il manifesto 10.2.19
San Giovanni a tre colori: «Finalmente in piazza»
Il
Corteo. La maggior parte dei manifestanti è partita di notte da tutta
Italia: «Era proprio ora di tornare in corteo». Il serpentone che esonda
il percorso per la troppa gente
di Riccardo Chiari
Le
antiche regole della piazza dicono che una manifestazione è riuscita
quando un corteo rompe gli argini del percorso fissato ed esonda nelle
grandi vie limitrofe, felicemente anarchico e confusionario, lasciando i
ritardatari ancora alla partenza mentre all’arrivo sono già in corso
gli interventi dal palco. È quello che è successo alla prima
manifestazione unitaria dei sindacati confederali dopo sei lunghi anni,
baciata da un sole promettente, vissuta anche di corsa da chi è arrivato
a Roma da tutti gli angoli della penisola. Perché i pullman non
aspettano, e il viaggio di ritorno già incombe.
«SIETE TANTI –
tirerà le somme Maurizio Landini – e molti devono ancora arrivare qui in
piazza San Giovanni. Ma noi i numeri non li diamo, ce ne sono già
troppi che danno i numeri, e allora diciamo: contateci voi». Gli esperti
diranno 200mila, gli ottimisti il doppio. Ma davvero non importano i
numeri, quando le prime parole che macchiano il taccuino del cronista
sono invariabilmente: «Era ora»; «Ci voleva»; «Sempre troppo tardi»; «È
solo l’inizio».
Solo dalla vicina Toscana sono stati organizzati
più di 120 pullman, con partenza alle 5 del mattino, mentre i pugliesi e
i veneti sono partiti a mezzanotte e a mezzanotte torneranno a casa.
Quanto ai sardi, in mille sono partiti la sera prima in nave da
Cagliari, e altri 600 da Olbia. Fra i mille volti di chi per vivere deve
lavorare piace ricordare i ragazzi e le ragazze di Foodora, che
arrivati a Cinecittà si mettono il vestito di tutti i giorni, con le
grandi sacche porta-cibo agganciate alla schiena.
SI DEVE ANCHE
RICORDARE, con commozione, Claudia Sorgato, 49 anni, delegata storica
della Funzione pubblica Cisl di Padova, che si è sentita male prima
dell’alba in un’area di sosta sul raccordo anulare. Un infarto l’ha
strappata alla vita e ai suoi cari, tutti i soccorsi, pur immediati,
sono stati vani. Questa gigantesca manifestazione è anche per lei, che è
comunque arrivata a Roma.
Quasi si era persa la memoria
dell’effetto cromatico di una manifestazione unitaria: le rosse bandiere
della Cgil, l’azzurro intenso delle pettorine e dei labari della Uil,
il biancoverde a righe orizzontali della Cisl. In via Fontana c’è un
capannello con al centro un sorridente Nicola Zingaretti, a suo agio
mentre scambia battute e strette di mano con i manifestanti. Dalle
dirette dei social network rimbalzano foto che fanno divertire, compresa
quella con Sergio Cofferati e Massimo D’Alema ritratti insieme, e con
Guglielmo Epifani a chiudere il cerchio.
La sgarrupata ma ancor
viva sinistra italiana, in tutte le sue variegate declinazioni, ha i
sorrisi di Laura Boldrini ed Edoardo Speranza, di Nicola Fratoianni e
Maurizio Acerbo, anche loro in cammino verso piazza San Giovanni insieme
agli spezzoni dei loro partiti. C’è anche Maurizio Martina, che è
dipinto da alcuni come l’erede di Matteo Renzi. Ma Renzi a una
manifestazione che chiede più giustizia sociale, più lavoro di qualità
con diritti e tutele, e rispetto per chi ha lavorato una vita ed è oggi
in pensione, non c’è mai stato.
«ERA ORA – RACCONTA la romagnola
Eliana Rosa – dobbiamo smetterla di pensare che i 5 Stelle siano di
sinistra, perché hanno delle ambiguità grandi come case«. «Ci voleva –
confermano i metalmeccanici reggiani Lucia Selmi e Paolo Di Bernardo,
orgogliosamente Fiom – ed è solo l’inizio perché si può fare ancora
meglio. Ripartendo da quello che il senso più profondo del sindacato.
Ora non dobbiamo sederci e aspettare, lo abbiamo fatto fin troppo.
Muoviamo il culo, e andiamo avanti».
Isabella Zibiello viene da
Napoli, ha la pettorina della Cisl, e tira le somme di quanto sta
accadendo tutto intorno a lei: «Si sono mossi da tutto il paese per
venire qui, vuol dire che c’è un male dentro. Specialmente per i
giovani, che fanno domande di lavoro e inviano curriculum, per sentirsi
sempre rispondere “ti faremo sapere”… E poi non succede nulla».
Giuseppe
e Iacopo Tognazzi vengono da Tivoli ma ci tengono a sottolineare le
origini senesi, hanno entrambi il manifesto ripiegato nella tasca del
giaccone, e sono padre e figlio: «Io dello Spi – spiega sorridendo
Giuseppe – e lui della Filcams. Pensa un po’, mio padre era scalpellino,
io invece ho lavorato in banca: evidentemente in quegli anni
l’ascensore sociale funzionava». «Io invece sono impiegato in una
società di servizi – prosegue Iacopo – mentre i figli della mia compagna
di vita fanno i precari nei supermercati. Io penso che questo sia
esemplificativo di quello che sta accadendo in questo paese».
CON
VIA MERULANA STRAPIENA, il corteo entra anche in viale Emanuele
Filiberto, frammisto a turisti divertiti che, con la loro maglietta
rossa del Galles in attesa di andare a vedere i dragoni al Sei Nazioni
di rugby, si intonano perfettamente al contesto. Hanno due sgargianti
magliette azzurre della Uilm invece Giuseppe Autelli e Giuseppe
Spediacci, arrivano da Bari dove lavorano insieme alla Skf,
multinazionale leader dei cuscinetti a sfera. «Ne valeva la pena di
essere qui, c’è anche il sole, che rende tutto ancora più bello». Nel
mentre Maurizio Landini dal palco ricorda: «C’è l’unità di questa
piazza, per unire il mondo del lavoro. E lo dobbiamo a Susanna Camusso,
ad Anna Maria Furlan e a Carmelo Barbagallo, che hanno iniziato a
settembre a organizzare questa giornata». A salutarlo, fra i tanti, uno
striscione con su scritto: «Meno stati sui social, più stato sociale».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
martedì 12 febbraio 2019
La Stampa 10.2.19
Raddoppiano gli adolescenti che scelgono di cambiare sesso
Il percorso di transizione è lungo e complesso: la durata media è di due anni
di Claudia Luise
Tutti gli stereotipi sono difficili da abbattere ma quelli legati all’identità di genere possono finire per annientare la propria vita e risucchiare nella depressione più cupa.
Si chiama disforia di genere, quando nasci in un corpo di un sesso che senti non ti appartenga. Dentro sei una donna ma tutti ti vedono un uomo, o viceversa. Da non confondere con l’orientamento sessuale: due cose ben distinte che hanno percorsi di consapevolezza e approcci diversi. A Torino c’è un centro dedicato alla Città della Salute, il CiDiGem (Centro Interdipartimentale disforia di genere -Molinette), che rappresenta l’eccellenza in Italia per il supporto che offre alle persone che soffrono di questa condizione. Diretto dal responsabile dell’endocrinologia Ezio Ghigo e coordinato da Fabio Lanfranco, conta un’equipe di una ventina di professionisti oltre che di endocrinologia anche di uro-andrologia, psichiatria, psicologia, chirurgia plastica, chirurgia generale e ginecologia ed è attivo dal 2005. Nell’ultimo anno l’utenza è cambiata molto. Solo nel 2018 si sono rivolte al centro 62 persone, nel 2017 erano state 55. Non è una strada semplice ma un percorso che dura anche due anni: ad oggi la struttura ha in carico 300 pazienti, in totale i casi affrontati dall’equipe sono stati 697 e si dividono equamente tra uomini che si sentono donne e donne che vogliono essere uomini.
«In questi anni - spiega Ghigo - è diventata più intensa la domanda di adolescenti e questo è un problema ancora più complesso quindi si lavora in collaborazione con la neuropsichiatria infantile. Nel 2017 sono stati 13, lo scorso anno 25. E anche l’età è sempre più precoce». Casi che vengono gestiti collegialmente, nel rispetto di protocolli specifici studiati seguendo linee guida adottate in Olanda e Regno Unito, due nazioni all’avanguardia sul tema. «Tutta la famiglia è in transizione, non solo il minore, e l’impatto sociale è forte. Ma oggi le famiglie sono più disponibili ad essere aiutate. Durante l’infanzia dal punto di vista medico non si fa nulla. Con i primi cambiamenti del corpo, se persiste il disagio, è possibile dare più tempo alla persona con dei farmaci che bloccano la pubertà. Ma - sottolineano la psicologa Chiara Crespi e l’endocrinologa Giovanna Motta - devono essere dati in casi davvero selezionati, è una sorta di aiuto alla persona ma anche ai clinici che devono valutare il percorso per confermare lo sviluppo atipico dell’identità di genere». Questi farmaci vengono usati un anno circa, poi si inizia la terapia ormonale per affermare il genere. «Il nostro è un approccio prudenziale - spiegano - abbiamo sempre pensato che non è la prima scelta. A volte anche solo accogliere la richiesta basta a star meglio senza bloccare l’evoluzione della pubertà. Nella nostra esperienza i ragazzini italiani non li richiedono, forse è anche un fattore culturale».
Attualmente sono solo due i casi di questo tipo seguiti al Regina Margherita ed entrambi nell’ultimo anno. «È altrettanto vero che sono aumentate le persone mature con matrimoni e figli e anche in questo caso le cose si complicano, serve un supporto alla genitorialità», aggiunge Crespi. Inoltre è cambiato l’atteggiamento dei medici e le terapie richieste che devono «affermare il genere predominante, mentre prima si parlava di conferma. La maggior parte delle persone però continua a desiderare l’intervento, su 10 appena 2 chiedono solo la modifica dei dati anagrafici». È un processo fatto di sofferenza e speranza, con due avvertenze: «grazie ai gruppi social si può trovare comprensione ma la terapia va personalizzata. E poi il linguaggio è importante e può offendere profondamente».
Raddoppiano gli adolescenti che scelgono di cambiare sesso
Il percorso di transizione è lungo e complesso: la durata media è di due anni
di Claudia Luise
Tutti gli stereotipi sono difficili da abbattere ma quelli legati all’identità di genere possono finire per annientare la propria vita e risucchiare nella depressione più cupa.
Si chiama disforia di genere, quando nasci in un corpo di un sesso che senti non ti appartenga. Dentro sei una donna ma tutti ti vedono un uomo, o viceversa. Da non confondere con l’orientamento sessuale: due cose ben distinte che hanno percorsi di consapevolezza e approcci diversi. A Torino c’è un centro dedicato alla Città della Salute, il CiDiGem (Centro Interdipartimentale disforia di genere -Molinette), che rappresenta l’eccellenza in Italia per il supporto che offre alle persone che soffrono di questa condizione. Diretto dal responsabile dell’endocrinologia Ezio Ghigo e coordinato da Fabio Lanfranco, conta un’equipe di una ventina di professionisti oltre che di endocrinologia anche di uro-andrologia, psichiatria, psicologia, chirurgia plastica, chirurgia generale e ginecologia ed è attivo dal 2005. Nell’ultimo anno l’utenza è cambiata molto. Solo nel 2018 si sono rivolte al centro 62 persone, nel 2017 erano state 55. Non è una strada semplice ma un percorso che dura anche due anni: ad oggi la struttura ha in carico 300 pazienti, in totale i casi affrontati dall’equipe sono stati 697 e si dividono equamente tra uomini che si sentono donne e donne che vogliono essere uomini.
«In questi anni - spiega Ghigo - è diventata più intensa la domanda di adolescenti e questo è un problema ancora più complesso quindi si lavora in collaborazione con la neuropsichiatria infantile. Nel 2017 sono stati 13, lo scorso anno 25. E anche l’età è sempre più precoce». Casi che vengono gestiti collegialmente, nel rispetto di protocolli specifici studiati seguendo linee guida adottate in Olanda e Regno Unito, due nazioni all’avanguardia sul tema. «Tutta la famiglia è in transizione, non solo il minore, e l’impatto sociale è forte. Ma oggi le famiglie sono più disponibili ad essere aiutate. Durante l’infanzia dal punto di vista medico non si fa nulla. Con i primi cambiamenti del corpo, se persiste il disagio, è possibile dare più tempo alla persona con dei farmaci che bloccano la pubertà. Ma - sottolineano la psicologa Chiara Crespi e l’endocrinologa Giovanna Motta - devono essere dati in casi davvero selezionati, è una sorta di aiuto alla persona ma anche ai clinici che devono valutare il percorso per confermare lo sviluppo atipico dell’identità di genere». Questi farmaci vengono usati un anno circa, poi si inizia la terapia ormonale per affermare il genere. «Il nostro è un approccio prudenziale - spiegano - abbiamo sempre pensato che non è la prima scelta. A volte anche solo accogliere la richiesta basta a star meglio senza bloccare l’evoluzione della pubertà. Nella nostra esperienza i ragazzini italiani non li richiedono, forse è anche un fattore culturale».
Attualmente sono solo due i casi di questo tipo seguiti al Regina Margherita ed entrambi nell’ultimo anno. «È altrettanto vero che sono aumentate le persone mature con matrimoni e figli e anche in questo caso le cose si complicano, serve un supporto alla genitorialità», aggiunge Crespi. Inoltre è cambiato l’atteggiamento dei medici e le terapie richieste che devono «affermare il genere predominante, mentre prima si parlava di conferma. La maggior parte delle persone però continua a desiderare l’intervento, su 10 appena 2 chiedono solo la modifica dei dati anagrafici». È un processo fatto di sofferenza e speranza, con due avvertenze: «grazie ai gruppi social si può trovare comprensione ma la terapia va personalizzata. E poi il linguaggio è importante e può offendere profondamente».
La Stampa 10.2.19
Una bimba cade dal quinto piano
La sorella la prende al volo: è salva
di Monica Serra
Salva per miracolo dopo un volo di quindici metri. Afferrata dalla sorellastra di 17 anni che ha avuto la prontezza di lanciarsi verso la bimba in caduta libera ed evitare il peggio.
Si è conclusa con un grande spavento la disavventura che, ieri pomeriggio, ha visto protagonista una bambina di tre anni, precipitata dalla finestra del bagno di un appartamento al quinto piano di uno stabile al civico 111 di via Ornato.
La caduta durante un gioco
Siamo in un contesto popolare, alla periferia Nord di Milano. Davanti al palazzone di piastrelle marroni e verdi, sette piani, c’è solo il prato verde e qualche cespuglio. Proprio lì, poco dopo le 15,30, si è sfiorata la tragedia.
I genitori delle due sorelle , di origine sudamericana, erano fuori per lavoro e avevano affidato le figlie alle cure della zia. In casa c’erano anche due cugine adolescenti. Le ragazze scherzavano e si divertivano insieme. La più piccolina, per scherzo, si è chiusa a chiave in bagno e non è più riuscita ad aprire la porta da sola. Così la sorella più grande le ha passato una busta di plastica sotto la porta, dicendole di mettervi dentro la chiave e di lanciarla giù, dalla finestra, che lei l’avrebbe raccolta e sarebbe tornata ad aprire. Subito la 17enne si è precipitata nel cortile con le due cugine. Mai avrebbe immaginato che la bimba, sporgendosi dalla finestra, perdesse l’equilibrio e cadesse nel vuoto. Istanti di terrore tra le urla delle ragazze. Ma lei, la diciassettenne, che era proprio sotto la finestra, senza esitazione si è lanciata nel tentativo di prendere «al volo» la sorellina, e le ha salvato la vita.
Insieme sono cadute per terra, la più grande è riuscita a proteggere la testa e il corpo della bambina e ad attutire il colpo. Subito la zia ha lanciato l’allarme. Quando i soccorritori del 118, gli agenti delle volanti della questura e i colleghi del commissariato Greco-Turro sono arrivati davanti al palazzone, la piccola era ancora lì per terra, sotto choc, piangeva e urlava per la paura. Ma tutti, con grande sorpresa, si sono resi conto che stava bene. Parlava e si muoveva senza difficoltà. D’urgenza la bambina è stata trasportata all’Ospedale Niguarda.
Per sciogliere la prognosi i medici attendono gli esiti di tutti gli esami specifici necessari, per precauzione, a scongiurare ogni rischio. Ma la piccola sta bene e se l’è cavata solo con un grande spavento.
Una bimba cade dal quinto piano
La sorella la prende al volo: è salva
di Monica Serra
Salva per miracolo dopo un volo di quindici metri. Afferrata dalla sorellastra di 17 anni che ha avuto la prontezza di lanciarsi verso la bimba in caduta libera ed evitare il peggio.
Si è conclusa con un grande spavento la disavventura che, ieri pomeriggio, ha visto protagonista una bambina di tre anni, precipitata dalla finestra del bagno di un appartamento al quinto piano di uno stabile al civico 111 di via Ornato.
La caduta durante un gioco
Siamo in un contesto popolare, alla periferia Nord di Milano. Davanti al palazzone di piastrelle marroni e verdi, sette piani, c’è solo il prato verde e qualche cespuglio. Proprio lì, poco dopo le 15,30, si è sfiorata la tragedia.
I genitori delle due sorelle , di origine sudamericana, erano fuori per lavoro e avevano affidato le figlie alle cure della zia. In casa c’erano anche due cugine adolescenti. Le ragazze scherzavano e si divertivano insieme. La più piccolina, per scherzo, si è chiusa a chiave in bagno e non è più riuscita ad aprire la porta da sola. Così la sorella più grande le ha passato una busta di plastica sotto la porta, dicendole di mettervi dentro la chiave e di lanciarla giù, dalla finestra, che lei l’avrebbe raccolta e sarebbe tornata ad aprire. Subito la 17enne si è precipitata nel cortile con le due cugine. Mai avrebbe immaginato che la bimba, sporgendosi dalla finestra, perdesse l’equilibrio e cadesse nel vuoto. Istanti di terrore tra le urla delle ragazze. Ma lei, la diciassettenne, che era proprio sotto la finestra, senza esitazione si è lanciata nel tentativo di prendere «al volo» la sorellina, e le ha salvato la vita.
Insieme sono cadute per terra, la più grande è riuscita a proteggere la testa e il corpo della bambina e ad attutire il colpo. Subito la zia ha lanciato l’allarme. Quando i soccorritori del 118, gli agenti delle volanti della questura e i colleghi del commissariato Greco-Turro sono arrivati davanti al palazzone, la piccola era ancora lì per terra, sotto choc, piangeva e urlava per la paura. Ma tutti, con grande sorpresa, si sono resi conto che stava bene. Parlava e si muoveva senza difficoltà. D’urgenza la bambina è stata trasportata all’Ospedale Niguarda.
Per sciogliere la prognosi i medici attendono gli esiti di tutti gli esami specifici necessari, per precauzione, a scongiurare ogni rischio. Ma la piccola sta bene e se l’è cavata solo con un grande spavento.
Il Fatto 10.2.19
Il 170esimo anniversario dell’“immortale fantasma” della Repubblica romana
di Massimo Novelli
Il 9 febbraio del 1849, “a un’ora del mattino, si proclamavano il decadimento del potere temporale del Papa, e, conseguenza logica, la Repubblica. Da chi? Dall’Assemblea Costituente degli Stati romani. D’onde esciva la Costituente? Dal voto universale”. Così Giuseppe Mazzini, nel settembre del 1849, scriveva ai ministri di Francia, ricordando la nascita della Repubblica Romana che, agli inizi di luglio, era stata annientata dalle truppe mandate da Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III. Il 3 di luglio, dalla loggia del Campidoglio, era stata promulgata la Costituzione, la più avanzata d’Europa, che, come sarebbe stato scritto, dette “al popolo leggi giuste ispirate alla più pura democrazia”.
Durò poco l’avventura della Repubblica, con cui l’Italia, osservò Leone Ginzburg in pieno fascismo, “cominciò a scoprire la propria vocazione unitaria attraverso i giovani accorsi a Roma da ogni parte d’Italia a sacrificarsi con tranquilla consapevole serenità per la patria comune”. Dopo la fuga a Gaeta di Pio IX, spaventato dal programma liberale e nazionale propostogli, la giunta provvisoria di governo convocò l’assemblea costituente. Il 9 febbraio venne proclamata la repubblica e nominato un comitato esecutivo costituto da Carlo Armellini, Mattia Montecchi e Aurelio Saliceti, che a marzo cambiò con l’ingresso di Mazzini e di Aurelio Saffi. Alla fine d’aprile, a Civitavecchia, sbarcò il contingente francese inviato da Luigi Napoleone, presidente della Repubblica di Francia. L’assemblea della capitale decise di respingere i francesi e il corpo di spedizione borbonico, inseguito da Garibaldi. S’iniziò la gloriosa e drammatica difesa di Roma, che sarebbe crollata il 4 luglio. “La Repubblica romana è caduta”, scrisse Mazzini, “ma il suo diritto vive, immortale fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo”.
Il 170esimo anniversario dell’“immortale fantasma” della Repubblica romana
di Massimo Novelli
Il 9 febbraio del 1849, “a un’ora del mattino, si proclamavano il decadimento del potere temporale del Papa, e, conseguenza logica, la Repubblica. Da chi? Dall’Assemblea Costituente degli Stati romani. D’onde esciva la Costituente? Dal voto universale”. Così Giuseppe Mazzini, nel settembre del 1849, scriveva ai ministri di Francia, ricordando la nascita della Repubblica Romana che, agli inizi di luglio, era stata annientata dalle truppe mandate da Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III. Il 3 di luglio, dalla loggia del Campidoglio, era stata promulgata la Costituzione, la più avanzata d’Europa, che, come sarebbe stato scritto, dette “al popolo leggi giuste ispirate alla più pura democrazia”.
Durò poco l’avventura della Repubblica, con cui l’Italia, osservò Leone Ginzburg in pieno fascismo, “cominciò a scoprire la propria vocazione unitaria attraverso i giovani accorsi a Roma da ogni parte d’Italia a sacrificarsi con tranquilla consapevole serenità per la patria comune”. Dopo la fuga a Gaeta di Pio IX, spaventato dal programma liberale e nazionale propostogli, la giunta provvisoria di governo convocò l’assemblea costituente. Il 9 febbraio venne proclamata la repubblica e nominato un comitato esecutivo costituto da Carlo Armellini, Mattia Montecchi e Aurelio Saliceti, che a marzo cambiò con l’ingresso di Mazzini e di Aurelio Saffi. Alla fine d’aprile, a Civitavecchia, sbarcò il contingente francese inviato da Luigi Napoleone, presidente della Repubblica di Francia. L’assemblea della capitale decise di respingere i francesi e il corpo di spedizione borbonico, inseguito da Garibaldi. S’iniziò la gloriosa e drammatica difesa di Roma, che sarebbe crollata il 4 luglio. “La Repubblica romana è caduta”, scrisse Mazzini, “ma il suo diritto vive, immortale fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo”.
lunedì 11 febbraio 2019
L’Espresso 10.2.19
2019
l’Italia è omofoba
Violenze, minacce, discriminazioni. Così la persona Lgbt diventa il nemico. Nel nuovo clima
di Simone Alliva
Froocio fermati! Ti facciamo la festa di capodanno». Siamo a Perugia, sono le cinque di notte del primo gennaio 2019. Lorenzo ha festeggiato il nuovo anno con gli amici. Lascia il locale: «Forse ero vestito in maniera troppo eccessiva». Cinque ragazzi iniziano a pedinarlo per le vie della città. Lo ricoprono di insulti, lo minaccia-no. «Vieni qua che ti sistemiamo». In pieno centro storico. Bisogna immaginare la scena: Lorenzo pochi metri più avanti, a passo svelto vuole raggiungere la macchina. Dietro cinque ragazzi che gli urlano addosso. Ad assistere indifferente la città: i proprietari dei locali rimasti aperti, gli studenti per le strade. «Mi guardavo intorno, non interessava a nessuno. Io ero la preda, loro cinque i cacciatori». Non è una storia eccezionale, è una delle tante storie che ci presenta il nuovo volto dell’Italia. Quello anti-lgbt, omofobo, violento. Ed è finita bene: «Ho cercato di percorrere le vie più illuminate. Arrivato in macchina, mi sono fiondato dentro e sono partito». Resta la paura: «Sto molto attento a quello che indosso, a quello che potrebbe succedermi se cerco di dare troppo nell’occhio». Le cronache delle aggressioni raccontano di un Paese sprofon-dato nell’odio. Sono tutte dell’ultimo anno, tutte legate alla nuova Italia. Quella del cambiamento, quelladel“prima gli italiani”. Non è bastata l’approvazione della legge che ha introdotto le unioni tra persone dello stesso sesso. Il dibattito pubblico che ne ha caratterizzato l’iter è stato avvelenato. Il 4 marzo è stato come fare marcia indietro al tempo: l’Italia consegnata a chi prometteva di abolire le unioni civili, di cacciare “le streghe” che nelle scuole fanno educazione di genere, di curare gli omosessuali spingendoli all’eterosessualità. In questo Paese, dove niente è come sembra, il tempo vira e va nella direzione del vento, e non sempre è in avanti. C’è M. che ha 16 anni, viene massacrato di botte fino a perdere coscienza il 21 luglio a Torino, perché? «Cammina come un frocio». A Palermo, invece, una coppia di 14 e 15 anni, seduta su una panchina in pieno centro, viene raggiunta prima dagli insulti poi da pugni in bocca, in faccia e da un colpo di casco in testa. Da nord a sud. Le vittime sono omosessuali, lesbiche, trans ma anche eterosessuali. Come i due muratori di Bologna, aggrediti da un 41enne che li ha prima sommersi di insulti omofobi per poi sfondare con un pugno il finestri-no della loro macchina. Erano saliti in auto per prendere una bottiglietta, l’uomo ha frainteso la situazione e li ha aggrediti. Se nel monitoraggio dei media presentato il17 maggio del 2018 Arcigay censiva 119 storiedi omotransfobia riportate nella stampa, con addirittura 4 omicidi riconducibili al movente omo- transfobico, le cronache che vanno dal 1 giugno a oggi raccontano un’Italia sommersa dall’odio verso le persone gay, lesbiche e trans. Tra giugno e luglio, ad esempio, sono stati ben 32 gli episodi, per un totale di 39 vittime, delle quali 22 nel solo mese di giugno e 17 a luglio. La media, in passato, era poco più di 9 vittime al mese. Numeri al ribasso, perché non tutte le vittime hanno il coraggio di sporgere denuncia. Le cifre e le storie sono comunque il preludio dell’anno che verrà. Liste rosa «È l’aria che si respira in questi ultimi tempi. Non che non sia mai successo prima. Ma chi aggredisce adesso si sente spalleggiato, rappresentato da chi ci governa», spiega Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma, che nel mese di novembre ha trovato di fronte alla propria sede un sacco colmo di letame e un grande striscione con la scritta “Lgbt = Abominio perverso! Famiglia è Tradizione”. «Facciamo le riunioni la sera e fuori le macchine sfrecciano urlandoci di tutto, dagli insulti alle minacce. Non ci sentiamo tranquilli». Gli attivisti Lgbt sono diventati un bersaglio particolare di ostilità e campagne d’odio. Associazioni e locali erano considerate zone franche, dove sentirsi a casa. Oggi non più. Oltre agli atti vandalici alle sedi associative, ci sono le aggressioni, le minacce esplicite di morte.
È il caso di Cathy La Torre, presidente di Gay Lex e storica attivista del Mit (Movimento Identità Trans): «Da giugno ricevevo foto sempre di pistole puntate verso di me», racconta a L’Espresso. «È partito tutto con un account fake: ero in bici e mi arrivò questo messaggio: “Pedala e al più presto ti arriverà un colpo di pistola in fronte”, i messaggi riportavano che nemmeno la protezione della polizia mi avrebbe aiutata». Così la vita di Cathy cambia radicalmente: «Sono stata sotto regime di controllo: protezione a vicinanza. Ho fatto tutti i Pride con la scorta e ho modificato il mio stile di vita». Solo tra marzo e giugno Cathy La Torre ha ricevuto una media di 800 messaggi a settimana tra minacce e offese. Nel mese di agosto in soli tre giorni diventano 2200, aveva criticato l’occupazione illegittima di CasaPound. «Non si fermano. Hanno inviato anche alla polizia minacce nei miei confronti. Ho 20 anni di attivismo alle spalle, solo tre anni fa una cosa del genere era impensabile». Omofobia ed estrema destra Proprio la persona Lgbt è diventata il nemico pubblico dell’Italia di estrema destra. Sono moltissimi gli episodi in cui l’ostilità nei confronti delle persone Lgbt viene espressa dalla galassia nera apertamente, con l’appoggio delle frange estremiste cattoliche. A Roma, Federico di 21 anni viene accerchiato da quattro uomini e insultato: «Pezzente, voi froci siete peggio degli zingari». Dopo avergli puntato un coltello sulla schiena viene pestato: pugni in faccia, calci nelle parti intime. Lo picchiano così tanto da farlo cadere a terra con la faccia piena di sangue. «Erano in quattro coi bomber neri e uno aveva la croce celtica tatuata sulla nuca». Nel mese di settembre viene presa di mira una scuola popolare di Milano che offre corsi di lingua agli stranieri. Le scritte sono le solite: insulti agli omosessuali, svastiche. Ci sono anche degli slogan pro Salvini. 30 litri di benzina per bruciarli Rompere il muro dell’omofobia non è facile, a volte si parla ma si resta inascoltati, altre volte chi vede preferisce chiudere gli occhi. Andrea e Angelo hanno rischiato la vita, più volte, hanno denunciato le aggressioni e per questo hanno perso il lavoro. Succede a Verona, terra di Romeo e Giulietta, universalmente nota come la città dell’amore. Trasfigurata ne “la città a favore della vita” da una mozione anti-aborto leghista approvata dal Consiglio comunale. La storia di Angelo e Andrea racconta, in filigrana, questa Italia. Fascista, omofoba e indifferente. Spiega quello che non vediamo e quello che siamo diventati. «La nostra vita è cambiata radicalmente». È l’11 agosto, piazza Bra in centro, fuori da una gelateria Andrea e Angelo vengono insultati da un gruppo di ragazzi: «Culat- toni di merda, rotti in culo». «Perché ci tenevamo per mano», spiega Angelo. Vengono subito dopo schiafeggiati e spintonati. Poco più in là individuano dei vigili: «Ci siamo avvicinati per chiedere aiuto, il vigile non voleva capire. Dopo pochissimo si è avvicinato anche uno degli aggressori, ha toccato la spalla al vigile e gli ha detto “non vedi che sono due froci di merda?”. Il vigile lo ha mandato via senza fare nulla». Dopo l’episodio i poliziotti della Digos hanno individuato e denunciato un ventunenne originario della Romania. Ma l’incubo di Andrea e Angelo comincia proprio da questa inquadratura: la denuncia, il clamore, una grande manifestazione di piazza “Mano nella mano contro l’omofobia” promossa dalle associazioni. «Forse se quella sera i vigili avessero fatto attenzione questo incubo non sarebbe mai iniziato». È la notte del 12 settembre, Andrea sente dei rumori nel cortile di casa. Apre la porta e viene travolto da un getto di benzina che lo colpisce in pieno volto. All’esterno l’abitazione viene ricoperta da una serie di scritte con la bomboletta nera, svastiche accompagnate da frasi come: “Culattoni bruciate” e ancora “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”. Circa 30 litri di benzina per cospargere la casa. Anche qui: denuncia, clamore da parte dei media ma zero solidarietà dalle istituzioni. «Il sindaco Sboarina anzi ci ha attaccato», fuma di rabbia Angelo, «dice che non ha nulla contro di noi ma lui è per la famiglia naturale». Federico Sboarina, avvocato cattolicissimo soprannominato sindaco chierichetto, a marzo ospiterà il Congresso delle Famiglie, il summit mondiale delle associazioni anti-lgbt cattoliche e di destra. «Verona è sempre stata così ma adesso è peggio. Tutto intorno lo è. Noi abbiamo perso il lavoro. Abbiamo un’impresa edile e i nostri clienti hanno sempre saputo di noi. Tre anni fa io e Andrea ci siamo sposati in Spagna. Dopo la denuncia, l’esposizione mediatica, i clienti hanno disdetto tutto. Si vergognavano». Vietato l’ingresso La cortina di omotransfobia attraversa le istituzioni e si diffonde nel tessuto sociale serrando porte e finestre: le strutture alberghiere rifiutano le persone Lgbt, i locali pubblici vietano di baciarsi o tenersi per mano, le case in affitto vengono negate. Ai primi di giugno Valentina risponde ad un annuncio in cui chiedevano disponibilità di ragazze per lo stand delle pistole sul Lungotevere. Un lavoro estivo, da svolgersi tra luglio e agosto.
Viene rifiutata perché troppo mascolina: «Prima capisci qualcosa sulla tua identità poi ti potrai proporre per lavori in cui si cercano ragazze». Il 21 dello stesso mese due ragazze si scambiano un bacio all’interno del caffè Mc Donald’s a Napoli, vengono sgridate e invitate a uscire: «Una signora ci guardava con disprezzo e paura». Nel mese di agosto Ivy 19 anni, iscritta all’università di Lettere di Palermo, non riesce a trovare una stanza in affitto: «Mi hanno chiuso il telefono in faccia dopo che ho detto che ero trans. Oppure mi hanno detto esplicitamente che le altre ragazze non sarebbero state tranquille». E sempre nel mese di agosto a Casarano, in provincia di Lecce, un proprietario di casa si rifiuta di concedere l’affitto a una coppia gay. «Preferisco affittare casa ad una famiglia normale», dichiara l’uomo all’agente immobiliare che, pur avendo già incassato la caparra, ha dovuto dare la notizia alla coppia, ormai già pronta a trasferirsi. Questa Italia diventa anche il paese dell’altro mondo. Del mondo sottosopra, capovolto, dove sono gli studenti a bullizzare i professori. Come è successo a un insegnante di Imola che per un anno ha sopportato insulti, scritte volgari alla lavagna nella quasi totale indifferenza degli altri docenti e della preside. Il tentativo del vicepreside, che aveva dato inizio a un percorso disciplinare, soffocato dai genitori «che non si sono mai preoccupati di chiedere scusa all’insegnante dei loro figli». La denuncia arriva a fine maggio da un amico dell’insegnante, anch’egli vittima di attacchi omofobi, con una lettera pubblicata dal sito Gaynews.it, testata diretta da Franco Grillini. Ancora più grave il comportamento della dirigente scolastica: «Non gli ha espresso solidarietà, né si è presentata ai collegi straordinari dei docenti per l’adozione di provvedimenti disciplinari. Anzi, ha cancellato dal registro elettronico le note che facevano riferimento a questi gravi atti». La preside sulla vicenda ha chiesto il silenzio. Gli alunni? «Penso che abbiano capito il messaggio», ha risposto, «non so se con l’insegnante si sono scusati tutti, ma di certo i genitori hanno capito». Rompere il silenzio Eppure rompere il silenzio dopo una violenza sarebbe la prima risposta da dare. La violenza cerca un alleato nel senso di colpa, nel “te la sei cercata”, aggredisce la vittima e la fa tacere. Dire “mi hanno aggredito” e indicare l’aggressore è la prima mossa per allentare la catena dell’omofobia. Ma non è facile compierla. Nel 2017 nel centro di Bari una coppia in vacanza in Puglia, è stata prima insultata mentre usciva da un locale. Successivamente picchiata: calci e pugni per essere poi essere rapinata. Il tribunale di Bari ha condannato il 31 gennaio 2019 i tre aggressori a due anni di reclusione. Per il giudice un «pestaggio animalesco a sfondo sessista», «brutale». Le vittime «per paura di ritorsioni» - come da loro dichiarato - non si sono costituite parte civile. «Un segnale», commenta Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. «L’as- senza di una legge penale di contrasto dell’omotransfobia espone le vittime a una condizione di vulnerabilità estrema, da cui legittimamente si mettono al riparo. Perciò spesso non denunciano o addirittura rinunciano a quel poco di giustizia che è loro dovuta. Trattata il più delle volte come materia da talk show, ridefinita ogni volta nelle contrapposizioni degli opinionisti di turno. Una questione di opinioni, insomma, delegata dalla politica, in modo pilatesco, ai tribunali popolari». Lega-M5S divisi anche sui gay Doveva essere una legge contro l’omofobia, ma si è tramutata in una paccottiglia di emendamenti, schiacciati dall’alleanza gialloverde. Era il 2013, quando la norma approdò in Parlamento, per poi rimanere saldamente ferma al Senato, dimenticata dalla sinistra e destinata all’oblio dalla destra. Il disegno, in attesa di approvazione da sei anni, dovrebbe introdurre il reato di discriminazione e istigazione all’odio e alla violenza omofobica e transfobica. Pena prevista da sei mesi a quattro anni e una multa fino a seimila euro, il tutto mitigato da quel «non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza».
Alberto Ribolla, giovane deputato del Carroccio, è stato uno dei pochi leghisti ad essersi seduto a un tavolo con Arcigay. Oggi ammette: «Una legge contro l’omofobia non è nella agenda politica». Il problema sono gli ultra-cattolici intransigenti del suo stesso partito, come Simone Pillon e il ministro Lorenzo Fontana. Ribolla quindi allarga le braccia e ripete: «Ci atteniamo alla linea di Matteo Salvini». E qual è? «Chi commette violenze contro gli omosessuali è uno stupido». E allora perché non tornare a discutere una legge? «Perché al momento le priorità sono altre». Quanto alla posizione degli alleati di governo, «non abbiamo mai discusso di questo», dice Ribolla. Già, il Movimento 5 Stelle. Era il 18 settembre del 2013 quando i grillini si presentarono in aula con dei garofani rosa nel taschino o tra i capelli, imitando i deputati inglesi, che si presentarono così a Westminster per l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il fiore però perse i petali di fronte alla decisione di sospendere la seduta in Commissione Giustizia e attendere che la maggioranza, formata all’epoca dal Pd e il centrodestra trovasse un accordo sull’estensione del reato di omofobia alla legge Mancino. I pentastellati insorsero, chiesero le dimissioni della presidente della Camera, Laura Boldrini, «perché se l’accordo non c’è, le leggi si discutono in Aula». Il giorno dopo un nuovo gesto dimostrativo: il bacio in bocca con il compagno di banco per chiedere l’approvazione della norma. Da allora il silenzio siderale, se non per una dichiarazione di Vincenzo Spadafora in Commissioni riunite Affari costituzionali, lavoro e Affari Sociali: «Rimane l’auspicio sulla legge contro l’omofobia anche se non la prevede il contratto». E con “l’auspicio”, la questione è definitivamente nel dimenticatoio. E.T
L’Espresso 10.2.19
Quel bisogno di umiliare l’altro
di Natalia Aspesi
“Tollerare l’omosessualità equivale ad accettare la pedofilia e il satanismo”. Mah, povera signora, Silvana Mari, scrittrice fantasy, l’hanno condannata a pagare una multa neanche troppo salata, 1500, euro per questa stupidaggine. «Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay». Tipico pensiero sgangherato di Vittorio Feltri, diventato il titolo di prima pagina del suo Libero: vero tra l’altro, ma per quel che riguarda l’economia chieda al governo e per i gay si vede che non deve essere male. Ai miei tempi gli omosessuali non esistevano: tutti gli uomini che conoscevamo erano fidanzati o si fidanzavano con noi, erano mariti devoti e padri affettuosi; non c’era nemmeno la parola per eventualmente definirli, al massimo una criptica nube di silenzio oscurava certi giovanotti amanti dell’opera e soprattutto del balletto, fedeli alla loro fidanzata morta vent’anni prima e che piacevano pazzamente alle mamme di zitelline incollocabili. Quando nel 1937, mentre abbondavano i pestaggi fascisti a gruppi di misteriosi giovanotti, uscì “La contessa di Parma” di Blasetti, si pensò che Umberto Melnati facesse gestolini e avesse l’erre moscia, simbolo perverso di chic da ridere, in quanto sarto per ricche dame e non altro. Poi si sa i tempi cambiano, cambia tutto e adesso, difficili e pericolosi decenni dopo, sono migliaia le persone che lacrimando di commozione, hanno la gioia patriottica e democratica di assistere tra decorazioni di fiori bianchi, assessore con striscia tricolore, testimoni eleganti, alle unioni civili di cari amici, due donne, due uomini anche ottantenni. Finalmente sposi! Persino nella vecchia Italia peccatrice e sessuomane è accaduto: di colpo, dopo mezzo secolo di terrorismo omofobo non si sa se più democristiano o più semplicemente maschile nella difesa cieca della coppia mai abbastanza procreatrice, il povero Renzi premier riuscì a far approvare una legge di riconoscimento delle unioni omosessuali, mentre già in molte nazioni il vero matrimonio era esteso a tutti: e forse anche per questo suo successo civile Matteo, quello democratico, è tuttora inesorabilmente detestato. Recente manifesto a Verona: “Zona altamente inquinata da immondizia abbandonata e infestata da finocchi molesti”. Pochi giorni fa nel giro elettorale in Abruzzo, il vice premier e ministro dell’Interno: «Fin che campo difenderò il diritto dei bimbi ad avere una mamma e un papà e combatterò contro utero in affitto e adozioni gay». Ci si poteva aspettare che questo altro Matteo, per ora adorato dal Popolo, proseguisse promettendo di difendere anche il diritto dei bimbi a non essere ammazzati da babbo o mamma o privati dalla mamma ammazzata da babbo. Sono momenti duri questi, di incattivimento nuovo, irragionevole e passivo, che impedisce di sopportare oltre la convivenza, la pace che dura da troppi decenni. Riaffiora questo improvviso bisogno di sangue, di guerra, di trincea, di assalto alla baionetta, meglio ancora di atomica, per i fortunati paesi che ce l’hanno. Solo che non si sa più bene chi infastidire, chi far soffrire, chi umiliare, chi escludere, e perché no chi ammazzare. E siccome odiare i cosiddetti Poteri Forti assicura la sconfitta, e odiare gli immigrati non dà risultati di strage promessa e innesca nuove paure o addirittura nuovi rimorsi, e odiare l’Europa pare una impresa pericolosa e odiare i cosiddetti radical chic sa un po’ di muffa, eccoli lì i nuovi nemici, anzi i nemici di secoli, o meglio le facili vittime di sempre: questi froci, questi culattoni, questi rottinculo, questi anormali, questi malati, che si nascondono dentro un aspetto qualsiasi, professioni qualsiasi, convivenze qualsiasi, anche famiglie qualsiasi, quindi difficili da stanare. E quelle sporcaccione che appaiono anche nel nuovo film di Eastwood, “the mule - Il corriere”? Una masnada di motocicliste grasse, muscolose, rapate e in completo di cuoio nero, le famose lesbiche degli incubi maschili? La nostra tivù, anche di Stato, causa audience, ha sdoganato in fretta l’omosessualità, con una serie di cronache sui matrimoni gay con interviste a genitori estasiati; in certe trasmissioni molto seguite come Portobello, è capitato che si aiutasse un ospite gay a trovare il suo partner, e fu un grande successo, mi pare a un Festival di Sanremo, invitare una signora con barba e baffi, dove in altra occasione aveva trionfato una coppia malauguratamente etero con sedici figli. Poi una sera il presidente del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi chiese inutilmente che la Rai non trasmettesse un film con Ornella Muti, in cui due uomini si baciavano senza essere mafiosi, il che invece è consentito far vedere. Sempre in difesa “dei nostri bimbi”, che se davvero piccini a quell’ora dovrebbero essere a letto e se decenni sui loro telefonini ne vedono di ogni colore. Non si sono ancora sentite proteste rilevanti per quel che si vede al cinema forse frequentati dagli omo ma non dagli omofobi, e neanche per le piattaforme streaming, come sul diffuso Netlix; dove per esempio nella serie “Le Regole del Delitto Perfetto” due bei ragazzi maschi innamorati passano tutto il tempo a togliersi le mutande e a saltarsi addosso contentissimi. I siti gay confermano che stanno aumentando l’odio, il disprezzo, la voglia di menare, sul web, nelle lettere ai giornali, nelle parole di molti personaggi antichi del nuovo parlamento e governo. Tra le tante lettere di insulti a me e al mondo, che il signor Gianluca Bovi mi scrive da un paese alle porte di Salerno, ce ne è una più illuminante delle altre: «Sono anche dichiaratamente e orgogliosamente omofobo. Mi scusi, siete voi di sinistra a voler far girare il mondo alla rovescia con le vostre teorie sul gender. E ci tocca a noi “omofobi” subire tale epiteto con l’intento di essere giudicati duramente e negativamente...». È omofobo, il signor Bovi, 47 anni, ma è pure razzista, «una persona che se ne vuole stare con la propria etnia, nel mio caso quella caucasica...». Ma soprattutto odia le donne: «Che le donne facciano schifo è un fatto oggettivo... Si chiede se sono misogino? E come può un uomo non esserlo, visto quanto siete viscide e subdole e rompiballe...le ho espresso il sentire del popolo...». Anni fa ricevevo lettere di maschi orripilati dal femminismo, adesso è tutto il genere femminile che odiano: e credo che tutti questi nemici vengano intrecciati tra loro: stranieri, neri, gay, donne. Non si è mai visto un governo più razzista, omofobo, misogino di questo, neppure ai tempi dei democristiani più vaticani, e può essere questo uno dei richiami più forti per il consenso del Popolo; che può finalmente ribellarsi a tutto ciò che lo inquieta, e prima di tutto le donne, che non sono come dovrebbero essere secondo il pensiero di chi non vuole rinunciare al solo potere sicuro, quello di qualsiasi maschio su qualsiasi femmina. Molto frequentato è il sito Sexodus, dedicato «agli uomini che rinunciano alle donne e si ritirano dalla società» con previsioni apocalittiche, il crollo delle istituzioni perpetrato dalle donne dette femministe, il rifugio degli uomini nel porno, nel feticismo, nella dipendenza dalle droghe e dai videogiochi... Qualche giorno fa si è riunita una commissione della Lega per intervenire sulla legge che consente l’interruzione della gravidanza: tutti uomini maturi e un paio di signore. Un muro compatto di donne con cartelli gridava contro la tavolata horror, e allora un tipo grassottello si è alzato furibondo e si è scagliato contro le manife- stanti: ancora non si era mai visto un attacco fisico contro le donne che difendono la loro libertà e la loro vita.
L’Espresso 10.2.19
Oltre il buio, l’umanesimo
La questione in Italia non è se serve o no un partito dei cattolici. La questione è se per uscire dall’odio servono o no i valori cristiani. Opposti a quelli branditi oggi dalla destra
di Giuseppe Genna
L’altra sera, primo di febbraio, uscito per una passeggiata pericolosa nel Bosco di Rogoredo a Milano, l’area di spaccio più vasta d’Europa, lungo i binari della ferrovia, fumiganti nella nebbia gelida, tra l’erba sbiancata ho visto piccole luci, quasi intermittenti e ho impoeticamente pensato a uno smartphone rubato o perduto. Avevo torto: erano lucciole. Il fenomeno mi è parso ai limiti del credibile. Le lucciole, si sa, sono scomparse da decenni e soprattutto non brillano in pieno inverno cittadino. Invece i piccoli coleotteri luminosi sono ritornati, nonostante l’inquinamento, la polluzione che contamina aria acque e territori. Al parco delle Cave, dall’altra parte della metropoli, da qualche anno si organizzano passeggiate estive per ammirarne gli sciami. E dunque mi è tornato alla mente il celebre articolo che Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, proprio l’1 febbraio, nel 1975, nove mesi prima di morire, intitolato “Il vuoto di potere” e passato alla storia come l’articolo delle lucciole. Pasolini, fraterno e lontano, constatava la scomparsa delle lucciole nelle campagne italiane, un fenomeno repentino e sconvolgente, una mutazione improvvisa della natura che attestava un più profondo cambiamento nella storia occidentale e, in particolare, in quella nazionale. Ne desumeva un discrimine, con cui era in grado di argomentare la trasformazione del regime democristiano, che dal ’45 alla sparizione degli insetti lumescenti si presentava come continuatore clericale delle istanze del fascismo storico e, dopo la scomparsa delle lucciole, esprimeva un nuovo tipo di fascismo, in cui chiesa, patria, famiglia e ordine non contavano più - a sostituirli erano improvvisamente i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla precedente, contadina e paleoindustriale. Un vuoto valoriale riempito di efficientismo e tecnocrazia e sottomissione al giogo delle multinazionali, che restituiva sintomi anzitutto linguistici: mentre sparivano le lucciole, «gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal ’69 ad oggi, nel tentativo di conservare comunque il potere». Pasolini emetteva un acuto sorprendente, pochi mesi prima del suo massacro e tre anni prima di quello che avrebbe coinvolto proprio “il meno implicato di tutti”, Aldo Moro,in un affaire da cui l’Italia non avrebbe mai potuto prescindere, storicamente, antropologicamente. E ora le lucciole sono tornate. C’è una palingenesi, un adattamento della natura, che supera ogni inquinamento. Forse dunque si dovrà affrontare il tema di un terzo tempo del cattolicesimo in politica.
Che cosa comporta il ritorno delle lucciole? Probabilmente, che “il meno implicato di tutti” sia quarant’anni dopo il più implicabile. «Chi non vede la rinnovata ipocrisia, il disprezzo della volontà dei popoli, la gerarchia delle potenze? E nell’interno degli Stati ancora faziosità, incomprensione, violenza, decadere progressivo del senso umano della vita sociale e l’intrinseca debolezza della istanza democratica. Le responsabilità di questo stato di cose sono di tutti noi»: è una descrizione impressionante del presente ed è stata scritta da Moro a due anni dalla caduta del fascismo, quando la democrazia incompiuta stava facendosi, anche grazie a Moro stesso. Le condizioni storiche sono tutte attive: dalla volontà dei popoli che viene disprezzata al predominio delle gerarchie di potenze transnazionali, che si esprime oggi in una richiesta di diminuzione della democrazia partecipata, con spinte totalitarie esplicite, in fase di germinazione e pronte a maturare. Patria, famiglia e ordine, ribaltando Pasolini, sono tornati a essere i “valori” dell’età sovranista, in cui padre Antonio Spadaro, nello scorso numero di questo giornale, ravvede l’esito di una «colonizzazione ideologica», che ha sostituito la paura alla pietà come reazione prima all’apparire dell’altro. L’articolo di Moro si intitolava “Ritorno all’uomo” e non ritorno alla teocrazia. È nell’incandescenza di questo punto che si gioca il tempo in cui sono tornate le lucciole.
Se oggi si chiedesse a un istituto di ricerca un sondaggio sull’eventuale ritorno di un soggetto politico a ispirazione cristiana (che il quotidiano Libero si è affrettato a definire «il partito degli orrori») si otterrebbero dati prossimi al 2 per cento. Una fotografia del presente, che è frutto della strategia cattolica all’indomani dell’estinzione della Democrazia Cristiana, ovvero l’obbiettivo polemico di Pasolini. Si sbaglierebbe tuttavia a considerare numericamente la faccenda del ritorno di un simile movimento politico. «La sistemazione teorica generale in questo Paese fa premio», affermò in tempi sospetti Romano Prodi (in Italia qualunque tempo è sospetto). E forse da quei tempi bisogna partire per riflettere. Pasolini non poteva prevedere il crollo della cosiddetta Prima Repubblica, dalle cui ceneri emerse il consenso a Silvio Berlusconi, rispetto al quale l’allora capo dell’episcopato italiano, Camillo Ruini, propose lo sdoganamento, certificando la fine dell’unità politica dei cattolici e mostrando di «apprezzare consonanze o adesioni anche parziali (quelle di Forza Italia, ndr) sui temi dell’insegnamento sociale cristiano». Ciò che restò a ergersi sempre e compattamente contro la deriva iperliberista del berlusconismo, dagli anni Novanta fino a poco prima della ricomparsa delle lucciole, fu tuttavia il nucleo della sinistra democristiana, ovvero l’erede del discorso umanista di Moro, tra i cui nomi si possono registrare quelli di Sergio Mattarella e Leoluca Orlando. Che, per nulla improvvisamente, ad altezza 2019 sono uno, nelle vesti di Presidente della Repubblica, il garante della tenuta democratica e l’altro il principale oppositore delle politiche portuali di Matteo Salvini, contro cui ha il coraggio di intraprendere uno scontro istituzionale senza precedenti.
È un radicalismo cattolico antagonista all’idea dell’identità chiusa, che vorrebbe intestarsi Salvini in persona, col suo goffo tentativo di accreditarsi in Vaticano. Si tratta piuttosto di un’idea di uomo che ripristina nell’azione politica i valori evangelici dell’amore, della pietà, della dialettica: ovvero la metà in ombra dell’astro politico cattolico, che Pasolini non vedeva. Esistono ferite aperte nel discorso pubblico, alle quali la sinistra maggioritaria non è stata e non pare in grado di proporre suture e superamenti: il conflitto con religioni spacciate per aliene o il travestimento delle più perniciose istanze del capitalismo sotto spoglie di sovranismo - cioè il condizionamento di un popolo che non è più tale, perché ridotto a termitaio: nemmeno a termitaio, bensì a massa indistinta di individui presso cui la solidarietà è diventata un disvalore, a partire dall’idea stessa che la comunità funzioni politicamente attraverso la concessione di una delega di rappresentanza.
Ad altezza 2019 non è più vero che sia anzitutto la lingua a offrire i sintomi del mutamento. Al disumanismo dell’estrema destra ora al governo si oppone in ogni caso l’umanismo cattolico. E tuttavia, da scrittore, non posso ignorare i sintomi della lingua. Del resto, come intuì Leonardo Sciascia a proposito di Aldo Moro, era la letteratura stessa a spiegarne la tragedia (sostantivo di natura letteraria). Testimonia Pietro Boselli che il giovane Moro studiava per ore sul balcone di casa e, affranto dalla stanchezza, restava in bilico sul parapetto fino a notte fonda. In “Amerika” di Franz Kafka, il protagonista Karl Rossman si trova confinato sul balcone e lì accanto, anch’egli su un balcone, c’è uno studente che non fa altro che studiare, non dorme mai, studia sempre e Karl gli chiede quando dorme: «Già, dormire: quando avrò finito gli studi». Le lucciole sono riapparse e lo studente ha finito di studiare, ha dormito e ora sta per svegliarsi.
L’Espresso 10.2.19
Disuguaglianze, indietro tutta Hanno prodotto ingiustizia, rabbia e sovranismo
Eppure si possono ridurre, invertendo una tendenza trentennale. Le proposte del Forum di Fabrizio Barca
di Alessandro Giulioli
Dopo quasi due anni di lavoro sottotraccia - lontano dai riflettori, dai partiti e dalle controversie quotidiane di palazzo - il Forum delle disuguaglianze e delle diversità è arrivato al dunque. Cioè alla pubblica presentazione (il 25 marzo a Roma) delle sue analisi e delle sue prime proposte per una maggiore giustizia sociale in Italia. Il Forum è un cartello di associazioni, economisti e studiosi il cui volto più noto è Fabrizio Barca, ex ministro, nome storico della sinistra italiana. Ma sarebbe sbagliato ridurre l’iniziativa a lui perché invece ha una vasta e doppia anima: quella di chi sta ogni giorno sul territorio con l’associazionismo e quella di chi studia i macrofenomeni, i dati, le tendenze. Ne fanno parte la Fondazione Basso, la Caritas, Legambiente, ActionAid, Cittadinanzattiva, la fondazione Comunità di Messina, Dedalus Cooperativa sociale, l’Uisp. Ci sono poi, a titolo personale, economisti, sociologi, accademici e ricercatori di diversa estrazione. Da questa alleanza sta nascendo la bozza di quello che è stato chiamato “Programma Atkinson per l’Italia”, dal nome del grande economista inglese morto due anni fa dopo aver dedicato una vita a questi temi con decine di libri di cui l’ultimo, il monumentale “Disuguaglianza. Che cosa si può fare?”, è stato pubblicato nel 2015 da Cortina. Quella che segue è un’intervista collettiva ad alcuni degli esponenti del Forum (vedere in fondo) che abbiamo ospitato nella redazione dell’Espresso per conoscere il senso di questa iniziativa e capire se può accendere una luce nel buio dei progressisti italiani.
Prima di tutto una presentazione: come nasce la cosa che state facendo e soprattutto che obiettivi ha? «Oggi tutti parlano di diseguaglianze, anche chi ha concorso a produrle e chi le sta sfruttando per imporre una dinamica autoritaria. Noi invece facciamo una diagnosi delle loro cause per arrivare a proposte concrete di trasformazione, di inversione. Lo scopo del Forum quindi è semplice: attraverso l’analisi, arrivare a offrire strumenti praticabili, traducibili in azioni e indirizzi per superare le diseguaglianze o quanto meno il loro eccesso, causa principale della grande crisi in cui ci troviamo oggi, della reazione sovranista e autoritaria che vediamo non solo in Italia. La somma e l’interazione delle diseguaglianze, in crescita da decenni, hanno infatti prodotto in vaste fasce della popolazione paure e rabbie, ma non ancora una alternativa credibile di emancipazione. L’obiettivo del nostro lavoro è contribuire proprio a questa alternativa. Il primo pacchetto di proposte arriverà tra poco più di un mese, poi il Forum lavorerà per dibatterle, farle camminare, sperimentarle, at- tuarle, assieme ad amministrazioni, politici, organizzazioni, sindacati, attivisti, cittadini, decision maker a ogni livello. Insomma all’azione pubblica e collettiva». Entrando più nello specifico, di che cosa vi occupate? «Abbiamo deciso di partire dai tre momenti fondamentali in cui si forma la ricchezza. Primo, le trasformazioni tecnologiche nella produzione - la rete, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, la robotica - che modificano radicalmente il modo in cui si forma la ricchezza. Secondo, il tema delicatissimo del passaggio da una generazione all’altra: oggi nascere in un determinato contesto significa vincere o perdere nella lotteria sociale. Terzo, il rapporto tra chi lavora e chi controlla le imprese, con l’esigenza che ai lavoratori - dalle fabbriche alla gig economy e oltre - venga assicurato un salario sufficiente, l’autonomia, la dignità. È in questi tre campi che si gioca la partita, è qui che il Forum vuole intervenire con la sue proposte. Non tanto perché questo è utile nel ridurre le tensioni sociali, nello sbloccare la crescita, ma proprio perché è giusto, perché risponde a un senso profondo di giustizia sociale».
In che modo la tecnologia ha modificato la produzione di ricchezza? «Negli ultimi trent’anni la rete, il digitale e la logica delle piattaforme hanno prodotto arricchimenti enormi e velocissimi. È stato un fenomeno travolgente che ha trasformato anche il mercato del lavoro: non solo sotto l’aspetto delle competenze, ma soprattutto in termini di polarizzazione delle mansioni e delle retribuzioni. Tuttavia un punto deve essere chiaro: la tecnologia non produce per forza, fatalisticamente, le disuguaglianze. Sono le scelte politiche che le causano. Quindi scelte politiche diverse possono ridurre le disuguaglianze. Ed esistono pratiche che possono invertire l’attuale tendenza. È una scelta, ad esempio, quella di usare gli studi sul Dna per far vivere 130 anni pochi ricchissimi o per produrre farmaci a basso prezzo per tutti. È stata una scelta quella di non regolamentare l’uso dello straordinario pool di conoscenza accessibile che si è creata con la rete e gli algoritmi, tra l’altro grazie a finanziamenti pubblici. È stata una scelta lasciare che queste informazioni fossero acquisite da pochi soggetti con metodi non sempre trasparenti, generando uno scambio ineguale tra corporation digitali e cittadini. E quest’ultima è una questione che va a toccare il concetto stesso di democrazia, di controllo democratico».
Il secondo punto, quello del passaggio generazionale, ha una rappresentazione plastica nel divario dell’istruzione. È sempre più ampia la forbice tra le scuole d’élite - quelle che formano l’uno per cento di domani - e tutte le altre...
«Sì, ma attenzione perché il problema è più ampio e noi vogliamo concentrarci sull’aspetto collettivo - non individuale - della formazione di disuguaglianze nel passaggio generazionale. Per capirci: oggi anche a parità di istruzione chi nasce in una famiglia povera non ha le stesse possibilità di chi nasce in una famiglia ricca. La disuguaglianza nelle nuove generazioni ha a che fare con tante cose: l’ambiente che si frequenta, i servizi che ci sono sul territorio, i viaggi che si possono o non possono fare, anche il livello di relazioni che ha o non ha la famiglia di origine. Dai nostri dati risulta ad esempio che, tra i redditi da lavoro, la differenza di titolo di studio spiega una quota piccolissima del divario di stipendio; per contro, a parità di titolo di studio ci sono grandi differenze di reddito. E il figlio meno istruito di una buona famiglia in media guadagna di più del figlio laureato di una famiglia povera».
Dov’è quindi il centro del problema?
«Nel riequilibrio di potere - di potenzialità reali - tra le persone. Ci siamo forse un po’ disabituati a parlare di potere e di trasferimento di potere, di politiche pubbliche che rendono davvero più uguali le opportunità».
E questo è connesso anche con il terzo campo in cui volete giocare, quello dei rapporti nella produzione, nel lavoro. «Certo, perché la relazione negoziale tra i lavoratori e chi controlla l’impresa è il luogo principale da cui discendono la distribuzione di ricchezza, i divari retributivi e lo stesso indirizzo del cambiamento tecnologico. Anche in questo caso sono state scelte politiche quelle che hanno sbilanciato questa relazione. Bisogna favorire il reinvestimento nel dividendo - incluso quello che deriva dall’innovazione - non solo rendendolo più favorevole al reddito, ma anche in servizi di cura della persona, dell’ambiente, del riequilibrio tra zone benestanti e aree dimenticate. Senza scordare che il lavoro non è solo salario ma anche autonomia e soddisfazione del lavoro: e qui l’obiettivo delle proposte sarà anche nella direzione di ridurre le mansioni ripetitive e ridurre la loro polarizzazione, anziché accrescere il controllo gerarchico». Come state arrivando a queste proposte concrete?
«Abbiamo un metodo bidirezionale, diciamo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Il primo è quello di sperimentare dalla teoria alla pratica, dallo studio al territorio. Il secondo va alla rovescia: e arriva alla teorizzazione attraverso i risultati delle pratiche migliori che già esistono, in Italia e all’estero. Abbiamo poi una metodologia sperimentale e partecipativa: in tutti i nostri incontri il consensus è la condizione di ogni diagnosi e quindi di ogni proposta».
Mi è chiaro che non siete un partito, però non siete neanche un semplice think tank, dato questo rapporto continuo con il reale che va oltre gli studi accademici. In ogni caso nel vostro percorso dovrete cercare degli interlocutori, se non proprio delle alleanze...
«Gli interlocutori saranno le persone di buona volontà, a partire da quelle che all’interno della società già stanno facendo queste cose o potrebbero farle. Possono essere amministrazioni comunali avanzate, come quelle che in questo momento stanno facendo rete in Italia e all’estero - da Barcellona a Palermo, da Milano a Messina - per creare piattaforme di partecipazione dei cittadini. Ma anche università interessate a una maggiore giustizia sociale attraverso modalità sperimentali, imprenditori disponibili a provare le soluzioni che proponiamo nel settore del lavoro, naturalmente sindacati impegnati nel costruire nuove forme di tutela dei lavoratori. Ci sono cose che già in parte avvengono, come si diceva, ma non sono ancora messe a sistema».
E i partiti?
«Fino a pochi anni fa offrivano un terreno, oggi molto meno. Pensano più alla tattica e alle prossime elezioni che alla costruzione. Ma speriamo di avere comunque interlocutori anche dentro i partiti».
Anche ammesso che le vostre proposte siano raccolte, poi come potrebbero incidere veramente in un capitalismo sempre più globale, dove tutto dipende da grandi fenomeni economici e finanziari che non si possono più controllare a livello locale?
«I fenomeni economici di cui lei parla non sono ontologici e ineluttabili: sono il frutto di regole, regole del gioco. Regole che, così come sono, producono sempre maggiore ingiustizia sociale. Noi non crediamo che sia indifferente se in ogni Paese ciascuno fa pro- poste per modificare queste regole del gioco. Anche in Italia, che è la seconda potenza manifatturiera d’Europa, ha un Pil tra i primi dieci del mondo, un eccellente sistema di piccole imprese e un mondo del lavoro vivace. Il nostro è un Paese che può contribuire a cambiare i regolamenti internazionali, le regole del gioco. No, non siamo velleitari o almeno cerchiamo sempre di non esserlo».
All’intervista collettiva con il Forum Disuguaglianze Diversità pubblicata in queste pagine hanno risposto: Fabrizio Barca, statistico ed economista, docente universitario, coordinatore del Forum. Vittorio Cogliati Dezza, insegnante, nella segreteria di Legambiente, dove si occupa di politiche sociali. Nunzia De Capite, sociologa di Caritas Italiana dove si occupa di povertà e politiche sociali. Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid. Maurizio Franzini, professore di Politica Economica all’Università La Sapienza di Roma. Elena Granaglia, professoressa di Scienza delle Finanze all’Università Roma Tre.Patrizia Luongo, economista, si occupa di povertà e disuguaglianze. Andrea Morniroli, della cooperativa sociale Dedalus, dove si occupa di politiche di welfare. Silvia Vaccaro, giornalista, si occupa di comunicazione sociale e di tematiche di genere.
L’Espresso 10.2.19
Hovistocose di Beatrice Dondi
Sorelle d’Italia Storie di donne per un racconto universale. “Le Ragazze” su Rai Tre
L’Italia è un Paese di poeti, santi e navigatori. E di operaie, partigiane, infermiere, suore e biologhe. Per costruire mattone dopo mattone la facciata di questa casa che sentiamo nostra c’è stato bisogno del contributo di tutti, uomini e donne. Ognuno ha fatto il suo. È questo che resta dopo aver visto “Le Ragazze” su Rai Tre. Quel senso di costruzione pezzo dopo pezzo, di piccole grandi storie che diventano qualcosa di veramente solido quando vengono appoggiate una vicino all’altra. Isa Barzizza, celebre spalla femminile di Totò, bionda dall’eleganza esplosiva, era sul piccolo schermo nella prima trasmissione ufficiale della Rai. Era il Il 3 gennaio 1954. Quando, nel 1943, iniziano le deportazioni degli ebrei, Elena Ottolenghi ha 14 anni. Sul suo certificato di iscrizione a scuola c’è scritto “di razza ebraica”. Elena lo ricorda, a settant’anni ancora bella come il sole e regala con i suoi frammenti di memoria una spada di gelo che rimane ben issa nella spina dorsale di tutti. Nell’agosto del 1969 Albalisa Sampieri è a Woodstock. «Di tempo per mangiare non ce n’era, maper fare l’amore sì, ne avevamo tanto». Angela Buttiglione è stata giornalista vaticanista. Saliva sull’aereo del Papa quando le donne scrivevano in quota rosa di moda, bambini, cani. Invece Eleonora Brown aveva 11 anni quando girò “La Ciociara”. «Non sapevo cosa fosse lo stupro e De Sica mi disse di non preoccuparmi: “Pensa di aver preso dei pugni sulla pancia, tirati giù la maglia, sentirai meno dolore”». Elena Cattaneo entrò nel laboratorio di Boston nel 1988. Lavorava dalle otto a mezzanotte. E quando usciva era completamente sola in quella città lontana. Adele Ravagnani ha 22 anni, è laureata in fisica, fa judo da quando ha 6 anni. E convive con la sclerosi multipla. Tra foto, occhi lucidi e tracce di rossetto si snoda un racconto di piccole ed enormi conquiste che non appartengono solo alle donne ma alla società civile tutta. Perché un Paese cresce sotto un unico cielo anche se ci si ostina a immaginarlo come due metà separate. Una storia d’Italia che nella sua pacata eleganza accumula denuncia, allegria, musica, violenza fatica e sorrisi. E ricorda i mattoni tirati in testa a Krazy Kat. Che sebbene facciano male, nella loro durezza sono un gesto d’amore.
https://spogli.blogspot.com/2019/02/lespresso-10.html
l’Italia è omofoba
Violenze, minacce, discriminazioni. Così la persona Lgbt diventa il nemico. Nel nuovo clima
di Simone Alliva
Froocio fermati! Ti facciamo la festa di capodanno». Siamo a Perugia, sono le cinque di notte del primo gennaio 2019. Lorenzo ha festeggiato il nuovo anno con gli amici. Lascia il locale: «Forse ero vestito in maniera troppo eccessiva». Cinque ragazzi iniziano a pedinarlo per le vie della città. Lo ricoprono di insulti, lo minaccia-no. «Vieni qua che ti sistemiamo». In pieno centro storico. Bisogna immaginare la scena: Lorenzo pochi metri più avanti, a passo svelto vuole raggiungere la macchina. Dietro cinque ragazzi che gli urlano addosso. Ad assistere indifferente la città: i proprietari dei locali rimasti aperti, gli studenti per le strade. «Mi guardavo intorno, non interessava a nessuno. Io ero la preda, loro cinque i cacciatori». Non è una storia eccezionale, è una delle tante storie che ci presenta il nuovo volto dell’Italia. Quello anti-lgbt, omofobo, violento. Ed è finita bene: «Ho cercato di percorrere le vie più illuminate. Arrivato in macchina, mi sono fiondato dentro e sono partito». Resta la paura: «Sto molto attento a quello che indosso, a quello che potrebbe succedermi se cerco di dare troppo nell’occhio». Le cronache delle aggressioni raccontano di un Paese sprofon-dato nell’odio. Sono tutte dell’ultimo anno, tutte legate alla nuova Italia. Quella del cambiamento, quelladel“prima gli italiani”. Non è bastata l’approvazione della legge che ha introdotto le unioni tra persone dello stesso sesso. Il dibattito pubblico che ne ha caratterizzato l’iter è stato avvelenato. Il 4 marzo è stato come fare marcia indietro al tempo: l’Italia consegnata a chi prometteva di abolire le unioni civili, di cacciare “le streghe” che nelle scuole fanno educazione di genere, di curare gli omosessuali spingendoli all’eterosessualità. In questo Paese, dove niente è come sembra, il tempo vira e va nella direzione del vento, e non sempre è in avanti. C’è M. che ha 16 anni, viene massacrato di botte fino a perdere coscienza il 21 luglio a Torino, perché? «Cammina come un frocio». A Palermo, invece, una coppia di 14 e 15 anni, seduta su una panchina in pieno centro, viene raggiunta prima dagli insulti poi da pugni in bocca, in faccia e da un colpo di casco in testa. Da nord a sud. Le vittime sono omosessuali, lesbiche, trans ma anche eterosessuali. Come i due muratori di Bologna, aggrediti da un 41enne che li ha prima sommersi di insulti omofobi per poi sfondare con un pugno il finestri-no della loro macchina. Erano saliti in auto per prendere una bottiglietta, l’uomo ha frainteso la situazione e li ha aggrediti. Se nel monitoraggio dei media presentato il17 maggio del 2018 Arcigay censiva 119 storiedi omotransfobia riportate nella stampa, con addirittura 4 omicidi riconducibili al movente omo- transfobico, le cronache che vanno dal 1 giugno a oggi raccontano un’Italia sommersa dall’odio verso le persone gay, lesbiche e trans. Tra giugno e luglio, ad esempio, sono stati ben 32 gli episodi, per un totale di 39 vittime, delle quali 22 nel solo mese di giugno e 17 a luglio. La media, in passato, era poco più di 9 vittime al mese. Numeri al ribasso, perché non tutte le vittime hanno il coraggio di sporgere denuncia. Le cifre e le storie sono comunque il preludio dell’anno che verrà. Liste rosa «È l’aria che si respira in questi ultimi tempi. Non che non sia mai successo prima. Ma chi aggredisce adesso si sente spalleggiato, rappresentato da chi ci governa», spiega Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma, che nel mese di novembre ha trovato di fronte alla propria sede un sacco colmo di letame e un grande striscione con la scritta “Lgbt = Abominio perverso! Famiglia è Tradizione”. «Facciamo le riunioni la sera e fuori le macchine sfrecciano urlandoci di tutto, dagli insulti alle minacce. Non ci sentiamo tranquilli». Gli attivisti Lgbt sono diventati un bersaglio particolare di ostilità e campagne d’odio. Associazioni e locali erano considerate zone franche, dove sentirsi a casa. Oggi non più. Oltre agli atti vandalici alle sedi associative, ci sono le aggressioni, le minacce esplicite di morte.
È il caso di Cathy La Torre, presidente di Gay Lex e storica attivista del Mit (Movimento Identità Trans): «Da giugno ricevevo foto sempre di pistole puntate verso di me», racconta a L’Espresso. «È partito tutto con un account fake: ero in bici e mi arrivò questo messaggio: “Pedala e al più presto ti arriverà un colpo di pistola in fronte”, i messaggi riportavano che nemmeno la protezione della polizia mi avrebbe aiutata». Così la vita di Cathy cambia radicalmente: «Sono stata sotto regime di controllo: protezione a vicinanza. Ho fatto tutti i Pride con la scorta e ho modificato il mio stile di vita». Solo tra marzo e giugno Cathy La Torre ha ricevuto una media di 800 messaggi a settimana tra minacce e offese. Nel mese di agosto in soli tre giorni diventano 2200, aveva criticato l’occupazione illegittima di CasaPound. «Non si fermano. Hanno inviato anche alla polizia minacce nei miei confronti. Ho 20 anni di attivismo alle spalle, solo tre anni fa una cosa del genere era impensabile». Omofobia ed estrema destra Proprio la persona Lgbt è diventata il nemico pubblico dell’Italia di estrema destra. Sono moltissimi gli episodi in cui l’ostilità nei confronti delle persone Lgbt viene espressa dalla galassia nera apertamente, con l’appoggio delle frange estremiste cattoliche. A Roma, Federico di 21 anni viene accerchiato da quattro uomini e insultato: «Pezzente, voi froci siete peggio degli zingari». Dopo avergli puntato un coltello sulla schiena viene pestato: pugni in faccia, calci nelle parti intime. Lo picchiano così tanto da farlo cadere a terra con la faccia piena di sangue. «Erano in quattro coi bomber neri e uno aveva la croce celtica tatuata sulla nuca». Nel mese di settembre viene presa di mira una scuola popolare di Milano che offre corsi di lingua agli stranieri. Le scritte sono le solite: insulti agli omosessuali, svastiche. Ci sono anche degli slogan pro Salvini. 30 litri di benzina per bruciarli Rompere il muro dell’omofobia non è facile, a volte si parla ma si resta inascoltati, altre volte chi vede preferisce chiudere gli occhi. Andrea e Angelo hanno rischiato la vita, più volte, hanno denunciato le aggressioni e per questo hanno perso il lavoro. Succede a Verona, terra di Romeo e Giulietta, universalmente nota come la città dell’amore. Trasfigurata ne “la città a favore della vita” da una mozione anti-aborto leghista approvata dal Consiglio comunale. La storia di Angelo e Andrea racconta, in filigrana, questa Italia. Fascista, omofoba e indifferente. Spiega quello che non vediamo e quello che siamo diventati. «La nostra vita è cambiata radicalmente». È l’11 agosto, piazza Bra in centro, fuori da una gelateria Andrea e Angelo vengono insultati da un gruppo di ragazzi: «Culat- toni di merda, rotti in culo». «Perché ci tenevamo per mano», spiega Angelo. Vengono subito dopo schiafeggiati e spintonati. Poco più in là individuano dei vigili: «Ci siamo avvicinati per chiedere aiuto, il vigile non voleva capire. Dopo pochissimo si è avvicinato anche uno degli aggressori, ha toccato la spalla al vigile e gli ha detto “non vedi che sono due froci di merda?”. Il vigile lo ha mandato via senza fare nulla». Dopo l’episodio i poliziotti della Digos hanno individuato e denunciato un ventunenne originario della Romania. Ma l’incubo di Andrea e Angelo comincia proprio da questa inquadratura: la denuncia, il clamore, una grande manifestazione di piazza “Mano nella mano contro l’omofobia” promossa dalle associazioni. «Forse se quella sera i vigili avessero fatto attenzione questo incubo non sarebbe mai iniziato». È la notte del 12 settembre, Andrea sente dei rumori nel cortile di casa. Apre la porta e viene travolto da un getto di benzina che lo colpisce in pieno volto. All’esterno l’abitazione viene ricoperta da una serie di scritte con la bomboletta nera, svastiche accompagnate da frasi come: “Culattoni bruciate” e ancora “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”. Circa 30 litri di benzina per cospargere la casa. Anche qui: denuncia, clamore da parte dei media ma zero solidarietà dalle istituzioni. «Il sindaco Sboarina anzi ci ha attaccato», fuma di rabbia Angelo, «dice che non ha nulla contro di noi ma lui è per la famiglia naturale». Federico Sboarina, avvocato cattolicissimo soprannominato sindaco chierichetto, a marzo ospiterà il Congresso delle Famiglie, il summit mondiale delle associazioni anti-lgbt cattoliche e di destra. «Verona è sempre stata così ma adesso è peggio. Tutto intorno lo è. Noi abbiamo perso il lavoro. Abbiamo un’impresa edile e i nostri clienti hanno sempre saputo di noi. Tre anni fa io e Andrea ci siamo sposati in Spagna. Dopo la denuncia, l’esposizione mediatica, i clienti hanno disdetto tutto. Si vergognavano». Vietato l’ingresso La cortina di omotransfobia attraversa le istituzioni e si diffonde nel tessuto sociale serrando porte e finestre: le strutture alberghiere rifiutano le persone Lgbt, i locali pubblici vietano di baciarsi o tenersi per mano, le case in affitto vengono negate. Ai primi di giugno Valentina risponde ad un annuncio in cui chiedevano disponibilità di ragazze per lo stand delle pistole sul Lungotevere. Un lavoro estivo, da svolgersi tra luglio e agosto.
Viene rifiutata perché troppo mascolina: «Prima capisci qualcosa sulla tua identità poi ti potrai proporre per lavori in cui si cercano ragazze». Il 21 dello stesso mese due ragazze si scambiano un bacio all’interno del caffè Mc Donald’s a Napoli, vengono sgridate e invitate a uscire: «Una signora ci guardava con disprezzo e paura». Nel mese di agosto Ivy 19 anni, iscritta all’università di Lettere di Palermo, non riesce a trovare una stanza in affitto: «Mi hanno chiuso il telefono in faccia dopo che ho detto che ero trans. Oppure mi hanno detto esplicitamente che le altre ragazze non sarebbero state tranquille». E sempre nel mese di agosto a Casarano, in provincia di Lecce, un proprietario di casa si rifiuta di concedere l’affitto a una coppia gay. «Preferisco affittare casa ad una famiglia normale», dichiara l’uomo all’agente immobiliare che, pur avendo già incassato la caparra, ha dovuto dare la notizia alla coppia, ormai già pronta a trasferirsi. Questa Italia diventa anche il paese dell’altro mondo. Del mondo sottosopra, capovolto, dove sono gli studenti a bullizzare i professori. Come è successo a un insegnante di Imola che per un anno ha sopportato insulti, scritte volgari alla lavagna nella quasi totale indifferenza degli altri docenti e della preside. Il tentativo del vicepreside, che aveva dato inizio a un percorso disciplinare, soffocato dai genitori «che non si sono mai preoccupati di chiedere scusa all’insegnante dei loro figli». La denuncia arriva a fine maggio da un amico dell’insegnante, anch’egli vittima di attacchi omofobi, con una lettera pubblicata dal sito Gaynews.it, testata diretta da Franco Grillini. Ancora più grave il comportamento della dirigente scolastica: «Non gli ha espresso solidarietà, né si è presentata ai collegi straordinari dei docenti per l’adozione di provvedimenti disciplinari. Anzi, ha cancellato dal registro elettronico le note che facevano riferimento a questi gravi atti». La preside sulla vicenda ha chiesto il silenzio. Gli alunni? «Penso che abbiano capito il messaggio», ha risposto, «non so se con l’insegnante si sono scusati tutti, ma di certo i genitori hanno capito». Rompere il silenzio Eppure rompere il silenzio dopo una violenza sarebbe la prima risposta da dare. La violenza cerca un alleato nel senso di colpa, nel “te la sei cercata”, aggredisce la vittima e la fa tacere. Dire “mi hanno aggredito” e indicare l’aggressore è la prima mossa per allentare la catena dell’omofobia. Ma non è facile compierla. Nel 2017 nel centro di Bari una coppia in vacanza in Puglia, è stata prima insultata mentre usciva da un locale. Successivamente picchiata: calci e pugni per essere poi essere rapinata. Il tribunale di Bari ha condannato il 31 gennaio 2019 i tre aggressori a due anni di reclusione. Per il giudice un «pestaggio animalesco a sfondo sessista», «brutale». Le vittime «per paura di ritorsioni» - come da loro dichiarato - non si sono costituite parte civile. «Un segnale», commenta Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. «L’as- senza di una legge penale di contrasto dell’omotransfobia espone le vittime a una condizione di vulnerabilità estrema, da cui legittimamente si mettono al riparo. Perciò spesso non denunciano o addirittura rinunciano a quel poco di giustizia che è loro dovuta. Trattata il più delle volte come materia da talk show, ridefinita ogni volta nelle contrapposizioni degli opinionisti di turno. Una questione di opinioni, insomma, delegata dalla politica, in modo pilatesco, ai tribunali popolari». Lega-M5S divisi anche sui gay Doveva essere una legge contro l’omofobia, ma si è tramutata in una paccottiglia di emendamenti, schiacciati dall’alleanza gialloverde. Era il 2013, quando la norma approdò in Parlamento, per poi rimanere saldamente ferma al Senato, dimenticata dalla sinistra e destinata all’oblio dalla destra. Il disegno, in attesa di approvazione da sei anni, dovrebbe introdurre il reato di discriminazione e istigazione all’odio e alla violenza omofobica e transfobica. Pena prevista da sei mesi a quattro anni e una multa fino a seimila euro, il tutto mitigato da quel «non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza».
Alberto Ribolla, giovane deputato del Carroccio, è stato uno dei pochi leghisti ad essersi seduto a un tavolo con Arcigay. Oggi ammette: «Una legge contro l’omofobia non è nella agenda politica». Il problema sono gli ultra-cattolici intransigenti del suo stesso partito, come Simone Pillon e il ministro Lorenzo Fontana. Ribolla quindi allarga le braccia e ripete: «Ci atteniamo alla linea di Matteo Salvini». E qual è? «Chi commette violenze contro gli omosessuali è uno stupido». E allora perché non tornare a discutere una legge? «Perché al momento le priorità sono altre». Quanto alla posizione degli alleati di governo, «non abbiamo mai discusso di questo», dice Ribolla. Già, il Movimento 5 Stelle. Era il 18 settembre del 2013 quando i grillini si presentarono in aula con dei garofani rosa nel taschino o tra i capelli, imitando i deputati inglesi, che si presentarono così a Westminster per l’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il fiore però perse i petali di fronte alla decisione di sospendere la seduta in Commissione Giustizia e attendere che la maggioranza, formata all’epoca dal Pd e il centrodestra trovasse un accordo sull’estensione del reato di omofobia alla legge Mancino. I pentastellati insorsero, chiesero le dimissioni della presidente della Camera, Laura Boldrini, «perché se l’accordo non c’è, le leggi si discutono in Aula». Il giorno dopo un nuovo gesto dimostrativo: il bacio in bocca con il compagno di banco per chiedere l’approvazione della norma. Da allora il silenzio siderale, se non per una dichiarazione di Vincenzo Spadafora in Commissioni riunite Affari costituzionali, lavoro e Affari Sociali: «Rimane l’auspicio sulla legge contro l’omofobia anche se non la prevede il contratto». E con “l’auspicio”, la questione è definitivamente nel dimenticatoio. E.T
L’Espresso 10.2.19
Quel bisogno di umiliare l’altro
di Natalia Aspesi
“Tollerare l’omosessualità equivale ad accettare la pedofilia e il satanismo”. Mah, povera signora, Silvana Mari, scrittrice fantasy, l’hanno condannata a pagare una multa neanche troppo salata, 1500, euro per questa stupidaggine. «Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay». Tipico pensiero sgangherato di Vittorio Feltri, diventato il titolo di prima pagina del suo Libero: vero tra l’altro, ma per quel che riguarda l’economia chieda al governo e per i gay si vede che non deve essere male. Ai miei tempi gli omosessuali non esistevano: tutti gli uomini che conoscevamo erano fidanzati o si fidanzavano con noi, erano mariti devoti e padri affettuosi; non c’era nemmeno la parola per eventualmente definirli, al massimo una criptica nube di silenzio oscurava certi giovanotti amanti dell’opera e soprattutto del balletto, fedeli alla loro fidanzata morta vent’anni prima e che piacevano pazzamente alle mamme di zitelline incollocabili. Quando nel 1937, mentre abbondavano i pestaggi fascisti a gruppi di misteriosi giovanotti, uscì “La contessa di Parma” di Blasetti, si pensò che Umberto Melnati facesse gestolini e avesse l’erre moscia, simbolo perverso di chic da ridere, in quanto sarto per ricche dame e non altro. Poi si sa i tempi cambiano, cambia tutto e adesso, difficili e pericolosi decenni dopo, sono migliaia le persone che lacrimando di commozione, hanno la gioia patriottica e democratica di assistere tra decorazioni di fiori bianchi, assessore con striscia tricolore, testimoni eleganti, alle unioni civili di cari amici, due donne, due uomini anche ottantenni. Finalmente sposi! Persino nella vecchia Italia peccatrice e sessuomane è accaduto: di colpo, dopo mezzo secolo di terrorismo omofobo non si sa se più democristiano o più semplicemente maschile nella difesa cieca della coppia mai abbastanza procreatrice, il povero Renzi premier riuscì a far approvare una legge di riconoscimento delle unioni omosessuali, mentre già in molte nazioni il vero matrimonio era esteso a tutti: e forse anche per questo suo successo civile Matteo, quello democratico, è tuttora inesorabilmente detestato. Recente manifesto a Verona: “Zona altamente inquinata da immondizia abbandonata e infestata da finocchi molesti”. Pochi giorni fa nel giro elettorale in Abruzzo, il vice premier e ministro dell’Interno: «Fin che campo difenderò il diritto dei bimbi ad avere una mamma e un papà e combatterò contro utero in affitto e adozioni gay». Ci si poteva aspettare che questo altro Matteo, per ora adorato dal Popolo, proseguisse promettendo di difendere anche il diritto dei bimbi a non essere ammazzati da babbo o mamma o privati dalla mamma ammazzata da babbo. Sono momenti duri questi, di incattivimento nuovo, irragionevole e passivo, che impedisce di sopportare oltre la convivenza, la pace che dura da troppi decenni. Riaffiora questo improvviso bisogno di sangue, di guerra, di trincea, di assalto alla baionetta, meglio ancora di atomica, per i fortunati paesi che ce l’hanno. Solo che non si sa più bene chi infastidire, chi far soffrire, chi umiliare, chi escludere, e perché no chi ammazzare. E siccome odiare i cosiddetti Poteri Forti assicura la sconfitta, e odiare gli immigrati non dà risultati di strage promessa e innesca nuove paure o addirittura nuovi rimorsi, e odiare l’Europa pare una impresa pericolosa e odiare i cosiddetti radical chic sa un po’ di muffa, eccoli lì i nuovi nemici, anzi i nemici di secoli, o meglio le facili vittime di sempre: questi froci, questi culattoni, questi rottinculo, questi anormali, questi malati, che si nascondono dentro un aspetto qualsiasi, professioni qualsiasi, convivenze qualsiasi, anche famiglie qualsiasi, quindi difficili da stanare. E quelle sporcaccione che appaiono anche nel nuovo film di Eastwood, “the mule - Il corriere”? Una masnada di motocicliste grasse, muscolose, rapate e in completo di cuoio nero, le famose lesbiche degli incubi maschili? La nostra tivù, anche di Stato, causa audience, ha sdoganato in fretta l’omosessualità, con una serie di cronache sui matrimoni gay con interviste a genitori estasiati; in certe trasmissioni molto seguite come Portobello, è capitato che si aiutasse un ospite gay a trovare il suo partner, e fu un grande successo, mi pare a un Festival di Sanremo, invitare una signora con barba e baffi, dove in altra occasione aveva trionfato una coppia malauguratamente etero con sedici figli. Poi una sera il presidente del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi chiese inutilmente che la Rai non trasmettesse un film con Ornella Muti, in cui due uomini si baciavano senza essere mafiosi, il che invece è consentito far vedere. Sempre in difesa “dei nostri bimbi”, che se davvero piccini a quell’ora dovrebbero essere a letto e se decenni sui loro telefonini ne vedono di ogni colore. Non si sono ancora sentite proteste rilevanti per quel che si vede al cinema forse frequentati dagli omo ma non dagli omofobi, e neanche per le piattaforme streaming, come sul diffuso Netlix; dove per esempio nella serie “Le Regole del Delitto Perfetto” due bei ragazzi maschi innamorati passano tutto il tempo a togliersi le mutande e a saltarsi addosso contentissimi. I siti gay confermano che stanno aumentando l’odio, il disprezzo, la voglia di menare, sul web, nelle lettere ai giornali, nelle parole di molti personaggi antichi del nuovo parlamento e governo. Tra le tante lettere di insulti a me e al mondo, che il signor Gianluca Bovi mi scrive da un paese alle porte di Salerno, ce ne è una più illuminante delle altre: «Sono anche dichiaratamente e orgogliosamente omofobo. Mi scusi, siete voi di sinistra a voler far girare il mondo alla rovescia con le vostre teorie sul gender. E ci tocca a noi “omofobi” subire tale epiteto con l’intento di essere giudicati duramente e negativamente...». È omofobo, il signor Bovi, 47 anni, ma è pure razzista, «una persona che se ne vuole stare con la propria etnia, nel mio caso quella caucasica...». Ma soprattutto odia le donne: «Che le donne facciano schifo è un fatto oggettivo... Si chiede se sono misogino? E come può un uomo non esserlo, visto quanto siete viscide e subdole e rompiballe...le ho espresso il sentire del popolo...». Anni fa ricevevo lettere di maschi orripilati dal femminismo, adesso è tutto il genere femminile che odiano: e credo che tutti questi nemici vengano intrecciati tra loro: stranieri, neri, gay, donne. Non si è mai visto un governo più razzista, omofobo, misogino di questo, neppure ai tempi dei democristiani più vaticani, e può essere questo uno dei richiami più forti per il consenso del Popolo; che può finalmente ribellarsi a tutto ciò che lo inquieta, e prima di tutto le donne, che non sono come dovrebbero essere secondo il pensiero di chi non vuole rinunciare al solo potere sicuro, quello di qualsiasi maschio su qualsiasi femmina. Molto frequentato è il sito Sexodus, dedicato «agli uomini che rinunciano alle donne e si ritirano dalla società» con previsioni apocalittiche, il crollo delle istituzioni perpetrato dalle donne dette femministe, il rifugio degli uomini nel porno, nel feticismo, nella dipendenza dalle droghe e dai videogiochi... Qualche giorno fa si è riunita una commissione della Lega per intervenire sulla legge che consente l’interruzione della gravidanza: tutti uomini maturi e un paio di signore. Un muro compatto di donne con cartelli gridava contro la tavolata horror, e allora un tipo grassottello si è alzato furibondo e si è scagliato contro le manife- stanti: ancora non si era mai visto un attacco fisico contro le donne che difendono la loro libertà e la loro vita.
L’Espresso 10.2.19
Oltre il buio, l’umanesimo
La questione in Italia non è se serve o no un partito dei cattolici. La questione è se per uscire dall’odio servono o no i valori cristiani. Opposti a quelli branditi oggi dalla destra
di Giuseppe Genna
L’altra sera, primo di febbraio, uscito per una passeggiata pericolosa nel Bosco di Rogoredo a Milano, l’area di spaccio più vasta d’Europa, lungo i binari della ferrovia, fumiganti nella nebbia gelida, tra l’erba sbiancata ho visto piccole luci, quasi intermittenti e ho impoeticamente pensato a uno smartphone rubato o perduto. Avevo torto: erano lucciole. Il fenomeno mi è parso ai limiti del credibile. Le lucciole, si sa, sono scomparse da decenni e soprattutto non brillano in pieno inverno cittadino. Invece i piccoli coleotteri luminosi sono ritornati, nonostante l’inquinamento, la polluzione che contamina aria acque e territori. Al parco delle Cave, dall’altra parte della metropoli, da qualche anno si organizzano passeggiate estive per ammirarne gli sciami. E dunque mi è tornato alla mente il celebre articolo che Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, proprio l’1 febbraio, nel 1975, nove mesi prima di morire, intitolato “Il vuoto di potere” e passato alla storia come l’articolo delle lucciole. Pasolini, fraterno e lontano, constatava la scomparsa delle lucciole nelle campagne italiane, un fenomeno repentino e sconvolgente, una mutazione improvvisa della natura che attestava un più profondo cambiamento nella storia occidentale e, in particolare, in quella nazionale. Ne desumeva un discrimine, con cui era in grado di argomentare la trasformazione del regime democristiano, che dal ’45 alla sparizione degli insetti lumescenti si presentava come continuatore clericale delle istanze del fascismo storico e, dopo la scomparsa delle lucciole, esprimeva un nuovo tipo di fascismo, in cui chiesa, patria, famiglia e ordine non contavano più - a sostituirli erano improvvisamente i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla precedente, contadina e paleoindustriale. Un vuoto valoriale riempito di efficientismo e tecnocrazia e sottomissione al giogo delle multinazionali, che restituiva sintomi anzitutto linguistici: mentre sparivano le lucciole, «gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal ’69 ad oggi, nel tentativo di conservare comunque il potere». Pasolini emetteva un acuto sorprendente, pochi mesi prima del suo massacro e tre anni prima di quello che avrebbe coinvolto proprio “il meno implicato di tutti”, Aldo Moro,in un affaire da cui l’Italia non avrebbe mai potuto prescindere, storicamente, antropologicamente. E ora le lucciole sono tornate. C’è una palingenesi, un adattamento della natura, che supera ogni inquinamento. Forse dunque si dovrà affrontare il tema di un terzo tempo del cattolicesimo in politica.
Che cosa comporta il ritorno delle lucciole? Probabilmente, che “il meno implicato di tutti” sia quarant’anni dopo il più implicabile. «Chi non vede la rinnovata ipocrisia, il disprezzo della volontà dei popoli, la gerarchia delle potenze? E nell’interno degli Stati ancora faziosità, incomprensione, violenza, decadere progressivo del senso umano della vita sociale e l’intrinseca debolezza della istanza democratica. Le responsabilità di questo stato di cose sono di tutti noi»: è una descrizione impressionante del presente ed è stata scritta da Moro a due anni dalla caduta del fascismo, quando la democrazia incompiuta stava facendosi, anche grazie a Moro stesso. Le condizioni storiche sono tutte attive: dalla volontà dei popoli che viene disprezzata al predominio delle gerarchie di potenze transnazionali, che si esprime oggi in una richiesta di diminuzione della democrazia partecipata, con spinte totalitarie esplicite, in fase di germinazione e pronte a maturare. Patria, famiglia e ordine, ribaltando Pasolini, sono tornati a essere i “valori” dell’età sovranista, in cui padre Antonio Spadaro, nello scorso numero di questo giornale, ravvede l’esito di una «colonizzazione ideologica», che ha sostituito la paura alla pietà come reazione prima all’apparire dell’altro. L’articolo di Moro si intitolava “Ritorno all’uomo” e non ritorno alla teocrazia. È nell’incandescenza di questo punto che si gioca il tempo in cui sono tornate le lucciole.
Se oggi si chiedesse a un istituto di ricerca un sondaggio sull’eventuale ritorno di un soggetto politico a ispirazione cristiana (che il quotidiano Libero si è affrettato a definire «il partito degli orrori») si otterrebbero dati prossimi al 2 per cento. Una fotografia del presente, che è frutto della strategia cattolica all’indomani dell’estinzione della Democrazia Cristiana, ovvero l’obbiettivo polemico di Pasolini. Si sbaglierebbe tuttavia a considerare numericamente la faccenda del ritorno di un simile movimento politico. «La sistemazione teorica generale in questo Paese fa premio», affermò in tempi sospetti Romano Prodi (in Italia qualunque tempo è sospetto). E forse da quei tempi bisogna partire per riflettere. Pasolini non poteva prevedere il crollo della cosiddetta Prima Repubblica, dalle cui ceneri emerse il consenso a Silvio Berlusconi, rispetto al quale l’allora capo dell’episcopato italiano, Camillo Ruini, propose lo sdoganamento, certificando la fine dell’unità politica dei cattolici e mostrando di «apprezzare consonanze o adesioni anche parziali (quelle di Forza Italia, ndr) sui temi dell’insegnamento sociale cristiano». Ciò che restò a ergersi sempre e compattamente contro la deriva iperliberista del berlusconismo, dagli anni Novanta fino a poco prima della ricomparsa delle lucciole, fu tuttavia il nucleo della sinistra democristiana, ovvero l’erede del discorso umanista di Moro, tra i cui nomi si possono registrare quelli di Sergio Mattarella e Leoluca Orlando. Che, per nulla improvvisamente, ad altezza 2019 sono uno, nelle vesti di Presidente della Repubblica, il garante della tenuta democratica e l’altro il principale oppositore delle politiche portuali di Matteo Salvini, contro cui ha il coraggio di intraprendere uno scontro istituzionale senza precedenti.
È un radicalismo cattolico antagonista all’idea dell’identità chiusa, che vorrebbe intestarsi Salvini in persona, col suo goffo tentativo di accreditarsi in Vaticano. Si tratta piuttosto di un’idea di uomo che ripristina nell’azione politica i valori evangelici dell’amore, della pietà, della dialettica: ovvero la metà in ombra dell’astro politico cattolico, che Pasolini non vedeva. Esistono ferite aperte nel discorso pubblico, alle quali la sinistra maggioritaria non è stata e non pare in grado di proporre suture e superamenti: il conflitto con religioni spacciate per aliene o il travestimento delle più perniciose istanze del capitalismo sotto spoglie di sovranismo - cioè il condizionamento di un popolo che non è più tale, perché ridotto a termitaio: nemmeno a termitaio, bensì a massa indistinta di individui presso cui la solidarietà è diventata un disvalore, a partire dall’idea stessa che la comunità funzioni politicamente attraverso la concessione di una delega di rappresentanza.
Ad altezza 2019 non è più vero che sia anzitutto la lingua a offrire i sintomi del mutamento. Al disumanismo dell’estrema destra ora al governo si oppone in ogni caso l’umanismo cattolico. E tuttavia, da scrittore, non posso ignorare i sintomi della lingua. Del resto, come intuì Leonardo Sciascia a proposito di Aldo Moro, era la letteratura stessa a spiegarne la tragedia (sostantivo di natura letteraria). Testimonia Pietro Boselli che il giovane Moro studiava per ore sul balcone di casa e, affranto dalla stanchezza, restava in bilico sul parapetto fino a notte fonda. In “Amerika” di Franz Kafka, il protagonista Karl Rossman si trova confinato sul balcone e lì accanto, anch’egli su un balcone, c’è uno studente che non fa altro che studiare, non dorme mai, studia sempre e Karl gli chiede quando dorme: «Già, dormire: quando avrò finito gli studi». Le lucciole sono riapparse e lo studente ha finito di studiare, ha dormito e ora sta per svegliarsi.
L’Espresso 10.2.19
Disuguaglianze, indietro tutta Hanno prodotto ingiustizia, rabbia e sovranismo
Eppure si possono ridurre, invertendo una tendenza trentennale. Le proposte del Forum di Fabrizio Barca
di Alessandro Giulioli
Dopo quasi due anni di lavoro sottotraccia - lontano dai riflettori, dai partiti e dalle controversie quotidiane di palazzo - il Forum delle disuguaglianze e delle diversità è arrivato al dunque. Cioè alla pubblica presentazione (il 25 marzo a Roma) delle sue analisi e delle sue prime proposte per una maggiore giustizia sociale in Italia. Il Forum è un cartello di associazioni, economisti e studiosi il cui volto più noto è Fabrizio Barca, ex ministro, nome storico della sinistra italiana. Ma sarebbe sbagliato ridurre l’iniziativa a lui perché invece ha una vasta e doppia anima: quella di chi sta ogni giorno sul territorio con l’associazionismo e quella di chi studia i macrofenomeni, i dati, le tendenze. Ne fanno parte la Fondazione Basso, la Caritas, Legambiente, ActionAid, Cittadinanzattiva, la fondazione Comunità di Messina, Dedalus Cooperativa sociale, l’Uisp. Ci sono poi, a titolo personale, economisti, sociologi, accademici e ricercatori di diversa estrazione. Da questa alleanza sta nascendo la bozza di quello che è stato chiamato “Programma Atkinson per l’Italia”, dal nome del grande economista inglese morto due anni fa dopo aver dedicato una vita a questi temi con decine di libri di cui l’ultimo, il monumentale “Disuguaglianza. Che cosa si può fare?”, è stato pubblicato nel 2015 da Cortina. Quella che segue è un’intervista collettiva ad alcuni degli esponenti del Forum (vedere in fondo) che abbiamo ospitato nella redazione dell’Espresso per conoscere il senso di questa iniziativa e capire se può accendere una luce nel buio dei progressisti italiani.
Prima di tutto una presentazione: come nasce la cosa che state facendo e soprattutto che obiettivi ha? «Oggi tutti parlano di diseguaglianze, anche chi ha concorso a produrle e chi le sta sfruttando per imporre una dinamica autoritaria. Noi invece facciamo una diagnosi delle loro cause per arrivare a proposte concrete di trasformazione, di inversione. Lo scopo del Forum quindi è semplice: attraverso l’analisi, arrivare a offrire strumenti praticabili, traducibili in azioni e indirizzi per superare le diseguaglianze o quanto meno il loro eccesso, causa principale della grande crisi in cui ci troviamo oggi, della reazione sovranista e autoritaria che vediamo non solo in Italia. La somma e l’interazione delle diseguaglianze, in crescita da decenni, hanno infatti prodotto in vaste fasce della popolazione paure e rabbie, ma non ancora una alternativa credibile di emancipazione. L’obiettivo del nostro lavoro è contribuire proprio a questa alternativa. Il primo pacchetto di proposte arriverà tra poco più di un mese, poi il Forum lavorerà per dibatterle, farle camminare, sperimentarle, at- tuarle, assieme ad amministrazioni, politici, organizzazioni, sindacati, attivisti, cittadini, decision maker a ogni livello. Insomma all’azione pubblica e collettiva». Entrando più nello specifico, di che cosa vi occupate? «Abbiamo deciso di partire dai tre momenti fondamentali in cui si forma la ricchezza. Primo, le trasformazioni tecnologiche nella produzione - la rete, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, la robotica - che modificano radicalmente il modo in cui si forma la ricchezza. Secondo, il tema delicatissimo del passaggio da una generazione all’altra: oggi nascere in un determinato contesto significa vincere o perdere nella lotteria sociale. Terzo, il rapporto tra chi lavora e chi controlla le imprese, con l’esigenza che ai lavoratori - dalle fabbriche alla gig economy e oltre - venga assicurato un salario sufficiente, l’autonomia, la dignità. È in questi tre campi che si gioca la partita, è qui che il Forum vuole intervenire con la sue proposte. Non tanto perché questo è utile nel ridurre le tensioni sociali, nello sbloccare la crescita, ma proprio perché è giusto, perché risponde a un senso profondo di giustizia sociale».
In che modo la tecnologia ha modificato la produzione di ricchezza? «Negli ultimi trent’anni la rete, il digitale e la logica delle piattaforme hanno prodotto arricchimenti enormi e velocissimi. È stato un fenomeno travolgente che ha trasformato anche il mercato del lavoro: non solo sotto l’aspetto delle competenze, ma soprattutto in termini di polarizzazione delle mansioni e delle retribuzioni. Tuttavia un punto deve essere chiaro: la tecnologia non produce per forza, fatalisticamente, le disuguaglianze. Sono le scelte politiche che le causano. Quindi scelte politiche diverse possono ridurre le disuguaglianze. Ed esistono pratiche che possono invertire l’attuale tendenza. È una scelta, ad esempio, quella di usare gli studi sul Dna per far vivere 130 anni pochi ricchissimi o per produrre farmaci a basso prezzo per tutti. È stata una scelta quella di non regolamentare l’uso dello straordinario pool di conoscenza accessibile che si è creata con la rete e gli algoritmi, tra l’altro grazie a finanziamenti pubblici. È stata una scelta lasciare che queste informazioni fossero acquisite da pochi soggetti con metodi non sempre trasparenti, generando uno scambio ineguale tra corporation digitali e cittadini. E quest’ultima è una questione che va a toccare il concetto stesso di democrazia, di controllo democratico».
Il secondo punto, quello del passaggio generazionale, ha una rappresentazione plastica nel divario dell’istruzione. È sempre più ampia la forbice tra le scuole d’élite - quelle che formano l’uno per cento di domani - e tutte le altre...
«Sì, ma attenzione perché il problema è più ampio e noi vogliamo concentrarci sull’aspetto collettivo - non individuale - della formazione di disuguaglianze nel passaggio generazionale. Per capirci: oggi anche a parità di istruzione chi nasce in una famiglia povera non ha le stesse possibilità di chi nasce in una famiglia ricca. La disuguaglianza nelle nuove generazioni ha a che fare con tante cose: l’ambiente che si frequenta, i servizi che ci sono sul territorio, i viaggi che si possono o non possono fare, anche il livello di relazioni che ha o non ha la famiglia di origine. Dai nostri dati risulta ad esempio che, tra i redditi da lavoro, la differenza di titolo di studio spiega una quota piccolissima del divario di stipendio; per contro, a parità di titolo di studio ci sono grandi differenze di reddito. E il figlio meno istruito di una buona famiglia in media guadagna di più del figlio laureato di una famiglia povera».
Dov’è quindi il centro del problema?
«Nel riequilibrio di potere - di potenzialità reali - tra le persone. Ci siamo forse un po’ disabituati a parlare di potere e di trasferimento di potere, di politiche pubbliche che rendono davvero più uguali le opportunità».
E questo è connesso anche con il terzo campo in cui volete giocare, quello dei rapporti nella produzione, nel lavoro. «Certo, perché la relazione negoziale tra i lavoratori e chi controlla l’impresa è il luogo principale da cui discendono la distribuzione di ricchezza, i divari retributivi e lo stesso indirizzo del cambiamento tecnologico. Anche in questo caso sono state scelte politiche quelle che hanno sbilanciato questa relazione. Bisogna favorire il reinvestimento nel dividendo - incluso quello che deriva dall’innovazione - non solo rendendolo più favorevole al reddito, ma anche in servizi di cura della persona, dell’ambiente, del riequilibrio tra zone benestanti e aree dimenticate. Senza scordare che il lavoro non è solo salario ma anche autonomia e soddisfazione del lavoro: e qui l’obiettivo delle proposte sarà anche nella direzione di ridurre le mansioni ripetitive e ridurre la loro polarizzazione, anziché accrescere il controllo gerarchico». Come state arrivando a queste proposte concrete?
«Abbiamo un metodo bidirezionale, diciamo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Il primo è quello di sperimentare dalla teoria alla pratica, dallo studio al territorio. Il secondo va alla rovescia: e arriva alla teorizzazione attraverso i risultati delle pratiche migliori che già esistono, in Italia e all’estero. Abbiamo poi una metodologia sperimentale e partecipativa: in tutti i nostri incontri il consensus è la condizione di ogni diagnosi e quindi di ogni proposta».
Mi è chiaro che non siete un partito, però non siete neanche un semplice think tank, dato questo rapporto continuo con il reale che va oltre gli studi accademici. In ogni caso nel vostro percorso dovrete cercare degli interlocutori, se non proprio delle alleanze...
«Gli interlocutori saranno le persone di buona volontà, a partire da quelle che all’interno della società già stanno facendo queste cose o potrebbero farle. Possono essere amministrazioni comunali avanzate, come quelle che in questo momento stanno facendo rete in Italia e all’estero - da Barcellona a Palermo, da Milano a Messina - per creare piattaforme di partecipazione dei cittadini. Ma anche università interessate a una maggiore giustizia sociale attraverso modalità sperimentali, imprenditori disponibili a provare le soluzioni che proponiamo nel settore del lavoro, naturalmente sindacati impegnati nel costruire nuove forme di tutela dei lavoratori. Ci sono cose che già in parte avvengono, come si diceva, ma non sono ancora messe a sistema».
E i partiti?
«Fino a pochi anni fa offrivano un terreno, oggi molto meno. Pensano più alla tattica e alle prossime elezioni che alla costruzione. Ma speriamo di avere comunque interlocutori anche dentro i partiti».
Anche ammesso che le vostre proposte siano raccolte, poi come potrebbero incidere veramente in un capitalismo sempre più globale, dove tutto dipende da grandi fenomeni economici e finanziari che non si possono più controllare a livello locale?
«I fenomeni economici di cui lei parla non sono ontologici e ineluttabili: sono il frutto di regole, regole del gioco. Regole che, così come sono, producono sempre maggiore ingiustizia sociale. Noi non crediamo che sia indifferente se in ogni Paese ciascuno fa pro- poste per modificare queste regole del gioco. Anche in Italia, che è la seconda potenza manifatturiera d’Europa, ha un Pil tra i primi dieci del mondo, un eccellente sistema di piccole imprese e un mondo del lavoro vivace. Il nostro è un Paese che può contribuire a cambiare i regolamenti internazionali, le regole del gioco. No, non siamo velleitari o almeno cerchiamo sempre di non esserlo».
All’intervista collettiva con il Forum Disuguaglianze Diversità pubblicata in queste pagine hanno risposto: Fabrizio Barca, statistico ed economista, docente universitario, coordinatore del Forum. Vittorio Cogliati Dezza, insegnante, nella segreteria di Legambiente, dove si occupa di politiche sociali. Nunzia De Capite, sociologa di Caritas Italiana dove si occupa di povertà e politiche sociali. Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid. Maurizio Franzini, professore di Politica Economica all’Università La Sapienza di Roma. Elena Granaglia, professoressa di Scienza delle Finanze all’Università Roma Tre.Patrizia Luongo, economista, si occupa di povertà e disuguaglianze. Andrea Morniroli, della cooperativa sociale Dedalus, dove si occupa di politiche di welfare. Silvia Vaccaro, giornalista, si occupa di comunicazione sociale e di tematiche di genere.
L’Espresso 10.2.19
Hovistocose di Beatrice Dondi
Sorelle d’Italia Storie di donne per un racconto universale. “Le Ragazze” su Rai Tre
L’Italia è un Paese di poeti, santi e navigatori. E di operaie, partigiane, infermiere, suore e biologhe. Per costruire mattone dopo mattone la facciata di questa casa che sentiamo nostra c’è stato bisogno del contributo di tutti, uomini e donne. Ognuno ha fatto il suo. È questo che resta dopo aver visto “Le Ragazze” su Rai Tre. Quel senso di costruzione pezzo dopo pezzo, di piccole grandi storie che diventano qualcosa di veramente solido quando vengono appoggiate una vicino all’altra. Isa Barzizza, celebre spalla femminile di Totò, bionda dall’eleganza esplosiva, era sul piccolo schermo nella prima trasmissione ufficiale della Rai. Era il Il 3 gennaio 1954. Quando, nel 1943, iniziano le deportazioni degli ebrei, Elena Ottolenghi ha 14 anni. Sul suo certificato di iscrizione a scuola c’è scritto “di razza ebraica”. Elena lo ricorda, a settant’anni ancora bella come il sole e regala con i suoi frammenti di memoria una spada di gelo che rimane ben issa nella spina dorsale di tutti. Nell’agosto del 1969 Albalisa Sampieri è a Woodstock. «Di tempo per mangiare non ce n’era, maper fare l’amore sì, ne avevamo tanto». Angela Buttiglione è stata giornalista vaticanista. Saliva sull’aereo del Papa quando le donne scrivevano in quota rosa di moda, bambini, cani. Invece Eleonora Brown aveva 11 anni quando girò “La Ciociara”. «Non sapevo cosa fosse lo stupro e De Sica mi disse di non preoccuparmi: “Pensa di aver preso dei pugni sulla pancia, tirati giù la maglia, sentirai meno dolore”». Elena Cattaneo entrò nel laboratorio di Boston nel 1988. Lavorava dalle otto a mezzanotte. E quando usciva era completamente sola in quella città lontana. Adele Ravagnani ha 22 anni, è laureata in fisica, fa judo da quando ha 6 anni. E convive con la sclerosi multipla. Tra foto, occhi lucidi e tracce di rossetto si snoda un racconto di piccole ed enormi conquiste che non appartengono solo alle donne ma alla società civile tutta. Perché un Paese cresce sotto un unico cielo anche se ci si ostina a immaginarlo come due metà separate. Una storia d’Italia che nella sua pacata eleganza accumula denuncia, allegria, musica, violenza fatica e sorrisi. E ricorda i mattoni tirati in testa a Krazy Kat. Che sebbene facciano male, nella loro durezza sono un gesto d’amore.
https://spogli.blogspot.com/2019/02/lespresso-10.html
Repubblica 11.2.19
La scelta di Meryl Streep "Volevo questa serie tv. È la mia droga"
L’attrice americana cede alle lusinghe del piccolo schermo ed entra nel cast della seconda stagione di "Big little lies", storia corale tutta al femminile con Nicole Kidman, Reese Witherspoon e Laura Dern
di Filippo Brunamonti
PASADENA ( LOS ANGELES) Ancora più bugie, per favore». Lo ha chiesto Meryl Streep ai produttori, prima di iniziare a girare la seconda stagione di Big little lies, in onda a giugno su Sky (disponibile sia su Sky Atlantic che su Sky on Demand) in contemporanea con Hbo. «Ho sempre amato Big little lies. È la mia droga», sorride Meryl quando la incontriamo al Langham Hotel.
Alla fine, anche "la più grande attrice vivente", tre premi Oscar, nomination da Guinness dei primati (ben 21), il remake di Piccole donne in arrivo, ha ceduto alle lusinghe di una serie tv: «È stata una scelta personale» precisa lei. «Quando ho lavorato per la tv in passato mi sembrava che non fossero i tempi giusti.
Stavolta, invece, ho sentito di avere un pubblico pronto, dalla mia parte. Volevo immergermi proprio in quel mondo (tratto dal best seller di Liane Moriarty, ndr) in cui il non detto, il non noto e il non mostrato si mescolano, un microcosmo di donne che tocca la vetta dell’ambiguità». Ad accoglierla, cinque star sfigurate dai traumi e dalle bugie della prima stagione: Laura Dern, Zoë Kravitz, Reese Witherspoon, Nicole Kidman e Shailene Woodley. Meryl Streep interpreta Mary Louise, la suocera di Celeste (Kidman), una parte scritta apposta dagli autori con Meryl in testa, senza sapere ancora se avrebbe detto sì. Non a caso il vero nome della diva all’anagrafe è Mary Louise. «Il mio personaggio affronta come può le sue carenze nel ruolo di genitore e si accorge di non poter tornare indietro e aggiustare le cose. Ho sentito che, con questo ruolo, avrei potuto dare qualcosa di importante a Big little lies. Sarete voi a giudicare». E aggiunge: «I segreti di famiglia flirtano con il mistero della vita. Straordinario che una serie tv, coi suoi toni da fiaba e da noir, riesca a mostrarci il confine tra quello che sappiamo e quello che non sappiamo delle persone». Tra le produttrici esecutive, Kidman e Witherspoon sono state le prime a credere che la storia di Big little lies non si sarebbe conclusa nel 2017.
«Quando il pubblico ha reclamato a gran voce il nostro ritorno e la serie ha fatto incetta di premi, ci siam dette: facciamolo!», racconta Kidman, «Moriarty ha scritto un romanzo che è come una lettera aperta alle donne, lo puoi chiudere e riaprire e farne ciò che vuoi». Il creatore della serie, David E. Kelley, ha cominciato il nuovo script domandandosi: "La bugia avrà mai una sua vita?". Le cinque femmes fatales della serie sono la risposta. Per Streep gli episodi della serie sono «un atto provocatorio di emancipazione, una riflessione sul potere maschile e su quello femminile».
Quasi quanto la sua scelta di fare l’attrice: «Tutti si sorprendono quando mi sentono cantare in Mamma mia! o Into the woods ma mescolare le arti è una gioia che mi porto dentro da quando avevo sedici anni». Oltre a Big little lies, Meryl, settant’anni a giugno, ha un’altra dipendenza. E si chiama Barbra Streisand. «Ha sempre dichiarato di essere, prima di tutto, un’attrice che canta, e non una cantante che recita. I suoi testi sono piccole storie drammatiche». Leader dei movimenti per l’uguaglianza, Meryl pensa ci sia ancora bisogno di storie per "superfemmine"?
Occhi accesi e asticelle sul mento: «Sentite, le donne sono più libere e determinate rispetto a quando?
A quarantamila anni fa, può darsi.
È un’emancipazione abbastanza recente. Attenzione a non sopravvalutare l’effettiva libertà delle donne oggi. Solo perché abbiamo più voce in capitolo e camminiamo in vestiti di seta frusciante o pantaloni, non vuole dire che ci siamo lasciate alle spalle il XX secolo». E a sua figlia, Mamie Gummer, dà mai consigli?
«È un’attrice di talento, onesta e dotata di ironia e senso del dovere. Se le dico qualcosa, vedo le parole spiccare il volo dalla mia bocca, attraversare l’aria e restare impigliate nei suoi capelli. Ecco che fine fanno i consigli di una madre. Ed è giusto così. Non occorre parlare, basta osservare: i figli sono i primi spettatori di noi attori». I primi a scoprire le nostre piccole, grandi bugie.
La scelta di Meryl Streep "Volevo questa serie tv. È la mia droga"
L’attrice americana cede alle lusinghe del piccolo schermo ed entra nel cast della seconda stagione di "Big little lies", storia corale tutta al femminile con Nicole Kidman, Reese Witherspoon e Laura Dern
di Filippo Brunamonti
PASADENA ( LOS ANGELES) Ancora più bugie, per favore». Lo ha chiesto Meryl Streep ai produttori, prima di iniziare a girare la seconda stagione di Big little lies, in onda a giugno su Sky (disponibile sia su Sky Atlantic che su Sky on Demand) in contemporanea con Hbo. «Ho sempre amato Big little lies. È la mia droga», sorride Meryl quando la incontriamo al Langham Hotel.
Alla fine, anche "la più grande attrice vivente", tre premi Oscar, nomination da Guinness dei primati (ben 21), il remake di Piccole donne in arrivo, ha ceduto alle lusinghe di una serie tv: «È stata una scelta personale» precisa lei. «Quando ho lavorato per la tv in passato mi sembrava che non fossero i tempi giusti.
Stavolta, invece, ho sentito di avere un pubblico pronto, dalla mia parte. Volevo immergermi proprio in quel mondo (tratto dal best seller di Liane Moriarty, ndr) in cui il non detto, il non noto e il non mostrato si mescolano, un microcosmo di donne che tocca la vetta dell’ambiguità». Ad accoglierla, cinque star sfigurate dai traumi e dalle bugie della prima stagione: Laura Dern, Zoë Kravitz, Reese Witherspoon, Nicole Kidman e Shailene Woodley. Meryl Streep interpreta Mary Louise, la suocera di Celeste (Kidman), una parte scritta apposta dagli autori con Meryl in testa, senza sapere ancora se avrebbe detto sì. Non a caso il vero nome della diva all’anagrafe è Mary Louise. «Il mio personaggio affronta come può le sue carenze nel ruolo di genitore e si accorge di non poter tornare indietro e aggiustare le cose. Ho sentito che, con questo ruolo, avrei potuto dare qualcosa di importante a Big little lies. Sarete voi a giudicare». E aggiunge: «I segreti di famiglia flirtano con il mistero della vita. Straordinario che una serie tv, coi suoi toni da fiaba e da noir, riesca a mostrarci il confine tra quello che sappiamo e quello che non sappiamo delle persone». Tra le produttrici esecutive, Kidman e Witherspoon sono state le prime a credere che la storia di Big little lies non si sarebbe conclusa nel 2017.
«Quando il pubblico ha reclamato a gran voce il nostro ritorno e la serie ha fatto incetta di premi, ci siam dette: facciamolo!», racconta Kidman, «Moriarty ha scritto un romanzo che è come una lettera aperta alle donne, lo puoi chiudere e riaprire e farne ciò che vuoi». Il creatore della serie, David E. Kelley, ha cominciato il nuovo script domandandosi: "La bugia avrà mai una sua vita?". Le cinque femmes fatales della serie sono la risposta. Per Streep gli episodi della serie sono «un atto provocatorio di emancipazione, una riflessione sul potere maschile e su quello femminile».
Quasi quanto la sua scelta di fare l’attrice: «Tutti si sorprendono quando mi sentono cantare in Mamma mia! o Into the woods ma mescolare le arti è una gioia che mi porto dentro da quando avevo sedici anni». Oltre a Big little lies, Meryl, settant’anni a giugno, ha un’altra dipendenza. E si chiama Barbra Streisand. «Ha sempre dichiarato di essere, prima di tutto, un’attrice che canta, e non una cantante che recita. I suoi testi sono piccole storie drammatiche». Leader dei movimenti per l’uguaglianza, Meryl pensa ci sia ancora bisogno di storie per "superfemmine"?
Occhi accesi e asticelle sul mento: «Sentite, le donne sono più libere e determinate rispetto a quando?
A quarantamila anni fa, può darsi.
È un’emancipazione abbastanza recente. Attenzione a non sopravvalutare l’effettiva libertà delle donne oggi. Solo perché abbiamo più voce in capitolo e camminiamo in vestiti di seta frusciante o pantaloni, non vuole dire che ci siamo lasciate alle spalle il XX secolo». E a sua figlia, Mamie Gummer, dà mai consigli?
«È un’attrice di talento, onesta e dotata di ironia e senso del dovere. Se le dico qualcosa, vedo le parole spiccare il volo dalla mia bocca, attraversare l’aria e restare impigliate nei suoi capelli. Ecco che fine fanno i consigli di una madre. Ed è giusto così. Non occorre parlare, basta osservare: i figli sono i primi spettatori di noi attori». I primi a scoprire le nostre piccole, grandi bugie.
Corriere 11.2.19
In Puglia
«Noi archeologi offriamo le cene preistoriche»
di A.Gr
«Serviamo cibo che si presuppone si consumasse sei mila anni fa». Mimmo Lorusso, speleologo e guida turistica, non scherza. Spiega come ha messo in pratica in Puglia, con l’associazione «Archeoluoghi», il turismo esperienziale. «La nostra terra, l’alta Murgia (Bari) è ricca di siti. Con l’aiuto di archeologi abbiamo realizzato le cene preistoriche».
Come avete fatto?
«Dai reperti, cocci di terracotta, abbiamo riprodotti gli stessi vasi in cui mangiavano gli uomini sei mila anni fa. E sulla base di altre ricerche, supposto quale fosse la loro dieta».
Che proponete ai turisti che visitano i siti.
«Esatto».
Il menu?
«Carne di pecora bollita, maiale stufato, orzo e farro, grano della zona e cicoria. Un vero successo. Abbiamo dovuto rinunciare a molte prenotazioni».
In Puglia
«Noi archeologi offriamo le cene preistoriche»
di A.Gr
«Serviamo cibo che si presuppone si consumasse sei mila anni fa». Mimmo Lorusso, speleologo e guida turistica, non scherza. Spiega come ha messo in pratica in Puglia, con l’associazione «Archeoluoghi», il turismo esperienziale. «La nostra terra, l’alta Murgia (Bari) è ricca di siti. Con l’aiuto di archeologi abbiamo realizzato le cene preistoriche».
Come avete fatto?
«Dai reperti, cocci di terracotta, abbiamo riprodotti gli stessi vasi in cui mangiavano gli uomini sei mila anni fa. E sulla base di altre ricerche, supposto quale fosse la loro dieta».
Che proponete ai turisti che visitano i siti.
«Esatto».
Il menu?
«Carne di pecora bollita, maiale stufato, orzo e farro, grano della zona e cicoria. Un vero successo. Abbiamo dovuto rinunciare a molte prenotazioni».
La Stampa 11.2.19
La prima globalizzazione
Da giovedi a Cagliari
Il Mediterraneo di 4000 anni fa un mondo interconnesso con la Sardegna come crocevia
La mostra è promossa da Regione Sardegna, Polo museale della Sardegna Comune di Cagliari, Fondazione di Sardegna, Museo dell’Ermitage
di Giorgio Ieranò
Era un mare su cui correvano gli uomini e le merci, le tecniche e le idee. Il baricentro di un mondo interconnesso e globalizzato già duemila anni prima di Cristo. Una rete di traffici collegava le coste della Spagna alle rive del Mar Nero, i porti della Siria a quelli del Nord Africa. Negli scali del Mediterraneo si commerciavano olio e cereali, ceramiche e metalli. Ma i marinai condividevano anche racconti e immagini, mitologie e favole. Fondamentale, nelle rotte marittime dell’Età del bronzo, fu il ruolo svolto dalle grandi isole mediterranee sia come giacimenti di materie prime sia come scali commerciali. È il caso di Creta, innanzitutto, centro di irradiazione di una civiltà marinara che i greci riassunsero poi nella figura del «talassocratore» Minosse. E poi di Cipro, perno del commercio mediterraneo, snodo cruciale tra il Levante e la Grecia. Ma è il caso anche della Sardegna che gli scavi archeologici stanno sempre più rivelando come un’isola integrata in un sistema di scambi internazionali e non così periferica come poteva apparire un tempo.
Un relitto rivelatore
Proprio la Sardegna ospita ora una mostra che racconta la «proto-globalizzazione» mediterranea di quattromila anni fa: «Le Civiltà e il Mediterraneo», che si terrà dal 14 febbraio al 16 giugno nelle due sedi del Museo Archeologico Nazionale e del Palazzo di Città di Cagliari. Saranno esposti oltre 550 pezzi archeologici, molti dei quali prestati da musei stranieri (in primis l’Ermitage di San Pietroburgo e il Museo di Preistoria di Berlino). Reperti che permetteranno un confronto diretto tra la civiltà nuragica sarda e civiltà come quelle della Grecia micenea o del Caucaso: mondi in apparenza lontanissimi ma in realtà più vicini di quanto comunemente si pensi.
La comprensione di quanto il Mediterraneo del II millennio a. C. fosse uno spazio integrato è in realtà acquisizione abbastanza recente. Solo nel 1982, per esempio, un pescatore di spugne diciassettenne ha scoperto per caso il relitto di una nave dell’Età del bronzo nelle acque di Uluburun, al largo della Turchia. La scoperta è importantissima perché ci restituisce una fotografia dal vivo del commercio mediterraneo nell’età del bronzo. La nave, di legno di cedro, lunga circa 15 metri e affondata intorno al 1300 a. C., si è conservata con tutto il suo carico che comprende oggetti delle più diverse provenienze: monili egiziani in oro e argento, uno scarabeo con il sigillo della regina Nefertiti, statuette di origine siro-palestinese, sigilli mesopotamici, spade di bronzo di fattura micenea, vasi e ceramiche, zanne di elefante e denti di ippopotamo.
Prima di fare naufragio, il capitano aveva evidentemente toccato diversi porti del Mediterraneo. Tra gli scopi principali del suo viaggio doveva esserci l’approvvigionamento di metalli. Sulla nave erano stivate ben dieci tonnellate di rame: 348 lingotti a forma di pelle di bue. Questa forma era diffusa in tutto il Mediterraneo. Chi visiterà la mostra cagliaritana troverà lingotti analoghi scoperti però in Sardegna. Forse, in entrambi i casi, la provenienza è cipriota. Cipro era infatti la grande miniera di rame del Mediterraneo. Poi il bronzo si produceva legando il rame allo stagno che, a sua volta, arrivava dagli altopiani dell’Asia, portato dai mercanti assiri fino all’Anatolia, oppure scendeva dal Nord Europa alle rive del Mediterraneo sui barconi che percorrevano i grandi fiumi.
La leggenda del Vello d’oro
Nella seconda metà del secondo millennio a. C. tra i maggiori protagonisti del commercio mediterraneo ci furono i greci micenei, la cui civiltà è testimoniata da diversi oggetti presenti in mostra. Anche in questo caso, solo grazie a ricerche archeologiche relativamente recenti la capillarità della rete commerciale micenea sta emergendo in tutta la sua articolazione. Proprio in Sardegna, nel nuraghe di Antigori, sono stati trovati così tanti frammenti di ceramica micenea da far pensare ad alcuni studiosi che già 1300 anni prima di Cristo alcuni artigiani greci si fossero trasferiti nell’isola. I micenei, probabilmente, navigavano di cabotaggio lungo la costa dell’Africa settentrionale e da lì risalivano verso la Sicilia, la Sardegna e poi fino alla Spagna.
Ma la mostra, soprattutto grazie ai reperti prestati dall’Ermitage, apre una finestra anche verso Oriente. Figurine di uomini e animali, gioielli e asce trovati nelle tombe principesche del Caucaso suggeriscono singolari assonanze e imprevedibili analogie con altri oggetti provenienti invece dal bacino del Mediterraneo. Somiglianze solo casuali? Chissà. Di certo i greci hanno iniziato a frequentare presto le sponde asiatiche del Mar Nero. E, secondo una leggenda marinara forse più antica della stessa Odissea, è proprio verso il Caucaso che l’eroe Giasone dirige la prua della nave Argo, per andare in cerca del favoloso Vello d’oro.
La prima globalizzazione
Da giovedi a Cagliari
Il Mediterraneo di 4000 anni fa un mondo interconnesso con la Sardegna come crocevia
La mostra è promossa da Regione Sardegna, Polo museale della Sardegna Comune di Cagliari, Fondazione di Sardegna, Museo dell’Ermitage
di Giorgio Ieranò
Era un mare su cui correvano gli uomini e le merci, le tecniche e le idee. Il baricentro di un mondo interconnesso e globalizzato già duemila anni prima di Cristo. Una rete di traffici collegava le coste della Spagna alle rive del Mar Nero, i porti della Siria a quelli del Nord Africa. Negli scali del Mediterraneo si commerciavano olio e cereali, ceramiche e metalli. Ma i marinai condividevano anche racconti e immagini, mitologie e favole. Fondamentale, nelle rotte marittime dell’Età del bronzo, fu il ruolo svolto dalle grandi isole mediterranee sia come giacimenti di materie prime sia come scali commerciali. È il caso di Creta, innanzitutto, centro di irradiazione di una civiltà marinara che i greci riassunsero poi nella figura del «talassocratore» Minosse. E poi di Cipro, perno del commercio mediterraneo, snodo cruciale tra il Levante e la Grecia. Ma è il caso anche della Sardegna che gli scavi archeologici stanno sempre più rivelando come un’isola integrata in un sistema di scambi internazionali e non così periferica come poteva apparire un tempo.
Un relitto rivelatore
Proprio la Sardegna ospita ora una mostra che racconta la «proto-globalizzazione» mediterranea di quattromila anni fa: «Le Civiltà e il Mediterraneo», che si terrà dal 14 febbraio al 16 giugno nelle due sedi del Museo Archeologico Nazionale e del Palazzo di Città di Cagliari. Saranno esposti oltre 550 pezzi archeologici, molti dei quali prestati da musei stranieri (in primis l’Ermitage di San Pietroburgo e il Museo di Preistoria di Berlino). Reperti che permetteranno un confronto diretto tra la civiltà nuragica sarda e civiltà come quelle della Grecia micenea o del Caucaso: mondi in apparenza lontanissimi ma in realtà più vicini di quanto comunemente si pensi.
La comprensione di quanto il Mediterraneo del II millennio a. C. fosse uno spazio integrato è in realtà acquisizione abbastanza recente. Solo nel 1982, per esempio, un pescatore di spugne diciassettenne ha scoperto per caso il relitto di una nave dell’Età del bronzo nelle acque di Uluburun, al largo della Turchia. La scoperta è importantissima perché ci restituisce una fotografia dal vivo del commercio mediterraneo nell’età del bronzo. La nave, di legno di cedro, lunga circa 15 metri e affondata intorno al 1300 a. C., si è conservata con tutto il suo carico che comprende oggetti delle più diverse provenienze: monili egiziani in oro e argento, uno scarabeo con il sigillo della regina Nefertiti, statuette di origine siro-palestinese, sigilli mesopotamici, spade di bronzo di fattura micenea, vasi e ceramiche, zanne di elefante e denti di ippopotamo.
Prima di fare naufragio, il capitano aveva evidentemente toccato diversi porti del Mediterraneo. Tra gli scopi principali del suo viaggio doveva esserci l’approvvigionamento di metalli. Sulla nave erano stivate ben dieci tonnellate di rame: 348 lingotti a forma di pelle di bue. Questa forma era diffusa in tutto il Mediterraneo. Chi visiterà la mostra cagliaritana troverà lingotti analoghi scoperti però in Sardegna. Forse, in entrambi i casi, la provenienza è cipriota. Cipro era infatti la grande miniera di rame del Mediterraneo. Poi il bronzo si produceva legando il rame allo stagno che, a sua volta, arrivava dagli altopiani dell’Asia, portato dai mercanti assiri fino all’Anatolia, oppure scendeva dal Nord Europa alle rive del Mediterraneo sui barconi che percorrevano i grandi fiumi.
La leggenda del Vello d’oro
Nella seconda metà del secondo millennio a. C. tra i maggiori protagonisti del commercio mediterraneo ci furono i greci micenei, la cui civiltà è testimoniata da diversi oggetti presenti in mostra. Anche in questo caso, solo grazie a ricerche archeologiche relativamente recenti la capillarità della rete commerciale micenea sta emergendo in tutta la sua articolazione. Proprio in Sardegna, nel nuraghe di Antigori, sono stati trovati così tanti frammenti di ceramica micenea da far pensare ad alcuni studiosi che già 1300 anni prima di Cristo alcuni artigiani greci si fossero trasferiti nell’isola. I micenei, probabilmente, navigavano di cabotaggio lungo la costa dell’Africa settentrionale e da lì risalivano verso la Sicilia, la Sardegna e poi fino alla Spagna.
Ma la mostra, soprattutto grazie ai reperti prestati dall’Ermitage, apre una finestra anche verso Oriente. Figurine di uomini e animali, gioielli e asce trovati nelle tombe principesche del Caucaso suggeriscono singolari assonanze e imprevedibili analogie con altri oggetti provenienti invece dal bacino del Mediterraneo. Somiglianze solo casuali? Chissà. Di certo i greci hanno iniziato a frequentare presto le sponde asiatiche del Mar Nero. E, secondo una leggenda marinara forse più antica della stessa Odissea, è proprio verso il Caucaso che l’eroe Giasone dirige la prua della nave Argo, per andare in cerca del favoloso Vello d’oro.
La Stampa 11.2.19
Ritrovata una città perduta in Sudafrica. Ed è molto più grande del previsto
Le immagini qui
di Noemi Penna
Non è così antica. Ma nonostante tutte se ne erano perse completamente le tracce. Dopo anni di ricerche, grazie all'impiego della tecnologia laser, gli archeologi hanno ritrovato la fiorente città di Kweneng all'interno di quello che oggi è la riserva naturale di Suikerbosrand, in Sudafrica.
Siamo a 50 chilometri da Johannesburg e l'insediamento è esistito per circa quattrocento anni, per poi essere distrutto e abbandonato intorno al 1820, probabilmente a causa delle guerre civili. Qui risiedevano 10 mila persone di etnia Tswana e i loro discendenti da allora lottando per far riconoscere Kweneng come patria.
Alcune rovine di Kweneng erano già state individuate. Ma solo ora è stato possibile scoprire molto di più sul suo passato e la sua estensione, decisamente maggiore rispetto a quanto si pensava. «Dai risultati ottenuti grazie ai laser, pare che Kweneng fosse divisa in tre quartieri distribuiti su 20 chilometri quadrati, con due grandi recinti in pietra che probabilmente venivano impiegati per il bestiame», spiega il professor Karim Sadr.
La Witwatersrand University aveva individuato nella zona delle strutture pre-coloniali durante un'indagine aerea già nel 1968. «Ma erano molto meno di quanto siano effettivamente presenti». Questo perché «la città è nascosta da uno spesso strato di vegetazione». Ora però «abbiamo trovato oltre 900 strutture, e molti indizi testimoniano il ruolo importante che aveva questa città nell'economia locale e non solo».
Grazie ai dati forniti dal lidar - tecnica di telerilevamento che permette di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie utilizzando un impulso laser - è stato anche possibile ricostruire in 3D la città perduta, creando una nuova mappa topografica della zona e «riempiendo un enorme divario storico, dato che la storia pre-coloniale dell'Africa meridionale non ha tracce scritte».
Ritrovata una città perduta in Sudafrica. Ed è molto più grande del previsto
Le immagini qui
di Noemi Penna
Non è così antica. Ma nonostante tutte se ne erano perse completamente le tracce. Dopo anni di ricerche, grazie all'impiego della tecnologia laser, gli archeologi hanno ritrovato la fiorente città di Kweneng all'interno di quello che oggi è la riserva naturale di Suikerbosrand, in Sudafrica.
Siamo a 50 chilometri da Johannesburg e l'insediamento è esistito per circa quattrocento anni, per poi essere distrutto e abbandonato intorno al 1820, probabilmente a causa delle guerre civili. Qui risiedevano 10 mila persone di etnia Tswana e i loro discendenti da allora lottando per far riconoscere Kweneng come patria.
Alcune rovine di Kweneng erano già state individuate. Ma solo ora è stato possibile scoprire molto di più sul suo passato e la sua estensione, decisamente maggiore rispetto a quanto si pensava. «Dai risultati ottenuti grazie ai laser, pare che Kweneng fosse divisa in tre quartieri distribuiti su 20 chilometri quadrati, con due grandi recinti in pietra che probabilmente venivano impiegati per il bestiame», spiega il professor Karim Sadr.
La Witwatersrand University aveva individuato nella zona delle strutture pre-coloniali durante un'indagine aerea già nel 1968. «Ma erano molto meno di quanto siano effettivamente presenti». Questo perché «la città è nascosta da uno spesso strato di vegetazione». Ora però «abbiamo trovato oltre 900 strutture, e molti indizi testimoniano il ruolo importante che aveva questa città nell'economia locale e non solo».
Grazie ai dati forniti dal lidar - tecnica di telerilevamento che permette di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie utilizzando un impulso laser - è stato anche possibile ricostruire in 3D la città perduta, creando una nuova mappa topografica della zona e «riempiendo un enorme divario storico, dato che la storia pre-coloniale dell'Africa meridionale non ha tracce scritte».
La Stampa 11.2.19
Erdogan sfida Xi sugli uiguri “Chiudere subito i campi”
di Marta Ottaviani
Tensione fra Turchia e Cina e, come altre volte in passato, ci sono di mezzo gli uiguri, la minoranza musulmana che parla una lingua derivante dall’ottomano e che vive nello Xinjiang, una regione nella parte Nord-occidentale del Paese asiatico. Il casus belli che ha fatto scoppiare il nervosismo fra i due governi è la presunta morte, smentita da Pechino, del poeta e musicista Abdurehim Heyit, che ieri è poi apparso in un video diffuso dal governo, dopo che Ankara aveva reiterato le consuete, dure accuse contro il colosso asiatico. Secondo la Turchia, la Cina detiene in strutture simili a campi di concentramento un milione di persone appartenenti all’etnia uigura. Prima che il video venisse diffuso, Hami Aksoy, il portavoce del ministro degli Esteri, aveva dichiarato che l’artista era stato torturato fino a venire ucciso e che le persone rinchiuse in questi campi subiscono veri e propri lavaggi del cervello. La condanna di Heyit Abdurehim Heyit si trova in una di queste strutture da due anni, dopo essere stato condannato a otto anni di reclusione per alcuni suoi componimenti. Il destino del popolo uiguro, per la Turchia, sarebbe «un imbarazzo per l’umanità». Per questo, la Mezzaluna, sta facendo appelli ad altri Stati e pressioni sul Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, perché intervengano contro quella che è una «tragedia umanitaria». La Turchia segue con particolare attenzione le sorti della minoranza uigura per motivi etnici, linguisti e religiosi. Il popolo uiguro è il parente più prossimo delle popolazioni che abitavano l’Asia Centrale e che migrarono verso l’attuale Turchia. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, ha più volte preso posizione contro le decisioni di Pechino che, dopo gli scontri etnici degli ultimi anni, ha messo la minoranza sotto stretta sorveglianza, radunandola in campi di «rieducazione». L’intento ufficiale è quello di tenerli lontani da organizzazioni terroriste. Ma secondo la Turchia è in corso un vero e proprio tentativo di assimilazione della popolazione, sopprimendo le loro peculiarità linguistiche e religiose. Il portavoce Aksoy, ha comunque voluto sottolineare che i rapporti fra Turchia e Cina «sono generalmente buoni». Pechino è uno dei partner commerciali principali e proprio dall’Anatolia passerà la Road Belt Initiative, la Via della Seta del XXI secolo, destinata a modificare gli scambi nei prossimi decenni.
Erdogan sfida Xi sugli uiguri “Chiudere subito i campi”
di Marta Ottaviani
Tensione fra Turchia e Cina e, come altre volte in passato, ci sono di mezzo gli uiguri, la minoranza musulmana che parla una lingua derivante dall’ottomano e che vive nello Xinjiang, una regione nella parte Nord-occidentale del Paese asiatico. Il casus belli che ha fatto scoppiare il nervosismo fra i due governi è la presunta morte, smentita da Pechino, del poeta e musicista Abdurehim Heyit, che ieri è poi apparso in un video diffuso dal governo, dopo che Ankara aveva reiterato le consuete, dure accuse contro il colosso asiatico. Secondo la Turchia, la Cina detiene in strutture simili a campi di concentramento un milione di persone appartenenti all’etnia uigura. Prima che il video venisse diffuso, Hami Aksoy, il portavoce del ministro degli Esteri, aveva dichiarato che l’artista era stato torturato fino a venire ucciso e che le persone rinchiuse in questi campi subiscono veri e propri lavaggi del cervello. La condanna di Heyit Abdurehim Heyit si trova in una di queste strutture da due anni, dopo essere stato condannato a otto anni di reclusione per alcuni suoi componimenti. Il destino del popolo uiguro, per la Turchia, sarebbe «un imbarazzo per l’umanità». Per questo, la Mezzaluna, sta facendo appelli ad altri Stati e pressioni sul Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, perché intervengano contro quella che è una «tragedia umanitaria». La Turchia segue con particolare attenzione le sorti della minoranza uigura per motivi etnici, linguisti e religiosi. Il popolo uiguro è il parente più prossimo delle popolazioni che abitavano l’Asia Centrale e che migrarono verso l’attuale Turchia. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, ha più volte preso posizione contro le decisioni di Pechino che, dopo gli scontri etnici degli ultimi anni, ha messo la minoranza sotto stretta sorveglianza, radunandola in campi di «rieducazione». L’intento ufficiale è quello di tenerli lontani da organizzazioni terroriste. Ma secondo la Turchia è in corso un vero e proprio tentativo di assimilazione della popolazione, sopprimendo le loro peculiarità linguistiche e religiose. Il portavoce Aksoy, ha comunque voluto sottolineare che i rapporti fra Turchia e Cina «sono generalmente buoni». Pechino è uno dei partner commerciali principali e proprio dall’Anatolia passerà la Road Belt Initiative, la Via della Seta del XXI secolo, destinata a modificare gli scambi nei prossimi decenni.
Repubblica 11.2.19
Israele
Un brutale assassinio riaccende la crisi con i palestinesi
di Vincenzo Nigro
In piena campagna elettorale israeliana il barbaro omicidio di una giovane ebrea di 19 anni da parte di un giovane palestinese rischia di innescare una crisi profonda fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese. Ori Ansbacher, figlia di un rabbino, giovedì notte è stata ritrovata barbaramente seviziata e uccisa in un bosco alle porte di Gerusalemme. L’assassino è stato arrestato a Ramallah. Arafat Irfaiya, originario di Hebron, era schedato dalla polizia come autore in passato di atti minori di terrorismo. Nella sua famiglia ci sono sostenitori di Hamas: sembra sia stato rintracciato grazie al Dna lasciato sul luogo dell’omicidio. Già prima che lo Shin Bet lo definisse un "atto terroristico", il Paese si è infiammato. La ministra della Giustizia Ayelet Shaked, il ministro della Polizia Gilad Erdan e altri deputati hanno chiesto la pena di morte per il palestinese.
Il premier Benjamin Netanyahu vuole varare una legge per congelare i dazi doganali che ogni mese Israele versa all’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. Israele fa sbarcare nei suoi porti merce diretta alla Anp, riscuote i dazi e poi li versa ai palestinesi.
Netanyahu vuole il congelamento perché l’Anp versa dei contributi alle famiglie dei palestinesi che commettono atti di "ribellione" contro Israele, quindi anche atti di terrorismo. E l’assassino di Ori potrebbe farsi passare per un "combattente" proprio per avere i soldi dell’Anp.
Israele
Un brutale assassinio riaccende la crisi con i palestinesi
di Vincenzo Nigro
In piena campagna elettorale israeliana il barbaro omicidio di una giovane ebrea di 19 anni da parte di un giovane palestinese rischia di innescare una crisi profonda fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese. Ori Ansbacher, figlia di un rabbino, giovedì notte è stata ritrovata barbaramente seviziata e uccisa in un bosco alle porte di Gerusalemme. L’assassino è stato arrestato a Ramallah. Arafat Irfaiya, originario di Hebron, era schedato dalla polizia come autore in passato di atti minori di terrorismo. Nella sua famiglia ci sono sostenitori di Hamas: sembra sia stato rintracciato grazie al Dna lasciato sul luogo dell’omicidio. Già prima che lo Shin Bet lo definisse un "atto terroristico", il Paese si è infiammato. La ministra della Giustizia Ayelet Shaked, il ministro della Polizia Gilad Erdan e altri deputati hanno chiesto la pena di morte per il palestinese.
Il premier Benjamin Netanyahu vuole varare una legge per congelare i dazi doganali che ogni mese Israele versa all’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. Israele fa sbarcare nei suoi porti merce diretta alla Anp, riscuote i dazi e poi li versa ai palestinesi.
Netanyahu vuole il congelamento perché l’Anp versa dei contributi alle famiglie dei palestinesi che commettono atti di "ribellione" contro Israele, quindi anche atti di terrorismo. E l’assassino di Ori potrebbe farsi passare per un "combattente" proprio per avere i soldi dell’Anp.
Repubblica 11.2.19
I Democratici Usa
La riscoperta di Bernie Sanders
di Federico Rampini
La marcia dei democratici Usa verso la Casa Bianca riparte dalle diseguaglianze. Il tema dell’eccessiva concentrazione di ricchezze torna in primo piano come ai tempi di Occupy Wall Street, dopo la crisi del 2008. Forse un giorno la storia ricorderà un singolo investimento immobiliare come la goccia che fece traboccare il vaso. È l’acquisto di un appartamento al 220 Central Park South. Ha polverizzato record perfino per Manhattan: 238 milioni di dollari, pagati a gennaio dal finanziere Kenneth Griffin di Chicago.
O forse a scatenare una reazione è stata un’altra vicenda newyorchese, l’annunciata costruzione del secondo quartiere generale di Amazon. Proprio mentre Jeff Bezos denuncia di essere "sotto ricatto ed estorsione" da parte di un tabloid vicino a Donald Trump (per le foto hard inviate alla sua amante), l’accusa di estorsione fiscale riecheggia contro di lui: a proposito della nuova sede progettata a Long Island City nel quartiere di Queens. Amazon, regina dell’economia digitale che vale 780 miliardi di dollari in Borsa, ha strappato al Comune e allo Stato di New York sgravi sulle imposte locali per 3 miliardi: il conto lo paghiamo noi contribuenti normali, che non abbiamo quella capacità di pressione. Intanto New York ha servizi pubblici in declino — una metropolitana da Terzo mondo — e vede crescere l’esercito degli homeless.
La misura è colma, almeno secondo i nuovi leader della sinistra. Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts candidata alla nomination democratica, propone una tassa patrimoniale del 2% dai 50 milioni di dollari di ricchezza in su. Colpirebbe 75.000 famiglie, una frazione minuscola in una nazione di 315 milioni di abitanti. Ma proprio perché la ricchezza è spaventosamente concentrata in poche mani, la sua patrimoniale può generare un gettito di 2.750 miliardi in un decennio.
Bernie Sanders, il senatore del Vermont che si proclama socialista e non esclude di ricandidarsi come nel 2016, vuole imposte di successione al 45% dai 3,5 milioni di eredità in su. Stima che colpirebbe solo ottomila famiglie, con un gettito di 315 miliardi in dieci anni. Tra le paladine di nuove tasse sui ricchi c’è anche la giovane deputata newyorchese Alexandria Ocasio- Cortez, una star della nuova sinistra radicale. La neo- eletta propone di alzare l’aliquota marginale dell’imposta sul reddito a carico di chi guadagna più di dieci milioni di dollari all’anno, portandola dall’attuale 37% al 70%. Colpirebbe solo 16.000 famiglie ma il gettito anche in questo caso non sarebbe irrisorio: 350 miliardi.
Donald Trump fiuta un’opportunità per lui: nel suo discorso sullo Stato dell’Unione una settimana fa ha denunciato "chi invoca il socialismo in America". In altre occasioni ha paragonato l’ala sinistra del partito democratico all’autocrate Maduro che ha ridotto alla fame il popolo del Venezuela. È un assaggio della sua linea di attacco, se nel 2020 si troverà di fronte un rivale o una rivale dai propositi radicali. Socialismo è una parola che fa ancora paura agli americani, trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino? In realtà un sondaggio della Fox News rivela che perfino una maggioranza dei repubblicani è favorevole ad alzare le tasse su chi guadagna oltre dieci milioni l’anno. Sanders si considera l’erede di una tradizione anti- monopolista e di una battaglia contro le oligarchie del denaro che risale a un grande presidente repubblicano, Ted Roosevelt. In quanto all’aliquota marginale Irpef ventilata dalla Ocasio-Cortez, era in vigore sui più ricchi tra le presidenze di Eisenhower ( repubblicano) e Kennedy ( democratico), anni Cinquanta e Sessanta, Età dell’Oro che vide una crescita economica record.
L’ala sinistra dei dem dovrà prima convincere il proprio partito. Il New York Times ricorda che dai tempi di Bill Clinton, la leadership del partito ha abbracciato il pensiero unico neoliberista. «Dichiaro la fine dell’era del Big Government » ( cioè lo " Stato grosso"), disse Clinton negli stessi anni in cui firmava la deregulation finanziaria e i trattati di libero scambio. Poi venne lo shock del 2008; gli slogan di Occupy contro l’un per cento. Ma quel movimento ebbe vita breve, più duratura e potente fu la reazione contro il salvataggio dei banchieri da parte del populismo di destra, quel Tea Party che spianò la strada a Trump. La contraddizione è ai massimi proprio qui a New York. I maxi- sussidi fiscali concessi ad Amazon sono stati sostenuti da un potere locale tutto democratico, il sindaco Bill de Blasio e il governatore Andrew Cuomo.
I Democratici Usa
La riscoperta di Bernie Sanders
di Federico Rampini
La marcia dei democratici Usa verso la Casa Bianca riparte dalle diseguaglianze. Il tema dell’eccessiva concentrazione di ricchezze torna in primo piano come ai tempi di Occupy Wall Street, dopo la crisi del 2008. Forse un giorno la storia ricorderà un singolo investimento immobiliare come la goccia che fece traboccare il vaso. È l’acquisto di un appartamento al 220 Central Park South. Ha polverizzato record perfino per Manhattan: 238 milioni di dollari, pagati a gennaio dal finanziere Kenneth Griffin di Chicago.
O forse a scatenare una reazione è stata un’altra vicenda newyorchese, l’annunciata costruzione del secondo quartiere generale di Amazon. Proprio mentre Jeff Bezos denuncia di essere "sotto ricatto ed estorsione" da parte di un tabloid vicino a Donald Trump (per le foto hard inviate alla sua amante), l’accusa di estorsione fiscale riecheggia contro di lui: a proposito della nuova sede progettata a Long Island City nel quartiere di Queens. Amazon, regina dell’economia digitale che vale 780 miliardi di dollari in Borsa, ha strappato al Comune e allo Stato di New York sgravi sulle imposte locali per 3 miliardi: il conto lo paghiamo noi contribuenti normali, che non abbiamo quella capacità di pressione. Intanto New York ha servizi pubblici in declino — una metropolitana da Terzo mondo — e vede crescere l’esercito degli homeless.
La misura è colma, almeno secondo i nuovi leader della sinistra. Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts candidata alla nomination democratica, propone una tassa patrimoniale del 2% dai 50 milioni di dollari di ricchezza in su. Colpirebbe 75.000 famiglie, una frazione minuscola in una nazione di 315 milioni di abitanti. Ma proprio perché la ricchezza è spaventosamente concentrata in poche mani, la sua patrimoniale può generare un gettito di 2.750 miliardi in un decennio.
Bernie Sanders, il senatore del Vermont che si proclama socialista e non esclude di ricandidarsi come nel 2016, vuole imposte di successione al 45% dai 3,5 milioni di eredità in su. Stima che colpirebbe solo ottomila famiglie, con un gettito di 315 miliardi in dieci anni. Tra le paladine di nuove tasse sui ricchi c’è anche la giovane deputata newyorchese Alexandria Ocasio- Cortez, una star della nuova sinistra radicale. La neo- eletta propone di alzare l’aliquota marginale dell’imposta sul reddito a carico di chi guadagna più di dieci milioni di dollari all’anno, portandola dall’attuale 37% al 70%. Colpirebbe solo 16.000 famiglie ma il gettito anche in questo caso non sarebbe irrisorio: 350 miliardi.
Donald Trump fiuta un’opportunità per lui: nel suo discorso sullo Stato dell’Unione una settimana fa ha denunciato "chi invoca il socialismo in America". In altre occasioni ha paragonato l’ala sinistra del partito democratico all’autocrate Maduro che ha ridotto alla fame il popolo del Venezuela. È un assaggio della sua linea di attacco, se nel 2020 si troverà di fronte un rivale o una rivale dai propositi radicali. Socialismo è una parola che fa ancora paura agli americani, trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino? In realtà un sondaggio della Fox News rivela che perfino una maggioranza dei repubblicani è favorevole ad alzare le tasse su chi guadagna oltre dieci milioni l’anno. Sanders si considera l’erede di una tradizione anti- monopolista e di una battaglia contro le oligarchie del denaro che risale a un grande presidente repubblicano, Ted Roosevelt. In quanto all’aliquota marginale Irpef ventilata dalla Ocasio-Cortez, era in vigore sui più ricchi tra le presidenze di Eisenhower ( repubblicano) e Kennedy ( democratico), anni Cinquanta e Sessanta, Età dell’Oro che vide una crescita economica record.
L’ala sinistra dei dem dovrà prima convincere il proprio partito. Il New York Times ricorda che dai tempi di Bill Clinton, la leadership del partito ha abbracciato il pensiero unico neoliberista. «Dichiaro la fine dell’era del Big Government » ( cioè lo " Stato grosso"), disse Clinton negli stessi anni in cui firmava la deregulation finanziaria e i trattati di libero scambio. Poi venne lo shock del 2008; gli slogan di Occupy contro l’un per cento. Ma quel movimento ebbe vita breve, più duratura e potente fu la reazione contro il salvataggio dei banchieri da parte del populismo di destra, quel Tea Party che spianò la strada a Trump. La contraddizione è ai massimi proprio qui a New York. I maxi- sussidi fiscali concessi ad Amazon sono stati sostenuti da un potere locale tutto democratico, il sindaco Bill de Blasio e il governatore Andrew Cuomo.
Repubblica 11.2.19"
Un muro qui stravolgerebbe le nostre vite la Ue non può difenderci, tocca a noi"
RAVENSDALE ( IRLANDA - IRLANDA DEL NORD) «Siamo pronti a tutto, anche ad abbattere fisicamente i checkpoint e le frontiere che verranno». Damian McGennity, irlandese, 45 anni, quattro figli, impiegato all’ufficio postale di un villaggio vicino e agricoltore, si fa trovare in un albergo al confine, alla Junction 20 dell’autostrada nei pressi di Newry. Qui c’è ancora una rarissima "casetta" dei soldati britannici all’ex frontiera e a metà gennaio c’è stata una clamorosa protesta degli abitanti locali "contro un nuovo muro": «Non torneremo mai al passato», racconta, «non lo permetteremo: un confine qui stravolgerebbe le nostre vite e la nostra economia e poi finalmente ci sentiamo in un’Irlanda unita: nonostante i due Stati, possiamo avere entrambi i passaporti, lavorare e vivere dove ci pare.
Siamo in pace adesso, cambiare è inaccettabile, questo sarebbe il nostro "muro di Berlino", potrebbe tornare l’incubo della guerra dopo un processo di pace meraviglioso, non possiamo dare il fianco agli estremisti che non hanno sostegno nella nostra comunità ma che potrebbero tornare a colpire. Temo che l’Unione Europea non potrà aiutarci in questo imminente disastro. Toccherà a noi difenderci».
Un muro qui stravolgerebbe le nostre vite la Ue non può difenderci, tocca a noi"
RAVENSDALE ( IRLANDA - IRLANDA DEL NORD) «Siamo pronti a tutto, anche ad abbattere fisicamente i checkpoint e le frontiere che verranno». Damian McGennity, irlandese, 45 anni, quattro figli, impiegato all’ufficio postale di un villaggio vicino e agricoltore, si fa trovare in un albergo al confine, alla Junction 20 dell’autostrada nei pressi di Newry. Qui c’è ancora una rarissima "casetta" dei soldati britannici all’ex frontiera e a metà gennaio c’è stata una clamorosa protesta degli abitanti locali "contro un nuovo muro": «Non torneremo mai al passato», racconta, «non lo permetteremo: un confine qui stravolgerebbe le nostre vite e la nostra economia e poi finalmente ci sentiamo in un’Irlanda unita: nonostante i due Stati, possiamo avere entrambi i passaporti, lavorare e vivere dove ci pare.
Siamo in pace adesso, cambiare è inaccettabile, questo sarebbe il nostro "muro di Berlino", potrebbe tornare l’incubo della guerra dopo un processo di pace meraviglioso, non possiamo dare il fianco agli estremisti che non hanno sostegno nella nostra comunità ma che potrebbero tornare a colpire. Temo che l’Unione Europea non potrà aiutarci in questo imminente disastro. Toccherà a noi difenderci».
Repubblica 11.2.19"
Ma ora dobbiamo avere la possibilità di votare anche per unificare il Paese"
AUGHNACLOY ( IRLANDA DEL NORD) «L’unità dell’Irlanda non è più un sogno, ora ci vuole un referendum sul confine». Michelle Gildernew, 48 anni, è la seconda donna del partito nazionalista irlandese (ex braccio politico dell’Ira) eletta a Westminster, anche se come tradizione di Sinn Féin non occupa il seggio per protesta contro Londra. È amatissima dalla folta comunità cattolica locale, qui nel distretto elettorale nordirlandese di Fermanagh e Tyrone, e ora il suo sogno di una vita potrebbe diventare realtà: «Le persone devono avere l’opportunità di votare e esprimersi sull’unione alla quale preferirebbero appartenere: l’Unione Europea o l’Unione con la Gran Bretagna. La Brexit polarizza le nostre comunità. Dobbiamo far sì che qui la vita continui come sinora, dal 1998 il confine è stato smantellato, non possiamo permettere in alcun modo che venga reinstallato, perché altrimenti potrebbe tornare la violenza, anche se l’Ira non esiste più. In passato, anche io ho subito varie minacce di morte, ho perso molti cari nel conflitto. L’Irlanda unita non è solo un sogno, ma un’aspirazione politica sancita dalla pace del Venerdì Santo.
L’obiettivo ora è un referendum, per diventare un Paese tollerante, all’avanguardia e unito».
Ma ora dobbiamo avere la possibilità di votare anche per unificare il Paese"
AUGHNACLOY ( IRLANDA DEL NORD) «L’unità dell’Irlanda non è più un sogno, ora ci vuole un referendum sul confine». Michelle Gildernew, 48 anni, è la seconda donna del partito nazionalista irlandese (ex braccio politico dell’Ira) eletta a Westminster, anche se come tradizione di Sinn Féin non occupa il seggio per protesta contro Londra. È amatissima dalla folta comunità cattolica locale, qui nel distretto elettorale nordirlandese di Fermanagh e Tyrone, e ora il suo sogno di una vita potrebbe diventare realtà: «Le persone devono avere l’opportunità di votare e esprimersi sull’unione alla quale preferirebbero appartenere: l’Unione Europea o l’Unione con la Gran Bretagna. La Brexit polarizza le nostre comunità. Dobbiamo far sì che qui la vita continui come sinora, dal 1998 il confine è stato smantellato, non possiamo permettere in alcun modo che venga reinstallato, perché altrimenti potrebbe tornare la violenza, anche se l’Ira non esiste più. In passato, anche io ho subito varie minacce di morte, ho perso molti cari nel conflitto. L’Irlanda unita non è solo un sogno, ma un’aspirazione politica sancita dalla pace del Venerdì Santo.
L’obiettivo ora è un referendum, per diventare un Paese tollerante, all’avanguardia e unito».
Repubblica 11.2.19"
Ero un paramilitare, sono sopravvissuto non possiamo tornare a quell’inferno"
PETTIGO ( IRLANDA — IRLANDA DEL NORD) Ottant’anni, la sua officina è il primo edificio della parte nordirlandese di Pettigo, un piccolo villaggio che si trova sia in Irlanda che in Irlanda del Nord: il confine sono un fiumiciattolo e il ponte. Mervyn Johnston è protestante, ex pilota automobilistico, poi paramilitare dell’Ulster Defence Force negli anni Settanta e Ottanta, oggi meccanico: «Sono stati tempi drammatici, potevi essere sparato o morire in un’esplosione in ogni istante, per fortuna sono vivo, ma l’azienda della mia famiglia è stata fatta saltare in aria con quattro bombe incendiarie. Nell’officina dove siamo c’era un ufficio postale, qui è morto un uomo che ha provato ad azionare una bomba. Hanno sparato anche a me una volta: uno dell’Ira mi ha chiesto come mi chiamassi, ha tirato la pistola e ha sparato. Mi ha colpito solo al braccio. Sono stato fortunato, molti miei amici sono morti.
Non sappiamo cosa accadrà adesso, ma non torneremo a quell’inferno». Dall’altra parte del ponte, il primo edificio è l’ufficio postale irlandese. Lo gestisce James, 75 anni, cattolico. Mostra alcuni moduli: «Le richieste di passaporto irlandese sono cresciute sei volte tanto dal 2016».
Ero un paramilitare, sono sopravvissuto non possiamo tornare a quell’inferno"
PETTIGO ( IRLANDA — IRLANDA DEL NORD) Ottant’anni, la sua officina è il primo edificio della parte nordirlandese di Pettigo, un piccolo villaggio che si trova sia in Irlanda che in Irlanda del Nord: il confine sono un fiumiciattolo e il ponte. Mervyn Johnston è protestante, ex pilota automobilistico, poi paramilitare dell’Ulster Defence Force negli anni Settanta e Ottanta, oggi meccanico: «Sono stati tempi drammatici, potevi essere sparato o morire in un’esplosione in ogni istante, per fortuna sono vivo, ma l’azienda della mia famiglia è stata fatta saltare in aria con quattro bombe incendiarie. Nell’officina dove siamo c’era un ufficio postale, qui è morto un uomo che ha provato ad azionare una bomba. Hanno sparato anche a me una volta: uno dell’Ira mi ha chiesto come mi chiamassi, ha tirato la pistola e ha sparato. Mi ha colpito solo al braccio. Sono stato fortunato, molti miei amici sono morti.
Non sappiamo cosa accadrà adesso, ma non torneremo a quell’inferno». Dall’altra parte del ponte, il primo edificio è l’ufficio postale irlandese. Lo gestisce James, 75 anni, cattolico. Mostra alcuni moduli: «Le richieste di passaporto irlandese sono cresciute sei volte tanto dal 2016».
Repubblica 11.2.19"
La mia città ha avuto il record di bombe ora non provate ad ammazzare le imprese"
STRABANE ( IRLANDA DEL NORD) Strabane è una delle città più martoriate dai Troubles e dall’Ira.
Suo l’atroce record della "più bombardata d’Europa" negli Anni ’70 e ’80. Qui oggi c’è il quartiere generale di O’Neills, famosa azienda di articoli sportivi nel Regno Unito che, dall’altra parte del confine, produce praticamente tutte le magliette degli sport irlandesi, come il Gaelic Football: «Bisogna arrivare a una soluzione», dice il patron Kieran Kennedy, un idolo da queste parti per i posti di lavoro che sforna da 40 anni dopo la catastrofe del conflitto civile.
«Il No Deal — prosegue — sarebbe letale per tutti gli imprenditori, anche quelli grandi come noi: abbiamo una catena di produzione che attraversa il confine fino a otto volte per un singolo prodotto. E non possiamo permetterci ritardi al confine, altrimenti salta tutta la catena. La tecnologia non può sostituire in alcun modo la frontiera, gli europei mi hanno assicurato che non tornerà. La soluzione è il piano May con il backstop (la controversa clausola della Ue per mantenere il confine fluido) o far sì che Nordirlanda, Scozia e Galles rimangano nell’unione doganale e in parte nel mercato unico, come vogliono i laburisti. Punto».
La mia città ha avuto il record di bombe ora non provate ad ammazzare le imprese"
STRABANE ( IRLANDA DEL NORD) Strabane è una delle città più martoriate dai Troubles e dall’Ira.
Suo l’atroce record della "più bombardata d’Europa" negli Anni ’70 e ’80. Qui oggi c’è il quartiere generale di O’Neills, famosa azienda di articoli sportivi nel Regno Unito che, dall’altra parte del confine, produce praticamente tutte le magliette degli sport irlandesi, come il Gaelic Football: «Bisogna arrivare a una soluzione», dice il patron Kieran Kennedy, un idolo da queste parti per i posti di lavoro che sforna da 40 anni dopo la catastrofe del conflitto civile.
«Il No Deal — prosegue — sarebbe letale per tutti gli imprenditori, anche quelli grandi come noi: abbiamo una catena di produzione che attraversa il confine fino a otto volte per un singolo prodotto. E non possiamo permetterci ritardi al confine, altrimenti salta tutta la catena. La tecnologia non può sostituire in alcun modo la frontiera, gli europei mi hanno assicurato che non tornerà. La soluzione è il piano May con il backstop (la controversa clausola della Ue per mantenere il confine fluido) o far sì che Nordirlanda, Scozia e Galles rimangano nell’unione doganale e in parte nel mercato unico, come vogliono i laburisti. Punto».
Repubblica 11.2.19
Mio nonno comprò queste terre nel 1910 spero proprio di non rivedere i checkpoint"
COSHQIN ( IRLANDA DEL NORD) — BRIDGE END ( IRLANDA)
A una decina di chilometri da Áine c’è la fattoria di David Crockett, a metà tra Irlanda del Nord e Irlanda. «Mio nonno comprò queste terre nel 1910», racconta il 70enne Crockett, «all’epoca era parte del Regno Unito, poi nel 1922 è stata divisa. Allora, proprio come adesso con la Brexit, nessuno sapeva che cosa sarebbe successo. Poi il confine è comparso da un giorno all’altro. Spero e credo che non tornino i checkpoint». «La svolta è stata quando Regno Unito e Irlanda sono entrati in Europa», continua, «magari rimanessimo in Ue, ora l’Irlanda è unita, ma in Europa… un "hard border" non conviene a nessuno». Prima di morire, il padre del signor Crockett, allora 94enne, è voluto andare a tutti i costi a votare al referendum per restare in Ue, nonostante la salute terminale e la sedia a rotelle: «Lui, come me e come chi vive al confine, sa la differenza tra essere in Europa ed esserne fuori». Qui vicino, a un chilometro dalla casa del signor Crockett, il 24 ottobre del 1990 il cuoco Patsy Gillespie venne costretto dall’Ira a guidare un furgone carico di esplosivo verso i soldati britannici al confine. «Lì c’era un checkpoint fisso», ricorda Crockett, «ci fu una autobomba fortissima, uccise 6-7 soldati, vennero giù le porte e il tetto di casa».
Mio nonno comprò queste terre nel 1910 spero proprio di non rivedere i checkpoint"
COSHQIN ( IRLANDA DEL NORD) — BRIDGE END ( IRLANDA)
A una decina di chilometri da Áine c’è la fattoria di David Crockett, a metà tra Irlanda del Nord e Irlanda. «Mio nonno comprò queste terre nel 1910», racconta il 70enne Crockett, «all’epoca era parte del Regno Unito, poi nel 1922 è stata divisa. Allora, proprio come adesso con la Brexit, nessuno sapeva che cosa sarebbe successo. Poi il confine è comparso da un giorno all’altro. Spero e credo che non tornino i checkpoint». «La svolta è stata quando Regno Unito e Irlanda sono entrati in Europa», continua, «magari rimanessimo in Ue, ora l’Irlanda è unita, ma in Europa… un "hard border" non conviene a nessuno». Prima di morire, il padre del signor Crockett, allora 94enne, è voluto andare a tutti i costi a votare al referendum per restare in Ue, nonostante la salute terminale e la sedia a rotelle: «Lui, come me e come chi vive al confine, sa la differenza tra essere in Europa ed esserne fuori». Qui vicino, a un chilometro dalla casa del signor Crockett, il 24 ottobre del 1990 il cuoco Patsy Gillespie venne costretto dall’Ira a guidare un furgone carico di esplosivo verso i soldati britannici al confine. «Lì c’era un checkpoint fisso», ricorda Crockett, «ci fu una autobomba fortissima, uccise 6-7 soldati, vennero giù le porte e il tetto di casa».
Repubblica 11.2.19
"Sterlina in calo, dazi e lunghe code in auto la dogana ci porterebbe indietro di 30 anni""
MUFF (IRLANDA) Sulla strada che da Derry porta a Muff, estremità settentrionale del confine con l’Irlanda, si addensano stormi di corvi, mentre le vetture sfrecciano rapidissime, come se volessero scappare da un’area a rischio. Qui troviamo Áine Mullan, 41 anni, titolare del birrificio artigianale "Boghopper": «Subito dopo il referendum la sterlina ha perso valore e in questa regione molte persone lavorano in Irlanda del Nord ma vivono qui in Donegal (Irlanda), i loro stipendi si sono ridotti anche del 10-15%, devono pagare il mutuo in Irlanda in euro e magari risparmiano sulla birra. Se qui torna un "hard border" e io lo ricordo bene negli anni Ottanta quando ero bambina, provocherà disagi e lunghe file di veicoli». Seppur gestisca solo una piccola impresa locale, una frontiera commerciale per Áine sarebbe un disastro: «Le bottiglie arrivano attraverso il Regno Unito, il materiale per impacchettarle pure. Anche se la maggior parte del luppolo proviene dagli Stati Uniti o dalla Nuova Zelanda, questo passa sempre per il Regno Unito, perché è la via delle nostre materie prime. Perciò la Brexit per noi può essere un problema in termine di costi, per non parlare delle implicazioni di eventuali dazi».
"Sterlina in calo, dazi e lunghe code in auto la dogana ci porterebbe indietro di 30 anni""
MUFF (IRLANDA) Sulla strada che da Derry porta a Muff, estremità settentrionale del confine con l’Irlanda, si addensano stormi di corvi, mentre le vetture sfrecciano rapidissime, come se volessero scappare da un’area a rischio. Qui troviamo Áine Mullan, 41 anni, titolare del birrificio artigianale "Boghopper": «Subito dopo il referendum la sterlina ha perso valore e in questa regione molte persone lavorano in Irlanda del Nord ma vivono qui in Donegal (Irlanda), i loro stipendi si sono ridotti anche del 10-15%, devono pagare il mutuo in Irlanda in euro e magari risparmiano sulla birra. Se qui torna un "hard border" e io lo ricordo bene negli anni Ottanta quando ero bambina, provocherà disagi e lunghe file di veicoli». Seppur gestisca solo una piccola impresa locale, una frontiera commerciale per Áine sarebbe un disastro: «Le bottiglie arrivano attraverso il Regno Unito, il materiale per impacchettarle pure. Anche se la maggior parte del luppolo proviene dagli Stati Uniti o dalla Nuova Zelanda, questo passa sempre per il Regno Unito, perché è la via delle nostre materie prime. Perciò la Brexit per noi può essere un problema in termine di costi, per non parlare delle implicazioni di eventuali dazi».
Repubblica 11.2.19
Il reportage
Le conseguenze del referendum
Viaggio al confine della Brexit dove le paure degli irlandesi incrociano il futuro dell’Europa
Lo stallo della politica un’autobomba e il ritorno delle fratture nella società
Siamo andati a vedere che cosa succede se torna la frontiera
di Antonello Guerrera
CONFINE IRLANDA- IRLANDA DEL NORD Davanti al tribunale, un operaio su una gru ripara i danni.
L’autobomba del 19 gennaio a Derry, rivendicata dall’ennesima "Ira", ha riaperto le cicatrici di una fragile pace. Nessuna vittima, ma il gesto è sconvolgente, qui nella sanguinosa storia delle due Irlande della Bloody Sunday. Secondo una giornalista locale, «da anni stanno ricrescendo l’odio e la violenza settaria in città tra cattolici e protestanti, soprattutto i più giovani. Ma l’incertezza della Brexit aggrava la situazione». In Irlanda del Nord, a cento anni esatti dallo scoppio della guerra che provocò la prima indipendenza della Repubblica d’Irlanda e i confini attuali, la maggioranza della popolazione (55,7%) ha votato contro la Brexit, mentre a favore il 65% degli unionisti e il 59% dei protestanti e solo il 14% del partito repubblicano Sinn Féin e il 15% dei cattolici. C’è anche un vuoto politico: da due anni l’esecutivo e il Parlamento locali sono bloccati dopo le dimissioni da vicepremier dell’ex colonnello dell’Ira, Martin McGuinness, poi morto nel 2017; e dallo scontro sulla "prima ministra" nordirlandese Arlene Foster, leader del partito unionista Dup stampella di Theresa May a Westminster, per un’inchiesta di fondi pubblici. La Brexit, invece, è inchiodata sul nodo del confine irlandese. La fluidità e invisibilità di quest’ultimo sono il pilastro della pace del Venerdì Santo (1998) dopo 3.500 morti nei "Troubles" scatenati negli anni ‘60 contro le discriminazioni subìte dai cattolici al Nord e dall’imperitura voglia di un’Irlanda unita. Dopo la Brexit, un confine andrà rimesso, ma come? E dove? Il dilemma pare irrisolvibile.
Le due Irlande hanno poi 208 "border crossings" lungo 499 chilometri di confine, cioè punti dove si può attraversarlo, mentre, per esempio, la frontiera orientale dell’Ue solo 120. Così siamo andati lungo il confine a raccontare le storie di chi vive "in bilico", di chi ha paura e di chi crede che le tenebre del passato non torneranno.
Il reportage
Le conseguenze del referendum
Viaggio al confine della Brexit dove le paure degli irlandesi incrociano il futuro dell’Europa
Lo stallo della politica un’autobomba e il ritorno delle fratture nella società
Siamo andati a vedere che cosa succede se torna la frontiera
di Antonello Guerrera
CONFINE IRLANDA- IRLANDA DEL NORD Davanti al tribunale, un operaio su una gru ripara i danni.
L’autobomba del 19 gennaio a Derry, rivendicata dall’ennesima "Ira", ha riaperto le cicatrici di una fragile pace. Nessuna vittima, ma il gesto è sconvolgente, qui nella sanguinosa storia delle due Irlande della Bloody Sunday. Secondo una giornalista locale, «da anni stanno ricrescendo l’odio e la violenza settaria in città tra cattolici e protestanti, soprattutto i più giovani. Ma l’incertezza della Brexit aggrava la situazione». In Irlanda del Nord, a cento anni esatti dallo scoppio della guerra che provocò la prima indipendenza della Repubblica d’Irlanda e i confini attuali, la maggioranza della popolazione (55,7%) ha votato contro la Brexit, mentre a favore il 65% degli unionisti e il 59% dei protestanti e solo il 14% del partito repubblicano Sinn Féin e il 15% dei cattolici. C’è anche un vuoto politico: da due anni l’esecutivo e il Parlamento locali sono bloccati dopo le dimissioni da vicepremier dell’ex colonnello dell’Ira, Martin McGuinness, poi morto nel 2017; e dallo scontro sulla "prima ministra" nordirlandese Arlene Foster, leader del partito unionista Dup stampella di Theresa May a Westminster, per un’inchiesta di fondi pubblici. La Brexit, invece, è inchiodata sul nodo del confine irlandese. La fluidità e invisibilità di quest’ultimo sono il pilastro della pace del Venerdì Santo (1998) dopo 3.500 morti nei "Troubles" scatenati negli anni ‘60 contro le discriminazioni subìte dai cattolici al Nord e dall’imperitura voglia di un’Irlanda unita. Dopo la Brexit, un confine andrà rimesso, ma come? E dove? Il dilemma pare irrisolvibile.
Le due Irlande hanno poi 208 "border crossings" lungo 499 chilometri di confine, cioè punti dove si può attraversarlo, mentre, per esempio, la frontiera orientale dell’Ue solo 120. Così siamo andati lungo il confine a raccontare le storie di chi vive "in bilico", di chi ha paura e di chi crede che le tenebre del passato non torneranno.
La Stampa 11.2.19
Brexit, i guai dei britannici riguardano anche noi
di Caterina Soffici
L’altra sera mia madre, che vive a Firenze, ha telefonato allarmata per sapere se qui a Londra andava tutto bene. Aveva sentito alla radio di un piano per evacuare la regina in caso di rivolte. L’ho tranquillizzata che è tutto sotto controllo, che Elisabetta in fuga in elicottero con i cagnetti corgy è una bella scena per il prossimo James Bond, ma è la cosa meno probabile in tutto il caos della Brexit. Visto che la famiglia reale non ha lasciato Buckingham Palace sotto le bombe tedesche nel 1940, è alquanto inverosimile che fugga adesso. Anzi, ho aggiunto, proprio in questi giorni la regina, in visita nella contea di Norfolk, si è lasciata scappare una frasetta in cui esortava i politici, di qualsiasi colore, a mettersi d’accordo su questa benedetta Brexit per il bene del Paese. E siccome Elisabetta II non parla mai, perché il suo ruolo istituzionale prevede il silenzio, quelle rarissime volte che le fugge una parola, è sempre un messaggio molto forte alla nazione. Lo fece, per esempio, con il referendum della Scozia, per tenere unito il regno.
Non ne avevano parlato, alla radio, dell’appello di Elisabetta? Ho chiesto a mia madre. Certo è meno spettacolare dell’elicottero sul prato del palazzo, ma perché la Brexit viene sempre raccontata in Italia con questa grande enfasi negativa, con un allarmismo e un sensazionalismo che non rispecchia mai la realtà?
Un’altra storia fantastica è quella dei supermercati: code per approvvigionarsi in caso di uscita traumatica, con conseguente blocco delle frontiere e quindi gente che fa scorte di cibo e beni di prima necessità. Qualche fanatico l’avrà anche fatto, ma è come dire che la Terra è piatta perché una manciata di idioti si ritrovano a convegno per discuterne. Brexit è stato uno di quei grandi errori in cui la storia incappa per accidente. Ma ormai ci siamo e cerchiamo di farci tutti meno male possibile. Invece in Europa c’è questo sottofondo vendicativo, una compiacimento punitivo che non giova a nessuno. Theresa May ha preso un’altra porta in faccia a Westminster? Ben le sta, così ci pensavano prima questi supponenti di inglesi. Una porta in faccia anche a Bruxelles? Meglio, così vedranno come si sta male fuori dall’Ue. Con un corollario di frasine, che ci riportano diritti diritti agli Anni Trenta e a una certa retorica fascista: chi si credono di essere, questi inglesi? Perfidi albionici, non ci sono più Francis Drake né la regina Vittoria, né l’Impero. Che finiscano nella pece e questo valga da monito per tutti gli altri con velleità anti-europeiste, in Italia e altrove.
Ma ci dimentichiamo che in Inghilterra vivono quasi un milione di italiani. Sono per lo più giovani, studenti e non, cervelli o meno, molte braccia anche, di camerieri, cuochi e commessi. Tante famiglie, che qui hanno trovato un futuro e un lavoro ben pagato, quando in Italia erano disoccupati o veniva loro offerto uno stipendio da fame. Perché comunque, nonostante questo clima di incertezza che ha rallentato la crescita dell’economia inglese, gli stipendi nel 2018 sono cresciuti del 14 per cento (secondo l’ultimo report dell’Ons, Office for National Statistic, l’Istat di qui), l’incremento più alto di tutto il decennio. Augurando all’Inghilterra di finire male, non vi viene in mente che finiranno male anche i nostri concittadini? Volete che tornino in Italia, a casa dalla mamma, a ingrossare le frotte dei richiedenti reddito di cittadinanza? E che dire dell’export? Delle aziende? Delle migliaia di attività italiane qui? Qualunque cosa accada al Regno Unito dopo la Brexit, ci riguarda direttamente, che ci piaccia o no.
Altro discorso è il clima di xenofobia che si respira in giro. Ma questa è tutta un’altra storia, di cui parleremo un’altra volta.
Brexit, i guai dei britannici riguardano anche noi
di Caterina Soffici
L’altra sera mia madre, che vive a Firenze, ha telefonato allarmata per sapere se qui a Londra andava tutto bene. Aveva sentito alla radio di un piano per evacuare la regina in caso di rivolte. L’ho tranquillizzata che è tutto sotto controllo, che Elisabetta in fuga in elicottero con i cagnetti corgy è una bella scena per il prossimo James Bond, ma è la cosa meno probabile in tutto il caos della Brexit. Visto che la famiglia reale non ha lasciato Buckingham Palace sotto le bombe tedesche nel 1940, è alquanto inverosimile che fugga adesso. Anzi, ho aggiunto, proprio in questi giorni la regina, in visita nella contea di Norfolk, si è lasciata scappare una frasetta in cui esortava i politici, di qualsiasi colore, a mettersi d’accordo su questa benedetta Brexit per il bene del Paese. E siccome Elisabetta II non parla mai, perché il suo ruolo istituzionale prevede il silenzio, quelle rarissime volte che le fugge una parola, è sempre un messaggio molto forte alla nazione. Lo fece, per esempio, con il referendum della Scozia, per tenere unito il regno.
Non ne avevano parlato, alla radio, dell’appello di Elisabetta? Ho chiesto a mia madre. Certo è meno spettacolare dell’elicottero sul prato del palazzo, ma perché la Brexit viene sempre raccontata in Italia con questa grande enfasi negativa, con un allarmismo e un sensazionalismo che non rispecchia mai la realtà?
Un’altra storia fantastica è quella dei supermercati: code per approvvigionarsi in caso di uscita traumatica, con conseguente blocco delle frontiere e quindi gente che fa scorte di cibo e beni di prima necessità. Qualche fanatico l’avrà anche fatto, ma è come dire che la Terra è piatta perché una manciata di idioti si ritrovano a convegno per discuterne. Brexit è stato uno di quei grandi errori in cui la storia incappa per accidente. Ma ormai ci siamo e cerchiamo di farci tutti meno male possibile. Invece in Europa c’è questo sottofondo vendicativo, una compiacimento punitivo che non giova a nessuno. Theresa May ha preso un’altra porta in faccia a Westminster? Ben le sta, così ci pensavano prima questi supponenti di inglesi. Una porta in faccia anche a Bruxelles? Meglio, così vedranno come si sta male fuori dall’Ue. Con un corollario di frasine, che ci riportano diritti diritti agli Anni Trenta e a una certa retorica fascista: chi si credono di essere, questi inglesi? Perfidi albionici, non ci sono più Francis Drake né la regina Vittoria, né l’Impero. Che finiscano nella pece e questo valga da monito per tutti gli altri con velleità anti-europeiste, in Italia e altrove.
Ma ci dimentichiamo che in Inghilterra vivono quasi un milione di italiani. Sono per lo più giovani, studenti e non, cervelli o meno, molte braccia anche, di camerieri, cuochi e commessi. Tante famiglie, che qui hanno trovato un futuro e un lavoro ben pagato, quando in Italia erano disoccupati o veniva loro offerto uno stipendio da fame. Perché comunque, nonostante questo clima di incertezza che ha rallentato la crescita dell’economia inglese, gli stipendi nel 2018 sono cresciuti del 14 per cento (secondo l’ultimo report dell’Ons, Office for National Statistic, l’Istat di qui), l’incremento più alto di tutto il decennio. Augurando all’Inghilterra di finire male, non vi viene in mente che finiranno male anche i nostri concittadini? Volete che tornino in Italia, a casa dalla mamma, a ingrossare le frotte dei richiedenti reddito di cittadinanza? E che dire dell’export? Delle aziende? Delle migliaia di attività italiane qui? Qualunque cosa accada al Regno Unito dopo la Brexit, ci riguarda direttamente, che ci piaccia o no.
Altro discorso è il clima di xenofobia che si respira in giro. Ma questa è tutta un’altra storia, di cui parleremo un’altra volta.
La Stampa 11.2.19
Brexit, i guai dei britannici riguardano anche noi
di Caterina Soffici
L’altra sera mia madre, che vive a Firenze, ha telefonato allarmata per sapere se qui a Londra andava tutto bene. Aveva sentito alla radio di un piano per evacuare la regina in caso di rivolte. L’ho tranquillizzata che è tutto sotto controllo, che Elisabetta in fuga in elicottero con i cagnetti corgy è una bella scena per il prossimo James Bond, ma è la cosa meno probabile in tutto il caos della Brexit. Visto che la famiglia reale non ha lasciato Buckingham Palace sotto le bombe tedesche nel 1940, è alquanto inverosimile che fugga adesso. Anzi, ho aggiunto, proprio in questi giorni la regina, in visita nella contea di Norfolk, si è lasciata scappare una frasetta in cui esortava i politici, di qualsiasi colore, a mettersi d’accordo su questa benedetta Brexit per il bene del Paese. E siccome Elisabetta II non parla mai, perché il suo ruolo istituzionale prevede il silenzio, quelle rarissime volte che le fugge una parola, è sempre un messaggio molto forte alla nazione. Lo fece, per esempio, con il referendum della Scozia, per tenere unito il regno.
Non ne avevano parlato, alla radio, dell’appello di Elisabetta? Ho chiesto a mia madre. Certo è meno spettacolare dell’elicottero sul prato del palazzo, ma perché la Brexit viene sempre raccontata in Italia con questa grande enfasi negativa, con un allarmismo e un sensazionalismo che non rispecchia mai la realtà?
Un’altra storia fantastica è quella dei supermercati: code per approvvigionarsi in caso di uscita traumatica, con conseguente blocco delle frontiere e quindi gente che fa scorte di cibo e beni di prima necessità. Qualche fanatico l’avrà anche fatto, ma è come dire che la Terra è piatta perché una manciata di idioti si ritrovano a convegno per discuterne. Brexit è stato uno di quei grandi errori in cui la storia incappa per accidente. Ma ormai ci siamo e cerchiamo di farci tutti meno male possibile. Invece in Europa c’è questo sottofondo vendicativo, una compiacimento punitivo che non giova a nessuno. Theresa May ha preso un’altra porta in faccia a Westminster? Ben le sta, così ci pensavano prima questi supponenti di inglesi. Una porta in faccia anche a Bruxelles? Meglio, così vedranno come si sta male fuori dall’Ue. Con un corollario di frasine, che ci riportano diritti diritti agli Anni Trenta e a una certa retorica fascista: chi si credono di essere, questi inglesi? Perfidi albionici, non ci sono più Francis Drake né la regina Vittoria, né l’Impero. Che finiscano nella pece e questo valga da monito per tutti gli altri con velleità anti-europeiste, in Italia e altrove.
Ma ci dimentichiamo che in Inghilterra vivono quasi un milione di italiani. Sono per lo più giovani, studenti e non, cervelli o meno, molte braccia anche, di camerieri, cuochi e commessi. Tante famiglie, che qui hanno trovato un futuro e un lavoro ben pagato, quando in Italia erano disoccupati o veniva loro offerto uno stipendio da fame. Perché comunque, nonostante questo clima di incertezza che ha rallentato la crescita dell’economia inglese, gli stipendi nel 2018 sono cresciuti del 14 per cento (secondo l’ultimo report dell’Ons, Office for National Statistic, l’Istat di qui), l’incremento più alto di tutto il decennio. Augurando all’Inghilterra di finire male, non vi viene in mente che finiranno male anche i nostri concittadini? Volete che tornino in Italia, a casa dalla mamma, a ingrossare le frotte dei richiedenti reddito di cittadinanza? E che dire dell’export? Delle aziende? Delle migliaia di attività italiane qui? Qualunque cosa accada al Regno Unito dopo la Brexit, ci riguarda direttamente, che ci piaccia o no.
Altro discorso è il clima di xenofobia che si respira in giro. Ma questa è tutta un’altra storia, di cui parleremo un’altra volta.
Brexit, i guai dei britannici riguardano anche noi
di Caterina Soffici
L’altra sera mia madre, che vive a Firenze, ha telefonato allarmata per sapere se qui a Londra andava tutto bene. Aveva sentito alla radio di un piano per evacuare la regina in caso di rivolte. L’ho tranquillizzata che è tutto sotto controllo, che Elisabetta in fuga in elicottero con i cagnetti corgy è una bella scena per il prossimo James Bond, ma è la cosa meno probabile in tutto il caos della Brexit. Visto che la famiglia reale non ha lasciato Buckingham Palace sotto le bombe tedesche nel 1940, è alquanto inverosimile che fugga adesso. Anzi, ho aggiunto, proprio in questi giorni la regina, in visita nella contea di Norfolk, si è lasciata scappare una frasetta in cui esortava i politici, di qualsiasi colore, a mettersi d’accordo su questa benedetta Brexit per il bene del Paese. E siccome Elisabetta II non parla mai, perché il suo ruolo istituzionale prevede il silenzio, quelle rarissime volte che le fugge una parola, è sempre un messaggio molto forte alla nazione. Lo fece, per esempio, con il referendum della Scozia, per tenere unito il regno.
Non ne avevano parlato, alla radio, dell’appello di Elisabetta? Ho chiesto a mia madre. Certo è meno spettacolare dell’elicottero sul prato del palazzo, ma perché la Brexit viene sempre raccontata in Italia con questa grande enfasi negativa, con un allarmismo e un sensazionalismo che non rispecchia mai la realtà?
Un’altra storia fantastica è quella dei supermercati: code per approvvigionarsi in caso di uscita traumatica, con conseguente blocco delle frontiere e quindi gente che fa scorte di cibo e beni di prima necessità. Qualche fanatico l’avrà anche fatto, ma è come dire che la Terra è piatta perché una manciata di idioti si ritrovano a convegno per discuterne. Brexit è stato uno di quei grandi errori in cui la storia incappa per accidente. Ma ormai ci siamo e cerchiamo di farci tutti meno male possibile. Invece in Europa c’è questo sottofondo vendicativo, una compiacimento punitivo che non giova a nessuno. Theresa May ha preso un’altra porta in faccia a Westminster? Ben le sta, così ci pensavano prima questi supponenti di inglesi. Una porta in faccia anche a Bruxelles? Meglio, così vedranno come si sta male fuori dall’Ue. Con un corollario di frasine, che ci riportano diritti diritti agli Anni Trenta e a una certa retorica fascista: chi si credono di essere, questi inglesi? Perfidi albionici, non ci sono più Francis Drake né la regina Vittoria, né l’Impero. Che finiscano nella pece e questo valga da monito per tutti gli altri con velleità anti-europeiste, in Italia e altrove.
Ma ci dimentichiamo che in Inghilterra vivono quasi un milione di italiani. Sono per lo più giovani, studenti e non, cervelli o meno, molte braccia anche, di camerieri, cuochi e commessi. Tante famiglie, che qui hanno trovato un futuro e un lavoro ben pagato, quando in Italia erano disoccupati o veniva loro offerto uno stipendio da fame. Perché comunque, nonostante questo clima di incertezza che ha rallentato la crescita dell’economia inglese, gli stipendi nel 2018 sono cresciuti del 14 per cento (secondo l’ultimo report dell’Ons, Office for National Statistic, l’Istat di qui), l’incremento più alto di tutto il decennio. Augurando all’Inghilterra di finire male, non vi viene in mente che finiranno male anche i nostri concittadini? Volete che tornino in Italia, a casa dalla mamma, a ingrossare le frotte dei richiedenti reddito di cittadinanza? E che dire dell’export? Delle aziende? Delle migliaia di attività italiane qui? Qualunque cosa accada al Regno Unito dopo la Brexit, ci riguarda direttamente, che ci piaccia o no.
Altro discorso è il clima di xenofobia che si respira in giro. Ma questa è tutta un’altra storia, di cui parleremo un’altra volta.
Repubblica 11.2.19
L’intervento
Quella nuova idea d’Europa che possiamo far nascere insieme
di Jacques Attali
Tutta la mia vita si è nutrita di Italia: ne ho imparato la lingua molto presto, la sua letteratura mi ha sempre scombussolato (mi limiterò a citare Primo e Carlo Levi), la sua poesia non mi lascia mai (da Dante a Leopardi), il suo teatro è insuperabile (Goldoni e Pirandello), la sua scultura è fondatrice (dai romani fino a Cattelan, passando per il Bernini), la sua architettura (con Vasari e Renzo Piano), la sua filosofia (cito Gramsci e Agamben), la sua musica è universale (da Scarlatti a Berio), la sua pittura, con mille nomi (da Giotto a Boetti), l’opera non sarebbe nulla senza Verdi, Puccini, Bellini e tanti altri, la sua cucina è essenziale per il mondo (sul pianeta vengono consumati ogni anno 30 miliardi di pizze?) e poi il suo cinema con mille nomi, da Visconti a De Sica. E non basta ancora, forse: è stata, a più riprese e sotto diversi nomi, al centro del mondo. Con Roma, naturalmente, a cui dobbiamo tanto. Roma, erede delle tradizioni greca e giudaica, e dove si installò la culla di una terza forma di universalità, con il cristianesimo. Ma anche con Venezia e poi con Genova, che furono, fra il Duecento e la metà del Cinquecento, delle superpotenze immense, i corrispettivi della New York del Novecento. Oggi l’Italia resta una potenza universale per la sua industria (lo sapevate che esporta e innova ben più della Francia?), per i suoi marchi (nel campo della moda o della alimentazione) e per tanti altri aspetti. È ben di più dei suoi politici, che hanno poco spazio nel suo pantheon. Che lo voglia o no, l’Italia è qualcosa di più di una nazione. È un’idea così potente che ha dimenticato per millenni di farsi nazione, prima di diventarlo solo centoncinquanta anni fa o giù di lì.
E in questo contesto che va ricollocata la disputa attuale. Non si riduce agli insulti ridicoli lanciati da qualche politico maleducato che cerca di puntellare una popolarità traballante; non è soltanto
Jacques Attali
L’autore, 75 anni, nato ad Algeri, è un economista, saggista e banchiere francese un’inquietante manifestazione di una nostalgia del periodo più nero della storia italiana, il ventennio fascista. È anche un momento importante, in cui una grandissima idea, universale, ci dice che non vuole morire e vuole continuare a giocare un ruolo nella Storia del mondo. E innanzitutto nella Storia d’Europa. La Francia si trova di fronte alle stesse angosce. Pur essendo una nazione da più di mille anni, è anche un’idea. E nulla è più fecondo che quando l’idea-Italia e l’idea-Francia si alimentano a vicenda. È una cosa che ha regalato mille capolavori (che cosa sarebbe il Rinascimento senza l’incontro fra Leonardo da Vinci e Francesco I?). È una cosa che può costruire l’Europa. La risposta migliore che si possa dare alla situazione attuale, dunque, non è ammantarsi di indignazione reciproca, ma tendere la mano, dialogare, tra scrittori, intellettuali, artisti, imprenditori, studiosi, professori, medici, sindacalisti, partiti politici, associazioni, perché dalle nostre due idee-nazioni nasca finalmente una nuova idea, l’idea-Europa, che abbiamo tutto per far progredire insieme.
D’altronde, è già in gestazione. E perfino quando un ministro italiano commette la sgarberia di venire in Francia a parlare con persone che vogliono fomentare un colpo di Stato, dice, suo malgrado, che il dibattito oggi non è più nazionale, ma europeo. E che conviene far vivere questa Europa a cui il mondo deve tanto, e che potrebbe morire soltanto per suicidio.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
L’intervento
Quella nuova idea d’Europa che possiamo far nascere insieme
di Jacques Attali
Tutta la mia vita si è nutrita di Italia: ne ho imparato la lingua molto presto, la sua letteratura mi ha sempre scombussolato (mi limiterò a citare Primo e Carlo Levi), la sua poesia non mi lascia mai (da Dante a Leopardi), il suo teatro è insuperabile (Goldoni e Pirandello), la sua scultura è fondatrice (dai romani fino a Cattelan, passando per il Bernini), la sua architettura (con Vasari e Renzo Piano), la sua filosofia (cito Gramsci e Agamben), la sua musica è universale (da Scarlatti a Berio), la sua pittura, con mille nomi (da Giotto a Boetti), l’opera non sarebbe nulla senza Verdi, Puccini, Bellini e tanti altri, la sua cucina è essenziale per il mondo (sul pianeta vengono consumati ogni anno 30 miliardi di pizze?) e poi il suo cinema con mille nomi, da Visconti a De Sica. E non basta ancora, forse: è stata, a più riprese e sotto diversi nomi, al centro del mondo. Con Roma, naturalmente, a cui dobbiamo tanto. Roma, erede delle tradizioni greca e giudaica, e dove si installò la culla di una terza forma di universalità, con il cristianesimo. Ma anche con Venezia e poi con Genova, che furono, fra il Duecento e la metà del Cinquecento, delle superpotenze immense, i corrispettivi della New York del Novecento. Oggi l’Italia resta una potenza universale per la sua industria (lo sapevate che esporta e innova ben più della Francia?), per i suoi marchi (nel campo della moda o della alimentazione) e per tanti altri aspetti. È ben di più dei suoi politici, che hanno poco spazio nel suo pantheon. Che lo voglia o no, l’Italia è qualcosa di più di una nazione. È un’idea così potente che ha dimenticato per millenni di farsi nazione, prima di diventarlo solo centoncinquanta anni fa o giù di lì.
E in questo contesto che va ricollocata la disputa attuale. Non si riduce agli insulti ridicoli lanciati da qualche politico maleducato che cerca di puntellare una popolarità traballante; non è soltanto
Jacques Attali
L’autore, 75 anni, nato ad Algeri, è un economista, saggista e banchiere francese un’inquietante manifestazione di una nostalgia del periodo più nero della storia italiana, il ventennio fascista. È anche un momento importante, in cui una grandissima idea, universale, ci dice che non vuole morire e vuole continuare a giocare un ruolo nella Storia del mondo. E innanzitutto nella Storia d’Europa. La Francia si trova di fronte alle stesse angosce. Pur essendo una nazione da più di mille anni, è anche un’idea. E nulla è più fecondo che quando l’idea-Italia e l’idea-Francia si alimentano a vicenda. È una cosa che ha regalato mille capolavori (che cosa sarebbe il Rinascimento senza l’incontro fra Leonardo da Vinci e Francesco I?). È una cosa che può costruire l’Europa. La risposta migliore che si possa dare alla situazione attuale, dunque, non è ammantarsi di indignazione reciproca, ma tendere la mano, dialogare, tra scrittori, intellettuali, artisti, imprenditori, studiosi, professori, medici, sindacalisti, partiti politici, associazioni, perché dalle nostre due idee-nazioni nasca finalmente una nuova idea, l’idea-Europa, che abbiamo tutto per far progredire insieme.
D’altronde, è già in gestazione. E perfino quando un ministro italiano commette la sgarberia di venire in Francia a parlare con persone che vogliono fomentare un colpo di Stato, dice, suo malgrado, che il dibattito oggi non è più nazionale, ma europeo. E che conviene far vivere questa Europa a cui il mondo deve tanto, e che potrebbe morire soltanto per suicidio.
(Traduzione di Fabio Galimberti)