mercoledì 27 dicembre 2017

Corriere 27.12.17
Lo spettro massonico
La chiesa condannò i «liberi muratori» esagerando molto la loro influenza
Un saggio di Fulvio Conti, pubblicato in un volume a cura di Giorgio Fabree Karen Venturini (il Mulino), mostra che le logge ebbero una parte di rilievonella Rivoluzione francese e sotto Napoleone, non nel Risorgimento italiano
di Paolo Mieli


Perfino Gioacchino Belli, che pure fu un implacabile fustigatore del malcostume nello Stato pontificio, ebbe sentimenti non simpatizzanti nei confronti della massoneria e condivise al fondo l’ostilità della Chiesa ai liberi muratori. Nel 1838 Belli scrisse un sonetto, Li rivoltosi , in cui lasciò trasparire la propria diffidenza per i massoni: «Chiameli allibberàli o fframmasoni/ O ccarbonari, è sempre una pappina/ È sempre canaijaccia ggiacubbina/ Da levàssela for de li cojjoni». Segno che il pregiudizio antimassonico si diffuse nell’Ottocento anche in ambienti che non possono essere considerati di stretta osservanza cattolica. Nel saggio Dalla condanna al dialogo: tre secoli di relazioni tra Chiesa e massoneria — che uscirà nel libro, edito dal Mulino, curato da Giorgio Fabre e Karen Venturini, La Chiesa tra restaurazione e modernità (1815-2015) — Fulvio Conti ricostruisce le condanne della Chiesa a partire dalla lettera apostolica In eminenti (1738), con la quale, esattamente un secolo prima del sonetto del Belli, papa Clemente XII stabiliva il divieto, pena la scomunica, di affiliazione alla massoneria e ad altre associazioni dello stesso tipo «contrarie alla sicurezza dei regni» nonché — a suo dire — in grado di causare «mali gravissimi non solo alla tranquillità degli Stati, ma anche alla spirituale salvezza delle anime».
La massoneria aveva all’epoca 21 anni. Il suo atto di nascita, ricorda Conti, viene infatti comunemente individuato nella decisione adottata da quattro logge inglesi, il 24 giugno 1717, di dar vita alla Grand Lodge of London. Sei anni dopo la «loggia madre» si dotò di un corpo di norme statutarie, Constitutions of the Free-Masons , codificate dal reverendo James Anderson, pastore della Chiesa presbiteriana scozzese. La Chiesa cattolica intuì immediatamente che quello dei «Liberi muratori» era un fenomeno con grandi potenzialità di proselitismo e si sentì minacciata. Nel 1739, l’anno successivo a quello della succitata lettera del Papa, un editto del cardinale Giuseppe Firrao, segretario dello Stato pontificio, ribadì il divieto per i fedeli di affiliarsi a quelle «perniciosissime aggregazioni», minacciando la confisca dei beni e addirittura la pena di morte per coloro che non avessero obbedito all’ingiunzione del pontefice. Proprio così: la pena di morte. Punizioni che per di più avrebbero dovuto essere inflitte, secondo l’editto, «irrimediabilmente e senza speranza di grazia». Ma queste disposizioni caddero sostanzialmente nel vuoto. E, anzi, durante la guerra di Successione austriaca (il conflitto che tra il 1740 e il 1748 consacrò, su versanti opposti, Maria Teresa d’Asburgo e Federico II di Prussia) «ideali e modello associativo della libera muratoria», scrive Conti, «conobbero una grande espansione grazie alla nascita di logge militari, che ebbero una particolare diffusione nel mondo germanico». Così il successore di papa Clemente, Benedetto XIV, con la bolla Providas Romanorum Pontificum nel 1751 si sentì in dovere di aggiungere di suo uno specifico invito a tutti i sovrani e ai governi a che bandissero la massoneria. Tra i più lesti ad accogliere l’esortazione papale, in quello stesso anno, furono Carlo di Borbone a Napoli e Ferdinando VI a Madrid. Nel contempo però — a bilanciamento dell’iniziativa pontificia — si ebbe una certa sovrapposizione tra le idee della massoneria e quelle dell’Illuminismo.
Poi la Rivoluzione americana del 1776 presentò, secondo Conti, «la realizzazione empirica, nell’elaborazione costituzionale e nella pratica di governo, dei valori espressi dalla cultura dell’Illuminismo». E della massoneria. La Gran loggia d’Austria giunse a proclamare che «ogni loggia era una democrazia», mentre la massoneria danese negli anni Sessanta affermava che la «libertà repubblicana» era un bene oltremodo prezioso. Nel 1779 la loggia parigina Noef Soeurs, a cui era affiliato Voltaire assieme a molti altri intellettuali, accolse con grandi elogi Benjamin Franklin e presentò i propri appartenenti come «cittadini della democrazia massonica». E a ridosso della Rivoluzione francese — come ha individuato Giuseppe Giarrizzo in Massoneria e Illuminismo nell’Europa del Settecento (Marsilio) — non pochi segmenti europei dell’universo liberomuratorio divennero vere e proprie «strutture terroristiche» dirette a favorire la conquista francese dei Paesi confinanti, nonché l’avvento di governi repubblicano-rivoluzionari in vari Stati italiani e tedeschi, in Svizzera e in Austria. È in questo contesto che viene pubblicato, nel 1797, il celeberrimo libro del gesuita Augustin Barruel considerato primogenito di ogni teoria «cospirazionista»: Memorie per una storia del giacobinismo . In esso viene esposta la tesi del complotto massonico che sarebbe stato all’origine della Rivoluzione francese. Tesi che nella seconda metà del Novecento sarebbe stata oggetto di un importante studio di Reinhart Koselleck, Critica illuministica e crisi della società borghese (Mulino) e per certi versi anche della Critica della Rivoluzione francese (Laterza) di François Furet.
Conti ritiene che queste ipotesi interpretative siano suggestive, ma debbano essere contestualizzate e fortemente circoscritte nel tempo e nello spazio. Senza indulgere «alla costruzione di simili teoremi, i cui passaggi risultano talora difficilmente dimostrabili», l’influenza della massoneria sulla Rivoluzione francese «appare tuttavia indubbia… sia dal punto di vista ideologico (basti pensare all’apporto dato dalle logge alla diffusione dell’idea egualitaria e alla sperimentazione di forme di rappresentanza democratica), sia sotto il profilo organizzativo, con molte figure del mondo liberomuratorio che rivestirono contemporaneamente ruoli direttivi durante l’esperienza rivoluzionaria o nel giacobinismo europeo». Successivamente — ha notato Franco Della Peruta in un saggio che compare nel volume, curato da Aldo Alessandro Mola, La massoneria nella storia d’Italia (Atanòr) — tutti quelli che raccolsero le bandiere della rivoluzione fecero propri metodi organizzativi e simboli massonici. In toto o quasi, ha scritto Giarrizzo. Ma, secondo Della Peruta, i rivoluzionari si differenziavano dalla massoneria per la pratica attivistica e cospiratoria. Sotto questo aspetto «il terreno sul quale germinarono non è tanto quello delle logge dei Franchi muratori quanto piuttosto quello delle congiure repubblicane del 1794-95, delle cospirazioni patriottico-unitarie del 1798-99, delle esperienze giacobine».
Il periodo napoleonico, prosegue Conti, vide la massoneria divenire «un fenomeno à la page», svuotata del messaggio cosmopolita delle origini e «impegnata apertamente a sostenere i disegni espansionistici dell’impero». Napoleone la utilizzò come strumento di governo e «nelle terre cadute sotto il suo dominio favorì la diffusione delle logge, che si riempirono di militari, di burocrati e di funzionari del regime».
Nel 1805 fu fondato a Milano un Grande Oriente d’Italia che «sancì l’aggregazione delle numerose logge sotto un unico centro organizzativo nazionale». Il ruolo di gran maestro, «ad eloquente testimonianza degli stretti legami esistenti fra potere politico e cariche massoniche», fu affidato a Eugenio di Beauharnais, appena insediato come viceré del Regno d’Italia. Qualche tempo dopo si costituì un Grande Oriente napoletano che, fra il 1806 e il 1808, fu guidato dal re di Napoli Giuseppe Bonaparte e, in seguito, da Gioacchino Murat. Conti accredita le stime secondo cui «nei territori italiani a egemonia francese si contarono circa ventimila affiliati, in larga parte funzionari civili e militari», che frequentarono le logge assieme ai rappresentanti dei ceti emergenti dei commerci, delle imprese e delle professioni. E riprende le tesi di Gian Mario Cazzaniga — curatore di La massoneria. Storia d’Italia, Annali, 21 (Einaudi) — secondo cui l’adesione alle logge fu per molti un fenomeno di convenienza ma, ad un tempo, esse costituirono un veicolo di circolazione delle idee liberali e un «laboratorio dell’unità nazionale». È sempre Cazzaniga a mettere in evidenza la «doppia realtà» della massoneria milanese e di quella napoletana: «Da una parte una adesione di massa, superficiale e provvisoria, a liturgie più dinastiche che muratorie, dall’altra una più ristretta e convinta rete liberale di spirito repubblicano, figlia spirituale degli Idéologues e degli Illuminati di Baviera, non senza presenze dell’esoterismo cristiano, che prepara ed anticipa le battaglie per le riforme costituzionali e per l’indipendenza nazionale».
Ma, come documenta Aldo Alessandro Mola in Storia della massoneria italiana (Bompiani), dopo la sconfitta del Bonaparte e in epoca di Restaurazione la Libera muratoria cedette gradualmente il passo ad altre associazioni segrete. Rimase, per così dire, sullo sfondo. La massoneria fu sostanzialmente inerte tra il 1830 e il 1870. Inoltre — mette in chiaro l’autore — «non ebbe alcun coinvolgimento diretto nelle prime due guerre di indipendenza e, più in generale, non prese parte alcuna alla cospirazione patriottica e dei moti risorgimentali». Di qui, il paradosso. Mentre «la massoneria risultava di fatto pressoché annientata, la Chiesa continuava a vedere in essa l’oscura ispiratrice di tutti i suoi principali nemici: il liberalismo, la democrazia repubblicana, il movimento patriottico che si batteva per l’Italia unita con Roma capitale, il laicismo positivista e materialista». Di questa bizzarria si accorse Gaetano Salvemini, che nel febbraio 1914 così scrisse ad Alessandro Luzio: «La leggenda che il Risorgimento italiano sia stato opera della massoneria è stata creata dai clericali, i quali, incapaci di rendersi conto di questo fenomeno, lo attribuirono al diavolo» (la lettera è riportata in un libro dello stesso Luzio, La Massoneria e il Risorgimento italiano , edito da Zanichelli). Ma Pio IX e il suo successore Leone XIII continuarono a osteggiare senza tregua i Liberi muratori. Lo stesso fecero i Papi successivi. In Francia dal 1884 nacquero associazioni e giornali (cattolici) antimassonici. Nel 1887 «La Civiltà Cattolica» annunciò la formazione di una Lega per combattere la massoneria. Che poi confluì nell’Unione antimassonica, la quale nel 1896 tenne un convegno a Trento, città (all’epoca austriaca) che nel 1545 aveva ospitato il Concilio antiluterano.
Adesso — anche per effetto dell’offensiva cattolica — il clima era cambiato e, dopo l’avvento al potere della Sinistra (1876), la massoneria ebbe ben cinque presidenti del Consiglio: Depretis, Crispi, Zanardelli, Fortis e Boselli. Oltreché gli amministratori di alcune importanti città, primo tra tutti il sindaco di Roma (tra il 1907 e il 1913) Ernesto Nathan. All’avvento del fascismo, per avviare il percorso che avrebbe portato nel 1929 ai Patti lateranensi la Chiesa di Pio XI pretese e ottenne da Mussolini la messa al bando delle «associazioni segrete». E impose a don Sturzo le dimissioni dalla segreteria del Partito popolare, accusandolo di favorire, con il suo antifascismo, proprio la massoneria. Cosa che provocò una risentita lettera del sacerdote l’8 luglio del 1923. E neanche dopo la caduta del fascismo, la fine della guerra e il ripristino in Italia della democrazia le cose cambiarono. Né con Pio XII, né con Giovanni XXIII. Fu solo all’epoca di Paolo VI che si allentò la presa. Nel 1974 una lettera del prefetto della Sacra congregazione per la dottrina della fede, il cardinale croato Franjo Seper, all’arcivescovo di Filadelfia, pur ribadendo il veto ai fedeli di iscriversi ad associazioni massoniche, affermava che la scomunica doveva applicarsi soltanto a «quei cattolici iscritti ad associazioni che veramente cospirano contro la Chiesa». Il gesuita Giovanni Caprile fece notare che implicitamente si ammetteva l’esistenza di «associazioni massoniche che nulla hanno di cospiratorio contro la Chiesa e contro la fede». Le cose si fermarono lì. Ma quando nel 1978 morì Paolo VI, la «Rivista massonica» pubblicò un corsivo anonimo in cui si leggeva: «È la prima volta — nella storia della massoneria moderna — che muore il capo della più grande religione occidentale, non in istato di ostilità coi massoni».
Nel 1980 la Conferenza episcopale tedesca, dopo sei anni di incontri con esponenti delle Grandi logge di Germania, dava alle stampe una «Dichiarazione circa l’appartenenza di cattolici alla massoneria» in cui si accusava la Libera muratoria di non essere «mutata nella sua essenza» e si dichiarava che l’adesione ad essa metteva «in questione i fondamenti dell’esistenza cristiana». Successivamente tutte le principali personalità della Chiesa, fino a Joseph Ratzinger, hanno ribadito — pur senza particolare enfasi — la condanna della massoneria. Finché, a sorpresa (quantomeno per i toni), nel febbraio 2016 è comparso sul «Sole 24 Ore» un articolo del cardinale Gianfranco Ravasi dal titolo Cari fratelli massoni che ha riproposto le aperture della stagione di Paolo VI. Ma i tempi di una deposizione delle armi che possa essere considerata definitiva appaiono ancora lontani.

Corriere 27.12.17
La rivista «Harvard Working Knowledge» si occupa dell’opera sull’arte della mercatura scritta da Benedetto Cotrugli, nato nel Quattrocento
L’etica del capitalismo non è protestante, la inventò un italiano
di Daniele Manca


Di regali il Rinascimento ne ha fatti parecchi all’Italia e al mondo occidentale. Ma solo negli ultimi mesi anche l’economia e gli affari stanno scoprendo che gli debbono qualcosa in più. Non tanto e non solo per la partita doppia che Luca Pacioli delineerà in maniera compiuta nel suo Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità nel 1494. Ma per un altro libro, precedente, la prima opera del genere chiamato in inglese how to do . Un manuale di business. Come fare il mercante iscrivendo però la professione in un’architettura di princìpi, di valori, di dedizione. Quell’etica del capitalismo che possiamo pensare abbia avuto origine proprio da un manoscritto del 1458 pubblicato a Venezia solo nel 1573 a firma di Benedetto Cotrugli.
Il Libro del’arte de la mercatura è stato tradotto quest’anno in inglese da John Francis Phillimore e pubblicato dalla prestigiosa Palgrave Mc Millan: The Book of the Art of Trade . Se n’è parlato a Venezia lo scorso febbraio. Ca’ Foscari e il suo ex rettore Carlo Carraro, assieme al banchiere Fabio Sattin che ha fatto da trait-d’union con Dante Roscini, docente a Harvard, e uno dei maggiori storici viventi, Niall Ferguson, sono idealmente le persone attorno alle quali il fenomeno Cotrugli è andato affermandosi. Tanto da sbarcare alla prestigiosa università di Boston lo scorso ottobre e sulla prestigiosa rivista «Harvard Working Knowledge» a fine novembre.
Comprensibile l’attenzione. La domanda dalla quale sono partiti gli studiosi è semplice: come è possibile che un mercante italiano (le sue origini sono a Dubrovnik, al tempo chiamata Ragusa), del XV secolo possa insegnare qualcosa agli imprenditori di oggi, ai businessmen ? La risposta è nella storia stessa di Cotrugli, che si ritrova a dover fare il mercante mentre stava studiando all’Università di Bologna. Entrando nel mondo del commercio lo trova disorganizzato, senza una vera cultura, indisciplinato, preda di uomini che, incuranti delle leggi e delle regole, pensano solo a come arricchirsi.
Nel libro, diviso in quattro parti, si descrive invece un nuovo tipo di mercante. Capace di essere generoso con i poveri come lontano dalla politica. «Generalmente con nessuna corte non è conveniente al mercante impicciarsi et macime d’avere magistrati o administrationi, perché sono cose periculose, et quelli tali non sono di ragione da essere reputati mercanti, ma offitiali», scrive Cotrugli. Una professione da esercitare con onore, integrità, diligenza. E sebbene siano necessarie astuzia e scaltrezza, con queste non si deve esagerare.
Anche la successione deve essere preparata con cura e guidata dalla meritocrazia. I figli dovranno avere tutori che insegnino loro l’arte e facciano capire princìpi come quelli sul denaro. «Al tuo figliol non lasci maneggiar danari fino a che cognoscha che cosa è il danaro et quanto val, et con quanta fatica si guadagna», scrive il mercante filosofo. Come ha spiegato Roscini alla rivista di Harvard «ci sono concetti che rimandano alla corporate social responsibility e alla responsabilità verso la comunità». Concetti che solo qualche secolo più tardi faranno capolino tra le riflessioni sul capitalismo e i suoi fondamenti.

La Stampa 27.12.17
Missione militare italiana in Niger
Domani il via libera per 470 soldati
di Francesco Grignetti


L’arrivo di nuovi barconi, in questo scorcio finale di 2017, non stupisce più di tanto il ministero dell’Interno. Se la rotta libica nella seconda metà dell’anno è stata drasticamente ridimensionata, non si è però mai chiusa del tutto. Basta scorrere i numeri degli arrivi: 11.461 a luglio, 3.920 ad agosto, 6.282 a settembre, 5.984 a ottobre, 5.641 a novembre, 1.872 al 22 dicembre. In totale, 35.163 arrivi contro 111.214 nello stesso periodo del 2016.
La Dottrina Minniti funziona soprattutto perché sono diminuiti i passaggi attraverso il deserto. «Siamo riusciti a impedire che la Libia diventasse un collo di bottiglia», spiegava nei giorni scorsi. Merito di un lavoro coordinato con i colleghi di Ciad, Mali, Burkina Faso e Niger.
A proposito di Niger: domani il consiglio dei ministri ufficializza una nuova missione militare in quel Paese, che passerà gradatamente da 120 fino a 470 soldati. Apparentemente sarà una missione solo italiana di addestramento alle forze di sicurezza locali, ma di fatto sarà un impegno multinazionale visto che si inserisce in uno sforzo europeo (con francesi e tedeschi) e uno africano (a beneficiare del training e dei rifornimenti saranno all’inizio solo i nigerini, ma è previsto un allargamento alle forze di sicurezza di Mali, Ciad, Burkina Faso e Mauritania).
Scopo della missione, aiutare le forze locali a controllare il proprio territorio. Non basta più pattugliare il Mediterraneo, infatti. O impegnarsi per la stabilizzazione della Libia. «Il lavoro - ha spiegato il premier Paolo Gentiloni nei giorni scorsi - deve continuare, concentrando l’attenzione e le energie sul mix della minaccia del traffico di essere umani e il terrorismo nel Sahel».
Resta lo scandalo dei centri di detenzione in Libia. Le Nazioni Unite si sono impegnate a svuotarli prestissimo con rimpatri assistiti verso i Paesi di origine o con accoglienza all’estero per chi ha diritto all’asilo. Di qui il numero di 10.000 persone vulnerabili (con timbro Unhcr) che i Paesi Ue promettono di accogliere attraverso i «corridoi umanitari». Ma il piano è tutto sulla carta. La nuova Austria di estrema destra, per dire, è già sulle barricate.
E non c’è solo il corridoio che passa per la Libia a portare i migranti in Europa. Frontex, braccio operativo della Ue per la difesa dei confini, segnala che si è rivitalizzata la rotta del Mediterraneo occidentale che porta in Spagna (3.900 arrivi a novembre) e quella del Mediterraneo orientale con sbocco in Grecia (3.700 persone).

Corriere 27.12.17
Sinistra divisa sulla missione, critica anche la Lega
Scontro sui soldati in Niger
Calenda: «Occorre una nuova Costituente, le riforme non vanno fermate»
di Lorenzo Salvia e Fiorenza Sarzanini


L’ invio dei militari italiani in missione nel Niger è l’occasione di un nuovo litigio con la sinistra. «Un brutto regalo» commenta Liberi e uguali che accusa il ministro Marco Minniti di «non aver brillato per trasparenza». Critica anche la Lega. Il cambio di strategia voluto per accrescere il peso del nostro Paese in Europa. Il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda in un’intervista al Corriere chiede «una Costituente».

ROMA Ministro Carlo Calenda, che voto darebbe alla legislatura che sta per finire?
«Non spetta a me dare voti. Avevamo due grandi emergenze, quella economica e quella istituzionale. Sul primo versante il bilancio è positivo per merito di tanti fattori: la Bce, la capacità di reazione delle imprese italiane ma anche la politica economica dei governi Letta, Renzi, Gentiloni che ha ridotto il deficit liberando risorse per la crescita. I problemi non sono alle nostre spalle, ci vorranno anni per comporre le fratture sociali ed economiche della grande crisi. Ma i governi di questa legislatura, primo fra tutti quello Renzi, hanno fatto molto di più per la crescita dell’insieme degli altri governi della Seconda Repubblica».
E sull’altra emergenza, invece, quella istituzionale?
«Abbiamo perso la sfida della costruzione di un sistema più forte ed efficiente. Ritengo questo nodo fondamentale in uno scenario internazionale pieno di incertezze. La sicurezza nazionale viene messa a rischio da un sistema che rallenta l’implementazione delle decisioni, favorisce il prosperare di particolarismi e ci trasforma nella Repubblica dei ricorsi al Tar e dei feudi locali. La prossima legislatura dovrà avere al centro questo tema, diventato tabù dopo il referendum. Forse la strada giusta, per aumentare il coinvolgimento dei cittadini, potrebbe essere quella di un’assemblea costituente».
Addirittura. E perché?
«È l’unico modo per aprire in maniera ordinata la Terza Repubblica invece di subire la dissoluzione caotica della Seconda. Serve un luogo per affrontare le pulsioni diverse emerse dal referendum costituzionale e da quelli di Lombardia e Veneto. Un luogo per porre fine alla kermesse delle leggi elettorali estemporanee, ridisegnare il rapporto tra esecutivo e legislativo, per affrontare il tema di una democrazia efficace, che peraltro affiora in tutti i Paesi occidentali».
La cosa più importante che ha fatto come ministro?
«Industria 4.0, il piano Made in Italy e la Strategia energetica nazionale sono stati i tre pilastri dello sviluppo. I dati sulla produzione industriale, sugli investimenti privati e sulle esportazioni confermano che la strada è quella giusta. Ma se questo è il “gioco d’attacco” sono altrettanto orgoglioso di quello che abbiamo fatto per i settori industriali in difficoltà con una politica commerciale più forte contro il dumping, il rafforzamento del golden power contro gli investimenti predatori e il lavoro sulle crisi industriali, dall’Alcoa al protocollo contro le delocalizzazioni dei call center. Siamo riusciti a riportare al centro l’industria e il lavoro e questo era il mio obiettivo politico».
E la cosa più importante che invece non siete riusciti a fare?
«Come ministro, il ritardo nella costruzione di quello che dovrebbe essere il nostro Fraunhofer (la rete tedesca degli istituti di ricerca applicata per le imprese, ndr ), rimasto per un anno in balia delle “navette” tra ministeri e organi di controllo. E poi non aver avuto il tempo di presentare una seconda legge sulla concorrenza più incisiva dopo la prima approvata con anni di ritardo. Per i governi nel loro insieme, abbiamo mancato l’obiettivo di sconfiggere il rancore e la sfiducia nel futuro, ancora troppo diffusi nel Paese. Anche per colpa di molti errori di comunicazione che hanno dato il senso di un distacco con la parte del Paese che ancora soffre.
Sulla vendita di Alitalia è vero che state stringendo con Lufthansa?
«Abbiamo tre offerte. Le valuteremo con molta attenzione e a metà gennaio inizieremo la negoziazione in esclusiva».
D’accordo, ma la compagnia tedesca è in vantaggio rispetto a easyJet e al Fondo americano Cerberus oppure no?
«Ripeto, abbiamo tre offerte. Il nostro obiettivo è raggiungere un accordo prima delle elezioni. Oggi Alitalia è gestita meglio e finisce l’anno avendo lasciato sostanzialmente intatto il prestito ponte. Ma è un’azienda fragile che non può sopravvivere da sola attingendo illimitatamente al denaro pubblico».
E sull’Ilva? C’è il rischio che il compratore, ArcelorMittal, si ritiri?
«Non lo so. Ha chiesto garanzie sugli investimenti allo Stato per tutelarsi nel caso in cui i ricorsi al Tar invalidino tutto, magari fra due anni. È inaudito: 5,3 miliardi di euro per un investimento industriale nel Sud non si vedevano da 40 anni. Ma la cosa incredibile è che nel merito del piano ambientale non ci sono osservazioni rilevanti»
Be’, con il governatore della Puglia Michele Emiliano ormai siamo allo scontro quotidiano.
«Nell’ultimo incontro abbiamo rivisto punto per punto le richieste di Comune e Regione, in larghissima parte accettate, a partire dall’anticipo della copertura dei parchi minerari. Nel giro di poco più di 24 mesi Ilva potrebbe diventare la migliore acciaieria europea, liberando una città ostaggio del dilemma salute/lavoro che non è degno di un Paese civile. Il sindaco mi ha chiesto garanzie per ritirare il ricorso. Gli ho proposto di firmare con istituzioni, investitore, parti sociali un accordo di programma. Spero davvero che prevalga quella responsabilità invocata da tutti i sindacati, oltre che da Gentiloni».
Ha detto più volte che alle prossime elezioni non si candiderà. Non glielo chiedo di nuovo. Ma, da cittadino, chi voterebbe?
«Il mio campo è quello del centrosinistra. Del resto ho servito, e ne sono orgoglioso, sotto tre presidenti del Partito democratico che in modi diversi hanno mostrato qualità e capacità. Guardo con grande interesse all’operazione di Emma Bonino, è fondamentale che l’alleanza con il Pd vada in porto. Ma sopratutto mi batterò perché il centrosinistra recuperi il linguaggio della realtà e della responsabilità contro quello della fuga dalla realtà dei 5 Stelle e della Lega. La prossima legislatura è molto pericolosa».
Pericolosa? E perché?
«La fine degli stimoli della Bce, un’Eurozona orientata a minore flessibilità, l’Occidente sempre più diviso e il Mediterraneo tornato al centro delle crisi. Non è tempo di rottamazioni, slogan e leadership solitarie ma di costruire un ampio fronte liberal democratico capace di mettere in sicurezza il Paese mentre attraversa il più difficile crocevia nella storia del Dopoguerra».
ROMA L’obiettivo è indicato nel decreto che sarà approvato dal Consiglio dei ministri: «Rafforzare le capacità di controllo del territorio delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritiana, Chad e Burkina Faso) e lo sviluppo delle Forze di sicurezza nigerine per l’incremento di capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza». È dunque la lotta agli schiavisti e ai fondamentalisti dell’Isis lo scopo primario della missione militare annunciata alla vigilia di Natale dal premier Paolo Gentiloni e dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti per l’invio di soldati in Niger. Un impegno concordato oltre un mese fa con il presidente francese Emmanuel Macron che si inserisce in una nuova tattica politica sul piano internazionale: concentrarsi in quelle aree ritenute di «prioritario interesse strategico» e dunque il cosiddetto Mediterraneo allargato, dunque Africa del nord, Sahel, Medio Oriente, Corno d’Africa e Paesi del Golfo. E dunque rimanere in coalizione con Parigi e Berlino proprio per avere un ruolo attivo in Africa e dunque essere interlocutore privilegiato in sede europea.
I tempi
Dopo il via libera del governo il decreto dovrà essere ratificato dal Parlamento. Negli anni scorsi è capitato che il voto sulle missioni slittasse tra febbraio e marzo, ma poiché la legislatura è ormai al termine in questo caso bisognerà procedere in fretta e dunque è possibile che venga calendarizzato già a metà gennaio. Si procederà in base all’articolo 61 della Costituzione sugli «atti urgenti e indifferibili». Saranno prorogate le missioni già in corso e si aggiungerà quella per l’invio del contingente in Niger.
I 470 soldati
I primi a partire saranno i militari del Genio che si occuperanno del quartier generale e delle altre necessità primarie. Sono 120 i soldati inseriti nel primo contingente che dovrebbe stabilirsi nel Sahel entro i primi di marzo, mentre per la fine dell’anno si arriverà «fino ad un massimo di 470 unità, per una media di impiego di circa 250 unità. L’Esercito schiererà «addestratori, sanitari, genio militare, unità di supporto, unità di protezione». I mezzi terrestri a disposizione saranno 120 oltre a due aerei da ricognizione. Lo Stato maggiore sta analizzando ogni necessità in accordo con gli altri Stati che già si trovano nell’area, vale a dire Stati Uniti, Francia, Germania e i Paesi africani.
La tattica
Le resistenze dei comandi militari hanno finora impedito che si decretasse il ritiro del contingente dall’Iraq, ma la questione rimane aperta. E infatti all’invio dei soldati in Niger si affiancherà il progressivo rientro di quelli che sono tuttora impegnati in Afghanistan e gli altri che si occupano della sorveglianza della diga di Mosul. Anche tenendo conto che quella zona può diventare rischiosa per lo scontro tra forze governative e peshmerga. Nei colloqui avuti con Francia e Germania è stato ribadito come la scelta di andare in Sahel entrando a far parte di quella coalizione si trasforma «nel primo sviluppo di una concreta strategia di difesa europea».

Roma Quello di domani sarà il Consiglio dei ministri numero 65 della XVII Legislatura. L’ultimo del governo Gentiloni. Servirà per decidere l’invio di 470 soldati italiani in Niger. Una missione, ha detto il premier Paolo Gentiloni, «per sconfiggere il traffico di esseri umani e il terrorismo», perché «l’Italia ha l’obiettivo di costruire dialogo, amicizia e pace nel Mediterraneo e nel mondo».
Sarà l’ultimo atto del governo, ma rischia di trasformarsi anche nell’ennesimo scontro all’interno della sinistra, con Liberi e uguali che parla di «brutto regalo sotto l’albero» e accusa il ministro dell’Interno Marco Minniti di «non aver brillato per trasparenza».
Domani Gentiloni terrà anche la tradizionale conferenza stampa di fine anno e concluderà così il suo esecutivo. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si avvia a sciogliere le Camere già domani pomeriggio, il che prelude alla fine della legislatura e all’indizione di nuove elezioni. Il 4 marzo è la data più probabile visto che, per la Costituzione, «le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti».
Fino ad allora però, il governo Gentiloni dovrebbe restare in carica per gli affari correnti, tra cui anche il voto del Parlamento sulle truppe italiane in Niger. Una scelta dell’ultimo minuto che però non piace a molti. «Non serve» per il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (Lega) che invita il governo a «usare quei soldi per pattugliare i nostri territori e mari». Mentre Pippo Civati e Andrea Maestri di Liberi e uguali parlano di «brutto regalo sotto l’albero di Natale», senza «una discussione seria e approfondita su una questione così importante di politica estera». I 5 Stelle definiscono «priorità la lotta ai trafficanti» ma «senza sviluppo sarebbe azione sterile» e perciò «aspettiamo di conoscere le regole di ingaggio dei nostri militari».
In tutto ciò si inserisce la questione sullo Ius soli, il cui esame al Senato è saltato il 23 dicembre per mancanza del numero legale. Il presidente Grasso lo ha calendarizzato il 9 gennaio, ma di fatto ne è stata decretata la morte, visto che le Camere si scioglieranno prima. E se Lega e Forza Italia esultano, Mdp accusa il Pd di «scelta politica: ha tenuto ferma la legge sulla cittadinanza per paura di perdere consensi». E Avvenire , quotidiano dei vescovi, sentenzia: «Scelta da ignavi».

Il Fatto 27.12.17
Effetto Etruria, nei sondaggi il Pd crolla ai minimi storici
Fine legislatura - Domani Mattarella può già sciogliere le Camere, la campagna elettorale inizia con Renzi ben sotto la “soglia Bersani”: i dem sono attorno al 23%
Effetto Etruria, nei sondaggi il Pd crolla ai minimi storici
di Tommaso Rodano


Negli ultimi giorni della legislatura il Partito democratico tocca forse il punto più basso della sua storia. A leggere i sondaggi pubblicati nei giorni di Natale, non è più solo un lontano ricordo il famoso 41% delle Europee del 2014 (che Matteo Renzi ritiene di aver eguagliato – perdendo – nel referendum costituzionale dell’anno scorso), ma pure la soglia del 25,4% del Pd di Bersani nelle Politiche del 2013.
Domani il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovrebbe firmare lo scioglimento delle Camere (malgrado le tenui speranze di chi chiede un ultimo colpo di coda sullo ius soli). E forse già domani il Consiglio dei ministri, che si riunisce per la discussione sulle missioni militari, potrebbe scrivere il decreto che fissa le prossime elezioni al 4 marzo.
Il Pd inaugura malissimo la campagna elettorale: nell’ultimo anno la flessione è stata praticamente inesorabile. Il 2017 è iniziato con le ferite ancora fresche del referendum, è proseguito con la scissione di Bersani e Mdp, la nuova incoronazione di Renzi nelle primarie di fine aprile, la sconfitta nelle Amministrative di giugno e poi nelle Regionali siciliane di novembre. Si sta chiudendo, infine, con la batosta Etruria nella commissione parlamentare sulle banche. In ogni passaggio, eccetto le primarie, la lenta erosione delle percentuali dei dem è stata consequenziale ai fatti.
Gli ultimi numeri, per le ambizioni di Renzi, sono i più pesanti di sempre. Arrivano dall’istituto Ixé, li ha pubblicati il sondaggista Roberto Weber sull’Huffington Post. Il partito a guida toscana tocca il suo nuovo minimo: 22,8%. La rilevazione precedente era datata 6 dicembre (23,1%), da allora sono andati perduti altri tre decimali.
A fare impressione, nella ricostruzione di Weber, è la serie storica: da luglio a oggi il Pd ha lasciato sul campo quasi 5 punti percentuali (27,5 – 22,8%), oltre un milione e mezzo di voti potenziali. Nello stesso periodo il Movimento 5 Stelle è cresciuto dal 27 al 29% e il centrodestra nel suo complesso dal 33,2 al 36,6% (con una flessione della Lega e una risalita di Forza Italia). Si arresta, per Ixé, la crescita di Liberi e Uguali, la nuova lista di sinistra guidata da Pietro Grasso (dal 7,5 del 6 dicembre all’attuale 7,3%).
In linea con queste cifre anche il sondaggio realizzato da Tecné per Tgcom24. Anche qui il Pd si allontana dalla “soglia Bersani” delle ultime Politiche: il partito di Renzi è al 23% e nell’ultimo mese avrebbe perso oltre un punto percentuale (a novembre era al 24,2). La coalizione di centrodestra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e cespugli) sfiora il 40% (38,5) e sopperisce anche alla netta flessione del partito di Salvini (in un mese passa dal 15,8 al 14,1%). I Cinque Stelle perdono mezzo punto e scendono al 26,9. Balzo in avanti di Liberi e Uguali, la lista di Grasso, dal 5,4 al 7,9%. Tecné ha studiato anche “l’effetto Etruria”: per il 65,7% degli intervistati, le recenti rivelazioni su Maria Elena Boschi hanno dato un’immagine negativa dell’ex ministra; si tratta di “ingerenza politica” e “conflitto d’interessi” (un’idea condivisa anche da parte degli elettori del Pd, il 21% degli interpellati).
Per il presidente di Tecné Carlo Buttaroni (intervistato da ilsussidiario.net) il legame tra Renzi e gli ex elettori si è incrinato in modo irreversibile: “È facile costruire un rapporto quando non c’è un pregresso, perché si costruisce senza macerie. Ma quando si rompe la fiducia, come nei rapporti senimentali, danno fastidio anche i tentativi di riconciliazione”. E l’incidenza del caso Etruria è ancora più grave, “va oltre il caso specifico, quello delle banche coinvolte nei fallimenti”.
I riflessi dell’affaire Boschi sono stati rilevati anche dall’Istituto Piepoli in un sondaggio pubblicato su La Stampa il 22 dicembre: secondo il 47% del campione, la sottosegretaria “dovrebbe ritirarsi dalla vita politica” in seguito alle novità emerse dalla commissione d’inchiesta sulle banche. Solo per un intervistato su quattro (il 25%) Maria Elena Boschi dovrebbe andare avanti (questa percentuale ovviamente è molto più alta – 60% – tra gli elettori del Pd). Ma per Nicola Piepoli, presidente dell’istituto omonimo, l’effetto Etruria “è marginale”. Il vero problema di Renzi è la frattura a sinistra: “Ora che ha un leader riconoscibile e apprezzato come Grasso, il partito di chi ha fatto la scissione raccoglie percentuali importanti per un mercato sempre più esiguo come quello del centrosinistra”. “Bisogna allearsi con i propri simili, non combatterli”, conclude il sondaggista, “la guerra la vince chi non la fa”.

Il Fatto 27.12.17
E la (imbarazzante) Boschi dove la metto? Il giro d’Italia dei collegi per paracadutarla
Da noi no! - Da Arezzo a Ercolano, dalla Basilicata al Trentino: un incerto pacco elettorale
di Lorenzo Vendemiale


Da Arezzo a Firenze, passando per Lazio, Basilicata o Trentino Alto Adige, per approdare a Pompei o magari a Lucca: Maria Elena Boschi è diventata un “pacco elettorale” e la sua ricandidatura in Parlamento si sta trasformando in una specie di Giro d’Italia.
Dopo le ultime rivelazioni nella commissione d’inchiesta sulle banche, il Pd non sa più dove piazzare la sottosegretaria alle prossime elezioni. La collocazione naturale sarebbe la “sua” Toscana, che però si è fatta piuttosto inospitale per il caso Etruria. Così i vertici dem stanno pensando di spedirla altrove. Fedelissima di Renzi, paladina della riforma costituzionale bocciata dai cittadini e con l’immagine acciaccata dalle manovre bancarie (ma “senza pressioni”, per carità), Boschi in questo momento rappresenta un bel rompicato per il Partito democratico: impossibile scaricarla, ma difficile trovarle un posto.
Al Nazareno, sul suo conto, c’è quasi un alone di mistero: da Renzi a Gentiloni, i big hanno assicurato che “sarà ricandidata”. Nessuno, però, ha specificato dove, né tantomeno come: un paio di settimane fa la diretta interessata aveva detto in televisione, ospite di Otto e mezzo su La7: “Mi auguro che sia in Toscana”. Ma si trattava solo di un auspicio: in via ufficiale neanche un vago indizio su come succederà, se correrà sia nel maggioritario che nel proporzionale e in quale Regione o provincia. E così fioccano le indiscrezioni, si moltiplicano le ipotesi di listini e collegi più o meno blindati per l’ex ministra.
Già a inizio novembre, sulla stampa e a palazzo, era stato immaginato lo scenario di una Boschi candidata nel Lazio, magari proprio a Roma, comunque lontana dalla Toscana e dalle banche a cui tanto da vicino è stata associata di recente. E ancora non erano emersi tutti i dettagli sulla sua sollecitudine nel tentativo di salvare la banca del territorio (e cara al papà). Da allora è stato un continuo girovagare, in cerca della poltrona giusta. A dicembre sembrava quasi certa la sua corsa in Campania, nel collegio di Ercolano, sotto l’ala protettrice del sindaco Ciro Bonajuto, suo grande amico e campione del renzismo. Altri, invece, prevedevano una sfida diretta a Luigi Di Maio a Pomigliano, casa del leader del Movimento 5 Stelle.
Un azzardo forse troppo grosso. Per questo è saltata fuori la strada che porta nella Basilicata dei fratelli Pittella o addirittura in Trentino Alto-Adige: qui, tra Bolzano e la Bassa atesina, avrebbe potuto esserci un posto sicuro. Peccato che l’idea non sia piaciuta per nulla agli autonomisti di Svp, che rivendicano quei seggi per i parlamentari altoatesini: contro di lei è partita persino una raccolta firme tra gli attivisti locali per rispedire al mittente il “pacco Boschi”. Così negli ultimi giorni si è tornati a parlare di una candidatura in Toscana: la sua Arezzo, ovviamente, oppure Firenze, fortino di Matteo Renzi. L’ultima idea in ordine di tempo è Lucca, collegio abbastanza sguarnito dal centrodestra che, secondo La Verità, sarebbe stato suggerito da Denis Verdini; Forza Italia è pronta a rispondere schierando Deborah Bergamini, responsabile comunicazione degli azzurri.
La scelta del collegio, comunque, rappresenta solo metà del problema. Visto il crollo nei sondaggi e le proiezioni negative sulla conquista dei collegi maggioritari, il modo più facile per assicurare la rielezione della Boschi (come degli altri big del partito), è quello del listino proporzionale, che garantisce al Pd dei posti sicuri in ogni collegio plurinominale.
Insomma, a meno che non sia proprio lei a decidere di giocarsi tutto nella sfida in un collegio maggioritario, alla fine Boschi avrà il suo paracadute e resterà deputata. Anche per il proporzionale ci sono le ipotesi più disparate: dalla solita Toscana alla Lombardia, dalla Campania alla Sardegna. O forse tutte (il limite è 4).

Il Fatto 27.12.17
I Radicali spaventano Renzi: “Aiutateci o corriamo da soli”


È una delle poche liste rimaste a sostegno di Renzi, dopo la fuga della sinistra e il ritiro di Pisapia. Ora il Pd rischia di perdere anche i Radicali, stavolta per un problema meramente tecnico e non politico: per presentare la lista “+Europa con Emma Bonino”, il partito ha bisogno di raccogliere le firme, ma con le norme attuali avrebbe solo nove giorni di tempo per farlo. Troppo poco. Così il segretario Riccardo Magi minaccia di non far parte della coalizione: “Andare da soli è l’unica possibilità per essere presenti alle elezioni”, spiega. “Noi siamo tra i pochi a non avere esenzioni e dover raccogliere le firme. Tuttavia, la legge stabilisce che gli apparentamenti per i collegi uninominali vengano presentati il 20 gennaio, ma il termine della presentazione delle firme è fissato per il 29”. Per evitare questo scenario, Magi chiede un intervento sulle regole: “Crediamo che il solo modo di evitare tale disparità sia tutte le liste coalizzate indichino i candidati con le modalità previste per le liste esonerate dalla raccolta firme”. La deroga, però, non è ancora arrivata. E così i Radicali avvertono: “Purtroppo, dopo gli appelli a Mattarella e a Gentiloni, non avendo ricevuto chiarimenti, a oggi siamo costretti ad andare da soli”.

Republica 27.12.17
La coalizione dem
Bonino e il Pd vicini alla rottura “Non facciamo alleanze al buio”
La legge obbliga i Radicali a raccogliere le firme prima che siano ufficiali gli apparentamenti “Se non c’è un chiarimento correremo da soli”
di Silvio Buzzanca


Roma «Nella legge elettorale c’è un baco, una contraddizione interna che non ci permette di fare l’apparentamento con il Pd. Dal 3 gennaio, in assenza di un chiarimento, cominceremo a raccogliere le firme per correre da soli » . Riccardo Magi è il segretario di Radicali italiani che insieme a “+ Europa” di Benedetto Della Vedova hanno dato vita alla lista “+Europa con Emma Bonino”.
Lista che doveva essere uno dei petali delle alleanze del Pd, che rischia però di fare la fine di Campo progressista di Giuliano Pisapia, lasciando piuttosto solo Matteo Renzi alle elezioni.
La questione ha apparentemente un sapore molto tecnico, il “baco” di cui parla Magi. Ma nasconde più di un problema politico e sostanzialmente una mancanza di fiducia da parte radicale nei confronti del Pd.
Tutto parte dalla nuova legge elettorale dove sono previsti gli apparentamenti nella parte proporzionale. Il termine per dichiarare queste “alleanze”, in caso di voto il 4 marzo scadrebbe il 20 gennaio. Il termine per la presentazione delle firme nei collegi proporzionali scadrebbe invece il 29 gennaio. Dunque in caso di fallimento di un accordo fra Pd e radicali all’ultimo minuto questi avrebbero solo nove giorni per raccogliere le firme e correre da soli.
In pratica Bonino e Magi temono di restare in mezzo al guado, senza apparentamento e senza liste. E siccome le firme le devono raccogliere ugualmente pensano di farlo per andare da soli. Bonino e gli altri parlano così di « legge elettorale anticostituzionale, discriminatoria».
Ma indicano anche una via di uscita, il “ chiarimento”, invocato da Magi: «Stabilire che l’indicazione dei candidati nei collegi uninominali di una coalizione avvenga, per tutte le liste coalizzate, secondo i tempi e con le modalità previste per le liste esonerate dalla raccolta firme » . Così tutti correrebbero alla pari.
Che è quello che poi Bonino, Magi e Della Vedova sono andati a chiedere nei giorni scorsi a Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Il presidente della Repubblica ha capito il problema e ha anche convenuto sul fatto che questa parte della legge crea una discriminazione fra le liste.
Così nei giorni convulsi dell’approvazione della legge di Stabilità erano venuto fuori anche un ordine del giorno e un emendamento che sanava la situazione. Ma è saltato perché il forzista Renato Brunetta e la Lega hanno fatto il diavolo a quattro, per evidenti problemi di cassetta elettorale, e alla fine sono riusciti ad affossare tutto. Dunque problemi tecnici e problemi politici si mischiano. Qualcosa che può essere catalogato sotto la voce “ mancanza di fiducia”. Soprattutto da parte della Bonino e dei suoi radicali che, magari, attendono una mano da parte di un Pd ricco di potenziali autenticatori per la raccolta delle firme.
Ma soprattutto manca la fiducia su una raccolta di firme al “buio”, senza una trattativa vera sui collegi uninominali e i listini del proporzionale. Dunque “+Europa con Emma Bonino” dovrebbe attendere che il Pd assegni i collegi e i posti sicuri al suo nterno. Una scelta che, secondo voci, dovrebbe avvenire in Direzione fra il 15 e il 20 gennaio. Troppo tardi e rischioso per la Bonino che dice ai suoi: « Non posso ballare il tango con qualcuno che vuole ballare il twist e aspettare pure fino al 20 gennaio».

il manifesto 27.12.17
Da una guerra «umanitaria» all’altra
Italia in Africa. No allo ius soli, sì a una nuova avventura militare. L'annuncio della nuova missione militare in Niger.
di Tommaso Di Francesco


Da una guerra «umanitaria» all’altra. La scia nefasta non si ferma. Nemmeno a Natale, nemmeno per le feste. Così il presidente del Consiglio Gentiloni, ex pacifista – insieme all’altra ex pacifista, la ministra della difesa Pinotti – proprio dal ponte di una nave militare ha annunciato l’ennesimo intervento militare mascherato da soccorso umanitario. Dove? Siccome abbiamo sconfitto il jihadismo dell’Isis a Mosul, sposteremo quelle truppe nell’Africa sub-sahariana, per fermare «i flussi dei migranti e il terrorismo». A Mosul i bersaglieri ufficialmente proteggevano la diga di Mosul e gli investimenti lì dell’impresa italiana del gruppo Trevi (famosa per i rcenti crolli in borsa). A Mosul l’estremismo jihadista, la cui origine deriva dalla distruzione dello Stato iracheno per effetto di tre guerre occidentali – del terrore provocato da queste guerre si preferisce tacere -, lascia sul campo il corpo dilaniato dell’Iraq in un conflitto intestino che ancora brucia.
La frontiera del sud-Sahara è lunga più di 5mila chilometri, più che impossibili da controllare, più che permeabili alle fughe dei disperati dall’Africa in generale e dal Sahel in particolare; da quell’Africa dove divampano 35 guerre e dove il nostro modello di rapina depreda le risorse e per farlo unge le corrotte leadership locali (dalla Nigeria al Niger, dal Mali al Ciad al Burkina Faso, ecc.).
In questa situazione il governo che si avvia a chiudere i battenti, dentro una legislatura finita, annuncia l’invio di centinaia di soldati italiani, facendo perfino trapelare la possibilità – e sarebbe la vergogna delle vergogne – che sulla missione, della quale non sappiamo nemmeno il costo e chi la pagherà, si voti subito. Insomma, no allo ius soli ma sì ad una nuova avventura militare africana.
Come se quella in Libia del 2011 non si fosse dimostrata insieme fallimentare e generatrice del disastro che ne è seguito e del quale vediamo le conseguenze ogni giorno, nelle morti a mare e nelle guerre mediorientali che non finiscono. Dobbiamo però stare tranquilli dicono i generali che già prendono armi e parole: sarà una missione «no combat». Ma che senso hanno regole d’ingaggio affidate alla televisione e che presentano i militari italiani come «addestratori», quando in loco – in Niger – invece già si combatte duramente e da tempo, come dimostra la recente uccisione proprio in Niger – con tanto di polemica tra le famiglie delle vittime e uno sprezzante Donald Trump – di quattro marines delle forze speciali Usa?
Naturalmente «addestrarli» – facendo un favore al neocolonialismo francese di Macron che in Niger è di casa – vuol dire «aiutarli a casa loro», aiutarli a rinfocolare la guerra che alimenta il circolo vizioso delle stragi, delle fughe e dei profughi. Per le quali c’è una svolta: una sorta di Concordato sulle migrazioni.
È stato in questi giorni l’altro campione governativo, il coloniale Minniti che ha ricevuto, insieme al benedicente cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) l’arrivo di 162 migranti salvati con un corridoio umanitario «legale» dai centri di detenzione in Libia, indicando anche che potrebbero essere 10mila i migranti che potranno arrivare in Europa regolarmente dai campi e dalle carceri libiche, con la garanzia dell’Unhcr, che verificherà in Libia chi ha diritto alla condizione di rifugiato e chi no, e della Conferenza episcopale italiana; e poi, secondo gli obiettivi attribuiti all’Organizzazione mondiale dei migranti (Oim), dovrebbero essere invece 30mila i migranti giudicati senza diritto d’asilo, che dovranno tornare a casa con rimpatri «volontari».
Onestamente, siamo davvero contenti per i primi arrivati, i 162 liberati dalle condizioni di detenzione in Libia, e davvero felici per l’annuncio dei, forse, 10mila nel 2018 – meno invece per i 30mila già previsti come «ricacciati» a casa. Ma perché intanto il governo italiano ha contribuito a chiudere la rotta del Mediterraneo intrappolando in Libia da 700mila a un milione di persone – dalle stime della stessa Onu?
Perché, per un esodo che è epocale, abbiamo criminalizzato le Ong che soccorrono sulle coste libiche i migranti? Perché li abbiamo consegnati al controllo delle cosiddette autorità libiche, le stesse che dovrebbero garantire la svolta natalizia-concordataria di Minniti, e che invece continuano a non controllare alcunché, in un Paese in guerra e in mano a centinaia di milizie che volta a volta si chiamano esercito governativo o guardia costiera, ognuna delle quali gestisce centri di detenzione e di tortura fin qui per conto nostro?
Di quell’Italia ormai capofila, con il Codice Minniti, dell’Unione europea sui migranti, mentre i Paesi europei a ovest si aprono a parole e a Est si chiudono minacciosi e razzisti con i muri, rifiutando perfino la misera ripartizione di un’accoglienza che invece dovrebbe essere epocale. Mentre scriviamo è stato salvato nella notte un barcone con 250 migranti, ma si teme per la sorte di altre due imbarcazioni di fortuna per ora pericolosamente disperse tra Libia e Canale di Sicilia.
Francamente, gli annunci del trio Gentiloni-Minniti-Pinotti risultano angusti e oscuri anche da un punto di vista elettorale. Così accontentiamoci del solo principio che avanza, anche quello fortunato per chi capita. È il principio della lotteria. Come per il migrante numero centomila sbarcato a Lampedusa prima dell’estate: grazie alla nascita miracolosa della piccola Miracle, avrà l’atto di nascita della figlia e quindi forse la possibilità di ottenere il diritto d’asilo.

il manifesto 27.12.17
L’«utilità», non marginale, di Donald Trump
Stati uniti. L’annuncio continuo del caos prepara il ritorno al neo-keynesismo militarista
di Enzo Modugno


Ma gli Stati Uniti sono in buone mani? C’è motivo di ritenere che il presidente Donald Trump, nonostante la cattiva stampa, stia invece realizzando le aspettative del mondo degli affari. Le sue decisioni, deplorate perché producono tensioni, sarebbero invece funzionali al buon andamento dell’economia. Potrebbe suggerirci questa conclusione un saggio di Paul M. Sweezy del 1960, Teoria della politica estera americana, che individuava le ragioni profonde della politica estera statunitense nella tendenza permanente dell’economia capitalistica alla depressione, che può essere superata da adeguati «stimoli esterni»: ma non eliminata in quanto tendenza perché la depressione riaffiora se diminuiscono questi stimoli. Tra questi è sempre disponibile una vasta spesa pubblica, preferibilmente militare perché quella civile lede molti interessi (il keynesismo militare è poi definitivamente prevalso col neoliberismo).
La pressione degli interessi di un capitalismo sempre sull’orlo di crisi devastanti reclama la corsa al riarmo – scrive Paul M. Sweezy – e il compito principale della politica estera diventa quello di offrirne le necessarie giustificazioni.
IL PRESIDENTE TRUMP sta eseguendo meglio di alcuni suoi predecessori questo importante compito. Infatti «tener viva la tensione internazionale» significa giustificare la spesa per le armi e ogni dollaro dato al Pentagono fa aumentare il Pil di circa tre dollari entro un anno e con effetto duraturo, come hanno concordemente dimostrato molti studi (tra gli altri anche quelli di Francesco Giavazzi e di Perotti e Blanchard, Working Paper n.7269). Una prospettiva irresistibile per un capitalismo sempre a un passo dalla crisi economica, che è il vero inconfessabile nemico che rode dall’interno l’impero.
KEYNESISMO MILITARE dunque, sul quale c’è, ma sembra che si stia perdendo, un patrimonio teorico che ha avuto inizio ben prima che lord Keynes gli concedesse questo nome, da Rosa Luxemburg ad Antonio Gramsci, e che poi è continuato da Kalecki a Sweezy a Joan Robinson, fino a riparare in Vaticano.
Può essere utile perciò un breve promemoria.
BERGOGLIO E ROSA LUXEMBURG. Il papa che va al fondo dei problemi, condannando la guerra ha parlato, unico leader al mondo, dei profitti derivanti dagli armamenti «che spiegano molti conflitti, compreso quello in Siria», rinnovando l’attenzione su quell’importante aspetto del militarismo che è la sua funzione economica. La cui prima analisi appunto si deve a Rosa Luxemburg, in un saggio del 1898 e in articoli e discorsi, 1913-1915, sul militarismo tedesco.
Bergoglio infatti è un gesuita e conosce i sacri testi suoi e i sacri testi del movimento operaio. Dunque Rosa Luxemburg, in polemica con Bernstein, con preveggente chiarezza, descriveva la funzione economica del militarismo come «una forza impulsiva, propria, meccanica, destinata a rapida crescita» perché le spese militari erano indispensabili al capitalismo: costituivano un mercato addizionale per assicurare alla produzione una nuova domanda più regolare, con un ritmo di sviluppo costante. «Il militarismo quindi rappresenta il più proficuo e imprescindibile tipo di investimento, promosso dagli stessi capitalisti tramite l’apparato parlamentare e la manipolazione operata dalla stampa». Rosa Luxemburg, che fu uccisa perché militante di un partito operaio, oggi sarebbe stata accusata di «complottismo»: si trattava invece di una lucida analisi di ciò che si sarebbe chiamato keynesismo militare, «il più proficuo investimento» che ha dominato il Novecento.
GRAMSCI. Un tema ripreso da Antonio Gramsci che nel 1917 denunciava «le trame dei seminatori di panico stipendiati dall’industria bellica che dalla guerra ci guadagna». Gramsci fu vittima del fascismo, ma oggi quegli «stipendiati» avrebbero accusato anche lui di «complottismo».
DIALETTICA DEL MILITARISMO. Se, da un lato, la funzione aggressiva del militarismo – che serve al dominio su mercati, risorse e campi di investimento e al dominio di classe interno – tende rapidamente alla vittoria e all’annientamento del nemico, d’altro lato invece la funzione economica del militarismo tende a prolungare lo scontro, evoca il nemico, lo sceglie, lo provoca, lo enfatizza, lo produce se non c’è: e questo, come ha scritto Paul M. Sweezy, è uno dei compiti principali della politica estera del governo Usa. Anche Alain Joxe, lo studioso francese di studi strategici, ha scritto: «La Corea del Nord è un caso raro, quindi diventa necessario, per rilanciare l’economia con la corsa agli armamenti e la guerra, produrre continuamente zone di intervento, e gli Usa procedono in tal senso». Col presidente Trump procedono sia la Guerra al Terrore – che ha sostituito la Guerra Fredda perché «qualcuno doveva pur fare il nemico» (Henry Kissinger) – sia la tradizionale tensione con la Corea del Nord che ha raggiunto livelli mai toccati prima.
LA FUNZIONE ECONOMICA del militarismo però si presenta come militare ma è militarmente priva di senso, produce un apparato bellico abnorme che oltrepassa ogni possibile esigenza strategica.
LA FUNZIONE MILITARE invece, nonostante l’esibizione del massacro, diventa inessenziale perché ha la sua verità nell’altra, è solo mimata, non tende alla soluzione ma alla continuazione del conflitto, come le interminabili guerre asimmetriche seguite alle guerre mondiali. Sulla guerra in Iraq ha scritto John Keegan, massimo storico militare inglese: «non poteva neanche chiamarsi guerra».
È IL CAPOVOLGERSI dell’economico e del militare, dell’essenziale e dell’apparente che si rivelano come le figure ricorrenti di un oscuro processo dialettico. È necessario rovesciarlo per scoprire il nocciolo economico entro il guscio militare. Troveranno la sintesi non nella vittoria ma nella guerra infinita, nell’esibizione di morte, insomma nella gestione militare del ciclo economico.
La versione ufficiale invece scompone di continuo questa totalità complessa, ne spezza artificialmente il divenire, esibendo ossessivamente la minaccia esterna, mostrando cioè un solo momento separato, estrapolato dal procedere della società capitalistica. Sono queste le fake news che governano il mondo, indispensabili alla sopravvivenza di questo modo di produzione.
JOAN ROBINSON. Come stanno le cose infine lo ha mostrato con chiarezza sulla New Left Review, anche Joan Robinson, economista tra i maggiori del ‘900: «Le recessioni non si possono evitare se non con le spese militari, e poiché per giustificare gli armamenti si deve tenere viva la tensione internazionale, risulta che la cura è peggiore del male»

La Stampa 27.12.17
Trump taglia i fondi all’Onu
dopo il voto su Gerusalemme
Mantenuta la promessa di Nikki Haley: 285 milioni di dollari in meno La mossa del presidente compatta i repubblicani verso il voto di Midterm
di Paolo Mastrolilli

L’amministrazione Trump ha tenuto fede alla minaccia di tagliare i finanziamenti all’Onu, dopo la risoluzione approvata dall’Assemblea Generale che bocciava il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Lunedì l’ambasciatrice Haley ha annunciato che gli Usa ridurranno di 285 milioni di dollari il loro contributo al bilancio regolare del Palazzo di Vetro. Così però Washington punirà l’organizzazione, invece dei 128 Paesi che le hanno votato contro, esercitando lo stesso diritto alla difesa della loro sovranità nazionale, che Trump ha invocato per la sua decisione di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv.
Per il biennio 2018-2019, l’Onu ha approvato un bilancio da 5,4 miliardi di dollari. Secondo la regola che distribuisce i contributi in base al pil dei Paesi, gli Usa dovrebbero pagare il 22% di questa cifra, che nello scorso biennio era ammontato a 1,2 miliardi. Da qui verranno tolti 285 milioni, incidendo in particolare su viaggi, consulenze, e altre spese operative. Il taglio è stato negoziato domenica, e la Haley lo ha annunciato così: «Non consentiremo più che la generosità del popolo americano venga abusata o rimanga senza controllo. In futuro, potete essere certi che continueremo a cercare maniere per migliorare l’efficienza dell’Onu, proteggendo i nostri interessi».
Il taglio è una rappresaglia politica, peraltro minacciata apertamente durante il dibattito su Gerusalemme, che ha poco a che vedere con le questioni economiche. L’amministrazione Trump, come quella di Bush figlio, ha un’avversione ideologica nei confronti dell’Onu per almeno tre ragioni: primo, la sua dottrina sovranista non accetta l’idea di organizzazioni multilaterali che possano imporre la loro volontà sul governo americano, anche se questo nel caso del Palazzo di Vetro è impossibile, perché avendo il potere di veto gli Usa possono bloccare qualunque risoluzione legalmente vincolante del Consiglio di Sicurezza che non condividono; secondo, le Nazioni Unite sono percepite come nemiche di Israele; terzo, l’organizzazione è fondamentalmente progressista e liberal, promuove principi come la salute riproduttiva o la lotta ai cambiamenti climatici, e quindi ha un’agenda generalmente avversa, se non opposta, a quella del governo Usa in carica. Quindi ogni occasione per attaccare l’Onu è apprezzata dalla base di Trump e può quindi giovare al partito repubblicano in vista delle elezioni del novembre 2018 per il rinnovo parziale del Congresso di Washington.
I difetti di questa visione sono principalmente due. Il primo sta nella natura dell’organizzazione. Il Palazzo di Vetro è solo una struttura dove i 193 Paesi del mondo si incontrano e discutono. Anche se venisse abbattuto, le posizioni globali resterebbero quelle. Su Gerusalemme, ad esempio, 128 Paesi sarebbero contrari al riconoscimento. Senza l’Onu non avrebbero una piattaforma per farlo sapere, ma sul piano politico concreto il problema resterebbe invariato. Il secondo difetto sta nel fatto che le Nazioni Unite le avevano volute proprio gli Usa, per difendere i loro interessi. È vero, ad esempio, che Washington paga il 22% del bilancio, ma ciò significa che il resto del mondo paga il 78% rimanente. Con questi soldi, ad esempio, si finanzia l’assistenza ai rifugiati che scappano dalla Siria in Giordania, stretto alleato degli Usa nella lotta al terrorismo, che senza gli aiuti Onu sarebbe già esploso.

Il Fatto 27.12.17
Bye bye Navalny Putin si blinda. Opposizione zero
di Leonardo Coen


I tre giorni del Condor Navalny. Tutto comincia domenica 24 dicembre, quando, da un palchetto improvvisato sul lungo fiume della Moscova (nessuno gli ha concesso l’uso di una sala), l’avvocato-blogger Alexei Navalny, il più credibile degli oppositori di Putin, annuncia che è “fiero” di presentarsi come “candidato di tutta la Russia” alle prossime elezioni presidenziali del 18 marzo 2018, nonostante lo scorso ottobre la Commissione Elettorale Centrale russa (Cec) lo abbia dichiarato “inelegibile” sino al 2028 in virtù di una condanna (5 anni) per presunte mazzette ai danni della filiale russa di Yves Rocher. Poi si reca alla sede della Commissione e deposita il dossier di candidatura, con le 300mila firme necessarie.
Lunedì 25 dicembre – il Natale ortodosso si celebra il 7 gennaio – la Commissione elettorale presieduta da Ella Pamfilova convoca Navalny per ufficializzare il responso. Una decisione lampo, fin troppo sospetta. Navalny si rivolge ai 12 membri della Cec: “Non vi chiedo un atto d’eroismo, non avete una pistola puntata contro la tempia. Vi chiedo solo di fare il vostro lavoro di funzionari dello Stato e di applicare la legge, ossia ciò per cui siete pagati dai vostri concittadini”. Appello inutile. Undici membri della Cec (uno si è astenuto) hanno rigettato la candidatura, motivando il no con la condanna a 5 anni per corruzione: “Sarebbe occorso un miracolo”, aveva detto giorni fa la 64enne Pamfilova, anticipando in un certo senso l’imbarazzante verdetto.
Navalny commenta: “È evidente che i processi contro di me sono stati una montatura: vi ricordo che la Russia è stata condannata dalla Corte Suprema dei Diritti dell’Uomo”.
Appena la sessione della Cec si conclude, sul web russo è immesso un video in cui Navalny invita gli elettori a scioperare: “Chiediamo a tutti di bloccare queste elezioni. Non riconosceremo il risultato del voto. Putin è terribilmente spaventato e ha paura di rivaleggiare con me”. La “controcampagna” si avvale pure di un nuova inchiesta sulle fortune di Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino e fedelissimo di zar Vladimir.
Ieri l’Unione europea ha espresso seri dubbi sul pluralismo politico in Russia. Peskov ha replicato: “Che la candidatura di Navalny sia stata respinta non pone in alcun modo risvolti negativi sulla legittimità delle elezioni”.
Insomma, tutto normale. Le regole sono state rispettate. Anzi, la Pamfilova annuncia che saranno accolti centinaia di osservatori, a monitorare il voto. Ilia Iashin, uno dei più stretti collaboratori di Navalny, ironizza: “Putin può recitare bene in tv il ruolo di macho, ma se hai paura d’affrontare il tuo solo vero oppositore, il tuo machismo non vale un soldo”.
Peskov mette in guardia Navalny: “L’appello al boicottaggio deve essere attentamente studiato per vedere se infrange la legge”. Parole come un tintinnìo di manette. Navalny ci è abituato: quest’anno, in galera, ci è finito 3 volte. Oggi, però, incassa una vittoria morale. Lo zelo della Cec dimostra quanto Putin tema il dissenso. Vuole evitare l’effetto indignazione, l’ondata anti-corruzione. Così si è disfatto del popolare e pericoloso antagonista. Farà un boccone della candidata Xsenia Sobchak: utile a dimostrare che il voto è “pluralista”, la divetta tv si batte “contro tutti” che, nel politichese russo, vuol dire contro nessuno.

Il Fatto 27.12.17
Per gli scritti anti-semiti di Céline ebrei contro l’editore Gallimard
Annunciate nuove pubblicazioni nel 2018


Più è proibito e più desta curiosità. Era già successo con il Mein Kampf, diventato un best-seller da 85.000 copie vendute. Tornato in vendita, un paio di anni fa, nelle librerie a opera dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco dopo 70 anni di divieto. Il testo aveva decretato un successo inaspettato. Ora, invece, la casa editrice parigina Gallimard ha intenzione di ristampare i libri antisemiti di Louis-Ferdinand Céline, in accordo con la vedova dell’autore, per la primavera del 2018. Francis Kalifat, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia, ha chiesto all’editore di non procedere alla ripubblicazione perché si potrebbe “fomentare” l’ondata “razzista, xenofoba e antisemita” che sta montando in Europa. Presa di posizione anche da parte del governo francese: Frédéric Potier, delegato interministeriale alla lotta contro il razzismo e l’antisemitismo, ha scritto a Gallimard per chiedere “garanzie” a proposito della ristampa.
Céline, nei suoi scritti, denunciava la rovina della Francia per mano degli ebrei e dei capitalisti, invocando un nuova alleanza con la Germania di Hitler con lo scopo di predisporre uno scontro tra Stati ariani e Stati giudeizzati. Con la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, Céline fu accusato di antisemitismo e collaborazionismo, guadagnandosi, così, l’esilio dalla Francia.

venerdì 22 dicembre 2017

La Stampa 22.12.17
L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici
I risultati della ricerca condotta da “Community Media Research” per “La Stampa” In 20 anni è aumentato soltanto il numero di coloro che non si riconoscono in nessuna fede
di Daniele Marini


Le festività natalizie fanno scattare, nel discorso mediatico, un meccanismo consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiari, nel privato o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune. Offriva un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro.
Religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde. Già all’inizio degli Anni 60 il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò un’«eclissi del sacro». All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento si è sostituita una declinazione individuale che definiremmo «tailor made», dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di «fai-da-te». Tant’è che siamo in presenza di «un singolare pluralismo» morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.
Un limbo collettivo
A distanza di quasi 20 anni da quell’indagine sono ancora mutate la religiosità e la spiritualità degli italiani? Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa», ha ripercorso alcuni dei temi sugli orientamenti religiosi degli italiani. Pur con le cautele del caso, tuttavia il raffronto con quanto rilevato all’inizio del secolo evidenzia come i processi di trasformazione allora rilevati si siano approfonditi. E, in generale, la società italiana mostri evidenti segni di una progressiva erosione della dimensione del sacro. Le dichiarazioni di appartenenza religiosa raccontano che la maggioranza della popolazione si dichiara ancora oggi cattolica (60,1%). Largamente minoritari sono quanti appartengono ad altre famiglie religiose (dagli islamici ai buddisti, dagli ebrei alle altre cristiane o non cristiane: complessivamente il 6,5%). Per contro, un italiano su tre (33,4%) non sente di appartenere ad alcuna confessione religiosa.
Fin qui, dunque, l’Italia parrebbe un Paese popolato da cattolici. Se è così, tuttavia, tale quota decresce significativamente dal 2000 di 19,1 punti percentuali, quando allora era stimata al 79,2%. Tale travaso, però, più che andare a vantaggio di altri gruppi religiosi, va ad alimentare l’area della non-appartenenza: il 33,4%, contro il 18,8% del 2000. Quindi, la religiosità cattolica coinvolge ancora una larga fetta della società italiana, ma è in contrazione. Non a vantaggio di altre culture religiose, quanto di una sorta di limbo. Un ulteriore riflesso della minore tensione all’appartenenza religiosa è riscontrabile nella frequenza ai riti e alle funzioni religiose. Gli «assidui»” (partecipano tutte le domeniche o almeno più volte al mese) sono il 25,6%, in calo di 24 punti percentuali rispetto al 2000 (erano il 49,6%). Crescono sia i «saltuari» (partecipano solo ad alcune occasioni o ogni 4-5 mesi: 47,0%, dal 34,9% del 2000) sia chi non frequenta mai (27,4%, era il 15,5% nel 2000).
Così, a una diminuzione del senso di appartenenza, consegue un minor grado di partecipazione ai riti delle comunità religiose. È interessante poi osservare come anche all’interno delle famiglie religiose le due dimensioni (appartenenza e partecipazione) non siano così scontate. Fra i cattolici solo il 39,4% è presente in modo assiduo ai rituali, quota però più cospicua rispetto a quanti appartengono ad altri gruppi religiosi (26,2%). I cattolici, quindi, paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari.
Vita spirituale
I processi erosivi della trascendenza nella vita quotidiana si colgono analizzando quanti ritengono di avere una vita spirituale e di credere in un’entità soprannaturale. In entrambi i casi otteniamo che un’ampia minoranza si riconosce nelle due dimensioni: il 45,4% sente di avere propria una vita spirituale, il 40,4% è religioso. Sommando queste affermazioni, identifichiamo quattro profili di religiosità. Il gruppo prevalente è dei «materialisti» (46,3%), che dichiara di non avere né una vita spirituale né religiosa, particolarmente presenti fra i 40enni (64,5%), assai più che fra i giovani (44,5%). Le caratteristiche opposte le troviamo nei «credenti» (34,5%), che sono il secondo gruppo, più diffuso fra gli adulti (oltre 55 anni: 43,4%). Fra questi due insiemi incontriamo quanti hanno una «spiritualità soggettiva» (11,1%), ma non riconoscono alcuna entità superiore. E, viceversa, chi ha un’appartenenza religiosa ispirata dalle consuetudini: la «religiosità culturale» (8,1%). Va sottolineato come la metà fra i cattolici (51,1%) rientri nel gruppo dei «credenti» e il 29,0% alberghi fra i «materialisti».
I processi di secolarizzazione proseguono la loro marcia. La perdita di intensità della dimensione del sacro lascia spazio a una materialità individuale e nelle relazioni, come denunciato dallo stesso Papa Francesco. Eppure il fenomeno dell’eclissi (del sacro) adombra come il lato oscuro nasconda un’altra realtà, che fatichiamo a vedere. Il pluralismo religioso e spirituale emerso dalla rilevazione è anche indice di una ricerca a fronte della perdita del tradizionale orizzonte di valori. È una nuova domanda di senso per l’epoca di trasformazioni che stiamo attraversando. Che richiede una grande opera di discernimento.


Repubblica 22.12.17
Il biotestamento
Sul fine vita la ministra non obietti
di Chiara Saraceno


La ministra della Sanità Lorenzin è scesa in campo a difesa della possibilità dei singoli medici, e soprattutto degli ospedali di proprietà religiosa ma convenzionati con il sistema sanitario pubblico, di rifiutarsi di dar corso alle volontà del malato di interrompere le cure quando le ritenga inutili, se non causa di un prolungamento di sofferenze intollerabili e senza speranza.
Rispondendo all’appello di alcune associazioni di medici cattolici ha, infatti, dichiarato che il suo obiettivo è contemperare «la necessità di applicare fedelmente le nuove disposizioni con le altrettanto fondate esigenze di assicurare agli operatori sanitari il rispetto delle loro posizioni di coscienza». Come se la legge sul fine vita appena approvata richiedesse ai medici pratiche crudeli, a danno dei pazienti, o consentisse l’eutanasia, e non il rispetto della libertà e dignità delle persone. Non bastano le pressioni del presidente della conferenza episcopale e del segretario di stato Vaticano sul presidente della Repubblica perché non firmi la legge appena approvata dal Parlamento. Anche un ministro del governo in carica, colei che dovrebbe farsi garante innanzitutto dei diritti dei cittadini e della ottemperanza della legge, si propone di indebolirla prima ancora che entri in attuazione.
Lorenzin non è nuova a queste prese di posizione. Quando circa un anno fa il governo regionale del Lazio bandì un concorso per ginecologi non obiettori, si schierò a favore di chi voleva impugnare il concorso, in nome, di nuovo, del diritto all’obiezione: non del diritto, sancito da una legge, ad ottenere una interruzione di gravidanza entro l’arco di tempo consentito e senza dover migrare da una regione all’altra. Nessuno obbliga un medico a lavorare in un ospedale pubblico e nel sistema sanitario nazionale. Tanto meno nessuno obbliga un ospedale privato a convenzionarsi con questo sistema. Se decidono di farlo, devono accettare di applicare le leggi dello stato, tutte, non a propria scelta. Se per questo gli ospedali religiosi perderanno clienti e dovranno chiudere, come adombra in modo ricattatorio la Conferenza dei vescovi, è un problema che riguarda innanzitutto loro e non può diventare una ragione per limitare i diritti dei cittadini. È già complicato e faticoso, nel nostro variegato sistema sanitario, capire dove si può essere curati nel modo più appropriato e in tempi ragionevoli.
L’obiezione di coscienza obbliga anche ad una ricerca per verificare dove le leggi sono pienamente applicate e non affidate alla scelta idiosincrasica dei singoli o della dirigenza. Nelle disposizioni di fine vita bisognerà scrivere anche in quali ospedali e da quali medici non si vuole farsi curare, per evitare di trovarsi in trappola proprio nel momento di maggiore fragilità. Invece di cercare di introdurre l’obiezione di coscienza anche nel caso dell’accompagnamento al fine vita, un ministro della Repubblica dovrebbe impegnarsi a eliminarlo anche nel caso dell’aborto, per evitare lo scandalo dei tassi di obiezione e delle difficoltà ad ottenere una interruzione di gravidanza che hanno anche fatto condannare l’Italia dalla Corte Europea per lesione dei diritti delle sue cittadine. Se Lorenzin intende impegnarsi per aggirare o ridurre la portata di leggi dello stato, non può fare il ministro e dovrebbe dimettersi.
Francamente, mi sembra che il suo sia un conflitto di interessi e un atteggiamento dannoso per i cittadini maggiore di quello della sua collega Boschi per il caso Etruria.


il manifesto 22.12.17
Trump sconfitto all’Onu ma conferma Gerusalemme capitale d’Israele
Gerusalemme. Solo nove Paesi si sono schierati con lui. La risoluzione all'Assemblea Generale è stata approvata da 128 Paesi membri, tra i quali l'Italia. 35 le astensioni. Netanyahu: Onu casa delle bugie
di Michele Giorgio


GERUSALEMME Con una maggioranza netta, l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato ieri sera la risoluzione di condanna del riconoscimento unilaterale fatto lo scorso 6 novembre dal presidente americano Donald Trump di Gerusalemme capitale di Israele. Con 128 voti favorevoli (9 i contrari) è stato accolto il testo presentato da Turchia e Yemen – simile a quello bocciato giorni fa in Consiglio di Sicurezza a causa del veto Usa – in cui si afferma che tutti gli Stati devono rispettare le precedenti risoluzioni del CdS e che lo status finale di Gerusalemme può essere deciso solo nell’ambito di negoziati. Tuttavia le minacce rivolte nei giorni scorsi da Trump e dalla sua ambasciatrice dell’Onu Nikki Haley ai Paesi membri dell’Onu hanno prodotto qualche risultato. Oltre a Usa e Israele, altri sette Paesi hanno votato contro la risoluzione: Guatemala, Honduras, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Palau, Togo. Favorevoli invece i principali Paesi Ue, a partire da Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna. Tra i 35 astenuti si segnalano Australia, Canada, Argentina, Polonia, Romania, Filippine e Colombia.
Voto a parte, al Palazzo di vetro ieri è apparsa chiara la spaccatura tra un mondo che, sia pure con ambiguità e ipocrisie, continua a rispettare il diritto internazionale ed un altro mondo, incarnato dall’Amministrazione Trump e dal governo Netanyahu, che crede nella politica dei fatti compiuti, degli atti di forza, dei passi unilaterali. Nikki Haley ieri ha ribadito le minacce fatte nelle ore precedenti ai Paesi membri dell’Onu. «Gli Stati Uniti ricorderanno questo giorno, in cui sono stati attaccati per aver esercitato il loro diritto come nazione sovrana», ha affermato. Gli Stati Uniti – ha ricordato – «sono il principale contributore delle Nazioni Unite ma se i nostri investimenti non portano risultati allora abbiamo l’obbligo di destinare le nostre risorse ad altre cose più produttive». Haley infine ha ribadito che «L’America sposterà la sua ambasciata a Gerusalemme. Nessun voto alle Nazioni Unite farà la differenza. Ma questo voto farà la differenza su come gli americani guarderanno l’Onu».
Israele si sente vincitore nonostate il 128 a 9. Il governo Netanyahu ora si impegnerà con i Paesi che hanno votato contro la risoluzione o si sono astenuti per convincerli a trasferire le loro ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme e rendere meno isolata la scelta degli Stati Uniti. È probabile che, come era avvenuto dopo l’approvazione della “Jerusalem Law” nel 1980 (l’annessione unilaterale votata dalla Knesset di tutta Gerusalemme capitale di Israele), anche questa volta Israele trovi comprensione tra alcuni Paesi centroamericani. Non può non essere notata anche l’astensione di Polonia e Romania, andate contro la posizione dichiarata più volte dall’Unione europea. «Questo voto finirà nel secchio della spazzatura della storia» ha previsto l’ambasciatore israeliano Danni Danon che puntato l’indice contro l’Onu, definendo i Paesi membri «marionette nelle mani dei palestinesi». Prima di lui, il premier israeliano Netanyahu aveva descritto le Nazioni Unite come la «casa delle bugie».
La posizione palestinese resta ancorata al diritto internazionale, preso a picconate da Washington e Tel Aviv. «Lo status di Gerusalemme è la chiave per la pace o la guerra in Medioriente. La risoluzione sottolinea la necessità di tutelare lo status legale internazionale di Gerusalemme» aveva spiegato prima del voto il ministro degli esteri Riad al Malki. Allo stesso tempo i palestinesi sanno che la vittoria di ieri all’Onu non avrà effetti concreti sul terreno. Per questo il presidente dell’Anp Abu Mazen prosegue il suo tour diplomatico alla ricerca di sostegni. Oggi vedrà all’Eliseo Emmanuel Macron. In Sudafrica l’Anc, il partito di maggioranza legato al nome di Nelson Mandela, ha presentato una richiesta ufficiale al governo per abbassare il livello dell’ambasciata israeliana a semplice ufficio di rappresentanza.
Oggi si prevedono nuove manifestazioni contro Trump a Gerusalemme est e nel resto dei Territori palestinesi occupati al termine delle preghiere del venerdì islamico. L’esercito israeliano continua a compiere arresti in Cisgiordania. Secondo dati palestinesi dal 6 novembre le forze israeliane hanno detenuto circa 500 persone, durante le proteste e nei raid notturni in villaggi e città. Lunedì Ahed Tamimi, 16 anni, arrestata a Nabi Saleh con l’accusa di aver “aggredito” due soldati, sarà processata assieme alla madre Nariman, e alla cugina Nour, da una corte militare israeliana.

Il Fatto 22.12.17
Sberleffo a Trump: tutto il mondo vota contro gli Usa
L’Assemblea delle Nazioni Unite boccia la decisione americana di dichiarare la Città Santa capitale di Israele
Sberleffo a Trump: tutto il mondo vota contro gli Usa
di Giampiero Gramaglia


Non dimenticheremo”, dice Trump in tono minaccioso. E, in effetti, gli Stati Uniti faranno fatica a dimenticare lo schiaffo ricevuto ieri dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite: passa a larghissima maggioranza la risoluzione che condanna il riconoscimento, da parte dell’Amministrazione americana, di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento dell’ambasciata degli Usa da Tel Aviv nella Città Santa ai tre monoteismi. La condanna era stata bloccata in Consiglio di Sicurezza solo dal veto della rappresentante permanente americana Nikki Haley.
Il documento, presentato da Yemen e Turchia, ottiene 128 voti a favore, – se ne aspettavano 150, ma qualche diplomazia s’è lasciata impressionare dalle minacce di Trump di bloccare gli aiuti -, 9 contro e 35 astenuti. Una ventina di Paesi non rispondono all’appello: sono in tutto 193. Per contare gli amici, al magnate presidente bastano e avanzano le dita delle sue piccole mani. Per segnarsi i nemici, gli serviranno molte pagine della sua agenda 2018.
Fra i 10 Paesi più aiutati dagli Usa, solo uno, Israele, vota contro la risoluzione. Il Kenya dà forfait. Gli altri votano tutti a favore: Afghanistan, Egitto, Iraq, Giordania, Pakistan, Nigeria, Tanzania ed Etiopia. Nemici a parte, la sfida a Trump è corale da parte di amici e financo vassalli.
La mossa di Trump, gratuita e non necessaria, di incendiare il Medio Oriente e tutto il Mondo islamico trasferendo l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme ottiene il doppio effetto d’avvicinare nemici musulmani di vecchia data, come a esempio Arabia saudita e Iran, ora dalla stessa parte della barricata pro-palestinesi, e di stimolare la coesione dell’Ue, spesso divisa sul Medio Oriente. A favore della risoluzione, votano 26 dei 28, tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna.
Un altro corollario del teorema ‘trumpiano’ è che, senza colpo ferire, Russia e Cina vedono crescere la loro influenza nella Regione: Putin può permettersi di ‘portare a casa’ le truppe dalla Siria, avendo già centrato i suoi obiettivi.
Israele minimizza il significato del voto, che “finirà nel secchio della spazzatura della storia”: si può prevedere che il documento resti lettera morta, come già molti altri delle Nazioni Unite, specie sul Medio Oriente – proprio Israele ne ignora il maggior numero. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza sarebbe stata vincolante, quella dell’Assemblea generale non lo è.
Il testo sottoposto all’Assemblea generale è praticamente la fotocopia di quello presentato dall’Egitto e bloccato dal veto della Haley in Consiglio di Sicurezza. Si chiede che tutti gli Stati rispettino le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (ben 10 dal 1967), secondo cui lo statuto finale di Gerusalemme può esser deciso solo nell’ambito di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Ogni altra decisione – si sostiene – deve quindi essere considerata non valida. Subito dopo il voto, Israele ne ha respinto le indicazioni, mentre i palestinesi esultavano.
La Santa Sede rilancia uno statuto speciale per Gerusalemme ‘città aperta’, mentre Papa Francesco invoca “dialogo e pace” per una città “simbolo di convivenza”.
La posizione italiana è stata espressa dal ministri degli Esteri Angelino Alfano, a una conferenza per gli 800 anni di presenza francescana in Terra Santa: “Gerusalemme è una missione comune fra ebrei, musulmani, cristiani, come lo è lo status quo dei Luoghi Santi radicata nelle coscienza di chi la abita e di chi la governa e che dovrà rimanere tale quale che sarà lo statuto politico definitivo della città”.

Repubblica 22.12.17
L’era Trump
Usa, i veti assurdi sulla scienza
di Jared Diamond


L’amministrazione Trump ha recentemente ordinato a un organismo pubblico, il Centro per il controllo delle malattie, di rimuovere dai documenti una serie di parole che prima erano considerate virtuose, ma ora non sono più utilizzabili. L’elenco ha suscitato proteste e sorpresa, non solo perché il decreto del governo rappresenta un’antidemocratica censura del linguaggio, ma anche perché fra le parole vietate ce ne sono alcune che giocano un ruolo centrale nel controllo delle malattie, nella democrazia e nei valori della destra repubblicana.
Quali sono queste parole cattive? Una è “vulnerabile”: ma il lavoro del Centro per il controllo delle malattie consiste proprio nell’individuare le malattie a cui gli americani sono vulnerabili. Un’altra è “diversità”: ma per controllare le malattie è indispensabile riconoscere che non tutte le persone hanno le stesse vulnerabilità. Per esempio, le donne sono vulnerabili al tumore alle ovaie, gli uomini no. Un’altra è “diritto”. Ma la seconda frase della Dichiarazione di indipendenza del 1776 afferma: « Riteniamo che siano per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che sono dotati dal Creatore di inalienabili diritti; che per garantire tali diritti sono istituiti tra gli uomini governi». La nostra nazione è fondata sulla fede nei diritti e sull’idea consensuale che la funzione principale del governo sia proprio quella di garantirli.
Altre due espressioni vietate sono “ basato sui dati” e “ basato sulla scienza”. Ma i dati e la scienza sono la base della moderna medicina. La ragione per cui oggi l’aspettativa di vita media degli americani (compresi i repubblicani) è 80 anni, mentre era meno di 50 due secoli fa, è che l’evidenza scientifica ha dimostrato fatti ormai accettati. Paradossale è la messa al bando di “feto”. I repubblicani professano una particolare attenzione per i feti, la cui vita andrebbe preservata a prescindere dalla praticabilità, anche se perdono interesse per i feti dopo che sono nati.
Simili divieti sarebbero assurdi in qualsiasi Paese. Dal governo degli Stati Uniti ci si aspetterebbe il contrario. Gli Usa sono all’avanguardia in scienza, tecnologia e medicina. La produzione scientifica è superiore a quella del resto del mondo. Università prestigiose e industrie innovative sono americane. È grazie a scienza e tecnologia se l’America è il Paese più potente del pianeta. Insomma, gli Stati Uniti sono gli ultimi al mondo in cui ci si aspetterebbe atteggiamenti antiscientifici come quelli dell’amministrazione Trump. Come si spiega questo paradosso? Lascia perplessi molti americani, e attoniti i miei amici europei. In realtà, la sfiducia nella scienza e nella ragione è diffusa e di vecchia data, e coesiste, non senza attriti, con la preminenza scientifica. Gli esempi sono innumerevoli: uno dei più citati è il processo Scopes del 1925, quando un maestro nel Tennessee fu condannato per aver violato una legge che vietava l’insegnamento della teoria dell’evoluzione. Le restrizioni all’insegnamento dell’evoluzionismo sono ancora diffuse. Ma l’evoluzione è il fatto distintivo centrale della biologia: è impossibile insegnare biologia senza avere un’idea chiara dell’evoluzione.
Si discute sull’origine di questo paradosso. Cito due fattori, che negli Usa pesano più che in altre democrazie ricche. Ma ve ne sono altri. Uno dei due è il fatto che gli Stati Uniti sono stati fondati come una democrazia estrema. La Dichiarazione di indipendenza cominciava con un’asserzione di uguaglianza: l’uguaglianza di opportunità è un ideale fondamentale. La nobile fede nell’uguaglianza di opportunità cozza con la crudele realtà della disuguaglianza di capacità. Alcune persone sono più capaci di altre in ambiti specifici. Da qui nasce la sfiducia verso gli esperti e gli scienziati. Molti fatti della scienza contraddicono l’ingenua evidenza dei nostri sensi. Per esempio, gli occhi ci dicono che la Terra è piatta e il Sole gira intorno alla Terra: ma gli astronomi hanno dimostrato che la Terra è rotonda e gira intorno al Sole. Gli americani di destra dichiarano la loro sfiducia verso la scienza, ma l’ammirazione per l’uomo della strada è solo formale: la sua condizione è peggiorata e la riforma fiscale avvantaggia i super ricchi. La sfiducia del governo verso gli scienziati non è condivisa dalla Corea del Nord, lieta di supportare i suoi nel progettare missili e bombe.
L’altro fattore che contribuisce alla sfiducia nella scienza è il ruolo delle religioni fondamentaliste. Quando gli Usa furono fondati, i Paesi europei avevano religioni di Stato, sostenute dai governi e professate dai cittadini. Molti di quelli che emigravano dall’Europa lo facevano proprio per sfuggire alle religioni, e ne fondarono di nuove. Il sistema di credenze è in contrasto con un approccio scientifico. Le religioni sono professate da molti, che esercitano influenza politica. Sono un’altra forza che si oppone alla scienza, alla ragione e alla biologia evolutiva.
Queste, quindi, sono due delle ragioni per cui gli Stati Uniti, all’avanguardia nella scienza mondiale, paradossalmente hanno un governo che è all’avanguardia nell’opposizione alla scienza. Dove ci porterà tutto questo? Non lo so. Posso solo affermare che l’esito dipenderà dalle libere scelte degli elettori americani nelle prossime elezioni e dagli sforzi del governo per impedire agli elettori di esprimere le loro scelte. Mi viene in mente un detto degli antichi greci: “Gli dei accecano coloro che vogliono distruggere”. L’interrogativo irrisolto della politica americana è questo: verranno distrutti nelle prossime elezioni solo i conservatori che oggi dominano il Partito repubblicano, consentendo il ritorno della politica alla sanità mentale? O invece verranno distrutti i punti di forza degli Stati Uniti, fondati sulla scienza e sui dati? La risposta a questa domanda è attesa con interesse non solo dagli americani, ma anche dai leader della Cina, della Russia, della Corea del Nord e degli altri nostri rivali.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il Fatto 22.12.17
Tutte le missioni finte della Boschi. Da Madonna di Campiglio al grande giro del Canada
Documenti, Sottosegretaria sempre in viaggio e non sempre per motivi di natura istituzionale
Boschi: a seguire, nella gallery, le tappe del viaggio della Boschi.
di Carlo Tecce


Maria Elena Boschi va su e giù per l’Italia, spesso in Toscana, di frequente a casa in provincia di Arezzo, fa conferenze internazionali, interviene ai seminari, inaugura ville di periferia, porta i saluti, gli omaggi, riflette sull’uomo e la donna, rappresenta un po’ il governo e un po’, a volte troppo, se stessa. Un paio di mesi dopo l’incarico da sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, cioè la prima settimana di febbraio, Boschi ha iniziato a viaggiare, a collezionare “trasferte istituzionali”. E non ha smesso più.
Il Fatto ha ottenuto l’elenco – compilato dagli uffici dell’ex ministra e trasmesso da un dipartimento di Palazzo Chigi nel rispetto della legge sull’accesso agli atti – delle missioni di governo di Meb. E non sempre, scartabellando il documento di 15 pagine, gli impegni di Boschi giustificano le ragioni istituzionali: da un fine settimana sulla neve di Madonna di Campiglio a un giro del Canada, passando per le numerose feste del Partito democratico. Allora conviene raccontare nel dettaglio i viaggi più controversi di Meb.
4-5 febbraio 2017 Sabato e domenica fra “Lucca e Arezzo”. Non c’è traccia di appuntamenti di Stato negli archivi delle agenzia di stampa.
17-19 febbraio A Madonna di Campiglio c’era il sole e parecchia neve. La sosta è lunga: venerdì, sabato e domenica. Anche qui la missione, se non strana, è almeno segreta.
24-25 marzo Il venerdì e il sabato, stavolta, li trascorre a Firenze. Il venerdì c’è un Consiglio dei ministri. Nel pomeriggio, però, la sottosegretaria è davvero a Firenze. Riportano le agenzie di quel giorno: “Un applauso, molti saluti affettuosi, ma anche premure quasi familiari da parte dei militanti al circolo Vie Nuove del Pd per Maria Elena Boschi che, di ritorno da Roma, stasera è andata a votare per il congresso. ‘Elena, ma hai mangiato…?’, ha chiesto un’iscritta. Boschi ha rinnovato la tessera lasciando 100 euro, stessa somma lasciata da Renzi”.
30 aprile Una domenica. Boschi è segnalata in missione in un punto imprecisato del territorio toscano, ma riesce a raggiungere in tempo la sede del Nazareno a Roma per celebrare la riconquista della segreteria dem di Renzi.
21-24 luglio dal venerdì al lunedì, trattasi di missione – in ordine cronologico – a Milano, Firenze e Arezzo. Il 21 è con Giuliano Pisapia alla festa dell’Unità di Milano. “I cronisti urlano: ‘Avete fatto pace?’. E lei risponde: ‘Non abbiamo mai litigato’”. Poi la sottosegretaria scompare, per l’appunto, fra Firenze e Arezzo.
28 luglio Viaggio in Toscana. E nient’altro da aggiungere.
10-11 settembre Domenica e lunedì, Emilia Romagna. Il 10 la sottosegretaria è attesa alle feste dell’Unità di Modena e Reggio Emilia. Temporali ovunque, annullati gli eventi. Boschi resta in zona. Il giorno dopo, di sera, è nel cartellone della festa di Bologna. All’improvviso, però, rientra a Roma per motivi di governo.
14-17 settembre Tappa in Canada fra Toronto e Montréal. Visite di circostanza (con ingresso vietato ai giornalisti) con ambasciatori, banchieri e comunità italiana per legittimare – come ha scritto il Fatto in ottobre – la presenza al Global Progress, un seminario di matrice riformista, organizzato da numerosi centri studi, Canada 2020, Center for American Progress, Policy Network e Volta. Quest’ultimo è una prodotto renziano: il presidente è Giuliano da Empoli, ideologo di Matteo. La missione ha provocato lo sconcerto di Palazzo Chigi e negli ambienti diplomatici per una fattura non prevista, lasciata in sospeso dalla sottosegretaria, di oltre 1.000 euro per un servizio fotografico mai diffuso sui media. Il conto dal Canada: per la sottosegretaria, una collaboratrice e un consigliere, Palazzo Chigi ha speso 15.000 euro.
22-24 settembre Missione a Imola e Bologna. Il 22 la sottosegretaria è alla festa nazionale del partito a Imola, tavola rotonda con Maria Teresa Grieco (Enel) e Monica Maggioni (Rai) sul tema “Le donne fanno la differenza”: “Non so se avrei avuto lo stesso tipo di critiche se fossi stata un uomo”.
14-15 ottobre Sabato e domenica, missione (generica) in Toscana. Il sabato è al Teatro Eliseo di Roma per i dieci anni del Pd.
Il Fatto ha chiesto spiegazioni alla sottosegretaria sulle missioni appena illustrate. E ha ricevuto una doppia risposta. La prima era un tentativo di eliminare alcune trasferte, fra cui la più imbarazzante, quella a Madonna di Campiglio. Con una scusa: si tratta di “errore materiale”. Quando Boschi è in viaggio con un agente di sicurezza (forse l’autista), oltre alla scorta – sostenevano da Palazzo Chigi – si muove da privato cittadino. Peccato che anche il 6 febbraio, per esempio, Boschi fosse alla Normale di Pisa – dove subisce pure una contestazione dagli studenti – solo con l’agente e la scorta. Così ritirano la bugia e cambiano versione: non ci sono “errori materiali” nell’elenco sulle missioni della Boschi, scritto dagli uffici della Boschi e inviato dall’efficiente e trasparente Dipartimento del personale.
Ecco la replica definitiva: “Nelle date del 4-5 febbraio, 17-19 febbraio, 24-25 marzo, 28 luglio e 14-15 ottobre, la sottosegretaria ha effettuato spostamenti principalmente per motivi non istituzionali. La sottosegretaria potrebbe aver partecipato anche in queste date ad alcuni eventi istituzionali, ciononostante non ha presentato alcuna richiesta di rimborso. Nelle date del 30 aprile, 21-24 luglio, 10-11 settembre e 22-24 settembre, la sottosegretaria ha avuto incontri istituzionali, in particolare con autorità di governo locale, in ragione delle deleghe attribuite”. Chissà se fra le “deleghe attribuite” è inclusa quella di svolgere missioni di governo per questioni private e politiche.

Repubblica 22.12.17
La questione politica
Il conflitto di Grasso
di Nadia Urbinati

È una banalità dire che il conflitto di interessi è la perenne questione della politica. Di quella moderna in modo particolare, che proprio perché radicata nel riconoscimento del ruolo centrale della sfera privata ed economica, deve dotarsi di scudi protettivi — istituzionali e giuridici — per difendere l’uguaglianza di fronte alla legge e la libertà dei cittadini. Nell’efficacia di questi scudi protettivi, che la divisione dei poteri consacra, sta quel che si chiama il governo della legge. L’opposto, ci è stato insegnato dalla tradizione repubblicana, è il governo degli uomini ovvero, oggi si direbbe, dei gruppi sociali o politici o famigliari o economici. Anche il governo di una maggioranza eletta può tracimare in governo fazioso quando occupa lo Stato in maniera quasi proprietaria. Assistiamo in questi giorni al braccio di ferro tra la Ue e il governo polacco proprio sui limiti del potere della maggioranza. Il problema del governo degli uomini contro il governo della legge non è estraneo nemmeno a noi.
Il conflitto di interessi, nella forma prepotente di cui siamo spettatori in questi giorni, è il segno di una ferita che accompagna la storia del nostro Paese dalla fine dei partiti tradizionali. Dalla discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi, che ha cambiato ben più del modo di fare politica, preferendo l’audience all’organizzazione partitica. Ha cambiato l’ethos della politica e dei politici. Dopo due decenni, tutti sembrano oggi più assuefatti alla commistione tra affari e affarucci privati e ruoli istituzionali. Ma dalle ragioni che hanno determinato la discesa in campo di Berlusconi — da Tangentopoli — abbiamo anche appreso che gli affari sono privati anche quando sono di partito. Agire nel nome del partito invece che nel nome degli interessi di famiglia non nobilita l’azione di interferenza del privato e non è giustificabile.
Ci troviamo oggi di fronte a entrambe queste forme di commistione. Sono due i casi che richiedono una riflessione critica e imparziale, che impongono di interrogarci sulla labilità della linea che separa la persona (i suoi interessi o le sue idee politiche) e il ruolo istituzionale che essa ricopre: quello che coinvolge Maria Elena Boschi, ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei ministri, e quello che coinvolge Pietro Grasso, presidente del Senato della Repubblica. Diversissimi tra loro circa il contenuto delle ragioni del conflitto, la loro posizione è tuttavia segno di quella irrisolta questione di cui si parlava sopra: del fatto che, in relazione allo Stato e alle sue istituzioni, il diretto impegno partigiano è una forma di ragione privata, certo diversa dal più inquietante scenario dell’uso del proprio ruolo di ministro per “ chiedere” ( che è già interferire proprio per l’autorità che il richiedente ricopre) ragguagli sulla banca della quale il proprio padre è dirigente. Due privati: uno relativo a un partito; uno relativo agli affari di famiglia.
In entrambi i casi, le massime istituzioni dello Stato (il governo e il Senato) sono rappresentate a livelli alti o massimi da persone che hanno interessi esterni al loro ruolo. Questo inficia gravemente il senso dell’autonomia delle istituzioni, una condizione fondamentale del governo della legge. La richiesta di dimissioni che Mario Calabresi rivolgeva a Boschi dovrebbe essere rivolta anche al presidente Grasso, che non può essere insieme il capo di una lista elettorale che parteciperà alla prossime consultazioni e il rappresentante della seconda carica dello Stato. Non è mai successo prima d’ora nel nostro paese. Perseverare nell’accettazione della commistione di livelli confliggenti comporta screditare il senso (anche simbolico) delle istituzioni. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a posizioni impossibili da sostenere. E ferisce il nostro senso civico la caparbietà con la quale ciascuno resta al proprio posto. Non è giustificabile.

Repubblica 22.12.17
Sfratto e lista contestata
Il divorzio radicale tra stanze contese e debiti rinfacciati
di Gianluca Luzi


Scontro micidiale tra gli eredi di Marco Pannella. In nome della fedeltà al verbo e all’azione politica del fondatore, Rita Bernardini, storica leader radicale, ha sdegnosamente rifiutato l’offerta inviata via email di una candidatura nella lista +Europa con Emma Bonino. Come se non bastasse, contro i radicali dell’ex ministro degli Esteri.
Dichiara guerra anche Maurizio Turco che in qualità di “Presidente dell’Associazione politica nazionale lista Marco Pannella-Notizie radicali” ha letteralmente sfrattato Bonino e tutti coloro che hanno a che fare con la sua lista dagli storici locali di Largo Argentina 76 a Roma. Secondo Turco devono «senza indugio» sgombrare le tre stanze che occupano «senza alcun titolo» nella sede. E visto che ci sono devono anche ridare 30 mila Euro per l’occupazione di un magazzino più le spese di telefono e luce elettrica. Se poi volessero acquisire il dominio internet “radicali.it”, dovranno sborsare la bella cifra di 70 mila Euro.
Evidentemente in una parte della galassia radicale la lista di Emma Bonino è vista come una eresia. Basta leggere la lettera piena di sdegno di Rita Bernardini per rendersene conto. «Il fatto che mi proponiate una candidatura nella vostra lista mi porta a pensare che il mio comportamento politico non sia stato chiaro». Le ragioni del gran rifiuto, spiega Bernardini, affondano nel passato «quando le vostre strade sono confluite in un’unica strada contraria a quella percorsa da Marco Pannella». Da quel momento la frattura è insanabile: da una parte, scrive Bernardini, quelli che hanno «condiviso la strada di Pannella e la portano avanti oggi nel Partito radicale non violento, transnazionale.
transpartito» (la terminologia è importante nel mondo radicale); dall’altra i «più acerrimi boicottatori, con atti, comportamenti e omissioni del raggiungimento dei tremila iscritti nel 2017». Insomma per Bernardini i voti alla lista Bonino sono voti contro Pannella. Un’accusa sanguinosa, che equivale a una scomunica, ma altrettanto dura è l’accusa alla lista +Europa di voler stare nel campo del centrosinistra, definito niente di meno che «un regime a-democratico e antipopolare che ha ridotto il Paese sul lastrico». Non importa che il segretario dei Radicali italiani abbia detto che «non è affatto scontato che +Europa con Emma Bonino si allei con il Pd», per i pannelliani duri e puri sono dei rinnegati. Ma la Lista di Emma Bonino è lanciata.
Secondo il segretario radicale Magi «è l’unica vera novità» nel panorama politico e mira a superare il 3 per cento. Magi non ha detto però dove si candiderà la Bonino, «si deciderà nelle prossime settimane».

Il Fatto 22.12.17
Sostiene Gillo “Il Galateo? Non c’è più. Il cattivo gusto invece sì”
Classe 1910 – Angelo Gillo Dorfles ha compiuto 107 anni: è medico, pittore, pianista, scultore, poeta e professore


Pubblichiamo un estratto del libro “Il galateo del Terzo millennio” di Filiberto Passananti (Autore), Matteo Minà (Autore), G. Biscalchin (Illustratore) con l’intervista ad Angelo Dorfles.
Sull’estetica ha basato grandissima parte della sua vita. Ha portato in Italia un termine diametralmente opposto alla filosofia del Galateo: il kitsch. Angelo Dorfles, detto Gillo, è medico, pittore, pianista, scultore, poeta e professore. Ma soprattutto critico d’arte ed esteta, uno tra i più famosi e riconosciuti del Paese. Ha già superato i cento anni (è nato a Trieste il 12 aprile 1910), ma continua a essere impegnato con mostre, recensioni e libri. L’incontro nella sua casa di Milano, in un quartiere dove si respira l’aria della borghesia d’altri tempi, è un dialogo con un interlocutore vestito in maniera impeccabile, lucido, attento, curioso, cordiale e disponibile (…).
Professor Dorfles, le regole di rispetto per gli altri dettate dal Galateo sono valide ancora oggi?
Direi che oggi non c’è più legge che valga. Le regole sono cambiate, sia quelle ufficiali, che quelle a livello familiare. Il valore di quanto sancito diversi secoli fa è completamente finito. Naturalmente, ci sono delle nuove regole che si sono organizzate spontaneamente; sono queste che valgono. Il tutto a prescindere dalle regole religiose che dovrebbero essere valide oggi come ieri, ma anche in questo caso non sono più le stesse.
Ritiene utile che i ragazzi leggano l’opera di monsignor Giovanni Della Casa?
Credo che i giovani vadano istruiti su quella che deve essere oggi la prassi giusta e non quello che veniva insegnato nei secoli scorsi. Sono cambiati i mezzi, le strutture, quindi inutile rifarsi a ciò che valeva allora. Oggi è necessaria una nuova edizione di un libro che insegna a vivere.
Attualizzare e diffondere il Galateo quali effetti può avere sulla convivenza tra le persone?
Un’efficacia notevolissima, perché il giorno che nelle scuole venissero usate delle regole generali, formulate in una decina o ventina di capoversi, queste dovrebbero essere una specie di fiducia sul comportamento dei giovani. Poi, tutto dipende da dove vive e dove viene educato il ragazzo e da quale sia il suo ambiente familiare, il rapporto con lo Stato e la religione.
Quali sono le tre regole cui fare riferimento nell’attualizzazione del
Galateo?
Prima di tutto non ferire il prossimo con le proprie azioni e parole. Rispettare l’età sia del bambino che del vegliardo. Credere nell’amicizia effettiva.
L’empatia professata da monsignor Della Casa è uno strumento che le è tornato utile nelle sue esperienze di vita e di lavoro?
Una volta esisteva un Galateo non dico universale, ma diffuso, perlomeno in un certo ambiente. Oggi non c’è più una regola che valga per tutti. Ci sono i Galatei familiari, etnici, politici, che variano molto da Paese a Paese, da classe sociale a classe sociale. Personalmente l’Opera mi è servita in quanto nella mia famiglia c’era un Galateo specifico al quale io ero sottomesso. Ma aveva poco a che fare con un Galateo nazionale o religioso, era una forma familiare di comportamento.
L’amore per il denaro è chiaramente maleducato; il rispetto e la comprensione verso gli altri sono alla base dell’educazione, ma non producono miglioramenti economici nella vita della persona. È d’accordo?
Il rapporto con il prossimo dovrebbe sempre ubbidire a certe regole di vita che sono più o meno universali. Sicuramente il rispetto per gli altri è fondamentale (…).
Quali sono le situazioni in cui il Galateo e i suoi principi sono indispensabili?
Dovrebbe essere sempre necessario, sia salendo su un tram che prendendo un taxi. Nella vita comunitaria della città, il Galateo dovrebbe dominare le azioni di tutti gli individui (…).
Che cosa è oggi la buona educazione?
Non c’è più quella regola che poteva valere nell’Ottocento, per cui valgono le regole familiari. Questo per dire che dipende se il nucleo in esame appartiene alla buona borghesia, al popolo minuto o alla classe dirigente. La buona educazione è diversa per tutti, nel senso che il comportamento del giovane operaio non è quello del magistrato. Il classismo vale ancora anche se le classi non sono più quelle di una volta. Poi è anche vero che il rapporto tra un dirigente e un operaio non è più quello di ieri (…) la dignità dei lavoratori oggi viene riconosciuta più che in passato.
Perché oggi il Galateo, nell’immaginario collettivo, è soprattutto abbinato alla cucina e alla tavola?
Il gusto per il cibo è una delle più importanti sensibilità affettive. Nelle azioni fondamentali come mangiare valgono alcune regole non ufficiali, ma assodate dalla consuetudine. Anche nel modo di cibarsi esistono regole ufficialmente riconosciute. (…)
Della Casa dice di vestirsi in modo appropriato anche per portare rispetto alla collettività. Come fare per evitare abiti di cattivo gusto?
Oggi più che ieri la moda in senso lato esiste ed è riconosciuta, quindi per un incontro formale si utilizzeranno i calzoni lunghi e non corti perché questa è la regola di vita. Tutto dipende ancora una volta dalle regole che si sono auto istituite. Per evitare il cattivo gusto bisogna uniformarsi a quello che è il gusto generalizzato. Certo non sempre ciò che è standardizzato è la perfezione, comunque sarà più o meno tollerabile per il fatto stesso di essere applicato così vastamente.
Esiste un cattivo gusto nel design?
Naturalmente! Sono cinquant’anni che mi occupo di cattivo gusto, quindi evidentemente esiste (…).

La Stampa 22.12.17
Per metà degli italiani l’ex ministra dovrebbe ritirarsi dalla politica
Sei elettori dem su 10 la difendono
di Nicola Piepoli


Mercoledì in una seduta della Commissione banche Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, ha fatto una dichiarazione riguardante la sottosegretaria Maria Elena Boschi, che è stata interpretata in diversa maniera dall’opinione pubblica. Ghizzoni ha dichiarato che l’allora ministra si era rivolta a lui per avere informazioni sull’andamento di Banca Etruria, dove era vicepresidente suo padre, per sapere come andava ma senza fare pressioni perché Unicredit acquisisse Banca Etruria.
Questa dichiarazione di Ghizzoni è stata considerata attendibile da 6 elettori del Pd su 10 (il 59%) mentre l’opinione pubblica nel suo complesso ha considerato la stessa dichiarazione poco o per nulla attendibile (52%). Perché coloro che tendono a votare Pd hanno interpretato come attendibile questa dichiarazione di Ghizzoni? E perché tutti gli altri si sono schierati dalla parte della dichiarazione «non attendibile»? Forse la soluzione si trova nella domanda successiva, in cui abbiamo chiesto cosa dovrebbe fare Boschi in funzione della testimonianza di Ghizzoni. La maggioranza degli elettori Pd (sei su dieci, vedi grafico a lato), deducono che Boschi dovrebbe continuare a fare politica mentre la totalità degli italiani pensa in maggioranza che dovrebbe ritirarsi.
Ovviamente ciascuno ha proiettato sé stesso, le proprie opinioni in un discorso che ha interessato tutti. Per coloro che sono simpatizzanti Pd a Boschi le porte del futuro rimangono aperte, per coloro che appartengono ad altre aree politiche o a nessun’area il suo avvenire in politica è decisamente incerto. In un certo senso le parole di Ghizzoni hanno agito come una cartina di tornasole: ciascuno ha voluto vedere nella dichiarazione dell’ad di Unicredit quello che pensa in prima persona sull’avvenire della sottosegretaria alla presidenza.
In generale, la Commissione banche trova l’approvazione del 51% degli italiani con conseguente approvazione del suo operato che ha portato anche alla luce il caso Boschi.
Guardando alle intenzioni di voto in questi giorni il mondo politico si è piuttosto semplificato. A distanza da poco più di due mesi dalle elezioni gli schieramenti si sono confermati tre: un primo schieramento formato dai tre partiti di centrodestra, cioè Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, che insieme risultano essere vincenti, anche se di un solo punto percentuale; un secondo schieramento composto da un solo partito, il Movimento 5 Stelle, che risulta essere il primo in numero di voti ma non certo il primo in numero di seggi; e un terzo schieramento formato dai due partiti di centrosinistra e di sinistra, cioè Pd e Liberi e uguali, che superano di poco il 30% e che in ogni caso sono lontani dal poter aspirare a governare il Paese.

Corriere 22.12.17
Il personaggio L’attrice a teatro con un monologo di Franca Rame: «Testo che sarà sempre attuale»
Lodovini: calunnie, sono soltanto una perfezionista
«Rompiscatole? Non io»
Ho detto tanti no, c’è bisogno di etica anche sui set
di Valerio Cappelli


ROMA Valentina Lodovini cerca le parole, e quando le trova parla in maniera diretta, senza fronzoli. «Dopo Benvenuti al Sud non volevo diventare la reginetta della commedia italiana. Non ho l’ansia di fare tutti i film che escono. Ci ho pensato, ripensato. E ho detto tanti no. In solitudine. È importante avere un’etica e un’idea di quello che si vuole essere in questo lavoro». Ha appena fatto la giurata a Roma ai Fabrique du Cinéma Awards, per le opere innovative e sperimentali («non sono andata a giudicare con la bacchetta, porto tutto l’amore che ho per il cinema»); a teatro, diretta da Sandro Mabellini, riprende (dal 26 gennaio a Ventimiglia, poi in Emilia Romagna e a seguire nelle maggiori piazze, da Roma a Milano), Tutta casa, letto e chiesa, il celebre monologo (ebbe oltre tremila repliche) che Dario Fo scrisse nel 1977 per Franca Rame; nell’autunno 2018 la vedremo su Raiuno nella fiction di Marco Risi L’Aquila, grandi speranze , sul dopo terremoto. Manca il cinema. «Il cinema italiano va male, io come spettatrice sono cresciuta con Monicelli e Germi. Sono venute meno le idee e l’immaginazione».
Sentite cosa disse Franca Rame su questo spettacolo: «La donna deve trovare il rispetto di se stessa». «Sono anni — dice Valentina — che ci battiamo per i pari diritti con l’uomo, parità sociali, parità di sesso. Anche se c’è il contesto dell’epoca, è uno sguardo lucido, puro, sofferente sulla condizione femminile, che non è cambiata molto. È un testo che sarà sempre attuale, non c’è stato bisogno di adattamento. Il protagonista di questo spettacolo sulla donna è l’uomo, o meglio il suo sesso, che nel testo è sempre presente, incombe e schiaccia le donne». Sono tre monologhi (più un quarto tratto da Alice nel paese senza meraviglie ): una donna oppressa dal senso di colpa che è stata libera sessualmente «e ora deve scontare questa cosa»; un’operaia abbrutita dalla catena di montaggio che perde il contatto con la vita; poi c’è il discorso sulla maternità e gli aborti clandestini.
Lei non ha figli. «La società ti dice che una donna si realizza solo se diventa madre. Io a questa cosa non ci credo per niente. Non è mai stata una priorità, poi si può cambiare idea, ma non ho mai avuto questo tipo di desiderio. Mai avuto l’istinto materno. Magari preferirei l’affido o l’adozione, perché ci sono bambini che soffrono e anche solo per dare un tetto… Non ho mai subito pregiudizi, nessuno mi ha fatto sentire irrisolta o insoddisfatta. Non ho un approccio aggressivo per chi ha figli».
Franca Rame diceva che la peggior nemica della donna è la donna. «Può esserlo, ma è anche vero che il peggior nemico della donna è l’uomo». Weinstein e le molestie sessuali. «La mancata libertà ha provocato questa rabbia atavica delle donne, ma non c’è solo quello, è un problema culturale sulla violenza che riguarda uomini e donne, spesso dipende da come ti poni. Non esistono buoni e cattivi. Bisognerebbe parlarne nelle aule di tribunale, invece sono prevalsi il gossip e la morbosità. Io sono stata fortunata, nessuno mi ha mai mancato di rispetto».
In che fase è della sua carriera? «Lavoro da dieci anni. Ho deciso di affrontare le paure, tutto ciò che mi spaventa. A volte gli altri credono che il mio motore sia la rabbia, mentre è timore di deludere. Ho deciso di non essere più vittima del giudizio altrui. Sono stata ferita, c’è chi dice che sono una rompiballe mentre è solo passione e entusiasmo, voglia di aspirare all’eccellenza. È una voce, una calunnia che si è fatta via via sempre più grossa, non c’è stato un momento specifico. Mi hanno danneggiata, fatto un po’ di terra bruciata intorno. Io credo che il cinema sia un orologio, tutti gli ingranaggi devono funzionare. Sui set a volte mi dicono: non sei una difficile come mi aspettavo che fossi. Io mi metto in discussione, ci rido anche su, quando sbaglio chiedo scusa. Sono fortunata, faccio il lavoro che ho sempre sognato. La mia stanza quando ero piccola era tappezzata di fotine: Carole Lombard era il garbo e l’indipendenza, Anouk Aimée è la bellezza, Buster Keaton rappresentava la macchina da presa. E poi Marilyn, naturalmente».

Repubblica 22.12.17
Intervista
Agnes Heller
“Nazionalismi senza ideologie: l’Europa è di nuovo in pericolo”
di Andrea Tarquini


BERLINO «In Europa crescono nuove tendenze autoritarie, autoritarismi non ideologici come i vecchi totalitarismi ma pericolosi per la società liberale e per la pace». È l’allarme di Agnes Heller.
No polacco alle richieste Ue, modello di “iliberale” in Ungheria, destre e populisti in crescita quasi ovunque: quanto sono in pericolo società liberale e valori costitutivi europei?
«Dipende da quanto sapremo difendere anche a livello istituzionale i diritti di ogni minoranza, elemento centrale dello Stato di diritto. Ogni democrazia senza la difesa garantita delle minoranze può far nascere ovunque autocrati di ogni sorta. Leader semitirannici come Orbán, o Kaczynski che ha mantenuto la promessa di “portare Budapest a Varsavia”, cioè la “democrazia illiberale” teorizzata da Orbán, o persino qualche Mugabe».
Insisto: Polonia, Ungheria, leggi antigiustizia in Romania, destre più forti all’Ovest: perché cade il tabù dell’antifascismo?
«La questione non è solo fascismo o nazismo. Orbán parla di “democrazia illiberale” e ha lanciato un modello, vediamo al potere altri autocrati che costruiscono governance di fatto dittatoriali non fasciste né comuniste. Allora dobbiamo creare un nuovo concetto: trend tirannici senza supporto di ideologie strutturate. Rafforzati dal nazionalismo sempre più attraente perché invita a “pensare a noi e basta” e offre un nuovo senso di identità in una comunità. Il nazionalismo è sempre presente, ecco il problema. Non punta su ideologie, istiga presunti interessi personali».
Che ne sarà della Ue?
«I sondaggi nei paesi europei continuano a registrare in molti paesi maggioranze pro-Europa, anche in Gb ora il no alla Brexit è più forte. Ma i populisti seducono la gente con slogan e promesse, non con ideologie».
Perché ciò accade anche nell’Ovest che non è passato da 50 anni di dominio sovietico?
«Guardiamo all’Austria, esempio col passaporto agli altoatesini. In Austria tradizioni e correnti di destra estrema sono sempre rimaste molto forti.
Storicamente è stato un paese anche molto antisemita, più di Ungheria e Germania. Dopo il ‘45, è stata molto riluttante a riconoscere responsabilità e complicità coi crimini del nazismo. La Germania per tornare nel consesso dei popoli civili ha fatto i conti col passato, altri no».
Quanto sono pericolosi antisemitismo, razzismo, xenofobia, all’Est come all’Ovest?
«L’antisemitismo assume nuove forme. Colpa anche delle sinistre per i loro attacchi di odio a Israele. Non è antisemitismo sociale ma torna l’odio antisemita storico. Poi c’è la propaganda, come quella ungherese contro Soros. Nelle menti e in piazza vive un nuovo antisemitismo, ricordiamo anche la marcia di Varsavia. La xenofobia è purtroppo un sentimento irrazionale naturale incoraggiato da certe forze politiche».
L’Austria ha offerto il passaporto agli altoatesini: è revisionismo storico?
«Sarebbe ingiusto da parte di Vienna dare la cittadinanza agli altoatesini cui l’Italia concede pieni diritti e un’autonomia speciale sognata dalle altre minoranze in Europa. Le frontiere nate dopo due guerre mondiali non possono essere toccate. In quei confini c’è garanzia di pace dopo secoli di conflitti. Vienna dovrebbe saperlo».

Repubblica 22.12.17
Dopo la denuncia Ue
Polonia e Visegrad non cedono May offre una sponda anti Ue
La premier britannica a Varsavia si smarca dalla battaglia sui diritti. Con un occhio a Brexit
di Enrico Franceschini


LONDRA L’Unione europea accusa la Polonia di compromettere l’indipendenza della magistratura. Il Regno Unito difende il diritto della Polonia a farsi gli affari propri. E la Polonia appoggia la richiesta britannica di un accordo “ su misura” nei negoziati con la Ue. “ Tre indizi sono una prova”, avvertiva Agatha Christie: non c’è bisogno del suo ispettore Poirot per scoprire che la visita di ieri di Theresa May a Varsavia aveva come obiettivo la Brexit. All’indomani delle misure disciplinari annunciate dall’Unione contro la Polonia, la premier conservatrice arriva alla testa di una delegazione di profilo insolitamente alto, comprendente i ministri del Tesoro, della Difesa, degli Interni e degli Esteri. Offre al primo ministro polacco Mateusz Morawiecki un patto di cooperazione militare quasi senza eguali: Londra ne ha soltanto un altro analogo in tutta Europa, con la Francia. Dichiara che la priorità del suo viaggio era «assicurare il milione di polacchi residenti in Gran Bretagna » che potranno restare dove sono. E a proposito delle pesanti critiche dell’Unione al governo di Varsavia, taglia corto: «Le questioni costituzionali sono affari del paese competente, non della Ue».
Abbastanza regali di Natale da meritare qualcosa in cambio. Criticando il « pericoloso protezionismo » di Bruxelles, il suo interlocutore Morawiecki si schiera prontamente per il raggiungimento di «una nuova intesa che ci permetta di mantenere la più stretta cooperazione economica possibile con Londra». Linguaggio in codice per dire che Varsavia sostiene l’idea di un accordo economico post-Brexit fatto appositamente per la Gran Bretagna: non un patto “ modello Canada”, come per ora propone il capo- negoziatore europeo Michel Barnier, che lascerebbe fuori i servizi, il 70 per cento dell’economia britannica. La sprezzante reazione polacca ai moniti di Bruxelles, con il presidente Andrzej Duda che definisce l’Unione «bugiarda», non inquieta la leader conservatrice. A cui preme una cosa sola: trovare alleati in vista della seconda fase della trattativa sulla Brexit. Pazienza se lo stato di diritto l’hanno inventato i suoi antenati con la Magna Carta, ora la precedenza va a “divide et impera”, vecchia tattica che forse vedremo rivolta anche ad altri dei 27 della Ue. Come se non bastasse già lo scontro tra le capitali della Vecchia Europa con il gruppo di Visegrad ( Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e, appunto, Polonia) sui migranti. « Nella fase due del negoziato emergeranno interessi differenti nelle varie capitali », predice il ministro per la Brexit David Davis a un party natalizio per la stampa europea, pur negando di voler condurre «27 trattative separate». Le divisioni fra paesi disposti a concedere di più e altri meno possono fare il gioco di Londra.
La visita a Varsavia aveva anche un altro scopo per la premier britannica: fare dimenticare il licenziamento del suo vice-premier Damian Green, il secondo ministro perso in un mese per lo scandalo degli abusi sessuali. L’uscita di scena di Green, a lei legato dai tempi dell’università e uno dei più eurofili nel governo, indebolisce Theresa May, commenta l’Economist: senza maggioranza in parlamento, senza alleati nell’esecutivo, la attendono mesi difficili. Ma tre mesi fa pochi avrebbero scommesso di vederla ancora a Downing Street a Natale.
CZAREK SOKOLOWSKI/ AP

Repubblica 22.12.17
Le parole che usiamo per mettere a posto la coscienza
di Giancarlo Bosetti

Il cognitivista Albert Bandura analizza il disimpegno morale, il meccanismo che si adotta per commettere il male invocando attenuanti
C’è una ragione se il kantiano “legno storto” non si raddrizza. Siamo circondati dal risentimento verso politici corrotti e ce n’è ben qualche ragione. Ecco che i tribuni che invocano purezza ideale e morale guadagnano punti, ma trovano presto un limite alla loro espansione elettorale, perché l’idea di un “popolo” puro contrapposto a un manipolo di cattivi non sta in piedi, dal momento che la politica inquinata affonda le radici (e svolge la sua attività) in quel medesimo popolo, con scambio di favori, dati e ricevuti. Al raddrizzamento totale tocca rinunciare a causa della “natura della natura umana”; quella è cosa da lasciare a orrende dittature, sempre fallimentari, ma la conoscenza sottile della “stortura” mostra che migliorare è possibile.
Dopo la filosofia politica sul tema ha qualcosa da dire un grande psicologo contemporaneo, il canadese Albert Bandura, noto per la sua teoria sociale cognitiva (impariamo dall’ambiente sociale). Tutti noi siamo agenti esposti alla caduta morale, che è sempre dietro l’angolo e si camuffa con un insieme di eufemismi, di trucchi e marchingegni retorici con i quali nascondiamo a noi stessi il “peccato”, diciamo pure “il crimine” e addolciamo il senso di colpa favorendo l’“autoassoluzione”.
Bandura ha raccolto decenni di ricerche sperimentali e di analisi sul campo nel volume Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene (Erickson), non per scoraggiare le ambizioni di riforma, ma per attrezzarle con strumenti più astuti e realistici. L’autore utilizza il concetto di agency (qualche volta tradotto come “agentività”) per descrivere la autoefficacia di ogni individuo o gruppo umano: si tratta della capacità, maggiore o minore, di agire in modo da far fronte alle difficoltà, superarle e produrre trasformazioni nel contesto che ci circonda: far succedere cose e insieme controllare con l’autoriflessione un corso di atti che si mantenga dentro un profilo di decenza.
Generalmente le società funzionano attraverso questa diffusa forma di autocontrollo. Il che significa che per lo più non si ruba nei negozi, anche se non c’è la guardia, ma è anche vero che dei malfattori con forte agency possono produrre danni enormi.
Anche la carriera dei criminali incalliti non è però facilissima, devono guardarsi allo specchio e hanno bisogno di giustificarsi: il repertorio del “disimpegno morale” è vasto: minimizzare o negare il fatto, dare la colpa ad altri, invocare attenuanti, sostenere che le vittime della mala impresa se la sono cercata. È la progressione che vediamo in atto nel gruppo di ragazzi protagonista di persecuzioni bulliste, oppure del ciclista Armstrong che viene scoperto dopato.
Il disimpegno morale può trovare a sostegno ragioni sociali ed economiche, ma è ancora più forte se è Dio stesso a ordinare l’impresa. Bin Laden ha rivendicato la nobiltà del suo terrorismo, che era al servizio di un imperativo sacro e ha dunque esibito tutta la serie degli artifici dell’esonero da una crudele responsabilità personale: Allah in persona aveva deciso per lui; e poi lo schema del “confronto vantaggioso”: l’11 settembre era niente rispetto alle bombe atomiche americane sul Giappone e rispetto alle sofferenze dei bambini in Medio Oriente. Ma anche Yigal Amir, l’assassino di Rabin, il leader israeliano degli accordi di Oslo, aveva agito per ordine divino: non il mio dito, diceva, ma quello di una intera nazione ha premuto il grilletto.
C’è un modo di rifiutarsi all’evidenza che ricorre in tanti ambiti della vita delle nostre società e che spiega come riusciamo a sottrarci a interventi correttivi: vale per il mercato delle armi negli Stati Uniti dove un dibattito edulcorante trasforma mezzi d’assalto come quelli del massacro nello stadio di Las Vegas in “fucili sportivi” o dove i leader della lobby NRA identificano il diritto di possedere armi con la libertà di espressione, come se fosse la stessa cosa. E vale per il “modellamento aggressivo” indotto dall’industria dell’intrattenimento, dove ha trionfato a lungo il prototipo maschile del ceffo rude e rabbioso che glorifica la violenza accanto alla ragazza sexy che ostenta una servizievole sessualità, un tema sul quale Bandura ha condotto una personale battaglia così come già John Condry e Karl Popper negli anni Novanta. Anche in questo caso la reazione delle lobby al comando è stata negazionista e ha cercato di spostare le responsabilità, anche se alla fine qualche miglioramento è avvenuto, qui a differenza che nel mercato delle armi. Rivelatrici del disimpegno le battaglie sul fronte dei danni del tabacco e della connessione tra il fumo e il cancro e altre patologie mortali e in generale nel campo delle produzioni industriali dannose per la salute, dove vasti interessi proprietari e non solo si saldano nel respingere la responsabilità: le strategie di autoassoluzione cominciano con il rifiuto di prendere atto di informazioni probanti, poi minimizzando e negando del tutto l’evidenza.
Inganno o autoinganno? Anche i fumatori, le vittime, imbrogliano se stessi. L’autoinganno non è sempre consapevole. Chi l’ha studiato, come Jon Elster o Elisabetta Galeotti, spiega che è un fenomeno che ti aggira, non che sia proprio invisibile, ma con minimo sforzo riesci a non vederlo: la bugia è solo a metà, ma abbastanza per sospendere la responsabilità. E tuttavia la frontiera della tolleranza nel tempo si sposta: proibire il fumo negli aerei o nei locali pubblici, che pareva impresa visionaria negli anni Settanta, diventa poi senso comune.
Oggi l’arena principale dove si dispiega il disimpegno morale più pericoloso è quello della sostenibilità ambientale: qui Bandura vede gli ostacoli principali nel tabù della sovrappopolazione, nella concezione della crescita basata su un calcolo del Pil insensibile all’ambiente, negli eufemismi che parlano di “impronta del consumo” invece che di degrado, di “cambiamento climatico” invece che di “riscaldamento globale”. Strategie negazioniste, in contrasto con i rapporti dell’IPCC, ai limiti dell’autoinganno. E con il bambino bugiardo che crede, solo un po’, di dire la verità devi usare l’astuzia. Negli studi di Bandura si vede come risultati eccezionali ha raggiunto in India e in Africa la fiction, non il cinema, ma le serie televisive che producono un coinvolgimento emotivo di personaggi capaci di modellare comportamenti responsabili. Sarà un serial a salvare il pianeta?

Repubblica 22.12.17
Terapie celebri
Sacks, cinquant’anni passati sul lettino
di Vittorio Lingiardi


Il neurologo autore di bestseller come “Risvegli” fu paziente per mezzo secolo dello psicoanalista Leonard Shengold Lo racconta un saggio che uscirà negli Stati Uniti la prossima primavera
Quando, nel 1966, iniziò il suo percorso, era a pezzi, bloccato nella sua vita affettiva e sessuale, ipocondriaco e dipendente dalle anfetamine
Il problema della durata di un’analisi dipende da molti fattori: esigenze, storia, personalità, ma anche condizioni economiche di chi la fa

Quanto dovrebbe durare una terapia psicoanalitica?
Nessuno può dirlo, troppe variabili in gioco e ancora pochi studi empirici. Ma se cercate una risposta non prendete esempio da quella di Oliver Sacks. Che è durata cinquant’anni. Davvero, mezzo secolo! A New York, due volte alla settimana, con Leonard Shengold, psicoanalista freudiano specializzato in traumi infantili.
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello era dedicato a lui, ma pochi avevano fatto caso alla dedica. Di Sacks credevo di conoscere tutto o quasi: le felci, i metalli, i risvegli – ma che avesse trascorso più di metà della vita in analisi, continuativamente e senza mai cambiare analista, proprio non lo sapevo. L’ho appreso leggendo il manoscritto di un bel libro che uscirà negli Stati Uniti nel maggio 2018. L’ha scritto Elliot Jurist, professore alla City University of New York (CUNY), e s’intitola Minding Emotions (Guilford Press).
Un titolo che potremmo tradurre con “Tenere in mente le emozioni”. Un capitolo intero è dedicato all’analisi di Sacks con Shengold. Il quale, per iniziare, era il 1966, gli pose alcune condizioni, tra cui l’interruzione dell’uso di anfetamine («Il consumo di droghe la colloca fuori dalla portata dell’analisi»).
A quel tempo Sacks era a pezzi: traumatizzato dal ricordo dei bombardamenti e delle punizioni corporali in collegio; angosciato dalla schizofrenia del fratello; ancora sanguinante per le parole della madre quando le confidò la sua omosessualità («Sei abominevole. Vorrei che non fossi mai nato»); bloccato nella vita affettiva e sessuale; ipocondriaco, fobico e dipendente, oltre che dalle anfetamine, anche dal body bulding. L’analisi inizia con un dialogo bellissimo: «Pensando a Michael, il mio fratello schizofrenico, chiesi a Shengold se anch’io lo fossi. “No” rispose lui. Allora, domandai, ero “solo nevrotico?”. “No” rispose.
Lasciai cadere lì la cosa, la lasciammo cadere entrambi, e là è rimasta per gli ultimi 49 anni».
Sacks è stato uno di quei tipici scienziati in analisi (ne conosco alcuni) che, pur non apprezzandone scientificamente l’impianto teorico, sono felici dei risultati che porta. Era la relazione a curarlo, e lo sapeva. Per tutta l’analisi i due hanno mantenuto un rapporto formale, chiamandosi sempre Dr. Sacks e Dr. Shengold.
Jurist racconta che, in una corrispondenza privata, Shengold gli ha confessato che la prima volta che lo chiamò Oliver fu il giorno prima che morisse. «Soprattutto, il dottor Shengold mi ha insegnato a prestare attenzione, ascoltare ciò che sta al di là della coscienza o delle parole».
È questa una delle chiavi di lettura che Jurist applica alla sua indagine, dove mette a confronto i due libri autobiografici, così diversi tra loro, scritti da Sacks.
Nel primo, Zio Tungsteno, dall’infanzia all’adolescenza, appare più coartato e incerto. In movimento, dall’età adulta a quella anziana, procede invece, come dice il titolo, più spedito, sincero e pieno di passione. Il passato non era più un ostacolo. Diventa una storia, un racconto che, se lo racconti a qualcuno, ti cura. In Zio Tungsteno si presenta come uno science nerd traumatizzato, in In movimento come un emigrante dall’anima avventurosa e ferita, amante delle motociclette, preso dal suo futuro di medico e scrittore, capace, verso la fine, di fare coming out e trovare un amore ricambiato.
«Nel bene e nel male», scrive, «io sono un narratore di storie. Ho il sospetto che un’inclinazione per la narrazione sia una disposizione umana universale, che va di pari passo con le nostre facoltà di linguaggio, con la coscienza di sé e con la memoria autobiografica». Ed è proprio questo tipo di memoria, su cui insiste spesso anche Damasio, l’espressione che per Jurist dà significato al lavoro analitico. Lo definirei un viaggio che, mostrandoci il passato, ci trasporta verso il futuro senza toglierci dal presente.
Dunque, quanto deve durare un’analisi? Esiste una sua conclusione “naturale”?
È vero che quella analitica è l’unica relazione intima che quando nasce contiene non già il seme della sua conclusione (questa è la vita), ma la scelta della sua fine?
Il problema della durata, dicevamo, dipende da molte variabili: le esigenze; la storia, la personalità (e le condizioni economiche!) del paziente; la prevalenza della dimensione terapeutica (sintomo e cura, ma anche tenuta nel tempo della “guarigione”) o di quella esistenziale (conoscersi, fidarsi, raccontarsi); lo stato della mente con cui analista e persona in analisi si mettono al lavoro.
E naturalmente la decisione condivisa di smettere di incontrarsi.
Al tempo di Freud le analisi erano brevissime, ma il tema s’impose presto. Tanto che Freud, ormai ottantenne, intitola Analisi terminabile e interminabile uno dei suoi lavori più profondi. Forse Sacks e Shengold ci avevano preso gusto, ma certi percorsi analitici, se vogliamo leggerli nel paesaggio, assomigliano più a una lunga traversata che a una svelta crociera.