domenica 10 giugno 2018

Corriere 10.6.18
Vaticano, Capella rinviato a giudizio


II Giudice Istruttore presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha rinviato a giudizio monsignor Carlo Alberto Capella, consigliere di nunziatura. II reato che gli viene contestato è quello di pedopornografia, detenzione e scambio di materiale pedopornografico, con l’aggravante dell’ingente quantità. Il Giudice Istruttore ha ritenuta la giurisdizione dell’Autorità giudiziaria vaticana, perché il reato contestato riguarda fatti commessi da un pubblico ufficiale, anche se all’estero. Fino all’agosto scorso, infatti, Capella — di origini emiliane, ma appartenente al clero di Milano — era secondo segretario alla Nunziatura di Washington. Poi il Vaticano lo aveva fatto rientrare e, ad aprile, lo aveva arrestato. La prima udienza del processo è fissata per il 22 giugno.

Il Fatto 10.6.18
Orlando: “Ormai il Pd non esiste più in gran parte d’Italia”


“Il Pd non esiste più in gran parte del Paese, dobbiamo ricostruirlo. E dove esiste sarebbe meglio non esistesse, soprattutto in molte realtà del Mezzogiorno”. È molto dura l’analisi del deputato dem ed ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, presentata ieri a Milano nel convegno L’Europa tra democrazia e populismo, organizzato dai parlamentari europei socialisti e democratici. Secondo Orlando “abbiamo l’esigenza di aprire una fase radicalmente nuova e dobbiamo dire cambiamo le regole e andiamo subito a congresso, perché non possiamo stare in una posizione di limbo dove non si capisce chi detta la linea. Rischiamo di perdere ancora più voti”. Poi, interpellato sulla linea del nuovo governo sulla giustizia, l’ex Guardasigilli ha dichiarato: “Ho molte preoccupazione al riguardo, ma non mi piace la marcatura a uomo. Ritengo sia utile aspettare i primi atti”. Più tardi, anche notando l’eco delle sue dichiarazioni, Orlando ha precisato: “Alcune parole estrapolate dal contesto possono apparire fuorvianti e offensive per la comunità del Pd, che è una forza fondamentale per la democrazia italiana”.

Il Fatto 10.6.18
Pride 2018 romano in tono minore. Ma si rivede il Pd
In piazza - Sfilano anche i partigiani, i carri “diplomatici” di Canada e Gran Bretagna, i leader di dem, LeU e Cgil. Tutti contro Fontana
di Giulia Marchina


“Non voglio entrare nel merito della politica, ma non possiamo fare lo sgambetto alla storia. Se il mondo sta andando in una direzione, non voglio vivere in un Paese che ci costringe a essere ‘quelli fuori dal coro’”. Racconta così la sua esperienza al Pride di Roma Sabrina Impacciatore, madrina della manifestazione. E aggiunge: “Tutti coloro con cui ho parlato oggi, che ho guardato negli occhi, mi hanno resa felice. Ho capito che solo gli stolti potrebbero pensare siano diversi da noi e che meritino di godere di meno diritti”.
Alle 16 il grande carrozzone dell’orgoglio Lgbti è partito da Piazza della Repubblica, al grido di “Brigata Arcobaleno, la Liberazione continua”. In testa al serpentone, due testimonial d’eccezione: i partigiani dell’Anpi Modesto Costa, 92 anni, e Tina, 93, che ha tuonato: “Fontana, ma che vuole, chi è? E Salvini: ma noi avevamo bisogno di un ministro come lui? Dobbiamo riprenderci in mano tutti assieme, riprendere le redini del Paese, non sarà questo governo che lo cambierà. Oggi avete dimostrato che si può, bisogna osare. Se osiamo tutti assieme saremo vincitori”.
Diciotto carri, compresi quelli delle ambasciate del Regno Unito e del Canada, hanno accompagnato due ore di corteo; sfilano anche il comitato Orgoglio Trans, la Rete dei dipendenti Lgbti del Ministero degli Affari Esteri, e quello delle Drag Queen.
Sotto il sole di Roma ci sono Anthony, 78 anni e James, 82, arrivati dall’Inghilterra come turisti, e oggi manifestanti per caso: “Ci siamo conosciuti 50 anni fa”, racconta James, “io ero un quasi medico, Anthony faceva il cameriere al bar vicino casa. È stato amore a prima vista”. Lo interrompe Anthony: “Oggi siamo qui per supportarvi, è ora che anche voi facciate un passo in più.”.
Poco più in là, mentre giocano con il loro bimbo, ci sono Giovanna e Alessia: “Per la legge solo Giovanna è madre del nostro bambino. Io sono invisibile”, dice Alessia, “siamo nel 2018, sarebbe il caso di accelerare con la ‘burocrazia’ e di placare tutto questo finto perbenismo e moralismo”.
Inglesi, russi, austriaci, americani, indiani, italiani, tutti insieme, “non tanto per sottolineare la nostra ‘diversità’, come la chiamate voi ‘gente normale’, quanto perché siamo esattamente come voi”. A parlare è Elena, una volta era Michele. Fa la badante, “immagina se con la mia laurea in lettere io sia riuscita a trovare un lavoro degno della mia qualifica. Questo è il punto”. Come per tutti i Pride, non tutti sono omo, bi, o trans: “Sono qui per incoraggiarli. Etero dalla nascita ma era giusto esserci”, ha detto sorridendo Ludovica che passeggiava al fianco dei manifestanti con il marito e i tre figli.
Non mancano gli sberleffi al neo ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che nelle scorse settimane è balzato alla cronache per le affermazioni sulle famiglie arcobaleno: “Ministro Fontana, lei ha avuto una mamma e un papà, eppure ha delle idee ‘deviate’”, recita il cartellone di un manifestante. A seguire, una parata di goliardate, come la ragazza che in mano tiene il cartello: “Sono gay e pure mancina: #medioevoproblems”.
Alla festa era presente anche quello che resta della sinistra italiana: il segretario del Pd Maurizio Martina e il presidente del Pd Matteo Orfini; il leader di Leu Piero Grasso che ha dichiarato: “Una società civile ed evoluta deve fondarsi sul principio di uguaglianza previsto dall’articolo 3 della Costituzione”. Manifestano anche la senatrice radicale Emma Bonino e la segretaria della Cgil Susanna Camusso. Assente il sindaco della Capitale Virginia Raggi, perché fuori città, ma al suo posto sfila il vicesindaco Luca Bergamo. Al suo fianco, il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti e il vicepresidente Massimiliano Smeriglio.
Secondo gli organizzatori erano 50 mila, secondo fonti di polizia circa 20.000 alla partenza e 10.000 all’arrivo, in piazza Madonna di Loreto. In ogni caso, molti meno di un anno fa.

Repubblica 10.6.18
Il corteo a Roma
Il Pride canta Bella Ciao “ Resistenza per i diritti”
La Brigata Arcobaleno: “ Siamo 500mila”. Fischi al governo dopo le parole sulle famiglie gay. Cori per l’assenza della sindaca Raggi
di Caterina Pasolini


Roma Le famiglie arcobaleno, quelle che per il neo-ministro Lorenzo Fontana non esistono, sono davvero tante. E sono venute a ricordarlo al governo gialloverde. Mamme e bambini, padri e ragazzi: sono rumorosi, allegri e colorati. Pacificamente battaglieri. «Siamo le Brigate Arcobaleno, la Liberazione continua » , gridano, cantando “ Bella Ciao” al Roma Gay Pride. « Siamo in cinquecentomila » , annunciano gli organizzatori del circolo Mario Mieli guardando il corteo di giovani e adulti, di tutti gli orientamenti, italiani e stranieri, bambini, sindacalisti e poliziotti, vigili del fuoco e persino le aziende con i loro loghi.
Un filo colorato lega la resistenza partigiana, con la staffetta Tina Costa, 93 anni, alla battaglia di oggi per i diritti. « L’articolo 3 della Costituzione dev’essere applicato per tutti, bisogna dirlo ai nuovi governanti » , avverte. E il fiume di manifestanti è una dichiarazione di resistenza quotidiana contro i razzismi, un no ai fascismi, all’intolleranza sotto tutte le declinazioni. “ Resistere resistere resistere”, da Amnesty a Greenpeace, tra Susanna Camusso della Cgil e le rappresentanze straniere, con i carri di Canada e Gran Bretagna.
Canzoni tecno e un tocco di Carrà, ritmo e la delusione, per chi ha votato M5S, di non avere in piazza la sindaca Raggi (c’è solo il vice Luca Bergamo), rea per molti di non aver ancora riconosciuto una bimba figlia di due mamme. «Virginia dove sei?», si grida, mentre qualche fischio arriva al comizio finale. Ma la maggioranza degli strali, ironici, sono per il ministro leghista della Famiglia: « L’unica Fontana che ci piace è quella di Trevi”, recita uno striscione mentre poco più in là un gruppo di “ inesistenti” famiglie arcobaleno spinge passeggini. Un altro cartello recita: “Salvini rilassati, l’Europa la cambiamo noi”, mentre Monica Cirinnà, relatrice della legge sulle unioni civili, festeggia qui con il marito il settimo anniversario di matrimonio.
E se il presidente della Regione Nicola Zingaretti dice che « oggi Roma è più bella grazie al Gay pride perché una società fondata sul valore delle differenze e sul rispetto è una società più forte e più sicura », qualche dubbio lo ha Emma Bonino: «Il clima non è propizio alle aperture verso le diversità, rimanda a realtà illiberali. Reagiamo almeno adesso».

Corriere 10.6.18
Antifascismo Svolta al centro studi sulla Resistenza. Lo sconfitto De Bernardi: scelta che guarda indietro
Pezzino alla testa dell’Istituto Parri Una presidenza più vicina all’Anpi
di Antonio Carioti


Lo storico Paolo Pezzino, già docente dell’Università di Pisa, è il nuovo presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, che coordina i vari organismi locali dediti allo studio del movimento di liberazione. Il consiglio generale, riunito a Milano presso la sede centrale (la Casa della Memoria di via Confalonieri), lo ha eletto con una netta maggioranza di 39 voti, contro i 18 del suo rivale, il vicepresidente uscente Alberto De Bernardi, professore di Storia contemporanea a Bologna. La nuova vicepresidente è Manuela Ghizzoni, ex presidente della commissione Cultura della Camera, sulla quale si è verificata una convergenza generale. Nel consiglio d’amministrazione sono entrati Mario Renosio, Marco Borghi, Gianluca Fulvetti, Paola Carucci, Marilena Adamo, Stefano Pivato e Isabella Insolvibile. È rimasto fuori invece un nome di spicco come Luciano Violante.
Alla votazione hanno partecipato 58 istituti locali (uno dei rappresentanti ha votato scheda bianca) sui 64 aventi diritto: un dato alto, dovuto anche al fatto che non era mai accaduto, nella storia di questa istituzione per lo studio della Resistenza fondata nel 1949, che si andasse a una conta su candidature contrapposte. De Bernardi, che per sei anni è stato il vice del presidente Valerio Onida, rappresentava la continuità di una gestione caratterizzata da iniziative discusse, come quella di partecipare alla creazione di un museo sul fascismo a Predappio, paese natale di Benito Mussolini. Mentre Pezzino, che dopo aver approvato quella scelta ha cambiato idea e si è schierato contro il museo di Predappio (vedi il suo dibattito con Marcello Flores su «la Lettura» del 24 dicembre scorso), rappresenta un mutamento di rotta.
«Credo che la mia candidatura abbia avuto successo perché ho sostenuto una linea di forte trasparenza e maggiore coinvolgimento degli istituti locali, anche i più piccoli e periferici, nella gestione del Parri. Il richiamo alla collegialità mi pare il dato principale, insieme alla mia insistenza sull’attualità dell’antifascismo in una fase politica che vede a rischio valori fondamentali», dichiara Pezzino al «Corriere».
De Bernardi insiste sulla differenza d’impostazione culturale: «Ha prevalso la tendenza a guardare indietro, un ritorno all’antifascismo di maniera che finisce per essere retorico e inefficace nell’agitare il pericolo di un ritorno della dittatura sempre in agguato. Così il richiamo ai valori della Resistenza diventa un appello di parte, invece di essere il lievito di uno spirito democratico condiviso».
Si va forse verso un allineamento dell’Istituto Parri sulle posizioni dell’Anpi, l’Associazione dei partigiani con cui su Predappio c’è stato uno screzio? «Il mio intento — risponde Pezzino — è superare le polemiche passate e avviare una collaborazione, pur nella netta distinzione tra i compiti dell’Istituto, che deve fare ricerca e approfondimento, e quelli di un’associazione d’impegno civile come l’Anpi».

Il Fatto 10.6.18
Storia d’Italia: ora non c’è ritorno
di Furio Colombo


Riassumiamo: c’è un presidente del Consiglio part-time. È part-time perché, costituzionalmente e politicamente, quando non è in scena, non c’è. Col dovuto preavviso si presenta in aula vestito da Quirinale, incluso il fazzoletto bianco al taschino, che sarebbe ormai in disuso. Ma i professionisti non sono alla moda, sono in divisa. Quando è il momento “il presidente” enuncia, senza la minima vibrazione o emozione o passione (non sarebbe professionale) ciò che è stato concordato sulle schede preparate dai suoi datori di lavoro.
Il suo lavoro è rappresentare un governo che non si è mai formato, nel senso che non c’è unione o condivisione su nulla, né vi sono progetti o passioni in comune. D’altra parte tutta la gente che vediamo al governo, alcuni fino a un momento fa del tutto estranei a ciò che gli sta succedendo, tutta quella gente è stata eletta da due masse diverse e contrapposte di elettori, che volevano mondi diversi. A essi hanno spiegato che, date le circostanze, solo unendosi fra estranei si può governare. A questo punto inizia lo show. Prevede che arrivi un signore sconosciuto che si presta a pronunciare il discorso. Poi lo show deve continuare, e non sarà quel bravo signore vestito da premier part-time a guastarlo. Lo sa anche lui, come lo sanno i cittadini-spettatori dell’evento unico al mondo, che lui è il presidente di nessuno. Ma questo non vuol dire che lascerà il lavoro a metà. Perciò prende l’aereo e va in Canada, in una missione anomala: presentare al mondo il nuovo governo italiano da cui non è stato eletto, per cui non ha lavorato e in cui non conosceva nessuno. E prendere, in nome dell’Italia, decisioni mai discusse da alcun Parlamento. Compito difficile, se volete imbarazzante. Ma non più che presentare il “governo del cambiamento” agli italiani, che non avevano mai sentito parlare del loro presidente del Consiglio fino al giorno del giuramento, e che del cambiamento adesso conoscono solo il nuovo amore italiano per Putin, il progetto di “rimpatriare” subito 600 mila immigrati (detti “clandestini” benché siano sempre in vista se qualcuno di razza bianca ha in mano un fucile), la “tassa piatta” rifiutata con dignità e sdegno dal presidente dei Giovani Industriali italiani “perché è un dono ai ricchi”, la contiguità del ministro della Difesa del cambiamento con una ditta che assume mercenari (contractor) per le aree a rischio del mondo (ricordate Quattrocchi e la frase per cui ci hanno chiesto celebrazione “adesso vi faccio vedere come muore un italiano”?). Era un alunno dell’università del cambiamento. Ci sono due vice primi ministri, accanto al professionista dell’apparenza di cui stiamo parlando. Per fortuna ciascuno dispone di un ministero o due per esistere. Ma il mestiere di vice primo ministro (ovvero sostituto del capo del governo) nessuno dei due lo potrebbe fare mai perché sarebbe come scendere all’improvviso da una altalena. L’altro cadrebbe. Infatti quello dei due che assumesse, anche per un istante le funzioni di governo, come vice in sostituzione del capo, romperebbe il “contratto” diventando, magari solo per poche ore, più importante dell’altro. Per la stessa ragione il premier part-time non può essere davvero e legittimamente chiamato premier, designazione che, nella Costituzione italiana, non significa primo ministro, ma primus inter pares. Il designato italiano non può perché non ha pares. Ha datori di lavoro. E non ha colleghi, perché i ministri dipendono direttamente o da Salvini o da Di Maio. Infatti non ci sono, almeno per ora, tracce di relazione anche solo di conversazione tra il presidente del Consiglio part-time e i ministri che fanno capo ai due vice.
D’altra parte il “contratto” che sembra vincolare tutta questa strana macchina organizzativa, è un oggetto, ignoto e privo di significato in politica, perché vincola individualmente i contraenti solo in quanto privati. Strano che un simile paradosso (fondare sul diritto privato il funzionamento di un governo, che è il vertice della cosa pubblica) venga messo, sia pure part-time, nelle mani di un docente di Diritto privato, che avrebbe dovuto, per prima cosa, chiarire l’equivoco. In conclusione, abbiamo un presidente del Consiglio part-time che non ha una sua idea, non appartiene a un partito, non ha un leader, non è un leader, lavora per due grandi clienti, e pare che la sua bravura sia nell’armonizzare, o almeno tollerare, due gruppi incompatibili. C’è da domandarsi se, in caso di difficoltà, che all’improvviso potrebbero dimostrarsi più gravi, non si possano avere due primi ministri, a funzione alternata. Sì, è vero, sarebbe una situazione molto strana. Ma non più. Abbiamo mandato in Canada a trattare i destini dell’Italia un signore che una settimana prima non aveva la minima idea di dover fare politica mondiale e né la minima conoscenza sul come farlo. È il cambiamento, bellezza.

il manifesto 10.6.18
Flat Tax, il nuovo che avanza fa un regalo fiscale ai ricchi
Ricette Legastellate. Dopo 10 anni di crisi aumenteranno a dismisura le diseguaglianze
di Claudio Mezzanzanica


L’analisi dell’andamento dei redditi degli ultimi cinque anni, utilizzando i dati del ministero delle finanze, apre una seria obiezione alla proposta della Flat Tax.
Tanto nelle situazioni in cui il reddito complessivo è cresciuto di poco, come nel caso delle città del sud, dove l’incremento è inferiore a quello dell’inflazione, calcolato al 3,9% dall’Istat, quanto nel caso di alcune città del nord, gli aumenti vengono assorbiti in larga parte dai redditi sopra i 55.000 euro. Andiamo da un minimo del 49% a Bari fino all’83% di Torino.
Con queste percentuali, la crescita dei redditi nella fascia più ricca si scopre che non è legata solo alle rendite che finiscono nel 730. Anche gran parte dell’aumento del reddito da lavoro finisce comunque ad appannaggio dei redditi più alti. A Milano, l’aumento del reddito da lavoro è pari al 52% dell’aumento complessivo. A Torino è il 49%. A Napoli il 37%. A Milano sono 1.137 miliardi sui 2.300 milioni complessivi. Il 78% finisce nelle tasche dei più abbienti. Dunque ricchezza complessiva e ricchezza da lavoro sono concentrate in percentuali ridottissime di cittadini.
In città come Torino , Milano, Roma, oltre il 90% dei dichiaranti si spartiscono briciole infinitesimali degli aumenti del reddito. A Milano il 92% dei dichiaranti partecipa all’aumento del 22% del reddito. A Torino il 94% beneficia del 16% dell’aumento del reddito.
La tendenza alla concentrazione, come dinamica potremmo dire intrinseca, allo stesso lavoro va analizzata con attenzione. Non si tratta solo di dichiarare che il lavoro oggi è sempre più povero. Bisogna capire perché la ricchezza prodotta attraverso il lavoro finisca in poche mani.
In questo quadro la proposta di ridurre la tassazione sui redditi medio alti diventa un gigantesco regalo a una platea di contribuenti che oggi viene già premiata dalla dinamica del sistema. La detassazione realizzabile con la Flat tax, nel settore più abbiente aumenta in modo sensibile la liquidità nelle mani di queste famiglie ma non è detto che tale liquidità si traduca in una serie di consumi che possano sostenere l’economia. Proprio perché già premiati dall’andamento economico è più probabile che quanto detassato finisca nei soliti investimenti finanziari piuttosto che nell’acquisto di beni e servizi. In questa situazione vale il discorso di Warren Buffet che invitava a detassare il reddito della sua segretaria che avrebbe senz’altro comprato qualche altro vestito mentre lui si sarebbe limitato a fare altri investimenti in borsa.
Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che i redditi medi di questa fascia sono superiori ai 100.000 euro e che la dinamica verso l’alto all’interno di questo settore è piuttosto elevata. Nelle città del nord, ad esclusione di Genova, i percettori di oltre 120.000 euro sono cresciuti del 12% nell’ultimo quinquennio. Poche migliaia di persone, ma questa mobilità verso l’alto c’è solo in questa fascia .
Il sud esce penalizzato dalla proposta della Flat Tax. Le dichiarazioni inferiori ai 26.000 euro nelle città di Napoli, Bari, Catania, Palermo, Cagliari, sono il 73%. Percentuali diverse per il nord. A Milano, Torino Bologna il 64% dei dichiaranti è inferiore a quella soglia per cui la Flat tax è di scarsa efficacia. Con questi numeri è difficile pensare una misura fiscale più iniqua. In una fase in cui l’andamento dell’economia sta dividendo pesantemente il paese sia geograficamente che socialmente si dovrebbero operare misure di riequilibrio. Una defiscalizzazione dei redditi più bassi, se ci sono le risorse, migliorerebbe il tenore di vita di milioni di famiglie. Invece si percorre la strada contraria sventolando il reddito di cittadinanza come misura di riequilibrio.
Al di là delle obiezioni sulla copertura di queste misure sembra chiaro che così facendo si lascia inalterato il meccanismo che dilata le disuguaglianze e si lascia svilire il senso anche sociale del lavoro. Questo rischio è oggi ampiamente sottovaluato. Un lavoro che sempre meno consente di costruire un futuro, che sempre meno dà certezze inevitabilmente produce una società altamente instabile. A dieci anni dall’inizio della crisi sappiamo che questa è una delle sue conseguenze e oggi la politica , anche con il «nuovo» si limita a certificarlo.

Il Fatto 10.9.18
La scuola violenta. “Prof, non la passerai liscia”. Un lungo anno di aggressioni
L’ultima campanella - Da settembre a oggi, trenta casi di docenti picchiati da genitori e alunni. Tuttoscuola stima siano il triplo
di Virginia Della Sala


Scuole chiuse, o quasi, dopo un anno di battaglia. E non in senso figurato. Gli ultimi nove mesi sono stati scanditi da notizie di aggressioni agli insegnanti da parte di alunni e genitori. È uno dei primi problemi che dovrà affrontare il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Politici, educatori, dirigenti ed esperti concordano: la figura dell’insegnante ha perso autorevolezza. Sottopagati, considerati meri esecutori dei capricci dei genitori, vittime della disintermediazione che illude di non aver bisogno di professionisti. Viene chiamata “fine dell’alleanza educativa” tra scuola e famiglia, di cui l’istituzione non riesce più a farsi mediatore.

Il bilancio
33 violenze fisiche accertate e 81 stimate
La rivista Tuttoscuola ha perciò attivato un contatore che ha raccolto, durante l’anno scolastico, i casi di aggressione ai docenti. “Non sono poche e tendono ad aumentare – spiega la rivista –. E per ogni aggressione di cui si ha conoscenza certa, si stima che ve ne siano almeno altre tre non rese pubbliche. Per non parlare delle violenze verbali, ancora più diffuse come ci confermano diversi dirigenti scolastici”. Dal settembre 2017, si contano 33 violenze fisiche accertate e 81 violenze fisiche stimate. Una media di quattro episodi a settimana.
Paola, settembre ‘17
Primo giorno, la figlia chiama e lei attacca la prof
La madre di una ragazza di 16 anni entra in classe e strattona e spintona l’insegnante davanti agli alunni dopo essere stata chiamata dalla figlia in lacrime. La ragazza era stata rimproverata. La mamma si difenderà sostenendo che la professoressa “perseguitava” la ragazza dall’anno precedente.
Mirandola, ottobre ‘17
Lanciano il cestino contro la professoressa
C’è un video: un 15enne afferra il cestino dell’immondizia e lo scaraventa contro la docente che sta spiegando alla cattedra. Un altro, tira delle penne, un terzo riprende la scena. I tre minorenni vengono denunciati per violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio.
Monserrato, Ottobre ‘17
“Via lo Smartphone” e lo prende a pugni
Un alunno, rimproverato dall’insegnante, le sferra un pugno in pieno volto. “Il ragazzo stava dando dei colpi con un pezzo di cartone ai compagni, forse un album da disegno o un quaderno, non ricordo bene – ha raccontato la docente –. A quel punto l’ho ripreso e invitato a comportarsi bene dicendogli che se non avesse smesso gli avrei preso il cellulare”. Il quattordicenne ha preso il suo telefonino e le ha sottratto la borsa. Quando lei si è avvicinata, l’ha colpita. La donna è caduta a terra e ha perso i sensi. È stata portata in ospedale.

Avola, gennaio 2018
In due per rompergli le costole all’uscita
Il professore di educazione fisica di sessan’anni rimprovera l’alunno di 12, irrequieto. Gli dice di chiudere la finestra e di stare composto, il ragazzino – sostiene il docente – gli tira un libro. Lui chiama i genitori che lo fermano in cortile e lo prendono a calci e pugni fino a che l’uomo non finisce all’ospedale con una costola rotta. Nella loro versione, sosterranno che sarebbe stato il professore a lanciare il libro contro il ragazzo.

Como, gennaio 2018
Insulti e bestemmie perché gli avrebbe rotto il telefono
Esiste un video: 84 secondi di insulti, bestemmie, minacce e accuse. Secondo il ragazzo, il professore sarebbe colpevole di aver danneggiato il suo smartphone, probabilmente ritirato dal docente in precedenza.

Caserta, Febbraio 2018
Maestra percossa per un consiglio
Una mamma di una bambina di quattro anni picchia la maestra, sbattuta ripetutamente con la testa contro il muro, perché non è d’accordo con il suggerimento dato. La maestra aveva solo spiegato alla bambina come fare delle “stanghette”.

Caserta, Febbraio 2018
L’interrogazione va male, lui la accoltella
Uno studente di 17 anni accoltella in classe l’insegnante di 54 anni che voleva interrogarlo per permettergli di recuperare una insufficienza. Lui si rifiuta, lei gli impedisce di uscire. È una escalation: dalle proteste alla nota disciplinare. Fino alla ferita al volto, un lungo taglio con un coltellino tascabile. La professoressa viene ricoverata.

Alessandria, Febbraio ‘18
Legato alla sedia, ripreso e insultato
Una insegnante supplente di prima superiore in un istituto tecnico, con difficoltà motorie, viene legata alla sedia della cattedra con lo scotch, presa a calci e sbeffeggiata da un gruppo di studenti mentre altri riprendono la scena con uno smartphone. Ad allertare il bidello, uno studente di un’altra classe che passava per caso.

Foggia, Febbraio 2018
Percosse al vicepreside di una scuola media
Trenta giorni di prognosi dopo essere stato picchiato con calci e pugni dal padre di uno degli alunni che frequentano la prima della scuola media dove insegna. L’uomo lo ha aggredito all’uscita. Il giorno prima aveva rimproverato il figlio di otto anni perché spingeva e rischiava di far cadere le compagne in fila.

Lucca, Aprile 2018
“Inginocchiati e mettimi la sufficienza”
Due video che mostrano violenza contro lo stesso professore in un istituto tecnico di Lucca: nel primo, uno studente prova a strappargli di mano il registro elettronico, gli intima di inginocchiarsi e di mettergli sei sul registro. “Prof non mi faccia inc…re. Metta 6”. I compagni riprendono la scena col telefono. E ancora: “Lei non ha capito nulla. Chi è che comanda? Si inginocchi”. Dopo pochi giorni, inizia a circolare un altro video in cui alcuni studenti indossano un casco integrale in classe, provando a prendere a testate il professore.
Pesaro, Aprile 2018
Accendini al volto, i ripetenti: “Ti brucio”
Uno tiene un accendino acceso davanti al volto del professore, l’altro lo spinge, i compagni li incitano a dargi fuoco e riprendono la scena. Il docente, molto scosso, non dice nulla. La preside lo scopre solo tramite il video su Whatsapp di un conoscente. Oltre ai due studenti, ripetenti, è stato identificato un terzo studente che incitava più di altri ad appiccare il fuoco.

Torino, Aprile 2018
Punizione in biblioteca, il papà gli sferra un pugno
Il padre di uno studente, mandato in biblioteca come sanzione per un ritardo, colpisce con un pugno alla mandibola il professore, che finisce al pronto soccorso.

Velletri, Aprile 2018
“Ti mando all’ospedale e ti sciolgo nell’acido”
“Te faccio scioglie in mezzo all’acido, te mando all’ospedale professore’”: il video è girato in un Istituto Tecnico di Velletri e a parlare è uno studente, rivolto alla sua professoressa. Il diverbio è del 2017, ma è diventato virale solo quest’anno. Dieci minuti di discussione, l’insegnante ha minacciato di spedirlo dal preside per l’ennesima nota. “Ma chi sei tu per dirmi che devo stare zitto. Ma voi volete proprio finire all’ospedale – dice il ragazzino –. Ti faccio squaglià in mezzo all’acido, ti faccio squaglià”. I compagni ridono e riprendono. “Mo ti alzo tutto il banco ti alzo, vuoi vede’? Non mi provocà professore che poi la macchina non te la ritrovi”. E quando lei esce per chiamare il preside, lui prende a calci la porta.

Palermo, Aprile 2018
Picchia il prof ipovedente: emorragia cerebrale
Un professore di 50 anni ipovedente viene picchiato e ferito gravemente dal padre di una studentessa di terza media di un istituto comprensivo di Palermo. Il professore avrebbe ripreso l’alunna in classe e lei, all’uscita dalla scuola, avrebbe riferito al padre che l’insegnante l’avrebbe picchiata. Salvo poi ritrattare e ammettere di essere solo stata allontanata dall’aula.

Milano, Maggio 2018
“Ha graffiato mio figlio”: malmena la maestra
Una mamma milanese quarantenne prende a “schiaffi” e a “calci” e tira i capelli alla maestra durante un’ora disupplenza nella classe del figlio di 8 anni. “La maestra ha stretto il braccio di mio figlio, che è un bambino vivace, seguito dai servizi sociali, per tenerlo fermo. Gli affondava le unghie. Lui si era agitato dopo aver saputo che non sarebbero andati in ludoteca”, ha detto la mamma. La scuola ha dato un’altra spiegazione: “Il bimbo soffre di un disturbo oppositivo-provocatorio. Quel giorno si stava azzuffando con un compagno e la maestra è intervenuta per separarli. Lo ha allontanato per proteggerlo, il bambino ha cercato di morderla e l’ha presa a calci. E nella concitazione si è ferito, graffiandosi”.
Taranto, Maggio 2018
Propone la sospensione per il bullo, lo schiaffeggiano
Il padre di un alunno di scuola secondaria di I grado aggredisce con schiaffi e pugni il professore che aveva proposto la sospensione per 5 giorni del ragazzo che, richiamato perché picchiava i compagni, si era rivolto in modo minaccioso al docente.
Padova, Giugno 2018
La figlia va male in inglese, lei picchia l’insegnante
La madre di un alunno di scuola media aggredisce l’insegnante di inglese che aveva dato un voto insufficiente al figlio. Allo scontro verbale nel cortile della scuola prima delle lezioni è seguito uno schiaffo in faccia. La professoressa è caduta a terra, si è ferita al labbro e, con un livido in volto, si è fatta medicare all’ospedale.

Il Fatto 10.6.18
Il focus: le colpe dei maestri


Maggio 2018. ”Zozzoni, cretini e asini”: erano gli epiteti usati da un’insegnante della provincia di Salerno. È stata sospesa per un anno. Nello stesso periodo schiaffi, spintoni e percosse vengono documentati dalle telecamere nascoste in un asilo in provincia di Parma: due maestre sono arrestate.

Aprile 2018. Una maestra di 45 anni viene fermata a Varedo, in provincia di Monza e Brianza: in una scuola materna costringeva i bambini a stare immobili per ore, con le braccia conserte.

Marzo 2018. Un insegnante di inglese in una scuola materna di Roma, viene arrestato: è accusato di violenza sessuale nei confronti di bambini fra i tre e i cinque anni. Sempre a Roma è arrestato anche un insegnante di karate. Ha abusato di una ragazzina di 14 anni. Una scuola materna privata, in provincia di Pordenone, viene sottoposta a sequestro: le insegnanti prendevano a schiaffi i bambini.

Dicembre 2017. Un maestro di 67 anni, che insegnava in una scuola elementare di San Donato Milanese, viene condannato a 7 anni e 4 mesi: chiamava le bambine alla cattedra e poi le palpeggiava.

Novembre 2017. Sberle, spintoni e insulti. Tirate di orecchie e altre umiliazioni. Tutto viene documentato da una videocamera nascosta in una scuola materna di Vercelli. Tre maestre sono accusate di una cinquantina di episodi di violenza.

Repubblica 10.6.18
La prof aggredita
“Picchiata per un 4 a quella madre dico non regalo voti a chi non lo merita”
intervista di Enrico Ferro


PADOVA Genitori che odiano i professori. E figli che imparano a farlo.
Nell’anno nero della scuola italiana, con 26 insegnanti aggrediti nei primi quattro mesi, la storia di Francesca Redaelli, professoressa di inglese della media Albinoni di Selvazzano, periferia ovest di Padova, è solo l’ultima in ordine di tempo. In questo caso è la media del 4 a fine anno a scatenare la furia di una madre con un figlio in classe prima che rischia la bocciatura.
Professoressa Redaelli, cos’è successo?
«Stavo per raggiungere i colleghi per gli scrutini, mi sono trovata davanti quella donna. Gridava: “Perché non ha interrogato mio figlio? Era un suo diritto”. Mi ha colpito con una manata in faccia, poi con un pugno in testa. Io sono caduta, quando ho ripreso conoscenza c’era sangue dappertutto».
Lei è stata dimessa dall’ospedale con una prognosi di 20 giorni per la frattura del setto nasale. Per quel che è accaduto indagano i carabinieri. Come sta ora?
«Sono frastornata però sto ricevendo tanti attestati di vicinanza e solidarietà, anche dai miei ragazzi. Sa qual è la cosa che più mi dispiace?».
No, quale?
«Che la figlia di quella donna, un’altra alunna dell’istituto, abbia visto tutto perché si trovava nei paraggi».
Qual è la storia scolastica di questo studente?
«A fine marzo aveva alcune materie insufficienti. Sta seguendo un percorso sportivo che lo porta spesso all’estero. È rimasto assente quasi un mese.
Quando è tornato l’ho interrogato e ha preso 4. In una verifica scritta gli ho dato 3.5».
Cosa recrimina la madre?
«Voleva che lo interrogassi ancora una volta, ma l’avevo sentito il giorno prima. Lei si presentava a scuola a ogni ora, anche fuori dall’orario di ricevimento. Pretendeva di parlare con me e i miei colleghi, ci chiedeva di portarlo alla sufficienza. A volte ci lasciava lettere scritte a mano, indicando i suoi desiderata. Ma se un ragazzo merita 4 perché gli devo dare 6?».
Un’ultima possibilità l’ha data o no a questo giovane?
«Certo, l’ho interrogato giovedì mattina. Ha preso un altro 4».
Di lei dicono che è un’insegnante molto severa.
Questo non giustifica in alcun modo chi l’ha aggredita ma, insomma, è vero?
«Posso soltanto dire che non regalo voti, non lascio il mio numero di telefonino e non faccio gruppi WhatsApp con gli studenti. Mantengo sempre la giusta distanza e non credo possa essere una colpa».
Le statistiche nazionali parlano di un prof picchiato ogni quattro giorni. Com’è fare il suo lavoro oggi?
«Le dico solo che molto spesso i genitori li riceviamo in due, per evitare fraintendimenti e per avere sempre un testimone di ciò che accade».
Come si regolerà d’ora in poi con quei genitori?
«Non li voglio più vedere».

Il Fatto 10.6.18
La Casaleggio dà il via al tour per portare i cittadini su Rousseau
di A. Giamb.


Parte da Torino il Rousseau City Lab, il tour con cui l’Associazione Rousseau di Davide Casaleggio intende ampliare i partecipanti alla piattaforma per la democrazia diretta creata dalla Casaleggio&Associati: “Vogliamo coinvolgere gli imprenditori, le persone che hanno scritto libri e che hanno innovato sul territorio”, ha detto ieri pomeriggio all’interno di una struttura gonfiabile (a forma di mouse gigante) di fronte a pochi attivisti. Alla base dell’iniziativa c’è il pensiero che le proposte formulate dagli iscritti sulla piattaforma ora possono avere più riscontri perché in parlamento ci sono più eletti del M5S. “Faremo due tappe al mese – ha spiega Max Bugani – per aumentare gli iscritti a Rousseau, ma anche per far capire che la democrazia diretta non è un sogno”. E a proposito di democrazia diretta, Casaleggio si è detto soddisfatto dell’istituzione di un ministero apposito affidato a Riccardo Fraccaro: “È un grandissimo successo non solo per il MoVimento 5 Stelle ma per l’Italia”.

Corriere 10.6.18
Quel surplus di ferocia per la donna dell’eccesso Asia linciata sul web dai nuovi inquisitori
Il pubblico assiste sbigottito a questa moderna caccia alle streghesenza limiti
di Pierluigi Battista


Gli odiatori (anonimi) senza pietà per l’attrice
Dal loro sottosuolo i linciatori del web vomitano odio contro tutto e contro tutti, ma ad Asia Argento riservano un odio ancora maggiore, un trattamento speciale, un surplus di ferocia. Perché? Augurano la morte dolorosa ai Padri della Patria sotto i ferri del chirurgo, come è accaduto a Giorgio Napolitano. Ricoprono di insulti e sputacchi qualunque personaggio pubblico, anche il più mite: uno scienziato che consiglia l’uso dei vaccini, un cantante che si fa fotografare mentre fa la spesa, una suora che canta canzoni improntate alla bontà, un immigrato appena assassinato, una presentatrice tv che si permette di indossare una gonna corta, chiunque, purché conosciuto e dunque da colpire senza pietà, coperti dalla vigliaccheria dell’anonimato, ovviamente. Ma con Asia Argento è tutto di più: più crudele, più sbracato, più livido. Si è impiccato in un hotel di Parigi l’uomo celebre che le stava accanto, Anthony Bourdain, lei ne è devastata, ma nelle latrine dei social network, con una istantaneità corale che lascia sgomenti, si decide piuttosto di devastare lei, di massacrarla con accuse assurde, come se lei (complici fotografie lette come se fossero l’arma del delitto) incarnasse diabolicamente la causa del dolore insopportabile di Bourdain. Un diavolo, anzi una strega che con il demonio ha un commercio particolare e per questo va messa al rogo, dopo adeguata tortura (morale, per il momento). Un trattamento speciale, del resto, che replica il tiro al bersaglio contro di lei dopo la deflagrazione del caso Weinstein: tutte le attrici che lo hanno denunciato non se la sono passata bene, ma nessuna come Asia Argento è stata massacrata nella sua stessa immagine. Una così, così spudorata, sfrontata, così eroticamente aggressiva, ora si mette a recitare la parte della vittima? Giù botte.
Con il linciaggio dopo la morte di Anthony Bourdain, però, ogni residua soglia è stata oltrepassata, ogni record di odio è stato stracciato. Forse perché il trattamento speciale che gli odiatori incarogniti riservano a Asia Argento è anche il frutto di un’attrazione ambigua e irresistibile per l’oggetto del loro odio. Lo stesso modo provocatorio, impudente, indisponente di Asia Argento sembra aizzare questo miscuglio di repulsione e di attrazione. Asia Argento è la donna pericolosa, spudorata, eccessiva. E il suo eccesso si riflette nell’eccesso di odio e di ferocia. La novità però non sta nell’eccesso, nei fiumi di melma che stagnano emettendo vapori di frustrazione e cupezza. Sta nel fatto che, previa copertura nell’anonimato, esiste ora uno strumento per rendere quell’odio pubblico, un palcoscenico dove esibirsi nella rappresentazione del linciaggio. E il pubblico assiste sbigottito a questo sabba di ostilità, a questa moderna caccia alle streghe che non conosce limiti e decenza. Demolire una donna piagata dal dolore della sorte dell’uomo che amava e che si è tolto la vita è un abisso tale che ci vorrebbe un nuovo Dostoevskij per averne una descrizione adeguata.
Non sarà l’ultima volta, e per Asia Argento si apre una strada che porta ulteriori dolori, e nuove reazioni, e ancora reazioni, in una spirale che non si interrompe mai. Ad Asia Argento, oggetto di attrazione e repulsione, i nuovi inquisitori, che come gli inquisitori di una volta manifestano uno speciale attaccamento per la loro vittima, non perdonano niente, persino il suo essere stata vittima di una violenza. Il nuovo tribunale del popolo ha emesso il verdetto: il linciaggio permanente.

La Stampa 10.6.18
Dai boss per affogare”
Ad Al-Hammah tra i parenti degli scomparsi nel naufragio del 3 giugno verso l’Italia: «Mio figlio doveva restare a spaccare pietre». Il dolore infinito del padre di Ammar: «Quei mafiosi sono venuti a promettergli il paradiso, il nostro governo non ha fatto nulla»
di Niccolò Zancan

qui

Il Fatto 10.6.18
I “dimenticati” nell’inferno dei lager libici
“Non lasciamoli soli” - Due giornalisti raccontano le storie dei migranti diretti in Italia
di Daniele Erler


Non è facile salire “sui barconi stracolmi di sofferenza e dolore”: provare a raccontare le vite di chi è normalmente considerato merce senza più umanità. “Per capire da dove vengono queste persone e dove vogliono andare a cercare una minima possibilità di futuro per sé e per la propria famiglia”. Francesco Viviano e Alessandra Ziniti – giornalisti di Repubblica – lo fanno ora in un libro: Non lasciamoli soli, edito da Chiarelettere.
Nei giorni scorsi il neo ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che non tutto ciò che ha fatto il suo predecessore, Marco Minniti, andrà buttato. Il riferimento è all’accordo stretto con Tripoli che ha avuto l’oggettivo effetto di ridurre gli sbarchi. Ma andando a guardare quello che succede al di là del mare, Viviano e Ziniti hanno scoperto una realtà ancora poco raccontata. Migliaia di migranti intrappolati in Libia, ridotti a schiavi e torturati. Donne e bambine violentate, costrette a prostituirsi. Giovani in fuga che si devono reinventare torturatori. I due giornalisti hanno raccolto le testimonianze di chi è riuscito a fuggire dai lager libici, per raccontare le storie di chi è anima e corpo, non solo – come ha scritto, in introduzione al libro, l’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini – “una figura di cartone”.
In Non lasciamoli soli si parla anche delle ong, le organizzazioni non governative. Un capitolo è dedicato a Medici senza frontiere. Uno dei responsabili, Marco Bertotto, racconta come ha vissuto in prima persona il fuoco di fila contro di loro: “Ci hanno accusato di aver violato le leggi del mare, di complicità con il network di scafisti, di incentivare con la nostra presenza le partenze dei barconi dalla Libia e addirittura di aver contribuito ad aumentare la mortalità in mare”. All’inizio erano piccole teorie cospirative. Poi il tema è stato affrontato in un rapporto da Frontex e il capo della Dda di Catania Carmelo Zuccaro ha aperto un’indagine su un’ipotesi di associazione a delinquere fin qui non riconosciuta dai giudici.
Per le ong è sempre più difficile scrollarsi di dosso il pregiudizio di essere un incentivo per chi deve partire. La realtà – sostengono Viviano e Ziniti – è che gli sbarchi in Italia sono sì diminuiti nell’ultimo anno, ma non le partenze e le morti in mare, spesso per l’inadeguatezza della guardia costiera libica. “Nessun accordo e nessun muro – scrivono – potrà arrestare il flusso migratorio epocale di questi ultimi anni, le cui radici affondano nelle drammatiche condizioni di vita di buona parte dei paesi dell’Africa, divenuta una bomba a orologeria oltre che un nuovo campo di semina della jihad”.
Fra le storie, c’è quella di Rambo: arrivato in Libia dalla Nigeria per migrare, riconvertitosi a torturatore, nei lager stipati da chi non può partire. Rambo – vero nome John Ogais – usava la corrente elettrica per torturare. Di giorno uccideva, di notte stuprava. Ma il suo destino si deciderà in un tribunale italiano, dato che anche lui alla fine è sbarcato, ha cercato protezione internazionale, ha trovato le manette: un suo ex schiavo lo aveva denunciato. C’è la storia di Segen: trentacinque chili a 22 anni, diciannove mesi di prigionia in Libia, la morte su un barcone. E quella di Ahmed, lo schiavo scelto per fare il becchino del mare, a riempire le fosse comuni sotto le dune di sabbia del deserto. Samir e Abbas, venduti all’asta, da un padrone all’altro. Maryam che voleva fare il medico ed è stata costretta a prostituirsi.
Tutti racconti che si svolgono con lo stesso scenario: il sole della Libia, la sabbia del deserto, il nero del mare. E quella voglia disperata, spesso illusoria, di immaginarsi un futuro.

Corriere 10.6.18
Il governo si muova contro la vergogna dei nuovi schiavi nel mezzogiorno
di Ernesto Galli della Loggia


Luigi Di Maio è ministro del Lavoro oltre che uomo del Sud. Matteo Salvini è ministro degli Interni e senatore della Calabria. È lecito, allora, stupirsi che proprio in questa loro doppia qualità non abbiano detto una parola né fatto nulla, per quel che si sa, a proposito delle condizioni in cui lavorano e vivono nella baraccopoli di San Ferdinando gli immigrati compagni del sindacalista maliano Soumaila Sacko ucciso una settimana fa da un malavitoso locale? Se c’è qualcosa che un governo «del cambiamento» dovrebbe impegnarsi a cambiare subito in Italia, non è forse l’esistenza fatta di sfruttamento schiavistico e di abbrutimento umano in cui in vari luoghi del Mezzogiorno vivono migliaia di immigrati perlopiù africani?
Su tale situazione è stato detto tutto. Ma ciò non c’impedisce di continuare a provare vergogna come cittadini di questo Paese per la desolante passività di cui fin qui hanno fatto mostra a questo proposito le autorità competenti. A Vibo Valentia, a Catanzaro, a Foggia, dappertutto nel Mezzogiorno, lo Stato italiano mantiene prefetti, questori, ispettori del lavoro, procuratori della Repubblica, i quali in teoria dovrebbero far rispettare le sue leggi. A giudicare tuttavia dai risultati non si può davvero dire che finora ci siano riusciti. Perché? che cosa l’ha impedito? Perché non si riesce a stroncare la pratica del caporalato? Perché non si riesce a instaurare condizioni di lavoro legali? Perché non si riesce a impedire la formazione di enormi bidonville come quella di San Ferdinando? L’impressione è che l’azione della legge sia costantemente impedita da reti di complicità e d’interessi locali più o meno oscuri che sull’illegalità vivono e prosperano. Forti, molto probabilmente anche della complicità di Roma. Ma oggi a Roma c’è un governo nuovo e diverso, si dice. Se è vero lo dimostri coi fatti.

Repubblica 10.6.18
Il sindacalista dei migranti
“Ho studiato Di Vittorio ma io come Soumayla qui in Italia sono uno schiavo”
intervista di Paolo Griseri


Calabria, Texas. Quella che racconta Aboubakar Soumahoro, bracciante ivoriano di 38 anni, non è una semplice storia di sfruttamento. Abou la spiega con estrema semplicità, quella che in poche ore dopo un passaggio in tv lo sta trasformando in un eroe dei social. La sua denuncia è cruda: «Siamo arrivati alla razzializzazione».
Che cos’è la razzializzazione?
«Semplice: tu sei straniero, quasi sempre nero. Dunque sei ricattabile. Dunque ti pago di meno».
2018, Calabria, piana di Gioia Tauro: un Texas dell’Ottocento con le arance al posto del cotone.
Abou, conosceva Soumayla Sacko?
«Era un bracciante, un sindacalista dei braccianti come me. Certo che lo conoscevo, lo conoscevo bene».
Non aveva paura di vendette?
«Tutti noi abbiamo paura delle vendette. Ma rivendichiamo il nostro diritto di parlare. È l’unico modo che abbiamo per difenderci».
A chi date fastidio?
«A quelli che ci tengono nella gabbia costruita dalla Turco-Napolitano prima e dalla Bossi-Fini poi. Se protesti ti licenziano, se ti licenziano ti tolgono il permesso di soggiorno, senza permesso di soggiorno entri in clandestinità».
Così vi ricattano?
«Certo. Lavori 12 ore al giorno ma sul contratto ne segnano molte di meno. Così non pagano le tasse e a fine mese la tua busta paga ufficiale è di 50 euro».
Quanto guadagna lei in realtà per 12 ore di lavoro?
«Trenta euro».
A fine mese sono 900 euro?
«Assolutamente no. Arrivi a 6-700. Ma dipende se piove, se ti scelgono per lavorare. Per questo viviamo nelle baracche: come si fa ad essere sicuri dello stipendio?
La bolletta dell’affitto scatta tutti i mesi».
Lei come è arrivato in Italia?
Traversate nel deserto, scafisti?
«Diciassette anni fa ho ottenuto un visto turistico, ho preso un aereo e sono andato in Francia. Da lì sono venuto in Italia, in Campania, dove avevo degli amici che già lavoravano nei campi.
Bisogna dirlo al ministro dell’interno che arriviamo anche in aereo, non solo sui barconi».
Com’è cambiata la situazione in questi 17 anni?
«Per noi è peggiorata. Sul piano sociale le diverse leggi sull’immigrazione ci hanno tolto ogni giorno nuovi diritti. Noi oggi siamo schiavi di Stato nel senso che è lo Stato ad aver creato le condizioni della nostra schiavitù. Che poi è diventata anche una schiavitù razziale».
In Italia c’è il razzismo?
«Certo. In questi diciassette anni l’ho visto arrivare. Prima gli italiani erano timidi. Facevano le battutine, come se avessero pudore. Si capiva quel che pensavano ma si intuiva anche che non osavano dirlo».
Quando è peggiorata la situazione?
«È peggiorata con la crisi. Molti di quelli che si sono impoveriti hanno cominciato a pensare che la colpa delle loro disgrazie fossimo noi. I timidi di ieri sono diventati coraggiosi. Hanno cominciato a urlarmi per strada: “Negro, vattene nel tuo paese”.
Due volte, sull’autobus, agli insulti hanno aggiunto le botte».
Come avete reagito?
«Abbiamo deciso di studiare».
Studiare?
«Certo. Io e i miei compagni ci siamo messi a studiare sociologia. Ci piace molto il pensiero di Di Vittorio, che faceva il sindacalista nelle campagne del Sud italiano, come noi. Lui denunciava il fatto che i profitti si alzano e i salari non li seguono».
Avete cominciato a parlare di Di Vittorio agli immigrati di Gioia Tauro?
«Certo. Noi facciamo assemblee con tutti i braccianti, senza distinzione di nazionalità. Ci teniamo molto che gli italiani siano con noi. Sono loro, che hanno più diritti, a poter contrattare i salari con i contadini. E anche con lo Stato.
Vogliamo un incontro con Di Maio, il nuovo ministro del Lavoro, per raccontargli la storia della nostra schiavitù».
Chi è la vostra controparte?
«Sono i padroni della grande distribuzione. Chiunque vada al supermercato capisce che le arance e i mandarini a quei prezzi si possono avere solo pagando la gente in nero a 2,5 euro l’ora. E questo è uno scandalo. Che è possibile solo grazie al sistema che toglie diritti soprattutto a noi braccianti neri. Per questo dico che siamo oltre lo sfruttamento.
Che siamo alla razzializzazione: tu sei immigrato, hai la pelle scura, sei ai margini perché sei ricattabile. E le arance costano quattro soldi».
Parlava di queste cose con Sacko?
«Ne abbiamo parlato tante volte nelle riunioni del nostro sindacato, l’Usb».
Pensa che sia stato ucciso per la sua lotta a fianco dei braccianti?
«Questo non lo so. Dovrà deciderlo l’inchiesta. Certo non è stato ucciso per un furto, come si è cercato dire all’inizio. Adesso stiamo raccogliendo i fondi perché il suo corpo possa tornare in Mali, dalla sua famiglia».
Abou, dopo le sue apparizioni in tv, sui social hanno proposto che sia lei a indicare la strada ai partiti della sinistra italiana, oggi, diciamo, un po’ confusi. Che cosa ne pensa?
«Io sono un sindacalista. Il mio mestiere è difendere i diritti dei braccianti. Chiunque ci voglia dare una mano è benvenuto e valuteremo insieme se fare un pezzo di strada insieme. Ma per me è chiaro che fino a quando rimarrà in piedi anche solo una baracca di braccianti costretti a vivere sotto le lamiere, il mio mestiere sarà quello di rimanere lì, a lottare per poter abbattere un giorno quella baracca».

Il Sole 10.6.18
Yunos
«Siamo imprenditori per natura» parola di capitalista riluttante
A tu per tu. Il Premio Nobel per la Pace e inventore del microcredito, il bengalese Muhammad Yunus, ha una fede sconfinata nel talento umano, ma quello dei tycoon della Silicon Valley inizia  preoccuparlo
di Marco Masciaga


È un difensore del libero mercato, ma è convinto che il capitalismo sia la causa di molti dei mali che ci affliggono. È per la deregulation, ma vorrebbe che l’Onu stabilisse cosa le società tecnologiche possono e non possono fare. Ha il mito dell’imprenditore, ma guarda con sospetto alla ricerca del profitto. Se esiste un uomo contraddittorio – almeno per gli schemi ideologici in voga oggi in Occidente – è Muhammad Yunus.
Eppure il 77enne economista bengalese, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2006 per avere fondato la Grameen Bank e con essa il microcredito, da qualche tempo trova più ascolto in questa parte di mondo che in Bangladesh, dove il primo ministro Sheikh Hasina lo ha definito «una sanguisuga dei poveri» e sembra considerare il più illustre dei suoi concittadini come una minaccia. «Lei (nel corso della nostra conversazione la premier non verrà mai citata per nome, ndr) pensa che, siccome sono molto popolare, se un giorno dessi vita a un partito diventerei un problema», spiega Yunus che, prudentemente, parla il meno possibile dei burrascosi rapporti con il suo governo.
La campagna per screditare questo “capitalista riluttante” che ha mostrato come fare credito alle donne più povere del mondo non è solo possibile, ma anche utile e finanziariamente sostenibile, è iniziata più di dieci anni fa. A scatenarla fu il suo annuncio di voler fondare un partito per traghettare il Paese dall’ennesimo military-backed government verso la democrazia. «Le leadership dei partiti – racconta – erano in carcere per corruzione e io venivo accusato di non avere a cuore l’interesse nazionale. Quando cedetti alla pressione e diedi la mia disponibilità a scendere in politica, i corrotti iniziarono a bussare alla porta. Nel giro di dieci settimane capii che stavo solo offrendo loro un nuovo indirizzo e feci un passo indietro».
Nonostante il ripensamento, la campagna contro di lui non si è mai interrotta, culminando nella sua rimozione dal vertice della Grameen Bank. Una mossa che ha consegnato l’istituto nelle mani dell’establishment di uno dei Paesi più corrotti del pianeta (143esimo dei 180 censiti da Transparency International).
Con Yunus, appena arrivato in treno da Torino, ci incontriamo in un hotel milanese per parlare del suo ultimo libro, intitolato Un mondo a tre zeri. Come eliminare definitivamente povertà, disoccupazione e inquinamento (Feltrinelli). La scelta del luogo è stata casuale, ma felice. Yunus ha contratto il travel bug da giovane – ancora oggi passa circa il 60% del suo tempo in viaggio – e l’edificio neoclassico in cui ci troviamo (inaugurato nel 1840, regnante l’imperatore Ferdinando I d’Austria) fu la prima stazione ferroviaria di Milano. A pochi metri da dove sediamo c’è l’elemento più scenografico della lobby: una specie di parete costruita con vecchie valigie, quasi a voler ricordare ai clienti dell’hotel la storia del luogo e al mio interlocutore che, nel giro di poche ore, ci sarà un altro treno da prendere, questa volta verso Roma.
In comune con l’hotel, Yunus ha il fatto di essere anche lui “figlio” di un impero. Lo testimoniano la padronanza della lingua inglese, che parla nell’espressivo staccato dell’Asia del Sud e l’infanzia passata nei boy scout, altro lascito britannico. La prima gli ha aperto le porte degli Stati Uniti dove, grazie a una Fulbright Scholarship, ha conseguito un PhD e poi insegnato. La seconda ha propiziato nientemeno che una «life-changing experience».
«Quando avevo 15 anni – racconta – fui selezionato per partecipare alla Jamboree mondiale degli scout in Canada. Volammo (a tappe, era il 1955) fino in Europa e attraversammo l’Atlantico a bordo di un transatlantico italiano. Sulla strada del ritorno, in Germania, realizzammo che se avessimo comprato tre minibus e fossimo tornati via terra avremmo speso meno che non pagando i 29 biglietti aerei di ritorno. E in più ci avremmo guadagnato tre furgoncini». Il risultato fu un viaggio picaresco, drammatico e rivelatore. «L’Europa era ancora molto malandata: la Germania era in condizioni terribili; gli abitanti dei villaggi della Jugoslavia erano dei rottami umani; c’erano povertà e distruzione ovunque e le persone avevano ancora paura le une delle altre». Dopo le rovine post-belliche dell’Europa (e un incidente notturno a Skopje), il viaggio proseguì tra quelle classiche di Grecia, Turchia, Libano e Siria fino a Bassora, in Iraq, da dove il gruppo si imbarcò per Karachi, capitale, allora, del Pakistan pre-scissione. «E da lì – prosegue Yunus – rimasti in due, abbiamo attraversato l’India – Bombay, Delhi, Calcutta… – fino a casa, in East Pakistan, l’odierno Bangladesh. Il viaggio durò più di sei mesi. Con una valuta non convertibile in tasca eravamo sempre a corto di soldi, ma fu un’esperienza che mi cambiò per sempre. In vita mia non mi sarei mai più divertito così tanto. E soprattutto compresi che l’uomo è uno. Ricco o povero, non importa». Una lezione destinata ad accompagnare Yunus a lungo, e soprattutto lontano, fino al Nobel.
Nei 12 anni trascorsi dalla sua beatificazione laica di Oslo, l’uomo seduto davanti a me è invecchiato invidiabilmente bene. Lo sguardo non ha l’opacità liquida della vecchiaia, il viso è ancora rotondo, il sorriso in agguato. Negli anni neanche l’abbigliamento è cambiato: il tradizionale sadri color corda indossato sopra una modesta kurta a quadretti, pantaloni comodi, le scarpe tozze e morbide che gli uomini del Subcontinente cresciuti con i sandali ai piedi indossano a malincuore nelle occasioni formali.
Quando gli chiedo del suo nuovo libro, Yunus parte dalla sua esperienza di “banchiere dei poveri” per spiegare che il sistema finanziario «è progettato in maniera sbagliata perché non arriva neppure alla metà della popolazione mondiale» e aggiunge di essere anche convinto che ci sia «qualcosa di fondamentalmente errato nel capitalismo». Il peccato originale sarebbe di basarsi su una «interpretazione della natura umana secondo la quale saremmo creature unidimensionali ed egoiste», prive di quell’altruismo che, secondo Yunus, «convive con il suo opposto in ognuno di noi». Cinicamente convinto che alle sue parole manchi l’inciso «in dosi omeopatiche», cerco di provocarlo. Gli ricordo il desiderio di chiusura verso il Sud del mondo che serpeggia in Europa; gli chiedo cosa pensi di un presidente americano votato a quella forma di pericoloso egoismo geopolitico che chiamiamo unilateralismo; gli faccio presente l’imbarazzante sbriciolarsi del piedistallo su cui per anni abbiamo tenuto un altro Nobel per la pace come Aung San Suu Kyi. Possibile che tutto questo non incrini le sue convinzioni sull’innato altruismo dell’animo umano? Il colpo va a vuoto. Yunus è sì «orripilato» da tutto questo, ma la sua fiducia «nell’enorme forza dell’uomo» è intatta. «Perché da che mondo è mondo – spiega – l’impossibile, presto o tardi, diventa possibile».
Siccome la regola mi sembra valere soprattutto per il progresso tecnologico, gli domando se robot e intelligenza artificiale lo preoccupino. «Quella che abbiamo tra le mani – spiega – può essere una benedizione, come il suo contrario. Ciò che non voglio è che gli uomini, con i loro limiti biologici, diventino cittadini di seconda classe in un mondo dominato da macchine la cui intelligenza potenzialmente non ha limiti. Se i farmaci vanno testati e approvati da un’autorità indipendente prima di essere messi in commercio, credo che la regola debba valere anche per le nuove tecnologie. Forse l’Onu dovrebbe scrivere delle linee guida in proposito».
In altre parole, Yunus sembra più preoccupato da ciò che l’intelligenza umana potrebbe costruire che non dalla stupidità con cui stiamo rischiando di distruggere il pianeta e quella fitta rete di relazioni politiche, militari e commerciali che lo ha mantenuto in relativa pace per oltre 70 anni. Paradosso reso ancora più interessante dal fatto che la parola più ricorrente della nostra conversazione è «entrepreneur», un evidente retaggio di quanto fatto in Bangladesh prestando minuscole somme di denaro a donne povere per aiutarle ad avviare piccole attività. «Il lavoro salariato – spiega – è la fine della creatività umana, perché gli uomini sono per natura imprenditori. Bisogna far sì che crescano come imprenditori, che il sistema scolastico sia progettato per creare degli imprenditori, che insegni ai ragazzi cosa gli imprenditori sono in grado di fare. Il microcredito ha dimostrato che si può prestare denaro ai poveri e che in questo modo li si può mettere in condizione di usare il proprio talento per creare un’impresa».
Eppure, gli faccio notare, le evidenze statistiche non sono così univoche. Il numero dei poveri raggiunti è cresciuto, ma quello dei poverissimi, in proporzione, è calato. Non solo. Alcuni paper accademici hanno ridimensionato la portata del fenomeno: non una miccia capace di trasformare magicamente gli ultimi in imprenditori, ma più modestamente una forma di credito che soccorre i poveri nei momenti di crisi, senza legarli mani e piedi agli strozzini. C’è qualcosa di vero in tutto questo? «Più di qualcosa», risponde. Poi ricorre a una parabola popolare in tutto il Subcontinente indiano: «Immagini sette ciechi che cercano di capire come è fatto un elefante. Chi gli tocca la pancia dice che è piatto, chi gli tocca la coda pensa che è molto sottile e via di questo passo... “Microcredito” è un’etichetta sotto la quale ormai convivono cose molto diverse: c’è quello che ho fatto con la Grameen Bank, ci sono società a fine di lucro che si quotano in Borsa e ci sono anche veri e propri squali. Ognuno è libero di fare come crede, ma io resto convinto di una cosa: che al centro debbano rimanere le donne più povere del mondo».

il manifesto 10.6.18
La Linke spaccata sulle frontiere aperte. C’è aria di scissione
Germania. Si chiude oggi il congresso di Lipsia. Riconfermata la segretaria Kipping, ma la fronda capeggiata dalla capogruppo Wagenknecht e da Lafontaine rema contro la linea no-borders
Per una significativa parte del partito il principio deil’apertura incondizionata vale solo per i perseguitati che chiedono asilo.
di Jacopo Rosatelli


«Nel nostro partito non ci sono né razzisti né neoliberali». Un’affermazione apparentemente ovvia, quella di Katja Kipping, dalla tribuna del congresso della Linke che si chiude oggi a Lipsia. Solo apparentemente, però. Il cuore delle assise del principale partito della sinistra tedesca di opposizione sta in una controversia che lo sta portando al limite della lacerazione. Da una parte, i seguaci dei due segretari Kipping e Bernd Riexinger (più Gregor Gysi, attualmente numero uno della Sinistra europea), e dall’altra i sostenitori della capogruppo al parlamento federale Sahra Wagenknecht. Nella rappresentazione degli ultrà dei due schieramenti, rispettivamente: i «neoliberali» contro i «razzisti». Definizioni diffamatorie figlie delle diverse posizioni sul tema-chiave dei migranti. In sintesi: per i segretari, la Linke non deve rinunciare alla parola d’ordine delle frontiere aperte per tutti, per la capogruppo l’apertura incondizionata vale solo per i perseguitati che chiedono asilo.
Una spaccatura interna frutto dell’onda lunga della crisi dei rifugiati che investì la Germania – e la cancelliera Angela Merkel – nel 2015 e, soprattutto, dell’ascesa della destra nazionalista di Alternative für Deutschland (Afd), capace di mietere consensi anche in quell’elettorato popolare dei Länder dell’Est bacino della Linke. Per la carismatica capogruppo Wagenknecht – e per l’ancora influente ex leader Oskar Lafontaine – il partito deve correggere linea: l’enfasi no-borders manda i più anziani, i poveri e i disoccupati nelle braccia dell’Afd. L’attuale Linke – questa è l’accusa – piace ai giovani alternativi e di classe media dei centri urbani, e il partito si sta trasformando in una sorta di riedizione dei Verdi. Secondo Kipping non è così: «Se osservo i nostri giovani nuovi iscritti, non vedo hipster, non vedo nuovi verdi. Io vedo persone che con meravigliosa naturalezza sanno che la solidarietà verso i profughi e la difesa dello stato sociale sono una cosa sola. La Linke del XXI secolo ha bisogno della generazione del XXI secolo».
Nel suo discorso Kipping ha teso una mano a Wagenknecht, ma ha attaccato Lafontaine (che di Wagenknecht è anche compagno di vita): «Se il partito assume democraticamente una posizione, lui non la metta costantemente in discussione sui media». Posizione che ieri i delegati hanno assunto, approvando un documento congressuale in cui è scritto: lotta alle cause delle migrazioni (guerre, export di armi, sfruttamento), «corridoi umanitari sicuri, frontiere aperte e un sistema di accoglienza e distribuzione dei profughi in Europa rispettoso della dignità umana», e «diritti sociali per tutti». Sul punto simbolico delle frontiere, la formulazione è volutamente ambigua: non si dice per chi debbano essere aperte. Tutti o no? Un’indeterminatezza che ha permesso l’adozione quasi unanime della mozione.
Il passaggio anti-Lafontaine del discorso di Kipping non è andato giù agli avversari interni. Si spiega così la percentuale bassa con la quale la co-segretaria ieri è stata confermata nel suo incarico: appena il 64,5%, dieci punti in meno che alle assise precedenti. Meglio ha fatto Riexinger, ottenendo il 73,8%. Non c’erano candidati alternativi, la rielezione di entrambi era scontata, il dato politico stava tutto nella percentuale del loro consenso: e da ieri è più evidente che il clima nel partito è ancora lontano dal rasserenarsi. Lo dimostra anche l’unica situazione in cui i delegati hanno dovuto scegliere tra due persone riconducibili ciascuna ai due diversi gruppi: l’elezione del segretario organizzativo, il numero tre nella gerarchia interna. In uno scrutinio al cardiopalma si è imposto l’uomo di Kipping e Riexinger per soli 3 voti di scarto (su 550 totali).
Molto importante sarà l’intervento che farà questa mattina Wagenknecht: l’attesa è massima per capire se prevarranno i toni concilianti o quelli da battaglia. E soprattutto per comprendere meglio cosa la capogruppo intenda quando vagheggia della creazione di un «movimento di sinistra» che accomuni militanti della Linke a delusi del Partito socialdemocratico (Spd) e dei Verdi. Nelle intenzioni della capogruppo è una strategia per costruire una maggioranza alternativa alla grande coalizione fra democristiani (Cdu/Csu) e Spd che attualmente governa il Paese. C’è chi teme, invece, possa significare né più né meno che una «classica» scissione. Se fosse così, difficile immaginare che per la sinistra tedesca, ed europea, possa essere un bene.

il manifesto 10.6.18
Ucraina, pogrom di Stato contro la comunità rom
Kiev. Un'altra azione di pulizia etnica, nel parco Goloseyevsky, della squadraccia di veterani neonazisti della Guardia Nazionale
Il pogrom dei rom nel parco Goloseyevsky di Kiev
di Yurii Colombo


MOSCA Non fanno più notizia ormai sulla stampa ucraina i pogrom contro le comunità rom. Neppure se si configurano come “pogrom di Stato” premeditati, organizzati e portati a termine da strutture facenti parte della Guardia Nazionale, come quello consumatosi giovedì scorso nei dintorni di Kiev. Alle 13.03, sulla pagina ufficiale di Facebook del Corpo Nazionale (una struttura di vigilantes inseriti ufficialmente dal ministero degli interni tra i reparti della polizia ucraina e composta da veterani del Donbass del battaglione neonazista Azov) dava 24 ore di tempo alla comunità rom residente presso il parco Goloseyevsky «per sbaraccare con tutte le loro schifezze». Ma alle 18.45 lo stesso sito dichiarava entusiasticamente di aver già portato a termine l’azione di «pulizia» nel parco e di aver eliminato ogni traccia degli «sporchi zingari». I commenti al post erano da far rizzare i capelli: «Abbattere i rifiuti biodegradabili! È un peccato non aver potuto portare a termine il lavoro negli anni ’40 contro questa società di pidocchi» erano quelli più moderati. Un’azione premeditata realizzata alla presenza dei giornalisti e della polizia. In un video fatto circolare su youtube si vedono i neofascisti in divisa portare terrore nel campo nomadi armati di asce: bambini e donne che urlano mentre le tende vengono distrutte e bruciate.
Che si tratti di un salto di qualità è confermato dal fatto che la sera stessa il Corpo Nazionale ha rivendicato ancora più apertamente l’azione diffondendo presso le stazioni della metropolitana di Kiev Goloseevskaya e Vasylkivska un volantino dal titolo inequivocabile: «Per i rom non c’è posto in Ucraina», illustrato con una foto di bambino rom con una croce sbarrata. Per questi criminali non si è trattato di un pogrom ma di una «normale azione di pulizia». Una vera e propria pulizia etnica, pensata, gestita e portata a termine da strutture riconosciute e finanziate dallo Stato ucraino.
Il giorno successivo, la notizia è stata coperta solo con qualche trafiletto dai giornali della capitale. L’azione è stata valutata al più come «una bravata» e un «episodio da censurare», ma nessuno stupore per il fatto che l’azione sia stata compiuta di fatto dalla Guardia Nazionale.
Neppure i richiami dell’Onu di qualche settimana fa dopo l’odioso pogrom anti-rom alle pendici del Monte Calvo, e la successiva deportazione in Ucraina occidentale, hanno fatto desistere i gruppi dell’estrema destra.
La società civile ucraina osserva distratta lo scivolamento del paese verso l’abisso. Minacce e violenze contro giornalisti indipendenti e attivisti dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Il governo prima di andare al voto nel 2019, sta varando in tutta fretta le “riforme” e le privatizzazioni che il Fmi richiede da anni, mentre tra la gente cresce la paura e l’incertezza per un prossimo vociferato default dell’economia del Paese. E l’estrema destra, sempre più unita vola al 15% nei sondaggi.

il manifesto 10.6.18
Il nuovo disordine mondiale di Usa, Russia e Cina
G7 in declino. Al tavolo che conta gli europei sono i camerieri. Intanto l’economia-mondo, quella che fa veramente paura a Washington, si riunisce nella città costiera cinese di Qingdao,
di Alberto Negri


Il mondo si divide in due, magari pure in tre o quattro parti in competizione tra loro e la remota provincia italica, ambita solo da rifugiati e migranti, litiga per capire dove sta, spaventata di diventare la nuova Cuba del Mediterraneo. Ci manca solo la battuta di Tony Montana-Al Pacino in Scarface «Io un comunista lo ammazzo anche gratis» e poi le abbiamo sentite tutte in questi giorni di G-7 su Putin, la Nato e l’Italia.Sembrava, a leggere i nostri giornali dove milita una bella fetta di tremebondi ex comunisti, che fossimo in procinto di abbandonare l’Alleanza, chiudere la basi e sequestrare 120 testate nucleari agli americani: all’armi, il fantasma di Ghino di Tacco è tornato a Sigonella.
E invece a Trump il premier Conte, un devoto di padre Pio, piace così tanto da invitarlo subito alla Casa bianca: il nostro debuttante è stato l’unico ad abboccare al tweet di The Donald per far rientrare la Russia nel summit, espulsa dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Invito che ha irritato gli altri partner europei ed è stato respinto al mittente da Mosca: «Siamo interessati ad altri formati».
Cina e Russia hanno tenuto un altro vertice, là dove si muove l’economia-mondo, quella che fa veramente paura a Washington. A Qingdao, città costiera cinese, si è riunito l’anti G-7, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), con Cina e Russia come Paesi capofila. In un vertice di due giorni i capi degli Stati membri dell’orbita russo-cinese hanno proposto progetti di crescente integrazione per la nuova Via della Seta (One Belt One Road) mentre il G7 è alle prese con tensioni e divisioni. E tanto per gradire la Banca di sviluppo cinese fornirà una linea di credito da 65 miliardi di yuan, 10 miliardi di dollari, alla Veb Bank russa. All’incontro era presente il presidente iraniano Hassan Rohani che non fidandosi del fronte europeo anti-sanzioni guarda decisamente a Oriente.
The Donald in Canada ha invece gettato le sue esche per dividere quanto è possibile il campo europeo: vuole riscuotere i dazi come fossero u pizzu sul surplus commerciale dei tedeschi (un posto di lavoro su due in Germania dipende dall’export) e i pesciolini dell’Unione, in fibrillazione, si sono raggrumati come un branco d’acciughe. Si tratta di rapporti di forza e in Canada, nella finzione di Chalevoix, si scherza ma fino a un certo punto.
Cosa ci possiamo aspettare dal G-7 in Canada lo esemplifica molto bene l’ultima copertina dell’Economist. Donald Trump è raffigurato a cavalcioni di una palla per la demolizione degli edifici: l’obiettivo è frantumare le istituzioni internazionali, il multilateralismo e le vecchie regole per costruire al loro posto una nuova geopolitica dove l’America rimane vincitrice. L’idea del presidente americano è quella di trascinare i suoi partner in negoziati bilaterali sempre più vantaggiosi per gli Stati Uniti.
Una strategia che nei suoi intenti potrebbe dividere ancora di più l’Unione europea, da anni sempre meno incline a obbedire ai diktat americani. Agli Usa piacciono i Baltici e i Paesi dell’Est, che nella loro deriva proto-fascista sono la nuova frontiera anti-Putin. A questo serviva la rivolta dell’Ucraina e adesso, ancora di più, è utile l’Est europeo: la Russia è in Siria, manovra con l’Iran e la Turchia, membro storico della Nato sempre più riottoso, e l’America vuole far pagare a Mosca la sua intrusione infilandosi nel cortile di casa dei russi. Per questo gli strateghi della Casa Bianca trovano così irritanti gli europei dell’Ovest che vanno da Putin a San Pietroburgo come Macron e firmano con la Merkel il raddoppio del gasdotto Nordstream.
Come farglielo capire che devono stare al loro posto?
Il disordine pilotato è una teoria che gli Stati uniti – dopo averla applicata malamente con altre amministrazioni repubblicane, in particolare in Medio Oriente – sperano adesso di utilizzare per ricavare un nuovo posizionamento globale.
Non è necessariamente una dimostrazione di forza imperiale da parte della superpotenza americana come dimostra la sprezzante risposta russa alla proposta di Trump di tornare al tavolo del G-8. Tentare di abbattere le strutture multilaterali create dopo la Seconda guerra mondiale – inclusa l’Unione europea – è di fatto l’ammissione che non le governano più come vorrebbero.
Ma forse, dopo i successi iniziali, questa strategia di The Donald si potrebbe risolvere in una pericolosa illusione: alleati e avversari, nel medio e lungo termine, saranno sempre meno inclini a riconoscere la leadership Usa e la sfideranno economicamente e militarmente dove sarà loro possibile.
Si prepara il nuovo disordine mondiale, che la Russia e la Cina hanno ben compreso.
È l’ultima fase dell’età della destabilizzazione che dovranno affrontare in futuro l’Europa e l’Italia: questo è il messaggio che proviene del G-7 in Canada. Forse il prossimo sarà un G-4: Usa, Russia, Cina e Ue, posto che ci sia ancora un’Unione europea da rappresentare.

il manifesto 10.6.18
La Palestina all’Onu: indagate e proteggete i civili da Israele
Dopo il «Venerdì di Gerusalemme». Ieri i funerali delle ultime quattro vittime
di Michele Giorgio


La Palestina mercoledì sarà al centro della seduta dell’Assemblea generale dell’Onu dopo l’uccisione da parte di Israele di altri quattro manifestanti di Gaza durante il «Venerdì di Gerusalemme» della Grande Marcia del Ritorno. «Abbiamo chiesto una riunione d’emergenza dell’Assemblea per condannare Israele, il suo uso della forza e l’uccisione di civili palestinesi», ha spiegato l’ambasciatore palestinese all’Onu Riyad Mansour.
Circola già una bozza di risoluzione in cui si chiede di indagare sulle violenze avvenute nell’area e di garantire protezione alla popolazione palestinese.
IL RICORSO ALL’ASSEMBLEA è stato deciso dopo il veto posto dagli Usa, il primo giugno, a una bozza di risoluzione contro Israele presentata al Consiglio di Sicurezza dal Kuwait che chiedeva al segretario generale Guterres di individuare modalità per proteggere i civili palestinesi. Gli Usa guardano alle uccisioni a Gaza di 127 civili palestinesi e al ferimento di altri 14mila (tra intossicati dai lacrimogeni e colpiti da proiettili) dal 30 marzo a venerdì scorso, come una «autodifesa» di Israele contro presunti piani di Hamas per compiere attentati. Israele avrebbe fatto uso di «moderazione» nell’affrontare la Marcia del Ritorno, ha sostenuto qualche settimana fa l’ambasciatrice Usa all’Onu Haley, minimizzando il tiro al bersaglio dei cecchini israeliani e sorvolando su Gaza soggetta da 11 anni a un rigido blocco.
IERI LA CITTÀ DI KHAN YUNIS ha partecipato ai funerali di un altro suo giovanissimo abitante, Haitham al Jamal, 15 anni, colpito a morte due giorni fa dai soldati israeliani, una settimana dopo l’uccisione della paramedica 21enne Razan al Najjar. Il governo Netanyahu parla di «terrorismo» e ribadisce la linea dura.
Ieri un aereo ha sparato «colpi di avvertimento» contro un gruppo di giovani di Gaza che preparavano palloncini e aquiloni da inviare verso Israele durante le manifestazioni. Trasportano bottiglie molotov, dice l’esercito, che stanno provocando incendi in territorio israeliano.

La Stampa 10.6.18
Le radici ebraiche del fumetto made in Usa
di Stefano Priarone


E’un dato di fatto che gli ebrei americani hanno creato gli albi a fumetti: Siegel & Shuster, i creatori di Superman, ne sono stati i fratelli Lumière, Jack Kirby il Cecil B. DeMille e Will Eisner il D.W. Griffith››.
A parlare è lo studioso americano di comics Adam McGovern egli stesso ebreo. Quando esce il numero 1 di Action Comics, con data di copertina giugno 1938, dove debutta Superman, il comic book, l’albo a fumetti, è un medium nuovo: per anni i fumetti venivano pubblicati solo sui quotidiani, in strisce in bianco e nero nei giorni feriali, e in pagine a colori nell’inserto domenicale, se i cartoonist che lavoravano sui quotidiani erano considerati giornalisti, quelli all’opera sugli albi a fumetti erano visti come mezzi falliti che non erano riusciti ad approdare alla grande stampa.
‹‹All’epoca negli Stati Uniti gli ebrei erano esclusi da varie occupazioni a causa dei pregiudizi nei loro confronti – continua infatti McGovern. Ma quello dei fumetti era un campo nel quale potevano entrare: gli albi erano rivolti solo ai ragazzini, nessuno vi prestava attenzione. E così il medium diede agli ebrei (ma anche a non pochi italiani, anch’essi vittime di pregiudizi) un’opportunità, come avrebbe fatto in seguito il rock ’n’ roll per gli afroamericani e per i bianchi delle zone rurali››.
Erano ebrei gli autori: Siegel e Shuster, Bob Kane e Bill Finger creatori di Batman nel 1939, Will Eisner creatore nel 1941 dell’eroe noir Spirit e dagli anni Settanta autore di fondamentali romanzi a fumetti, Stan Lee e Jack Kirby che nel 1961, con altri autori «gentili» come Steve Ditko e John Romita avrebbero dato vita al cosiddetto Universo Marvel (Fantastici Quattro, Spider-Man, Hulk).
E anche gli editori: come Harry Donenfeld della National Periodical Publications (adesso DC Comics) o Martin Goodman della futura Marvel Comics. Stan Lee (vero nome Stanley Lieber) viene infatti assunto, giovanissimo, da Goodman perché suo parente acquisito.E l’origine ebraica si riflette nelle storie: molti supereroi sono ebrei con nome anglicizzato, come i loro autori (Jack Kirby in realtà si chiamava Jacob Kurtzberg),Superman è una sorta di nuovo Sansone (non c’entra nulla con l’Übermensch di Nietzsche e dei nazisti), la zia May di Peter Parker alias Spider-Man è la classica, oppressiva mamma ebrea, il potentissimo essere alieno Galactus affrontato dai Fantastici Quattro è una sorta di versione a fumetti del Dio dell’Antico Testamento.
‹‹Immigrati o figli di immigrati nel Nuovo Mondo, gli ebrei hanno costruito i mondi fantastici del fumetto››, conclude McGovern.

Corriere La Lettura 10.6.18
Socrate tradito da Platone
La sconfitta. Il destino del pensatore condannato a morte dimostra che gli uomini rifiutano gli argomenti razionali
L'allievo, impressionato dalla sorte del maestro teorizzò l’uso delle emozioni e dei miti in campo politico
Inefficacia. Un discorso costruito su concetti ben meditati di solito non funziona quando bisogna otterere il consenso delle masse
Polemica. Karl Popper condannò l’autore  dei Dialoghi perché coglieva i gravi rischi insiti nell’appello alle passioni umane
di Mauro Bonazzi


Socrate: il filosofo, l’unico e irripetibile esempio di quello che è e deve essere un filosofo. Fu anche l’uomo più giusto; addirittura l’unico vero uomo politico che Atene abbia mai avuto. Così scrive Platone, sempre pronto a esaltare la memoria del maestro. Quasi a mo’ di contrappunto, però, i suoi dialoghi sono attraversati anche da un altro motivo, più discreto ma assillante, e probabilmente più interessante, almeno di questi tempi.
Socrate è stato un maestro del pensiero; e non meno importante è stato il suo impegno politico nella vita di Atene. Fu il migliore. Ma il risultato fu un fallimento clamoroso, culminato nella condanna a morte. Solo colpa del popolo? O non è forse arrivato il momento di riconoscere che anche lui ha avuto la sua parte di responsabilità? È la domanda che non smise di tormentare Platone. Socrate aveva ragione: su questo non si discute. La sua verità, però, è rimasta sterile: e anche questo è un fatto. Quale è il valore di una parola che nessuno ascolta? E soprattutto, perché la sua parola è rimasta muta? Domande inquietanti, e non meno inquietante è la risposta che alla fine si diede Platone, dopo molti tormenti. Non poteva che essere così, i problemi erano troppo importanti.
Che cosa sia la filosofia per Socrate, e a che cosa serva, è raccontato ora da Pietro Del Soldà nel libro Non solo di cose d’amore (Marsilio): è un invito a usare la propria intelligenza per costruire una vita buona, per sé e per gli altri — una vita felice cioè, che valga la pena di essere vissuta insieme, in una città giusta. Non è facile, certo, ma la sfida è appassionante, e il premio vale l’impegno. La filosofia è un esercizio razionale, un dialogo in cui ognuno deve rendere conto delle opinioni su cui fonda la propria vita. È un confronto serrato, ma con regole chiare, a partire dalla convinzione che siamo esseri razionali capaci di affrontare razionalmente i problemi della nostra vita. Davvero?
Tutti sono convinti di fondare le proprie scelte su motivazioni razionali. Che non sia così, però, non c’è quasi bisogno di ricordarlo, come ben sanno i pubblicitari. Un dialogo socratico può funzionare tra due persone, prendendosi il tempo e la pazienza necessari. Ma è un modello destinato a soccombere quando la discussione si allarga al gruppo e altri fattori — le abitudini, i pregiudizi, e soprattutto le passioni — intervengono ad agitare le acque. Così successe il giorno del processo. Ancora una volta, per l’ultima volta, Socrate scelse di rimanere coerente con sé stesso, rispondendo ordinatamente alle accuse. Decise di mantenere il discorso su un piano esclusivamente razionale, rinunciando alle pratiche consuete dei tribunali — la ricerca di un’intesa con i giurati o l’appello alle emozioni. Tenne un discorso grandioso, che lo ha proiettato nei secoli: Socrate, l’eroe pronto a sfidare la morte nella sua battaglia per la giustizia e la verità. Così facendo, però, perse l’occasione — l’ultima occasione — di parlare con i suoi concittadini, e magari di aiutarli. E quindi?
Quel giorno, al processo, era presente anche Platone. Si racconta che salì sulla pedana degli oratori e cercò di prendere la parola nel tentativo disperato di difendere il maestro — un maestro che da solo non sapeva difendersi. Sommerso dai fischi, fu subito fatto scendere. Difficile che l’aneddoto sia vero. Ma è vero che quell’evento lo segnò profondamente, mettendolo di fronte alla potenza delle passioni irrazionali. La sua filosofia politica nasce qui, nel clima infuocato dei tribunali e delle assemblee, come ha spiegato magistralmente Mario Vegetti in tanti lavori. Il suo ultimo libro s’intitola Il potere della verità (Carocci): quale è il potere della verità, quando la verità è muta? In politica non basta stare dalla parte giusta; bisogna anche risultare efficaci se si vuole davvero essere utili. E allora, se la filosofia vuole farsi politica, se vuole conseguire dei risultati concreti, deve avere il coraggio di immergersi anche nel mondo delle passioni, un mondo ben diverso dai cieli puri del discorso razionale. Nella caverna platonica le cose vanno diversamente. Gli uomini sono più contorti di quello che pensava Socrate.
Platone e l’irrazionale: mentre in Europa infuriava la barbarie nazista, esule nella lontanissima Nuova Zelanda, Karl Popper scagliò parole di fuoco contro Platone, reo di aver tradito il suo maestro. Al netto di alcune forzature, c’è del vero in queste accuse. Quando teorizzava l’opportunità della menzogna o insisteva sulla necessità, per una comunità politica, di ritrovarsi intorno ad alcuni miti fondatori, Platone si allontanava consapevolmente dal sentiero tutto razionale che aveva percorso Socrate. Lo sapeva lui per primo, come testimoniano le continue giustificazioni che lascia cadere nei suoi scritti. «Non vorrei che il discorso rimanesse solo uno pio desiderio»; è amaro combattere da soli «in nome della giustizia», morendo «prima di aver giovato a sé e agli amici, risultando inutile a sé e agli altri».
Platone non teorizzava la necessità dell’inganno, si poneva il problema di come realizzare concretamente quelle idee che Socrate non era stato capace di spiegare alla città. La storia del suo maestro insegnava che i ragionamenti ben condotti non bastano a difendere la giustizia. Come affrontare, educare, la nostra parte irrazionale? Platone sapeva meglio di tanti altri che si corrono rischi gravi quando la verità inizia a essere nascosta, anche se il fine è la giustizia. Ma quali erano, e sono, le alternative? Che valore ha un’idea che rimane solo sulla carta, che non è capace di incidere sulla realtà?
O il fallimento di Socrate o il tradimento di Platone, insomma. Da una parte c’è la rivendicazione del valore della testimonianza; il coraggio di tenere accesa la fiammella mentre il buio sembra avvolgere tutto; e la convinzione che i tempi oscuri non sono destinati a durare per sempre, la fiducia nella capacità degli uomini di parlarsi e ascoltare. Dall’altra la presa d’atto che una testimonianza, da sola, per quanto nobile, non può cambiare la realtà delle cose, perché troppo grande è il disordine nel mondo degli uomini; e la decisione di immergersi in questo disordine per cercare di controllarlo, anche a costo di sbagliare.
«Chi cavalca la tigre non può smontare», recita un proverbio cinese: meglio rinunciare fin da subito, rimanendo coerenti con i propri princìpi, o rischiare? Difficile dire quale delle due posizioni sia la migliore — o la meno peggio. Ma altre non ce ne sono, e ognuno di noi si trova davanti a quello stesso bivio che Platone fu il primo a vedere. Oggi non meno di ieri.

Il Sole Domenica 10.6.18
Italiani sull’orlo della guerra civile
Prove tecniche di rivoluzione. L'attentato a Togliatti, luglio 1948
Fuori dalla leggenda. A 70 anni dall’attentato a Togliatti, documenti inediti dei servizi segreti dell’epoca fanno luce sulla reale consistenza dell’apparato paramilitare clandestino del Partito comunista
L’esame critico delle “forze” comuniste rivelò una consistenza inferiore alle attese
di Giuseppe Pardini


Il 14 luglio 1948 un giovane di destra sparò contro Palmiro Togliatti, segretario generale del Partito comunista italiano; il Migliore cadde gravemente ferito, a rischio della vita per alcune ore. Nel Paese si scatenò una violenta ondata di scioperi, manifestazioni, proteste, violenze che in alcune province presero sembianze di moti prettamente insurrezionali, con l’occupazione di stazioni ferroviarie, assalti a carceri, sedi di partiti avversari, uffici istituzionali, con un drammatico bilancio di 31 morti e oltre 500 feriti. Per fare luce su queste complesse vicende, ho effettuato una lunga e meticolosa ricerca, basata sul ritrovamento di una vasta documentazione inedita, che affronta molti nodi storici ancora irrisolti. I risultati di questa indagine sono raccolti nel volume Prove tecniche di rivoluzione. L’attentato a Togliatti, luglio 1948 (Luni editrice, in uscita il 13 giugno), di cui qui anticipo le tesi in esclusiva per la Domenica del Sole 24 Ore.
Si tratta di materiale prodotto dal servizio segreto militare dell’epoca, chiamato Ufficio Informazioni “I” e posto sotto l’egida dello Stato maggiore dell’esercito. Erede del Servizio informazioni militare (Sim) e precursore del più noto Servizio informazioni forze armate (Sifar), l’Ufficio operò nel cruciale periodo 1945-1949, con 11 Centri di Controspionaggio nelle zone geopolitiche e strategiche più importanti. Aveva infiltrati in ogni partito e numerosi erano pure i confidenti reclutati all’interno del Pci, attraverso i quali l’Ufficio monitorava con acume l’evoluzione politica in atto e i potenziali pericoli eversivi. Al vertice della struttura militare stavano uomini di provata capacità e fedeltà alle istituzioni repubblicane, tanto che avrebbero raggiunto poi i maggiori gradi di comando delle forze dell’ordine del Paese. Del resto i temi di cui si doveva occupare l’Ufficio “I” erano delicati e per questo le operazioni di intelligence venivano svolte senza badare troppo a spese e risorse (un fiduciario all’interno del Pci poteva intascare anche 30mila lire, oltre ai passaporti per gli Usa per sé e famiglia...). Per queste ragioni la documentazione prodotta da quei servizi appare oggi molto attendibile e in grado di illustrare la vera percezione del Pci, del suo apparato paramilitare clandestino, dell’ipotesi insurrezionale (il leggendario “Piano K”), e di tutto quanto veniva definito, insomma, “pericolo rosso”. Si tratta della documentazione che probabilmente avevano cercato Viktor Zaslavsky e la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, nel tentativo appunto di fare anche luce sull’apparato paramilitare del Pci.
Altre carte inedite, poi, che hanno permesso di disegnare un quadro diverso da quello tradizionale, sono state rintracciate nel fondo Ordine Pubblico, una sezione della Direzione generale di Pubblica sicurezza adibita al controllo dei movimenti e dei partiti nonché delle manifestazioni di carattere politico, e altre ancora nel Gabinetto del Ministero dell’Interno, tra cui la rilevante cronologia degli avvenimenti redatta dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri sulla base dei vari rapporti dei comandi provinciali, nonché una serie di relazioni ispettive di alti funzionari, spesso “compromessi” col regime fascista ma impiegati proficuamente in funzione anticomunista.
Purtroppo continuano a essere escluse dalla consultazione, invece, altre significative carte che avrebbero potuto precisare interrogativi ancora aperti, e cioè i fascicoli conservati nell’Archivio Riservato del Gabinetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (per tacere di quelli dell’Archivio Segreto): sebbene siano passati 70 anni da quei difficili giorni e da quelle vicende politiche, tali interessanti fascicoli giacciono purtroppo ancora “secretati” all'interno di armadi ministeriali. La documentazione reperita appare per certi aspetti di grande rilevanza, non soltanto perché fornisce una nuova interpretazione degli episodi connessi allo sciopero generale e alle proteste per l’attentato a Togliatti (queste le forme ufficiali che il Fronte popolare e la Confederazione generale del lavoro vollero utilizzare contro il governo De Gasperi), ma anche per comprendere la prassi politica insurrezionale ipotizzata dal Pci e il ruolo del suo braccio armato, l’Apparato per l’intelligence militare. Fuori dalla leggenda, l’apparato clandestino non era un complesso unitario, organico e ben definito, ma aveva un senso soltanto se inteso come sommatoria di varie strutture paramilitari (ex partigiane) di alcune regioni, in particolare di quelle di Liguria, Piemonte e Lombardia, con le strutture emiliane e toscane cui si attribuiva peso minore, e con poco altro a livello locale da concorrere a definire l'intero apparato. Al riguardo uno dei documenti più interessanti (a pag. 186):
«L’esame critico portato sulle posizioni-chiave dell’Apparato comunista (perché è di questi che specialmente si discorre) ha posto in luce che la sua consistenza è nettamente inferiore a quella che generalmente gli viene attribuita. Le due grandi masse di manovra di cui si compone l’Apparato sono: a) quella della regione Emilia/Toscana, b) quella del triangolo Milano/Genova/Torino. Senza riportare i dati sulla scorta dei quali si è proceduto, basterà tenere presente che le forze reali di cui dispongono i comunisti nella prima sono state valutate con sufficiente approssimazione fra i 25mila e i 30mila uomini inquadrati, armati e dotati di munizionamento sufficiente. Il computo riesce assai più difficile per la seconda, ma essa non può essere di molto superiore, in maniera che le forze sufficientemente organiche dislocate nell'Italia settentrionale non dovrebbero distaccarsi molto dai 60mila uomini. Questa massa notevole si completa di diverse formazioni partigiane (Anpi) efficienti in altre regioni, fino a raggiungere un totale di 100mila uomini circa. Vale la pena di notare che le informazioni più recenti e più attendibili vengono a confermare indirettamente la valutazione sintetica che venne già fatta in passato. Senza sottovalutare il valore di queste forze, si può però affermare che esse possono essere controllate con sufficiente sicurezza dalle formazioni O[rdine] p[ubblico] della polizia e da quelle mobili dei carabinieri, il cui inquadramento, armamento e efficienze tecnica e morale cono in costante miglioramento. Le forze di cui dispongono le sinistre appaiono bensì in grado di creare delle situazioni locali tali da dare ai rispettivi partiti il controllo di determinati centri, se non addirittura di determinate regioni (per esempio l’Emilia e la Liguria), ma tale controllo sarebbe certamente di breve durata e l’isolamento dei centri di resistenza relativamente agevole. Le sinistre hanno perduto l’occasione favorevole nell’estate/autunno 1945. Dopo di allora la conquista del potere con la forza è diventata in Italia praticamente impossibile. Questa impossibilità deriva in via primaria dagli sviluppi della situazione internazionale (passata gradualmente sotto il controllo Usa), ma anche in via secondaria dalla ovvia considerazione che l’Apparato ha un valore politico fintantoché non viene adoperato, perché una volta messo allo sbaraglio ed esauritane le possibilità, sarebbe un elemento negativo. Un movimento insurrezionale che terminasse con un insuccesso liquiderebbe praticamente le sinistre sul terreno politico e ricondurrebbe il comunismo italiano sulle posizioni di partenza che esso aveva vent’anni fa».
Considerando che almeno il 90% degli agenti di polizia si era detto pronto, inoltre, a sparare contro i comunisti in caso di insurrezione, il quadro appariva fosco per le ipotesi di abbattere il governo di De Gasperi e della Dc con la forza. Anche per questa ragione uno dei maggiori esponenti del Pci avrebbe confidato che «il potere non lo conquisteremo mai con le elezioni e in questo momento fare un atto di forza sarebbe una pazzia», ma la situazione era comunque incerta e in continua evoluzione, e a detta di molti attenti osservatori sarebbe bastato un qualsivoglia “pretesto” per poter dare il via all’insurrezione, come invocavano i settori più rivoluzionari del comunismo italiano. Il 14 luglio quel pretesto, col grave ferimento del Migliore, a molti apparve arrivato...
Docente di storia contemporanea, Università degli Studi del Molise

Il Sole Domenica 10.6.18
Controcorrente. I dialoghi filosofici di Mauro Ceruti con Walter Mariotti
Il destino dell’uomo tra identità e diversità
di Michele Ciliberto


Il tempo della complessità
Mauro Ceruti, Raffaele Cortina, Milano, pagg. 200, € 14

Questo volume si distingue per due elementi principali: presenta, come in una sorta di summula, le linee principali della riflessione di Mauro Ceruti; è costruito attraverso una serie di dialoghi con Walter Mariotti. Ed è una scelta che si rivela felice perché consente di affrontare molti temi in modo agile e accattivante. E come in genere accade quando si sceglie il genere letterario del dialogo, le posizioni sostenute appaiono come il risultato di una riflessione che si svolge sotto gli occhi del lettore.
La domanda intorno al quale gira il dialogo riguarda direttamente la condizione umana: quale è il destino dell’uomo oggi? Quali sono le sue prospettive? Sta nascendo una nuova umanità? E se così fosse, è una tappa prevedibile del lungo cammino dell’uomo, oppure può essere solo il frutto di un processo aperto a varie possibilità, in cui nulla è scontato, e che può anzi vedere la fine della nostra civiltà? Uno dei tratti più interessanti del libro è proprio il rifiuto di ogni teleologismo: nella storia umana, ed anche in quella dell’Europa, gioca un ruolo decisivo, scrive Ceruti, l’improbabile, cioè il non previsto - in positivo ma anche in negativo.
La dimensione dell’uomo è la libertà, la possibilità di scegliere il proprio destino, come proclama Giovanni Pico nella Oratio de hominis dignitate, citato a mo’ di programma all’inizio del libro; ma a differenza dei tempi del Conte della Concordia, oggi non esiste più un ordine definito rispetto al quale definire la propria identità. Nel nostro mondo “non si danno armonie prestabilite: il quadro del mondo è cambiato, è in piena fluttuazione”.
Sono parole di Ernesto Balducci, e risalgono a ventisei anni fa; ma la situazione non è cambiata, anzi si è ulteriormente acuita, e la sua meditazione non ha perso di attualità. Viviamo un’epoca di trasformazioni profonde, che sconvolgono le vite degli individui e le strutture politiche e civili che il mondo - e l’Europa - si sono date lungo alcuni secoli. È mutato il rapporto tra nazione e stato, si è trasformata la composizione demografica delle società, bussano alle nostre porte moltitudini di uomini spinti dalla forza inesorabile e incontenibile della necessità. Tutto è effettivamente cambiato, e continua a cambiare, sottoponendo tutte le culture a prove assai dure, che possono decidere della loro vita o della loro morte, anche se non si ha in genere consapevolezza del vulcano su cui siamo seduti.
Tutto ciò - ed è questo il centro del libro di Ceruti - pone l’uomo di fronte a scelte radicali sul proprio destino: dove andare, come, e con chi, se si vuole evitare la fine della nostra civiltà, senza farsi illusioni, ma guardando la realtà per quello che è, misurandosi con le trasformazioni che la stanno sconvolgendo?
Sono questi gli interrogativi che percorrono il libro e ai quali Ceruti, sulla base della impostazione filosofica sua - e di Edgar Morin che introduce il libro - cerca di dare una risposta, andando per molti aspetti controcorrente; e questo è un bene. Bisogna, scrive, lavorare per costruire una «cittadinanza planetaria» all’altezza dello stato attuale del mondo ed occorre impegnarsi per un nuovo umanesimo, anzi per un umanesimo planetario. Ma questo, non è un destino scontato, e «se sarà, sarà prodotto dalla coscienza della comunità di destino che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta, nonché l’umanità intera all’ecosistema globale e alla Terra».
È una proposta filosofica e politica che, si è detto, va controcorrente, perché oggi si stanno fortemente diffondendo posizioni che insistono invece sulla necessità di stabilire barriere sia sul piano culturale che su quello politico, anche riproponendo il modello statuale moderno, che sembrava ormai in crisi anche per l’imporsi dopo la tragedia della seconda guerra mondiale - e la nuova, lunga guerra dei trent’anni - dell’ideale europeo ad opera di grandi statisti come De Gasperi, Adenauer, Schumann. Un ideale, anzi un vero e proprio progetto politico che però oggi attraversa un momento di crisi profonda che ne mette in discussione lo stesso futuro.
È per ridare credibilità a questo ideale, collocandolo in una prospettiva planetaria, che Ceruti scrive il libro: una sorta di vero è proprio manifesto per una nuova Europa e una nuova umanità - processo sempre incompiuto e in divenire. Questo progetto, e qui arriviamo al centro del libro, ha però possibilità di svilupparsi solo se è basato su un intreccio organico di unità e molteplicità, di identità e diversità: su una unitas multiplex, come dice Ceruti riprendendo una formula famosa. È un intreccio che riguarda tutta l’esperienza umana, e può realizzarsi solo se si riesce ad agire su entrambi i tasti-identità e diversità - costituendo una società, e prima ancora, una umanità intessuta da una pluralità di differenze, da riconoscere, elaborare e potenziare nella nuova prospettiva di un cosmopolitismo planetario. Ed è un approccio che deve essere applicato anche alla costruzione dell’Europa, se si vuol metterla su basi solide. È, a mio giudizio, una prospettiva giusta: l’Europa, se vuole avere un futuro, deve essere capace di valorizzare e accogliere le differenze nazionali, inserendole in una nuova identità comune che dalle differenze viene potenziata, non diminuita.
Ceruti si collega, con la sua proposta, alla grande tradizione di Pico di cui discute l’Oratio de hominis dignitate edi Kant di cui cita l’Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica. E ad essi congiunge testi e motivi della grande tradizione cristiana, fino a Papa Francesco. Il riferimento all’ umanesimo, nella pluralità dei suoi aspetti, è naturale, e comprensibile, in un’epoca come la nostra. Tutte le volte che è entrato in discussione il destino dell’uomo, i grandi umanisti sono infatti diventati attuali: basta pensare alla fortuna di Pico negli anni Trenta del secolo scorso.
Il colloquio con i grandi esponenti dell’umanesimo, dell’Illuminismo e con i più alti temi del cristianesimo è, in effetti uno dei motivi principali di originalità della riflessione di Ceruti e della sua visione della condizione umana. Visione, appunto - uso volutamente il termine perché questo propone Ceruti - una visione della «comunità di destino» che lega, a suo giudizio, oggi tutti gli uomini, e che oggi deve essere imperniata su un nuovo intreccio di diversità e identità, di unità e molteplicità nella prospettiva di una nuova universalità.
Aver proposto questa visione in un tempo come il nostro è, a mio giudizio, il maggior merito del libro. Naturalmente, una visione per non diventare esercizio retorico, deve poter appoggiarsi su forze storiche effettive sia politiche che spirituali, in grado di darle consistenza e sostanza. Individuarle, non era il problema di Ceruti, ma l’interrogativo resta aperto: su quali energie spirituali e politiche può contare oggi il progetto di cittadinanza planetaria che egli mette a fondamento della sua visione? E quali sono oggi le forze che possono impegnarsi nel rilancio della costruzione europea che egli auspica? È un cammino assai difficile. Può darsi che mi sbagli: ma oggi il vento della storia - in Europa e nel mondo - sembra soffiare in altre direzioni.

Il Sole Domenica 10.6.18
Il vero Robespierre
Rivoluzione francese. È lui che si processa per lo spargimento di sangue, è nel suo nome
che si vuole combattere contro le ingiustizie: la biografia di Martin gli restituisce autenticità
di Luigi Mascilli Migliorini


«Se soltanto aveste visto quei suoi occhi verdi…». Non sembra saper trovare altri argomenti Merlin de Thionville, uno dei protagonisti di Termidoro, quando prova a raccontare quella terribile giornata. Nel colore morbido e freddo allo stesso tempo degli occhi di Robespierre egli ritrova il sogno di assoluto che aveva ad un tratto preso quella che era stata anche la propria Rivoluzione e la vertigine nella quale essa era, inseguendo quel sogno, precipitata. L’immagine, che piacque molto anche a un grande storico come Johann Huizinga, riusciva a esprimere quello che era accaduto (compresa l’inattesa caduta dell’idolo, al vertice del suo potere) assai più di un minuzioso resoconto dei giorni che erano trascorsi fino alla fine. Quel verde, che si dice essere il colore della speranza, era diventato quello che pure esso può essere, il colore della paura, una paura che aveva reso vili uomini prima coraggiosi, feroci uomini prima miti.
Non era stato sempre così, non era, soprattutto, cominciato così. Lo scrive molto bene Jean-Clement Martin, uno tra i più originali e sensibili storici della Rivoluzione francese, in questa sua biografia di Robespierre, così attenta, così paziente nel voler restituire alla autenticità della vicenda storica, e dunque anche della vicenda biografica, una figura che il mito ha impietosamente sovrapposto alla idea stessa della Rivoluzione. Per Robespierre, scrive Martin, la Rivoluzione non è ancora, non è mai terminata, perché ogni volta che su di essa si torna a discutere (e questo accade praticamente ogni giorno, persino in tempi così poco “rivoluzionari” come i nostri) è sempre a lui che ci si rivolge. È lui che si processa quando si sostiene che la Rivoluzione è solo un inutile spargimento di sangue, l’avventura solitaria di pochi allucinati. A lui si chiede, al contrario, di rivivere sotto le bandiere di chi è pronto, in un mondo che non ha mai smesso di conoscere ingiustizie e sopraffazione, a tornare a combattere, ma questa volta fino alla fine, fino a che l’ultima ingiustizia e l’ultima sopraffazione non siano state definitivamente sradicate alla storia.
Peso affaticante, deformante, per un uomo che, come e più della Rivoluzione nella quale si incarna, cominciò a muoversi nel mondo in maniera assai discreta, praticamente invisibile. Avvocato di una melanconica provincia nel nord della Francia, Arras, egli conquista un brandello di periferica celebrità vincendo una causa a proposito dell’uso del parafulmine nella quale trova il modo di valorizzare la recente scoperta dello scienziato e filosofo americano Benjamin Franklin. Indizio sicuro di un destino nel segno delle novità più eclatanti del suo tempo, racconta qualche biografo troppo zelante. Normale routine di un uomo di legge di tardo Settecento che, come tanti altri, allora cercava di rovesciare nelle sue arringhe quotidiane qualche frammento delle idee o degli avvenimenti che si producevano intorno, replica Martin. Che insiste, poi, a spiegare come tante altre “premonizioni” del destino dell’Incorruttibile, come la durezza della sua vita infantile, in un Collegio al quale lo aveva costretto la perdita precoce della morte della madre, altro non fossero che le diffuse condizioni nelle quali poteva capitare di trovarsi in un’epoca nella quale perdere un genitore, o altre disavventure del genere, erano piuttosto la norma che l’eccezione.
Anche i primi passi della sua vita politica, l’elezione agli Stati generali, la partecipazione alle battaglie parlamentari nell’Assemblea Costituente, la tribuna del circolo giacobino, non hanno niente di particolarmente diverso da quello che si può dire e scrivere di tanti uomini della Rivoluzione, la maggior parte dei quali, anzi, da Mirabeau a Danton, da Roland a Pétion raggiungono e mantengono assai prima di lui la notorietà. Non è violento (come si vede bene nei giorni della Bastiglia e poi della marcia delle donne di Parigi su Versailles) quando molti cominciano già ad esserlo, non è repubblicano quando molti hanno già perso ogni fiducia nella lealtà di Luigi XVI. Eppure arriva un momento nel quale, se ci si guarda intorno, Robespierre è l’uomo che racchiude in sé la forza politica del processo rivoluzionario.
Sul filo delle pagine del libro si potrebbero anche indicare le date in cui questo accade: già nel maggio del 1791, forse, o più probabilmente nel 1792, tra l’agosto e il settembre, ma questo non è molto importante. Martin ci spiega, in maniera splendida, che Robespierre diventa Robespierre perché poco alla volta, ma con puntualità egli appare l’uomo che sa meglio comprendere quali siano le attese del popolo, quello di Parigi certo, ma poi anche di Francia. Robespierre diventa colui che rappresenta meglio i principi democratici della Rivoluzione nel momento in cui la Rivoluzione, nata essenzialmente su un principio di libertà, scopre la democrazia.
La democrazia, si badi bene, non il socialismo, perché – a dispetto di qualche forzatura novecentesca di storici pronti ad assimilarlo a un precursore di Lenin - Robespierre non ha come orizzonte il superamento della proprietà privata, della cui fondatezza egli rimane sempre convinto. Capisce, però, prima di ogni altro, che quel gran movimento che si chiama Rivoluzione ha oltrepassato i limiti ideali e le aspettative concrete dalle quali e per le quali era nato. Se il popolo è sceso in piazza combattendo per la libertà, vi rimane, in piazza, per continuare a contare, a decidere, a governare, per non ritornare negli armadi della storia, come si farebbe con qualche buon fucile usato al momento giusto e poi riposto perché non serve più. Come governa un popolo, con quali regole, limiti, forme che non siano una mascheratura di élites politiche, ma non siano nemmeno l’ubriacatura della folla in strada? La domanda – così attuale - non era all’origine della Rivoluzione francese, ma lo diventa nel suo farsi. Robespierre lo comprende, ha il coraggio di non arretrare di fronte ad essa, ne viene alla fine travolto.
«Volevate una Rivoluzione senza rivoluzione?» lancia ai suoi avversari in una Convenzione ruggente, quando è in gioco la sorte di Luigi XVI. Come non vedere che le incisive, educate rimostranze che uomini vestiti in neri abiti di buoni borghesi rivolgevano al loro sovrano nei giorni degli Stati generali erano diventate, in meno di tre anni, pagine ingiallite? Occorreva ascoltare le parole d’ordine che nascevano da un mondo nuovo, come avrebbe detto Majakovskij nei giorni della sua Rivoluzione. Robespierre lo sapeva e provava a forgiarle, ma non era un poeta, non aveva neppure l’audacia di Danton o l’intelligenza di Condorcet. La paura, il Terrore, di cui diventa arbitro è, forse, la paura che si portava dentro via via che capiva la verità di quello che lui per primo, lui probabilmente solo, aveva intuito. Per una parola assoluta come democrazia, non c’era una risposta assoluta. Le risposte parziali erano, ai suoi verdi occhi di Incorruttibile, falsificazioni che la storia sbriciolava una dopo l’altra.

Il Sole Domenica 10.6.18
Marrani. L'altro dell’altro, di Donatella Di Cesare
Marrani. Nel 1492 in Spagna si decretò l’espulsione o la conversione forzata degli ebrei. Costretti a ripudiare la fede, vissero scissi in un sé duale rappresentando «l’altro dell’altro»
Quelle anime in esilio
di Remo Bodei


Nel 1096, in occasione dell’imminente partenza dei cristiani per le Crociate, gli ebrei renani, in particolare quelli di Magonza, furono uccisi «come animali da macello» per aver rifiutato di convertirsi. Anche in altri luoghi e occasioni, accettando il martirio, molti, morendo, «santificarono il Nome». Non così, sostanzialmente, accadde nella Spagna e nei suoi domini (compresa l’Italia meridionale, la Sicilia e la Sardegna). Infatti, dopo che nel gennaio del 1492 venne decretata la cacciata degli ebrei o, in alternativa, la loro conversione forzata, piuttosto che essere costretti all’emigrazione o al martirio, una parte consistente di loro preferì la conservazione della vita, insinuando così il dubbio sul valore di una verità testimoniata dalla morte. Per necessità molti accettarono, dunque, formalmente il cristianesimo, pur conservando in segreto la loro fede. Avendo perso nel tempo ogni rapporto con l’ebraismo militante, i suoi insegnamenti e i suoi rituali, la religiosità di coloro che venivano popolarmente chiamati marrani (o, nel linguaggio ufficiale, «nuovi cristiani» o «conversi») finì per diventare sempre più «atrofizzata» e legata a una memoria che si assottigliava e si frammentava di generazione in generazione. Il loro si trasformò in un «ebraismo per sottrazione», che conservava la speranza del ritorno alla religione dei padri e aveva il suo punto di riferimento in Ester, «simbolo umile e insieme potente del ritorno»che aveva persuaso Assuero a desistere dall’annientamento del popolo ebraico.
La condizione di questi ebrei rinnegati, che vivevano nella «cripta» di un esilio interiore, era precaria ed esposta al pericolo di rivelare la loro condizione. Per questo esercitarono il virtuosismo dell’autocontrollo, aiutati nelle loro tribolazioni dalla speranza di un ritorno alla fede degli avi, qualora le circostanze diventassero favorevoli (cosa che accadrà in città come Ferrara, Venezia, Ancona, Livorno, Amsterdam o Anversa). Come sostiene Donatella Di Cesare, la loro era «una identità lacerata, tragicamente scissa fra due apparenze inconciliabili: una esteriore e ufficiale, l’altra intima e nascosta». Non erano più ebrei, ma nemmeno cristiani. Per i primi, rappresentavano dei traditori, per i secondi, individui essenzialmente inaffidabili. Non erano però «né eroi né martiri».
Traditori di due fedi, diventarono con il tempo inassimilabili rispetto a ogni rigido sistema di credenze, a ogni fondamentalismo. In questo senso, essi rappresentano gli esponenti di una modernità dissonante, scissa, non conciliata o armoniosa: «I marrani portano con sé il seme del dubbio, il fermento dell’opposizione. Dissidenti per necessità, danno avvio a un pensiero radicale». In essi «si frantuma il mito dell’identità», sono scissi in se stessi, provvisti di un «sé duale». Se l’ebreo è l’altro, il marrano è, appunto, «l’altro dell’altro». Inutilmente gli spagnoli tentarono di assimilarlo con la forza, ponendolo di fronte all’alternativa di essere inglobato nello Stato nazione o di esserne espulso, dichiarato nemico. Non riuscendo a penetrare nel suo intimo, inventarono la prima forma di razzismo, quella che chiedeva ai propri cittadini la limpieza de sangre, poiché sospettavano che l’acqua del battesimo non avesse cancellato nei marrani la loro alterità.
Tra i conversos e i loro discendenti s’incontrano per noi gli opposti: Tomás de Torquemada, il primo Grande Inquisitore dell’Inquisizione spagnola è accanto a Teresa d’Avila, proclamata da Paolo VI dottore della Chiesa nel 1970. Della granitica fede cattolica di Torquemada è difficile dubitare, mentre nella mistica di Teresa e, soprattutto, nel suo Castello interiore, è ben presente la tradizione marrana del sottrarre l’io a ogni unità monolitica, del considerarlo ignoto e inaccessibile anche a se stesso, del custodire il segreto: «l’altro abita nel sé, il sé nell’altro. Nessuna identità integrale. Tu sei altro da te stesso [...] è grazie alla separazione che l’anima può ospitare, può far posto all’infinito. Questa è la scoperta delle Indie di Dio». Pur nel suo geometrico razionalismo, anche Baruch Spinoza, di famiglia marrana portoghese, sottoposto all’herem, alla scomunica da parte della comunità ebraica, rivendica nel Trattato teologico-politico il diritto al segreto quando formula l’idea di una libertà per cui non si può prescrivere a nessuno cosa sia vero.
Il marranismo non è finito, segue un percorso carsico che non si può cancellare e che sottende un segreto così profondo da sfuggire agli stessi interessati. Derrida, scherzando, ma non troppo, ha dichiarato negli ultimi anni della sua vita di essersi sempre più spesso sentito come un marrano a causa della «ricerca clandestina di un segreto più grande e più vecchio di me». In situazioni più angosciose, il marranismo riaffiora nel Novecento, specie all’avvento del Terzo Reich, quando diversi ebrei, al pari di Husserl o Edith Stein, si convertirono al cristianesimo: «Certo è sconcertante che, dopo aver in tutti i modi costretto gli ebrei a integrarsi nella cristianità, a fondersi con il corpo politico della nazione, una volta che siano assimilati, simili al punto da non essere più riconoscibili, si proceda a una rinnovata discriminazione basata sul sangue e consacrata dalle leggi statali».
Il volume di Donatella Di Cesare, con il suo terso e incalzante stile, scopre e illustra con acume una storia ritenuta erroneamente minore o esaurita, ma che ha, invece, una considerevole incidenza sulla genesi della coscienza moderna: «Nella notte della clandestinità, in assenza di ogni testimone storico, i marrani testimoniano il segreto in una esasperata anacronia, una disperata resistenza al tempo del calendario dominante, lottando nell’attesa per una controstoria che, da quel segreto, avrebbe potuto riprendere”.
Eppure i marrani, sebbene più numerosi e sottoposti a condizionamenti più drammatici, non sono i soli nella modernità a essere obbligati a fingere per sopravvivere. A prescindere dai libertini, per i quali vale il motto Intus ut libet, foris ut mos est, qualcosa di simile accadde a quanti, per sfuggire all’assolutismo e all’Inquisizione, furono indotti alla «dissimulazione onesta», di cui parla Torquato Accetto nel 1641 (è significativo il fatto che Benedetto Croce facesse ristampare nel 1928, in pieno fascismo, il Della dissimulazione onesta per lasciare una via d’uscita al dilemma tra l’acquiescenza completa al regime e il suo frontale ripudio). Se, come dice Accetto, «non è permesso di sospirare quando il tiranno non lascia respirare», allora non resta altra possibilità che far mostra di un’esteriore obbedienza per resistere alle vessazioni dell’«ingiusta potenzia». Sarebbe riduttivo (e riporterebbe a un arcaico cliché ermeneutico) considerare il fenomeno della dissimulazione sotto il profilo puramente moralistico. Presupponendo, infatti, un ideale metastorico di autenticità nelle relazioni tra gli uomini, si finirebbe per infliggere ai soggetti agenti un’esplicita censura, quasi avessero arbitrariamente deciso di complicarsi la vita. Si dimentica così non solo che la «dissimulazione onesta» viene concepita quale ombra che mette in risalto la luce e dà «riposo al vero», ma anche quale forma di resistenza razionale e creativa all’oppressione di un potere che cominciava allora a infiltrarsi direttamente nelle coscienze (anche per colmare il vuoto di egemonia interiore lasciato dagli scismi teologici e dalle guerre di religione che allora dissanguavano l’Europa).
Marrani. L'altro dell’altro di Donatella Di Cesare
Einaudi, Torino, pagg. 120, € 12

Corriere La Lettura 10.6.18
Pericoli Un’antologia di testi di George Orwell sembra parlare profeticamente dell’era della rete
Disprezzare l’autorità senza credere alla libertà
di Giulio Giorello


«Le bombe atomiche si ammassano nelle fabbriche, le polizie si aggirano minacciose nelle città, le menzogne piovono dagli altoparlanti, ma la Terra continua a girare intorno al Sole, e né i dittatori né i burocrati, per quanto profondamente ostili alla cosa, sono in grado di impedirglielo». Così scriveva nel 1946 Eric Arthur Blair (1903-1950), noto al pubblico come George Orwell. Eppure, ci sono voluti secoli per capire e far accettare il moto del piccolo globo che noi abitiamo. Ciò significava, per Orwell, che è necessaria «una vigilanza costante» per vedere «ciò che abbiamo sotto il naso». Ma non è solo passione per la verità; è amore per la libertà. Perché l’assenza di tale incessante attenzione consegna la vittoria a vecchi e nuovi despoti. Costoro incarnano quella che si potrebbe chiamare la perversione della politica, la quale, da invenzione per favorire la sopravvivenza degli esseri umani in un ambiente ostile, si è tramutata in rischio subdolo, che ci minaccia di estinzione più di quanto facciano catastrofi o disastri naturali.
Orwell avrebbe voluto tenersene lontano per dedicarsi alla letteratura; ma, forse fin dai banchi di scuola, si era reso conto che la fuga dagli onnipresenti rapporti di potere era impossibile. Si era sentito come «un pesciolino rosso in una vasca di lucci»; e ora Vittorio Giacopini intitola così una bella antologia di scritti orwelliani per la casa editrice Elèuthera (Milano). Nato nell’India britannica ma formatosi in Inghilterra, Orwell, non ancora ventenne, si era trasferito in Birmania e si era arruolato nell’Indian Imperial Police. Ma non doveva trattarsi di un incarico troppo congeniale, visto che gli insegnò «a odiare l’imperialismo».
Dimessosi nel 1927, cominciò a scrivere «racconti e romanzi che nessuno voleva pubblicare», e gli ci vollero quasi dieci anni per riuscire a campare dei suoi libri. L’orrore per lo sfruttamento coloniale e per le discriminazioni sociali nella «progredita» Inghilterra lo portarono tra le file del socialismo. Con lo scoppio della guerra civile in Spagna, Orwell si recò in Catalogna con la moglie a difendere la Repubblica. Ma l’entusiasmo iniziale era destinato a spegnersi man mano che emergevano i contrasti interni alle forze che avrebbero dovuto battersi contro il fascismo di Franco. Quelle vicende sono state poi raccontate in Omaggio alla Catalogna (1938). I comunisti staliniani si misero a braccare sia anarchici sia seguaci di Trotzky: «Questa caccia all’uomo in Spagna avveniva in simultanea con le Grandi Purghe in Urss e ne costituiva il complemento». E ciò, commenta Orwell, «mi insegnò con quanta facilità la propaganda totalitaria può influenzare l’opinione pubblica nei Paesi democratici», ove le accuse staliniane erano accettate persino negli ambienti «progressisti».
Orwell avrebbe poi dedicato parecchi sforzi a mostrare come Stalin avesse finito per capovolgere il sogno di Lenin nel suo opposto: una società gerarchica, autoritaria e repressiva, non molto diversa dai regimi di Hitler e di Mussolini. Contro i totalitarismi di ogni sorta, che mirano a cancellare le differenze individuali, Orwell si guardava bene dall’abbandonare la difesa delle leggi. C’è infatti anche una «tendenza totalitaria inerente alla visione anarchica o pacifista della società», ove «l’unico possibile arbitro del comportamento» resta l’opinione pubblica. Solo che «quando si presume che gli individui siano governati dall’Amore (...) il singolo è sottoposto a una pressione costante per comportarsi e pensare in modo esattamente identico a tutti gli altri».
Oggi, nell’epoca nella rete che Orwell non fece in tempo a conoscere, chi «disprezza l’autorità senza credere alla libertà» ha i mezzi per imporre un conformismo così generalizzato da rendere superflua ogni forza di polizia. D’altra parte, chi ancora crede alla propria libertà dev’essere disposto a resistere e contrattaccare anche in difesa di quella altrui.

Corriere La Lettura 10.6.18
La razza è solo un inganno. Ma troppi ancora ci credono
di Paolo Valentino


Le razze umane non esistono. Non ha alcuna seria base scientifica la divisione del genere umano in diversi tipi razziali, a partire dagli aspetti esteriori come il colore della pelle, la struttura corporea, la lingua. In realtà l’idea razziale è un costrutto, un’ideologia emersa nell’età dell’Illuminismo, che per due secoli è servita a giustificare schiavismo, sottomissione e saccheggio, usando a lungo gli strumenti della scienza. Ma oltre a essere un’ideologia del passato, rifiutata e disprezzata nella narrazione maggioritaria delle moderne società, il razzismo è anche una pratica quotidiana, che vede milioni di persone discriminate o oggetto di violenze.
Parte da questa premessa, sollevando discussioni, polemiche e anche reazioni scomposte, la mostra Razzismo, l’invenzione delle razze umane, aperta fino al prossimo 6 gennaio al Deutsches Hygiene-Museum di Dresda. Curato da Susanne Wernsing, forte di oltre 400 tra strumenti, calchi di gesso, filmati, fotografie, disegni, documenti pseudo-scientifici come le tavole di Cesare Lombroso, l’allestimento non è solo il racconto puntuale di metodi, protagonisti e passaggi storici attraverso i quali la grande bugia razzista ha acquistato vita propria, esercitando un potere funesto e diffuso. Ma anche una sofferta riflessione sull’attualità, che solleva quesiti ancora senza risposta: che cosa ci separa? Che cosa ci unisce? Come vogliamo vivere insieme?
Quella di Dresda è una mostra difficile. Per la città dove si tiene e per l’edificio che la ospita, prima di tutto. La capitale della Sassonia è infatti il luogo di nascita di Pegida, il movimento anti-islamico e anti-immigrazione che ogni lunedì raccoglie grandi folle sulla Theaterplatz ed è diventato riferimento culturale e prepolitico obbligato di quanti in Germania rifiutano la società aperta. Di più, il Land è la roccaforte riconosciuta di AfD (Alternative für Deutschland), il partito dell’estrema destra xenofoba che alle ultime elezioni federali qui ha raccolto oltre il 27 per cento dei voti, seconda forza politica dopo la Cdu della cancelliera Angela Merkel. Ma terreno sdrucciolevole alla mostra offre lo stesso Deutsches Hygiene-Museum, aperto nel 1912 in epoca imperiale per educare il popolo sui temi della salute e in realtà sin dall’inizio votato al perseguimento dell’igiene razziale. Al punto che, quando i nazisti andarono al potere nel 1933, divenne immediatamente e senza grandi traumi strumento privilegiato dell’insegnamento razzista e antisemita del regime hitleriano, teatro di mostre come Sangue e razza o Il popolo eterno. In questo senso, quella sul razzismo è anche una riflessione critica sul proprio passato.
Quanto il clima sia pesante è apparso chiaro fin dall’inizio. Quando nello scorso dicembre il direttore del Museo, Klaus Vogel, presentò in televisione il progetto pronunciando la frase «le razze umane non esistono», venne investito da un’ondata di insulti e minacce sui social network. Eppure, insiste Vogel, la mostra non è una sfida a chi protesta in piazza con Pegida o a chi vota AfD, ma «il tentativo di rendere chiaro ai visitatori che il razzismo è qualcosa di profondo ancora oggi nella nostra società e di farli riflettere sulle ragioni del proprio rifiuto degli altri». Divisa in quattro parti, l’esposizione parte dagli esordi della ricerca sulle razze nel XVIII secolo. Ci sono le tavole sulle «varietà umane» di Johann Friedrich Blumenbach, che si inventò la divisione tra caucasici, mongolici, etiopici e via continuando. In cima alla scala ovviamente gli europei bianchi, il tipo caucasico, una definizione ancora oggi usata negli uffici dell’immigrazione americani. Anche la triade libertà, eguaglianza, fratellanza della Rivoluzione francese valeva solo per una porzione limitata del genere umano, quella bianca del Nord: così il ritratto a olio dell’unico nero che partecipò alla Convenzione del 1793, l’ex schiavo del Senegal Jean-Baptiste Belley, lo raffigura in abiti eleganti da deputato, appoggiato al busto di uno scrittore, ma con la mano destra sulla patta, dove si vede un grosso gonfiore, segno inequivocabile della sua inciviltà.
Dedicato al Museo e alla sua storia non gloriosa, il secondo spazio è un’autocritica spietata sul ruolo avuto nel diffondere il mito della superiorità razziale. Fu da Dresda che nel 1933 partì la prima mostra itinerante sull’«arte degenerata», di cui qui si può ammirare lo splendido ritratto a olio di Oskar Schlemmer, dipinto nel 1914 da Ernst Ludwig Kirchner. E fu in queste sale che nel 1939 venne organizzata la Deutsche Kolonial-Ausstellung, impressionante sintesi delle ambizioni colonialiste e suprematiste della Germania. Proprio l’età coloniale è il focus della terza parte della mostra. Non solo quella tedesca, naturalmente, visto che nella seconda metà del XIX secolo l’ideologia razzista acquistò dimensione geopolitica, diventando uno dei tratti fondamentali dell’ordine mondiale. C’è l’intero armamentario delle teorie pseudo-scientifiche, delle rappresentazioni, delle classificazioni etnologiche, delle ricerche, che accompagnarono e giustificarono il dominio del mondo da parte dell’Occidente bianco, in nome della sua superiorità. Perfino le carte geografiche venivano redatte al servizio dell’imperialismo, con l’Europa disegnata più grande delle sue dimensioni reali e le terre vicine all’equatore quasi miniaturizzate.
Infine, l’attualità o se si vuole la banalità del razzismo quotidiano, dove video e filmati raccontano esperienze di vita vissuta. Come l’intervista di John e Joshua Kantara a Theodor Wonja Michael, 93 anni, afro-tedesco, che ripercorre un secolo di razzismo in Germania dalla sua originalissima prospettiva. O come la video-installazione di Barbara Lubich, artista italiana di Dresda, che mette i visitatori a confronto con i propri cliché. Lubich mostra le foto (in tre pose diverse) di cinque persone di diversa provenienza e separatamente offre tre ipotesi di biografia per ognuna di queste. Solo una è esatta. Quale biografia appartiene a quale persona, è la domanda. Il mistero è risolto alla fine. Quasi tutti sbagliano. «Voglio che si misurino con le proprie attese e i propri pregiudizi».
Ambizione della mostra è naturalmente contrastare il razzismo, non esporlo. Ma non è mai facile mostrare gli stereotipi (e le sale del Deutsches Hygiene-Museum ne sono zeppe) in modo critico, evitando di riprodurli. A Dresda il rischio era presente, tanto più che nessuno del gruppo iniziale degli organizzatori aveva avuto esperienze personali di discriminazione o era originario di Paesi africani. Così, nella fase finale della preparazione è stato creato un comitato scientifico fatto di attivisti, ricercatori e artisti extracomunitari, che hanno rivisto criticamente l’allestimento, decidendo modifiche e commenti aggiunti in varie forme a molti degli oggetti esposti o perfino eliminandone alcuni come i resti di ossa umane. Ma soprattutto suggerendo tutta la parte dedicata all’attualità. Anche il titolo hanno cambiato: quello originario era Razzismo. Un fantasma. Razzismo e basta, hanno suggerito. «Per loro — dice Susanne Wernsing — non è uno spettro, quando la mattina prendono l’autobus e sentono i commenti o gli insulti alle loro spalle».

Corriere La Lettura 10.6.18
Eracle è una donna «È la mia rivincita»
Emma Dante porta in scena al Teatro Greco di Siracusa la tragedia di Euripide, il drammaturgo forse più misogino tra gli autori classici
intervista di Emilia Costantini


La monumentale scena di marmo evoca un cimitero. L’eroe, Eracle, in preda a un delirio di follia orchestrato da Era, sua nemica giurata, al suo ritorno dagli inferi uccide la moglie e i tre figli senza rendersene conto. Quando riprende coscienza, rinsavisce e capisce di essere un mostro assassino per l’atroce misfatto compiuto, cade in depressione e medita il suicidio. Lo salva l’amico Teseo che, per scuoterlo dalla sua costernazione, gli grida: «Se qualcuno ti vedesse ora, riderebbe di te! Ti comporti come una donna!».
Sono tutte donne le attrici scelte da Emma Dante per il suo debutto assoluto al Festival del Teatro Greco di Siracusa con Eracle di Euripide, in scena fino al 23 giugno. Protagonista nel ruolo del titolo Mariagiulia Colace. Tra le altre attrici, Carlotta Viscovo (Teseo), Naike Anna Silipo (Megara), Patricia Zanco (Lico), Arianna Pozzoli (Lyssa), Serena Barone (Anfitrione), Francesca Laviosa (Iris).
«Sì, ma non è semplicemente un Eracle femmina — puntualizza la regista —. Mi diverte sovvertire le regole. Le mie attrici interpretano ruoli maschili così come per secoli gli attori si sono divertiti a interpretare ruoli femminili. È un modo per confrontarsi con un mondo di uomini da parte di noi donne. Ho voluto soprattutto mostrare il volto fragile, l’umanità dell’eroe tragico, ma anche la determinazione di cui le donne sono capaci. Non faccio una questione di genere, è un dato di fatto».
La fragilità, l’umanità, la determinazione e anche la sensualità?
«In palcoscenico si muovono corpi statuari di donne belle e seducenti, chiusi in corazze e armature: una contraddizione che crea fascino, stupore e anche fastidio. Una reazione che mi ha divertito».
In che senso?
«Durante le repliche ho avvertito il disappunto nei commenti di alcuni spettatori nel veder rappresentati alcuni super eroi, semidei, da una schiera di corpi femminili dalle forme morbide, direi erotiche. Disturba vedere donne combattenti, che impersonano personaggi mitologici e mi chiedo perché».
E quale risposta si è data?
«Non ho trovato una risposta. Quello che posso dire è che Euripide è forse il più misogino degli autori classici: la sua visione della donna è di solito quella di una barbara, per esempio Medea che uccide i figli, oppure una donna che subisce, prendendo su di sé le colpe di padri o mariti. Nelle tragedie euripidee non c’è scampo: le donne sono o delle carnefici o delle martiri, mentre gli uomini sono esempi di virtù e, anche se compiono gesti orribili, vengono sempre giustificati. Medea è assolutamente lucida mentre uccide i figli, mentre Eracle lo fa in preda alla follia, dunque inconsapevole, dunque incolpevole. Non è questa una giustificazione? Così stavolta ho voluto ribaltare la situazione giocando sull’equivoco».
Quale?
«La donna, intesa come un essere debole, prende qui fisicamente il sopravvento sul dio. D’altronde stiamo parlando di un eroe che cade in depressione: Eracle si dispera, piange per aver sterminato la sua famiglia e vuole togliersi la vita. È la negazione di un vero eroe, tanto che Teseo, sorta di deus ex machina, lo scuote richiamandolo ai suoi doveri di maschio, che però nel mio spettacolo è femmina. Mentre ai maschi ho lasciato solo il ruolo del coro: sono tutti vecchi, quindi asessuati, vestiti come delle suorine».
Una rivincita?
«Assolutamente sì. Mi chiedo perché tutti i protagonisti della storia, da Odisseo a Pinocchio, siano uomini. Perché non esiste una Pinocchia? Occorre rompere questa consuetudine, farla finita con questa tradizione: attori e attrici possono fare l’uno e l’altro, e soprattutto occorre dare la possibilità alle attrici di misurarsi con il grande repertorio e non solo con personaggi negativi o martirizzati. Di donne vittime, purtroppo, ne abbiamo esempi quasi quotidianamente nella realtà».
Allude ai femminicidi?
«Non solo i femminicidi, che assurgono agli “onori” della cronaca, ma mi preoccupa soprattutto quella strisciante violenza segreta, nascosta tra le pareti domestiche di cui spesso non si sa nulla. Mi fa tremare l’idea di violenze non solo fisiche, ma ancora di più quelle psicologiche che non sono da sottovalutare, serpeggiano nel silenzio e le vittime non hanno il coraggio di denunciarle, di uscire allo scoperto. Mi sorprendo quando penso che non è stato ancora trovato un antidoto a queste vessazioni, che possono distruggere la vita di una persona, di una madre e dei suoi figli che assistono».
Per lei, palermitana, è la prima volta a Siracusa.
«Eh già... e mi capita di farlo con una tragedia che non è tra le più riuscite di Euripide, per questo ho raccolto ancora più volentieri la sfida. Oltretutto farla al Teatro Greco è per me un corto circuito: concepire uno spettacolo per seimila spettatori non mi era ancora capitato».
Andrea Camilleri, accettando di recitare per la prima volta su questo palcoscenico il suo Tiresia, ha affermato che era contento di essere cieco, proprio per non vedere il pubblico.
«E ha ragione. È un luogo folgorante e mi ha fatto capire molte cose: un tempo il teatro era una riunione politica tra il popolo e l’artista, il drammaturgo che esprimeva le proprie idee attraverso le sue opere rappresentate, assumendosene la responsabilità, alle Feste Dionisiache ci andava il mondo intero! Poi nel corso dei secoli, chiudendoci dentro i nostri teatri borghesi, ci siamo a mano a mano allontanati dal pubblico, si è perso il concetto di agorà».
Il prossimo suo impegno, però, non sarà in teatro ma al cinema...
«Sto scrivendo una sceneggiatura tratta dal mio spettacolo Sorelle Macaluso, storia di cinque sorelle; la sorellanza mi interessa perché rappresenta la solidarietà tra donne che agli uomini, guarda caso, non piace... anzi, direi che l’hanno sempre contrastata, aizzando invece la rivalità. In questo momento di profondi cambiamenti e rivolgimenti la solidarietà tra donne è molto importante».

Corriere La Lettura 10.6.18
Riformatore o corruttore? Giolitti ancora sotto inchiesta
Sergio Bucchi: era pronto a ogni compromesso per restare al potere
Fulvio Cammarano: fu il difensore delle istituzioni rappresentative


Saggio riformatore o «ministro della mala vita»? Novant’anni fa, il 17 luglio 1928, moriva Giovanni Giolitti, lo statista liberale che aveva dominato la scena politica nei primi anni del Novecento. Nato nel 1842, già primo ministro per un anno tra il 1892 e il 1893, si era affermato come protagonista a partire dal 1901, tanto che il periodo successivo è noto sotto il nome di era giolittiana. Dominatore indiscusso del Parlamento, innovatore cauto e misurato, aperto al confronto con il socialismo riformista, Giolitti fu però violentemente avversato non solo dai rivoluzionari di sinistra e dai nazionalisti di destra, ma anche da chi riteneva che la sua visione compromissoria e la sua spregiudicatezza nel procurarsi il consenso dei deputati avessero un effetto corruttore sulla vita pubblica.
La disputa si è poi trasferita a livello storiografico: il giudizio sull’epoca giolittiana resta un punto controverso nella vicenda italiana unitaria. Per approfondirlo, «la Lettura» si è rivolta a due studiosi di opinioni diverse. Fulvio Cammarano rappresenta un punto di vista favorevole a Giolitti. Sergio Bucchi ha curato l’edizione più recente del libro Il ministro della mala vita (Bollati Boringhieri, 2000), nel quale il meridionalista Gaetano Salvemini polemizzava duramente contro Giolitti. Proprio da quell’atto di accusa parte la discussione
SERGIO BUCCHI — Sconfitta la reazione di fine secolo, che nel 1898 aveva visto l’esercito sparare sulla folla a Milano, Salvemini, allora socialista, chiede al Psi, protagonista della battaglia contro la fallita svolta autoritaria, di impiegare la forza del proletariato organizzato per trasformare il Paese in senso democratico. Mette le riforme politiche davanti a quelle sociali, invoca il diritto di voto anche per gli analfabeti, il suffragio universale. Ma il Psi non lo ascolta: tutela gli interessi dei lavoratori del Nord già organizzati e trascura i diritti negati alle popolazioni del Sud. Così le avanguardie proletarie diventano oligarchie, si chiudono in sé stesse. Giolitti, ai primi del Novecento, apre il dialogo con i socialisti per integrarli nel sistema, ma la sua responsabilità sta nell’aver condotto tale operazione avvalendosi di una maggioranza parlamentare ottenuta manipolando le elezioni nel Sud. Mentre al Nord il voto si svolge regolarmente, nel Mezzogiorno il leader liberale mantiene i metodi spregiudicati e truffaldini adottati dai governi nel XIX secolo, in modo da assicurare l’elezione di deputati a lui fedeli. Perciò l’Italia dell’epoca si presenta come una democrazia in cammino, ma al tempo stesso porta in sé pericolosi germi di corruzione, perché calpesta il diritto di voto e l’autonomia del Parlamento. Quindi Giolitti, con la connivenza dei socialisti riformisti come Filippo Turati, tradisce la democrazia proprio mentre sembra favorirne il progresso. Contro questo sistema Salvemini reclama il suffragio universale, per spezzare il dominio dei grandi latifondisti e della piccola borghesia intellettuale, che nel Sud costituisce la base clientelare delle forze di governo.
FULVIO CAMMARANO — Queste critiche sono fondate sul piano teorico. Ma nella realtà storica dubito che le elezioni meridionali, se Giolitti non le avesse governate, si sarebbero svolte in modo ineccepibile con un conflitto virtuoso tra alternative di programma, dato il tessuto sociale dell’epoca. Le condizioni politiche per una riforma agraria che nel Sud spezzasse il potere dei latifondisti non c’erano: Giolitti tenta di abbozzarla, ma senza convinzione. La sua scelta è puntare su un cambiamento in tempi lunghi, sperando che il Nord, progredendo, traini anche il resto d’Italia. La maggioranza che si procura al Sud con metodi discutibili gli serve proprio per proseguire nell’apertura a sinistra, volta a integrare nello Stato liberale le masse popolari, anche sulla scorta di una crescita economica impetuosa favorita dalla situazione internazionale. Però Giolitti non abbandona il Mezzogiorno: nel 1904, in accordo con il meridionalista Francesco Saverio Nitti, fa approvare la legge speciale per Napoli. Introduce anche il suffragio universale maschile, i cui effetti positivi richiedono anch’essi tempi lunghi, che purtroppo non ci saranno per via della guerra.
SERGIO BUCCHI — Nel 1912 Giolitti, però, concede il suffragio universale maschile dall’alto, con una manovra di palazzo, senza che la riforma sia stata preparata né da lui né dai socialisti, come osserva Salvemini. E infatti nel 1913 le prime elezioni con le nuove regole registrano nel Sud un netto peggioramento della situazione: non bastano più i semplici brogli e si ricorre alle violenze. Poi nel 1919, dopo il trauma della Grande guerra, il Parlamento diventerà ingovernabile, anche perché tutti i combattenti acquisiscono il diritto di voto, che era riservato anche agli analfabeti che avessero assolto agli obblighi militari.
FULVIO CAMMARANO — Comunque il suffragio universale contribuisce a rafforzare il sistema parlamentare, come denuncia nel 1912 Benito Mussolini, che allora era un socialista rivoluzionario, esortando il Psi a non farsi coinvolgere nel regime borghese. Quanto alla situazione del 1919, bisogna anche tener conto che allora si vota per la prima volta con un sistema proporzionale, non più con il maggioritario uninominale. E poi è l’esplodere della violenza politica dopo la Prima guerra mondiale, una guerra a cui Giolitti si era opposto, che fa dell’Italia un Paese ingovernabile.
SERGIO BUCCHI — Ma che cos’è che rende le organizzazioni socialiste così vulnerabili alla violenza fascista, tanto che molte cambiano bandiera e passano con le camicie nere? Proprio la scarsa capacità di condurre una lotta politica aperta, l’abitudine a contare sulla benevolenza del governo che i socialisti avevano contratto in epoca giolittiana. Nel 1928, quando esce la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce, Salvemini la elogia. Costretto all’esilio dal fascismo, apprezza la difesa del sistema liberale contro la propaganda falsificatrice della dittatura. Però rimprovera a Croce di aver sottolineato il progresso economico del periodo tra il 1901 e il 1915 trascurando il contemporaneo regresso della vita politica, per via del discredito attirato sulle istituzioni rappresentative dalla condotta di Giolitti. Un discredito che prepara il terreno alla dittatura. La democrazia è già malata, quando viene abbattuta da Mussolini. E lo è soprattutto per responsabilità di Giolitti, che considerava la Camera un semplice strumento passivo per condurre la sua politica.
FULVIO CAMMARANO — I mali del sistema rappresentativo esistevano ben prima dell’avvento di Giolitti, che segna invece un’apertura di orizzonti. Per esempio il leader liberale, già da ministro dell’Interno, ordina di non reprimere più gli scioperi e sostituisce alcuni prefetti che da quell’orecchio non ci sentono. D’altronde qual era l’alternativa alla sua politica? Sidney Sonnino critica il trasformismo giolittiano e invoca una lotta aperta fra partiti contrapposti. Ma fallisce sempre, perché il suo disegno presuppone la creazione di un vero e proprio partito liberale, che invece non nasce mai perché la classe dirigente dell’epoca non ha la mentalità necessaria per dare vita a una forza politica organizzata: si sente rappresentante della comunità nazionale nel suo complesso e considera deleteria la divisione del Paese in fazioni opposte. A quella visione, profondamente radicata nella cultura politica liberale, si adatta molto di più la linea giolittiana, che prevede la formazione di una vasta maggioranza dai tratti politici meno definiti e disposta a scendere a patti con le opposizioni.
SERGIO BUCCHI — Però a sinistra un partito esisteva, quello socialista. E avrebbe dovuto assumersi una responsabilità nazionale, svolgendo un’opposizione più netta e decisa alla politica giolittiana, che sacrificava il Sud e sviliva il Parlamento.
FULVIO CAMMARANO — In realtà l’inizio e la fine dell’età giolittiana coincidono con l’affermazione e con la cancellazione della centralità parlamentare. L’egemonia politica di Giolitti comincia con la sconfitta della reazione di fine Ottocento e finisce nel maggio 1915, con l’intimidazione della piazza interventista contro la maggioranza neutralista della Camera. In quella fase Giolitti, che valuta con realismo il rischio enorme dell’entrata in guerra e si oppone quindi alle scelte del governo, è il più importante difensore delle istituzioni parlamentari, perciò diventa il bersaglio di una violentissima campagna d’odio.
SERGIO BUCCHI — Nel 1915 c’è una sorta di colpo di Stato contro la Camera. Ma proprio questo dimostra che il Parlamento non funziona più, non è in grado di controllare il governo. Il presidente del Consiglio Antonio Salandra e Sonnino, ministro degli Esteri, concludono in segreto il patto di Londra per portare il Paese in guerra e, quando mettono il Parlamento davanti al fatto compiuto, la maggioranza giolittiana approva il loro operato senza fiatare.
FULVIO CAMMARANO — Certo, ma di mezzo c’è il colloquio di Giolitti con il re, che è decisivo. Vittorio Emanuele III blocca ogni iniziativa neutralista, che pure avrebbe avuto la maggioranza in Parlamento, prospettando la propria abdicazione, cioè una crisi istituzionale. E Giolitti ovviamente si ritrae. Solo a quel punto il Parlamento, rimasto senza guida e aggredito dalla piazza, accetta l’entrata in guerra.
SERGIO BUCCHI — Bisogna ricordare, però, che l’interventismo del 1915 ha un precedente nel 1911, quando Giolitti dichiara guerra alla Turchia per occupare la Libia, dando spazio alle tendenze nazionaliste che poi si rivolgeranno contro di lui nel 1915.
FULVIO CAMMARANO — Giolitti non è affatto entusiasta dell’impresa di Tripoli, ma deve tener conto del contesto internazionale. Le altre potenze permettono all’Italia di conquistare la colonia africana, ma sono pronte a impadronirsi della Libia nel caso in cui Roma rimanesse inerte. Se fossero stati i francesi a sbarcare a Tripoli, la leadership di Giolitti avrebbe subito un colpo durissimo.
SERGIO BUCCHI — Proprio qui, però, emerge il grande difetto della sua politica. Giolitti non è un dittatore, la sua prassi è democratica, ma pur di mantenere il potere è disposto a qualsiasi compromesso. Infatti quando torna al governo, nel 1920, consente alle forze dell’ordine e all’esercito di appoggiare la violenza fascista. Certo, dimostra anche grandi capacità nel risolvere la crisi di Fiume e la vertenza che aveva portato all’occupazione delle fabbriche. Ma concede troppo al complesso delle forze reazionarie (gli ambienti di corte, gli alti gradi militari, la grande industria) che cercano una rivincita storica approfittando degli errori compiuti dai socialisti massimalisti, che predicano la rivoluzione a parole senza essere in grado di farla. Per contrastare il Psi, Giolitti nel 1921 apre all’ingresso di Mussolini e dei suoi nelle file della maggioranza governativa. Spera di controllarli e non capisce che finiranno per prendergli la mano.
FULVIO CAMMARANO — Giolitti vorrebbe integrare i fascisti nel sistema costituzionale, come aveva cercato di fare in precedenza con i socialisti in sintonia con Turati. Ma nel 1922 si rende conto del pericolo. E quando la situazione diventa critica, rimane lui, benché sia ormai anziano, l’unico punto di riferimento possibile di chi intende salvare le libertà costituzionali. Se i cattolici del Partito popolare avessero accettato di appoggiarlo, forse Giolitti avrebbe potuto fermare Mussolini. In fondo aveva dimostrato di saper essere anche duro, come lo era stato nel 1920 sulla questione di Fiume, quando aveva sloggiato con la forza Gabriele d’Annunzio e i suoi legionari dalla città adriatica.

il manifesto 10.6.18
Jörg Rüpke sulla religione romana, cautele e distanza
Storia antica. Dall’età del ferro al cristianesimo, lo studioso tedesco scrive una «nuova» storia della religione a Roma e nel Mediterraneo: densa, «correct», talvolta opaca
Piccolo altare (arula) votivo, IV-II secolo a.C., da Roselle, Grosseto, Museo archeologico e d'arte della Maremma
di Carlo Franco


Scegliere le copertine è un’arte. Nell’edizione italiana di Jörg Rüpke, Pantheon Una nuova storia della religione romana (Einaudi «La Biblioteca», traduzione di Roberto Alciati e Maria Dell’Isola, pp. XVI-496, € 34,00), la cupola del Pantheon che campeggiava nell’edizione inglese è stata sostituita da un’immagine della cosiddetta Tomba delle danzatrici da Ruvo di Puglia. Un reperto riferibile alla Magna Grecia dei Peucezi, più che a Roma, ma che evoca un rito e un contesto di culture in dialogo, e come partenza va bene. Di Rüpke, Einaudi pubblicò nel 2004 una introduzione abbastanza sistematica a La religione dei romani, uscita in Germania nel 2001: che cosa è dunque «nuovo» nel volume ora uscito? Anzitutto un lavoro di ricerca ininterrotto: nelle oltre cinquanta pagine fittissime di bibliografia sono citati oltre novanta contributi scritti dall’autore tra il 1987 e oggi. Il rapporto con il libro del 2001 non viene esplicitato. L’attuale cerca un chiarimento teorico dei fondamenti, più che una descrizione dei fenomeni. Non ci sono quindi trattazioni analitiche sulle singole divinità (anche perché, si osserva, esse erano «segni religiosi » in larga misura «intercambiabili», forme parziali di un’idea generale). Da un materiale di analisi ricchissimo è derivata una sintesi assai densa, che molto comprime e molto lascia inespresso. Inevitabile il tono un po’ apodittico: si sarebbe preferita una più ampia articolazione, piuttosto che il rinvio alla bibliografia (non tutti leggono stando in biblioteca).
L’analisi segue un filo cronologico, dall’età del ferro all’affermazione del cristianesimo (IX a.C.-IV d.C.), per spiegare come la religione passò da un «agire» a una identità. Si parte dai depositi votivi, si passa alla strutturazione di luoghi privilegiati per il dialogo con le potenze superiori, con attenzione alle dinamiche sociali, ai segni di status degli uomini. Quindi si ragiona delle pratiche religiose, per quanto ricostruibili: e si sottolinea quanto esse valessero anzitutto per l’autodefinizione degli individui (ad esempio dei «sacerdoti» romani e del loro ruolo sociale). La comunicazione è la chiave di lettura più stimolante, cui sono ricondotti aspetti dell’azione religiosa «tra umani» come i ludi, ma anche i prodigi e gli auspici (segni divini «non richiesti», oppure sollecitati e interpretati da esperti). Molto giustamente si rimarca la differenza tra la percezione di quanti sono formati entro le religioni «del libro» e l’esperienza degli antichi, alle prese con un sapere orale, fluido, precario, irregolare. Un sapere sistematizzato solo tardi e in parte, senza divenire davvero stabile, attraverso strumenti (i libri) destinati a pochi. L’età augustea fu un passaggio importante, anche per l’efficace (ri)creazione di rituali e la suggestiva disseminazione di edifici di culto in Roma. Più in generale, al principio dell’età imperiale divenne visibile (e urgente) la questione relativa a esperienze, concezioni, pratiche «di ogni singolo individuo». Si entrò nell’età della «religione vissuta», che conosciamo meglio, ma i cui fenomeni restano sfuggenti.
Variegata mobilità sociale
Come venivano compresi da parte degli attori gli spazi o gli utensili religiosi? Quale apparato di segni marcava la «situazione eccezionale» della morte? L’esperienza degli antichi aveva aspetti a noi del tutto estranei. E intanto, la variegata mobilità sociale propria dell’età imperiale importava nuovi dèi nel già affollato panorama del politeismo. La fortuna di Iside, Mitra, Gesù, Apollonio di Tiana o altri santoni dipese dalla tendenza a innalzare il «livello emotivo» dei fedeli. Soprattutto nella «cultura popolare» guadagnarono spazio (o si fecero piú visibili) credenze «irrazionali», culti che implicavano esperienze «intense e fisiche», mediati da vari «fornitori» di esperienza religiosa, di varia qualità. In quello stesso periodo, anche gli imperatori romani «divennero dèi», per dirla con Arnaldo Momigliano, e non fu passaggio facile. Una sostanziale opacità dei meccanismi rese possibile, forse, onorare e riconoscere lo status speciale dell’Augusto anche senza «credervi» appieno, poi il tempo comportò una progressiva sistematizzazione, e rese piú «plausibile» la qualità divina dell’imperatore. Ma per quest’epoca imperiale, forse, contava un fatto nuovo: «la lettura o l’ascolto furono di gran lunga le pratiche religiose più importanti». I libri determinarono esiti di grande importanza, perché da essi, prima che dalle comunità, venne anche l’«invenzione» del cristianesimo. E così, alla fine, «da un mondo in cui si agiva religiosamente se ne è generato un altro in cui si possedeva una conoscenza religiosa e si poteva aderire a una fra le molte religioni possibili», con identità e pratiche riconoscibili.
Evidente nel libro di Rüpke è l’impegno a evitare concetti acquisiti e teleologismi impropri: si nota che «non ci si deve concentrare sul sistema ideologico che è stato costruito dagli osservatori, interni ed esterni, e che gli individui possono solamente fare proprio in maniera parziale e imperfetta, bensì si deve partire dalla religione antica vissuta, nelle sue varianti». Importa studiare la «competenza» religiosa (chi detiene il sapere, e in quale forma), l’«agire», le forme della comunicazione (preghiera, offerta, sacrificio). La prudenza metodica porta a sottolineare piú volte le lacune della nostra conoscenza e comprensione, le molte difficoltà interpretative, i pericoli del lessico anacronistico: per questo, invece di dèi o fedeli o credenti, nella prima parte del libro si parla di «attori» coinvolti in una situazione: attori superiori «invisibili, muti, inattivi o semplicemente assenti, persino non esistenti» e attori umani. Si evitano asserzioni «essenzialiste», si preferisce lo studio dei modi in cui i gruppi definirono (o furono definiti) nella propria identità religiosa.
Atteggiamento tacitiano
La cautela cresce nell’ultima parte del libro, dedicata al cristianesimo. Ci si sforza di «prendere le distanze» dalla materia, perseguendo una sorta di anthropologically correct. Il risultato è, nei casi migliori, tacitiano: «attorno all’anno 30 d.C., in Palestina, entrò in scena un uomo chiamato Gesú, caratterizzato da un atteggiamento profetico-apocalittico e che infine venne giustiziato» (da confrontare con Tacito, Annales, 15.44). In altri casi è provocatorio (gli «atti dei màrtiri … furono come i romanzetti d’appendice»), in altri ancora opaco. Dire che il celebre «artigiano» Paolo di Tarso fu spinto a viaggiare soprattutto «dalla necessità di trovare continuamente nuovi clienti per i suoi prodotti senza dubbio di alta qualità» sembra un sogghigno laicista, ma è un richiamo al legame tra Paolo e i tessitori di Tarso. Gli effetti sulla leggibilità non sono positivi, per effetto della forte sintesi e delle scelte traduttive. Il libro deriva da un testo inglese (Princeton UP 2018), a sua volta tradotto dal tedesco (Beck 2016). Artifex (male) additus artifici, si direbbe. La mimesi di secondo grado ha lasciato segni non lievi sul testo, con passaggi decisamente ardui. A parte errori conclamati («la soppressione … delle rivolte … distrussero»), espressioni ambigue («sulle» (?) bocche degli antenati «c’era l’abitudine di porre rivendicazioni attuali»: in quale lingua s’intende «attuali»?), e momenti oscuri (nella «strategia del testo invisibile, spesso in forma pseudoepigrafica …l’anonimato dello scrittore ha autorizzato i riceventi»), alcuni passaggi sfiorano il sesto grado. «Anche qui la religione sembra aver fatto la sua parte nel permettere e nel definire una territorialità con un livello di sistematizzazione relativamente elevato: difficilmente chiunque era titolato a portare in questo luogo la sua statuetta» (si parla, come ciascun vede, di nuraghi). «L’attività religiosa, anche nelle forme istituzionalizzate, ammontava a piú dell’uso razionale della risorsa che era interamente calcolabile, poiché gli attori non innegabilmente plausibili difficilmente intervenivano di proprio accordo, e le regole dall’azione rituale rimasero solide». «Quando la comunicazione religiosa si riferiva ad attori che, mentre si collocavano oltre la disposizione degli individui e della loro società specifica, comunque allo stesso tempo vi facevano riferimento, le pratiche religiose furono costrette a reagire alle conseguenti, piú complesse stratificazioni delle identità sociali e politiche». Astrazioni, concettualizzazioni e periodare non concinno non aiutano. Difficile sfuggire alla conclusione che questo modo di esprimersi, per concorrente responsabilità dell’autore e dei traduttori, non trasmette la grande ricchezza che il volume certamente contiene.

La Stampa TuttoLibri 9.6.18
Mettiti nudo davanti a Omero: solo così puoi capire gli eroi greci
di Andrea Marcolongo


Mi sono immerso nell’Iliade e nell’Odissea come nelle acque impetuose di una cascata. Ho respirato per mesi al ritmo dei versi omerici, nelle mie orecchie ne risuonava la musica, battaglie e navi in procinto di levare le ancore affollavano i miei sogni». È con una prosa che sembra poesia che inizia il racconto dell’Estate con Omero di Sylvain Tesson. Da sempre lo scrittore parigino non riesce a scrivere se prima non ha vissuto: abbandonate le foreste siberiane che l’hanno reso celebre, per questo libro Tesson si è segregato un mese nelle Cicladi abitando in una piccionaia sferzata dal vento sull’isola di Tinos. Accanto Iliade e Odissea, con l’intento di «abbattere la distanza tra la carne del lettore e l’astrazione del testo».
Ho studiato a lungo la letteratura e la lingua greca, ne ho scritto anche dei libri -da Virgilio a Marcel Conche, da Racine a Shelley e Nietzsche, non sono stata certo la prima né sarò l’ultima. Tuttavia, mai avevo visto un uomo nudo come Tesson di fronte a Omero: nel suo spogliarsi completamente da ogni sovrastruttura, pregiudizio, polvere accademica o dibattito, Tesson risulta eroico, dunque umano, nel suo libro tanto quanto Achille, Ettore, Ulisse e gli altri eroi di cui scrive. Non ha alcuna paura «dell’Himalaya di glosse» che da millenni sembrano assediare l’antico fino a farlo sembrare un prodotto di nicchia (oggi stranamente molto trendy, ma funzionale solo a fare italici processi al liceo classico). Lo scrittore è, semplicemente, un essere umano che osa mandare al diavolo (espressioni gustose non mancano, a partire da «sciocchezze, Dei dell’Olimpo!») i canti delle Sirene 2.0 che predicano scienza, progresso e perfezione, convinto che i poemi omerici siano immarcescibili perché l’uomo è sempre lo stesso: «ugualmente miserabile o grandioso, mediocre o sublime, sia che indossi l’elmo sulla piana di Troia o che aspetti il bus sul marciapiede di una città del Ventunesimo secolo».
Nella sua Estate con Omero, Tesson non si fa mancare nulla, a partire dal chiedersi chi fosse in realtà Omero. E non può fare a meno di notare come risulti perfettamente consona alla nostra epoca di rivendicazione dell’ego e di scrittori di storie su Instagram la tentazione di accanirsi per scoprire chi sia stato l’ideatore del più grande bestseller della storia (dopo la Bibbia). Le risposte alla secolare «questione omerica» sono sempre le stesse: sorride divertito, Tesson, e con l’Iliade tra le mani se ne disinteressa subito. E ancora di più ride di chi si è ostinato a ricostruire la geografia di Omero, atemporale perché topos per definizione. È davvero necessario, come è accaduto di recente, avventurarsi con un’imbarcazione costruita come quelle di epoca greca utilizzando solo le tecniche di navigazione antiche per bearsi dell’universo geo-poetico del viaggio di Ulisse? Il Vangelo ha raggiunto gli inuit come i Palestinesi, commenta, e non servono le coordinate GPS della foresta di Shakespeare per affezionarsi a Puck.
La luce, quella sì che è necessaria. «Iliade e Odissea sfavillano di fotoni», scrive Tesson, proprio come Jacqueline de Romilly sosteneva che la bellezza della lingua greca si celi nella luminosità del paesaggio. I Greci hanno sempre venerato la luce e la sciagura più funesta era diventare un’ombra, nebbia che cala sulla gloria e soprattutto l’oblio da se stessi. Il tradimento della propria misura. In quel soffio della vita compreso tra nascita e morte, l’eroismo più grande era dato dal fare qualcosa che lasciasse il segno, soprattutto dentro di sé. Anche Hanna Arendt scrisse di questa concezione tutta greca in cui il futuro non importava -«ma se un eroe greco giungesse sul proprio carro in una delle nostre città, oggi verrebbe immediatamente arrestato», commenta ironico Tesson.
No, non insegna nulla Un’estate con Omero -e per fortuna, visto che in Italia ogni testo che parli di classico viene accusato di non essere un manuale che ci rende tutti grecisti ad honorem e non come letteratura che stimola la curiosità per la vita, la prima dote dell’eroe. Ci libera, invece, nella convinzione che non servano chissà quali studi specialistici per «lustrarci lo spirito» con la melodia di questi antichi canti. E aggiunge, Tesson, un consiglio dadaista: rimandiamo i piatti da lavare, spegniamo il cellulare e apriamo Iliade e Odissea sotto l’ombrellone, in un’estate con i Greci come è stata la sua, per lasciare entrare in noi versi immortali, scintillanti come una calanca, capaci di svelarci l’enigma del domani e di chi ancora non siamo diventati.

il manifesto 10.6.18
Quel che li divise fu il ruolo dell’Altro
Lettere. Maestro e allievo si incontrano sulla compenetrazione di vita e filosofia, contro la distaccata scientificità di Husserl: Il «Carteggio 1919-1973», da Ets
La biblioteca di Friburgo
di Stefano Petrucciani


In filosofia, e più in generale nell’accademia, i rapporti tra maestro e discepolo sono sempre complicati. Tanto più quando il maestro, come nel caso di Heidegger, finisce per aderire convintamente al nazismo, mentre l’allievo (l’ebreo Löwith) è costretto all’esilio. Il Carteggio 1919-1973 (Ets, pp. 264, euro 24, 00) tra i due filosofi che ora viene pubblicato in italiano a cura di Alfred Denker e Giovanni Tidona, autore anche di una ben documentata introduzione, consente di ripercorrere nelle sue diverse fasi la relazione tra questi due intellettuali certamente diversi per statura ma fondamentali entrambi per chi voglia riflettere sul paesaggio filosofico del Novecento, sui suoi luoghi cruciali e le sue contraddizioni.
Non molti anni dividono Löwith e Heidegger: il primo nacque a Monaco nel 1897; il secondo a Messkirch nel 1889. Si incontrano a Friburgo, l’ateneo dove brillava, all’inizio degli anni Venti, la stella filosofica di Edmund Husserl, il maestro della fenomenologia del quale Heidegger fu allievo ma da cui, già all’inizio degli anni Venti, prendeva decisamente le distanze, come si legge per esempio nel suo corso del 1923-24 appena tradotto in italiano, intitolato Introduzione all’indagine fenomenologica (a cura di Matteo Pietropaoli, Bompiani, pp. 704, 35,00).
La fascinazione degli anni Venti
Anche Karl Löwith aveva raggiunto Friburgo per seguire l’insegnamento di Husserl, e anche lui ne fu presto deluso e si accostò al molto più affascinante verbo heideggeriano. Questa fase della formazione di Löwith è ampiamente documentata nella lettere che egli indirizza a Heidegger all’inizio degli anni Venti, la parte più ricca e cospicua del carteggio. Leggiamo per esempio quello che il giovane scrive in una missiva del 26 febbraio 1921: «Oggi mi è del tutto chiaro che Husserl nel profondo non è un grande filosofo, che metterlo sullo stesso piano di Kant non può che essere un enorme errore e che la sua intera impostazione è infinitamente lontana della realtà, tutt’altro che vitale e al contrario irrigidita nella sua dotta logica. (…) Preferisco un netto e unilaterale rifiuto, piuttosto che portarmi appresso questa fatale zavorra. Non ho bisogno di dirle, invece, cosa percepisco in Lei di estremamente positivo».
In sostanza, quella di Husserl appare a Löwith come un filosofia sterile, lontana dalle brucianti problematiche dell’esistenza e della storia; proprio ciò che, invece, il giovane trova nell’oscuro, affascinante e profondo Heidegger. Nella sua autobiografia scritta molti anni dopo, nel 1940, e titolata La mia vita in Germania prima e dopo il 1933 (Il Saggiatore, 1988) Löwith ricorderà, con accenti assai critici, questo suo giovanile incontro con l’autore di Essere e tempo: pur riconoscendo in Heidegger il suo vero maestro, e colui al quale è debitore di tutto il suo sviluppo spirituale, Löwith ne traccia un ritratto al vetriolo. Come Fichte, scrive, anche Heidegger era «solo per metà un uomo di scienza; per l’altra metà, forse la maggiore, aveva la natura dell’oppositore e del predicatore, che sapeva affascinare per quel suo mettersi in urto col mondo, spinto dall’indignazione verso il proprio tempo e verso se stesso».
In Heidegger, insomma, la filosofia, colorandosi anche di forti accenti teologici, si sposava con il rifiuto del tempo presente e del pensare accademico; entrava nel vivo dell’esistenza e della soggettività, esercitando già una notevole attrazione sui giovani, che sarebbe divenuta vera e propria moda dopo la pubblicazione nel 1927 del capolavoro del primo Heidegger, Essere e tempo. Come sottolinea giustamente Tidona nell’introduzione, la compenetrazione di vita e filosofia è proprio il terreno sul quale Löwith e Heidegger si intendono e si incontrano nei primi anni Venti. Contro la distaccata scientificità husserliana questo è il pathos che li accomuna. Come si legge in una lettera heideggeriana del febbraio 1921, «la filosofia non è un passatempo; per essa si può andare in rovina, chi non si assume questo rischio non arriverà mai a lambirla».
Proprio nella interpretazione dell’esistenza, però, il trentenne Löwith comincia a prendere le distanze dal maestro. Sotto la guida di Heidegger, infatti, egli lavora alla sua tesi per la libera docenza, che viene completata nel 1927 e pubblicata nel 1928 col titolo L’individuo nel ruolo dell’altro. Un contributo alla fondazione antropologica dei problemi etici. L’altro di cui Löwith si occupa nel suo libro è indicato in tedesco con la parola Mit-Mensch, che si potrebbe tradurre letteralmente come Con-Uomo. Il tema insomma è quello del rapporto tra io e tu, tra l’individuo e l’altro con cui si è sempre in relazione. Pubblicata proprio a ridosso dell’uscita di Essere e tempo, la tesi di Löwith costituisce in realtà un attacco piuttosto deciso alla prospettiva che il maestro aveva sistematizzato nell’opera del 1927. In buona sostanza, infatti, l’analisi heideggeriana dell’esistere era incentrata sulla ricerca di una autenticità che si definiva soprattutto attraverso il rapporto con se stessi, e dove dunque la relazione con l’altro (e le dimensioni etiche in essa contenute) risultavano alla fine marginali. Löwith invece le metteva al centro.
La presa di distanza avveniva in forme estremamente moderate ma era, cionondimeno, assai radicale. Per essere obiettivamente aderenti allo svolgimento dei fatti, va detto a onore di Heidegger che in questa occasione si mostrò molto liberale, esortando l’allievo a non preoccuparsi se si andava allontanando teoricamente da lui (forse perché si sentiva così in alto che la cosa lo lasciava piuttosto freddino). «Mi è del tutto indifferente se si segua o no Essere e tempo», scriveva. All’epoca, una simile liberalità era piuttosto rara nell’accademia. Continuava infatti il maestro: «trovi uno solo tra i bonzi regnanti che avrebbe accettato di abilitare un allievo con un tale lavoro criticamente avverso! Non me lo attribuisco come merito…».
Tutto precipita nel ’33
Sta di fatto comunque che, dopo il conseguimento della libera docenza, quando Löwith cominciò a insegnare, i rapporti tra i due si allentarono, anche se non mancarono, da parte di Heidegger, espressioni di apprezzamento, come quelle riferite nel 1932 al saggio di Löwith, effettivamente molto bello, dedicato al confronto tra Marx e Weber. Ma nel 1933 tutto precipitò: Heidegger aderì al nazismo e assunse, pronunciando un famoso discorso, la carica di rettore dell’Università di Friburgo. L’ebreo Löwith fu costretto all’esilio: prima, dal 1934, a Roma; e successivamente in Giappone e negli Stati Uniti.
Nel 1936, quando Heidegger venne a Roma per tenere una famosa conferenza su Hölderlin all’Istituto di studi germanici di Villa Sciarra, i due si incontrarono in modo ancora formalmente amichevole, ma la storia finì lì. Dopo la guerra, nel 1953, Löwith chiuse i conti con Heidegger in un libro assai severo, dal quale il maestro si sentì molto ferito; anche se poi, negli anni Sessanta, vi fu tra i due qualche timido segno di riavvicinamento. Il carteggio si conclude con la lettera sinceramente addolorata che Heidegger scrive nel 1973 alla vedova Löwith dopo la morte del suo antico allievo.

il manifesto 10.6.18
Savinio, naufragio e apparizioni a Soho
"Alberto Savinio" al Cima di New York, mostra a cura di Laura Mattioli . Al contrario del fratello, De Chirico, Alberto Savinio ha avuto scarsa fortuna oltreoceano. A rimediare, 25 opere selezionatissime, fra ritratti e paesaggi. Disseminate giocosamente fra le tele (1927-primi anni ’30) le tracce di numerosi maestri
di Eloisa Morra


NEW YORK «Lo stesso nume – la Memoria – li agitava», scrisse Sciascia a proposito dei Dioscuri in un saggio che riconosceva i giusti meriti al poliedrico fratello minore, spesso sfavorito nel confronto col più famoso, ombroso De Chirico. Ma mentre in Italia la figura di Alberto Savinio (1891-1952) ha acquisito spessore e forma nella mente di tanti lettori e appassionati di pittura, purtroppo così non è stato negli Stati Uniti, dove il suo lavoro era patrimonio di una cerchia di fortunati happy few. Poco tradotto, assente dalle collezioni, l’unica retrospettiva americana (Alberto Savinio: musician, writer and painter) gli era stata dedicata da Paolo Baldacci nel 1995. A colmare questa lacuna culturale contribuisce in modo decisivo Alberto Savinio (a cura di Laura Mattioli, fino al 23 giugno), presentata al Centre for Italian Modern Art di New York.
Come le isole-giocattolo in mostra, il CIMA veleggia libero da mode e condizionamenti dell’art world: a orientarne la selezione degli artisti è unicamente la qualità delle opere e l’arditezza delle sfide poste al team di esperti storici dell’arte-curatori. Negli ultimi anni si sono avvicendati sulla scena Medardo Rosso, Morandi e Paolini, mentre per il 2019 Savinio cederà il passo alle policromie di Marino Marini; alle mostre è affiancato un programma di approfondimento e ricerca – giornate di studio, proiezioni, visite guidate – organizzato dai fellows, giovani studiosi selezionati per sviluppare il tema di ricerca dell’anno. Non sorprende che in un lustro quest’île des charmes incastonata nelle vie di Soho sia divenuta un punto di riferimento per chiunque, oltreoceano, desideri avvicinarsi all’arte moderna italiana.
Se gli eventi della stagione hanno contribuito a far luce sulle molteplici sfaccettature della personalità artistica di Savinio, la mostra si concentra sull’attività in cui il suo talento è emerso già formato alla nascita, la pittura. «Mio fratello iniziò a dipingere nel ’27. Faceva dei ritratti molto somiglianti», rivelò De Chirico a Sciascia. Inanellati tra il secondo soggiorno parigino del ’28 e i primi anni trenta, i dipinti in mostra non fanno che sconfessare questa riduttiva affermazione; Mattioli ha trascelto i migliori, dislocandoli nelle due ariose gallerie che segnano le principali linee tematiche: la più piccola e intima include una serie dedicata ai ritratti familiari, la più ampia invece ospita paesaggi.
L’osservatore non esiterà a riconoscere le tracce di numerosi maestri giocosamente disseminate tra le tele: la muscolosa Cumana affiora dalle membra dell’altrimenti caravaggesco Risveglio del Carpoforo, le cromie e la composizione di alcuni paesaggi strizzano l’occhio a un certo romanticismo tedesco, i virtuosismi delle scene familiari lasciano presagire il brillio sinistro degli Ernst ammirati in casa Rosenberg… Eppure, i venticinque dipinti sembrano testimonianze di un naufragio che porti alla luce un mondo nato da se stesso. Savinio riesce nell’impresa propria di pochi grandi maestri: dar vita a un mondo fatto di pochi elementi riconoscibili per far spazio all’apparizione – che, si sa, ha luogo solo quando l’artista, svicolato l’obbligo della rappresentazione, può abbandonarsi al puro ritmo e gesto formale.
La bellezza dei dipinti di Savinio nasce sovente dal contrappunto ironico, come nello splendido Senza titolo (1929) della Collezione Prada, dove il modulo romantico delle oscure, turbinose pennellate della selva viene messo tra parentesi da una jazzistica teoria di forme-colori squillanti (Haring ne sarebbe rimasto stregato). Ne nasce un dipinto dal suono intenso, rotondo, avventuroso nella sua ritmicità da rag-time. Della stessa divertita ironia brillano dipinti ben più noti: il mito si fa aneddoto, la memoria è il Mito. L’isola di Achille (1928) svela un antieroe dai fianchi femminei e una testina da donna perso in una reverie costellata di gonfiabili, il Prometeo del dipinto omonimo contempla stregato un gigantesco Zeus-Giocattolo svelatogli da un tendaggio, mentre i flutti del Chevauchée marine si solidificano in pennacchi di un elmo abbandonato da qualche antico cavaliere. Più proteiformi e ardite dei suoi soggetti in Savinio sono solo le pennellate: rarefatte nel cielo dell’Abbandonnée, dissacrante omaggio al fratello; spumanti nei merletti della madre Gemma, nell’Atlas che illumina la copertina della Nuova Enciclopedia; ricamate nelle grottesche serpentinate di La vedova, unico caso in cui Gemma non porta in grembo il suo totem, un bouquet ripreso da una sua vecchia fotografia.
La composizione di questo dipinto ci porta a lambire l’altra componente decisiva nella pittura di Savinio, l’amore per il teatro. Abbandonata la bidimensionalità della mappa e gli pseudo-collages di fine anni venti, l’attenzione è tutta per la scena; è solo attraverso la presenza di una parete-schermo (o di una finestra) che sarà possibile affrontare i demoni che faranno capolino nell’Alcesti di Samuele e nei drammi degli ultimi anni. «Tutto è teatro, anche quando non sembra», sembra sussurrarci la luce innaturale irradiata dall’angolo destro – non, come prevedibile, dal cielo che emerge da dietro le ali dei pennuti ospiti – di Jour de Réception (1930). Chiude l’esposizione la litografia del 1947 I miei genitori, unico sconfinamento rispetto alla cronologia (la ammiriamo in dialogo con una serie altrettanto notevole di Louis Bourgeois; tra i punti cardine del CIMA vi è infatti la volontà di creare accostamenti inediti tra arte italiana e internazionale). Arabescata in una scritta che costeggia la figura del poltro-genitore, ecco la poetica d’un autore che ha saputo guardare all’antico scavalcando il moderno: «Egli era davanti a me come una montagna. Di là da me, valle, io guardavo di là da lui, perché un mio segreto da ma imperioso sentimento mi diceva che solo di là da lui c’era tutto che per me era importante, così il figlio guarda di là dal padre».

il manifesto 10.6.18
Delacroix imprigionato dall’analisi del colore
Al Louvre "Delacroix", a cura di Sébastien Allard e a Côme Fabre. Una mostra aperta, che lascia a ciascuno di cercare il suo Eugène Delacroix. Più che il mito romantico celebrato da Baudelaire, è stimolante l’«archetipo» della pittura a venire, nei pregi ma anche nei limiti
di Federico De Melis


PARIGI L’ardore di Eugène Delacroix si misura sugli ideali napoleonici di adolescenza, radicati per quanto dissimulati, e il suo credo nella soggettività che si fa Storia produsse, sappiamo, nell’Ottocento, le pagine pittoriche più vibranti dell’orgoglio dei popoli, fosse quello greco nelle Rovine di Missolungi o quello francese nella Libertà sulle barricate del 28 luglio 1830. Grandi macchine dello Spirito del tempo, sostenute dall’azione-colore e da un’architettura basculante che mette in questione, alla radice, gli ordini del verbo neoclassico. Così è anche per la Barca di Dante, per il Massacro di Scio, tutte opere di grande formato intorno a cui viene a inscenarsi, dopo un breve introìbo, l’avvio della mostra Delacroix al Musée du Louvre, che l’ha prodotta insieme al Metropolitan di New York (dove si sposterà dal 17 settembre) affidandone le cure a Sébastien Allard e Côme Fabre (fino al 23 luglio, catalogo Louvre éditions).
I monconi dell’amico Géricault
All’amico Géricault, di sette anni più anziano, incontrato la prima volta nello studio di Guérin, comune maestro, i contemporanei rimproverarono di non aver realizzato la grande opera, di averci lasciato appena monconi di un’idea, monconi che solo il Novecento, attraverso il gusto del frammento, e della pittura come aggiunta rapinosa di materia e bellezza, avrebbe fino in fondo apprezzato. Nel 1991 ho avuto la fortuna di assistere, nella storica mostra del Grand Palais, all’apoteosi di Géricault, dettata da un allestimento che curava di evidenziare in certi passaggi, attraverso l’illuminazione direzionale, il suo frammentismo tenebroso e sanguinolento. Delacroix, a cui Géricault, reduce dall’Italia, tributò i suoi complimenti dinanzi alla Barca di Dante, 1822, inaugurava al contrario, con questa tela, un cammino costellato di occasioni epiche, spesso ufficiali, compresi i cicli in affresco di commissione reale, governativa o municipale, dove è pieno il rispetto dei generi. Alberto Martini, nel 1964, ha spiegato come Delacroix rappresentasse una terribile turbativa per l’opinione accademica proprio in virtù della sua internità a un sistema delle arti che non ebbe mai intenzione di rovesciare. Lo minava dall’interno suo malgrado. Nel Salon del 1846 Baudelaire racconta come Sosthènes de la Rochefoucauld, direttore delle belle arti, avesse un giorno mandato a chiamare Délacroix per chiedere se «un uomo di così ricca immaginazione e di così bell’ingegno, e così ben voluto poi dal governo, non volesse versare un po’ d’acqua nel suo vino»… Le istituzioni lo blandivano, ma Délacroix era romantico, non poteva derogare da quel che aveva stabilito il suo sogno, e dovette aspettare il 1857, cinque anni dalla morte, per la nomina a membro dell’Institut nella classe delle belle arti.
Oggi non possiamo più amare come Baudelaire le grandi macchine di Délacroix, e dinanzi alla Libertà, 1830, succede all’occhio di distrarsi dal modo in cui, in un afflato, il disegno-colore si fa idea, manifesto storico, e di vagare alla ricerca del moncone di pittura, il calzino verde attorcigliato del cadavere del barricadero. Del resto, nella coscienza stessa di Delacroix, spirito complesso, poteva annidarsi un modo di sentire più nostro, se nel Diario gli viene da annotare che «non sempre la pittura ha bisogno d’un soggetto», riferendosi, proprio, alla «pittura di braccia e di gambe di Géricault». Non c’è dubbio, il soggetto, pur irrorato dall’‘immaginazione’, trattenne Delacroix in una sfera precedente, e gli sviluppi dell’arte moderna che a lui fanno capo riguardano solo una porzione del suo operare. Non si vuole dire che il suo frequente ricorso alle fonti letterarie – dal canone europeo, Dante o Shakesperare, alle opere romantiche, i novels neri inglesi o lord Byron – costituisse necessariamente un freno: ‘soggetto’ non corrisponde d’obbligo a ‘letteratura’ ma è, semplicemente, l’immagine precostituita, non libera dai condizionamenti storici e culturali. In Delacroix la letteratura, è vero, a volte blocca, ma altre si pone, al contrario, quale «punto di partenza», lievito, come giudicava Lamberto Vitali, curatore in Italia del Diario, Einaudi 1954, che solo in questo senso poteva interpretare l’entusiasmo di Baudelaire per l’«ingegno… completamente letterario» del pittore.
Nella mostra del Louvre, la grandeur istituzionale dell’avvio viene presto dimenticata in favore del libero sfoggio dei valori pittorici, che si gustano soprattutto nel medio e piccolo formato: dimentiche dell’angelo della Storia, esse rapprendono in modo più diretto le turbe dell’immaginazione, sia dal lato della frenesia, della belva, sia da quello della malinconia. Malinconia: Baudelaire vi ha fissato la dominante della pittura di Delacroix. Bisogna leggere o rileggere il capitolo del Salon 1859 dove stabilisce che egli, non credente, è, nell’Ottocento, il colosso della pittura religiosa, l’interprete più alto della tristezza del cristianesimo (cita Tiziano). Il Calvario, l’Uliveto, il sepolcro cedono il passo a un certo punto, in questa pagina non troppo celebre, al «lungo e malinconico fiume dei Tristia», menzionato a proposito di Ovidio presso gli Sciti, opera d’impegno presentata proprio al Salon del 1859. Cristianesimo e paganesimo si danno la mano sotto un sentimento che schiaccia, ma è il primo a dare il tono, a prolungare il suo strazio strutturale sull’altro, come succede in mostra, dove il passaggio dedicato ai dipinti sacri si proietta sul seguito immediato del percorso, su quel gioiello di nichilismo arancione che è Amleto e Orazio al cimitero, versione di Francoforte, 1835.
All’andamento cronologico si sovrappone ogni tanto, studiatamente, quello tematico; all’infilata di dipinti uno via l’altro, in orizzontale, subentra un diapason, che fa da cerniera: la sala dedicata alla folgorazione dell’Oriente con il viaggio in Marocco della prima metà del 1832, perno Le donne in Algeri, 1836; quella che vede affiancati la Medea di Lille, 1838, e, raro a vedersi, tradizionale nel relativo rispetto del tono locale, il solenne San Sebastiano soccorso dalle pie donne, 1836, dalla chiesa parrocchiale di Nantua, Ain. L’allestimento è aperto, non obbliga ma lascia a ognuno la sua chiave di accesso. Si può puntare sulla funzione archetipica dell’arte di Delacroix: ecco, nel settore nature morte, i modelli per Fantin-Latour, per Courbet, nel Naufragio di Don Giovanni, 1840, le disperazioni grafiche di Daumier.
Una svolta la lettura di Signac
Più discriminante resta il problema cromatico, che, come letteratura critica, trovò un punto di svolta nel saggio di Paul Signac D’Eugène Delacroix au néo-impressionisme (1899, «Revue Blanche»). Per Signac Delacroix è il grande precorritore della divisione, colui che per primo intende la possibilità di rendere lucenti i colori rinunciando alla fusione in tavolozza e alla stesura piatta per una giustapposizione di piccoli tocchi che si compongono nella retina, facendo acquistare alla tela «unità, atmosfera, luce». Giunge a questo risultato presto, nel 1824, quando a Parigi, già un anno prima del viaggio in Inghilterra, fa esperienza di alcuni dipinti di Constable. Avendo bene in chiaro la posizione di Signac, si può provare a verificarla quadro per quadro, e ci si renderà conto che in Delacroix non solo la scienza del colore è ancora trattenuta da pregiudizi di scuola (l’uso pur sempre eccessivo di tinte terrose), ma anche che, quando viene compiutamente a realizzarsi, può trattenere, persino più del ‘soggetto’, gli slanci sperimentali – lo vide Lionello Venturi nella pagine a lui dedicate in Pittori moderni, 1946.
Il Diario ne testimonia: Delacroix, insegnato come maestro dell’empito, era un analista del colore, quasi un chimico al pari di Chevreul, il teorico del «contrasto simultaneo», alle cui formule, poi decisive per Seurat e Signac, fu sommamente interessato. Venturi, critico dell’impressionismo, non amava il pointillisme, vi vedeva un eccesso di sistema, un ingabbiamento, e il suo Delacroix sente forse un po’ troppo di questa riserva teorica, ma dinanzi alla casistica dei quadri ci si convince che aveva per gran parte ragione. Egli cita una frase di Frédéric Villot, conservatore del Louvre amico intimo di Delacroix, dove si dice che questi, piuttosto che «porre il colore al posto giusto, brillante e puro», «cerca di formare un tessuto, i cui fili multicolore si incrociano e si interrompono a ogni istante»: flochetage, così, testimonia Villot, Delacroix definiva questa operazione, che risulta una specie di prima approssimazione del pointillisme. Non poteva piacere a Venturi, il quale nota come gli impressionisti, al contrario, «non si fossero dimenticati di porre la couleur juste à sa place». Non è il tessuto cromatico, continua Venturi, a dare unità all’opera in Delacroix, ma, requisito fin da subito a lui negato, la qualità del suo disegnare: impetuosa, gettata, vibrante, la sua grafia è un continuo deformare, e raggiunge il vero scopo solo quando il colore smette di trattenerla con le sue riserve sistematiche e si libera nell’amalgama.
Qui Venturi fa riferimento ad alcuni «piccoli quadri» della stagione finale, «colloqui con se stesso», come Cavalli che escono dal mare e Rissa di cavalli arabi in una scuderia, tutti e due del 1860, tre anni prima della morte. Si possono aggiungere meraviglie verdi come alcuni felini, alcune cacce, stupendamente smorzati e quasi sciolti nel tappeto erboso. A questo Delacroix «impressionista» era dedicata, nel 1998, la mostra sui suoi «anni ultimi» al Grand Palais. Articolata in sezioni tematiche, tutto si mescolava in un onirico unisono, effetto del maggiore accordo forma-colore, lo stesso che presiede alla magia, abbastanza incompresa, degli affreschi della Cappella dei Santi Angeli a Saint-Sulpice – portati a termine nel 1861 –, a cui, collateralmente alla mostra maggiore, dedica, fino al 23 luglio, un piccolo focus il Musée Delacroix, la casa-atelier in rue de Fürstenberg dove l’artista risiedette negli ultimi sei anni di vita.
Al Louvre la difformità dei richiami provenienti dalla poetica contrastata di un pittore che deve spingere la sua timidezza oltre l’ostacolo, che sforzò volontaristicamente, rende difficile la concentrazione e l’adesione sentimentale. Sembra di essere in balia. Solo nella grande stanza in chiusura, con le opere della stagione finale, la modernità sognata si compatta effettivamente in una nuova realtà pittorica: Il mare dalle alture di Dieppe, 1852, sembra già Monet; i ‘ritorni’ in Maghreb, realizzati a partire dagli antichi taccuini di viaggio, sono una specie di eco atmosferica degli urti cromatici di un tempo. Subentra un senso irrimediabile di tramonto, nel campo arabo ci si riposa intorno al fuoco prima del calare della notte: è la tela firmata Eug. Delacroix 1863, anno di morte. Possiamo abbandonarci, come il Cristo dormiente sul lago di Genesaret, capolavoro di misura, tono, senso religioso di nuovo segnato dallo spasmo malinconico (1854, Zurigo, collezione Bührle).

Corriere 10.6.18
Archivi Acquisito per 125 mila euro dalla Biblioteca Nazionale di Roma un fondo di appunti e corrispondenze messo all’asta dagli eredi
Grazie Ungaretti, fratello maggiore
Un corpus di 630 carte autografe e 170 lettere. Così i giovani autori scrivevano al poeta
di Paolo Di Stefano


Pochi poeti e letterati sono riusciti ad avere l’energia vitale di Giuseppe Ungaretti nel tessere rapporti con intellettuali e artisti di ogni generazione, uomini e (ovvio) donne, italiani e stranieri. Il risultato è una impensabile mole di corrispondenza con scrittori, editori, pittori, registi, compositori, amici famosi e no. Centinaia e centinaia di carte in verde, perché l’inchiostro verde, almeno dal 1949, è il suo segno distintivo. E in verde sono, in buona parte, i manoscritti di Ungaretti detenuti dall’erede, il genero Mario Lafragòla, e messi all’asta da Minerva-Finarte (il 12 giugno) per le cure del responsabile Fabio Massimo Bertolo: 630 carte raccolte in cartelline bianche e circa 170 lettere firmate da corrispondenti spesso illustri. Un archivio che la Biblioteca Nazionale di Roma, grazie alla lungimiranza del suo direttore Andrea De Pasquale, ha acquistato per 125 mila euro.
Dunque, autografi delle opere poetiche, di conferenze, saggi, articoli, abbozzi e bozze, appunti, pane abbondante per i denti dei filologi: con varianti d’autore e molteplici sorprese sulla genesi dei libri e sul laboratorio del poeta. E le lettere, si diceva, che documentano l’impressionante varietà delle amicizie. Dalle primissime (Enrico Pea) a quelle acquisite negli anni via via che Ungaretti diventa il punto di riferimento (morale oltre che poetico) delle generazioni che verranno, dagli ermetici alla neoavanguardia. Sempre in bilico tra scambio culturale e confidenza privata. Il che appare chiarissimo, per esempio, nelle belle lettere di Attilio Bertolucci. Il poeta di Parma, trentasei anni, l’11 novembre 1947, da Baccanelli, confida a Ungaretti di aver lavorato a Roma malvolentieri per i documentari di Antonio Marchi: «L’unica consolazione era muoversi in quella benedetta aria pulita, dopo le nostre nebbie, camminare nel sole verso l’una diretti alla solita trattoria, svegliarsi per la luce mattutina entrata dalla finestra socchiusa». Bertolucci, che si dichiara «un famoso falso malato di cuore», si sofferma poi sulla crisi di angina pectoris da cui Ungaretti è stato colpito in giugno: «e mi pareva che anche noi avessimo abusato della sua generosità, che tutti si avesse un po’ di colpa». È l’anno dell’uscita de Il dolore e Attilio rivolge al «fratello maggiore» un omaggio tutt’altro che convenzionale: «Si può dire che la mia vita potrei ormai segnarla con l’apparizione dei suoi tre libri». Lo stesso «entusiasmo» che traspare dalle parole con cui Mario Luzi, il 2 novembre dello stesso anno, definisce il libro opera «d’una fatalità inesorabile».
L’interlocuzione con i colleghi più giovani è una costante ed emerge ancora dalle epistole del «devotissimo» Edoardo Sanguineti, non ancora giunto all’esordio ma le cui opinioni su Gozzano, Pascoli, Montale, nell’ottobre 1955, sono già ascoltate dal quasi settantenne Ungaretti. E in una breve lettera del 23 dicembre con l’augurio di un felice Natale Sanguineti comunica una notizia che l’ha reso «quasi delirante»: «il 19 ho avuto un figlio, e maschio; si chiamerà Federico. Non Le parlo delle molte, delle troppe emozioni (ho assistito con tanta angoscia e tanta gioia al parto di mia moglie)».
Tra i primi patrocinatori di Andrea Zanzotto c’è sempre Ungaretti, che nel 1954, al convegno letterario di San Pellegrino, pronuncerà un lusinghiero discorso sulla prima raccolta del poeta veneto, Dietro il paesaggio. Il 9 aprile 1955 Zanzotto esprime all’«Ill.mo maestro» la sua gratitudine per il «costante interessamento» nei suoi riguardi e per l’invio del bando del Premio Versilia. Il 2 luglio, deluso dall’esito dei suoi versi presso la critica, il giovane poeta ci tiene ad aggiungere: «E devo dirLe che la fiducia concessami da Lei mi aiuta immensamente a credere, e a fare quel poco che faccio (…). Davvero, mentre i critici oggi non sembrano vedere che romanzi e romanzetti, se non ci fossero i poeti, nostri fratelli maggiori, che si accorgono di noi giovani (ma, ormai, non tanto…) ci si dovrebbe disperare».
Devozione e riconoscenza anche quando viene chiamato a intervenire contro le censure dell’Italia bacchettona. Nel 1956 Ungaretti sarà sollecitato dall’amico Pasolini a testimoniare, con il linguista Alfredo Schiaffini, con il filologo Gianfranco Contini e con il critico Carlo Bo, a proposito di Ragazzi di vita, il romanzo che finì sotto processo, segnalato dal governo alla Procura di Milano per oscenità (sulla vicenda e sul lavoro di autocensura imposto da Garzanti a Pasolini sulle bozze del romanzo, una ricca e rigorosa ricostruzione di Silvia De Laude, I due Pasolini, è appena uscita per Carocci). Consapevole della stima di Ungaretti, che lo aveva invano promosso allo Strega e al Viareggio, Pasolini il 16 settembre ’55 scrive per ringraziare di un «tale impeto di simpatia». Ma è nell’estate dell’anno successivo che l’Sos pasoliniano si fa pressante in vista del processo del 4 luglio a Milano. La richiesta è di essere presente in tribunale: «Questo processo mi ha così umiliato e depresso in questi mesi che non sono più riuscito a lavorare al nuovo libro; e ha gettato l’orgasmo e l’inquietudine in mio padre e mia madre (…)». Non gli resta dunque che confidare «nell’entusiasmo e nella generosità» del vecchio amico. A causa della malattia della moglie, Ungaretti non potrà presenziare al processo, che si risolverà con l’assoluzione, anche grazie alla lunga dichiarazione ai giudici, in cui Ungaretti definisce Ragazzi di vita «uno dei migliori libri di prosa narrativa apparsi in questi anni in Italia» e Pasolini «lo scrittore più dotato che noi possediamo».
Una vita da «fratello maggiore» e nume tutelare. Alla cui «solidarietà umana e buon cuore» fece ricorso anche l’editore Vanni Scheiwiller nel 1955 quando con Diego Valeri promosse l’Appello in favore di Ezra Pound recluso senza processo nel manicomio criminale di Washington: e ovviamente Ungaretti non si tirò indietro intervenendo anche su «Epoca».
È alla generosità di Ungaretti che fa ricorso anche Mario Schifano quando finisce in carcere per una vicenda di droga. E in quattro paginette dell’autunno 1966 vergate a caratteri maiuscoli quasi infantili chiede al poeta di testimoniare a suo favore: «Io spero proprio che per il 10 non si trovi lontano da Roma, lei potrà aiutarmi a uscire da questa storia (lei sa tutto dal mio avvocato?). Comunque in prigione ho molto pensato e se uscirò farò molte cose nuove». L’artista si crogiola nel suo conclamato «maledettismo», annuncia la personale che presto si aprirà a Milano da Marconi: «tutto il mio lavoro da gennaio a luglio (bello, tutto coperto di plastica). Sarò molto triste il giorno 8… ma, in fondo, anche felice». Illustra i suoi progetti futuri, confessa di essere «innamoratissimo di una donna che si chiama Anna Carini, lei ancora non la conosce». Si interessa: «Lei sta bene? Viaggia sempre, sempre», prima di concedersi qualche confidenza più malinconica: «Il tempo è molto brutto, è proprio autunno, qui dentro non si è avvertito il passaggio dall’estate a ora (era sempre fresco!). Mariaccio Diacono [il suo segretario]? Io (le dirò) sono molto imbarazzato di dovermi trovare il prossimo giovedì in un tribunale, e così socialmente dover rispondere di qualcosa così poco asociale (ecco io non capisco ancora bene, ma cosa ho fatto contro chi, contro cosa…! Boh!). Però è chiaro che per questo dovrei uscire… Uff! Che noia una prigione, quanto tempo per niente. Sa? Sono 109 giorni che sono qui dentro, pensi io amo così tanto il sole il mare la luce. Grazie (e non così per dire) di tutto. Sono molto commosso». Era appena uscito, Ungaretti, dall’affaire Milena Milani, l’ex «comandante delle donne futuriste» il cui romanzo La ragazza di nome Giulio, uscito da Longanesi nel 1964, era stato accusato (e condannato) per oltraggio «al comune senso del pudore»: anche a lei, in sede di appello, il poeta aveva offerto «con tanto fervore e tanto accanimento» i suoi buoni uffici, lettere, recensioni, testimonianze a difesa. Gli arrivano ovvie parole di gratitudine: «Non so come ringraziarla di quanto ha già fatto. E di quanto farà». E naturalmente Ungaretti farà, come sempre.
Il 21 dicembre 1958, tre mesi dopo la morte della moglie, Jeanne Dupoix, Ungaretti conosce a Cervia, dove ha ricevuto la cittadinanza onoraria, una insegnante di francese romagnola di trentun anni, Jone Graziani. Ne nasce un carteggio amoroso che dura sei anni: 376 lettere quasi tutte inedite, 49 delle quali, «decisamente oscene» secondo la destinataria, furono da lei distrutte. 74 sono in francese. Il carteggio comprende cinque versioni di un componimento poetico dell’ultimo Ungaretti, inizialmente dedicato a lei e noto come Canto a due voci. Le lettere alla Graziani sono depositate a Parigi, Bibliothèque Littéraire Jacques Doucet. Nell’archivio messo all’asta se ne trovano due firmate da lei: sono lettere di attesa, in cui Jone lamenta la lontananza dell’amato, settantaduenne ancora attivissimo. Il 24 marzo 1960 sente «il grigiore di queste giornate senza le tue parole d’amore», confessa che «la tua voce mi dà una carica di forza che dura almeno qualche giorno, poi ricado nella malinconia e nella depressione». E il primo luglio scrive: «Mio carissimo amore, (…) sono molto sola e infinitamente triste. Quando ti allontani dall’Italia sento ancora più la mia solitudine (…). Vorrei tanto essere con te. Non mi hai voluta e ne sento amarezza». E ancora: «Chissà quante cose preziose hai nei tuoi cassetti. Io ho le tue lettere bellissime che rileggo spesso. E riguardo anche le nostre foto. Vorrei ancora le belle giornate con te. Sono tutta tua, mio tesoro. Ti bacia con amore la tua Jone». Tra qualche anno, come si sa, in Brasile arriverà un altro amore, molto molto più giovane, altre poesie, altre lettere.




sabato 9 giugno 2018

Corriere 9.6.18
il sondaggio
Il 49% apprezza il governo
di Nando Pagnoncelli


Un italiano su due apprezza il premier Conte: i consensi vanno oltre il bacino M5S-Lega. Immigrati e Fornero le priorità secondo gli elettori.
L’esordio del nuovo governo presieduto da Giuseppe Conte ha un buon livello di apprezzamento da parte dei cittadini, che fa da contraltare all’aspro dibattito che ha fatto seguito alla presentazione dell’esecutivo al Senato e alla Camera.
Un italiano su due (49%) lo gradisce molto (27%) o abbastanza (22%), mentre uno su tre poco (11%) o per nulla (22%) e il 18% sospende il giudizio. Si tratta di un gradimento che va al di là del bacino elettorale del M5S e della Lega che alle Politiche hanno ottenuto il voto da parte del 35,3% degli italiani (50,1% dei voti validi) e, stando ai sondaggi più recenti, verrebbero votati dal 39% degli elettori (58% dei voti validi). Infatti, oltre all’immaginabile consenso da parte degli elettori delle due forze della maggioranza, si registra il gradimento del 42% degli elettori di Forza Italia e il 37% degli elettori di tutti gli altri partiti di opposizione, con l’eccezione dei dem, tra le cui fila solo il 14% esprime una valutazione positiva a fronte di un 73% di pareri negativi.
L’indice di gradimento, calcolato escludendo coloro che non esprimono un giudizio, si attesta a 60 e risulta sostanzialmente in linea con la maggior parte dei governi che lo hanno preceduto, se si eccettuano il governo Prodi (indice 54), nato dopo il famoso «pareggio» alle elezioni del 2006, e il governo Gentiloni che all’esordio fu penalizzato dalla continuità con il governo Renzi e dall’aspettativa delusa di elezioni da parte di coloro che avevano votato No al referendum costituzionale.
Il presidente Conte ottiene un gradimento analogo a quello del suo esecutivo (48% giudizi positivi e 36% di negativi) ma un italiano su quattro (24%) non è in grado di esprimere una valutazione.
Tra i provvedimenti previsti dal contratto di governo, quelli che si vorrebbe venissero realizzati con maggiore urgenza sono innanzitutto le misure di controllo dei flussi migratori e di contrasto alla clandestinità (37%) e le modifiche alla riforma Fornero (32%), seguiti dagli interventi sul Jobs act (21%), dall’introduzione della flat tax (16%); chiudono la graduatoria il reddito di cittadinanza e la cosiddetta «pace fiscale», entrambi al 12%, mentre quasi un italiano su quattro (23%) dichiara di non gradire nessuno degli interventi elencati.
Da ultimo, il sondaggio odierno fa registrare una limitata fiducia (36%) nella possibilità che il programma possa essere realizzato senza mettere a rischio la tenuta dei conti pubblici.
Il consenso che accompagna il neonato governo Conte va principalmente ricondotto a tre ragioni: la prima riguarda la fine della lunga fase di stallo istituzionale che aveva alimentato una situazione di incertezza sul futuro e acuito le già diffuse preoccupazioni degli italiani per la situazione economica personale e del Paese. La seconda riguarda l’apprezzamento trasversale di alcuni dei temi previsti nel programma del governo: è infatti interessante osservare come, sia pure con accentuazioni diverse, alcuni provvedimenti siano auspicati anche dagli elettori dell’opposizione, compreso quelli del Pd (che appaiono i più distanti dall’attuale esecutivo) una parte dei quali non sembra disdegnare il contrasto all’immigrazione clandestina, le modifiche alla Fornero e al Jobs act (quest’ultimo in misura addirittura superiore ai leghisti). Infine, come più volte sottolineato, l’esecutivo gialloverde nasce all’insegna del cambiamento. L’ennesimo, verrebbe da dire. Ed è proprio sulla percezione di cambiamento che si giocherà il consenso futuro a governo, premier, forze politiche della maggioranza e loro leader. Da un lato perché non è sembrato chiaro in che cosa si sostanzi il cambiamento reclamato dagli elettori (di contenuti? di leader? di prassi politiche? di stile comunicativo?), dall’altro perché il contratto di governo appare davvero ambizioso sia per la tenuta dei conti pubblici che per le priorità dei provvedimenti da adottare che risultano un po’ diverse nei due differenti elettorati della maggioranza.
Ma non è affatto detto che l’eventuale mancato rispetto del contratto possa determinare una repentina perdita di consenso, come conseguenza della delusione per le aspettative suscitate. In precedenti circostanze infatti la mancata realizzazione del programma è stata gestita in chiave politica e di contrapposizione identitaria. Il ricorso a argomenti del tipo: «non li lasciano lavorare»», «hanno troppi nemici», «non sono responsabili della situazione che hanno ereditato», «in ogni caso sono meglio degli altri», ha consentito di limitare i danni.

Repubblica 9.6.18 
Le scelte dei partiti
Se la sinistra dimentica il socialismo
di Nadia Urbinati


Mentre a Roma il professor Conte faceva il suo discorso di investitura alle Camere e riceveva il sostegno di una coalizione giallo-verde e un poco nera, a Madrid nasceva il nuovo governo a guida socialista (primo in Europa con una maggioranza di ministre) dopo le dimissioni del conservatore Rajoy, sfiduciato dal Parlamento dopo una sentenza per corruzione che ha coinvolto il suo partito. Sánchez, il leader socialista del nuovo governo spagnolo, ha rifiutato di giurare sulla Bibbia. Salvini, uno dei due leader del nostro governo, ama sventolare il Vangelo e il rosario. La differenza tra i due Paesi non riguarda solo il colore del governo. La Spagna non ha mai cessato di avere un Partito socialista che non disdegna di identificarsi con le idee socialiste. Difficile dire cosa sia il nostro Partito democratico, che sembra aver scelto questo aggettivo per non doversi più qualificare. In Italia vi è timidezza per non dire ostilità a dichiararsi di sinistra — i leader del Pd preferiscono termini come “progresso” o “innovazione”; la loro aspirazione è stata sciogliere i lacci del pubblico, non solo quelli obsoleti di una burocrazia arrugginita, ma anche quelli che servono a limitare il potere di chi ha più potere; hanno alleggerito i diritti del lavoro e tolto risorse alla scuola; hanno ignorato aree del Paese. Insieme all’aggettivo “socialista” hanno rinunciato a politiche socialdemocratiche. Anche se Renzi è stato velocissimo ad aderire al Partito socialista europeo, si sono ben guardati dall’usare l’aggettivo socialista. Il linguaggio nomina e crea. L’assenza del nome rende la cosa che quel nome designa evanescente. L’assenza della parola socialismo dal vocabolario della sinistra italiana, non solo del Pd, denota la trascuratezza di alcuni principi: uguaglianza di condizione per godere di una cittadinanza non fittizia; solidarietà con chi ha bisogno di intervento sociale, non per elargire pochi denari ma per “rimuovere gli ostacoli” che impediscono di godere della libertà che i diritti riconoscono; libertà di progettare e fare, di respirare a pieni polmoni la condizione umana. Insieme a questi nomi di principi sono stati accantonati i nomi di condizioni problematiche. Non si parla di sfruttati, di cittadini privati di una vita dignitosa; si parla invece di umili e ultimi, termini manzoniani che inducono alla carità, incapaci di ispirare contestazione ed emancipazione. Le parole designano un mondo insieme a ciò che nominano, la loro assenza indica l’assenza della volontà creatrice di quel mondo. In tempi difficili, le parole potrebbero portare alla superficie la tradizione liberalsocialista che le ha coltivate, una ricchezza della quale vi è bisogno per poter dire perché ha senso essere di sinistra. Vi è bisogno ora, che alla sinistra spetta l’opposizione a una maggioranza che si è appropriata di esigenze tradizionalmente di sinistra. Il socialismo è un’idea nobile, che fa della libertà e dignità della persona il principio di riferimento in relazione al quale diagnostica e denuncia l’arbitrio. Chi voglia andare ai fondamenti dell’idea di giustizia, scriveva Carlo Rosselli nel 1930, incontrerà la libertà perché incontrerà il valore della persona. La sinistra ha una lingua, una storia, autori e libri sulla visione socialista. La quale è nata come rivolta morale contro l’ingiustizia economica e sociale, contro il potere dei pochi sui molti; si è servita dei movimenti politici per denunciare l’ingiustizia, ma anche per correggerla, quando era sfruttamento, discriminazione contro i diversi e intolleranza.

il manifesto 9.6.18
Imola ultima corsa per il Pd smarrito
Amministrative . Nell’ex roccaforte dell’Emilia «rossa» test sull’onda grillina. LeU divisa, Mdp fuori gara
di Giovanni Stinco


IMOLA «Cerchiamo di vincere ad Imola e dare una grande spallata al Pd, e poi si vedrà. È chiaro che le prospettive sono importanti, il Movimento 5 Stelle potrà diventare il primo attore anche a livello regionale». Sta un po’ tutto qui, in queste frasi del grillino Massimo Bugani, il senso politico di quel che potrebbe succedere domenica, e poi nel quasi certo ballottaggio del 24 giugno.
A IMOLA, 40 KM DA BOLOGNA, arrivano le elezioni amministrative e il Pd, qui al governo da 72 anni, potrebbe fare la figura del vecchio pugile con poco fiato che sale per l’ultima volta sul ring. Già suonato e sconfitto dalla batosta elettorale del 4 marzo, che ha visto in città centro destra, Movimento 5 stelle e democratici praticamente affiancati in termini di consenso. E ora proprio queste tre forze si sfidano per la città che fu del socialista Andrea Costa.
Se i democratici e i loro alleati – come tutti danno per certo – andranno al secondo turno in vantaggio, dovranno vedersela con i voti di Lega e Movimento 5 Stelle, due forze che in Emilia-Romagna si stanno corteggiando tra dichiarazioni e promesse di futuri matrimoni d’interesse, sulla falsariga di quanto successo a Roma. Il film per il centro-sinistra non sarebbe inedito: già a Parma nel 2012 al secondo turno i voti della destra e degli elettori 5 Stelle si coalizzarono «naturalmente» per battere il candidato Pd, e Federico Pizzarotti prese la città che Beppe Grillo aveva definito la «nostra piccola Stalingrado».
DA PARMA IL MOVIMENTO prese il volo anche a livello nazionale, e ora si ritrova al governo. Da Imola, è la speranza dei vertici 5 Stelle, potrebbe partire la volata per le elezioni regionali del 2019. Non è una storia già scritta ovviamente, ma solo il fatto che si possa immaginare un destino del genere per Imola e l’Emilia ormai non più rossa è una novità assoluta per territori dove la sinistra da decenni non ha mai avuto reali contendenti.
Per non perdere, il Partito democratico ha schierato i big, da Graziano Delrio a Paolo Gentiloni. La speranza è quella di vincere subito al primo turno. Perché, come dicono i militanti, «se non si vince al primo giro, poi finisce male».
GENTILONI MERCOLEDÌ SERA ha riempito la piazza a Imola, strappato applausi su applausi e chiesto l’unità del centro-sinistra, «cattolici, civici, partiti, espressione del volontariato», «perché è con queste alleanze larghe che dobbiamo combattere e tornare a vincere, non solo a Imola ma nel nostro Paese». Nella prima uscita pubblica da ex presidente del Consiglio Gentiloni ha però anche elencato le colpe del Pd e del suo governo, ha citato (ringraziandolo per il lavoro svolto) l’ex ministro Poletti, anche lui sul palco ma in completo silenzio, e subito dopo ha ricordato che certi contratti di lavoro «fanno a pugni con la dignità delle persone», «perché se tu guadagni pochi euro l’ora e hai condizioni di lavoro instabili quello è un lavoro, ma non è il lavoro di cui parla la Costituzione». Applausi scroscianti per frasi che in campagna elettorale non si sono mai sentite dalle parti di Renzi e compagni.
TRA I MILITANTI PERÒ SERPEGGIA la paura di perdere una delle ultime roccaforti del Pd in Regione, una città che è sempre stata rossa e dove il Pd non hai mai dovuto preoccuparsi delle opposizioni. Questa volta sarà diverso e la candidata del Pd, la civica Carmela Cappello (e pure questa è una piccola grande novità per un partito abituato all’autosufficienza), dovrà contendere ogni singolo voto ai suoi due sfidanti: Giuseppe Palazzo, candidato del centro destra – paradosso dei paradossi per un civico nato politicamente nell’Asinello di Prodi – e la pentastellata Manuela Sangiorgi.
«NON LO SO SE QUESTA VOLTA ce la facciamo, certo Imola ha una tradizione storicamente radicata, ma proprio per questo perdere qui farebbe molto più male che altrove», dice un militante storico che è transitato da tutte le trasformazioni di quel che fu il Pci. «C’è molta confusione, a Imola come a Roma. Renzi? Meglio non sia venuto, siamo contenti con Gentiloni», aggiunge un’elettrice di 60 anni, grosso modo l’età media dei presenti al comizio. Prova a convincere e mobilitare i suoi e non solo il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini: «Dico agli elettori: potete aver votato per altro il 4 marzo, ma qui dovete scegliere per chi governerà il Comune nei prossimi cinque anni».
IL RAGIONAMENTO È SEMPLICE, chi non ha scelto il Pd a livello nazionale deve ricordarsi che Imola resta una città relativamente ricca, senza grosse sacche di povertà e con una qualità della vita che molti giudicano invidiabile. «Non riesco a capire perché non votare chi per decenni ha garantito tutto questo», dice un iscritto Pd sotto al palco mentre aspetta l’inizio del comizio. La retorica degli sfidanti è tutta sulla contrapposizione vecchio contro nuovo, integrati contro esclusi e travolti dalla crisi (che anche a Imola ci sono).
«È INIZIATO IL CONTO alla rovescia: per la sinistra sono le ultime ore di esercizio di un potere dispotico», attacca Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia che il 4 marzo ha sconfitto l’ex ministro Franceschini nel vicino collegio di Ferrara. Quello di Imola sarà un test forse nazionale, sicuramente regionale, per capire se la marea giallo-verde continuerà a salire, oppure se l’onda si arresterà alle porte di Bologna.
Infine c’è Liberi e Uguali. A Imola non ha retto la prova, e si è subito diviso in due pezzi. Art.1-Mdp (che qui vuol dire Vasco Errani) ha scelto di appoggiare la candidata del Pd, mentre Possibile e Sinistra Italiana hanno deciso per una lista non collegata alla coalizione democratica. Curioso il nome: «Sinistra unita».

il manifesto 9.6.18
Le élites che Freccero non vede
di Alessandro Dal Lago


Non solo: questo «buonismo» impedirebbe di comprendere le vere ragioni della crisi migratoria e dei rifugiati – e quindi di risolverle.
Non si tratta di tesi nuove. La troviamo nelle «analisi» del pensatore Diego Fusaro e, con accenti diversi nell’ultimo Žižek e in tanti minori che si sono presi l’onere di difendere le ragioni della classe operaia tradita dalle élites. Ma è anche senso comune di ogni destra, dalla rozza Alt Right americana a quella più raffinata di «The Spectator» e alla nostrana di Il giornale e di Libero. Ora, fa una certa impressione che siano sedicenti filosofi, star del pensiero, giornalisti di qua e di là dall’Atlantico e notissimi media men come Freccero, membro del Consiglio di amministrazione della Rai, a insorgere in nome del popolo contro le élites. Soprattutto in un momento in cui padroni del paese sono diventati esponenti politici dell’imprenditoria ruspante del Nord est e un bel gruppo di arrampicatori politici governati dalla Casaleggio & Associati e da un ex del Grande Fratello.
Sembra giunto il momento di smetterla con la contrapposizione ideologica popolo/élites e di rispolverare invece la vecchia idea della circolazione o meglio dell’alternanza delle «élites», vanto della scienza politica italiana di un secolo fa e presente anche in Gramsci. Il ceto politico della seconda repubblica (per capirsi, Berlusconi e Renzi) ha fallito per la sua incapacità di interpretare i bisogni sociali, è vero (anche se non si vede dove sia mai stato il loro «buonismo»). Tuttavia, oggi al potere non c’è il popolo, ma una nuova élite di cui non è difficile individuare i tratti distintivi di ceto: la classica destra padana operosa, innovativa ma parrocchiale e reazionaria, e gli homines novi del M5S, in parte sovrapponibili alle avanguardie padane e in parte espressione di quei ceti medi marginali, ma abbacinati dal potere, ben rappresentati dalle carriere di Di Maio, Di Battista, Fico e tanti altri. Se questo è il popolo…
Sorprende che un osservatore dei media come Freccero non dica nulla della capacità affabulatoria delle nuove destre, giocata sui social, sull’uso incessante di Twitter e Facebook – esattamente come il loro corrispettivo Trump, che piace tanto a Beppe Grillo. Ma il punto è soprattutto l’offerta politica in larga parte simbolica che le nuove destre hanno presentato al «popolo» e cioè agli elettori. Promettiamo pane ai poveri (reddito di cittadinanza) e brioches ai ricchi (flat tax). Tuttavia, nell’attesa probabilmente lunga di realizzare questi sogni, vi diamo identità (no ai migranti), impunità (espansione della legittima difesa) e vendetta («certezza della pena», più carceri, agenti provocatori ecc.).
Dove la retorica popolare di Freccero (non dimentichiamolo, nominato alla sua carica in quota M5S) si sgonfia è nella pretesa che il «politicamente corretto» delle élites avrebbe causato, in nome dei «diritti umani», le crisi migratorie e dei rifugiati. Questa è un’idea alla Bannon che non ha alcun riscontro nella realtà. Afghanistan, Iraq, Siria, Libia sono stati teatro di scontri egemonici tra Usa, Russia, Turchia, alcuni paesi europei, stati del Golfo ecc. che, qualche volta, hanno usato la retorica dei «diritti umani» come mero paravento per giustificare la guerra. Ma tra «diritti umani», petrolio ed egemonia geopolitica ci sono delle differenze che un leader dei media dovrebbe comprendere.
Un discorso analogo vale per i migranti in senso stretto (oggi difficili da distinguere dai rifugiati). I fattori motivanti delle migrazioni sono troppo complessi per essere ridotti alla favoletta del «politicamente corretto» delle élite dei «diritti umani».
Una volta che i migranti si siano messi in moto verso l’Europa o il mondo sviluppato, salvarli se rischiano di annegare, e accoglierli se sopravvivono, è un minimo imperativo morale, se le nostre società non vogliono regredire al 1933.

il manifesto 9.6.18
Il nanismo della sinistra e il gigante populista
di Antonio Gibelli


Certo: è accaduto qualcosa di grave che segnerà la nostra vita e la nostra storia e che si inscrive nel corso iniziato circa un quarto di secolo fa con l’apparizione della stella berlusconiana e la conquista del potere da parte del magnate dell’etere.
NEL TRACIMARE DELL’ONDATA populista c’è il segno di una drammatica sconfitta, di una vera e propria «apocalisse culturale» da cui non si sa come e quando riusciremo a risollevarci. Ma qui si ferma il mio accordo e vorrei spiegare perché.
Innanzitutto, la questione Mattarella. Non va dimenticato il contesto nel quale ha svolto il suo ruolo. Era in corso la formazione di un governo sostenuto da una forza apertamente sovranista e antieuropeista (rapporti di amicizia e di intesa con Le Pen, modelli come Trump, Orban e Putin) e da un’altra che in vista dell’accesso al potere aveva frettolosamente smentito atteggiamenti molto simili tenuti in passato. I 5Stelle hanno fin qui tenuto su molti punti condotte opache, ambigue e variabili fino alla giravolta, dettate da una guida dall’alto (Grillo), e dal segreto delle valutazioni dell’audience compiute da una società privata di servizi informatici (Casaleggio): è nella natura essenziale dei «populismi dell’audience» (Nadia Urbinati) di orientarsi secondo le pulsioni indistinte contro le élite politiche, allo scopo di sostituirsi ad esse, quali che siano i contenuti di tali pulsioni.
IL PRESIDENTE SI È MOSSO PER fronteggiare questa sgangherata offensiva usando le sue prerogative costituzionali, anche se i pareri su questo non sono unanimi. Conosciamo il seguito: quello che Revelli banalizza come «idiozie di Di Maio sull’impeachment», in realtà un’esplicita minaccia fatta gravare sul massimo garante dell’unità nazionale, misura dell’azzardo che il capo del movimento era disposto a giocare in vista del potere. Quanto alla chiamata a raccolta del “popolo” contro le istituzioni, destinata a inquinare la festa stessa della Repubblica, ormai è dietro le spalle ma è stato un segno di cinismo che non possiamo archiviare.
PIÙ IMPORTANTE È IL PROBLEMA dell’esito della crisi. Su un punto Revelli ha ragione: «Costa dirlo, fa male, ma questa ‘cosa’ bicolore, gialla e verde con molte sfumature di bianco e anche di nero, è in fondo, tra tutte le formule possibili, la più consonante con gli umori ‘del Paese’ così come si sono espressi nel voto, nel suo carattere devastante». Ma se così è, come si può continuare a fare del Pd il principale responsabile della catastrofe, come «chi, anche con poco, senza particolare fantasia, solo provando a restare se stesso, e mantenendo un minimo di rispetto per il proprio ‘popolo’, avrebbe potuto evitarlo?» Perché mai il Pd avrebbe dovuto imbarcarsi nell’avventura improbabile di sostenere da sconfitto un governo fondato su un vincitore trionfante e tracotante? Con quale esito se non essere additato come responsabile di inadempienze e fallimenti e sbeffeggiato per il suo ennesimo accordo di potere? Chi – in buona fede – ha esortato il Pd a fare questa scelta, ha come minimo sopravvalutato la sua forza contrattuale nel contesto della sconfitta ignorando la sproporzione tra costi e benefici non per il Pd ma per la democrazia, minacciata da una nanificazione dell’opposizione che è uno dei pericoli incombenti dei populismi al potere.
ARRIVIAMO COSÌ ALL’ULTIMA questione: quella delle cause del disastro. Revelli riconosce che la responsabilità è di tanti, anzi di tutti coloro che lo paventavano e ora lo subiscono. La vittoria plateale e massiccia delle destre «è la conseguenza più diretta della lunga catena di errori, inadeguatezze, atti mancati e misfatti compiuti, diserzioni e abbandoni che sul fronte del centro-sinistra hanno costellato l’ultima fase di auto-liquidazione e di masochismo. E rispetto alla quale nessuno, nemmeno noi, può considerarsi innocente». E’ così, e andrei anche più indietro ma sarei anche più magnanimo.
QUESTA SCONFITTA VIENE DA lontano e dal profondo. Non dal tradimento dei sacri principi ma dalla difficoltà di elaborare un pensiero e una prassi adeguata al mutamento radicale della storia: globalizzazione, rivoluzione informatica e neoliberismo trionfante, sconvolgimento nei modi di produzione e nella struttura del mercato del lavoro. Il capitalismo si è rivelato ancor più vitale di quanto già non sapessimo ( al punto che oggi si dice comunista un gigantesco Paese che ne ha adottato i moduli e ne rincorre lo sviluppo). Il comunismo realizzato, assai peggiore di quanto non avessimo immaginato. Noi – che oggi ricordiamo il Sessantotto – pensavamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato se stesso e ha cambiato noi senza che fossimo capaci di capirlo per tempo e di fronteggiare il terremoto. E’ questo il punto cruciale di una riflessione non autolesionista.
C’È UN PROBLEMA SEMPRE aperto di rapporto tra dinamica degli eventi e soggettività politica. Gli errori degli oppositori furono certo un aspetto della vittoria fascista. L’altro fu la potenza dei sommovimenti della storia, che aveva attraversato una fase di modernizzazione altrettanto accelerata a cavallo tra i due secoli e usciva dalla catastrofe senza precedenti della prima guerra mondiale. Per molto tempo, gli antifascisti si rinfacciarono l’un l’altro le responsabilità della sconfitta trascinando la diatriba in un’interminabile scia di risentimento, gelosie e rivalità. Solo quando si cominciò a chiudere il contenzioso sul passato e a guardare al presente e al futuro, e si cercò di unire le forze per tentare di aprire una breccia nel regime, il futuro diventò possibile. Mutatis mutandis – lo dico anch’io con Revelli – questo insegnamento potrebbe ancora esserci utile, senza guardare alla luna.

il manifesto 9.6.18
Il nanismo della sinistra e il gigante populista
di Antonio Gibelli


Certo: è accaduto qualcosa di grave che segnerà la nostra vita e la nostra storia e che si inscrive nel corso iniziato circa un quarto di secolo fa con l’apparizione della stella berlusconiana e la conquista del potere da parte del magnate dell’etere.
NEL TRACIMARE DELL’ONDATA populista c’è il segno di una drammatica sconfitta, di una vera e propria «apocalisse culturale» da cui non si sa come e quando riusciremo a risollevarci. Ma qui si ferma il mio accordo e vorrei spiegare perché.
Innanzitutto, la questione Mattarella. Non va dimenticato il contesto nel quale ha svolto il suo ruolo. Era in corso la formazione di un governo sostenuto da una forza apertamente sovranista e antieuropeista (rapporti di amicizia e di intesa con Le Pen, modelli come Trump, Orban e Putin) e da un’altra che in vista dell’accesso al potere aveva frettolosamente smentito atteggiamenti molto simili tenuti in passato. I 5Stelle hanno fin qui tenuto su molti punti condotte opache, ambigue e variabili fino alla giravolta, dettate da una guida dall’alto (Grillo), e dal segreto delle valutazioni dell’audience compiute da una società privata di servizi informatici (Casaleggio): è nella natura essenziale dei «populismi dell’audience» (Nadia Urbinati) di orientarsi secondo le pulsioni indistinte contro le élite politiche, allo scopo di sostituirsi ad esse, quali che siano i contenuti di tali pulsioni.
IL PRESIDENTE SI È MOSSO PER fronteggiare questa sgangherata offensiva usando le sue prerogative costituzionali, anche se i pareri su questo non sono unanimi. Conosciamo il seguito: quello che Revelli banalizza come «idiozie di Di Maio sull’impeachment», in realtà un’esplicita minaccia fatta gravare sul massimo garante dell’unità nazionale, misura dell’azzardo che il capo del movimento era disposto a giocare in vista del potere. Quanto alla chiamata a raccolta del “popolo” contro le istituzioni, destinata a inquinare la festa stessa della Repubblica, ormai è dietro le spalle ma è stato un segno di cinismo che non possiamo archiviare.
PIÙ IMPORTANTE È IL PROBLEMA dell’esito della crisi. Su un punto Revelli ha ragione: «Costa dirlo, fa male, ma questa ‘cosa’ bicolore, gialla e verde con molte sfumature di bianco e anche di nero, è in fondo, tra tutte le formule possibili, la più consonante con gli umori ‘del Paese’ così come si sono espressi nel voto, nel suo carattere devastante». Ma se così è, come si può continuare a fare del Pd il principale responsabile della catastrofe, come «chi, anche con poco, senza particolare fantasia, solo provando a restare se stesso, e mantenendo un minimo di rispetto per il proprio ‘popolo’, avrebbe potuto evitarlo?» Perché mai il Pd avrebbe dovuto imbarcarsi nell’avventura improbabile di sostenere da sconfitto un governo fondato su un vincitore trionfante e tracotante? Con quale esito se non essere additato come responsabile di inadempienze e fallimenti e sbeffeggiato per il suo ennesimo accordo di potere? Chi – in buona fede – ha esortato il Pd a fare questa scelta, ha come minimo sopravvalutato la sua forza contrattuale nel contesto della sconfitta ignorando la sproporzione tra costi e benefici non per il Pd ma per la democrazia, minacciata da una nanificazione dell’opposizione che è uno dei pericoli incombenti dei populismi al potere.
ARRIVIAMO COSÌ ALL’ULTIMA questione: quella delle cause del disastro. Revelli riconosce che la responsabilità è di tanti, anzi di tutti coloro che lo paventavano e ora lo subiscono. La vittoria plateale e massiccia delle destre «è la conseguenza più diretta della lunga catena di errori, inadeguatezze, atti mancati e misfatti compiuti, diserzioni e abbandoni che sul fronte del centro-sinistra hanno costellato l’ultima fase di auto-liquidazione e di masochismo. E rispetto alla quale nessuno, nemmeno noi, può considerarsi innocente». E’ così, e andrei anche più indietro ma sarei anche più magnanimo.
QUESTA SCONFITTA VIENE DA lontano e dal profondo. Non dal tradimento dei sacri principi ma dalla difficoltà di elaborare un pensiero e una prassi adeguata al mutamento radicale della storia: globalizzazione, rivoluzione informatica e neoliberismo trionfante, sconvolgimento nei modi di produzione e nella struttura del mercato del lavoro. Il capitalismo si è rivelato ancor più vitale di quanto già non sapessimo ( al punto che oggi si dice comunista un gigantesco Paese che ne ha adottato i moduli e ne rincorre lo sviluppo). Il comunismo realizzato, assai peggiore di quanto non avessimo immaginato. Noi – che oggi ricordiamo il Sessantotto – pensavamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato se stesso e ha cambiato noi senza che fossimo capaci di capirlo per tempo e di fronteggiare il terremoto. E’ questo il punto cruciale di una riflessione non autolesionista.
C’È UN PROBLEMA SEMPRE aperto di rapporto tra dinamica degli eventi e soggettività politica. Gli errori degli oppositori furono certo un aspetto della vittoria fascista. L’altro fu la potenza dei sommovimenti della storia, che aveva attraversato una fase di modernizzazione altrettanto accelerata a cavallo tra i due secoli e usciva dalla catastrofe senza precedenti della prima guerra mondiale. Per molto tempo, gli antifascisti si rinfacciarono l’un l’altro le responsabilità della sconfitta trascinando la diatriba in un’interminabile scia di risentimento, gelosie e rivalità. Solo quando si cominciò a chiudere il contenzioso sul passato e a guardare al presente e al futuro, e si cercò di unire le forze per tentare di aprire una breccia nel regime, il futuro diventò possibile. Mutatis mutandis – lo dico anch’io con Revelli – questo insegnamento potrebbe ancora esserci utile, senza guardare alla luna.

Repubblica 9.6.18
Veltroni: “La sinistra c’è ma servono nuovi leader ”
A Bologna confronto su “dov’è finita la politica”. Mauro: “Rilanciare l’uguaglianza”
di Eleonora Capelli


Bologna La piazza che cerca un’alternativa di governo a sinistra si è trovata ieri a Bologna, all’ombra delle Due Torri, con gli ospiti de La Repubblica delle Idee. Walter Veltroni, primo segretario del Pd, ha indicato la sua strada nel solco degli interventi di Romano Prodi (intevenuto giovedì) e Paolo Gentiloni. «Il Pd deve essere una forza di sinistra – ha detto – non certo Zelig. La differenza tra sinistra e destra è ancora evidente. Se si dice che non ci sono più destra e sinistra, rimane solo la destra. Invece la sinistra c’è, ma è scomparsa dai luoghi in cui è sempre stata. Nel 2008 avevamo 12 milioni di voti, oggi ne abbiamo la metà. Dove sono finiti? Si sono dispersi in mille rivoli. La domanda c’è, è l’offerta che manca » . Dove e come costruire l’alternativa? «Ritrovando il Pd che c’era alle origini, ma con persone nuove. Il partito non può essere quello che è stato in questi anni, fatto di capi bastone e capi corrente. Deve essere un luogo meravigliosamente libero. Se sarà questo, alla fine di questo pasticcio, darà una risposta innovativa. Ma solo se ritroverà la sua identità, i suoi valori e la sua storia ».
L’impasse della sinistra è stata al centro anche di un altro dibattito della kermesse di Bologna. Con il direttore di Repubblica Mario Calabresi si sono confrontati il direttore de L’Espresso, Marco Damilano, Ezio Mauro ( di cui è stata ricordata anche la paternità de La Repubblica delle Idee), Lucia Annunziata dell’Huffington
Post, gli editorialisti Stefano Folli e Massimo Giannini e il politologo Piero Ignazi. A fornire più di uno spunto sono state le riflessioni di Veltroni che ha ricordato come «perdere un referendum che proponeva la diminuzione dei parlamentari sia stato un capolavoro che ci potevamo evitare», riferendosi alla riforma costituzionale bocciata nelle urne. «Oggi il tema delle riforme istituzionali non esiste più - ha notato l’ex segretario dem - e abbiamo una legge proporzionale pura che ha portato all’accordo Lega- M5S e poteva portare a quello tra Pd e Forza Italia. Questo perchè il sistema toglie ai cittadini la possibilità di scegliere. Invece abbiamo bisogno di una democrazia dell’alternanza, altrimenti la corrosione della democrazia andrà avanti » . Veltroni vede un’Italia ferma alla Prima Repubblica, al 1978 e alle «convulsioni seguite alla tragedia di Moro». «Oggi i partiti sono sequestrati da poche persone, che decidono per tutti – sostiene Veltroni –. Dobbiamo dedicarci alla costruzione dell’alternativa. Il governo appena varato farà fatica a corrispondere alle aspettative. Dopo, vincerà chi avrà costruito un’alternativa, non chi avrà urlato più forte».
Per Ezio Mauro la sinistra « ha buttato via le parole uguaglianza e solidarietà, perché pensava che suonassero vecchie, invece il problema era che non suonavano autentiche » . E ha aggiunto: « Riferendosi ai dirigenti della sinistra, Bobbio diceva: si interrogano sul loro destino e non capiscono che dipende dalla loro natura. Risolvano il problema della loro natura e risolveranno il loro destino».
Un destino che per Marco Damilano è quello di «lavorare adesso sulle contraddizioni che si aprono nell’accordo tra 5 Stelle e Lega, una spazio per chi vuole fare politica che è bene che si apra il prima possibile » . Per Stefano Folli però « quando si arriverà alla crisi di questo assetto, l’uscita da questa crisi sarà a destra » . «Chi ha più filo da tessere è la Lega di Salvini – ha detto Folli – e questo è il grande pericolo che abbiamo davanti » . « Salvini può permettersi la politica dei due forni - ha notato Giannini - perché ha Berlusconi come Cavalier servente » . Calabresi ha messo l’accento sul rischio che Salvini parta proprio dal fare «quelle cose che costano poco ma portano un alto guadagno in propaganda » , andando a incidere sui diritti. Mentre per Lucia Annunziata il rischio più alto è « nelle leadership molto incoerenti e molto opache » come quelle che i 5Stelle hanno saputo costruire, anche grazie al ruolo della Casaleggio Associati nel fornire la piattaforma per la democrazia diretta. Per Piero Ignazi gli elementi di distanza tra Lega e 5 Stelle potranno «cementare il rapporto invece che allontanarlo». E Mauro è tornato ai vuoti di analisi del Pd: « Il Pd ha il dovere di un rendiconto su quanto accaduto il 4 marzo, ma i suoi elettori lo stanno ancora aspettando».
Nella giornata di dibattiti di ieri anche un focus sul rapporto populismo- democrazia, di cui hanno discusso Ilvo Diamanti, Massimo Giannini e Yascha Mounk.

Repubblica 9.6.18
L’altro summit
Ma Putin vola dal grande amico Xi. Per fare affari
di Filippo Santelli


Pechino
Se quello di Trump era un tentativo di tirarlo verso Occidente, riavvicinandolo al G7, ieri Vladimir Putin gli ha mostrato che la Russia sta bene anche dalla parte opposta del mondo. A fianco al «grande amico » Xi Jinping, leader dell’altra potenza che mette in discussione l’ordine globale a trazione americana. Ieri nella Grande Sala del Popolo di Pechino il presidente cinese ha messo al collo di Putin la dorata Medaglia dell’amicizia, un alto riconoscimento inaugurato per l’occasione. I due hanno poi firmato una serie di accordi commerciali da circa 4 miliardi di dollari, in particolare sul nucleare civile. E da oggi, al summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, sorta di anti G8 d’Asia di cui Mosca e Pechino sono ispiratrici, proveranno a tirare dalla loro un grande tradito da Trump, cioè l’Iran.
«La nostra è la relazione più profonda tra maggiori Paesi del mondo » , ha detto Xi, definendo Putin «il suo più intimo amico». In realtà tra Cina e Russia fino a oggi il rapporto è stato caldo ai vertici ma freddo alla base, nelle relazioni economiche. Al di là della retorica infatti investimenti e interscambi restano limitati. I 100 miliardi di dollari di commerci che Putin ha indicato come obiettivo per il 2018 sono molti meno di quelli tra Russia e Europa, nonostante le sanzioni, o tra Cina e Stati Uniti, nonostante le minacce di dazi. L’allineamento però è soprattutto geopolitico: Russia e Cina si sono garantite appoggio nelle rispettive rivendicazioni, Crimea e Pacifico, e hanno la stessa posizione sulla Corea del Nord. È un asse “ della convenienza” più che una visione condivisa dell’ordine globale. Eppure, proprio grazie a Trump, oggi trova un nuovo punto di convergenza sull’Iran. Dal momento in cui la Casa Bianca ha stracciato l’intesa sul nucleare, Pechino ha iniziato a corteggiare Teheran. «Faremo tutto il possibile per preservare un accordo » , hanno detto Xi e Putin che oggi proveranno a convincere il presidente iraniano Rouhani.

Repubblica 9.6.18
Direttiva segreta
Mosca distrugge le schede sui detenuti nei Gulag– Rosalba Castelletti– Rosalba Castelletti
di Rosalba Castelletti

MOSCA, RUSSIA Dopo gli arresti e le esecuzioni di milioni di cittadini sovietici durante gli anni delle Grandi Purghe staliniane, un nuovo genocidio. Quello della memoria. Gli archivi di tutta la Russia stanno distruggendo le famigerate kartochki, le schede dei detenuti dei Gulag, sulla base di una direttiva segreta del 2014. «Mantenere i documenti che riguardano quel periodo storico è estremamente importante», ha denunciato il direttore del Museo della Storia del Gulag Roman Romanov chiedendo in una lettera al leader del Cremlino Vladimir Putin e a Mikhail Fedotov, il presidente del Consiglio per i diritti umani, d’intervenire.
Quando un detenuto moriva nel Gulag, la sua cartella veniva archiviata a tempo indeterminato, spiega Romanov. Se invece era liberato, la cartella veniva distrutta, ma la kartochka – la scheda con dati anagrafici e informazioni sulla carcerazione – veniva conservata. È solo dall’esame di queste schede che si può scoprire se un condannato è sopravvissuto o è stato trasferito da un campo a un altro. Persa la scheda, finisce nell’oblio. A fare la scoperta è stato Serghej Prudovskij, ricercatore del museo. Mesi fa cercava notizie su Fjodor Ciazov, contadino vittima delle repressioni staliniane, condannato a 5 anni di carcere e deportato nella regione di Magadan. Ha fatto richiesta al dipartimento regionale del ministero degli Interni. «Mi hanno risposto che la cartella era stata distrutta già nel 1955 in conformità alle direttive dell’epoca, ma che mancava anche la kartochka », ha raccontato a Kommersant.
Quando Serghej ha chiesto il perché, è venuto a conoscenza dell’esistenza di un ordine inter-dicasteriale classificato “per uso interno” datato 12 febbraio 2014 e firmato da 11 agenzie statali tra cui il ministero degli Interni, della Giustizia, della Difesa, nonché dall’Fsb, erede del Kgb, e dal Servizio d’intelligence internazionale (Svr). La custodia delle schede, dice la direttiva, scade al compimento degli 80 anni degli ex detenuti. Fjodor li avrebbe compiuti nel 1989 e perciò la sua scheda è stata distrutta nel 2014.
Come Fjodor, tanti ex detenuti avrebbero superato gli 80 anni.
Le vittime delle repressioni staliniane sarebbero state oltre 12 milioni, secondo l’ong Memorial che cerca giustizia per i crimini della polizia segreta sovietica. Missione malvista nella Russia odierna che ricorda Stalin solo come fondatore della grandezza dell’Urss. Tanto che due anni fa è stata bollata come “agente straniero”. Interpellato da Kommersant, Fedotov promette d’intervenire: «È d’importanza fondamentale perché parliamo di un mezzo per contrastare la falsificazione della storia. Quando non ci sono documenti, puoi inventare quello che vuoi».

Il Fatto 9.6.18
“Alzati e uccidi per primo”. Tutto il sangue del Mossad
Occhio per occhio - Un libro spiega ricostruisce i metodi dei servizi segreti dal Dopoguerra a oggi
di Andrea Valdambrini


Dubai, 18 gennaio 2010. A partire dalle 7 del mattino e alla spicciolata nelle ore successive, almeno 26 uomini sbarcano nell’aeroporto della città del Golfo con voli provenienti da diverse capitali europee. Hanno un solo compito da portare a termine entro la notte: eliminare fisicamente Mahmoud al-Mabhouh, palestinese e co-fondatore del braccio armato di Hamas. La maggior parte di loro fa parte di un’unità speciale del Mossad chiamata Caesarea, squadra d’élite i cui membri non hanno nome e identità se non camuffata e non si incontrano se non quando devono colpire un obiettivo.
L’unità è incaricata di assassinii mirati, sabotaggi e tutte le operazioni più delicate in Medio Oriente. Il corpo senza vita di al-Mahmud verrà trovato la mattina del giorno dopo nella sua stanza d’albergo.
Il responsabile della chirurgica quanto implacabile eliminazione di un uomo considerato da Israele uno dei suoi nemici giurati fu indicato in Meir Dagan, dal 2002 al 2011 direttore proprio del Mossad, la principale organizzazione israeliana d’intelligence. Poco prima di lasciare il suo incarico per divergenze politiche con il premier Netanyahu, lui che certo non amava le rivelazioni, ha svelato un piccolo segreto. Nel suo ufficio di Tel Aviv, il capo dei servizi aveva la foto di un uomo con la barba, suo nonno, che implorava pietà dalle truppe naziste che lo avrebbero ucciso. Una foto che Dagan mostrava ai suoi uomini prima di ogni operazioni delicata. “Molti ebrei durante l’Olocausto sono morti senza combattere”, spiegava. “Noi non possiamo più permettercelo”.
Con circa 2300 missioni segrete, “dal dopoguerra a oggi Israele ha assassinato molte più persone di ogni altro Paese occidentale (in operazioni di questo tipo, ndr)”. Ne è convinto Ronen Bergman, giornalista investigativo israeliano di cui è stato da poco tradotto in inglese “Rise and Kill First” (Alzati e uccidi per primo), volume di quasi 800 pagine che si propone di documentare, sulla base di testimonianze anonime di agenti o ex agenti degli apparati di sicurezza, la storia segreta degli omicidi mirati attribuiti al Mossad: da Abu Hassan, autore della strage di Monaco 1972, ad Abu Jihad, braccio destro di Arafat, fino appunto al leader dell’Olp, scomparso nel 2004.
Il titolo del libro è una citazione dal Talmud, “se qualcuno viene a ucciderti, alzati e uccidilo tu per primo”, che l’autore utilizza per illuminare la logica dietro le operazioni del Mossad. Quando un popolo si sente perennemente in pericolo, la spinta è quella ad agire per legittima difesa.
“La dipendenza di Israele dall’assassinio come strumento militare non è un caso”, scrive Bergman all’inizio del volume, “ma si origina dalle radici rivoluzionarie e militanti del movimento sionista, dal trauma della Shoah, dal senso che il Paese e il suo popolo sia in perenne pericolo di annientamento. E che nessuno verrà in aiuto, quando il peggio dovesse accadere”.
Eppure, denuncia Bergman, proprio in nome della sicurezza nazionale, si è superata abbondantemente la soglia della legalità, portando a termine “esecuzioni sommarie di sospettati che non rappresentavano alcuna minaccia immediata, in violazioni di leggi nazionali e di codici di guerra”. Una contro-argomentazione, esposta nel volume, arriva ancora una volta attraverso le parole di Dagan, una delle fonti di partenza di “Rise and Kill First”. L’ex capo del Mossad, scomparso nel 2016, sostiene che le eliminazioni mirate dei nemici – in gran parte appartenenti a gruppi palestinesi, egiziani, libanesi, siriani, iraniani – hanno contribuito a depotenziare conflitti aperti e su larga scala, primo fra tutti quello catastrofico e ancora incombente tra Tel Aviv e Teheran.
D’altra parte, Bergman nota come la proverbiale efficienza dell’intelligence israeliana abbia portato a innegabili successi – tra i quali, la liberazione di 102 ostaggi ad Entebbe in Uganda nel 1976 – ma a dubbi risultati strategici. L’eliminazione a sangue freddo di Abu Jihad, braccio destro di Arafat, all’inizio della prima Intifada (1988), si rivelò controproducente per il processo di pace.

il manifesto 9.6.18
Tre filosofi e una capanna
Mostre. Le diverse «Machines à penser» della Fondazione Prada, nella sua sede di Venezia. Un'esposizione, inauguratasi in contemporanea con la Biennale di architettura, indaga i rifugi intellettuali di tre filosofi: Heidegger, Adorno, Wittgenstein
di Arianna Di Genova


VENEZIA All’inizio c’è san Girolamo, chiuso nel suo eremo fra i libri e le pareti dello studio o le rocce cavernose, immerse nella quiete incomunicabile della natura. È il primo passo verso quella solitudine dello sguardo e della mente che conduce nei campi elisi della filosofia, nei luoghi ascetici del sapere.
Così, fra le «macchine del pensiero» raccolte nelle sale del bellissimo palazzo di Ca’ Corner della Regina, sede della Fondazione Prada a Venezia, viene inserito anche il padre della chiesa, nume tutelare di quel ritiro contemplativo che crea mondi alternativi a quelli vissuti quotidianamente. Lo vediamo leggere assorto e scrivere, stagliarsi sullo sfondo in bianco e nero nella celebre incisione di Dürer. Le sue sono parole e interrogativi che si generano nella totale mancanza di rumore e distrazioni, nella necessità ribadita di una uscita dal mondo. Non può mancare, inoltre, fra i punti cardinali di una geografia sentimentale del pensiero che s’immerge in se stesso Henry David Thoreau con quel suo Walden ovvero Vita nei boschi (1864), vademecum di sognatori in grado di attenersi solo ai «fatti essenziali». E in una rotazione temporale che funziona come sliding doors, ci sono pure le pietre dello spirito, le Gongshi, miniature che simulavano le montagne e che gli eruditi cinesi, almeno mille anni fa, tenevano vicine, per trarre ispirazione dal loro influsso benefico.
Ca’ della Regina, la stanza di Adorno
La mostra immaginata da Dieter Roelstraete in laguna (visitabile fino al 25 novembre), che si dispiega in tanti nuclei di silenzio, fra rifugi e capanne, fotografie di interni, libri e reinterpretazioni di «stanze» della soggettività, procede di pari passo con la Biennale di architettura, soffermandosi però sulle strutture meno spettacolari – quelle baite, piccole casette immerse nella natura o edifici spogli dell’esilio che sono stati i luoghi di elezione di tre filosofi del Novecento: Theodor W. Adorno (1903 -1969), Ludwig Wittgenstein (1889 -1951) e Martin Heidegger (1889 – 1976).
Se il tema della kermesse ai Giardini e Arsenale è Freespace, l’intercettazione di spazi di frontiera («invita a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta», hanno affermato le due curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara), al centro dell’esposizione di Palazzo Ca’ Corner rintracciamo invece il concetto di hut. Non come rifugio temporaneo, struttura precaria che offre ricovero alla fuga – molto rivisitata in questi anni di guerre e migrazioni umane -, ma come dimora abitata per scelta, regno incontrastato per l’esercizio della libera meditazione.
Martin Heidegger, per esempio, se ne stava arroccato nel bel mezzo della Foresta nera (la sua baita di Todtnauberg è ancora in piedi, inaccessibile proprietà della famiglia, ma ugualmente mèta di pellegrinaggio) cucendo le sue idee nelle trame di Essere e Tempo (1927). Ludwig Wittgenstein – per fare spazio e luce al suo pensiero – prediligeva il freddo nord norvegese barricandosi a Skjolden, tra i fiordi, in una poverissima capanna di soli sette metri per otto. Non resta oggi molto di quella costruzione nera, da fiaba gotica, ma a riportarla in vita con tutto il fascino della sua impervia figura è l’artista Mark Riley (che non ha dimenticato di rendere omaggio pure alla Cabin of Philosophy di Rousseau). Nel suo diorama, la rende impenetrabile, addossandola alla montagna dentro la selva, rispettando il destino di intimità di una roccaforte, poi abbandonata, che vide germogliare il Tractatus Logico-Philosophicus (1921).
Ludwig Wittgenstein sul lago di Eidsvatn
A testimoniare quanto fosse importante l’architettura del «riparo» per oliare l’esistenza – e per contenere il proprio modo di essere all’interno di mura «amichevoli», che rispecchiassero una possibile identità – c’è anche la villa modernista di Margarethe, che il fratello Ludwig Wittgenstein ideò per lei a Vienna a metà degli anni Venti. Unico esempio di progettualità del pensatore che non disdegnò neanche la scultura, regalandoci una stupenda testa di fanciulla (qui esposta). In mostra a Venezia, per chi è in vena di feticci, c’è anche il suo bastone da passeggio, mentre una foto lo ritrae scivolare sul lago Eidsvatn, in una semplice barchetta a remi. A indagare quella volontaria «astrazione» dal mondo di Wittgenstein è Marianne Bredesen, con Siri Hjorth e Makonnen Kjelaas: l’opera dai toni un po’ horror è il modellino per un monumento – una mano con tanto di bocca che intona musiche varie e anche la sonata per violino di Bach trascritta per pianoforte dal fratello Paul – che avrebbe dovuto stagliarsi davanti la baita norvegese.
La costellazione planetaria delle Machines à penser prevede anche la cosiddetta «capanna di Adorno», che esistesolo in un titolo da leggenda, come prodotto di finzione: è l’opera Adorno Hut (1986-87) dello scozzese Ian Hamilton Finlay, a sua volta un vero eremita, scultore e poeta in cerca di fughe dalla «civiltà di massa» e architetto di paesaggi. Il suo è un readymade di materiali diversi (legno e acciaio) dedicato al filosofo di Minima Moralia. Meditazioni sulla vita offesa (quella «vita che non vive», come scriveva dall’esilio americano cui lo costrinse l’avvento del nazismo in Germania). Alla fine, si esce dalla mostra seguendo la suggestione di Seneca riportata nel bel libro-catalogo: «La filosofia insegnò a costruire case agli uomini dispersi, che trovavano il loro rifugio entro capanne, o in anfratti alla base delle rupi, o nei tronchi cavi degli alberi».

La Stampa 9.6.18
Benefici e insidie della Torah
Cardine dell’identità ebraica, ma anche trappola
di Abraham B. Yehoshua


In anni recenti si è assistito alla creazione di numerosi musei ebraici in Europa, tra i quali i più rappresentativi sono quelli di Berlino e di Varsavia. Ora anche a Ferrara è sorto un Museo Ebraico di importanza nazionale, incentrato sulla storia degli ebrei italiani a partire dall’epoca romana.
Un simile sforzo di preservazione del passato ebraico in Europa è segno della chiusura di un cerchio e di un suggello o di una rinascita? Non dimentichiamo che ci vorrà parecchio tempo, sempre che ciò avvenga, prima che nascano musei ebraici nei Paesi islamici, dove fino all’anno Mille viveva il 90 per cento della popolazione ebraica mondiale. Le tracce di questo ricco passato stanno scomparendo nel mondo musulmano. Ne rimangono in Andalusia, nel Sud della Spagna, dove la simbiosi culturale musulmana-cristiano-ebraica, da noi definita «l’epoca d’oro della cultura ebraica» (della quale ancora oggi musulmani ed ebrei godono i frutti), toccò il suo apice.
Preservare la tradizione
I nuovi musei ebraici d’Europa intendono forse preservare la tradizione degli ebrei europei prima che questa venga cancellata e offuscata dalla forte presenza politica e culturale di Israele, il Paese dove vive più della metà del popolo ebraico e che attira l’attenzione internazionale a causa dei suoi problemi politici e militari? Oppure è il fenomeno della globalizzazione che ha investito l’intero mondo a indurre le comunità ebraiche a preservare le loro tradizioni locali prima di essere travolte dall’impetuosa galoppata della modernità? O magari c’è una terza spiegazione: ebrei e non ebrei cominciano a essere stanchi e delusi delle vicende di Israele, del suo deterioramento politico e morale, e ad avere nostalgia delle comunità, grandi e piccole, sparse per secoli in tutto il mondo che hanno dato vita, grazie allo studio e all’interpretazione dei testi sacri, a una loro particolare identità.
Il termine «Popolo del Libro» fu coniato dai musulmani che, nel Corano, definiscono gli ebrei «Ahal al-Kitab». Benché li considerassero inferiori, non li costringevano a convertirsi all’islam in quanto la religione ebraica godeva di maggior prestigio rispetto a quella pagana. Il diritto degli ebrei e dei cristiani di beneficiare della protezione dei musulmani pur conservando il loro credo scaturiva dal fatto che i loro libri sacri contenevano la parola di Dio, per quanto - dal punto di vista dei musulmani - il messaggio dell’Onnipotente fosse stato da loro travisato.
Gli ebrei gradirono questa definizione di «Popolo del Libro» anche se, naturalmente, respinsero la posizione dei musulmani nei loro confronti. E a proposito del forte legame tra le Sacre Scritture e gli ebrei, il maggior esponente degli studi di ebraismo, il professor Gershom Scholem, scrisse: «Il popolo ebraico, che da un punto di vista biologico non era certo degno di maggior attenzione di qualunque altro popolo dell’antico Vicino Oriente estinto da tempo, comparve sulla scena della storia insieme al suo Libro. Il popolo e il Libro erano dunque intrecciati, sia nella coscienza degli ebrei sia in quella del mondo».
Prima della madrepatria
E in effetti nella coscienza storica ebraica il «Libro» è antecedente la madrepatria. In altre parole è la Torah che Mosè diede ai compagni nel deserto del Sinai a concedere al popolo la legittimità di possedere un territorio, a patto che il popolo rispetti le condizioni dell’autore di quel testo - sia questi Dio o Mosè. Così, mentre per tutti gli altri popoli l’identità è definita dall’appartenenza a un territorio (incondizionato fondamento del diritto nazionale), per il popolo ebraico, formatosi nel deserto, l’identità è definita dalla sua lealtà alle Sacre Scritture e il diritto di possedere una patria non è naturale ma è garantito dall’autore dei testi sacri che sottopone il suo popolo anche a continui esami sul loro contenuto.
I vantaggi di avere dei testi sacri come cardine della propria identità nazionale non sono trascurabili ma, d’altro canto, non lo sono nemmeno gli inconvenienti, i pericoli e le insidie.
Guerre a colpi di penna
Il fatto di avere costruito un’identità nazionale su tali testi ha permesso agli ebrei di mantenere la loro identità anche al di fuori della madrepatria. Non dipendendo infatti, come altri popoli, da un territorio, erano in grado di restare uniti grazie alle Sacre Scritture, malgrado fossero dispersi per il mondo, di corrispondere e di discutere sulle diverse interpretazioni dei testi, mentre la base comune dalla quale quelle interpretazioni derivavano si manteneva solida. Le guerre civili fra gli ebrei non furono combattute a colpi di spada bensì di penna, e il sangue versato era inchiostro.
La radicata abitudine a leggere, a scrivere e il continuo lavoro di esegesi permisero agli ebrei che frequentavano istituzioni religiose di confrontarsi con maggiore facilità con i testi di altri popoli, cristiani o musulmani, di assimilarli alla loro terminologia, ai loro concetti, e di integrarsi rapidamente nello sviluppo moderno. Tuttavia, come in altre religioni, ci sono stati, e ci sono ancora, molti studiosi che sono rimasti intrappolati in quei testi, rinchiusi fra le mura dei collegi biblici e completamente distaccati dalla vita che scorre intorno a loro. In Israele ci sono tutt’oggi decine di migliaia di studenti di yeshiva (centri di studio di testi sacri) che, pur essendo padri di famiglia, si dedicano allo studio dei testi antichi sforzandosi di trovare sempre nuove e originali interpretazioni in cambio di un misero sussidio e dell’esenzione dal servizio militare. E benché si autodefiniscano appartenenti a «gruppi di studio» e le comunità religiose ortodosse intorno a loro li trattino con rispetto, sono ben lontani dall’essere colti. Non conoscono le lingue straniere, il mondo delle scienze è loro estraneo e ignorano le discipline sociali e la letteratura del mondo laico.
Non c’è dubbio che questo tipo di identità imperniata sui testi sacri, oltre a preservare per secoli il popolo ebraico, ha anche contribuito a una sua drastica diminuzione in termini di numero. Dopo la distruzione del Secondo Tempio, nel 70 d.C., c’erano tra i due e i tre milioni di ebrei nel mondo, mentre all’inizio del XVIII secolo ne era rimasto un solo milione. Non tutti riuscivano a mantenere la propria identità nazionale mediante rituali religiosi e lo studio delle Sacre Scritture. Attività di questo tipo richiedono tempo e, in mancanza di un’adeguata retribuzione, possono essere causa di grande indigenza.
Verso la fine del XIX secolo, con il co
nsolidamento del nazionalismo secolare in Europa, i testi sacri ebraici divennero un ostacolo per la comprensione della nuova realtà. Gli ebrei ipotizzavano che le Sacre Scritture li avrebbero preservati dalla tempesta che li minacciava. Ma ci furono scrittori e intellettuali, conoscitori di quei testi, che, ben comprendendo quanto la loro capacità di fornire strumenti di comprensione della nuova realtà fosse limitata, pretesero una svolta. Trasformarono la lingua sacra in un idioma vivo e moderno e, soprattutto, forgiarono una realtà della quale le Sacre Scritture non rappresentavano il cardine ma solo un aspetto. È questa la rivoluzione sionista che riportò il popolo ebraico a lavorare la terra senza che tale occupazione fosse considerata inferiore rispetto allo studio e all’esegesi delle Sacre Scritture, e a possedere un territorio.
«Tutto è cultura»
Negli Anni 30 del secolo scorso c’erano a malapena trecentomila ebrei in Terra di Israele mentre nella diaspora ne erano presenti circa sedici milioni. La maggior parte degli scrittori viveva in comunità in cui l’ebraico era già una lingua viva e i testi sacri non erano al centro della loro realtà ma ne facevano semplicemente parte. E così disse in maniera provocatoria il nostro poeta nazionale, Chaim Nachman Bialik: «Il concetto di cultura in ogni popolo include varie forme di vita, dalla più bassa alla più alta. Cucire scarpe o pantaloni, lavorare la terra, tutto questo è cultura. Tutto è cultura, tutto è una miscela di spirito e materia».
I libri, le Sacre Scritture, facilmente trasportabili da un luogo all’altro, sono riuscite a preservare il popolo ebraico per migliaia di anni nella diaspora. D’altra parte, però, venendo a sostituire un territorio - prima garanzia di sicurezza - sono state anche motivo di detrimento.
Traduzione di Alessandra Shomroni

La Stampa 11.6.18
Biennale Democrazia oltre la luce che acceca per imparare a vedere
di Lidia Catalano


Luci che abbagliano fino ad accecare. E luci che creano coni d’ombra dentro cui si annidano storie destinate a restare inaccessibili agli occhi e alla comprensione umana. Condannate all’oblio, talvolta per semplice distrazione. Altre volte per scelta consapevole, dunque colpevole.
«È vero che il mondo è ciò che noi vediamo, ed è altresì vero che non di meno noi dobbiamo imparare a vederlo». È un passaggio tratto da Il visibile e l’invisibile, opera postuma del filosofo Maurice Merleau-Ponty, a incarnare lo spirito che animerà la VI edizione di Biennale Democrazia, presentata ieri con la partecipazione della sindaca Chiara Appendino. Si terrà a Torino dal 27 al 31 marzo 2019, e sarà dedicata appunto a una riflessione collettiva sul tema «Visibile Invisibile».
«Ci illudiamo che la realtà sia sempre illuminata. Ma spesso ciò che meriterebbe attenzione resta in ombra, mentre aspetti effimeri, superficiali, affollano il nostro flusso di informazioni», riflette il presidente di Biennale, Gustavo Zagrebelsky. Proprio qui risiede l’equivoco, il grande inganno. «Abitiamo un mondo ad altissima visibilità», sottolinea Gabriele Magrin, curatore scientifico della rassegna: «La realtà costantemente fotografata e condivisa ci sembra più accessibile. Ma più ci illudiamo di avvicinarci alla verità, più ci esponiamo senza difese alla valanga di informazioni che annienta la nostra capacità di comprensione».
Il surplus paralizza, rende spettatori passivi, inerti. «Incapaci», spiega Magrin. «di cogliere la profondità storica, di individuare i nessi causali e di immaginare prospettive future, un’alba dopo il crepuscolo». Così, nelle nostre vite iperconnesse eppure solitarie, ci riduciamo ad avidi divoratori dell’oggi, impotenti anche di fronte alle nuove forze occulte - su tutte la minaccia di manipolazione dei big data - che assottigliano gli spazi della democrazia.
Luce e ombra, alba e tramonto, opacità e trasparenza. L’edizione 2019 di Biennale Democrazia sarà tutta incentrata sui contrasti. Come quelli che nascono dall’imperativo della visibilità: all’esibizionismo da social network, fatto di emozioni condivise in diretta, fa da contraltare l’espansione di zone d’ombra che sottraggono allo sguardo i settori più in sofferenza della società: i poveri, i disoccupati, le vittime di violenza. «Drammi ignorati», osserva Magrin, «o destinati a suscitare ondate emotive che si esauriscono in fretta, senza innescare reali politiche di contrasto». Fiammate illusorie, dunque. Così come illusoria è la società della trasparenza, «una delle grandi promesse non mantenute dalla democrazia», come già anticipò Norberto Bobbio. E oggi più che mai minacciata dai poteri invisibili, che accumulano profitti carpendo i nostri dati personali.
Da qui l’invito di Zagrebelsky a ritagliarsi spazi di disconnessione. «Illuminiamo ciò che merita di essere approfondito e lasciamo in ombra il rumore che ci distrae, ci confonde. Abbiamo bisogno di abbassare il volume. Vorrei un’edizione di Biennale dedicata al silenzio».

Repubblica 9.6.18
Caterina la sanguinaria e la notte che divise la Francia
di Benedetta Craveri


Il saggio di Stefano Tabacchi che ricostruisce la strage di San Bartolomeo del 1572
Il 23 agosto di ogni anno Voltaire si vestiva a lutto e vegliava fino all’alba del giorno successivo per commemorare “il più disgustoso esempio di fanatismo mai registrato a Parigi”. È infatti nel corso di quella notte del 1572, passata alla storia come la notte di San Bartolomeo, che nella capitale francese aveva preso l’avvio il massacro di migliaia di protestanti che aveva insanguinato il Paese. Sulle diverse chiavi di lettura di questo evento tristemente celebre torna ora a fare il punto Stefano Tabacchi (già autore di due pregevoli biografie di Maria de’ Medici e di Mazzarino) ne La strage di San Bartolomeo (Salerno Editore, pagg.152, euro 13). Ma incominciamo dai fatti. Solo sei giorni prima della mattanza, tutto lasciava sperare che le guerre di religione che avevano sprofondato la Francia nella barbarie fossero giunte finalmente a termine. Celebrato sul sagrato di Notre-Dame il 18 agosto, il matrimonio di Enrico di Navarra, capo degli ugonotti, con Margherita di Valois – la celebre reine Margot –, sorella del re di Francia, Carlo IX di Valois, non annunciava forse l’inizio di una pacifica convivenza tra cattolici e riformati? Era questo l’obiettivo su cui aveva puntato Caterina de’ Medici nel dare la sua recalcitrante ultimogenita in sposa al cugino Borbone. Da più di vent’anni, a partire dalla morte del marito, Enrico II, la regina fiorentina, che governava di fatto il Paese al posto dei figli Francesco II e poi Carlo IX tentava di trovare una via di uscita ai conflitti che minavano l’autorità della corona e l’integrità stessa del regno.
Caterina era convinta che, riflesso di una stessa verità divina, le due diverse letture del cristianesimo potessero benissimo convivere, ma doveva fare i conti con l’intolleranza dei cattolici e l’intransigenza dei protestanti.
Optare per i cattolici significava dare un potere illimitato al clan dei Guisa, proprietari di un terzo del territorio del Paese e legati a filo doppio con la Spagna, nemica storica della Francia. Privilegiare gli ugonotti implicava, invece, allearsi con la Fiandra protestante e muovere a Filippo II una guerra dagli esiti terribilmente incerti.
Caterina aveva dunque, una volta di più, dato prova del suo talento diplomatico, facendo del matrimonio della figlia il simbolo di una politica di conciliazione.
Tutto era andato per il meglio ma, dopo cinque giorni di festeggiamenti, l’attentato contro l’ammiraglio di Coligny, uno dei capi della religione riformata, dava inizio al dramma. Indignati, gli ugonotti venuti a Parigi da tutta la Francia per assistere alle nozze, avevano chiesto giustizia a Carlo IX che si trovava in realtà con le mani legate. Riunita al Louvre, e difesa da poche guardie, la famiglia reale era di fatto prigioniera di un duplice assedio: quello interno dei molti ugonotti, ospiti nella reggia, e quello esterno della popolazione parigina, ostile ai protestanti e sobillata dai Guisa. Chiamato ad affrontare l’emergenza, il consiglio della corona si riunì a più riprese nel pomeriggio e nella notte del 23. Non è rimasta traccia di chi vi prendesse parte e di quanto fu detto, ma alla fine si optò per quello che dovette sembrare il minore dei mali: l’eliminazione di un numero limitato di capi ugonotti, vuoi per evitare un colpo di mano degli ospiti, vuoi per placare il fanatismo ultracattolico della plebe parigina. Ma quella che doveva essere una operazione chirurgica sfuggì rapidamente al controllo dei suoi organizzatori, trasformandosi in un immenso massacro. Offrendoci una ricostruzione estremamente efficace del contesto storico e della dinamica che aveva innescato la spira di violenza della notte di San Bartolomeo, Tabacchi sottolinea come anche questo evento non sia sfuggito alla tendenza oggi assai diffusa tra i politici e gli uomini di governo che, mossi da “preoccupazioni contingenti”, privilegiano “una memoria pubblica sulla base di una centralità delle vittime”, distorcendo la nostra percezione del passato. La violenza del fondamentalismo islamico viene così spesso accostata a quella di cui è stata teatro l’Europa del ’500. Certamente “Caterina non era una santa”, ma a ispirare la sua condotta non era il fanatismo religioso bensì, come ci ricorda Tabacchi, “la volontà di affermare la priorità del potere politico e delle istituzioni statali rispetto alle confessioni religiose”. E se il massacro di San Bartolomeo segna la sua sconfitta, sarà il genero, una volta salito sul trono con il nome di Enrico IV, a realizzare il suo sogno.

venerdì 8 giugno 2018

l’espresso 3.6.18
Grandi incontri
Cultura
colloquio con Andrea Camilleri
Quello che vedo
La cecità dà libertà, dice lo scrittore siciliano. Che qui parla di teatro, di affetti, di politica. Del gusto di far risuonare le parole nel buio. Come Tiresia
Di Roberto Andò


Tiresia è una figura che mi ha sempre affascinato e che ho coltivato nel tempo. Ricordo il piacere che ho provato quando ho letto la prima volta “La terra desolata” di Eliot. Fino ad allora di Tiresia avevo un ricordo non proprio glorioso, in teatro lo avevo visto interpretare da Annibale Ninchi, indubbiamente un grande attore, ma la sua recitazione era orientata a sopraffare il personaggio di Edipo, e mi sembrò persino ampollosa. Ricordo che, tornato a casa, presi il testo, lo lessi e fu allora che pensai che il personaggio avrebbe meritato un tono più dimesso. Proprio quello che ha fatto Eliot nel suo poema».
Andrea Camilleri, partiamo dunque da Tiresia. Quando hai incontrato per la prima volta questo personaggio?
«Quando diventa a tutti gli effetti personaggio, cioè leggendo Sofocle, l’Edipo Re».
Perché lo hai scelto come tuo eroe?
«L’idea di raccontare e impersonare Tiresia, a parte la recente parentela di cecità, nasce proprio dalla voglia di pronunziare certe parole nel buio, la voglia di far risuonare il suono delle parole di Tiresia, e anche i versi di Eliot, nel buio della cecità. Nel mio testo c’è un momento in cui cito Borges e dico che le parole di Sofocle ascoltate nel buio della cecità acquistano il suono della verità assoluta. Insomma, ho scelto Tiresia d’impeto. Quando mi è stato chiesto che personaggio avrei voluto fare a Siracusa, me lo sono subito sentito dentro, forse perché al punto in cui sono arrivato mi piacerebbe avere una idea più precisa dell’eternità. A 93 anni, hai certezza del fatto che l’eternità ti stia venendo incontro, qualunque essa sia, e qualunque forma essa abbia».
Com’è cambiata la tua vita da quando non vedi più?
 «Primo Levi dice che riuscì a salvarsi dall’orrenda metamorfosi a non-uomo vissuta ad Auschwitz con la poesia. Io mi sono salvato con la scrittura. Pensavo di non poter più scrivere. Come fa un cieco a scrivere? Avrei potuto dettare, ma l’avrei dovuto fare in una lingua che non è esattamente la mia, cioè l’italiano. E non avrei più potuto scrivere i miei bei Montalbano in vigatese. Fortunatamente è intervenuta Valentina Alferj. I sedici anni vissuti accanto a me hanno fatto sì che potesse aiutarmi. Negli ultimi tempi, padroneggiando perfettamente la mia lingua, Valentina era in grado di correggere le bozze per conto mio e dunque al momento cruciale è stata la mia ancora di salvezza. Certo, la mia vita è mutata perché sto imparando una cosa abbastanza complicata, ma impararla a 93 anni non è così difficile per me, perché nella mia vita io non sono mai stato un uomo superbo, mai. È una colpa che non potrà mai essermi imputata. Da quando sono cieco sto imparando l’umiltà della dipendenza dagli altri. Gli altri erano già importantissimi per me, ma ora hanno acquisito una importanza che non è valutabile. Sono completamente dipendente dalla cortesia e dalla gentilezza di chi mi circonda. Mi sono dovuto abituare a tutto questo. Ma questa lezione di umiltà è stata comunque salutare, e l’ho accettata di buon grado».
Pensi che la cecità abbia influenzato la tua scrittura?
«No, credo di no. Forse mi ha fatto più riflessivo, o leggermente meno impetuoso. Insomma, oggi mi concedo uno spazio maggiore di riflessione». Un illustre critico letterario, Silvano Nigro, sostiene che negli ultimi Montalbano tu cerchi di liberarti del romanzo giallo per approdare al romanzo tout court. Sei d’accordo? «Se questo è vero, è dovuto a un piano. Gli ultimi Montalbano hanno la stessa scrittura dei miei romanzi storici, mentre prima si differenziavano. La scrittura dei Montalbano, sia pure in vigatese, era molto semplificata. Ora sono riuscito a non fare più distinzioni tra un romanzo storico, scritto rigorosamente, e i Montalbano, nei quali concedevo qualcosa anche alla casalinga di Voghera. Non ho più bisogno di questo, i due linguaggi possono essere uno solo». Resta il fatto che tu sei uno scrittore per molti versi inclassificabile. Sei un grandissimo, amatissimo, scrittore di romanzi gialli ma scrivi anche romanzi che hanno un tono completamente diverso. In alcuni sembri metterti in ascolto del male, con risonanze dostoevskiane.
«Sì, ma direi che questo ascolto c’è sempre stato nei miei romanzi, anche in Montalbano. È la cosa che mi interessa di più. Da sempre. Negli altri a cui ti riferisci sondo un male che si può definire assoluto. Io sono stato un appassionato lettore di Bernanos, del suo “Mouchette” ».
Come classificheresti il male in “Mouchette”?
«Ecco, se c’è una influenza che rivendico è Bernanos».
Torniamo a Borges. Nel testo su Tiresia citi una sua frase: “Noi tutti siamo il teatro, il pubblico, gli attori, la trama, le parole che udiamo”.
«Sì, è un concetto che aveva già espresso in vario modo Shakespeare. Il mondo è un palcoscenico, il teatro è una metafora della vita».
E il teatro è al centro del tuo ultimo Montalbano, “Il metodo Catalanotti”. Il teatro sembra tornare nella tua scrittura come il luogo in cui rimettere tutto insieme. Questo accade sia nel testo su Tiresia, dove tu confondi ulteriormente le carte assumendo un triplice ruolo, d’attore, di persona e personaggio, sia nell’ultimo Montalbano, il cui sfondo è ambientato nel mondo del teatro d’avanguardia. Come mai?
«È un po’ come quelle fiamme che cerchi in tutti i modi di tenere a bada, ma che all’improvviso, a sorpresa, fanno una gran vampata. Se tu guardi la mia bibliografia, ti rendi conto che tra il primo romanzo e il secondo sono passati otto anni. Sono otto anni di silenzio totale. E sono quelli in cui cerco di dare l’addio al teatro. Perché il teatro è la mia vita. Da quando ho cominciato a fare teatro non sono più stato in grado di scrivere un rigo, neppure una poesia, un miserabile sonetto di quattordici versi. Non ci riuscivo più, il teatro mi aveva completamente permeato. Sono vissuto per il teatro, ho cercato di liberarmene, e ora sembra essere venuto il tempo di tornarci con libertà». Cosa ti piaceva di più del teatro: il rapporto con gli attori? O con il testo?
«Mi piaceva vedere una mia idea di personaggio trasformata in carne e ossa. L’ho provato sommamente quando ho messo in scena “Finale di partita” di Beckett, dove non c’è movimento se non nella parola, è un lavoro sulla parola ridotta all’essenziale. Per me la parola è l’uomo. Spesso quando scrivo romanzi e deve entrare un personaggio nuovo non lo descrivo, lo faccio parlare. Mi chiedo: questo come parla? Una volta individuato il suo modo di parlare, ricavo il suo aspetto fisico dalle parole. Se parla così, non può che avere dei baffetti piccolini alla Hitler e dev’essere anche un pochino claudicante, capito?».
Perfettamente. Mi colpisce che tu citi Beckett e la tua regia di “Finale di partita” perché quando ho letto “Conversazione su Tiresia” l’ho visto un po’ come “L’ultimo nastro di Krapp”, lo stesso rapporto con la memoria, la stessa volontà di raccogliere frammenti di memoria esplosa.
«È vero, ho fatto una sorta di “potage”».
Pensi che la vecchiaia sia anche umiliazione? Vedendo te non lo si penserebbe mai, anzi, si penserebbe il contrario.
«È il procedimento con cui se irrighi regolarmente un albero di arance lo preservi dalla morte, ecco, la mia irrigazione vitale è la memoria. Leonardo Sciascia diceva che da vecchi si è condannati alla presbiopia della memoria, cioè ti ricordi di un fatto che è accaduto quando avevi quattro anni e ti dimentichi di quello che hai mangiato il giorno prima. Ebbene, questa presbiopia è diventata vivissima in me. Per esempio, in questi ultimi giorni ho dialogato moltissimo con il mio nonno paterno. E dire che mi ero persino scordato come era fatto. Ora mi è tornato preciso, e mi è tornato anche il gioco che mi faceva fare. Poiché è morto quando io avevo appena compiuto tre anni, questa è una memoria di novant’anni fa. L’immagine è questa. Lui è malato, seduto su una poltrona accanto al letto, di fronte all’armoir con lo specchio. Io sono seduto sulle sue ginocchia, e lui mi dice: «Nenè, taliati ’u specchio». Io rispondo: «Nonno, ci sono». E lui, di colpo, mi butta fuori dallo specchio. «E ora?», chiede. «Non ci sono più, nonno», rispondo. E, di slancio, torno a riflettermi nello specchio. Questo gioco mi è tornato lucidissimo in questi giorni. Ecco, questa irrigazione continua mi tiene vivo, e produce ancora qualche frutto sull’albero».
Ti dispiace descrivermi la tua giornata?
«Posso dirti che per ora è buona. Comincia in bagno, e per tutto quello che sono i lavacri mattutini sono completamente autonomo. Basta che non mi spostino gli oggetti e riesco a farcela da solo. E finalmente respiro, perché mi devi credere, Roberto, ti dico la verità assoluta, io mi sono sempre odiato. Vedere questa faccia da imbecille ogni mattina allo specchio, essere costretto a guardarsi e a fare le smorfie, mi pesava. Io mi sono odiato da sempre, e ora finalmente non mi vedo più. Ah, che meraviglia! Sì, vado un po’ alla cieca, mi faccio qualche taglietto in più, pazienza. Quando sono vestito di tutto punto, me ne vengo qui, allo studio. Prima, quando ancora vedevo, mi mettevo immediatamente a lavorare al computer. Ora è un po’ diverso, resto un po’ da solo a riflettere. Valentina deve accudire alle sue faccende domestiche, poverina, e quindi arriva intorno alle dieci. In quell’ora in cui la aspetto rifletto su quello che dovrò dettarle. Quando arriva lavoriamo sino all’una meno dieci. Poi vado a mangiare, e, dopo, a riposarmi, un’abitudine che in questi ultimi anni è diventata obbligatoria. Mi alzo verso le tre e mezzo, e, nel pomeriggio, viene una ragazza, non sempre è la stessa, che mi fa da lettrice, o mi aiuta a fare le mie ricerche. Con lei lavoro sino alle sei e mezza, a quel punto stacco e sento un po’ di musica alla radio. Alle sette mi trasferisco nell’altro appartamento e con mia moglie guardiamo il telegiornale, poi ceniamo, e verso le undici e mezzo andiamo a letto. Questa è la mia giornata tipo. Ah, dimenticavo di dire che nel pomeriggio mi faccio anche leggere un po’ della posta che arriva. Se qualcuno mi manda un libro di poesie, dico alla ragazza di leggermene qualcuna, e se è il caso le dico di mettermelo da parte, oppure le dico che può toglierlo dai piedi. Aggiungo che nel pomeriggio sono continuamente interrotto da figlie, nipoti e pronipoti. Queste interruzioni non mi dispiacciono, perché io sono stato capace di scrivere al computer avendo due bambini di tre anni sotto il tavolo che mi davano pedate, urlavano e cantavano, e un altro che girettava per la stanza. Ecco, questo casino più che dispiacermi mi piace, perché ho sempre avuto bisogno di sentire la vita attorno a me, non ho mai capito il poeta che si chiude nella turris eburnea. Cosa ci stai a fare nella tomba? Così è accaduto che un giorno mia moglie entrasse nello studio e vedendo un macello di bambini, e io che continuavo tranquillo a scrivere, mi dicesse: «Tu non sei uno scrittore Andre’, sei un corrispondente di guerra!».
Nel testo su Tiresia accenni a certe discussioni avute con Pasolini. Di cosa si trattava?
«È una storia terribile. Ero stato incaricato di mettere in scena il suo “Pilade”. E siccome ero molto amico di Laura Betti, le chiesi di procurami un incontro con Pier Paolo per parlargli della mia idea di regia. Ci incontrammo e ne discutemmo, lui si trovò sostanzialmente d’accordo. Al terzo incontro lui mi chiede: «E gli attori chi sono?». Dico: «Cercherò di prendere dei ragazzi usciti dall’accademia, quelli che sono stati miei allievi». «Eh, no», fa lui. «Non mi fare un Pilade che parla perfettamente italiano». «Perché, tu come l’hai scritto?», gli chiedo. «In italiano», risponde. «Ma le voci educate non mi piacciono, prendi dei ragazzi di strada». «No», dico io, «con i ragazzi di strada questo testo non posso farlo». Insomma, ci accalorammo, tanto che io gli chiesi di rivederci, pensavo che questa cosa tra noi due andasse chiarita. Lui mi rispose che stava per fare un viaggio e che al ritorno mi avrebbe chiamato. Io andai a Bagnolo con mia moglie, e quando una sera accesi il televisore sentii la prima notizia del telegiornale: era l’assassinio di Pier Paolo. Fu tremendo. Dopo, mi rifiutai di mettere in scena Pilade. Non potevo più».
Come ti arriva, ora, il rumore di tutto quello che sta accadendo dal punto di vista politico in Italia? «Purtroppo non mi arriva ovattato. Gradirei che mi arrivasse attutito, invece arriva molto forte. E soprattutto colpisce la mia impotenza, perché in altri tempi avrei scritto degli articoli, ora non posso più, non me la sento. È il motivo per cui intervengo raramente nelle trasmissioni televisive. Non vado mai in studio, non sopporto l’accavallarsi delle voci. Non vedendo, le urla mi confondono». Per te che sei uno scrittore che da sempre dialoga con Pirandello - un Pirandello imparentato a Gogol - dovrebbe essere particolarmente interessante questo momento di finzioni, in cui la politica cerca di purificarsi ma sembra essere allo stesso tempo pura finzione. In Sicilia persino l’antimafia, per fortuna non tutta, è diventata finzione, e in campo nazionale la politica del nuovo spesso nasconde un forte tasso d’impostura. Come la vedi tu?
«Malissimo. Ho sempre pensato che la politica dovrebbe essere uno specchio lucidissimo. Sono stato abituato male, perché tutto si poteva dire degli uomini di Stato con i quali sono nato alla politica - si chiamavano Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Sforza - ma pensando a loro oggi mi commuovo. Quando l’Italia nella persona di De Gasperi venne chiamata a Parigi a discolparsi davanti ai vincitori e a dire quale sarebbero stati i propositi dell’Italia democratica, lui sapeva che si sarebbe trovato in quel teatro, da sconfitto, davanti ad americani, inglesi, russi, francesi, neozelandesi. La sera prima, nella sua stanza - questo lo ha raccontato Vittorio Gorresio - c’erano con lui Togliatti, Nenni, Sforza, Parri, tutti a verificare il documento che avrebbe letto e a dire «senti, che dici?, sostituiamo questa parola, scriviamo così», in un clima cioè di totale collaborazione. Ecco, questa è l’Italia. Pensa che al momento di andare sul palco, Sforza disse a De Gasperi «Alcide, cambiati la giacca, questa è un po’ lisa», e lui rispose «Ma io non ne ho altre». Allora Sforza gli si mise accanto, vide che erano su per giù della stessa taglia, si levò la giacca, e gliela porse. dicendo: «Mettiti la mia che è più nuova». Questa è l’Italia che ho amato. Quella di oggi, con questi personaggi, mi fa oscillare tra l’orrore e lo spavento».
Ti faccio l’ultima domanda da Tiresia. Se tu dovessi avvertire gli italiani di un pericolo futuro, se dovessi predire il rischio più grosso che attraversa l’Italia come comunità, quale diresti?
«Quello economico, con i suoi rilessi sul sociale. La bilancia è sensibilissima, basta una mezza parola per fare precipitare la situazione. Lo spread che prima si manteneva sino a 150 è salito sino a duecento appena uno di questi due proconsoli ha detto che bisogna ritrattare i contratti con l’Europa. Io temo che questi individui sono capaci nel giro di ventiquattro ore di farci inghiottire dal mercato, di ridurci come Don Falcuccio, con una mano davanti e una di dietro. E provo una gran pena. Mi sono occupato per tutta la vita di politica, da cittadino, e lasciare un’Italia così ai miei pronipoti mi fa pensare di aver fallito tutto».