aver ricevuto richiesta di assistenza per almeno 500 casi, oggi ne segue una ottantina. Il sistema è analogo a quello di Barretos, i vescovi con problemi nella diocesi entrano in contatto con lui. Se il sacerdote è disposto a curarsi, si trova un posto dove può vivere a San Paolo e inizia la terapia. Anche padre Edenio nega di «nascondere» preti, ma ammette di non avere il controllo delle singole situazioni. I casi di pedofilia sono parecchi, dice, ma i casi criminali, «quelli su cui i giornali fanno tanto scandalo», non sono più di una decina in tutto il Brasile.
Rocco Cotroneo
Le Scienze 26.11.05
La violenza domestica sulle donne
Pubblicato uno studio dell'OMS condotto a livello globale
Uno studio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), pubblicato il 17 novembre, rivela l'enorme impatto che la violenza domestica ha sulla salute e il benessere delle donne di tutto il mondo, e quanto la violenza dovuta al partner venga ancora in gran parte tenuta nascosta.
Da tempo si sapeva che la violenza del partner costituisce un importante fattore di rischio per molti problemi di salute, ma le prove erano fornite soprattutto da studi effettuati negli Stati Uniti e in Canada. La ricerca dell'OMS, condotta in collaborazione con la London School of Hygiene and Tropical Medicine, il Program for Appropriate Technology in Health (PATH) e diverse organizzazioni non governative nei vari paesi coinvolti, estende questi dati a livello globale e dimostra che la violenza opera in maniera simile tanto nei paesi industrializzati quanto in quelli in via di sviluppo.
I ricercatori hanno effettuato interviste con 24.000 donne in età riproduttiva, provenienti da 15 località in 10 paesi (Bangladesh, Brasile, Etiopia, Giappone, Namibia, Perù, Samoa, Serbia-Montenegro, Tanzania e Thailandia). I risultati rivelano che, a seconda del paese, una porzione dal 15 al 71 per cento delle donne ha subìto abusi fisici o sessuali da parte dei propri partner. Questo tipo di violenza domestica è la forma più comune di maltrattamento subìto dalle donne, di gran lunga più frequente rispetto alle aggressioni di estranei o di semplici conoscenti.
"Lo studio dell'OMS - commenta Mary Robinson, ex commissario per i diritti umani presso le Nazioni Unite - dimostra che la violenza domestica è presente in ogni luogo, anche se i tassi variano in modo significativo da nazione a nazione. I governi e le comunità dovrebbero mobilitare tutte le proprie energie per combattere gli abusi nei confronti delle donne".
Gli autori dello studio hanno individuato associazioni inequivocabili e significative fra le violenze subite dal partner e un vasto numero di problemi di salute, comprendenti lesioni, disturbi emotivi, pensieri e tentativi di suicidio, e sintomi fisici di malattie.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
L’Espresso, n.44, 2005
Aborto anno nero
Chiara Valentini
Un campanello d'allarme inaspettato suona in questi giorni in Italia. Per la prima volta dal lontano 1983, l'anno del picco con 234 mila casi, gli aborti nel nosrro paese non solo hanno smesso di calare, ma sono aumentati di ben 4.500 unità. Ce lo dice, con la chiarezza incontrovertibile delle cifre, la relazione annuale del minisrero della Salute, che raccoglie i dati completi e derragliati dell'lsriruto superiore di Sanità per il 2003 e quelli generali del 2004. Siamo infatti passati dai 132 mila 170 aborti del 2003 ai 136 mila 700 del 2004, con un incremento del 3,4 per cento. Il dato continua a essere piuttosto basso rispetto alle media europea. E la relazione del minisrro cerca di rassicurarci, sostenendo che la crescita non dipende dalle italiane, ma dalle straniere, come dimostra il fatto che gli aumenti si registrano nelle regioni del Centro-Nord, dove gli immigrati sono sempre più numerosi. A parte il fatto che per ora i dati analitici sul 2004 non ci sono, non è certo una buona notizia che la parte più debole e sprovveduta delle abiranti del nostro paese trovi un sistema sanitario che fatica ad aiutarle. D'alrta parte proprio l'attuale ministro della Salute Francesco Storace, da governatore del Lazio, aveva fatto chiudere 21 reparti di interruzione di gravidanza, provocando il sovraffollamento negli ospedali e liste d'attesa di almeno tre settimane, troppe per chi non sa muoversi nel mare della burocrazia.
“Le immigrate, che rischiano le gravidanze indesiderare in misura tripla rispetto alle italiane, hanno invece un gran bisogno di essere assistite e consigliare, anche perché nel primo anno dal trasferimento vivono uno choc da spaesamento che le rende estremante vulnerabili”, dice Valeria Dubini, ginecologa all'ospedale Misericordia e Dolce di Prato, dove l’anno scorso il 49 per cento delle Ivg sono state fatte da straniere. Non c'è solo l'aumento certificato dalle cifre ufficiali. Il nostro sistema abbastanza complesso di richieste, la scarsità di mediatori culturali e il poco coordinamento fra consultori e ospedali spiegano perché stia tornando alla ribalta una pratica che sembrava debellata, l’aborto clandestino. Proprio a Prato sono stati scoperti più volte ambulatori di Ivg in nero per le cinesi. E un po' dappertutto in Italia i medici raccontano di nigeriane, di rumene o di sudamericane che arrivano in ospedale con sintomi di avvelenamento per improbabili decotti, o con emorragie da pastiglie che provocano le contrazioni, o con i postumi di raschiamenti devastanti, fatti con poche centinaia di euro. “Pochi giorni fa è venuta da noi una giovane donna russa molto spaventata, una badante. Abbiamo cercato di spiegarle che era vicino al limite massimo e bisognava intervenire subito. Lei probabilmente non ha capito. Pensava solo a correre a casa perché temeva i rimproveri, ed tornata quando ormai era troppo tardi. Ancora mi sto chiedendo con angoscia che cosa le sarà successo” dice Elisabetta Canipano, ginecologa al servizio Ivg dell'ospedale Grassi di Ostia ed esponente dell'associazione Vita di donna (www.vitadidonna.it).
L'aborto clandestino non è solo una questione di immigrate. La relazione del ministro della Salute si limita stimare questi aborti attorno alla modesta cifra di 20 mila. Ma aggiunge anche che per il 90 per cento riguardano le donne del Sud. E questo dimostra che qualcosa non torna. Nel Mezzogiorno infatti la presenza delle immigrate è molto bassa quindi le “loro" interruzioni di gra vidanza al Centro-Nord evidentemente non sono entrate nel calcolo. Se poi cerchiamo di capire chi sono queste italiane che si rifugiano nella clandestinità vediamo che, accanto alle donne meno istruite e sposate con molti figli, una discreta percentuale è rappresentata dalle giovanissime. Specie in provincia non vogliono far sapere in giro di essere rimaste incinte e con mille, 2 mila euro risolvono il problema in un ambulatorio o anche in una clinica compiacente, dove la loro Ivg verrà fatta passare per aborto spontaneo. In aumento intanto sono le gravidanze del sabato sera,
frutto dei rapponi occasionali da dopo discoteca, come spiega la ginecologa Paola Piattelli, che riceve le ragazze in un ambulatorio romano dell'Aied, “Spesso vengono da noi perché non vogliono dire in famiglia quel che è successo e hanno bisogno di aiuto”, dice Piattelli. Secondo la legge perché una minorenne possa abortire ci vuole l'assenso dei genitori. Se non c'è, spetta al giudice tutelare esprimersi, rispettando però la volontà della ragazza.
Nel clima di difesa a oltranza della vita che ha guadagnato spazio con il referendum sulla procreazione assistita, c'è chi ha paura di finire nei guai e tira alle lunghe. Probabilmente sono pochi. Non lo sono invece i ginecologi che perfino in certi consultori rispediscono a mani vuote le minorenni che arrivano disperate chiedendo la pillola del giorno dopo. Anche se si tratta di un anticoncezionale e non di un abortivo, viene opposta l'obiezione di coscienza. Questi alfieri della moralità, a cui poco importa se quella ragazza dovrà poi ricorrere a un aborto, sono l'avanguardia dell'esercito degli obiettori, che poco a poco sta erodendo dall'interno la struttura bene o male ancora funzionante della nostra interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2003 i ginecologi che avevano obiettato erano quasi il 58 per cento, con punte del 68 in Lombardia, del 77 in Lazio, dell'80,5 in Veneto. Per non parlare degli anestesisti (quasi il 46 per cento) e del personale paramedico, cioè infermiere e portantini, che poco hanno a che fare con l'intervento e che pure rifiutano contatti con “quelle dell'aborto” nel 38 per cento dei casi. Pensata per dare la possibilità a chi ha riserve di carattere religioso o morale di non andare contro alla propria coscienza, l'obiezione è diventata in molti casi una comoda scappatoia per evitare interventi che non danno fama ne proventi, ma possono solo danneggiare la carriera. Sono infatti obiettori la maggioranza dei primari di ginecologia, e a volte sono obiettori del genere di Leandro Aietti dell'ospedale di Melzo, che definisce la RU486 “un pesticida per ammazzare i bambini”. O come Luigi Frigerio primario a Bergamo, che ha fatto piazzare il Centro di aiuto alla vita nel bel mezzo del suo reparto. Una nostra collaboratrice ha provato a telefonare al centralino dell'Ospedale di Vicenza (Asl 6), dicendo di essere una ragazza di 21 anni e volere il reparto ginecologia per informarsi sull'interruzione volontaria di gravidanza. La voce della centralinista le ha risposto senza un attimo di esitazione: “Può senz'altro rivolgersi al Centro di aiuto alla vita”. “Veramente ho chiesto di parlare con un medico del servizio pubblico, non con un movimento religioso”. “Ma no, chiami quelle persone, le do anche il numero verde, si troverà contenta..”.
Il dialogo è solo una delle tante testimonianze della corsa a ostacoli che specie in alcune regioni italiane aspetta le donne che vogliono abortire. In un ospedale di Palermo succede che alle donne in attesa delI'Ivg venga mostrata dal ginecologo l'ecografia del feto.
“Ecco, questo è il cuore del bambino a cui lei vuole togliere la vita”, si sentono dire. A Napoli la tecnica preferita, specie con le più sprovvedute, consiste nel respingerle, dicendo che sono fuori tempo massimo. “Arrivano da noi disperate. Quando le riaccompagnamo al reparto ammettono a denti stretti che si erano sbagliati e che l'intervento si può ancora fare”, racconta Stefania Cantatore, una delle promotrici del Comitato per l'applicazione della 194 che da anni, a Napoli e dintorni, si batte perché la legge sia rispettata. Bisogna ammettere che nei suoi 27 annidi vita (èin vigore dal 1978) l'interruzione volontaria di gravidanza, pur avendo funzionato decentemente, non ha mai avuto pieno diritto di cittadinanza in molti dei nostri ospedali, considerata spesso, per usare le parole di una famosa canzone di Guccini, “una piccola storia ignobile”, da tener separata da tutte le altre attività sanitarie. Ma da quando nell'ala più integrista del Polo è passata l'idea che, se al momento era impossibile cancellare la legge sull'aborto, si poteva perlomeno rendere più difficile abortire, le vessazioni quotidiane non hanno avuto sosta.
Proprio nella Lombardia di Roberto Formigoni e di Comunione e liberazione, d'altra parte, le obiezioni aumentano di giorno in giorno specie fra i più giovani, trasformando i pochi che ancora restano al loro posto in figure emarginate e sospette. “Sono riuscito per miracolo a trattenere due colleghi sul punto di obiettare, perché non reggevano più a fare aborti dalla mattina alla sera”, dice Maurizio Bini, ginecologo al Niguarda, uno dei grandi ospedali milanesi: dove fra l'altro le donne dell'Ivg vengono operate in sala pano, quasi una tacita punizione per la loro scelta.
Per far fronte alla fuga di massa, è nata la figura del ginecologo a contratto, che viene ingaggiato e pagato dagli ospedali solo per fare aborti. Uno di loro è Vincenzo Spinelli, che opera due volte alla settimana a Marino, sui Colli Albani, in un ospedale dove gli obiettori sono il 100 per cento: “Ti fanno sentire come uno che fa il lavoro sporco. Ma poi spesso arrivano colleghi a chiederti ‘quel’ favore, e tu devi accontentare anche loro”.
La mancanza di tempo rende il rapporto con le donne sempre più veloce e anonimo. “Da una nostra ricerca risulta che solo il 30 per cento delle donne che ha abortito ha ricevuto informazioni sulla contraccezione”, dice Michele Grandolfo, dell'Istituto superiore della sanità, l'uomo chiave di questo delicato settore. È il paradosso della contraccezione debole, in un paese come l'Italia dove si inneggia ogni giorno di più alla vita “ma dove non si distribuiscono profilattici e non si fa una sistematica informazione contraccettiva nelle scuole”, denuncia Mauro Buscaglia, primario non obiettore al San Carlo di Milano. C'è anche un altro paradosso. Siamo fra i pochissimi al mondo dove l'Ivg viene fatta quasi sempre in anestesia totale, “inutilmente costosa e a volte anche dannosa per la salute delle donne”, dice Michele Grandolfo. Come insegna anche la violenta opposizione alla RU 486, la pillola dell'aborto chimico, guai a cercar di rendere l'Ivg
meno traumatica e punitiva di quanto non sia di per sé. Guai a suggerire che in ogni caso è alle donne che spetta l'ultima parola.
(Hanno collaborato Monica Saldano e Fiamma Tinelli)
L’Espresso, n.44, 2005
La Toscana apre le porte alla RU486.
Pillola abortiva per chiunque la richieda. L’assessore al diritto alla Salute della toscana, Enrico Rossi, spiega come riuscirci.
Non si placa la battaglia fra chi vuole sperimentare la RU486 e chi la blocca, ultimo caso l'ospedale Niguarda di Milano, a cui è stato dato lo stop dall'assessore regionale alla Salute Alessandro Cè. Ma la Toscana, senza troppo rumore, ha imboccato una strada diversa dalla richiesta di sperimentazione.
E si prepara a essere la prima regione italiana con libertà di aborto farmacolagico, come spiega l'assessore al diritto alla Salute, il diessino Enrico Rossi.
Come avete fatto assessore Rossi?
Siamo partiti dalla considerazione abbastanza ovvia che è inutile voler sperimentare un farmaco di cui si sa tutto, perché è usato da anni da centinaia di migliaia di donne non solo in Europa, ma nell'America del Nord e in Australia. Già nel 2003 avevamo chiesto al nostro Consiglio sanitario regionale di poter introdurre in Toscana la RU486 e la risposta era stata positiva. Anche n comitato di bioetica era stato d'accordo. I principi erano stati discussi con legge 194, che tutti dicono di accettare, compresa la Chiesa. Non si può tornarci sopra in maniera subdola, come sta succedendo adesso.
Veramente la legge 194 non parla di aborto farmacologico.
È vero. Ma l'articolo 15 prevede la ricerca di tecniche più moderne e rispettose della salute della donna. Difficile dire che questo non sia il caso.
Resta il fatto che In Italia la RU486 non c'è, perché nessuna ditta la produce e nessuno la importa, forse temendo l'ostracismo della Chiesa cattolica.
C'è una delibera del 2002 che prevede di poter importare dall'estero farmaci che non sono registrati in Italia. Noi ne facciamo arrivare almeno una trentina, chiedendoli volta a volta per il singolo paziente. Ed è questa la strada che vogliamo seguire. Abbiamo già spedito una circolare alle 16 aziende della Toscana spiegando che la RU486 può "legittimamente essere importata dalla Francià", facendone richiesta per ogni singola donna agli uffici periferici del ministero della Salute corrispondente. Sei aziende sono già pronte a farlo, le altre seguiranno.
E se il ministero vi bloccherà i farmaci?
Non credo che le dogane vorranno essere accusate di mettere a rischio la salute delle donne. Scenderebbe in campo mezza Italia. Per quel che mi riguarda credo che la mia missione di assessore al diritto alla salute sia quella di diminuire la sofferenza, soprattutto quella inutile.
l’Unità, 20.11.2005
Aborto, contro la solitudine non servono i "missionari"
Luigi Manconi, Andrea Boraschi
«Trovo scandaloso il medico di famiglia che non si occupa di far prendere alla donna una decisione consapevole, ma lascia il certificato per l´aborto in portineria. Di mezzo c´è la vita di un bambino. Io parlo così: la vita di un bambino». A «parlare così» è Giuliano Amato, tra i primi laici, in Italia, a essersi espresso in termini critici sulle procedure di applicazione della legge 194. «Ma è mai possibile - aggiunge Amato - che non si possa dire che alcuni comportamenti emersi in seguito all'approvazione di una legge giusta sono sbagliati? Oppure dobbiamo sempre dirci: “Taci, il nemico ti ascolta”? Come se ogni vicenda della vita fosse un pezzo di guerra civile con i fascisti, da una parte, e gli antifascisti, dall´altra».
È giusto esigere che «le vicende della vita» non siano inquadrate in una logica di perenne conflitto ideologico; ed é altrettanto giusto che, su questioni di natura etica, la discussione pubblica proceda in maniera libera e quanto più aperta. E, allora, muoviamo proprio dai molti riconoscimenti che si possono rivolgere agli argomenti di Amato. La riduzione dell'aborto a pratica contraccettiva è cosa riprovevole: tanto quanto lo è quella figura di medico richiamata in apertura; e tanto quanto lo è la condizione di molte donne lasciate ad abortire in solitudine: a «sbrigare una pratica ospedaliera» più che a decidere della propria e dell'altrui vita. Ma, detto questo, esistono rimedi generali alla «banalizzazione dell'aborto»? Esistono politiche di sostegno alla maternità che possano incidere davvero sulla scelta di una donna?
La risposta alla prima domanda - sia detto senza alcun intento provocatorio - tende a essere negativa, almeno fino a quando la questione è declinata nei termini assunti dal dibattito di questi giorni. Perché la misura di consapevolezza, di riflessione e di dolore con la quale si affronta l'esperienza dell'aborto è irriducibilmente individuale e intima. E, dunque, lo stato non dovrebbe avere alcun titolo a indagarla. Si tratta di un atto di coscienza che, come tale, esprime in sommo grado la libertà dell'individuo, nelle sue motivazioni e pulsioni più nobili come in quelle più egoistiche e regressive; e in tutti i suoi inevitabili limiti e vincoli.
Non crediamo, in altre parole, che possa darsi un intervento «dissuasorio» da parte di medico, assistente sociale, psicologo, all'interno di una struttura pubblica, che non finisca per rifarsi a un contenuto «etico» (il richiamo alla sacralità della vita), estraneo alle regole che dovrebbero guidare la sanità pubblica. Men che meno, pertanto, riteniamo possibile che lo stato promuova l'intervento del volontariato nei consultori quando esso persegua finalità morali anzichè sanitarie. La decisione di aprire i consultori agli operatori del Movimento per la vita, un'associazione che interpreta l'aborto come un crimine contro l'umanità, svela un'impostazione ideologica, che si oppone a quella libertà di scelta e di coscienza, che si dice di non voler contestare; prevede l'istituzione di «presidi di moralità», fondati su una interpretazione confessionale del significato della vita; dichiara apertamente che il fenomeno dell'aborto va affrontato su un piano etico, anziché - prioritariamente - su quello delle politiche sociali.
E, allora, qual è il rischio? È che la donna - se l'assistenza é di ordine esclusivamente morale - rimanga davvero sola. E cosa ne sarebbe, pertanto, di quel passo della legge 194 dove si legge: «Il consultorio e la struttura sociosanitaria hanno il compito in ogni caso (…) di esaminare con la donna (…) le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all'interruzione della gravidanza, di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre»?
La risposta appare ovvia: lo stato non può rimanere estraneo a una questione tanto delicata. Deve, al contrario, mettere a disposizione risorse e strutture per garantire che l'intervento abortivo rientri nel quadro dell'assistenza pubblica. Ma - è questo il punto - nel dibattito di queste settimane molti vogliono tradurre quella responsabilità pubblica in una sorta di missione morale: la salvaguardia della vita del nascituro. Dunque, le proposte che vengono avanzate per «debellare la piaga dell'aborto», come per osteggiare l'impiego della Ru486, sono tutte essenzialmente d'ispirazione «missionaria». L'aiuto di cui, incredibilmente, quasi nessuno parla - quello fatto di politiche di sostegno alla maternità - invece non c'è e non viene perseguito. Forse perché mancano le risorse per estendere le politiche di welfare a questo settore; forse perché alcuni soggetti della politica e della cultura sono riusciti a dirottare la riflessione su un piano eminentemente etico, polarizzando una questione (il problema della vita e della morte, appunto) che sembra non consentire mediazioni e soluzioni parziali e condivise.
Ne deriva una domanda: è possibile pensare a una politica di prevenzione dell'aborto e di incentivo alla maternità che non sia, necessariamente, di ispirazione confessionale? Si può aiutare una donna che lo chieda, senza mettere in discussione le sue ragioni esistenziali? le uniche titolate a decidere, in ultima istanza, della sorte di un feto? O, più semplicemente, è possibile immaginare dei consultori dove una futura madre possa apprendere che, a fronte di un grave disagio che condizioni la sua scelta, esistono misure previste dallo stato a garanzia della sua persona e di suo figlio? Dove ci si possa informare su forme di sostegno economico e di assistenza sanitaria, su servizi e agevolazioni, su misure fiscali favorevoli e su una estesa rete di diritti e garanzie (ad esempio, rispetto all'attività lavorativa)? Tutto ciò è non solo giusto, ma anche possibile: e politiche di tale natura sono state sperimentate e applicate con successo, anche in Italia. Senza affidarsi al volontariato (risorsa preziosissima, ma destinata ad altri compiti, altrettanto importanti); e senza tirare in ballo categorie etiche che, con la capacità d'intervento pubblico su una simile questione, hanno poco a che fare. E rimandano, con ogni probabilità, a pensieri inconfessabili.
Quali quelli che Claudia Mancina, sul “Riformista” del 17 novembre, così riassume: «Forse (…) si vuol dire che lo scandalo dell'aborto deve essere pagato col dolore fisico, l'umiliazione, i disagi della degenza ospedaliera? Che il gesto di rifiutare una gravidanza deve avvenire nel sangue e possibilmente nel pericolo, per essere tollerato?».
Corriere della Sera 28.11.05
Legge 194
Aborto, interviene Pera: la civiltà tutela la vita non autorizza la morte
ROMA - Quel punto del discorso, a quanto pare, aveva un destinatario preciso. Ieri, convegno di Forza Italia a Catania. Intervento di Marcello Pera: «Si sente ripetere che la destra italiana è priva di cultura politica. Talvolta mi par di capire che anche tra noi qualcuno ci creda davvero e perciò, per dimostrarsi invece preparato e avanzato, colto e aperto al moderno, si mette piuttosto a scimmiottare i suoi avversari». Il presidente del Senato forse si riferiva al ministro Stefania Prestigiacomo e alle sue battaglie «progressiste» su fecondazione e sperimentazione della pillola RU486. Quindi Pera ha ribadito il suo pensiero sulla legge 194: «La vera civiltà non consiste nell’aver introdotto un diritto ad abortire, ma nell’aver posto un divieto alla piaga degli aborti clandestini. Un aborto può essere una tragica necessità o una drammatica scelta di una donna sola o di una coppia, ma non una conquista». Pera ha quindi invitato i suoi a cogliere «la rinascita della cultura di identità. Noi in politica siamo laici ma non laicisti, perciò, sia che siamo credenti o no, apprezziamo la tradizione cristiana nella quale siamo nati».
sabato 26 novembre 2005
Corriere della Sera, 26.11.05
Il monito del Pontefice all’inaugurazione dell’anno accademico. «Correnti della filosofia moderna riducono la conoscenza a ciò che è dimostrabile»
Il Papa: «La scienza deve aprirsi a Dio»
Ratzinger all’Università cattolica: «Coniugare fede e ragione»
Luigi Accattoli
ROMA—Le università cattoliche debbono «fare scienza nell’orizzonte di una razionalità vera, diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta al trascendente, a Dio», perché non si può ridurre l’orizzonte della conoscenza umana al «dimostrabile mediante l’esperimento », come vorrebbero «correnti importanti della filosofia moderna»: lo ha affermato ieri il Papa, aprendo l’anno accademico dell’Università cattolica del Sacro Cuore.
È stato uno dei discorsi di maggiore respiro tra quanti ne abbia tenuti fino a oggi il Papa teologo, paragonabile a quello con cui il 18 aprile, da cardinale decano, puntò il dito contro la «dittatura del relativismo » e all’altro con cui, il 2 ottobre, aprì il Sinodo dei vescovi, affermando che «non è tolleranza ma mistificazione» la pretesa della società secolare di «espellere Dio dalla vita pubblica».
Benedetto XVI, rispondendo al saluto del rettore Lorenzo Ornaghi e del cardinale Dionigi Tettamanzi, è partito dal compito proprio di un’università cattolica, che consisterebbe nell’elaborare «sempre nuovi percorsi di ricerca in un confronto stimolante tra fede e ragione che mira a recuperare la sintesi armonica raggiunta da Tommaso d’Aquino e dagli altri grandi del pensiero cristiano, una sintesi contestata purtroppo da correnti importanti della filosofia moderna ».
Secondo Papa Ratzinger, «la conseguenza di tale contestazione è stata che come criterio di razionalità è venuto affermandosi in modo sempre più esclusivo quello della dimostrabilità mediante l’esperimento: le questioni fondamentali dell’uomo, come vivere e come morire, appaiono così escluse dall’ambito della razionalità e sono lasciate alla sfera della soggettività».
Per Benedetto XVI le conseguenze sono di grande portata: «Scompare, alla fine, la questione che ha dato origine all’università, la questione del vero e del bene, per essere sostituita dalla questione della fattibilità». Ritornare a porre quelle questioni «nel 2000», insistendo, contro corrente, a «coniugare fede e scienza» è «un’avventura entusiasmante perché, muovendosi all’interno di questo orizzonte di senso, si scopre l’intrinseca unità che collega i diversi rami del sapere, perché tutto è collegato». Si tratta di un’argomentazione che il cardinale Ratzinger aveva già abbozzato in una conferenza tenuta a Berlino nel 2000 e in un’altra letta a Roma nel maggio del 2004 su invito del presidente del Senato Marcello Pera. In tali occasioni aveva qualificatocome «secondo illuminismo» la tendenza filosofico-scientifica che riduce la sfera del razionale alle «esperienze della produzione tecnica su basi scientifiche».
Benedetto XVI ha pure accennato alla questione della contraccezione, affermando di avere particolarmente «a cuore» l’Istituto scientifico internazionale Paolo VI di «ricerca sulla fertilità e infertilità umana per una procreazione responsabile» che opera all’interno dell’Università cattolica. Unistituto, ha detto, «nato per rispondere all’appello lanciato dal Papa Paolo VI nell’enciclica Humanae Vitae e che si propone di dare una base scientifica sicura sia alla regolazione naturale della fertilità umana che all’impegno di superare in modo naturale l’eventuale infertilità».
Il Papa ha pure ringraziato con parole commosse il personale del Gemelli (il policlinico dell’Università cattolica) per le cure prestate a Giovanni Paolo II: «In quei giorni verso il Gemelli era rivolto da ogni parte del mondo il pensiero dei cattolici, e non solo. Dalle sue stanze di ospedale il Papa ha impartito a tutti un insegnamento impareggiabile sul senso cristiano della vita e della sofferenza, testimoniando in prima persona la verità del messaggio cristiano».
Repubblica 26.11.05
Il caso
Disaccordo sul Partito democratico
Roma, dirigenti Ds verso Rifondazione
ROMA - La prospettiva del Partito democratico non piace e sei dirigenti ds romani. Appartenenti al correntone, lasciano il partito. Alessandro Bongarzone, Elena Canali, Alessandro Cardulli, Mario De Carolis, Paolo Petri e Enrico Belardinucci hanno infatti deciso di seguire l´esempio di Pino Galeota e navigano verso Rifondazione comunista. La decisione potrebbe essere annunciata già lunedì prossimo, quando i dissidenti diessini avranno un confronto pubblico al teatro Colosseo con Fausto Bertinotti e Pietro Folena. I dirigenti ds hanno comunicato la loro decisione con un lettera in cui si legge: «È stata una scelta di sinistra presa singolarmente, con motivazioni che derivano dalle nostre diverse storie politiche. Ci accomuna una valutazione fortemente critica sulle scelte compiute dal partito in questi anni, fino alla decisione di aprire un percorso per dar vita ad un non meglio identificato partito democratico». Scelta che i dissidenti contestano, perché «in particolare a Roma e nel Lazio comporta l´unificazione dei gruppi consiliari di Ds e Margherita a partire dal comune di Roma. Scompare così dal Campidoglio un pezzo di storia politica, sociale, culturale, della nostra città».
Repubblica 26.11.05
Si è aperto un dibattito dopo il "Libro nero"
Chi accusa la psicoanalisi
gli psichiatri francesi sono circa tredicimila
Il famoso caso di M.lle Anna O. nel 1882
Massimo Ammaniti
Ancora un assalto al Palazzo d´Inverno della Psicoanalisi, a cui i giornali italiani hanno dato grande rilievo. È uscito in Francia un volume corposo di più di 800 pagine Le livre noir de la psychanalyse che avrebbe l´intenzione di liquidare definitivamente il movimento psicoanalitico, ritenuto una leggenda o addirittura una mitologia storica costruita sull´inganno e sulla sistematica contraffazione. Sfogliando il voluminoso atto d´accusa si scopre che il collegio giudicante è quanto mai numeroso, circa 35 autori, costituito da un gruppo eterogeneo e improvvisato di filosofi, storici, epistemologi, psichiatri e psicologi che si sono ritrovati insieme uniti dall´odio verso Freud ed i suoi successori. Nell´introduzione della curatrice si comprende il perché di tanto risentimento, in Francia, come anche in Argentina, la psicoanalisi ha ancora un ruolo dominante, infatti dei 13.000 psichiatri francesi circa il 70 per cento utilizzano la psicoanalisi o terapie di derivazione psicoanalitica.
Ma quali sono i capi d´accusa? Le imputazioni sono le più diverse, da quelle sui comportamenti personali di alcuni psicoanalisti (Freud, Lacan, Bettelheim) ai risultati e all´efficacia dei trattamenti clinici a piani più propriamente teorici. Prendiamo ad esempio il capitolo La vérité sur le cas de Mlle Anna O. il famoso caso di Freud curato nel 1882 e riportato nel libro Studi sull´isteria. Secondo Freud la sua paziente, il cui vero nome era Bertha Pappenheim, avrebbe raggiunto con la fine della terapia «un equilibrio psichico totale», mentre successivamente sarebbe andata incontro a una ricaduta che avrebbe comportato un ricovero psichiatrico. Non è nulla di nuovo, infatti lo stesso biografo di Freud, Ernst Jones, ne aveva parlato nella sua opera e d´altra parte non stupisce che un paziente possa avere una ricaduta dopo la fine della terapia, soprattutto se si considera che si era agli albori della terapia psicoanalitica, quando in campo psichiatrico si ricorreva ai bagni gelati e ai mezzi di contenzione per sedare i pazienti.
Anche le altre accuse non aggiungono nulla di nuovo, a volte si tratta di insinuazioni come quelle rivolte a Bruno Bettelheim accusato di aver avuto comportamenti violenti verso i suoi pazienti autistici. Le contestazioni di ordine teorico, come quella al modello teorico di Freud nel campo dei sogni, sono ben note ed ampiamente condivise.
Se la sopravvivenza della psicoanalisi dovesse essere minacciata da queste accuse gli psicoanalisti potrebbero continuare ad essere tranquilli, mentre forse altre critiche del passato, ad esempio quelle del filosofo della scienza Adolf Grunbaum, erano più consistenti perché richiedevano evidenze e prove per riconoscere la scientificità della psicoanalisi.
Che il libro rifletta uno scontro interno al mondo psichiatrico francese è confermato dal fatto che vengono trattati argomenti indirizzati alla psicoanalisi d´oltrealpe e non viene citato Eric Kandel, Premio Nobel per la fisiologia, che ha scritto a questo proposito un libro rilevante come Psychiatry, Psychoanalysis and the new Biology of Mind di prossima uscita in Italia. Kandel riconosce che molti degli interrogativi della psicoanalisi, come ad esempio il valore della memoria, delle rappresentazioni mentali e del desiderio, sono divenuti rilevanti per la ricerca neurobiologica che sembra ormai aver esaurito la fase di studio del neurone e si confronta con il funzionamento umano nella sua globalità. E il problema della psicoanalisi oggi, e questo è il parere di Kandel ma anche di un numero consistente di psicoanalisti, è quello di indirizzarsi verso la filosofia della scienza avvicinandosi all´area della letteratura e dell´arte oppure accettare la sfida che viene dalla neurobiologia e dagli studi cognitivi. In quest´ultimo caso bisogna fare i conti con i vincoli e le procedure della ricerca scientifica che richiede la raccolta sistematica delle osservazioni, la dimostrazione e la replicabilità delle evidenze.
Vi sono prove ad esempio che i trattamenti psicologici non solo modificano la psiche e i sintomi psichiatrici, ma anche i circuiti cerebrali come, ad esempio, nel trattamento delle fobie.
Si tratta di nuove vie intraprese anche da alcuni gruppi di derivazione psicoanalitica, anche perché la difesa del Palazzo d´Inverno sigillerebbe l´eredità freudiana che non potrebbe confrontarsi con le nuove frontiere della ricerca, sfida, questa, ripetutamente auspicata da Freud.
Repubblica 25.11.05
Esce "La casa di Psiche", un saggio di Umberto Galimberti
Il filosofo e la sofferenza
Si tratta di terapia? Queste nuove pratiche richiedono uno slancio nuovo del pensiero I pensatori scendono in campo in nome di antiche vocazioni garantite dal nome di Socrate - Non ci si può più appigliare alla ciambella del vecchio umanismo - Dobbiamo prendere atto del nostro analfabetismo in materia di "anima"
Pier Aldo Rovatti
Sta prendendo piede, anche in Italia, il fenomeno della «consulenza filosofica». Associazioni di formazione dei cosiddetti consulenti, collane editoriali dedicate alla pratica filosofica, master universitari, ma anche già una prima applicazione con apertura di studi di consulenza rivolti alle istituzioni e al mondo del lavoro e naturalmente al colloquio individuale. Questo fenomeno, per dir così, dei filosofi che scendono in campo nel nome di antichissime vocazioni (Socrate, un capostipite) ma accogliendo attualissimi disagi e dunque una domanda ben piantata nel presente, è già fin d' ora una piccola giungla, rigogliosa e alquanto infida, abitata da intenti seri ma anche da velleità palesi, in via di organizzazione ma ovviamente disordinata, che sta certo sollevando un coacervo di problemi ma anche polarizzando notevole interesse da parte di quei giovani che vi intravedono qualcosa come uno sbocco. E o non è una terapia? Si sovrappone, si contrappone, o solo si affianca alle attività di psicologi e psicoterapeuti? Chi la autorizza e la garantisce? Ce n' è abbastanza per motivare un' attenzione meno distratta cominciando magari a distinguere il grano dal loglio, senza prendere troppo in fretta partito ma senza neppure lanciare anatemi. Vi si gioca, forse, il ruolo della filosofia nella società contemporanea. Il fenomeno è ancora modesto, però promette di crescere. (E già arriva la notizia di una denuncia da parte dell' Ordine degli psicologi per esercizio abusivo della loro professionalità). Credo che Umberto Galimberti, che pubblica adesso da Feltrinelli un libro di peso, per impegno e pagine, dal titolo La casa di psiche, e dal sottotitolo "Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica" (pagg. 460, euro 19,50), converrà con me che questo scenario della consulenza filosofica, che ho appena tratteggiato, è il fondale muto della sua messa a punto. Il libro di Galimberti è tante cose insieme, come dirò in seguito, cioè non è solo questo, ma è poi essenzialmente una risposta al brulicare di domande che ci arrivano dall' interno della nascente pratica filosofica. Non è un mistero che lui stesso abbia fatto da levatrice a tale nascita (per esempio, dirigendo la collana della casa editrice Apogeo di Milano, che ha pubblicato Achenbach, Lahav e il più impegnato degli italiani nel settore, Neri Pollastri). Ho parlato di un fondale muto perché Galimberti vi dedica una nota in tutto, mostrando così di volersi tenere fuori dalle vicende particolari di questo scenario empirico. Quello che, invece, vuol fare è fornire uno strumento di base, un' articolata chiarificazione filosofica che serva a far compiere un salto di qualità e a riempire con un orizzonte solido le esigenze che affiorano un po' dovunque. Cominciando con una riflessione sul presente - un presente ormai attraversato da parte a parte dalla tecnica - da cui risulta che il disagio attuale non può confondersi con una delle tante domande di senso che si sono succedute storicamente, perché siamo di fronte a una perdita radicale di senso rispetto alla quale le risposte tradizionali non bastano più. Occorre, allora, un nuovo slancio di pensiero che sappia misurarsi con la «sofferenza», proveniente da tale insensatezza generalizzata, senza appigliarsi alla ciambella del vecchio umanismo con il suo secolare corredo di valori. In breve: alla perdita di padronanza e di controllo, e all' eclissi di ogni finalità progettabile, non possiamo più rispondere con il desiderio di tornare padroni, controllori, depositari di una finalità generale. Dobbiamo prendere atto del nostro «analfabetismo» in fatto di psiche, cioè di anima nel senso ampio e galimbertiano del termine, e curvare il nostro pensiero su questa constatazione (che era già al centro del suo precedente libro Psiche e techne), cessare di «delirare» nostalgicamente, sostenere fino in fondo il principio di realtà della nostra realtà. Se capisco bene il titolo - che è un titolo molto bello - si tratta di abitare la casa di psiche, sloggiando da essa tanti inquilini che vi si sono addormentati con le loro obsolete masserizie: curatori ormai fuori tempo e cure che al massimo sono dei placebo. La casa resta vuota e un po' desolata? Preferiamo, forse, che sia piena di falsità e illusioni? A partire da tutte le illusioni «scientifiche» che si accompagnano all' idea di curare la psiche. Non è più possibile, secondo Galimberti, continuare a «medicalizzare» la psiche trattandola come un oggetto familiare. Non è un oggetto e non è per niente familiare, e qui effettivamente la filosofia ci aiuta e sembra avere molto da dirci. Galimberti non può certo essere accusato di non sapere di cosa parla quando si rivolge alla psicoanalisi. Deve moltissimo a Freud, ha un debito esplicito con Jung, e in questo libro dichiara anche l' importanza che Lacan ha per lui: tuttavia, non è il pensiero che vi circola (e di cui occorre far tesoro) ma proprio la psicoanalisi come progetto di medicina dell' anima che risulta troppo stretto, troppo impaniato nei propri presupposti, e dunque, per Galimberti, perdente e fuori tempo. Nessuna «cura» per l' angoscia che deriva dal nostro essere mortali. Solo la filosofia sembra poter insegnarci ad abitarla. Ma anche rispetto alla filosofia occorrerebbe un gesto di radicale decostruzione: anche qui bisogna svuotare con dolorosi traslochi l' esigenza teorica che si è accumulata. Certo, tornare agli antichi, alla loro saggezza e alla loro virtù del giusto mezzo, alle loro idee di natura e di mondo, insomma a prima del grande tornante del discorso cristiano in cui saremmo ancora imbottigliati, ed è a questo punto che Galimberti elegge Nietzsche a propria guida filosofica e ci propone di seguirlo fino all' ipotesi di un' «etica del viandante» con cui il libro si conclude. Nietzsche che ci aiuta ad abitare la insensatezza in cui ci troviamo oggi, in un mondo ormai diventato il compiuto mondo della tecnica, e da cui, appunto, possiamo guardare indietro, a quella «saggezza» degli antichi che ci è indispensabile. Credo che sia chiaro il messaggio-risposta che Galimberti invia al brusio di domande del fondale muto delle pratiche filosofiche che oggi stanno proliferando. La necessità, in altre parole, di una chiarificazione filosofica preliminare. Il monito a equipaggiarsi con un bagaglio non leggero, anche se i discorsi da fare saranno poi attraversati dalla leggerezza. E poi che non basta prendere congedo dalla psicoanalisi, di cui in ogni caso occorre valorizzare tutto il patrimonio di pensiero: perché si tratta di raddoppiare questo gesto critico con una presa di posizione filosofica dura e precisa, che smascheri tutti i mercanti di idee e tutti gli spacciatori di verità, pesanti e non. Ne segue, anche, che La casa di psiche, più che una semplice tappa in un percorso filosofico, si presenta come il felice sforzo di Galimberti di produrre una specie di summa del suo pensiero: un libro che raccoglie un lavoro di decenni offrendo al lettore una mappa teorica orientata in cui Freud e Jung, Binswanger e Jaspers vengono riattraversati analiticamente e poi composti in una costellazione in cui figura anche Lacan ma figurano soprattutto i principali operatori filosofici di Galimberti, da Nietzsche alla filosofia antica, e non sono assenti alcuni rimandi significativi allo scenario contemporaneo, da Gehlen a Genther Anders. Emerge, in modo unitario e insieme puntualmente documentato, l' identità filosofica dell' autore, e il libro risulta così uno strumento prezioso per tutti, o almeno per tutti coloro che hanno a cuore il problema di «come pensare», proponendo un esercizio genealogico di costruzione di un itinerario che ciascuno può tentare di ripercorrere ed eventualmente di far suo. Nel senso più ampio e profondo del termine, la pratica filosofica - che ha sempre bisogno di esempi comprensibili e di guide ospitali - è proprio questa.
papisti all'attacco
L'Unita 27.11.05
Chiesa e Stato
Il cardinale Camillo Ruini all'attacco
di Maria Zegarelli
CHIESA E STATO Il cardinale Camillo Ruini torna all’attacco su procreazione assistita, convivenze e ruolo dei ginecologi nei consultori e nei centri specializzati
per la fecondazione. Nello stesso giorno un altro duro attacco allo Stato laico arriva dal presidente del Senato, Marcello Pera che, parlando a Palermo in un convegno organizzato dalla Cei, ha sostenuto che «eliminare la religione dalla politica, facendo in modo che quest’ultima sia pura e laica, è impossibile. La religione entra nella sfera pubblica e nei nostri Parlamenti, dietro ciascuna delle nostre leggi c’è la scelta di valori che hanno carattere religioso come l’equità e la giustizia». La seconda carica dello Stato guarda alla campagna elettorale che si giocherà all’ultimo voto e lancia segnali. A Roma, intanto, il cardinale vicario, parlando nella giornata di chiusura del congresso internazionale «Scienza ed etica per una procreazione responsabile», ha di nuovo condannato procreazione assistita e coppie di fatto.
Ruini ha evocato «gli inquietanti scenari sulla produzione di esseri umani da usare come cavie o sulla clonazione» aperti dalle possibilità tecnologiche che vanno ben al di là «del legittimo aiuto della procreazione umana». Condanna dunque al «dominio sui processi generativi», appello «agli uomini di scienza responsabili della cosa pubblica, alla necessità di non disgiungere mai una riflessione sull’uomo e sulla sua dignità dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica». E se la mappatura del genoma umano è ormai in via di «ultimazione e certamente rappresenta una grande acquisizione con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell’uomo», proprio ora, si sta «smarrendo la mappa dell’esistere umano», si stanno perdendo le coordinate «della dignità e del destino della vita umana». La prova di questo smarrimento sarebbe la «diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili».
Cita papa Benedetto XVI per tornare a ribadire che alla fragilità interna a molte coppie si somma «la tendenza diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio». Un mix pericoloso, questo, e un «pericoloso virus quello dell’autoreferenzialità, dell’esaltazione delle esigenze, dei bisogni o dei diritti individuali». Circostanze che stanno portando l’uomo «contemporaneo verso una deriva pericolosa».
Barbara Pollastrini, coordinatrice Donne della segreteria Ds, si chiede perché «voler alzare steccati e creare contrapposizioni inesistenti? Assegnare responsabilità e diritti alle milioni di coppie di fatto non significa, come è ovvio, mettere in discussione la famiglia». E ribadisce il sostegno alla legge sui Pacs, «una proposta saggia e equilibrata» . Per Enrico Boselli, presidente dello Sdi, «è ricorrente nel cardinale Ruini la volontà di trasformare i valori della morale cattolica in leggi dello Stato». Critiche anche dai Radicali e da Rc. Fausto Bertinotti interpreta così: «I comportamenti della Cei e del cardinale Ruini vanno pensati non come strappi occasionali ma come il tentativo di far fronte alla paura e all’incertezza per una mancanza di risposte che investe anche la Chiesa di fronte a un mondo precario e incerto. Quello che è da evitare sono risposte vetuste di anticlericalismo». Pierluigi Castagnetti della Margherita dice va bene il matrimonio, ma «è necessario pensare a forme di tutela delle nuove convivenze». «Un incoraggiamento, uno sprone e uno stimolo», le parole del cardinale, per Riccardo Pedrizzi di An. Secondo Franco Frattini, Fi, è «molto pericoloso confondere il concetto di convivenza con il concetto di matrimonio».
papisti all'attacco /2
La Stampa 27.11.05
Fede e politica
Incontinenza religiosa
Barbara Spinelli
QUANDO il contrasto tra esigenze e opinioni diverse viene vissuto come sconfitta, quando smette di esser visto come un elemento che feconda le democrazie e si comincia a giudicarlo mortifero, quando lo si vuol sradicare per non averlo saputo governare, fa apparizione nella storia europea quello che Karl Popper ha chiamato - dandogli un colore negativo - mito della cornice. L'incontro con chi la pensa in modo differente dal mio o ha bisogni diversi dai miei diventa impossibile e minaccioso, se tra me e l'altro non pre-esiste una cornice comune di valori che hanno il proprio fondamento non solo nelle leggi, nelle costituzioni, nella politica, ma essenzialmente nella cultura e nella religione. Ma la cornice deve fondarsi su valori non prevaricatori da parte di una maggioranza o una religione. Il rispetto dell'altro non è negoziabile e tuttavia va sempre ridiscusso e riorganizzato, se si vuole che il nemico della società aperta (il cannibale descritto da Popper) sia persuaso. Chi mitizza la cornice vede in essa qualcosa di eternamente statico, fondato esclusivamente sul vocabolario ultimo di Dio (o meglio: sull'idea che ci si fa del vocabolario ultimo di Dio). Per costoro, cultura e religione prevalgono su costituzioni e leggi, come cemento destinato a tenere assieme gli individui, gli Stati, e quell'insieme di nazioni che hanno deciso di fondare un'unità superiore come accade nell'Unione europea.
Va da sé che cultura e religione sono, in simili casi, quelle di chi auspica la cornice intesa come prevaricazione: in Occidente sono la cultura e la religione cristiane, considerate uniche vere garanti delle unità nazionali e sovranazionali. Va da sé che i garanti in questione si sentono chiamati a far politica al posto dei politici classici, e non solo si sentono chiamati ma giustificati: senza la loro continua interferenza, il politico d'oggi non saprebbe che dire, come decidere. È così che le correnti dell'ortodossia radicale cristiana (gli evangelicali da cui sono scaturiti i theo-con) hanno preso il potere negli Stati Uniti, stringendo un'alleanza con Bush e lanciandosi con lui in una guerra mondiale tra culture. Lo stesso accade ultimamente in alcuni paesi dell'Unione europea, specie in Italia e Polonia. In ambedue i casi siamo di fronte a una variante dei fondamentalismi musulmani e anche ebraici. Una variante meno violenta ma che alla lunga può avere effetti nefasti, sulle religiosità individuali e sulla Chiesa stessa. Una variante che s'esprime in forme d'incontinenza patologica, a giudicare dalla sistematicità con cui la religione viene mescolata alla cosa pubblica.
I promotori della cornice prevaricatrice sono in Italia parti importanti del clero, a cominciare dalla Conferenza episcopale e dal suo presidente Ruini. In Polonia è la maggioranza politica guidata dai fratelli Kaczynski a esigere che l'Unione europea accetti l'incontinenza cattolica polacca come comune e uniforme tavola delle leggi. Al patriottismo costituzionale, che l'Europa voleva darsi e che avrebbe fatto fallimento a seguito dei referendum in Francia e Olanda, occorrerebbe ora sostituire un patriottismo cristiano, di carattere culturale. Forse vale la pena ricordare che il patriottismo costituzionale non è un'invenzione delle sinistra e di Habermas. Fu coniato dal filosofo Dolf Sternberger - antinazista, conservatore - in un articolo sulla Frankfurter Allgemeine del 23-5-1979.
In Italia va sempre più crescendo, quest'interferenza di parte del clero nella politica e nelle deliberazioni dei partiti, di governo e d'opposizione. È un immischiarsi ormai quasi quotidiano: nelle leggi e nei referendum sulla fecondazione assistita come sulla devoluzione, nelle procedure che regolano l'interruzione della gravidanza come nelle riforme costituzionali, nelle unioni di fatto come nell'uso giudiziario delle intercettazioni telefoniche e perfino nella scelta di chi dirige la Banca d'Italia. Il giurista Gustavo Zagrebelsky ha descritto con preoccupazione quest'attacco ai fondamenti laici della costituzione italiana, dovuta a due fattori concomitanti: l'indebolirsi della separazione fra politica e religione che il Concilio Vaticano II aveva sancito, e lo svuotarsi del preambolo sulla laicità della costituzione. È per questa via, secondo Zagrebelsky, che alcuni in Vaticano vorrebbero trasformare il cattolicesimo in religione civile, come in America. Costoro si sentono giustificati a intervenire nella politica perché giudicano la politica priva di idee integratrici forti (la Repubblica, 25-11-2005).
La scarsa legittimazione del potere politico e il venir meno di un partito cattolico è all'origine di quest'intromissione di parti consistenti del clero nella politica italiana: un'intromissione che avviene all'insegna della dismisura, che è ormai interferenza diretta perché non più mediata dalla Dc, e che al tempo stesso è profondamente selettiva. Il potere ha bisogno di sentirsi legittimato da autorità religiose perché in fondo si ritiene delegittimato: questo è vero non solo per Berlusconi ma anche per gli eredi del Pci (i Ds), per Rifondazione di Bertinotti, e per quei cattolici che pur essendo minoritari nei due schieramenti aspirano all'egemonia culturale. Ma anche i rappresentanti della Cei credono di avere bisogno della politica, per conquistarsi una legittimazione. L'esasperata ansia di rendere la Chiesa politicamente visibile rivela una condizione di sfinimento, di non-autosufficienza. La Chiesa come la vede Ruini non si sente abbastanza profetica, e per questo si erge a Chiesa del potere quasi senza accorgersi che nello stesso momento in cui ha l'impressione di ergersi, si degrada. È una Chiesa che non riesce a evangelizzare, che cerca le stampelle nei palazzi politici e che si trasforma in lobby, assetata di esenzioni fiscali e privilegi come altre lobby. È una Chiesa che riduce la religione all'etica, ma che nelle stesse battaglie morali si mostra oscuramente selettiva. La lobby ha i suoi rappresentanti nella Conferenza episcopale e in uomini come Lorenzo Ornaghi, già allievo-consigliere dell'ideologo leghista Gianfranco Miglio, oggi consigliere di Benedetto XVI e rettore della Cattolica (un articolo illuminante è apparso ieri su questo giornale, firmato da Giacomo Galeazzi), e l'etica è da essa usata in funzione di quel che si prefigge come lobby. Pronta a battersi su embrioni o aborto, il suo silenzio è totale sulla morale del politico: sulla corruzione, la mafia, il crimine che si mescola al potere, la Conferenza episcopale è muta, abissalmente. Le parole violente di Giovanni Paolo II contro la mafia - il Convertitevi! lanciato nella valle dei templi ad Agrigento dodici anni fa - è da anni introvabile nel sito internet del Vaticano.
Questa debolezza del cristianesimo che si nasconde dietro l'affermazione di un potere politico non unisce la Chiesa ma la lacera, oltre a minare la religiosità delle coscienze. Le iniziative ecumeniche di Assisi sono messe in forse dalla decisione di togliere l'autonomia alla basilica. Esperienze non ortodosse faticano a esistere. Ed è significativo l'allarme accorato, forte, con cui uomini della Chiesa reagiscono alla sua trasformazione in lobby. È il caso di Monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia. In un'intervista al Corriere del 25 novembre, Casale insorge contro la benedizione impartita dal vescovo Fisichella a Casini: «Torna con insistenza una concezione della cristianità che il Concilio ci aveva fatto superare, l'idea della Chiesa difesa da uno Stato che ne tutela i valori. Ma noi dovremo esser difesi solo dalla parola di Dio».
La Conferenza episcopale che promuove partiti, candidati: secondo Casale, molti tra coloro che guidano la Chiesa «fanno un'opera di supplenza che sta diventando eccessiva e pericolosa», e che provocherà possenti reazioni anticlericali. Tanto più che l'interventismo è, appunto, selettivo: la Chiesa interviene su embrioni «ma non si occupa dei bambini che muoiono di fame o non hanno né casa né scuola, della giustizia sociale, della pace». Così come è concepita da parte dei propri vertici, la Chiesa «si ritira nelle trincee dell'Occidente» e si fa fondamentalista, pur di fuggire i nuovi compiti connessi alla propria debolezza. È una linea di condotta pericolosa: per la religione, la Chiesa, la politica. E lo è anche per l'Europa, perché il mito della cornice prevaricatrice tende a escludere chi la pensa e crede in modo diverso, e rischia di sfociare in guerre tra culture. Guerre tra culture e religioni che l'Europa ha conosciuto in passato, e cui nel secolo scorso ha tentato di rispondere con una Comunità che per definizione è incompatibile con una cultura religiosa omogenea. L'Europa ha certo radici cristiane ma il suo patriottismo difficilmente potrà essere altro che costituzionale, essendo plurale.
Ha detto giustamente lo storico delle religioni Jeffrey Stout, nel suo bel libro su Democrazia e Tradizione, che il problema non è di sapere se le Chiese possono o non possono esprimere con forza le loro opinioni su temi delicati come aborto, fecondazione artificiale, divorzio. La libertà d'opinione e di religione consente a ciascuno di dire la propria convinzione. Viviamo in società dove la politica è stata secolarizzata dal XVII secolo, ma questa secolarizzazione obiettiva non si identifica in alcun modo con le dottrine secolariste che bandiscono la religione dalla conversazione cittadina. Il problema non nasce a causa dei temi di società su cui parte delle gerarchie ecclesiastiche intervengono sistematicamente, e non concerne neppure il loro diritto a parlare. Il problema sono gli interlocutori e gli alleati che tali gerarchie si scelgono: e gli interlocutori non sono le coscienze dei singoli, ma i poteri politici su cui si esercitano pressioni. Il problema è l'aspirazione a imporre una comune cornice basata sulla religione a società obiettivamente plurali, nelle nazioni e anche nell'Unione europea. È un'aspirazione che Stout considera del tutto irrealistica, solo ideologica, a meno di non optare per una coercizione che il cristianesimo ormai da secoli respinge (Jeffrey Stout, Democracy and Tradition, Princeton 2004).
Per una parte della Chiesa - e pensiamo qui al clero polacco - l'Unione europea è invisa proprio per questo: perché con la sua pluralità, con l'indispensabile secolarizzazione della sua politica, l'Europa è incompatibile con il mito di una cornice cristiana imposta a tutti. Il potere di lobby, le Conferenze episcopali locali lo esercitano meglio dentro gli Stati, restando per il resto, come in Polonia, uniche depositarie di un'autorità universalista. La difesa della cultura religiosa rischia di non differenziarsi molto, in simili casi, dalla difesa di un'etnia. Anche questa difficoltà di accettare l'Europa laica e plurale, da parte di alcuni frammenti del cattolicesimo, è un problema per la Chiesa tutta intera. Il pericolo che essa corre è l'affievolirsi delle fedi, l'emergere di un anticlericalismo vero, lo spreco di un patrimonio universalista impareggiabile, e lo stesso vocabolario ultimo delle Sacre Scritture
violenza sulle donne
Il Mattino 26.11.05
L’incontro
Devi, dall’India storie di violenze al femminile
Donatella Trotta
Ha conosciuto il grande poeta indiano Tagore e ne ha assimilato il suo «messaggio di pace e amore per l’universo, non solo per l’India» frequentando da bambina la sua scuola, Shantiniketan, assieme al futuro premio Nobel per l’economia Amartya Sen, di qualche anno più giovane di lei. Ha incontrato e ammirato il Mahatma Gandhi, del quale ancora rimpiange il coraggio, la statura ormai perduti e il «sorriso luminoso», aperto agli ultimi della terra. Ed è cresciuta, durante e dopo la colonizzazione inglese, in un humus fertile di stimoli: «figlia d’arte» di una madre anticonvenzionale, scrittrice e assistente sociale, e di un padre poeta, che l’hanno assecondata nella sua passione per i libri «come finestre aperte sul mondo», lasciandola libera di seguire le sue inclinazioni verso la conoscenza, non soltanto letteraria. Alla vigilia dei suoi 80 anni (che compirà il prossimo 14 gennaio), non è un caso che l’indiana del Bengala orientale Mahasweta Devi sia in odore di premio Nobel per la letteratura, o per la pace: autrice di oltre venti raccolte di racconti, numerose piéces teatrali, libri per bambini e circa cento romanzi, Devi è anche stata docente e soprattutto continua ad essere giornalista e infaticabile viaggiatrice impegnata nell’attivismo politico e sociale in difesa di etnie, tribù nomadi declassificate, donne e bambini oppressi, emarginati, analfabeti, umiliati, ridotti alla subalternità dalla miseria e dall’ignoranza, nel suo Paese e non solo. «Penso che uno scrittore creativo debba avere una coscienza sociale, è un dovere morale verso la società. Che senso ha avere una casa grande, un’auto, una vita agiata se resta separata dagli altri? Ci sono troppo ingiustizie nel mondo della globalizzazione, soprattutto contro le donne, per non fare il possibile per eliminarle, documentandole con coraggio», ti dice pacata ma ferma Mahasweta Devi in un inglese veloce e ibridato come la sua scrittura, che in Italia le è valsa il premio Nonino per le poche opere finora tradotte su interessamento di Anna Nadotti e Italo Spinelli: i racconti de La cattura (Theoria, 1996, introvabile; ma La cattura è anche in India segreta, 18 racconti di donne pubblicati da La Tartaruga nel 1999) e La preda e altri racconti (Einaudi, 2004). Da oggi, la più celebre scrittrice indiana in lingua bengali è per la prima volta a Napoli, dove domani (alle ore 11) parteciperà a un incontro (con interventi di Angela Cortese, Ambra Pirri, Italo Spinelli, Paola Splendore e letture di Giorgia Stendardo) promosso nel Grand Hotel Oriente dall’assessorato alle Pari opportunità della Provincia di Napoli in occasione della pubblicazione del volume di Mahasweta Devi La trilogia del seno (Filema, pagg. 176, euro 12), che inaugura una nuova collana di storia, storie e studi di genere post-coloniali, «Altrimondi», curata da Ambra Pirri, autrice anche dell’ottima presentazione della raccolta nonché della traduzione dall’inglese dei tre racconti della Devi, alternati nel libro - quasi in un gioco di specchi tra letteratura e critica - ad altrettanti densi saggi della sua esegeta dal bengali, Gayatri Chakravorty Spivak, comparatista ed esponente di spicco della critica femminista post-coloniale. Le tre brevi ma incisive breast stories di Devi raccolte nel libro risultano spiazzanti, nei temi e nella forma, per il lettore occidentale, provocato dall’originalità di uno sguardo affilato, sarcastico e impietoso, capace di conferire una fisicità plurisensoriale a storie di altrettante donne (e del loro seno, simbolo potente) accomunate nella tragedia da una catena di violenze maschili (e di retaggio coloniale): l’indomita guerrigliera Draupadi, la grande madre «professionista» Jashoda e la lavoratrice nomade Gangor. Sono racconti scritti - si sente - di getto, perché dettati da un’urgenza interiore più che narrativa, antropologica e sociale: «I miei racconti nascono dalla cronaca vera, dagli orrori ai quali assisto, e che cerco di comunicare anche all’altra parte del mondo», conferma Devi. Che non si rassegna al trionfo della brutalità.
Bertinotti /1
Agi.it 27.11.05
Sofri: Bertinotti, subito la grazia
Liberta' subito per Adriano Sofri, si augura Fausto Bertinotti che torna a chiedere un provvedimento di grazia a favore dell'ex leader di Lotta Continua. "Per Sofri - afferma Bertinotti in un telegramma inviato ai familiari dopo la delicata operazione chirurgica - questi sono giorni di ulteriore sofferenza. Al dramma del carcere si e' ora aggiunto il ricovero di urgenza, cui ha contribuito non poco uno stato di detenzione che si protrae da anni". Per Bertinotti sarebbe auspicabile "che intervenisse un provvedimento di grazia. In attesa e nella speranza che questo provvedimento giunga quanto prima - ha sottolineato - noi auguriamo ad Adriano Sofri una pronta guarigione e di essere presto libero". (AGI)
Bertinotti /2
Apcom 27.11.05
Movimenti
Negri: Bertinotti si autoproclama leader. Ridicolo
"I partiti devono essere strumenti del movimento"
Roma, 27 nov. (Apcom) - "Ridicolo". Toni Negri irride a Fausto Bertinotti, "autoproclamatosi rappresentante dei movimenti, quando invece i movimenti chiedono ai partiti di essere loro strumenti d'azione". Intervistato da Lucia Annunziata a "Inmezzora", in onda su Raitre, Negri dice invece di "sentirsi parte integrante dei movimenti".
Bertinotti /3
Apcom 27.11.05
Laicità
Bertinotti al partito: evitare l'anticlericalismo
"Non siamo partito della modernizzazione, ma della liberazione"
Roma, 27 nov. (Apcom) - "La critica al neoclericalismo non deve approdare all'anticlericalismo". Nella relazione conclusiva al Cpn Fausto Bertinotti risponde così alle domande sollevate nel partito rispetto al suo atteggiamento nell'attuale dibattito tra fede e laicità. "Noi comunisti - sottolinea il segretario di Rifondazione - dobbiamo essere estranei a due chiavi interpretative del mondo: quella secondo cui l'etica pubblica non può avere un fondamento religioso e quella secondo cui l'etica pubblica debba essere fondata sul primato della scienza. Questi due punti di vista - precisa - devono esserci estranei".
"Non possiamo essere un partito della modernizzazione contro l'antico - sottolinea Bertinotti - ma dobbiamo essere un partito della liberazione e su questo fondare una idea anche etica per la costruzione di un'etica pubblica condivisa".
Non si tratta, dice Bertinotti, di "un atteggiamento di cautela nei confronti della Chiesa, ma di una idea di lavorare diversamente nei confronti di altre culture. Non siamo chiamati a risolvere nella politica la ricerca antropologica di cosa è l'uomo".
Bertinotti /4
Apcom 27.11.05
Prc
Il Cpn approva il documento di Bertinottti sulla sinistra in Italia
Roma, 27 nov. (Apcom) - Con 108 voti a favore, il Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista ha approvato il documento del segretario Fausto Bertinotti il cui nucleo centrale è la costituzione di una sezione italiana della Sinistra europea. L'assemblea ha votato anche sui documenti presentati dalle quattro minoranze interne: l'area 'grassiana' di Essere Comunisti (43 voti), l'area trotzkista guidata da Marco Ferrando (9 voti), Sinistra Critica (12 voti), Falce e Martello (4 voti).
Nel corso della relazione conclusiva al Cpn, Bertinotti ha sferzato le minoranze interne, particolarmente l'area guidata da Claudio Grassi che si è detta vicina alle posizioni dei Comunisti italiani, i quali hanno abbandonato il tavolo dell'Unione sulla politica estera per dissensi sulla strategia di ritiro dall'Iraq. Tornando a definire "positivo" il confronto con l'Unione sul programma, il segretario del Prc ha letto in sala il testo approvato dal tavolo della coalizione sulla politica estera, che prevede un ritiro immediato delle truppe dall'Iraq concordato con le autorità di Baghdad (quest'ultimo punto ha scatenato le polemiche del Pdci e dei grassiani dentro Rifondazione). "Io un ordine del giorno del genere lo voterei", ha sottolineato Bertinotti, difendendo il testo rappresentativo di tutta la coalizione di centrosinistra e che sarà sottoposto all'esame dei leader dell'alleanza al seminario dell'Unione in Umbria ai primi di dicembre.
Più in generale, nel confronto programmatico con gli alleati, Bertinotti esclude "la modalità binaria del sì o del no". E cita vari esempi: "Se nella battaglia contro l'inceneritore ad Acerra fossimo usciti dalle Giunte locali, quale vantaggio avrebbe avuto la popolazione?". E ancora sul caso Bologna, dove, secondo il segretario, "evitando di ridurre tutto a una scelta tra sì e no, abbiamo evitato di fare un regalo ai nostriavversari ed esaltato i contenuti della questione legalità". Resta l'obiettivo del Prc di "spostare l'asse dell'Unione a sinistra, in rapporto con i movimenti", ma evitando "risposte povere rispetto alle domande della gente".
In sostanza, il Prc deve valorizzare i risultati ottenuti nel confronto programmatico con l'Unione, è il ragionamento di Bertinotti, in quanto in questa fase è prioritaria l'alleanza con il centrosinistra per "cacciare Berlusconi dal governo". "Un partito che non ha l'orgoglio di valorizzare questi risultati - dice il segretario alle minoranze - non è un partito".
Quanto alla possibilità di riuscire a "cambiare" modelli economici e l'atteggiamento degli alleati dell'Unione nei loro confronti, questa dipende "da due condizioni", conclude Bertinotti. "Una è lo scenario europeo: se la Germania e la Francia andassero verso il neocentrismo, il nostro esperimento in Italia sarebbe messo a grande rischio - sottolinea - la seconda condizione è la temperatura del conflitto sociale in Italia".
Infine, sulla sezione italiana della Sinistra europea, che serve a dare "un luogo pubblico di discussione e iniziativa" alle soggettività non iscritte al partito ma aderenti alla Sinistra europea anche in vista di future candidature alle Politiche, Bertinotti specifica che "per un lungo periodo la sezione italiana della Sinistra europea farà le sue scelte attraverso il metodo dell'unanimità perché nel primo periodo nessuno può pensare di imporsi sugli altri".
Bertinotti /5
Agi 26.11.05
Bertinotti: via la falce e martello? Non ci penso
(AGI) - Roma, 26 nov. - "Non ci penso". Fausto Bertinotti liquida cosi', ancora una volta, l'ipotesi di cancellare la falce e il martello dal simbolo di Rifondazione Comunista.
Il segretario del Prc, a margine dei lavori del comitato politico nazionale del partito, conferma la volonta' di costruire in tempi brevissimi ("due o tre mesi") la sinistra alternativa in Italia, ovvero la sezione italiana del Partito della Sinistra Europea, che vedra' insieme e con pari dignita', il Prc e altre forze della sinistra radicale. "Sul simbolo - precisa Bertinotti - non ci saranno novita', ma sulle liste si'. Sul simbolo no, perche' pensiamo che il simbolo che questa nuova soggettivita' politica dovra' utilizzare in questa fase sia quello di Rifondazione e di interlocutori a cui ci siamo rivolti danno questo elemento come acquisito. D'altronde nel nostro simbolo gia' c'e' il riferimento alla Sinistra Europea e gia' ci siamo presentati alle europee con questo simbolo.
Naturalmente, questa connotazione potra' essere ulteriormente rafforzata, ma resta il simbolo di Rifondazione Comunista".
Il monito del Pontefice all’inaugurazione dell’anno accademico. «Correnti della filosofia moderna riducono la conoscenza a ciò che è dimostrabile»
Il Papa: «La scienza deve aprirsi a Dio»
Ratzinger all’Università cattolica: «Coniugare fede e ragione»
Luigi Accattoli
ROMA—Le università cattoliche debbono «fare scienza nell’orizzonte di una razionalità vera, diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta al trascendente, a Dio», perché non si può ridurre l’orizzonte della conoscenza umana al «dimostrabile mediante l’esperimento », come vorrebbero «correnti importanti della filosofia moderna»: lo ha affermato ieri il Papa, aprendo l’anno accademico dell’Università cattolica del Sacro Cuore.
È stato uno dei discorsi di maggiore respiro tra quanti ne abbia tenuti fino a oggi il Papa teologo, paragonabile a quello con cui il 18 aprile, da cardinale decano, puntò il dito contro la «dittatura del relativismo » e all’altro con cui, il 2 ottobre, aprì il Sinodo dei vescovi, affermando che «non è tolleranza ma mistificazione» la pretesa della società secolare di «espellere Dio dalla vita pubblica».
Benedetto XVI, rispondendo al saluto del rettore Lorenzo Ornaghi e del cardinale Dionigi Tettamanzi, è partito dal compito proprio di un’università cattolica, che consisterebbe nell’elaborare «sempre nuovi percorsi di ricerca in un confronto stimolante tra fede e ragione che mira a recuperare la sintesi armonica raggiunta da Tommaso d’Aquino e dagli altri grandi del pensiero cristiano, una sintesi contestata purtroppo da correnti importanti della filosofia moderna ».
Secondo Papa Ratzinger, «la conseguenza di tale contestazione è stata che come criterio di razionalità è venuto affermandosi in modo sempre più esclusivo quello della dimostrabilità mediante l’esperimento: le questioni fondamentali dell’uomo, come vivere e come morire, appaiono così escluse dall’ambito della razionalità e sono lasciate alla sfera della soggettività».
Per Benedetto XVI le conseguenze sono di grande portata: «Scompare, alla fine, la questione che ha dato origine all’università, la questione del vero e del bene, per essere sostituita dalla questione della fattibilità». Ritornare a porre quelle questioni «nel 2000», insistendo, contro corrente, a «coniugare fede e scienza» è «un’avventura entusiasmante perché, muovendosi all’interno di questo orizzonte di senso, si scopre l’intrinseca unità che collega i diversi rami del sapere, perché tutto è collegato». Si tratta di un’argomentazione che il cardinale Ratzinger aveva già abbozzato in una conferenza tenuta a Berlino nel 2000 e in un’altra letta a Roma nel maggio del 2004 su invito del presidente del Senato Marcello Pera. In tali occasioni aveva qualificatocome «secondo illuminismo» la tendenza filosofico-scientifica che riduce la sfera del razionale alle «esperienze della produzione tecnica su basi scientifiche».
Benedetto XVI ha pure accennato alla questione della contraccezione, affermando di avere particolarmente «a cuore» l’Istituto scientifico internazionale Paolo VI di «ricerca sulla fertilità e infertilità umana per una procreazione responsabile» che opera all’interno dell’Università cattolica. Unistituto, ha detto, «nato per rispondere all’appello lanciato dal Papa Paolo VI nell’enciclica Humanae Vitae e che si propone di dare una base scientifica sicura sia alla regolazione naturale della fertilità umana che all’impegno di superare in modo naturale l’eventuale infertilità».
Il Papa ha pure ringraziato con parole commosse il personale del Gemelli (il policlinico dell’Università cattolica) per le cure prestate a Giovanni Paolo II: «In quei giorni verso il Gemelli era rivolto da ogni parte del mondo il pensiero dei cattolici, e non solo. Dalle sue stanze di ospedale il Papa ha impartito a tutti un insegnamento impareggiabile sul senso cristiano della vita e della sofferenza, testimoniando in prima persona la verità del messaggio cristiano».
Repubblica 26.11.05
Il caso
Disaccordo sul Partito democratico
Roma, dirigenti Ds verso Rifondazione
ROMA - La prospettiva del Partito democratico non piace e sei dirigenti ds romani. Appartenenti al correntone, lasciano il partito. Alessandro Bongarzone, Elena Canali, Alessandro Cardulli, Mario De Carolis, Paolo Petri e Enrico Belardinucci hanno infatti deciso di seguire l´esempio di Pino Galeota e navigano verso Rifondazione comunista. La decisione potrebbe essere annunciata già lunedì prossimo, quando i dissidenti diessini avranno un confronto pubblico al teatro Colosseo con Fausto Bertinotti e Pietro Folena. I dirigenti ds hanno comunicato la loro decisione con un lettera in cui si legge: «È stata una scelta di sinistra presa singolarmente, con motivazioni che derivano dalle nostre diverse storie politiche. Ci accomuna una valutazione fortemente critica sulle scelte compiute dal partito in questi anni, fino alla decisione di aprire un percorso per dar vita ad un non meglio identificato partito democratico». Scelta che i dissidenti contestano, perché «in particolare a Roma e nel Lazio comporta l´unificazione dei gruppi consiliari di Ds e Margherita a partire dal comune di Roma. Scompare così dal Campidoglio un pezzo di storia politica, sociale, culturale, della nostra città».
Repubblica 26.11.05
Si è aperto un dibattito dopo il "Libro nero"
Chi accusa la psicoanalisi
gli psichiatri francesi sono circa tredicimila
Il famoso caso di M.lle Anna O. nel 1882
Massimo Ammaniti
Ancora un assalto al Palazzo d´Inverno della Psicoanalisi, a cui i giornali italiani hanno dato grande rilievo. È uscito in Francia un volume corposo di più di 800 pagine Le livre noir de la psychanalyse che avrebbe l´intenzione di liquidare definitivamente il movimento psicoanalitico, ritenuto una leggenda o addirittura una mitologia storica costruita sull´inganno e sulla sistematica contraffazione. Sfogliando il voluminoso atto d´accusa si scopre che il collegio giudicante è quanto mai numeroso, circa 35 autori, costituito da un gruppo eterogeneo e improvvisato di filosofi, storici, epistemologi, psichiatri e psicologi che si sono ritrovati insieme uniti dall´odio verso Freud ed i suoi successori. Nell´introduzione della curatrice si comprende il perché di tanto risentimento, in Francia, come anche in Argentina, la psicoanalisi ha ancora un ruolo dominante, infatti dei 13.000 psichiatri francesi circa il 70 per cento utilizzano la psicoanalisi o terapie di derivazione psicoanalitica.
Ma quali sono i capi d´accusa? Le imputazioni sono le più diverse, da quelle sui comportamenti personali di alcuni psicoanalisti (Freud, Lacan, Bettelheim) ai risultati e all´efficacia dei trattamenti clinici a piani più propriamente teorici. Prendiamo ad esempio il capitolo La vérité sur le cas de Mlle Anna O. il famoso caso di Freud curato nel 1882 e riportato nel libro Studi sull´isteria. Secondo Freud la sua paziente, il cui vero nome era Bertha Pappenheim, avrebbe raggiunto con la fine della terapia «un equilibrio psichico totale», mentre successivamente sarebbe andata incontro a una ricaduta che avrebbe comportato un ricovero psichiatrico. Non è nulla di nuovo, infatti lo stesso biografo di Freud, Ernst Jones, ne aveva parlato nella sua opera e d´altra parte non stupisce che un paziente possa avere una ricaduta dopo la fine della terapia, soprattutto se si considera che si era agli albori della terapia psicoanalitica, quando in campo psichiatrico si ricorreva ai bagni gelati e ai mezzi di contenzione per sedare i pazienti.
Anche le altre accuse non aggiungono nulla di nuovo, a volte si tratta di insinuazioni come quelle rivolte a Bruno Bettelheim accusato di aver avuto comportamenti violenti verso i suoi pazienti autistici. Le contestazioni di ordine teorico, come quella al modello teorico di Freud nel campo dei sogni, sono ben note ed ampiamente condivise.
Se la sopravvivenza della psicoanalisi dovesse essere minacciata da queste accuse gli psicoanalisti potrebbero continuare ad essere tranquilli, mentre forse altre critiche del passato, ad esempio quelle del filosofo della scienza Adolf Grunbaum, erano più consistenti perché richiedevano evidenze e prove per riconoscere la scientificità della psicoanalisi.
Che il libro rifletta uno scontro interno al mondo psichiatrico francese è confermato dal fatto che vengono trattati argomenti indirizzati alla psicoanalisi d´oltrealpe e non viene citato Eric Kandel, Premio Nobel per la fisiologia, che ha scritto a questo proposito un libro rilevante come Psychiatry, Psychoanalysis and the new Biology of Mind di prossima uscita in Italia. Kandel riconosce che molti degli interrogativi della psicoanalisi, come ad esempio il valore della memoria, delle rappresentazioni mentali e del desiderio, sono divenuti rilevanti per la ricerca neurobiologica che sembra ormai aver esaurito la fase di studio del neurone e si confronta con il funzionamento umano nella sua globalità. E il problema della psicoanalisi oggi, e questo è il parere di Kandel ma anche di un numero consistente di psicoanalisti, è quello di indirizzarsi verso la filosofia della scienza avvicinandosi all´area della letteratura e dell´arte oppure accettare la sfida che viene dalla neurobiologia e dagli studi cognitivi. In quest´ultimo caso bisogna fare i conti con i vincoli e le procedure della ricerca scientifica che richiede la raccolta sistematica delle osservazioni, la dimostrazione e la replicabilità delle evidenze.
Vi sono prove ad esempio che i trattamenti psicologici non solo modificano la psiche e i sintomi psichiatrici, ma anche i circuiti cerebrali come, ad esempio, nel trattamento delle fobie.
Si tratta di nuove vie intraprese anche da alcuni gruppi di derivazione psicoanalitica, anche perché la difesa del Palazzo d´Inverno sigillerebbe l´eredità freudiana che non potrebbe confrontarsi con le nuove frontiere della ricerca, sfida, questa, ripetutamente auspicata da Freud.
Repubblica 25.11.05
Esce "La casa di Psiche", un saggio di Umberto Galimberti
Il filosofo e la sofferenza
Si tratta di terapia? Queste nuove pratiche richiedono uno slancio nuovo del pensiero I pensatori scendono in campo in nome di antiche vocazioni garantite dal nome di Socrate - Non ci si può più appigliare alla ciambella del vecchio umanismo - Dobbiamo prendere atto del nostro analfabetismo in materia di "anima"
Pier Aldo Rovatti
Sta prendendo piede, anche in Italia, il fenomeno della «consulenza filosofica». Associazioni di formazione dei cosiddetti consulenti, collane editoriali dedicate alla pratica filosofica, master universitari, ma anche già una prima applicazione con apertura di studi di consulenza rivolti alle istituzioni e al mondo del lavoro e naturalmente al colloquio individuale. Questo fenomeno, per dir così, dei filosofi che scendono in campo nel nome di antichissime vocazioni (Socrate, un capostipite) ma accogliendo attualissimi disagi e dunque una domanda ben piantata nel presente, è già fin d' ora una piccola giungla, rigogliosa e alquanto infida, abitata da intenti seri ma anche da velleità palesi, in via di organizzazione ma ovviamente disordinata, che sta certo sollevando un coacervo di problemi ma anche polarizzando notevole interesse da parte di quei giovani che vi intravedono qualcosa come uno sbocco. E o non è una terapia? Si sovrappone, si contrappone, o solo si affianca alle attività di psicologi e psicoterapeuti? Chi la autorizza e la garantisce? Ce n' è abbastanza per motivare un' attenzione meno distratta cominciando magari a distinguere il grano dal loglio, senza prendere troppo in fretta partito ma senza neppure lanciare anatemi. Vi si gioca, forse, il ruolo della filosofia nella società contemporanea. Il fenomeno è ancora modesto, però promette di crescere. (E già arriva la notizia di una denuncia da parte dell' Ordine degli psicologi per esercizio abusivo della loro professionalità). Credo che Umberto Galimberti, che pubblica adesso da Feltrinelli un libro di peso, per impegno e pagine, dal titolo La casa di psiche, e dal sottotitolo "Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica" (pagg. 460, euro 19,50), converrà con me che questo scenario della consulenza filosofica, che ho appena tratteggiato, è il fondale muto della sua messa a punto. Il libro di Galimberti è tante cose insieme, come dirò in seguito, cioè non è solo questo, ma è poi essenzialmente una risposta al brulicare di domande che ci arrivano dall' interno della nascente pratica filosofica. Non è un mistero che lui stesso abbia fatto da levatrice a tale nascita (per esempio, dirigendo la collana della casa editrice Apogeo di Milano, che ha pubblicato Achenbach, Lahav e il più impegnato degli italiani nel settore, Neri Pollastri). Ho parlato di un fondale muto perché Galimberti vi dedica una nota in tutto, mostrando così di volersi tenere fuori dalle vicende particolari di questo scenario empirico. Quello che, invece, vuol fare è fornire uno strumento di base, un' articolata chiarificazione filosofica che serva a far compiere un salto di qualità e a riempire con un orizzonte solido le esigenze che affiorano un po' dovunque. Cominciando con una riflessione sul presente - un presente ormai attraversato da parte a parte dalla tecnica - da cui risulta che il disagio attuale non può confondersi con una delle tante domande di senso che si sono succedute storicamente, perché siamo di fronte a una perdita radicale di senso rispetto alla quale le risposte tradizionali non bastano più. Occorre, allora, un nuovo slancio di pensiero che sappia misurarsi con la «sofferenza», proveniente da tale insensatezza generalizzata, senza appigliarsi alla ciambella del vecchio umanismo con il suo secolare corredo di valori. In breve: alla perdita di padronanza e di controllo, e all' eclissi di ogni finalità progettabile, non possiamo più rispondere con il desiderio di tornare padroni, controllori, depositari di una finalità generale. Dobbiamo prendere atto del nostro «analfabetismo» in fatto di psiche, cioè di anima nel senso ampio e galimbertiano del termine, e curvare il nostro pensiero su questa constatazione (che era già al centro del suo precedente libro Psiche e techne), cessare di «delirare» nostalgicamente, sostenere fino in fondo il principio di realtà della nostra realtà. Se capisco bene il titolo - che è un titolo molto bello - si tratta di abitare la casa di psiche, sloggiando da essa tanti inquilini che vi si sono addormentati con le loro obsolete masserizie: curatori ormai fuori tempo e cure che al massimo sono dei placebo. La casa resta vuota e un po' desolata? Preferiamo, forse, che sia piena di falsità e illusioni? A partire da tutte le illusioni «scientifiche» che si accompagnano all' idea di curare la psiche. Non è più possibile, secondo Galimberti, continuare a «medicalizzare» la psiche trattandola come un oggetto familiare. Non è un oggetto e non è per niente familiare, e qui effettivamente la filosofia ci aiuta e sembra avere molto da dirci. Galimberti non può certo essere accusato di non sapere di cosa parla quando si rivolge alla psicoanalisi. Deve moltissimo a Freud, ha un debito esplicito con Jung, e in questo libro dichiara anche l' importanza che Lacan ha per lui: tuttavia, non è il pensiero che vi circola (e di cui occorre far tesoro) ma proprio la psicoanalisi come progetto di medicina dell' anima che risulta troppo stretto, troppo impaniato nei propri presupposti, e dunque, per Galimberti, perdente e fuori tempo. Nessuna «cura» per l' angoscia che deriva dal nostro essere mortali. Solo la filosofia sembra poter insegnarci ad abitarla. Ma anche rispetto alla filosofia occorrerebbe un gesto di radicale decostruzione: anche qui bisogna svuotare con dolorosi traslochi l' esigenza teorica che si è accumulata. Certo, tornare agli antichi, alla loro saggezza e alla loro virtù del giusto mezzo, alle loro idee di natura e di mondo, insomma a prima del grande tornante del discorso cristiano in cui saremmo ancora imbottigliati, ed è a questo punto che Galimberti elegge Nietzsche a propria guida filosofica e ci propone di seguirlo fino all' ipotesi di un' «etica del viandante» con cui il libro si conclude. Nietzsche che ci aiuta ad abitare la insensatezza in cui ci troviamo oggi, in un mondo ormai diventato il compiuto mondo della tecnica, e da cui, appunto, possiamo guardare indietro, a quella «saggezza» degli antichi che ci è indispensabile. Credo che sia chiaro il messaggio-risposta che Galimberti invia al brusio di domande del fondale muto delle pratiche filosofiche che oggi stanno proliferando. La necessità, in altre parole, di una chiarificazione filosofica preliminare. Il monito a equipaggiarsi con un bagaglio non leggero, anche se i discorsi da fare saranno poi attraversati dalla leggerezza. E poi che non basta prendere congedo dalla psicoanalisi, di cui in ogni caso occorre valorizzare tutto il patrimonio di pensiero: perché si tratta di raddoppiare questo gesto critico con una presa di posizione filosofica dura e precisa, che smascheri tutti i mercanti di idee e tutti gli spacciatori di verità, pesanti e non. Ne segue, anche, che La casa di psiche, più che una semplice tappa in un percorso filosofico, si presenta come il felice sforzo di Galimberti di produrre una specie di summa del suo pensiero: un libro che raccoglie un lavoro di decenni offrendo al lettore una mappa teorica orientata in cui Freud e Jung, Binswanger e Jaspers vengono riattraversati analiticamente e poi composti in una costellazione in cui figura anche Lacan ma figurano soprattutto i principali operatori filosofici di Galimberti, da Nietzsche alla filosofia antica, e non sono assenti alcuni rimandi significativi allo scenario contemporaneo, da Gehlen a Genther Anders. Emerge, in modo unitario e insieme puntualmente documentato, l' identità filosofica dell' autore, e il libro risulta così uno strumento prezioso per tutti, o almeno per tutti coloro che hanno a cuore il problema di «come pensare», proponendo un esercizio genealogico di costruzione di un itinerario che ciascuno può tentare di ripercorrere ed eventualmente di far suo. Nel senso più ampio e profondo del termine, la pratica filosofica - che ha sempre bisogno di esempi comprensibili e di guide ospitali - è proprio questa.
papisti all'attacco
L'Unita 27.11.05
Chiesa e Stato
Il cardinale Camillo Ruini all'attacco
di Maria Zegarelli
CHIESA E STATO Il cardinale Camillo Ruini torna all’attacco su procreazione assistita, convivenze e ruolo dei ginecologi nei consultori e nei centri specializzati
per la fecondazione. Nello stesso giorno un altro duro attacco allo Stato laico arriva dal presidente del Senato, Marcello Pera che, parlando a Palermo in un convegno organizzato dalla Cei, ha sostenuto che «eliminare la religione dalla politica, facendo in modo che quest’ultima sia pura e laica, è impossibile. La religione entra nella sfera pubblica e nei nostri Parlamenti, dietro ciascuna delle nostre leggi c’è la scelta di valori che hanno carattere religioso come l’equità e la giustizia». La seconda carica dello Stato guarda alla campagna elettorale che si giocherà all’ultimo voto e lancia segnali. A Roma, intanto, il cardinale vicario, parlando nella giornata di chiusura del congresso internazionale «Scienza ed etica per una procreazione responsabile», ha di nuovo condannato procreazione assistita e coppie di fatto.
Ruini ha evocato «gli inquietanti scenari sulla produzione di esseri umani da usare come cavie o sulla clonazione» aperti dalle possibilità tecnologiche che vanno ben al di là «del legittimo aiuto della procreazione umana». Condanna dunque al «dominio sui processi generativi», appello «agli uomini di scienza responsabili della cosa pubblica, alla necessità di non disgiungere mai una riflessione sull’uomo e sulla sua dignità dalle delicate scelte che si stanno compiendo nel campo della ricerca scientifica». E se la mappatura del genoma umano è ormai in via di «ultimazione e certamente rappresenta una grande acquisizione con conseguenze di estremo interesse per il futuro dell’uomo», proprio ora, si sta «smarrendo la mappa dell’esistere umano», si stanno perdendo le coordinate «della dignità e del destino della vita umana». La prova di questo smarrimento sarebbe la «diffusa tendenza a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio, assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze, con il risultato che il matrimonio non viene più percepito come espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano, ma come frutto di convenzioni e accordi facilmente modificabili».
Cita papa Benedetto XVI per tornare a ribadire che alla fragilità interna a molte coppie si somma «la tendenza diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio». Un mix pericoloso, questo, e un «pericoloso virus quello dell’autoreferenzialità, dell’esaltazione delle esigenze, dei bisogni o dei diritti individuali». Circostanze che stanno portando l’uomo «contemporaneo verso una deriva pericolosa».
Barbara Pollastrini, coordinatrice Donne della segreteria Ds, si chiede perché «voler alzare steccati e creare contrapposizioni inesistenti? Assegnare responsabilità e diritti alle milioni di coppie di fatto non significa, come è ovvio, mettere in discussione la famiglia». E ribadisce il sostegno alla legge sui Pacs, «una proposta saggia e equilibrata» . Per Enrico Boselli, presidente dello Sdi, «è ricorrente nel cardinale Ruini la volontà di trasformare i valori della morale cattolica in leggi dello Stato». Critiche anche dai Radicali e da Rc. Fausto Bertinotti interpreta così: «I comportamenti della Cei e del cardinale Ruini vanno pensati non come strappi occasionali ma come il tentativo di far fronte alla paura e all’incertezza per una mancanza di risposte che investe anche la Chiesa di fronte a un mondo precario e incerto. Quello che è da evitare sono risposte vetuste di anticlericalismo». Pierluigi Castagnetti della Margherita dice va bene il matrimonio, ma «è necessario pensare a forme di tutela delle nuove convivenze». «Un incoraggiamento, uno sprone e uno stimolo», le parole del cardinale, per Riccardo Pedrizzi di An. Secondo Franco Frattini, Fi, è «molto pericoloso confondere il concetto di convivenza con il concetto di matrimonio».
papisti all'attacco /2
La Stampa 27.11.05
Fede e politica
Incontinenza religiosa
Barbara Spinelli
QUANDO il contrasto tra esigenze e opinioni diverse viene vissuto come sconfitta, quando smette di esser visto come un elemento che feconda le democrazie e si comincia a giudicarlo mortifero, quando lo si vuol sradicare per non averlo saputo governare, fa apparizione nella storia europea quello che Karl Popper ha chiamato - dandogli un colore negativo - mito della cornice. L'incontro con chi la pensa in modo differente dal mio o ha bisogni diversi dai miei diventa impossibile e minaccioso, se tra me e l'altro non pre-esiste una cornice comune di valori che hanno il proprio fondamento non solo nelle leggi, nelle costituzioni, nella politica, ma essenzialmente nella cultura e nella religione. Ma la cornice deve fondarsi su valori non prevaricatori da parte di una maggioranza o una religione. Il rispetto dell'altro non è negoziabile e tuttavia va sempre ridiscusso e riorganizzato, se si vuole che il nemico della società aperta (il cannibale descritto da Popper) sia persuaso. Chi mitizza la cornice vede in essa qualcosa di eternamente statico, fondato esclusivamente sul vocabolario ultimo di Dio (o meglio: sull'idea che ci si fa del vocabolario ultimo di Dio). Per costoro, cultura e religione prevalgono su costituzioni e leggi, come cemento destinato a tenere assieme gli individui, gli Stati, e quell'insieme di nazioni che hanno deciso di fondare un'unità superiore come accade nell'Unione europea.
Va da sé che cultura e religione sono, in simili casi, quelle di chi auspica la cornice intesa come prevaricazione: in Occidente sono la cultura e la religione cristiane, considerate uniche vere garanti delle unità nazionali e sovranazionali. Va da sé che i garanti in questione si sentono chiamati a far politica al posto dei politici classici, e non solo si sentono chiamati ma giustificati: senza la loro continua interferenza, il politico d'oggi non saprebbe che dire, come decidere. È così che le correnti dell'ortodossia radicale cristiana (gli evangelicali da cui sono scaturiti i theo-con) hanno preso il potere negli Stati Uniti, stringendo un'alleanza con Bush e lanciandosi con lui in una guerra mondiale tra culture. Lo stesso accade ultimamente in alcuni paesi dell'Unione europea, specie in Italia e Polonia. In ambedue i casi siamo di fronte a una variante dei fondamentalismi musulmani e anche ebraici. Una variante meno violenta ma che alla lunga può avere effetti nefasti, sulle religiosità individuali e sulla Chiesa stessa. Una variante che s'esprime in forme d'incontinenza patologica, a giudicare dalla sistematicità con cui la religione viene mescolata alla cosa pubblica.
I promotori della cornice prevaricatrice sono in Italia parti importanti del clero, a cominciare dalla Conferenza episcopale e dal suo presidente Ruini. In Polonia è la maggioranza politica guidata dai fratelli Kaczynski a esigere che l'Unione europea accetti l'incontinenza cattolica polacca come comune e uniforme tavola delle leggi. Al patriottismo costituzionale, che l'Europa voleva darsi e che avrebbe fatto fallimento a seguito dei referendum in Francia e Olanda, occorrerebbe ora sostituire un patriottismo cristiano, di carattere culturale. Forse vale la pena ricordare che il patriottismo costituzionale non è un'invenzione delle sinistra e di Habermas. Fu coniato dal filosofo Dolf Sternberger - antinazista, conservatore - in un articolo sulla Frankfurter Allgemeine del 23-5-1979.
In Italia va sempre più crescendo, quest'interferenza di parte del clero nella politica e nelle deliberazioni dei partiti, di governo e d'opposizione. È un immischiarsi ormai quasi quotidiano: nelle leggi e nei referendum sulla fecondazione assistita come sulla devoluzione, nelle procedure che regolano l'interruzione della gravidanza come nelle riforme costituzionali, nelle unioni di fatto come nell'uso giudiziario delle intercettazioni telefoniche e perfino nella scelta di chi dirige la Banca d'Italia. Il giurista Gustavo Zagrebelsky ha descritto con preoccupazione quest'attacco ai fondamenti laici della costituzione italiana, dovuta a due fattori concomitanti: l'indebolirsi della separazione fra politica e religione che il Concilio Vaticano II aveva sancito, e lo svuotarsi del preambolo sulla laicità della costituzione. È per questa via, secondo Zagrebelsky, che alcuni in Vaticano vorrebbero trasformare il cattolicesimo in religione civile, come in America. Costoro si sentono giustificati a intervenire nella politica perché giudicano la politica priva di idee integratrici forti (la Repubblica, 25-11-2005).
La scarsa legittimazione del potere politico e il venir meno di un partito cattolico è all'origine di quest'intromissione di parti consistenti del clero nella politica italiana: un'intromissione che avviene all'insegna della dismisura, che è ormai interferenza diretta perché non più mediata dalla Dc, e che al tempo stesso è profondamente selettiva. Il potere ha bisogno di sentirsi legittimato da autorità religiose perché in fondo si ritiene delegittimato: questo è vero non solo per Berlusconi ma anche per gli eredi del Pci (i Ds), per Rifondazione di Bertinotti, e per quei cattolici che pur essendo minoritari nei due schieramenti aspirano all'egemonia culturale. Ma anche i rappresentanti della Cei credono di avere bisogno della politica, per conquistarsi una legittimazione. L'esasperata ansia di rendere la Chiesa politicamente visibile rivela una condizione di sfinimento, di non-autosufficienza. La Chiesa come la vede Ruini non si sente abbastanza profetica, e per questo si erge a Chiesa del potere quasi senza accorgersi che nello stesso momento in cui ha l'impressione di ergersi, si degrada. È una Chiesa che non riesce a evangelizzare, che cerca le stampelle nei palazzi politici e che si trasforma in lobby, assetata di esenzioni fiscali e privilegi come altre lobby. È una Chiesa che riduce la religione all'etica, ma che nelle stesse battaglie morali si mostra oscuramente selettiva. La lobby ha i suoi rappresentanti nella Conferenza episcopale e in uomini come Lorenzo Ornaghi, già allievo-consigliere dell'ideologo leghista Gianfranco Miglio, oggi consigliere di Benedetto XVI e rettore della Cattolica (un articolo illuminante è apparso ieri su questo giornale, firmato da Giacomo Galeazzi), e l'etica è da essa usata in funzione di quel che si prefigge come lobby. Pronta a battersi su embrioni o aborto, il suo silenzio è totale sulla morale del politico: sulla corruzione, la mafia, il crimine che si mescola al potere, la Conferenza episcopale è muta, abissalmente. Le parole violente di Giovanni Paolo II contro la mafia - il Convertitevi! lanciato nella valle dei templi ad Agrigento dodici anni fa - è da anni introvabile nel sito internet del Vaticano.
Questa debolezza del cristianesimo che si nasconde dietro l'affermazione di un potere politico non unisce la Chiesa ma la lacera, oltre a minare la religiosità delle coscienze. Le iniziative ecumeniche di Assisi sono messe in forse dalla decisione di togliere l'autonomia alla basilica. Esperienze non ortodosse faticano a esistere. Ed è significativo l'allarme accorato, forte, con cui uomini della Chiesa reagiscono alla sua trasformazione in lobby. È il caso di Monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia. In un'intervista al Corriere del 25 novembre, Casale insorge contro la benedizione impartita dal vescovo Fisichella a Casini: «Torna con insistenza una concezione della cristianità che il Concilio ci aveva fatto superare, l'idea della Chiesa difesa da uno Stato che ne tutela i valori. Ma noi dovremo esser difesi solo dalla parola di Dio».
La Conferenza episcopale che promuove partiti, candidati: secondo Casale, molti tra coloro che guidano la Chiesa «fanno un'opera di supplenza che sta diventando eccessiva e pericolosa», e che provocherà possenti reazioni anticlericali. Tanto più che l'interventismo è, appunto, selettivo: la Chiesa interviene su embrioni «ma non si occupa dei bambini che muoiono di fame o non hanno né casa né scuola, della giustizia sociale, della pace». Così come è concepita da parte dei propri vertici, la Chiesa «si ritira nelle trincee dell'Occidente» e si fa fondamentalista, pur di fuggire i nuovi compiti connessi alla propria debolezza. È una linea di condotta pericolosa: per la religione, la Chiesa, la politica. E lo è anche per l'Europa, perché il mito della cornice prevaricatrice tende a escludere chi la pensa e crede in modo diverso, e rischia di sfociare in guerre tra culture. Guerre tra culture e religioni che l'Europa ha conosciuto in passato, e cui nel secolo scorso ha tentato di rispondere con una Comunità che per definizione è incompatibile con una cultura religiosa omogenea. L'Europa ha certo radici cristiane ma il suo patriottismo difficilmente potrà essere altro che costituzionale, essendo plurale.
Ha detto giustamente lo storico delle religioni Jeffrey Stout, nel suo bel libro su Democrazia e Tradizione, che il problema non è di sapere se le Chiese possono o non possono esprimere con forza le loro opinioni su temi delicati come aborto, fecondazione artificiale, divorzio. La libertà d'opinione e di religione consente a ciascuno di dire la propria convinzione. Viviamo in società dove la politica è stata secolarizzata dal XVII secolo, ma questa secolarizzazione obiettiva non si identifica in alcun modo con le dottrine secolariste che bandiscono la religione dalla conversazione cittadina. Il problema non nasce a causa dei temi di società su cui parte delle gerarchie ecclesiastiche intervengono sistematicamente, e non concerne neppure il loro diritto a parlare. Il problema sono gli interlocutori e gli alleati che tali gerarchie si scelgono: e gli interlocutori non sono le coscienze dei singoli, ma i poteri politici su cui si esercitano pressioni. Il problema è l'aspirazione a imporre una comune cornice basata sulla religione a società obiettivamente plurali, nelle nazioni e anche nell'Unione europea. È un'aspirazione che Stout considera del tutto irrealistica, solo ideologica, a meno di non optare per una coercizione che il cristianesimo ormai da secoli respinge (Jeffrey Stout, Democracy and Tradition, Princeton 2004).
Per una parte della Chiesa - e pensiamo qui al clero polacco - l'Unione europea è invisa proprio per questo: perché con la sua pluralità, con l'indispensabile secolarizzazione della sua politica, l'Europa è incompatibile con il mito di una cornice cristiana imposta a tutti. Il potere di lobby, le Conferenze episcopali locali lo esercitano meglio dentro gli Stati, restando per il resto, come in Polonia, uniche depositarie di un'autorità universalista. La difesa della cultura religiosa rischia di non differenziarsi molto, in simili casi, dalla difesa di un'etnia. Anche questa difficoltà di accettare l'Europa laica e plurale, da parte di alcuni frammenti del cattolicesimo, è un problema per la Chiesa tutta intera. Il pericolo che essa corre è l'affievolirsi delle fedi, l'emergere di un anticlericalismo vero, lo spreco di un patrimonio universalista impareggiabile, e lo stesso vocabolario ultimo delle Sacre Scritture
violenza sulle donne
Il Mattino 26.11.05
L’incontro
Devi, dall’India storie di violenze al femminile
Donatella Trotta
Ha conosciuto il grande poeta indiano Tagore e ne ha assimilato il suo «messaggio di pace e amore per l’universo, non solo per l’India» frequentando da bambina la sua scuola, Shantiniketan, assieme al futuro premio Nobel per l’economia Amartya Sen, di qualche anno più giovane di lei. Ha incontrato e ammirato il Mahatma Gandhi, del quale ancora rimpiange il coraggio, la statura ormai perduti e il «sorriso luminoso», aperto agli ultimi della terra. Ed è cresciuta, durante e dopo la colonizzazione inglese, in un humus fertile di stimoli: «figlia d’arte» di una madre anticonvenzionale, scrittrice e assistente sociale, e di un padre poeta, che l’hanno assecondata nella sua passione per i libri «come finestre aperte sul mondo», lasciandola libera di seguire le sue inclinazioni verso la conoscenza, non soltanto letteraria. Alla vigilia dei suoi 80 anni (che compirà il prossimo 14 gennaio), non è un caso che l’indiana del Bengala orientale Mahasweta Devi sia in odore di premio Nobel per la letteratura, o per la pace: autrice di oltre venti raccolte di racconti, numerose piéces teatrali, libri per bambini e circa cento romanzi, Devi è anche stata docente e soprattutto continua ad essere giornalista e infaticabile viaggiatrice impegnata nell’attivismo politico e sociale in difesa di etnie, tribù nomadi declassificate, donne e bambini oppressi, emarginati, analfabeti, umiliati, ridotti alla subalternità dalla miseria e dall’ignoranza, nel suo Paese e non solo. «Penso che uno scrittore creativo debba avere una coscienza sociale, è un dovere morale verso la società. Che senso ha avere una casa grande, un’auto, una vita agiata se resta separata dagli altri? Ci sono troppo ingiustizie nel mondo della globalizzazione, soprattutto contro le donne, per non fare il possibile per eliminarle, documentandole con coraggio», ti dice pacata ma ferma Mahasweta Devi in un inglese veloce e ibridato come la sua scrittura, che in Italia le è valsa il premio Nonino per le poche opere finora tradotte su interessamento di Anna Nadotti e Italo Spinelli: i racconti de La cattura (Theoria, 1996, introvabile; ma La cattura è anche in India segreta, 18 racconti di donne pubblicati da La Tartaruga nel 1999) e La preda e altri racconti (Einaudi, 2004). Da oggi, la più celebre scrittrice indiana in lingua bengali è per la prima volta a Napoli, dove domani (alle ore 11) parteciperà a un incontro (con interventi di Angela Cortese, Ambra Pirri, Italo Spinelli, Paola Splendore e letture di Giorgia Stendardo) promosso nel Grand Hotel Oriente dall’assessorato alle Pari opportunità della Provincia di Napoli in occasione della pubblicazione del volume di Mahasweta Devi La trilogia del seno (Filema, pagg. 176, euro 12), che inaugura una nuova collana di storia, storie e studi di genere post-coloniali, «Altrimondi», curata da Ambra Pirri, autrice anche dell’ottima presentazione della raccolta nonché della traduzione dall’inglese dei tre racconti della Devi, alternati nel libro - quasi in un gioco di specchi tra letteratura e critica - ad altrettanti densi saggi della sua esegeta dal bengali, Gayatri Chakravorty Spivak, comparatista ed esponente di spicco della critica femminista post-coloniale. Le tre brevi ma incisive breast stories di Devi raccolte nel libro risultano spiazzanti, nei temi e nella forma, per il lettore occidentale, provocato dall’originalità di uno sguardo affilato, sarcastico e impietoso, capace di conferire una fisicità plurisensoriale a storie di altrettante donne (e del loro seno, simbolo potente) accomunate nella tragedia da una catena di violenze maschili (e di retaggio coloniale): l’indomita guerrigliera Draupadi, la grande madre «professionista» Jashoda e la lavoratrice nomade Gangor. Sono racconti scritti - si sente - di getto, perché dettati da un’urgenza interiore più che narrativa, antropologica e sociale: «I miei racconti nascono dalla cronaca vera, dagli orrori ai quali assisto, e che cerco di comunicare anche all’altra parte del mondo», conferma Devi. Che non si rassegna al trionfo della brutalità.
Bertinotti /1
Agi.it 27.11.05
Sofri: Bertinotti, subito la grazia
Liberta' subito per Adriano Sofri, si augura Fausto Bertinotti che torna a chiedere un provvedimento di grazia a favore dell'ex leader di Lotta Continua. "Per Sofri - afferma Bertinotti in un telegramma inviato ai familiari dopo la delicata operazione chirurgica - questi sono giorni di ulteriore sofferenza. Al dramma del carcere si e' ora aggiunto il ricovero di urgenza, cui ha contribuito non poco uno stato di detenzione che si protrae da anni". Per Bertinotti sarebbe auspicabile "che intervenisse un provvedimento di grazia. In attesa e nella speranza che questo provvedimento giunga quanto prima - ha sottolineato - noi auguriamo ad Adriano Sofri una pronta guarigione e di essere presto libero". (AGI)
Bertinotti /2
Apcom 27.11.05
Movimenti
Negri: Bertinotti si autoproclama leader. Ridicolo
"I partiti devono essere strumenti del movimento"
Roma, 27 nov. (Apcom) - "Ridicolo". Toni Negri irride a Fausto Bertinotti, "autoproclamatosi rappresentante dei movimenti, quando invece i movimenti chiedono ai partiti di essere loro strumenti d'azione". Intervistato da Lucia Annunziata a "Inmezzora", in onda su Raitre, Negri dice invece di "sentirsi parte integrante dei movimenti".
Bertinotti /3
Apcom 27.11.05
Laicità
Bertinotti al partito: evitare l'anticlericalismo
"Non siamo partito della modernizzazione, ma della liberazione"
Roma, 27 nov. (Apcom) - "La critica al neoclericalismo non deve approdare all'anticlericalismo". Nella relazione conclusiva al Cpn Fausto Bertinotti risponde così alle domande sollevate nel partito rispetto al suo atteggiamento nell'attuale dibattito tra fede e laicità. "Noi comunisti - sottolinea il segretario di Rifondazione - dobbiamo essere estranei a due chiavi interpretative del mondo: quella secondo cui l'etica pubblica non può avere un fondamento religioso e quella secondo cui l'etica pubblica debba essere fondata sul primato della scienza. Questi due punti di vista - precisa - devono esserci estranei".
"Non possiamo essere un partito della modernizzazione contro l'antico - sottolinea Bertinotti - ma dobbiamo essere un partito della liberazione e su questo fondare una idea anche etica per la costruzione di un'etica pubblica condivisa".
Non si tratta, dice Bertinotti, di "un atteggiamento di cautela nei confronti della Chiesa, ma di una idea di lavorare diversamente nei confronti di altre culture. Non siamo chiamati a risolvere nella politica la ricerca antropologica di cosa è l'uomo".
Bertinotti /4
Apcom 27.11.05
Prc
Il Cpn approva il documento di Bertinottti sulla sinistra in Italia
Roma, 27 nov. (Apcom) - Con 108 voti a favore, il Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista ha approvato il documento del segretario Fausto Bertinotti il cui nucleo centrale è la costituzione di una sezione italiana della Sinistra europea. L'assemblea ha votato anche sui documenti presentati dalle quattro minoranze interne: l'area 'grassiana' di Essere Comunisti (43 voti), l'area trotzkista guidata da Marco Ferrando (9 voti), Sinistra Critica (12 voti), Falce e Martello (4 voti).
Nel corso della relazione conclusiva al Cpn, Bertinotti ha sferzato le minoranze interne, particolarmente l'area guidata da Claudio Grassi che si è detta vicina alle posizioni dei Comunisti italiani, i quali hanno abbandonato il tavolo dell'Unione sulla politica estera per dissensi sulla strategia di ritiro dall'Iraq. Tornando a definire "positivo" il confronto con l'Unione sul programma, il segretario del Prc ha letto in sala il testo approvato dal tavolo della coalizione sulla politica estera, che prevede un ritiro immediato delle truppe dall'Iraq concordato con le autorità di Baghdad (quest'ultimo punto ha scatenato le polemiche del Pdci e dei grassiani dentro Rifondazione). "Io un ordine del giorno del genere lo voterei", ha sottolineato Bertinotti, difendendo il testo rappresentativo di tutta la coalizione di centrosinistra e che sarà sottoposto all'esame dei leader dell'alleanza al seminario dell'Unione in Umbria ai primi di dicembre.
Più in generale, nel confronto programmatico con gli alleati, Bertinotti esclude "la modalità binaria del sì o del no". E cita vari esempi: "Se nella battaglia contro l'inceneritore ad Acerra fossimo usciti dalle Giunte locali, quale vantaggio avrebbe avuto la popolazione?". E ancora sul caso Bologna, dove, secondo il segretario, "evitando di ridurre tutto a una scelta tra sì e no, abbiamo evitato di fare un regalo ai nostriavversari ed esaltato i contenuti della questione legalità". Resta l'obiettivo del Prc di "spostare l'asse dell'Unione a sinistra, in rapporto con i movimenti", ma evitando "risposte povere rispetto alle domande della gente".
In sostanza, il Prc deve valorizzare i risultati ottenuti nel confronto programmatico con l'Unione, è il ragionamento di Bertinotti, in quanto in questa fase è prioritaria l'alleanza con il centrosinistra per "cacciare Berlusconi dal governo". "Un partito che non ha l'orgoglio di valorizzare questi risultati - dice il segretario alle minoranze - non è un partito".
Quanto alla possibilità di riuscire a "cambiare" modelli economici e l'atteggiamento degli alleati dell'Unione nei loro confronti, questa dipende "da due condizioni", conclude Bertinotti. "Una è lo scenario europeo: se la Germania e la Francia andassero verso il neocentrismo, il nostro esperimento in Italia sarebbe messo a grande rischio - sottolinea - la seconda condizione è la temperatura del conflitto sociale in Italia".
Infine, sulla sezione italiana della Sinistra europea, che serve a dare "un luogo pubblico di discussione e iniziativa" alle soggettività non iscritte al partito ma aderenti alla Sinistra europea anche in vista di future candidature alle Politiche, Bertinotti specifica che "per un lungo periodo la sezione italiana della Sinistra europea farà le sue scelte attraverso il metodo dell'unanimità perché nel primo periodo nessuno può pensare di imporsi sugli altri".
Bertinotti /5
Agi 26.11.05
Bertinotti: via la falce e martello? Non ci penso
(AGI) - Roma, 26 nov. - "Non ci penso". Fausto Bertinotti liquida cosi', ancora una volta, l'ipotesi di cancellare la falce e il martello dal simbolo di Rifondazione Comunista.
Il segretario del Prc, a margine dei lavori del comitato politico nazionale del partito, conferma la volonta' di costruire in tempi brevissimi ("due o tre mesi") la sinistra alternativa in Italia, ovvero la sezione italiana del Partito della Sinistra Europea, che vedra' insieme e con pari dignita', il Prc e altre forze della sinistra radicale. "Sul simbolo - precisa Bertinotti - non ci saranno novita', ma sulle liste si'. Sul simbolo no, perche' pensiamo che il simbolo che questa nuova soggettivita' politica dovra' utilizzare in questa fase sia quello di Rifondazione e di interlocutori a cui ci siamo rivolti danno questo elemento come acquisito. D'altronde nel nostro simbolo gia' c'e' il riferimento alla Sinistra Europea e gia' ci siamo presentati alle europee con questo simbolo.
Naturalmente, questa connotazione potra' essere ulteriormente rafforzata, ma resta il simbolo di Rifondazione Comunista".