Repubblica 27.4.18
Destra, sinistra e nuove categorie
di Nadia Urbinati
Il segno più eclatante delle ultime consultazioni elettorali è stato da molti analisti sintetizzato così: la sinistra vince in centro e perde nelle periferie, dove vince il populismo nazionalistico o il gentismo anti-partitico. Il fenomeno non è solo italiano. Si è verificato con l’elezione di Trump, con Brexit e con l’arrivo di Macron all’Eliseo. Viene esaminato in relazione con la crescita delle diseguaglianze che hanno mutato la fisionomia del popolo sovrano, dividendolo in nuovi patrizi e nuova plebe. Per la prima volta da quando la democrazia è rinata, dopo la seconda guerra mondiale, l’andamento delle relazioni tra classi e forze politiche ha subito un mutamento profondo che cambia il significato dei termini “destra” e “sinistra”. Se fino agli anni ’ 80 il voto ai partiti di sinistra o centrosinistra era associato a basso tenore di vita, meno cultura e minor reddito, dalla fine del secolo si è sempre più associato alle élite con alta educazione e buoni redditi.
A raccontarlo con i sondaggi post-elettorali comparando il voto in tre Paesi (Usa, Regno Unito e Francia) è Thomas Piketty nel suo nuovo progetto dal titolo, Sinistra di bramini contro Destra di mercanti: la crescita della diseguaglianza e la mutata struttura del conflitto politico. Piketty dimostra non solo che la media e upper class acculturata vota a sinistra e la media e upper class ricca per il centrodestra. Dimostra soprattutto che le classi “ up” — ricchi o ricchi e acculturati o entrambi — occupano tutto lo spettro della democrazia dei partiti, che egli chiama un “ multiple- élite party system”, ovvero una democrazia che ha una pluralità di partiti di élite, non più semplicemente una pluralità di partiti per tutti.
Una larga porzione dei “tutti”, infatti, è nel corso degli ultimi due decenni diventata più povera e anche meno acculturata, un’associazione che fa parlare di plebeizzazione e che è stata pennellata in una recente Amaca di Michele Serra sul bullismo; in aggiunta a questo svantaggio assoluto, i “ molti” hanno perso i loro tradizionali referenti rappresentativi, occupati dalle classi più alte. È questa, secondo Piketty, una delle ragioni della nascita o del successo repentino di movimenti e partiti populisti, radicalmente xenofobi e fascisti oppure qualunquisti e anti- partito. L’anti- partitismo che il populismo coltiva e alimenta ha quindi un sapore classista, come reazione alle classi forti che si sono prese tutto lo spazio partitico esistente.
Dopo un’ondata di astensione, di ritiro dalla partecipazione elettorale, i molti trattati come cittadini di serie B trovano il loro fronte rappresentativo: qui sta l’origine dell’impennata populista, che ha quindi radici economiche e socio- culturali. Il popolo dei lavoratori, quello che trovava sicuro porto nei partiti storici della sinistra, ha subito una plebeizzazione, anche in ragione del fatto che non ha più luoghi aggregativi dove consolidare la cittadinanza attiva e il civismo. Partiti-cartello o circoli elettorali per le classi agiate, e deserto per la massa, che o assiste allo spettacolo nell’arena dei social o si fa i suoi movimenti. Questo fenomeno ha radici nella crescente diseguaglianza, un termine che Piketty suggerisce di coniugare al plurale: diseguaglianze di ricchezza, di reddito, di istruzione, di cultura, di genere, di età, di razza, di religione. Il paradosso è che queste diseguaglianze quanto più si sommano tanto più perdono rappresentanti. Essere povero e vivere in un quartiere in cui la maggioranza è povera comporta altre condizioni di svantaggio e la massima forma di esclusione: non avere alcun partito che si batta per i propri bisogni. Essere cittadino con meno voce per manifestare le proprie rivendicazioni e con meno potere.
Fino agli anni ’80, sostiene Piketty, le classi lavoratrici erano nobilitate non solo nell’identità operaia, quando il lavoro era segno di valore sociale e non di precarietà, ma anche nella cittadinanza e nell’identità d’appartenenza della bandiera rossa ( sapere di avere un rappresentante- difensore dava dignità; e soprattutto consentiva ai molti di stare al gioco, di lottare per correggere le diseguaglianze). I partiti della sinistra hanno nobilitato la cittadinanza dei lavoratori togliendo loro lo stigma dell’inadeguatezza; hanno edificato buone scuole pubbliche e perseguito una politica delle eguali opportunità. Sinistra e democrazia sono per questo andate di pari passo.
Ma ora che la sinistra attira i raffinati intellettuali, i professionisti, i benestanti, a quale parte organizzata si rivolgono coloro che la globalizzazione e la crescita della diseguaglianza ha reso meno acculturati e soprattutto più pressati dai bisogni primari? La sinistra per i pochi comporta fatalmente che anche i beni pubblici assumano diverso valore a seconda di chi ne usufruisce: le scuole pubbliche cessano di essere buone dovunque e la loro qualità segue il quartiere e i ceti che attraggono. E così sarà anche per gli ospedali e la qualità della vita nelle città. Insomma, la sinistra presa dai pochi lascia la maggioranza non solo senza sostenitori politici ma anche senza una condizione dignitosa certa.
La democrazia come “multi-élite party system” ha anche una biforcazione ideologica: i partiti che attraggono le destre moderate (dei ricchi e basta) e le sinistre tradizionali (dei ricchi e colti) sono per lo più votati ai valori universalistici e liberali, europeisti e cosmopoliti, anche quando coniugati in accezione conservatrice; fuori di qui, tra i partiti populisti, si coltiva una visione opposta, come il nazionalismo e il comunitarismo.
Come spiega Piketty, i partiti dell’establishment serrano i ranghi — quelli di centrosinistra diventano “ braminici” (castali e sacerdotali) e quelli di centrodestra di “mercanti” — e si trovano alleati naturali contro l’anti- partitismo populista, identitario nazionalista o blandamente gentista. Questa biforcazione è presente in tutti i Paesi occidentali e scuote le intelligenze. Non si può restare ad assistere allo scempio che le diseguaglianze producono alle nostre democrazie.
Il Fatto 27.4.18
Cipe, via libera alla garanzia di Stato per vendere armi
Approvato l’impegno pubblico fino a 18 miliardi per gli affari con Egitto e Qatar Rinviato il tentativo di regalare la gestione di due autostrade per 30 anni
Cipe, via libera alla garanzia di Stato per vendere armi
di Stefano Feltri
Per la prima volta arriva uno stop ai regali alla lobby delle autostrade. La riunione del Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica, ieri ha preso tempo sulla singolare proposta del ministero dei Trasporti di Graziano Delrio di regalare di fatto due concessioni importanti alle Regioni del Veneto e Friuli (le Autovie venete) e alle Province di Trento e Bolzano (Autobrennero). Il ministero voleva autorizzare concessioni di 30 anni direttamente a società in house delle Regioni, trasformando i politici locali in padroni della cassa generata dai pedaggi.
La riunione guidata come sempre dal ministro Luca Lotti, che del Cipe è segretario, ha invece dato il via libera alla super-garanzia di Stato per undici operazioni in tre Paesi, Kenya, Qatar ed Egitto (con cui, a parole ma solo a parole, l’Italia dovrebbe avere una posizione di freddezza per il caso Giulio Regeni) e per la vendita di armamenti. Una decisione che presenta vari punti critici e che ha sollevato qualche dubbio tra i partecipanti alla riunione perché manca ancora il via libera della Corte dei conti alla delibera che permette di estendere la garanzia. E quindi rimane pendente il rischio di danno erariale.
Come anticipato ieri dal Fatto Quotidiano, su input dei ministeri del Tesoro e dello Sviluppo, il governo Gentiloni ha deciso di estendere alle esportazioni nel settore della Difesa (armi, aerei, elicotteri) una particolare garanzia di Stato che nel 2016 l’esecutivo di Matteo Renzi aveva previsto per la cantieristica navale. La delibera del Cipe del 9 novembre 2016 prevede un “limite speciale” alla garanzia che lo Stato, con la Sace (compagnia assicurativa a controllo pubblico della Cassa Depositi e Prestiti), può concedere per il settore della cantieristica navale così da permettere a Fincantieri di vendere due navi alla Virgin per 1,8 miliardi. Viene istituito un fondo di garanzia da 500 milioni. Sale la soglia di riassicurazione fornita dallo Stato per i rischi diversi da quelli di mercato – specie rischi politici, come un cambio di regime – coperti da Sace. Mentre la convenzione prevede che l’esposizione statale non possa superare il 70% di quella di Sace e il 100% in caso di unica controparte, per la cantieristica il limite sale al 400%.
Dopo le elezioni, il Cipe ha approvato una riforma di quel “regime speciale”, con la delibera 34 del 2018. Il Cipe ha già confermato per il 2018 le regole speciali per le navi e deciso di ampliare la garanzia speciale al settore della Difesa, per operazioni fino a 18 miliardi di esposizione cumulata tra Stato e Sace e fino al 29% del portafoglio complessivo. Serve per sostenere la vendita di quattro navi da crociera Fincantieri. Ma è previsto anche un impegno assicurativo da 2,6 miliardi a favore della vendita al Qatar di 28 elicotteri militari da parte di un consorzio di cui è capofila Leonardo (ex Finmeccanica). Con il Qatar Renzi ha un rapporto privilegiato: ha sempre favorito gli affari dell’emirato in Italia, dal progetto di un ospedale in Sardegna ai tentativi di salvataggio di Mps, alle agevolazioni per la compagnia AirItaly a controllo qatarino.
Il ministro Lotti ora ha però un’altra priorità: la Ryder Cup di golf. Dopo vari tentativi, Lotti ha fatto approvare la garanzia statale di 97 milioni di euro sulla fideiussione necessaria a ospitare la manifestazione. Manca però un decreto attuativo del ministero del Tesoro. E Lotti ieri ha chiesto a Padoan di sbrigarsi. Anche se, ha spiegato, quella di ieri non sarà certo l’ultima riunione del Cipe che sarà gestita dal governo Gentiloni. Più durano le consultazioni, meglio procedono certe operazioni che è bene fare senza un’opposizione vigile e pronta a contestare scelte prese senza passare dal Parlamento, come il sostegno all’export di armi.
il manifesto 27.4.18
Pogrom nazista contro un campo rom alla periferia di Kiev
Ucraina . Per il compleanno di Hitler il gruppo S14 ha «ripulito dalla spazzatura» la collina Lysa Hora. Deportati dalle autorità ucraine, «per la loro incolumità», alcuni anche a piedi, fin nei Carpazi i 150 rom rifugiatisi in una vicina stazione ferroviaria
Un fotogramma del video delle devastazioni compiute a Lysa Hora, periferia di Kiev
Yurii Colombo
MOSCA Un pogrom in piena regola quello consumatosi appena fuori Kiev la notte tra il 20 e il 21 aprile. Il famigerato gruppo neonazista ucraino S14 ha scelto l’anniversario della nascita di Adolf Hitler per penetrare dentro un campo Rom sulla collina di Lysa Hora (Monte Calvo) e terrorizzare i suoi abitanti.
I criminali, armati di pistole, spranghe, coltelli, gas urticanti hanno messo a sacco il campo, bruciato tende e roulotte, ferito uomini, donne e bambini. Alcune persone della comunità sono state ricoverate in ospedale, tra cui 4 bambini, con profonde ferite procurate da armi da taglio. Sono stati esplosi anche alcuni colpi di arma da fuoco, fortunatamente non andati a segno.
S14 ha persino rivendicato l’azione sulla sua pagina Facebook e ha promesso altre azioni dimostrative per la prossima settimana contro «gay, femministe e militanti di sinistra». La banda, che si richiama alle gesta del leader fascista Stepan Bandera durante la seconda guerra mondiale, non è purtroppo nuova a simili azioni. S14 ha al suo attivo una lunga scia di assalti contro discoteche Lgbt, associazioni ebraiche e dei diritti umani. Lo scorso 8 marzo il gruppo ha attaccato la manifestazione femminista nella capitale ucraina e minacciato di morte Elena Shevcenko, leader del movimento Lgbt in Ucraina e i giornalisti presenti.
L’evidente complicità nella vicenda della polizia municipale, la quale da sempre copre le scorribande di S14 e di altri gruppi di estrema destra, però è persino più agghiacciante. Quando il 21 aprile sono iniziate a circolare le prime voci sul pogrom di Lysa Hora, il capo della polizia di Kiev, Andrey Krishchenko, ha dichiarato a Depo Kiev che «i rom non hanno ragione di lamentarsi di presunti pogrom. Alcuni cittadini si sono semplicemente assunti il compito di bruciare la spazzatura che si trovava nel campo rom e che rischiava di rovinare una collina considerata parco naturale dalle autorità. I rom presenti in città per festeggiare la Resurrezione sono stati poi accompagnati alla stazione per far rientro nelle loro realtà».
Il giorno successivo la polizia aggiustava il tiro riconoscendo che l’azione era avvenuta «ma solo quando l’accampamento era ormai deserto». I giornali ucraini riprendevano le dichiarazioni della polizia e parlavano «di presunte azioni di nazionalisti per liberare la zona dai rifiuti». Ma l’altro ieri la verità è venuta a galla.
In rete veniva diffuso un video in cui si vedevano i nazisti attaccare il campo mentre alcuni poliziotti osservavano quanto avveniva senza intervenire. E le responsabilità della polizia – come denuncia Amnesty International nel suo comunicato – sono ancora più pesanti per quanto accadeva nelle ore successive.
Ai rom, circa 150 persone, rifugiatesi nella stazione ferroviaria della capitale veniva imposta – con lo stratagemma di garantire la loro incolumità – la deportazione in alcune località dei Carpazi, a oltre 500 chilometri da Kiev. Tuttavia le autorità garantivano solo un numero limitato di biglietti ferroviari cosicché un gruppo di persone, tra cui donne e bambini, erano costrette ad avviarsi con mezzi di fortuna, e perfino a piedi, verso le località indicate.
Purtroppo questo è solo l’ultimo caso di persecuzione dei rom nell’Ucraina di Poroshenko. Nel 2012 mentre il Paese ospitava gli Europei di calcio, era stato dato alle fiamme, a Bereznyaki, un campo nomadi da un gruppo neofascista. Nel 2016, vicino a Odessa, era stata poi bruciata una tendopoli di rom, dove trovava la morte, per le gravi ustioni, una ragazzina.
Anche nel 2017, sempre vicino a Kiev, si è assistito a un pogrom contro un acquartieramento di roulotte dove vivevano 180 nomadi.
Il clima in Ucraina si fa sempre più pesante per tutte le minoranze e per chi difende strenuamente i pochi diritti democratici ancora esistenti. Ormai da mesi il gruppo neofascista NazKorp, composta da veterani del tristemente noto Battaglione Azov, pattuglia le strade delle città ucraine con i suoi vigilantes che hanno ottenuto l’avvallo del ministero degli Interni.
Forse sarebbe ora che a Bruxelles si aprissero gli occhi sul degrado politico e morale di un Paese che si fregia di essere associato all’Unione Europea. Prima che sia troppo tardi.
il manifesto 27.4.18
Nuovo venerdì di manifestazioni a Gaza
Striscia di Gaza. Si teme un bagno di sangue come nei venerdì precedenti della "Grande Marcia del Ritorno" in cui i cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi. Ieri è rientrata a Gaza la salma di Fadi al Batsh, l'ingegnere di Hamas assassinato dal Mossad a Kuala Lampur
di Michele Giorgio
GERUSALEMME È rientrata ieri nella Striscia di Gaza la salma di Fadi al Batsh, l’ingegnere e docente universitario palestinese, freddato sabato scorso a Kuala Lampur dai colpi che gli hanno sparato contro due uomini in moto. Un assassinio attribuito al Mossad, il servizio segreto israeliano. Il New York Times ieri scriveva che al Batsh, membro di Hamas, è stato ucciso nell’ambito di una «vasta operazione» del Mossad perché era in contatto con la Corea del Nord, per armi destinate a Gaza. Ad accogliere la sua bara proveniente dall’Egitto c’erano, oltre alla famiglia, anche alcuni esponenti di spicco di Hamas. «Stai tornando da noi aprendo la strada per il nostro ritorno in Palestina. Il debito degli occupanti è diventato pesante. Il giorno della punizione sta arrivando», ha detto Khalil al Hayya, il numero due di Hamas a Gaza davanti alla bara, avvolta nella bandiera palestinese, durante la breve cerimonia funebre avvenuta al valico di Rafah. I funerali di al Batsh si sono svolti ieri sera su richiesta della famiglia. Hamas avrebbe voluto tenerli ad al Safieh, ad Est di Jabaliya, uno dei cinque accampamenti eretti dai palestinesi per la “Grande Marcia del Ritorno”.
Oggi migliaia di palestinesi raggiungeranno di nuovo il territorio orientale di Gaza per un nuovo venerdì di manifestazioni e raduni popolari contro il blocco israeliano della Striscia, a breve distanza dalle linee di demarcazione con lo Stato ebraico. Sulla partecipazione potrebbe influire l’ondata di maltempo che si è abbattuta nelle ultime ore sulla regione causando allagamenti diffusi in Israele e Territori palestinesi occupati e la morte di 11 persone: nove adolescenti israeliani, un beduino nel Negev e una donna palestinese in Cisgiordania. I promotori delle manifestazioni assicurano le cattive condizioni del tempo non fermeranno le nuove proteste. Ad attendere i palestinesi però ci saranno come nei precedenti venerdì i tiratori scelti israeliani e potrebbe rivelarsi una nuova giornata di sangue.
Le Nazioni Unite ieri sono intervenute due volte per criticare l’uso della forza da parte di Israele contro i manifestanti di Gaza. Ocha, l’ufficio di coordinamento degli affari umanitari, ha riferito che fino a due giorni fa erano 40 i palestinesi uccisi – tra i quali due giornalisti e alcuni adolescenti - e 5511 quelli feriti dal fuoco dei soldati israeliani. Poi è stato l’inviato dell’Onu, Nickolay Mladenov, a chiedere a tutti, governo israeliano incluso, un passo indietro per placare una situazione sul punto di esplodere. Mladenov ha sottolineato che non ci sono soluzioni militari per le varie crisi mediorientali e per la situazione di Gaza. Ben diverso è stato in sede Onu l’orientamento dell’ambasciatrice Usa Nikki Haley che, sposando la versione israeliana, ha accusato Hamas di usare le dimostrazioni come copertura per attuare attacchi. «Chiunque a cui interessi dei bambini di Gaza dovrebbe insistere sullo stop immediato da parte di Hamas dei bambini come carne da cannone», ha detto rivolgendosi a Mladenov.
Il Fatto 27.4.18
Lago della Duchessa, un falso di Stato per trattare sul serio
di Miguel Gotor
Alle 9:30 del 18 aprile 1978, mentre l’acqua continuava a colare al piano di sotto del covo di via Gradoli, un giornalista de Il Messaggero ricevette una telefonata di “voce maschile, con accento romanesco, ma non di borgata”, che annunciò di avere lasciato un comunicato delle Brigate rosse in un cestino dei rifiuti di piazza Gioachino Belli, nel quartiere romano di Trastevere. Il volantino annunciava “l’avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro, mediante ‘suicidio’” e forniva le coordinate per recuperarne la salma “immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio”. Rispetto ai messaggi precedenti questo volantino presentava evidenti differenze: aveva uno stile satirico, era più breve, riportava grossolani errori di ortografia di origine romanesca (“soppruso”, “inpantanato”, “trà”) ed era privo dei consueti riferimenti politico-ideologici brigatisti. Inoltre era stato distribuito soltanto a Roma e in formato non originale mentre l’intestazione “Brigate rosse” risultava scritta a mano. Si sarebbe detto un falso grossolano o lo scherzo di un buontempone, se a tempo di record tre periti scelti dal Viminale non ne avessero solennemente ribadito l’attendibilità. Fatto sta che alle 11:30, quando ormai la caduta del covo di via Gradoli, dopo l’intervento dei Vigili del fuoco era divenuta di dominio pubblico, gli elicotteri già volteggiavano sul lago della Duchessa, che non poteva essere raggiunta da mezzi motorizzati, ma soltanto a piedi dopo tre ore di duro cammino in mezzo alla neve alta.
La superficie del lago era ghiacciata e una nevicata recente, oltre a nascondere possibili tracce fresche, rendeva le operazioni ancora più impervie. L’evidenza di questi dati non scoraggiò le fonti governative che si impegnarono, una velina dopo l’altra, ad accreditare l’autenticità del messaggio trovando nei mezzi di comunicazione, in nome di sua maestà la “Cronaca in diretta”, dei compiacenti quanto acritici amplificatori. Anzi, proprio la televisione contribuì a trasformare l’evento, che rivaleggiava sul piano comunicativo con le zoommate dell’interno piccolo borghese del covo di via Gradoli, in un interminabile e angoscioso circo mediatico: così i telegiornali fecero entrare nelle case degli italiani le grottesche immagini di alcuni sommozzatori scafandrati, costretti a infilarsi in un buco da loro stessi provocato facendo saltare una mina, tanto era spessa la lastra di ghiaccio che ricopriva il lago e dove, chissà quando e come, il corpo di Moro sarebbe stato gettato da una fantomatica brigata di “alpinisti rossi”.
Nelle stesse ore, Moro dovette essere informato di quanto stava avvenendo all’esterno perché con toni sarcastici e insinuanti lo definì in una pagina del memoriale “la macabra grande edizione della mia esecuzione [che] può rientrare in una logica, della quale non è necessario dare ulteriori indicazioni”. Un sospetto, condiviso anche dai suoi familiari, i quali, in una telefonata intercettata nel pomeriggio del 18 aprile, commentarono: “Molto sporca questa storia, molto poco rossa”. Oggi sappiamo con certezza che sia Moro da dentro la prigione, sia i suoi congiunti da fuori, colsero in presa diretta nel segno. In effetti, nel corso degli anni, si stabilirà che il falso comunicato fu redatto da un abile falsario di quadri d’arte contemporanea, in particolare di Giorgio de Chirico, di nome Antonio Chichiarelli, una figura di cerniera tra mondi diversi, in rapporti accertati con la Banda della Magliana, ma anche con i Servizi segreti italiani e il Nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, ucciso da ignoti nel settembre del 1984.
Nel 2006, in un libro-intervista, Steve Pieczenick, esperto di antiterrorismo (e dunque di terrorismo) inviato dal Dipartimento di Stato americano sullo scenario di crisi italiano, ha testimoniato di avere discusso con il ministro degli Interni Francesco Cossiga e con alcuni esponenti dei Servizi, tra cui il criminologo Franco Ferracuti, la realizzazione di un falso comunicato, a suo dire un’“operazione psicologica” funzionale a preparare l’opinione pubblica italiana e quella europea all’eventuale decesso di Moro. Nel medesimo libro, il direttore de il Manifesto Valentino Parlato ha raccontato di essere stato invitato a pranzo da Cossiga con altri giornalisti al Viminale proprio il 18 aprile trovandosi in un clima “surreale e sconcertante” tanto da credere di “avere le allucinazioni”: “Parlammo di tutto tranne che di quella notizia, come se non ci fosse ragione di agitarsi”, ma era evidente il gusto di rendere il palazzo del potere trasparente a un gruppo selezionato di giornalisti tra i più influenti.
In realtà, se non si fossero celebrati negli anni Novanta due clamorosi processi giudiziari, del tutto inimmaginabili nel 1978, gli effettivi comportamenti dispiegati dalle forze dell’antiterrorismo il 18 aprile, con l’operazione del covo di via Gradoli e quella del falso comunicato, sarebbero rimasti per sempre avvolti nella nebbia delle dietrologie. Il primo processo riguardò lo scandalo dei “fondi neri” del Sisde, che ha consentito di ricostruire una mappatura di società immobiliari legate ai Servizi segreti che riconduce con certezza sino all’appartamento adiacente al covo occupato da Mario Moretti in via Gradoli, 96. Il secondo è il processo per la morte del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma nel marzo del 1979, che ha visto il sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, accusato di essere il mandante dell’omicidio, risultando assolto in primo grado, condannato in secondo e assolto in via definitiva in Cassazione per non avere commesso il fatto. Nel corso di quel processo, un altro imputato, il magistrato ed ex ministro democristiano Claudio Vitalone, fedelissimo di Andreotti, ma consapevole di rischiare anche lui una pena elevatissima, differenziò la propria strategia difensiva da quella dell’ex presidente del Consiglio. Una scelta processuale che si rivelò prudente quanto efficace dal momento che, diversamente da Andreotti, egli è stato assolto in tutti e tre i gradi di giudizio con formula piena.
Questa divaricazione però indusse Vitalone a raccontare nel 1993 e nel 1995 alla magistratura quanto egli aveva saputo circa il falso comunicato del Lago della Duchessa, rivelando così alcuni aspetti che, senza quell’inaudita pressione processuale, sarebbero forse rimasti ignoti per sempre. Egli dichiarò di avere pensato di procedere alla fabbricazione di un falso comunicato, ovviamente prevedendo l’intervento degli organi di polizia giudiziaria, perché mosso dal timore che le Brigate rosse avessero potuto sopprimere l’ostaggio continuando a gestirlo con l’esterno come se fosse ancora vivo. Era dunque necessario avere una prova dell’esistenza in vita di Moro e l’unica strada percorribile era quella di suscitare una risposta delle Brigate rosse propalando la falsa notizia che egli era stato da loro ucciso. Il problema, infatti, per Vitalone era la “riconoscibilità di coloro che detenevano l’ostaggio”. Bisognava quindi “far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le Br”, la cui autenticità poteva essere “strumentalmente attestata da organi di polizia scientifica”. Vitalone spiegava che l’idea era stata lasciata cadere e di essere “trasalito” quando l’aveva vista messa in pratica il 18 aprile senza alcun preventivo coinvolgimento dell’autorità giudiziaria. Nuovamente interrogato nel 1995, aggiunse: “La mia riflessione schematica era questa: se noi lasciamo che le Br muovano i due pezzi della scacchiera, la partita è perduta. Noi dobbiamo inventare una mossa che costringa le Br a rimeditare il loro progetto”.
L’idea di Vitalone di quei giorni e le sue preoccupazioni di investigatore erano certamente influenzate da una recentissima e drammatica esperienza che aveva coinvolto la Procura di Roma di cui allora faceva parte. Infatti, nel corso del sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, avvenuto a Roma il 7 novembre 1977 a opera di alcuni esponenti del nucleo originario della cosiddetta “Banda della Magliana”, la famiglia dell’ostaggio aveva pagato il riscatto il 4 marzo 1978, aggirando le interdizioni della magistratura e delle forze di polizia, quando in realtà il congiunto era già morto. Vitalone sapeva che durante il sequestro i rapitori avevano fatto pervenire almeno due foto dell’ostaggio, con un’iconografia del tutto simile a quella utilizzata dalle Brigate rosse negli stessi giorni con Moro, ma con un particolare macabro in più: l’ultima foto, quella che aveva indotto il figlio a pagare, era in realtà l’immagine del cadavere del duca congelato che teneva in mano una copia de La Nazione tra le mani, utile a provarne l’esistenza in vita.
Oggi nessuno lo ricorda più, ma in quei giorni a Roma erano in corso altri tre sequestri di persona a opera della criminalità comune (Michela Marconi, Angelo Apolloni e Giovanna Amati) e la foto del duca Grazioli era stata pubblicata nella cronaca di Roma dal Corriere della Sera il 7 aprile 1978, dunque in pieno sequestro Moro, con l’appello della figlia a liberare il congiunto ormai già deceduto e la drammatica aggiunta: “La magistratura non esclude che sia stato ucciso”. Sotto la foto del duca Grazioli, che ricordava quella di Moro distribuita dalle Brigate rosse il 18 marzo, compariva un articolo in rilievo intitolato “Cerimonia dei partigiani cristiani sul luogo dell’eccidio in via Fani”, stabilendo così una connessione tra i due episodi non giustificata dall’economia della pagina, trattandosi della cronaca di Roma.
Sempre negli stessi giorni, era convincimento comune tra gli investigatori e anche tra uomini politici avveduti come Bettino Craxi che, dentro la colonna romana delle Brigate rosse, potessero convivere, sul piano organizzativo, un’anima politica e una più schiettamente delinquenziale, contigua sotto il profilo logistico (gestione dei covi, commercio delle armi, produzione dei documenti e delle soffiate) a quella criminalità comune che stava gestendo nello stesso periodo e nella medesima città altri tre sequestri di persona.
Occorre anche rilevare che la produzione di comunicati apocrifi è una prassi non infrequente nell’antiterrorismo italiano e internazionale. Essa, infatti, consente di destabilizzare l’avversario, di controllare e di manipolare una strategia di disinformazione, di confondere e sparigliare il fronte, di prendere l’iniziativa inserendo della moneta falsa, ma certificata, per poi analizzare i comportamenti della controparte. Prova ne sia che tra la primavera e l’estate del 1981, durante i sequestri di Ciro Cirillo e di Giuseppe Taliercio è stato accertato che il Sisde produsse altri comunicati brigatisti con finalità simili a quelle del falso messaggio del Lago della Duchessa. In quei giorni, l’antiterrorismo aveva soprattutto due preoccupazioni, che sono entrambe la spia di una trattativa segreta entrata ormai in una fase avanzata e forse conclusiva: anzitutto ottenere una prova certa dell’esistenza in vita di Moro; in secondo luogo accertarsi che l’ostaggio fosse ancora detenuto dalle Brigate rosse e non fosse passato di mano, una prassi più comune di quanto si pensi nei sequestri di persona, anche di matrice politica.
L’azione di disinformazione e di controguerriglia psicologica del Lago della Duchessa si mostrò efficace perché le Brigate rosse il 20 aprile 1978 furono costrette a rilasciare un comunicato che conteneva una seconda foto di Moro con in mano la copia del quotidiano Repubblica del 19 aprile. Nel messaggio si annunciava che il processo era finito, che Moro era stato condannato a morte “così come è stata condannata la classe politica che ha governato per trent’anni il nostro Paese”, ma si annunciava un’importante novità: “Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della liberazione di prigionieri comunisti”, per la quale si dava un ultimatum di due giorni. A proposito del falso comunicato del Lago della Duchessa (una “macabra messa in scena” e una “lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica, la preparazione del ‘grande spettacolo’ che il regime si appresta a dare, per stravolgere le coscienze, mistificare i fatti, organizzare intorno a sé il consenso”) i brigatisti indicavano con sicurezza “gli autori: Andreotti e i suoi complici” – oggi sappiamo – cogliendo nel segno con millimetrica precisione. Dopo decenni di reticenza, una serie di testimoni oculari hanno raccontato che, nelle stesse ore, ma sulle sponde di un altro lago, quello di Castel Gandolfo, Paolo VI e la famiglia pontificia avevano ormai ultimato la raccolta di dieci miliardi di lire che sarebbero dovuti servire come riscatto in cambio della libertà di Moro. Ovviamente, soltanto dopo avere accertato la sua esistenza in vita e l’effettiva attendibilità di quanti sostenevano di avere nella loro disponibilità l’ostaggio, per evitare di fare la recente fine dell’aristocratico Grazioli. Di conseguenza, per comprendere il rapporto intercorrente tra l’azione del presidente del Consiglio Andreotti, i Servizi segreti e i vertici dell’antiterrorismo che dalla sua autorità esecutiva e gerarchica dipendevano, la trattativa vaticana e il falso comunicato del Lago della Duchessa bisogna, come sempre, follow the money. Senza però dimenticare un particolare: il galateo del “partito armato”, proprio come quello dei salotti alto borghesi, aveva insegnato ai suoi rampolli che non è mai elegante parlare di soldi.
(7 – continua)
La Stampa 27.4.18
Tito, l’Olp e gli incontri a Beirut
I segreti della trattativa per Moro
Il libro di Francesco Grignetti ricostruisce i contatti con le Brigate Rosse per la liberazione. Così si sfiorò un clamoroso scambio di prigionieri
di Francesco Grignetti
Il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, uomo di fiducia di Moro, alla notizia di via Fani rimane traumatizzato, ma non del tutto sorpreso. Esattamente un mese prima della strage ha inviato alla Centrale una segnalazione che avrebbe dovuto mettere gli apparati dello Stato in allarme. Dalle sue fonti palestinesi ha saputo che in Italia si sta preparando un attacco. La soffiata gli arriva da ambienti dell’Fplp, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, un gruppo di ispirazione marxista che è considerato intimamente legato al Kgb.
Il maresciallo Giuseppe Agricola, che è stato il braccio destro del colonnello a Beirut per cinque anni, ricorda nitidamente che cosa le lettere significarono in quelle stanze dove lui e Giovannone condividevano le giornate: «Le lettere erano un messaggio. Ci dicevano: andate a bussare alla porta dei palestinesi». Il colonnello Giovannone, infatti, è ben consapevole che i vertici dell’Fplp sanno molto sul terrorismo italiano e che avrebbero potuto aiutarlo ad intavolare una trattativa con i misteriosi capi delle Brigate rosse. A sua volta, il prigioniero Aldo Moro - che viene informato regolarmente dal colonnello di quel che si agita nel Medio Oriente, e che probabilmente è anche al corrente delle soffiate di febbraio - giunge alle stesse conclusioni di Giovannone. Indica le modalità, uno scambio di prigionieri; la scacchiera, quella del Medio Oriente; il mediatore, Stefano Giovannone.
Si apre la trattativa
Il comunicato brigatista n. 8, quello che comprende un elenco di 13 terroristi detenuti da liberare in cambio della vita dell’ostaggio, risale al 24 aprile, una giornata di svolta nel caso Moro, ed è il contraccolpo di quella operazione ambigua del falso comunicato della Duchessa. A suo modo, questo comunicato n. 8 è una sorpresa: le Br, che finora hanno sempre sostenuto di non voler intavolare trattative, stanno contraddicendo sé stesse. E se pure lo scambio è prospettato in maniera provocatoria, come di chi voglia farsi dire di no a tutti i costi, qualcosa cambia nelle loro strategie. Dacché sostenevano di non volere trattare con lo Stato, ora la trattativa è aperta nei fatti.
La data chiave
Devono essere stati febbrili i colloqui di quei giorni in un’altalena di speranze e delusioni. Il 24 aprile, data che ci appare sempre più cruciale, l’Olp comunica agli italiani di avere notizie molto interessanti. Sappiamo da un ennesimo cablo di Giovannone: «Concordata positiva immediata azione vertici Olp che habent già raccolto qualche utile elemento per stabilire contatti noti interlocutori».
Lo Stato
Commenta la commissione d’inchiesta, presieduta dall’onorevole Fioroni: «Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio le speranze di salvare Moro diventano più forti. Mentre precedentemente si faceva riferimento soprattutto all’acquisizione di informazioni, eventualmente funzionale a azioni di polizia, quella che si tentò di realizzare dalla fine di aprile, con piena consapevolezza istituzionale, è una vera e propria trattativa, che aveva come intermediari i palestinesi. Nello stesso tempo le indagini tendevano a stagnare, quasi che ormai ci si attendesse una soluzione sul piano politico e non su quello investigativo-giudiziario» .
Sì, Cossiga sapeva
Nel 2008, l’ex presidente della Repubblica scrive una lunga lettera al «Corriere della Sera». «La polizia e i carabinieri mi riferirono che avevano sentore che si sviluppassero azioni parallele e vere e proprie trattative, via terrorismo internazionale di sinistra sostenuto dall’Est-servizi segreti della Jugoslavia e della Ddr-resistenza palestinese, con l’ausilio di strutture militari italiane, azioni aventi come scopo la liberazione di Moro attraverso scambi di prigionieri a livello internazionale».
Il contatto italiano
Oreste Scalzone (all’epoca direttore di una rivista dell’ultrasinistra, ndr) riceve un messaggio che origina da Beirut. «Avevano cercato me, i miei compagni dei Comitati comunisti rivoluzionari e della rivista Metropoli così come altri, immagino, spinti dallo scrupolo di non lasciar cadere nulla senza quanto meno “passar parola” e far pervenire un messaggio alle Br». Il messaggio per Scalzone, da girare ai suoi amici brigatisti, gli arriva dai compagni tedeschi.
La missione dello 007
L’ex capo dei servizi segreti, Fulvio Martini, all’epoca vicedirettore operativo del Sismi, ha raccontato così il suo 9 maggio: «Il mio compito, quel giorno, era andare a prelevare i tre della Raf che erano in mano a Tito, due uomini e una donna. Uomini della Raf che dissero di aver avuto rapporti con le Br a Milano. Mi portarono a Portorose e cominciammo a discutere» .
L’accenno di Andreotti
Il 10 maggio, si profila una tempestosa riunione in Parlamento. Andreotti nel corso della riunione del Consiglio dei ministri invita tutti a mantenere i nervi freddi. Intanto racconta che lui e Cossiga, nonostante le apparenze, hanno esplorato diverse strade «non ortodosse». In questo contesto escono i nomi di Gheddafi e di Arafat. Ma di queste trattative «non ortodosse» non deve restare traccia.
Repubblica 27.4.18 1978- 2018
Aldo Moro Cronache di un sequestro
Arriva con il comunicato numero 7, quello vero, la seconda fotografia che diventa il simbolo di una tragedia italiana. Lo statista prigioniero ha lo sguardo provato e intenso, la camicia spiegazzata, tiene in mano una copia di “Repubblica” del 19 aprile mentre guarda il suo carceriere. È la prova che il leader democristiano è ancora vivo Ma la trattativa per liberarlo è ferma. Nonostante gli appelli del segretario dell’Onu Kurt Waldheim e di papa Paolo VI, che “prega in ginocchio” i terroristi
di Ezio Mauro
Nell’“ ufficio”, come i brigatisti chiamavano il covo di via Chiabrera, c’era soltanto un vecchio ciclostile. Quando Moretti consegnava ai due “postini” un comunicato con la stella a cinque punte, o una lettera del prigioniero, bisognava pensare alle fotocopie, e quasi sempre Adriana Faranda e Valerio Morucci usavano un chiosco pubblico a due passi dalla facoltà di Architettura, dove potevano fare da soli, uno di guardia, una alla macchina per le copie. Poi, per far ritirare le buste arancioni coi testi, chiamavano gli intermediari indicati da Moro scegliendoli tra le persone a lui vicine, allargando ogni volta la cerchia per sfuggire alla polizia. Parlava Morucci, sempre lui, a nome dell’Organizzazione: subito le istruzioni, scandite in fretta, per paura che il telefono chiamato fosse controllato e la cabina da cui il brigatista parlava venisse individuata. Alla fine, una verifica di sicurezza: «Ha capito bene? ». Ma prima, appena una voce rispondeva, ecco la formula-incubo dei 55 giorni: «Pronto, qui Brigate Rosse».
Qualche volta i “postini” – con la loro fotografia da ricercati appesa al cruscotto di tutte le “volanti” della polizia – rientravano tardi nel covo, anche se la regola brigatista non voleva che si stesse in strada di notte. Ma bisognava controllare da lontano che la busta fosse stata trovata, e dalla persona giusta, proprio quella che il prigioniero aveva indicato dal carcere. Poi, la sera nell’“ufficio” le parole che Moro scriveva venivano lette e rilette e poco per volta la fisionomia del sequestrato si faceva largo nel paesaggio ideologico, militare e sanguinario dei brigatisti. Cominciavano a sentire il peso dell’esercizio di quel “dominio pieno e incontrollato”, il fardello dell’onnipotenza, la sproporzione tra la pistola e l’inermità, uno squilibrio che l’ideologia rivoluzionaria colmava, ma che rispuntava da ogni angolo delle lettere, dove il prigioniero si dibatteva per convincere il governo, per consigliare la Dc, per rassicurare la famiglia, semplicemente per continuare a vivere. Leggevano in via Chiabrera i due “postini”, confidandosi l’un l’altro il primo dissenso per la decisione Br di rendere pubblica la lettera a Cossiga che Moro pensava dovesse restare segreta. Leggeva in via Montalcini Anna Laura Braghetti, stupita dell’angoscia del prigioniero non per sé ma per la famiglia, di cui riusciva a parlare quasi ogni giorno a Mario Moretti, deviando il corso dell’interrogatorio.
Nel piccolo vano di fianco alla cella, insieme coi vestiti che i carcerieri gli avevano fatto cambiare appena arrivati nel covo, c’era un’agenda telefonica sottile che Moro teneva nella tasca della giacca al momento del sequestro. Ne aveva un’altra a casa, verde, più grande, ma quella la portava sempre con sé e per tutto il periodo della prigionia fu l’unica sua mappa del mondo di fuori. Bisognava evitare che la polizia intercettasse i messaggi, dovevano arrivare ai destinatari. E allora ecco che il prigioniero chiedeva l’agenda, scorreva i cognomi che portavano agli amici di famiglia, agli assistenti d’università, ai compagni di partito, agli uomini della sua corrente, agli allievi. Ragionava, sceglieva, trascriveva: poi suggeriva ai suoi carcerieri nomi, numeri di telefono, indirizzi. I brigatisti seguivano l’agenda di Moro.
Moretti aveva capito che il sequestro ormai andava giocato tutto all’esterno. Convinto di avere in mano l’uomo chiave del meccanismo di potere imperialista, l’anello forte che teneva insieme il comando americano e l’Italia, si vedeva rovesciare lo schema da Moro che nell’interrogatorio ricordava la dichiarazione del dipartimento di Stato Usa di due mesi prima, contrario all’intesa di governo con i comunisti, confidava la freddezza diffidente di Kissinger ad ogni incontro, rivelava la sua battuta polemica in una visita di Stato del ’74: «non credo al dogma dell’evoluzione democratica del Pci, così come non credo al dogma dell’Immacolata Concezione». Ormai quell’interrogatorio doveva chiudersi: spendendo sul mercato politico il suo peso simbolico.
Così il 15 aprile arriva il comunicato numero 6 che apre il capitolo della fine: « L’interrogatorio del prigioniero è terminato – dicono le prime righe – non ci sono segreti sconosciuti al proletariato che riguardano la Dc, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia e di pilastro del Sim. Per quanto ci riguarda il processo ad Aldo Moro finisce qui. Le sue responsabilità sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo». Poi la conclusione, scritta in stampatello: “Aldo Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte”. “Colpevole”, “condannato”, “morte”. Tutta la parabola del caso Moro è contenuta in queste tre parole, unite da una congiunzione che cerca e inventa un nesso causale: “pertanto”.
È passato un mese dal sequestro con la strage di via Fani. In trenta giorni i brigatisti hanno costruito l’accusa, hanno condotto l’interrogatorio, sono giunti alla sentenza, montando con il processo una gigantesca macchina ideologica che dopo aver girato a vuoto, senza produrre le rivelazioni che cercavano, adesso li porta – in piena autonomia ed esclusiva responsabilità – all’esito verso cui tutto era indirizzato fin dall’inizio: la condanna a morte, per la prima volta nella storia delle Br annunciata in anticipo. Da questo momento, tutto quello che accadrà, o non accadrà, si muove sotto l’ombra di quel ricatto sospeso.
E infatti tutto precipita, per spinte casuali, misteriose, interessate, torbide. Due giorni dopo, il 18 aprile, proprio nell’anniversario del trionfo democristiano di De Gasperi nel ’48, scatta una provocazione in grande stile: è la comparsa del comunicato numero 7 che annuncia “l’avvenuta esecuzione di Aldo Moro tramite suicidio” e rivela che il corpo si trova nel fondo del lago della Duchessa, a 1800 metri tra il Lazio e l’Abruzzo. È un falso, attraversato anche da tre errori di ortografia, fabbricato da uno specialista collegato alla banda della Magliana, Toni Chichiarelli, che verrà ucciso nel 1984.
Cresce una confusione cupa, come in una tragica prova generale in cui ogni scorribanda è possibile, di qualsiasi potere, per qualunque uso o strumentalizzazione. Il sistema sembra fuori controllo. Ma mentre centinaia di agenti cercano il corpo di Moro nel ghiaccio del lago, usando il tritolo, lo stesso giorno si spalanca all’improvviso il più importante covo brigatista di Roma dopo la prigione: la casa dove vivono in clandestinità Mario Moretti e Barbara Balzerani, in via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. Alle 7.30 del mattino l’inquilina dell’interno 7 vede una macchia d’umidità che cresce sul soffitto, capisce che è un’infiltrazione, suona e non trova nessuno a casa dell’“ ingegner Vincenzo Borghi”, chiama i pompieri che salgono dal balcone nell’appartamento al piano di sopra e vedono il “ telefono” della doccia aperto al massimo e appoggiato con la scopa sulla parete, vicino a una fessura tra le ceramiche.
Ma spenta l’acqua e usciti dal bagno, scoprono in salotto un vero e proprio arsenale terroristico: un mitra Km- I, sei pistole, un fucile- pompa a canna mozza, sei pistole con silenziatore, due bombe a mano, targhe false, divise della polizia e dell’aviazione, ma anche della Sip e delle Poste, le copie di comunicati Br, un libro mastro delle spese, due moduli per carte d’identità dello stesso stock rubato nel 1972 e utilizzato da una terrorista della Raf che verrà poi uccisa nel 1979 in un conflitto a fuoco a Norimberga. Ci sono le lenti a contatto di Balzerani, nell’acqua di una bacinella le camicie da lavare di Moretti. I due erano usciti di casa alle 7, il capo delle Br per andare a Rapallo a una riunione dell’Esecutivo, Barbara Balzerani per raggiungere Adriana Faranda nell’“ ufficio” di via Chiabrera, dove verrà a sapere dal telegiornale che il covo è stato scoperto. Le telecamere arrivano insieme con la polizia, prima dei magistrati, spargono la notizia in tutt’Italia: se fosse rimasta segreta, Moretti al ritorno a casa avrebbe potuto essere arrestato, le Br decapitate in pieno sequestro Moro. Incredibilmente sfiorato due volte (dall’ispezione di polizia che trovò la porta chiusa, e dalla seduta spiritica che fece il nome di Gradoli) il “covo” numero 1 cade dunque in pubblico, quasi in diretta tv, come se dovesse essere abbandonato o “consegnato” d’urgenza, salvando i terroristi.
Cresce la febbre malsana del Paese, mentre il sequestro si sta avvitando su se stesso e sparge segnali, sospetti, contraddizioni, paure. Le Br devono smentire il falso annuncio della morte dell’ostaggio, parla Curcio al processo di Torino, arriva il vero comunicato numero 7, accompagnato dalla prova che Moro è vivo: è la seconda Polaroid del prigioniero, che tiene in mano una copia di
del 19 aprile mentre guarda il suo carceriere che lo fotografa. Lo sguardo provato e tuttavia intenso, i capelli più lunghi, la solita camicia da cella spiegazzata, aperta sul collo: lui, che in spiaggia a Maccarese circondato da una folla in costume, sette anni prima, è l’unico in camicia e cravatta, sotto un vestito così scuro che sembra una figura artificiale, infilata bizzarramente in mezzo a quell’immagine- ricordo con il photoshop. Adesso Moretti controlla la qualità della foto, il giornale, lo stendardo, poi ritaglia con le forbici qualche millimetro sui bordi del rettangolo, per eliminare dal retro il codice identificativo della macchina che ha scattato l’istantanea.
Ma con la prova c’è l’ultimatum: la Dc ha 48 ore di tempo per accettare uno scambio di prigionieri, e deve sapere che questa è l’unica strada, “non ce ne sono altre possibili”. Moro scrive a Zaccagnini, supplica il Papa di intervenire. La Dc risponde riproponendo la linea della fermezza per il governo, ma nello stesso tempo chiede alla Caritas di cercare una strada autonoma per arrivare ai brigatisti e convincerli a rilasciare il prigioniero. Il Pci ribadisce che «con i nemici della Repubblica non si tratta, lo Stato non può cedere » , il Psi cerca uno spazio negoziale, convinto invece che Lo Stato «abbia prima di tutto il dovere di tutelare la vita dei cittadini».
Si capisce che siamo al momento decisivo. Dall’Onu il segretario Kurt Waldheim si rivolge in italiano ai brigatisti attraverso la televisione, chiedendo di liberare l’ostaggio “senza ulteriori indugi”. Scade l’ultimatum delle Br, e in questo tempo sospeso, in cui tutti si chiedono che cosa accadrà, arriva il 22 aprile una lettera autografa di Paolo VI, che la Radio Vaticana legge sei volte nelle sue 26 lingue: «Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse, vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni». Il Papa in ginocchio che “prega” i terroristi, chiamandoli “uomini delle Brigate Rosse”, appare a tutti come lo sforzo massimo cui il Vaticano può giungere. Ma nella prigione si insegue soltanto il traguardo del riconoscimento politico, e quell’invito di Montini a rilasciare il prigioniero “senza condizioni, semplicemente”, viene letto come una conferma della fermezza, un arroccamento, la chiusura di un canale. Dunque Papa e Onu vengono scartati, senza risposta. La macchinazione ideologica messa in campo dai brigatisti produce una concatenazione meccanica degli eventi, uno schema fisso senza variabili, che alza al massimo la posta puntando ad un solo risultato. Le Br adesso si sentono onnipotenti e impotenti insieme, non vedono la via d’uscita nel clamore universale del caso, negli appelli internazionali, nella soluzione umanitaria. Come se fin dal primo giorno del rapimento di Moro si fossero condannati a condannare.
Continuano a sparare. A Milano hanno appena ucciso con sette colpi di pistola sotto casa Francesco De Cataldo, maresciallo maggiore delle guardie di custodia, definito “torturatore di detenuti”: ma a San Vittore i carcerati decidono una colletta per mandare i fiori al suo funerale. A Roma feriscono alle gambe l’ex presidente democristiano della Regione, Girolamo Mechelli, a Torino colpiscono con sette proiettili Sergio Palmieri, dirigente Fiat alla Carrozzeria. Il penultimo comunicato, il numero 8, chiede la liberazione di tredici detenuti in cambio di Aldo Moro. Sei sono brigatisti, in gran parte del nucleo storico (Curcio, Franceschini, Ognibene, Ferrari, Besuschio, Piancone), tre della banda XXII Ottobre, due dei Nap, uno è un delinquente comune che si è radicalizzato in carcere, Sante Notarnicola, rapinatore omicida della banda Cavallero. Una richiesta che nelle sue dimensioni e nella sua rilevanza sembra proporre allo Stato un’abdicazione, impossibile.
Nella sua cella il prigioniero sa soltanto quel che vogliono fargli sapere. Ma avverte il clima del “covo”, misura lo stato d’animo dei carcerieri, decifra gli scarsi segnali da fuori. Quando Moretti gli ha annunciato la condanna a morte, spiegandogli che lo spazio per una trattativa restava comunque aperto, ha reagito col silenzio, per un giorno intero. Nessuna risposta alle domande, nessun segnale dalla cella, quasi nessun movimento. Quel giorno vuole far capire ai carcerieri la disumanità del percorso che stanno seguendo, la sua indifesa resistenza, le colpe di ciò che accadrà che vanno cercate dentro la prigione, non fuori soltanto, come fanno i comunicati brigatisti. Col suo rifiuto silenzioso, dice alle Br ciò che non può scrivere nelle lettere che passano per il loro controllo. Lui sa. Non tocca il vassoio del cibo né a pranzo né a cena, Gallinari lo porta due volte fuori dalla prigione intatto, lasciando sul comodino solo la bottiglia dell’acqua.
Poi Moro ricomincia a scrivere, a Craxi, Ingrao, Fanfani, Andreotti, Leone. Legge i ritagli di giornale scelti dai brigatisti. Ha visto l’appello “ per la difesa della vita di Aldo Moro” pubblicato da
firmato da intellettuali, vescovi e soprattutto da due comunisti di rango, come Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice. Ha letto la lettera firmata dai suoi amici, i professori cattolici Scoppola, De Rosa, Gorrieri, Paolo Prodi: « L’Aldo Moro che conosciamo non è presente nelle lettere». Ha sentito che Andreotti è comparso in televisione per spiegare che non ci sono margini per un negoziato, «la decisione è definitiva ». Capisce che l’ora zero si avvicina. Chiede di poter ascoltare una messa, Gallinari e Maccari devono decidere da soli, mentre Moretti è in una riunione dell’Esecutivo: non possono rischiare che per radio o tv arrivi fin nella cella qualche messaggio cifrato, una notizia fuori controllo: e allora Anna Laura Braghetti incide su una cassetta la messa della domenica, poi portano il registratore a pile a Moro, che ascolta parole e suoni della funzione, più volte. Chiede anche di poter ricevere un messaggio della moglie, gli dicono di no perché il canale di ritorno al “covo” è troppo pericoloso. Il “fortino”, come lo chiama in quei giorni Gallinari, è sicuro finché è assolutamente segreto, un indirizzo conosciuto da una sola persona oltre ai quattro brigatisti. Il sequestrato può chiedere alla moglie di mandare una lettera al
Giorno:
quando verrà pubblicata, le Br lo avvertiranno.
Ma i carcerieri gli dicono anche che all’improvviso forse si sta aprendo un canale, proprio mentre tutto sembra chiudersi. È il Psi che decide di sondare l’area dell’Autonomia, in quel territorio grigio che sta tra il “movimento” e il terrorismo. Claudio Signorile incontra Franco Piperno e Lanfranco Pace. Sarà quest’ultimo a muoversi nel mondo dell’università, cercando un aggancio coi brigatisti. Risponde Bruno Seghetti, e Moretti decide che Morucci e Faranda siano il contatto. Ci sono incontri in centro, caffetterie, piazze, bar all’aperto come la pasticceria “ Ruschena” sul lungotevere. Prima i due terroristi replicano in privato la posizione pubblica delle Br, la linea dei comunicati: scambio dei prigionieri, riconoscimento politico, attesa di un segnale dalla Dc. Poi quei colloqui con Pace, che insiste sull’errore politico che le Br stanno compiendo, allargano la piccola crepa che si era aperta nel partito armato. In un paradosso dell’ultima ora, il “contatto” non funziona per aprire un vero canale di trattativa all’esterno del carcere, ma porta all’interno il seme del dubbio, la contraddizione politica e umanitaria che dividerà – inutilmente – il fronte terroristico nella fase finale.
Paralizzata di fronte al sequestro, la politica riesce ad approvare la legge sull’aborto alla Camera con i 308 voti favorevoli (contro 275) di comunisti, socialisti, liberali, socialdemocratici, repubblicani e indipendenti di sinistra. Ma lo stesso giorno, e anche la notte, nuclei armati terroristici firmano un’offensiva di fuoco in tutto il Veneto, con incendi, attentati, sparatorie, molotov, fino alla bomba che nel buio distrugge la sede della Dc a Mestre. Il segretario della Cgil, Luciano Lama, dice che «sarebbe un errore gravissimo se lo Stato trattasse con le Brigate Rosse, anche se in ballo c’è una vita umana, e questo pone un problema crudelissimo», ma nel sindacato parlano di trattativa uomini di primo piano come Crea, Bentivogli, Didò, Marianetti. Ugo La Malfa va a piazza del Gesù per portare la sua solidarietà a Zaccagnini e uscendo annuncia: «Ho deciso di iscrivermi volontariamente nella lista di attesa delle Br». Ma a Torino, per ragioni di ordinaria follia burocratica, viene improvvisamente tolta la scorta a Guido Barbaro, il presidente della Corte che giudica i terroristi, l’uomo a cui Curcio annuncia dalle sbarre dell’aula: «Lei è già stato giudicato, come Moro».
Per la seconda volta in pochi giorni, dal Palazzo di Vetro dell’Onu il segretario Waldheim manda un appello alle Br, quasi un messaggio politico: «Il mondo vi guarda. Ma voi sapete che la terribile angoscia per questa prolungata detenzione può solo danneggiare i vostri obiettivi, quali che siano. Vi chiedo di rilasciare immediatamente Aldo Moro. Una tale azione sarà accolta con sollievo in tutto il mondo e tutti coloro che consacrano la loro vita alla ricerca di una maggior giustizia plaudirebbero » . Nessuna risposta. Nel vuoto, arriva fino al carcere una lettera dei figli di Moro pubblicata dal
Giorno
e indirizzata al papà: « Vogliamo farti giungere un segno del nostro affetto, dirti che il pensiero di ogni momento ti è dedicato di un amore nuovo, di giorno in giorno più consapevole di ciò che tu sei e sei stato per noi».
Voleva essere un messaggio di conforto, era il commiato.
- 8. Continua
Il Sole 27.4.18
La svolta di Panmunjom. Il presidente sudcoreano riferirà a Trump in vista del summit di giugno tra Washington e Pyongyang
Le due Coree riscrivono la storia
di Stefano Carrer
L’incontro tra Kim e Moon al 38° parallelo prepara il terreno alla normalizzazione
Alle 9.30 del mattino ora locale (le 2.30 della notte tra giovedì e venerdì in Italia) segna la storia il passaggio a piedi da parte del leader nordcoreano Kim Jong-un del confine con il Sud nel villaggio di Panmunjon - dentro la zona smilitarizzata sotto le insegne del “Comando delle Nazioni Unite” - per stringere la mano al presidente sudcoreano Moon Jae-in. È una prima volta di grande importanza politica, visto che i due precedenti summit intercoreani (nel 2000 e nel 2007) si erano svolti a Pyongyang. Un’ora dopo, l’inizio dei colloqui finalizzati questa volta non solo a ridurre le tensioni, ma a porre le prime basi di un trattato di pace che sostituisca l’armistizio in vigore dal 1953.
La Peace House, appena all’interno del territorio del Sud, è stata rinnovata per ospitare l’incontro all’insegna di una simbologia di pace e unificazione: dagli arredi fino al menù della cena ufficiale, con cibi tipici ma anche un elvetico rösti(in omaggio al periodo trascorso in Svizzera da Kim) e un dessert al mango su cui è riprodotta in blu una cartina della penisola unificata. Compreso un puntino per indicare l’isola di Dokdo, rivendicata dai giapponesi che la chiamano Takeshima, tanto che Tokyo ha elevato una protesta.
Kim è accompagnato da nove delegati. Per pranzo il suo ritorno temporaneo a Nord, anche perché – è trapelato – non potrebbe andare in bagno al Sud per non lasciare tracce analizzabili per scoprire segreti di stato riguardanti la sua salute. Con Moon, altra prevista mossa simbolica è quella di piantare un pino al confine, con terriccio misto delle due più alte montagne del Nord e del Sud.
Il vertice con Trump
Per quanto la concreta prospettiva di un vertice agli inizi di giugno tra Kim e il presidente americano Donald Trump abbia relativamente smussato la portata clamorosa di questo summit, è chiaro che si tratta di una giornata molto importante per il futuro della penisola. Ed è già emerso che a maggio Moon si recherà a Washington per riferirne a un Trump che, oltre ad accogliere l’invito di Kim, ha altrettanto affrettatamente twittato che il dittatore ha già «accettato la denuclearizzazione».
È vero che rispetto ad alcuni mesi fa – quanto l’atmosfera era carica di tensioni e minacce di guerra – il leader nordcoreano ha teso vari ramoscelli d’ulivo: dalla partecipazione alle Olimpiadi invernali al recente annuncio della sospensione dei test nucleari e di quelli missilistici anche a medio raggio, accompagnata dalla progettata chiusura del sito atomico di Punggye-ri; dalla caduta di vecchie pregiudiziali sulle trattative allo stesso sorprendente invito per un summit a chi lo aveva definito dalla Casa Bianca “Little Rocket Man”. Ma lo ha fatto enfatizzando che la Corea del Nord ha raggiunto lo status di potenza nucleare, per cui i test non sono più necessari.
La sua generica disponibilità alla «denuclearizzazione della penisola» (riportata da interlocutori del Sud), non può significare una rinuncia già sul tavolo negoziale al suo deterrente atomico. Così, osserva Ralph Cossa del Pacific Forum di Honolulu, il vertice nordcoreano sarà fondamentale come test sulla sincerità della volontà di pace di Kim, che evidentemente è motivato soprattutto dal desiderio di allentare le sanzioni internazionali.
Quando la forma è sostanza
Si potranno divinare le vere intenzioni di Kim anche dalle formalità: se si rivolgerà o meno a Moon come presidente della Repubblica di Corea (di solito il Nord chiama il vicino sud Corea, con la s minuscola) o se accetterà di discutere fin d’ora la prospettiva di un trattato di pace e di disarmo nucleare. Temi che finora il regime ha mostrato di non voler trattare con il Sud ma, semmai, con Washington. Del resto, la Corea del Sud non è firmataria dell’armistizio del 1953, in quanto l’uomo-forte di allora, Syngman Rhee, voleva che la guerra continuasse.
Per Cossa, il punto fondamentale è se Kim accetterà di trattare «la sospensione in modo verificabile dell’intero programma missilistico e nucleare, non solo dei test»: se rifiutasse, troverebbe conferma il sospetto che abbia in mente mere tecniche negoziali per ottenere vantaggi economici, senza concedere nulla di sostanziale, anzi magari accelerando la produzione di missili e testate atomiche. «Io sono scettico in proposito, ma spero di sbagliarmi», conclude Cossa. «Le armi nucleari sono diventate non solo una assicurazione contro eventuali attacchi americani, ma strumenti asserviti alla leadership carismatica di Kim e, col tempo, parti integranti dell’identità nord-coreana - afferma Giulio Pugliese, lecturer in War Studies al King’s College di Londra – per questo l’idea di arrivare a un processo completo, verificabile e irreversibile di denuclearizzazione del Nord appare di difficilissima realizzazione».
La denuclearizzazione
Se il leader nordcoreano porrà nero su bianco, magari in un comunicato congiunto, un impegno verso la fatidica «denuclearizzazione», il summit rappresenterà un significativo passo avanti, anche in vista del summit con Trump. «Questo vertice dà motivo a grandi speranze per noi coreani – afferma Ryoo Seung-wan, il regista reduce dai trionfi del kolossal storico-patriottico “The Battleship Island”, presentato al Far East Film Festival di Udine – la prossima volta, spero di venire a Udine in treno direttamente dalla Corea». Del resto, vicino a Panmunjom, c’è la stazione ferroviaria di confine di Dorasan, dove campeggia già una grande mappa della linea diretta di collegamento via terra Corea-Europa. Per il momento, però, ci sono solo i piani di enti e agenzie turistiche per incrementare il numero di visitatori stranieri alla zona smilitarizzata, sull’onda dell’impatto mediatico dell’incontro Moon-Kim.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
sabato 21 aprile 2018
La Stampa 21.4.18
La rivincita di Marx icona pop
di Gianni Riotta
Antonio Gramsci, sfortunato e geniale pensatore, diceva che la differenza tra il filosofo Hegel e Karl Marx stava tutta «nel giornalismo», e aveva ragione. Editorialista accanito, Marx partiva sempre dalla realtà, con una delle penne più feroci della storia, capace di battute che, su twitter, spopolerebbero. Redatto nel 1848 con il fido Engels, il suo «Manifesto del partito comunista» viene ora, a sorpresa, riletto come manuale per guarire la crisi della democrazia occidentale e la disuguaglianza economica, diffusa da automazione e mercato globale, nei nostri Paesi.
Il vulcanico ex ministro greco Varoufakis rilancia in un pamphlet Marx «fonte di speranza», certo che abbia la soluzione per il capitalismo 4.0, da Uber ai robot. Il pittoresco guru neomarxista Slavoj Zizek incalza «Il comunismo sta per tornare e vendicarsi!». Al cinema code per il film «The Young Karl Marx», diretto da Raoul Peck, un Marx arrabbiato alla Grillo perfino nell’acconciatura, a teatro per la commedia inglese, un po’ musical, «Young Marx» di Bean e Coleman. Per chi associa, giustamente, l’autore delle migliaia di pagine di «Das Kapital» ai libri, ecco «Karl Marx, Greatness and Illusion» di Gareth Stedman Jones, tomo di 768 pagine, per Harvard. Mentre Google segnala 3.700.000 siti sul pensatore comunista, il fantasma di Marx, secondo Varoukafis «degno di Shakespeare», agita il XXI secolo, dopo il XX. Di solito si premia il Marx «giovane», che la critica definiva «umanista», lo scapigliato romantico dei «Manoscritti» 1844, quasi glissando sull’eredità delle dittature crudeli e dei gulag dove milioni di infelici, incluse generazioni che all’utopia di Marx avevano consacrato la gioventù, andavano a morte sotto il suo barbuto ritratto.
Il revival è comprensibile. Per primo Marx ha colto il senso della globalità senza confini e intuito che, infranto il feudalesimo agrario, la rivoluzione industriale avrebbe innescato ansia di libertà irrefrenabile, dal bisogno e dall’aristocrazia. Marx capisce che la macchina non è solo utensile «economico», ma anche motore «politico», e, prima di cibernetica e Intelligenza Artificiale, comprende che la tecnica ci rende «androidi», legando il destino umano a una «cosa», ieri telaio meccanico, oggi computer ed algoritmi (già Aristotele suggeriva che gli «authomata», le macchine, avrebbero emancipato l’umanità, schiavi inclusi).
Che direbbe Marx dei suoi tardi seguaci? Affibbiare a lui, che aspettava la rivoluzione in Europa ed era scettico, al confine della xenofobia, sul comunismo in Asia e Russia, i genocidi di Stalin e Mao è propaganda caduca, ma illudersi che le disuguaglianze, tanto deprecate dall’economista Piketty, guariscano a colpi di «Critica al Programma di Gotha» 1875 è moda effimera di chi Marx poco, o male, dimostra di aver studiato.
Marx aveva visto le disumane condizioni delle fabbriche inglesi, sottovalutando però la capacità di auto-riforma del capitalismo con welfare, salari, pensioni, mutua, pungolato da partiti socialisti e sindacati. L’operaio, però, non era solo l’«homo economicus» del «Capitale», credeva anche in Dio, nella patria, nella famiglia, e la storia dei nazionalismi lo prova anche con Brexit, Trump, Lega. Le proposte rivoluzionarie del «Manifesto» sono ormai realizzate, scuola, lavoro minorile, fisco, fine del latifondo agrario, tasse di successione, o confutate dalla storia con dolore, vedi tragedia dell’industria di stato sovietica o i 40 milioni di morti nella carestia di Mao con l’agricoltura centralizzata. Dare al vecchio Marx da risolvere i nostri guai, ignorando il progresso che ha salvato dalla miseria miliardi di esseri umani dal 1990, è ok su un palcoscenico, sbagliato in politica. Fosse vivo, Marx non ci ripeterebbe garrulo il «Manifesto» 1848, ne scriverebbe uno tutto nuovo, focoso: «Uno spettro si aggira per il web…».
Repubblica 21.4.18
La sentenza di Palermo
Stato - mafia, la trattativa ci fu 12 anni a Mori e Dell’Utri Di Matteo attacca Berlusconi
di Salvo Palazzolo
Assolto Mancino Condanne anche per Subranni e De Donno Il pm: sanciti i rapporti con l’ex premier. Che annuncia querela: assurdo tirarmi in ballo
Palermo «In nome del popolo italiano » . Il giudice Alfredo Montalto scandisce i nomi dei capimafia: «Bagarella Leoluca Biagio, Cinà Antonino. Colpevoli » . Poi, i nomi degli uomini dello Stato: « De Donno Giuseppe, Mori Mario, Subranni Antonio. Colpevoli, per le condotte commesse fino al 1993 » . Nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, il silenzio è rotto da un urlo spezzato, che viene dalle fila del pubblico. Il presidente della seconda corte d’assise di Palermo continua a scandire un altro nome: « Dell’Utri Marcello. Colpevole, per le condotte commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi». E un altro nome ancora: « Ciancimino Massimo. Colpevole».
Alle 16,05 di un giorno che arriva dopo cinque anni di processo, la trattativa fra lo Stato e la mafia non è più solo l’ipotesi di quei quattro pubblici ministeri che adesso se ne stanno immobili davanti alla corte: Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi. La trattativa fra alcuni uomini dello Stato e i vertici della mafia ci fu. Fra il 1992 e il 1994, mentre l’Italia era insanguinata dalle bombe che uccisero i giudici Falcone, Borsellino, gli agenti delle scorte e poi fecero ancora altre vittime fra Roma, Milano e Firenze. Ora, il giudice Montalto legge un elenco di colpevoli. Non c’è più distinzione fra i mafiosi, il politico, i carabinieri. Sono solo imputati, colpevoli.
Spicca, nella lista, l’assenza del nome dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. L’attesa cresce, il colpo a sorpresa può essere dietro l’angolo. Accanto al presidente, c’è la giudice Stefania Brambille. Da una parte e dall’altra, la giuria popolare. Prosegue la sentenza, inesorabile: « Bagarella Leoluca Biagio, condannato alla pena di anni 28 di reclusione. Cinà Antonino, Dell’Utri Marcello, Mori Mario e Subranni Antonio, condannati alla pena di anni 12. De Donno Giuseppe, Ciancimino Massimo, alla pena di anni 8». E tutti, «interdetti in perpetuo dai pubblici uffici». Insieme, i mafiosi al 41 bis, l’ex senatore di Forza Italia in carcere per mafia e gli ex carabinieri del Ros che fino a un momento fa erano ufficialmente soldati dell’antimafia. Tutti accusati di «attentato a un corpo politico dello Stato». Sarebbe stato condannato anche Riina, ma la corte dichiara «l’estinzione del reato per morte del reo» . Solo l’ex ministro Mancino viene assolto. Era accusa to di falsa testimonianza. « Il fatto non sussiste » . Dicono i suoi legali, Nicolletta Piergentili e Massimo Krogh: « Siamo stati sempre fiduciosi nella giustizia » . E l’ex presidente Napolitano: « Contro di lui c’erano accuse grossolane».
« Una sentenza storica — commenta invece Nino Di Matteo, non appena la corte esce dall’aula — Viene sancito che mentre saltavano in aria i giudici, qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina chiedeva ». Di Matteo sottolinea soprattutto un passaggio della sentenza: « I giudici hanno detto chiaramente che Dell’Utri fece da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi, da poco insediato, nel 1994». Fa una pausa e riprende: « Finora si era messa in correlazione Cosa nostra con Berlusconi imprenditore. Adesso, per la prima volta, questa sentenza mette in correlazione l’organizzazione criminale col Berlusconi politico. E non mi risulta che lui abbia mai denunciato quelle minacce di mafia che gli furono recapitate da Dell’Utri » . Sono parole che rimbalzano presto nel mondo politico. Dal Molise Berlusconi reagisce indignato e annuncia una querela: « Le parole di Di Matteo sono di una gravità senza precedenti. È assurdo e ridicolo il tentativo di accostare il mio nome alla trattativa Stato-mafia».
È il giorno della sentenza, che non si aspettavano neanche i cinquanta attivisti di Libera, di Scorta Civica e delle Agende rosse, il movimento fondato dal fratello del giudice Borsellino. Anche loro immobili ad ascoltare il verdetto. Perché, in fondo, gli ufficiali del Ros erano già stati assolti altre volte dalle accuse dei pm: per la mancata perquisizione nel covo di Riina, per la mancata cattura di Provenzano. Investigatori ritenuti spregiudicati, ma mai collusi. E poi sembrava che anche la condanna a 7 anni contro Dell’Utri stesse per essere spazzata via, dopo la stangata dell’Europa sul reato di concorso esterno. Nei cinque giorni della camera di consiglio, un tam tam insistente aveva ormai riempito Palermo: « Sarà assoluzione » . Invece, è una condanna durissima. Non ci sono solo gli anni di carcere, ma anche un maxi risarcimento che gli uomini dello Stato e i mafiosi dovranno pagare «in solido». Dieci milioni di euro, in favore della presidenza del consiglio. In aula c’è Luciano Traina, il fratello di Claudio, uno dei poliziotti morti con Borsellino. Dice: « Ora, voglio tutta la verità sulla strage di via D’Amelio».
Repubblica 21.4.18
Una verità controvento
di Attilio Bolzoni
In questo gorgo ci sono sì i carabinieri dei reparti speciali e i boss di Cosa Nostra, ma c’è soprattutto Dell’Utri, l’inseparabile amico di Berlusconi che gli ha portato in dote i compari palermitani
Questa sentenza dice che il cratere di Capaci — per quanto profondo — non è riuscito a ingoiarsi tutti i misteri e tutti i ricatti, i patti, i depistaggi, gli inganni. Dice che ci sono stati uomini delle istituzioni e di almeno un partito che hanno negoziato — per conto proprio e per conto terzi — con i peggiori criminali della storia italiana. Questa sentenza dice che lo Stato ha processato e condannato se stesso.
Quello che era annunciato come il verdetto che avrebbe chiuso per sempre un’epoca giudiziaria che si era aperta nel 1992 con l’uccisione del giudice Falcone, si è rivelato al contrario una vera “ bomba”. Precipitata improvvisa e violenta sulla politica con la condanna di Marcello Dell’Utri ( si scrive Dell’Utri ma si legge Berlusconi: è una sola la vicenda che li unisce da quasi mezzo secolo ed è molto siciliana), sugli apparati che hanno difeso senza pudore quegli ufficiali del vecchio Ros dei carabinieri specialisti nel doppio e nel triplo gioco, sulla stessa magistratura che sul processo Stato- trattativa si è divisa come e più di un’opinione pubblica che non poteva e non voleva credere che ci fossero “ pezzi” dello Stato in combutta con Totò Riina e con Leoluca Bagarella.
Contro ogni previsione — supportata dall’assoluzione di due anni fa dell’ex ministro Calogero Mannino che rappresentava in sostanza il pilastro dell’accusa sui patti fra Stato e mafia — la sentenza della Corte di Assise di Palermo mette in discussione una “ linea” giudiziaria che in molti davano buona per inerzia e riapre in modo clamoroso ogni investigazione su tutto ciò che di spaventoso è accaduto prima, durante e dopo i massacri del 1992. In questo gorgo ci sono sì i carabinieri dei reparti speciali e i boss di Cosa Nostra, ma c’è soprattutto “ Marcellino”, l’inseparabile amico di Silvio che gli ha portato in dote i compari palermitani ( prima i Bontate dell’aristocrazia mafiosa, poi gli emissari dei Corleonesi): ancora rinchiuso a Rebibbia per concorso esterno, ora deve fronteggiare quest’altra condanna per avere chiuso l’ultimo patto con Cosa Nostra. E non per un interesse puramente personale ma in quanto braccio destro e co- fondatore di Forza Italia, il partito che avrebbe cambiato subito dopo i massacri i destini del nostro Paese. Per l’attualità è Marcello Dell’Utri il personaggio centrale di questa raffica di condanne, arrivate nel corso delle trattative ( parola che ricorre sinistra dopo la sentenza) per la formazione del governo, un “ segretario” tutto fare di Silvio che alla fine del 1993 « si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa Nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario » .
Tesi sostenuta dalla pubblica accusa e accolta interamente dai giudici — 12 anni di reclusione chiesti dai pm, 12 anni la condanna — con “ Marcello” al fianco di Berlusconi, nominato capo del governo nel marzo 1994. Ma non ci sono state solo le pressioni per il 41 bis. Dell’Utri, prima sollecitato dal famigerato “ stalliere” Vittorio Mangano e poi dai terribili fratelli Graviano, si sarebbe fatto “ interprete” degli interessi di Cosa Nostra.
Sono stati tutti “ ambasciatori” dei boss gli imputati di questo processo che anche per gli osservatori più attenti sembrava destinato al niente, in controtendenza assoluta rispetto agli orientamenti di gran parte della magistratura inquirente che ha investigato sulle stragi e dintorni.
Un’indagine controvento. Soprattutto quando si è inoltrata nei meandri maleodoranti di quel reparto speciale dei carabinieri ( oggi c’è un Ros completamente rifondato e che nulla ha a che fare con il passato) guidati da quel generale Mario Mori dall’oscura radice e dal molto “ creativo” metodo d’indagine. Al centro delle investigazioni per l’incredibile mancata perquisizione del covo di Totò Riina e assolto, coinvolto nella mancata cattura del boss Bernardo Provenzano e assolto, questa volta il generale e il suo fidato scudiero Giuseppe De Donno sono rimasti imbrigliati nella morsa della trattativa, accordi che sono cominciati proprio da loro fra Capaci e via D’Amelio con contatti cercati con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. I carabinieri erano a caccia anche a quel tempo di “ coperture” politiche. Le trovarono? È mistero fitto. Di sicuro, alla vigilia della sua uccisione Paolo Borsellino venne a conoscenza di queste manovre e provò turbamento. Poi il 19 luglio, l’autobomba.
Il resto è cronaca recente. E tutto è cominciato con l’apparizione pirotecnica di Massimo “ Massimuccio” Ciancimino, il figlio più piccolo di don Vito, che fra tante patacche spacciate ha avuto il merito — solo con la mossa — di far riaffiorare ricordi a un po’ di ministri e di funzionari di alto rango che sembravano molto “ smemorati”. Sono stati alcuni di loro, in fondo, a trascinare sul banco degli imputati l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che però ieri è stato assolto. Colpi di scena che hanno oscurato mediaticamente, udienza dopo udienza, la “ sostanza” del processo. Forse, anche per questo, nessuno se l’aspettava una conclusione così fragorosa istituzionalmente.
Cosa ci consegna alla fine questa sentenza di Corte di Assise? Che la trattativa ci fu e non è nata nella mente delirante di qualcuno e nei “ teoremi” del cosiddetto “ rito siciliano”, che trattare con la mafia ( contrariamente a ciò che fino a ieri pensavano in molti anche ai vertici di cariche di rilievo) è reato, che per una volta la verità processuale non è troppo lontana dalla verità storica come ci hanno abituato tanti altri verdetti pronunciati in questi anni. I pubblici ministeri del dibattimento sulla trattativa — come ha ricordato nella sua requisitoria Nino Di Matteo — sono stati accusati da più parti persino di « essersi mossi con finalità eversive » . La sentenza spiega al contrario che non sempre la mafia sta da una parte e lo Stato dall’altra. Alcune volte possono anche mischiarsi. Sembra una banalità conoscendo la nostra storia, ma adesso c’è una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano.
Repubblica 21.4.18
Le conseguenze sulle alleanze
E M5S scarica il Cavaliere dopo aver aperto ai suoi voti
Di Maio: morta la Seconda Repubblica. Fraccaro: pietra tombale su Fi I grillini seppelliscono per sempre la soluzione dell’appoggio esterno
di Liana Milella
ROMA È frutto di un caso. Solo una pura coincidenza.
Ma destinata a cambiare la storia di M5S e del futuro governo.
S’incrociano, nella stessa giornata, il lunghissimo cammino del processo sulla trattativa Stato-mafia e la strada breve, ma tormentata, dei tentativi di dare all’Italia un nuovo inquilino per palazzo Chigi. E in poco più di un’ora, orologio alla mano, cambia l’intero scenario. La sentenza, chiosata dal pm Di Matteo, produce tra i vertici dei 5stelle un effetto singolare, sembra il bacio del principe sulle labbra di Biancaneve addormentata. Uno shock. Che, nell’ordine, colpisce Di Maio, Fico, Di Battista, Fraccaro. Solo per citare i maggiori esponenti del movimento.
«Il verdetto sul processo arriva al Berlusconi politico» sottolinea a Palermo il magistrato. E a Roma M5S sembra svegliarsi all’improvviso. E giunge perfino a dimenticare che appena ventiquattr’ore prima, nell’ansia di fare un governo a tutti i costi, superando le palesi ostilità dei berlusconiani, Di Maio aveva ipotizzato un appoggio esterno di Forza Italia e di Fratelli d’Italia.
«Un suicidio politico per M5S, una normalizzazione» come l’ha definita lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Offerta peraltro sdegnosamente respinta. E che ha prodotto lo “schiaffo” immediato dell’ex Cavaliere, «a Mediaset non pulirebbero nemmeno i cessi».
Ma adesso tutto cambia. Adesso c’è Di Matteo. E quel macigno sulla strada delle trattative, perché «questa sentenza per la prima volta mette in correlazione la mafia con Berlusconi politico».
È il segnale di una liberazione.
Che trapela dallo staff di M5S prima come indiscrezione, in cui già prende piede lo stop a Forza Italia, la «pietra tombale» su ogni possibile interlocuzione con loro, e poi con il tweet di Luigi Di Maio.
«La trattativa Stato-mafia c’è stata, con le condanne di oggi muore definitivamente la seconda Repubblica» scrive il candidato premier grillino. E con la fine annunciata della Seconda Repubblica “muore” anche qualsiasi apertura a Berlusconi, mentre parte un tam tam verso il leader della Lega Salvini perché si smarchi dal suo alleato e faccia un passo avanti.
Non c’è ancora, nelle parole di Di Maio, il nome proprio del leader di Forza Italia. Perché nei momenti convulsi del dopo sentenza c’è ancora chi, ai vertici di M5S, raccomanda una minima prudenza e chiede di non personalizzare sull’ex Cavaliere il no a un accordo di governo con i forzisti. Ma ci pensa Alessandro Di Battista, in campagna elettorale in Molise, a rompere qualsiasi indugio ed esitazione. Addirittura lo chiama Caimano. «Con la storica sentenza sulla trattativa Stato-mafia si dimostra, una volta per tutte, che pezzi delle istituzioni sono scesi a patto con Cosa nostra. Tra i contraenti c’è Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi. Ora il Caimano sarà ancora più nervoso» dice Di Battista. Che conferma la lettura di Di Maio: «Finalmente e definitivamente oggi finisce la Seconda Repubblica».
«Bella giornata, bella sentenza, che riavvicina tanti cittadini allo Stato. E io sono contento da cittadino». È sempre Di Battista a ringraziare pubblicamente i magistrati di Palermo, come aveva fatto anche Di Maio, e a invitare chi conduce il confronto politico sul governo a tenerne conto. Sarà impossibile per M5S non farlo, a questo punto tornare politicamente indietro rispetto a un pomeriggio di invettive anti berlusconiane. Come la chiusura netta e senza sconti del neo presidente della Camera Roberto Fico che parla di «valore civile e morale straordinario» di questa giornata. Fico non cita Berlusconi, ma istituzionalmente, soprattutto se sarà il prossimo incaricato da Mattarella per tentare un nuovo governo, il suo giudizio conta.
Quell’invito «a fare luce sulle pagine buie della nostra storia per sentirci Stato» equivale a una netta chiusura per chi, secondo la sentenza, ha violato le regole basiche dello Stato stesso.
La sentenza, in un solo pomeriggio, ha liberato tutto l’anti berlusconismo di M5S, tant’è che un fedelissimo di Di Maio come Riccardo Fraccaro, consegna alle agenzie parole durissime: «È un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli. Politicamente è una pietra tombale».
Repubblica 21.4.18
Il verdetto sulla trattativa Stato-mafia
La Repubblica rifondata su una sentenza
di Stefano Folli
Ancora una volta, secondo Luigi Di Maio, «muore la Seconda Repubblica». Era già morta il 4 marzo, a sentire il leader dei Cinque Stelle, sepolta sotto il 32,5 per cento ottenuto dal Movimento nelle urne. Ma è di nuovo defunta ieri pomeriggio in seguito alla sentenza del processo Stato-mafia. Il che introduce una variabile molto insidiosa nel labirinto della crisi politica. Anziché tenere separati i due livelli, quello della verità giudiziaria e quello della prassi politica, si tenta di intrecciarli fino a renderli inestricabili. A cavallo di questa tigre, Di Maio prova a slanciarsi di nuovo verso Palazzo Chigi, saltando le infinite contraddizioni e gli errori di manovra nel palazzo che in quaranta giorni ne hanno appesantito la marcia fino al sostanziale fallimento.
Non c’è da stupirsi. I Cinque Stelle hanno ottenuto buona parte del loro successo popolare in questi anni sul presupposto che le infiltrazioni criminali nello Stato abbiano alterato il gioco democratico. Per coincidenza la sentenza di Palermo arriva nel pieno di un passaggio politico confuso, dagli sbocchi ancora indecifrabili; e inevitabilmente permette a Di Maio di afferrare una preziosa ciambella di salvataggio nel momento più difficile. E non solo a lui. Il presidente della Camera, Fico, non ha nascosto il suo entusiasmo per un evento «straordinario»: eppure si tratta della terza carica dello Stato, una figura istituzionale, come si usa dire, che dovrebbe mantenere un minimo di distacco dalle passioni politiche.
Peraltro il “mafioso di Arcore”, definizione spesso riservata dai Cinque Stelle a Berlusconi, giusto ieri mattina si era scagliato non senza volgarità contro il vertice del M5S (gente che «a Mediaset pulirebbe i cessi»).
Si capisce quindi che Di Maio abbia sventolato la sentenza come una bandiera, visto che il co-fondatore di Forza Italia, Dell’Utri, ha ricevuto un’altra pesante condanna.
La fotografia del Paese, secondo una certa iconografia pentastellata, ne viene esaltata.
Del resto, non va dimenticato che il pubblico ministero del processo, Di Matteo, è intervenuto di recente a Ivrea a un convegno dei Cinque Stelle, tanto che qualcuno già se lo è immaginato — ma senza basi concrete — ministro in un governo Di Maio.
In ogni caso non è facile stabilire se la sentenza assesta davvero un colpo mortale a una Seconda Repubblica che a tanti sembra non essere mai nata. Di sicuro garantisce ai Cinque Stelle l’uso politico di quello che la sentenza ha definito. Come ha detto lo stesso Di Matteo, «sono sanciti i rapporti mafiosi di Berlusconi». Difatti è lì che i magistrati hanno colpito: Berlusconi non è condannato, ma in un certo senso è come se lo fosse. Spetta adesso a Di Maio e ai suoi sfruttare la circostanza per tentare di allargare la crepa fra il fondatore di Forza Italia e Salvini. Ma per riuscirci bisogna abbracciare senza riserve la tesi della natura criminogena non solo di Berlusconi, ma di una discreta fetta degli apparati, delle istituzioni, delle forze dell’ordine. E magari spiegare come mai di un certo Berlusconi, omonimo del personaggio qui descritto, Di Maio l’altro ieri fosse pronto ad accettare l’appoggio esterno a un esecutivo Cinque Stelle.
La Terza Repubblica, se nascerà eventualmente su tali premesse, sarà fondata sulla stretta alleanza — mai così salda — fra politici e magistrati. La legittimazione del nuovo assetto verrà dalla sentenza di Palermo e da altre analoghe che potrebbero seguire. In fondo non sarebbe la prima volta. Chi ha buona memoria ricorda gli anni di Tangentopoli: la delegittimazione degli avversari e il tentativo, peraltro non riuscito, di costruire una nuova classe dirigente fondata su una sorta di purezza rivoluzionaria. Stavolta è diverso, anche perché sullo sfondo ci sono i delitti della mafia e non i politici corrotti. Ma tutto si tiene, in un certo senso. Se Di Maio considera davvero il processo di Palermo come il secondo tempo della vittoria elettorale di marzo, il meno che si possa dire è che il compito istituzionale di Mattarella diventa ancora più complesso.
La Stampa 21.4.18
“Delusa, rinuncio al Nobel ebraico”
La rabbia di Israele contro Portman
L’attrice diserta la premiazione. Il governo: così si unisce al boicottaggio
di Giordano Stabile
Il conflitto fra Israele e i palestinesi irrompe a Hollywood e la protagonista è un’attrice ebrea, nata a Gerusalemme e naturalizzata americana. Natalie Portman, tre nomination in carriera e un Oscar come miglior attrice nel 2011 per il film «Il cigno nero», ha annunciato di voler rinunciare al Premio Genesis, conosciuto come il «Nobel ebraico». La cerimonia, prevista per giugno, è stata annullata e la decisione ha scatenato una tempesta in Israele. Portman non ha dato spiegazioni ufficiali al suo gesto. Una sua portavoce si è limitata a spiegare che «i recenti avvenimenti sono stati estremamente dolorosi per lei» e quindi «non si sente a suo agio nel partecipare ad alcun evento pubblico in Israele».
La Fondazione Genesis ha espresso la sua «tristezza» per la decisione, ha detto di «rispettare il suo diritto di criticare il governo» ma anche di temere che il suo gesto porti a una «politicizzazione» della cerimonia: «Una cosa che abbiamo sempre cercato di evitare». Ma è chiaro che il «no» di Portman è destinato a essere legato alle proteste nella Striscia di Gaza che nelle ultime tre settimane hanno portato alla morte di 39 palestinesi, 4 ieri, per il fuoco dell’esercito israeliano e al ferimento di altri 1400. Quando, lo scorso novembre, la Fondazione aveva annunciato di aver scelto lei per il riconoscimento, l’attrice si era detta «orgogliosa delle sue radici in Israele».
Portman aveva manifestato critiche alla politica israeliana già nel 2009 e si era detta «delusa» per la rielezione di Benjamin Netanyahu nel 2015. Ma non era mai stata sostenitrice del movimento «Bds» per il boicottaggio di Israele. Ora la sua presa di posizione è destinata a rafforzare il partito anti-israeliano nel mondo dello spettacolo, che già a dicembre si era spaccato in due dopo che la cantante Lorde aveva cancellato un concerto a Tel Aviv. Una posizione simile è stata presa più volte dalla rockstar Roger Waters dei Pink Floyd, mentre un altro gruppo storico, i Radiohead, ha dovuto affrontare critiche feroci per il concerto tenuto in Israele lo scorso 19 luglio. Il leader Thom Yorke ha poi replicato in una intervista con la rivista “Rolling Stone”: «Ci sono tantissime persone che non sono d’accordo con il movimento Bds: non crediamo nel boicottaggio culturale».
Il Premio Genesis, lanciato nel 2013, ha fra i propositi quello di fare del messaggio culturale un ponte fra Israele e il resto del mondo. Sono stati premiati, dal 2014, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, lo scultore Anish Kapoor, il violinista Itzhak Perlman e un’altra star di Hollywood, Michael Douglas. Tutti hanno donato il milione di dollari del premio a istituti di beneficenza. La Fondazione Genesis ha fatto sapere che Portman non intende restituire la somma, che probabilmente sarà donata, mentre i due milioni aggiuntivi promessi dal filantropo israeliano Morris Kahn andranno comunque a una Ong a difesa dei diritti delle donne.
Ma il punto è politico. Il ministro della Cultura, Miri Regev, è stata categorica: «Mi spiace molto che Natalie Portman sia caduta nella mani dei sostenitori del Bds». Un’attrice «ebrea che è nata in Israele», ha sottolineato Regev, «si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele come una storia di tenebra e tenebra», con una parafrasi del titolo del libro «Una storia d’amore e di tenebra» di Amos Oz, poi un film diretto dalla stessa Portman. Un deputato del partito Likud, Oren Hazan, ha chiesto addirittura la revoca della nazionalità israeliana all’attrice, nata in Israele nel 1981 ed emigrata a tre anni a Washington assieme ai genitori. Il Premio Genesis doveva segnare il ritorno trionfale nella sua terra di origine, come la regina Amidala da lei interpretata in «Guerre stellari». E invece Portman sembra aver voluto indossare la maschera di «V per Vendetta».
Repubblica 21.4.18
“Israele, rifiuto il tuo Nobel” lo schiaffo della star Portman per i morti del venerdì a Gaza
di Vincenzo Nigro
L’attrice rinuncia a un prestigioso riconoscimento dopo gli ultimi scontri Al confine altre vittime: anche un ragazzo di 15 anni tra i 4 palestinesi uccisi
Per il quarto venerdì di seguito, ieri Gaza ha protestato contro Israele. Poteva essere la giornata in cui i numeri dei manifestanti ( 3000) e soprattutto quello dei palestinesi colpiti dai soldati israeliani ( comunque un bilancio tragico: 4 morti e 700 feriti) avrebbero indicato una flessione della “ Marcia del ritorno”. Quasi un affievolimento in vista delle proteste finali di metà maggio. Ma, come spesso accade nelle dinamiche mediorientali, è stato un fattore di totale sorpresa a tenere alta l’attenzione dei media internazionali sulla protesta di Hamas, sulla Marcia che vorrebbe riportare i palestinesi nei territori che oggi sono di Israele.
Ieri mattina l’attrice israelo- americana Natalie Portman ha annunciato che non verrà a ritirare a Gerusalemme il Premio Genesis, quello che viene definito il “Nobel di Israele”. Di fatto rifiuta il riconoscimento proprio a causa di quelli che, in un comunicato diffuso dalla fondazione Genesis, l’attrice definisce « recenti avvenimenti ». Il riferimento è chiaro alla Marcia di Gaza, alla reazione di Israele alla mobilitazione di Hamas, al fatto che i cecchini israeliani prendono di mira i palestinesi che si avvicinano al recinto di separazione, sparano prima che riescano a danneggiarla per entrare in Israele.
La cerimonia solenne per la consegna del premio è stata annullata. Portman doveva ricevere un premio di 2 milioni dollari raccolti dalle fondazioni filantropiche dell’uomo d’affari Morris Kahn e dell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, anche lui imprenditore di successo nel mondo dei media. Il premio doveva essere devoluto ad associazioni che lavorano per l’emancipazione femminile. Kahn, un ebreo sudafricano immigrato in Israele, ha criticato l’attrice. «Assieme alla fondazione Genesis provvederemo alle necessità delle organizzazioni femminili, per le quali abbiamo raccolto 2 milioni di dollari con la Fondazione Michael Bloomberg. Il premio sarà consegnato dalla Fondazione Genesis e non dalla signora Portman ».
Portman aveva ricevuto il premio proprio perché è una stella di Israele nel mondo: attrice famosa, da alcuni anni anche produttrice, di recente ha finanziato ed interpretato il film “ Sognare è vivere” tratto dal romanzo “ Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz.
Nel governo di Bibi Netanyahu le reazioni sono state furiose. Portman è stata accusata praticamente di tradimento innanzitutto dalla ministra della Cultura, Miri Regev: «Portman è caduta come un frutto maturo nelle mani dei sostenitori del Bds», dice la Regev, riferendosi alla campagna internazionale per il boicottaggio di Israele. Un altro deputato del Likud, Oren Hazan ha proposto che a Portman - nata in Israele con il nome di Neta- Li Hershlag – venga addirittura revocata la cittadinanza.
In verità Portman ha presentato la sua scelta con discrezione, non ha neppure fatto chiaramente un riferimento alle uccisioni di Gaza; ma ormai da mesi la stragrande maggioranza della comunità ebraica americana è entrata in rotta di collisione con gli ebrei di Israele, con i sostenitori dei partiti di destra e di quelli religiosi, tanto che ormai si parla apertamente di “questione americana”.
Tornano alle proteste di Gaza, a fine serata i morti erano 4, fra cui un ragazzo di 15 anni. I palestinesi questa volta hanno adoperato catapulte artigianali per lanciare pietre, hanno fatto volare aquiloni con bombe molotov. Venerdì prossimo la protesta continua.
il manifesto 21.4.18
Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza non ritira il Nobel ebraico
Israele/Striscia di Gaza. La destra al governo insorge contro l'attrice e regista israelo-statunitense alla quale un deputato chiede di revocare la cittadinanza
di Michele Giorgio
GERUSALEMME Natalie Portman ha rovinato al governo Netanyahu i festeggiamenti per il 70esimo anniversario della proclamazione di Israele. L’attrice, regista e produttrice cinematografica israelo-statunitense, ha fatto sapere che non verrà a Gerusalemme a ritirare il Genesis Prize, il Nobel ebraico. A spingerla a fare un passo indietro sono stati, ha fatto sapere, «gli ultimi eventi per lei estremamente dolorosi e che non si sente a suo agio a partecipare ad eventi pubblici in Israele». Portman non cita la Striscia di Gaza ma è stato chiaro a tutti che la sua decisione è una reazione alle decine di palestinesi uccisi nelle ultime settimane dal fuoco dei tiratori scelti dell’esercito israeliano dispiegati lungo le linee di demarcazione con Gaza per contrastare la “Marcia del Ritorno”.
L’ira della destra al governo in Israele è scattata immediata. La ministra della cultura Miri Regev ha accusato la Portman di essersi schierata con il Bds, la campagna di boicottaggio di Israele a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. «Nathalie, un’attrice ebrea che è nata in Israele, si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele come “una storia di tenebra e tenebra”», ha ironizzato Regev, parafrasando il titolo del libro ”Una storia d’amore e di tenebra di Amos Oz”, dal quale Portman ha tratto un film da lei diretto. Il deputato del Likud, Oren Hazan, uno degli esponenti di punta dell’estremismo di destra, ha invocato la revoca della nazionalità israeliana all’attrice. «Portman è un’ebrea israeliana che da una parte usa cinicamente le sue origini per far progredire la sua carriera e dall’altra si vanta di aver evitato di essere arruolata nell’Idf (l’esercito)», ha commentato Hazan. Per Rachel Azaria, del partito Kalanu, la decisione dell’attrice Usa sarebbe il riflesso di un cambio di atteggiamento degli americani ebrei nei confronti di Israele.
Portman aveva detto di voler devolvere i due milioni del Genesis Prize ad associazioni delle donne e, stando a quanto riferito ieri sera dal quotidiano Haaretz, non restituirà la somma.
Corriere 21.4.18
Lerner e il viaggio in sei tappe alle radici dei pregiudizi
Da domani il reportage «La difesa della razza». La senatrice Segre: in Italia vedo troppa indifferenza
di Renato Franco
«Prima, durante e dopo la mia prigionia mi ha ferito l’indifferenza colpevole più della violenza stessa. Quella stessa indifferenza che ora permette che Italia e Europa si risveglino ancora razziste; temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite». Liliana Segre, la ragazzina reduce dall’inferno — espulsa dalla scuola a 8 anni perché ebrea, deportata a 14 nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau —, da qualche mese senatrice a vita, è la testimone vivente della necessità di non dimenticare il passato. È a fianco di Gad Lerner alla presentazione del suo nuovo programma, La difesa della razza, un reportage in 6 puntate in onda da domani alle 20.30 su Rai3.
Un’inchiesta che va alla radice dei meccanismi che ancora oggi dal pregiudizio etnico conducono alla discriminazione e alla persecuzione delle minoranze. Storie e testimonianze che si misurano e si scontrano con l’insidia del pregiudizio e del disprezzo nei confronti di chi percepiamo come altro, come diverso, nella riproposizione dell’automatismo «noi e loro». Ogni puntata affronta una discriminazione: noi e gli ebrei; noi e gli africani; noi e gli arabi; noi e i cinesi; noi e gli zingari; il razzismo contro gli italiani.
Teorie e simboli, «sentimenti osceni», che credevamo sepolti. Lerner cita Vorrei la pelle nera (successo del 1967 di Nino Ferrer) e Zingara (Iva Zanicchi e Bobby Solo vinsero il Sanremo 1969): «Chi avrebbe oggi il coraggio di cantare dei testi così? Ormai ci stiamo abituando a qualcosa a cui non dovremmo abituarci: la violenza, il pregiudizio, l’indifferenza. Questi 6 reportage nascono dall’idea di capire come è avvenuto che dall’odio razziale si arrivasse allo sterminio, come la propaganda sia stata imposta, con quale lessico e quali argomenti. Il tutto per filtrare quello che viviamo noi, tra i disagi sociali e le convivenze difficili. E chiedersi: come vengono promosse oggi quelle fobie?». Un racconto del presente con la lezione (mai imparata) del passato: «Penso che questo programma sia un atto necessario in tempi scellerati», aggiunge il direttore di Rai3 Stefano Coletta.
L’ultimo pensiero di Liliana Segre è un pugno per le nostre coscienze distratte dal futile: «Mi fa impressione quando sento di barconi affondati nel Mediterraneo, magari 200 profughi di cui nessuno chiede nulla. Persone che diventano numeri anziché nomi. Come facevano i nazisti. Anche per questo non ho mai voluto cancellare il tatuaggio con cui mi hanno fatto entrare ad Auschwitz». Matricola 75190.
Repubblica 21.4.18
La follia lungo il confine di Gaza
di Roger Cohen
Quando i cecchini sparano per uccidere i civili che si avvicinano a un muro, nella mente di chiunque abbia vissuto a Berlino suona un campanello d’allarme. E io ho vissuto a Berlino. Ho attraversato tante volte la barriera che separa il primo mondo di Israele dalla prigione a cielo aperto di Gaza, disseminata di macerie. È un passaggio violento a un luogo di irrazionalità. Come sempre Israele esagera: « occhio per ciglio » , come dice Avi Shlaim, docente di Oxford nonché ex soldato delle forze armate israeliane.
Israele ha il diritto di difendere i propri confini, ma non di usare mezzi letali contro dimostranti per lo più disarmati, come ha già fatto causando la morte di 35 palestinesi e il ferimento di quasi mille. La reazione spropositata deriva dal fatto che Israele considera minacciata la propria esistenza, ma è una tesi che convince sempre meno. Il predominio militare israeliano sui palestinesi è schiacciante e gli Stati arabi hanno perso interesse per la causa palestinese. A detta di Israele, Hamas usa donne e bambini come scudi umani per i dimostranti violenti intenzionati a penetrare la barriera e a uccidere gli israeliani. Secondo un copione ben noto, seguiranno indagini internazionali dall’esito inconcludente e l’odio raddoppierà. Israele vince ma perde. Chi odia Israele e gli ebrei va a nozze. La pornografia la riconosci subito e lo stesso vale per una reazione militare sproporzionata. Ti si rivolta lo stomaco. Gaza Redux: la violenza è inevitabile. Il cosiddetto status quo israelo-palestinese è un’incubatrice di massacri. È importante guardare al di là della barriera di Gaza, simbolo di fallimento come tutte le barriere. È il risultato della morte della diplomazia, dei compromessi svaniti e del trionfo del cinismo. Persino il presidente Trump ha perso interesse per « l’accordo definitivo » e vede luccicare la Corea del Nord.
Qualche settimana fa sei ex direttori del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, hanno lanciato l’allarme. Se i massimi responsabili della sicurezza di Israele definiscono autolesionista l’attuale condotta del Paese, vale la pena di ascoltarli. Così si è espresso Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2015, intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: « Se lo Stato di Israele non decide cosa vuole, finirà per esserci un solo Stato tra il mare e il Giordano. È la fine della visione sionista». Al che Danny Yatom, direttore dal 1996 al ’ 98, replica: “ È un Paese che degenererà o in uno Stato di apartheid o in uno Stato non ebraico. Giudico pericoloso per la nostra esistenza continuare a governare i territori. Non è il genere di Stato per cui ho combattuto. C’è chi dirà che abbiamo fatto tutto noi e che manca una controparte, ma non è vero. La controparte esiste. I palestinesi e chi li rappresenta sono i partner con cui dobbiamo confrontarci » . È per questo convincimento che il primo ministro Yitzhak Rabin è morto assassinato da un esponente israeliano del fanatismo messianico, contrario a qualsiasi compromesso territoriale, che a partire dal 1967 ha conquistato influenza. Non c’è controparte se hai scelto dio al posto di svariati milioni di persone che preferisci non vedere. Ma se guardi, i partner ci sono.
Anche da parte palestinese la fede nella soluzione dei due Stati è diminuita negli ultimi vent’anni. È sempre più frequente l’uso del termine “occupazione” per definire l’esistenza stessa di Israele, invece che la Cisgiordania e Gaza, occupate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni ( Israele si è ritirato da Gaza nel 2005 mantenendone però il controllo, tra l’altro, tramite blocchi aerei e marittimi).
Le marce del venerdì a Gaza sono manifestazioni di protesta contro il blocco imposto da 11 anni, ma puntano anche a riaccendere l’interesse internazionale per la causa dei palestinesi che rivendicano il diritto di tornare alle case da cui nel 1948 furono cacciati. Il diritto al ritorno è un eufemismo per indicare la distruzione di Israele come Stato ebraico. È coerente con l’uso assolutista del termine “occupazione” per definire Israele stesso. I palestinesi hanno perso le loro case dopo che gli eserciti arabi nel 1948 dichiararono guerra a Israele che aveva accettato la risoluzione Onu che sollecitava l’istituzione di due Stati di pari dimensioni circa, uno ebreo e uno arabo — nella Palestina sotto mandato britannico. La risoluzione era un compromesso nel quale credo ancora, non perché fosse una bella soluzione, ma perché era ed è tuttora migliore rispetto ad altre opzioni.
I palestinesi intransigenti amano definirsi lungimiranti. Bene, 70 anni non sono pochi e i palestinesi hanno sempre perso. La metà del territorio ormai è diventata un quarto in qualunque accordo si possa immaginare. Non vedo come questa tendenza si possa invertire in futuro in assenza di una leadership palestinese coesa e pragmatica, orientata a un futuro a due Stati: pc per i bambini invece dell’accesso a oliveti perduti.
I morti hanno dato la vita per niente. Israele, con le sue reazioni esagerate, si è messo il cappio al collo, ponendosi in una posizione moralmente indifendibile. I leader palestinesi hanno suffragato i versi di Yeats: “Abbiamo nutrito il cuore di fantasie, con quel cibo il cuore si è fatto brutale”. Shabtai Shavit, che è stato direttore del Mossad dal 1989 al ’ 96 ha dichiarato: « Per quale motivo viviamo qui? Perché i nostri figli continuino a combattere guerre? Che pazzia è questa per cui il territorio, il Paese, è più importante della vita umana?».
Repubblica 21.4.18
Antifascismo l’ultima battaglia sul 25 aprile
di Simonetta Fiori
Due schieramenti si fronteggiano per l’elezione del nuovo vertice degli istituti di storia della Resistenza. Dietro la contesa la diversa concezione di una tradizione culturale e politica messa in crisi anche dai risultati elettorali
Che succede nella rete dei sessantaquattro istituti di storia della Resistenza, una delle ultime agenzie culturali della sinistra sopravvissuta agli smottamenti di questi anni? Domanda pertinente in un paese che si appresta a celebrare un inedito 25 aprile, con una maggioranza di italiani che ha votato per un movimento dichiaratamente afascista (Cinque Stelle) o per una destra nazionalista fascioleghista (il partito di Salvini) o per una destra che dal fascismo orgogliosamente proviene (Fratelli d’Italia). Alla Casa della Memoria, il bell’edificio milanese all’ombra del Bosco Verticale che ospita l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri (a cui fa capo la rete degli istituti), è in scadenza la carica del presidente Valerio Onida, e sono cominciate le grandi manovre per la successione. Con due principali candidature, ed è già questa una novità nella settantennale storia dell’istituto che non ha mai assistito a duelli per il vertice: Alberto De Bernardi, attuale vicepresidente, e Paolo Pezzino, membro del comitato scientifico.
Dalla futura presidenza dipende anche la conferma dell’attuale direttore Marcello Flores, che s’è mosso in sintonia con De Bernardi. Perché l’interesse intorno a questa competizione? Perché in gioco sono visioni storico-politiche diverse, che le opposte fazioni tendono a caricaturizzare: da una parte il fronte “revisionista”, incline a strizzare l’occhio all’opinione anti antifascista e responsabile del discusso museo del fascismo a Predappio (De Bernardi - Flores), dall’altra una sinistra ibernata, a cui imputare arroccamento identitario e un uso di categorie antiquate. Fin qui la contrapposizione macchiettistica, che a dire il vero confligge con il profilo di studiosi apprezzati: Flores per i suoi studi sul totalitarismo comunista, Pezzino per una storiografia innovativa e niente affatto ortodossa sulle stragi nazifasciste e De Bernardi per un manuale tra i più adottati nelle scuole superiori. Per uscire fuori da un teatrino molto nervoso, potrebbe essere interessante domandare ai protagonisti cosa pensino dell’antifascismo: è ancora una categoria valoriale, una bussola culturale a cui ricorrere in un’Italia attraversata da pulsioni e istinti riconducibili al fascismo? O è una cara memoria da riporre serenamente in soffitta insieme a tanta attrezzatura del Novecento? Lo chiediamo a Flores, divenuto in rete bersaglio dei Wu Ming per una affermazione comparsa su Città Futura: «Antifascismo? A me ormai il termine antifascista, considerando anche chi lo usa con più forza e frequenza, fa venire in mente la Ddr». Professor Flores, che voleva dire? «Non si può usare fuori contesto una frase che riguardava l’antifascismo militante antidemocratico.
L’antifascismo oggi ha un valore politico, certo, ma solo se siamo capaci di storicizzarlo e di porci la questione della democrazia.
Antifascismo non può essere fare picchetti contro Casa Pound. A Forlì è finita con una scazzottata: una logica che non ci appartiene.
La vera emergenza oggi non è il ritorno del fascismo ma gli studenti che minacciano i professori. Problemi che la vigilanza antifascista non è capace di sciogliere». Ma al di là dell’uso retorico esercitato dalla sinistra antagonista dei centri sociali, non pensa che oggi il pericolo sia rappresentato non dal ritorno del fascismo organizzato ma dalla penetrazione nel tessuto sociale di abitudini culturali riconducibili a quella tradizione (vedi la destra nazionalista e xenofoba della Lega)? «Certo che è un problema.
Ma dobbiamo porci la domanda: come è stata possibile questa penetrazione? Perché La Lega dopo gli accadimenti di Macerata ha aumentato i consensi?
Scendere in piazza non basta».
Un’opinione analoga viene espressa da Alberto De Bernardi, che in passato ha manifestato la sua contrarietà a «fascismi e fascisti di cartapesta inventati per tenere in vita il mito dell’antifascismo». E ora, in un paese che invoca la razza bianca e “l’Italia agli italiani”, corregge la sua opinione? «Forse eccedo in ottimismo, ma non vedo all’orizzonte una minaccia autoritaria», dice lo studioso. «C’è il problema d’una destra xenofoba, questo sì, ma non penso che la democrazia sia a rischio. Da qui forse dipende anche una diversa concezione dell’Istituto che mi divide da Pezzino: io penso a una realtà più aperta, che collabori con altre forze culturali, invece di chiuderci in un fortilizio a difesa di un’identità minacciata». L’antifascismo, aggiunge, «è un’importante cultura politica che serve a capire alcuni dei processi in atto, ma non può essere usato come categoria onnicomprensiva che mette insieme No Tav e simpatizzanti di Assad. E la battaglia deve mantenersi su un piano culturale e pedagogico, non immediatamente politico».
«Ma chi dice che l’antifascismo oggi sia riducibile al picchetto contro Casa Pound? O alle bandierine ideologiche sventolate a sproposito?». Dalla sua casa di Pisa, Pezzino si mostra sorpreso.
«Questa è una fotografia caricaturale dell’antifascismo.
Come mi appare ridicola l’accusa secondo la quale vorrei chiudermi in una fortezza identitaria: non è certo questo il mio proposito, che ambisce al collegamento con istituti di ricerca europei. Mi piacerebbe invece capire quali siano le realtà a cui De Bernardi sta pensando: forse zone d’opinione che negli anni passati hanno contribuito alla banalizzazione del fascismo?». Le missioni principali dell’Istituto Parri, continua Pezzino, devono rimanere l’analisi dell’evo contemporaneo e la formazione degli insegnanti. «Ma questo non significa rinunciare ad avere un ruolo politico-culturale in un paese in cui la sinistra tende a essere afasica». L’antifascismo in questo modo «non è certo la difesa del deserto dei tartari, ma elemento vitale della battaglia politica attuale. All’indomani della caccia all’uomo nero a Macerata, mi sarebbe piaciuto che l’Istituto Parri contribuisse all’analisi dei simboli esibiti da Traini: la militanza nella Lega, il razzismo armato, il saluto romano, la bandiera italiana. E invece c’è stato un assordante silenzio». Come è mancata negli ultimi anni, aggiunge Pezzino, una riflessione sui rigurgiti neofascisti. Fare oggi della pedagogia antifascista «significa non urlare al ritorno del regime ma avere la consapevolezza che forze politiche che non si richiamano a quell’esperienza veicolano elementi come il nazionalismo e il razzismo». Sullo sfondo della battaglia tra i due candidati rimangono questioni per niente marginali: il rapporto con l’Anpi e il museo di Predappio. Se l’asse Flores-De Bernardi non è stata avara di critiche molto dure all’associazione dei partigiani, specie sotto la direzione di Smuraglia, la fazione pro Pezzino vorrebbe stabilire un confronto.
Quanto al museo sul fascismo, Flores e De Bernardi ne sono stati i principali sostenitori, mentre Pezzino interpreta il malumore di chi contesta la scelta della città natale di Mussolini come sede. A fine anno alla Casa del Fascio cominceranno i lavori. E intanto al vertice dell’Istituto Parri il 9 giugno ci sarà il nuovo presidente: a sceglierlo sarà il comitato che raccoglie i presidenti dei sessantaquattro istituti.
Repubblica 21.4.18
Desideri o diritti? Quel dubbio oscuro delle nostre società
di Giulio Azzolini
Il saggio del direttore del “Mattino” Alessandro Barbano
È un’analisi dolente del declino italiano Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà
(Mondadori). Venti capitoli in cui il direttore del Mattino Alessandro Barbano richiama “crisi” di vario livello. Crisi globali: del discorso pubblico nell’epoca di Internet; dello stato sociale a fronte delle metamorfosi del lavoro; della sovranità politica in un mondo interdipendente. Ma soprattutto crisi italiane: dei soggetti collettivi (i ceti medi, i partiti, le associazioni sindacali e padronali) e dei valori tradizionali (la delega politica, il sapere, persino la verità).
Barbano ritiene che questi fenomeni – le cui vittime principali sono i giovani, le donne, i meridionali, gli immigrati – abbiano una matrice comune.
Ciascun problema viene infatti ricondotto al “dirittismo”, a un’«ipertrofia maligna dei diritti» che in Italia avrebbe contagiato tutte le forze politiche, specie le più radicali. Oggi i diritti non sarebbero più il «carburante della democrazia», ma i «fucili puntati contro di essa». La «malattia dei diritti», quindi, come chiave di lettura della nostra decadenza. La tesi è controcorrente, non inedita, e merita di essere discussa seriamente.
La posizione di Barbano è paradossale poiché il senso comune porta a credere l’opposto. Ogni giorno deboli e meno deboli lamentano la carenza di diritti adeguati. Perfino i diritti ritenuti acquisiti, come ad esempio i diritti politici, vengono percepiti, per dirla con Norberto Bobbio, come «promesse non mantenute».
Come mai, allora, «troppi diritti»?
Nei suoi tratti essenziali, l’argomento fu delineato nel Rapporto sulla Crisi della democrazia, redatto nel 1975 per conto della Trilaterale, e da allora è stato riproposto in svariati modi – di recente, con acume, da Dominique Schnapper ne L’esprit démocratique des lois (Gallimard, 2014) e da Jason Brennan in Contro la democrazia (2016, ora tradotto da Luiss University Press).
Barbano ha il merito di mettere a fuoco il nesso tra espansione dei diritti e progresso tecnico. In breve, la prima non avrebbe indebolito a tal punto il tessuto civile del nostro paese (e non solo), se non fosse stata accompagnata dal secondo. «Poiché la tecnica apriva, grazie ai suoi potenti mezzi, nuove possibilità, ciò che diveniva possibile era per ciò stesso anche giusto. Così le possibilità sono diventate desideri e i desideri diritti».
Ma la posizione di Barbano si caratterizza anche per la prospettiva che suggerisce. Dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, non invoca riforme che accentrino e accelerino il processo decisionale, ma scommette piuttosto su un fattore politico-culturale, che gravita intorno all’idea di «moderazione integrale». Barbano auspica una cultura politica moderata, che proponga apertamente di rilanciare la democrazia rappresentativa e rinnovare quelle mediazioni politiche, sociali e culturali che, a suo giudizio, sono l’architrave di ogni società bene ordinata.
La rivincita di Marx icona pop
di Gianni Riotta
Antonio Gramsci, sfortunato e geniale pensatore, diceva che la differenza tra il filosofo Hegel e Karl Marx stava tutta «nel giornalismo», e aveva ragione. Editorialista accanito, Marx partiva sempre dalla realtà, con una delle penne più feroci della storia, capace di battute che, su twitter, spopolerebbero. Redatto nel 1848 con il fido Engels, il suo «Manifesto del partito comunista» viene ora, a sorpresa, riletto come manuale per guarire la crisi della democrazia occidentale e la disuguaglianza economica, diffusa da automazione e mercato globale, nei nostri Paesi.
Il vulcanico ex ministro greco Varoufakis rilancia in un pamphlet Marx «fonte di speranza», certo che abbia la soluzione per il capitalismo 4.0, da Uber ai robot. Il pittoresco guru neomarxista Slavoj Zizek incalza «Il comunismo sta per tornare e vendicarsi!». Al cinema code per il film «The Young Karl Marx», diretto da Raoul Peck, un Marx arrabbiato alla Grillo perfino nell’acconciatura, a teatro per la commedia inglese, un po’ musical, «Young Marx» di Bean e Coleman. Per chi associa, giustamente, l’autore delle migliaia di pagine di «Das Kapital» ai libri, ecco «Karl Marx, Greatness and Illusion» di Gareth Stedman Jones, tomo di 768 pagine, per Harvard. Mentre Google segnala 3.700.000 siti sul pensatore comunista, il fantasma di Marx, secondo Varoukafis «degno di Shakespeare», agita il XXI secolo, dopo il XX. Di solito si premia il Marx «giovane», che la critica definiva «umanista», lo scapigliato romantico dei «Manoscritti» 1844, quasi glissando sull’eredità delle dittature crudeli e dei gulag dove milioni di infelici, incluse generazioni che all’utopia di Marx avevano consacrato la gioventù, andavano a morte sotto il suo barbuto ritratto.
Il revival è comprensibile. Per primo Marx ha colto il senso della globalità senza confini e intuito che, infranto il feudalesimo agrario, la rivoluzione industriale avrebbe innescato ansia di libertà irrefrenabile, dal bisogno e dall’aristocrazia. Marx capisce che la macchina non è solo utensile «economico», ma anche motore «politico», e, prima di cibernetica e Intelligenza Artificiale, comprende che la tecnica ci rende «androidi», legando il destino umano a una «cosa», ieri telaio meccanico, oggi computer ed algoritmi (già Aristotele suggeriva che gli «authomata», le macchine, avrebbero emancipato l’umanità, schiavi inclusi).
Che direbbe Marx dei suoi tardi seguaci? Affibbiare a lui, che aspettava la rivoluzione in Europa ed era scettico, al confine della xenofobia, sul comunismo in Asia e Russia, i genocidi di Stalin e Mao è propaganda caduca, ma illudersi che le disuguaglianze, tanto deprecate dall’economista Piketty, guariscano a colpi di «Critica al Programma di Gotha» 1875 è moda effimera di chi Marx poco, o male, dimostra di aver studiato.
Marx aveva visto le disumane condizioni delle fabbriche inglesi, sottovalutando però la capacità di auto-riforma del capitalismo con welfare, salari, pensioni, mutua, pungolato da partiti socialisti e sindacati. L’operaio, però, non era solo l’«homo economicus» del «Capitale», credeva anche in Dio, nella patria, nella famiglia, e la storia dei nazionalismi lo prova anche con Brexit, Trump, Lega. Le proposte rivoluzionarie del «Manifesto» sono ormai realizzate, scuola, lavoro minorile, fisco, fine del latifondo agrario, tasse di successione, o confutate dalla storia con dolore, vedi tragedia dell’industria di stato sovietica o i 40 milioni di morti nella carestia di Mao con l’agricoltura centralizzata. Dare al vecchio Marx da risolvere i nostri guai, ignorando il progresso che ha salvato dalla miseria miliardi di esseri umani dal 1990, è ok su un palcoscenico, sbagliato in politica. Fosse vivo, Marx non ci ripeterebbe garrulo il «Manifesto» 1848, ne scriverebbe uno tutto nuovo, focoso: «Uno spettro si aggira per il web…».
Repubblica 21.4.18
La sentenza di Palermo
Stato - mafia, la trattativa ci fu 12 anni a Mori e Dell’Utri Di Matteo attacca Berlusconi
di Salvo Palazzolo
Assolto Mancino Condanne anche per Subranni e De Donno Il pm: sanciti i rapporti con l’ex premier. Che annuncia querela: assurdo tirarmi in ballo
Palermo «In nome del popolo italiano » . Il giudice Alfredo Montalto scandisce i nomi dei capimafia: «Bagarella Leoluca Biagio, Cinà Antonino. Colpevoli » . Poi, i nomi degli uomini dello Stato: « De Donno Giuseppe, Mori Mario, Subranni Antonio. Colpevoli, per le condotte commesse fino al 1993 » . Nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, il silenzio è rotto da un urlo spezzato, che viene dalle fila del pubblico. Il presidente della seconda corte d’assise di Palermo continua a scandire un altro nome: « Dell’Utri Marcello. Colpevole, per le condotte commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi». E un altro nome ancora: « Ciancimino Massimo. Colpevole».
Alle 16,05 di un giorno che arriva dopo cinque anni di processo, la trattativa fra lo Stato e la mafia non è più solo l’ipotesi di quei quattro pubblici ministeri che adesso se ne stanno immobili davanti alla corte: Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi. La trattativa fra alcuni uomini dello Stato e i vertici della mafia ci fu. Fra il 1992 e il 1994, mentre l’Italia era insanguinata dalle bombe che uccisero i giudici Falcone, Borsellino, gli agenti delle scorte e poi fecero ancora altre vittime fra Roma, Milano e Firenze. Ora, il giudice Montalto legge un elenco di colpevoli. Non c’è più distinzione fra i mafiosi, il politico, i carabinieri. Sono solo imputati, colpevoli.
Spicca, nella lista, l’assenza del nome dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. L’attesa cresce, il colpo a sorpresa può essere dietro l’angolo. Accanto al presidente, c’è la giudice Stefania Brambille. Da una parte e dall’altra, la giuria popolare. Prosegue la sentenza, inesorabile: « Bagarella Leoluca Biagio, condannato alla pena di anni 28 di reclusione. Cinà Antonino, Dell’Utri Marcello, Mori Mario e Subranni Antonio, condannati alla pena di anni 12. De Donno Giuseppe, Ciancimino Massimo, alla pena di anni 8». E tutti, «interdetti in perpetuo dai pubblici uffici». Insieme, i mafiosi al 41 bis, l’ex senatore di Forza Italia in carcere per mafia e gli ex carabinieri del Ros che fino a un momento fa erano ufficialmente soldati dell’antimafia. Tutti accusati di «attentato a un corpo politico dello Stato». Sarebbe stato condannato anche Riina, ma la corte dichiara «l’estinzione del reato per morte del reo» . Solo l’ex ministro Mancino viene assolto. Era accusa to di falsa testimonianza. « Il fatto non sussiste » . Dicono i suoi legali, Nicolletta Piergentili e Massimo Krogh: « Siamo stati sempre fiduciosi nella giustizia » . E l’ex presidente Napolitano: « Contro di lui c’erano accuse grossolane».
« Una sentenza storica — commenta invece Nino Di Matteo, non appena la corte esce dall’aula — Viene sancito che mentre saltavano in aria i giudici, qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina chiedeva ». Di Matteo sottolinea soprattutto un passaggio della sentenza: « I giudici hanno detto chiaramente che Dell’Utri fece da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi, da poco insediato, nel 1994». Fa una pausa e riprende: « Finora si era messa in correlazione Cosa nostra con Berlusconi imprenditore. Adesso, per la prima volta, questa sentenza mette in correlazione l’organizzazione criminale col Berlusconi politico. E non mi risulta che lui abbia mai denunciato quelle minacce di mafia che gli furono recapitate da Dell’Utri » . Sono parole che rimbalzano presto nel mondo politico. Dal Molise Berlusconi reagisce indignato e annuncia una querela: « Le parole di Di Matteo sono di una gravità senza precedenti. È assurdo e ridicolo il tentativo di accostare il mio nome alla trattativa Stato-mafia».
È il giorno della sentenza, che non si aspettavano neanche i cinquanta attivisti di Libera, di Scorta Civica e delle Agende rosse, il movimento fondato dal fratello del giudice Borsellino. Anche loro immobili ad ascoltare il verdetto. Perché, in fondo, gli ufficiali del Ros erano già stati assolti altre volte dalle accuse dei pm: per la mancata perquisizione nel covo di Riina, per la mancata cattura di Provenzano. Investigatori ritenuti spregiudicati, ma mai collusi. E poi sembrava che anche la condanna a 7 anni contro Dell’Utri stesse per essere spazzata via, dopo la stangata dell’Europa sul reato di concorso esterno. Nei cinque giorni della camera di consiglio, un tam tam insistente aveva ormai riempito Palermo: « Sarà assoluzione » . Invece, è una condanna durissima. Non ci sono solo gli anni di carcere, ma anche un maxi risarcimento che gli uomini dello Stato e i mafiosi dovranno pagare «in solido». Dieci milioni di euro, in favore della presidenza del consiglio. In aula c’è Luciano Traina, il fratello di Claudio, uno dei poliziotti morti con Borsellino. Dice: « Ora, voglio tutta la verità sulla strage di via D’Amelio».
Repubblica 21.4.18
Una verità controvento
di Attilio Bolzoni
In questo gorgo ci sono sì i carabinieri dei reparti speciali e i boss di Cosa Nostra, ma c’è soprattutto Dell’Utri, l’inseparabile amico di Berlusconi che gli ha portato in dote i compari palermitani
Questa sentenza dice che il cratere di Capaci — per quanto profondo — non è riuscito a ingoiarsi tutti i misteri e tutti i ricatti, i patti, i depistaggi, gli inganni. Dice che ci sono stati uomini delle istituzioni e di almeno un partito che hanno negoziato — per conto proprio e per conto terzi — con i peggiori criminali della storia italiana. Questa sentenza dice che lo Stato ha processato e condannato se stesso.
Quello che era annunciato come il verdetto che avrebbe chiuso per sempre un’epoca giudiziaria che si era aperta nel 1992 con l’uccisione del giudice Falcone, si è rivelato al contrario una vera “ bomba”. Precipitata improvvisa e violenta sulla politica con la condanna di Marcello Dell’Utri ( si scrive Dell’Utri ma si legge Berlusconi: è una sola la vicenda che li unisce da quasi mezzo secolo ed è molto siciliana), sugli apparati che hanno difeso senza pudore quegli ufficiali del vecchio Ros dei carabinieri specialisti nel doppio e nel triplo gioco, sulla stessa magistratura che sul processo Stato- trattativa si è divisa come e più di un’opinione pubblica che non poteva e non voleva credere che ci fossero “ pezzi” dello Stato in combutta con Totò Riina e con Leoluca Bagarella.
Contro ogni previsione — supportata dall’assoluzione di due anni fa dell’ex ministro Calogero Mannino che rappresentava in sostanza il pilastro dell’accusa sui patti fra Stato e mafia — la sentenza della Corte di Assise di Palermo mette in discussione una “ linea” giudiziaria che in molti davano buona per inerzia e riapre in modo clamoroso ogni investigazione su tutto ciò che di spaventoso è accaduto prima, durante e dopo i massacri del 1992. In questo gorgo ci sono sì i carabinieri dei reparti speciali e i boss di Cosa Nostra, ma c’è soprattutto “ Marcellino”, l’inseparabile amico di Silvio che gli ha portato in dote i compari palermitani ( prima i Bontate dell’aristocrazia mafiosa, poi gli emissari dei Corleonesi): ancora rinchiuso a Rebibbia per concorso esterno, ora deve fronteggiare quest’altra condanna per avere chiuso l’ultimo patto con Cosa Nostra. E non per un interesse puramente personale ma in quanto braccio destro e co- fondatore di Forza Italia, il partito che avrebbe cambiato subito dopo i massacri i destini del nostro Paese. Per l’attualità è Marcello Dell’Utri il personaggio centrale di questa raffica di condanne, arrivate nel corso delle trattative ( parola che ricorre sinistra dopo la sentenza) per la formazione del governo, un “ segretario” tutto fare di Silvio che alla fine del 1993 « si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa Nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario » .
Tesi sostenuta dalla pubblica accusa e accolta interamente dai giudici — 12 anni di reclusione chiesti dai pm, 12 anni la condanna — con “ Marcello” al fianco di Berlusconi, nominato capo del governo nel marzo 1994. Ma non ci sono state solo le pressioni per il 41 bis. Dell’Utri, prima sollecitato dal famigerato “ stalliere” Vittorio Mangano e poi dai terribili fratelli Graviano, si sarebbe fatto “ interprete” degli interessi di Cosa Nostra.
Sono stati tutti “ ambasciatori” dei boss gli imputati di questo processo che anche per gli osservatori più attenti sembrava destinato al niente, in controtendenza assoluta rispetto agli orientamenti di gran parte della magistratura inquirente che ha investigato sulle stragi e dintorni.
Un’indagine controvento. Soprattutto quando si è inoltrata nei meandri maleodoranti di quel reparto speciale dei carabinieri ( oggi c’è un Ros completamente rifondato e che nulla ha a che fare con il passato) guidati da quel generale Mario Mori dall’oscura radice e dal molto “ creativo” metodo d’indagine. Al centro delle investigazioni per l’incredibile mancata perquisizione del covo di Totò Riina e assolto, coinvolto nella mancata cattura del boss Bernardo Provenzano e assolto, questa volta il generale e il suo fidato scudiero Giuseppe De Donno sono rimasti imbrigliati nella morsa della trattativa, accordi che sono cominciati proprio da loro fra Capaci e via D’Amelio con contatti cercati con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. I carabinieri erano a caccia anche a quel tempo di “ coperture” politiche. Le trovarono? È mistero fitto. Di sicuro, alla vigilia della sua uccisione Paolo Borsellino venne a conoscenza di queste manovre e provò turbamento. Poi il 19 luglio, l’autobomba.
Il resto è cronaca recente. E tutto è cominciato con l’apparizione pirotecnica di Massimo “ Massimuccio” Ciancimino, il figlio più piccolo di don Vito, che fra tante patacche spacciate ha avuto il merito — solo con la mossa — di far riaffiorare ricordi a un po’ di ministri e di funzionari di alto rango che sembravano molto “ smemorati”. Sono stati alcuni di loro, in fondo, a trascinare sul banco degli imputati l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che però ieri è stato assolto. Colpi di scena che hanno oscurato mediaticamente, udienza dopo udienza, la “ sostanza” del processo. Forse, anche per questo, nessuno se l’aspettava una conclusione così fragorosa istituzionalmente.
Cosa ci consegna alla fine questa sentenza di Corte di Assise? Che la trattativa ci fu e non è nata nella mente delirante di qualcuno e nei “ teoremi” del cosiddetto “ rito siciliano”, che trattare con la mafia ( contrariamente a ciò che fino a ieri pensavano in molti anche ai vertici di cariche di rilievo) è reato, che per una volta la verità processuale non è troppo lontana dalla verità storica come ci hanno abituato tanti altri verdetti pronunciati in questi anni. I pubblici ministeri del dibattimento sulla trattativa — come ha ricordato nella sua requisitoria Nino Di Matteo — sono stati accusati da più parti persino di « essersi mossi con finalità eversive » . La sentenza spiega al contrario che non sempre la mafia sta da una parte e lo Stato dall’altra. Alcune volte possono anche mischiarsi. Sembra una banalità conoscendo la nostra storia, ma adesso c’è una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano.
Repubblica 21.4.18
Le conseguenze sulle alleanze
E M5S scarica il Cavaliere dopo aver aperto ai suoi voti
Di Maio: morta la Seconda Repubblica. Fraccaro: pietra tombale su Fi I grillini seppelliscono per sempre la soluzione dell’appoggio esterno
di Liana Milella
ROMA È frutto di un caso. Solo una pura coincidenza.
Ma destinata a cambiare la storia di M5S e del futuro governo.
S’incrociano, nella stessa giornata, il lunghissimo cammino del processo sulla trattativa Stato-mafia e la strada breve, ma tormentata, dei tentativi di dare all’Italia un nuovo inquilino per palazzo Chigi. E in poco più di un’ora, orologio alla mano, cambia l’intero scenario. La sentenza, chiosata dal pm Di Matteo, produce tra i vertici dei 5stelle un effetto singolare, sembra il bacio del principe sulle labbra di Biancaneve addormentata. Uno shock. Che, nell’ordine, colpisce Di Maio, Fico, Di Battista, Fraccaro. Solo per citare i maggiori esponenti del movimento.
«Il verdetto sul processo arriva al Berlusconi politico» sottolinea a Palermo il magistrato. E a Roma M5S sembra svegliarsi all’improvviso. E giunge perfino a dimenticare che appena ventiquattr’ore prima, nell’ansia di fare un governo a tutti i costi, superando le palesi ostilità dei berlusconiani, Di Maio aveva ipotizzato un appoggio esterno di Forza Italia e di Fratelli d’Italia.
«Un suicidio politico per M5S, una normalizzazione» come l’ha definita lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Offerta peraltro sdegnosamente respinta. E che ha prodotto lo “schiaffo” immediato dell’ex Cavaliere, «a Mediaset non pulirebbero nemmeno i cessi».
Ma adesso tutto cambia. Adesso c’è Di Matteo. E quel macigno sulla strada delle trattative, perché «questa sentenza per la prima volta mette in correlazione la mafia con Berlusconi politico».
È il segnale di una liberazione.
Che trapela dallo staff di M5S prima come indiscrezione, in cui già prende piede lo stop a Forza Italia, la «pietra tombale» su ogni possibile interlocuzione con loro, e poi con il tweet di Luigi Di Maio.
«La trattativa Stato-mafia c’è stata, con le condanne di oggi muore definitivamente la seconda Repubblica» scrive il candidato premier grillino. E con la fine annunciata della Seconda Repubblica “muore” anche qualsiasi apertura a Berlusconi, mentre parte un tam tam verso il leader della Lega Salvini perché si smarchi dal suo alleato e faccia un passo avanti.
Non c’è ancora, nelle parole di Di Maio, il nome proprio del leader di Forza Italia. Perché nei momenti convulsi del dopo sentenza c’è ancora chi, ai vertici di M5S, raccomanda una minima prudenza e chiede di non personalizzare sull’ex Cavaliere il no a un accordo di governo con i forzisti. Ma ci pensa Alessandro Di Battista, in campagna elettorale in Molise, a rompere qualsiasi indugio ed esitazione. Addirittura lo chiama Caimano. «Con la storica sentenza sulla trattativa Stato-mafia si dimostra, una volta per tutte, che pezzi delle istituzioni sono scesi a patto con Cosa nostra. Tra i contraenti c’è Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi. Ora il Caimano sarà ancora più nervoso» dice Di Battista. Che conferma la lettura di Di Maio: «Finalmente e definitivamente oggi finisce la Seconda Repubblica».
«Bella giornata, bella sentenza, che riavvicina tanti cittadini allo Stato. E io sono contento da cittadino». È sempre Di Battista a ringraziare pubblicamente i magistrati di Palermo, come aveva fatto anche Di Maio, e a invitare chi conduce il confronto politico sul governo a tenerne conto. Sarà impossibile per M5S non farlo, a questo punto tornare politicamente indietro rispetto a un pomeriggio di invettive anti berlusconiane. Come la chiusura netta e senza sconti del neo presidente della Camera Roberto Fico che parla di «valore civile e morale straordinario» di questa giornata. Fico non cita Berlusconi, ma istituzionalmente, soprattutto se sarà il prossimo incaricato da Mattarella per tentare un nuovo governo, il suo giudizio conta.
Quell’invito «a fare luce sulle pagine buie della nostra storia per sentirci Stato» equivale a una netta chiusura per chi, secondo la sentenza, ha violato le regole basiche dello Stato stesso.
La sentenza, in un solo pomeriggio, ha liberato tutto l’anti berlusconismo di M5S, tant’è che un fedelissimo di Di Maio come Riccardo Fraccaro, consegna alle agenzie parole durissime: «È un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il Paese nei suoi tentacoli. Politicamente è una pietra tombale».
Repubblica 21.4.18
Il verdetto sulla trattativa Stato-mafia
La Repubblica rifondata su una sentenza
di Stefano Folli
Ancora una volta, secondo Luigi Di Maio, «muore la Seconda Repubblica». Era già morta il 4 marzo, a sentire il leader dei Cinque Stelle, sepolta sotto il 32,5 per cento ottenuto dal Movimento nelle urne. Ma è di nuovo defunta ieri pomeriggio in seguito alla sentenza del processo Stato-mafia. Il che introduce una variabile molto insidiosa nel labirinto della crisi politica. Anziché tenere separati i due livelli, quello della verità giudiziaria e quello della prassi politica, si tenta di intrecciarli fino a renderli inestricabili. A cavallo di questa tigre, Di Maio prova a slanciarsi di nuovo verso Palazzo Chigi, saltando le infinite contraddizioni e gli errori di manovra nel palazzo che in quaranta giorni ne hanno appesantito la marcia fino al sostanziale fallimento.
Non c’è da stupirsi. I Cinque Stelle hanno ottenuto buona parte del loro successo popolare in questi anni sul presupposto che le infiltrazioni criminali nello Stato abbiano alterato il gioco democratico. Per coincidenza la sentenza di Palermo arriva nel pieno di un passaggio politico confuso, dagli sbocchi ancora indecifrabili; e inevitabilmente permette a Di Maio di afferrare una preziosa ciambella di salvataggio nel momento più difficile. E non solo a lui. Il presidente della Camera, Fico, non ha nascosto il suo entusiasmo per un evento «straordinario»: eppure si tratta della terza carica dello Stato, una figura istituzionale, come si usa dire, che dovrebbe mantenere un minimo di distacco dalle passioni politiche.
Peraltro il “mafioso di Arcore”, definizione spesso riservata dai Cinque Stelle a Berlusconi, giusto ieri mattina si era scagliato non senza volgarità contro il vertice del M5S (gente che «a Mediaset pulirebbe i cessi»).
Si capisce quindi che Di Maio abbia sventolato la sentenza come una bandiera, visto che il co-fondatore di Forza Italia, Dell’Utri, ha ricevuto un’altra pesante condanna.
La fotografia del Paese, secondo una certa iconografia pentastellata, ne viene esaltata.
Del resto, non va dimenticato che il pubblico ministero del processo, Di Matteo, è intervenuto di recente a Ivrea a un convegno dei Cinque Stelle, tanto che qualcuno già se lo è immaginato — ma senza basi concrete — ministro in un governo Di Maio.
In ogni caso non è facile stabilire se la sentenza assesta davvero un colpo mortale a una Seconda Repubblica che a tanti sembra non essere mai nata. Di sicuro garantisce ai Cinque Stelle l’uso politico di quello che la sentenza ha definito. Come ha detto lo stesso Di Matteo, «sono sanciti i rapporti mafiosi di Berlusconi». Difatti è lì che i magistrati hanno colpito: Berlusconi non è condannato, ma in un certo senso è come se lo fosse. Spetta adesso a Di Maio e ai suoi sfruttare la circostanza per tentare di allargare la crepa fra il fondatore di Forza Italia e Salvini. Ma per riuscirci bisogna abbracciare senza riserve la tesi della natura criminogena non solo di Berlusconi, ma di una discreta fetta degli apparati, delle istituzioni, delle forze dell’ordine. E magari spiegare come mai di un certo Berlusconi, omonimo del personaggio qui descritto, Di Maio l’altro ieri fosse pronto ad accettare l’appoggio esterno a un esecutivo Cinque Stelle.
La Terza Repubblica, se nascerà eventualmente su tali premesse, sarà fondata sulla stretta alleanza — mai così salda — fra politici e magistrati. La legittimazione del nuovo assetto verrà dalla sentenza di Palermo e da altre analoghe che potrebbero seguire. In fondo non sarebbe la prima volta. Chi ha buona memoria ricorda gli anni di Tangentopoli: la delegittimazione degli avversari e il tentativo, peraltro non riuscito, di costruire una nuova classe dirigente fondata su una sorta di purezza rivoluzionaria. Stavolta è diverso, anche perché sullo sfondo ci sono i delitti della mafia e non i politici corrotti. Ma tutto si tiene, in un certo senso. Se Di Maio considera davvero il processo di Palermo come il secondo tempo della vittoria elettorale di marzo, il meno che si possa dire è che il compito istituzionale di Mattarella diventa ancora più complesso.
La Stampa 21.4.18
“Delusa, rinuncio al Nobel ebraico”
La rabbia di Israele contro Portman
L’attrice diserta la premiazione. Il governo: così si unisce al boicottaggio
di Giordano Stabile
Il conflitto fra Israele e i palestinesi irrompe a Hollywood e la protagonista è un’attrice ebrea, nata a Gerusalemme e naturalizzata americana. Natalie Portman, tre nomination in carriera e un Oscar come miglior attrice nel 2011 per il film «Il cigno nero», ha annunciato di voler rinunciare al Premio Genesis, conosciuto come il «Nobel ebraico». La cerimonia, prevista per giugno, è stata annullata e la decisione ha scatenato una tempesta in Israele. Portman non ha dato spiegazioni ufficiali al suo gesto. Una sua portavoce si è limitata a spiegare che «i recenti avvenimenti sono stati estremamente dolorosi per lei» e quindi «non si sente a suo agio nel partecipare ad alcun evento pubblico in Israele».
La Fondazione Genesis ha espresso la sua «tristezza» per la decisione, ha detto di «rispettare il suo diritto di criticare il governo» ma anche di temere che il suo gesto porti a una «politicizzazione» della cerimonia: «Una cosa che abbiamo sempre cercato di evitare». Ma è chiaro che il «no» di Portman è destinato a essere legato alle proteste nella Striscia di Gaza che nelle ultime tre settimane hanno portato alla morte di 39 palestinesi, 4 ieri, per il fuoco dell’esercito israeliano e al ferimento di altri 1400. Quando, lo scorso novembre, la Fondazione aveva annunciato di aver scelto lei per il riconoscimento, l’attrice si era detta «orgogliosa delle sue radici in Israele».
Portman aveva manifestato critiche alla politica israeliana già nel 2009 e si era detta «delusa» per la rielezione di Benjamin Netanyahu nel 2015. Ma non era mai stata sostenitrice del movimento «Bds» per il boicottaggio di Israele. Ora la sua presa di posizione è destinata a rafforzare il partito anti-israeliano nel mondo dello spettacolo, che già a dicembre si era spaccato in due dopo che la cantante Lorde aveva cancellato un concerto a Tel Aviv. Una posizione simile è stata presa più volte dalla rockstar Roger Waters dei Pink Floyd, mentre un altro gruppo storico, i Radiohead, ha dovuto affrontare critiche feroci per il concerto tenuto in Israele lo scorso 19 luglio. Il leader Thom Yorke ha poi replicato in una intervista con la rivista “Rolling Stone”: «Ci sono tantissime persone che non sono d’accordo con il movimento Bds: non crediamo nel boicottaggio culturale».
Il Premio Genesis, lanciato nel 2013, ha fra i propositi quello di fare del messaggio culturale un ponte fra Israele e il resto del mondo. Sono stati premiati, dal 2014, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, lo scultore Anish Kapoor, il violinista Itzhak Perlman e un’altra star di Hollywood, Michael Douglas. Tutti hanno donato il milione di dollari del premio a istituti di beneficenza. La Fondazione Genesis ha fatto sapere che Portman non intende restituire la somma, che probabilmente sarà donata, mentre i due milioni aggiuntivi promessi dal filantropo israeliano Morris Kahn andranno comunque a una Ong a difesa dei diritti delle donne.
Ma il punto è politico. Il ministro della Cultura, Miri Regev, è stata categorica: «Mi spiace molto che Natalie Portman sia caduta nella mani dei sostenitori del Bds». Un’attrice «ebrea che è nata in Israele», ha sottolineato Regev, «si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele come una storia di tenebra e tenebra», con una parafrasi del titolo del libro «Una storia d’amore e di tenebra» di Amos Oz, poi un film diretto dalla stessa Portman. Un deputato del partito Likud, Oren Hazan, ha chiesto addirittura la revoca della nazionalità israeliana all’attrice, nata in Israele nel 1981 ed emigrata a tre anni a Washington assieme ai genitori. Il Premio Genesis doveva segnare il ritorno trionfale nella sua terra di origine, come la regina Amidala da lei interpretata in «Guerre stellari». E invece Portman sembra aver voluto indossare la maschera di «V per Vendetta».
Repubblica 21.4.18
“Israele, rifiuto il tuo Nobel” lo schiaffo della star Portman per i morti del venerdì a Gaza
di Vincenzo Nigro
L’attrice rinuncia a un prestigioso riconoscimento dopo gli ultimi scontri Al confine altre vittime: anche un ragazzo di 15 anni tra i 4 palestinesi uccisi
Per il quarto venerdì di seguito, ieri Gaza ha protestato contro Israele. Poteva essere la giornata in cui i numeri dei manifestanti ( 3000) e soprattutto quello dei palestinesi colpiti dai soldati israeliani ( comunque un bilancio tragico: 4 morti e 700 feriti) avrebbero indicato una flessione della “ Marcia del ritorno”. Quasi un affievolimento in vista delle proteste finali di metà maggio. Ma, come spesso accade nelle dinamiche mediorientali, è stato un fattore di totale sorpresa a tenere alta l’attenzione dei media internazionali sulla protesta di Hamas, sulla Marcia che vorrebbe riportare i palestinesi nei territori che oggi sono di Israele.
Ieri mattina l’attrice israelo- americana Natalie Portman ha annunciato che non verrà a ritirare a Gerusalemme il Premio Genesis, quello che viene definito il “Nobel di Israele”. Di fatto rifiuta il riconoscimento proprio a causa di quelli che, in un comunicato diffuso dalla fondazione Genesis, l’attrice definisce « recenti avvenimenti ». Il riferimento è chiaro alla Marcia di Gaza, alla reazione di Israele alla mobilitazione di Hamas, al fatto che i cecchini israeliani prendono di mira i palestinesi che si avvicinano al recinto di separazione, sparano prima che riescano a danneggiarla per entrare in Israele.
La cerimonia solenne per la consegna del premio è stata annullata. Portman doveva ricevere un premio di 2 milioni dollari raccolti dalle fondazioni filantropiche dell’uomo d’affari Morris Kahn e dell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, anche lui imprenditore di successo nel mondo dei media. Il premio doveva essere devoluto ad associazioni che lavorano per l’emancipazione femminile. Kahn, un ebreo sudafricano immigrato in Israele, ha criticato l’attrice. «Assieme alla fondazione Genesis provvederemo alle necessità delle organizzazioni femminili, per le quali abbiamo raccolto 2 milioni di dollari con la Fondazione Michael Bloomberg. Il premio sarà consegnato dalla Fondazione Genesis e non dalla signora Portman ».
Portman aveva ricevuto il premio proprio perché è una stella di Israele nel mondo: attrice famosa, da alcuni anni anche produttrice, di recente ha finanziato ed interpretato il film “ Sognare è vivere” tratto dal romanzo “ Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz.
Nel governo di Bibi Netanyahu le reazioni sono state furiose. Portman è stata accusata praticamente di tradimento innanzitutto dalla ministra della Cultura, Miri Regev: «Portman è caduta come un frutto maturo nelle mani dei sostenitori del Bds», dice la Regev, riferendosi alla campagna internazionale per il boicottaggio di Israele. Un altro deputato del Likud, Oren Hazan ha proposto che a Portman - nata in Israele con il nome di Neta- Li Hershlag – venga addirittura revocata la cittadinanza.
In verità Portman ha presentato la sua scelta con discrezione, non ha neppure fatto chiaramente un riferimento alle uccisioni di Gaza; ma ormai da mesi la stragrande maggioranza della comunità ebraica americana è entrata in rotta di collisione con gli ebrei di Israele, con i sostenitori dei partiti di destra e di quelli religiosi, tanto che ormai si parla apertamente di “questione americana”.
Tornano alle proteste di Gaza, a fine serata i morti erano 4, fra cui un ragazzo di 15 anni. I palestinesi questa volta hanno adoperato catapulte artigianali per lanciare pietre, hanno fatto volare aquiloni con bombe molotov. Venerdì prossimo la protesta continua.
il manifesto 21.4.18
Natalie Portman, scioccata da uccisioni a Gaza non ritira il Nobel ebraico
Israele/Striscia di Gaza. La destra al governo insorge contro l'attrice e regista israelo-statunitense alla quale un deputato chiede di revocare la cittadinanza
di Michele Giorgio
GERUSALEMME Natalie Portman ha rovinato al governo Netanyahu i festeggiamenti per il 70esimo anniversario della proclamazione di Israele. L’attrice, regista e produttrice cinematografica israelo-statunitense, ha fatto sapere che non verrà a Gerusalemme a ritirare il Genesis Prize, il Nobel ebraico. A spingerla a fare un passo indietro sono stati, ha fatto sapere, «gli ultimi eventi per lei estremamente dolorosi e che non si sente a suo agio a partecipare ad eventi pubblici in Israele». Portman non cita la Striscia di Gaza ma è stato chiaro a tutti che la sua decisione è una reazione alle decine di palestinesi uccisi nelle ultime settimane dal fuoco dei tiratori scelti dell’esercito israeliano dispiegati lungo le linee di demarcazione con Gaza per contrastare la “Marcia del Ritorno”.
L’ira della destra al governo in Israele è scattata immediata. La ministra della cultura Miri Regev ha accusato la Portman di essersi schierata con il Bds, la campagna di boicottaggio di Israele a causa delle sue politiche nei confronti dei palestinesi. «Nathalie, un’attrice ebrea che è nata in Israele, si è unita a coloro che vedono il meraviglioso successo della rinascita d’Israele come “una storia di tenebra e tenebra”», ha ironizzato Regev, parafrasando il titolo del libro ”Una storia d’amore e di tenebra di Amos Oz”, dal quale Portman ha tratto un film da lei diretto. Il deputato del Likud, Oren Hazan, uno degli esponenti di punta dell’estremismo di destra, ha invocato la revoca della nazionalità israeliana all’attrice. «Portman è un’ebrea israeliana che da una parte usa cinicamente le sue origini per far progredire la sua carriera e dall’altra si vanta di aver evitato di essere arruolata nell’Idf (l’esercito)», ha commentato Hazan. Per Rachel Azaria, del partito Kalanu, la decisione dell’attrice Usa sarebbe il riflesso di un cambio di atteggiamento degli americani ebrei nei confronti di Israele.
Portman aveva detto di voler devolvere i due milioni del Genesis Prize ad associazioni delle donne e, stando a quanto riferito ieri sera dal quotidiano Haaretz, non restituirà la somma.
Corriere 21.4.18
Lerner e il viaggio in sei tappe alle radici dei pregiudizi
Da domani il reportage «La difesa della razza». La senatrice Segre: in Italia vedo troppa indifferenza
di Renato Franco
«Prima, durante e dopo la mia prigionia mi ha ferito l’indifferenza colpevole più della violenza stessa. Quella stessa indifferenza che ora permette che Italia e Europa si risveglino ancora razziste; temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite». Liliana Segre, la ragazzina reduce dall’inferno — espulsa dalla scuola a 8 anni perché ebrea, deportata a 14 nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau —, da qualche mese senatrice a vita, è la testimone vivente della necessità di non dimenticare il passato. È a fianco di Gad Lerner alla presentazione del suo nuovo programma, La difesa della razza, un reportage in 6 puntate in onda da domani alle 20.30 su Rai3.
Un’inchiesta che va alla radice dei meccanismi che ancora oggi dal pregiudizio etnico conducono alla discriminazione e alla persecuzione delle minoranze. Storie e testimonianze che si misurano e si scontrano con l’insidia del pregiudizio e del disprezzo nei confronti di chi percepiamo come altro, come diverso, nella riproposizione dell’automatismo «noi e loro». Ogni puntata affronta una discriminazione: noi e gli ebrei; noi e gli africani; noi e gli arabi; noi e i cinesi; noi e gli zingari; il razzismo contro gli italiani.
Teorie e simboli, «sentimenti osceni», che credevamo sepolti. Lerner cita Vorrei la pelle nera (successo del 1967 di Nino Ferrer) e Zingara (Iva Zanicchi e Bobby Solo vinsero il Sanremo 1969): «Chi avrebbe oggi il coraggio di cantare dei testi così? Ormai ci stiamo abituando a qualcosa a cui non dovremmo abituarci: la violenza, il pregiudizio, l’indifferenza. Questi 6 reportage nascono dall’idea di capire come è avvenuto che dall’odio razziale si arrivasse allo sterminio, come la propaganda sia stata imposta, con quale lessico e quali argomenti. Il tutto per filtrare quello che viviamo noi, tra i disagi sociali e le convivenze difficili. E chiedersi: come vengono promosse oggi quelle fobie?». Un racconto del presente con la lezione (mai imparata) del passato: «Penso che questo programma sia un atto necessario in tempi scellerati», aggiunge il direttore di Rai3 Stefano Coletta.
L’ultimo pensiero di Liliana Segre è un pugno per le nostre coscienze distratte dal futile: «Mi fa impressione quando sento di barconi affondati nel Mediterraneo, magari 200 profughi di cui nessuno chiede nulla. Persone che diventano numeri anziché nomi. Come facevano i nazisti. Anche per questo non ho mai voluto cancellare il tatuaggio con cui mi hanno fatto entrare ad Auschwitz». Matricola 75190.
Repubblica 21.4.18
La follia lungo il confine di Gaza
di Roger Cohen
Quando i cecchini sparano per uccidere i civili che si avvicinano a un muro, nella mente di chiunque abbia vissuto a Berlino suona un campanello d’allarme. E io ho vissuto a Berlino. Ho attraversato tante volte la barriera che separa il primo mondo di Israele dalla prigione a cielo aperto di Gaza, disseminata di macerie. È un passaggio violento a un luogo di irrazionalità. Come sempre Israele esagera: « occhio per ciglio » , come dice Avi Shlaim, docente di Oxford nonché ex soldato delle forze armate israeliane.
Israele ha il diritto di difendere i propri confini, ma non di usare mezzi letali contro dimostranti per lo più disarmati, come ha già fatto causando la morte di 35 palestinesi e il ferimento di quasi mille. La reazione spropositata deriva dal fatto che Israele considera minacciata la propria esistenza, ma è una tesi che convince sempre meno. Il predominio militare israeliano sui palestinesi è schiacciante e gli Stati arabi hanno perso interesse per la causa palestinese. A detta di Israele, Hamas usa donne e bambini come scudi umani per i dimostranti violenti intenzionati a penetrare la barriera e a uccidere gli israeliani. Secondo un copione ben noto, seguiranno indagini internazionali dall’esito inconcludente e l’odio raddoppierà. Israele vince ma perde. Chi odia Israele e gli ebrei va a nozze. La pornografia la riconosci subito e lo stesso vale per una reazione militare sproporzionata. Ti si rivolta lo stomaco. Gaza Redux: la violenza è inevitabile. Il cosiddetto status quo israelo-palestinese è un’incubatrice di massacri. È importante guardare al di là della barriera di Gaza, simbolo di fallimento come tutte le barriere. È il risultato della morte della diplomazia, dei compromessi svaniti e del trionfo del cinismo. Persino il presidente Trump ha perso interesse per « l’accordo definitivo » e vede luccicare la Corea del Nord.
Qualche settimana fa sei ex direttori del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, hanno lanciato l’allarme. Se i massimi responsabili della sicurezza di Israele definiscono autolesionista l’attuale condotta del Paese, vale la pena di ascoltarli. Così si è espresso Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2015, intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: « Se lo Stato di Israele non decide cosa vuole, finirà per esserci un solo Stato tra il mare e il Giordano. È la fine della visione sionista». Al che Danny Yatom, direttore dal 1996 al ’ 98, replica: “ È un Paese che degenererà o in uno Stato di apartheid o in uno Stato non ebraico. Giudico pericoloso per la nostra esistenza continuare a governare i territori. Non è il genere di Stato per cui ho combattuto. C’è chi dirà che abbiamo fatto tutto noi e che manca una controparte, ma non è vero. La controparte esiste. I palestinesi e chi li rappresenta sono i partner con cui dobbiamo confrontarci » . È per questo convincimento che il primo ministro Yitzhak Rabin è morto assassinato da un esponente israeliano del fanatismo messianico, contrario a qualsiasi compromesso territoriale, che a partire dal 1967 ha conquistato influenza. Non c’è controparte se hai scelto dio al posto di svariati milioni di persone che preferisci non vedere. Ma se guardi, i partner ci sono.
Anche da parte palestinese la fede nella soluzione dei due Stati è diminuita negli ultimi vent’anni. È sempre più frequente l’uso del termine “occupazione” per definire l’esistenza stessa di Israele, invece che la Cisgiordania e Gaza, occupate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni ( Israele si è ritirato da Gaza nel 2005 mantenendone però il controllo, tra l’altro, tramite blocchi aerei e marittimi).
Le marce del venerdì a Gaza sono manifestazioni di protesta contro il blocco imposto da 11 anni, ma puntano anche a riaccendere l’interesse internazionale per la causa dei palestinesi che rivendicano il diritto di tornare alle case da cui nel 1948 furono cacciati. Il diritto al ritorno è un eufemismo per indicare la distruzione di Israele come Stato ebraico. È coerente con l’uso assolutista del termine “occupazione” per definire Israele stesso. I palestinesi hanno perso le loro case dopo che gli eserciti arabi nel 1948 dichiararono guerra a Israele che aveva accettato la risoluzione Onu che sollecitava l’istituzione di due Stati di pari dimensioni circa, uno ebreo e uno arabo — nella Palestina sotto mandato britannico. La risoluzione era un compromesso nel quale credo ancora, non perché fosse una bella soluzione, ma perché era ed è tuttora migliore rispetto ad altre opzioni.
I palestinesi intransigenti amano definirsi lungimiranti. Bene, 70 anni non sono pochi e i palestinesi hanno sempre perso. La metà del territorio ormai è diventata un quarto in qualunque accordo si possa immaginare. Non vedo come questa tendenza si possa invertire in futuro in assenza di una leadership palestinese coesa e pragmatica, orientata a un futuro a due Stati: pc per i bambini invece dell’accesso a oliveti perduti.
I morti hanno dato la vita per niente. Israele, con le sue reazioni esagerate, si è messo il cappio al collo, ponendosi in una posizione moralmente indifendibile. I leader palestinesi hanno suffragato i versi di Yeats: “Abbiamo nutrito il cuore di fantasie, con quel cibo il cuore si è fatto brutale”. Shabtai Shavit, che è stato direttore del Mossad dal 1989 al ’ 96 ha dichiarato: « Per quale motivo viviamo qui? Perché i nostri figli continuino a combattere guerre? Che pazzia è questa per cui il territorio, il Paese, è più importante della vita umana?».
Repubblica 21.4.18
Antifascismo l’ultima battaglia sul 25 aprile
di Simonetta Fiori
Due schieramenti si fronteggiano per l’elezione del nuovo vertice degli istituti di storia della Resistenza. Dietro la contesa la diversa concezione di una tradizione culturale e politica messa in crisi anche dai risultati elettorali
Che succede nella rete dei sessantaquattro istituti di storia della Resistenza, una delle ultime agenzie culturali della sinistra sopravvissuta agli smottamenti di questi anni? Domanda pertinente in un paese che si appresta a celebrare un inedito 25 aprile, con una maggioranza di italiani che ha votato per un movimento dichiaratamente afascista (Cinque Stelle) o per una destra nazionalista fascioleghista (il partito di Salvini) o per una destra che dal fascismo orgogliosamente proviene (Fratelli d’Italia). Alla Casa della Memoria, il bell’edificio milanese all’ombra del Bosco Verticale che ospita l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri (a cui fa capo la rete degli istituti), è in scadenza la carica del presidente Valerio Onida, e sono cominciate le grandi manovre per la successione. Con due principali candidature, ed è già questa una novità nella settantennale storia dell’istituto che non ha mai assistito a duelli per il vertice: Alberto De Bernardi, attuale vicepresidente, e Paolo Pezzino, membro del comitato scientifico.
Dalla futura presidenza dipende anche la conferma dell’attuale direttore Marcello Flores, che s’è mosso in sintonia con De Bernardi. Perché l’interesse intorno a questa competizione? Perché in gioco sono visioni storico-politiche diverse, che le opposte fazioni tendono a caricaturizzare: da una parte il fronte “revisionista”, incline a strizzare l’occhio all’opinione anti antifascista e responsabile del discusso museo del fascismo a Predappio (De Bernardi - Flores), dall’altra una sinistra ibernata, a cui imputare arroccamento identitario e un uso di categorie antiquate. Fin qui la contrapposizione macchiettistica, che a dire il vero confligge con il profilo di studiosi apprezzati: Flores per i suoi studi sul totalitarismo comunista, Pezzino per una storiografia innovativa e niente affatto ortodossa sulle stragi nazifasciste e De Bernardi per un manuale tra i più adottati nelle scuole superiori. Per uscire fuori da un teatrino molto nervoso, potrebbe essere interessante domandare ai protagonisti cosa pensino dell’antifascismo: è ancora una categoria valoriale, una bussola culturale a cui ricorrere in un’Italia attraversata da pulsioni e istinti riconducibili al fascismo? O è una cara memoria da riporre serenamente in soffitta insieme a tanta attrezzatura del Novecento? Lo chiediamo a Flores, divenuto in rete bersaglio dei Wu Ming per una affermazione comparsa su Città Futura: «Antifascismo? A me ormai il termine antifascista, considerando anche chi lo usa con più forza e frequenza, fa venire in mente la Ddr». Professor Flores, che voleva dire? «Non si può usare fuori contesto una frase che riguardava l’antifascismo militante antidemocratico.
L’antifascismo oggi ha un valore politico, certo, ma solo se siamo capaci di storicizzarlo e di porci la questione della democrazia.
Antifascismo non può essere fare picchetti contro Casa Pound. A Forlì è finita con una scazzottata: una logica che non ci appartiene.
La vera emergenza oggi non è il ritorno del fascismo ma gli studenti che minacciano i professori. Problemi che la vigilanza antifascista non è capace di sciogliere». Ma al di là dell’uso retorico esercitato dalla sinistra antagonista dei centri sociali, non pensa che oggi il pericolo sia rappresentato non dal ritorno del fascismo organizzato ma dalla penetrazione nel tessuto sociale di abitudini culturali riconducibili a quella tradizione (vedi la destra nazionalista e xenofoba della Lega)? «Certo che è un problema.
Ma dobbiamo porci la domanda: come è stata possibile questa penetrazione? Perché La Lega dopo gli accadimenti di Macerata ha aumentato i consensi?
Scendere in piazza non basta».
Un’opinione analoga viene espressa da Alberto De Bernardi, che in passato ha manifestato la sua contrarietà a «fascismi e fascisti di cartapesta inventati per tenere in vita il mito dell’antifascismo». E ora, in un paese che invoca la razza bianca e “l’Italia agli italiani”, corregge la sua opinione? «Forse eccedo in ottimismo, ma non vedo all’orizzonte una minaccia autoritaria», dice lo studioso. «C’è il problema d’una destra xenofoba, questo sì, ma non penso che la democrazia sia a rischio. Da qui forse dipende anche una diversa concezione dell’Istituto che mi divide da Pezzino: io penso a una realtà più aperta, che collabori con altre forze culturali, invece di chiuderci in un fortilizio a difesa di un’identità minacciata». L’antifascismo, aggiunge, «è un’importante cultura politica che serve a capire alcuni dei processi in atto, ma non può essere usato come categoria onnicomprensiva che mette insieme No Tav e simpatizzanti di Assad. E la battaglia deve mantenersi su un piano culturale e pedagogico, non immediatamente politico».
«Ma chi dice che l’antifascismo oggi sia riducibile al picchetto contro Casa Pound? O alle bandierine ideologiche sventolate a sproposito?». Dalla sua casa di Pisa, Pezzino si mostra sorpreso.
«Questa è una fotografia caricaturale dell’antifascismo.
Come mi appare ridicola l’accusa secondo la quale vorrei chiudermi in una fortezza identitaria: non è certo questo il mio proposito, che ambisce al collegamento con istituti di ricerca europei. Mi piacerebbe invece capire quali siano le realtà a cui De Bernardi sta pensando: forse zone d’opinione che negli anni passati hanno contribuito alla banalizzazione del fascismo?». Le missioni principali dell’Istituto Parri, continua Pezzino, devono rimanere l’analisi dell’evo contemporaneo e la formazione degli insegnanti. «Ma questo non significa rinunciare ad avere un ruolo politico-culturale in un paese in cui la sinistra tende a essere afasica». L’antifascismo in questo modo «non è certo la difesa del deserto dei tartari, ma elemento vitale della battaglia politica attuale. All’indomani della caccia all’uomo nero a Macerata, mi sarebbe piaciuto che l’Istituto Parri contribuisse all’analisi dei simboli esibiti da Traini: la militanza nella Lega, il razzismo armato, il saluto romano, la bandiera italiana. E invece c’è stato un assordante silenzio». Come è mancata negli ultimi anni, aggiunge Pezzino, una riflessione sui rigurgiti neofascisti. Fare oggi della pedagogia antifascista «significa non urlare al ritorno del regime ma avere la consapevolezza che forze politiche che non si richiamano a quell’esperienza veicolano elementi come il nazionalismo e il razzismo». Sullo sfondo della battaglia tra i due candidati rimangono questioni per niente marginali: il rapporto con l’Anpi e il museo di Predappio. Se l’asse Flores-De Bernardi non è stata avara di critiche molto dure all’associazione dei partigiani, specie sotto la direzione di Smuraglia, la fazione pro Pezzino vorrebbe stabilire un confronto.
Quanto al museo sul fascismo, Flores e De Bernardi ne sono stati i principali sostenitori, mentre Pezzino interpreta il malumore di chi contesta la scelta della città natale di Mussolini come sede. A fine anno alla Casa del Fascio cominceranno i lavori. E intanto al vertice dell’Istituto Parri il 9 giugno ci sarà il nuovo presidente: a sceglierlo sarà il comitato che raccoglie i presidenti dei sessantaquattro istituti.
Repubblica 21.4.18
Desideri o diritti? Quel dubbio oscuro delle nostre società
di Giulio Azzolini
Il saggio del direttore del “Mattino” Alessandro Barbano
È un’analisi dolente del declino italiano Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà
(Mondadori). Venti capitoli in cui il direttore del Mattino Alessandro Barbano richiama “crisi” di vario livello. Crisi globali: del discorso pubblico nell’epoca di Internet; dello stato sociale a fronte delle metamorfosi del lavoro; della sovranità politica in un mondo interdipendente. Ma soprattutto crisi italiane: dei soggetti collettivi (i ceti medi, i partiti, le associazioni sindacali e padronali) e dei valori tradizionali (la delega politica, il sapere, persino la verità).
Barbano ritiene che questi fenomeni – le cui vittime principali sono i giovani, le donne, i meridionali, gli immigrati – abbiano una matrice comune.
Ciascun problema viene infatti ricondotto al “dirittismo”, a un’«ipertrofia maligna dei diritti» che in Italia avrebbe contagiato tutte le forze politiche, specie le più radicali. Oggi i diritti non sarebbero più il «carburante della democrazia», ma i «fucili puntati contro di essa». La «malattia dei diritti», quindi, come chiave di lettura della nostra decadenza. La tesi è controcorrente, non inedita, e merita di essere discussa seriamente.
La posizione di Barbano è paradossale poiché il senso comune porta a credere l’opposto. Ogni giorno deboli e meno deboli lamentano la carenza di diritti adeguati. Perfino i diritti ritenuti acquisiti, come ad esempio i diritti politici, vengono percepiti, per dirla con Norberto Bobbio, come «promesse non mantenute».
Come mai, allora, «troppi diritti»?
Nei suoi tratti essenziali, l’argomento fu delineato nel Rapporto sulla Crisi della democrazia, redatto nel 1975 per conto della Trilaterale, e da allora è stato riproposto in svariati modi – di recente, con acume, da Dominique Schnapper ne L’esprit démocratique des lois (Gallimard, 2014) e da Jason Brennan in Contro la democrazia (2016, ora tradotto da Luiss University Press).
Barbano ha il merito di mettere a fuoco il nesso tra espansione dei diritti e progresso tecnico. In breve, la prima non avrebbe indebolito a tal punto il tessuto civile del nostro paese (e non solo), se non fosse stata accompagnata dal secondo. «Poiché la tecnica apriva, grazie ai suoi potenti mezzi, nuove possibilità, ciò che diveniva possibile era per ciò stesso anche giusto. Così le possibilità sono diventate desideri e i desideri diritti».
Ma la posizione di Barbano si caratterizza anche per la prospettiva che suggerisce. Dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, non invoca riforme che accentrino e accelerino il processo decisionale, ma scommette piuttosto su un fattore politico-culturale, che gravita intorno all’idea di «moderazione integrale». Barbano auspica una cultura politica moderata, che proponga apertamente di rilanciare la democrazia rappresentativa e rinnovare quelle mediazioni politiche, sociali e culturali che, a suo giudizio, sono l’architrave di ogni società bene ordinata.