lunedì 8 gennaio 2018

Il Fatto 8.1.18
“Emma è una radicale da salotto, soprammobile di Renzi e Scalfari”
Giovanni Negri - L’ex discepolo prediletto di Pannella, oggi scrittore e produttore di vini, stronca l’accordo radical-dc di Bonino e Tabacci
di Fabrizio d’Esposito


Non è solo per il nome di battesimo, che Giovanni Negri detto Giovannino dà la sensazione di essere rimasto l’Apostolo prediletto del Maestro buonanima Marco Pannella. Non suoni blasfemo. In fondo, Negri a sessant’anni tondi ha custodito intatto il suo credo radicale, a differenza di altri compagni della genìa pannelliana (si pensi a Rutelli, Giachetti, Quagliariello, giusto per citarne alcuni) convertitisi ad altri fedi partitiche. Non è un caso, allora, che Negri appelli Pannella come Maestro o nonostante le polemiche a volte feroci gli abbia dedicato un libro intitolato L’Illuminato, appunto, e abbia fondato un’associazione con il simbolo della rivoluzione francese, la Marianna, icona radicale delle origini di mezzo secolo fa. Oggi, l’Apostolo Giovanni dei radicali coltiva la passione della politica a una distanza di sicurezza da Roma, produce vino nelle Langhe e gira il mondo.
Un dc, Tabacci, che aiuta Bonino con il logo del Centro democratico. E un ex radicale diventato centrista, Rutelli, che nega il simbolo della Margherita a Lorenzin.
Per carità, tutto legittimo. Lo immagino Francesco che dice: “Questo simbolo è mio e non si tocca, non fatemi incazzare” (Negri cambia tono della voce e tenta di imitare di Rutelli, ndr). Da molti anni è diventato un perfetto uomo di potere, frequenta palazzi e si sposa in Chiesa. No, a naso non mi è sembrato il sindaco Nathan. (Negri ricambia tono della voce, ndr). “Io sono Rutelli e sono stato candidato premier, sindaco di Roma, questa Lorenzin come osa?”.
Bonino ha osato, eccome.
Mah… a suo tempo il Maestro ci disse di andare in partibus infidelium.
Nelle terre degli infedeli degli altri partiti.
Ci raccomandò: insediatevi, moltiplicatevi, contaminate gli altri, questo è il transpartito, vi invio e vi mando.
Contaminare Tabacci è la frontiera estrema.
Ma no, è una vicenda che fa sorridere. Quando finisce una storia può accadere anche questo: credi di lavorare a +Europa e dopo un po’ scopri che lavori a +Tabacci. Una fra le tante controprove che certifica la fine di una storia politica. E vorrei fosse chiaro, il mio non è giudizio morale, è meramente tecnico.
Una certificato tecnico, diciamo. Pannella secondo lei cosa ne avrebbe detto?
Penso che avrebbe riso e basta.
Addirittura.
Non credo l’episodio meriti di più. La cosa assai meno accettabile è che Emma per giustificare questa scelta si sia proclamata la depositaria di 50 anni di storia radicale, si sia autonominata Zia d’Italia, sia stata beatificata da Scalfari erede dell’azionismo dei fratelli Rosselli. Al vecchio Eugenio i radicali sono sempre stati sulle palle: ridurli a un gruppo di indipendenti di sinistra placa la sua coscienza. Ma gli andrà storta anche questa volta.
Non è poca roba.
Quella storia è ormai morta e sepolta: che male c’è ad ammetterlo? I partiti nascono e muoiono, è fisiologico. Dovremmo prenderne atto tutti. Rivendicare continuità con mezzo secolo di storia, lanciare appelli epocali in nome della suprema democrazia per poi fare entrare in scena i tabagisti…
Tabagisti come seguaci di Tabacci.
Se preferisce può anche chiamarli Sali e Tabacci. Fa più vintage.
Insisto: il Maestro si sarebbe incazzato?
Non sono il depositario di un Pannella postumo: quando era in vita gliene dissi di tutti i colori. Diciamo che dal mio punto di vista il Pannella migliore, quello che cambia l’Italia, è il leader che da un lato preserva la durezza e l’identità dei Radicali, e dall’altro conduce le più grandi battaglie liberali e popolari di questo Paese. È tabagista per le sigarette, non per altro.
Bonino si è confusa con il centrosinistra da anni. Ora c’è il renzismo.
Bonino ha fatto una Lista che Piace alla Gente che Piace. E pretende che quella roba rappresenti l’eredità del Partito dello Scandalo .
Scandalo vero.
Eravamo il partito delle mani nella merda, dei pubblicani, dei ladri, delle puttane, o dei normali, dei ragionieri, delle nonne che s’incazzano.
Il contrario dei radical-chic.
Quello è il radicale da salotto, un soprammobile utile al potere.
Perché secondo lei hanno rifiutato l’offerta dei socialisti di Nencini e dei Verdi ?
In effetti era più logica del Tabagismo.
E allora perché no?
A esser cattivelli viene il sospetto. Forse Renzi vuole solo liste fra l’1 e il 3 per cento, così voti ed eletti vanno solo a lui. Non che lo capisca, eh. Ne ha tanto bisogno. Mai vista qui al nord un’onda anomala di queste proporzioni.
Oppure alla fine l’obiettivo sono i collegi sicuri nel Pd?
Nel caso, Tabacci avrebbe vinto un terno al lotto.
E Della Vedova, altro ex radicale?
Benedetto devo dire che sul fine vita piuttosto che su altre battaglie è stato coerente al di là della casacca di turno. Di lui capisco tutto salvo il cognome.
Come?
Non è vedovo proprio di nessuno perché non si è mai accasato. Va da Pannella ma non lo sposa, poi da Berlusconi e niente cerimonia, poi Fini e manco con quello, poi Monti ma non se ne parla, infine Renzi ma anche lì niente matrimonio e ora, per ora, Tabacci. Definitivo: è Benedetto Della Nubile.
E Scalfari esulta.
Pensa che gli eredi del Pci si siano messi in tasca quelli che lui nomina gli utili eredi dell’azionismo e dei radicali. Non sarebbe la prima volta che confonde la storia con gli interessi suoi, del suo editore e di un piccolo, assistito, malato capitalismo italiano.
Lei, Negri, invece ha fondato la Marianna.
Io non mi rassegno a vedere il Paese che mi circonda condannato a questo declino e a questa non-classe dirigente. Sì, la Marianna è una ragazza giovanissima. Più ascolto i grillini, più leggo gli slogan di destra, più assisto con qualche choc a una sinistra che ha perso ogni bussola e più me ne convinco. La ragazza ha solo duecento anni ma è la più giovane di tutti.
I lumi della ragione, non del tabagismo.
No, la ragazza non fuma. Sorride.
A proposito, è vero che si candida con Parisi in Energie per l’Italia?
Vedremo. Se il centrodestra volesse davvero fare la rivoluzione della giustizia, senza la quale l’Italia sprofonda, potrebbe avere un senso. Se invece cerca solo compromessi per farsi i fatti suoi, molto meglio non perdere tempo. O la politica è vera, oppure non ho alcun bisogno di far finta di fare politica.

La Stampa 8.1.18
La promessa di Grasso e LeU
“Aboliremo le tasse universitarie”
di Andrea Carugati


«Aboliremo le tasse universitarie». Pietro Grasso lancia del palco dell’Ergife di Roma una delle proposte clou del programma di Liberi e Uguali. Cita anche il costo dell’operazione, 1,6 miliardi, «un decimo dei sussidi fiscali che lo Stato ora concede ad attività dannose per l’ambiente». La platea applaude il suo “caposquadra” che si lancia in una promessa ancora più impegnativa: «Aboliremo il precariato». Come? Con una proposta di legge che introduce un nuovo contratto a tutele crescenti, che prevede dopo tre anni «le piene tutele dell’articolo 18», insieme ad un piano per «disboscare le tante forme di lavoro precarie oggi esistenti», spiega Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente, che apre la convention. E annuncia un piano di riduzione Irpef per i redditi sotto i 35 mila euro, che si accompagna ad una partimoniale che porterà i più ricchi a pagare anche l’Imu per la prima casa. Una ricetta «progressiva», spiega Pier Luigi Bersani, «chi ha di più dovrà pagare di più», e del resto lo slogan della giornata «Per i molti, non per i pochi» è mutuato direttamente dal leader laburista britannico Jeremy Corbyn, faro della nuova sinistra italiana. Grasso indica in 50 miliardi l’obiettivo della lotta all’evasione fiscale. «Un quarto del totale, mi pare un obiettivo ragionevole», spiega Bersani. «Noi le ricette le abbiamo…». Nelle prime file l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco che si mostra tiepido sulla proposta di abolire le tasse universitarie tout court: «Penso sia una metafora per dire diritto allo studio. Da noi non sono molto alte, è un tema marginale».
Intanto dal palco una storica combattente di sinistra come Luciana Castellina avverte i compagni su un rischio: «Dobbiamo tenere conto della diffidenza dei giovani verso i partiti e la politica». E infatti sono i delegati più giovani a chiedere «più radicalità nelle proposte». «Proposte serie e concrete» che Grasso contrappone alle «favole irrealizzabili» degli altri partiti. Come lo stop al canone Rai voluto da Renzi: «Oggi dice di abolirlo, ma pochi mesi fa l’ha messo in bolletta…». Il presidente del Senato ne ha anche per Berlusconi, Salvini e i 5 stelle che «cambiano idea secondo convenienza su tutti i temi, dall’Europa alla cittadinanza». Sull’Europa dentro Leu la linea è «rivedere i trattati». Nessuno spazio all’euroscetticismo, ma Grasso ribadisce che «bisogna chiudere con le politiche di austerità».
L’ex pm antimafia fissa anche rigidi paletti per le candidature: ci sarà un tetto per chi ha già fatto due mandati (con deroghe previste per big come Bersani e D’Alema) e un codice etico che supera gli stessi paletti della legge Severino: niente posto in lista per chi ha inchieste e processi anche in corso per mafia, terrorismo, reati sessuali e contro l’ambiente.
Al debutto sul palco di Leu Laura Boldrini, che annuncia «non faremo una campagna contro qualcuno», ma poi bacchetta la sinistra che «ha smesso di essere se stessa e ha perso i suoi valori». E il Pd che «con grande miopia ha tradito gli 800mila ragazzi che aspettavano la legge sulla cittadinanza». Sulle alleanze nessuno si sbilancia.
Bersani spiega che«parleremo con tutti tranne la destra», e ironizza sugli establishment che «ora riabilitano Berlusconi per fermare i barbari 5 stelle». «Se non si capisce e interpreta il disagio popolare i barbari vinceranno. Gli establishment che pensano alle ammucchiate contro qualcuno finiranno a sbattere contro il muro…».

La Stampa 8.1.18
Ecco i razzisti della porta accanto
Aggressioni e violenze sui social un italiano su due giustifica l’odio
Migranti e rom nel mirino, dilagano antisemitismo e omofobia
di Mattia Feltri


Dei 55 italiani su cento che, rispondendo a un sondaggio di Swg (15 novembre 2017), hanno giustificato il razzismo, la gran parte probabilmente escluderebbe di essere razzista. La domanda era diretta: «Determinate forme di razzismo e discriminazione possono essere giustificate?». Per il 45 per cento è «no mai». Per il 29 «dipende dalle situazioni». Per il 16 «solo in pochi specifici casi». Per il 7 «nella maggior parte dei casi». Per il 3 «sempre». Se la domanda fosse stata «lei è razzista?» è presumibile che avrebbe risposto sì il 3 per cento per cui il razzismo è giustificabile sempre, e forse alcuni del 7 per cento per cui è accettabile nella maggior parte dei casi. Il razzismo è una malattia insidiosa, dà sintomi vaghi, talvolta deboli o indecifrabili: non si prende il razzismo come un’influenza, dall’oggi al domani.
Matteo Salvini esclude di essere razzista (in buonissima fede, si deve presumere) eppure il primo gennaio ha scritto un tweet che, nella sua apparente innocuità (fra centinaia ben più aggressivi scritti dal capo leghista), spiega bene la noncuranza del pensiero e del linguaggio: «Vado a Messa a Bormio, e sento dire dal prete che bisogna “accogliere tutti i migranti”. Penso ai milioni di italiani senza casa e senza lavoro, al milione di bambini che in Italia vivono in povertà, e prego per loro». Naturalmente è legittimo e per niente illogico ritenere che non si possano accogliere tutti i migranti, ma pregare per i poveri italiani sembra una trasposizione un po’ temeraria del sovranismo nella fede: è complicato pensare a un Dio che accolga preghiere in base al passaporto o al colore della pelle, ed è stupefacente intuire tanti cristiani disinvoltamente immemori della vocazione universalistica ed ecumenica del cristianesimo, costituzionalmente antirazzista.
Il linguaggio della politica
Anche Massimo Corsaro, deputato di centrodestra, ogni volta trasecola. Dopo il derby della settimana scorsa, ha dato dello zingaro all’ex allenatore del Torino, Sinisa Mihajlovic. Così come si era rivolto al collega ebreo, Emanuele Fiano, dicendo che portava le sopracciglia folte per nascondere i segni della circoncisione. In entrambi i casi, Corsaro ha ammesso una certa intemperanza linguistica, dovuta alla foga, ma nessun cedimento al razzismo. La novità evidente è che certe cose, fino a pochi anni fa, un uomo delle istituzioni non si sarebbe nemmeno sognato di dirle e tantomeno l’avrebbe fatta franca.
La violenza quotidiana
Un’inchiesta dell’associazione Lunaria, presentata a Montecitorio lo scorso ottobre, ha registrato 1483 casi «di violenza razzista e discriminazione» tra il primo gennaio 2015 e il 31 maggio 2017. Da gennaio 2007 ad aprile 2009, la stessa Lunaria ne aveva registrati 319. Di questi 1483 casi, 1197 vanno alla voce violenza verbale, e non bisogna per questo pensare che siano meno gravi: un anno fa Pateh Sabally, ventiduenne gambiano, decise di suicidarsi buttandosi nel Canal Grande a Venezia; da un vaporetto lo videro dimenarsi, nessuno si lanciò per salvarlo, alcuni gli fecero un video mentre affogava, qualcuno rideva e diceva «ueh Africa», qualcuno gli diceva «scemo», «negro». Lo scorso giugno, in un centro estivo del riminese, una bambina cadde mentre giocava e due coetanei le dissero «ti sta bene che sei caduta, a terra devono stare i negri» e «io vicino a una negra non ci sto». Lo scorso novembre, in provincia di Padova, in una partita fra quattordicenni un ragazzo nigeriano si sentì dire due volte «stai zitto negro» da un avversario che poi gli rifilò un pugno, e quando il nigeriano reagì fu espulso dall’arbitro. Sono episodi pescati alla rinfusa fra centinaia. Se ne sono citati due consumati fra bambini o ragazzini per rendere l’idea dell’aria che tira.
Le istituzioni contagiate
L’aspetto più stupefacente del lavoro di Lunaria è che il maggior numero dei casi (615) ha per protagonisti «attori istituzionali». Hanno spesso a che fare coi sindaci e le loro ordinanze teoricamente a tutela dell’ordine pubblico. Nell’agosto 2016 il sindaco dem di Ventimiglia vietò la distribuzione di cibo ai migranti in attesa alla frontiera; nello stesso periodo la sindaca di Codigoro, Ferrara, (sempre Pd) propose tasse più alte per chi affittava appartamenti ai richiedenti asilo; nel settembre 2017 il sindaco leghista di Pontida, Bergamo, decise di riservare i parcheggi soltanto a donne comunitarie ed etero. Sindaci di sinistra e di destra, tutti accomunati dallo stupore del giorno dopo, e dalla spiegazione che no, mica si trattava di razzismo. Poi, naturalmente, ci sono anche le violenze fisiche: 84. Un solo esempio, notissimo: nel luglio 2016 Emmanuel Chidi Namdi, trentaseienne nigeriano, fuggito dalle persecuzioni d’estremismo islamico di Boko Haram, passeggiava per Fermo con Chinyery, la fidanzata ventiseienne, quando due del posto hanno preso a chiamarla «scimmia»; Emmanuel provò a difenderla e fu aggredito con una spranga e, caduto a terra, massacrato a calci e a pugni.
L’intolleranza via social
Fin qui si tratta di fatti di cronaca, ma poi c’è una frenetica attività di razzismo quotidiano. L’associazione Vox, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e La Sapienza di Roma, ha monitorato il social Twitter nel periodo che va dall’agosto 2015 al febbraio 2016, e ha trovato 412 mila tweet misogini, razzisti o omofobi. Circa 42 mila tweet erano contro i migranti in quanto tali, soprattutto se musulmani. Secondo il Pew Research Center (Think Tank di Washington) il 68 per cento degli italiani è ostile ai musulmani, e del resto un’indagine di Ipsos evidenzia che in Italia la maggioranza è convinta che gli immigrati di religione musulmana siano oltre il 20 per cento della popolazione, quando invece la percentuale balla fra il 2,5 e il 3,5 per cento (secondo varie fonti, che tengono più o meno conto dell’immigrazione clandestina). Così, per tornare all’inizio, al sondaggio di Swg, si scopre che tendenzialmente gli italiani preferiscono per vicino di casa un ebreo piuttosto che un musulmano, ma preferiscono un altro italiano piuttosto che un ebreo, qualsiasi cosa voglia dire, visto che gli ebrei in Italia sono quasi tutti italiani.
Cresce l’antisemitismo
E qui arriviamo all’ultimo studio, proposto dalla Anti Defamation League - Osservatorio antisemitismo Italia. Nel 2016 i casi di antisemitismo in Italia sono stati 130, almeno quelli di cui si è venuti a conoscenza; dieci anni prima, nel 2006, erano stati 45. «Dalla Palestina alla Patagonia... Gli avvoltoi giudei alla conquista del pianeta», «sionisti cancro dell’umanità», «semiti assassini rituali» si legge su vari profili Facebook dedicati alla riemergente lotta all’ebreo; nei dintorni dell’antico ghetto di Ferrara, poche settimane fa, via Voltapaletto è stata trasformata a vernice in via Hitler; all’ingresso del liceo Seneca di Roma, a ottobre è apparsa la scritta «ingresso ebrei».
Anche qui si potrebbe andare avanti per pagine, resta giusto lo spazio per dire che - sempre secondo l’Anti Defamation League - nel 2014 il 20 per cento degli italiani aveva sentimenti o pregiudizi antiebraici (come, per esempio, «gli ebrei muovono l’economia mondiale contro gli altri popoli»), e nel 2015 erano saliti al 29. E per ricordare la manifestazione filopalestinese del 29 dicembre a Milano, piazza Cavour, dove immigrati musulmani hanno scandito un coro tradizionale: «Ebrei tremate, l’armata di Maometto ritornerà». Per sottolineare l’ovvio: nelle società dove il razzismo cresce, chi lo subisce spesso poi lo alimenta, in un clima facilone, crudele ed epidemico in cui tutti hanno conquistato il diritto alla spudoratezza.

Repubblica 8.1.18
L’inchiesta
Scandalo in cantiere
Tutte le ombre sulle casette per i terremotati
Operai fantasma: reclutati dai caporali in Romania e sottopagati
Rischio infiltrazioni mafiose: alcune ditte non sono nelle white list Indaga l’Autorità Anticorruzione E molti impianti già cadono a pezzi
di Giuliano Foschini Fabio Tonacci


Nel cantiere di Stato più grande d’Italia stanno calpestando i diritti, facendo lavorare ditte prive del certificato antimafia e operai senza contratto né professionalità, trattati dai caporali come schiavi. E infatti le casette antisismiche che stanno costruendo già cadono a pezzi.
È l’ultimo scandalo di una ricostruzione post terremoto che a distanza di sedici mesi dalla scossa del 24 agosto ancora non parte, soffocata da tonnellate di macerie non rimosse e dalla lentezza della macchina burocratica.
L’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone e due procure, Perugia e Macerata, hanno aperto indagini sulla realizzazione delle Sae, i moduli abitativi che sono l’unica speranza per gli sfollati di tornare in tempi brevi a vivere nei loro paesi. Nonostante il mega appalto unico Consip dovesse garantire qualità, legalità e trasparenza, la gestione fa acqua da tutte le parti.
Sconosciuti al lavoro
La prima ad annusare che qualcosa puzza nella frenetica corsa alla consegna (in ritardo) delle casette è stata l’Anac. Il 22 agosto scorso Cantone ha inviato i finanzieri del Nucleo anticorruzione in due cantieri di Norcia, ad Ancarano e a Campi, per controllare chi stesse lavorando e come. Le anomalie sono venute subito a galla.
Sul posto c’erano aziende del cui coinvolgimento le autorità niente sapevano, perché non avevano presentato la notifica preliminare di subappalto, cioè il documento che ne permette la tracciabilità.
Ad Ancarano la Essegi Linoleum stendeva la pavimentazione delle casette, e non figurava; la Extra srl montava arredi e mobili, e non figurava; la Autotrasporti Martinelli trasportava infissi, e non figurava. A Campi lavoravano le “invisibili” Società Edilizia Campoluongo di San Cipriano d’Aversa, la Decoop, la Calcestruzzi Cipiccia, la Passeri.
Nomi finiti nell’informativa che l’Anac ha girato alla procura di Perugia per approfondimenti. Ma a quale titolo quelle ditte erano lì? Davanti ai finanzieri, i responsabili hanno risposto di essere “personale distaccato”: alcuni presso l’impresa esecutrice Kineo, altri presso le subappaltatrici di quest’ultima.
Come se ciò bastasse a giustificare il fatto che a Campi e Ancarano non ci fosse neanche un operaio della Kineo Energy Facility, la consorziata alla quale il consorzio Cns (vincitore della gara Consip) ha affidato la realizzazione delle casette in Umbria. Non solo. A una successiva verifica, gli inquirenti hanno scoperto che la metà dei manovali non aveva un rapporto lavorativo con la ditta a cui dichiaravano di appartenere.
Erano fantasmi, quindi. Mandati da chissà chi. Abusivi.
Trattati come schiavi
Pare di vedere un film già visto, intitolato “Dirty job”: si chiama così l’operazione della Guardia di finanza che all’Aquila ha portato all’arresto di sette imprenditori accusati di prendere maestranze a basso costo dai Casalesi. Può accadere di nuovo e vediamo perché.
Nel Maceratese, dove ci sono 72 cantieri Sae aperti, la Cgil ha scoperto che gli operai impiegati a Visso e Ussita sono in gran parte romeni, reclutati attraverso il caporalato direttamente in Romania: senza tutele, sottopagati (alcuni anche meno di 500 euro al mese), sottoposti a turni di 12 ore al giorno sette giorni su sette. Il contratto che hanno in tasca è un fogliaccio scritto a penna, con una foto scattata col cellulare e incollata. A denunciare tutto è stato un romeno che all’inizio di dicembre si è distorto una caviglia mentre montava un pannello. Per nove ore l’hanno tenuto nascosto in cantiere senza fare niente e solo grazie all’intervento di un funzionario della Cgil è arrivato in ospedale.
La gabola del contratto di rete
Il compito di fornire le casette nelle Marche è del Consorzio stabile Arcale, secondo classificato nell’appalto Consip e finito sui giornali nei mesi scorsi perché ritenuto vicino a Renzi: tra i soci c’è la Sistem Costruzioni il cui amministratore è un renziano della prima ora, e di Arcale in qualche modo si interessò, come dimostrano le intercettazioni dell’inchiesta Consip, anche il presidente della Fondazione Open che fa capo al segretario del Pd.
Arcale si serve di molti subappaltatori per costruire le casette antisismiche, tra cui il Consorzio Gips di Trento. La ditta dell’operaio romeno che per primo ha parlato, scoperchiando il pentolone dello sfruttamento e incoraggiando altri lavoratori a ribellarsi, è la Europa Srl, e fa parte appunto del Gips.
Ma tra i subappaltatori dichiarati di Arcale figura anche la InTech di Roma. Il 20 novembre scorso la InTech ha registrato un “contratto di rete”, cioè una scrittura privata con altre undici ditte fornitrici che possono lavorare nei cantieri Sae.
Nelle visure camerali il loro nome non appare, figurano solo col codice fiscale. «Due di esse non risultano iscritte all’anagrafe nazionale antimafia», spiega Daniel Taddei, segretario maceratese della Cgil, autore di un dossier realizzato insieme alla Fillea ed acquisito dai magistrati.
Altre due ditte fuori dalle white list antimafia sono spuntate in un altro contratto di rete. «Queste scritture tra privati dovrebbero essere l’eccezione, perché rendono difficile il monitoraggio del denaro pubblico, e invece sono diventate la regola. Cosa può succedere quando partirà la vera ricostruzione e nelle Marche si apriranno 50mila cantieri?».
Il sistema Consip
È una domanda a cui nessuno sa rispondere. L’impiego di manodopera poco qualificata pare essere la causa dei disagi segnalati da alcune famiglie. I sindaci girano nei nuovi villaggi Sae fotografando tubi che sporgono dai muri, boiler dell’acqua congelati e fili elettrici negli scarichi dell’acqua (Visso), oppure moduli allagati, sporchi e con impianti malfunzionanti ancor prima di essere abitati (Sarnano).
«Il villaggio di Cesare Battisti 2 è stata l’ultima presa in giro», racconta Giuliano Pazzaglini, primo cittadino di Visso. «Doveva essere pronto per il 24 dicembre, poi il 28, poi il 2 gennaio: ma si continua a rinviare. Scriverò alla Protezione civile e alla Regione perché con questa farsa non voglio più avere a che fare».
Di casette antisismiche in tutto il cratere ne hanno consegnate ai sindaci 2.149, ne mancano ancora 1.513.
Non doveva andare così.
Avrebbero dovuto essere fatte prima, e meglio. Il sistema pareva blindato: un bando di gara Consip da 1,1 miliardi di euro per casette da mettere a disposizione della Protezione Civile, i primi tre classificati (Cns, Consorzio Arcale e una Rti guidata da Modulcasa) a dividersi l’onere della fornitura. La pletora di subappalti e contratti di rete stipulati dopo dimostra in realtà che chi ha vinto il bando non poteva realizzarle senza affidarsi a soggetti esterni. Con il risultato che adesso non sappiamo più chi sta montando pareti in cartongesso, caldaie e impianti elettrici nei cantieri del terremoto.

Repubblica Roma 8.1.17
Beni culturali
Palazzo Nardini Rinascimento all’asta
Lo storico edificio di via del Governo vecchio è nella lista degli immobili già proposti per la vendita ai privati
La destinazione rischia di essere quella di albergo a cinque stelle oppure condominio di lusso
di Vittorio Emiliani


Da anni e anni il centralissimo Palazzo del cardinal Stefano Nardini, primo governatore di Roma per incarico di Sisto IV, raro esempio di architettura fine ‘ 400, che ha dato il nome alla strada di Via del Governo Vecchio, mostra ad abitanti, passanti e turisti una facciata degradata dai mancati restauri, con l’intonaco intriso di acqua piovana sotto le caditoie tagliate a metà, col bel portale che si sfalda per smog e piogge acide, con le finestre aperte alle intemperie. Da oltre dieci anni è di proprietà della Regione Lazio che, ai tempi della Giunta Marrazzo, grazie alla brava Giulia Rodano assessore alla Cultura, ha investito oltre 6 milioni di euro nell’indispensabile rifacimento dei tetti ormai crollanti salvando così l’edificio storico. In quel periodo si appassionò a Palazzo Nardini anche il soprintendente, architetto Roberto Di Paola, il quale vi scoprì un fascione di affreschi di scene conviviali di fine ‘400. Poi, più nulla. L’ultimo assessore alla Cultura, la scrittrice Lidia Ravera, ha risposto alle denunce sostenendo laconicamente che era competenza dei Lavori Pubblici...
Sede fino al ‘ 700 del Governatorato, indi abbandonato, recuperato come Pretura, poi storica Casa delle donne e da metà degli anni ‘80 (anche perché la proprietà era incerta) abbandonato a se stesso, rappresenta un autentico scandalo a due passi da piazza Navona. Si pensava che fosse del Comune e il sindaco Ugo Vetere fece approntare un interessante progetto all’architetto Paolo Marconi, grande esperto di restauro, per una sede aggiuntiva del vicino e saturo Archivio Capitolino. I successori non ne fecero nulla. Ma il progetto esiste.
Ora si scopre che, esteso su un’area di 6500 mq., figura fra i beni culturali di tutta Italia inclusi nell’elenco degli immobili già proposti per la vendita a privati da una società che si occupa di aste quale albergo di lusso, oppure per appartamenti per ricconi. “ L’ingresso principale, carrabile e pedonale, avviene dal portone in Via del Governo Vecchio, mediante il quale si accede all’edificio e ad un secondo cortile, più ampio ( 900 m ² complessivi), che è possibile adibire a parcheggio scoperto. L’immobile è articolato su 2 piani ammezzati ed un livello interrato, con un torrino che si eleva per ulteriori due piani (...) è stato quasi interamente restaurato e rimangono da completare la pavimentazione interna, gli infissi e le finiture”.
Ora, non è vero che esso sia “ interamente restaurato”. La facciata è marcia e fatiscente e abbisogna di lavori urgenti. L’interno sta meglio, anche se le vetrate sono tutte da rifare e anche altro. Le strutture sono sane.
Viene da chiedersi: possibile che, con tutte le esigenze culturali insoddisfatte che presenta la capitale, Palazzo Nardini non possa essere utilizzato se non come resort o tramezzato per farne appartamenti di lusso? Possibile che non possa essere usato per scopi culturali importanti restituendo così dignità ad un rione sempre più involgarito dal turismo di massa?

La Stampa 8.1.18
Minori impiccati e torture di Stato il dramma dei diritti umani nella Repubblica islamica
Il rapporto Onu: oltre 530 esecuzioni capitali in un anno
di Paolo Mastrolilli


«La Special Rapporteur si rammarica del fatto che le informazioni ricevute non rivelano alcun miglioramento significativo riguardo la situazione dei diritti umani nel Paese». Basta arrivare al quarto paragrafo nell’introduzione del rapporto presentato il 17 marzo scorso da Asma Jahangir allo Human Rights Council dell’Onu, per trovare questa bocciatura netta dell’Iran.
Molti denunciano le violazioni dei diritti umani nella Repubblica islamica, da Amnesty International a Human Rights Watch. Ad esempio si stima che tra il gennaio del 1980 e il giugno del 1981, quando era caduto Banisadr, 906 oppositori erano stati giustiziati, contro i circa 8.000 uccisi nei quattro anni successivi. La Freedom House oggi giudica «non libera» la stampa iraniana, mentre su questo punto Reporters Without Borders ha messo il Paese al 174° posto su 179 nazioni. La giurista pakistana Jahangir ha però un ruolo sopra le parti, essendo stata nominata Special Rapporteur sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dallo Human Rights Council dell’Onu, e quindi la sua analisi aiuta a capire in maniera obiettiva lo stato delle cose: «Il governo non ha ancora accettato le richieste fatte dal 2002 sull’indipendenza di avvocati e giudici; le esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie; le questioni delle minoranze; la promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione ed espressione; la discriminazione contro le donne; le sparizioni forzate e involontarie; le detenzioni arbitrarie». Jahangir nota gli sforzi fatti dal presidente Rohani, ma sottolinea che su 291 raccomandazioni ricevute nel 2014, Teheran ne ha accettate 131, parzialmente sostenute 59 e bocciate 101.
Tra i diritti civili e politici, il primo ad essere minacciato è quello alla vita. Nel 2016 in Iran ci sono state almeno 530 esecuzioni, che lo mettono al secondo posto nella classifica mondiale dopo la Cina, e spesso le garanzie basilari del processo sono ignorate. «Nell’ultimo decennio la Repubblica islamica ha giustiziato il maggior numero di minorenni al mondo. Nonostante il divieto assoluto in base alle leggi internazionali, il Codice Penale Islamico ancora prevede la pena di morte per i ragazzi con 15 anni lunari d’età e le ragazze di 9 anni». Almeno 5 esecuzioni di minorenni sono avvenute e 3 erano imminenti, con oltre 78 condannati in attesa di essere giustiziati. Il governo, poi, «non ha accettato alcuna delle 20 raccomandazioni sulla tortura, o altre punizioni crudeli, disumane o degradanti». Le confessioni forzate proseguono, mentre la legge islamica giustifica pene come le frustate, le amputazioni o l’accecamento, inflitto ad esempio ad un condannato curdo identificato come Mohammad Reza: «Il governo rifiuta di considerarle torture e le ritiene efficaci per la deterrenza della criminalità». In almeno 18 casi ha negato anche le cure mediche in carcere.
«La professione legale non è indipendente», e meno ancora quella giudiziaria, che ha il diritto di negare la licenza agli avvocati. Almeno 50 di essi sono stati processati «per aver rappresentato prigionieri di coscienza, detenuti politici, e di “sicurezza nazionale”». Il diritto ad un processo giusto è aleatorio, anche perché le leggi sono spesso vaghe e i reati in contrasto con le norme internazionali, come ad esempio «i crimini contro Dio, insultare il Santo Profeta, le relazioni consensuali etero ed omosessuali tra adulti, seminare la corruzione e l’apostasia». Convertirsi dall’islam ad un’altra religione è un reato.
La libertà di espressione, opinione e accesso all’informazione è negata. Nel dicembre del 2016 «almeno 24 giornalisti erano in prigione per attività pacifiche», mentre Mohammad Fathi era stato condannato a 459 frustate per aver criticato le autorità della sua città. La libertà di associazione è minacciata, e «diversi difensori dei diritti umani sono stati imprigionati», come Golrokh Ebrahimi, Arash Sadeghi, Ali Shariati e Saeed Shiraz. Il governo poi «ha rigettato le raccomandazioni volte ad assicurare pari diritti ed opportunità a donne e ragazze». I matrimoni dei bambini restano legali, 13 anni per le ragazze e 15 per i ragazzi, mentre «le leggi che richiedono alle donne di osservare il codice islamico dell’abbigliamento, hijab, continuano ad essere applicate da agenti e cittadini. Le minoranze etniche e religiose, come Baha’i, sufi, cristiani e curdi, restano perseguitate.

Corriere 8.1.18
«Se l’Europa resterà in silenzio, i ragazzi spariranno nelle carceri»
Nasrin Sotoudeh, avvocata dei diritti umani: ci impediscono di difenderli
di Viviana Mazza


L’ Italia e l’Europa possono fare qualcosa di concreto per gli iraniani: difendere i manifestanti arrestati e i loro avvocati, dice da Teheran Nasrin Sotoudeh al Corriere . «Penso che l’Europa e l’Italia abbiano adottato un approccio formale corretto: hanno sospeso i viaggi di alcuni leader europei in Iran, e la lettera ufficiale di protesta dell’Ue era buona. Ma per gli avvocati è quasi impossibile rappresentare i manifestanti nei Tribunali rivoluzionari, il che contribuisce alla loro situazione preoccupante. Speriamo che questo venga discusso, come pure la liberazione incondizionata dei legali detenuti e la fine delle pressioni e dei processi contro di loro».
Nasrin Sotoudeh è una dei pochi avvocati rimasti in Iran a difendere i diritti umani, nonostante sia stata in carcere per tre anni per aver fatto il suo lavoro, rappresentando dissidenti e attivisti. Graziata nel 2013, solo dopo un lungo sit-in ha ottenuto di tornare a praticare legge. Ora con cinque colleghi (Shirin Ebadi, Abdolkarim Lahiji, Mohammad Olyaeifard dall’estero; Mohammad Seifzadeh e Mahmoud Esfahani in patria), Sotoudeh ha pubblicato un comunicato per rivendicare il diritto sancito dalla Costituzione iraniana alle proteste pacifiche: politici sia conservatori che riformisti le hanno definite illegali, ma per legge non è necessario alcun permesso. Chiede anche l’immediata liberazione dei manifestanti e l’arresto di chi ha ordinato la repressione.
Quali sono le vostre maggiori preoccupazioni riguardo alle proteste?
«Date le esperienze avute in passato con le operazioni di intelligence e di sicurezza, siamo preoccupati per il trattamento dei manifestanti: saranno processati nei Tribunali rivoluzionari e rischiano pesanti condanne. Otto anni fa i servizi segreti reagirono alle proteste con estrema durezza. Ci sono persone ancora in prigione da allora, tra cui il mio collega Abdolfattah Soltani, condannato a 10 anni e da 7 in carcere solo per aver svolto il suo lavoro di avvocato. La nostra più grande preoccupazione è che i diritti dei manifestanti vengano calpestati, usando violenza contro le proteste pacifiche ed emettendo sentenze durissime».
Lei difenderà in tribunale alcuni degli arrestati?
«Se me lo chiedono dovrò affidarli ai miei colleghi, perché se presentano me come avvocato verranno minacciati e le loro chance durante il processo peggioreranno. I Tribunali Rivoluzionari dicono agli imputati che prendere un legale nuocerà alla loro situazione e che invece se si affidano alle autorità tutto andrà bene: lieti di queste promesse, spesso non scelgono un avvocato difensore».
Rouhani aveva promesso di aiutare i prigionieri politici. Oggi però come nel 2009 ci sono arresti di massa e il rischio della pena di morte. Cosa è cambiato?
«La situazione dei Tribunali rivoluzionari non è cambiata dal 2009, anzi in alcuni casi è peggiorata. Molti avvocati vengono sconfitti in aula; la settimana scorsa hanno detto a un mio collega che non poteva rappresentare l’imputato; i legali sono sempre più esposti a minacce, alcune delle quali vengono messe in atto. Il Centro dei difensori dei diritti umani, la più importante fondazione in difesa dei manifestanti, è stato chiuso: il suo capo (Shirin Ebadi, ndr ) ha dovuto lasciare il Paese e tutti i membri sono in prigione o da poco liberati. Parlare di giustizia in assenza di avvocati indipendenti non ha senso».
È vero che queste proteste coinvolgono soprattutto i poveri? Sono state violente?
«È da tempo che la gente soffre per problemi economici. Ogni giorno vediamo lavoratori minorenni nelle strade, donne e giovani senza mezzi di sostentamento, vediamo la corruzione economica e giudiziaria. Tutti questi problemi hanno reso la situazione soffocante, spingendo il popolo a protestare. Pensiamo a istituzioni finanziarie come la Caspian che hanno perso tutti i risparmi della gente. L’evidente ondata di ingiustizie ha ferito la coscienza pubblica. Le storie delle prigioni negli anni ’80 e l’uccisione di dissidenti, l’apartheid verso le minoranze religiose non musulmane, i diritti delle donne (in particolare l’obbligo e le difficoltà legate alll’hijab), i diritti dei lavoratori non pagati, le violenze contro gli studenti nel 1999 e nel 2009: tutto questo era fuoco sotto la cenere, e si è riacceso partendo dai più deboli nella società. Le manifestazioni in generale sono state pacifiche, anche se ci sono stati episodi violenti. È nostro dovere chiedere a tutti di agire nel rispetto della legge» .
( Ha collaborato Sabri Najafi )

Il Fatto 8.1.18
No sesso, sì bambole. Il Giappone invecchia
È in corso il più potente calo demografico per cause naturali nella storia dell’umanità: un esempio di cosa potrebbe accadere in Italia senza l’immigrazione
di Andrea Valdambrini


Con una donna reale finisce che devi pensare anche al matrimonio. Con una in 3d, no”. Nene e Rinko sono due ragazze dagli gli occhi grandi e ammiccanti e i vestiti delle sexy teenager asiatiche che anche noi in occidente siamo stati abituati a vedere nei cartoni. Da diversi anni, sono fidanzate di due quasi quarantenni di Tokyo, appassionati di fumetti e di tecnologia. Il problema non è tanto che le flessuose e sempre disponibili Nene e Rinko – protagoniste di un videogioco Nintendo chiamato Love+ – stabiliscano appuntamenti o scadenze della giornata con il loro cavalieri dallo schermo di una console. Quando una giornalista chiede ai due uomini: “le considerate le vostre ragazze?”, uno dei due risponde: “Certo, perché a lei piaccio comunque”. E pur rendendosi conto che la sua fidanzata non esiste in carne e ossa, alla domanda su chi sceglierebbe tra Rinko e sua moglie, replica imbarazzato: “Farei di tutto per non trovarmi mai in una situazione del genere”.
La scena appena descritta rappresenta uno dei passaggi chiave di No sex please, we are Japanese documentario Bbc che già nel 2013 esplorava le conseguenze economiche e sociali della crisi demografica nel Paese del Sol Levante. Il Giappone è un arcipelago popolato da 127 milioni di abitanti, dove però oggi l’indice di fertilità femminile si attesta intorno a 1,3 figli, mentre tra gli Anni 50 e 70 raggiungeva o superava i 2 figli per famiglia. Di questo passo, i demografi stimano che entro 50 anni la popolazione declinerà del 30%, attestandosi così poco al di sotto dei 90 milioni di abitanti: il più potente calo demografico per cause naturali nella storia dell’umanità. Le ricadute economiche non sono certo marginali. A lungo terza economia mondiale, ormai superata dalla Cina, il Paese è in stagnazione da oltre 20 anni ed ha accumulato un debito pubblico pari a oltre 10.000 miliardi di dollari che corrisponde a oltre il 200% nel rapporto con il Pil. In Italia, solo per fare un paragone, il debito ammonta a 2.200 miliardi, 132% sul Pil.
L’invecchiamento massiccio della popolazione significa compressione della forza lavoro e diminuzione delle entrate per lo Stato, costretto a destinare sempre più risorse a come sanità, previdenza e assistenza per i bisogni degli anziani. Sempre tra 50 anni, ha stimato il National Institute of Population di Tokyo, quasi il 40% dei giapponesi sarà over 65. Oltretutto, il Sol levante è anche il Paese dove si vive più a lungo: secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, un bambino nipponico nato in questi anni ha con 83,7 anni la maggior aspettativa di vita nel globo.
Un senso di incombente decadenza pervade l’opinione pubblica – come ha indicato l’ex ministro Hiroyo Masuda che nel suo apocalittico Local Extinction del 2014, prevede la scomparsa di molte aree del Paese. Già adesso, negli ospedali di molte province i reparti di maternità sono vuoti, le scuole deserte, paesi e città più piccole si spopolano.
Le ragioni del calo demografico sono profondamente radicate nel tessuto sociale. Da anni ormai, la tendenza in Giappone è a sposarsi sempre meno, a fare sempre meno figli – anche perché solo il 2% dei bambini nascono fuori dal matrimonio. Ma soprattutto, sembra diventato difficile per i giovani perfino incontrarsi per iniziare una relazione. Colpa probabilmente del forte individualismo, alimentato dall’uso pervasivo della tecnologia che si traduce in una serie di fenomeni sociali. Ci sono ad esempio le tribù di Otaku, gli appassionati di manga (fumetti), anime (cartoni animati) e videogiochi, mentre gli hikkikomori sono ragazzi che si isolano dalla società, sostituendo i rapporti umani con quelli mediati da internet. In tutte e due i casi, l’amore, anche quando c’è (magari via social), non solo non si traduce in contatto fisico, ma neppure in rapporto umano. Figuriamoci poi nella generazione di figli.
Se la difficoltà nell’approccio con l’altro sesso sembra essere un problema tutto giapponese, l’Italia condivide comunque con il Sol levante sia la denatalità che l’alto tasso di invecchiamento. “Cause diverse ma comportamenti simili”, sintetizza Alessandro Rosina, docente di Demografia alla Cattolica di Milano. “In mancanza di immigrazione per colmare lo squilibrio demografico, il Giappone ha promosso innovazione e tecnologia come mezzo per ridurre la non autosufficienza degli anziani, mntre però le cause della denatalità lì sono culturali, da noi dipendono piuttosto dalla mancanza di adeguate politiche per la di sostegno famiglia”.
“Insomma, perché i giapponesi non sembrano più interessati a conoscere le donne, a sposarsi, a fare figli?” chiede sbigottita la giornalista della Bbc Anita Rani a Roland, americano espetto di manga e anime trapiantato in Giappone: “I ragazzi qui si domandano: vale la pena infilarsi in una relazione reale che può essere complicata, difficile e impegnativa, se puoi avere lo stesso restando nel mio mondo virtuale?”.
Quello in cui la teenager idealizzata e disponibile non delude mai le aspettative. Il sesso con una persona vera invece, lasciamolo proprio stare. Grazie per la proposta, direbbe l’otaku di turno, ma noi non siamo come gli altri: siamo giapponesi.

Il Fatto 8.1.18
Rapporto speciale: Trump e Abe
“La sfida è alla Cina, il calo delle nascite non è un dramma”
di And. Val.


Raffaele Marchetti è docente di Relazioni Inernazionali Luiss di Roma. Nel 2014 è stato visiting professor all’ateneo Waseda, uno dei più importanti della capitale giapponese.
Con Shinzo Abe, premier dal 2012, il Giappone ha ritrovato protagonismo politico e militare dopo decenni di basso profilo. A cosa è dovuto il cambiamento?
La Cina è una minaccia diretta, la sfida principale dei prossimi anni. La competizione con Pechino giustifica l’amento della spesa militare: finché il Sol levante si era sentito leader incontrastato dell’Estremo oriente, non c’era necessità di armarsi, ma la situazione è cambiata. Come la Germania che si sente sfidata dalla Russia: non a caso le due potenze che sono state smilitarizzate a forza nel Dopoguerra.
Il dittatore nordcoreano Kim Jong-un rappresenta per Tokyo una minaccia reale oppure un’opportunità di ritornare sulla scena regionale da protagonista?
Al contrario di quello cinese, il pericolo Corea del Nord è solo contingente, non esiste la seria volontà di arrivare fino in fondo da parte di Pyongyang. I missili puntati contro sono un utile pretesto per riarmarsi: aiutano Abe soprattutto a forzare il cambiamento di mentalità di un’opinione pubblica per decenni strenuamente pacifista. La mutazione culturale in atto è, per molti aspetti, sorprendente.
IIl Giappone è un alleato storico degli Usa. Il rapporto rimane invariato con l’arrivo di Trump?
Abe è stato il primo leader a essere ricevuto da Trump alla Casa Bianca. Gli Usa hanno ancora bisogno del Giappone, alleato chiave contro la Cina. Nel lungo periodo l’America è destinata però a ritirarsi. Si porrà così per Tokyo il tema del “ritorno in Asia”, non in termini geografici naturalmente, ma economici e politici. La dimensione insulare ha plasmato la specificità culturale del Giappone.
La crisi demografica è una spia dell’“eccezione nipponica”?
Il Giappone è un Paese piccolo e sovrappopolato, il calo delle nascite non sarebbe di per sé una tragedia. Fa riflettere piuttosto la chiusura culturale all’immigrazione: i giapponesi si sentono “puri” e diversi dagli altri, asiatici e non. I pochi immigrati sono tutti illegali e clandestini per via delle leggi molto restrittive. Questa crisi riguarda quindi soprattutto la società, l’anima del Giappone.

Repubblica 8.1.18
Scrittori e popolo
La lezione di Fortini senza la poesia cos’altro resta?
di Alberto Asor Rosa

Era, insieme a Calvino e Pasolini, l’ultimo dei nostri classici Come loro credeva che non esistono cultura e letteratura senza un passato da conoscere e reinventare. Ora una sua antologia critica ce lo fa riscoprire
Appare presso l’editore Donzelli un’antologia de I poeti italiani del Novecento, di Franco Fortini, riproduzione del capitolo a tale soggetto da lui dedicato nella grande sintesi La letteratura italiana. Storia e testi,
diretta da Carlo Muscetta per l’editore Laterza (1977). Anche il saggio introduttivo di Pier Vincenzo Mengaldo, il critico e saggista con cui Fortini ebbe intensi rapporti, è coevo (1979).
Attuale è invece l’acuta postfazione di Donatello Santarone. Prima di dire qualcosa sulle scelte che costituiscono le premesse e i criteri guida dell’oggetto di questo nostro discorso, vorrei però richiamare qualche nozione e considerazione sull’autore. Franco Fortini è un autore attualmente troppo dimenticato (non a caso, forse: rappresenta un’altra stagione, a cui siamo diventati lentamente estranei). Anche recentemente ho scritto, nei miei tentativi di ricostruzione storico-letteraria del Novecento italiano, che una fase della nostra attuale evoluzione letteraria si chiude sostanzialmente — nel senso letterale del termine — con la presenza e l’opera di tre nostri scrittori e/o poeti, che io definirei appunto gli ultimi classici, e sono Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino e Franco Fortini. In che senso “classici”? In un duplice senso.
Innanzi tutto perché i tre coltivano ancora l’idea che l’operazione letteraria e, più specificamente ancora, quella poetica, non può non riallacciarsi continuamente, anche criticamente, s’intende, ma sempre creativamente, a tutto ciò che l’ha preceduta: è quel che comunemente si definisce la questione della “tradizione”. In secondo luogo, perché, come tutti i classici che si rispettano, essi pensano che l’operazione letteraria rappresenti uno strumento formidabile di azione sul mondo, agisca sulle coscienze, ne muti i connotati, riesca a diventare un’opzione fra le più decisive di “qualificazione” della vita umana. Di tutto ciò, io penso, oggi non c’è più traccia: il che costituisce un motivo di distanziamento forte nei confronti dei tre “classici”, al di là di alcune mentite apparenze.
I tre, s’intende, hanno poi praticato i due sensi in modi profondamente diversi.
Fortini, in quanto saggista, ha esplorato con tenacia la modalità con cui un’ideologia generale di conoscenza e interpretazione del mondo — nel caso suo il marxismo — avrebbe potuto infondere nuova linfa nel tessuto ormai troppo logoro e precario dei meccanismi intellettuali e culturali odierni.
Come dimenticare a questo proposito un libro straordinario come Verifica dei poteri (1965)? Ad onta di certe pungenti riserve, manifestate con estremistica e giovanile presunzione quando il libro apparve, non esiterei a dire oggi che l’esperimento, sul piano storico, forse non ha eguali.
Ma ormai da molti anni, anche prima che morisse, non ho più nutrito dubbi che il vero, grande Fortini, il “classico” appunto, sia il poeta, non a caso collegato, oltre che alla tradizione novecentesca italiana, a molti rami di quella europea, da Bertolt Brecht a Charles Baudelaire a Paul Eluard.
Tra le raccolte sue apparse nel tempo suggerirei oggi Una volta per sempre (1973), un comodo e riassuntivo Versi scelti (che arriva fino del 1989), fino allo straordinario e conclusivo Composita solvantur (1994).
Con questi riferimenti alla sua poesia andiamo avvicinandoci anche al Fortini curatore dell’antologia da cui abbiamo preso le mosse. In Fortini la poesia rappresenta il tentativo di trovare una “lingua comune”, però a partire da una esperienza fortemente personale, anzi quasi unica.
Non è sempre così che fa la poesia? Sì, certo. Solo che Fortini applica la formula universale, tentando di rendere più percepibili — a un lettore contemporaneo, incerto, deluso e per usare una vecchia formula adeguata al caso, alienato — i due termini della questione. Il ragionamento sull’antologia donzelliana parte da qui.
L’esposizione storica, l’interpretazione dei testi, i raggruppamenti storici degli autori sono impeccabili e chiarissimi. Se si trattasse invece d’indicare le linee fondamentali delle sue preferenze e delle sue scelte, direi che Fortini è lontano dal punto supremo raggiunto, secondo l’opinione comune, dalla poesia italiana del Novecento e cioè l’algida perfezione di Eugenio Montale, e dei suoi seguaci (con qualche non insignificante apertura, però, nei confronti di Mario Luzi). Per capire rapidamente la posizione di Fortini, interprete e antologista, io citerei due nomi, l’uno all’inizio, l’altro alla fine del suo percorso: Clemente Rebora e Andrea Zanzotto. Chi era Clemente Rebora? Ligure, nato laico e morto nelle vesti di tormentato sacerdote cattolico, lasciò una mole non consistente di versi, in cui cercò di conciliare la sua vena lirica profonda con un’esposizione di verità sapienziali, di volta in volta religiose, sociali o etico-psicologiche. Ora un ricordo personale che può servire sinteticamente a far capire molte cose. Quando io elaborai il progetto, che doveva dar vita alla sezione delle Opere della Letteratura italiana Einaudi, interpellai Franco Fortini per la poesia italiana del Novecento, lasciandolo libero di scegliere un autore e un testo: Fortini senza esitazioni scelse i Frammenti lirici di Clemente Rebora. Scelta non da poco, mi pare.
Andrea Zanzotto, il grande poeta veneto, anche lui appartato e, come dire, reclino su se stesso, piuttosto che aperto indiscriminatamente verso il mondo, chiude nel senso letterale del termine l’esposizione antologica fortiniana, e non solo, io penso, per motivi cronologici.
Anche lui, infatti, come scrive Fortini nelle pagine di commento ai testi, ma forse pensando a se stesso, «la poesia… è poesia di riflessione filosofico-esistenziale e autobiografica», però «vibrata nei modi del sarcasmo intellettuale».
Il poeta cioè anche in questo caso vuol dire la sostanza; ma con l’illusione, e la ricerca, di dirla «seguendo una linea media fra coscienza e incoscienza». Siamo nell’iperuranio di una scommessa linguistico-storica, a cui anche Franco Fortini ha ampiamente attinto.

Il Sole Domenica 7.1.18
Sraffa e Gramsci, la cifra della lealtà
Il saggio smantella la tesi secondo cui l’economista sarebbe stato una spia dell’Urss e del «duplice» Togliatti per controllare l’intellettuale
di Mauro Campus


L’amicizia fra due intellettuali della grandezza di Antonio Gramsci e Piero Sraffa coinvolge un tale spettro di temi e copre una tale quantità di quadranti da essere – di per sé – più che degna di attenzione. Si tratta di un rapporto i cui contorni iniziarono a emergere pubblicamente con la seconda edizione (1965) delle Lettere dal carcere e che fu poi meglio definito nel Colloquio con Piero Sraffa pubblicato da Paolo Spriano su «Rinascita» nel 1967.
I lavori che da allora hanno descritto l’intensità del rapporto tra i due non hanno trascurato di mostrare quanto il loro sodalizio fosse segnato da una peculiare tensione etica e da una condivisione di idealità civili amplificate e rese dolorose dalla prigionia di Gramsci. Né le ricostruzioni hanno tralasciato di descrivere l’influenza intellettuale che l’uno ebbe sull’altro. Ma se queste caratteristiche appaiono perfettamente immaginabili considerata la luminosità dei due, è lo sfondo politico dei vent’anni nei quali maturò la loro frequentazione (1919-1937) ad aver generato spiegazioni avventate, spesso costruite su ambiguità linguistiche, parole approssimativamente decontestualizzate, torsioni ideologiche che sono divenute pratica storiografica.
Il libro che Giancarlo de Vivo dedica ora a due giganti del pensiero del XX secolo, con una riflessione sugli innesti delle idee gramsciane nel lavoro di Sraffa, è anche un atto di filologica pietas. Per farlo, l’autore ricorre all’evidenza ricavabile dalle carte che Sraffa donò al Trinity College di Cambridge. Si tratta – nota de Vivo – di documenti mai usati sistematicamente per leggere le circostanze del rapporto Gramsci-Sraffa. Un rapporto nato a Torino nel 1919 all’ombra della collaborazione del ventunenne Sraffa all’«Ordine Nuovo» di Gramsci e che non conobbe poi soluzioni di continuità. L’amicizia fu dapprima composta di frequentazioni continue tra Torino e Roma, e quindi mediata da uno scambio epistolare diretto o per il tramite di Tatiana Schucht, cognata del fondatore del partito comunista, che trascriveva per Sraffa le lettere ricevute dal carcere e viceversa. Fu Sraffa – almeno fino al 1932 – il collegamento fra il prigioniero e il Pci, poiché a lui era affidato il compito di recapitare al centro del partito a Parigi le copie delle lettere di Gramsci a Tatiana. E fu Sraffa il consigliere legale che aiutò a predisporre le istanze presentate al governo fascista, motivate dalle declinanti condizioni di salute del leader sardo. Tra esse anche la domanda di espatrio in Unione Sovietica, presentata quando Gramsci era in vista della liberazione.
Il principale equivoco analitico che questo lavoro contribuisce a smantellare (in questo confermando quanto si legge nella bellissima biografia che Angelo d’Orsi ha recentemente dedicato a Gramsci) deve la sua fortuna alla supposta collaborazione che Sraffa avrebbe intrattenuto con i servizi segreti sovietici. Un certo seguito ha, infatti, ricevuto l’interpretazione secondo la quale il grande economista sarebbe stato una spia usata dai sovietici e dal “duplice” Togliatti per controllare il geniale ma eterodosso intellettuale comunista. Lo sfondo ideologico su cui quest’ipotesi inconsistente ha attecchito affonda il suo credito nell’idea che l’indipendenza politica e culturale che Gramsci maturò rispetto al gruppo dirigente del Pci potesse essere così fastidiosa per il Pcus e per Togliatti da alimentare il tradimento dell’amicizia da parte di Sraffa, il quale, dunque, sarebbe stato manipolato fino a diventare una sorta di controllore delle attività di Gramsci per conto di Mosca.
Le idee di Gramsci si svilupparono e cambiarono significativamente già nei primi anni di prigionia, ma se ciò motivò un disallineamento del partito dal suo fondatore in cattività, non causò invece alcun distacco (né tantomeno il tradimento della fiducia) tra Sraffa e l’amico. De Vivo spiega con passione le vicende editoriali della pubblicazione delle Lettere di Gramsci: una storia conosciuta, ma mai affrontata dall’angolazione dell’economista voluto a Cambridge da Keynes. Una storia dalla quale si possono ricavare utili spunti su quanto sia stata (e sia) faticosa la ricostruzione filologica di quell’opera, ma che – come questo libro spiega con intelligenza – difficilmente può essere utilizzata per piegare il ruolo di Sraffa, o fraintendere la sua lealtà.
Giancarlo de Vivo, Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teorica critica , Castelvecchi, Roma, pagg. 188, € 22

Il Sole Domenica 7.1.18
L’ossessione per i documenti
Le lettere di Sraffa all’editore torinese
di Raffaele Liucci


«Una miniera dalla quale riuscii a cavare metallo prezioso». Così Ludwig Wittgenstein dipinse Piero Sraffa, suo sparring partner intellettuale a Cambridge durante la stesura delle Ricerche filosofiche, uscite postume nel 1953. E quante pepite rinveniamo ora dalle Lettere editoriali (1947-1975) dell’economista torinese, curate da Tommaso Munari! Dopo le Lettere a Tania per Gramsci (Editori Riuniti, 1991), è questa solo la seconda silloge epistolare di Sraffa pubblicata a suo nome, nonostante numerosi archivi (Borgese, Kaldor, Keynes, Salvemini e soprattutto Mattioli) conservino lettere bellissime.
Siamo all’indomani della Seconda guerra mondiale. Nell’ovattata specola del Trinity College, Sraffa prosegue il lavoro della vita, ossia «edit the collected works of Ricardo», come aveva preannunciato il 19 febbraio 1930 all’amico fraterno Raffaele Mattioli. Nello stesso tempo, vigila sulle opere di Gramsci in corso di pubblicazione presso Einaudi. Ad aprire la raccolta è appunto una lettera a Felice Platone, il curatore designato, nella quale Sraffa compie un certosino esame delle bozze del Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, il primo volume dei Quaderni del carcere ad essere pubblicato. Traspira, da questa lunga missiva, un’acribia editoriale impensabile ai nostri giorni.
Sraffa non si limita ad amministrare l’eredità di Gramsci e a diffonderne il pensiero (bussando, senza successo, alle porte di ben sei case editrici inglesi), ma diventa presto «consulente onorario» di Einaudi, soprattutto per i «Classici dell’economia» e per la «Biblioteca di cultura economica». I pareri di lettura che manda a Giulio Einaudi riflettono il suo marxismo ferrigno, nonché l’idiosincrasia per certi colleghi, come «il convertito al cattolicesimo» Werner Stark, il «reazionario antidiluviano» Ludwig von Mises, l’«ultrareazionario» Friedrich von Hayek e Giovanni Demaria («non ti posso dare un giudizio, ma solo un pregiudizio»).
Le lettere di Sraffa all’editore torinese sono concise, taglienti, tutto arrosto e niente fumo, così come un modello di concisione è il suo capolavoro, Produzione di merci a mezzo di merci, edito in contemporanea nel 1960 dalla Cambridge University Press e dall’Einaudi. Il fatto che Sraffa si fosse deciso a pubblicare il suo primo e unico libro alla bella età di quasi 62 anni spiega da solo quale perfezionismo lo animasse. Un afflato ora documentato anche dalle missive a Mattioli, qui riprodotte, dove possiamo seguire la spossante preparazione del volume, sino agli ultimi convulsi giri di bozze.
Spicca, infine, un’epistola metodologicamente esemplare di Sraffa ad Elsa Fubini (4 maggio 1965), che stava curando con Sergio Caprioglio una nuova edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci: «Il miglior consiglio che le posso dare è di non fidarsi dei ricordi (né miei, né di altri) che non siano confermati da documenti: possono solo servire come indizi, che mettano sulla strada di una verifica documentaria». Con buona pace degli storici che pontificano senza mettere piede in archivio, prestando soverchia fede alle fonti orali!
Piero Sraffa, Lettere editoriali (1947-1975) , a cura di Tommaso Munari, Einaudi, Torino, pagg. XIX-188, edito in 2.000 copie non venali

Il Sole Domenica 7.1.18
Jacques Attali
Per una nuova etica pubblica
di Valerio Castronovo


Al volgere del Novecento era opinione largamente diffusa che la democrazia e il capitalismo, l’una in quanto sempre più partecipata, e l’altro in quanto riformato dai suoi animal spirits più rapaci e aggressivi, avrebbero proceduto nel loro cammino senza più ostacoli né antagonisti temibili. D’altronde si riteneva che la Cina, sebbene fosse sopravvissuta al cataclisma del comunismo puntando sull’economia di mercato, sarebbe giunta prima o poi a ripudiare anche il suo codice politico genetico. Si dava dunque per scontato che si fossero dischiuse le porte di una nuova era, profondamente diversa da quella del passato intossicata da un radicalismo ideologico totalizzante e aggressivo, nel corso della quale la crescita dell’economia, sostenuta dalla rivoluzione informatica, l’espansione degli scambi e delle comunicazioni, e l’aspirazione collettiva a un miglioramento delle condizioni di vita, avrebbe favorito lo sviluppo dei rapporti di cooperazione fra i diversi Stati e la progressiva democratizzazione degli ordinamenti politici là dove non aveva ancora avuto modo di affermarsi.
Senonché, fin dall’esordio del XXI secolo, a smentire questa prognosi così abbagliante e avvincente sopraggiunsero la rinascita dei nazionalismi e di forti tensioni internazionali, la reviviscenza del fanatismo religioso e l’irruzione sulla scena del terrorismo islamista, la propagazione di nuovi conflitti etnici e di movimenti xenofobi, la diffusione di armamenti sempre più sofisticati e distruttivi, il riemergere di malattie che si credevano debellate, il peggioramento delle condizioni ambientali, oltre allo scoppio di una crisi economica analoga, se non peggiore, a quella degli anni fra le due guerre. È perciò fondata la lucida diagnosi che Jacques Attali ha tracciato nel suo ultimo saggio sui mali endemici e le minacce che sovrastano la realtà in cui viviamo e sui gravi pericoli che stiamo correndo, qualora non vengano adottati per tempo antidoti efficaci e consistenti. Poiché altrimenti scivoleremo lungo una deriva ineluttabile, verso una «fase d’implosione distruttiva», segnata dall’erosione delle libertà individuali e dei diritti sociali, dal declino dei regimi democratici e dalla comparsa di nuove forme di potere totalizzanti, come quelle derivanti dal sopravvento del capitalismo finanziario su quello produttivo e da una concezione autoreferenziale della tecnoscienza, nonché dall’estensione degli inquinamenti ecologici e dalla moltiplicazione di calamità naturali.
È dunque una visione estremamente pessimistica del prossimo avvenire quella di un economista come Attali, stretto collaboratore di Mitterrand negli anni Ottanta e docente all’École Polytechnique, autore di vari libri tradotti in numerosi Paesi. Tuttavia egli non si limita a stendere un “cahier de doléances” puntuale sulle contraddizioni e le imprevidenze del nostro tempo e a lanciare perciò un grido d’allarme. S’impegna anche a indicare quali potrebbero essere le soluzioni più appropriate per costruire una “cabina di pilotaggio” che valga a orientare la nostra società verso un approdo positivo, tale da evitare un salto nel buio e da assicurare uno sviluppo costante e un equilibrio stabile di fronte alle sempre più complesse sfide planetarie. Sono una decina le proposte formulate da Attali che dovrebbero essere recepite e poste in atto, cominciando dal suo Paese come egli auspica. Partendo, a ogni modo, da una precondizione indispensabile: ossia, che ciascuno di noi acquisisca un’adeguata consapevolezza dell’esigenza sia di un cambiamento di mentalità e di organizzazione sia di una nuova cultura sociale e di un’etica pubblica «esigente e liberatoria», per diventare «padroni della nostra vita» e rendere il mondo «vivibile alle future generazioni».
C’è naturalmente da chiedersi se quello di Attali sia in fondo un programma utopico o comunque troppo radicale e quindi alla fin fine illusorio. A giudicare da alcune sue petizioni sembra invece che non manchino di valenze pragmatiche e realistiche: come quelle di «aumentare massicciamente il tasso di scolarizzazione» nelle materne e nelle primarie dei quartieri, per garantire il «miglior risultato possibile» ai fini di un’integrazione laica; di trasformare il sistema d’insegnamento in un processo continuo che duri tutta la vita e consenta «l’apprendimento di tecniche, saperi, filosofie ed etiche diverse»; di equiparare le condizioni di fine carriera di tutti, per far sì che la pensione rappresenti «l’inizio di una seconda vita attiva al servizio degli altri», e di «completare lo stato di diritto europeo» attraverso la creazione di una polizia della frontiera e di un corpo di difesa comune, di un salario minimo e una politica sociale comune, nonché di ridurre sensibilmente il debito pubblico perché non costituisca un peso per le future generazioni.
Jacques Attali, Finalmente dopodomani. Breve storia dei prossimi vent’anni , Ponte alle grazie, Milano, pagg. 172, € 14,50

Repubblica 7.1.18
A tavola per Hitler
di Benedetta Tobagi

Cosa accade agli esseri umani che vivono in una macchina totalitaria? Ce lo svelano le donne che assaggiavano il cibo del dittatore nazista descritte da Rosella Postorino. E così ci interrogano anche sul tempo presente
“La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana”: è nascosta in queste frasi la chiave de Le assaggiatrici (Fetrinelli), il filo di ragno che ti resta addosso e rende tanto perturbante (e avvincente) la lettura del nuovo romanzo di Rosella Postorino. Un caso letterario ancor prima della pubblicazione: acquistato da vari editori stranieri, ha conquistato un ricco anticipo anche negli Usa, dove è stato salutato come il nuovo The Reader.
Lo sfondo, infatti, è ancora una volta il nazismo: il romanzo rielabora letterariamente la storia, vera, di Margot Wölk, qui trasfigurata nella giovane ex segretaria berlinese Rosa Sauer, una delle nove assaggiatrici assunte per testare i cibi destinati a Hitler nella cosiddetta Wolfsschanze, la Tana del Lupo, uno dei quartier generali del Führer, la cittadella-bunker mimetizzata tra i boschi della Prussia orientale (oggi Polonia), dall’autunno del 1943 alla fine del ’44.
A conquistare gli editori al Buchmesse di Francoforte è stata soprattutto l’originalità della voce narrante, capace di schiudere una prospettiva inedita su uno degli scorci di storia più frequentati dalla letteratura e dal cinema. Il crepuscolo di Hitler è scandagliato dal microcosmo che si aggrega attorno a una tavola imbandita sull’orlo dell’abisso, un mondo in cui la normalità si riproduce ostinata, nonostante tutto, tra piccinerie e leggerezza: infatuazioni, invidie reciproche, pettegolezzi, scoperte, tradimenti, e il Führer è un vegetariano nevrotico con cui la protagonista condivide l’intimità della peristalsi e l’urina che puzza di asparagi.
La lingua è corposa, esatta. La narrazione, costruita con maestria, scansa a ogni snodo la prevedibilità e gli esiti consolatori, fino alla sorpresa finale, pur lasciando, a posteriori, la sensazione di un percorso ineluttabile. Diventa assaggiatrice per caso, Rosa. Quando Gregor, il marito, l’ingegnere che era stato il suo capo, si arruola, la fa trasferire nel villaggio rurale dei propri genitori, a due passi dalla Tana del Lupo, e “la berlinese”, com’è apostrofata dagli autoctoni per gli abiti sofisticati da cittadina, è tra le donne selezionate per l’ingrato compito. Perché? Non si sa.
La vita di Rosa è un vuoto a perdere tra tanti, un tubo digerente a disposizione del Grande Capo. Dire di no è impossibile, e poi nella miseria dello sforzo bellico quei pasti sopraffini valgono il rischio del veleno. Non è nazista, Rosa.
Pensa spesso al padre, morto d’infarto a guerra appena iniziata, che da bravo cattolico elettore del Zentrum riteneva il regime un’aberrazione.
Ma nemmeno si oppone. Si fa scegliere, scivola attraverso la vita. Non è amorale: distingue giusto e sbagliato, riconosce crudeltà, vacuità, coraggio. E però, da anni, ogni eroismo le sembra assurdo, ogni forma di slancio, qualunque fede, la imbarazza. Non incarna il male banale dei burocrati, né una dei “volenterosi carnefici” di Goldhagen (come invece le due colleghe che chiama “le invasate”).
Rosa è solo una delle milioni di persone ingolfate nella palude del regime, intimamente corrose da un clima di coercizione e ambiguità morale che tutto avvelena. A livello profondo, con Le assaggiatrici Postorino continua l’indagine letteraria del precedente romanzo,
Il corpo docile: cosa accade agli esseri umani dentro una macchina totalitaria. Là il carcere, inteso alla maniera di Foucault, qui il nazismo.
Di nuovo, lo sguardo è quello di un soggetto fragile, marginale. Una giovane donna qualunque, sola, in balia degli eventi, che non biasima nessuno perché non è nella posizione di farlo, e lo sa, e per questo regala al romanzo uno sguardo scevro di giudizio, spaesato e insieme penetrante. Postorino esplora i labirinti grigi del senso di colpa, della vergogna, del senso d’indegnità.
I monologhi interiori di Rosa si infrangono contro il silenzio: non dire per non essere giudicata, o, semplicemente, perché nulla è più facile da capire, da etichettare (è una fatua egoista, la nobildonna che la invita castello per distrarsi, o la scaltra complice di un complotto contro Hitler?).
Dall’infanzia alla caserma dove assaggia prelibatezze potenzialmente letali, Rosa osserva molto e parla poco, cova segreti che, infangandola davanti agli oggetti d’amore, possano attutire il trauma della perdita, del distacco. I grumi di non detto paralizzano la sua esistenza. Rosa sopravvive, e basta.
C’è l’amore come luogo della vulnerabilità (“una bocca che non morde”), il bisogno di essere desiderata per esistere, in cui scivolano (come troppe donne, da sempre), in modo diverso, la protagonista, la giovane Leni, la matura Heike, l’ottusità dell’amore fisico sans issue, senza uscita, come cantava Gainsbourg, la tenerezza da bambino avido di una SS, l’ambigua attrazione tra Rosa e la fiera, spigolosa Elfriede, uno scatto di ribellione incatenato al senso di colpa del sopravvissuto, più che al coraggio… Postorino è cruda e insieme pietosa, nel sondare il cuore dei personaggi. Tanto a fondo si cala in questo paesaggio umano e psicologico, che, leggendo, ti ritrovi a specchiarti, a immedesimarti.
Perché, sebbene non viviamo in un mondo totalitario, a farci caso si avverte anche troppo bene, ancora oggi, un sentore di dissoluzione, intorno. Ci si abitua a tutto, senza accorgersene.
La normalità piega. Ti scopri a interrogarti su quale sia, nel tuo mondo, la soglia dove l’adattamento sconfina nell’ipocrisia, la quiescenza in complicità. Le assaggiatrici
ti resta addosso, a lungo.

Corriere La Lettura 7.1.18
Allah conquista il mondo
Boualem Sansal: «Tutte le correnti islamiste sono d’accordo, diffondere la fede a ogni costo è un obbligo. E ci stanno riuscendo L’Occidente arretra. Solo i giovani e la scuola ci salveranno»
di Paolo Salom


Caos e paradossi. Per lo scrittore algerino Boualem Sansal, 68 anni, l’islam contemporaneo è un universo di scuole e dogmi in contraddizione tra loro, un mondo frammentato dove si «raggiunge l’unità soltanto nella contrapposizione all’Occidente, nel desiderio originario di convertire tutti, senza eccezioni, alla fede di Allah».
Autore di romanzi introspettivi come Il villaggio del tedesco (Einaudi, 2009), coraggioso nel suo legare il nazismo morente all’islamismo nascente, o 2084. La fine del mondo (Neri Pozza, 2016), ricostruzione distopica di un prossimo futuro dove l’intera umanità è sottomessa alla volontà di Yölah e al suo profeta Abi (metafora voluta del trionfo globale dell’islamismo tanto quanto La fattoria degli animali di George Orwell lo era del comunismo), Boualem Sansal rivendica il diritto di esprimersi senza reticenze dall’interno della propria realtà.
Dichiaratamente laico, Sansal ora pubblica un saggio che a partire dal titolo, Nel nome di Allah. Origine e storia del totalitarismo islamista (in uscita per Neri Pozza giovedì 18 gennaio), promette un’analisi spassionata del fenomeno dominante in questo inizio di terzo millennio, partendo da una premessa: «Islam e islamismo non sono coincidenti, il primo termine rappresenta la religione, legittima e apprezzabile come tutte le altre; il secondo la sua estensione, politicizzata e problematica, nelle attività umane».
In Italia quest’ultimo volume esce a due anni di distanza da 2084 , quasi fosse un’analisi documentata di un’intuizione letteraria. In realtà, Sansal ha scritto prima il saggio e poi il romanzo: dunque è la finzione che ha preso spunto da un’accurata disamina storica.
Lei sostiene che islam e islamismo non siano la stessa cosa. Ci può aiutare a capire qual è la differenza?
«Dalla morte del profeta Maometto nell’anno 632 fino ai nostri giorni, e a causa della mancanza di un “Vaticano islamico” con autorità unica sull’interpretazione del Corano e sull’applicazione delle sue prescrizioni, i musulmani hanno moltiplicato le letture del Libro Sacro, letture spesso così divergenti da provocare scismi e guerre fratricide che continuano tutt’oggi. È così che sono nati diversi islam, ciascuno convinto di essere l’unico legittimo e dunque pronto a condannare tutti gli altri per eresia. Possiamo classificare questi islam in due categorie: quelli che si sono imposti in più Paesi, divenendone la religione ufficiale (per esempio, l’islam sunnita, che è osservato in tutto il Nord Africa e in parti del Medio e dell’Estremo Oriente, e l’islam sciita, prevalente in Iran, Bahrein e Iraq), e quelli rimasti ai margini, che per sopravvivere hanno sviluppato strategie specifiche basate su propaganda e azione rivoluzionaria, restando sempre pronti a guadagnare adepti e ottenere legittimità nell’universo islamico. Ecco, sono questi islam marginali ma ambiziosi che noi raggruppiamo nel termine “islamismo”. Queste correnti rivoluzionarie (jihadisti dell’Isis, Al Qaeda, Boko Haram, o attivisti come i Fratelli musulmani) a loro volta sono impegnate in una lotta per unificare prima l’islam e poi il mondo intero sotto la propria denominazione».
Da noi in Occidente, tuttavia, prevale un’idea superficiale dell’islam, visto come un blocco unico e aggressivo. In effetti, una certa coerenza, nella contrapposizione all’Occidente, esiste...
«L’universo musulmano è, sì, molto frammentato e piuttosto aggressivo. Ma resta un dogma sul quale tutte le correnti dottrinarie senza eccezioni si trovano d’accordo: l’obbligo di diffondere il messaggio di Allah in ogni angolo del pianeta, utilizzando tutte le modalità indicate dal Corano. Quali? Predicazione ( da’wa ), insegnamento, finzione ( takiya ), guerra santa ( jihad ). Il mondo musulmano si ritrova attualmente in una fase di “rinascita” e, dopo la riconquistata indipendenza dai colonizzatori occidentali, sogna un’espansione simile a quella del VII secolo, quando nessuno riusciva a opporsi ai cavalieri di Allah. In maniera conscia o inconscia, tutti i popoli arabi e musulmani si rifanno a questa idea. Il confronto ci sarà, ma la vera domanda è: in che modo? Pacificamente, politicamente ed economicamente, o attraverso invasione e jihad?».
Eppure il fondamentalismo moderno è emerso all’inizio del XX secolo come reazione all’occidentalizzazione delle società musulmane. Un fenomeno che abbiamo osservato in Egitto, Afghanistan, Iraq: alle minigonne si sono sostituiti a forza chador e burqa. La storia che torna indietro, invece di avere un percorso lineare come è concepita nel mondo giudaico-cristiano. Come trovare una via mediana tra le due visioni?
«Non ci sarà soluzione fino a che continuerà l’evoluzione negativa, da una parte, del mondo occidentale (invecchiamento della popolazione, dipendenza drammatica dalle fonti di energia, indebolimento di valori come democrazia, laicità, cultura) e, dall’altra, del mondo arabo musulmano (povertà, dittature, sovrappopolazione, tradizioni arcaiche e peso eccessivo della religione). Siamo impegnati in un processo lungo che tuttavia giustappone due mondi differenti in tutto, la cui attuale trasformazione non fa che aggravare questa antinomia».
Nel suo saggio lei affronta un paradosso: più l’islam in Occidente è concepito come «malvagio», più è «ammirato» e capace di conquistare seguaci. Come è possibile?
«Il potere d’attrazione dell’islam è molto forte. È capace di sedurre in tutte le categorie sociali, i giovani, gli anziani, la gente comune e le élite. Questo dipende senza dubbio dal fatto che l’Occidente ha perso vitalità, non produce più senso per il mondo, anzi, è alla ricerca del suo paradiso perduto. Disincanto e confusione sono molto più profondi di quanto si immagini: il punto di rottura è ormai prossimo e l’islam appare come un’avventura esaltante».
Nel suo romanzo distopico «2084. La fine del mondo», lei immagina l’umanità sottomessa a una religione universale. Pensa davvero che ci attenda il confronto con un islam che vuole conquistarci tutti?
«Convertire il mondo all’islam è un comandamento religioso, un obbligo per i musulmani, è nel Corano e il Corano è la parola di Dio. Nessun territorio, nessun uomo può sfuggire alla sua giurisdizione, perché sarebbe come ammettere che Allah non è il più grande, l’onnipotente. Il solo pensarlo, per un musulmano, è un crimine. Ora, dopo secoli di marginalizzazione, l’islam è in espansione, si installa in Occidente, ma non solo nelle periferie dove è la religione degli operai e della manodopera al servizio degli occidentali: adesso arriva in forma di élite che conquista sicurezza e potere, che converte grazie a queste nuove realtà, che impone la propria visione e il proprio modo di vita a una società ormai priva di energie, di risposte, avendo essa perduto il monopolio della produzione di idee e di significato che era la sua forza dalla fine del Medioevo in Europa. Il mondo che ho immaginato in 2084 sta per realizzarsi qua e là, nei Paesi musulmani e in talune enclave in Occidente. Credo che sia il momento di guardare in faccia la realtà e agire prima che sia troppo tardi. Possiamo e dobbiamo lavorare sui giovani, sulla scuola».

Corriere La Lettura 7.1.18
La ricetta di Miliband
Ex enfant prodige del blairismo, ex ministro degli Esteri, David ha lasciato la politica per guidare una Ong
«L’Europa ha sbagliato sugli immigrati»
di Marilisa Palumbo


La decisione di trasferirsi dall’altra parte dell’Atlantico nel 2013 per occuparsi di rifugiati è stata un piano B per l’uomo che a 32 anni era il capo della «policy unit» del primo governo Blair, a 42 ministro degli Esteri e a 48 lasciava la politica dopo aver perso tre anni prima la leadership del Partito laburista nello scontro con il fratello «Ed il rosso». Ma per David Miliband aver ottenuto la presidenza dell’International Rescue Committee è stato anche il modo di chiudere un cerchio, personale. O ripagare un debito, per dirla con le sue parole. Entrambi i genitori, ebrei, scapparono a Londra per sfuggire alle persecuzioni antisemite. «Quando sono arrivato al mio colloquio di lavoro a New York ho detto che c’erano tre ragioni per cui volevo questo posto. Una è l’urgenza della crisi dei rifugiati; l’altra che vedevo l’Irc come un gigante dormiente con grandi potenzialità, e infine che la mia storia familiare è la prova che tutti abbiamo un debito di riconoscenza da onorare e fare questo lavoro sarebbe stato un modo per ripagare una parte di quel debito nei confronti delle persone che avevano aiutato i miei genitori».
Miliband ha da poco pubblicato un libro, Rescue. Refugees and the Political Crisis of Our Time, un manifesto contro i sentimenti anti rifugiati che percorrono l’Europa, un appello all’azione in nome della nostra storia e del nostro futuro.
L’Europa ignora le lezioni del passato?
«Temo di sì, e non solo rispetto all’impegno che dovremmo avere nei confronti dei rifugiati. Sembriamo aver dimenticato anche che, se non affronti un problema, si ripresenterà aggravato. Mentre il Papa da Lampedusa nel 2013 parlava di “globalizzazione dell’indifferenza”, l’Europa era concentrata sul conflitto ucraino e la crisi dell’euro, e ha finto di non vedere che la questione rifugiati stava esplodendo. Non si tratta solo di dove deve essere il nostro cuore, ma anche la nostra testa. Perché l’Europa è davanti a una scelta non tra avere o non avere rifugiati, ma tra arrivi legali, documentati e organizzati e arrivi illegali, disorganizzati e caotici».
Nel 2015 la crisi è esplosa, e la cancelleria tedesca Angela Merkel, che si è mossa ricordando alla Ue i suoi valori, sembra aver pagato anche per questo un prezzo nelle urne.
«Vediamo come si chiuderanno le consultazioni per la formazione del nuovo governo a Berlino, intanto mi colpisce in positivo che anche i partner di coalizione di centrodestra si siano impegnati ad aiutare 200 mila rifugiati l’anno nei prossimi quattro. La Germania ha portato su di sé una grande parte del carico, è molto importante che il resto dell’Europa faccia la sua parte, come l’Italia chiede da molto tempo. Bisogna sviluppare un meccanismo di condivisione delle responsabilità che sostituisca lo schema dei ricollocamenti. E c’è bisogno di un cambiamento di lungo periodo con Turchia e Paesi del Nord Africa per gestire nel modo più efficace possibile il flusso di migranti».
Inoltre, secondo lei, è necessario modificare il modo in cui vengono distribuiti gli aiuti nei Paesi di origine .
«Dobbiamo garantire ai Paesi ospitanti sostegno macroeconomico, ma esigere che ai rifugiati sia consentito di lavorare; affrontare la cronica mancanza di fondi per l’istruzione; spostare il concetto di assistenza dalla fornitura di tende e cibo a quella di contante: per responsabilizzare i migranti e sostenere l’economia locale».
Il suo libro è anche un manifesto sulla forza e sulla responsabilità morale dell’Occidente. Può essere ancora il perno dell’ordine globale?
«L’Occidente è un concetto politico, non solo geografico. Nel libro cito Joschka Fischer ( ex ministro degli Esteri tedesco, ndr ) : il certificato di nascita dell’Occidente è la carta Atlantica del 1941. Quella costruzione politica oggi è sotto assalto come mai prima. Lo è dall’esterno, a causa di come stanno cambiando i rapporti di forza economici, e lo è sul fronte interno a causa dei movimenti di estrema destra che ne rinnegano i valori, e di un presidente americano, Donald Trump, che ne sfida le istituzioni, la Nato e l’Unione Europea. In un momento in cui peraltro i regimi autoritari, vedi la Cina, sul lungo periodo sembrano avere una migliore visione strategica delle democrazie, più che mai è vitale ricordarsi perché l’Occidente è importante. Non come nuovo impero, ma come entità in grado di stabilire l’agenda e le priorità. E anche, ne sono convinto, come forza e autorità morale, perché sono state le democrazie liberali occidentali a inaugurare l’impegno internazionale nei confronti dei diritti umani individuali. E resta preziosa l’intuizione strategica alla base del costrutto occidentale: un mondo interdipendente ha bisogno che la cooperazione internazionale sia istituzionalizzata e sia una soluzione vantaggiosa per tutti, non un gioco a somma zero».
L’America però è ripiegata su se stessa, e l’Europa, oltre che con la Brexit, deve fare i conti con la faglia apertasi tra Est e Ovest.
«L’Europa dell’Est ha beneficiato enormemente dell’ingresso nella Ue e non vedo movimenti “secessionisti” da Bruxelles, ma come sta scoprendo la Gran Bretagna, non puoi godere dei privilegi di un club senza rispettarne le regole. La Commissione ha il compito molto delicato di tracciare una linea tra il sostegno ai valori europei e il rispetto delle decisione nazionali. In generale, l’Europa sta ancora soffrendo le conseguenze della crisi finanziaria: la politica dell’austerity è stata un freno per la crescita e la fiacchezza dell’economia è stata benzina per il populismo di destra. E rincorrerlo sul tema rifugiati non ha aiutato. Nel 2018 però la crescita dovrebbe migliorare e mi pare ci sia un nuovo slancio nelle politiche sui migranti. In un momento in cui l’America manda segnali negativi, demonizzando i rifugiati, è ancora più importante che l’Europa faccia sentire la propria voce e guidi l’Occidente».
Non è facile però cambiare la narrativa sull’immigrazione, l’immagine di una «invasione»…
«L’Europa ha più del 20% del reddito mondiale e l’11% dei rifugiati, mentre i primi 10 Paesi per numero di rifugiati hanno il 2,5% del reddito mondiale. Detto questo, è molto importante che gli antipopulisti, di centrodestra e di centrosinistra, sappiano rispondere alla legittima richiesta di sicurezza dei cittadini. Ma senza inseguire l’estrema destra, ché se la insegui si fa solo più estrema».
Oggi che gestisce una Ong globale, pensa che con soldi e riconoscibilità si possano ottenere più risultati fuori che dentro la politica?
«No, non è così. Fuori dalla politica si hanno meno ostacoli, è vero, ma anche meno potere. Non bisogna sottovalutare gli strumenti e l’impatto del governo».
E le manca, la politica?
( esita qualche secondo ) «Naturalmente!».
Il suo Paese vive un momento delicato. È un’illusione dei più ferventi europeisti pensare che la Brexit possa ancora essere fermata?
«Purtroppo credo che alla fine usciremo, ma fino a quel momento non dobbiamo rinunciare nemmeno per un secondo a ripetere che la Gran Bretagna sta molto meglio dentro la Ue che fuori, che questa decisione è una follia».

Corriere La Lettura 7.1.18
Pregiudizi Non bastano le condanne ritualiL’Europa cova rancori da non sottovalutare
Lampi razzisti dalla Germania profonda

di Donatella Di Cesare

I libri sul razzismo, sull’antisemitismo, sull’odio verso l’altro, si chiudono in genere con un happy end : la convinzione che questa brutta storia sia conclusa, l’auspicio che sia almeno agli sgoccioli. Nel discorso pubblico si parla perciò, con una certa disinvoltura, di «rigurgiti del passato». Sennonché lo scenario attuale smentisce drasticamente questa visione ottimistica.
Il progresso scandisce l’accelerazione delle scoperte scientifiche, ma non detta il battito delle vicende umane. Inutile, dunque, attendere con bonaria fiducia che la storia faccia il suo corso cancellando definitivamente le tracce di un’epoca oscura. Meglio aprire gli occhi e cambiare linguaggio.
Condannato universalmente dopo Norimberga, destituito di fondamento scientifico, sanzionato dalla storia, il razzismo non avrebbe più dovuto esistere. Eppure, al contrario, dilaga. Né ha senso crogiolarsi nell’idea rassicurante che si tratti solo di sparuti gruppi folcloristici, di pochi nostalgici, di qualche testa calda. A meno di non essere in malafede. Certo il nuovo razzista è una specie non prevista nel nuovo millennio, che si immaginava un’era indenne da intolleranza, rifiuto, risentimento. Anche l’ottimista più convinto non può però non ricredersi dinanzi all’acuirsi del fenomeno, al diffondersi della violenza.
I filamenti neri di questa visualizzazione, che disegnano i crimini di odio compiuti nel 2016 in 37 Paesi — molti europei — non lasciano alcun dubbio in proposito. E oltre ad allarmare, dovrebbero far riflettere non solo chi ha responsabilità di governo, ma tutti i cittadini che tengono alla democrazia. Perché è evidente che, di fronte a questi risultati, sbagliate sono sia le analisi, sia le strategie politiche e culturali. L’errore più grande è stato quello di aver ridotto l’antirazzismo a un compito di mera denuncia, compito ingrato perché, ogni volta che sembra concluso, deve ricominciare.
Nella mappa aggiornata dei crimini d’odio colpiscono in particolare alcuni filamenti. Anzitutto quello al centro che s’innalza in un’iperbole per indicare l’antisemitismo in Germania — il Paese in cui le aggressioni contro gli ebrei superano quelle perpetrate altrove. Com’è possibile? Forse il dato sarà opera di giudici zelanti e di una legislazione severa. Resta, però, in tutta la sua gravità, l’esito angosciante: il Paese del Terzo Reich è quello che vanta il più alto numero di attacchi antisemiti. Il che non sorprende chi conosce la Germania profonda — non Berlino, ma la provincia della Baviera, o quella del Baden, e le regioni orientali tra il territorio di Dresda e il Mar Baltico. La Germania non ha elaborato il passato meglio di altre nazioni. Il Memoriale dell’Olocausto, nel cuore della capitale, ha avuto sin dall’inizio un ruolo ambivalente e ha funzionato come pietra tombale per compensare l’incapacità del lutto e per sopire le colpe tedesche.
Con la riunificazione, perno ipercelebrato intorno a cui si è andata ricostruendo la nuova immacolata identità tedesca, la Germania ha voltato pagina. Il passato della Shoah è divenuto fastidioso e sgradevole, come gli ebrei (ormai oltre 200 mila) che lo rievocano. Né va dimenticata quella campagna diffamatoria contro la religione e i tre monoteismi, di cui hanno fatto le spese soprattutto ebraismo e islam. Le posizioni ufficiali non hanno seguito. Non si spiegherebbe altrimenti il consenso goduto non solo dai neohitleriani, ma anche da partiti populisti come Alternative für Deutschland.
Molto si potrebbe dire anche sull’antisemitismo negli Usa, in Austria, in Belgio, in Francia, in Gran Bretagna, in Ungheria, in Romania, in Ucraina, persino in Danimarca e in Spagna (dove gli ebrei vivono solo da qualche anno). Rinfocolato dal negazionismo, l’odio assume forme inedite, dal rimprovero di voler monopolizzare la sofferenza alla dottrina che predica il «business della Shoah», per cui gli ebrei avrebbero fatto dello sterminio un’industria. Dal Mein Kampf di Hitler a oggi la delegittimazione di Israele è arrivata a vertici inusitati.E per quanto si possa criticarne l’ottuso governo di destra, resta inaccettabile mettere in questione l’intera storia del popolo ebraico e la sua esistenza politica.
Fa vergogna il filamento nero che segna, nell’Italia odierna, i crimini d’odio contro Rom e Sinti, i cosiddetti «zingari». Portano la responsabilità non pochi capi politici e molti media che hanno contribuito a stigmatizzare la figura del «nomade» malvagio e scellerato, delinquente inveterato e irrecuperabile.
Ma la lista continua con l’esiziale islamofobia diffusa nell’Europa dell’ovest, in quella dell’est, nonché oltreoceano. Non mancano gli attacchi agli omosessuali, proprio dove il livello di attenzione è alto, e le aggressioni contro i disabili addirittura nella civile Svizzera. Il filamento della xenofobia campeggia ovunque, raggiungendo veri e propri vertici in Russia, in Polonia, in Italia, in Irlanda, in Grecia, in Croazia e in Bosnia.
Il razzismo, passione identitaria che non si limita a detestare l’alterità, ma ha orrore di riconoscerla in sé, interdetto nello spazio pubblico, ha preso la via del web, dove ha potuto facilmente insediarsi affrancandosi da ogni tabù. Certo il neorazzista è spesso un criptorazzista che si dissimula ricorrendo a sotterfugi, a volteggi lessicali, giocando sull’equivoco, nel tentativo di aggirare la censura. Equipara l’immigrazione a una «invasione»; sostiene che i migranti portano il contagio; asseconda teorie complottiste. Ma razzista resta, perché aizza contro il diverso, il migrante, il povero. Lo fa con quel gesto di discriminazione che separa i «noi» dai «non-noi», uno iato che non divide necessariamente razze, ma può distinguere anche due civiltà, due religioni, cristallizzate in schemi rigidi. L’esclusione diventa permanente, collocando al centro il proprio sé e respingendo in un pericoloso margine l’altro.
Non basta però la denuncia di questo gesto discriminatorio. I rituali antirazzisti, i cerimoniali della memoria, sempre più svuotati di contenuti, ridotti persino a eventi semisportivi, sono ormai il palliativo periodico della buona coscienza. Paradossalmente ottengono l’effetto opposto. Questo è davvero il grande problema. Occorrono piuttosto lo studio e la riflessione; perché si deve conoscere per essere in grado di riconoscere il fascismo, il nazismo, l’hitlerismo — e per non ripetere gli errori del passato.

Corriere La Lettura 1.7.18
Scontro tra luce e buio al tempo dell’elettroshock

di Roberto Galaverni

Non accade spesso che in un narratore di riconosciuto valore si nasconda un poeta di qualità. È questo il caso di Thomas Hardy, ad esempio, o più vicino a noi di Raymond Carver. Ma è anche il caso, con le dovute proporzioni, di Janet Frame, la scrittrice neozelandese conosciuta nel mondo quasi esclusivamente per i romanzi e i racconti. La sua opera poetica, pressoché ignorata al di fuori del Paese d’origine, sorprende infatti non solo per la maturità e la consapevolezza espressive, ma anche e soprattutto per il suo carattere per nulla accessorio o complementare. Al contrario, si tratta di una poesia a tutto tondo, che aspira quasi sempre a definire qualcosa che riguarda la natura e il destino dell’uomo nella loro assolutezza.
Come detto, la fama, i riconoscimenti, i premi, sono legati all’attività narrativa, e in particolare alla fortunatissima trilogia autobiografica, nota complessivamente col titolo di Un angelo alla mia tavola , alla cui diffusione ha contribuito ulteriormente la bella trasposizione cinematografica di Jane Campion, che nel 1990 ha vinto il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia. È vero però che la poesia l’ha accompagnata e assistita per tutta la vita, da quando era bambina e dichiarava di voler diventare a ogni costo una poetessa, fino agli anni più tardi. Non a dosi massicce o meccanicamente, però, non secondo un programma, ma con discrezione e severità, sempre in modo essenziale e necessario: 170 poesie e due sole raccolte di versi, la prima pubblicata nel 1967, la seconda uscita postuma nel 2006 (la scrittrice è mancata nel 2004 a Dunedin, la sua città natale, dov’era nata settantanove anni prima).
Da questo non esiguo ma certo poco ingombrante corpus poetico, sono tratti ora i testi che compongono il primo volume antologico interamente dedicato alla Frame in traduzione italiana: Parleranno le tempeste , ben curato e tradotto per Gabriele Capelli Editore da Eleonora Bello e Francesca Benocci (peccato solo per l’assenza del testo originale in inglese, che si fa sentire). Contrariamente a quanto le vicissitudini della vita potrebbero forse far supporre (i tanti anni d’internamento in manicomio per schizofrenia, i continui trattamenti di elettroshock), queste poesie colpiscono per la chiarezza, il controllo, la precisione con cui riescono a definire questo o quell’aspetto dell’animo, della psiche, del comportamento umano: «Non siamo feriti da/ una spina velenosa sconosciuta/ ma da una/ che è in noi, cresce in noi/ la punta del nostro cuore e centro». Dunque non si tratta soltanto di conoscenza del mondo interiore, di cui la scrittrice sicuramente dà prova (come nei romanzi, del resto), ma della capacità di metterlo a fuoco con esattezza e piena responsabilità, con una padronanza talora sorprendente delle configurazioni metaforiche, che sono costantemente intese a chiarire, a definire, a illuminare, in sostanza, a mettere direttamente gli occhi o il dito sulla cosa, anziché a sfumarla, a prolungarla al di là di se stessa o a sfuggirla.
In genere non sono questi componimenti scritti per l’occasione, o in ogni caso la circostanza particolare quasi sempre costituisce un trampolino di lancio per considerazioni di ordine più ampio. La poesia arriva dopo una lunga osservazione, con sicurezza di analisi e di giudizio, eppure senza enfasi o pretesa alcuna, ma anzi con un gesto poetico di grande naturalezza. Le immagini e le metafore della Frame nascono al modo di constatazioni. In una poesia l’esistenza è lo stare in una vasca da bagno in cui a poco a poco si sporca l’acqua della vita. In un’altra la comprensione del suicidio viene descritta come il tentativo di entrare in una stanza inaccessibile. In un’altra ancora la differenza tra l’infanzia e la maturità viene figurata come un voltare in modo diverso le pagine di uno stesso libro (il corso della vita). In un componimento la vicenda dei ghiaccioli duri e inscalfibili che finiscono per sciogliersi diventa l’emblema del nostro stesso destino, mentre in un altro il compasso viene preso come l’allegoria dei due diversi caratteri o anime dell’uomo («se/ dovessi scegliere, vorresti essere/ l’ago o il piede del compasso?»).
Lo scenario che più spesso ritorna, diciamo pure il principale termine di misurazione della realtà impiegato dalla Frame, è però quello di uno scontro costante, quotidiano, tra la luce e il buio, tra «il gradito consiglio della luce» e «la nuda/ grotta della notte».
«Sono invisibile./ Sono sempre stata invisibile/ come la povertà in un paese ricco», confessa, anche se «l’elenco dell’invisibilità è infinito/ e, dicono, non fa buona poesia». Eppure sembra essere accaduto il contrario. Discreta quanto affilata, cordiale quanto risoluta, questa poesia sembra avere trovato la giusta collocazione, il che significa anche il proprio impegno e la propria libertà, all’ombra del romanzo e della scena pubblica, lì dove non c’era più nulla da ottenere o dimostrare, dove non c’era niente da difendere che non fosse il credito concesso all’esistenza dell’uomo, «il penny cesellato della luce/ che la nascita gli ha messo in mano».

Corriere La Lettura 7.1.18
Vocazione Il nuovo volume di Alfonso Guida rievoca la malattia e l’iniziazione poetica
Piovono sassi nell’ospedale psichiatrico

La sorte di un poeta è unica, irrimediabile. Così è per Alfonso Guida, maturato a una lingua erratica, febbrile, dentro una biografia tormentosa. Il suo ultimo libro, meno sovrabbondante e incontrollato di altri, esibisce già nel titolo il senso di un’impronta definitiva. Il titolo è Luogo del sigillo (Fallone Editore, con una doppia prefazione di Michelangelo Zizzi) e rimanda a uno spazio reale e insieme immaginoso: Torremozza, come la chiama il poeta, in realtà l’ospedale psichiatrico di Policoro. È lì, nel posto dello scoronamento, della derelizione, che il poeta riceve, appunto, il sigillo della propria vocazione.
Non si può non pensare ad Alda Merini, ai sacri recessi della follia, ai luoghi dove la terra santa sembra avverarsi nel dolore e nella perdita. Così è forse anche per Guida, lucano nato nel 1973, passato per l’esperienza di un lungo ricovero, sebbene il modello da lui evocato sia in primo luogo Amelia Rosselli. Un Sud favoloso e inquieto è al fondo dei versi del poeta, che seguono leggi millimetriche e assolute, pur nella loro fluvialità. Ciò che questa poesia ci mette davanti è infatti l’incontro tra esattezza ed energia espressiva. Così la cinetica delle immagini, simili a visioni, deve adattarsi alla misura dei versi, piegarsi e piegarli, trovandovi un innesto: «Mi proteggo la testa perché i sassi/ che la pioggia lascia cadere sono/ pesanti. Lanugini che ricoprono/ le piante fino a ingrigirle, candele/ spettrali appese al muro, la maldestra/ meditazione sul tempo e sull’uomo/ che scuote lo spazio — sono dettagli/ di un mattino di marzo (...)».
L’immaginario del poeta è ispirato a un senso di fatale irrimediabilità. La musica sorda del verso nasce da questa soggezione. Quando si comincia a scrivere, la perdita è avvenuta, si è consumato il dissidio con il mondo. Esso, il mondo, va continuamente reinventato dentro la parola, con una fiducia assoluta e dolente nella nominazione (da cui un lessico a tratti ricercato). Perciò le immagini vantano, pur se a volte ribollenti, una loro forza di coesione: «(...) e non c’è silenzio, ma solo/ povertà, e un cielo secondo che atterra/ nel prato, laggiù tra la cenere e quel/ mezzo torrente che a sé unisce cori/ di foglie, eserciti di stelle e malve». Tutto è insieme smisurato e chiuso entro confini. Così l’endecasillabo (verso già di riferimento in Poesie per Tiziana , 2015), anche sghembo, slogato, risorge sempre, è la misura di una necessità: non sonora, né ritmica, ma piuttosto di respiro, di durata.
Certo si danno anche casi di versi eccedenti, ma una gabbia per lo più costante condensa il discorso, che solo a tratti rischia di debordare per ingorgo di associazioni. Dopo aver perso il bene e il lume, essere entrate nel luogo intimo e segreto di una lingua elegiaca, assoluta, le ombre fraterne di Torremozza, un tempo compagne del poeta, si ritrovano, lasciando tracce regali e poverissime del loro passaggio: «Cercando qualcosa, un corpo, un’assenza».


giovedì 28 dicembre 2017

Corriere 28.12.17
Libri, 6 italiani su dieci non leggono
I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero
Tra i ragazzi di 11-14 anni, legge il 72,3% di chi ha madre e padre lettori e solo il 33,1% di coloro che hanno entrambi i genitori non lettori
di Cristina Taglietti

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Ansa 21.4.17
4 milioni di lettori in meno, il 57% non ha mai letto

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Il Fatto 28.12.17
Un popolo che ha bisogno di eroi ma che legge Vespa e Fabio Volo
Da Milano a Palermo, il dominio di Mondadori. Si salvano gli indipendenti
di Fra. Mus.


Letterati di tutta Italia, mettetevi l’animo in pace. Questo Natale, dati ufficiali alla mano, segna il grande ritorno su scala nazionale di Fabio Volo (Quando tutto inizia) seguito dall’intramontabile Bruno Vespa (Soli al comando), tallonato da Ken Follett con La colonna di fuoco, Isabel Allende (Oltre l’inverno) e Dan Brown con Origin. Insomma un vero e proprio trionfo per la casa editrice Mondadori che, da Segrate, ha imposto il suo diktat sulle librerie, occupando quattro dei cinque primi posti delle classifiche di vendita nella settimana natalizia (come confermano i dati forniti dal gruppo Ubik). Posizioni confermate dalle librerie Feltrinelli, con eccezione proprio della vetta, con la Allende che scalza Volo dal podio. Un Natale 2017 all’insegna dei bestseller eppure non mancano i colpi a sorpresa, a partire dall’exploit di Zerocalcare con Macerie prime (Bao Publishing), ormai sdoganato al grande pubblico, Wonder di R. J. Palacio (Giunti) e Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, entrambi trainati dai film in sala e infine, Lenticchie alla julienne di Antonio Albanese (Feltrinelli), prendendo in giro tutti gli chef e il loro linguaggio improbo alla tv. Ma non è tutto, visto che probabilmente sbaragliando ogni pronostico ha venduto molto bene anche la biografia di Michelle Hunziker, Una vita apparentemente perfetta (Mondadori).
Benone gli italiani, guidati da Gianrico Carofiglio (Tre del mattino) e Alessandro D’Avenia (Tutte le storie sono storie d’amore), l’instancabile De Giovanni, Di Pietrantonio e Cognetti, con le trionfali fascette dei premi Campiello e Strega in bella vista e Donato Carrisi con L’uomo del labirinto (Longanesi). Ma dappertutto è andata così?
Le librerie indipendenti di tutta Italia, invece, hanno preso tutta un’altra strada. Alla Modus Vivendi di Palermo, Fabrizio ha consigliato da vicino i suoi clienti, “orientandoli su un acquisto locale”. Hanno vinto la raccolta Un anno in giallo e Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura (Sellerio), Simonetta Agnello Hornby (Nessuno può volare) e il giovane Carlo Loforti (Malùra, Baldini&Castoldi). E “dopo la scelta di rompere con Amazon, è cresciuto l’acquisto di E/O e i lettori hanno premiato Il club dei bugiardi di Mary Karr”. Un titolo azzeccato vista la querelle. Alla libreria IoCiSto nel quartiere del Vomero, Alberto ci conferma che sulla piazza napoletana stravince Maurizio De Giovanni con Souvenir (Einaudi), seguito da Wanda Marasco (La compagnia delle anime finte, Neri Pozza, finalista allo Strega), Lorenzo Marone, Roberto Saviano (Un bacio feroce, Feltrinelli) e Jeffery Deaver, “che si è affezionato ai nostri lettori”. Da Libri&Bar Pallotta, a Roma, sul piazzale di Ponte Milvio, Carla dichiara con un certo orgoglio: “Qui non hanno vinto né Volo né Vespa” e alla fine trionfano Augias, Follett, Cazzullo e poi il giallo Brighton (Michael Harvey, Nutrimenti) e Con molta cura dello scomparso Severino Cesari, “perché ci riguarda un po’”. Ancora più particolari le scelte dei lettori alla libreria Marco Polo di Venezia in cui trionfa, fatalmente, Marco Polo di Viktor Šklovskij (Quodlibet) seguito da Zerocalcare, Cromorama di Falcinelli (Einaudi) e una selezione di titoli Iperborea “ormai felicemente fidelizzati ai lettori lagunari”, come afferma Claudio al telefono.
Infine, direttamente da La Scatola Lilla a Milano, la libraia Cristina Di Canio, fra un cliente e l’altro, comunica la sua top five che inizia con L’estate che sciolse ogni cosa (Tiffany McDaniel, Edizioni Atlantide), passando per Tre Piani di Eshkol Nievo (Neri Pozza), Il mare dove non si tocca (Fabio Genovesi, Mondadori), Il caso David Rossi del giornalista del Fatto Davide Vecchi (Chiarelettere) e, infine, La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, edito da Sur.

Repubblica 28.12.17
Vaticano
Ior, spionaggio e trame segrete dietro la cacciata del numero due
di Paolo Rodari


L’ufficio di Giulio Mattietti, ex direttore aggiunto dello Ior, per anni capo dell’Information Technology (It) dell’Istituto, silurato il 29 novembre scorso senza motivazioni ufficiali, è chiuso sprovvisto degli appositi sigilli. A conferma che con la sua fuoriuscita non ha avuto nulla a che fare le gendarmeria.
Tutto è stato gestito dai vertici della banca vaticana, il presidente Jean- Baptiste de Franssu e il direttore Gianfranco Mammì in primis. Si voleva che Mattietti non portasse nulla via con sé dall’ufficio. I timori, tutti da verificare, erano che potesse alimentare una nuova fuga di documenti sia fuori sia dentro le sacre mura.
Ancora oggi, quattro giorni dopo la clamorosa intemerata del Papa contro i « traditori » della curia che una volta allontanati si dichiarano « martiri del sistema», in molti si domandano cosa celi questo licenziamento. Si tratta del colpo di coda della vecchia gestione oppure di un passo falso di un mondo in rivoluzione? Di certo la vicenda s’inserisce in un quadro di incomprensioni fra Segreteria di Stato, Segreteria per l’Economia e vertici dello Ior, punti di vista differenti in merito a chi ascrivere la gestione delle finanze in attesa che nel 2018 Francesco riformi la curia.
Il motivo del licenziamento di Mattietti, secondo quanto apprende Repubblica, è che era in grado di disporre, e quindi potenzialmente di offrire internamente, informazioni sensibili sul lavoro dell’Istituto stesso. L’ufficio dell’It non si trova nello Ior, ma dall’altra parte della cittadella vaticana, vicino a palazzo San Carlo. Una distanza che ha aumentato la diffidenza nei suoi confronti da parte dei vertici dello Ior, l’ex presidente Ernst Von Freyberg, prima, De Franssu e Mammì oggi, che lo hanno considerato in questi anni un corpo estraneo. Fu Von Freyberg a vagliare per primo la possibilità del suo licenziamento ma senza successo. Soffriva, il banchiere tedesco, la stima e la fiducia che potenti monsignori della Segreteria di Stato riponevano in Mattietti tanto che, sostanzialmente, si sentiva controllato. Un sentimento nutrito nei suoi confronti anche da De Franssu e Mammì i quali, forti di un legame con Francesco, sono invece riusciti a cacciarlo. Mattietti il 27 novembre scorso ha scritto ai superiori dello Ior chiedendo di conoscere i motivi del licenziamento. Una mossa che sembra poter sortire qualche effetto se è vero che per evitare ulteriori voci il Vaticano gli concederà presto il pensionamento.
Segreteria di Stato e Ior, Commissione cardinalizia che sovrintende l’Istituto e segreteria per l’Economia. È sull’asse di questi dualismi che ancora oggi le finanze vaticane non riescono a trovare un compromesso per far terminare gli scandali e l’accusa di non volere la trasparenza. La Commissione da tempo si è mantenuta un passo indietro rispetto al lavoro del board laico presieduto da De Franssu il quale, insieme al prefetto della Segreteria per l’Economia George Pell, oggi di fatto non più facente funzioni essendosi trasferito in Australia per difendersi dalle accuse di pedofilia, nel 2014 spinse per la creazione del Vatican asset management ( Vam), che sarebbe dovuto divenire il perno dell’architettura economica della Chiesa. Contro l’operazione De Franssu-Pell si oppose la Segreteria di Stato che convinse il Papa a stare dalla propria parte. Decisioni che pesano ancora oggi all’interno di equilibri sempre labili.
Francesco, all’inizio del suo pontificato, sembrava propenso a chiudere lo Ior: «San Pietro non aveva una banca » , disse. Poi ha deciso di mantenere in piedi un Istituto votato a gestire i risparmi delle missioni sparse nel mondo.
Ma gestire le finanze senza scandali non è facile. Recentemente, per controllare meglio l’Apsa, Francesco ha creato un nuovo incarico, quello di amministratore, affidandolo a Gustavo Óscar Zanchetta, fino a luglio vescovo di Orán, in Argentina. Una nomina arrivata nelle stesse ore in cui il Procuratore generale Francesco Mollace ha chiesto di ripristinare l’imputazione di corruzione, oltre a quella di calunnia, con conseguente condanna a quattro anni e mezzo di reclusione

il manifesto 28.12.17
La Costituzione non è mai al sicuro, occhio ai programmi elettorali
1947-2017. La Carta come una bussola nella sfida del voto
di Anna Falcone


Sarà la cifra tonda, sarà che questo compleanno della Costituzione arriva dopo la schiacciante vittoria referendaria del 4 dicembre, fatto sta che mai come quest’anno la ricorrenza della firma è stata fortemente sentita dagli italiani, che hanno partecipato in tanti alle iniziative organizzate per l’occasione in tutta Italia. E non solo per rinnovare il ricordo: questa celebrazione e il messaggio che ne scaturisce assumono un valore cruciale per le prossime elezioni politiche.
Lo hanno giustamente sottolineato Felice Besostri ed Enzo Paolini nell’articolo pubblicato ieri sulle pagine di questo giornale. Perché chi ha vinto la battaglia referendaria, e continua a difendere davanti alle Corti le ragioni della legittimità costituzionale delle leggi elettorali, o a sostenere chi lo fa, non potrà sottrarsi, al momento del voto, a un giudizio di coerenza fra schieramenti politici e rispetto del voto referendario.
Il fatto che a 70 anni dalla sua entrata in vigore la Costituzione è e rimane, in gran parte, inattuata rappresenta – per chi voglia raccoglierla seriamente – la sfida politica per eccellenza delle prossime elezioni. Non a caso, molti elettori ed elettrici, che non si rassegnano all’esistente, chiedono agli schieramenti in campo di ripartire proprio dall’attuazione della Costituzione e dalla implementazione dei diritti già riconosciuti dalla Carta quale antidoto alle inaccettabili diseguaglianze del nostro tempo. Un passaggio necessario, se non indispensabile, per rafforzare la credibilità dei programmi politici e, auspicabilmente, ricucire quel rapporto di fiducia fra politica e cittadini mai così in crisi. Un vulnus democratico tradotto in un astensionismo che sfiora ormai il 55% dell’elettorato: dato più che allarmante a cui non ci si può e non ci si deve rassegnare.
Rilanciare il messaggio della necessaria difesa e attuazione della Costituzione – in particolare delle norme che garantiscono il pieno e trasparente esercizio della democrazia e attribuiscono alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che alimentano e aggravano le condizioni di diseguaglianza fra cittadini – diventa, allora, cruciale, soprattutto alla vigilia di una tornata elettorale le cui regole saranno scandite dall’ennesima legge elettorale ad alto rischio di incostituzionalità.
Pur nella piena consapevolezza che la Costituzione non delinea un programma univoco, capace di blindare le scelte dei diversi governi – è necessario riconoscere, infatti, e una volta per tutte, che esiste un nucleo duro di principi e diritti fondamentali inderogabili che ogni forza politica deve impegnarsi ad attuare, nelle forme e nei modi che ritiene più opportuni, per rispettare quella fedeltà alla Costituzione che li lega indissolubilmente alla Repubblica e ai suoi compiti costituzionali. Un patto democratico di diritti e obiettivi programmatici, inequivocabilmente vincolanti, che deve tornare ad essere il cuore di ogni programma elettorale. Soprattutto a Sinistra.
Sia chiaro: non è un’indicazione di voto, ma il suggerimento a una riflessione suppletiva sul voto e su chi auspicabilmente si impegnerà in maniera chiara e credibile a difendere e attuare la Costituzione. Nella piena consapevolezza che un tale ambizioso obiettivo, per essere concreto, deve essere condiviso da tanti, e non è monopolizzabile da pochi o da forze marginali. Perché la Costituzione non è perfetta, né intoccabile, ma è l’unico punto certo che abbiamo, il primo “bene comune” in cui si riconoscono gli italiani in questa difficile fase di transizione democratica. Se questa virerà verso il restringimento progressivo degli spazi di partecipazione e di democrazia o verso modelli più avanzati dipenderà anche dal se e come eserciteremo il nostro diritto di voto.
In tal senso, l’astensionismo, anche come forma estrema di protesta, più che sortire un ‘ravvedimento’, rischia di favorire le destre nel prossimo Parlamento, e con esse la formazione di uno schieramento largo e più ampio della compagine del futuro governo che, se non arginato, potrebbe trovare i numeri per unire le forze di quanti – avendo fallito le riforme del 2006 e del 2016 – potrebbero convergere su un progetto analogo, se non peggiore. Un’operazione che, (ipotesi remota, ma non impossibile) qualora dovesse raccogliere il sostegno dei 2/3 dei componenti di ciascuna Camera potrebbe non dare spazio neppure alla raccolta delle firme per chiedere il referendum costituzionale e, con esso, il pronunciamento popolare.
Per questo è necessario sollecitare le forze politiche in campo affinché si pronuncino, tutte, sul loro programma costituzionale: sul se e come intendano intervenire sulla Costituzione; sul se e come intendano dare attuazione al suo nucleo duro di principi e diritti inderogabili; sul se e come intendano metterla “in sicurezza” da possibili incursioni di future maggioranze gonfiate. Perché non ci si debba più trovare in futuro a contrastare una riforma o, peggio, una riscrittura della Carta, di parte e neppure menzionata nei programmi elettorali e adeguatamente dibattuta nel Paese. Ai tanti italiani che si sono recati al voto il 4 dicembre, almeno questo, è dovuto.

Il Fatto 28.12.17
Gli eletti illegittimi non cambino la Carta
di Tomaso Montanari


Tra le pochissime stelle polari capaci di orientare i cittadini in occasione delle elezioni di marzo brilla, luminosa, quella della Costituzione promulgata settanta anni fa e ancora assai più giovane e vitale di qualunque forza politica oggi all’orizzonte. È questo il sentimento di quella cospicua parte del ‘popolo del 4 dicembre’ che oggi si chiede se andare a votare alle politiche, e – se sì – a chi dare il proprio voto.
Cittadini che, prima ancora, si domandano se nella prossima legislatura, breve o lunga che sia, dovranno trovarsi di nuovo a difendere la Costituzione.
Fantapolitica? All’ultima Leopolda Matteo Renzi ha parlato del referendum in questi termini: “Abbiamo perso quella sfida, ma la rifarei domani mattina perché era giusta”. E solo ieri l’astro nascente di Carlo Calenda ha sentenziato sulla necessità di affidare ad una Assemblea Costituente (!) il compito di fare ciò che Boschi e Renzi non sono riusciti a portare a compimento.
Un’iperbole, un modo di dire: o qualcosa di più? Sappiamo bene che l’idea di cambiare la Costituzione in senso ‘esecutivista’ e tendenzialmente autoritario è vecchia quanto la Costituzione stessa. E se nel prossimo Parlamento non riuscirà a formarsi una maggioranza, si creeranno le condizioni ideali per chi vorrà riprovare ad inalberare la bandiera equivoca della ‘governabilità’, additando nel parlamentarismo della Costituzione la causa di tutti i mali. Se aggiungiamo a questo dato di lunga durata l’intramontabile funzione delle riforme costituzionali come arma di distrazione di massa (utilissima a distogliere l’attenzione collettiva da povertà, disoccupazione, erosione dei diritti, corruzione politica…) non si può escludere che un nuovo Nazareno nasca proprio su un nuovo accordo per l’ennesimo stravolgimento della Carta. Cosa possono fare, oggi, quei cittadini del No, per provare a scongiurare una simile eventualità? E cosa possono fare le associazioni come Libertà e Giustizia, che non intendono dare indicazioni di voto, ma vogliono almeno provare a costruire una bussola che serva ad orientarsi?
Possiamo e dobbiamo chiedere ora a tutti i partiti un solenne ed esplicito impegno a non cambiare la Costituzione, nella prossima legislatura. Mi pare già di sentire i motteggi sulla intangibilità della ‘Costituzione più bella del mondo’ (un epiteto stucchevole, coniato da chi, all’ultimo momento, saltò sul carro del Sì). Ebbene, non è così: nessuno pensa che la Costituzione sia immutabile, e una grandissima parte di coloro che (da sinistra) hanno votato No, concorda, per esempio, sull’urgenza di togliere dall’articolo 81 l’aberrazione del pareggio di bilancio imposto dal governo Monti e votato dal Pd di Bersani (2012).
Ma anche una de-riforma urgente come questa (senza la quale non solo la prima parte, ma anche gli stessi principi fondamentali della Carta, diventano solo una enunciazione poetica) non potrà avvenire nella prossima legislatura: per la stessa ragione per cui si deve chiedere un impegno preventivo a non mettere le mani sul testo costituzionale. Quella ragione è che il prossimo Parlamento sarà eletto con una legge incostituzionale.
Naturalmente, dovrà essere la Corte Costituzionale a dire se il fatto che il Rosatellum renda i voti non liberi e non eguali basti o no a renderlo formalmente incostituzionale. Tuttavia, molti insigni costituzionalisti si sono già pronunciati in questo senso (tra loro Gustavo Zagrebelsky, su questo giornale): e l’immoralità e la truffaldinità di questa legge elettorale sono incontestabili. Il fatto che l’attuale Parlamento, illegittimo, abbia approvato una riforma costituzionale è stato definito, dallo stesso Zagrebelsky, un “furto di democrazia”. Ecco, noi chiediamo ai futuri parlamentari di impegnarsi a tenere giù le mani dalla democrazia.
Certo, se anche la Corte dichiarerà il Rosatellum incostituzionale, lo farà scrivendo che il principio di continuità dello Stato impone che il Parlamento illegittimamente eletto rimanga in carica: e “qui soltanto – scriveva Carlo Levi nell’Orologio, 1947-49 – poteva saltare fuori la bella teoria della continuità dello Stato. Un continuità che vuol dire immobilità, o peggio ritorno indietro … Che vuol poi dire semplicemente poter restare sempre seduti sulla medesima seggiola”. Ecco, ai partiti che chiedono il nostro voto noi chiediamo, a nostra volta, questo impegno: l’impegno formale a ricordarsi della propria illegittima elezione attraverso una legge elettorale indegna, e dunque l’impegno – che è poi davvero il minimo – a non votare, e anzi a combattere, qualsiasi tentativo di cambiare la Costituzione.
Ci aspettiamo una risposta chiara, esplicita, pubblica: in primo luogo dal Movimento 5 Stelle e da Liberi e uguali, che hanno manifestato vigorosamente contro il Rosatellum. Ma anche i silenzi saranno assai utili: per capire chi votare, a marzo. Anzi: chi non votare.

Il Fatto 28.12.17
Sogno o son desto: Calenda propone una Costituente
di Silvia Truzzi


Momenti complicati: mezza Italia è a letto con l’influenza, l’altra mezza sta cercando di riaversi dagli eccessi culinari. In molti però ieri mattina devono aver fatto un salto sulla sedia, chi pentendosi di aver esagerato con gli alcolici, chi pensando a effetti collaterali particolarmente violenti degli antipiretici: allucinazioni da tachipirina (o “tacaipirinha”, a seconda). Tanto diffuso sgomento, dopo due giorni di astinenza dai quotidiani, è stato causato da un’intervista del ministro Carlo Calenda al Corriere della Sera. Come è noto, in questo periodo assistiamo (non senza una certa pena), agli sgoccioli della legislatura dei voltagabbana; contemporaneamente ricorre il settantesimo della Costituzione. Da settimane sui giornali si celebra la povera vecchia signora, così saggia eppure vittima di attacchi seriali negli ultimi decenni. L’ultimo, un anno fa, con la riforma Renzi-Boschi che, su mandato di Giorgio Napolitano, stravolgeva un terzo della Carta. Tentativo fallito grazie alla provvidenziale presenza di spirito di circa 20 milioni di italiani che hanno inequivocabilmente detto no. Eppure il ministro dello Sviluppo economico non si capacita. Sentite con che toni: “Abbiamo perso la sfida della costruzione di un sistema più forte ed efficiente. Ritengo questo nodo fondamentale in uno scenario internazionale pieno di incertezze. La sicurezza nazionale viene messa a rischio da un sistema che rallenta l’implementazione delle decisioni (ma come parlano? ndr), favorisce il prosperare di particolarismi e ci trasforma nella Repubblica dei ricorsi al Tar e dei feudi locali. La prossima legislatura dovrà avere al centro questo tema, diventato tabù dopo il referendum. Forse la strada giusta, per aumentare il coinvolgimento dei cittadini, potrebbe essere quella di un’assemblea costituente”.
Oibò, qualcosa di grosso ci deve essere sfuggito. Sarà il Senato – che una volta portata a casa la pelle ha giustamente pensato di mettere mano al proprio Regolamento, ottenendo molti di quei risultati promessi dalla riforma – a mettere a rischio la sicurezza nazionale? O sarà forse il non abolito Cnel? Anche l’intervistatore è un po’ scosso dai toni ultimativi, (tipo report di Confindustria per intenderci). E domanda al ministro ragione della necessità di una Costituente. “È l’unico modo per aprire in maniera ordinata la terza Repubblica invece di subire la dissoluzione caotica della seconda. Serve un luogo per affrontare le pulsioni diverse emerse dal referendum costituzionale e da quelli di Lombardia e Veneto. Un luogo per porre fine alla kermesse delle leggi elettorali estemporanee, ridisegnare il rapporto tra esecutivo e legislativo, affrontare il tema di una democrazia efficace, che peraltro affiora in tutti i Paesi occidentali”. I costituenti si stanno certamente rivoltando nelle tombe a sentir parlare di “coinvolgimento dei cittadini” come fosse un’elargizione del sovrano, loro che hanno discusso per giorni su quale verbo accostare alla parola sovranità, decidendo per “appartenere” perché se una cosa ti appartiene nessuno te la può portare via. Molti passaggi qui riportati hanno un che di inquietante, perché, oltre a evocare inesistenti scenari catastrofici, suggeriscono l’idea che la sovranità del popolo non sia sufficiente. Che esista qualcosa di sovraordinato, che sa meglio di noi qual è il nostro bene. Cosa sono poi “le pulsioni emerse dal referendum costituzionale”, se non la chiara volontà del popolo di proteggere la Costituzione? Cioè il contrario di quel che Calenda propone? Il trucchetto di sfigurare la Carta per ridurre vieppiù il Parlamento a una larva, in favore dell’esecutivo, è una stregoneria che non incanta più. Eh già, ministro: è dura da spiegare agli amici brussellesi, ma è meglio che non si facciano illusioni.

La Stampa 28.12.17
Il ritorno
D’Alema inizia in Puglia il tour elettorale
“Legislatura costituente”
Prima tappa nel suo Salento, dove partì anche Prodi “Non credete a Renzi, il nostro vero leader è Grasso”
di Fabio Martini


C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico negli umori dell’opinione pubblica alla vigilia della campagna elettorale e se ne sta accorgendo Massimo D’Alema ogni volta che pronuncia questa battuta: «Vedete, io me ne sono andato per fare largo alle nuove leve, ma visti i risultati ho fatto male…». Puntualmente scatta l’applauso. Un battimani non solo politico: accanto ad un diffuso rancore, in giro sta cominciando ad affiorare anche una certa nostalgia per quelli di prima. Massimo D’Alema, tornando in campo, non immaginava di ritrovarsi in favore di vento. Per ora solo un venticello, ma vai a sapere. Ma è altrettanto vero che per D’Alema ci voleva un certo coraggio nel riproporsi una volta ancora, lui che nella vita ha fatto tutto: dal presidente del Consiglio al segretario del Pds, dal ministro degli Esteri al presidente della Bicamerale. E tornando, trent’anni dopo la prima volta, D’Alema ha deciso di ricominciare esattamente dove, nel 1987, tutto era cominciato: in Puglia. Eccolo a Tricase, nel tacco salentino: «Un tempo questo era un comune cattolico-democristiano: il Pci aveva due consiglieri comunali, la Dc 22…. Ricordo la prima volta che venni qui, negli anni Ottanta: mettemmo il palco fuori quella bellissima chiesa e quando i cittadini uscirono alla fine della messa, appena videro la falce e martello, scapparono. Sul sagrato della chiesa, l’unico che mi rimase ad ascoltare, era il parroco. Si chiamava don Tonino Bello. Stavolta mi ha invitato un gruppo cattolico e parlerò nel teatro parrocchiale».
Dalla bianchissima Tricase è partita la campagna elettorale del “candidato” D’Alema e proprio qui, ricorda lui, «iniziò il viaggio del pullman dell’Ulivo di Prodi» e dunque «si tratta di un luogo ad altissimo contenuto simbolico». Un mese prima della formazione delle liste, con grande anticipo su tutti gli altri, è partita la campagna dalemiana. Con un programma di appuntamenti che sembra tirato fuori dall’album dei ricordi: ore 11, Nardò, sala Cream&Caramel, incontro col mondo agricolo salentino; ore 14,30, Ruffano, Calzaturificio Mariapia, visita azienda e incontro con i lavoratori; ore 15, Patù, riunione con i volontari della campagna elettorale; ore 18,30 Teatro Tricase, apertura campagna elettorale; ore 21, Marina di San Gregorio, cena con gli elettori.
Un porta a porta all’antica, che prelude ad un ritrarsi del D’Alema “nazionale”? Un suo auto-confinamento nel Salento, per lasciare spazio a Pietro Grasso? «Non presterò il fianco ai giochetti di Renzi, che continua a ripetere che il “vero capo” è D’Alema. Questo gioco se lo era inventato Berlusconi nel 2001, quando il candidato del centrosinistra era Rutelli. Renzi ripete stancamente, ma anche in questo è un imitatore. No, il leader è Grasso e presto si affiancheranno altre personalità importanti». Nella campagna di D’Alema sembra ben celata anche un’ambizione al momento inconfessabile: quella di riuscire a conquistare un collegio sulla carta impossibile per un piccolo partito come il suo. E magari di risultare l’unico, tra i Liberi ed eguali, capace di questo exploit in tutta Italia? «È molto difficile fare queste valutazioni, soprattutto con questa legge elettorale, sgangherata ed inefficace, che si presenta come uninominale maggioritaria, anche se poi gran parte degli eletti saranno votati di “risulta”. Certo, potrebbe contare il fatto che quando sono stato deputato del Salento, ho fatto tante cose per questa terra; che nel collegio di Gallipoli il centrosinistra perdeva e io vincevo. Però l’ultima volta che si è votato con i collegi era il 2001 e ora qui la squadra da battere è il centrodestra, che può mettere in campo uno squadrone».
E sul dopo-elezioni? Lo scenario proposto da D’Alema non segue la corrente di chi dà per scontata l’ingovernabilità: «Nessuno sarà in grado di disporre di una maggioranza per governare. Per questo penso che si aprirà una legislatura inevitabilmente costituente e si dovrà mettere mano ad alcune regole istituzionali e ad una legge elettorale, con un metodo – spero – meno arrogante e fallimentare di quello sinora dispiegato da Renzi». Un contesto – ecco la novità – dentro il quale Massimo D’Alema pensa che la sua lista farà la sua partita: «Si era sbagliato chi ci aveva immaginato come un gruppetto di vecchi comunisti. Noi avremo molte carte da giocare, non saremo una forza marginale». Anche se i Cinque stelle, dopo le elezioni, proponessero un governo col Pd («purché Renzi sia out», fanno sapere) e con Liberi ed eguali? «Per noi le discriminanti programmatiche e dei valori sono fondamentali e quindi molto dipenderà dagli orientamenti che preverranno nei Cinque Stelle…», dice un D’Alema che non scarta scenari. E già pregusta il ritorno in “serie A”.

La Stampa 28.12.17
Tutti in corsa per i voti dei moderati
di Lucia Annunziata


Il convitato di pietra della prossima campagna elettorale non è un’idea, ma uno stato d’animo: il malcontento. Chi più riuscirà a rappresentarlo, o a sanarlo, sarà il vincitore, si dice. Come mai allora ovunque si guardi, a destra come a sinistra, tutte le forze politiche lanciano messaggi mirati soprattutto ad ottenere i consensi dell’area moderata?
In primissima fila ai blocchi di partenza, non a caso spicca la figura di Silvio Berlusconi, l’unico leader che ha attraversato (quasi) intatto il ventennio. E’ nella sua versione proporzionale, ma fa da perno all’unica coalizione che può raggiungere una maggioranza. Silvio e il partito che guida da sempre sono entrambi ridotti nelle forze: Silvio ha venti anni in più, ha varcato gli ottanta, e Forza Italia quasi venti punti in meno rispetto ai fasti del passato. Ma entrambi sono, in questa loro semplice resistenza all’usura, diventati la prova materiale (e psicologica) che non tutto cade, o si deteriora. Questo atto di sopravvivenza , in tempi che hanno consumato ideologie, idee, partiti e reputazioni, vale da solo un programma politico. Curiosamente, infatti, il Silvio che oggi torna a raccogliere consensi indossa abiti totalmente diversi da quelli del primo Silvio.
La discesa in campo nel 1994 fu un atto di sfida, la promessa/minaccia di un Prometeo che voleva riscrivere il panorama della politica italiana – e ci riuscì, rompendo il panorama tardopost-guerra-fredda che durava in Italia da troppo tempo. Il sistema dell’epoca non lo amò molto – come poi si è visto. Ma non è stato alla fine cancellato. E oggi torna come la nemesi di sé stesso: Silvio oggi è leader rassicurante (per la sua stessa durata). Promette tranquillità, continuità, non si è fatto attrarre da sovranismi, da guerre contro l’Europa, ma nemmeno dalla favola del populismo che accontenta tutti gli altri leader a destra. Il re dei moderati, insomma.
E qui incontriamo Matteo Salvini, erede ma solo per via formale, di quella Lega con cui Silvio ha costruito in passato le sue fortune. Passato il tempo in cui la sua attività politica sconfinava nel goliardismo, con provocazioni più atte ad attirare l’attenzione mediatica che a costruire un partito, Salvini guida una Lega che del passato ha perso persino il nome Nord con cui si identificava. La Lega è sempre forte lì dove è nata e governa, il Veneto e la Lombardia, ma a Salvini è sempre stata stretta questa regionalissima identità – le patrie locali un po’ lo fanno soffocare, si ha l’impressione. Da quando ha mosso i suoi primi passi, molti di questi passi hanno calcato suolo e suggestioni estere: la Russia di Putin, l’identitarismo dei francesi lepenisti, l’ironia separatista inglese di Farage, e l’America di Trump. Salvini ama i grandi temi, e ne ha trovato uno perfetto alla fine: il rifiuto dell’immigrazione come grande collettore di ogni suggestione identitaria, bianca, e indipendentista. Ovviamente a Salvini è rimasto il gusto di scuotere, e dunque di spararle grosse – ma alla fin fine in questa vigilia elettorale le parole più gravi le ha già messe nell’armadio – di rompere con l’Europa non si parla molto, e di campagne contro i migranti non si sente tanto. Del resto Salvini ha davanti una partita ben più grande: quella di declinare il malcontento in chiave tale da attirare anche una parte dei moderati di destra che sta oggi con Berlusconi. E questo sì che sarebbe un colpo: come va ripetendo da un po’, «se batto Silvio anche di un solo voto faccio il premier».
Il Principe dello «scontento» è per ora, comunque, il più giovane dei politici che calcherà la scena elettorale. Luigi Di Maio è il candidato premier del movimento che ha per primo intercettato e aiutato a coagulare lo scontento in forza politica. Sono stati i pentastellati il maglio che ha spaccato la struttura (già esanime) della Seconda Repubblica. Il loro programma appare dunque, fin da questo inizio, quello destinato al maggior successo. Le cifre dei poll gli danno numeri da primo partito. Alla lettura dei quali sorge tuttavia una domanda: ma perché un movimento dedito ad aprire il sistema «come una scatoletta da tonno», presenta come proprio candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, giovane con abiti ed abitudini, nonché idee molto istituzionali, o magari meglio ancora dire moderate?
Il punto di caduta per i pentastellati nella campagna elettorale è dunque, un po’ come per la Lega, il giusto equilibrio che saprà trovare fra scontento e moderazione: dopotutto, una cosa è aizzare con i «vaffa», altro è governare.
L’area moderata, chiamata riformista e moderna, è dichiaratamente anche il bersaglio di Matteo Renzi in questa che sarà la sua prima campagna elettorale nazionale: come ricorderete l’ex premier è riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi prima che in Parlamento. L’idea con cui si è presentato in politica è quintessenzialmente moderata – rompere con il passato ideologico della sinistra tradizionale. A questa idea ha sacrificato molto. Ha subito la sconfitta del referendum, ha perso Palazzo Chigi ed ha rotto (o ha subito la rottura, come preferite) un partito forte e di lunga tradizione quale il Pd. Ora che c’è un nuovo Pd renziano, è l’ora per Matteo Renzi di mettere alla prova davvero la sua capacità di attrazione nonché la sua capacità di formare il destino della nazione. Sullo stesso banco di prova anche per lui: l’area moderata. Direttamente, prendendone i voti. O indirettamente, magari, come tutto lascia pensare dalle scelte del Pd, in una grande coalizione fra le forze di Berlusconi e quelle di Renzi. Che sarebbe poi la creazione di un grande fronte moderato al centro.
Le forze radicali sono invece quasi tutte raccolte intorno a nuclei minori. Liberi e Uguali, movimento dei fuoriusciti dal Pd non pare goda al momento di grandi favori elettorali. In ogni caso, la nuova formazione ha scelto come guida un ex magistrato, una figura superistituzionale come l’ex presidente del Senato Grasso. Cos’è questa scelta se non una forma di rassicurazione contro gli strappi per chi vota a sinistra?
Moderati ovunque, insomma. Sotto la coltre pesante di scontento, appare la richiesta di non portare il Paese a sbattere.
Ma se questa è la domanda segreta delle urne, va a finire che vero vantaggio nella campagna elettorale lo godrà il governo Gentiloni che ha chiuso le Camere ma non si è dimesso, e che, secondo molti auspici, potrebbe essere pronto a continuare anche dopo il voto. Dopotutto, è il governo che finora, poll alla mano, pare abbia più rassicurato il Paese.

il manifesto 28.12.17
Ius soli, ultimo scontro nel Pd. Appello della sinistra al Colle
Diritti. "Servono almeno altre due settimane", Cuperlo e Manconi si rivolgono al capo dello stato. Ma i renziani: non cambia la politica, non facciamolo bocciare per riaffrontarlo nella prossima legislatura
di Daniela Preziosi


La vicenda dello ius soli è politicamente chiusa da mesi ma l’avvicinarsi dello scioglimento delle Camere (fra stasera e domani Mattarella, sentiti i presidenti di Camera e Senato, darà la comunicazione ufficiale) ha fatto impennare, per l’ultima volta, lo scontro fra senatori. Luigi Manconi, icona di battaglie civili, scrive al capo dello Stato per chiedergli di consentire di tentare un voto. «Il tempo c’è e va ricordato che, il 23 dicembre, mancato il numero legale, il Senato ha deciso di riconvocarsi per il 9 gennaio, dopo una pausa di ben 16 giorni. Basterebbe prolungare la legislatura di un paio di settimane e prevedere il voto – che so? – per il 18 marzo: e si avrebbe così la possibilità e l’agio di discutere una legge tanto essenziale e lungimirante».
Gianni Cuperlo, ex capo della minoranza Pd ora battitore solitario (e forse per questo ricandidato da Renzi senza storie) aggiunge un po’ di poesia pop: sullo ius soli «non può e non deve finire così». «Quegli scranni vuoti nell’ultimo giorno utile – dice – , la fuga dei senatori 5 Stelle, quel brindisi leghista, il dispiacere profondo per quelle assenze del Pd (29, ndr), sono un’immagine da cancellare». Mdp attacca invece il premier: «Dopo voucher e legge elettorale, per la terza volta Gentiloni si appresta a venir meno alla parola data» attacca Alfredo D’Attorre. C’è chi tenta la distrazione di massa: il quotidiano «la Repubblica» sferra un attacco micidiale (nelle intenzioni, almeno) al presidente Grasso e chiede di ricalendarizzare lo ius soli al Senato. L’inquilino di Palazzo Madama, ieri tutto il giorno occupato a celebrare i 70 anni dalla firma della Costituzione, resta in silenzio «Gli assenti il 23 dicembre non sono frutto di una casualità ma di una scelta politica», spiega però chi lavora a stretto contatto con lui. Il presidente dunque nel rispetto del suo ruolo super partes non può che prendere atto di quello che è successo. Se avesse fatto diversamente, peraltro, si sarebbe aperto il cielo contro la sua conduzione d’aula.
Il presidente Mattarella legge tutto. Ma non risponde . Legge anche l’appello straziante dei ragazzi di «Italiani senza cittadinanza» e quello dei Radicali italiani a loro volta promotori della legge di iniziativa popolare «Ero straniero» per la cancellazione della Bossi-Fini, altro fallimento della legislatura. Il ragionamento di Manconi non farebbe un plissé dal punto di vista logico. Ma finge di non considerare quello che appare invece un macigno politico al Colle: il rischio di esporre Gentiloni a una sconfitta. Che di fatto equivarrebbe a una sfiducia. Mattarella è convinto che l’attuale premier, se preservato da rovesci finali – ma anche dai confronti battenti della campagna elettorale – potrebbe essere l’uomo chiave della stabilità del Paese nei primi passi della prossima legislatura, quando con ogni probabilità ci vorrà del tempo per comporre una nuova maggioranza.
Ma c’è una cosa in più che al Colle non può sfuggire. A non essere convinto dello ius soli è proprio il Pd. E il suo leader Renzi. Che dopo averne promesso l’approvazione nel programma del suo governo (e averlo mantenuto in quello del successore) ai tempi in cui la legge godeva dei favori popolari, si è poi reso conto che un provvedimento pro-stranieri in campagna elettorale si sarebbe trasformato in un assist alle destre. La sostanziale contrarietà dei 5 stelle ha dato lo stop finale. «La proposta così com’è non va bene. Ci sono errori tecnici. Quali? Ora non ho tempo di spiegarli», ha ammesso il senatore Maurizio Buccarella al «Corriere della sera»: un’autodenuncia involontaria.
Per questo ieri mentre nel Pd le lacrime di coccodrillo inondavano le agenzie, i renziani di polso hanno raffreddato gli spiriti flebili del proprio partito.
Come Rosa Maria De Giorgi: «Non basta desiderare una iniziativa sacrosanta perché essa si traduca in legge, perché in una democrazia servono condizioni politiche e parlamentari. Ciò che è successo sabato scorso, con la mancanza del numero legale, è un episodio fine a se stesso. La verità, ripetuta in ogni modo possibile, è che nonostante appelli e mobilitazioni in questo parlamento e in Senato in particolare i numeri per approvare la legge non ci sono. E peggio che non votare lo ius soli sarebbe farlo bocciare in aula, creando anche un precedente pericoloso per riproporre la legge nella prossima legislatura e creando un ulteriore sfregio alle centinaia di migliaia di ragazzi, italiani di fatto, che attendono con ansia e speranza di veder riconosciuta loro la cittadinanza. Gli unici ad essere stati contenti, in caso di arrivo del provvedimento in aula, sarebbero stati M5S e la Lega di Calderoli, che vogliono solo la bocciatura della legge». Ergo: votate il Pd per fare lo ius soli, ma al prossimo giro. Dove le condizioni «politiche e parlamentari» saranno in realtà assai più sfavorevoli di questa legislatura. Che pure non ha avuto i numeri per approvarlo.

Repubblica 28.14.17
Missioni militari 2018 meno uomini schierati ma sui fronti più caldi
L’Italia si troverà in prima linea nelle coalizioni Nato, Onu e Ue Dal Niger ad Afghanistan e Libano: rischio jihadisti e nodo migranti
di Gianluca Di Feo


ROMA Si prepara un anno difficile per i militari in missione all’estero. Tra la nuova spedizione in Niger e il mantenimento delle operazioni in Libano, Afghanistan e Libia, ci ritroveremo in prima linea nelle zone più calde del pianeta sotto tre diverse coalizioni — Nato, Onu ed Ue — spesso, come accade nel Mediterraneo, sovrapposte tra loro. Oggi il Consiglio dei ministri discuterà il piano elaborato dai vertici della Difesa che prevede la riduzione delle truppe in alcune aree, come il dimezzamento del contingente in Iraq dopo la sconfitta dell’Isis e il prossimo ritiro dei missili anti-aerei dislocati in Turchia per conto dell’Alleanza Atlantica. Alla fine del 2018, quindi, ci saranno meno soldati in azione ma le nostre forze armate si troveranno impegnate in situazioni ancora più rischiose.
NIGER. Un primo nucleo di parà è già nella capitale Niamey per preparare lo schieramento della task force, richiesta dal governo nigerino nel quadro dell’accordo tra 5 nazioni del Sahel e dell’intesa europea disegnata da Roma con Parigi e Berlino. Una parte dei 470 militari della Folgore si occuperà di formare i battaglioni locali nella capitale; il resto prenderà posizione dalla fine della primavera nel caposaldo di Madama, da dove contribuirà a pattugliare le rotte dei trafficanti di uomini e dei jihadisti diretti verso la Libia. Le nostre truppe saranno autonome rispetto al dispositivo francese presente da anni nell’area e probabilmente verranno affiancate da unità tedesche e spagnole. Due le minacce. La natura del Niger, con distanze sterminate e deserti attraversati solo da piste carovaniere, dove la sabbia logora qualunque mezzo terrestre ed aereo. Inoltre in tutto il Paese si registra un aumento delle incursioni dei gruppi fondamentalisti, attivi soprattutto ai confini con il Mali e con la Nigeria.
AFGHANISTAN. Come ha annunciato il ministro Roberta Pinotti a
Repubblica, l’Italia chiederà di ridurre le dimensioni del nostro contingente ma non la sostanza della missione. Circa 250 persone impiegate in ruoli di supporto dovrebbero venire rimpiazzati da altri alleati della Nato. Rimarrà però invariato il numero dei militari — poco meno di 700, attualmente fanti della Sassari — che si occupano di addestrare i reparti afgani, coordinandone anche le attività sul campo contro i Taliban. Nella regione affidata alla supervisione italiana c’è il distretto di Farah, a ridosso del confine iraniano, dove l’offensiva fondamentalista è particolarmente virulenta. A novembre più di cento alpini della Taurinense sono stati trasferiti nei fortini intorno a Shindand minacciati dall’assalto delle milizie islamiche: si sono schierati “spalla a spalla” con i soldati locali per riorganizzarli e permettergli di riconquistare il territorio perso. L’ultimo contrattacco condotto dai battaglioni afgani sotto “regia italiana” si è concluso alla vigilia di Natale.
LIBANO. Dopo un decennio di calma, la missione dei caschi blu che ha permesso la fine dell’ostilità tra Libano e Israele torna a essere sotto pressione. Le brigate di Hezbollah stanno cominciando a ritirarsi vittoriose dalla Siria, più agguerrite e meglio equipaggiate di prima. La tensione con Israele sta crescendo di giorno e in giorno. E tra i villaggi sciiti e il territorio israeliano c’è solo la Blu Line presidiata da oltre mille italiani sotto bandiera Onu. Per questo da ottobre il contingente è composto dalla Brigata Folgore, con i parà del Nembo e i blindati del Savoia Cavalleria, la più operativa delle nostre unità, che dovrà mantenere il cessate il fuoco sul confine: un compito in cui peserà soprattutto il rispetto di tutte le comunità della zona conquistato in questo decennio dagli italiani.
IRAQ. La disfatta del Califfato permette di ridefinire lo schieramento italiano, arrivato a sfiorare le 1500 persone. Anzitutto alla diga di Mosul, dove il cantiere del consolidamento è stato protetto da 500 soldati: oggi non c’è più il pericolo di attacchi in grande stile dell’Isis e quindi ne rimarranno circa 200. Nel corso del 2018 rientrerà in patria lo squadrone di otto elicotteri e 130 uomini che da Erbil è pronto a intervenire per recuperare feriti e personale isolato. Programmata anche una graduale diminuzione degli aerei da ricognizione schierati in Kuwait. Resteranno invece attive le unità di carabinieri e forze speciali che addestrano i nuclei antiterrorismo e la polizia federale di Bagdad. Sarà mantenuta pure una consistente aliquota di istruttori in Kurdistan, meno però dei 350 attuali. Il problema anche in questo caso è la logistica, perché i reparti italiani sono sparsi in diverse località.
LIBIA. Oggi ci sono due distaccamenti. Uno nell’aeroporto di Misurata gestisce l’ospedale da campo allestito durante i combattimenti contro l’Isis a Sirte, conclusi da oltre un anno: impegna quasi 300 persone con un centinaia di veicoli. L’altro a Tripoli si occupa di formare la guardia costiera libica e contribuisce alla manutenzione delle motovedette. Per entrambi è allo studio una riorganizzazione, che però dipenderà dal quadro politico e militare del paese, sempre molto incerto. A largo delle coste libiche invece sono attive tre missioni navali: quella italiana “Mare sicuro”, quella europea “Sophia” per il contrasto ai trafficanti di migranti, quella Nato “ Sea Guardian” per la prevenzione dei movimenti di terroristi e del contrabbando di armi. Il contributo a queste operazioni non cambierà, nella convinzione che la nostra sicurezza dipenda proprio dal controllo del Mediterraneo.

La Stampa 28.14.17
Scuola, sanità ed enti locali
Contratto atteso da 2,7 milioni
Corsa contro il tempo per estendere a questi lavoratori gli aumenti concessi agli statali Il governo spera di farcela entro oggi. Per gli arretrati “una tantum” di 570 euro a testa
di Roberto Giovannini


I 247mila «statali» (dipendenti dei ministeri, oltre che di Inps, Inail e agenzie fiscali) hanno il loro contratto. Ma in realtà il grosso dei dipendenti pubblici, dagli enti locali, alla scuola, alla sanità, ovvero oltre 2,7 milioni di lavoratori, ancora attendono la firma dei rinnovi contrattuali. Come è sempre successo in passato in realtà le regole fissate per gli «statali» in senso stretto poi vengono copiate per gli altri rinnovi. Serviranno tuttavia una serie di passaggi per completare l’intera procedura, che il governo e i partiti di maggioranza hanno intenzione di accelerare per evidenti ragioni elettorali, per conquistare consensi a suon di aumenti salariali ed arretrati (stimati in una «una tantum» di 570 euro).
Il primo di questi passaggi è la consegna da parte dell’Aran - l’agenzia contrattuale del governo per il settore pubblico - della relazione tecnica del contratto che verrà trasmessa, si presume entro la giornata di oggi, al governo. Il testo sarà poi trasmesso alla Corte dei conti che dovrà certificare la congruità delle cifre con gli stanziamenti in legge di bilancio e agli organi di controllo, per poi tornare all’Aran per la firma definitiva di governo e sindacati. Secondo le previsioni, in tutto serviranno un’altra decina di giorni; poi toccherà agli altri comparti, ovvero scuola, sanità e personale degli enti locali. Non si sa in quale ordine.
Non sarà una passeggiata, però. Sicuramente il settore più caldo e problematico sarà quello della scuola, che per la prima volta aggrega nello stesso contratto anche università e personale della ricerca. Si tratta di un comparto molto «popoloso»; e c’è tanta attesa perché il rinnovo arriva dopo ben otto anni di blocco contrattuale. E in più in particolare la Cgil ha intenzione di approfittare dell’occasione per modificare la riforma della scuola varata da Matteo Renzi. «Vorremmo rimettere mano a tante cose della “Buona scuola” che non ci sono piaciute», avverte il segretario confederale Cgil Franco Martini.
A breve saranno pronte le piattaforme con le richieste dei sindacati - che ovviamente dovranno stare all’interno del quadro economico stabilito per gli statali - e intanto già oggi i sindacati sono convocati all’Aran per i rinnovi delle Rsu, in particolare per definire il calendario delle elezioni a tre anni dalle ultime.
Superata questa fase emergenziale, nel giro di un mese poi entrerà in funzione la «Commissione paritetica sui sistemi di classificazione professionale». Questo organismo, introdotto dal contratto, entro il mese di maggio avrà il compito non facile di definire un profondo restyling dei «mestieri» della pubblica amministrazione. Non un semplice lavoro tecnico di riclassificazione del personale, ma il tentativo, spiegano al governo, di far fare un salto di qualità culturale e mappare i mestieri venuti fuori con l’innovazione tecnologica, ma anche con le moderne filosofie dell’organizzazione. Spunteranno quindi «nuove figure», ad esempio in campo informatico; si definiranno «figure polivalenti», in grado di ricoprire più funzioni, trasversali a più uffici. E si dovranno prevedere anche opportunità di progressione economica, con una revisione degli schemi tradizionali di remunerazione. Insomma gli effetti si faranno sentire su carriera e busta paga.

La Stampa 28.14.17
“Volti nuovi e impopolarità di Trump. Così parte la riscossa dei democratici”
L’ex ambasciatore Thorne: finito un ciclo storico, il presidente è una zavorra per i repubblicani
Nel voto di Midterm di novembre i liberal possono riconquistare un ramo del Congresso
di David Thorne


Negli ultimi anni la politica americana ha visto una perfetta oscillazione tra i due principali partiti: otto anni di amministrazione Clinton seguiti dagli otto di George W. Bush e quindi dagli otto dell’amministrazione Obama. Ma, mentre le presidenze vanno e vengono, la direzione della politica americana, fin dal 1974, è stata punteggiata da «ondate» elettorali – grandi capovolgimenti con cui l’elettorato esprime con forza, spesso con rabbia – il proprio scontento per lanciare un messaggio a chi governa.
Ho vissuto la prima di queste «ondate», nel 1974 - da consulente politico. Quell’anno ero in prima linea nella campagna del Congresso e con i miei soci mi occupavo di un’elezione speciale nel Michigan – in un distretto marcatamente repubblicano – che finì a sorpresa con un’inaspettata vittoria dei democratici. Era il preavviso di un cambiamento di rotta - e nel novembre del 1974 i democratici presero 49 seggi parlamentari ai repubblicani – un netto ripudio di Nixon e del suo partito nell’era post-Watergate – aprendo le porte a una classe storica di futuri leader democratici. Nel corso degli anni abbiamo visto altre inversioni di rotta di questo genere: nel 1980 per il Gop (Grand Old Party, il Partito repubblicano), nel 1982 e nel 1986 per i democratici, nel 1994 per i repubblicani con la rivoluzione di Gingrich, poi nel 2006 e nel 2008 i democratici hanno conquistato una maggioranza congressuale di proporzioni quasi storiche e nel 2010 c’è stata la rivoluzione del Tea Party.
Ricorsi storici
La storia è destinata a ripetersi nel 2018? Mi sa proprio di sì. Negli ultimi sessanta giorni, i democratici hanno ottenuto una serie impressionante di vittorie contro i candidati sostenuti da Trump. Un democratico ha vinto il governatorato della Virginia contro il repubblicano Ed Gillespie appoggiato da Trump innescando così un drastico cambiamento nella Camera dei Delegati. Il democratico Philip Murphy (il nostro ambasciatore in Germania mentre ero a Roma) ha vinto in New Jersey dopo otto anni di Chris Christie. Ma queste vittorie non sono nulla rispetto all’euforia che ha salutato il trionfo di Doug Jones in Alabama nell’elezione speciale per un seggio al senato contro il candidato di Trump, Roy Moore, accusato di molestie sessuali. L’Alabama non mandava un democratico al Senato dal 1990.
Cosa significa tutto questo? Si sta preparando uno tsunami democratico, o questa ondata si spegnerà e morirà prima di colpire le coste politiche nel novembre 2018? Oltre ai recenti risultati elettorali, ci sono una serie di segnali che indicano una significativa riscossa democratica.
Durante il mio incarico a Roma per conto del presidente Obama nel 2009, ricordo molti segnali d’allarme lanciati dai miei amici al Comitato nazionale democratico. I repubblicani non solo stavano raccogliendo molti più soldi, ma c’erano molti altri candidati repubblicani a incarichi locali e nazionali pronti a scendere in campo. Obamacare era diventato una parolaccia, il Tea Party stava ribaltando la politica, e persino le elezioni speciali del Massachusetts, indette per il seggio lasciato vacante dal defunto Ted Kennedy, erano state vinte da un repubblicano. Fu questo il primo segnale dell’ascesa dei conservatori del «Tea Party» alle elezioni del 2010 che destabilizzarono l’agenda di Obama per il resto della sua presidenza.
I democratici non sono riusciti a contrastare la rimonta conservatrice in modo efficace perché erano divisi, mentre i repubblicani facevano sempre più presa sull’elettorato.
Ma ora, a fine 2017, in un momento analogo del ciclo elettorale, dopo un anno di costante opera di disgregazione da parte del presidente, è in corso la dinamica opposta. I democratici hanno vinto le elezioni speciali in posti chiave con un margine considerevole e, cosa forse ancora più minacciosa per i repubblicani, stanno schierando molti nuovi candidati. Nel 2009, ad esempio, in questo momento i repubblicani avevano 56 nuovi candidati contro i 28 dei democratici: un rapporto di due a uno. Oggi i democratici hanno oltre 291 nuovi candidati contro i 71 dei repubblicani, un rapporto di quattro a uno, e il loro numero sta ancora crescendo. I miei amici democratici ricordano come nel 2009 assistettero impotenti all’ascesa degli avversari.
Il vantaggio
Le elezioni di metà mandato si terranno tra 10 mesi e nei sondaggi i democratici hanno tra i 10 e i 18 punti di vantaggio: è un livello di guardia. Per i repubblicani, Trump è ormai una pietra al collo, che li spinge a fondo. Basti considerare che 11 mesi prima che il loro partito fosse battuto alle elezioni di Midterm del 1994 e del 2010, Clinton e Obama avevano il 54% di consensi, Trump è al minimo storico con il 35%.
In base alla mia esperienza politica è difficile rovesciare una tendenza di questo genere. Certo, la politica si gioca sulle emozioni, ma anche sui numeri e ora i numeri sembrano decisamente a favore dei democratici.
L’intensità è un fattore sempre difficile da valutare in termini elettorali in un anno intermedio. I democratici sono galvanizzati. Ma la mappa delle elezioni al Senato favorisce il Partito repubblicano, anche dopo l’Alabama. I democratici devono difendere i seggi negli Stati «rossi» in cui Trump rimane relativamente forte.
La base populista
La base politica populista e conservatrice di Trump è rimasta salda e tutte le sue decisioni politiche e diplomatiche sembrano dirette solo a volersene conservare il favore. Questa lealtà è un dato che non dovrebbe essere sottovalutato. Il jolly, in questo caso, è la nuova legge fiscale. Trump otterrà credito per la vittoria, con un beneficio economico a breve termine, o la riforma diventerà un nuovo Obamacare - un impopolare fardello? Forse, come dicono i repubblicani, l’alta marea fa galleggiare tutte le barche e tutti ne beneficeranno. Questo risultato contribuirebbe inevitabilmente a salvare in parte i repubblicani nelle elezioni di Medio termine.
Ma nel 2010 la ripresa economica ha aiutato ben poco i democratici. Inoltre, la nuova legge fiscale fa poco per la classe media e per i poveri, elettori di Trump in posti come il Michigan, il Wisconsin e l’Ohio. Se la delusione in campo economico inizia a infiltrarsi in quella base - che ha già mostrato segni di sfilacciamento nei sobborghi bianchi - questo insieme al crescente vantaggio numerico dei democratici, mi porta a prevedere per il prossimo novembre un significativo riallineamento politico in America.
Potrebbe davvero arrivare un’onda - un’onda blu per i democratici, che potrebbero riconquistare un ramo del Congresso e rovinare per sempre il corso della presidenza Trump.

La Stampa 28.12.17
Usa, la violenza degli Antifa per combattere i suprematisti
I movimenti di sinistra usano i metodi dell’ultradestra per fermare l’odio
di Paolo Mastrolilli


Il movimento del nazionalismo bianco, rilanciato con forza sulla scena politica americana in corrispondenza con la campagna presidenziale di Donald Trump, ha generato la sua nemesi. Un movimento Antifa, cioè antifascista, pronto ad usare gli stessi metodi violenti degli avversari della destra alternativa, Alt-right, contro cui sta conducendo la sua «resistenza». Il risultato, qualunque sia l’opinione che ognuno ha su queste due forze opposte e drammaticamente uguali, è che l’America rischia di scivolare sempre di più verso una spaccatura che sconfina nel tribalismo, e davvero minaccia di esporla alla decadenza.
Durante le presidenziali la destra estrema, razzista e suprematista, non aveva fatto mistero di sostenere Trump. E lui aveva fatto il possibile per non perdere i suoi voti, ad esempio quando aveva detto di non poter prendere le distanze dal neonazi David Duke perché non conosceva bene le sue posizioni, salvo poi ravvedersi. La Alt-right, corteggiata dal consigliere Bannon, si era sentita incoraggiata dalla sua vittoria. E a Charlottesville aveva ucciso un avversario, durante un fine settimana di proteste in cui aveva acceso le torce dei linciaggi del Ku Klux Klan, e contestando la rimozione della statua del generale sudista Lee aveva gridato che «gli ebrei non ci rimuoveranno».
Sull’altro fronte, questa offensiva ha generato un movimento opposto e uguale, che M. Scott Mahaskey ha documentato con un fotoreportage pubblicato dal sito Politico. Mahaskey è andato alle proteste degli Antifa, dimostrando che ormai usano gli stessi metodi dei nazionalisti bianchi: «Vogliono reprimere con la forza ogni forma di promozione dell’odio», gli ha detto il professore di Dartmouth Mark ray che li studia. E pazienza per il Primo emendamento della Costituzione, che in teoria garantirebbe anche ai neonazi il diritto di esprimersi. Scott lo ha provato scattando foto a Berkeley, mentre gli Antifa colpivano un sostenitore di Trump con un cartello dove c’era scritto «No Hate», no all’odio. Solo l’intervento del giornalista radio Al Letson, che si era gettato sul corpo della vittima per fargli scudo, aveva evitato il peggio. L’Fbi, secondo Mahaskey, è molto preoccupata da questa dinamica, e si aspetta un’esplosione di scontri violenti durante il 2018, perché i nazionalisti bianchi hanno in programma una serie di manifestazioni, e gli Antifa hanno promesso di andare a tutti questi eventi per contrastarli.
Ci sarebbe da discutere se neonazi e antifascisti possono essere messi sullo stesso piano morale, ma il problema è più grande della loro rivalità, e riguarda la spaccatura culturale che ormai affligge l’America da trent’anni. L’inizio di questa dinamica si può far risalire all’elezione di Bill Clinton nel 1992, che fu rifiutata dai repubblicani. In passato c’erano stati scontri politici duri, ma una volta eletto un presidente si accettava, e si faceva almeno il tentativo di trovare punti di contatto bipartisan, tipo Reagan con lo speaker democratico della Camera O’Neill. Con Clinton questo è cambiato, forse perché dietro c’era una spaccatura culturale su temi considerati non negoziabili, come quelli della vita o della fede religiosa. La situazione era peggiorata con Bush, mentre dopo l’elezione di Obama l’attuale leader repubblicano al Senato, McConnell, aveva detto che la sua missione era farlo fallire a ogni costo.
Trump non ha nemmeno provato a diventare il presidente di tutti gli americani, perché non pensa di poter attirare voti fuori dalla sua base. Questa strategia ha funzionato bene nelle elezioni del 2016, e lui si prepara a ripeterla nel 2020. È un leader «consequential», cioè sta cambiando il Paese, ma solo realizzando i desideri dei propri sostenitori. Se i tagli alle tasse o la crescita economica gli consentiranno di allargare il numero dei suoi elettori, bene; sennò punterà a rivincere con la stessa coalizione del 2016. Il problema è che governando in maniera così partisan accentua la spaccatura tribale dell’America, che sta diventando la vera emergenza e l’ombra sul suo futuro.

La Stampa 28.12.17
Ritornare da Auschwitz
La tragedia degli ebrei italiani
Elisa Guida racconta le peregrinazioni dei superstiti che rientrarono dai campi, tra solidarietà e indifferenza
di Mario Toscano


Al termine della Seconda guerra mondiale, circa un milione di cittadini italiani attendeva con ansia di rientrare in patria. Erano prigionieri di guerra catturati dagli eserciti alleati tra il 1940 e il 1943, militari fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre, lavoratori coatti, deportati politici e razziali. Un Paese devastato dalla guerra e dalla sconfitta e una società alle prese con la propria ricostruzione politica, materiale e morale, dovevano impegnarsi nel favorire il ritorno e il reinserimento di una massa di persone provata da esperienze drammatiche e da terribili sofferenze.
Alla scarsezza delle risorse disponibili, si aggiungevano le conseguenze della condizione di Paese sconfitto: l’Italia, infatti, non poteva organizzare direttamente missioni di soccorso, in particolare per i deportati, ma limitarsi all’assistenza dei reduci nel momento in cui rientravano nei confini nazionali. In questo drammatico contesto, particolarmente difficile era la situazione dei pochi ebrei sopravvissuti alla deportazione (meno di 700 su oltre 8.000 deportati). Perseguitati e deportati in quanto ebrei, non tornavano né in quanto italiani - formalmente non rientravano nella categoria dei reduci - né in quanto ebrei - non essendo prevista per essi nessuna iniziativa specifica. Le delicate e complesse problematiche di questa vicenda sono affrontate con rigore e sensibilità in un volume di Elisa Guida (La strada di casa. Il ritorno in Italia dei sopravvissuti alla Shoah, Viella, 2017), che integra i dati forniti dalla documentazione archivistica con le testimonianze individuali, illuminando gli aspetti istituzionali della questione con le suggestioni, le immagini e gli stimoli offerti dalle esperienze degli scampati allo sterminio.
Ampia attenzione è dedicata alla lunga marcia verso casa dei sopravvissuti al lager di Auschwitz, segnata da storie drammatiche, tra cui spicca la dettagliata ricostruzione di quella del sedicenne Piero Terracina, che offre una vivace testimonianza sul ruolo potenziale delle istituzioni e dei loro rappresentanti nel contribuire a lenire le ferite inferte dalla deportazione. Ricoverato nel sanatorio di Soci, sul mar Nero, appresa casualmente la notizia della presenza di un rappresentante diplomatico italiano a Mosca, il giovane avviò una corrispondenza - rinvenuta nell’archivio del ministero degli Esteri - alla quale l’ambasciatore Pietro Quaroni rispose con parole di conforto ed esortazione, utili a mitigare il clima incerto e difficile che dominava l’attesa del ritorno.
Attraverso lo studio delle vicende individuali, Guida illustra con cura le condizioni (la salute, l’età, la solidarietà) che potevano favorire il difficile ritorno a casa, e soprattutto indaga sul suo significato di viaggio interiore, di parentesi tra due fasi drammatiche dell’esistenza, nel richiamo frequente al racconto paradigmatico di Primo Levi.
Una tregua tra la guerra da cui si usciva e quella che si profilava per continuare a vivere, in cui esplodeva il contrasto tra il mondo esterno e il mondo interiore dei sopravvissuti; affioravano il timore e le angosce di fronte alla prospettiva di rientrare in case vuote di persone e di affetti e il divario incolmabile tra il sogno e la realtà del rimpatrio, esplicitato da tanti episodi che testimoniavano il disinteresse diffuso per i tormenti patiti, come documenta la delusione di un sopravvissuto al momento del rientro in patria: «che c’eravamo messi in testa?». Una domanda drammatica che non può essere lenita, alla quale questo volume fornisce un inquadramento storicamente adeguato e umanamente partecipe.
Il famigerato cancello del lager di Auschwitz, oggi nel sud della Polonia, con la scritta «Arbeit Macht Frei» (Il lavoro rende liberi)

La Stampa 28.12.17
L’anno del traffico tra stelle e pianeti
Al via le nuove missioni su Marte e Mercurio La Cina vuole la Luna e il Giappone punta agli asteroidi
di Antonio Lo Campo


Il 2018 sarà un grande anno per l’esplorazione del cosmo. Soprattutto per l’esplorazione del nostro Sistema Solare. Si torna su Marte con una sonda Nasa e Cina e India sono pronti per la Luna, mentre l’Europa punta a Mercurio. «Scusate il ritardo» è lo slogan della missione «InSight».
Doveva decollare qualche giorno prima di «ExoMars», nel marzo 2016, ma vari problemi tecnici ne hanno fatto slittare il lancio al prossimo 5 maggio, in cima ad un razzo Atlas V. Dovrà raggiungere Marte in otto mesi e tentare una discesa sulla Elysium Planitia. In questa regione la sonda americana studierà ciò che avviene al di sotto della superficie, dalle caratteristiche geologiche fino all’attività sismica.
La riscossa dell’Asia. Il prossimo marzo toccherà all’agenzia spaziale indiana tentare un secondo lancio verso la Luna. La sonda «Chandrayaan 2» è più grande e complessa della precedente, la numero 1: consiste in una parte orbitante e in un modulo di atterraggio che dovrà «allunare» assieme a un rover di realizzazione russa.
Sulla Luna, però, puntano a tornare anche i cinesi. Rimandata al 2019 la missione di recupero e rientro a Terra dei campioni selenici, per l’autunno 2018 è in programma il lancio di «Chang’e 4»: il robot sarà il primo a far discendere sulla faccia nascosta del satellite un modulo di atterraggio e un rover, che la esplorerà per 90 giorni. È questa la seconda missione lunare consecutiva dell’agenzia spaziale cinese, dopo che «Yutu» (portato da «Chang’e 3») compì un’esplorazione nel 2013.
Un po’ prima, in giugno, è previsto invece l’arrivo sull’asteroide Ryugu della sonda giapponese «Hayabusa 2»: deve recuperare un campione roccioso grazie a un paio di «lander», mentre la cugina della Nasa «Osiris-Rex» raggiungerà un altro asteroide. Si tratta di Bennu, che può contenere indizi preziosi sulla storia del Sistema Solare.
A caccia di altri pianeti. Un’altra data-chiave è il 20 marzo, quando un razzo «Falcon 9» porterà in orbita da Cape Canaveral il satellite Usa «Tess» (acronimo di «Transiting Exoplanet Survey Satellite»). Una volta collocato in una posizione molto ellittica attorno alla Terra, dovrà identificare nuovi esopianeti: da quelli di dimensioni e caratteristiche terrestri fino ai giganti gassosi. In particolare dovrà rivelarne le caratteristiche, a cominciare da quelle - fondamentali - dell’atmosfera.
In una finestra tra luglio e agosto 2018 a partire sarà un’altra missione della Nasa, la «Parker Solar Probe». Obiettivo è il Sole e lo raggiungerà con una serie di «flyby», vale a dire di giganteschi rimbalzi, sfruttando la gravità di Venere: arriverà alla minima distanza dalla nostra stella nel dicembre 2024, ad «appena» 5,9 milioni di chilometri, otto volte inferiore all’attuale record.
Show di «Bepi Colombo». Con una finestra di lancio che si aprirà il 5 ottobre sarà il momento della sonda europea dell’Esa «Bepi Colombo»: è molto italiana non solo nel nome, ma per la tecnologia e la scienza «made in Italy» a bordo. Realizzata con il contributo della Thales Alenia Space, verrà inviata verso Mercurio da un vettore «Ariane 5». È stata dedicata allo scienziato italiano Giuseppe «Bepi» Colombo: fu lui, nel 1974, grazie a una serie di calcoli interplanetari, a convincere la Nasa a modificare il programma della «Mariner 10». Inizialmente ideata solo per l’esplorazione di Venere, eseguì diversi «flyby» con Mercurio, fino ad allora mai visitato. Ma stavolta «Bepi Colombo» sarà la prima sonda inviata appositamente per compiere una dettagliata esplorazione del misterioso pianeta più vicino al Sole.

Corriere 28.12.17
Oltre a re, poeti e filosofi ecco i Greci comuni
Bongustai maschilisti e cittadini impegnati
di Eva Cantarella


Un giorno ad Atene. Perché Atene, di tutta la Grecia? Per due ragioni: perché è la città sulla quale abbiamo più informazioni e perché è quella alla quale pensiamo quando torniamo con la mente a quel mondo che abbiamo per tanto tempo e troppo a lungo mitizzato, arrivando a parlarne come del «miracolo greco». E anche se oggi sappiamo che alle spalle del presunto miracolo stavano millenni di contatti e reciproci influssi con le più antiche civiltà orientali, verso le quali i Greci (e l’Europa) hanno non pochi debiti culturali, questo non impedisce che Atene continui a essere un punto di riferimento imprescindibile della nostra storia. Ed è per questo e in quest’ottica che cercheremo di individuarne le ragioni ripensando, soprattutto, alla vita quotidiana della massa eterogenea di persone che in età classica vi conviveva. Ma come, in quali condizioni?
Dal punto di vista urbanistico, la città era divisa in due parti: quella alta, sull’Acropoli, dove abitavano gli dèi, nei loro splendidi templi, oggetto di orgoglio degli Ateniesi e di ammirazione dei visitatori; e quella bassa, il centro cittadino dove si trovava l’Agorà, una larga piazza aperta circondata da edifici pubblici, e dove gli Ateniesi trascorrevano praticamente la giornata. Nelle loro abitazioni, infatti, essi passavano ben poco tempo. D’altronde le case non erano molto confortevoli: collocate, tranne che nei quartieri più eleganti, ai lati di strade prevalentemente strette, umide e tortuose, garantivano un benessere molto limitato. A causa della scarsità d’acqua molte non avevano servizi igienici: quel che andava eliminato veniva depositato in strada, o più spesso gettato dalle finestre. Inoltre stare in casa non era molto stimolante. Unica compagnia i bambini e le donne (la cui sola funzione era quella riproduttiva) che, non partecipando alla vita sociale, passavano gran parte della giornata in una zona a loro riservata, lontana dall’ingresso, così da non essere esposte a sguardi estranei: anche se non è vero che vivevano chiuse nei ginecei (in Grecia non esistevano), le donne elleniche erano pesantemente discriminate.
Detta la qual cosa, peraltro, va anche detto che vi erano persone trattate molto peggio di loro: gli schiavi (per Aristotele «strumenti animati»), considerati oggetto di proprietà e non soggetto di diritto, a dare un’idea dei cui rapporti umani con il padrone (e quindi delle loro condizioni di vita) soccorre la regola per cui, se chiamati dal padrone a testimoniare in giudizio in suo favore, data la loro presunta natura menzognera prima di farlo dovevano essere sottoposti a tortura. Ma poiché la schiavitù, oggi inconcepibile, nell’antichità era considerata naturale, passiamo a un’altra crudelissima ingiustizia, più tipicamente greca: la sorte dei pharmakoi , veri e propri capri espiatori mantenuti a spese pubbliche al fine di essere bruciati vivi per placare l’ira degli dèi quando questi mandavano una pestilenza o altro segnale che comunicava la loro indignazione.
E che dire dell’avarizia degli ateniesi di fronte alla concessione agli stranieri della cittadinanza? A darne un’idea basterà ricordare che non la riconobbero neppure ai meteci, gli stranieri residenti ad Atene la cui attività era fondamentale per l’economia cittadina (e che comunque pagavano alla città una apposita tassa). Per non parlare, sul piano della politica internazionale, del loro imperialismo e di quel che accadde agli abitanti dell’isola di Melo, spietatamente e freddamente sterminati per essere rimasti neutrali nella guerra contro Sparta.
Atene insomma aveva i suoi difetti, e la vita in città non pochi lati negativi. Ma questo non impedisce che, per altri aspetti, essa riserbi inaspettate e piacevoli sorprese. Se torniamo sull’Agorà, nella zona del mercato, scopriamo ad esempio che il commercio era sottoposto all’attento controllo di una serie di funzionari specializzati, ad alcuni dei quali spettava il compito di controllare che pesi e misure corrispondessero ai dettami di legge e a quanto dichiarato dalle parti; ad altri quello di fissare il prezzo del grano, e ad altri ancora di controllare che i prodotti venduti fossero genuini e non adulterati. E a proposito di alimenti è doveroso ricordare che la Grecia è il Paese dove è nata la gastronomia e gli chef erano personaggi così conosciuti e celebrati da indurre persino Platone nel Gorgia a citare un tal Mithaeus, definendolo come «il Fidia delle cucina».
E veniamo infine all’aspetto più interessante della vita dell’uomo greco, l’impegno quotidiano che occupava il suo tempo e i suoi pensieri: il mestiere di cittadino. Il sistema politico era una democrazia radicale e diretta, tutti i cittadini avevano il diritto di partecipare alle pubbliche assemblee in cui si decidevano a maggioranza le questioni di pubblico interesse, sia ordinarie sia straordinarie, e i voti dei partecipanti avevano tutti lo stesso valore. Come negare ai Greci il merito e la grandezza di aver inventato il concetto di democrazia? Troppo facile oggi mettere in evidenza i limiti dell’applicazione di quel concetto. Come dimenticare che le cariche pubbliche venivano assegnate per sorteggio, e che a evitare i possibili rischi il sorteggiato per accedere alla carica doveva superare un esame ( dokimasia ), durante il quale gli si chiedeva tra l’altro se aveva pagato le tasse e fatto il servizio militare? E ancora: a chi aveva dilapidato il patrimonio Solone aveva vietato di partecipare alle assemblee perché, scrive Eschine, «credeva impossibile che uno stesso uomo fosse cattivo nelle questioni private e buono in quelle pubbliche, e che non si dovesse concedere la parola a chi era capace nei discorsi, ma non nella vita». Come non essere colpiti dal fatto che millenni or sono i Greci pensavano che le cariche pubbliche dovessero essere esercitate da persone degne, e cercassero di assicurarsi che questo accadesse? Per continuare a esser loro grati dell’eredità che ci hanno lasciato non c’è bisogno di mitizzarli: basta pensare che neppure loro erano perfetti.

Corriere 28.12.17
Condanna e conquista. Il lavoro rende uomini
L’opera creativa per trasformare l’ambiente
Fattore di produzione e fonte d’identità sociale
di Antonio Carioti


Tra le componenti essenziali della vita quotidiana, in ogni epoca, c’è il lavoro, anche se le sue forme e declinazioni variano molto con il tempo, dal punto di vista materiale come da quello culturale: «Fino all’affermazione dell’etica protestante — ricorda a tal proposito lo storico Stefano Musso — il lavoro è visto come una sorta di dannazione divina, una punizione inflitta all’uomo per fargli scontare il peccato originale. Poi al contrario diventa partecipazione dell’uomo stesso all’opera creativa di Dio, assumendo quindi una dimensione ideologica di grande valore. Sotto un altro profilo, il lavoro in epoca preindustriale occupa tutta la vita e tutto il giorno, dall’alba al tramonto, ma ha ritmi piuttosto blandi e prevede interruzioni di vario genere legate alla socialità. Con la produzione di massa il lavoro diventa oggetto di un contratto, con cui il dipendente mette le sue energie e capacità a disposizione di un imprenditore. E comincia il conflitto per la riduzione degli orari, inizialmente lunghissimi, che diventa uno degli impegni primari delle organizzazioni sindacali. Ormai è netta la distinzione netta tra tempo di lavoro e tempo libero».
Musso ha curato la parte relativa al XX secolo dell’opera in più volumi Storia del lavoro in Italia , in corso di pubblicazione presso l’editore Castelvecchi. Il direttore del progetto, Fabio Fabbri, sottolinea che sarebbe sbagliato considerare questo fenomeno da un’angusta prospettiva economicista: «Bisogna guardare alla figura del lavoratore come elemento centrale della struttura sociale, analizzando le analogie e le differenze tra le diverse epoche. Sotto il profilo giuridico il contratto di lavoro salariato nasce in Italia a fine Ottocento, ma è chiaro che forme di dipendenza nella prestazione d’opera risalgono molto indietro nel tempo. In epoca romana c’è l’istituto della schiavitù, che copre un caleidoscopio molto ampio di attività. E bisogna vedere dove collochiamo, per esempio, gli artigiani che lavoravano nelle prime officine tessili del Medioevo».
Un tema di grande interesse è quello dell’occupazione femminile, che ha conosciuto, osserva Musso, diverse trasformazioni nel corso del tempo: «Non si tratta di un fenomeno recente. A parte le incombenze domestiche, le donne hanno sempre lavorato nelle diverse attività a conduzione famigliare e hanno sempre dato un contributo notevole all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. Anche alla prima industrializzazione hanno partecipato in modo massiccio nell’industria tessile, che fu all’epoca il settore trainante della manifattura. È anche vero però che le operaie tendevano a lasciare il lavoro quando si sposavano e avevano figli. Comunque anche da mamme non si limitavano a fare le casalinghe, quasi sempre integravano il bilancio famigliare, spesso assai magro, con attività a domicilio, soprattutto di sartoria, o a tempo parziale: svolgevano compiti di lavandaie, stiratrici, collaboratrici domestiche. Sparivano dalle statistiche ufficiali sull’occupazione, ma operavano in una sorta di economia grigia. Solo in tempi piuttosto recenti, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, le donne italiane sono entrate stabilmente nel circuito del lavoro regolare, per conquistarsi un’autonomia o per portare a casa un altro stipendio oltre a quello del marito».
Insomma, se esaminato in una prospettiva ampia, spingendosi oltre i dati forniti dalle fonti istituzionali, il campo del lavoro si rivela una chiave di lettura preziosa delle trasformazioni sociali: «A mio parere — sostiene Fabbri — si tratta dell’asse portante e unificante della storia umana, uno strumento eccezionale di lettura sincronica delle diverse civiltà. Ovviamente bisogna esaminarlo in tutti i suoi aspetti: il lavoro non è mai stato solo un fattore di produzione, si è sempre incrociato con fattori culturali e religiosi. Ecco perché, se per esempio ci riferiamo all’età romana, non basta occuparsi degli agricoltori o degli schiavi domestici: bisogna considerare i commercianti, i medici, gli attori, i militari, gli artisti, la prostituzione. Tutto ciò ha anche ricadute attuali, perché accendere i riflettori sulla figura del lavoratore a tutto tondo vuol dire anche porre l’esigenza di rivalutarne il ruolo per contrastare la disgregazione sociale della nostra epoca».

Repubblica 28.12.17
Blitz
Barbareschi in manovra 4 milioni in più all’Eliseo
E Franceschini si arrabbia
Luca Barbareschi, 61 anni, ha preso la gestione e la direzione artistica del Teatro Eliseo di Roma nel 2015. Ha dichiarato ad aprile 2017 la crisi del teatro di via Nazionale. A maggio la manovrina gli ha garantito 8 milioni di euro (in due anni) extra Fus. 4 milioni sono stati cancellati dal Codice dello Spettacolo e ora gli vengono ridati con l’emendamento alla legge di bilancio
di Anna Bandettini Valentina Conte


I nuovi fondi grazie all’emendamento Prestigiacomo approvato in sordina con il sì del governo. Il ministro: “Una forzatura, io informato solo dopo”
RomaSembra quasi un appuntamento fisso: “ l’emendamento Barbareschi” di fine anno. Era successo nel 2016 con la richiesta del senatore pd Astorre - poi ritirata - nel Milleproroghe. È successo di nuovo la notte del 20 dicembre, durante le ultime battute per l’approvazione della manovra, quando in commissione Bilancio della Camera, presieduta da Francesco Boccia ( Pd), viene approvato un emendamento presentato da Stefania Prestigiacomo (Forza Italia) per assegnare 4 milioni di euro nel 2018 al teatro Eliseo di Luca Barbareschi. L’emendamento passa all’unanimità, grazie anche a una furbata: un ritocco alle tabelle del bilancio dello Stato, senza mai citare né il regista produttore, né la sala romana di via Nazionale, teatro da tempo in difficoltà.
« Barbareschi si è rivolto a Forza Italia per recuperare i 4 milioni che prima gli erano stati assegnati e poi tolti » , ammette l’ex ministro Prestigiacomo. «Si danno soldi a tutti i teatri, se c’è necessità. Non vedo perché non si debba aiutare anche l’Eliseo, uno dei più importanti d’Italia. E poi il mio emendamento, approvato con il parere positivo di Boccia e anche del governo nella persona del sottosegretario Baretta, prevede solo un generico aumento del Fondo unico per lo spettacolo di 4 milioni. Sarà il ministro Franceschini, se riterrà, a destinarli a Barbareschi, come da loro precedente accordo. Così almeno mi ha detto Barbareschi».
Reagisce subito il ministro della Cultura Dario Franceschini, da mesi impegnato a contrastare i finanziamenti “ ad personam” all’Eliseo: « Trovo quell’emendamento un errore e una forzatura. Ovviamente io devo rispettare tutte le decisioni del Parlamento, ma si deve sapere che sono stato informato ad approvazione già avvenuta, nel caos dell’ultima notte della legge di Bilancio. Una cosa è aiutare un teatro privato in difficoltà, come il Parlamento aveva già deliberato di fare, un’altra cosa aggiungere ulteriori 4 milioni. Tutto ciò contrasta con lo spirito della nuova legge sullo spettacolo dal vivo che abbiamo approvato proprio per introdurre migliori criteri di distribuzione delle risorse pubbliche legati a principi di equità e a parametri oggettivi».
A ben vedere, i fatti sono diversi da come li racconta Prestigiacomo. Lo rivela il resoconto parlamentare. La deputata di Forza Italia «precisa che l’emendamento è volto ad integrare il finanziamento di cui all’articolo 22, comma 8 del decreto legge 50 del 2017». Il riferimento è alla manovra correttiva della scorsa primavera. In quel decreto legge è lo stesso governo a stanziare 2 milioni per il 2017 «in favore del teatro di rilevante interesse culturale “ Teatro Eliseo”, per spese ordinarie e straordinarie, al fine di garantire la continuità delle sue attività in occasione del centenario della sua fondazione».
Denari che però in Parlamento si moltiplicano per quattro, grazie a due emendamenti dei deputati Giorgetti (Fi) e Boccadutri ( Pd) approvati all’unanimità: 8 milioni, metà per il 2017 e il resto sul 2018. Si scatena la bufera in tutto il mondo del teatro. Critiche, accuse, polemiche fortissime. È così che nel Codice dello Spettacolo, approvato in novembre, almeno i 4 milioni del 2018 ( impossibile toccare quelli del 2017) vengono dirottati sui teatri delle quattro Regioni terremotate. Barbareschi non ci sta. E chiede alla Prestigiacomo di ripianare la cifra in manovra, « perché, mi ha detto, aveva già impegnato progetti e poi il ministro è d’accordo » , racconta lei. In commissione Bilancio dunque Prestigiacomo non nasconde la finalità dell’emendamento. E i deputati sanno cosa stanno votando.
E ora cosa succede? Il ministero della Cultura ritiene di avere le mani legate. I 4 milioni sarebbero vincolati all’Eliseo. Alla faccia delle fondazioni liriche, ad esempio. Per le più virtuose tra loro il “premio” si riduce da 20 a 15 milioni. Per l’Eliseo sale.

Repubblica 28.12.17
L’Est europeo
Depenalizzate le tangenti Bucarest torna in piazza
Dopo la Polonia, anche la Romania va in battaglia contro i giudici. E prepara lo scontro con l’Ue
di Andrea Tarquini


Ormai in Romania la maggioranza eletta al potere punta al tutto per tutto, alla vittoria finale contro società civile e magistratura anticorruzione. Poco dopo il passaggio definitivo a Varsavia delle leggi che secondo la Ue abrogano l’indipendenza del potere giudiziario (e anni dopo simili passi in Ungheria), i deputati del Partito socialdemocratico di governo hanno approntato una legge per depenalizzare la corruzione per ogni reato contestato sotto i 200mila euro. Giorni fa, avevano fatto passare leggi che limitano l’autonomia dei giudici sottoponendoli agli ordini del ministero della Giustizia e minacciandoli di sequestro dell’abitazione.
Invano il capo dello Stato, il liberalconservatore europeista Klaus Iohannis, ha lanciato l’allarme. «Se continuano cosí, toccherà alla nostra Patria, dopo la Polonia, incorrere in procedure punitive del’Unione europea accusati di violazione di valori costitutivi e principi dello Stato di diritto; chi non lo vede o fa finta di non capirlo vive sulla luna», ha detto il presidente. Sa che la società civile è migliore dei governanti, vuole difendere l’appartenenza alla Ue grazie a cui la Romania ha la piú alta crescita in Europa. Ma il Partito socialdemocratico al potere vuole salvare i suoi molti politici di rango da sospetti, indagini e condanne. A cominciare dal leader storico Liviu Dragnea, il personaggio piú influente del maggiore paese balcanico. Già condannato con la condizionale, non può ricoprire incarichi esecutivi, ma è presidente della Camera e i suoi lo seguono senza condizioni. Dice la sua su ogni nomina. Anche ora, notano fonti diplomatiche e della Giustizia, che è nuovamente indagato per malversazione di fondi europei nella ristrutturazione di un centro sportivo.
La proposta di legge di un gruppo di deputati del Partito socialdemocratico ( che fa parte nella Ue del Partito socialista europeo) prevede di depenalizzare i presunti reati di corruzione per somme inferiori all’equivalente di duecentomila euro. E poi: derubricare condanne non oltre i tre anni. Pene piú leggere per chi accetta tangenti. Depenalizzare tentativi di ottenere favori sessuali in cambio di aiuti sul lavoro o simili. E incassare tangenti per conto di altri non sarebbe piú reato.
È la seconda volta in un anno che la maggioranza ci prova. Alla fine dell’anno scorso fu costretta alla marcia indietro dopo l’ondata di proteste della società civile. Le proteste ora sono tornate, appaiono endemiche. Il primo ministro Mihai Tudose ieri ha voluto tendere la mano ai dimostranti. Ricevendo rappresentanti della società civile e promettendo loro che dialogherà con l’Unione europea. «Ma l’esito di questo incontro non ci ha soddisfatti», hanno detto in serata i dirigenti delle Ong, « non ci resta che tornare a chiamare i cittadini in piazza».

Repubblica 28.12.17
Intervista a Laura Codruta Kovesi (Dna)
di A. Tar.


“La lotta alla corruzione è la difesa dei valori europei”
Diffamata e minacciata, Laura Codruta Kovesi non ha paura.
Guida la Directia Nationala Anticoruptiei (Dna), è l’eroina della società civile.
Quale futuro ha la lotta alla corruzione in Romania?
«Mi sento molto legata al dovere e motivata, con tutto il team.
Lavoriamo con professionalità e responsabilità. Per contribuire all’obiettivo dei cittadini: costruire una società più pulita dove la corruzione sia eccezione e non regola. Le nostre indagini hanno svelato metodi per drenare risorse pubbliche a beneficio di privilegiati e a spese della maggioranza».
E la società civile vi capisce?
«Anno dopo anno, sempre più cittadini hanno capito quanto sia pericolosa la corruzione e importante colpirla. Per loro è priorità».
Perché tanti cosiddetti vip sfidano la legge?
«Identificarli e punirli è importante, ma non basta, servono misure preventive nel diritto penale. Abbiamo individuato le aree vulnerabili: nomine pubbliche, Sanità, infrastrutture, appalti, pubblica istruzione».
Quali sono le sue priorità nella battaglia?
«Le priorità le decidiamo ogni anno secondo l’evoluzione del fenomeno criminale. Negli ultimi anni: corruzione in servizio sanitario, appalti, uso dei fondi europei, con effetti a catena. E la corruzione blocca lo sviluppo, la qualità della vita degenera. Un profondo effetto-domino nelle strutture costitutive di una società.
Cattive strade a caro prezzo, anche con fondi europei, pazienti costretti a pagare per servizi medici, edifici privati costruiti in una notte su suolo pubblico.
Dobbiamo combattere».
Ha ricevuto minacce o intimidazioni?
«Negli ultimi anni il metodo d’intimidazione più usato erano attacchi pubblici dei politici indagati. Ora sono passati a leggi e proposte di legge contro la nostra indipendenza ed efficienza. La diffamazione contro la DNA e la giustizia ha raggiunto livelli incredibili, da calunnie fino a contratti con aziende specializzate in intimidazione o disinformazione. Ora vogliono cambiare le leggi per toglierci indipendenza e depenalizzare per salvare indagati condannati in nove casi su dieci. La sfida più critica è garantire l’indipendenza della DNA e la stabilità della legislazione anticorruzione».
I politici indagati la accusano di essere di parte, lei che cosa risponde?
«Non produciamo dossier politici. Ci basiamo su prove. Ci attaccano per esautorarci e intimidire. Ma siamo nella Ue, ci battiamo per valori europei».