La Stampa 4.12.16
Nella Mosca di Putin che legge Fidel ma guarda a Trump
Una
città che non dorme mai dove i parrucchieri sono aperti fino a tarda
notte e le giovani coppie si fanno fotografare davanti ai luoghi simbolo
dell’Urss
di Cesare Martinetti
Gamberetti e tè
col miele sono un dolce spuntino dopo la sauna. Salame di cavallo alla
tartara con il pane nero hanno un gusto più selvaggio, da carovana nella
taigà. Ernst, tra un boccone e l’altro, mi dice: «Parliamoci chiaro,
senza Putin sarebbe il caos. Avevo undici anni quand’è caduta l’Urss. A
scuola fui uno dei primi a togliermi il fazzoletto rosso da pioniere che
portavamo al collo. Gli insegnanti non sapevano che fare, dall’alto non
arrivavano direttive, lo Stato era semplicemente scomparso».
E
aggiunge: «Ricordo quegli anni con grande entusiasmo, c’era confusione,
casino, ma anche vita, idee diverse, discussioni. Per strada c’erano i
fascisti con la camicia nera, bande che si affrontavano, ogni giorno si
faceva a pugni. Ora è tutto sotto controllo».
Siamo ai bagni
Sanduny, uno di quei posti veri di Mosca, décor rococò fine ’800,
nemmeno uno straniero a pagarlo. Schwarzenegger ci girò un film. È
venerdì sera, ordinari corpi da businessman si mescolano a masse
muscolari tatuate da lottatori georgiani. Nella grande sauna gli
inservienti sferzano spietati la schiena dei clienti con rametti di
quercia e di betulla. Gesti ritmati che assomigliano a un rituale. È il
relax di guerrieri che hanno combattuto le loro differenti battaglie per
tutta la settimana. Sono gli elettori di Vladimir Putin che ora sembra
diventato il king maker della politica mondiale, da Trump a Fillon,
l’ago della bilancia di tutti gli equilibri geopolitici, a cominciare
dalla Siria, il fornitore occulto di tutti i sospetti, dai leaks delle
mail di Hillary Clinton alle fantasiose cosmogonie dei nostri Cinque
stelle. Che pensano di lui i suoi sudditi? Lo amano, lo temono, lo
detestano?
L’effetto Mosca
È qui che incontriamo Ernst
Sultanov, considerandolo modello di una generazione. Ha 37 anni, ne
aveva venti quando Putin è andato al potere e adesso ci dice senza
esitazione: «Senza di lui sarebbe il caos». È il coordinatore di «Mir
initiative», tiene insieme un forum di città che va da Mosca a Pechino a
Torino e ha per obiettivo quello che chiamano un «metrò euroasiatico»
che si propone di connettere le reti ferroviarie di questo vasto mondo. È
una specie di folletto che passa tre giorni a Istanbul, quattro in
Cina, un weekend a casa (Mosca) con passaggio abituale al bagno Sanduny.
Domani sarà a Roma dove si inaugura alle scuderie del Quirinale la
mostra sulla Via della Seta, antica e nuova. Lui sostiene soprattutto
quella futura e dice che per la Russia è l’unica strada realistica per
diffondere l’«effetto Mosca» lungo i suoi infiniti fusi orari.
Ma
che effetto è? Per capirlo bisogna venire nel cuore di questa città che
ha ormai quasi 13 milioni di abitanti e continua ad attrarne come una
calamita. La trasformazione in pochi anni è stata spettacolare. I Gum
della piazza Rossa sono stati i primi, vi si trovano coppie di sposi che
celebrano il loro giorno con foto tra le boutique. La metropolitana è
tuttora intitolata a V. I. Lenin, ma c’è il Wi-Fi in ogni linea, si
trovano persino passeggeri che leggono libri di carta, secondo
tradizione, e i mosaici con falci e martelli e bandiere rosse vengono
lucidati ogni giorno. Ma è dietro al Bolshoi e nel quartierino del
Kuznetsky Most che le luci brillano giorno e notte. Entrare nei vecchi
Zum sovietici o nel Petrovski passage è come sentirsi ai Lafayette di
Parigi o al KaDeVe di Berlino. Tutti i teatri sono illuminati, bar,
ristoranti, persino i parrucchieri per signora sono aperti fino alle 2
di notte e le ragazze di Mosca ci entrano ed escono saltellando con i
tacchi sulla neve, lasciando una scia di profumi e un’eco di risatine.
«È una città che non dorme mai», ci ha detto con ammirazione una di
loro. Pur essendo il presidente l’uomo con una delle facce più tristi
del mondo, qui si respira un vibrante edonismo putiniano.
Ma non è
di questo effetto che parla Ernst, piuttosto, quello di una città che
rappresenta gran parte dell’economia russa ed è l’emblema delle sue
contraddizioni: in questo paese dei balocchi (o se preferite il
villaggio Potëmkin di Putin) che è il cuore di Mosca, è praticamente
impossibile trovare merci di produzione russa, il Paese continua a
vivere delle sue ricchezze naturali, gas e petrolio, e solo ora dopo la
grande crisi degli anni scorsi che ha fatto perdere al rublo il 40 per
cento del suo valore e sbarellato i bilanci delle famiglie più povere o
anche solo normali, col prezzo del barile che risale si può immaginare
il ritorno alla crescita nel 2017. Ma non c’è traccia di quella svolta
di riforme che molti giudicano indispensabile, a cominciare dai
demografi che stando così le cose prevedono «inevitabile» il declino
della Russia salvo immissioni massicce di immigrati. A Mosca, a Mosca!
Come nelle tre sorelle di Cechov, tuttora rappresentato, proprio qui
accanto.
E poi questa è una città che conserva intatti i suoi
numerosi fantasmi che Enzo Bettiza collocava all’hotel Lux, dove
alloggiava Togliatti. Ora basta uscire dalle luci della piazza Rossa
dove si sta montando il villaggio di Natale con la pista di pattinaggio e
scendere verso il fiume per incontrare sul ponte il luogo dove venne
ucciso nemmeno due anni fa Boris Nemzov. Ci sono vasi di fiori, la sua
foto, delle scritte con quelle frasi un po’ così tipo «gli eroi non
muoiono mai». Era il più rappresentativo dell’opposizione liberale, ex
ragazzo prodigio della stagione dei democratici, a cavallo tra la fine
del comunismo e i tumultuosi anni Eltsin. Le mura del Cremlino
incombono. Per il suo omicidio sono accusati due ceceni come esecutori,
ma nessuna ipotesi di mandante. Immaginare che sia stato il presidente a
volere la sua fine è oltraggioso e fantasioso. Ma a Mosca anche i
sospetti non finiscono mai e qualche giorno fa al processo dei killer la
corte ha rispolverato una formula sovietica: «La sua attività politica
come motivo dell’omicidio non è oggetto del dibattimento». Si diceva
proprio così una volta dei dissidenti: crimini comuni, non politici.
Stimmate della dissidenza
Siamo
tornati all’epoca sovietica? Zoja Svetova è una che porta le stimmate
della dissidenza, suo padre Feliks, scrittore e attivista cristiano
ortodosso, fu inviato al Gulag, i suoi figli sono stati protagonisti
nelle manifestazioni di protesta contro Putin degli anni passati. E lei
si batte da sempre contro le prepotenze del potere, l’ultimo suo libro
tradotto in Francia si intitola «Gli innocenti saranno colpevoli». «No -
ci dice - in epoca sovietica c’erano carceri speciali per i politici,
ora non più, gli arrestati per reati di opinione sono sparsi insieme ai
comuni». Ma cosa rappresentava Nemzov? «Era l’anima dell’opposizione, un
uomo carismatico, l’unico che poteva unire. La sua fine ha avuto su di
noi l’effetto di una bomba». A che punto è ora il movimento? «Ci sono
ancora delle persone in carcere per le proteste contro le elezioni
truccate in piazza Balotnaya quattro anni fa. Basta niente per essere
accusati di terrorismo, anche un solo post su Facebook e si rischia la
perquisizione in casa. La gente ha paura, chi ha potuto è andato
all’estero».
Ma ci sono pur sempre le elezioni, le ha vinte il
partito del presidente, l’opposizione non ha eletto nemmeno un deputato e
Putin ha un grande consenso anche nei sondaggi. «Le ultime elezioni
della Duma - dice Zoïa Svetova - sono state organizzate in fretta e
furia, a metà settembre, la gente era appena tornata dalle vacanze, non
c’è nemmeno stata la possibilità di attaccare i manifesti e fare
campagna elettorale. Ha vinto Putin. Ma quanti hanno votato davvero? A
Mosca credo poco più del 30 per cento...».
All’istituto di
sondaggi Levada, il più accreditato centro studi dell’opinione pubblica
russa al quale il governo ha tolto finanziamenti accusando i suoi
ricercatori di agire da «agenti stranieri», pensano che la questione
della partecipazione al voto sia cruciale. Nelle precedenti elezioni
aveva votato il 60 per cento e questa volta il governo puntava ad
aumentare i consensi. Il risultato ufficiale è stato deludente: 48 per
cento. Lev Gudkov, direttore del Levada, pensa che in realtà sia ancora
più basso, 40-45 al massimo. Se si tiene conto del fatto che almeno il
25 per cento dell’elettorato è costituito da impiegati statali,
militari, poliziotti, pubblici ufficiali, persone a vario titolo
direttamente dipendenti dal sistema, la vera quota di opinione pubblica
che vota per il partito del presidente è abbastanza modesta.
Ma
non ci sono alternative. L’opposizione è stata schiacciata e minacciata,
nessuno contende al capo del Cremlino il ruolo di leader. Se nulla
cambia Vladimir Putin si avvia a vincere senza avversari la sua quarta
elezione presidenziale nel 2018. Le uniche scosse vengono dall’interno
del suo cerchio e son tutte da decifrare, come l’arresto del ministro
dell’economia Aleksiej Ulyukaev, incastrato due settimane fa dall’Fsb
(l’ex Kgb) con una tangente-trappola. Era un uomo di primo piano dei
liberali, che in questo caso vuol dire i più pragmatici e meno
disponibili al ritornello propagandistico del tutto va bene.
«Votare è inutile»
Molti
dei giovani putiniani rampanti non vanno a votare perché «inutile»,
perché è «noioso», perché «non cambia nulla». Questo non significa che
non siano con il presidente, ma la situazione politica si è talmente
normalizzata e appiattita che ognuno pensa al suo business e «vsiò»,
basta così. Non lo si può chiamare totalitarismo, è un regime
autoritario con tratti di totalitarismo. Il dominio della scena
pubblica, il controllo totale della Tv che sembra tornata all’epoca
sovietica fa sì che lo stesso Putin appaia in cerca di un nuovo slancio.
Giovedì ha tenuto il suo discorso sullo stato della Federazione
cospargendolo di messaggi, come ha raccontato su «La Stampa» di venerdì
Lucia Sgueglia: «Il 2017 sarà occasione per riflettere sulla natura
delle rivoluzioni. Il passato va rispettato, ma occorre valutare le
conseguenze».
La storia e la sua rivalutazione ad uso del potere è
diventato uno degli argomenti maggiori, una continua metafora pseudo
culturale che sostituisce la politica. Il ministro della cultura
Medinsky ci si dedica con zelo spesso caricaturale, difendendo i più
insostenibili falsi come quello del film sui ventotto eroi che avrebbero
difeso Mosca fermando da soli i panzer nazisti. Che succederà tra un
anno al centenario della rivoluzione d’ottobre? L’avvertimento di Putin,
che ha più volte definito il crollo dell’Urss la più grande tragedia
del Novecento, sembra preludere ad una pedagogica rivisitazione. Per ora
se ne colgono piccoli segni. Al «Garage», meraviglioso centro d’arte
contemporanea di Gorky park costruito da Dasha Zhukova, moglie del
magnate Abramovich (il padrone del Chelsea), si vendono gadget
rielaborati su vecchi simboli sovietici: una carrarmato con la scritta
Cccp, una zhigulì, la torre di Ostankino. Nelle librerie già sono
allestiti angoli con i vecchi album sovietici.
L’impatto di
passato e presente fa parte della narrativa e della popolarità di Putin.
Ce lo racconta Olga, una gentile ed elegante signora di sessant’anni
che incontriamo davanti a una tazza di tè al «Cofemania», accanto al
monumento a Tchajkovskij e alla bellissima grande sala del
Conservatorio. «Nel ’90 siamo passati dalla speranza alla disperazione.
Io insegnavo francese all’università, di colpo i nostri stipendi non
valevano più nulla. Ingegneri, medici, professori hanno dovuto
inventarsi le vite più assurde. C’erano quelli che facevano la spola con
l’estero, andavano con le borse vuote e tornavano con merci da vendere
per strada. Qui non c’era niente, li chiamavano «celnok». Io me la sono
cavata, ho potuto lavorare con un’impresa italiana ed è andata bene. Ma
ne ho visti tanti star male. Noi eravamo cresciuti dentro la musica
della letteratura russa, con un’idea forte della giustizia, non potevamo
vedere questi oligarchi che non erano nessuno diventare miliardari. Il
nostro Paese si era arreso. Siamo stati umiliati. All’estero non
capiscono questo, non conoscono la nostra storia, nemmeno adesso. Perché
se gli americani vanno in Iraq portano la democrazia, se i russi vanno
in Siria portano la guerra? Noi russi siamo sempre il capro espiatorio.
L’Europa ha privatizzato la parola «valori»: c’è troppa ipocrisia,
pensate di avere solo voi gli ideali? Io credo che Putin sia una persona
buona, è figlio del popolo, va in chiesa non solo quando ci sono il
patriarca e le Tv, anche quando nessuno lo vede, nelle piccole chiese di
provincia. Lui ci ha ridato la dignità».
Tra pochi giorni sarà il
venticinquesimo anniversario della caduta dell’Urss, la notte del 25
dicembre 1991 la bandiera rossa scese dalla cupola del Cremlino e
Mikhail Serghevich Gorbaciov uscì dalla storia. Ma tra tutti i passati
della Russia millenaria, questa è una circostanza da tempo sfumata
nell’oblio. Qui può succedere che l’archivio storico del
marxismo-leninismo continui a vivere circondato dalle boutique di Prada e
Vuitton, ma trovare qualcuno che si ricordi del padre della perestrojka
è praticamente impossibile. Nella grande libreria sulla via Tverskaja
davanti al municipio di Mosca, nel bancone dei libri più venduti ci sono
le biografie di Donald Trump, il «campione miliardario» e di Fidel
Castro, lo «stratega vittorioso». Vecchi e nuovi miti di Mosca, la città
che non dorme mai. È questo, più o meno, lo spirito del tempo.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 4 dicembre 2016
Il Sole 4.12.16
Qui Berlino. Asse franco-tedesco per un continente più solido
Dalla Francia anti-Le Pen l’ultimo baluardo della Ue
di Dominique Moisi
C’è stato un periodo, subito dopo la riunificazione della Germania nel 1990, in cui molti francesi la temettero. Oggi le parti si sono invertite. I tedeschi, però, non sono intimoriti tanto dalla Francia, quanto per la Francia. Nella scia del referendum per la Brexit e del trionfo di Trump negli Usa, anche la Francia potrebbe cadere vittima di forze populiste devastanti qualora, come nuovo presidente, gli elettori scegliessero Marine Le Pen del Front National di estrema destra.
Può darsi che i tedeschi si compiacciano di sentire i media Usa parlare della cancelliera Merkel come dell'“ultimo difensore dell’Occidente liberale”, e del loro Paese come di un’isola di stabilità in un oceano di caos. In verità, un conto è essere definiti l’alunno migliore della classe – come spesso accade alla Germania – e tutt’altro è essere l’unico alunno. Ora che gli Usa sono fuori, restano pochi alunni come si deve. Anche se Trump ha fatto dietrofront su alcune sue promesse elettorali più radicali, è improbabile che rinunci al suo criterio dell'“America first”. Quindi, gli Usa potrebbero essere vicini a rompere con l’universalismo e l’impegno globale degli ultimi 70 anni.
Altrove in Europa la situazione non è migliore: la Polonia sembra ricalcare le orme illiberali dell’Ungheria. L’Austria potrebbe oggi eleggere come presidente Norbert Hofer, un nazionalista di estrema destra.
Eppure, niente di quanto ricordato finora sarà destabilizzante per la Germania come un’eventuale presidenza Le Pen in Francia: una sua vittoria equivarrebbe ad abbandonare non solo la Germania, ma anche i valori, i principi e le consuetudini che hanno consentito di riconciliarsi con se stessa e con i suoi vicini, a cominciare dalla Francia. Cosa più grave, spezzerebbe di netto l’asse franco-tedesco attorno al quale ruota l’intera Ue.
Indispensabile, invece, al momento è proprio il contrario: un azzeramento completo e un nuovo inizio dei rapporti tra francesi e tedeschi. La verità è che da un po’ di tempo Germania e Francia non giocano allo stesso livello. E ciò non dipende dal fatto che la Germania è diventata troppo forte, come può essere sembrato nel periodo successivo alla sua riunificazione, bensì dal fatto che la Francia si è indebolita molto, lasciando sola la Germania a indicare la strada da seguire con la miriade di crisi che si sono abbattute sull’Europa.
Adesso, la Germania è considerata egemone in Europa. Durante la sua ultima visita ufficiale in Europa, è nelle mani della Merkel che il presidente Obama ha consegnato la torcia della democrazia dopo la vittoria di Trump.
Peccato che Angela Merkel non possa portare da sola quella torcia. La Francia deve schierarsi al fianco della Germania, come un tempo. E perché questo accada, la Francia deve rivelarsi all’altezza, forte, fiduciosa e presente come lei. Deve rinnovarsi, deve tornare a farsi guidare da quei valori che da tempo ritiene meritevoli, valori che né Le Pen né il Front National condividono.
Non occorre che la Francia equagli la potenza economica tedesca. Ciò che può offrire è altrettanto importante: con un’Europa che da qui a poco dovrà affrontare una serie di pericoli esterni – come lo scompiglio in Medio Oriente e l’avventurismo russo – e di minacce interne quali il terrorismo endogeno, sicurezza e difesa non potranno cedere il primo posto all’economia politica. E, in questi settori, la Francia gode di vantaggi comparati reali.
Tenuto conto dei pericoli che incombono sull’Europa - per non parlare delle tendenze isolazionistiche di Trump - il rapporto franco-tedesco dovrà assumere un’importanza regionale e globale maggiore. Se fosse eletta Marine Le Pen, quel rapporto quasi certamente ne risentirebbe parecchio, indirizzando gli eventi in una direzione pericolosa.
Certo, il sistema elettorale francese maggioritario a doppio turno, che garantisce che il presidente eletto ottenga il sostegno della maggioranza degli elettori, rende estremamente improbabile una vittoria di un candidato così radicale come Le Pen (al contrario, negli Usa Trump ha ottenuto circa due milioni di voti in meno della sua avversaria).
In ogni caso, visti i recenti risultati a sorpresa, i tedeschi non si sentiranno tranquilli fino a dopo lo spoglio dei voti francesi. Dopo tutto, se Le Pen riuscirà ad avere la meglio nel ballottaggio in Francia otterrà un mandato molto forte per poter varare politiche che contraddicono scelte e valori a favore dei quali si suppone che la Germania – e in verità l’intera Ue – si sia schierata dal dopoguerra a oggi.
Con le elezioni federali di ottobre anche la Germania ha le sue sfide da affrontare. Le consultazioni generali indicano che l’umore popolare è diffidente nei confronti dell’apertura, specialmente nei confronti dei rifugiati, e in alcune regioni Alternative für Deutschland, la controparte tedesca del Front National, ha compiuto notevoli passi avanti. Se la Germania dovrà continuare a essere quel pilastro di stabilità che è stata negli ultimi anni, dovrà evitare di proseguire lungo quella strada, e conferire un quarto mandato ad Angela Merkel. Per fortuna, quello scenario resta solo possibile, anche se tutt’altro che garantito.
La traiettoria politica della Francia sarà decisa prima di quella tedesca. Per garantirsi un futuro sicuro i francesi dovranno appoggiare una persona autorevole, saggia e di esperienza, capace di varare riforme urgenti senza acutizzare le divisioni sociali. Quel che serve, insomma, è una persona del tutto diversa da Marine Le Pen. Solo così i francesi dimostrerebbero che è possibile arrestare l’ondata di populismo dell’estrema destra, e oltre a ciò infonderebbero al progetto europeo uno slancio concreto per un successo duraturo.
(Traduzione di Anna Bissanti)
Qui Berlino. Asse franco-tedesco per un continente più solido
Dalla Francia anti-Le Pen l’ultimo baluardo della Ue
di Dominique Moisi
C’è stato un periodo, subito dopo la riunificazione della Germania nel 1990, in cui molti francesi la temettero. Oggi le parti si sono invertite. I tedeschi, però, non sono intimoriti tanto dalla Francia, quanto per la Francia. Nella scia del referendum per la Brexit e del trionfo di Trump negli Usa, anche la Francia potrebbe cadere vittima di forze populiste devastanti qualora, come nuovo presidente, gli elettori scegliessero Marine Le Pen del Front National di estrema destra.
Può darsi che i tedeschi si compiacciano di sentire i media Usa parlare della cancelliera Merkel come dell'“ultimo difensore dell’Occidente liberale”, e del loro Paese come di un’isola di stabilità in un oceano di caos. In verità, un conto è essere definiti l’alunno migliore della classe – come spesso accade alla Germania – e tutt’altro è essere l’unico alunno. Ora che gli Usa sono fuori, restano pochi alunni come si deve. Anche se Trump ha fatto dietrofront su alcune sue promesse elettorali più radicali, è improbabile che rinunci al suo criterio dell'“America first”. Quindi, gli Usa potrebbero essere vicini a rompere con l’universalismo e l’impegno globale degli ultimi 70 anni.
Altrove in Europa la situazione non è migliore: la Polonia sembra ricalcare le orme illiberali dell’Ungheria. L’Austria potrebbe oggi eleggere come presidente Norbert Hofer, un nazionalista di estrema destra.
Eppure, niente di quanto ricordato finora sarà destabilizzante per la Germania come un’eventuale presidenza Le Pen in Francia: una sua vittoria equivarrebbe ad abbandonare non solo la Germania, ma anche i valori, i principi e le consuetudini che hanno consentito di riconciliarsi con se stessa e con i suoi vicini, a cominciare dalla Francia. Cosa più grave, spezzerebbe di netto l’asse franco-tedesco attorno al quale ruota l’intera Ue.
Indispensabile, invece, al momento è proprio il contrario: un azzeramento completo e un nuovo inizio dei rapporti tra francesi e tedeschi. La verità è che da un po’ di tempo Germania e Francia non giocano allo stesso livello. E ciò non dipende dal fatto che la Germania è diventata troppo forte, come può essere sembrato nel periodo successivo alla sua riunificazione, bensì dal fatto che la Francia si è indebolita molto, lasciando sola la Germania a indicare la strada da seguire con la miriade di crisi che si sono abbattute sull’Europa.
Adesso, la Germania è considerata egemone in Europa. Durante la sua ultima visita ufficiale in Europa, è nelle mani della Merkel che il presidente Obama ha consegnato la torcia della democrazia dopo la vittoria di Trump.
Peccato che Angela Merkel non possa portare da sola quella torcia. La Francia deve schierarsi al fianco della Germania, come un tempo. E perché questo accada, la Francia deve rivelarsi all’altezza, forte, fiduciosa e presente come lei. Deve rinnovarsi, deve tornare a farsi guidare da quei valori che da tempo ritiene meritevoli, valori che né Le Pen né il Front National condividono.
Non occorre che la Francia equagli la potenza economica tedesca. Ciò che può offrire è altrettanto importante: con un’Europa che da qui a poco dovrà affrontare una serie di pericoli esterni – come lo scompiglio in Medio Oriente e l’avventurismo russo – e di minacce interne quali il terrorismo endogeno, sicurezza e difesa non potranno cedere il primo posto all’economia politica. E, in questi settori, la Francia gode di vantaggi comparati reali.
Tenuto conto dei pericoli che incombono sull’Europa - per non parlare delle tendenze isolazionistiche di Trump - il rapporto franco-tedesco dovrà assumere un’importanza regionale e globale maggiore. Se fosse eletta Marine Le Pen, quel rapporto quasi certamente ne risentirebbe parecchio, indirizzando gli eventi in una direzione pericolosa.
Certo, il sistema elettorale francese maggioritario a doppio turno, che garantisce che il presidente eletto ottenga il sostegno della maggioranza degli elettori, rende estremamente improbabile una vittoria di un candidato così radicale come Le Pen (al contrario, negli Usa Trump ha ottenuto circa due milioni di voti in meno della sua avversaria).
In ogni caso, visti i recenti risultati a sorpresa, i tedeschi non si sentiranno tranquilli fino a dopo lo spoglio dei voti francesi. Dopo tutto, se Le Pen riuscirà ad avere la meglio nel ballottaggio in Francia otterrà un mandato molto forte per poter varare politiche che contraddicono scelte e valori a favore dei quali si suppone che la Germania – e in verità l’intera Ue – si sia schierata dal dopoguerra a oggi.
Con le elezioni federali di ottobre anche la Germania ha le sue sfide da affrontare. Le consultazioni generali indicano che l’umore popolare è diffidente nei confronti dell’apertura, specialmente nei confronti dei rifugiati, e in alcune regioni Alternative für Deutschland, la controparte tedesca del Front National, ha compiuto notevoli passi avanti. Se la Germania dovrà continuare a essere quel pilastro di stabilità che è stata negli ultimi anni, dovrà evitare di proseguire lungo quella strada, e conferire un quarto mandato ad Angela Merkel. Per fortuna, quello scenario resta solo possibile, anche se tutt’altro che garantito.
La traiettoria politica della Francia sarà decisa prima di quella tedesca. Per garantirsi un futuro sicuro i francesi dovranno appoggiare una persona autorevole, saggia e di esperienza, capace di varare riforme urgenti senza acutizzare le divisioni sociali. Quel che serve, insomma, è una persona del tutto diversa da Marine Le Pen. Solo così i francesi dimostrerebbero che è possibile arrestare l’ondata di populismo dell’estrema destra, e oltre a ciò infonderebbero al progetto europeo uno slancio concreto per un successo duraturo.
(Traduzione di Anna Bissanti)
Corriere 4.12.16
I tormenti di un’Europa che gioca sempre in difesa
di Franco Venturini
Dall’odierno voto degli italiani e da quello concomitante degli austriaci verranno forse (è d’obbligo una scaramantica prudenza) gli episodi conclusivi dell’ennesimo annus horribilis vissuto dall’Europa. Insanguinata dal terrorismo jihadista, avvilita dalle crescenti divisioni interne sul fenomeno migratorio e sui rapporti con la Russia, offesa dalla Brexit e da una marea populista fortemente presente anche al di qua della Manica, intimorita infine dall’elezione di Trump e dai suoi scomodi propositi, in questi undici mesi del 2016 l’Europa ha giocato sempre in difesa senza peraltro riuscire a contenere le minacce che l’assediavano.
Non deve accadere lo stesso quando le urne italiane e quelle austriache avranno emesso i loro verdetti. Le due votazioni, beninteso, sono assai diverse l’una dall’altra. In Italia si vota pro o contro una riforma costituzionale che in ogni caso non cambierà più di tanto il volto del Paese. In Austria è in gioco l’elezione del primo presidente di estrema destra dalla fine della Seconda guerra mondiale, può vincere il rappresentante di un partito creato da un gruppo di ex nazisti negli anni Cinquanta, si dovrà verificare fino a che punto Norbert Hofer sarà riuscito nella sua operazione doppiopetto.
Mentre sono fuori gioco i due partiti tradizionali socialista e popolare, possono esserci conseguenze per l’Italia (di sicuro un «muro» al Brennero, forse persino una richiesta di «riunire» il Tirolo) e possono cambiare gli equilibri europei se l’Austria andrà a raggiungere il gruppo di Visegrad guidato dal duo polacco-ungherese. E soprattutto, la lente di osservazione europea valuterà con una certa ansia l’effetto Brexit e l’effetto Trump in vista dei prossimi esami elettorali in Olanda e in Francia.
Riflettori tutti sull’Austria, dunque? No di certo, perché a riequilibrare la contabilità dei rischi c’è l’incomparabile peso specifico dei due Paesi, le loro dimensioni assai diverse, il fatto che la popolazione austriaca è meno di un sesto di quella italiana, la consapevolezza che la nostra economia è la terza dell’eurozona e che un naufragio dell’Italia potrebbe far crollare l’intera costruzione europea. Dall’Italia una Ue con i nervi a fior di pelle si aspetta una garanzia di stabilità per il «dopo», ed è questo il vero auspicio che ha indotto alcune capitali europee (e anche quella statunitense) ad esprimere fugaci preferenze di schieramento. Diventa possibile, allora, l’individuazione delle responsabilità di ognuno dopo che le urne del 4 dicembre avranno parlato.
Le istituzioni e le forze politiche italiane (tutte) avranno la responsabilità di non spingere il Paese verso una imprevedibilità politica ed economica che non possiamo permetterci se vogliamo continuare ad avere una voce in Europa e continuare a riceverne i benefici (sì, i benefici, malgrado le strumentalizzazioni menzognere in Italia e la catastrofica comunicazione di Bruxelles). E avranno anche la responsabilità, le nostre forze politiche (tutte) di farci superare le parole troppo forti pronunciate in una pessima campagna elettorale, le volgarità troppo avvilenti, le spaccature troppo profonde che certamente ostacoleranno la ripresa di un dialogo nel dopo referendum. E non ci consoli l’accostamento al devastante esempio americano, perché semmai dovremmo marcare una differenza che invece si è vista poco.
In Austria, a giochi fatti e indipendentemente dal risultato, si porrà il problema di una nuova leadership e di nuovi programmi nei due partiti che hanno dormito sugli allori fino al suicidio. Anche perché, chiunque vada ad insediarsi nella Hofburg che fu sede e simbolo del potere imperiale di Vienna, nel 2018 ci saranno elezioni legislative che potrebbero proiettare il nazionalpopulista Heinz-Christian Strache (il vero ispiratore di Hofer) verso la Cancelleria. E allora l’Oxit (versione austriaca della Brexit) diventerebbe una concreta possibilità. Paradossalmente, mentre il temuto afflusso o transito di migranti è praticamente cessato con il blocco della «via dei Balcani».
E l’Europa, quali responsabilità avrà da domani? Intanto quella di prendere atto dei risultati senza prestarsi a catastrofismi autolesionisti e senza chiudersi come fa da tempo in una fortezza sbrindellata e destinata a cadere. Più che mai ora che Angela Merkel ha deciso di essere nuovamente candidata alla cancelleria di Berlino, e che a Parigi sarà François Fillon ad affrontare Marine Le Pen nella corsa per l’Eliseo, l’Europa può ragionevolmente sperare in un 2017 meno traumatico di quanto si era paventato. Ma se il credo della Ue continuerà ad essere una sopravvivenza senza azione e senza reazione la condanna a morte sarà soltanto rinviata. Ovunque in Europa, anche in Italia e in Austria, sono emerse istanze popolari che non sono tutte distruttive e che non devono essere ignorate. Un progetto per una difesa più coordinata non può bastare se si continua a litigare sull’unione bancaria e sulle garanzie per i risparmiatori, se continua a mancare una politica coerente sui flussi migratori che investono Grecia e Italia, se l’Europa continua a mostrarsi distratta mentre all’interno è in forse il consenso dai suoi popoli e all’esterno minacciano di sgretolarsi l’ordine del Dopoguerra e quello, in realtà mai nato, del dopo Muro. Italia e Austria siano uno stimolo per l’Europa, l’ennesimo avvertimento che paura e paralisi non possono durare fin dopo le elezioni tedesche in calendario tra dieci mesi.
I tormenti di un’Europa che gioca sempre in difesa
di Franco Venturini
Dall’odierno voto degli italiani e da quello concomitante degli austriaci verranno forse (è d’obbligo una scaramantica prudenza) gli episodi conclusivi dell’ennesimo annus horribilis vissuto dall’Europa. Insanguinata dal terrorismo jihadista, avvilita dalle crescenti divisioni interne sul fenomeno migratorio e sui rapporti con la Russia, offesa dalla Brexit e da una marea populista fortemente presente anche al di qua della Manica, intimorita infine dall’elezione di Trump e dai suoi scomodi propositi, in questi undici mesi del 2016 l’Europa ha giocato sempre in difesa senza peraltro riuscire a contenere le minacce che l’assediavano.
Non deve accadere lo stesso quando le urne italiane e quelle austriache avranno emesso i loro verdetti. Le due votazioni, beninteso, sono assai diverse l’una dall’altra. In Italia si vota pro o contro una riforma costituzionale che in ogni caso non cambierà più di tanto il volto del Paese. In Austria è in gioco l’elezione del primo presidente di estrema destra dalla fine della Seconda guerra mondiale, può vincere il rappresentante di un partito creato da un gruppo di ex nazisti negli anni Cinquanta, si dovrà verificare fino a che punto Norbert Hofer sarà riuscito nella sua operazione doppiopetto.
Mentre sono fuori gioco i due partiti tradizionali socialista e popolare, possono esserci conseguenze per l’Italia (di sicuro un «muro» al Brennero, forse persino una richiesta di «riunire» il Tirolo) e possono cambiare gli equilibri europei se l’Austria andrà a raggiungere il gruppo di Visegrad guidato dal duo polacco-ungherese. E soprattutto, la lente di osservazione europea valuterà con una certa ansia l’effetto Brexit e l’effetto Trump in vista dei prossimi esami elettorali in Olanda e in Francia.
Riflettori tutti sull’Austria, dunque? No di certo, perché a riequilibrare la contabilità dei rischi c’è l’incomparabile peso specifico dei due Paesi, le loro dimensioni assai diverse, il fatto che la popolazione austriaca è meno di un sesto di quella italiana, la consapevolezza che la nostra economia è la terza dell’eurozona e che un naufragio dell’Italia potrebbe far crollare l’intera costruzione europea. Dall’Italia una Ue con i nervi a fior di pelle si aspetta una garanzia di stabilità per il «dopo», ed è questo il vero auspicio che ha indotto alcune capitali europee (e anche quella statunitense) ad esprimere fugaci preferenze di schieramento. Diventa possibile, allora, l’individuazione delle responsabilità di ognuno dopo che le urne del 4 dicembre avranno parlato.
Le istituzioni e le forze politiche italiane (tutte) avranno la responsabilità di non spingere il Paese verso una imprevedibilità politica ed economica che non possiamo permetterci se vogliamo continuare ad avere una voce in Europa e continuare a riceverne i benefici (sì, i benefici, malgrado le strumentalizzazioni menzognere in Italia e la catastrofica comunicazione di Bruxelles). E avranno anche la responsabilità, le nostre forze politiche (tutte) di farci superare le parole troppo forti pronunciate in una pessima campagna elettorale, le volgarità troppo avvilenti, le spaccature troppo profonde che certamente ostacoleranno la ripresa di un dialogo nel dopo referendum. E non ci consoli l’accostamento al devastante esempio americano, perché semmai dovremmo marcare una differenza che invece si è vista poco.
In Austria, a giochi fatti e indipendentemente dal risultato, si porrà il problema di una nuova leadership e di nuovi programmi nei due partiti che hanno dormito sugli allori fino al suicidio. Anche perché, chiunque vada ad insediarsi nella Hofburg che fu sede e simbolo del potere imperiale di Vienna, nel 2018 ci saranno elezioni legislative che potrebbero proiettare il nazionalpopulista Heinz-Christian Strache (il vero ispiratore di Hofer) verso la Cancelleria. E allora l’Oxit (versione austriaca della Brexit) diventerebbe una concreta possibilità. Paradossalmente, mentre il temuto afflusso o transito di migranti è praticamente cessato con il blocco della «via dei Balcani».
E l’Europa, quali responsabilità avrà da domani? Intanto quella di prendere atto dei risultati senza prestarsi a catastrofismi autolesionisti e senza chiudersi come fa da tempo in una fortezza sbrindellata e destinata a cadere. Più che mai ora che Angela Merkel ha deciso di essere nuovamente candidata alla cancelleria di Berlino, e che a Parigi sarà François Fillon ad affrontare Marine Le Pen nella corsa per l’Eliseo, l’Europa può ragionevolmente sperare in un 2017 meno traumatico di quanto si era paventato. Ma se il credo della Ue continuerà ad essere una sopravvivenza senza azione e senza reazione la condanna a morte sarà soltanto rinviata. Ovunque in Europa, anche in Italia e in Austria, sono emerse istanze popolari che non sono tutte distruttive e che non devono essere ignorate. Un progetto per una difesa più coordinata non può bastare se si continua a litigare sull’unione bancaria e sulle garanzie per i risparmiatori, se continua a mancare una politica coerente sui flussi migratori che investono Grecia e Italia, se l’Europa continua a mostrarsi distratta mentre all’interno è in forse il consenso dai suoi popoli e all’esterno minacciano di sgretolarsi l’ordine del Dopoguerra e quello, in realtà mai nato, del dopo Muro. Italia e Austria siano uno stimolo per l’Europa, l’ennesimo avvertimento che paura e paralisi non possono durare fin dopo le elezioni tedesche in calendario tra dieci mesi.
Repubblica 4.12.16
Gilles Kepel.
Il politologo francese analizza la sconfitta di Hollande: “Non ha gestito le paure”
“La sinistra perde se ignora la minaccia del terrore jihadista”
intervista di Pietro Del Re
ROMA. François Fillon ha vinto le primarie della destra e diventerà probabilmente il prossimo presidente della Repubblica francese per aver gestito meglio di Alain Juppé e di Nicolas Sarkozy la paura nei confronti dei musulmani. Quanto a Hollande, una ragione della sua impopolarità da primato consiste nell’aver sempre minimizzato la matrice islamica del terrorismo jihadista. Lo dice il politologo ed esperto del mondo arabo Gilles Kepel, a Roma per partecipare al forum “Dialoghi Mediterranei”, organizzato dal ministero degli Esteri. «Fillon ha capito che la società francese è ancora profondamente traumatizzata dai 239 morti della jihad — tanti sono stati tra Charlie Hebdo e l’omicidio del prete in Normandia — e che il Paese si sente aggredito nella sua anima più profonda, in qualcosa che va al di là dell’idea stessa di laicità o di repubblica. Chi è stato più “conciliante” con l’Islam politico, ha perso», spiega Kepel, che dopo aver soggiornato a lungo in molti Paesi musulmani, nella sua Parigi è da sei mesi costretto a girare sotto scorta per aver ricevuto minacce di morte da parte di gruppi islamisti.
Nel suo recente saggio “La Fracture” (Gallimard), lei accusa il presidente Hollande di non aver parlato a lungo di terrorismo islamico. Ha pagato anche lui per aver rifiutato di riconoscere il nesso tra jihadismo e Islam?
«Ci sono quelli come Hollande che considerano il jihadismo una forma di terrorismo come un’altra. Dicono che se una volta c’erano l’Ira, la Rote Armee Fraktion e le Brigate rosse, adesso ci sono gli islamisti. E ci sono quelli come me che credono che vadano piuttosto letti i testi arabi per capire come si può passare da un’ideologia di rottura culturale, che quella dei salafiti, alla violenza nel nome della guerra santa. Tutto ciò senza sottovalutare l’impatto delle condizioni sociali nei quartieri più poveri e delle drammatiche conseguenze di una gioventù senza lavoro».
Quali sono le altre colpe di Hollande?
«È la prima volta che un presidente francese getta la spugna, che non si presenta per un secondo mandato. Oltre allo scacco personale mi sembra il naufragio della politica del partito socialista francese degli ultimi 35 anni, ossia dalla prima elezione di Mitterrand, con conseguenze devastanti per quelli che vorrebbero riprendere il testimone».
In che modo la componente musulmana della società francese potrà influire sulle presidenziali di maggio?
«In Francia, non si può più parlare di contrapposizione destra- sinistra. Questa è stata sostituita da linguaggi comunitari e populisti. Il risultato è una “balcanizzazione” del Paese, che rischia di sfociare in una guerra civile. C’è infatti una frattura sempre più profonda tra l’estrema destra secondo cui i nostri compatrioti musulmani non sono completamente francesi perché sospettati di essere terroristi e tra quei movimenti islamici che predicano la non integrazione nella società francese e la nascita di un’identità impermeabile a quella occidentale, considerata islamofoba. Ecco perché il thatcheriano Fillon riscuote tanto successo, non solo a destra. Sia detto per inciso, la figura della Thatcher è sempre stata usata dai politici francesi come uno spaventapasseri ».
Sono circa 200 i jihadisti francesi che hanno lasciato lo Stato islamico per tornare in patria. Che cosa fare di questi “ex combattenti”?
«La maggior parte di loro rientra in Francia odiandola ancora di più di quando la lasciarono. Vogliono soltanto distruggerla, perciò tutti quelli che tornano vengono incarcerati. Ma è ora necessario adattare il sistema penitenziario francese a questa nuova massa di prigionieri, perché negli ultimi 15 anni sono state proprio le prigioni il principale vivaio del jihadismo, con gli imam incarcerati che hanno fatto proselitismo presso i piccoli delinquenti musulmani. Lo Stato ha perciò deciso di costruire nuovi penitenziari e di assumere altri guardiani per mantenere i jihadisti più pericolosi in isolamento, a costi altissimi».
Recentemente i servizi francesi sono riusciti a decriptare il codice di un reclutatore di foreign fighters che dalla Siria assoldava giovani nelle banlieues francesi. Molti di questi sono stati arrestati. Come comportarsi con questi “apprendisti” jihadisti?
«Tutti quelli che sono stati in contatto con il reclutatore dello Stato islamico sono stati arrestati e sono in attesa di giudizio. Il problema è che cosa fare una volta che escono di prigione. Padre Jacques Hamel è stato sgozzato da un ragazzo di 19 anni che aveva appena trascorso un anno in carcere per aver cercato di raggiungere la Siria e che era stato appena liberato per buona condotta. Quando entrò in prigione, della Jihad sapeva ben poco, ma ne è uscito completamente islamizzato e con la volontà di uccidere. Da un lato bisognerà dunque aggravare le pene, dall’altro trovare la chiave psicologica per de-radicalizzare e reintegrare questa gente. Un tipo di approccio che è stato completamente trascurato nel quinquennio di Hollande».
Gilles Kepel, 61 anni, è accademico francese esperto di Islam e del mondo arabo.
I suoi ultimi libri sono ” La Fracture” (2016) e “Terrore nell’Esagono: genesi della jihad francese” (2015)
Un messaggio di cordoglio al memoriale del Bataclan FOTO: ©REUTERS
Gilles Kepel.
Il politologo francese analizza la sconfitta di Hollande: “Non ha gestito le paure”
“La sinistra perde se ignora la minaccia del terrore jihadista”
intervista di Pietro Del Re
ROMA. François Fillon ha vinto le primarie della destra e diventerà probabilmente il prossimo presidente della Repubblica francese per aver gestito meglio di Alain Juppé e di Nicolas Sarkozy la paura nei confronti dei musulmani. Quanto a Hollande, una ragione della sua impopolarità da primato consiste nell’aver sempre minimizzato la matrice islamica del terrorismo jihadista. Lo dice il politologo ed esperto del mondo arabo Gilles Kepel, a Roma per partecipare al forum “Dialoghi Mediterranei”, organizzato dal ministero degli Esteri. «Fillon ha capito che la società francese è ancora profondamente traumatizzata dai 239 morti della jihad — tanti sono stati tra Charlie Hebdo e l’omicidio del prete in Normandia — e che il Paese si sente aggredito nella sua anima più profonda, in qualcosa che va al di là dell’idea stessa di laicità o di repubblica. Chi è stato più “conciliante” con l’Islam politico, ha perso», spiega Kepel, che dopo aver soggiornato a lungo in molti Paesi musulmani, nella sua Parigi è da sei mesi costretto a girare sotto scorta per aver ricevuto minacce di morte da parte di gruppi islamisti.
Nel suo recente saggio “La Fracture” (Gallimard), lei accusa il presidente Hollande di non aver parlato a lungo di terrorismo islamico. Ha pagato anche lui per aver rifiutato di riconoscere il nesso tra jihadismo e Islam?
«Ci sono quelli come Hollande che considerano il jihadismo una forma di terrorismo come un’altra. Dicono che se una volta c’erano l’Ira, la Rote Armee Fraktion e le Brigate rosse, adesso ci sono gli islamisti. E ci sono quelli come me che credono che vadano piuttosto letti i testi arabi per capire come si può passare da un’ideologia di rottura culturale, che quella dei salafiti, alla violenza nel nome della guerra santa. Tutto ciò senza sottovalutare l’impatto delle condizioni sociali nei quartieri più poveri e delle drammatiche conseguenze di una gioventù senza lavoro».
Quali sono le altre colpe di Hollande?
«È la prima volta che un presidente francese getta la spugna, che non si presenta per un secondo mandato. Oltre allo scacco personale mi sembra il naufragio della politica del partito socialista francese degli ultimi 35 anni, ossia dalla prima elezione di Mitterrand, con conseguenze devastanti per quelli che vorrebbero riprendere il testimone».
In che modo la componente musulmana della società francese potrà influire sulle presidenziali di maggio?
«In Francia, non si può più parlare di contrapposizione destra- sinistra. Questa è stata sostituita da linguaggi comunitari e populisti. Il risultato è una “balcanizzazione” del Paese, che rischia di sfociare in una guerra civile. C’è infatti una frattura sempre più profonda tra l’estrema destra secondo cui i nostri compatrioti musulmani non sono completamente francesi perché sospettati di essere terroristi e tra quei movimenti islamici che predicano la non integrazione nella società francese e la nascita di un’identità impermeabile a quella occidentale, considerata islamofoba. Ecco perché il thatcheriano Fillon riscuote tanto successo, non solo a destra. Sia detto per inciso, la figura della Thatcher è sempre stata usata dai politici francesi come uno spaventapasseri ».
Sono circa 200 i jihadisti francesi che hanno lasciato lo Stato islamico per tornare in patria. Che cosa fare di questi “ex combattenti”?
«La maggior parte di loro rientra in Francia odiandola ancora di più di quando la lasciarono. Vogliono soltanto distruggerla, perciò tutti quelli che tornano vengono incarcerati. Ma è ora necessario adattare il sistema penitenziario francese a questa nuova massa di prigionieri, perché negli ultimi 15 anni sono state proprio le prigioni il principale vivaio del jihadismo, con gli imam incarcerati che hanno fatto proselitismo presso i piccoli delinquenti musulmani. Lo Stato ha perciò deciso di costruire nuovi penitenziari e di assumere altri guardiani per mantenere i jihadisti più pericolosi in isolamento, a costi altissimi».
Recentemente i servizi francesi sono riusciti a decriptare il codice di un reclutatore di foreign fighters che dalla Siria assoldava giovani nelle banlieues francesi. Molti di questi sono stati arrestati. Come comportarsi con questi “apprendisti” jihadisti?
«Tutti quelli che sono stati in contatto con il reclutatore dello Stato islamico sono stati arrestati e sono in attesa di giudizio. Il problema è che cosa fare una volta che escono di prigione. Padre Jacques Hamel è stato sgozzato da un ragazzo di 19 anni che aveva appena trascorso un anno in carcere per aver cercato di raggiungere la Siria e che era stato appena liberato per buona condotta. Quando entrò in prigione, della Jihad sapeva ben poco, ma ne è uscito completamente islamizzato e con la volontà di uccidere. Da un lato bisognerà dunque aggravare le pene, dall’altro trovare la chiave psicologica per de-radicalizzare e reintegrare questa gente. Un tipo di approccio che è stato completamente trascurato nel quinquennio di Hollande».
Gilles Kepel, 61 anni, è accademico francese esperto di Islam e del mondo arabo.
I suoi ultimi libri sono ” La Fracture” (2016) e “Terrore nell’Esagono: genesi della jihad francese” (2015)
Un messaggio di cordoglio al memoriale del Bataclan FOTO: ©REUTERS
Corriere 4.12.16
HEIMAT (patria)
di Maria Serena Natale
C’è un centro di gravità permanente nel dibattito politico europeo al tempo dei populismi euroscettici e della Grande Paura dell’immigrazione, la Patria. Alle presidenziali austriache di oggi si confrontano due letture contrapposte di questa idea intimamente connessa al destino dei Paesi di lingua e cultura tedesca, condensata in una parola ricca di risonanze e ambivalenze: Heimat. Radice «Heim», casa. È il luogo dell’appartenenza, della memoria e della costruzione, raccontato dall’impresa cinematografica di Edgar Reitz degli anni Ottanta, il film in undici episodi che ripercorre la storia novecentesca della Germania attraverso le vicende della famiglia Simon, e che parte da una casa con il tetto d’ardesia, pietra metamorfica che muta e sedimenta. Strato su strato, formazione spirituale di una nazione. «L’Austria prima»: nell’Heimat oggi evocata dal campione dell’ultradestra Norbert Hofer c’è l’esaltazione della grandezza passata, l’affermazione di un’identità definita da confini — fisici e ideali — invalicabili, l’attaccamento esclusivo e fatale a valori arcaici con echi del «Blut und Boden», l’ideologia del sangue e della terra che già conteneva i germi del nazionalsocialismo. Quella dell’ecologista indipendente Alexander Van der Bellen è la Patria che rialza la testa — anche in reazione alla crescente richiesta di sicurezza e all’onda nazionalista —, che sa di aver perduto l’aura imperiale ma non teme di modellare la forma chiusa dell’identità. Quella Patria che ha riaffermato la propria specificità culturale anche accogliendo i profughi del 2015 con coperte e giocattoli. Due ramificazioni di una stessa radice. Oggi si sceglie.
HEIMAT (patria)
di Maria Serena Natale
C’è un centro di gravità permanente nel dibattito politico europeo al tempo dei populismi euroscettici e della Grande Paura dell’immigrazione, la Patria. Alle presidenziali austriache di oggi si confrontano due letture contrapposte di questa idea intimamente connessa al destino dei Paesi di lingua e cultura tedesca, condensata in una parola ricca di risonanze e ambivalenze: Heimat. Radice «Heim», casa. È il luogo dell’appartenenza, della memoria e della costruzione, raccontato dall’impresa cinematografica di Edgar Reitz degli anni Ottanta, il film in undici episodi che ripercorre la storia novecentesca della Germania attraverso le vicende della famiglia Simon, e che parte da una casa con il tetto d’ardesia, pietra metamorfica che muta e sedimenta. Strato su strato, formazione spirituale di una nazione. «L’Austria prima»: nell’Heimat oggi evocata dal campione dell’ultradestra Norbert Hofer c’è l’esaltazione della grandezza passata, l’affermazione di un’identità definita da confini — fisici e ideali — invalicabili, l’attaccamento esclusivo e fatale a valori arcaici con echi del «Blut und Boden», l’ideologia del sangue e della terra che già conteneva i germi del nazionalsocialismo. Quella dell’ecologista indipendente Alexander Van der Bellen è la Patria che rialza la testa — anche in reazione alla crescente richiesta di sicurezza e all’onda nazionalista —, che sa di aver perduto l’aura imperiale ma non teme di modellare la forma chiusa dell’identità. Quella Patria che ha riaffermato la propria specificità culturale anche accogliendo i profughi del 2015 con coperte e giocattoli. Due ramificazioni di una stessa radice. Oggi si sceglie.
Corriere 4.12.16
Sasha, l’ecologista «eretico» prova a salvare l’Austria europea
Chi è Van der Bellen, il candidato che deve sbarrare la strada a Hofer dell’estrema destra. La sfida si deciderà per pochi voti
di Paolo Valentino
VIENNA Per i fan è «il professore», per gli amici e i collaboratori più stretti semplicemente «Sasha», riferimento alle sue radici. Il padre, russo protestante di origine olandese, fuggì dalla Russia insieme ala madre estone dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Alexander van der Bellen nacque a Vienna, «figlio di profughi», come ama dire.
È su questo professore di Economia settantaduenne, l’aria spesso distratta, l’abbigliamento simpaticamente trasandato, che si appuntano oggi le speranze di una certa idea dell’Europa. In modo più plastico che in Italia, dove l’uno o l’altro esito del referendum lasciano comunque margini di imprevedibilità agli sviluppi successivi, è dalla piccola Austria che passa la grande faglia. È il voto presidenziale di Vienna a fare da autentico barometro dello scontro che spacca il continente, tra europeismo e nazionalismo, integrazione e straniamento, tolleranza e xenofobia, accoglienza e chiusura.
Van der Bellen è l’eroe per caso. Non che sia spuntato dal nulla nel cielo della politica austriaca. Figlio del radicalismo degli anni Sessanta, passato dai socialdemocratici prima di approdare ai Verdi, il professore è stato leader dei Grünen per vent’anni. Fra l’altro ha fama di personaggio poco convenzionale, ecologista un po’ eretico, che non va in bicicletta, fuma e adora le automobili veloci.
Nessuno però si aspettava, la primavera scorsa, al primo turno delle elezioni presidenziali, di vederlo superare i candidati di Spö e Övp, i partiti socialdemocratico e popolare che nel Dopoguerra, divisi o insieme, hanno sempre governato il Paese. Tant’è. Così toccò a Van der Bellen, il 23 maggio, sfidare al ballottaggio l’ingegner Norbert Hofer, campione dell’estrema destra della Fpö, il Partito nazional-liberale di Hans Christian Strache. Il professore vinse con una rimonta clamorosa, ma lo scarto fu di 30 mila voti. Pochi mesi dopo, causa irregolarità procedurali nel voto per corrispondenza, la consultazione fu annullata.
Quello di oggi è quindi il terzo turno di una battaglia andata avanti per quasi un anno. La carica di capo dello Stato in Austria è solo in parte cerimoniale; il presidente ha infatti il potere di sciogliere il Parlamento e Hofer ha detto di volerlo fare se vince. Il perché è chiaro: i sondaggi danno il leader del suo partito, Strache, favorito in un’eventuale sfida per la Cancelleria contro l’attuale capo del governo, il socialdemocratico Christian Kern.
L’ultima fase della contesa è stata virulenta. Hofer ha cercato di darsi un volto moderato. Per esempio, non ha più ripetuto che se vincesse, indirebbe un referendum sulla permanenza dell’Austria nella Ue. Ma come il generale del Dottor Stranamore, il campione della Fpö, membro di una confraternita di ultradestra e pangermanica, non riesce a nascondere i suoi tic xenofobi. «Prima l’Austria e gli austriaci», è il suo slogan, mentre non perde occasione per accusare i profughi accolti nell’ultimo anno e mezzo (120 mila circa) di essere focolaio di criminalità. Perfino ex membri del partito considerano Hofer «una bomba a orologeria», «troppo estremo» a dispetto della verniciatura centrista con cui si mimetizza.
Nella concitazione degli scambi polemici, il mite Van der Bellen ha saputo tirar fuori gli artigli. Giovedì, nell’ultimo dibattito televisivo, Hofer ha sparato a zero, insinuando che il padre del suo avversario avesse avuto simpatie naziste e addirittura accusando il professore di essere stato «una spia sovietica». Van der Bellen gli ha dato del bugiardo, tenendo alta una foto del padre.
Nel comizio finale di venerdì, Van der Bellen ha detto che «in gioco è la direzione del Paese, la permanenza dell’Austria in Europa». Accanto lui, sul palco, il sindaco di Vienna, il socialdemocratico Michael Haeupl. La Spö e i popolari della Övp si sono infatti schierati al suo fianco molto più nettamente rispetto alla volta scorsa. Indispensabile per vincere, l’appoggio dei partiti tradizionali comporta anche pericoli per Van der Bellen, che rischia di non essere più identificato come indipendente, ma come espressione dell’establishment. È la speranza di Norbert Hofer, l’uomo nero che sogna un effetto Trump anche in terra asburgica. I sondaggi li danno appaiati. Ogni previsione è un azzardo. Comunque finirà, centodue anni dopo l’inizio della Grande Guerra, l’Europa cade o si rialza in Austria.
Sasha, l’ecologista «eretico» prova a salvare l’Austria europea
Chi è Van der Bellen, il candidato che deve sbarrare la strada a Hofer dell’estrema destra. La sfida si deciderà per pochi voti
di Paolo Valentino
VIENNA Per i fan è «il professore», per gli amici e i collaboratori più stretti semplicemente «Sasha», riferimento alle sue radici. Il padre, russo protestante di origine olandese, fuggì dalla Russia insieme ala madre estone dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Alexander van der Bellen nacque a Vienna, «figlio di profughi», come ama dire.
È su questo professore di Economia settantaduenne, l’aria spesso distratta, l’abbigliamento simpaticamente trasandato, che si appuntano oggi le speranze di una certa idea dell’Europa. In modo più plastico che in Italia, dove l’uno o l’altro esito del referendum lasciano comunque margini di imprevedibilità agli sviluppi successivi, è dalla piccola Austria che passa la grande faglia. È il voto presidenziale di Vienna a fare da autentico barometro dello scontro che spacca il continente, tra europeismo e nazionalismo, integrazione e straniamento, tolleranza e xenofobia, accoglienza e chiusura.
Van der Bellen è l’eroe per caso. Non che sia spuntato dal nulla nel cielo della politica austriaca. Figlio del radicalismo degli anni Sessanta, passato dai socialdemocratici prima di approdare ai Verdi, il professore è stato leader dei Grünen per vent’anni. Fra l’altro ha fama di personaggio poco convenzionale, ecologista un po’ eretico, che non va in bicicletta, fuma e adora le automobili veloci.
Nessuno però si aspettava, la primavera scorsa, al primo turno delle elezioni presidenziali, di vederlo superare i candidati di Spö e Övp, i partiti socialdemocratico e popolare che nel Dopoguerra, divisi o insieme, hanno sempre governato il Paese. Tant’è. Così toccò a Van der Bellen, il 23 maggio, sfidare al ballottaggio l’ingegner Norbert Hofer, campione dell’estrema destra della Fpö, il Partito nazional-liberale di Hans Christian Strache. Il professore vinse con una rimonta clamorosa, ma lo scarto fu di 30 mila voti. Pochi mesi dopo, causa irregolarità procedurali nel voto per corrispondenza, la consultazione fu annullata.
Quello di oggi è quindi il terzo turno di una battaglia andata avanti per quasi un anno. La carica di capo dello Stato in Austria è solo in parte cerimoniale; il presidente ha infatti il potere di sciogliere il Parlamento e Hofer ha detto di volerlo fare se vince. Il perché è chiaro: i sondaggi danno il leader del suo partito, Strache, favorito in un’eventuale sfida per la Cancelleria contro l’attuale capo del governo, il socialdemocratico Christian Kern.
L’ultima fase della contesa è stata virulenta. Hofer ha cercato di darsi un volto moderato. Per esempio, non ha più ripetuto che se vincesse, indirebbe un referendum sulla permanenza dell’Austria nella Ue. Ma come il generale del Dottor Stranamore, il campione della Fpö, membro di una confraternita di ultradestra e pangermanica, non riesce a nascondere i suoi tic xenofobi. «Prima l’Austria e gli austriaci», è il suo slogan, mentre non perde occasione per accusare i profughi accolti nell’ultimo anno e mezzo (120 mila circa) di essere focolaio di criminalità. Perfino ex membri del partito considerano Hofer «una bomba a orologeria», «troppo estremo» a dispetto della verniciatura centrista con cui si mimetizza.
Nella concitazione degli scambi polemici, il mite Van der Bellen ha saputo tirar fuori gli artigli. Giovedì, nell’ultimo dibattito televisivo, Hofer ha sparato a zero, insinuando che il padre del suo avversario avesse avuto simpatie naziste e addirittura accusando il professore di essere stato «una spia sovietica». Van der Bellen gli ha dato del bugiardo, tenendo alta una foto del padre.
Nel comizio finale di venerdì, Van der Bellen ha detto che «in gioco è la direzione del Paese, la permanenza dell’Austria in Europa». Accanto lui, sul palco, il sindaco di Vienna, il socialdemocratico Michael Haeupl. La Spö e i popolari della Övp si sono infatti schierati al suo fianco molto più nettamente rispetto alla volta scorsa. Indispensabile per vincere, l’appoggio dei partiti tradizionali comporta anche pericoli per Van der Bellen, che rischia di non essere più identificato come indipendente, ma come espressione dell’establishment. È la speranza di Norbert Hofer, l’uomo nero che sogna un effetto Trump anche in terra asburgica. I sondaggi li danno appaiati. Ogni previsione è un azzardo. Comunque finirà, centodue anni dopo l’inizio della Grande Guerra, l’Europa cade o si rialza in Austria.
La Stampa 4.12.16
A Vienna nel quartiere operaio roccaforte dell’estrema destra
Oggi il nuovo ballottaggio per le presidenziali che spaventa l’Europa
di Alessandro Alviani
«Si guardi intorno: qui non ci sono più negozi gestiti dagli austriaci, nelle scuole non si parla più il tedesco, le case popolari le danno solo agli stranieri; vuol sentire una battuta che diciamo qui? “Vuoi avere un appartamento? Tua moglie deve portare il velo”». Johann cammina a passo svelto lungo la Hauptstraße, la strada che taglia in due il quartiere viennese di Simmering.
Negozi di cellulari, supermercati turchi di frutta e verdura, chioschi di kebab. «Promozione: Döner Sandwich oppure Schnitzel Sandwich: 3 Euro», si legge su un cartello che punta sulla par condicio.
Johann ha fretta, deve accompagnare al lavoro sua moglie, che cammina accanto a lui, non porta il velo, è nata in India da genitori cinesi, fa la cameriera nel ristorante di un hotel e ora ripete con orgoglio: «Noi siamo blu». Blu, come il colore della Fpö, il partito della destra populista che al ballottaggio per le presidenziali austriache di oggi sogna di conquistare per la prima volta la Hofburg, il Quirinale austriaco. In un solo quartiere in tutta Vienna Norbert Hofer, il candidato presidente della formazione che fu di Jörg Haider, aveva superato a maggio il 50% dei voti al secondo turno delle presidenziali, poi annullato: a Simmering, col 50,3%. E in un solo quartiere la Fpö è riuscita finora a conquistare la presidenza di una circoscrizione nella storia della capitale austriaca: a Simmering, ex zona operaia diventata una roccaforte della Fpö.
Johann, che ha 50 anni ed è dipendente di un commerciante all’ingrosso di attrezzi da lavoro, non ha dubbi: oggi metterà la crocetta sul nome di Hofer. In passato ha votato per diversi partiti, persino per i Verdi ai tempi in cui erano guidati proprio da Alexander Van der Bellen, il candidato che sfida Hofer per la presidenza. Oggi «i socialdemocratici e i popolari non li posso più vedere», chiarisce, facendosi portavoce di quella frustrazione nei confronti dello strapotere ormai decennale della Spö e della Övp, riuniti oggi nella Grande coalizione, che rappresenta uno dei fattori che aiutano a capire il successo di Hofer. Un altro, molto sentito tra queste strade, riguarda le sue posizioni restrittive sui rifugiati. Quello che non va giù ad Hans è l’arrivo di «tutti questi musulmani» e l’atteggiamento di quei migranti «che chiedono un trattamento speciale invece di attenersi alle regole valide qui». Mia moglie, dice non senza orgoglio, parla solo tedesco coi suoi due figli. «E poi ha mai sentito di asiatici che creano problemi?».
Anche Ronny voterà per Hofer. «I profughi che hanno bisogno davvero di aiuto vanno bene, il problema è che molti vengono a sfruttare il nostro Stato sociale e ricevono dallo Stato soldi e uno smartphone nuovo, mentre io devo prestare 200 euro a mia nonna, che è austriaca, perché possa accendere il riscaldamento: qui non abbiamo bisogno di migranti economici, non ho altra scelta che votare in modo patriottico, cioè a destra», spiega. Ronny ha 34 anni e vive da sempre a Simmering. Com’è cambiato il quartiere? «Gli immigrati hanno preso sempre più il sopravvento», nota il cameriere, che l’anno scorso ha dovuto chiedere il sussidio di disoccupazione per tre mesi: «427 euro al mese, dopo aver versato i contributi per 16 anni, mentre la mia vicina, che è arrivata dalla Romania con un bambino e non ha mai pagato le tasse, ne prendeva 870». Sono racconti come questi, che rimbalzano di strada in strada, che hanno spinto al rialzo la Fpö. Come l’ha spinta al rialzo la strategia di Hofer, che fa di tutto per presentarsi come un moderato piuttosto che come un esponente dell’estrema destra (nonostante i suoi contatti con le Burschenschaften, le confraternite studentesche su posizioni nazionaliste), nonché come un politico dinamico. «Non credo sia un populista di destra e poi essere di destra non significa automaticamente essere fascista», nota Johann. «Porta una ventata di nuovo: meglio un presidente giovane e dinamico, Van der Bellen invece è vecchio e dovrebbe starsene in un ospizio», aggiunge Hannelore, che ha 70 anni (due in meno di Van der Bellen) e in passato ha lavorato come assistente per gli anziani.
«Non siamo populisti di destra, lo dicono gli altri partiti in quanto hanno paura di noi, là dove governiamo le persone non ci temono, perché vedono che siamo assolutamente normali», sostiene uno che Norbert Hofer lo conosce bene: Paul Stadler, presidente di circoscrizione di Simmering, il primo politico della Fpö a guidare un quartiere della capitale nella storia di Vienna. L’anno scorso ha interrotto qui lo storico dominio socialdemocratico, prendendo quasi il 41,8% dei voti. Come c’è riuscito? «Ascoltando le persone e i loro problemi: gli altri partiti si sono occupati di dividersi i posti e non hanno più pensato ai cittadini». La rivoluzione anti-establishment: l’altro ingrediente che potrebbe aprire le porte della Hofburg a Norbert Hofer.
A Vienna nel quartiere operaio roccaforte dell’estrema destra
Oggi il nuovo ballottaggio per le presidenziali che spaventa l’Europa
di Alessandro Alviani
«Si guardi intorno: qui non ci sono più negozi gestiti dagli austriaci, nelle scuole non si parla più il tedesco, le case popolari le danno solo agli stranieri; vuol sentire una battuta che diciamo qui? “Vuoi avere un appartamento? Tua moglie deve portare il velo”». Johann cammina a passo svelto lungo la Hauptstraße, la strada che taglia in due il quartiere viennese di Simmering.
Negozi di cellulari, supermercati turchi di frutta e verdura, chioschi di kebab. «Promozione: Döner Sandwich oppure Schnitzel Sandwich: 3 Euro», si legge su un cartello che punta sulla par condicio.
Johann ha fretta, deve accompagnare al lavoro sua moglie, che cammina accanto a lui, non porta il velo, è nata in India da genitori cinesi, fa la cameriera nel ristorante di un hotel e ora ripete con orgoglio: «Noi siamo blu». Blu, come il colore della Fpö, il partito della destra populista che al ballottaggio per le presidenziali austriache di oggi sogna di conquistare per la prima volta la Hofburg, il Quirinale austriaco. In un solo quartiere in tutta Vienna Norbert Hofer, il candidato presidente della formazione che fu di Jörg Haider, aveva superato a maggio il 50% dei voti al secondo turno delle presidenziali, poi annullato: a Simmering, col 50,3%. E in un solo quartiere la Fpö è riuscita finora a conquistare la presidenza di una circoscrizione nella storia della capitale austriaca: a Simmering, ex zona operaia diventata una roccaforte della Fpö.
Johann, che ha 50 anni ed è dipendente di un commerciante all’ingrosso di attrezzi da lavoro, non ha dubbi: oggi metterà la crocetta sul nome di Hofer. In passato ha votato per diversi partiti, persino per i Verdi ai tempi in cui erano guidati proprio da Alexander Van der Bellen, il candidato che sfida Hofer per la presidenza. Oggi «i socialdemocratici e i popolari non li posso più vedere», chiarisce, facendosi portavoce di quella frustrazione nei confronti dello strapotere ormai decennale della Spö e della Övp, riuniti oggi nella Grande coalizione, che rappresenta uno dei fattori che aiutano a capire il successo di Hofer. Un altro, molto sentito tra queste strade, riguarda le sue posizioni restrittive sui rifugiati. Quello che non va giù ad Hans è l’arrivo di «tutti questi musulmani» e l’atteggiamento di quei migranti «che chiedono un trattamento speciale invece di attenersi alle regole valide qui». Mia moglie, dice non senza orgoglio, parla solo tedesco coi suoi due figli. «E poi ha mai sentito di asiatici che creano problemi?».
Anche Ronny voterà per Hofer. «I profughi che hanno bisogno davvero di aiuto vanno bene, il problema è che molti vengono a sfruttare il nostro Stato sociale e ricevono dallo Stato soldi e uno smartphone nuovo, mentre io devo prestare 200 euro a mia nonna, che è austriaca, perché possa accendere il riscaldamento: qui non abbiamo bisogno di migranti economici, non ho altra scelta che votare in modo patriottico, cioè a destra», spiega. Ronny ha 34 anni e vive da sempre a Simmering. Com’è cambiato il quartiere? «Gli immigrati hanno preso sempre più il sopravvento», nota il cameriere, che l’anno scorso ha dovuto chiedere il sussidio di disoccupazione per tre mesi: «427 euro al mese, dopo aver versato i contributi per 16 anni, mentre la mia vicina, che è arrivata dalla Romania con un bambino e non ha mai pagato le tasse, ne prendeva 870». Sono racconti come questi, che rimbalzano di strada in strada, che hanno spinto al rialzo la Fpö. Come l’ha spinta al rialzo la strategia di Hofer, che fa di tutto per presentarsi come un moderato piuttosto che come un esponente dell’estrema destra (nonostante i suoi contatti con le Burschenschaften, le confraternite studentesche su posizioni nazionaliste), nonché come un politico dinamico. «Non credo sia un populista di destra e poi essere di destra non significa automaticamente essere fascista», nota Johann. «Porta una ventata di nuovo: meglio un presidente giovane e dinamico, Van der Bellen invece è vecchio e dovrebbe starsene in un ospizio», aggiunge Hannelore, che ha 70 anni (due in meno di Van der Bellen) e in passato ha lavorato come assistente per gli anziani.
«Non siamo populisti di destra, lo dicono gli altri partiti in quanto hanno paura di noi, là dove governiamo le persone non ci temono, perché vedono che siamo assolutamente normali», sostiene uno che Norbert Hofer lo conosce bene: Paul Stadler, presidente di circoscrizione di Simmering, il primo politico della Fpö a guidare un quartiere della capitale nella storia di Vienna. L’anno scorso ha interrotto qui lo storico dominio socialdemocratico, prendendo quasi il 41,8% dei voti. Come c’è riuscito? «Ascoltando le persone e i loro problemi: gli altri partiti si sono occupati di dividersi i posti e non hanno più pensato ai cittadini». La rivoluzione anti-establishment: l’altro ingrediente che potrebbe aprire le porte della Hofburg a Norbert Hofer.
La Stampa 4.12.16
Scandinavia paradiso rosa
La Francia va all’inseguimento
Ma le differenze di genere restano ancora molto forti in tutta Europa
di Carola Frediani
Finlandia, Norvegia, Svezia. Quando si parla di diritti delle donne, di pari opportunità e di accesso al mercato del lavoro, si finisce inevitabilmente nel Nord Europa. La Finlandia ha alti tassi di istruzione superiore e di lavoro femminile. Un record.
L’83% delle donne occupate, anche le madri, lavorano a tempo pieno grazie all’eccellente sistema di welfare che fornisce solidi servizi di assistenza all’infanzia e non solo. La Svezia, primo Paese a intraprendere la strada del congedo per madri e padri, nel 2016 ha ulteriormente ampliato il periodo di tempo concesso: i genitori hanno diritto a 480 giorni (all’80% dello stipendio fino a 390 giorni). Di questi, 90 sono riservati alle madri, 90 ai padri. Oltre al congedo possono comunque chiedere di ridurre l’orario lavorativo del 25% (con relativo taglio su salario). Tutto ciò fino all’ottavo anno di età del figlio. Per il quale si riceve comunque anche un contributo mensile, che in genere viene usato per pagare nidi o assistenza. Il risultato è che i costi per i servizi di aiuto all’infanzia incidono solo del 5,8% sullo stipendio della madre lavoratrice. La Norvegia è considerata tra i migliori Paesi al mondo dove essere donna. E nello specifico, mamma. E in generale, lavoratore e lavoratrice. Il 77% degli uomini, e il 73% delle donne tra i 15 e i 64 anni ha infatti un lavoro, secondo dati dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Altro Paese in rosa è la Danimarca: legge su maternità, congedo parentale flessibile, servizi statali accessibili, assistenza all’infanzia finanziata per il 75% dalle tasse, posti nei nidi garantiti dai sei mesi di età, disponibilità del tempo pieno.
I buoni esempi
Un altro aspetto significativo è che a beneficiare del sistema danese sono anche i nonni e le nonne, meno oberati che in altri Paesi. Sul fronte delle politiche a favore delle famiglie, la Francia non se la cava male con una serie di assegni famigliari, deduzioni fiscali, diverse possibilità di assistenza all’infanzia. Il risultato è una fertilità più alta e un più alto tasso di madri lavoratrici. Al di là dei buoni esempi, va detto che l’Europa non è tutta rose e fiori. La stessa Commissione Ue ha riconosciuto l’impatto sproporzionato avuto dalla crisi economica sulla popolazione femminile. L’obiettivo fissato da Bruxelles sarebbe di raggiungere un tasso di occupazione del 75% entro il 2020, per entrambi i sessi (fra i 20 e i 64 anni). Nel 2015 la media europea si aggirava sul 70% E le donne, specie quelle fra i 55 e i 64 anni, avevano tassi di occupazione molto più bassi dei maschi. Ma c’è un dato che colpisce più di tutti. gli altri Il divario di genere sul fronte lavoro, nel 2015, era maggiore per la fascia d’età fra i 30 e 34 anni con 14 punti percentuali (male anche la fascia 35-39). Statistiche che rivelano in maniera inequivocabile l’impatto della maternità, come rilevato da Eurostat. Il tempo di espulsione dalle attività lavorative in questa fase influenza anche l’occupazione più in là negli anni. In generale, la mancanza di assistenza pubblica e doversi sobbarcare le cure famigliari taglia le gambe sia alle giovani sia alle cinquanta-sessantenni. Perché, come spiega ancora Eurostat, le donne più spesso si occupano anche di famigliari anziani, e questo ne accelera l’uscita dal mondo del lavoro.
Scandinavia paradiso rosa
La Francia va all’inseguimento
Ma le differenze di genere restano ancora molto forti in tutta Europa
di Carola Frediani
Finlandia, Norvegia, Svezia. Quando si parla di diritti delle donne, di pari opportunità e di accesso al mercato del lavoro, si finisce inevitabilmente nel Nord Europa. La Finlandia ha alti tassi di istruzione superiore e di lavoro femminile. Un record.
L’83% delle donne occupate, anche le madri, lavorano a tempo pieno grazie all’eccellente sistema di welfare che fornisce solidi servizi di assistenza all’infanzia e non solo. La Svezia, primo Paese a intraprendere la strada del congedo per madri e padri, nel 2016 ha ulteriormente ampliato il periodo di tempo concesso: i genitori hanno diritto a 480 giorni (all’80% dello stipendio fino a 390 giorni). Di questi, 90 sono riservati alle madri, 90 ai padri. Oltre al congedo possono comunque chiedere di ridurre l’orario lavorativo del 25% (con relativo taglio su salario). Tutto ciò fino all’ottavo anno di età del figlio. Per il quale si riceve comunque anche un contributo mensile, che in genere viene usato per pagare nidi o assistenza. Il risultato è che i costi per i servizi di aiuto all’infanzia incidono solo del 5,8% sullo stipendio della madre lavoratrice. La Norvegia è considerata tra i migliori Paesi al mondo dove essere donna. E nello specifico, mamma. E in generale, lavoratore e lavoratrice. Il 77% degli uomini, e il 73% delle donne tra i 15 e i 64 anni ha infatti un lavoro, secondo dati dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Altro Paese in rosa è la Danimarca: legge su maternità, congedo parentale flessibile, servizi statali accessibili, assistenza all’infanzia finanziata per il 75% dalle tasse, posti nei nidi garantiti dai sei mesi di età, disponibilità del tempo pieno.
I buoni esempi
Un altro aspetto significativo è che a beneficiare del sistema danese sono anche i nonni e le nonne, meno oberati che in altri Paesi. Sul fronte delle politiche a favore delle famiglie, la Francia non se la cava male con una serie di assegni famigliari, deduzioni fiscali, diverse possibilità di assistenza all’infanzia. Il risultato è una fertilità più alta e un più alto tasso di madri lavoratrici. Al di là dei buoni esempi, va detto che l’Europa non è tutta rose e fiori. La stessa Commissione Ue ha riconosciuto l’impatto sproporzionato avuto dalla crisi economica sulla popolazione femminile. L’obiettivo fissato da Bruxelles sarebbe di raggiungere un tasso di occupazione del 75% entro il 2020, per entrambi i sessi (fra i 20 e i 64 anni). Nel 2015 la media europea si aggirava sul 70% E le donne, specie quelle fra i 55 e i 64 anni, avevano tassi di occupazione molto più bassi dei maschi. Ma c’è un dato che colpisce più di tutti. gli altri Il divario di genere sul fronte lavoro, nel 2015, era maggiore per la fascia d’età fra i 30 e 34 anni con 14 punti percentuali (male anche la fascia 35-39). Statistiche che rivelano in maniera inequivocabile l’impatto della maternità, come rilevato da Eurostat. Il tempo di espulsione dalle attività lavorative in questa fase influenza anche l’occupazione più in là negli anni. In generale, la mancanza di assistenza pubblica e doversi sobbarcare le cure famigliari taglia le gambe sia alle giovani sia alle cinquanta-sessantenni. Perché, come spiega ancora Eurostat, le donne più spesso si occupano anche di famigliari anziani, e questo ne accelera l’uscita dal mondo del lavoro.
La Stampa 4.12.16
Donne e buste paga leggere
“Senza asili, a noi mamme conviene rimanere a casa”
Studiano di più e guadagnano meno. Non solo: il 46% non ha lavoro Chiara Saraceno: “La mentalità maschilista è ancora dominante”
di Giacomo Galeazzi
Un’italiana su due non lavora. In Europa solo Malta sta peggio dell’Italia nella classifica dell’occupazione femminile: una perdita di prodotto interno lordo del 15% valutata dal Fondo monetario internazionale. Il 30% delle donne dopo la nascita del figlio lascia il lavoro. E nel Mezzogiorno il dato negativo è doppio rispetto al Nord.
Tra i 38 Paesi analizzati nell’ultimo rapporto Ocse, l’Italia è uno dei pochissimi Stati in cui la quota di occupazione delle madri diminuisce invece di aumentare quando il figlio supera i tre anni.
Secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso di inattività delle donne è di 20 punti superiore a quello degli uomini (45,9% contro 25,9%). Un «gender gap» che solo a Malta è maggiore (27 punti di differenza). E costa caro il divario di genere fra uomini e donne in opportunità e status. Alcune aziende italiane sono corse ai ripari dotandosi di strutture interne per la parità di genere. Dal punto di vista dell’occupazione femminile, dunque, l’Italia è in fondo alla classifica europea. Eppure le donne si laureano di più, prima e con voti migliori. In Italia il 60,3% dei laureati è donna. In media il loro voto di laurea è di due punti superiore a quello degli uomini, eppure guadagnano mediamente 200 euro al mese in meno. Al dipartimento delle Pari opportunità forniscono dati e cronistorie delle aziende che si sono dotate di nidi e strutture di assistenza alle madri che lavorano, ma ricordano come dello stanziamento governativo di 500 milioni per favorire l’occupazione femminile ne sia poi effettivamente arrivata a destinazione una minima parte. Il resto dei fondi è stato deviato dalle Regioni su altri voci di bilancio. «La mentalità, i modelli culturali di genere e di famiglia incidono molto sul basso tasso di occupazione femminile - spiega la sociologa Chiara Saraceno -. Tra le nazioni sviluppate l’Italia è un paese in cui la divisione in base al genere del lavoro famigliare non pagato è tra le più asimmetriche». Anche quando la donna è occupata, svolge la gran parte dei lavori domestici. E rispetto agli altri paesi sviluppati, in Italia si pulisce casa più spesso, si preparano più pasti, si stira di più. Gli standard di una casa «tenuta bene» e alimentari sono più elevati, come dimostra il dibattito sulle virtù del cibo portato da casa rispetto a quello delle mense scolastiche. «Abbiamo livelli di prestazione più esigenti che negli altri Paesi- aggiunge -. Ciò richiede più disponibilità di tempo».
Contratti svantaggiosi
In Italia la percentuale delle donne che non hanno un impiego tra i 25 e i 54 anni (cioè il periodo in cui si dovrebbe essere più attive sul mercato, come occupate o in cerca di impiego) è del 34,1%, a poca distanza da Malta con il 34,2%, a fronte dell’11,4% in Slovenia e dell’11,6% in Svezia. «Accanto alle aspettative rispetto alla famiglia, persiste una cultura aziendale largamente maschilista, che ritiene le donne inaffidabili, o meno competenti degli uomini e che considera la necessità di conciliare lavoro e responsabilità famigliari un’interferenza fastidiosa o non accettabile», analizza Saraceno. I dati di Almalaurea mostrano che la discriminazione, a parità di titolo di studio, inizia già prima che i giovani laureati maschi e femmine creino una famiglia, incidendo sia sui tassi di occupazione, sia sui tipi di contratto, sia sui livelli di remunerazione. Queste differenze diventano ancora maggiori a cinque anni dalla laurea.
Quando si rinuncia a cercare lavoro è perché paradossalmente un’occupazione può trasformarsi in una perdita economica. E’ il caso di Ilenia Cardinale Franco, 34 anni. «In vita mia ho sempre lavorato, ma ora con rette dell’asilo da 450 euro al mese mi conviene restare a casa». Prima in Emilia Romagna e ora nelle Marche, ha fatto l’operaia a contratto in diverse aziende metalmeccaniche. «Conti alla mano, non ha più senso», scuote la testa. Colpa in primo luogo del caro-asilo comunale. «Io e mio marito Luca abbiamo dovuto prendere una decisione drastica perché ci siamo scontrati con un paradosso - racconta - Abbiamo tentato qualunque strada per iscrivere all’asilo nostra figlia Letizia e abbiamo sofferto per un meccanismo assurdo. I posti disponibili sono pochissimi, se lavoro anch’io saliamo di fascia di reddito e siamo tagliati fuori dagli istituti pubblici. Quelli privati sono così costosi che diventa più conveniente occuparmi a tempo pieno della bimba finché non andrà alle elementari». E aggiunge:«In Francia e in Germania ogni bimbo che nasce ha un posto garantito all’asilo. In Italia è terno al lotto, un calvario, Le graduatorie vengono compilate in base a criteri burocratici: bastano due stipendi normalissimi a farti classificare in una fascia elevata». Il dato regionale è netto. Al Sud le donne in età da lavoro ma inattive sono il 60,7%, quasi il doppio rispetto al Nord (37,3%) . L’occupazione femminile è da record nel Mezzogiorno, dove è comparativamente bassa anche quella maschile. La crisi cioè ha colpito soprattutto il lavoro al Sud, allargando ulteriormente i divari territoriali.
Maternità come ostacolo
Veronica De Romanis insegna politiche economiche europee all’università di Stanford e alla Luiss. Per incrementare l’occupazione femminile propone la «distorsione temporanea» replicando un metodo efficace: quello delle quote di genere. «Coi “mini-jobs” si lavora 15-20 ore settimanali per un salario base di 450 euro - spiega -. In Germania su 7 milioni di “mini-jobbers”, due terzi sono donne, impegnate nell’assistenza domestica, nella ristorazione, nel turismo, nelle piccole e medie imprese che necessitano di mano d’opera per un tempo limitato». Un’alternativa al lavoro in nero, alla disoccupazione o all’inattività. Poi, si valuta una tassazione differenziata.
«A fronte di un incremento della retribuzione, derivante da una tassazione minore, le donne tendono a lavorare più degli uomini - evidenzia De Romanis -. Ciò darebbe luogo ad una migliore distribuzione tra l’uomo e la donna delle mansioni da svolgere in ambito familiare. Oggi, l’80% del lavoro familiare è a carico delle donne». Si valutano anche tasse universitarie differenziate per incentivare alcuni percorsi universitari alle donne. «In Italia solo un terzo dei laureati in ingegneria, nelle discipline del settore manifatturiero e della costruzione è di sesso femminile - osserva -. Eppure, queste facoltà garantiscono sbocchi professionali (la disoccupazione è inferiore al 2%) e guadagni maggiori del 33%». In gravissimo ritardo in Italia è anche la comunicazione sulla maternità. «In base ai dati Ocse, l’Italia registra il tasso di occupazione minore tra le donne con almeno due figli», afferma De Romanis. Quindi andrebbe presentata la maternità non più come un ostacolo al lavoro bensì come un vantaggio da sfruttare perché l’esperienza della nascita e della cura dei figli consente di acquisire una serie di capacità, come la flessibilità, la creatività ma anche l’essere multitasking e buon motivatore, determinanti nella vita lavorativa. Che le distorsioni aiutino lo dimostrano anche recenti esperimenti negli Usa. Per incrementare la scelta di direttori d’orchestra donna, l’unico modo è stato quello di organizzare selezioni al buio, ossia con la tenda del palcoscenico chiusa. Intanto il «gender gap» è in crescita: su 144 paesi analizzati, l’Italia è al 50°posto in classifica, in calo di 9 posizioni rispetto al 41° posto del 2015. Nelle opportunità economiche e nella partecipazione, il divario è passato dal 60% del 2015 al 57% del 2016. Sulla differenza di salario l’Italia è scesa dal 109° posto al 127°. Rispetto allo scorso anno, calano anche i ruoli manageriali e tecnici ricoperti dalle donne (dall’85° all’87° posto). Un grave danno per il sistema paese.
Servizi e occupazione
Alla Tenaris di Dalmine (Bergamo), azienda siderurgica attiva nel settore petrolifero, dal 2008 è in funzione l’ufficio della diversità di genere. Per una maggiore inclusione sono stati attivati numerosi progetti tra cui «mom coaching» che aiuta le future mamme organizzarsi e reinserirsi meglio al rientro della maternità. E poi: orari flessibili in ingresso e in uscita, un giorno a settimana di lavoro da casa finché il figlio non abbia compiuto due anni, posti garantiti in asili nido convenzionati, visite mediche specialistiche e pap test in fabbrica, «lactancy room» per estrazione e conservazione del latte materno, parcheggi rosa e abbigliamento di lavoro specifico per le lavoratrici. Irene Zaccardini, 37 anni e un figlio di 2, è in azienda dal 2006 dove si occupa di automazioni e installazione di macchinari nelle linee produttive.
«Ho usufruito dell’intero programma: da quando sono rimasta incinta fino ad adesso che Pietro va all’asilo- dice Irene-.Non avrei potuto conciliare vita privata e lavoro se non avessi avuto queste opportunità. Ho avuto persino una promozione mentre ero in gravidanza e in quei mesi le mansioni che non potevo svolgere a contatto con vernici e solventi sono state provvisoriamente ridistribuite tra i miei colleghi. Al ritorno dopo la gravidanza sono stata aiutata a riprendere il posto con l’aiuto per i nuovi compiti di mamma». In molte zone, specie al Sud, la scuola dell’infanzia non funziona a tempo pieno e la qualità è inferiore agli standard europei, scoraggiando quindi la frequenza o rendendo difficoltoso conciliarla con una occupazione. «Le scuole elementari a tempo pieno continuano ad essere un servizio a domanda individuale, non uno standard generale, e sono molto più diffuse nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno - sostiene Saraceno - Ancora più insufficienti sono i servizi di cura per le persone non autosufficienti, lasciandone la responsabilità pressoché per intero alle famiglie e alle loro risorse». Senza aiuti alla maternità, non aumenta l’occupazione rosa.
Donne e buste paga leggere
“Senza asili, a noi mamme conviene rimanere a casa”
Studiano di più e guadagnano meno. Non solo: il 46% non ha lavoro Chiara Saraceno: “La mentalità maschilista è ancora dominante”
di Giacomo Galeazzi
Un’italiana su due non lavora. In Europa solo Malta sta peggio dell’Italia nella classifica dell’occupazione femminile: una perdita di prodotto interno lordo del 15% valutata dal Fondo monetario internazionale. Il 30% delle donne dopo la nascita del figlio lascia il lavoro. E nel Mezzogiorno il dato negativo è doppio rispetto al Nord.
Tra i 38 Paesi analizzati nell’ultimo rapporto Ocse, l’Italia è uno dei pochissimi Stati in cui la quota di occupazione delle madri diminuisce invece di aumentare quando il figlio supera i tre anni.
Secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso di inattività delle donne è di 20 punti superiore a quello degli uomini (45,9% contro 25,9%). Un «gender gap» che solo a Malta è maggiore (27 punti di differenza). E costa caro il divario di genere fra uomini e donne in opportunità e status. Alcune aziende italiane sono corse ai ripari dotandosi di strutture interne per la parità di genere. Dal punto di vista dell’occupazione femminile, dunque, l’Italia è in fondo alla classifica europea. Eppure le donne si laureano di più, prima e con voti migliori. In Italia il 60,3% dei laureati è donna. In media il loro voto di laurea è di due punti superiore a quello degli uomini, eppure guadagnano mediamente 200 euro al mese in meno. Al dipartimento delle Pari opportunità forniscono dati e cronistorie delle aziende che si sono dotate di nidi e strutture di assistenza alle madri che lavorano, ma ricordano come dello stanziamento governativo di 500 milioni per favorire l’occupazione femminile ne sia poi effettivamente arrivata a destinazione una minima parte. Il resto dei fondi è stato deviato dalle Regioni su altri voci di bilancio. «La mentalità, i modelli culturali di genere e di famiglia incidono molto sul basso tasso di occupazione femminile - spiega la sociologa Chiara Saraceno -. Tra le nazioni sviluppate l’Italia è un paese in cui la divisione in base al genere del lavoro famigliare non pagato è tra le più asimmetriche». Anche quando la donna è occupata, svolge la gran parte dei lavori domestici. E rispetto agli altri paesi sviluppati, in Italia si pulisce casa più spesso, si preparano più pasti, si stira di più. Gli standard di una casa «tenuta bene» e alimentari sono più elevati, come dimostra il dibattito sulle virtù del cibo portato da casa rispetto a quello delle mense scolastiche. «Abbiamo livelli di prestazione più esigenti che negli altri Paesi- aggiunge -. Ciò richiede più disponibilità di tempo».
Contratti svantaggiosi
In Italia la percentuale delle donne che non hanno un impiego tra i 25 e i 54 anni (cioè il periodo in cui si dovrebbe essere più attive sul mercato, come occupate o in cerca di impiego) è del 34,1%, a poca distanza da Malta con il 34,2%, a fronte dell’11,4% in Slovenia e dell’11,6% in Svezia. «Accanto alle aspettative rispetto alla famiglia, persiste una cultura aziendale largamente maschilista, che ritiene le donne inaffidabili, o meno competenti degli uomini e che considera la necessità di conciliare lavoro e responsabilità famigliari un’interferenza fastidiosa o non accettabile», analizza Saraceno. I dati di Almalaurea mostrano che la discriminazione, a parità di titolo di studio, inizia già prima che i giovani laureati maschi e femmine creino una famiglia, incidendo sia sui tassi di occupazione, sia sui tipi di contratto, sia sui livelli di remunerazione. Queste differenze diventano ancora maggiori a cinque anni dalla laurea.
Quando si rinuncia a cercare lavoro è perché paradossalmente un’occupazione può trasformarsi in una perdita economica. E’ il caso di Ilenia Cardinale Franco, 34 anni. «In vita mia ho sempre lavorato, ma ora con rette dell’asilo da 450 euro al mese mi conviene restare a casa». Prima in Emilia Romagna e ora nelle Marche, ha fatto l’operaia a contratto in diverse aziende metalmeccaniche. «Conti alla mano, non ha più senso», scuote la testa. Colpa in primo luogo del caro-asilo comunale. «Io e mio marito Luca abbiamo dovuto prendere una decisione drastica perché ci siamo scontrati con un paradosso - racconta - Abbiamo tentato qualunque strada per iscrivere all’asilo nostra figlia Letizia e abbiamo sofferto per un meccanismo assurdo. I posti disponibili sono pochissimi, se lavoro anch’io saliamo di fascia di reddito e siamo tagliati fuori dagli istituti pubblici. Quelli privati sono così costosi che diventa più conveniente occuparmi a tempo pieno della bimba finché non andrà alle elementari». E aggiunge:«In Francia e in Germania ogni bimbo che nasce ha un posto garantito all’asilo. In Italia è terno al lotto, un calvario, Le graduatorie vengono compilate in base a criteri burocratici: bastano due stipendi normalissimi a farti classificare in una fascia elevata». Il dato regionale è netto. Al Sud le donne in età da lavoro ma inattive sono il 60,7%, quasi il doppio rispetto al Nord (37,3%) . L’occupazione femminile è da record nel Mezzogiorno, dove è comparativamente bassa anche quella maschile. La crisi cioè ha colpito soprattutto il lavoro al Sud, allargando ulteriormente i divari territoriali.
Maternità come ostacolo
Veronica De Romanis insegna politiche economiche europee all’università di Stanford e alla Luiss. Per incrementare l’occupazione femminile propone la «distorsione temporanea» replicando un metodo efficace: quello delle quote di genere. «Coi “mini-jobs” si lavora 15-20 ore settimanali per un salario base di 450 euro - spiega -. In Germania su 7 milioni di “mini-jobbers”, due terzi sono donne, impegnate nell’assistenza domestica, nella ristorazione, nel turismo, nelle piccole e medie imprese che necessitano di mano d’opera per un tempo limitato». Un’alternativa al lavoro in nero, alla disoccupazione o all’inattività. Poi, si valuta una tassazione differenziata.
«A fronte di un incremento della retribuzione, derivante da una tassazione minore, le donne tendono a lavorare più degli uomini - evidenzia De Romanis -. Ciò darebbe luogo ad una migliore distribuzione tra l’uomo e la donna delle mansioni da svolgere in ambito familiare. Oggi, l’80% del lavoro familiare è a carico delle donne». Si valutano anche tasse universitarie differenziate per incentivare alcuni percorsi universitari alle donne. «In Italia solo un terzo dei laureati in ingegneria, nelle discipline del settore manifatturiero e della costruzione è di sesso femminile - osserva -. Eppure, queste facoltà garantiscono sbocchi professionali (la disoccupazione è inferiore al 2%) e guadagni maggiori del 33%». In gravissimo ritardo in Italia è anche la comunicazione sulla maternità. «In base ai dati Ocse, l’Italia registra il tasso di occupazione minore tra le donne con almeno due figli», afferma De Romanis. Quindi andrebbe presentata la maternità non più come un ostacolo al lavoro bensì come un vantaggio da sfruttare perché l’esperienza della nascita e della cura dei figli consente di acquisire una serie di capacità, come la flessibilità, la creatività ma anche l’essere multitasking e buon motivatore, determinanti nella vita lavorativa. Che le distorsioni aiutino lo dimostrano anche recenti esperimenti negli Usa. Per incrementare la scelta di direttori d’orchestra donna, l’unico modo è stato quello di organizzare selezioni al buio, ossia con la tenda del palcoscenico chiusa. Intanto il «gender gap» è in crescita: su 144 paesi analizzati, l’Italia è al 50°posto in classifica, in calo di 9 posizioni rispetto al 41° posto del 2015. Nelle opportunità economiche e nella partecipazione, il divario è passato dal 60% del 2015 al 57% del 2016. Sulla differenza di salario l’Italia è scesa dal 109° posto al 127°. Rispetto allo scorso anno, calano anche i ruoli manageriali e tecnici ricoperti dalle donne (dall’85° all’87° posto). Un grave danno per il sistema paese.
Servizi e occupazione
Alla Tenaris di Dalmine (Bergamo), azienda siderurgica attiva nel settore petrolifero, dal 2008 è in funzione l’ufficio della diversità di genere. Per una maggiore inclusione sono stati attivati numerosi progetti tra cui «mom coaching» che aiuta le future mamme organizzarsi e reinserirsi meglio al rientro della maternità. E poi: orari flessibili in ingresso e in uscita, un giorno a settimana di lavoro da casa finché il figlio non abbia compiuto due anni, posti garantiti in asili nido convenzionati, visite mediche specialistiche e pap test in fabbrica, «lactancy room» per estrazione e conservazione del latte materno, parcheggi rosa e abbigliamento di lavoro specifico per le lavoratrici. Irene Zaccardini, 37 anni e un figlio di 2, è in azienda dal 2006 dove si occupa di automazioni e installazione di macchinari nelle linee produttive.
«Ho usufruito dell’intero programma: da quando sono rimasta incinta fino ad adesso che Pietro va all’asilo- dice Irene-.Non avrei potuto conciliare vita privata e lavoro se non avessi avuto queste opportunità. Ho avuto persino una promozione mentre ero in gravidanza e in quei mesi le mansioni che non potevo svolgere a contatto con vernici e solventi sono state provvisoriamente ridistribuite tra i miei colleghi. Al ritorno dopo la gravidanza sono stata aiutata a riprendere il posto con l’aiuto per i nuovi compiti di mamma». In molte zone, specie al Sud, la scuola dell’infanzia non funziona a tempo pieno e la qualità è inferiore agli standard europei, scoraggiando quindi la frequenza o rendendo difficoltoso conciliarla con una occupazione. «Le scuole elementari a tempo pieno continuano ad essere un servizio a domanda individuale, non uno standard generale, e sono molto più diffuse nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno - sostiene Saraceno - Ancora più insufficienti sono i servizi di cura per le persone non autosufficienti, lasciandone la responsabilità pressoché per intero alle famiglie e alle loro risorse». Senza aiuti alla maternità, non aumenta l’occupazione rosa.
Repubblica 4.12.16
Rossana Rossanda
“Un No contro Renzi non è meglio di Grillo ma questa sinistra è in triste compagnia”
La fondatrice del “manifesto”, che ha già votato a Parigi, spera nella caduta del governo: “Basta con i ricatti dei falchi tedeschi.
“Insopportabile un Senato di nominati”. E condanna la gazzarra
intervista di Giovanna Casadio
ROMA. «Basta questa politica fatta in modo ricattatorio, con minacce di destabilizzazione che arrivano dai “falchi” tedeschi o dalla finanza, per votare ancora più convintamente No». Da Parigi, dove vive ormai da anni, Rossana Rossanda al telefono premette subito che ha preferito tenersi fuori «dalla canèa». Per la cofondatrice del “manifesto”, 92 anni, figura storica della sinistra italiana, il referendum costituzionale è anche l’occasione per riflettere sulla «debolezza della sinistra».
Rossanda, come voterà?
«Ho già votato, qui a Parigi. Ho votato No. Ma ho trovato orrenda la canèa attorno al referendum costituzionale. Devo dire che non è entusiasmante neppure il No, perché ci troviamo in curiose compagnie. Però non nascondo che vorrei vedere sconfitto Renzi: a me fa paura».
Non è stato un No convinto il suo, quindi?
«È un No convintissimo nel merito. Trovo però triste la compagnia in cui ci si trova, che è la prova della debolezza della sinistra. La nuova sinistra non siamo riusciti a costruirla, mi pare».
Lei non teme che il No consegni l’Italia al populismo di Grillo e del Movimento 5Stelle?
«Tra il populismo di Grillo e quello di Renzi è come scegliere tra l’incudine e il martello...».
Un No per arginare Renzi?
«È la cosa principale... In generale sono d’accordo con il mio amico Gustavo Zagrebelsky ».
Quale risultato prevede?
«Non mi muovo da Parigi. Il fatto di non essere in Italia non mi consente di fare previsioni, né di capire quale è il clima».
Ma questa riforma costituzionale ha avuto modo di leggerla e di valutarla nel merito?
«Certo che l’ho letta. Ritengo insopportabile un Senato di nominati. Non è una scelta neppure populista, è peggio. Meglio se avesse abolito il Senato, sarebbe stato meno pasticciato, oltre che di dubbia democrazia».
Di chi è la colpa per la canèa, come lei la definisce, di questa campagna elettorale?
«Tutti hanno responsabilità di questo, Renzi ne ha molte. Giorgio Napolitano ha cercato di riportare un po’ di calma, ma la gazzarra non si è fermata. Mi chiedo inoltre quanti italiani sono stati messi in grado di conoscere un dispositivo così complicato e confuso. Chi non è pratico di legislazione ha davanti l’incomprensibile ».
La giudica debole questa riforma?
«Debole come riforma, se la parola riforma ha un senso. Mentre è tutt’altro che debole nel tentativo di accentuare ulteriormente i poteri del governo».
Ma non crede fosse da svecchiare la seconda parte della Carta?
«Gli Usa hanno ancora la stessa Costituzione: dove sta scritto che la si deve cambiare a ogni generazione? La Carta indica la strada su cui il paese vuole andare e questo può rimanere molto a lungo. Un sistema costituzionale non deve essere modificato ogni quarant’anni ».
Tuttavia non c’è una necessità di rendere più veloce l’iter delle leggi?
«Se si vuole fare una legge in fretta, la si fa. È solo una questione di volontà politica, non di iter parlamentare. Io mi ricordo che De Nicola, il primo presidente della Repubblica, diceva che una legge deve avere 12 articoli, chiari. In questa riforma costituzionale ci sono molte cose dentro: sarebbe stato meglio fare modifiche con quattro o cinque leggi, alcune costituzionali, altre ordinarie».
Il superamento del bicameralismo però non è stata una battaglia della sinistra?
«Due Camere furono volute per un controllo reciproco. Non è che io sia innamorata del Senato, però oggi lo scontro più è stato maleducato e meno ha chiarito le idee alla gente. Se mi dicono che ho votato No per fare cadere il governo Renzi, io rispondo: è così».
Rossana Rossanda
“Un No contro Renzi non è meglio di Grillo ma questa sinistra è in triste compagnia”
La fondatrice del “manifesto”, che ha già votato a Parigi, spera nella caduta del governo: “Basta con i ricatti dei falchi tedeschi.
“Insopportabile un Senato di nominati”. E condanna la gazzarra
intervista di Giovanna Casadio
ROMA. «Basta questa politica fatta in modo ricattatorio, con minacce di destabilizzazione che arrivano dai “falchi” tedeschi o dalla finanza, per votare ancora più convintamente No». Da Parigi, dove vive ormai da anni, Rossana Rossanda al telefono premette subito che ha preferito tenersi fuori «dalla canèa». Per la cofondatrice del “manifesto”, 92 anni, figura storica della sinistra italiana, il referendum costituzionale è anche l’occasione per riflettere sulla «debolezza della sinistra».
Rossanda, come voterà?
«Ho già votato, qui a Parigi. Ho votato No. Ma ho trovato orrenda la canèa attorno al referendum costituzionale. Devo dire che non è entusiasmante neppure il No, perché ci troviamo in curiose compagnie. Però non nascondo che vorrei vedere sconfitto Renzi: a me fa paura».
Non è stato un No convinto il suo, quindi?
«È un No convintissimo nel merito. Trovo però triste la compagnia in cui ci si trova, che è la prova della debolezza della sinistra. La nuova sinistra non siamo riusciti a costruirla, mi pare».
Lei non teme che il No consegni l’Italia al populismo di Grillo e del Movimento 5Stelle?
«Tra il populismo di Grillo e quello di Renzi è come scegliere tra l’incudine e il martello...».
Un No per arginare Renzi?
«È la cosa principale... In generale sono d’accordo con il mio amico Gustavo Zagrebelsky ».
Quale risultato prevede?
«Non mi muovo da Parigi. Il fatto di non essere in Italia non mi consente di fare previsioni, né di capire quale è il clima».
Ma questa riforma costituzionale ha avuto modo di leggerla e di valutarla nel merito?
«Certo che l’ho letta. Ritengo insopportabile un Senato di nominati. Non è una scelta neppure populista, è peggio. Meglio se avesse abolito il Senato, sarebbe stato meno pasticciato, oltre che di dubbia democrazia».
Di chi è la colpa per la canèa, come lei la definisce, di questa campagna elettorale?
«Tutti hanno responsabilità di questo, Renzi ne ha molte. Giorgio Napolitano ha cercato di riportare un po’ di calma, ma la gazzarra non si è fermata. Mi chiedo inoltre quanti italiani sono stati messi in grado di conoscere un dispositivo così complicato e confuso. Chi non è pratico di legislazione ha davanti l’incomprensibile ».
La giudica debole questa riforma?
«Debole come riforma, se la parola riforma ha un senso. Mentre è tutt’altro che debole nel tentativo di accentuare ulteriormente i poteri del governo».
Ma non crede fosse da svecchiare la seconda parte della Carta?
«Gli Usa hanno ancora la stessa Costituzione: dove sta scritto che la si deve cambiare a ogni generazione? La Carta indica la strada su cui il paese vuole andare e questo può rimanere molto a lungo. Un sistema costituzionale non deve essere modificato ogni quarant’anni ».
Tuttavia non c’è una necessità di rendere più veloce l’iter delle leggi?
«Se si vuole fare una legge in fretta, la si fa. È solo una questione di volontà politica, non di iter parlamentare. Io mi ricordo che De Nicola, il primo presidente della Repubblica, diceva che una legge deve avere 12 articoli, chiari. In questa riforma costituzionale ci sono molte cose dentro: sarebbe stato meglio fare modifiche con quattro o cinque leggi, alcune costituzionali, altre ordinarie».
Il superamento del bicameralismo però non è stata una battaglia della sinistra?
«Due Camere furono volute per un controllo reciproco. Non è che io sia innamorata del Senato, però oggi lo scontro più è stato maleducato e meno ha chiarito le idee alla gente. Se mi dicono che ho votato No per fare cadere il governo Renzi, io rispondo: è così».
Repubblica 4.12.16
Votiamo per Ll’Italia e per L’Europa. E Prodi spiega il suo sì
di Eugenio Scalfari
L’ARTICOLO di Mario Calabresi e quello di Stefano Folli usciti su questo giornale inquadrano perfettamente la crisi che l’Italia sta attraversando, una crisi epocale che ha colpito perfino l’America con la vittoria di Donald Trump e che colpisce in modo particolare l’Europa (e l’Italia), un continente che stenta terribilmente a unificarsi, anzi sta disgregando il poco che aveva creato, ogni giorno di più.
La crisi italiana aggiunge una sorta di disfacimento all’analoga crisi europea, il peggio si aggiunge al peggio. Il tutto è esploso con questo referendum che abbiamo tra i piedi.
Mi permetto di ricordare il calendario: è sabato il giorno in cui sto scrivendo e i miei 25 lettori mi leggeranno domani mentre stanno votando o hanno già votato. Ovviamente né io né i miei lettori conosciamo i due elementi che connotano il referendum: l’affollamento ai seggi e l’esito dello scontro tra il Sì e il No. L’affluenza è importante quasi quanto l’esito, quindi se andranno alle urne in pochi, per esempio un 30 per cento degli aventi diritto al voto, l’esito sarà scarsamente influente. Personalmente non ritengo che andranno in pochi, ma non credo neppure che saranno moltissimi. Vedremo nella notte di domenica (oggi per voi che leggete) e all’alba di lunedì. Nel frattempo possiamo analizzare alcuni aspetti che caratterizzano i votanti delle due parti. Attenzione: quando si vota per il Parlamento il popolo dei votanti dà la delega a rappresentarlo ai deputati e senatori (fin quando il Senato esisterà).
QUINDI si votano i partiti e i movimenti, i programmi da essi presentati e anche le ideologie che ne costituiscono la base culturale, gli ideali, i valori.
Il voto referendario ha una natura del tutto diversa: i cittadini sono chiamati a rispondere a un quesito che è stato posto da un numero consistente di altri cittadini. La risposta a un quesito, il Sì o il No, decide. Cioè nel caso referendario il popolo è direttamente sovrano, senza delegare ad altri la propria sovranità.
Il quesito che oggi stiamo votando si riassume nell’abolizione del bicameralismo perfetto e quindi nell’instaurazione di un regime monocamerale. Una sola Camera decide, l’altra, cioè il Senato, esiste ancora ma con compiti del tutto diversi e comunque secondari.
Se vogliamo prenderci la briga di vedere com’è la situazione nel Paese dove è nata storicamente la democrazia e cioè l’Inghilterra, vediamo che la camera dei Comuni detiene interamente il potere legislativo mentre la camera dei Lord non ha potere alcuno, emette soltanto pareri; è nominata dalla Corona (in teoria) e cioè dal Premier che propone i nomi e il Re o la Regina appongono la loro firma.
Questo è il sistema del Paese che è stato la culla della democrazia, ma è anche lo stato dei fatti in tutti i Paesi importanti d’Europa: in Francia, in Germania, in Spagna, ovunque. In Italia non è stato mai così, sebbene all’Assemblea costituente che chiuse i suoi lavori nel 1947 molti fossero favorevoli a una sola Camera, a cominciare dal Partito comunista. Oggi il tema è stato riproposto da Renzi ed è su questo che i cittadini sono chiamati a rispondere direttamente.
Si può dissentire se il quesito referendario sia stato scritto bene o male (secondo me è scritto male e i nuovi compiti attribuiti al Senato non credo siano quelli giusti) ma comunque il nocciolo è la scelta del monocamerale.
Sono tanti anni che il tema è all’ordine dell’attenzione politica, sono state installate varie commissioni bicamerali, alcune delle quali arrivarono anche a concludere ma all’ultimo momento una delle parti buttò tutto in aria (lo fece Berlusconi quando tutto sembrava concluso). Renzi c’è infine riuscito a farlo, questo merito gli va riconosciuto. Il demerito che l’accompagna e che non riguarda lui soltanto, ma anche le altre parti politiche a cominciare soprattutto dai 5 Stelle, è stato quello di aver trasformato il referendum in un’ordalia pro Renzi o contro di lui. Avete deformato il tema ed avete sbagliato a farlo.
***
I No hanno due motivazioni diverse che in certi casi si sommano tra loro, in altri restano distinte. C’è chi vota No perché ritiene che in tal modo il Paese cambierà e c’è chi vota esclusivamente per rabbia sociale, è disoccupato o rischia di diventarlo o si sente escluso dal successo e ne soffre psicologicamente. Tutti quelli che votano No se ne infischiano che la compagnia in cui si trovano sia ampiamente differenziata: c’è Forza Italia di Berlusconi, c’è la Lega di Salvini, ci sono i 5 Stelle di Grillo e ci sono anche le schegge della sinistra-sinistrese, insieme ad un pizzico di anarchici. Ma i No lucidamente consapevoli hanno motivazioni che non sono ispirate da rabbia sociale. Non gli piace la scrittura della riforma costituzionale ma soprattutto non gli piace l’abolizione del bicameralismo che secondo loro diminuisce pericolosamente il potere legislativo. In aggiunta si ritiene che Renzi abbia una vocazione autoritaria che sarebbe accentuata dal monocameralismo. L’esponente principale di chi vota No in piena coscienza è Gustavo Zagrebelsky e, se gli obiettate che votando No si muove in pessima compagnia, ti risponde che in un referendum la compagnia conta pochissimo e a referendum avvenuto la compagnia, buona o cattiva che fosse, non esiste più. Rimane il risultato ed è quello sul quale si deve lavorare. Lui ci lavora. Con chi? Non lo sa, non ha un partito ma ha un’autorevolezza.
È vero, lo conosco bene e siamo stati buoni amici. Spero che continueremo ad esserlo, ma la speranza (o presunzione) che lavorerà con successo per trarre dall’esito referendario tutte le conseguenze politicamente positive dimostra in lui l’esistenza di un Io alquanto esuberante.
Conosco molto bene che cos’è un Io esuberante perché ce l’ho anch’io, ma ne sono consapevole e tengo il mio Io al guinzaglio; molti non ne sono consapevoli e questo è pericoloso se hanno un ruolo importante da sostenere. Ci sono molti altri casi d’un Io esuberante ma non sto qui per fare ritratti e a parlare dell’Io troppo marcato. Da tre anni in qua dovrei mettere Matteo Renzi in testa a tutti. Del resto i protagonisti della politica hanno tutti, salvo eccezioni, un Io marcato: è un fatto naturale. Il problema è di sapere se lo mettono al servizio del bene comune. Loro sono convinti di impersonare il bene comune. Ecco perché non dovrebbero mai essere soli al comando. Debbono essere leader d’un duetto dirigente, all’interno del quale c’è sempre una libera discussione.
In tutti i regimi politici i pochi guidano i molti e se volete l’esempio più classico pensate al Senato romano, almeno fino a Giulio Cesare, che non a caso fu ucciso in Senato e dal gruppo più repubblicano. Alcuni di loro di Cesare erano amici stretti, Bruto lui lo considerava un figlio. Con Cesare era difficile discutere insieme del bene comune. Questo è il punto. Volete comandare? Dovete avere intorno a voi una classe dirigente (io la chiamo oligarchia) altrimenti precipiterete nella dittatura. L’oligarchia è il contrario della dittatura, l’ho scritto varie volte e ne ho fornito vari esempi storici. Perciò non mi ripeterò.
Una personalità politica di rilievo nazionale e internazionale, Romano Prodi, ha annunciato mercoledì scorso che voterà Sì e ce ne ha anche spiegato il perché. Questa discesa in campo di un personaggio che può essere definito una “riserva della Repubblica” ha sicuramente mosso le acque ed ha convinto un numero rilevante di cittadini a votare Sì superando non lievi perplessità. La sua spiegazione è questa: ci sono motivazioni a favore ed altre contro la legge contenuta nel referendum, ma Prodi voterà Sì perché — motivazioni sulla legge a parte — votare Sì significa impedire che il Paese si disgreghi. Si aprirebbe una lunga crisi e affiancherebbe quella europea. Ecco perché il Sì invece del No.
Alcuni, che per mestiere cercano la pagliuzza nel fienile, si sono domandati a che cosa mira Prodi se il Sì avrà la meglio. Pensa forse a candidarsi come successore di Renzi a Palazzo Chigi?
Prodi non pensa affatto a questo. Se vincerà il No tornerà a fare il semplice cittadino perché non ha l’abitudine di discutere con chi ha cavalcato un cavallo diverso. Se vincerà il Sì cercherà con i suoi suggerimenti critici di migliorare gli interventi, le leggi, i programmi in corso e quelli che il prossimo futuro comporterà. In Italia e in Europa. Per quanto riguarda Renzi, Prodi sostiene che non deve in nessun caso dimettersi. Lo so perché siamo molto amici Romano ed io ed abbiamo sempre avuto comuni opinioni, sia quando era presidente dell’Iri sia quando fondò l’Ulivo insieme ad Arturo Parisi e a Walter Veltroni, che combatté quella battaglia creativa e nel governo che ne risultò fu il vicepresidente del Consiglio.
È qui doveroso ricordare che Veltroni, chiusa la stagione prodiana, fu uno dei fondatori del Pd che era nato dall’Ulivo e a lui fu dato il compito di organizzarlo e guidarlo alle imminenti elezioni. Fu lui a chiamarlo partito riformatore e il programma fu da lui delineato al Lingotto di Torino e confermato all’unanimità dalla direzione del partito. Alle elezioni aveva ottenuto il 34 per cento, cifra eguale a quella del Partito comunista quando raggiunse il suo massimo all’epoca di Berlinguer.
A quel partito bisognerebbe tornare con i debiti aggiornamenti soprattutto in chiave europea e Renzi, a mio avviso, può e deve farlo in ogni caso, sia se vincerà sia se perderà il referendum. Così la pensa anche il presidente Mattarella e così dovrebbe pensare anche la dissidenza interna del Pd a cominciare da Bersani. Cuperlo insegna.
Ora aspettiamo i risultati. Una nuova fase si apre. Speriamo che sia appunto una fase di riforme positive e speriamo che l’Italia si dia carico di se stessa e anche dell’Europa, senza la quale non si sopravvive in una società globale dove contano soltanto gli Stati continentali. Gli altri — l’ho scritto più volte — usano scialuppe di salvataggio che spesso affondano nei mari tempestosi.
Votiamo per Ll’Italia e per L’Europa. E Prodi spiega il suo sì
di Eugenio Scalfari
L’ARTICOLO di Mario Calabresi e quello di Stefano Folli usciti su questo giornale inquadrano perfettamente la crisi che l’Italia sta attraversando, una crisi epocale che ha colpito perfino l’America con la vittoria di Donald Trump e che colpisce in modo particolare l’Europa (e l’Italia), un continente che stenta terribilmente a unificarsi, anzi sta disgregando il poco che aveva creato, ogni giorno di più.
La crisi italiana aggiunge una sorta di disfacimento all’analoga crisi europea, il peggio si aggiunge al peggio. Il tutto è esploso con questo referendum che abbiamo tra i piedi.
Mi permetto di ricordare il calendario: è sabato il giorno in cui sto scrivendo e i miei 25 lettori mi leggeranno domani mentre stanno votando o hanno già votato. Ovviamente né io né i miei lettori conosciamo i due elementi che connotano il referendum: l’affollamento ai seggi e l’esito dello scontro tra il Sì e il No. L’affluenza è importante quasi quanto l’esito, quindi se andranno alle urne in pochi, per esempio un 30 per cento degli aventi diritto al voto, l’esito sarà scarsamente influente. Personalmente non ritengo che andranno in pochi, ma non credo neppure che saranno moltissimi. Vedremo nella notte di domenica (oggi per voi che leggete) e all’alba di lunedì. Nel frattempo possiamo analizzare alcuni aspetti che caratterizzano i votanti delle due parti. Attenzione: quando si vota per il Parlamento il popolo dei votanti dà la delega a rappresentarlo ai deputati e senatori (fin quando il Senato esisterà).
QUINDI si votano i partiti e i movimenti, i programmi da essi presentati e anche le ideologie che ne costituiscono la base culturale, gli ideali, i valori.
Il voto referendario ha una natura del tutto diversa: i cittadini sono chiamati a rispondere a un quesito che è stato posto da un numero consistente di altri cittadini. La risposta a un quesito, il Sì o il No, decide. Cioè nel caso referendario il popolo è direttamente sovrano, senza delegare ad altri la propria sovranità.
Il quesito che oggi stiamo votando si riassume nell’abolizione del bicameralismo perfetto e quindi nell’instaurazione di un regime monocamerale. Una sola Camera decide, l’altra, cioè il Senato, esiste ancora ma con compiti del tutto diversi e comunque secondari.
Se vogliamo prenderci la briga di vedere com’è la situazione nel Paese dove è nata storicamente la democrazia e cioè l’Inghilterra, vediamo che la camera dei Comuni detiene interamente il potere legislativo mentre la camera dei Lord non ha potere alcuno, emette soltanto pareri; è nominata dalla Corona (in teoria) e cioè dal Premier che propone i nomi e il Re o la Regina appongono la loro firma.
Questo è il sistema del Paese che è stato la culla della democrazia, ma è anche lo stato dei fatti in tutti i Paesi importanti d’Europa: in Francia, in Germania, in Spagna, ovunque. In Italia non è stato mai così, sebbene all’Assemblea costituente che chiuse i suoi lavori nel 1947 molti fossero favorevoli a una sola Camera, a cominciare dal Partito comunista. Oggi il tema è stato riproposto da Renzi ed è su questo che i cittadini sono chiamati a rispondere direttamente.
Si può dissentire se il quesito referendario sia stato scritto bene o male (secondo me è scritto male e i nuovi compiti attribuiti al Senato non credo siano quelli giusti) ma comunque il nocciolo è la scelta del monocamerale.
Sono tanti anni che il tema è all’ordine dell’attenzione politica, sono state installate varie commissioni bicamerali, alcune delle quali arrivarono anche a concludere ma all’ultimo momento una delle parti buttò tutto in aria (lo fece Berlusconi quando tutto sembrava concluso). Renzi c’è infine riuscito a farlo, questo merito gli va riconosciuto. Il demerito che l’accompagna e che non riguarda lui soltanto, ma anche le altre parti politiche a cominciare soprattutto dai 5 Stelle, è stato quello di aver trasformato il referendum in un’ordalia pro Renzi o contro di lui. Avete deformato il tema ed avete sbagliato a farlo.
***
I No hanno due motivazioni diverse che in certi casi si sommano tra loro, in altri restano distinte. C’è chi vota No perché ritiene che in tal modo il Paese cambierà e c’è chi vota esclusivamente per rabbia sociale, è disoccupato o rischia di diventarlo o si sente escluso dal successo e ne soffre psicologicamente. Tutti quelli che votano No se ne infischiano che la compagnia in cui si trovano sia ampiamente differenziata: c’è Forza Italia di Berlusconi, c’è la Lega di Salvini, ci sono i 5 Stelle di Grillo e ci sono anche le schegge della sinistra-sinistrese, insieme ad un pizzico di anarchici. Ma i No lucidamente consapevoli hanno motivazioni che non sono ispirate da rabbia sociale. Non gli piace la scrittura della riforma costituzionale ma soprattutto non gli piace l’abolizione del bicameralismo che secondo loro diminuisce pericolosamente il potere legislativo. In aggiunta si ritiene che Renzi abbia una vocazione autoritaria che sarebbe accentuata dal monocameralismo. L’esponente principale di chi vota No in piena coscienza è Gustavo Zagrebelsky e, se gli obiettate che votando No si muove in pessima compagnia, ti risponde che in un referendum la compagnia conta pochissimo e a referendum avvenuto la compagnia, buona o cattiva che fosse, non esiste più. Rimane il risultato ed è quello sul quale si deve lavorare. Lui ci lavora. Con chi? Non lo sa, non ha un partito ma ha un’autorevolezza.
È vero, lo conosco bene e siamo stati buoni amici. Spero che continueremo ad esserlo, ma la speranza (o presunzione) che lavorerà con successo per trarre dall’esito referendario tutte le conseguenze politicamente positive dimostra in lui l’esistenza di un Io alquanto esuberante.
Conosco molto bene che cos’è un Io esuberante perché ce l’ho anch’io, ma ne sono consapevole e tengo il mio Io al guinzaglio; molti non ne sono consapevoli e questo è pericoloso se hanno un ruolo importante da sostenere. Ci sono molti altri casi d’un Io esuberante ma non sto qui per fare ritratti e a parlare dell’Io troppo marcato. Da tre anni in qua dovrei mettere Matteo Renzi in testa a tutti. Del resto i protagonisti della politica hanno tutti, salvo eccezioni, un Io marcato: è un fatto naturale. Il problema è di sapere se lo mettono al servizio del bene comune. Loro sono convinti di impersonare il bene comune. Ecco perché non dovrebbero mai essere soli al comando. Debbono essere leader d’un duetto dirigente, all’interno del quale c’è sempre una libera discussione.
In tutti i regimi politici i pochi guidano i molti e se volete l’esempio più classico pensate al Senato romano, almeno fino a Giulio Cesare, che non a caso fu ucciso in Senato e dal gruppo più repubblicano. Alcuni di loro di Cesare erano amici stretti, Bruto lui lo considerava un figlio. Con Cesare era difficile discutere insieme del bene comune. Questo è il punto. Volete comandare? Dovete avere intorno a voi una classe dirigente (io la chiamo oligarchia) altrimenti precipiterete nella dittatura. L’oligarchia è il contrario della dittatura, l’ho scritto varie volte e ne ho fornito vari esempi storici. Perciò non mi ripeterò.
Una personalità politica di rilievo nazionale e internazionale, Romano Prodi, ha annunciato mercoledì scorso che voterà Sì e ce ne ha anche spiegato il perché. Questa discesa in campo di un personaggio che può essere definito una “riserva della Repubblica” ha sicuramente mosso le acque ed ha convinto un numero rilevante di cittadini a votare Sì superando non lievi perplessità. La sua spiegazione è questa: ci sono motivazioni a favore ed altre contro la legge contenuta nel referendum, ma Prodi voterà Sì perché — motivazioni sulla legge a parte — votare Sì significa impedire che il Paese si disgreghi. Si aprirebbe una lunga crisi e affiancherebbe quella europea. Ecco perché il Sì invece del No.
Alcuni, che per mestiere cercano la pagliuzza nel fienile, si sono domandati a che cosa mira Prodi se il Sì avrà la meglio. Pensa forse a candidarsi come successore di Renzi a Palazzo Chigi?
Prodi non pensa affatto a questo. Se vincerà il No tornerà a fare il semplice cittadino perché non ha l’abitudine di discutere con chi ha cavalcato un cavallo diverso. Se vincerà il Sì cercherà con i suoi suggerimenti critici di migliorare gli interventi, le leggi, i programmi in corso e quelli che il prossimo futuro comporterà. In Italia e in Europa. Per quanto riguarda Renzi, Prodi sostiene che non deve in nessun caso dimettersi. Lo so perché siamo molto amici Romano ed io ed abbiamo sempre avuto comuni opinioni, sia quando era presidente dell’Iri sia quando fondò l’Ulivo insieme ad Arturo Parisi e a Walter Veltroni, che combatté quella battaglia creativa e nel governo che ne risultò fu il vicepresidente del Consiglio.
È qui doveroso ricordare che Veltroni, chiusa la stagione prodiana, fu uno dei fondatori del Pd che era nato dall’Ulivo e a lui fu dato il compito di organizzarlo e guidarlo alle imminenti elezioni. Fu lui a chiamarlo partito riformatore e il programma fu da lui delineato al Lingotto di Torino e confermato all’unanimità dalla direzione del partito. Alle elezioni aveva ottenuto il 34 per cento, cifra eguale a quella del Partito comunista quando raggiunse il suo massimo all’epoca di Berlinguer.
A quel partito bisognerebbe tornare con i debiti aggiornamenti soprattutto in chiave europea e Renzi, a mio avviso, può e deve farlo in ogni caso, sia se vincerà sia se perderà il referendum. Così la pensa anche il presidente Mattarella e così dovrebbe pensare anche la dissidenza interna del Pd a cominciare da Bersani. Cuperlo insegna.
Ora aspettiamo i risultati. Una nuova fase si apre. Speriamo che sia appunto una fase di riforme positive e speriamo che l’Italia si dia carico di se stessa e anche dell’Europa, senza la quale non si sopravvive in una società globale dove contano soltanto gli Stati continentali. Gli altri — l’ho scritto più volte — usano scialuppe di salvataggio che spesso affondano nei mari tempestosi.
Repubblica 4.12.16
A Castelnuovo di Porto.
Nel centro polifunzionale un migliaio di sacchi con le schede e 9mila scrutatori per 1500 sezioni
Nel fortino sulla Flaminia esercito e carabinieri a guardia del voto estero frontiera della vittoria
di Monica Rubino
Lo scrutino dalle 23, come nei seggi italiani. Ma dalle 15 parte la verifica dei registri Il centro, 48 mila metri quadrati dell’Inail, ospita in un edificio adiacente anche i rifugiati
IL “PENTAGONO”
Il centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto (a sinistra): chi ci lavora lo chiama “Pentagono” del voto all’estero: qui sono scrutinate le schede compilate dagli italiani che vivono in Paesi stranieri. In basso, i sacchi spediti dai consolati
CASTELNUOVO DI PORTO. Chi se li prende forse vince. È in quel migliaio di sacchi che potrebbe giocarsi stanotte il destino del referendum. Quelli pieni dei voti degli italiani all’estero spediti per posta, il fatidico 3 per cento per il Sì sognato da Renzi e che, se risultasse decisivo, potrebbe scatenare ricorsi del fronte del No. Sacchi che arrivano al centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto, paese a Nord di Roma sulla via Flaminia. Il camion bianco, l’ennesimo, colmo di schede elettorali, è scortato dai carabinieri. Proviene dall’aeroporto di Fiumicino e si ferma davanti a uno dei padiglioni di quello che chiamano il “Pentagono” del voto all’estero, circa 48mila metri quadrati di capannoni di proprietà dell’Inail. Qui presidenza del Consiglio dei ministri, Camera dei deputati e molti ministeri pagano un affitto per conservare atti, carte e strumenti. Fa parte del complesso, anche se è un edificio adiacente, il Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara). E fa un certo effetto il contrasto fra il viavai di migranti che portano anche loro sacchetti, ma di cibo comprato in un centro commerciale sulla vicina via Tiberina, e l’ingresso continuo nel centro delle auto di tecnici, forze dell’ordine e funzionari della Corte d’Appello di Roma, su cui grava tutta l’organizzazione in base alla legge Tremaglia del 2001.
Una volta aperto, il camion comincia a vomitare sacchi colorati di tela plastificata: da quelli color granata provenienti da Los Angeles e Panama a quelli grigi di Chicago: «Questi non sono granché esteticamente – dicono alcuni addetti allo scarico – quelli di Pechino sono infiocchettati con il nastro rosso, sembrano pacchi regalo. Anche se i più ordinati sono gli argentini ».I sacchi finiscono sul pavimento a mattonelle bianche di un grande salone, dove poi i funzionari della Corte d’Appello di Roma li smistano, suddividendoli fra le 1483 sezioni del voto estero che occupano quattro padiglioni della struttura. Ogni sezione è composta da sei scrutatori, per un totale di 8898 persone, e sono divise per continenti. Una macchina colossale ma ben oliata – è dal 2003 che il voto estero viene scrutinato a Castelnuovo – su cui sono puntati gli occhi di entrambi gli schieramenti: «C’è molta più attenzione quest’anno – ammette una funzionaria della Corte d’Appello – in passato di giornalisti non se ne erano mai visti nella fase pre-scrutinio». E lo dimostra anche lo spiegamento di forze dell’ordine messe a guardia delle schede, che hanno “dormito” nel centro polifunzionale sorvegliate da una cinquantina di carabinieri provenienti da tutta Italia e militari dell’esercito con tanto di mitra spianati.
Lo scrutinio vero e proprio comincia questa sera alle 23, come nelle sezioni italiane, ma gli scrutatori (che guadagnano come gli altri 120 euro, 150 il presidente) devono presentarsi al mega-seggio estero alle 15: molti si sono affacciati già ieri ai cancelli per chiedere informazioni. Per alcuni è la prima volta: «Che facciamo dalle 15 alle 23?», hanno chiesto ignari della mole di lavoro che li aspetta. Dovranno infatti identificare uno a uno i votanti e verificare se i nomi corrispondono a quelli scritti sui registri dei consolati, poi imbucare nelle urne le schede sigillate nelle buste. Operazioni che richiedono la massima cura, anche perché in passato ci sono stati casi contestati. La stessa ambasciatrice Cristina Ravaglia, direttrice generale della Farnesina, in occasione delle politiche del 2013 denunciò l’inadeguatezza del sistema elettorale per corrispondenza. In un documento, reso pubblico solo di recente, evidenziò tutti i pericoli del voto all’estero: inaffidabilità dei sistemi postali locali, furti, compravendite. Il testo proponeva anche immediate soluzioni al problema, come quella di allestire seggi nel consolati dei diversi Paesi.
A Castelnuovo di Porto.
Nel centro polifunzionale un migliaio di sacchi con le schede e 9mila scrutatori per 1500 sezioni
Nel fortino sulla Flaminia esercito e carabinieri a guardia del voto estero frontiera della vittoria
di Monica Rubino
Lo scrutino dalle 23, come nei seggi italiani. Ma dalle 15 parte la verifica dei registri Il centro, 48 mila metri quadrati dell’Inail, ospita in un edificio adiacente anche i rifugiati
IL “PENTAGONO”
Il centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto (a sinistra): chi ci lavora lo chiama “Pentagono” del voto all’estero: qui sono scrutinate le schede compilate dagli italiani che vivono in Paesi stranieri. In basso, i sacchi spediti dai consolati
CASTELNUOVO DI PORTO. Chi se li prende forse vince. È in quel migliaio di sacchi che potrebbe giocarsi stanotte il destino del referendum. Quelli pieni dei voti degli italiani all’estero spediti per posta, il fatidico 3 per cento per il Sì sognato da Renzi e che, se risultasse decisivo, potrebbe scatenare ricorsi del fronte del No. Sacchi che arrivano al centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto, paese a Nord di Roma sulla via Flaminia. Il camion bianco, l’ennesimo, colmo di schede elettorali, è scortato dai carabinieri. Proviene dall’aeroporto di Fiumicino e si ferma davanti a uno dei padiglioni di quello che chiamano il “Pentagono” del voto all’estero, circa 48mila metri quadrati di capannoni di proprietà dell’Inail. Qui presidenza del Consiglio dei ministri, Camera dei deputati e molti ministeri pagano un affitto per conservare atti, carte e strumenti. Fa parte del complesso, anche se è un edificio adiacente, il Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara). E fa un certo effetto il contrasto fra il viavai di migranti che portano anche loro sacchetti, ma di cibo comprato in un centro commerciale sulla vicina via Tiberina, e l’ingresso continuo nel centro delle auto di tecnici, forze dell’ordine e funzionari della Corte d’Appello di Roma, su cui grava tutta l’organizzazione in base alla legge Tremaglia del 2001.
Una volta aperto, il camion comincia a vomitare sacchi colorati di tela plastificata: da quelli color granata provenienti da Los Angeles e Panama a quelli grigi di Chicago: «Questi non sono granché esteticamente – dicono alcuni addetti allo scarico – quelli di Pechino sono infiocchettati con il nastro rosso, sembrano pacchi regalo. Anche se i più ordinati sono gli argentini ».I sacchi finiscono sul pavimento a mattonelle bianche di un grande salone, dove poi i funzionari della Corte d’Appello di Roma li smistano, suddividendoli fra le 1483 sezioni del voto estero che occupano quattro padiglioni della struttura. Ogni sezione è composta da sei scrutatori, per un totale di 8898 persone, e sono divise per continenti. Una macchina colossale ma ben oliata – è dal 2003 che il voto estero viene scrutinato a Castelnuovo – su cui sono puntati gli occhi di entrambi gli schieramenti: «C’è molta più attenzione quest’anno – ammette una funzionaria della Corte d’Appello – in passato di giornalisti non se ne erano mai visti nella fase pre-scrutinio». E lo dimostra anche lo spiegamento di forze dell’ordine messe a guardia delle schede, che hanno “dormito” nel centro polifunzionale sorvegliate da una cinquantina di carabinieri provenienti da tutta Italia e militari dell’esercito con tanto di mitra spianati.
Lo scrutinio vero e proprio comincia questa sera alle 23, come nelle sezioni italiane, ma gli scrutatori (che guadagnano come gli altri 120 euro, 150 il presidente) devono presentarsi al mega-seggio estero alle 15: molti si sono affacciati già ieri ai cancelli per chiedere informazioni. Per alcuni è la prima volta: «Che facciamo dalle 15 alle 23?», hanno chiesto ignari della mole di lavoro che li aspetta. Dovranno infatti identificare uno a uno i votanti e verificare se i nomi corrispondono a quelli scritti sui registri dei consolati, poi imbucare nelle urne le schede sigillate nelle buste. Operazioni che richiedono la massima cura, anche perché in passato ci sono stati casi contestati. La stessa ambasciatrice Cristina Ravaglia, direttrice generale della Farnesina, in occasione delle politiche del 2013 denunciò l’inadeguatezza del sistema elettorale per corrispondenza. In un documento, reso pubblico solo di recente, evidenziò tutti i pericoli del voto all’estero: inaffidabilità dei sistemi postali locali, furti, compravendite. Il testo proponeva anche immediate soluzioni al problema, come quella di allestire seggi nel consolati dei diversi Paesi.
Corriere 4.12.16
Le ultime schede in arrivo da Panama
Nel centro di Castelnuovo di Porto i 10 mila scrutatori preparano lo spoglio del voto estero
I sacchi con le buste sigillate sono stati aperti ieri e smistati
Oggi i voti finiranno nelle urne
di Fabrizio Caccia
CASTELNUOVO DI PORTO (Roma) C’è pure un plico che viene dalle Isole Cayman. Un altro da Panama. E uno, piccolissimo, addirittura da St. Maarten. Voti in arrivo dai paradisi fiscali. «Oh apri un po’, vedi che c’è dentro, non si sa mai, qualche banconota al posto delle schede...», scherza l’uomo del furgone bianco, mentre si fa aiutare dai funzionari della Corte d’Appello di Roma a scaricare i sacchi con i voti degli italiani all’estero.
Il suo è l’ultimo carico previsto. L’uomo del furgone, scortato dai carabinieri, ha guidato ieri sera dall’aeroporto di Fiumicino fino a qui, al centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto, luogo isolato (e sterminato) tra la Flaminia e la Tiberina, ai bordi dell’Autostrada del Sole, dove oggi si deciderà la battaglia del referendum costituzionale, se è vero che proprio il voto estero (3.995.042 sono gli aventi diritto, di cui 2.077.455 maschi e 1.917.587 femmine) viene considerato dagli esperti l’ago della bilancia che può far vincere il Sì o il No alla riforma.
Sempre qui, dal 2003, si sono scrutinati i voti degli italiani residenti oltre confine. «Ma questa volta è diverso — ammette a bassa voce una funzionaria dell’ufficio circoscrizione estero —. Mai prima d’ora era venuto l’Esercito alla vigilia a presidiare i seggi. E mai tanti giornalisti come voi a fare domande. C’è un’attenzione spasmodica. E soprattutto stavolta ci è venuto un input preciso direttamente dalla Corte d’Appello a sorvegliare i colli dall’inizio alla fine...». Già, perché da giorni va avanti la polemica sul rischio di brogli. E così oggi è annunciato pure l’arrivo di decine di «osservatori» del No e del Sì per assistere fisicamente allo spoglio. Quattro giganteschi padiglioni (su sei che ne conta la struttura) ospiteranno i 1.483 seggi previsti e si riempiranno, perciò, di quasi 10 mila persone, tra presidenti di seggio, segretari, scrutatori (quattro per ogni seggio), rappresentanti di lista eppoi centinaia di carabinieri e militari di guardia coi loro fucili d’assalto. Sarà in questa cittadella sperduta in mezzo alla campagna, dove fino a ieri si potevano incontrare solo i rifugiati africani del Cara (il centro d’accoglienza per richiedenti asilo), ospiti del padiglione numero 3, che andrà in scena la sfida di oggi. Sfida all’ultimo voto, tra mille verifiche e controlli da una parte e dall’altra, per assicurarsi davvero che a ogni certificato elettorale spedito da Miami come Johannesburg, Los Angeles come Chicago, corrisponda un nome sui libroni azzurri messi a disposizione dei presidenti di seggio, con gli elenchi degli aventi diritto dei cinque continenti.
I sacchi, di colore bianco, grigio, granata, tutti con la scritta «Corriere Diplomatico», sono stati già aperti ieri. I più grandi — quelli provenienti dalle metropoli — contenevano ciascuno centinaia di buste sigillate. Ogni busta, un voto. Tutte le buste sono state poi smistate ai seggi, a una media di 700 per seggio. Oggi, solennemente, i presidenti le deporranno nell’urna, dove resteranno chiuse fino alle 23. L’ora dello spoglio.
Le ultime schede in arrivo da Panama
Nel centro di Castelnuovo di Porto i 10 mila scrutatori preparano lo spoglio del voto estero
I sacchi con le buste sigillate sono stati aperti ieri e smistati
Oggi i voti finiranno nelle urne
di Fabrizio Caccia
CASTELNUOVO DI PORTO (Roma) C’è pure un plico che viene dalle Isole Cayman. Un altro da Panama. E uno, piccolissimo, addirittura da St. Maarten. Voti in arrivo dai paradisi fiscali. «Oh apri un po’, vedi che c’è dentro, non si sa mai, qualche banconota al posto delle schede...», scherza l’uomo del furgone bianco, mentre si fa aiutare dai funzionari della Corte d’Appello di Roma a scaricare i sacchi con i voti degli italiani all’estero.
Il suo è l’ultimo carico previsto. L’uomo del furgone, scortato dai carabinieri, ha guidato ieri sera dall’aeroporto di Fiumicino fino a qui, al centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto, luogo isolato (e sterminato) tra la Flaminia e la Tiberina, ai bordi dell’Autostrada del Sole, dove oggi si deciderà la battaglia del referendum costituzionale, se è vero che proprio il voto estero (3.995.042 sono gli aventi diritto, di cui 2.077.455 maschi e 1.917.587 femmine) viene considerato dagli esperti l’ago della bilancia che può far vincere il Sì o il No alla riforma.
Sempre qui, dal 2003, si sono scrutinati i voti degli italiani residenti oltre confine. «Ma questa volta è diverso — ammette a bassa voce una funzionaria dell’ufficio circoscrizione estero —. Mai prima d’ora era venuto l’Esercito alla vigilia a presidiare i seggi. E mai tanti giornalisti come voi a fare domande. C’è un’attenzione spasmodica. E soprattutto stavolta ci è venuto un input preciso direttamente dalla Corte d’Appello a sorvegliare i colli dall’inizio alla fine...». Già, perché da giorni va avanti la polemica sul rischio di brogli. E così oggi è annunciato pure l’arrivo di decine di «osservatori» del No e del Sì per assistere fisicamente allo spoglio. Quattro giganteschi padiglioni (su sei che ne conta la struttura) ospiteranno i 1.483 seggi previsti e si riempiranno, perciò, di quasi 10 mila persone, tra presidenti di seggio, segretari, scrutatori (quattro per ogni seggio), rappresentanti di lista eppoi centinaia di carabinieri e militari di guardia coi loro fucili d’assalto. Sarà in questa cittadella sperduta in mezzo alla campagna, dove fino a ieri si potevano incontrare solo i rifugiati africani del Cara (il centro d’accoglienza per richiedenti asilo), ospiti del padiglione numero 3, che andrà in scena la sfida di oggi. Sfida all’ultimo voto, tra mille verifiche e controlli da una parte e dall’altra, per assicurarsi davvero che a ogni certificato elettorale spedito da Miami come Johannesburg, Los Angeles come Chicago, corrisponda un nome sui libroni azzurri messi a disposizione dei presidenti di seggio, con gli elenchi degli aventi diritto dei cinque continenti.
I sacchi, di colore bianco, grigio, granata, tutti con la scritta «Corriere Diplomatico», sono stati già aperti ieri. I più grandi — quelli provenienti dalle metropoli — contenevano ciascuno centinaia di buste sigillate. Ogni busta, un voto. Tutte le buste sono state poi smistate ai seggi, a una media di 700 per seggio. Oggi, solennemente, i presidenti le deporranno nell’urna, dove resteranno chiuse fino alle 23. L’ora dello spoglio.
Corriere 4.12.16
La lunga lista delle gaffe
I masai sponsor, il refuso, il paragone con Pinochet, l’accusa di ducetto: abbiamo visto e sentito di tutto in questa (troppo) lunga campagna elettorale.
di Pierluigi Battista
La peggiore campagna elettorale mai conosciuta in Italia in epoca repubblicana? Certamente la più lunga, estenuante, sfibrante. Inevitabilmente ripetitiva, bisognosa di additivi emozionali per sfidare la monotonia dell’eterno ritorno del sempre uguale. Una campagna referendaria costellata di invettive, gaffes, urla, rotture. Tanti mesi fa Maria Elena Boschi ammoniva quelli del No che se avessero insistito si sarebbero comportati come CasaPound. L’Anpi per rappresaglia scomunicò una riforma costituzionale descritta come l’anticamera di una feroce dittatura fascista. Qualche mese dopo gli argini del buon senso sarebbero stati travolti. Il presidente dell’Anpi di Latina ha detto che Renzi è «peggio» del Duce. Il Procuratore generale di Bologna ha equiparato i sostenitori del Sì ai repubblichini di Salò. Quando ancora la buriana doveva cominciare, Confindustria si è portata avanti e ha incaricato il suo ufficio studi di dimostrare che con il No l’Italia avrebbe conosciuto l’aumento di 430 mila unità dei suoi poveri, nientemeno.
Una campagna elettorale a zig zag. Quando il Financial Times ha tifato per il Sì, quelli del No hanno detto che i «poteri forti» stavano con il nemico. Quando l’ Economist ha parteggiato per il No, quelli del Sì hanno detto che i «poteri forti» stavano con il nemico. Poi c’è stata la bella e il Financial Times ha ipotizzato che la vittoria del No avrebbe procurato il fallimento di otto banche. E l’allarmismo ha raggiunto l’apice. I «poteri forti»? Un po’ frastornati. Del resto lo zig zag è stato anche il sentiero imboccato da Matteo Renzi che prima ha giocato la carta anti-Europa, con tanto di bandiera europea nascosta nell’armadio, con l’immagine di Bruxelles cattiva che bloccava i soldi per il terremoto, poi ha incassato l’endorsement di Wolfgang Schäuble, il cattivo per eccellenza, l’euroinflessibile spietato sui conti pubblici italiani. Mistero.
Nessun mistero e nessuno zig zag per Beppe Grillo, che quando parte la gara dell’insulto più greve, si sente in dovere di vincere, anzi di stravincere. E quindi ecco quelli del Sì additati come «serial killer», ecco l’insulto becero rivolto a Renzi paragonato a una «scrofa ferita». Oppure la battuta quasi surreale con cui Grillo minaccia Renzi di denunciarlo per «abuso di credulità», o anche il paragone un po’, anzi decisamente bislacco con la dittatura di Pinochet (quella cilena, non quella «venezuelana» di Luigi Di Maio) che il premier starebbe preparando per andare «oltre» il tiranno del Cile. Variopinti gli aggettivi con cui i pasdaran del Sì hanno chiosato e accompagnato «l’accozzaglia» che secondo il premier spingerebbe per un nuovo governo sostenuto dalle forze del No (ma è un referendum non un turno di elezioni politiche). Mentre invece si è via via ingrossato, ultimo Romano Prodi, il fronte capeggiato da Massimo Cacciari del Sì a una riforma considerata molto negativamente («una puttanata» secondo il lessico cacciariano). E non si sa se questo fronte comprende anche i kenioti per il Sì, raggruppati da un imprenditore di Malindi coadiuvato da un gruppo di Masai.
Poi c’è, da parte dei vertici del Comitato del No, la denuncia preventiva di brogli non ancora tecnicamente effettuati da parte del Sì sui voti degli italiani all’estero: pronto il ricorso, ma solo se ad essere determinanti saranno quelli che all’estero dovessero confortare il presidente del Consiglio (e se invece accadesse il contrario, il ricorso sparirebbe?).
È divampata anche, forse per la prima volta in queste proporzioni, la guerra del web, tutto un dannarsi attorno a falsi in Rete, manovre via social network, complotti per la propalazione di bufale. Menzogne (ora ribattezzate «post verità») sulla presunta scelta di Agnese Renzi di votare No contro il marito premier: una scemenza dalla vita breve. Poi la bufala del ritrovamento di centinaia di migliaia di schede già contrassegnate con il Sì: falso assoluto. In compenso ha fatto molto scalpore, addirittura con seguito di denuncia avviata da Luca Lotti nei pressi di Palazzo Chigi, lo smascheramento di un falso account su Twitter, indicato come strumento diabolico al servizio del Movimento 5 Stelle, in realtà gestito dalla consorte buontempona di Renato Brunetta. Ma è la paura che fa fare simili errori. La paura di molti del No della «deriva autoritaria», la paura di molti del Sì alla deriva grillina cui si darebbe una spinta in caso di vittoria dei contrari. E allora persino Massimo D’Alema, laico impenitente, sostiene, scherzando ma non troppo, che «la Madonna è per il No». I fanti non si sa cosa votino. E i santi?
La lunga lista delle gaffe
I masai sponsor, il refuso, il paragone con Pinochet, l’accusa di ducetto: abbiamo visto e sentito di tutto in questa (troppo) lunga campagna elettorale.
di Pierluigi Battista
La peggiore campagna elettorale mai conosciuta in Italia in epoca repubblicana? Certamente la più lunga, estenuante, sfibrante. Inevitabilmente ripetitiva, bisognosa di additivi emozionali per sfidare la monotonia dell’eterno ritorno del sempre uguale. Una campagna referendaria costellata di invettive, gaffes, urla, rotture. Tanti mesi fa Maria Elena Boschi ammoniva quelli del No che se avessero insistito si sarebbero comportati come CasaPound. L’Anpi per rappresaglia scomunicò una riforma costituzionale descritta come l’anticamera di una feroce dittatura fascista. Qualche mese dopo gli argini del buon senso sarebbero stati travolti. Il presidente dell’Anpi di Latina ha detto che Renzi è «peggio» del Duce. Il Procuratore generale di Bologna ha equiparato i sostenitori del Sì ai repubblichini di Salò. Quando ancora la buriana doveva cominciare, Confindustria si è portata avanti e ha incaricato il suo ufficio studi di dimostrare che con il No l’Italia avrebbe conosciuto l’aumento di 430 mila unità dei suoi poveri, nientemeno.
Una campagna elettorale a zig zag. Quando il Financial Times ha tifato per il Sì, quelli del No hanno detto che i «poteri forti» stavano con il nemico. Quando l’ Economist ha parteggiato per il No, quelli del Sì hanno detto che i «poteri forti» stavano con il nemico. Poi c’è stata la bella e il Financial Times ha ipotizzato che la vittoria del No avrebbe procurato il fallimento di otto banche. E l’allarmismo ha raggiunto l’apice. I «poteri forti»? Un po’ frastornati. Del resto lo zig zag è stato anche il sentiero imboccato da Matteo Renzi che prima ha giocato la carta anti-Europa, con tanto di bandiera europea nascosta nell’armadio, con l’immagine di Bruxelles cattiva che bloccava i soldi per il terremoto, poi ha incassato l’endorsement di Wolfgang Schäuble, il cattivo per eccellenza, l’euroinflessibile spietato sui conti pubblici italiani. Mistero.
Nessun mistero e nessuno zig zag per Beppe Grillo, che quando parte la gara dell’insulto più greve, si sente in dovere di vincere, anzi di stravincere. E quindi ecco quelli del Sì additati come «serial killer», ecco l’insulto becero rivolto a Renzi paragonato a una «scrofa ferita». Oppure la battuta quasi surreale con cui Grillo minaccia Renzi di denunciarlo per «abuso di credulità», o anche il paragone un po’, anzi decisamente bislacco con la dittatura di Pinochet (quella cilena, non quella «venezuelana» di Luigi Di Maio) che il premier starebbe preparando per andare «oltre» il tiranno del Cile. Variopinti gli aggettivi con cui i pasdaran del Sì hanno chiosato e accompagnato «l’accozzaglia» che secondo il premier spingerebbe per un nuovo governo sostenuto dalle forze del No (ma è un referendum non un turno di elezioni politiche). Mentre invece si è via via ingrossato, ultimo Romano Prodi, il fronte capeggiato da Massimo Cacciari del Sì a una riforma considerata molto negativamente («una puttanata» secondo il lessico cacciariano). E non si sa se questo fronte comprende anche i kenioti per il Sì, raggruppati da un imprenditore di Malindi coadiuvato da un gruppo di Masai.
Poi c’è, da parte dei vertici del Comitato del No, la denuncia preventiva di brogli non ancora tecnicamente effettuati da parte del Sì sui voti degli italiani all’estero: pronto il ricorso, ma solo se ad essere determinanti saranno quelli che all’estero dovessero confortare il presidente del Consiglio (e se invece accadesse il contrario, il ricorso sparirebbe?).
È divampata anche, forse per la prima volta in queste proporzioni, la guerra del web, tutto un dannarsi attorno a falsi in Rete, manovre via social network, complotti per la propalazione di bufale. Menzogne (ora ribattezzate «post verità») sulla presunta scelta di Agnese Renzi di votare No contro il marito premier: una scemenza dalla vita breve. Poi la bufala del ritrovamento di centinaia di migliaia di schede già contrassegnate con il Sì: falso assoluto. In compenso ha fatto molto scalpore, addirittura con seguito di denuncia avviata da Luca Lotti nei pressi di Palazzo Chigi, lo smascheramento di un falso account su Twitter, indicato come strumento diabolico al servizio del Movimento 5 Stelle, in realtà gestito dalla consorte buontempona di Renato Brunetta. Ma è la paura che fa fare simili errori. La paura di molti del No della «deriva autoritaria», la paura di molti del Sì alla deriva grillina cui si darebbe una spinta in caso di vittoria dei contrari. E allora persino Massimo D’Alema, laico impenitente, sostiene, scherzando ma non troppo, che «la Madonna è per il No». I fanti non si sa cosa votino. E i santi?
Corriere 4.12.16
Il governo, le incognite
Sono tante le incognite del voto referendario: rilancio, dimissioni, elezioni e Italicum. Oltre alla Carta è al bivio il governo
di Massimo Franco
È chiaro che oggi si voterà sulla riforma della Costituzione, come è giusto, ma anche sull’operato del governo di Matteo Renzi. Il premier ha impresso questa direzione alla campagna referendaria, e gli avversari l’hanno fatta propria convinti di esserne avvantaggiati. Non è una prospettiva incoraggiante. Utilizzare la Carta fondamentale per legittimare pienamente un esecutivo non eletto, o per abbatterlo, dimostra una sensibilità istituzionale dai contorni controversi. Comunque, se prevale il Sì la Costituzione subirà un mutamento di fondo, del quale si capiranno solo alla distanza le implicazioni. Altrimenti rimarrà com’è. Ma ormai conta il «dopo»: uno scenario che, almeno di qui a fine anno, non prevede le dimissioni di Matteo Renzi.
Dimissioni e legge di Stabilità
Anche se il premier le offrirà al capo dello Stato, Sergio Mattarella, difficilmente saranno accettate prima che sia approvata la legge di Stabilità: un passaggio obbligato. E comunque, sarà il risultato del referendum a determinarne il significato. Se il Sì dovesse vincere, anche solo per una manciata di voti, l’offerta di un passo indietro sarebbe solo il piedistallo per un rilancio dell’esecutivo. Con Renzi saldamente a Palazzo Chigi, nuovi ministri e un programma da spendere alle prossime elezioni politiche: forse prima di quanto non si pensi. L’unico timore del governo sono i ricorsi e le proteste che scatterebbero se il voto degli italiani all’estero risultasse decisivo.
Ombre sui voti all’estero
L’ombra dei brogli diventerebbe incombente e sarebbe usata e ingigantita dalle opposizioni. La nuova Costituzione ne uscirebbe approvata, ma politicamente contestata e delegittimata. Per paradosso, un epilogo del genere evocherebbe una vittoria destabilizzante; e darebbe corpo a una prospettiva di elezioni anticipate, col rischio di un Italicum modificato al minimo e di uno scontro tra il populismo di Beppe Grillo e un governo Renzi tentato di inseguirlo sullo stesso terreno. Per questo, dietro l’aggressività del Movimento 5 Stelle si indovina il calcolo di una «vittoria comunque»: o perché si indebolisce Renzi con il No, o perché lo si sfida dopo l’affermazione del Sì con qualche possibilità di batterlo, diventando così il polo di attrazione delle opposizioni.
Il «fattore Grillo»
Il governo conta sul «fattore Grillo» come spaventapasseri dell’elettorato. La scommessa è di additare la possibilità di una presa del potere dei Cinque Stelle per spostare gli indecisi dal No al Sì; e per convincere quanti sono intenzionati a «votare con il portafoglio». L’operazione, almeno in parte, sembra riuscita. Il contratto in extremis ai pubblici dipendenti, la bocciatura da parte della Corte costituzionale della riforma dell’Amministrazione firmata dal ministro Marianna Madia: sono tutti tasselli che il governo rivendica come episodi da giocare per la rimonta, insieme col voto all’estero. Bisogna vedere solo se funzioneranno fino a invertire i pronostici.
L’incognita dell’Italicum
Il fatto che in due anni e mezzo di renzismo il M5S sia diventato più forte, e non più debole, passerebbe in secondo piano; e così i magri risultati delle riforme economiche e i livelli di occupazione di fatto invariati. Lo scenario di un’affermazione del No, per paradosso, potrebbe rivelarsi più stabilizzante. Lo status quo costituzionale imporrebbe una revisione radicale del sistema elettorale dell’Italicum, vero convitato di pietra, in senso proporzionale. In quel caso, la prospettiva di un M5S pigliatutto si allontanerebbe: Grillo conterebbe per i suoi voti, senza premi alla minoranza più forte tali da regalarle una maggioranza assoluta.
Tra reincarico e alternative
Ma soprattutto permetterebbe di tentare una riconciliazione nazionale dopo gli strappi di questi mesi. Si tratta di un’esigenza più sentita di quanto sembri, anche ai vertici delle istituzioni. L’incognita è se Renzi accetterebbe di guidare quello che suonerebbe come un ridimensionamento sia personale, sia della sua strategia di rottura; oppure se insisterebbe, per dimostrare che è impossibile formare una qualunque maggioranza senza il suo «placet». Già si parla di governi guidati da Romano Prodi, dopo il suo Sì sorprendente e critico dell’ultim’ora; o da ministri come Piercarlo Padoan, Graziano Delrio, Dario Franceschini.
Le urne sullo sfondo
Sono ipotesi che rispecchiano in modo crescente le proporzioni di un’eventuale sconfitta del Sì, fino a prefigurare un dopo-Renzi. A oggi è una prospettiva remota, sebbene Palazzo Chigi la analizzi con fastidio. E per i giorni successivi ci sono troppe variabili: dal numero degli elettori alle percentuali reali, non quelle di sondaggi troppo oscillanti, di un’affermazione del Sì o del No. Ma si può scommettere fin d’ora che, prima di togliere il disturbo, Renzi lavorerà per intestarsi ogni singolo voto; e per farlo pesare in caso di voto anticipato o di reincarico. Il suo orizzonte rimangono le urne. Deve solo capire se e quando riterrà di poterle ottenere, per centrare meglio i suoi obiettivi.
Il governo, le incognite
Sono tante le incognite del voto referendario: rilancio, dimissioni, elezioni e Italicum. Oltre alla Carta è al bivio il governo
di Massimo Franco
È chiaro che oggi si voterà sulla riforma della Costituzione, come è giusto, ma anche sull’operato del governo di Matteo Renzi. Il premier ha impresso questa direzione alla campagna referendaria, e gli avversari l’hanno fatta propria convinti di esserne avvantaggiati. Non è una prospettiva incoraggiante. Utilizzare la Carta fondamentale per legittimare pienamente un esecutivo non eletto, o per abbatterlo, dimostra una sensibilità istituzionale dai contorni controversi. Comunque, se prevale il Sì la Costituzione subirà un mutamento di fondo, del quale si capiranno solo alla distanza le implicazioni. Altrimenti rimarrà com’è. Ma ormai conta il «dopo»: uno scenario che, almeno di qui a fine anno, non prevede le dimissioni di Matteo Renzi.
Dimissioni e legge di Stabilità
Anche se il premier le offrirà al capo dello Stato, Sergio Mattarella, difficilmente saranno accettate prima che sia approvata la legge di Stabilità: un passaggio obbligato. E comunque, sarà il risultato del referendum a determinarne il significato. Se il Sì dovesse vincere, anche solo per una manciata di voti, l’offerta di un passo indietro sarebbe solo il piedistallo per un rilancio dell’esecutivo. Con Renzi saldamente a Palazzo Chigi, nuovi ministri e un programma da spendere alle prossime elezioni politiche: forse prima di quanto non si pensi. L’unico timore del governo sono i ricorsi e le proteste che scatterebbero se il voto degli italiani all’estero risultasse decisivo.
Ombre sui voti all’estero
L’ombra dei brogli diventerebbe incombente e sarebbe usata e ingigantita dalle opposizioni. La nuova Costituzione ne uscirebbe approvata, ma politicamente contestata e delegittimata. Per paradosso, un epilogo del genere evocherebbe una vittoria destabilizzante; e darebbe corpo a una prospettiva di elezioni anticipate, col rischio di un Italicum modificato al minimo e di uno scontro tra il populismo di Beppe Grillo e un governo Renzi tentato di inseguirlo sullo stesso terreno. Per questo, dietro l’aggressività del Movimento 5 Stelle si indovina il calcolo di una «vittoria comunque»: o perché si indebolisce Renzi con il No, o perché lo si sfida dopo l’affermazione del Sì con qualche possibilità di batterlo, diventando così il polo di attrazione delle opposizioni.
Il «fattore Grillo»
Il governo conta sul «fattore Grillo» come spaventapasseri dell’elettorato. La scommessa è di additare la possibilità di una presa del potere dei Cinque Stelle per spostare gli indecisi dal No al Sì; e per convincere quanti sono intenzionati a «votare con il portafoglio». L’operazione, almeno in parte, sembra riuscita. Il contratto in extremis ai pubblici dipendenti, la bocciatura da parte della Corte costituzionale della riforma dell’Amministrazione firmata dal ministro Marianna Madia: sono tutti tasselli che il governo rivendica come episodi da giocare per la rimonta, insieme col voto all’estero. Bisogna vedere solo se funzioneranno fino a invertire i pronostici.
L’incognita dell’Italicum
Il fatto che in due anni e mezzo di renzismo il M5S sia diventato più forte, e non più debole, passerebbe in secondo piano; e così i magri risultati delle riforme economiche e i livelli di occupazione di fatto invariati. Lo scenario di un’affermazione del No, per paradosso, potrebbe rivelarsi più stabilizzante. Lo status quo costituzionale imporrebbe una revisione radicale del sistema elettorale dell’Italicum, vero convitato di pietra, in senso proporzionale. In quel caso, la prospettiva di un M5S pigliatutto si allontanerebbe: Grillo conterebbe per i suoi voti, senza premi alla minoranza più forte tali da regalarle una maggioranza assoluta.
Tra reincarico e alternative
Ma soprattutto permetterebbe di tentare una riconciliazione nazionale dopo gli strappi di questi mesi. Si tratta di un’esigenza più sentita di quanto sembri, anche ai vertici delle istituzioni. L’incognita è se Renzi accetterebbe di guidare quello che suonerebbe come un ridimensionamento sia personale, sia della sua strategia di rottura; oppure se insisterebbe, per dimostrare che è impossibile formare una qualunque maggioranza senza il suo «placet». Già si parla di governi guidati da Romano Prodi, dopo il suo Sì sorprendente e critico dell’ultim’ora; o da ministri come Piercarlo Padoan, Graziano Delrio, Dario Franceschini.
Le urne sullo sfondo
Sono ipotesi che rispecchiano in modo crescente le proporzioni di un’eventuale sconfitta del Sì, fino a prefigurare un dopo-Renzi. A oggi è una prospettiva remota, sebbene Palazzo Chigi la analizzi con fastidio. E per i giorni successivi ci sono troppe variabili: dal numero degli elettori alle percentuali reali, non quelle di sondaggi troppo oscillanti, di un’affermazione del Sì o del No. Ma si può scommettere fin d’ora che, prima di togliere il disturbo, Renzi lavorerà per intestarsi ogni singolo voto; e per farlo pesare in caso di voto anticipato o di reincarico. Il suo orizzonte rimangono le urne. Deve solo capire se e quando riterrà di poterle ottenere, per centrare meglio i suoi obiettivi.
La Stampa 4.12.16
Beppe Grillo e la mistica della sconfitta
di Massimiliano Panarari
Uno sconfittismo che risuona degli echi degli estremismi. È vero che la scaramanzia fa parte della mentalità degli uomini di spettacolo; e, dunque, il Beppe Grillo che, nel comizio finale di Torino, proclama davanti ai suoi militanti che «dobbiamo abituarci a essere perdenti contro il mondo», e che «se perdiamo sarà comunque una perdita straordinaria», è fors’anche il capopopolo che non dimentica di essere stato capocomico. Come pure, verosimilmente, nel suo discorso fa capolino una certa percentuale di tatticismo e politica politicante: così, di fronte alla potenziale assunzione di responsabilità istituzionali derivanti dall’affermazione del No (di cui il M5S è palesemente l’azionista di maggioranza), emergerebbe un po’ di «strizza di vincere».
Ma, giustappunto, c’è anche, e soprattutto, altro. Dietro la metafora della «cassa di Maalox» che il leader pentastellato ha dichiarato di voler comprare lunedì in caso di sconfitta, possiamo trovare la riproposizione di un fascio di tendenze di lunga durata di talune ideologie del Novecento. Avvolti nel packaging comunicativo della politica-spettacolo, di cui l’ex showman Grillo è un maestro, si intravedono svariati motivi delle narrative dell’estremismo di destra (e alcuni di quelle dell’ultrasinistra), a partire precisamente da questa evocazione epica della sconfitta. La mistica della battaglia perduta affonda le proprie radici in una vasta tradizione politica antidemocratica, ed è una tipica issue simbolica di confine tra il radicalismo di destra e un certo radicalismo di sinistra, che da qualche tempo si vedono miscelati nel fenomeno del «rossobrunismo». Si pensi alla ricerca della «bella morte» dei repubblichini di Salò, all’esaltazione del suicidio rituale di una certa cultura di destra giapponese (che aveva tra i suoi portabandiera lo scrittore Yukio Mishima), ma anche alla mitologia nazionalista di Slobodan Milosevic costruita sulla «gloriosa» disfatta subita a opera delle armate del sultano nella battaglia della piana dei Merli nel 1389 (da cui il Kosovo, teatro di quel rovescio, quale luogo dell’identità e dell’orgoglio serbi).
Il Movimento 5 Stelle ha costruito le sue fortune elettorali come formazione postmoderna e postideologica, ma vede agire al proprio interno alcuni filoni politici molto riconoscibili. E uno di questi - senza che ve ne sia la consapevolezza da parte di alcuni settori del suo elettorato - coincide con l’irrazionalismo delle destre radicali novecentesche. Che erano accesamente antipartitiche, e avevano tra i loro principi cardine vari temi che si ripresentano nel grillismo: lo sconfittismo eroico; l’idea della lotta solitaria e intrepida (intrisa di superomismo) contro nemici potentissimi e soverchianti (tra cui i famigerati, e non ben precisati, «poteri forti» e la finanza); il sovranismo; e l’avversione per la tecnica (riconfermata dall’uscita del Comune di Torino dall’Osservatorio Tav), anche se si tiene con un efficacissimo utilizzo - new age e «apocalittico» - del web (una contraddizione tipica, nel Secolo breve, proprio della «modernizzazione reazionaria» dell’estrema destra).
La democrazia liberal-rappresentativa, invece, ha una base illuministica, empirica e incrementale (lo «sperimentalismo democratico», come lo definiscono alcuni studiosi). Si costruisce faticosamente, giorno dopo giorno, attraverso realizzazioni e risultati concreti, perseguendo dei successi che possano essere attrattivi e facilitino l’inclusione di tutti. E non divide tra i «buoni» e i «cattivi», rivelandosi quindi - e giustamente - assai allergica alla mitizzazione della contrapposizione e alla retorica strumentale del vittimismo.
Beppe Grillo e la mistica della sconfitta
di Massimiliano Panarari
Uno sconfittismo che risuona degli echi degli estremismi. È vero che la scaramanzia fa parte della mentalità degli uomini di spettacolo; e, dunque, il Beppe Grillo che, nel comizio finale di Torino, proclama davanti ai suoi militanti che «dobbiamo abituarci a essere perdenti contro il mondo», e che «se perdiamo sarà comunque una perdita straordinaria», è fors’anche il capopopolo che non dimentica di essere stato capocomico. Come pure, verosimilmente, nel suo discorso fa capolino una certa percentuale di tatticismo e politica politicante: così, di fronte alla potenziale assunzione di responsabilità istituzionali derivanti dall’affermazione del No (di cui il M5S è palesemente l’azionista di maggioranza), emergerebbe un po’ di «strizza di vincere».
Ma, giustappunto, c’è anche, e soprattutto, altro. Dietro la metafora della «cassa di Maalox» che il leader pentastellato ha dichiarato di voler comprare lunedì in caso di sconfitta, possiamo trovare la riproposizione di un fascio di tendenze di lunga durata di talune ideologie del Novecento. Avvolti nel packaging comunicativo della politica-spettacolo, di cui l’ex showman Grillo è un maestro, si intravedono svariati motivi delle narrative dell’estremismo di destra (e alcuni di quelle dell’ultrasinistra), a partire precisamente da questa evocazione epica della sconfitta. La mistica della battaglia perduta affonda le proprie radici in una vasta tradizione politica antidemocratica, ed è una tipica issue simbolica di confine tra il radicalismo di destra e un certo radicalismo di sinistra, che da qualche tempo si vedono miscelati nel fenomeno del «rossobrunismo». Si pensi alla ricerca della «bella morte» dei repubblichini di Salò, all’esaltazione del suicidio rituale di una certa cultura di destra giapponese (che aveva tra i suoi portabandiera lo scrittore Yukio Mishima), ma anche alla mitologia nazionalista di Slobodan Milosevic costruita sulla «gloriosa» disfatta subita a opera delle armate del sultano nella battaglia della piana dei Merli nel 1389 (da cui il Kosovo, teatro di quel rovescio, quale luogo dell’identità e dell’orgoglio serbi).
Il Movimento 5 Stelle ha costruito le sue fortune elettorali come formazione postmoderna e postideologica, ma vede agire al proprio interno alcuni filoni politici molto riconoscibili. E uno di questi - senza che ve ne sia la consapevolezza da parte di alcuni settori del suo elettorato - coincide con l’irrazionalismo delle destre radicali novecentesche. Che erano accesamente antipartitiche, e avevano tra i loro principi cardine vari temi che si ripresentano nel grillismo: lo sconfittismo eroico; l’idea della lotta solitaria e intrepida (intrisa di superomismo) contro nemici potentissimi e soverchianti (tra cui i famigerati, e non ben precisati, «poteri forti» e la finanza); il sovranismo; e l’avversione per la tecnica (riconfermata dall’uscita del Comune di Torino dall’Osservatorio Tav), anche se si tiene con un efficacissimo utilizzo - new age e «apocalittico» - del web (una contraddizione tipica, nel Secolo breve, proprio della «modernizzazione reazionaria» dell’estrema destra).
La democrazia liberal-rappresentativa, invece, ha una base illuministica, empirica e incrementale (lo «sperimentalismo democratico», come lo definiscono alcuni studiosi). Si costruisce faticosamente, giorno dopo giorno, attraverso realizzazioni e risultati concreti, perseguendo dei successi che possano essere attrattivi e facilitino l’inclusione di tutti. E non divide tra i «buoni» e i «cattivi», rivelandosi quindi - e giustamente - assai allergica alla mitizzazione della contrapposizione e alla retorica strumentale del vittimismo.
Corriere 4.12.16
Il verdetto delle urne può essere deciso da giovani, Sud e votanti «last minute»
di Paola Di Caro
Giovani, Sud, indecisi dell’ultimo minuto. Saranno loro, secondo i sondaggisti che hanno studiato per lunghi mesi la campagna referendaria, a rappresentare le variabili che daranno oggi la vittoria al Sì o al No. Una competizione anomala, se è vero come dice Roberto Weber, dell’Istituto Ixè, che alle urne andranno molti elettori che non lo hanno fatto nelle scorse tornate e che non lo avrebbero fatto se si fosse trattato di un voto politico. Ma nello stesso tempo una competizione che ha lasciato confusi, o comunque poco convinti, milioni di elettori: secondo Pietro Vento, direttore dell’Istituto Demopolis, prima del rush finale della campagna, dieci milioni di italiani erano ancora indecisi su cosa votare e 5 milioni anche sulla scelta se recarsi o no alle urne, e «chi ne avrà convinti di più ad andare al seggio, avrà vinto». Esistono comunque indicatori che dovrebbero far pendere l’ago della bilancia dall’una o dall’altra parte in una competizione che — prevedono tutti gli istituti — dovrebbe vedere una discreta affluenza, tra il 55 e il 60 per cento. E sono le scelte di quelli che dovrebbero essere i gruppi o settori dell’elettorato più favorevoli al No, ovvero i giovani (dai 18 ai 35-45 anni) e i residenti al Sud. In tutte le ricerche, conferma Nicola Piepoli (che con il collega di Ipr Noto curerà exit-poll e sondaggi per la Rai), sono risultati loro i meno permeabili al messaggio lanciato da Renzi, ma quanti di loro andranno poi a votare? «Tra i più giovani — dice Vento — davvero la campagna sembra aver appassionato poco», mentre oltre i 60 anni il Sì risulta ben radicato. Anche il messaggio lanciato dai leader di riferimento, che pure vengono votati con convinzione, non sempre è sufficiente per andare a votare o per farlo in linea con le indicazioni. «La gran parte del voto si è formato sul livello di fiducia nutrita per chi ha sponsorizzato il Sì e chi il No», spiega Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, confermando che molti si sono fatti un’opinione avendo come baricentro Renzi. Chi ancora pochi giorni fa si situava fra gli indecisi, ma poi andrà a votare, sceglierà invece «valutando in base al “vantaggio” personale, a cosa ritiene più utile per la propria situazione personale, professionale, familiare». Bypassando partiti, antipatie, fede politica, in un voto che, comunque vada, darà una nuova fotografia del Paese.
Il verdetto delle urne può essere deciso da giovani, Sud e votanti «last minute»
di Paola Di Caro
Giovani, Sud, indecisi dell’ultimo minuto. Saranno loro, secondo i sondaggisti che hanno studiato per lunghi mesi la campagna referendaria, a rappresentare le variabili che daranno oggi la vittoria al Sì o al No. Una competizione anomala, se è vero come dice Roberto Weber, dell’Istituto Ixè, che alle urne andranno molti elettori che non lo hanno fatto nelle scorse tornate e che non lo avrebbero fatto se si fosse trattato di un voto politico. Ma nello stesso tempo una competizione che ha lasciato confusi, o comunque poco convinti, milioni di elettori: secondo Pietro Vento, direttore dell’Istituto Demopolis, prima del rush finale della campagna, dieci milioni di italiani erano ancora indecisi su cosa votare e 5 milioni anche sulla scelta se recarsi o no alle urne, e «chi ne avrà convinti di più ad andare al seggio, avrà vinto». Esistono comunque indicatori che dovrebbero far pendere l’ago della bilancia dall’una o dall’altra parte in una competizione che — prevedono tutti gli istituti — dovrebbe vedere una discreta affluenza, tra il 55 e il 60 per cento. E sono le scelte di quelli che dovrebbero essere i gruppi o settori dell’elettorato più favorevoli al No, ovvero i giovani (dai 18 ai 35-45 anni) e i residenti al Sud. In tutte le ricerche, conferma Nicola Piepoli (che con il collega di Ipr Noto curerà exit-poll e sondaggi per la Rai), sono risultati loro i meno permeabili al messaggio lanciato da Renzi, ma quanti di loro andranno poi a votare? «Tra i più giovani — dice Vento — davvero la campagna sembra aver appassionato poco», mentre oltre i 60 anni il Sì risulta ben radicato. Anche il messaggio lanciato dai leader di riferimento, che pure vengono votati con convinzione, non sempre è sufficiente per andare a votare o per farlo in linea con le indicazioni. «La gran parte del voto si è formato sul livello di fiducia nutrita per chi ha sponsorizzato il Sì e chi il No», spiega Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, confermando che molti si sono fatti un’opinione avendo come baricentro Renzi. Chi ancora pochi giorni fa si situava fra gli indecisi, ma poi andrà a votare, sceglierà invece «valutando in base al “vantaggio” personale, a cosa ritiene più utile per la propria situazione personale, professionale, familiare». Bypassando partiti, antipatie, fede politica, in un voto che, comunque vada, darà una nuova fotografia del Paese.
La Stampa 4.12.16
La paura dei sondaggisti
“Tifano tutti contro di noi ma stavolta non sbagliamo”
di Giuseppe Alberto Falci
La paura di sbagliare anche questa volta. La preoccupazione di avere sottostimato o sovradimensionato il dato di una regione. I sondaggisti restano appesi a un Si o a un No che potrebbe inficiare la credibilità di una professione. Lo spettro più recente che aleggia è quello delle presidenziali americane. La vittoria di Donald Trump era stata esclusa da tutti gli istituti di ricerca statunitense. «Nessuna paura, l’America non c’entra nulla con l’Italia», argomenta Antonio Noto direttore di Ipr Marketing. «È come chiedere a un chirurgo se ha paura di entrare in sala operatoria. Per favore, non aumentiamo la sfiga. L’unico dato certo - sorride - è che tutti fanno il tifo contro di noi». A pesare sulla consultazione referendaria saranno gli indecisi, quella categoria che è sempre difficile conteggiare. A questi si aggiungeranno gli elettori che, secondo Noto, cambiano opinione nel cammino che va da casa alla cabina elettorale: «Un 4 percento - annota - che forma il suo giudizio a ridosso dell’apertura dei seggi». Chi non nasconde perplessità e preoccupazioni è Roberto Weber presidente dell’Istituto Ixè: «Gli errori sono una componente del nostro mestiere che ho sempre temuto. Ci possono essere delle sorprese, provenienti soprattutto dal sud, dove questa volta si potrebbe registrare una affluenza mai vista. Comunque se dovessi scommettere dei soldi li punterei sul Si». Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, non ci sta però a finire sotto processo: «Paura di cosa? Faccio un lavoro normale, non ho la palla di cristallo, devo semplicemente raccontare come stanno evolvendo le cose». Al contrario Maurizio Pessato, presidente di Swg, si sbottona: «Certo, quello che diciamo non è il giudizio di Dio, ma allo stesso tempo penso che non sbaglieremo. Abbiamo registrato una certa distribuzione. C’è solo una possibilità su cinque che possa andare in maniera diversa da come diciamo». La paura risiede nella testa di Paolo Natale, docente universitario e consulente per Ipsos: «In questa fase una fetta di elettorato ha paura di dichiarare opinioni osteggiate dal pensiero comune. C’è un episodio che le vorrei raccontare che rappresenta quello che sta succedendo in questa fase». Quale? «Nell’ultima indagine abbiamo chiesto agli elettori del campione se fossero andati a votare al referendum sulle trivelle. Il risultato è stato che il 60% era stato a votare, praticamente il doppio dei votanti reali. Dunque non si conoscerà mai cosa la gente ha in mente». I sondaggisti sono sulla graticola. E in tanti sono pronti a contestare gli errori del passato a partire da quello delle elezioni europee del 2014 quando non previdero il 40.8% del Pd. Ma Weber non si scompone e rivela che in quel caso si trattò di prudenza e non di errore: «I dati erano in nostro possesso, ma non credevamo ai nostri occhi, mai avevamo visto un risultato del genere. Fu per questo che ci cautelammo».
La paura dei sondaggisti
“Tifano tutti contro di noi ma stavolta non sbagliamo”
di Giuseppe Alberto Falci
La paura di sbagliare anche questa volta. La preoccupazione di avere sottostimato o sovradimensionato il dato di una regione. I sondaggisti restano appesi a un Si o a un No che potrebbe inficiare la credibilità di una professione. Lo spettro più recente che aleggia è quello delle presidenziali americane. La vittoria di Donald Trump era stata esclusa da tutti gli istituti di ricerca statunitense. «Nessuna paura, l’America non c’entra nulla con l’Italia», argomenta Antonio Noto direttore di Ipr Marketing. «È come chiedere a un chirurgo se ha paura di entrare in sala operatoria. Per favore, non aumentiamo la sfiga. L’unico dato certo - sorride - è che tutti fanno il tifo contro di noi». A pesare sulla consultazione referendaria saranno gli indecisi, quella categoria che è sempre difficile conteggiare. A questi si aggiungeranno gli elettori che, secondo Noto, cambiano opinione nel cammino che va da casa alla cabina elettorale: «Un 4 percento - annota - che forma il suo giudizio a ridosso dell’apertura dei seggi». Chi non nasconde perplessità e preoccupazioni è Roberto Weber presidente dell’Istituto Ixè: «Gli errori sono una componente del nostro mestiere che ho sempre temuto. Ci possono essere delle sorprese, provenienti soprattutto dal sud, dove questa volta si potrebbe registrare una affluenza mai vista. Comunque se dovessi scommettere dei soldi li punterei sul Si». Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, non ci sta però a finire sotto processo: «Paura di cosa? Faccio un lavoro normale, non ho la palla di cristallo, devo semplicemente raccontare come stanno evolvendo le cose». Al contrario Maurizio Pessato, presidente di Swg, si sbottona: «Certo, quello che diciamo non è il giudizio di Dio, ma allo stesso tempo penso che non sbaglieremo. Abbiamo registrato una certa distribuzione. C’è solo una possibilità su cinque che possa andare in maniera diversa da come diciamo». La paura risiede nella testa di Paolo Natale, docente universitario e consulente per Ipsos: «In questa fase una fetta di elettorato ha paura di dichiarare opinioni osteggiate dal pensiero comune. C’è un episodio che le vorrei raccontare che rappresenta quello che sta succedendo in questa fase». Quale? «Nell’ultima indagine abbiamo chiesto agli elettori del campione se fossero andati a votare al referendum sulle trivelle. Il risultato è stato che il 60% era stato a votare, praticamente il doppio dei votanti reali. Dunque non si conoscerà mai cosa la gente ha in mente». I sondaggisti sono sulla graticola. E in tanti sono pronti a contestare gli errori del passato a partire da quello delle elezioni europee del 2014 quando non previdero il 40.8% del Pd. Ma Weber non si scompone e rivela che in quel caso si trattò di prudenza e non di errore: «I dati erano in nostro possesso, ma non credevamo ai nostri occhi, mai avevamo visto un risultato del genere. Fu per questo che ci cautelammo».
Il Sole Domenica 4.12.16
Matematica per tutti
I numeri per imparare a pensare
Le radici della rivoluzione didattica di una grande maestra del ’900: Emma Castelnuovo
Carla degli Esposti, Nicoletta Lanciano, Emma Castelnuovo , L’asino d’oro edizioni, Roma, pagg. 223 €. 15
di Franco Lorenzoni
«Alla scuola ebraica non si riusciva a immaginare che ci fosse qualcuno che non facesse domande: sarebbe stato un allievo inutile. Invece, chi non era d’accordo con qualcosa che aveva spiegato un professore, alla fine della lezione lo poteva dire e gli era richiesto di tenere lui stesso una lezione, alla sua classe o a quelle vicine, con la sua bibliografia o con una bibliografia che gli suggeriva il professore: insomma era una scuola di alto profilo».
La scuola di cui parla Giacometta Limentani fu fondata in 79 giorni dalla comunità ebraica di Roma, dopo il varo delle le leggi razziste del settembre 1938, con cui il governo fascista espulse dalla scuola ragazzi e insegnanti ebrei.
Lì insegnò per la prima volta Emma Castelnuovo, cacciata dalla scuola pubblica appena vinto il concorso. Ce ne parlano Carla Degli Esposti e Nicoletta Lanciano nella prima biografia dedicata a una delle più grandi innovatrici di didattica della matematica del mondo. Leggendola si comprende perché le grandi rivoluzioni in campo educativo siano così rare. Nel corso di un secolo si contano sulle dita delle mani perché, per rovesciare con audacia e radicalità pensieri, concezioni e comportamenti stratificati nel tempo e in quel bradipo abitudinario a cui troppe volte somiglia la scuola, ci vogliono condizioni eccezionali e un’audacia individuale visionaria.
Emma Castelnuovo, laica e non credente, era profondamente impregnata dell’aspetto più affascinante della cultura ebraica, che consiste nel non darsi tregua nel moltiplicare continuamente le domande. E la prima domanda che si pose la giovane Emma, che per il suo muoversi agitato veniva spesso scambiata per allieva, riguardava il come animare la curiosità dei ragazzi, di tutti i ragazzi, trasmettendogli l’idea che la scoperta delle verità matematiche era qualcosa che si faceva per se stessi.
Suo padre Guido Castelnuovo, di indole serena, nei terribili anni della guerra era angustiato dall’idea che gli studenti che frequentavano i suoi corsi integrativi di cultura matematica non potessero poi laurearsi. Riuscì a trovare un Istituto in Svizzera, disponibile a offrire un diploma legale a distanza agli allievi dell’università semiclandestina, a cui era riuscito a dar vita insieme a Guido Coen. Semiclandestina ma di alto profilo, dato che vi insegnavano Bisconcini, Cacciapuoti, Enriques, Lucaroni, «che teneva Euclide in una mano e Spinoza nell’altra». L’angustia del padre ci dice quanto, nella famiglia Castelnuovo, cultura e istruzione fossero ritenute necessarie come e il pane.
Nata nel 1913, la figlia di Guido visse in famiglia lo spirito innovatore di chi all’inizio del secolo propugnava un’idea di cultura in cui scienza e arti umane intrecciassero le loro domande, avendo ben chiara l’idea che la diffusione di una cultura aperta al progresso e consapevole delle contraddizioni sociali fosse condizione indispensabile per lo sviluppo della democrazia. Chi maggiormente contribuì alla sua formazione fu certamente Federigo Enriques, suo zio, che la spronò a pubblicare, già nel ’48, il suo primo libro pazzo, come lei usava chiamarlo, che rovesciava radicalmente il tradizionale modo di insegnare la matematica, tuttora largamente e tristemente praticato.
La genesi de La geometria intuitiva è assai interessante perché, partendo dalla noia che avvertiva nei ragazzi, la giovane Castelnuovo comprende che deve cambiare tutto e pensa che la geometria possa «darci l’appoggio», come usava dire. Facendo proprio il pensiero del matematico svizzero Jacob Steiner, uno spirito ribelle che a 18 anni scappò di casa per andare a studiare da Heinrich Pestalozzi, sosteneva infatti che «il calcolo sostituisce il pensiero, mentre la geometria stimola il pensiero».
«Io mi rifaccio al concetto di intuire che è precisato dalla pedagogia pestalozziana, cioè intuizione intesa come costruzione dove l’attenzione non si rivolga tanto all’oggetto ma alla sua variazione, a un’azione, a una operazione con l’oggetto stesso».
Lei, che si muoveva incessantemente per la classe e sosteneva che non si può insegnare stando seduti, faceva letteralmente uscire le figure dai libri perché i ragazzi stessi, con elastici, spaghi e stecchette mettessero in movimento mani e pensieri, scambiandosi congetture ed ipotesi in un serrato confronto che lei continuamente animava, allargando lo sguardo all’arte, all’architettura, alle varietà vegetali; a tutti quegli elementi della realtà di cui è appassionante scovare le leggi matematiche.
Qui sta il cuore della sua visione dinamica delle figure e la sua incessante ricerca nel costruire strumenti semplici per comprendere relazioni complesse e permettere a tutti di osservare costanti e varianti.
«Un libro tradizionale comincia dalle definizioni e dai concetti generali» ma «non dimentichiamoci che ciascuna delle nostre definizioni è il risultato di un lavoro durato secoli». Il rischio è che «il professore farà fare degli esercizi su delle definizioni che lo studente non avrà assimilato, che lui non avrà condotto a scoprire e questo è assurdo», scrive nel 1950 sui Cahiers Pédagogique. «Io non do nessuna definizione, l’alunno dovrà sentire lui stesso la necessità delle definizioni, dovrà formulare lui stesso le definizioni». In questo articolo c’è la sua ferma posizione contro i manuali ricalcati da Euclide che partono da definizioni astratte e il fondamento della sua rivoluzione didattica: una matematica per imparare a ragionare, per imparare a esprimere e a dare forma ai propri pensieri, una geometria che renda consapevoli che si può guardare la realtà «con gli occhi della mente», scovandone le innumerevoli connessioni, come la invitava a fare da giovane Federigo Enriques, che nel 1906 diede vita, da matematico, alla Società Italiana di Studi filosofici.
Seguono nel libro i racconti delle tante avventure di Emma Castelnuovo nel mondo, tra cui l’esilarante episodio in cui la vediamo contrapporsi energicamente al matematico francese Jean Dieudonné del gruppo Bourbaki che nel 1959, negli anni della febbre insiemistica, in una sua relazione propugnò lo slogan “Abbasso il triangolo”. Dalla sala si alzò in piedi lei, donna e professoressa di scuola media in quel consesso maschile e universitario, e lo interruppe dicendo: «Il tavolo da cui vengono pronunciate queste frasi ed esposte queste considerazioni teoriche non reggerebbe e tutte le vostre carte volerebbero a terra se non avesse quei triangoli molto concreti sotto a sorreggerlo!».
Così era Emma Castelnuovo: radicale nelle sue scelte, intraprendente e impertinente. La sua lungimiranza fu tale che molte sue invenzioni didattiche vengono ora avvalorate dai più recenti studi nel campo delle neuroscienze, che confermano quanto lavorare sulle trasformazioni continue con materiali dinamici aiuti chi ha maggiori difficoltà a costruire e a far propri i concetti di struttura e classificazione.
Un capitolo della biografia racconta la puntigliosità e precisione con cui redigeva i suoi testi cercando concisione, chiarezza e bellezza, perché le sue proposte didattiche erano sempre accompagnate da immagini suggestive e non banali. C’è un libro che Emma Castelnuovo ha scritto e riscritto per tutta la vita, di cui nel 2005, a 92 anni, ha voluto curare un’ulteriore edizione. È l’eredità più preziosa che lascia alla scuola, perché i 6 volumi intitolati semplicemente La matematica (La Nuova Italia), sono attualissimi e insuperati tra i libri di testo per la scuola media, per la genialità delle proposte e la capacità di offrire percorsi che aprirono la mente. Purtroppo sono tenuti nascosti dalle sciagurate scelte dell’editoria scolastica, che spesso privilegia novità redditizie alla qualità. Se conoscete qualche insegnante di matematica regalateglieli. Sono un dono prezioso per chi educa e per i ragazzi, che potranno incontrare un modo aperto e appassionante di provare a comprendere il mondo attraverso la matematica.
Matematica per tutti
I numeri per imparare a pensare
Le radici della rivoluzione didattica di una grande maestra del ’900: Emma Castelnuovo
Carla degli Esposti, Nicoletta Lanciano, Emma Castelnuovo , L’asino d’oro edizioni, Roma, pagg. 223 €. 15
di Franco Lorenzoni
«Alla scuola ebraica non si riusciva a immaginare che ci fosse qualcuno che non facesse domande: sarebbe stato un allievo inutile. Invece, chi non era d’accordo con qualcosa che aveva spiegato un professore, alla fine della lezione lo poteva dire e gli era richiesto di tenere lui stesso una lezione, alla sua classe o a quelle vicine, con la sua bibliografia o con una bibliografia che gli suggeriva il professore: insomma era una scuola di alto profilo».
La scuola di cui parla Giacometta Limentani fu fondata in 79 giorni dalla comunità ebraica di Roma, dopo il varo delle le leggi razziste del settembre 1938, con cui il governo fascista espulse dalla scuola ragazzi e insegnanti ebrei.
Lì insegnò per la prima volta Emma Castelnuovo, cacciata dalla scuola pubblica appena vinto il concorso. Ce ne parlano Carla Degli Esposti e Nicoletta Lanciano nella prima biografia dedicata a una delle più grandi innovatrici di didattica della matematica del mondo. Leggendola si comprende perché le grandi rivoluzioni in campo educativo siano così rare. Nel corso di un secolo si contano sulle dita delle mani perché, per rovesciare con audacia e radicalità pensieri, concezioni e comportamenti stratificati nel tempo e in quel bradipo abitudinario a cui troppe volte somiglia la scuola, ci vogliono condizioni eccezionali e un’audacia individuale visionaria.
Emma Castelnuovo, laica e non credente, era profondamente impregnata dell’aspetto più affascinante della cultura ebraica, che consiste nel non darsi tregua nel moltiplicare continuamente le domande. E la prima domanda che si pose la giovane Emma, che per il suo muoversi agitato veniva spesso scambiata per allieva, riguardava il come animare la curiosità dei ragazzi, di tutti i ragazzi, trasmettendogli l’idea che la scoperta delle verità matematiche era qualcosa che si faceva per se stessi.
Suo padre Guido Castelnuovo, di indole serena, nei terribili anni della guerra era angustiato dall’idea che gli studenti che frequentavano i suoi corsi integrativi di cultura matematica non potessero poi laurearsi. Riuscì a trovare un Istituto in Svizzera, disponibile a offrire un diploma legale a distanza agli allievi dell’università semiclandestina, a cui era riuscito a dar vita insieme a Guido Coen. Semiclandestina ma di alto profilo, dato che vi insegnavano Bisconcini, Cacciapuoti, Enriques, Lucaroni, «che teneva Euclide in una mano e Spinoza nell’altra». L’angustia del padre ci dice quanto, nella famiglia Castelnuovo, cultura e istruzione fossero ritenute necessarie come e il pane.
Nata nel 1913, la figlia di Guido visse in famiglia lo spirito innovatore di chi all’inizio del secolo propugnava un’idea di cultura in cui scienza e arti umane intrecciassero le loro domande, avendo ben chiara l’idea che la diffusione di una cultura aperta al progresso e consapevole delle contraddizioni sociali fosse condizione indispensabile per lo sviluppo della democrazia. Chi maggiormente contribuì alla sua formazione fu certamente Federigo Enriques, suo zio, che la spronò a pubblicare, già nel ’48, il suo primo libro pazzo, come lei usava chiamarlo, che rovesciava radicalmente il tradizionale modo di insegnare la matematica, tuttora largamente e tristemente praticato.
La genesi de La geometria intuitiva è assai interessante perché, partendo dalla noia che avvertiva nei ragazzi, la giovane Castelnuovo comprende che deve cambiare tutto e pensa che la geometria possa «darci l’appoggio», come usava dire. Facendo proprio il pensiero del matematico svizzero Jacob Steiner, uno spirito ribelle che a 18 anni scappò di casa per andare a studiare da Heinrich Pestalozzi, sosteneva infatti che «il calcolo sostituisce il pensiero, mentre la geometria stimola il pensiero».
«Io mi rifaccio al concetto di intuire che è precisato dalla pedagogia pestalozziana, cioè intuizione intesa come costruzione dove l’attenzione non si rivolga tanto all’oggetto ma alla sua variazione, a un’azione, a una operazione con l’oggetto stesso».
Lei, che si muoveva incessantemente per la classe e sosteneva che non si può insegnare stando seduti, faceva letteralmente uscire le figure dai libri perché i ragazzi stessi, con elastici, spaghi e stecchette mettessero in movimento mani e pensieri, scambiandosi congetture ed ipotesi in un serrato confronto che lei continuamente animava, allargando lo sguardo all’arte, all’architettura, alle varietà vegetali; a tutti quegli elementi della realtà di cui è appassionante scovare le leggi matematiche.
Qui sta il cuore della sua visione dinamica delle figure e la sua incessante ricerca nel costruire strumenti semplici per comprendere relazioni complesse e permettere a tutti di osservare costanti e varianti.
«Un libro tradizionale comincia dalle definizioni e dai concetti generali» ma «non dimentichiamoci che ciascuna delle nostre definizioni è il risultato di un lavoro durato secoli». Il rischio è che «il professore farà fare degli esercizi su delle definizioni che lo studente non avrà assimilato, che lui non avrà condotto a scoprire e questo è assurdo», scrive nel 1950 sui Cahiers Pédagogique. «Io non do nessuna definizione, l’alunno dovrà sentire lui stesso la necessità delle definizioni, dovrà formulare lui stesso le definizioni». In questo articolo c’è la sua ferma posizione contro i manuali ricalcati da Euclide che partono da definizioni astratte e il fondamento della sua rivoluzione didattica: una matematica per imparare a ragionare, per imparare a esprimere e a dare forma ai propri pensieri, una geometria che renda consapevoli che si può guardare la realtà «con gli occhi della mente», scovandone le innumerevoli connessioni, come la invitava a fare da giovane Federigo Enriques, che nel 1906 diede vita, da matematico, alla Società Italiana di Studi filosofici.
Seguono nel libro i racconti delle tante avventure di Emma Castelnuovo nel mondo, tra cui l’esilarante episodio in cui la vediamo contrapporsi energicamente al matematico francese Jean Dieudonné del gruppo Bourbaki che nel 1959, negli anni della febbre insiemistica, in una sua relazione propugnò lo slogan “Abbasso il triangolo”. Dalla sala si alzò in piedi lei, donna e professoressa di scuola media in quel consesso maschile e universitario, e lo interruppe dicendo: «Il tavolo da cui vengono pronunciate queste frasi ed esposte queste considerazioni teoriche non reggerebbe e tutte le vostre carte volerebbero a terra se non avesse quei triangoli molto concreti sotto a sorreggerlo!».
Così era Emma Castelnuovo: radicale nelle sue scelte, intraprendente e impertinente. La sua lungimiranza fu tale che molte sue invenzioni didattiche vengono ora avvalorate dai più recenti studi nel campo delle neuroscienze, che confermano quanto lavorare sulle trasformazioni continue con materiali dinamici aiuti chi ha maggiori difficoltà a costruire e a far propri i concetti di struttura e classificazione.
Un capitolo della biografia racconta la puntigliosità e precisione con cui redigeva i suoi testi cercando concisione, chiarezza e bellezza, perché le sue proposte didattiche erano sempre accompagnate da immagini suggestive e non banali. C’è un libro che Emma Castelnuovo ha scritto e riscritto per tutta la vita, di cui nel 2005, a 92 anni, ha voluto curare un’ulteriore edizione. È l’eredità più preziosa che lascia alla scuola, perché i 6 volumi intitolati semplicemente La matematica (La Nuova Italia), sono attualissimi e insuperati tra i libri di testo per la scuola media, per la genialità delle proposte e la capacità di offrire percorsi che aprirono la mente. Purtroppo sono tenuti nascosti dalle sciagurate scelte dell’editoria scolastica, che spesso privilegia novità redditizie alla qualità. Se conoscete qualche insegnante di matematica regalateglieli. Sono un dono prezioso per chi educa e per i ragazzi, che potranno incontrare un modo aperto e appassionante di provare a comprendere il mondo attraverso la matematica.