Corriere 25.9.16
Il Labour sceglie l’opposizione perenne
Corbyn stravince il ballottaggio per la leadership: con lui il partito non sarà mai di governo
di Fabio Cavalera
LONDRA
I laburisti ripartono da Jeremy Corbyn che stravince il ballottaggio
per la leadership, lasciandosi alle spalle lo sconosciuto (o quasi) Owen
Smith. Alla vigilia del congresso di Liverpool, la maggioranza degli
oltre cinquecentomila iscritti (il 61,8%) lo ha incoronato per la
seconda volta, sottolineando come il dna del partito sia ormai mutato.
Il
centrismo, la moderazione e le logiche di apparato sono indigesti, la
base sposa le idee e le politiche della sinistra movimentista. La «terza
via» di Tony Blair è poco più che uno scheletro nell’armadio da
eliminare. Il nuovo, se così si può chiamare, è l’accentuata
rivalutazione di bandiere storiche: il pacifismo, il no alla
globalizzazione, l’egualitarismo sociale, l’opposizione dura ai
programmi economici di austerità e il disprezzo per l’establishment del
partito.
Jeremy Corbyn è un uomo onesto, coerente con il suo
passato, abile nello sfruttare la situazione che si è creata. Ha molto
diviso e ora da trionfatore si presenta col ramoscello d’ulivo: «Siamo
una famiglia, concentriamo le nostre energie per battere i
conservatori». Vince per tre ragioni sostanziali: perché lo appoggiano i
giovani del partito, molti dei quali di recente iscrizione si
richiamano alle suggestioni marxiste e sono distanti anni luce dalle
oligarchie londinesi, poi perché lo appoggiano i sindacati che
condizionano gli equilibri laburisti, infine perché non ha avuto rivali
autorevoli. Cavalcando l’onda della protesta, facendo della semplicità e
della banalità il suo biglietto da visita, ha sbaragliato un campo
avverso assai eterogeneo, composto da figure legate al mondo di Tony
Blair, da figure di secondo piano e prive di un chiaro progetto
progressista alternativo.
Il centrosinistra britannico conserva un
bacino elettorale ampio, il 30 per cento potenziale secondo le stime,
ma sbanda non avendo unità di intenti, il che produce distacco, fastidio
e disaffezione. La stragrande maggioranza della base è schierata con
Jeremy Corbyn. Al contrario il gruppo parlamentare della Camera dei
Comuni che lo ha sfiduciato in luglio è quasi tutto contro (172 a 40).
Il
referendum sulla Brexit è stato il detonatore della guerra civile
interna e ha prodotto più danni fra i laburisti che non fra i
conservatori, pronti a pensionare Cameron. Il no all’Europa è passato in
quanto Corbyn si è sfilato dalla campagna consentendo ai «brexiteers»
di sfondare. Ambiguità voluta. Lo stesso Corbyn è un convinto
anticapitalista e avversario dell’Unione Europea. Ha timidamente
predicato in un modo (per il sì all’Europa), ha nella sostanza e
segretamente sperato che vincesse la Brexit. Il suo camaleontismo ha
accentuato il disorientamento dell’elettorato di riferimento. Il
risultato è che, secondo un sondaggio di YouGov (per quel che può
valere), almeno una metà dei laburisti si è espresso per la Brexit e che
buona parte di essi non è per ora disposta a dare fiducia al partito.
Eletto
nel 2015 dopo la Caporetto di Ed Miliband, Jeremy Corbyn ha affrontato
due test. E li ha perduti entrambi. Alle amministrative i laburisti sono
arretrati, pur riconquistando Londra (con Sadiq Khan, non vicino a
Corbyn), hanno subito lo smacco nel fortino scozzese dove sono terza
forza politica dietro persino ai conservatori. Ovunque hanno subito
un’emorragia a favore dell’insofferenza populista targata Ukip. Poi a
giugno il referendum sull’Europa.
Il gruppo parlamentare ha
tentato di disarcionarlo e il suo governo ombra si è dissolto. Ma Corbyn
non ha mollato e si è ricandidato. Ha vinto il braccio di ferro. Ed è
più che mai in sella.
Che sia la persona giusta per riunificare le
correnti e le anime del partito, come promette, è difficile. Fra chi lo
fiancheggia e lo sostiene sono in tanti a insistere per il definitivo
azzeramento degli oppositori. I parlamentari continuano a remargli
contro. La pace non sarà così semplice. Gli slogan potranno servire a
recuperare consensi (forse) nelle aree del malcontento, però non offrono
l’immagine di un partito solido e innovativo. L’impressione è che lo
scontro resti aperto. Le elezioni generali sono lontane. Per ora il
laburismo di Corbyn è un movimento di opposizione. Che si trasformi in
un partito di governo è al momento uno scenario irrealizzabile.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 25 settembre 2016
La Stampa 25.9.16
Corbyn doma la rivolta
Il Labour è ancora suo
Il leader socialista confermato con il 62% alla guida del partito Battuti i blairiani ormai rassegnati: sarà lui il candidato premier
di Alessandra Rizzo
Ha vinto ancora lui, il socialista vecchia maniera che sembra uscito da un’altra epoca, e ha messo a tacere tutti i nemici: Jeremy Corbyn è stato confermato segretario del partito laburista con una valanga di voti. Un risultato che ne consolida in maniera decisiva il potere all’interno del partito dopo mesi di fronda interna durissima, ma che probabilmente condanna un Labour sempre più spostato a sinistra a restare all’opposizione per gli anni a venire.
L’esito non era mai stato in dubbio e non ci sono state sorprese: Corbyn, 67 anni, barba bianca e gli abiti trasandati di chi è abituato a scendere in piazza, ha vinto con il 62% di voti contro un rivale debole, il deputato gallese Owen Smith. Hanno votato più di mezzo milioni di iscritti al partito, membri dei sindacati e simpatizzanti che si erano registrati. Conteggio finale: 313.209 voti contro 193.229.
Il trionfatore ha offerto un ramoscello di ulivo ai nemici sconfitti, i blairiani (o meglio post-blairiani, vista la reputazione dell’ex premier) che si ispirano al New Labour centrista, incarnazione del partito che dopo tutto ha vinto tre elezioni di fila. «Le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono», ha detto Corbyn alla sala gremita nel centro conferenze di Liverpool, città rossa per calcio e politica, dove oggi si apre la convention del partito. «Ricominciamo daccapo, siamo una famiglia». Sarà dura per i deputati laburisti che hanno sfiduciato Corbyn a dispetto di una base che lo vede come una rockstar. Hanno sfidato il leader e lui è stato eletto con un mandato ancora più ampio dell’ultima volta, un anno fa. «La questione è risolta», ha ammesso a denti stretti uno dei nemici, il deputato Chuka Umunna, l’uomo che molti vorrebbero al posto di Corbyn. «É lui il nostro candidato premier».
Le elezioni sono previste nel 2020 ed è difficile per ora immaginare un altro tentativo di golpe, anche se il partito resta spaccato in due. Corbyn non è privo di meriti: ha portato una ventata di entusiasmo soprattutto tra i giovani, che lo vedono come candidato anti-establishment. Vegetariano, pacifista, bastian contrario nei trent’anni passati ai Comuni, vuole la rinazionalizzazione delle ferrovie e la fine del programma nucleare britannico. I sostenitori gli hanno perdonato perfino il suo scarso impegno contro la Brexit, un atteggiamento che ha pesato nel referendum.
Ma il problema di Corbyn è, ha rilevato recentemente l’«Economist», che i consensi di cui gode nel Labour non sono replicati nell’elettorato più ampio, ben più moderato. E i sondaggi lo dimostrano. L’analisi del settimanale è impietosa: il Labour è «scivolato nell’irrilevanza», non offre un’alternativa credibile per Downing Street nè un’opposizione responsabile. E il Regno Unito è diventato «un Paese a partito unico», per la gioia dei conservatori. Corbyn si è difeso dalle accuse di essere ineleggibile e ha chiesto di unire le forze contro i Tory. Vedremo se la spunterà.
Corbyn doma la rivolta
Il Labour è ancora suo
Il leader socialista confermato con il 62% alla guida del partito Battuti i blairiani ormai rassegnati: sarà lui il candidato premier
di Alessandra Rizzo
Ha vinto ancora lui, il socialista vecchia maniera che sembra uscito da un’altra epoca, e ha messo a tacere tutti i nemici: Jeremy Corbyn è stato confermato segretario del partito laburista con una valanga di voti. Un risultato che ne consolida in maniera decisiva il potere all’interno del partito dopo mesi di fronda interna durissima, ma che probabilmente condanna un Labour sempre più spostato a sinistra a restare all’opposizione per gli anni a venire.
L’esito non era mai stato in dubbio e non ci sono state sorprese: Corbyn, 67 anni, barba bianca e gli abiti trasandati di chi è abituato a scendere in piazza, ha vinto con il 62% di voti contro un rivale debole, il deputato gallese Owen Smith. Hanno votato più di mezzo milioni di iscritti al partito, membri dei sindacati e simpatizzanti che si erano registrati. Conteggio finale: 313.209 voti contro 193.229.
Il trionfatore ha offerto un ramoscello di ulivo ai nemici sconfitti, i blairiani (o meglio post-blairiani, vista la reputazione dell’ex premier) che si ispirano al New Labour centrista, incarnazione del partito che dopo tutto ha vinto tre elezioni di fila. «Le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono», ha detto Corbyn alla sala gremita nel centro conferenze di Liverpool, città rossa per calcio e politica, dove oggi si apre la convention del partito. «Ricominciamo daccapo, siamo una famiglia». Sarà dura per i deputati laburisti che hanno sfiduciato Corbyn a dispetto di una base che lo vede come una rockstar. Hanno sfidato il leader e lui è stato eletto con un mandato ancora più ampio dell’ultima volta, un anno fa. «La questione è risolta», ha ammesso a denti stretti uno dei nemici, il deputato Chuka Umunna, l’uomo che molti vorrebbero al posto di Corbyn. «É lui il nostro candidato premier».
Le elezioni sono previste nel 2020 ed è difficile per ora immaginare un altro tentativo di golpe, anche se il partito resta spaccato in due. Corbyn non è privo di meriti: ha portato una ventata di entusiasmo soprattutto tra i giovani, che lo vedono come candidato anti-establishment. Vegetariano, pacifista, bastian contrario nei trent’anni passati ai Comuni, vuole la rinazionalizzazione delle ferrovie e la fine del programma nucleare britannico. I sostenitori gli hanno perdonato perfino il suo scarso impegno contro la Brexit, un atteggiamento che ha pesato nel referendum.
Ma il problema di Corbyn è, ha rilevato recentemente l’«Economist», che i consensi di cui gode nel Labour non sono replicati nell’elettorato più ampio, ben più moderato. E i sondaggi lo dimostrano. L’analisi del settimanale è impietosa: il Labour è «scivolato nell’irrilevanza», non offre un’alternativa credibile per Downing Street nè un’opposizione responsabile. E il Regno Unito è diventato «un Paese a partito unico», per la gioia dei conservatori. Corbyn si è difeso dalle accuse di essere ineleggibile e ha chiesto di unire le forze contro i Tory. Vedremo se la spunterà.
Corriere La Lettura 25.9.16
Clinica
Ascolta sibili, soffi, ronchi e rantoli e farai diagnosi migliori
di Sergio Harari
Nel moderno mondo tecnologico, dove Tac, ecografie e risonanze sono facilmente accessibili a tutti, c’è ancora spazio per la classica visita clinica e la vetusta auscultazione con lo stetoscopio del paziente? Non sono solo i medici più anziani a riaffermare con forza l’importante valore della semeiotica nella valutazione dei pazienti ma anche recenti articoli scientifici, ultimo tra questi uno state of the art pubblicato sul «British Medical Journal» dal provocatorio titolo: Quanto è importante l’esame fisico nella valutazione del sistema cardiovascolare? Se al moderno professionista non si chiede più di fare diagnosi di diabete assaggiando le urine come qualche secolo fa, la visita con l’ausilio dell’osservazione e di un buon stetoscopio resta basilare. Da quando poi negli anni Settanta l’ecografia cardiaca si è diffusa sempre di più, si è andata un po’ perdendo la valutazione dei soffi cardiaci, del loro suono (acuto, rude, aspro, ecc.) e temporalità rispetto alle fasi del ciclo cardiaco. L’aspetto positivo è che così sono svaniti molti incubi degli studenti di medicina, le cui notti, nelle passate generazioni, erano popolate di suoni da ricordare a memoria e riconoscere il mattino successivo al letto del malato. Anche la semeiotica dell’apparato respiratorio continua a rivestire un ruolo importantissimo: soffi, sibili, ipofonesi (rumore tipico di quando è presente un versamento pleurico), crepitii (suoni legati ad alcune malattie del tessuto polmonare e della pleura) e altri rumori dai nomi spesso astrusi per i non esperti (ronchi, rantoli, soffi bronchiali, ecc.) mantengono ancor oggi la loro immediata valenza diagnostica, senza sostituire le moderne tecnologie ma continuando a essere alla base di tutti i processi diagnostici. Oggi come ieri.
Clinica
Ascolta sibili, soffi, ronchi e rantoli e farai diagnosi migliori
di Sergio Harari
Nel moderno mondo tecnologico, dove Tac, ecografie e risonanze sono facilmente accessibili a tutti, c’è ancora spazio per la classica visita clinica e la vetusta auscultazione con lo stetoscopio del paziente? Non sono solo i medici più anziani a riaffermare con forza l’importante valore della semeiotica nella valutazione dei pazienti ma anche recenti articoli scientifici, ultimo tra questi uno state of the art pubblicato sul «British Medical Journal» dal provocatorio titolo: Quanto è importante l’esame fisico nella valutazione del sistema cardiovascolare? Se al moderno professionista non si chiede più di fare diagnosi di diabete assaggiando le urine come qualche secolo fa, la visita con l’ausilio dell’osservazione e di un buon stetoscopio resta basilare. Da quando poi negli anni Settanta l’ecografia cardiaca si è diffusa sempre di più, si è andata un po’ perdendo la valutazione dei soffi cardiaci, del loro suono (acuto, rude, aspro, ecc.) e temporalità rispetto alle fasi del ciclo cardiaco. L’aspetto positivo è che così sono svaniti molti incubi degli studenti di medicina, le cui notti, nelle passate generazioni, erano popolate di suoni da ricordare a memoria e riconoscere il mattino successivo al letto del malato. Anche la semeiotica dell’apparato respiratorio continua a rivestire un ruolo importantissimo: soffi, sibili, ipofonesi (rumore tipico di quando è presente un versamento pleurico), crepitii (suoni legati ad alcune malattie del tessuto polmonare e della pleura) e altri rumori dai nomi spesso astrusi per i non esperti (ronchi, rantoli, soffi bronchiali, ecc.) mantengono ancor oggi la loro immediata valenza diagnostica, senza sostituire le moderne tecnologie ma continuando a essere alla base di tutti i processi diagnostici. Oggi come ieri.
La Stampa 25.9.16
Navi a Venezia
La vendetta di Marinetti
di Andrea Colombo
Lo spettacolo visto da una calle nella zona della Dogana a Venezia, tra palazzi rinascimentali e piccoli canali, è impressionante. Una grande nave da crociera solca la laguna, mostruoso gigante del turismo di massa, e sembra violentare un paesaggio che era rimasto intatto nei secoli. Pare di essere piombati in un film di fantascienza o dell’orrore. Ma è la realtà. Gli affari sono affari e il transito dei colossi dei mari garantisce enormi introiti all’amministrazione locale, al porto e al piccolo commercio. E poco importa che metta a repentaglio la stabilità già precaria del bacino lagunare, minacciato dall’acqua alta e dalle correnti sotterranee che corrodono le fondamenta in legno degli edifici.
Ma c’è chi tenta di resistere. Oggi pomeriggio il movimento «No Grandi Navi» si mobilita sulla riva delle Zattere, davanti al canale della Giudecca, con una manifestazione di protesta che viene annunciata come una festa. Al centro del canale vi sarà una chiatta galleggiante sulla quale interverranno gruppi musicali, attori e scrittori. Già da diverse settimane Venezia parla dai balconi, con striscioni e bandiere che urlano «Fuori le navi dalla laguna!», «Il mio futuro è a Venezia», «La laguna è bene comune». Ma sono voci flebili.
Ormai la Serenissima è desertificata da un turismo sempre più aggressivo e invadente. La popolazione di Venezia diminuisce di anno in anno. Il costo della vita è altissimo, i prezzi degli immobili alle stelle, solo gli anziani e i ricchi continuano a vivere nel centro storico. Gli affari che ruotano intorno alle crociere invece aumentano costantemente.
Chissà come avrebbe visto questo stupro di una città in nome del dio denaro il poeta futurista F.T. Marinetti, che nel lontano 1910 lanciò il suo proclama «contro la Venezia passatista». Nel suo manifesto tuonava: «Ripudiamo la Venezia dei forestieri...letto sfondato da carovane di amanti... cloaca massima del passatismo. Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente...Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico».
E proponeva: «Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata di industriali e di commercianti!».
Tra il 1943 e il 1944, l’ormai anziano poeta futurista, reduce da una disastrosa campagna di Russia dove andò, nonostante gli acciacchi.come ufficiale volontario, troverà proprio a Venezia riparo dai bombardamenti che stavano devastando il Nord Italia. Lui, che ne aveva cantato la distruzione, troverà il suo rifugio tra quei canali maleodoranti di storia e decadenza. E meditava melanconicamente sull’esito inglorioso e umiliante della «guerra mussoliniana» che aveva esaltato in versi ancora ricolmi di fede e furore patriottici. Di lì a poco, il 2 dicembre del 1944, si spegnerà a Bellagio, in una casa con vista sul lago manzoniano. Non poteva conoscere un tramonto e una fine più passatisti di così. Bisognerà forse attendere i nostri giorni del profitto a tutti i costi per vedere esaudito il suo futuristico sogno.
Navi a Venezia
La vendetta di Marinetti
di Andrea Colombo
Lo spettacolo visto da una calle nella zona della Dogana a Venezia, tra palazzi rinascimentali e piccoli canali, è impressionante. Una grande nave da crociera solca la laguna, mostruoso gigante del turismo di massa, e sembra violentare un paesaggio che era rimasto intatto nei secoli. Pare di essere piombati in un film di fantascienza o dell’orrore. Ma è la realtà. Gli affari sono affari e il transito dei colossi dei mari garantisce enormi introiti all’amministrazione locale, al porto e al piccolo commercio. E poco importa che metta a repentaglio la stabilità già precaria del bacino lagunare, minacciato dall’acqua alta e dalle correnti sotterranee che corrodono le fondamenta in legno degli edifici.
Ma c’è chi tenta di resistere. Oggi pomeriggio il movimento «No Grandi Navi» si mobilita sulla riva delle Zattere, davanti al canale della Giudecca, con una manifestazione di protesta che viene annunciata come una festa. Al centro del canale vi sarà una chiatta galleggiante sulla quale interverranno gruppi musicali, attori e scrittori. Già da diverse settimane Venezia parla dai balconi, con striscioni e bandiere che urlano «Fuori le navi dalla laguna!», «Il mio futuro è a Venezia», «La laguna è bene comune». Ma sono voci flebili.
Ormai la Serenissima è desertificata da un turismo sempre più aggressivo e invadente. La popolazione di Venezia diminuisce di anno in anno. Il costo della vita è altissimo, i prezzi degli immobili alle stelle, solo gli anziani e i ricchi continuano a vivere nel centro storico. Gli affari che ruotano intorno alle crociere invece aumentano costantemente.
Chissà come avrebbe visto questo stupro di una città in nome del dio denaro il poeta futurista F.T. Marinetti, che nel lontano 1910 lanciò il suo proclama «contro la Venezia passatista». Nel suo manifesto tuonava: «Ripudiamo la Venezia dei forestieri...letto sfondato da carovane di amanti... cloaca massima del passatismo. Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente...Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico».
E proponeva: «Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata di industriali e di commercianti!».
Tra il 1943 e il 1944, l’ormai anziano poeta futurista, reduce da una disastrosa campagna di Russia dove andò, nonostante gli acciacchi.come ufficiale volontario, troverà proprio a Venezia riparo dai bombardamenti che stavano devastando il Nord Italia. Lui, che ne aveva cantato la distruzione, troverà il suo rifugio tra quei canali maleodoranti di storia e decadenza. E meditava melanconicamente sull’esito inglorioso e umiliante della «guerra mussoliniana» che aveva esaltato in versi ancora ricolmi di fede e furore patriottici. Di lì a poco, il 2 dicembre del 1944, si spegnerà a Bellagio, in una casa con vista sul lago manzoniano. Non poteva conoscere un tramonto e una fine più passatisti di così. Bisognerà forse attendere i nostri giorni del profitto a tutti i costi per vedere esaudito il suo futuristico sogno.
Repubblica 25.9.16
Pari diritti
Agenti gay e omofobia, sfida all’ultimo tabù
Sono quasi ventimila Un convegno contro le discriminazioni “Ruoli operativi anche per i trans”
di Franco Vanni
MILANO. Chiedono accesso ai ruoli operativi per le persone transessuali. E investimenti in formazione, per contrastare l’omofobia in caserme e commissariati. Sono duecento gli iscritti a Polis Aperta, associazione dei gay in divisa. Il quadruplo, contando chi chiede aiuto senza volere comparire. Molti sono agenti di polizia locale e finanzieri delle città del nord. Ma anche alpini e imbarcati in Marina.
«L’obiettivo è aiutare chi lo desidera a uscire dal silenzio — dice Simonetta Moro, in polizia locale a Bologna e presidente dell’associazione — . Noi gay in divisa siamo tanti». Già, ma quanti? Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano, abbozza una stima: «Non c’è ragione di ritenere che i gay siano meno numerosi in esercito e forze dell’ordine rispetto alla media generale. Vale a dire, il 5 percento della popolazione». Quindi fra i 310mila poliziotti, agenti penitenziari, finanzieri, carabinieri e forestali, i gay sarebbero 15.500. A cui si aggiungono 3.595 omosessuali su 71.900 soldati (carabinieri esclusi). Il contingente arcobaleno italiano conterebbe quindi 19mila attivi. Il doppio di tutti i soldati della Repubblica d’Irlanda. I gay in divisa si sono dati appuntamento a Milano per il 10 ottobre, in un convegno alla Casa dei Diritti che mira a «spezzare uno dei tabù più duri da sconfiggere». L’iniziativa ha il patrocinio del Consolato degli Stati Uniti, che con Israele sono fra i Paesi che hanno adeguato la legislazione militare all’inclusione di gay e trans. Fra gli ospiti, un transessuale ex agente del Mossad e la trans 49enne Stefania Pecchini, agente di polizia locale nel Milanese.
Polis Aperta chiede al governo investimenti in formazione, per «contrastare l’omofobia, diffusa e tenuta sotto silenzio», dice Gabriele Guglielmo, in polizia locale a Torino e vicepresidente dell’associazione. I casi segnalati a Polis Aperta sono decine l’anno. Pescando nel mucchio: lo scorso luglio un giovane poliziotto milanese ha trovato scritto “i froci non ci piacciono” sull’armadietto. Tre mesi prima, in una caserma in Veneto, un militare 43enne ha espresso la volontà di suicidarsi perché «stanco degli insulti omofobi». A Roma la scorsa primavera un poliziotto gay ha picchiato uncollega che lo vessava chiamandolo “frocio”.
L’ufficio deputato a combattere le discriminazioni nelle forze di polizia è Oscad. Dal 2015 ha formato 60 funzionari e ufficiali di polizia di Stato. Altri corsi sono previsti nelle scuole del corpo a Vibo Valentia, Campobasso e Peschiera del Garda. «Forze dell’ordine e forze armate sono specchio del Paese — dice il vicequestore Stefano Chirico, responsabile di Oscad — il sentimento sui temi della diversità non è differente da quello generale». Quello che cambia sono le regole. Soprattutto per le persone transessuali.
Guglielmo spiega: «Con i transgender le polizie locali sono tolleranti. Nelle forze armate, Guardia di finanza compresa, resiste il famigerato comma 9».
Il riferimento è al nono comma dell’articolo 15 del regolamento militare sulle “infermità causa di non idoneità”, che cita «le parafilie e i disturbi dell’identità in genere. Per tutti, trascorso ove occorra il periodo di inabilità temporanea». Un’impostazione introdotta dal ministero della Difesa nel 1999. «Con la scusa delle cicatrici dell’operazione, le persone transessuali vengono confinate in ufficio», dice Moro.
In polizia di Stato viene denunciata una situazione ancora più difficile. Evelina Argurio, che lavora in questura a Genova, è responsabile Silp-Cgil contro le discriminazioni. «Il cambio di genere è considerato malattia, per cui le persone transessuali non possono essere assunte — dice — . Ogni pulsione deve essere repressa. Il decreto del ministro dell’Interno 198/2003 va cambiato».
La tabella delle «infermità neuro-psichichiche» cita «i disturbi sessuali e disturbi dell’identità di genere attuali o pregressi». Quindi, niente assunzione. «Io, dipendente del ministero dell’Interno in ruolo civile, non ho problemi — dice Sarah Musolino, transessuale — nei ruoli operativi è diverso».
Pari diritti
Agenti gay e omofobia, sfida all’ultimo tabù
Sono quasi ventimila Un convegno contro le discriminazioni “Ruoli operativi anche per i trans”
di Franco Vanni
MILANO. Chiedono accesso ai ruoli operativi per le persone transessuali. E investimenti in formazione, per contrastare l’omofobia in caserme e commissariati. Sono duecento gli iscritti a Polis Aperta, associazione dei gay in divisa. Il quadruplo, contando chi chiede aiuto senza volere comparire. Molti sono agenti di polizia locale e finanzieri delle città del nord. Ma anche alpini e imbarcati in Marina.
«L’obiettivo è aiutare chi lo desidera a uscire dal silenzio — dice Simonetta Moro, in polizia locale a Bologna e presidente dell’associazione — . Noi gay in divisa siamo tanti». Già, ma quanti? Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano, abbozza una stima: «Non c’è ragione di ritenere che i gay siano meno numerosi in esercito e forze dell’ordine rispetto alla media generale. Vale a dire, il 5 percento della popolazione». Quindi fra i 310mila poliziotti, agenti penitenziari, finanzieri, carabinieri e forestali, i gay sarebbero 15.500. A cui si aggiungono 3.595 omosessuali su 71.900 soldati (carabinieri esclusi). Il contingente arcobaleno italiano conterebbe quindi 19mila attivi. Il doppio di tutti i soldati della Repubblica d’Irlanda. I gay in divisa si sono dati appuntamento a Milano per il 10 ottobre, in un convegno alla Casa dei Diritti che mira a «spezzare uno dei tabù più duri da sconfiggere». L’iniziativa ha il patrocinio del Consolato degli Stati Uniti, che con Israele sono fra i Paesi che hanno adeguato la legislazione militare all’inclusione di gay e trans. Fra gli ospiti, un transessuale ex agente del Mossad e la trans 49enne Stefania Pecchini, agente di polizia locale nel Milanese.
Polis Aperta chiede al governo investimenti in formazione, per «contrastare l’omofobia, diffusa e tenuta sotto silenzio», dice Gabriele Guglielmo, in polizia locale a Torino e vicepresidente dell’associazione. I casi segnalati a Polis Aperta sono decine l’anno. Pescando nel mucchio: lo scorso luglio un giovane poliziotto milanese ha trovato scritto “i froci non ci piacciono” sull’armadietto. Tre mesi prima, in una caserma in Veneto, un militare 43enne ha espresso la volontà di suicidarsi perché «stanco degli insulti omofobi». A Roma la scorsa primavera un poliziotto gay ha picchiato uncollega che lo vessava chiamandolo “frocio”.
L’ufficio deputato a combattere le discriminazioni nelle forze di polizia è Oscad. Dal 2015 ha formato 60 funzionari e ufficiali di polizia di Stato. Altri corsi sono previsti nelle scuole del corpo a Vibo Valentia, Campobasso e Peschiera del Garda. «Forze dell’ordine e forze armate sono specchio del Paese — dice il vicequestore Stefano Chirico, responsabile di Oscad — il sentimento sui temi della diversità non è differente da quello generale». Quello che cambia sono le regole. Soprattutto per le persone transessuali.
Guglielmo spiega: «Con i transgender le polizie locali sono tolleranti. Nelle forze armate, Guardia di finanza compresa, resiste il famigerato comma 9».
Il riferimento è al nono comma dell’articolo 15 del regolamento militare sulle “infermità causa di non idoneità”, che cita «le parafilie e i disturbi dell’identità in genere. Per tutti, trascorso ove occorra il periodo di inabilità temporanea». Un’impostazione introdotta dal ministero della Difesa nel 1999. «Con la scusa delle cicatrici dell’operazione, le persone transessuali vengono confinate in ufficio», dice Moro.
In polizia di Stato viene denunciata una situazione ancora più difficile. Evelina Argurio, che lavora in questura a Genova, è responsabile Silp-Cgil contro le discriminazioni. «Il cambio di genere è considerato malattia, per cui le persone transessuali non possono essere assunte — dice — . Ogni pulsione deve essere repressa. Il decreto del ministro dell’Interno 198/2003 va cambiato».
La tabella delle «infermità neuro-psichichiche» cita «i disturbi sessuali e disturbi dell’identità di genere attuali o pregressi». Quindi, niente assunzione. «Io, dipendente del ministero dell’Interno in ruolo civile, non ho problemi — dice Sarah Musolino, transessuale — nei ruoli operativi è diverso».
Il Sole 25.9.16
Carceri sempre sovraffollate
Festival del diritto. In un anno detenuti a quota 54.195 (+ 1.800)
di Patrizia Maciocchi
Rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno aumenta di oltre 1.800 unità il numero dei detenuti nelle carceri italiane: dai 52.389 registrati al 31 agosto 2015 si è arrivati ai 54.195 del 31 agosto 2016, rispetto a una capienza di 49.600 posti. Una cifra che cresce soprattutto per effetto della custodia cautelare in carcere. Difficile dire se i nuovi ingressi nelle celle sono il risultato dell’aumento della criminalità o di una lettura restrittiva da parte della giurisprudenza delle norme sul carcere preventivo.
Il dato non è sfuggito all’Associazione nazionale magistrati, intervenuta ieri alla seconda giornata del Festival del diritto di Piacenza. «L’aumento del numero dei detenuti che si è registrato negli ultimi 6 mesi desta preoccupazione – dice la presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa –. Intanto c’è una ricaduta immediata sul sovraffollamento ma l’attenzione per il futuro è obbligata».
Per il sostituto procuratore Giuseppe Cascini il legislatore agisce sull’onda del momento. Una volta si fanno provvedimenti per svuotare le carceri, e in un’altro si inaspriscono le pene. Manca una risposta coerente all’interrogativo su cosa fare di chi ha commesso un reato, in un’eterna altalena tra garantismo e giustizialismo.
Per il sostituto procuratore di Torino, Armando Spataro, che ha affrontato il tema del processo, la dignità sta nella coerenza, nel non fare quella marcia indietro che rende traballanti principi che dovrebbero essere saldi, come spesso avviene nelle riforme “condivise”.
Spataro parla anche di immigrati e richieste di asilo politico. L’iter prevede la possibilità di rivolgersi al magistrato se la richiesta per avere lo stato di rifugiato viene respinta dal prefetto. Alcuni giudici hanno chiesto di eliminare l’appello perché non ce la fanno a smaltire le richieste e l’immigrato resta anni in attesa senza sapere cosa fare. Spataro spiega, però, che sono molti di più i magistrati che la pensano diversamente. «Un folto gruppo di giudici, Pm, avvocati e professori ha preparato un testo “Malta 2013” per affermare la necessità di non allentare le garanzie».
E oggi la nona edizione del Festival chiude i battenti,con 20 mila presenze all’attivo.
Carceri sempre sovraffollate
Festival del diritto. In un anno detenuti a quota 54.195 (+ 1.800)
di Patrizia Maciocchi
Rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno aumenta di oltre 1.800 unità il numero dei detenuti nelle carceri italiane: dai 52.389 registrati al 31 agosto 2015 si è arrivati ai 54.195 del 31 agosto 2016, rispetto a una capienza di 49.600 posti. Una cifra che cresce soprattutto per effetto della custodia cautelare in carcere. Difficile dire se i nuovi ingressi nelle celle sono il risultato dell’aumento della criminalità o di una lettura restrittiva da parte della giurisprudenza delle norme sul carcere preventivo.
Il dato non è sfuggito all’Associazione nazionale magistrati, intervenuta ieri alla seconda giornata del Festival del diritto di Piacenza. «L’aumento del numero dei detenuti che si è registrato negli ultimi 6 mesi desta preoccupazione – dice la presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa –. Intanto c’è una ricaduta immediata sul sovraffollamento ma l’attenzione per il futuro è obbligata».
Per il sostituto procuratore Giuseppe Cascini il legislatore agisce sull’onda del momento. Una volta si fanno provvedimenti per svuotare le carceri, e in un’altro si inaspriscono le pene. Manca una risposta coerente all’interrogativo su cosa fare di chi ha commesso un reato, in un’eterna altalena tra garantismo e giustizialismo.
Per il sostituto procuratore di Torino, Armando Spataro, che ha affrontato il tema del processo, la dignità sta nella coerenza, nel non fare quella marcia indietro che rende traballanti principi che dovrebbero essere saldi, come spesso avviene nelle riforme “condivise”.
Spataro parla anche di immigrati e richieste di asilo politico. L’iter prevede la possibilità di rivolgersi al magistrato se la richiesta per avere lo stato di rifugiato viene respinta dal prefetto. Alcuni giudici hanno chiesto di eliminare l’appello perché non ce la fanno a smaltire le richieste e l’immigrato resta anni in attesa senza sapere cosa fare. Spataro spiega, però, che sono molti di più i magistrati che la pensano diversamente. «Un folto gruppo di giudici, Pm, avvocati e professori ha preparato un testo “Malta 2013” per affermare la necessità di non allentare le garanzie».
E oggi la nona edizione del Festival chiude i battenti,con 20 mila presenze all’attivo.
Repubblica 25.9.16
7 milioni vivono con i genitori
Quei 30enni di troppo a casa con mamma
di Alessandro Rosina
IN LARGA parte dei Paesi europei la maggioranza dei giovani compie il venticinquesimo compleanno sotto un tetto diverso da quello della famiglia di origine. In Italia, invece, è ormai consuetudine trovarsi a vivere ancora nella casa dei genitori al traguardo dei trent’anni: secondo l’Istat sono quasi 7 milioni, il 31,8 per cento dei quali ha un lavoro. Alla base di questa ampia e persistente differenza sta uno stretto intreccio, difficilmente districabile, di fattori culturali e strutturali.
PENSIAMO ad un figlio di venticinque anni che annuncia ai genitori l’intenzione di andare a vivere per conto proprio. Possiamo credere che molte madri italiane reagirebbero con dispiacere. Si chiederebbero dove hanno sbagliato nel rapporto con il figlio, dato che già così presto vuole andarsene. Metterebbero in discussione la propria capacità di cucinare, di stirar bene le camicie, di creare un contesto domestico accogliente. Tutto questo ancor più se il figlio è unico e se la madre è casalinga.
Pensiamo invece ad un giovane danese della stessa età, che però vive ancora con i genitori e non sta progettando di andarsene. Anche qui molte madri e padri scandinavi si metterebbero in discussione, ma per motivi opposti. Si chiederebbero dove hanno mancato nel trasmettere al ragazzo la spinta a buttarsi nel mondo, a conquistare i propri spazi oltre le mura domestiche, a cercare la propria strada.
Più che l’autonomia in sé, il valore principale che un genitore mediterraneo tende a trasmettere ai figli è quello della solidarietà familiare intergenerazionale, ovvero l’importanza di sostenersi reciprocamente di fronte alle asperità in tutte le fasi della vita. Questo di per sé è positivo. In un contesto però di carenza di adeguati strumenti di welfare attivo, di ridotte opportunità nel mercato del lavoro, di bassa mobilità sociale e crescenti disuguaglianze, il rischio è che nei genitori si rafforzi un atteggiamento iperprotettivo e che i figli tendano a rimanere più a lungo immaturi.
La maggior propensione culturale all’aiuto da parte della famiglia di origine e le maggiori difficoltà oggettive all’uscita portano ad adottare una tattica dilatoria. Detto in altre parole, il porto è molto più sicuro e accogliente, rispetto agli altri Paesi, e il mare aperto è molto più burrascoso e con un sistema di aiuto pubblico alle imbarcazioni in difficoltà e di riposizionamento sulla rotta molto meno solido ed efficace.
Anche dopo essersi risolti ad uscire in mare aperto, molti giovani italiani si trovano a fare marcia indietro o comunque tornano, in vari modi, ad affidarsi all’ammortizzatore sociale più importante del nostro Paese: la famiglia di origine. Del resto, se osserviamo la distribuzione della spesa sociale italiana risulta evidente come per le voci che vanno a maggior beneficio delle generazioni più anziane, come pensioni e salute pubblica, non spendiamo meno degli altri Paesi, mentre siamo sensibilmente deficitari sul sostegno attivo al reddito nel caso di disoccupazione giovanile, nelle politiche della casa e contro l’esclusione sociale.
Che oltre ai fattori culturali incidano sempre di più anche le condizioni oggettive lo testimonia sia il fatto che — secondo i dati Istat — negli ultimi quindici anni il numero di chi dichiara di vivere con i genitori “perché sto bene così, conservo comunque la mia libertà” è diventato minoritario rispetto a chi afferma di non avere un reddito adeguato e continuativo, sia il sorpasso del Sud rispetto al Nord.
Ancora alla fine del secolo scorso la geografia delle regioni italiane rispetto al tasso di disoccupazione giovanile non corrispondeva a quella dell’incidenza degli under 30 nella casa dei genitori, ora emerge invece una forte corrispondenza. Nel Sud Italia, più che altrove, i giovani si trovano alla fine degli studi davanti alla prospettiva di rimanere a lungo a carico di mamma e papà o alla scelta di uscire, ma per andarsene molto lontano, spesso oltre confine.
La questione culturale quindi c’è: ha a che fare non solo con l’eccesso di protezione privata dei singoli genitori verso i figli ma anche con la difficoltà collettiva a riconoscere le nuove generazioni come il bene pubblico più importante su cui investire per ampliare orizzonti presenti e futuri della navigazione di tutto il Paese.
7 milioni vivono con i genitori
Quei 30enni di troppo a casa con mamma
di Alessandro Rosina
IN LARGA parte dei Paesi europei la maggioranza dei giovani compie il venticinquesimo compleanno sotto un tetto diverso da quello della famiglia di origine. In Italia, invece, è ormai consuetudine trovarsi a vivere ancora nella casa dei genitori al traguardo dei trent’anni: secondo l’Istat sono quasi 7 milioni, il 31,8 per cento dei quali ha un lavoro. Alla base di questa ampia e persistente differenza sta uno stretto intreccio, difficilmente districabile, di fattori culturali e strutturali.
PENSIAMO ad un figlio di venticinque anni che annuncia ai genitori l’intenzione di andare a vivere per conto proprio. Possiamo credere che molte madri italiane reagirebbero con dispiacere. Si chiederebbero dove hanno sbagliato nel rapporto con il figlio, dato che già così presto vuole andarsene. Metterebbero in discussione la propria capacità di cucinare, di stirar bene le camicie, di creare un contesto domestico accogliente. Tutto questo ancor più se il figlio è unico e se la madre è casalinga.
Pensiamo invece ad un giovane danese della stessa età, che però vive ancora con i genitori e non sta progettando di andarsene. Anche qui molte madri e padri scandinavi si metterebbero in discussione, ma per motivi opposti. Si chiederebbero dove hanno mancato nel trasmettere al ragazzo la spinta a buttarsi nel mondo, a conquistare i propri spazi oltre le mura domestiche, a cercare la propria strada.
Più che l’autonomia in sé, il valore principale che un genitore mediterraneo tende a trasmettere ai figli è quello della solidarietà familiare intergenerazionale, ovvero l’importanza di sostenersi reciprocamente di fronte alle asperità in tutte le fasi della vita. Questo di per sé è positivo. In un contesto però di carenza di adeguati strumenti di welfare attivo, di ridotte opportunità nel mercato del lavoro, di bassa mobilità sociale e crescenti disuguaglianze, il rischio è che nei genitori si rafforzi un atteggiamento iperprotettivo e che i figli tendano a rimanere più a lungo immaturi.
La maggior propensione culturale all’aiuto da parte della famiglia di origine e le maggiori difficoltà oggettive all’uscita portano ad adottare una tattica dilatoria. Detto in altre parole, il porto è molto più sicuro e accogliente, rispetto agli altri Paesi, e il mare aperto è molto più burrascoso e con un sistema di aiuto pubblico alle imbarcazioni in difficoltà e di riposizionamento sulla rotta molto meno solido ed efficace.
Anche dopo essersi risolti ad uscire in mare aperto, molti giovani italiani si trovano a fare marcia indietro o comunque tornano, in vari modi, ad affidarsi all’ammortizzatore sociale più importante del nostro Paese: la famiglia di origine. Del resto, se osserviamo la distribuzione della spesa sociale italiana risulta evidente come per le voci che vanno a maggior beneficio delle generazioni più anziane, come pensioni e salute pubblica, non spendiamo meno degli altri Paesi, mentre siamo sensibilmente deficitari sul sostegno attivo al reddito nel caso di disoccupazione giovanile, nelle politiche della casa e contro l’esclusione sociale.
Che oltre ai fattori culturali incidano sempre di più anche le condizioni oggettive lo testimonia sia il fatto che — secondo i dati Istat — negli ultimi quindici anni il numero di chi dichiara di vivere con i genitori “perché sto bene così, conservo comunque la mia libertà” è diventato minoritario rispetto a chi afferma di non avere un reddito adeguato e continuativo, sia il sorpasso del Sud rispetto al Nord.
Ancora alla fine del secolo scorso la geografia delle regioni italiane rispetto al tasso di disoccupazione giovanile non corrispondeva a quella dell’incidenza degli under 30 nella casa dei genitori, ora emerge invece una forte corrispondenza. Nel Sud Italia, più che altrove, i giovani si trovano alla fine degli studi davanti alla prospettiva di rimanere a lungo a carico di mamma e papà o alla scelta di uscire, ma per andarsene molto lontano, spesso oltre confine.
La questione culturale quindi c’è: ha a che fare non solo con l’eccesso di protezione privata dei singoli genitori verso i figli ma anche con la difficoltà collettiva a riconoscere le nuove generazioni come il bene pubblico più importante su cui investire per ampliare orizzonti presenti e futuri della navigazione di tutto il Paese.
Repubblica 25.9.16
Under 35, hanno un lavoro ma vivono con i genitori
I dati. Istat: sono 7 milioni a fare questa scelta
di Giorgio Alleva
presidente dell’Istat
ROMA. Altro che Tanguy. I giovani italiani si allontano sempre più dal personaggio del celebre film francese di qualche anno fa. Certo, vivono con i genitori fino ad età in cui giovani non si è più. Ma nullafacenti, spalmati sul divano, questo no. Almeno non tutti. Secondo l’Istat, sono quasi 7 milioni gli under 35 che non spiccano il volo dal nido (dati aggiornati al 2015), il 62,5% del totale di quella fascia d’età, 18-35. La stessa quota dell’anno prima (e livello massimo negli ultimi quindici anni).
Ma con una particolarità: oltre a studenti (35,5%) e disoccupati (29,7%), quasi un terzo di questi ragazzi lavora (31,8%), dunque può contare su uno stipendio a fine mese, evidentemente insufficiente per garantire l’autonomia. Percentuale che sale nella fascia 30-34 anni, laddove oltre la metà (55,3%) dei forzati alla convivenza può contare su una busta paga, contro il 46,5% della fascia 25-29 anni. Tra i giovanissimi a prevalere è lo studio: vanno a scuola o all’università il 76,8% di chi ha 18-19 anni e il 43% dei 20-24enni.
Quanto agli stereotipi, anche qui sorprese. In casa con mamma e papà ci restano più ragazzi che ragazze (68% contro 56%). E la percentuale scende, per fortuna, al salire dell’età, passando così dal 97% dei diciottenni o diciannovenni al 29% degli ultra trentenni, senza fretta però di azzerarsi cosicché un quasi trentacinquenne su tre vive con nella magione d’origine.
Anche questo un frutto amaro della crisi.
Under 35, hanno un lavoro ma vivono con i genitori
I dati. Istat: sono 7 milioni a fare questa scelta
di Giorgio Alleva
presidente dell’Istat
ROMA. Altro che Tanguy. I giovani italiani si allontano sempre più dal personaggio del celebre film francese di qualche anno fa. Certo, vivono con i genitori fino ad età in cui giovani non si è più. Ma nullafacenti, spalmati sul divano, questo no. Almeno non tutti. Secondo l’Istat, sono quasi 7 milioni gli under 35 che non spiccano il volo dal nido (dati aggiornati al 2015), il 62,5% del totale di quella fascia d’età, 18-35. La stessa quota dell’anno prima (e livello massimo negli ultimi quindici anni).
Ma con una particolarità: oltre a studenti (35,5%) e disoccupati (29,7%), quasi un terzo di questi ragazzi lavora (31,8%), dunque può contare su uno stipendio a fine mese, evidentemente insufficiente per garantire l’autonomia. Percentuale che sale nella fascia 30-34 anni, laddove oltre la metà (55,3%) dei forzati alla convivenza può contare su una busta paga, contro il 46,5% della fascia 25-29 anni. Tra i giovanissimi a prevalere è lo studio: vanno a scuola o all’università il 76,8% di chi ha 18-19 anni e il 43% dei 20-24enni.
Quanto agli stereotipi, anche qui sorprese. In casa con mamma e papà ci restano più ragazzi che ragazze (68% contro 56%). E la percentuale scende, per fortuna, al salire dell’età, passando così dal 97% dei diciottenni o diciannovenni al 29% degli ultra trentenni, senza fretta però di azzerarsi cosicché un quasi trentacinquenne su tre vive con nella magione d’origine.
Anche questo un frutto amaro della crisi.
Repubblica 25.9.16
Il fallimento dei tirocini solo un giovane su dieci trova un’occupazione stabile
Negli ultimi cinque anni la percentuale di trasformazione in contratti di assunzione non è mai andata oltre la soglia del 12 per cento
di Marco Patucchi
ROMA. «È la nuova frontiera del precariato». Non ha dubbi Francesco Seghezzi, esperto di mercato del lavoro, mentre snocciola le statistiche sui tirocini che ha elaborato per Adapt, il centro studi fondato da Marco Biagi: negli ultimi cinque anni la percentuale di trasformazione in contratti veri e propri non ha mai superato il 12%, neanche nei periodi di crescita esponenziale di questo strumento nato per indirizzare la formazione dei giovani verso il mercato del lavoro.
Si è passati dai 67.150 tirocini extra-curricolari (cioè svolti al di fuori dei percorsi universitari) del 2010 ai 114.879 del 2015, ma il transito verso il contratto a tempo indeterminato è rimasto comunque inchiodato all’11,8 per cento. E il dato è riferito ai tirocini di durata massima — fino a ventiquattro mesi — mentre per quelli più brevi il tasso di trasformazione è ancora più basso. Numeri che propongono un dilemma retorico: o il 90% dei giovani italiani è composto da persone assolutamente incapaci, oppure qualcosa non funziona nel sistema di vasi comunicanti tra le giovani generazioni e il mondo lavorativo. Incrociando, peraltro, gli andamenti statistici con l’evoluzione della recessione e con il dispiegarsi dei vari interventi normativi (dalla legge Fornero al Jobs Act, da Garanzia giovani alla decontribuzione sulle assunzioni), si evince come a guidare le scelte delle aziende siano le opportunità di risparmio sul costo del lavoro piuttosto che l’idea di formare e poi assumere giovani. Un rapporto di tirocinio, ricordiamolo, ha un costo che varia dai 400 ai 500 euro mensili.
Strategie opportunistiche degli imprenditori confermate dai numeri sull’apprendistato, l’altro strumento votato allo sbarco delle giovani generazioni nel mondo del lavoro: ebbene, mentre si è registrato un calo sostanzioso in coincidenza di incentivi molto forti sui contratti a tempo indeterminato, la corsa dell’apprendistato è ripresa impetuosa non appena la decontribuzione sulle assunzioni è stata ridimensionata.
Inoltre, così come per i tirocini, il tasso di trasformazione in posti di lavoro stabili non è mai decollato veramente: in base ai dati elaborati dalla Uil, nel 2013 su 229.351 rapporti di apprendistato attivati quelli trasformati in contratti a tempo indeterminato sono stati 69.635; nel 2014 la proporzione è stata di 69.271 su 231.084; nell’anno successivo 85.352 su 184.196; e nei soli primi sei mesi di quest’anno si è già arrivati a 133.081 rapporti attivati di cui 50.129 trasformati in lavoro stabile. L’effetto del ridimensionamento degli incentivi sulle strategie dei datori di lavoro è d’altro canto confermato dai dati più generali diffusi ieri dalla Cgil: il 71% delle nuove assunzioni dei primi sette mesi 2016 è con contratti a termine mentre quelli stabili sono calati del 33,7%. Nel caso dell’apprendistato, poi, l’“opportunismo” dei datori di lavoro è stato in qualche modo assecondato dalle modifiche normative del 2014: in particolare, l’abbassamento dal 50 al 20% della soglia minima di stabilizzazione degli apprendisti per maturare il diritto a fare nuovi contratti di questo tipo, o la franchigia per le aziende con meno di cinquanta dipendenti.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, anche di recente ha difeso gli strumenti messi in campo dal governo per avviare i giovani al lavoro: «In più di un milione si sono registrati fino ad oggi a Garanzia giovani: difficile definirlo un fallimento. L’apprendistato lo abbiamo semplificato e spero di poter dire che verrà stabilizzato. Quanto all’alternanza scuola-lavoro, abbiamo bisogno che diventi permanente: pensiamo ad incentivi, ma vanno trovate le risorse».
La pensa diversamente il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy: «Se il governo avesse a cuore il rafforzamento del lavoro stabile, indebolirebbe tutte le altre forme contrattuali. Invece, si è limitato a scommettere sulla possibilità che, una volta esaurito l’effetto incentivi, sarebbe stata la ripresa a sostenere la dinamica del mercato del lavoro. Una scommessa persa, per il lavoro siamo tornati ai livelli del 2014».
Il fallimento dei tirocini solo un giovane su dieci trova un’occupazione stabile
Negli ultimi cinque anni la percentuale di trasformazione in contratti di assunzione non è mai andata oltre la soglia del 12 per cento
di Marco Patucchi
ROMA. «È la nuova frontiera del precariato». Non ha dubbi Francesco Seghezzi, esperto di mercato del lavoro, mentre snocciola le statistiche sui tirocini che ha elaborato per Adapt, il centro studi fondato da Marco Biagi: negli ultimi cinque anni la percentuale di trasformazione in contratti veri e propri non ha mai superato il 12%, neanche nei periodi di crescita esponenziale di questo strumento nato per indirizzare la formazione dei giovani verso il mercato del lavoro.
Si è passati dai 67.150 tirocini extra-curricolari (cioè svolti al di fuori dei percorsi universitari) del 2010 ai 114.879 del 2015, ma il transito verso il contratto a tempo indeterminato è rimasto comunque inchiodato all’11,8 per cento. E il dato è riferito ai tirocini di durata massima — fino a ventiquattro mesi — mentre per quelli più brevi il tasso di trasformazione è ancora più basso. Numeri che propongono un dilemma retorico: o il 90% dei giovani italiani è composto da persone assolutamente incapaci, oppure qualcosa non funziona nel sistema di vasi comunicanti tra le giovani generazioni e il mondo lavorativo. Incrociando, peraltro, gli andamenti statistici con l’evoluzione della recessione e con il dispiegarsi dei vari interventi normativi (dalla legge Fornero al Jobs Act, da Garanzia giovani alla decontribuzione sulle assunzioni), si evince come a guidare le scelte delle aziende siano le opportunità di risparmio sul costo del lavoro piuttosto che l’idea di formare e poi assumere giovani. Un rapporto di tirocinio, ricordiamolo, ha un costo che varia dai 400 ai 500 euro mensili.
Strategie opportunistiche degli imprenditori confermate dai numeri sull’apprendistato, l’altro strumento votato allo sbarco delle giovani generazioni nel mondo del lavoro: ebbene, mentre si è registrato un calo sostanzioso in coincidenza di incentivi molto forti sui contratti a tempo indeterminato, la corsa dell’apprendistato è ripresa impetuosa non appena la decontribuzione sulle assunzioni è stata ridimensionata.
Inoltre, così come per i tirocini, il tasso di trasformazione in posti di lavoro stabili non è mai decollato veramente: in base ai dati elaborati dalla Uil, nel 2013 su 229.351 rapporti di apprendistato attivati quelli trasformati in contratti a tempo indeterminato sono stati 69.635; nel 2014 la proporzione è stata di 69.271 su 231.084; nell’anno successivo 85.352 su 184.196; e nei soli primi sei mesi di quest’anno si è già arrivati a 133.081 rapporti attivati di cui 50.129 trasformati in lavoro stabile. L’effetto del ridimensionamento degli incentivi sulle strategie dei datori di lavoro è d’altro canto confermato dai dati più generali diffusi ieri dalla Cgil: il 71% delle nuove assunzioni dei primi sette mesi 2016 è con contratti a termine mentre quelli stabili sono calati del 33,7%. Nel caso dell’apprendistato, poi, l’“opportunismo” dei datori di lavoro è stato in qualche modo assecondato dalle modifiche normative del 2014: in particolare, l’abbassamento dal 50 al 20% della soglia minima di stabilizzazione degli apprendisti per maturare il diritto a fare nuovi contratti di questo tipo, o la franchigia per le aziende con meno di cinquanta dipendenti.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, anche di recente ha difeso gli strumenti messi in campo dal governo per avviare i giovani al lavoro: «In più di un milione si sono registrati fino ad oggi a Garanzia giovani: difficile definirlo un fallimento. L’apprendistato lo abbiamo semplificato e spero di poter dire che verrà stabilizzato. Quanto all’alternanza scuola-lavoro, abbiamo bisogno che diventi permanente: pensiamo ad incentivi, ma vanno trovate le risorse».
La pensa diversamente il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy: «Se il governo avesse a cuore il rafforzamento del lavoro stabile, indebolirebbe tutte le altre forme contrattuali. Invece, si è limitato a scommettere sulla possibilità che, una volta esaurito l’effetto incentivi, sarebbe stata la ripresa a sostenere la dinamica del mercato del lavoro. Una scommessa persa, per il lavoro siamo tornati ai livelli del 2014».
Il Sole 25.9.16
Perché la crisi non è uguale per tutti
Quando a crescere è il lavoro degli immigrati
di Luca Ricolfi
Che negli anni della crisi l’industria abbia perso il 20-25% della sua capacità produttiva è noto. Che il Pil si sia contratto di circa il 10% è noto. Che gli occupati totali siano diminuiti di oltre 1 milione di unità è noto. Meno noto è il fatto che esista un segmento della società italiana che, negli anni della crisi, si è rafforzato sistematicamente, senza mai perdere un colpo. Anzi, per essere precisi, questo segmento della società italiana è in costante espansione dal momento in cui esistono statistiche che lo rilevano con precisione, ossia dal 2004.
Di chi si tratta? Si tratta degli occupati immigrati. Nel secondo semestre 2008, ossia esattamente 8 anni fa, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e 600 mila.
A otto anni esatti di distanza, nel secondo semestre del 2016 (ultimo dato disponibile) sono diventati 2 milioni e 400 mila, ossia il 50% in più.
Mentre gli stranieri conquistavano inesorabilmente posti di lavoro, a un ritmo di 100 mila l’anno, gli italiani ne perdevano più di un milione. Nella fase acuta della crisi, ossia dal 2008 al 2013, i posti di lavoro occupati da italiani si sono ridotti di circa 1 milione e 800 mila unità, salvo risalire in parte la china nel corso degli ultimi due anni. A oggi il bilancio complessivo 2008-2016 si riassume in due cifre: stranieri, 800 mila posti in più; italiani 1 milione e 200 mila posti in meno.
Queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare: se guardiamo alle cifre totali, mancano “solo” 400 mila posti di lavoro per tornare al 2008, ma se guardiamo alle cifre dei soli italiani di posti di lavoro ne mancano più di 1 milione e 200 mila. Ecco perché il morale del paese è basso, e le consuete parole di conforto e incitamento sortiscono ben pochi effetti.
Ma se il crollo occupazionale degli italiani spiega alcune cose, non è così chiaro come mai gli stranieri abbiano addirittura rafforzato le loro posizioni sul mercato del lavoro. A parti invertite, ossia se gli italiani fossero andati avanti e gli stranieri indietro, i sociologi avrebbero gridato alla discriminazione. Ma le cose sono andate a rovescio, sicché risulta difficile invocare la discriminazione, a meno di pensare che i datori di lavoro siano diventati improvvisamente così progressisti, così inclusivi, così politicamente corretti da discriminare gli italiani pur di aiutare gli stranieri a trovare un lavoro.
Se pare alquanto insensato parlare di discriminazione, o meglio di “discriminazione alla rovescia”, dobbiamo cercare altre ragioni per il successo degli immigrati. A me pare che di tali ragioni ve ne siano almeno tre.
La prima è banale: negli ultimi anni il peso degli stranieri nella popolazione si è accresciuto notevolmente, e questo mero fatto non può che aumentare le probabilità che un posto vacante sia occupato da uno straniero piuttosto che da un italiano.
La seconda ragione è che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri).
La terza ragione è più generale, e probabilmente più difficile da riconoscere. Anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto “choosy” (copyright Elsa Fornero) nella ricerca di un lavoro. In tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate.
Si può deplorare quanto si vuole questa situazione, e immaginare che quelli degli italiani siano diritti negati, e la condizione degli stranieri sia di puro e bieco sfruttamento (come in effetti talora è: vedi le tante Rosarno, vedi la piaga del lavoro nero).
E tuttavia c’è anche un altro modo di raccontare le cose. Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni. Quanto a noi italiani, è certamente vero che i posti sono pochi, troppo pochi (ce ne mancano circa 6 milioni per diventare un paese appena normale, con un tasso di occupazione in media Ocse), ma purtroppo è anche vero che paghiamo lo scotto di aver liceizzato tutto – scuola e università – senza valutarne le conseguenze. In un paese che, colpevolmente, ha scarso bisogno di laureati e continua ad avere bisogno di innumerevoli competenze tecniche e professionali intermedie, aver svuotato di ogni vero saper fare la maggior parte dei diplomi di scuola secondaria superiore non è stata una grande trovata.
Forse, l’avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà e determinazione, è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto fra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto.
Perché la crisi non è uguale per tutti
Quando a crescere è il lavoro degli immigrati
di Luca Ricolfi
Che negli anni della crisi l’industria abbia perso il 20-25% della sua capacità produttiva è noto. Che il Pil si sia contratto di circa il 10% è noto. Che gli occupati totali siano diminuiti di oltre 1 milione di unità è noto. Meno noto è il fatto che esista un segmento della società italiana che, negli anni della crisi, si è rafforzato sistematicamente, senza mai perdere un colpo. Anzi, per essere precisi, questo segmento della società italiana è in costante espansione dal momento in cui esistono statistiche che lo rilevano con precisione, ossia dal 2004.
Di chi si tratta? Si tratta degli occupati immigrati. Nel secondo semestre 2008, ossia esattamente 8 anni fa, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e 600 mila.
A otto anni esatti di distanza, nel secondo semestre del 2016 (ultimo dato disponibile) sono diventati 2 milioni e 400 mila, ossia il 50% in più.
Mentre gli stranieri conquistavano inesorabilmente posti di lavoro, a un ritmo di 100 mila l’anno, gli italiani ne perdevano più di un milione. Nella fase acuta della crisi, ossia dal 2008 al 2013, i posti di lavoro occupati da italiani si sono ridotti di circa 1 milione e 800 mila unità, salvo risalire in parte la china nel corso degli ultimi due anni. A oggi il bilancio complessivo 2008-2016 si riassume in due cifre: stranieri, 800 mila posti in più; italiani 1 milione e 200 mila posti in meno.
Queste cifre spiegano molte cose, ad esempio, perché l’opinione pubblica sia così poco convinta dall’ottimismo ufficiale. La ragione è che l’opinione pubblica resta costituita soprattutto da italiani (gli stranieri sono meno del 10%), e gli italiani hanno subito una mazzata che le cifre dell’occupazione globale, inflazionate dall’avanzata degli immigrati, non sono in grado di rilevare: se guardiamo alle cifre totali, mancano “solo” 400 mila posti di lavoro per tornare al 2008, ma se guardiamo alle cifre dei soli italiani di posti di lavoro ne mancano più di 1 milione e 200 mila. Ecco perché il morale del paese è basso, e le consuete parole di conforto e incitamento sortiscono ben pochi effetti.
Ma se il crollo occupazionale degli italiani spiega alcune cose, non è così chiaro come mai gli stranieri abbiano addirittura rafforzato le loro posizioni sul mercato del lavoro. A parti invertite, ossia se gli italiani fossero andati avanti e gli stranieri indietro, i sociologi avrebbero gridato alla discriminazione. Ma le cose sono andate a rovescio, sicché risulta difficile invocare la discriminazione, a meno di pensare che i datori di lavoro siano diventati improvvisamente così progressisti, così inclusivi, così politicamente corretti da discriminare gli italiani pur di aiutare gli stranieri a trovare un lavoro.
Se pare alquanto insensato parlare di discriminazione, o meglio di “discriminazione alla rovescia”, dobbiamo cercare altre ragioni per il successo degli immigrati. A me pare che di tali ragioni ve ne siano almeno tre.
La prima è banale: negli ultimi anni il peso degli stranieri nella popolazione si è accresciuto notevolmente, e questo mero fatto non può che aumentare le probabilità che un posto vacante sia occupato da uno straniero piuttosto che da un italiano.
La seconda ragione è che, durante la crisi, la domanda di lavoro è crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed è aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri).
La terza ragione è più generale, e probabilmente più difficile da riconoscere. Anche se molto si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realtà è che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto “choosy” (copyright Elsa Fornero) nella ricerca di un lavoro. In tanti non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all’opinione che essi si sono fatti di sé stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare. L’esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate.
Si può deplorare quanto si vuole questa situazione, e immaginare che quelli degli italiani siano diritti negati, e la condizione degli stranieri sia di puro e bieco sfruttamento (come in effetti talora è: vedi le tante Rosarno, vedi la piaga del lavoro nero).
E tuttavia c’è anche un altro modo di raccontare le cose. Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni ’50 e ’60, quando il nostro livello di istruzione era più basso e non c’erano genitori e nonni disposti a mantenerci finché trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni. Quanto a noi italiani, è certamente vero che i posti sono pochi, troppo pochi (ce ne mancano circa 6 milioni per diventare un paese appena normale, con un tasso di occupazione in media Ocse), ma purtroppo è anche vero che paghiamo lo scotto di aver liceizzato tutto – scuola e università – senza valutarne le conseguenze. In un paese che, colpevolmente, ha scarso bisogno di laureati e continua ad avere bisogno di innumerevoli competenze tecniche e professionali intermedie, aver svuotato di ogni vero saper fare la maggior parte dei diplomi di scuola secondaria superiore non è stata una grande trovata.
Forse, l’avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà e determinazione, è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto fra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto.
Corriere 25.9.16
Vigilanza Rai, l’ossessione del commissario
di Aldo Grasso
Michele Anzaldi, deputato del Pd, membro della ferale Commissione di vigilanza Rai, è un cliente fedele di questa bottega. È un chiacchierone e quindi ciancia spesso di tv, di Servizio pubblico, di «stipendi faraonici», di Antonio Campo Dall’Orto, diventato ormai la sua ossessione. Ultimamente è stato durissimo: ha chiesto il commissariamento dell’amministratore delegato, lo ha paragonato a capitan Schettino (un’infamia), ha detto che non ne imbrocca una che è una, che ha trasformato il Servizio pubblico in una tv commerciale. Non si era mai vista tanta veemenza.
A nome di chi parla Anzaldi? Facciamo alcune ipotesi. Parla per se stesso. Nel qual caso, chi gli vuol bene dovrebbe spiegargli che spesso si abbandona a scempiaggini, che di tv dimostra di non capire molto. Parla per conto di Matteo Renzi. In questo caso, però, farebbe un cattivo servizio al premier. Lo dipingerebbe come uno che getta la pietra ma nasconde la mano, un pusillanime che non ha il coraggio di far fuori una sua scelta. Parla a nome del partito. Ma non era questo il governo che gridava «via le mani dei partiti dalla Rai»? Davvero il Pd è così interessato a controllare Viale Mazzini?
La mia impressione è che, in parti diverse, siano vere tutt’e tre le ipotesi. Motivo per cui la vera riforma della Rai inizierà solo quando verrà abolita la Commissione di vigilanza. Altrimenti, meglio chiudere bottega. Quella di Viale Mazzini.
Vigilanza Rai, l’ossessione del commissario
di Aldo Grasso
Michele Anzaldi, deputato del Pd, membro della ferale Commissione di vigilanza Rai, è un cliente fedele di questa bottega. È un chiacchierone e quindi ciancia spesso di tv, di Servizio pubblico, di «stipendi faraonici», di Antonio Campo Dall’Orto, diventato ormai la sua ossessione. Ultimamente è stato durissimo: ha chiesto il commissariamento dell’amministratore delegato, lo ha paragonato a capitan Schettino (un’infamia), ha detto che non ne imbrocca una che è una, che ha trasformato il Servizio pubblico in una tv commerciale. Non si era mai vista tanta veemenza.
A nome di chi parla Anzaldi? Facciamo alcune ipotesi. Parla per se stesso. Nel qual caso, chi gli vuol bene dovrebbe spiegargli che spesso si abbandona a scempiaggini, che di tv dimostra di non capire molto. Parla per conto di Matteo Renzi. In questo caso, però, farebbe un cattivo servizio al premier. Lo dipingerebbe come uno che getta la pietra ma nasconde la mano, un pusillanime che non ha il coraggio di far fuori una sua scelta. Parla a nome del partito. Ma non era questo il governo che gridava «via le mani dei partiti dalla Rai»? Davvero il Pd è così interessato a controllare Viale Mazzini?
La mia impressione è che, in parti diverse, siano vere tutt’e tre le ipotesi. Motivo per cui la vera riforma della Rai inizierà solo quando verrà abolita la Commissione di vigilanza. Altrimenti, meglio chiudere bottega. Quella di Viale Mazzini.
il manifesto 25.9.16
«Porte aperte», la sinistra pensa al dopo referendum
Battere il renzismo e «ricostruire un campo». La proposta di Furfaro, c’è anche Pisapia
L’ex sindaco di Milano: «Le differenze sono una ricchezza, finiamola con l’idea che chi ti è vicino è il tuo avversario»
di Daniela Preziosi
REGGIO CALABRIA Un no al referendum costituzionale ma anche un no a una sinistra che si blinda nel «meno siamo meglio stiamo». Appuntamento ieri in piazza nel cuore del quartiere Testaccio di Roma per «Porte Aperte», l’iniziativa messa in piedi da un bel gruppetto di ragazzi e ragazze insieme a Marco Furfaro, giovane dirigente di Sinistra italiana e prima dell’associazione Tilt. Centinaia di persone – 500 per gli organizzatori – arrivate non solo da Roma per interrogarsi anche fuori dalle stanze dei partiti su che fine ha fatto la sinistra, perché ha perso il suo popolo, e che ne sarà di lei dopo referendum. Qui si scommette sulla sconfitta di Renzi. «La sinistra o tiene le porte aperte, o non è. Dobbiamo fare come a Parigi, durante gli attacchi del terrorismo: gli abitanti hanno aperto le case a chi cercava rifugio, non si sono blindati dentro», spiega Furfaro alla fine di una giornata fitta di voci che si danno il cambio sul palco. Fra gli altri: Paola Natalicchio, ex sindaca di Molfetta, don Ettore Cannavera, fondatore della comunità Collina di Cagliari («Dobbiamo passare dal patto di stabilità al patto di umanità»), Serena Sorrentino, segretaria della Funzione pubblica Cgil, Lorenzo Marsili di European Alternatives (arriva anche un messaggio di Yanis Varoufakis), Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, Ilaria Cucchi (anche lei manda un messaggio), Anna Falcone, del comitato del No, Gianni Pastorino, consigliere regionale ligure, Linda Laura Sabatini, la statistica sociale recentemente allontanata dall’Istat. Mondi diversi, pronti a incrociare le proprie strade. A dire la sua arriva anche Giuliano Pisapia: «Bisogna passare da partitino del 2-3% a parte integrante di una maggioranza; solo così potremo trasformare l’Italia nel paese che abbiamo sempre voluto». Quanto al referendum, l’ex sindaco di Milano non si è schierato per il no e dalla platea non tarda ad arrivare la domanda. «Ho sentito tante stupidaggini dal fronte del Sì e tante stupidaggini dal fronte del No, cerchiamo di essere concreti. Quando avrete votato, avrete cambiato il paese?», «Vogliamo costruire iniziamo un percorso in cui le differenze siano una ricchezza. Costruiamo un centro-sinistra, o magari una sinistra-centro».
È il cuore del problema, alla fine lo dice anche Furfaro quando propone di «ricostruire un campo progressista». Ma per lui, a differenza dell’ex sindaco, la condizione è la vittoria del no. E non è l’unica condizione. In piazza non ci sono bandiere di Sinistra italiana, ma ci sono molti parlamentari e amministratori (Bordo, Campanella, D’Attorre, Ferrara, Nicchi, Quaranta, Piras, Ricciatti, Scotto, Smeriglio). E anche se è presto, l’iniziativa senza dirlo butta un occhio verso il congresso che si celebrerà dopo il referendum. Cercasi il segretario (di segretarie purtroppo non se ne vedono all’orizzonte) del dopo-Vendola. Ma prima serve un’idea su cosa deve fare la sinistra. Furfaro, fra i papabili (ma non il favorito dei pronostici, che invece è Nicola Fratoianni) si schermisce: «Qui non c’è un io, c’è un noi». Un noi «che non è una corrente», giura, ma l’ambizione di una comunità «inclusiva, in cui ci si ascolti con un sorriso, non una caserma». Un noi che per questo fa quadrato intorno a Pisapia, nonostante il dissenso sul referendum. Un noi che vuole «un partito grande, non un partitino del 3 per cento» (Simone Oggionni).
Va detto però che la Sel delle elezioni 2013, con il vento in poppa e un Vendola al massimo della forma (politica), prese il 3,2%; performance modesta ma determinante per far scattare il premio di maggioranza alla camera a vantaggio della oggi defunta coalizione Italia Bene Comune. Quindi la vera scommessa non è solo sul successo del futuro partito ma anche sulla sua capacità di riaprire l’ipotesi delle coalizioni seppellita dal Pd di Renzi. Ed è forte la differenza con chi, nella stessa Si, considera seppellita per sempre l’alleanza con il Pd, anche nel caso di una sconfitta di Renzi. Puntando invece sul cartello delle sinistre radicali.
Ma è presto per parlarne. La vittoria del sì farebbe tabula rasa di questi ragionamenti e come in tutto il paese anche per la sinistra scriverebbe un’altra storia. Per questo l’impegno è «tutti pancia sotto» per far vincere il no. Appuntamento stamattina ancora a Roma al Teatro de’ Servi, poi sabato 1 ottobre manifestazione a Firenze.
«Porte aperte», la sinistra pensa al dopo referendum
Battere il renzismo e «ricostruire un campo». La proposta di Furfaro, c’è anche Pisapia
L’ex sindaco di Milano: «Le differenze sono una ricchezza, finiamola con l’idea che chi ti è vicino è il tuo avversario»
di Daniela Preziosi
REGGIO CALABRIA Un no al referendum costituzionale ma anche un no a una sinistra che si blinda nel «meno siamo meglio stiamo». Appuntamento ieri in piazza nel cuore del quartiere Testaccio di Roma per «Porte Aperte», l’iniziativa messa in piedi da un bel gruppetto di ragazzi e ragazze insieme a Marco Furfaro, giovane dirigente di Sinistra italiana e prima dell’associazione Tilt. Centinaia di persone – 500 per gli organizzatori – arrivate non solo da Roma per interrogarsi anche fuori dalle stanze dei partiti su che fine ha fatto la sinistra, perché ha perso il suo popolo, e che ne sarà di lei dopo referendum. Qui si scommette sulla sconfitta di Renzi. «La sinistra o tiene le porte aperte, o non è. Dobbiamo fare come a Parigi, durante gli attacchi del terrorismo: gli abitanti hanno aperto le case a chi cercava rifugio, non si sono blindati dentro», spiega Furfaro alla fine di una giornata fitta di voci che si danno il cambio sul palco. Fra gli altri: Paola Natalicchio, ex sindaca di Molfetta, don Ettore Cannavera, fondatore della comunità Collina di Cagliari («Dobbiamo passare dal patto di stabilità al patto di umanità»), Serena Sorrentino, segretaria della Funzione pubblica Cgil, Lorenzo Marsili di European Alternatives (arriva anche un messaggio di Yanis Varoufakis), Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, Ilaria Cucchi (anche lei manda un messaggio), Anna Falcone, del comitato del No, Gianni Pastorino, consigliere regionale ligure, Linda Laura Sabatini, la statistica sociale recentemente allontanata dall’Istat. Mondi diversi, pronti a incrociare le proprie strade. A dire la sua arriva anche Giuliano Pisapia: «Bisogna passare da partitino del 2-3% a parte integrante di una maggioranza; solo così potremo trasformare l’Italia nel paese che abbiamo sempre voluto». Quanto al referendum, l’ex sindaco di Milano non si è schierato per il no e dalla platea non tarda ad arrivare la domanda. «Ho sentito tante stupidaggini dal fronte del Sì e tante stupidaggini dal fronte del No, cerchiamo di essere concreti. Quando avrete votato, avrete cambiato il paese?», «Vogliamo costruire iniziamo un percorso in cui le differenze siano una ricchezza. Costruiamo un centro-sinistra, o magari una sinistra-centro».
È il cuore del problema, alla fine lo dice anche Furfaro quando propone di «ricostruire un campo progressista». Ma per lui, a differenza dell’ex sindaco, la condizione è la vittoria del no. E non è l’unica condizione. In piazza non ci sono bandiere di Sinistra italiana, ma ci sono molti parlamentari e amministratori (Bordo, Campanella, D’Attorre, Ferrara, Nicchi, Quaranta, Piras, Ricciatti, Scotto, Smeriglio). E anche se è presto, l’iniziativa senza dirlo butta un occhio verso il congresso che si celebrerà dopo il referendum. Cercasi il segretario (di segretarie purtroppo non se ne vedono all’orizzonte) del dopo-Vendola. Ma prima serve un’idea su cosa deve fare la sinistra. Furfaro, fra i papabili (ma non il favorito dei pronostici, che invece è Nicola Fratoianni) si schermisce: «Qui non c’è un io, c’è un noi». Un noi «che non è una corrente», giura, ma l’ambizione di una comunità «inclusiva, in cui ci si ascolti con un sorriso, non una caserma». Un noi che per questo fa quadrato intorno a Pisapia, nonostante il dissenso sul referendum. Un noi che vuole «un partito grande, non un partitino del 3 per cento» (Simone Oggionni).
Va detto però che la Sel delle elezioni 2013, con il vento in poppa e un Vendola al massimo della forma (politica), prese il 3,2%; performance modesta ma determinante per far scattare il premio di maggioranza alla camera a vantaggio della oggi defunta coalizione Italia Bene Comune. Quindi la vera scommessa non è solo sul successo del futuro partito ma anche sulla sua capacità di riaprire l’ipotesi delle coalizioni seppellita dal Pd di Renzi. Ed è forte la differenza con chi, nella stessa Si, considera seppellita per sempre l’alleanza con il Pd, anche nel caso di una sconfitta di Renzi. Puntando invece sul cartello delle sinistre radicali.
Ma è presto per parlarne. La vittoria del sì farebbe tabula rasa di questi ragionamenti e come in tutto il paese anche per la sinistra scriverebbe un’altra storia. Per questo l’impegno è «tutti pancia sotto» per far vincere il no. Appuntamento stamattina ancora a Roma al Teatro de’ Servi, poi sabato 1 ottobre manifestazione a Firenze.
Repubblica 25.9.16
Roberto Fico
“No a Tutino, la Raggi ascolti le nostre ragioni”
intervista di A. Cuz.
PALERMO. Roberto Fico, lei dice che se il Movimento non tiene ferme le proprie regole e i propri valori diventa come gli altri partiti. Virginia Raggi ha seguito quei valori?
«A Roma abbiamo avuto delle difficoltà, non c’è dubbio. Quelle difficoltà potrebbero diventare un’opportunità per definire meglio le cose da fare. Quelle che abbiamo scritto nel programma e promesso sui palchi. Poi saranno anche i cittadini a dirci se stiamo sbagliando o no. Io quando sbagliamo lo faccio sempre notare. La cosa più terribile che si può fare, e qui non parlo di Virginia ma di tutto il Movimento, è nascondere qualcuno che sta sbagliando. Tutto dev’essere fatto sempre in modo trasparente e leale».
Cosa pensa del probabile nuovo assessore al Bilancio, Salvatore Tutino?
Avevate criticato la sua nomina alla Corte dei Conti.
«Deve scegliere Virginia, ma su quella persona noi abbiamo fatto delle interrogazioni parlamentari, atti motivati e scritti che è bene che un sindaco 5 stelle valuti prima di decidere. Magari ci siamo sbagliati e ha ragione il sindaco, ma quegli interventi vanno presi in considerazione».
Roberto Fico
“No a Tutino, la Raggi ascolti le nostre ragioni”
intervista di A. Cuz.
PALERMO. Roberto Fico, lei dice che se il Movimento non tiene ferme le proprie regole e i propri valori diventa come gli altri partiti. Virginia Raggi ha seguito quei valori?
«A Roma abbiamo avuto delle difficoltà, non c’è dubbio. Quelle difficoltà potrebbero diventare un’opportunità per definire meglio le cose da fare. Quelle che abbiamo scritto nel programma e promesso sui palchi. Poi saranno anche i cittadini a dirci se stiamo sbagliando o no. Io quando sbagliamo lo faccio sempre notare. La cosa più terribile che si può fare, e qui non parlo di Virginia ma di tutto il Movimento, è nascondere qualcuno che sta sbagliando. Tutto dev’essere fatto sempre in modo trasparente e leale».
Cosa pensa del probabile nuovo assessore al Bilancio, Salvatore Tutino?
Avevate criticato la sua nomina alla Corte dei Conti.
«Deve scegliere Virginia, ma su quella persona noi abbiamo fatto delle interrogazioni parlamentari, atti motivati e scritti che è bene che un sindaco 5 stelle valuti prima di decidere. Magari ci siamo sbagliati e ha ragione il sindaco, ma quegli interventi vanno presi in considerazione».
Corriere 25.9.16
L’ira dei critici: «Legga cosa dicevamo di Tutino»
di Alessandro Trocino
PALERMO L’unica Virginia Raggi che si vede a Palermo, nel pratone del Foro Italico, è raffigurata in una gigantografia eroicamente retta per ore da un romeno, Chriac Tiberiu Paul, che si autoproclama esponente di M5S Romania. La sindaca vera, invece, non è arrivata alla kermesse di «Italia a 5 Stelle» (ma ci sarà oggi). Al suo nome pronunciato sul palco da Grillo, la folla applaude. Se parli con i dirigenti dei 5 Stelle, le reazioni al nome delle Raggi sono molto diverse. In molti si sottraggono. Altri lasciano filtrare, anonimamente, perplessità.
Ma critiche arrivano anche apertis verbis . Basti sentire quel che dice Roberto Fico, quando parla di Salvatore Tutino, che sarebbe stato scelto dalla Raggi come prossimo assessore al Bilancio: «Dico solo che spero che la Raggi si sia letta le interrogazioni parlamentari che abbiamo presentato». Interrogazioni per nulla tenere con lui. Un altro membro dell’ormai defunto direttorio, Carlo Sibilia, si augura che «la sindaca ci pensi bene, quando prenderà questa decisione». Il mantra è che la Raggi è e deve essere autonoma: «Le decisioni le prende la signora», chiarisce Grillo seccamente, usando un termine non troppo affettuoso. Fatto sta che non piacciono molte delle decisioni prese dalla Raggi. E la conferma arriva da Alessandro Di Battista: «Sì, con Tutino sono stato molto duro in passato». È vero, conferma Vignaroli, «abbiamo criticato Tutino, anche se ora dobbiamo vederlo all’opera».
Piccole aperture di credito che nascondono uno scollamento sempre più evidente tra la Raggi e il Movimento. Non sono un mistero le critiche di Paola Taverna e di Carla Ruocco. Critiche non solo su Tutino, ma anche su diverse scelte precedenti, come quella di Raffaele Marra, già vicino ad Alemanno, capo del dipartimento comunale personale. Spiega un Nicola Morra sempre più movimentista: «Su Marra dobbiamo valutare il complesso dell’azione e ricordarci che siamo un metodo di condivisione e di trasparenza: per cui se questo metodo venisse violato, noi per primi dobbiamo correggerci».
E se a mettere d’accordo molti tra i dirigenti è stato il no alle Olimpiadi, le modalità non sono piaciute per nulla e i dubbi rimangono. Si vedrà oggi se la sindaca riuscirà a trovare una nuova sintonia con il Movimento.
L’ira dei critici: «Legga cosa dicevamo di Tutino»
di Alessandro Trocino
PALERMO L’unica Virginia Raggi che si vede a Palermo, nel pratone del Foro Italico, è raffigurata in una gigantografia eroicamente retta per ore da un romeno, Chriac Tiberiu Paul, che si autoproclama esponente di M5S Romania. La sindaca vera, invece, non è arrivata alla kermesse di «Italia a 5 Stelle» (ma ci sarà oggi). Al suo nome pronunciato sul palco da Grillo, la folla applaude. Se parli con i dirigenti dei 5 Stelle, le reazioni al nome delle Raggi sono molto diverse. In molti si sottraggono. Altri lasciano filtrare, anonimamente, perplessità.
Ma critiche arrivano anche apertis verbis . Basti sentire quel che dice Roberto Fico, quando parla di Salvatore Tutino, che sarebbe stato scelto dalla Raggi come prossimo assessore al Bilancio: «Dico solo che spero che la Raggi si sia letta le interrogazioni parlamentari che abbiamo presentato». Interrogazioni per nulla tenere con lui. Un altro membro dell’ormai defunto direttorio, Carlo Sibilia, si augura che «la sindaca ci pensi bene, quando prenderà questa decisione». Il mantra è che la Raggi è e deve essere autonoma: «Le decisioni le prende la signora», chiarisce Grillo seccamente, usando un termine non troppo affettuoso. Fatto sta che non piacciono molte delle decisioni prese dalla Raggi. E la conferma arriva da Alessandro Di Battista: «Sì, con Tutino sono stato molto duro in passato». È vero, conferma Vignaroli, «abbiamo criticato Tutino, anche se ora dobbiamo vederlo all’opera».
Piccole aperture di credito che nascondono uno scollamento sempre più evidente tra la Raggi e il Movimento. Non sono un mistero le critiche di Paola Taverna e di Carla Ruocco. Critiche non solo su Tutino, ma anche su diverse scelte precedenti, come quella di Raffaele Marra, già vicino ad Alemanno, capo del dipartimento comunale personale. Spiega un Nicola Morra sempre più movimentista: «Su Marra dobbiamo valutare il complesso dell’azione e ricordarci che siamo un metodo di condivisione e di trasparenza: per cui se questo metodo venisse violato, noi per primi dobbiamo correggerci».
E se a mettere d’accordo molti tra i dirigenti è stato il no alle Olimpiadi, le modalità non sono piaciute per nulla e i dubbi rimangono. Si vedrà oggi se la sindaca riuscirà a trovare una nuova sintonia con il Movimento.
Corriere 25.9.16
Raggi rinvia il confronto con i 5 Stelle I nuovi assessori sono già a rischio
di Andrea Arzilli
Palazzo crollato, la sindaca ieri ha rinunciato alla kermesse. I problemi sulle nomine
ROMA Virginia Raggi arriverà soltanto stamani a Palermo. A rallentare il suo percorso di avvicinamento al palco del M5S, che avrebbe dovuto condividere con la sindaca di Torino, Chiara Appendino, la sopravvenuta incertezza sulla sua squadra per Roma, proprio quella che avrebbe voluto presentare alla kermesse: le tre scelte appena prese — Salvatore Tutino al Bilancio, Alessandro Gennaro alle Partecipate e Gianluca Berruti all’anticorruzione — sono già in bilico.
La sua giornata di ieri era cominciata con il crollo della palazzina e il rinvio della partenza. Ma nella telefonata a Grillo la sindaca avrebbe fornito altre spiegazioni: «Beppe, qua non posso mollare sennò riscoppia il caos». Come l’abbia presa il fondatore traspare dalle sue dichiarazioni successive: per il leader, la sindaca diventa «la signora». Mentre i vertici nazionali ripetono come un mantra che le decisioni a Roma, le prende Virginia, quasi a segnare la distanza.
In questo clima Raggi è tornata al lavoro sulle nomine. Tutino resta papabile. Ma ci sono dei problemi sui tempi: la nomina potrebbe slittare di settimane visto che per il magistrato c’è il passaggio formale al Consiglio di presidenza della Corte dei conti per la richiesta di aspettativa senza assegni. Raggi avrebbe voluto bypassare questo step, per questo cercava un magistrato «ex». Invece i calcoli si sono rivelati approssimativi: «Non sono un pensionato, lunedì vado regolarmente a lavoro», dice Tutino che non conferma né smentisce la proposta della Raggi(«Su questo preferisco non rispondere, capirà...»).
E poi ci sono le vecchie polemiche con i vertici del Movimento per la pensione d’oro che, nonostante ieri il tentativo di smorzare di Di Battista hanno finito con l’entrare in circolo. «Io della casta? Non ho mai ricevuto regali», dice Tutino che, forse, non ha ancora digerito quelle accuse.
È un problema che mette a rischio lo schema di Raggi. Se Tutino non è sicuro del Bilancio, vacilla anche la scelta per le Partecipate, il 39enne Alessandro Gennaro. Berruti invece, potrebbe pagare la presunta frequentazione del fratello con una figlia del presidente del Coni, Giovanni Malagò. E c’è fermento tra i consiglieri M5S: alcuni hanno risposto alla mail del Coni che sollecitava di opporsi alla mozione del no alle Olimpiadi anche se l’indicazione del capogruppo Paolo Ferrara, era contraria. La giunta, per blindare il no in Consiglio pensa a emanare una delibera.
Raggi rinvia il confronto con i 5 Stelle I nuovi assessori sono già a rischio
di Andrea Arzilli
Palazzo crollato, la sindaca ieri ha rinunciato alla kermesse. I problemi sulle nomine
ROMA Virginia Raggi arriverà soltanto stamani a Palermo. A rallentare il suo percorso di avvicinamento al palco del M5S, che avrebbe dovuto condividere con la sindaca di Torino, Chiara Appendino, la sopravvenuta incertezza sulla sua squadra per Roma, proprio quella che avrebbe voluto presentare alla kermesse: le tre scelte appena prese — Salvatore Tutino al Bilancio, Alessandro Gennaro alle Partecipate e Gianluca Berruti all’anticorruzione — sono già in bilico.
La sua giornata di ieri era cominciata con il crollo della palazzina e il rinvio della partenza. Ma nella telefonata a Grillo la sindaca avrebbe fornito altre spiegazioni: «Beppe, qua non posso mollare sennò riscoppia il caos». Come l’abbia presa il fondatore traspare dalle sue dichiarazioni successive: per il leader, la sindaca diventa «la signora». Mentre i vertici nazionali ripetono come un mantra che le decisioni a Roma, le prende Virginia, quasi a segnare la distanza.
In questo clima Raggi è tornata al lavoro sulle nomine. Tutino resta papabile. Ma ci sono dei problemi sui tempi: la nomina potrebbe slittare di settimane visto che per il magistrato c’è il passaggio formale al Consiglio di presidenza della Corte dei conti per la richiesta di aspettativa senza assegni. Raggi avrebbe voluto bypassare questo step, per questo cercava un magistrato «ex». Invece i calcoli si sono rivelati approssimativi: «Non sono un pensionato, lunedì vado regolarmente a lavoro», dice Tutino che non conferma né smentisce la proposta della Raggi(«Su questo preferisco non rispondere, capirà...»).
E poi ci sono le vecchie polemiche con i vertici del Movimento per la pensione d’oro che, nonostante ieri il tentativo di smorzare di Di Battista hanno finito con l’entrare in circolo. «Io della casta? Non ho mai ricevuto regali», dice Tutino che, forse, non ha ancora digerito quelle accuse.
È un problema che mette a rischio lo schema di Raggi. Se Tutino non è sicuro del Bilancio, vacilla anche la scelta per le Partecipate, il 39enne Alessandro Gennaro. Berruti invece, potrebbe pagare la presunta frequentazione del fratello con una figlia del presidente del Coni, Giovanni Malagò. E c’è fermento tra i consiglieri M5S: alcuni hanno risposto alla mail del Coni che sollecitava di opporsi alla mozione del no alle Olimpiadi anche se l’indicazione del capogruppo Paolo Ferrara, era contraria. La giunta, per blindare il no in Consiglio pensa a emanare una delibera.
Il Sole 25.9.16
Il rientro di Grillo come Mr. Wolf
di Lina Palmerini
«Sono Mr. Wolf e risolvo problemi». È una delle battute più note del film di Tarantino Pulp Fiction e calza alla perfezione al ruolo che Grillo ha oggi nel Movimento. Le divisioni infuriano, si litiga anche su chi andrà in tv, e il fondatore è costretto a tornare dopo il suo passo indietro.
«Ebbene sì, sono rientrato, avevo fatto un passo indietro ma sì, sono tornato». Beppe Grillo è di nuovo sulla scena ed è una scelta che racconta tutte le difficoltà di questo momento. Difficoltà che il fondatore non nega ma che anzi sembra ammettere quando parla di errori e della necessità di avviare una seconda fase per i 5 Stelle. Abbiamo urlato, abbiamo protestato – dice – ma adesso è il tempo di organizzarci. Perché il nodo è tutto lì. In una struttura organizzativa che è franata dopo la conquista della Capitale. E che ha mostrato la debolezza dei protagonisti del direttorio, gli sbagli, le gelosie, le divisioni su chi e come debba essere guidato il Movimento.
Lo ha annunciato lui stesso alla platea di Palermo, dove si svolge la festa nazionale del Movimento: due giorni per ritrovare un orgoglio e soprattutto quell’identità fondata sulla diversità che invece si è persa nei primi mesi di amministrazione a Roma. Dov’è la novità? È questa la domanda che fa più male ai 5 Stelle e che in troppi cominciano a chiedersi. Perché dire “no” alle Olimpiadi non basta a coprire tutti gli altri aspetti in cui i grillini si sono rivelati troppo simili agli altri. Il titolo del Manifesto di ieri diceva: «Penta partito» e sullo sfondo la foto dei 5 del direttorio. Come fosse un ritorno all’antico, a quelle lotte tra correnti a cui avevano abituato i partiti della prima repubblica. Un direttorio di fatto commissariato dal ritorno di Grillo che arriva per riconquistare il marchio – un po' appannato – delle origini, per appianare i disaccordi, troppi.
Si litiga perfino su chi andrà in tv che è davvero un paradosso per una forza che si era imposta rifiutando le apparizioni televisive, i confronti nei talk show. Tant’è che l’altro annuncio di ieri è che verrà approvato un regolamento interno per stabilire chi dovrà partecipare alle trasmissioni. «Andrà solo chi parlerà di programma», diceva il fondatore ammettendo la normalità della gelosia verso i leader grillini. E anche questo lentamente li fa somigliare ai politici che sembravano disprezzare. Il loro slogan era “uno vale uno” e invece si è accesa troppo in fretta la corsa a superarsi.
«Con tutto il casino che hanno fatto i giornali su Roma, abbiamo perso solo un punto o due: vuol dire che non contano più nulla». In queste parole di Grillo - che purtroppo ricordano Berlusconi e Renzi – c’è però una mezza verità perché la preoccupazione esiste se quel passo indietro promesso non è più possibile. E dunque torna il fondatore come fosse Mr. Wolf, uno dei protagonisti del film di Tarantino, Pulp Fiction, che veniva chiamato a risolvere i problemi più complessi. Problemi e contraddizioni. Perché, per esempio, sulla legge elettorale c’è ancora molta confusione nelle loro argomentazioni. «Vogliono cambiare l'Italicum perché non vogliono farci vincere», diceva ieri il comico genovese ma la storia parlamentare racconta invece di un Movimento fortemente ostile a quella legge mai votata. E soprattutto a smentire Grillo c’è la proposta firmata dai 5 Stelle – il ritorno al sistema proporzionale con preferenze - che complica la via per la vittoria dei pentastellati. E invece l’obiettivo, confermato ieri da Grillo, è la conquista del Paese. Ma il test di quella sfida è Roma. Che resta una città complessa anche per Mr. Wolf.
Il rientro di Grillo come Mr. Wolf
di Lina Palmerini
«Sono Mr. Wolf e risolvo problemi». È una delle battute più note del film di Tarantino Pulp Fiction e calza alla perfezione al ruolo che Grillo ha oggi nel Movimento. Le divisioni infuriano, si litiga anche su chi andrà in tv, e il fondatore è costretto a tornare dopo il suo passo indietro.
«Ebbene sì, sono rientrato, avevo fatto un passo indietro ma sì, sono tornato». Beppe Grillo è di nuovo sulla scena ed è una scelta che racconta tutte le difficoltà di questo momento. Difficoltà che il fondatore non nega ma che anzi sembra ammettere quando parla di errori e della necessità di avviare una seconda fase per i 5 Stelle. Abbiamo urlato, abbiamo protestato – dice – ma adesso è il tempo di organizzarci. Perché il nodo è tutto lì. In una struttura organizzativa che è franata dopo la conquista della Capitale. E che ha mostrato la debolezza dei protagonisti del direttorio, gli sbagli, le gelosie, le divisioni su chi e come debba essere guidato il Movimento.
Lo ha annunciato lui stesso alla platea di Palermo, dove si svolge la festa nazionale del Movimento: due giorni per ritrovare un orgoglio e soprattutto quell’identità fondata sulla diversità che invece si è persa nei primi mesi di amministrazione a Roma. Dov’è la novità? È questa la domanda che fa più male ai 5 Stelle e che in troppi cominciano a chiedersi. Perché dire “no” alle Olimpiadi non basta a coprire tutti gli altri aspetti in cui i grillini si sono rivelati troppo simili agli altri. Il titolo del Manifesto di ieri diceva: «Penta partito» e sullo sfondo la foto dei 5 del direttorio. Come fosse un ritorno all’antico, a quelle lotte tra correnti a cui avevano abituato i partiti della prima repubblica. Un direttorio di fatto commissariato dal ritorno di Grillo che arriva per riconquistare il marchio – un po' appannato – delle origini, per appianare i disaccordi, troppi.
Si litiga perfino su chi andrà in tv che è davvero un paradosso per una forza che si era imposta rifiutando le apparizioni televisive, i confronti nei talk show. Tant’è che l’altro annuncio di ieri è che verrà approvato un regolamento interno per stabilire chi dovrà partecipare alle trasmissioni. «Andrà solo chi parlerà di programma», diceva il fondatore ammettendo la normalità della gelosia verso i leader grillini. E anche questo lentamente li fa somigliare ai politici che sembravano disprezzare. Il loro slogan era “uno vale uno” e invece si è accesa troppo in fretta la corsa a superarsi.
«Con tutto il casino che hanno fatto i giornali su Roma, abbiamo perso solo un punto o due: vuol dire che non contano più nulla». In queste parole di Grillo - che purtroppo ricordano Berlusconi e Renzi – c’è però una mezza verità perché la preoccupazione esiste se quel passo indietro promesso non è più possibile. E dunque torna il fondatore come fosse Mr. Wolf, uno dei protagonisti del film di Tarantino, Pulp Fiction, che veniva chiamato a risolvere i problemi più complessi. Problemi e contraddizioni. Perché, per esempio, sulla legge elettorale c’è ancora molta confusione nelle loro argomentazioni. «Vogliono cambiare l'Italicum perché non vogliono farci vincere», diceva ieri il comico genovese ma la storia parlamentare racconta invece di un Movimento fortemente ostile a quella legge mai votata. E soprattutto a smentire Grillo c’è la proposta firmata dai 5 Stelle – il ritorno al sistema proporzionale con preferenze - che complica la via per la vittoria dei pentastellati. E invece l’obiettivo, confermato ieri da Grillo, è la conquista del Paese. Ma il test di quella sfida è Roma. Che resta una città complessa anche per Mr. Wolf.
Il Sole 25.9.16
Berlusconi si converte al proporzionale per rientrare in partita
di Roberto D’Alimonte
La voglia di proporzionale si st a diffondendo a macchia d’olio. Ma non è una sorpresa. Il nostro in fondo è sempre stato un paese più proporzionale che maggioritario. L’idea che una minoranza possa diventare maggioranza attraverso il sistema elettorale fa fatica ad essere accettata a livello di massa. E certamente non piace alla maggioranza della nostra classe politica che preferisce sistemi in cui la formazione dei governi avviene dopo il voto e non con il voto. Il maggioritario è arrivato nel 1994 per caso. Grazie a un referendum che gli elettori non potevano capire ma che hanno utilizzato per esprimere rabbia e voglia di cambiamento. Dietro quel voto non si è sviluppata una cultura diffusa a sostegno dell’idea che la stabilità dei governi sia tanto importante quanto la rappresentatività dei parlamenti.
Nonostante ciò, il maggioritario è sopravvissuto. Grazie soprattutto a Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia lo ha sfruttato per riunire intorno a sé e al suo partito i vari pezzi di una destra frammentata e eterogenea. Lo ha fatto prima con i collegi uninominali della legge Mattarella e la creazione di Poli e di Case. Poi ha sostituito nel 2005 quei collegi con il premio di maggioranza del famigerato porcellum. Lo strumento era diverso ma l’obiettivo era lo stesso: l’unificazione del centrodestra. Con il porcellum ha sfiorato la vittoria nel 2006. Ha vinto nel 2008. E ha sfiorato di nuovo la vittoria alla Camera nel 2013. Poi è arrivata la sentenza della Consulta del gennaio 2014 che ha resuscitato il proporzionale. Ma è arrivato anche Matteo Renzi cui il proporzionale non piaceva affatto. Il segretario del Pd ha trovato in Berlusconi un alleato per tornare al maggioritario. L’Italicum è nato così. Ed è stato approvato con i voti di Fi fino alla conclusione del suo iter parlamentare.
Oggi le convenienze sono cambiate. Berlusconi non ha più interesse ad un sistema maggioritario. Soprattutto un sistema come l’Italicum che assicura sempre e comunque una maggioranza di seggi a chi vince. Non gli conviene più. L’Italicum è stato negoziato e approvato in un periodo in cui Berlusconi nutriva ancora la convinzione che sarebbe riuscito a fare di Fi il collante del centrodestra, come dal 1994 in avanti. All’epoca era certo che con la sua leadership questo schieramento sarebbe tornato competitivo, tanto da potersi giocare la vittoria con il Pd di Renzi. Per questo ha accettato il ballottaggio. Ne era talmente convinto che non si è opposto alla richiesta di Renzi di assegnare il premio non alla coalizione ma alla lista. Questa convinzione oggi è svanita. E nemmeno Stefano Parisi sembra in grado di rivitalizzarla. Nelle condizioni in cui è, e in cui presumibilmente rimarrà nel medio termine, il centrodestra non solo non ha chance di vincere ma nemmeno di arrivare al ballottaggio. Il secondo posto al secondo turno dell’Italicum è molto probabile che vada al M5s. Berlusconi è arrivato a questa - per lui triste - conclusione. E allora un sistema elettorale che lo relegherebbe ai margini della politica non va bene. Molto meglio un sistema proporzionale. Magari corretto. Ma non troppo. Basta fare due conti. Anche se il Pd di Renzi arrivasse al 35% dei seggi, con chi farebbe il governo? C’è qualcuno ancora disposto a credere che sia possibile un governo Pd-M5s? Beh, se c’è non è certamente l’attuale premier. Ma l’idea di un governo Renzi-Di Maio è divertente. Più realistica è la soluzione di un governo Pd-Fi. Sempreché ci siano i numeri. Perché a pensar male, si corre il rischio che i due partiti non bastino. E potrebbe essere un bel problema. Che sia Renzi a presiederlo è cosa dubbia. Ma non è questo il punto. Chiunque sia il futuro premier, Fi - anche con il 12 % dei seggi - sarebbe indispensabile per fare qualunque governo. Ed è questo che conta per Berlusconi. Visto che non può vincere, gli va bene anche partecipare. Evviva dunque il proporzionale! Che non vada bene al paese è un dettaglio. Intanto vediamo che succede tra referendum e Consulta.
Berlusconi si converte al proporzionale per rientrare in partita
di Roberto D’Alimonte
La voglia di proporzionale si st a diffondendo a macchia d’olio. Ma non è una sorpresa. Il nostro in fondo è sempre stato un paese più proporzionale che maggioritario. L’idea che una minoranza possa diventare maggioranza attraverso il sistema elettorale fa fatica ad essere accettata a livello di massa. E certamente non piace alla maggioranza della nostra classe politica che preferisce sistemi in cui la formazione dei governi avviene dopo il voto e non con il voto. Il maggioritario è arrivato nel 1994 per caso. Grazie a un referendum che gli elettori non potevano capire ma che hanno utilizzato per esprimere rabbia e voglia di cambiamento. Dietro quel voto non si è sviluppata una cultura diffusa a sostegno dell’idea che la stabilità dei governi sia tanto importante quanto la rappresentatività dei parlamenti.
Nonostante ciò, il maggioritario è sopravvissuto. Grazie soprattutto a Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia lo ha sfruttato per riunire intorno a sé e al suo partito i vari pezzi di una destra frammentata e eterogenea. Lo ha fatto prima con i collegi uninominali della legge Mattarella e la creazione di Poli e di Case. Poi ha sostituito nel 2005 quei collegi con il premio di maggioranza del famigerato porcellum. Lo strumento era diverso ma l’obiettivo era lo stesso: l’unificazione del centrodestra. Con il porcellum ha sfiorato la vittoria nel 2006. Ha vinto nel 2008. E ha sfiorato di nuovo la vittoria alla Camera nel 2013. Poi è arrivata la sentenza della Consulta del gennaio 2014 che ha resuscitato il proporzionale. Ma è arrivato anche Matteo Renzi cui il proporzionale non piaceva affatto. Il segretario del Pd ha trovato in Berlusconi un alleato per tornare al maggioritario. L’Italicum è nato così. Ed è stato approvato con i voti di Fi fino alla conclusione del suo iter parlamentare.
Oggi le convenienze sono cambiate. Berlusconi non ha più interesse ad un sistema maggioritario. Soprattutto un sistema come l’Italicum che assicura sempre e comunque una maggioranza di seggi a chi vince. Non gli conviene più. L’Italicum è stato negoziato e approvato in un periodo in cui Berlusconi nutriva ancora la convinzione che sarebbe riuscito a fare di Fi il collante del centrodestra, come dal 1994 in avanti. All’epoca era certo che con la sua leadership questo schieramento sarebbe tornato competitivo, tanto da potersi giocare la vittoria con il Pd di Renzi. Per questo ha accettato il ballottaggio. Ne era talmente convinto che non si è opposto alla richiesta di Renzi di assegnare il premio non alla coalizione ma alla lista. Questa convinzione oggi è svanita. E nemmeno Stefano Parisi sembra in grado di rivitalizzarla. Nelle condizioni in cui è, e in cui presumibilmente rimarrà nel medio termine, il centrodestra non solo non ha chance di vincere ma nemmeno di arrivare al ballottaggio. Il secondo posto al secondo turno dell’Italicum è molto probabile che vada al M5s. Berlusconi è arrivato a questa - per lui triste - conclusione. E allora un sistema elettorale che lo relegherebbe ai margini della politica non va bene. Molto meglio un sistema proporzionale. Magari corretto. Ma non troppo. Basta fare due conti. Anche se il Pd di Renzi arrivasse al 35% dei seggi, con chi farebbe il governo? C’è qualcuno ancora disposto a credere che sia possibile un governo Pd-M5s? Beh, se c’è non è certamente l’attuale premier. Ma l’idea di un governo Renzi-Di Maio è divertente. Più realistica è la soluzione di un governo Pd-Fi. Sempreché ci siano i numeri. Perché a pensar male, si corre il rischio che i due partiti non bastino. E potrebbe essere un bel problema. Che sia Renzi a presiederlo è cosa dubbia. Ma non è questo il punto. Chiunque sia il futuro premier, Fi - anche con il 12 % dei seggi - sarebbe indispensabile per fare qualunque governo. Ed è questo che conta per Berlusconi. Visto che non può vincere, gli va bene anche partecipare. Evviva dunque il proporzionale! Che non vada bene al paese è un dettaglio. Intanto vediamo che succede tra referendum e Consulta.
La Stampa 25.9.16
Il premier e la flessibilità
Ecco il piano B con la Ue per avere 10 miliardi
Con una clausola sulle emergenze il governo cerca di strappare il sì
di Alessandro Barbera
Con una certa dose di malizia intellettuale al Tesoro lo definiscono «il ritorno alle origini»: le origini della moneta unica. La soluzione scelta da via XX settembre per rompere il muro di fronte al quale è andata a sbattere la nuova richiesta di flessibilità all’Europa risale al Trattato di Maastricht. Si chiama «clausola per le circostanze eccezionali», ed è quella con cui il governo sta cercando di convincere la Commissione guidata da Jean Claude Juncker a portare il deficit dell’anno prossimo dall’1,8 indicato la scorsa primavera fino al 2,3 per cento necessario a finanziare la manovra immaginata fin qui. Dieci miliardi di euro: non pochi per un governo il cui debito pubblico non accenna a scendere, probabilmente non abbastanza per far naufragare la trattativa. «Non faremo nuove richieste di flessibilità», dice spesso Pier Carlo Padoan. E in effetti le due eccezioni alle regole imposte dal Patto di Stabilità, quelle per le riforme e gli investimenti, sono state accantonate fra le proteste italiane. Juncker avrebbe voluto concederle ogni anno in nome delle riforme approvate, un voto successivo dell’Ecofin a trazione tedesca - la plenaria dei ministri delle finanze dei 28 - ha sancito che no, quelle clausole possono essere fatte valere solo una tantum. Così Padoan, fedele al principio “nulla fuori delle regole” ha sfoderato l’ultima carta.
Le ragioni presentate a Bruxelles sono tre. La prima: i costi per gestire l’emergenza migranti. Questo è un punto sul quale gli sherpa italiani battono il chiodo dall’inizio dell’anno: il governo argomenta che le spese sostenute dall’inizio della crisi sono ben superiori a quelli fin qui riconosciute. Una tabella allegata all’ultimo documento di economia e finanza disegna una curva in costante crescita: un miliardo nel 2011, uno e mezzo nel 2012, 1,6 nel 2013, 2,5 nel 2014, quasi 3,5 nel 2015. In queste ore la trattativa fra Padoan e il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici su quanto riconoscere nel 2017 oscilla attorno ai tre miliardi. Poi c’è la questione delle spese per la ricostruzione delle aree terremotate: l’Italia chiede di ottenere uno sconto non inferiore ai due miliardi. Anche qui le regole dicono cose piuttosto precise: l’esclusione dal patto di Stabilità dovrebbe riguardare solo le spese per l’effettiva emergenza, ma dalle parole di Renzi si capisce che la battaglia è per ottenere di più. Quando parla dell’importanza di dare stabilità «alle scuole e ai figli più che alle burocrazie comunitarie» è perché vuole far rientrare nello sconto anche quanto necessario alla ricostruzione degli edifici pubblici. Infine c’è il capitolo sicurezza, legato sia alla gestione dei migranti che alla lotta al terrorismo. In tutto fanno 6,5 miliardi, ai quali però il Tesoro ha aggiunto due postille. Una è la mancata approvazione della riforma del cosiddetto «prodotto potenziale», un meccanismo che penalizza l’Italia e per la quale il governo ha il sostegno di ben sette Paesi dell’area euro. Su questo la Commissione ha già fatto sapere che in attesa delle nuove modalità ne terrà conto «con intelligenza». L’altro escamotage che avvicina lo sconto ai dieci miliardi è l’aumento del deficit per il 2017 per via della minor crescita di quest’anno: se l’impegno a primavera era di fermarsi all’1,8 per cento, ora nella bozza della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) c’è scritto che l’Italia non riuscirebbe in ogni caso a garantire un indebitamento inferiore al due.
A questo punto la gran parte dei lettori sarà ampiamente annoiata, ma attorno a queste complicate alchimie Renzi si gioca la qualità della prossima manovra e la sopravvivenza nelle stanze di Palazzo Chigi fino alle prossime elezioni. Anche ieri fra i protagonisti della trattativa ci sono stati lunghi contatti. Le distanze sono minime e prevale l’ottimismo per un accordo entro lunedì sera, quando il consiglio dei ministri approverà i numeri aggiornati sullo stato dei conti pubblici.
Il premier e la flessibilità
Ecco il piano B con la Ue per avere 10 miliardi
Con una clausola sulle emergenze il governo cerca di strappare il sì
di Alessandro Barbera
Con una certa dose di malizia intellettuale al Tesoro lo definiscono «il ritorno alle origini»: le origini della moneta unica. La soluzione scelta da via XX settembre per rompere il muro di fronte al quale è andata a sbattere la nuova richiesta di flessibilità all’Europa risale al Trattato di Maastricht. Si chiama «clausola per le circostanze eccezionali», ed è quella con cui il governo sta cercando di convincere la Commissione guidata da Jean Claude Juncker a portare il deficit dell’anno prossimo dall’1,8 indicato la scorsa primavera fino al 2,3 per cento necessario a finanziare la manovra immaginata fin qui. Dieci miliardi di euro: non pochi per un governo il cui debito pubblico non accenna a scendere, probabilmente non abbastanza per far naufragare la trattativa. «Non faremo nuove richieste di flessibilità», dice spesso Pier Carlo Padoan. E in effetti le due eccezioni alle regole imposte dal Patto di Stabilità, quelle per le riforme e gli investimenti, sono state accantonate fra le proteste italiane. Juncker avrebbe voluto concederle ogni anno in nome delle riforme approvate, un voto successivo dell’Ecofin a trazione tedesca - la plenaria dei ministri delle finanze dei 28 - ha sancito che no, quelle clausole possono essere fatte valere solo una tantum. Così Padoan, fedele al principio “nulla fuori delle regole” ha sfoderato l’ultima carta.
Le ragioni presentate a Bruxelles sono tre. La prima: i costi per gestire l’emergenza migranti. Questo è un punto sul quale gli sherpa italiani battono il chiodo dall’inizio dell’anno: il governo argomenta che le spese sostenute dall’inizio della crisi sono ben superiori a quelli fin qui riconosciute. Una tabella allegata all’ultimo documento di economia e finanza disegna una curva in costante crescita: un miliardo nel 2011, uno e mezzo nel 2012, 1,6 nel 2013, 2,5 nel 2014, quasi 3,5 nel 2015. In queste ore la trattativa fra Padoan e il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici su quanto riconoscere nel 2017 oscilla attorno ai tre miliardi. Poi c’è la questione delle spese per la ricostruzione delle aree terremotate: l’Italia chiede di ottenere uno sconto non inferiore ai due miliardi. Anche qui le regole dicono cose piuttosto precise: l’esclusione dal patto di Stabilità dovrebbe riguardare solo le spese per l’effettiva emergenza, ma dalle parole di Renzi si capisce che la battaglia è per ottenere di più. Quando parla dell’importanza di dare stabilità «alle scuole e ai figli più che alle burocrazie comunitarie» è perché vuole far rientrare nello sconto anche quanto necessario alla ricostruzione degli edifici pubblici. Infine c’è il capitolo sicurezza, legato sia alla gestione dei migranti che alla lotta al terrorismo. In tutto fanno 6,5 miliardi, ai quali però il Tesoro ha aggiunto due postille. Una è la mancata approvazione della riforma del cosiddetto «prodotto potenziale», un meccanismo che penalizza l’Italia e per la quale il governo ha il sostegno di ben sette Paesi dell’area euro. Su questo la Commissione ha già fatto sapere che in attesa delle nuove modalità ne terrà conto «con intelligenza». L’altro escamotage che avvicina lo sconto ai dieci miliardi è l’aumento del deficit per il 2017 per via della minor crescita di quest’anno: se l’impegno a primavera era di fermarsi all’1,8 per cento, ora nella bozza della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) c’è scritto che l’Italia non riuscirebbe in ogni caso a garantire un indebitamento inferiore al due.
A questo punto la gran parte dei lettori sarà ampiamente annoiata, ma attorno a queste complicate alchimie Renzi si gioca la qualità della prossima manovra e la sopravvivenza nelle stanze di Palazzo Chigi fino alle prossime elezioni. Anche ieri fra i protagonisti della trattativa ci sono stati lunghi contatti. Le distanze sono minime e prevale l’ottimismo per un accordo entro lunedì sera, quando il consiglio dei ministri approverà i numeri aggiornati sullo stato dei conti pubblici.
Repubblica 25.9.16
Renzi batte i pugni in Europa ma in Italia stia sereno
L’europeismo al quale anche lui è approdato non avanza anzi fa passi indietro
di Eugenio Scalfari
DAL vertice europeo di Bratislava ad oggi è passata una decina di giorni durante i quali si è consumata una rottura tra Renzi e l’Europa di stampo franco-tedesco con vasto seguito dei Paesi che sentono l’egemonia della Germania e vi si conformano.
Renzi è praticamente solo e desidera esserlo. «Non voglio vivacchiare rispettando i comodi dell’asse franco-tedesco. Vivacchiare per un anno, aspettando che Francia e Germania abbiano risolto i loro problemi elettorali».
Il mondo occidentale, Giappone compreso, è agitato da problemi interni e internazionali estremamente complessi e preoccupanti che si intrecciano tra loro. Tutto è sempre più sconnesso e l’Europa peggio degli altri. Una Confederazione di 27 Paesi, ciascuno aggrappato alla propria sovranità nazionale mentre dovrebbero rafforzare l’Europa almeno per quanto riguarda la politica economica, quella delle migrazioni di massa e quella estera e militare. Per un periodo è sembrato che i Paesi di maggior rilievo e soprattutto i 19 che hanno adottato da diciotto anni la moneta comune, si fossero orientati in questo senso ed avessero capito che era necessario un cambiamento delle istituzioni europee. Ma l’illusione è durata assai poco. Questa strada è stata abbandonata da tutti, salvo che da Renzi e in tutt’altra misura ma con analoghi intenti da Mario Draghi.
Che il nostro presidente del Consiglio abbia attenuato e per certi aspetti abbandonato il proprio nazionalismo nessuno se lo aspettava e invece è accaduto.
LA SUA conversione al manifesto di Ventotene ha concluso una fase transitoria durante la quale Renzi ha cercato di costruire una sua politica europeista ed un proprio ruolo che allineasse l’Italia ai grandi dell’Europa. Del resto siamo tra gli Stati fondatori, a cominciare dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, dai trattati di Roma del 1957, dalla nascita dell’Unione europea, dall’adozione della moneta comune nel 1999 ed alla redazione della Costituzione europea, firmata da Giscard d’Estaing e da Giuliano Amato. Purtroppo però quella Costituzione fu bocciata dai referendum indetti in Francia e in Olanda.
Questa per sommi capi è stata la storia europeista italiana, portata avanti da personaggi come Altiero Spinelli, De Gasperi, Guido Carli, Giuliano Amato, Prodi, Ciampi, Napolitano, Draghi ed ora Renzi che batte il pugno sul tavolo quando quell’europeismo al quale anche lui è approdato non riesce ad avanzare, anzi fa preoccupanti passi indietro.
***
Molti sostengono che battere i pugni è un pessimo metodo, tipico di Renzi in tutte le occasioni in Italia e in Europa. Per quanto riguarda l’Italia hanno ragione: siamo una democrazia parlamentare e il Parlamento rappresenta il popolo sovrano, sia che abbia forme bicamerali o monocamerali. In Europa è diverso: il Parlamento è formato da partiti eletti dai singoli Paesi e non dal popolo nella sua cittadinanza europea. La cittadinanza europea esiste a parole ma non è in una Costituzione. Non esiste una Costituzione europea, sostituita da un Trattato di Lisbona che si limita a stabilire alcuni principi estremamente elastici. I partiti i cui rappresentanti occupano i seggi parlamentari e le singole commissioni a Bruxelles e a Strasburgo l’assemblea che si riunisce una volta al mese sono eletti dai singoli Paesi e quindi non rappresentano il popolo sovrano europeo. Non lo rappresentano perché, come abbiamo già detto, non esiste.
Le conseguenze si vedono ad occhio nudo: 8 Paesi su 27 hanno monete proprie e non quella comune. Il patto di Schengen che non prevede confini intraeuropei è accettato soltanto da alcuni ma non da tutti. Non esiste una forza armata europea e non una politica estera comune, non esiste un presidente con poteri decisionali ma soltanto un presidente con poteri procedurali, convoca i capi di Stato e di governo dei membri dell’Unione che deliberano a maggioranza qualificata o il più delle volte con voto unanime sicché basta un solo voto contrario per bloccare tutti.
Insomma la Confederazione non ha fatto alcun passo avanti verso la Federazione. Altiero Spinelli disse giustamente che ci sarebbe voluto molto tempo per arrivare agli Stati Uniti d’Europa. In realtà passi avanti sostanziali non sono stati fatti: Confederazione eravamo e tale siamo rimasti, anzi abbiamo anche dovuto registrare qualche mese fa la Brexit della Gran Bretagna. Assistiamo dovunque alla nascita di movimenti e partiti populisti, xenofobi e antieuropei in quasi tutti i Paesi del nostro continente.
Ecco perché la politica federalista di Renzi e i suoi pugni sul tavolo delle decisioni meritano di esser apprezzati. Ma queste considerazioni riguardano la politica del nostro presidente del Consiglio e l’Europa. Anche lui però ha delicati problemi da risolvere in Patria: economici, fiscali, politici. Si tratta di questioni non solo difficili ma fondamentali perché se al prossimo referendum dovessero vincere i “No” difficilmente potrebbe restare a Palazzo Chigi e quindi non resterebbe neppure in Europa con le conseguenze che ne seguono.
Il referendum costituzionale e la vigente legge elettorale sono due problemi strettamente connessi, ne abbiamo più volte spiegato le ragioni su queste pagine e quindi non staremo a ripeterle. Renzi fino a pochi giorni fa l’aveva sempre negato ma finalmente l’ha ammesso e ha interpellato il Parlamento, cioè il Senato dove non ha la maggioranza assoluta che ha invece alla Camera, sul tipo di legge elettorale che le varie formazioni politiche vorrebbero. Quando ognuno avrà detto la sua anche lui farà una proposta sapendo comunque che a referendum avvenuto anche la Corte costituzionale emetterà la sua sentenza sulla costituzionalità della legge elettorale e lui dovrà tenerne conto.
Un dato comunque è ormai assodato: una riforma elettorale ci sarà. Sarà una leggera incipriata alle gote o una vera e propria operazione di estetica facciale? Alcuni osservatori sostengono che Renzi non abbandonerà mai il ballottaggio; altri invece che potrebbe anche scegliere la proporzionale che è il criterio adottato dalla Corte costituzionale quando abolì il Porcellum. C’è però una possibilità di conservare il ballottaggio cambiandone tuttavia i connotati, finora una proposta del genere non è venuta fuori. Mi permetto di suggerirla: si instauri un sistema elettivo fondato esclusivamente in collegi uninominali con ampio spazio territoriale. Il ballottaggio avverrà collegio per collegio, dove i candidati decidono se andare al ballottaggio da soli o contraendo alleanze che possono essere anche diverse tra collegio e collegio. Il risultato finale emergerà dal totale degli eletti, deputati singoli o appartenenti a movimenti e partiti. Questo avverrà alla Camera, ammesso che il Senato sia stato abolito da una vittoria dei “Sì” al referendum. Se invece vincessero i “No” il Senato resterà quello che è, con la propria legge elettorale.
A me sembra che queste ipotesi funzionino. Un progetto equivalente è quello di non fare il ballottaggio nei collegi ma consentire ai candidati eletti nei collegi senza alcun ballottaggio di contrarre alleanze prima del ballottaggio finale. Più o meno questi due sistemi elettorali si equivalgono politicamente.
Gli altri temi, oltre questo elettorale, riguardano l’economia, la produttività e il fisco. Sono importantissimi e strettamente interconnessi.
Qualche tempo fa feci una proposta che aveva il pregio di risolvere tutti e tre questi aspetti economici: il dimezzamento del cuneo fiscale per quanto riguarda i contributi che imprenditori e lavoratori versano all’Inps. Non detti però l’ammontare dell’intera operazione e gli effetti che essa potrebbe esercitare sulla domanda, sulla produttività e sulla auspicabile creazione di nuovi posti di lavoro. Questi dati li ho raccolti e perciò possiamo ora tornare su questo problema.
Anzitutto il pagamento dei contributi grava sui lavoratori per il 9,19 per cento e sui datori di lavoro per il 23,81. È dunque l’impresa quella che sarebbe più avvantaggiata e quindi più disponibile ad aumentare la produttività e a creare nuovi posti di lavoro.
L’ammontare totale del cuneo fiscale è all’incirca di 300 miliardi di euro annui, incassati dall’Inps che ne ricava un attivo marginale. La mia proposta iniziale è stata quella di ridurre il cuneo fiscale del 50 per cento e quindi a 150 miliardi di euro. È evidente che l’Inps incassando una cifra così ridotta e dovendo comunque farsi carico dei medesimi servizi, sopporterebbe una notevole perdita che lo Stato dovrebbe fiscalizzare facendola pagare ai contribuenti sulla base del reddito da essi dichiarato. Si tratta di cifre molto rilevanti che però possono essere ulteriormente ridotte pur conservando un effetto notevole sull’economia e la produttività. Una riduzione comunque efficace potrebbe essere non del 50 per cento ma del 30, il che significa in cifre assolute tra gli 80 e i 90 miliardi che lo Stato dovrebbe fiscalizzare.
Su quale reddito dovrebbe scaricarsi questa fiscalizzazione? A mio parere su un reddito superiore a 120 mila euro annui. Siffatti redditi riguardano ancora un numero rilevante di contribuenti e quindi il peso della fiscalizzazione non è enorme ma comunque notevole. Naturalmente si accresce man mano che il reddito dichiarato dal contribuente aumenta. La sostanza dell’operazione per certi risvolti richiama una sorta di imposta patrimoniale che attenua le diseguaglianze e incita occupazione e consumi. Forse aumenterebbe il numero dei “Sì” al prossimo referendum. Renzi aveva in mente di ridurre di 3 punti il cuneo fiscale nel 2017. Ci pensi bene: 3 punti non significano niente, 30 punti capovolgono nettamente e utilmente la politica economica e sociale.
Renzi batte i pugni in Europa ma in Italia stia sereno
L’europeismo al quale anche lui è approdato non avanza anzi fa passi indietro
di Eugenio Scalfari
DAL vertice europeo di Bratislava ad oggi è passata una decina di giorni durante i quali si è consumata una rottura tra Renzi e l’Europa di stampo franco-tedesco con vasto seguito dei Paesi che sentono l’egemonia della Germania e vi si conformano.
Renzi è praticamente solo e desidera esserlo. «Non voglio vivacchiare rispettando i comodi dell’asse franco-tedesco. Vivacchiare per un anno, aspettando che Francia e Germania abbiano risolto i loro problemi elettorali».
Il mondo occidentale, Giappone compreso, è agitato da problemi interni e internazionali estremamente complessi e preoccupanti che si intrecciano tra loro. Tutto è sempre più sconnesso e l’Europa peggio degli altri. Una Confederazione di 27 Paesi, ciascuno aggrappato alla propria sovranità nazionale mentre dovrebbero rafforzare l’Europa almeno per quanto riguarda la politica economica, quella delle migrazioni di massa e quella estera e militare. Per un periodo è sembrato che i Paesi di maggior rilievo e soprattutto i 19 che hanno adottato da diciotto anni la moneta comune, si fossero orientati in questo senso ed avessero capito che era necessario un cambiamento delle istituzioni europee. Ma l’illusione è durata assai poco. Questa strada è stata abbandonata da tutti, salvo che da Renzi e in tutt’altra misura ma con analoghi intenti da Mario Draghi.
Che il nostro presidente del Consiglio abbia attenuato e per certi aspetti abbandonato il proprio nazionalismo nessuno se lo aspettava e invece è accaduto.
LA SUA conversione al manifesto di Ventotene ha concluso una fase transitoria durante la quale Renzi ha cercato di costruire una sua politica europeista ed un proprio ruolo che allineasse l’Italia ai grandi dell’Europa. Del resto siamo tra gli Stati fondatori, a cominciare dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, dai trattati di Roma del 1957, dalla nascita dell’Unione europea, dall’adozione della moneta comune nel 1999 ed alla redazione della Costituzione europea, firmata da Giscard d’Estaing e da Giuliano Amato. Purtroppo però quella Costituzione fu bocciata dai referendum indetti in Francia e in Olanda.
Questa per sommi capi è stata la storia europeista italiana, portata avanti da personaggi come Altiero Spinelli, De Gasperi, Guido Carli, Giuliano Amato, Prodi, Ciampi, Napolitano, Draghi ed ora Renzi che batte il pugno sul tavolo quando quell’europeismo al quale anche lui è approdato non riesce ad avanzare, anzi fa preoccupanti passi indietro.
***
Molti sostengono che battere i pugni è un pessimo metodo, tipico di Renzi in tutte le occasioni in Italia e in Europa. Per quanto riguarda l’Italia hanno ragione: siamo una democrazia parlamentare e il Parlamento rappresenta il popolo sovrano, sia che abbia forme bicamerali o monocamerali. In Europa è diverso: il Parlamento è formato da partiti eletti dai singoli Paesi e non dal popolo nella sua cittadinanza europea. La cittadinanza europea esiste a parole ma non è in una Costituzione. Non esiste una Costituzione europea, sostituita da un Trattato di Lisbona che si limita a stabilire alcuni principi estremamente elastici. I partiti i cui rappresentanti occupano i seggi parlamentari e le singole commissioni a Bruxelles e a Strasburgo l’assemblea che si riunisce una volta al mese sono eletti dai singoli Paesi e quindi non rappresentano il popolo sovrano europeo. Non lo rappresentano perché, come abbiamo già detto, non esiste.
Le conseguenze si vedono ad occhio nudo: 8 Paesi su 27 hanno monete proprie e non quella comune. Il patto di Schengen che non prevede confini intraeuropei è accettato soltanto da alcuni ma non da tutti. Non esiste una forza armata europea e non una politica estera comune, non esiste un presidente con poteri decisionali ma soltanto un presidente con poteri procedurali, convoca i capi di Stato e di governo dei membri dell’Unione che deliberano a maggioranza qualificata o il più delle volte con voto unanime sicché basta un solo voto contrario per bloccare tutti.
Insomma la Confederazione non ha fatto alcun passo avanti verso la Federazione. Altiero Spinelli disse giustamente che ci sarebbe voluto molto tempo per arrivare agli Stati Uniti d’Europa. In realtà passi avanti sostanziali non sono stati fatti: Confederazione eravamo e tale siamo rimasti, anzi abbiamo anche dovuto registrare qualche mese fa la Brexit della Gran Bretagna. Assistiamo dovunque alla nascita di movimenti e partiti populisti, xenofobi e antieuropei in quasi tutti i Paesi del nostro continente.
Ecco perché la politica federalista di Renzi e i suoi pugni sul tavolo delle decisioni meritano di esser apprezzati. Ma queste considerazioni riguardano la politica del nostro presidente del Consiglio e l’Europa. Anche lui però ha delicati problemi da risolvere in Patria: economici, fiscali, politici. Si tratta di questioni non solo difficili ma fondamentali perché se al prossimo referendum dovessero vincere i “No” difficilmente potrebbe restare a Palazzo Chigi e quindi non resterebbe neppure in Europa con le conseguenze che ne seguono.
Il referendum costituzionale e la vigente legge elettorale sono due problemi strettamente connessi, ne abbiamo più volte spiegato le ragioni su queste pagine e quindi non staremo a ripeterle. Renzi fino a pochi giorni fa l’aveva sempre negato ma finalmente l’ha ammesso e ha interpellato il Parlamento, cioè il Senato dove non ha la maggioranza assoluta che ha invece alla Camera, sul tipo di legge elettorale che le varie formazioni politiche vorrebbero. Quando ognuno avrà detto la sua anche lui farà una proposta sapendo comunque che a referendum avvenuto anche la Corte costituzionale emetterà la sua sentenza sulla costituzionalità della legge elettorale e lui dovrà tenerne conto.
Un dato comunque è ormai assodato: una riforma elettorale ci sarà. Sarà una leggera incipriata alle gote o una vera e propria operazione di estetica facciale? Alcuni osservatori sostengono che Renzi non abbandonerà mai il ballottaggio; altri invece che potrebbe anche scegliere la proporzionale che è il criterio adottato dalla Corte costituzionale quando abolì il Porcellum. C’è però una possibilità di conservare il ballottaggio cambiandone tuttavia i connotati, finora una proposta del genere non è venuta fuori. Mi permetto di suggerirla: si instauri un sistema elettivo fondato esclusivamente in collegi uninominali con ampio spazio territoriale. Il ballottaggio avverrà collegio per collegio, dove i candidati decidono se andare al ballottaggio da soli o contraendo alleanze che possono essere anche diverse tra collegio e collegio. Il risultato finale emergerà dal totale degli eletti, deputati singoli o appartenenti a movimenti e partiti. Questo avverrà alla Camera, ammesso che il Senato sia stato abolito da una vittoria dei “Sì” al referendum. Se invece vincessero i “No” il Senato resterà quello che è, con la propria legge elettorale.
A me sembra che queste ipotesi funzionino. Un progetto equivalente è quello di non fare il ballottaggio nei collegi ma consentire ai candidati eletti nei collegi senza alcun ballottaggio di contrarre alleanze prima del ballottaggio finale. Più o meno questi due sistemi elettorali si equivalgono politicamente.
Gli altri temi, oltre questo elettorale, riguardano l’economia, la produttività e il fisco. Sono importantissimi e strettamente interconnessi.
Qualche tempo fa feci una proposta che aveva il pregio di risolvere tutti e tre questi aspetti economici: il dimezzamento del cuneo fiscale per quanto riguarda i contributi che imprenditori e lavoratori versano all’Inps. Non detti però l’ammontare dell’intera operazione e gli effetti che essa potrebbe esercitare sulla domanda, sulla produttività e sulla auspicabile creazione di nuovi posti di lavoro. Questi dati li ho raccolti e perciò possiamo ora tornare su questo problema.
Anzitutto il pagamento dei contributi grava sui lavoratori per il 9,19 per cento e sui datori di lavoro per il 23,81. È dunque l’impresa quella che sarebbe più avvantaggiata e quindi più disponibile ad aumentare la produttività e a creare nuovi posti di lavoro.
L’ammontare totale del cuneo fiscale è all’incirca di 300 miliardi di euro annui, incassati dall’Inps che ne ricava un attivo marginale. La mia proposta iniziale è stata quella di ridurre il cuneo fiscale del 50 per cento e quindi a 150 miliardi di euro. È evidente che l’Inps incassando una cifra così ridotta e dovendo comunque farsi carico dei medesimi servizi, sopporterebbe una notevole perdita che lo Stato dovrebbe fiscalizzare facendola pagare ai contribuenti sulla base del reddito da essi dichiarato. Si tratta di cifre molto rilevanti che però possono essere ulteriormente ridotte pur conservando un effetto notevole sull’economia e la produttività. Una riduzione comunque efficace potrebbe essere non del 50 per cento ma del 30, il che significa in cifre assolute tra gli 80 e i 90 miliardi che lo Stato dovrebbe fiscalizzare.
Su quale reddito dovrebbe scaricarsi questa fiscalizzazione? A mio parere su un reddito superiore a 120 mila euro annui. Siffatti redditi riguardano ancora un numero rilevante di contribuenti e quindi il peso della fiscalizzazione non è enorme ma comunque notevole. Naturalmente si accresce man mano che il reddito dichiarato dal contribuente aumenta. La sostanza dell’operazione per certi risvolti richiama una sorta di imposta patrimoniale che attenua le diseguaglianze e incita occupazione e consumi. Forse aumenterebbe il numero dei “Sì” al prossimo referendum. Renzi aveva in mente di ridurre di 3 punti il cuneo fiscale nel 2017. Ci pensi bene: 3 punti non significano niente, 30 punti capovolgono nettamente e utilmente la politica economica e sociale.
«Spezzeremo le reni alla Germania (e alla Francia)!»
La Stampa 25.9.16
“Non ci intimoriscono”
Il premier: “L’esclusione dal vertice Merkel-Hollande-Juncker? Non sanno cosa sia l’Italia” Attacco alla Raggi sui Giochi: “Se davanti a una sfida non mette la faccia, cambi mestiere”
di Francesca Schianchi
Ecco il piano B di Matteo Renzi per ottenere dall’Europa i 10 miliardi di flessibilità necessari alla manovra. Il premier torna sull’esclusione dal vertice Merkel-Hollande-Juncker: «Non ci intimoriscono, non sanno cosa sia l’Italia». E attacca la Raggi sulle Olimpiadi: «Se in una sfida non mette la faccia, cambi mestiere».
«Se vogliono cambiare l’Europa, l’Italia c’è. Se vogliono vivacchiare e andare avanti come adesso, possono fare la foto da soli». All’indomani dello sgarbo europeo - la notizia di un incontro, mercoledì, tra Merkel, Hollande e Juncker, che esclude l’Italia - il premier Matteo Renzi torna sull’argomento Ue. E lo fa per insistere con le sue critiche: «L’Italia non avrebbe mai accettato di essere compartecipe di un disegno al ribasso, non potrà mai accettare l’idea che la Ue diventi un luogo di burocrazia». Da Bruxelles continuano ad arrivare rassicurazioni - non si è trattato di un dispetto a Roma dopo le tensioni registrate al vertice di Bratislava, assicurano fonti Ue - così come ripetono anche fonti diplomatiche in costante contatto con Palazzo Chigi: ma l’appuntamento di mercoledì 28, a pochi giorni dal fallimentare incontro slovacco («le foto servono a poco se le cose non cambiano: non andiamo lì per fare l’album di famiglia») suona come una diretta risposta alle critiche renziane.
«E’ finita l’epoca degli egoismi, tutti. Se pensano di intimorire me, hanno sbagliato persona. E se pensano di intimorire l’Italia, non sanno cosa sia l’Italia», dice Renzi in uno degli incontri della giornata. Dopo il trauma del referendum sulla Brexit, è il suo ragionamento, «abbiamo proposto all’Europa di svegliarsi: più innovazione, più crescita, più ricerca, più giovani»: se invece, a uno scossone come quello, la reazione vuole essere «far finta di niente e continuare con il triste tran tran», il documento scialbo in puro burocratese che ha chiuso il vertice di Bratislava, allora forse il problema sono visioni diverse del futuro comune. «Noi vogliamo l’Europa vera, che non è quella che vediamo oggi»: è di sei mesi l’orizzonte temporale utile per tentare di cambiare le cose, da qui a marzo 2017, quando si festeggeranno i 60 anni del Trattato di Roma. E cadrà in un anno particolare, per l’Italia, in cui siederà al Consiglio di sicurezza Onu e in cui ospiterà il G7 in Sicilia: se al referendum d’autunno vincerà il sì, pensa Renzi, allora potrebbe arrivare più forte al vertice romano del marzo prossimo, più dei leader tedesco e francese che proprio nel 2017 dovranno affrontare le forche caudine del voto.
Una delle tante ragioni per cui Renzi sa bene quanto al referendum sia appeso gran parte del suo futuro politico, che pure non vuole più evocare. «Sul referendum ci giochiamo vent’anni di futuro e speranza. Io farò il globetrotter in giro per l’Italia», promette da Prato, a un’iniziativa per il sì. Domani, in Consiglio dei ministri, verrà decisa la data. Il premier sembra orientato verso il 4 dicembre, ultima data utile, per sfruttare al massimo il tempo per illustrare la riforma, ma non è escluso che alla fine prevalga l’ipotesi del 27 novembre. «Non c’è rivincita, e se vince il no ci teniamo questa classe politica e magari un’altra bicamerale, questa volta con Brunetta e Grillo», ironizza Renzi, mettendo nel mirino D’Alema («quando può dare una mano, si mette dalla parte sbagliata»), ma soprattutto il M5S. La sindaca di Roma, Virginia Raggi («non faremo polemiche sugli evidenti disagi che, dopo appena due mesi, l’amministrazione capitolina sta avendo») e il suo gran rifiuto delle Olimpiadi di qualche giorno fa: «Dire che non si fanno i Giochi perché non è possibile sconfiggere la corruzione è un’ammissione di incapacità», perché «non si fermano le grandi opere, si fermano i ladri». Fino all’attacco frontale: «Se di fronte a una grande sfida dici “preferisco non metterci la faccia”, hai sbagliato mestiere».
La Stampa 25.9.16
“Non ci intimoriscono”
Il premier: “L’esclusione dal vertice Merkel-Hollande-Juncker? Non sanno cosa sia l’Italia” Attacco alla Raggi sui Giochi: “Se davanti a una sfida non mette la faccia, cambi mestiere”
di Francesca Schianchi
Ecco il piano B di Matteo Renzi per ottenere dall’Europa i 10 miliardi di flessibilità necessari alla manovra. Il premier torna sull’esclusione dal vertice Merkel-Hollande-Juncker: «Non ci intimoriscono, non sanno cosa sia l’Italia». E attacca la Raggi sulle Olimpiadi: «Se in una sfida non mette la faccia, cambi mestiere».
«Se vogliono cambiare l’Europa, l’Italia c’è. Se vogliono vivacchiare e andare avanti come adesso, possono fare la foto da soli». All’indomani dello sgarbo europeo - la notizia di un incontro, mercoledì, tra Merkel, Hollande e Juncker, che esclude l’Italia - il premier Matteo Renzi torna sull’argomento Ue. E lo fa per insistere con le sue critiche: «L’Italia non avrebbe mai accettato di essere compartecipe di un disegno al ribasso, non potrà mai accettare l’idea che la Ue diventi un luogo di burocrazia». Da Bruxelles continuano ad arrivare rassicurazioni - non si è trattato di un dispetto a Roma dopo le tensioni registrate al vertice di Bratislava, assicurano fonti Ue - così come ripetono anche fonti diplomatiche in costante contatto con Palazzo Chigi: ma l’appuntamento di mercoledì 28, a pochi giorni dal fallimentare incontro slovacco («le foto servono a poco se le cose non cambiano: non andiamo lì per fare l’album di famiglia») suona come una diretta risposta alle critiche renziane.
«E’ finita l’epoca degli egoismi, tutti. Se pensano di intimorire me, hanno sbagliato persona. E se pensano di intimorire l’Italia, non sanno cosa sia l’Italia», dice Renzi in uno degli incontri della giornata. Dopo il trauma del referendum sulla Brexit, è il suo ragionamento, «abbiamo proposto all’Europa di svegliarsi: più innovazione, più crescita, più ricerca, più giovani»: se invece, a uno scossone come quello, la reazione vuole essere «far finta di niente e continuare con il triste tran tran», il documento scialbo in puro burocratese che ha chiuso il vertice di Bratislava, allora forse il problema sono visioni diverse del futuro comune. «Noi vogliamo l’Europa vera, che non è quella che vediamo oggi»: è di sei mesi l’orizzonte temporale utile per tentare di cambiare le cose, da qui a marzo 2017, quando si festeggeranno i 60 anni del Trattato di Roma. E cadrà in un anno particolare, per l’Italia, in cui siederà al Consiglio di sicurezza Onu e in cui ospiterà il G7 in Sicilia: se al referendum d’autunno vincerà il sì, pensa Renzi, allora potrebbe arrivare più forte al vertice romano del marzo prossimo, più dei leader tedesco e francese che proprio nel 2017 dovranno affrontare le forche caudine del voto.
Una delle tante ragioni per cui Renzi sa bene quanto al referendum sia appeso gran parte del suo futuro politico, che pure non vuole più evocare. «Sul referendum ci giochiamo vent’anni di futuro e speranza. Io farò il globetrotter in giro per l’Italia», promette da Prato, a un’iniziativa per il sì. Domani, in Consiglio dei ministri, verrà decisa la data. Il premier sembra orientato verso il 4 dicembre, ultima data utile, per sfruttare al massimo il tempo per illustrare la riforma, ma non è escluso che alla fine prevalga l’ipotesi del 27 novembre. «Non c’è rivincita, e se vince il no ci teniamo questa classe politica e magari un’altra bicamerale, questa volta con Brunetta e Grillo», ironizza Renzi, mettendo nel mirino D’Alema («quando può dare una mano, si mette dalla parte sbagliata»), ma soprattutto il M5S. La sindaca di Roma, Virginia Raggi («non faremo polemiche sugli evidenti disagi che, dopo appena due mesi, l’amministrazione capitolina sta avendo») e il suo gran rifiuto delle Olimpiadi di qualche giorno fa: «Dire che non si fanno i Giochi perché non è possibile sconfiggere la corruzione è un’ammissione di incapacità», perché «non si fermano le grandi opere, si fermano i ladri». Fino all’attacco frontale: «Se di fronte a una grande sfida dici “preferisco non metterci la faccia”, hai sbagliato mestiere».
Corriere 25.9.16
Cuba
Una matita per un sogno
In viaggio a Cuba chiedendo ai bimbi di disegnare i colori del mondo
Davamo appuntamento ai bambini che si presentavano accompagnati da un genitore, regalavamo fogli di carta e colori. Una sola richiesta: disegnateci un vostro sogno
di Elisabetta Soglio
Vestiti, pochi. Nello zaino ha invece messo 53 scatole di pennarelli e pastelli a cera: 53, come gli anni dell’embargo di Cuba. Così equipaggiata, Agnese è partita verso Cuba insieme al fidanzato Francesco, per farsi raccontare dai bambini cubani i loro sogni e vedere di persona come era cambiata l’isola dopo l’apertura al mondo. Al ritorno, nello stesso zaino, al posto dei colori aveva un centinaio di disegni, con le tinte accese caraibiche e l’entusiasmo dei piccoli che hanno partecipato volentieri a questo gioco. Agnese Gallo ha 25, è nata e cresciuta a Milano dove ha studiato al liceo artistico: quarto anno in Argentina e dopo il diploma la facoltà di Scienze dei Beni culturali in Statale, l’Erasmus a Santiago di Compostela, la laurea, il Brasile, e adesso la seconda laurea a Venezia, in Economia e Gestione delle arti.
Dopo anni «bellissimi ma tormentati di lunghe trasferte e stage che ti portano a non gestire mai un progetto dall’inizio alla fine», Agnese condivide questo stato d’animo e un filo di frustrazione con Silvia e Alessandro. Con loro decide di dare vita all’associazione culturale no profit L’Art9 e l’obiettivo è di «promuovere la cultura e l’integrazione». In questo contesto nasce anche l’idea un po’ folle di partire per Cuba, senza aver organizzato nulla prima, con pochi soldi e senza agganci sull’isola. Sei tappe e i «workshop» organizzati sempre con la stessa modalità: «Arrivavamo nel posto scelto, sceglievamo un Barrio e dai bambini risalivamo a una o più mamme spiegando la nostra idea. Il giorno dopo, davamo appuntamento e ai bambini che si presentavano accompagnati da un genitore che ci dava l’autorizzazione, per evitare ogni tipo di problema, regalavamo fogli di carta e colori». Una sola richiesta: «Disegnateci un vostro sogno o una cosa che vi piace molto».
Ed eccole, questo mosaico di immagini coloratissime: tante case («Rimane il loro problema più grande, visto che sono molto poveri e vivono in 40 o 50 metri quadrati, con famiglie allargate a tre generazioni»); le bandiere («Sono nazionalisti fin da piccoli e spesso ci chiedevano come fosse la nostra per aggiungerla»). Disegni fatti all’aperto o in qualche struttura che ha messo a disposizione un cortile e dei tavolini, ma anche in treno come durante quel viaggio che invece di due ore fu di sette: «Per approfittare della situazione, abbiamo cercato e radunato un po’ di bimbi sul treno e abbiamo tirato fuori le scatole di pennarelli. Una festa».
Non poteva finire lì. Agnese e i suoi soci hanno deciso di trasformare questa esperienza in un contest artistico: i disegni sono stati affidati ad alcuni giovani artisti italiani che li rielaboreranno seguendo la proprio creatività. A gennaio, una mostra a Milano. Poi, chissà, forse il gemellaggio con l’Accademia dell’Avana.
Cuba
Una matita per un sogno
In viaggio a Cuba chiedendo ai bimbi di disegnare i colori del mondo
Davamo appuntamento ai bambini che si presentavano accompagnati da un genitore, regalavamo fogli di carta e colori. Una sola richiesta: disegnateci un vostro sogno
di Elisabetta Soglio
Vestiti, pochi. Nello zaino ha invece messo 53 scatole di pennarelli e pastelli a cera: 53, come gli anni dell’embargo di Cuba. Così equipaggiata, Agnese è partita verso Cuba insieme al fidanzato Francesco, per farsi raccontare dai bambini cubani i loro sogni e vedere di persona come era cambiata l’isola dopo l’apertura al mondo. Al ritorno, nello stesso zaino, al posto dei colori aveva un centinaio di disegni, con le tinte accese caraibiche e l’entusiasmo dei piccoli che hanno partecipato volentieri a questo gioco. Agnese Gallo ha 25, è nata e cresciuta a Milano dove ha studiato al liceo artistico: quarto anno in Argentina e dopo il diploma la facoltà di Scienze dei Beni culturali in Statale, l’Erasmus a Santiago di Compostela, la laurea, il Brasile, e adesso la seconda laurea a Venezia, in Economia e Gestione delle arti.
Dopo anni «bellissimi ma tormentati di lunghe trasferte e stage che ti portano a non gestire mai un progetto dall’inizio alla fine», Agnese condivide questo stato d’animo e un filo di frustrazione con Silvia e Alessandro. Con loro decide di dare vita all’associazione culturale no profit L’Art9 e l’obiettivo è di «promuovere la cultura e l’integrazione». In questo contesto nasce anche l’idea un po’ folle di partire per Cuba, senza aver organizzato nulla prima, con pochi soldi e senza agganci sull’isola. Sei tappe e i «workshop» organizzati sempre con la stessa modalità: «Arrivavamo nel posto scelto, sceglievamo un Barrio e dai bambini risalivamo a una o più mamme spiegando la nostra idea. Il giorno dopo, davamo appuntamento e ai bambini che si presentavano accompagnati da un genitore che ci dava l’autorizzazione, per evitare ogni tipo di problema, regalavamo fogli di carta e colori». Una sola richiesta: «Disegnateci un vostro sogno o una cosa che vi piace molto».
Ed eccole, questo mosaico di immagini coloratissime: tante case («Rimane il loro problema più grande, visto che sono molto poveri e vivono in 40 o 50 metri quadrati, con famiglie allargate a tre generazioni»); le bandiere («Sono nazionalisti fin da piccoli e spesso ci chiedevano come fosse la nostra per aggiungerla»). Disegni fatti all’aperto o in qualche struttura che ha messo a disposizione un cortile e dei tavolini, ma anche in treno come durante quel viaggio che invece di due ore fu di sette: «Per approfittare della situazione, abbiamo cercato e radunato un po’ di bimbi sul treno e abbiamo tirato fuori le scatole di pennarelli. Una festa».
Non poteva finire lì. Agnese e i suoi soci hanno deciso di trasformare questa esperienza in un contest artistico: i disegni sono stati affidati ad alcuni giovani artisti italiani che li rielaboreranno seguendo la proprio creatività. A gennaio, una mostra a Milano. Poi, chissà, forse il gemellaggio con l’Accademia dell’Avana.
La Stampa 25.9.16
Il proselitismo delle sette: web e porta a porta
“Parlano di demonio, ma sono gruppi che pensano solo a sesso e potere”
di L. Cr. - Gia. Gal.
Imprenditori, studenti, professionisti, persino sacerdoti: nessuno è immune dalle trappole dell’occulto. E le sette cercano adepti sul web e porta a porta. Sulle vie d’accesso al mondo delle tenebre si incontrano uomini e donne deboli, perseguitati, emarginati, ma anche insospettabili che entrano per sfida o curiosità e si ritrovano con vite schiavizzate e patrimoni prosciugati. «Ad accomunare le vittime è la dignità offesa e calpestata», documenta l’associazione Giovanni XXIII, dove per volontà di don Oreste Benzi è attivo dal 2002 il numero verde anti-sette (800228866), con decine di segnalazioni ogni giorno. Le sette, sostenute e finanziate dal colossale giro di affari di maghi, sensitivi e guru dell’esoterismo, si strutturano in organizzazioni in competizione tra di loro, ma che in caso di necessità si spalleggiano e si proteggono a vicenda. Una sorta di confederazione in cui il silenzio e l’omertà sono la regola per mantenere celate trame e business. In Emilia Romagna (c’è un’indagine della polizia in corso) un gruppo di satanisti adescavano minorenni, davanti a scuole e stabilimenti balneari. I reclutatori li invitavano a concerti heavy metal. Dopo gli spettacoli invitavano i ragazzi a serate private dove venivano drogati a loro insaputa (soprattutto con allucinogeni e Lsd) e segretamente ripresi e fotografati in riti di vampirismo e orge per poi essere ricattati.
Alle associazioni che lavorano per aiutare le vittime delle sette continuano ad arrivare segnalazioni: «Spesso più che di riti in dispregio della religione cattolica – dice Maurizio Alessandrini, presidente di «Favis» – si tratta di riti esclusivamente sessuali e gruppi di potere. Sono club di satanisti nati per sottomettere donne o soggetti deboli, sia dal punto di vista sessuale sia da quello economico. Due aspetti, questi, che vanno sempre di pari passo». Ma più che il satanismo «tradizionale», oggi sembra prendere campo una nuova tendenza, «Si stanno diffondendo associazioni e gruppi che promettono di risolvere i problemi, facendo leva sulla fragilità di persone o momenti di debolezza dovuti a fasi della vita, come può essere l’affrontare un lutto, perdere un amore o il lavoro – prosegue Alessandrini – Le “sette abusanti” lavorano così, sfruttando le debolezze e esercitando una supremazia sulle persone per avere soldi e sesso». La Polizia di Stato ha in funzione da 10 anni una squadra anti-sette (Sas): se i casi di satanismo autentico rappresentano la parte minoritaria del lavoro, oggi il mirino è spostato proprio sulle pseudo associazioni che promettono il raggiungimento del benessere, che siano sotto forma di centri terapici o di cure alternative. O gruppi che si presentano come «filosofici», ma che nascondono ben altri intenti. Così la parte più difficile del lavoro investigativo diventa la persecuzione di chi commette presunti reati perché, il più delle volte, si ha a che fare con «vittime» che tali non si sentono. «Come si può dimostrare che una donna è stata violentata se lei non presenta querela e, anzi, dice di essere stata consenziente?», rivela una fonte investigativa. Spesso il percorso per la presa di coscienza da parte delle «vittime» è lungo e travagliato. Come quello di Silvia, una donna di 33 anni, sette dei quali passati all’interno di un Ordine svizzero che sul proprio sito si rivolge a chi ha «desiderio di conoscere il mistero dell’esistenza». «Pensavo fosse un gruppo filosofico – ha confessato al sacerdote esorcista – invece svolgevano riti satanici». Una fase della vita da cui la donna è uscita grazie al sostegno del marito e alla propria fede, andando tutti i giorni a messa per la comunione, spostandosi anche in altre chiese se, in quella del proprio paese, non era prevista alcuna funzione. Di quel periodo, Silvia ha un ricordo vago. «Ci sono intere fasi della mia vita che per me sono un buco nero. Ma ho il ricordo vivo di un uomo, e di quello che faceva. Era un ex sacerdote».
Il proselitismo delle sette: web e porta a porta
“Parlano di demonio, ma sono gruppi che pensano solo a sesso e potere”
di L. Cr. - Gia. Gal.
Imprenditori, studenti, professionisti, persino sacerdoti: nessuno è immune dalle trappole dell’occulto. E le sette cercano adepti sul web e porta a porta. Sulle vie d’accesso al mondo delle tenebre si incontrano uomini e donne deboli, perseguitati, emarginati, ma anche insospettabili che entrano per sfida o curiosità e si ritrovano con vite schiavizzate e patrimoni prosciugati. «Ad accomunare le vittime è la dignità offesa e calpestata», documenta l’associazione Giovanni XXIII, dove per volontà di don Oreste Benzi è attivo dal 2002 il numero verde anti-sette (800228866), con decine di segnalazioni ogni giorno. Le sette, sostenute e finanziate dal colossale giro di affari di maghi, sensitivi e guru dell’esoterismo, si strutturano in organizzazioni in competizione tra di loro, ma che in caso di necessità si spalleggiano e si proteggono a vicenda. Una sorta di confederazione in cui il silenzio e l’omertà sono la regola per mantenere celate trame e business. In Emilia Romagna (c’è un’indagine della polizia in corso) un gruppo di satanisti adescavano minorenni, davanti a scuole e stabilimenti balneari. I reclutatori li invitavano a concerti heavy metal. Dopo gli spettacoli invitavano i ragazzi a serate private dove venivano drogati a loro insaputa (soprattutto con allucinogeni e Lsd) e segretamente ripresi e fotografati in riti di vampirismo e orge per poi essere ricattati.
Alle associazioni che lavorano per aiutare le vittime delle sette continuano ad arrivare segnalazioni: «Spesso più che di riti in dispregio della religione cattolica – dice Maurizio Alessandrini, presidente di «Favis» – si tratta di riti esclusivamente sessuali e gruppi di potere. Sono club di satanisti nati per sottomettere donne o soggetti deboli, sia dal punto di vista sessuale sia da quello economico. Due aspetti, questi, che vanno sempre di pari passo». Ma più che il satanismo «tradizionale», oggi sembra prendere campo una nuova tendenza, «Si stanno diffondendo associazioni e gruppi che promettono di risolvere i problemi, facendo leva sulla fragilità di persone o momenti di debolezza dovuti a fasi della vita, come può essere l’affrontare un lutto, perdere un amore o il lavoro – prosegue Alessandrini – Le “sette abusanti” lavorano così, sfruttando le debolezze e esercitando una supremazia sulle persone per avere soldi e sesso». La Polizia di Stato ha in funzione da 10 anni una squadra anti-sette (Sas): se i casi di satanismo autentico rappresentano la parte minoritaria del lavoro, oggi il mirino è spostato proprio sulle pseudo associazioni che promettono il raggiungimento del benessere, che siano sotto forma di centri terapici o di cure alternative. O gruppi che si presentano come «filosofici», ma che nascondono ben altri intenti. Così la parte più difficile del lavoro investigativo diventa la persecuzione di chi commette presunti reati perché, il più delle volte, si ha a che fare con «vittime» che tali non si sentono. «Come si può dimostrare che una donna è stata violentata se lei non presenta querela e, anzi, dice di essere stata consenziente?», rivela una fonte investigativa. Spesso il percorso per la presa di coscienza da parte delle «vittime» è lungo e travagliato. Come quello di Silvia, una donna di 33 anni, sette dei quali passati all’interno di un Ordine svizzero che sul proprio sito si rivolge a chi ha «desiderio di conoscere il mistero dell’esistenza». «Pensavo fosse un gruppo filosofico – ha confessato al sacerdote esorcista – invece svolgevano riti satanici». Una fase della vita da cui la donna è uscita grazie al sostegno del marito e alla propria fede, andando tutti i giorni a messa per la comunione, spostandosi anche in altre chiese se, in quella del proprio paese, non era prevista alcuna funzione. Di quel periodo, Silvia ha un ricordo vago. «Ci sono intere fasi della mia vita che per me sono un buco nero. Ma ho il ricordo vivo di un uomo, e di quello che faceva. Era un ex sacerdote».
La Stampa 25.9.16
In Italia boom di richieste per liberarsi dal diavolo ma mancano gli esorcisti
Mezzo milione ogni anno. Il Vaticano: “Pochi quelli veri. Spesso Satana arriva con i riti magici”
di Lorenzo Cresci Giacomo Galeazzi
Mai tante richieste di esorcismi, ma mancano gli «scaccia-diavoli».
Luca ha 15 anni ed è magro come un chiodo, ma quando ascolta la preghiera di liberazione ribalta scrivanie di marmo e grida in greco con voce da film horror. Don Mario ha una vocazione travagliata e da un anno è seguito da un confratello perché avverte una presenza malefica che lo induce all’autolesionismo. Mattia ha 4 anni, ed è come impazzito da quando il padre si «diverte» a organizzare sedute spiritiche con gli amici.
Sono tre dei cinquecentomila italiani che ogni anno chiedono un esorcismo. Nelle diocesi i vescovi incaricano un sacerdote, ma gli esorcisti sono pochi rispetto alle richieste.
La recente morte del loro decano, padre Gabriele Amorth e il premio ricevuto alla mostra del cinema di Venezia dal documentario «Liberami» dell’antropologa e regista Federica Di Giacomo ha acceso i riflettori su un mondo poco conosciuto eppure fortemente radicato e in continua crescita.
Ricerca delle cause
«La prima virtù del diavolo è far credere di non esistere», spiega padre Ildebrando Di Fulvio, esorcista della diocesi di Frosinone. A Casamari salgono senza sosta persone che chiedono il suo aiuto per «contrastare il potere del demonio». Monaco da mezzo secolo, è stato testimone di «sofferenze atroci» tra le pietre millenarie dell’abbazia cistercense. Tanti temono di essere indemoniati, pochi lo sono davvero. Sentono strane presenze, hanno comportamenti fuori dall’ordinario, ma quasi sempre sono solo depressi cronici, persone affette da varie patologie, sindromi psicologiche. L’esorcista elenca i segni esteriori che distinguono un indemoniato da un malato psichiatrico: «Viso deformato, voce cavernosa, oggetti metallici o cibi mai ingeriti che escono dalla sua bocca, frasi pronunciate in lingue arcaiche a lui del tutto sconosciute in stato cosciente (ebraico, greco, latino, aramaico), una forza fisica smisurata e del tutto assente nel soggetto in condizioni normali, reazioni violente alle preghiere di liberazione e all’acqua santa».
Spesso la possessione si manifesta dopo la partecipazione a messe nere, sedute spiritiche, affiliazione a sette sataniche o gruppi di occultisti. «La prima volta che incontrai Mattia – racconta don Gianni Sini, esorcista a Olbia – eravamo qui in chiesa e prendeva a calci nelle tibie i genitori, non si fermava mai. Poi feci uscire lui e la mamma, mi fermai con il papà, un professionista affermato. Gli chiesi se avesse qualcosa da dire. Rispose che al sabato andava in campagna, con gli amici, e dopo il lavoro nell’orto facevano sedute spiritiche, così per gioco. È in questo modo che il piccolo Mattia ha conosciuto il Diavolo, perché il papà lo è andato a cercare, ne è stato il veicolo, e per questo ha una responsabilità morale». Eppure tra fede popolare e cultura arcaica, si grida troppo rapidamente alla presenza del maligno. «Solo in una decina di casi sulle centinaia di cui mi sono occupato, si trattava di una vera possessione diabolica», dice padre Di Fulvio. Da Milano a Napoli le descrizioni si assomigliano. Il «paziente» si innervosisce sempre più davanti all’esorcista.
La recita delle formule, l’acqua benedetta, il segno della croce scatenano insulti, tentativi di aggressione, bestemmie, frasi urlate in lingue antiche, forze inspiegabili in soggetti ridotti allo stremo da inguaribili dolori fisici. «Ad aprire le porte a Satana è spesso l’occultismo», afferma don Aldo Buonaiuto, esorcista della diocesi di Fabriano-Matelica e coordinatore del servizio anti-sette della comunità Giovanni XXIII. Almeno una volta nella vita, 10 milioni di italiani si sono rivolti a maghi, fattucchiere, cartomanti, sensitivi, astrologi. «La maggior parte sono ciarlatani che truffano sprovveduti o malati disperati, ma tra loro ci sono anche satanisti», aggiunge don Aldo. Messe nere, sedute spiritiche, patti con il demonio. Che, malgrado i numeri delle denunce siano in calo, non si arrestano. «Ne abbiamo ricevute anche nei mesi scorsi, da Calabria e da Sicilia», dice Maurizio Alessandrini, presidente di «Favis», un’associazione che si batte contro la diffusione delle sette.«Il primo esorcismo è il battesimo, il più potente la confessione» aggiunge don Buonaiuto. Ogni esorcista ha con sé crocifisso, acqua e olio benedetti. E la preghiera da recitare di fronte a persone che si gettano a terra, urlano con voci stravolte, cercano di fuggire.
Il Vaticano corre ai ripari
Come Maria, una signora sarda costretta sulla sedia a rotelle da una malattia neurodegenerativa. Ma che, di fronte a don Sini, nel mezzo di un esorcismo, trova la forza di alzarsi e scaraventare a terra due persone. «Lascia questa anima. Non l’hai torturata abbastanza?», è il mantra che ripetono i sacerdoti esorcisti, convinti di riuscire nel loro intento, durasse anni. «Lo sfido e non ho paura, tanto vinco io», ama dire don Sini, che ha iniziato esorcismi 30 anni fa, ha seguito centinaia di casi e pronunciato migliaia di esorcismi. Di questo fenomeno diffuso si sa davvero poco. Ma una cosa è certa: la richiesta di esorcisti aumenta di anno in anno e il Vaticano è dovuto correre ai ripari. Prima il monito di Benedetto XVI («un esorcista in ciascuna diocesi del mondo»), poi i continui riferimenti ai pericoli di Satana nella predicazione di Francesco. Eppure non ci sono mai troppi sacerdoti: solo in Sardegna, ne operano sette per dieci diocesi, alcuni di loro hanno più di 80 anni. Discorso diverso a Milano, dove gli esorcisti sono raddoppiati e, come a Roma, è stato attivato un numero di telefono per avere informazioni e appuntamenti. Le ricerche dell’Associazione italiana degli psicologi e psichiatri cattolici e quelle dell’Associazione internazionale degli esorcisti (approvata dalla Santa Sede) attestano che anche la figura del mezzo milione di italiani che ogni anno si rivolgono a un esorcista è in fase di evoluzione. Una volta sembrava circoscritta ad ambienti poveri e rurali e ancora oggi, per il 65%, si tratta di donne di livello culturale medio-basso, provenienti dal centro-sud. Ma c’è quel 35% che preoccupa e che viene valutato oggi in modo differente, anche con meno vergogna da chi si rivolge a un sacerdote, dopo aver tentato inutilmente le strade della psichiatria. E c’è un altro dato che fa pensare: 20 su 100 delle persone convinte di essere possedute sono minorenni.
Patrimoni in fumo
Sono 5 le manifestazioni del demonio: infestazione, vessazione, possessione, ossessione, soggezione. «Mentre mi occupavo di sette ho ricevuto dal vescovo l’incarico di esorcista», racconta don Buonaiuto. «Il problema è trovare un esorcista libero, visto che la domanda supera l’offerta - osserva la regista Federica Di Giacomo-.Sempre più persone affermano di essere possedute dal demonio. Un malessere sommerso, trasversale a bambini e vecchi, donne e uomini, semplici e colti. Il Diavolo non guarda in faccia nessuno. Una volta che ti ha preso, difficile liberarsene». Padre Amorth, scomparso due settimane fa, aveva 50mila esorcismi all’attivo, con picchi di centinaia di richieste al giorno, ma ha documentato di essersi trovato poche volte di fronte a vere e proprie possessioni demoniache. Diceva: «Non bisogna mai credere che tutti coloro che dicono di essere posseduti lo siano davvero. La maggior parte delle persone ha soltanto gravi problemi psicologici». Cautela come prassi. «Gli esorcismi non si fanno a cuor leggero e vanno inseriti in un percorso spirituale - avverte don Buonaiuto -. Il primo passo è il discernimento attraverso anche colloqui coi familiari e consulenze di medici. È fondamentale distinguere le malattie psichiatriche dagli interventi del maligno. Nessuno può improvvisarsi esorcista». Non possono farlo «i guaritori che attraverso la pubblicità promettono la liberazione dal demonio», ma anche «il sacerdote che compie esorcismi senza il mandato del vescovo è fuori dalla comunione con la Chiesa». Don Aldo segue molti casi di soggezione diabolica, come quello di «un imprenditore che per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi di carriera ha fatto promesse a Satana, sacrificando gli affetti familiari: ha deciso di uscirne davanti alle sofferenze dei figli». Aumentano, sottolinea don Aldo, le persone che si rivolgono a stregoni e occultisti per vendette e gelosie per ritrovarsi schiavi di sette acide che somministrano agli adepti Lsd e droghe e hanno alle spalle realtà più sofisticate: «Gestiscono le vite e si appropriano dei patrimoni di soggetti in stato di sudditanza». La molla è l’odio. «Il santo Benedetto da Chiaravalle insegna che più di tutto il diavolo teme chi si ama- dice don Buonaiuto-. Neppure uomini e donne di Chiesa sono esenti dall’azione di Satana che prende di mira anche sacerdoti, religiosi, suore».
L’ombra del maligno
È fra credenza e suggestione che si consumano casi umani. Il Male entra nelle vite di persone deboli, ma ignare. Per odio, gelosia o invidia. Come Paola, vittima di un maleficio parentale quando non era ancora nata. Come il piccolo Mattia, che paga a caro prezzo il «divertimento» del padre. O come una ragazza islamica, che quando è posseduta «striscia come un serpente» e che pur cerca conforto in don Sini, arrivato dall’Umbria, perché vittima di riti. Un Imam la segue, ma poi alza bandiera bianca e la indirizza a un prete cattolico. Storie differenti, manifestazioni diaboliche comuni: macchie sulla pelle, segni della croce che rimangono indelebili, come tatuaggi e, poi, durante l’incontro con simboli e immagini religiose, fosse solo il santino di Padre Pio, anziane che parlano lingue sconosciute, bambini che pronunciano parole blasfeme che dovrebbero essere a loro ignote, uomini e donne senza quasi più forze che invece si trasformano in aggressori e che, sulle mani e le braccia di don Sini, lasciano cicatrici.
Paola vent’anni quando bussa alla parrocchia di nostra Signora delle Salette, nel centro di Olbia. È vittima di un maleficio pronunciato da un’ava. Ma si scopre solo «interrogandola», come fa un esorcista con un posseduto. «Anni di visite psichiatriche e analisi mediche non erano state in grado di svelare che cosa avesse», ricorda il sacerdote. Era il Diavolo, che si era impossessato di lei . La maledizione di una parente «verso quel figlio che porterai in grembo». E che trova Paola quale vittima sacrificale. Proprio come Mattia, a quattro anni costretto a subire i malefici delle sedute spiritiche del padre imprenditore che trascorre i sabati con gli amici a «evocare gli spiriti di chi è morto», in sedute spiritiche nate per gioco. Non sempre il Male, però, si può riconoscere e sconfiggere in poco tempo. «Ci sono esorcismi che durano anni», ricorda don Sini. E possessioni che si ripresentano: «Senza un percorso di fede non si sconfigge Satana. Vince chi crede».
In Italia boom di richieste per liberarsi dal diavolo ma mancano gli esorcisti
Mezzo milione ogni anno. Il Vaticano: “Pochi quelli veri. Spesso Satana arriva con i riti magici”
di Lorenzo Cresci Giacomo Galeazzi
Mai tante richieste di esorcismi, ma mancano gli «scaccia-diavoli».
Luca ha 15 anni ed è magro come un chiodo, ma quando ascolta la preghiera di liberazione ribalta scrivanie di marmo e grida in greco con voce da film horror. Don Mario ha una vocazione travagliata e da un anno è seguito da un confratello perché avverte una presenza malefica che lo induce all’autolesionismo. Mattia ha 4 anni, ed è come impazzito da quando il padre si «diverte» a organizzare sedute spiritiche con gli amici.
Sono tre dei cinquecentomila italiani che ogni anno chiedono un esorcismo. Nelle diocesi i vescovi incaricano un sacerdote, ma gli esorcisti sono pochi rispetto alle richieste.
La recente morte del loro decano, padre Gabriele Amorth e il premio ricevuto alla mostra del cinema di Venezia dal documentario «Liberami» dell’antropologa e regista Federica Di Giacomo ha acceso i riflettori su un mondo poco conosciuto eppure fortemente radicato e in continua crescita.
Ricerca delle cause
«La prima virtù del diavolo è far credere di non esistere», spiega padre Ildebrando Di Fulvio, esorcista della diocesi di Frosinone. A Casamari salgono senza sosta persone che chiedono il suo aiuto per «contrastare il potere del demonio». Monaco da mezzo secolo, è stato testimone di «sofferenze atroci» tra le pietre millenarie dell’abbazia cistercense. Tanti temono di essere indemoniati, pochi lo sono davvero. Sentono strane presenze, hanno comportamenti fuori dall’ordinario, ma quasi sempre sono solo depressi cronici, persone affette da varie patologie, sindromi psicologiche. L’esorcista elenca i segni esteriori che distinguono un indemoniato da un malato psichiatrico: «Viso deformato, voce cavernosa, oggetti metallici o cibi mai ingeriti che escono dalla sua bocca, frasi pronunciate in lingue arcaiche a lui del tutto sconosciute in stato cosciente (ebraico, greco, latino, aramaico), una forza fisica smisurata e del tutto assente nel soggetto in condizioni normali, reazioni violente alle preghiere di liberazione e all’acqua santa».
Spesso la possessione si manifesta dopo la partecipazione a messe nere, sedute spiritiche, affiliazione a sette sataniche o gruppi di occultisti. «La prima volta che incontrai Mattia – racconta don Gianni Sini, esorcista a Olbia – eravamo qui in chiesa e prendeva a calci nelle tibie i genitori, non si fermava mai. Poi feci uscire lui e la mamma, mi fermai con il papà, un professionista affermato. Gli chiesi se avesse qualcosa da dire. Rispose che al sabato andava in campagna, con gli amici, e dopo il lavoro nell’orto facevano sedute spiritiche, così per gioco. È in questo modo che il piccolo Mattia ha conosciuto il Diavolo, perché il papà lo è andato a cercare, ne è stato il veicolo, e per questo ha una responsabilità morale». Eppure tra fede popolare e cultura arcaica, si grida troppo rapidamente alla presenza del maligno. «Solo in una decina di casi sulle centinaia di cui mi sono occupato, si trattava di una vera possessione diabolica», dice padre Di Fulvio. Da Milano a Napoli le descrizioni si assomigliano. Il «paziente» si innervosisce sempre più davanti all’esorcista.
La recita delle formule, l’acqua benedetta, il segno della croce scatenano insulti, tentativi di aggressione, bestemmie, frasi urlate in lingue antiche, forze inspiegabili in soggetti ridotti allo stremo da inguaribili dolori fisici. «Ad aprire le porte a Satana è spesso l’occultismo», afferma don Aldo Buonaiuto, esorcista della diocesi di Fabriano-Matelica e coordinatore del servizio anti-sette della comunità Giovanni XXIII. Almeno una volta nella vita, 10 milioni di italiani si sono rivolti a maghi, fattucchiere, cartomanti, sensitivi, astrologi. «La maggior parte sono ciarlatani che truffano sprovveduti o malati disperati, ma tra loro ci sono anche satanisti», aggiunge don Aldo. Messe nere, sedute spiritiche, patti con il demonio. Che, malgrado i numeri delle denunce siano in calo, non si arrestano. «Ne abbiamo ricevute anche nei mesi scorsi, da Calabria e da Sicilia», dice Maurizio Alessandrini, presidente di «Favis», un’associazione che si batte contro la diffusione delle sette.«Il primo esorcismo è il battesimo, il più potente la confessione» aggiunge don Buonaiuto. Ogni esorcista ha con sé crocifisso, acqua e olio benedetti. E la preghiera da recitare di fronte a persone che si gettano a terra, urlano con voci stravolte, cercano di fuggire.
Il Vaticano corre ai ripari
Come Maria, una signora sarda costretta sulla sedia a rotelle da una malattia neurodegenerativa. Ma che, di fronte a don Sini, nel mezzo di un esorcismo, trova la forza di alzarsi e scaraventare a terra due persone. «Lascia questa anima. Non l’hai torturata abbastanza?», è il mantra che ripetono i sacerdoti esorcisti, convinti di riuscire nel loro intento, durasse anni. «Lo sfido e non ho paura, tanto vinco io», ama dire don Sini, che ha iniziato esorcismi 30 anni fa, ha seguito centinaia di casi e pronunciato migliaia di esorcismi. Di questo fenomeno diffuso si sa davvero poco. Ma una cosa è certa: la richiesta di esorcisti aumenta di anno in anno e il Vaticano è dovuto correre ai ripari. Prima il monito di Benedetto XVI («un esorcista in ciascuna diocesi del mondo»), poi i continui riferimenti ai pericoli di Satana nella predicazione di Francesco. Eppure non ci sono mai troppi sacerdoti: solo in Sardegna, ne operano sette per dieci diocesi, alcuni di loro hanno più di 80 anni. Discorso diverso a Milano, dove gli esorcisti sono raddoppiati e, come a Roma, è stato attivato un numero di telefono per avere informazioni e appuntamenti. Le ricerche dell’Associazione italiana degli psicologi e psichiatri cattolici e quelle dell’Associazione internazionale degli esorcisti (approvata dalla Santa Sede) attestano che anche la figura del mezzo milione di italiani che ogni anno si rivolgono a un esorcista è in fase di evoluzione. Una volta sembrava circoscritta ad ambienti poveri e rurali e ancora oggi, per il 65%, si tratta di donne di livello culturale medio-basso, provenienti dal centro-sud. Ma c’è quel 35% che preoccupa e che viene valutato oggi in modo differente, anche con meno vergogna da chi si rivolge a un sacerdote, dopo aver tentato inutilmente le strade della psichiatria. E c’è un altro dato che fa pensare: 20 su 100 delle persone convinte di essere possedute sono minorenni.
Patrimoni in fumo
Sono 5 le manifestazioni del demonio: infestazione, vessazione, possessione, ossessione, soggezione. «Mentre mi occupavo di sette ho ricevuto dal vescovo l’incarico di esorcista», racconta don Buonaiuto. «Il problema è trovare un esorcista libero, visto che la domanda supera l’offerta - osserva la regista Federica Di Giacomo-.Sempre più persone affermano di essere possedute dal demonio. Un malessere sommerso, trasversale a bambini e vecchi, donne e uomini, semplici e colti. Il Diavolo non guarda in faccia nessuno. Una volta che ti ha preso, difficile liberarsene». Padre Amorth, scomparso due settimane fa, aveva 50mila esorcismi all’attivo, con picchi di centinaia di richieste al giorno, ma ha documentato di essersi trovato poche volte di fronte a vere e proprie possessioni demoniache. Diceva: «Non bisogna mai credere che tutti coloro che dicono di essere posseduti lo siano davvero. La maggior parte delle persone ha soltanto gravi problemi psicologici». Cautela come prassi. «Gli esorcismi non si fanno a cuor leggero e vanno inseriti in un percorso spirituale - avverte don Buonaiuto -. Il primo passo è il discernimento attraverso anche colloqui coi familiari e consulenze di medici. È fondamentale distinguere le malattie psichiatriche dagli interventi del maligno. Nessuno può improvvisarsi esorcista». Non possono farlo «i guaritori che attraverso la pubblicità promettono la liberazione dal demonio», ma anche «il sacerdote che compie esorcismi senza il mandato del vescovo è fuori dalla comunione con la Chiesa». Don Aldo segue molti casi di soggezione diabolica, come quello di «un imprenditore che per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi di carriera ha fatto promesse a Satana, sacrificando gli affetti familiari: ha deciso di uscirne davanti alle sofferenze dei figli». Aumentano, sottolinea don Aldo, le persone che si rivolgono a stregoni e occultisti per vendette e gelosie per ritrovarsi schiavi di sette acide che somministrano agli adepti Lsd e droghe e hanno alle spalle realtà più sofisticate: «Gestiscono le vite e si appropriano dei patrimoni di soggetti in stato di sudditanza». La molla è l’odio. «Il santo Benedetto da Chiaravalle insegna che più di tutto il diavolo teme chi si ama- dice don Buonaiuto-. Neppure uomini e donne di Chiesa sono esenti dall’azione di Satana che prende di mira anche sacerdoti, religiosi, suore».
L’ombra del maligno
È fra credenza e suggestione che si consumano casi umani. Il Male entra nelle vite di persone deboli, ma ignare. Per odio, gelosia o invidia. Come Paola, vittima di un maleficio parentale quando non era ancora nata. Come il piccolo Mattia, che paga a caro prezzo il «divertimento» del padre. O come una ragazza islamica, che quando è posseduta «striscia come un serpente» e che pur cerca conforto in don Sini, arrivato dall’Umbria, perché vittima di riti. Un Imam la segue, ma poi alza bandiera bianca e la indirizza a un prete cattolico. Storie differenti, manifestazioni diaboliche comuni: macchie sulla pelle, segni della croce che rimangono indelebili, come tatuaggi e, poi, durante l’incontro con simboli e immagini religiose, fosse solo il santino di Padre Pio, anziane che parlano lingue sconosciute, bambini che pronunciano parole blasfeme che dovrebbero essere a loro ignote, uomini e donne senza quasi più forze che invece si trasformano in aggressori e che, sulle mani e le braccia di don Sini, lasciano cicatrici.
Paola vent’anni quando bussa alla parrocchia di nostra Signora delle Salette, nel centro di Olbia. È vittima di un maleficio pronunciato da un’ava. Ma si scopre solo «interrogandola», come fa un esorcista con un posseduto. «Anni di visite psichiatriche e analisi mediche non erano state in grado di svelare che cosa avesse», ricorda il sacerdote. Era il Diavolo, che si era impossessato di lei . La maledizione di una parente «verso quel figlio che porterai in grembo». E che trova Paola quale vittima sacrificale. Proprio come Mattia, a quattro anni costretto a subire i malefici delle sedute spiritiche del padre imprenditore che trascorre i sabati con gli amici a «evocare gli spiriti di chi è morto», in sedute spiritiche nate per gioco. Non sempre il Male, però, si può riconoscere e sconfiggere in poco tempo. «Ci sono esorcismi che durano anni», ricorda don Sini. E possessioni che si ripresentano: «Senza un percorso di fede non si sconfigge Satana. Vince chi crede».
sabato 24 settembre 2016
Repubblica 24.9.16
Quando Truffaut intervistò Hitchcock e nacque il cinema come lo conosciamo
Il libro edito da Laffont nel 1966 fu una rivoluzione, un punto di non ritorno per generazioni di cinefili
di Emiliano Morreale
Fu pubblicato per la prima volta cinquant’anni fa “Le cinéma selon Hitchcock” di François Truffaut. Il dialogo tra i due cineasti è una pietra miliare della critica cinematografica e ha avuto un’influenza determinante sulla formazione dei registi dagli anni Sessanta in poi
Negli Usa il volume arriva mentre sta incubando la new Hollywood di Scorsese Il dialogo tra i due autori è una lezione sul metodo: il punto di vista si esprime attraverso lo stile
CINQUANT’ANNI fa arrivava nelle librerie francesi il libro di cinema forse più famoso di sempre. Tra ottobre e novembre del 1966, l’editore parigino Laffont pubblica un volume grande ed elegante, zeppo di foto: Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut. Un’intervista di oltre 200 pagine, un libro di cinema come non se n’erano mai fatti e come molti se ne faranno poi. Lo hanno ricordato, qualche giorno fa, una giornata di studi all’Università di Torino, ma già l’anno scorso se n’era riparlato in occasione del documentario Hitchcock/ Truffaut di Kent Jones, distribuito in Italia da Cinema.
L’intervista in realtà era stata fatta quattro anni prima dell’uscita del libro, nel ’62. Truffaut era uno dei giovani registi europei più celebri, dopo I 400 colpi e
Jules e Jim, Hitchcock era uno dei registi più famosi, anche grazie ai telefilm da lui prodotti e introdotti. Eppure era un regista, pensava Truffaut, più noto che conosciuto. Una decina d’anni prima, infatti, il ventenne Truffaut e i suoi coetanei Godard, Chabrol, Rohmer (critici e non ancora registi) avevano intrapreso una battaglia prendendolo a modello della “politica degli autori”. Non è il contenuto, l’impegno la cosa decisiva, dicevano, ma lo stile che è già una visione del mondo: e dunque i registi del cinema hollywoodiano, Hitchcock in testa, sono autori a pieno titolo. Ma per gli americani quel regista era ancora solo un grande tecnico, il mago del brivido e nulla più. Grazie al libro di Truffaut, invece, e al lavoro di critici come Andrew Sarris e di un altro critico-regista come Peter Bogdanovich, l’idea dell’“autore hollywoodiano” entra anche in America. Il libro andrà molto meglio negli Usa che in Francia.
Il primo incontro con Hitchcock era avvenuto in Costa Azzurra nel ’54, sul set di Caccia al ladro. Truffaut e il suo amico Chabrol, uscendo eccitati dall’incontro, erano finiti in piscina infradiciandosi. Nei racconti successivi di Hitch, i due erano vestiti da prete e da poliziotto: una maniera ironica, forse, di caratterizzare la lettura un po’ spiritualista dei critici francesi, per i quali il mago del brivido era anzitutto un cantore della tentazione, del male e della colpa.
Nel ’62 Truffaut non è più un critico ma un regista, e come regista progetta il libro: preparazione, riprese (una settimana d’incontri, 50 ore di registrazione), montaggio (sbobinatura, sistemazione del testo) e alla fine il reperimento delle immagini. In Italia non lo sapevamo, perché il libro a lungo è stato pubblicato senza foto, ma la grande novità era anche lo stretto legame tra il testo e i fotogrammi o le foto di scena, che il francese era andato a reperire in giro per l’Europa. Risultato, quattro anni di lavorazione a singhiozzo, durante i quali i due conversatori hanno il tempo di fare due film a testa: uno Marnie e Il sipario strappato, l’altro La calda amante e Fahrenheit 451 (che sono due film diversamente “hitchcockiani”, l’ultimo, poi, guarda caso storia di uomini-libro...).
Negli Usa, Il cinema secondo Hitchcock arriva mentre si sta incubando quella generazione di registi-cinefili che scaleranno la Hollywood anni 70 (il nome più esemplare è Scorsese) e diventerà un testo fondamentale per generazioni di appassionati. Senza la passione di quella generazione sarebbe oggi inimmaginabile il cinema di Tarantino o quello dei fratelli Coen. E in molti, critici o registi, hanno poi fatto i loro libri-omaggio ai maestri (fino al libro di Tornatore su Francesco Rosi). Eppure Il cinema secondo Hitchcock oggi sembra un libro che chiude una stagione d’oro della cinefilia, più di quanto non ne apra una. In Francia la moda della politica degli autori declina, i Cahiers du cinéma scoprono semiologia e psicanalisi, e infine, col ’68, la politica. È difficile, forse, immaginare che una passione come quella di Truffaut per il suo maestro abbia ancora senso per un ventenne o un trentenne di oggi. Eppure se non altro torna d’attualità la lezione di fondo: in un’epoca in cui le scuole di scrittura insegnano schemi narrativi scolastici e le serie propongono il primato della narrazione sulla messa in scena, dello showrunner sul regista. Il dialogo tra Hitchcock e Truffaut ci ricorda l’inscindibilità di contenuto e forma, l’importanza di un punto di vista sul mondo che si esprime attraverso lo stile e la maniera di guardare le cose, in una continua dialettica tra l’individualità creatrice e il sistema produttivo.
Quando Truffaut intervistò Hitchcock e nacque il cinema come lo conosciamo
Il libro edito da Laffont nel 1966 fu una rivoluzione, un punto di non ritorno per generazioni di cinefili
di Emiliano Morreale
Fu pubblicato per la prima volta cinquant’anni fa “Le cinéma selon Hitchcock” di François Truffaut. Il dialogo tra i due cineasti è una pietra miliare della critica cinematografica e ha avuto un’influenza determinante sulla formazione dei registi dagli anni Sessanta in poi
Negli Usa il volume arriva mentre sta incubando la new Hollywood di Scorsese Il dialogo tra i due autori è una lezione sul metodo: il punto di vista si esprime attraverso lo stile
CINQUANT’ANNI fa arrivava nelle librerie francesi il libro di cinema forse più famoso di sempre. Tra ottobre e novembre del 1966, l’editore parigino Laffont pubblica un volume grande ed elegante, zeppo di foto: Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut. Un’intervista di oltre 200 pagine, un libro di cinema come non se n’erano mai fatti e come molti se ne faranno poi. Lo hanno ricordato, qualche giorno fa, una giornata di studi all’Università di Torino, ma già l’anno scorso se n’era riparlato in occasione del documentario Hitchcock/ Truffaut di Kent Jones, distribuito in Italia da Cinema.
L’intervista in realtà era stata fatta quattro anni prima dell’uscita del libro, nel ’62. Truffaut era uno dei giovani registi europei più celebri, dopo I 400 colpi e
Jules e Jim, Hitchcock era uno dei registi più famosi, anche grazie ai telefilm da lui prodotti e introdotti. Eppure era un regista, pensava Truffaut, più noto che conosciuto. Una decina d’anni prima, infatti, il ventenne Truffaut e i suoi coetanei Godard, Chabrol, Rohmer (critici e non ancora registi) avevano intrapreso una battaglia prendendolo a modello della “politica degli autori”. Non è il contenuto, l’impegno la cosa decisiva, dicevano, ma lo stile che è già una visione del mondo: e dunque i registi del cinema hollywoodiano, Hitchcock in testa, sono autori a pieno titolo. Ma per gli americani quel regista era ancora solo un grande tecnico, il mago del brivido e nulla più. Grazie al libro di Truffaut, invece, e al lavoro di critici come Andrew Sarris e di un altro critico-regista come Peter Bogdanovich, l’idea dell’“autore hollywoodiano” entra anche in America. Il libro andrà molto meglio negli Usa che in Francia.
Il primo incontro con Hitchcock era avvenuto in Costa Azzurra nel ’54, sul set di Caccia al ladro. Truffaut e il suo amico Chabrol, uscendo eccitati dall’incontro, erano finiti in piscina infradiciandosi. Nei racconti successivi di Hitch, i due erano vestiti da prete e da poliziotto: una maniera ironica, forse, di caratterizzare la lettura un po’ spiritualista dei critici francesi, per i quali il mago del brivido era anzitutto un cantore della tentazione, del male e della colpa.
Nel ’62 Truffaut non è più un critico ma un regista, e come regista progetta il libro: preparazione, riprese (una settimana d’incontri, 50 ore di registrazione), montaggio (sbobinatura, sistemazione del testo) e alla fine il reperimento delle immagini. In Italia non lo sapevamo, perché il libro a lungo è stato pubblicato senza foto, ma la grande novità era anche lo stretto legame tra il testo e i fotogrammi o le foto di scena, che il francese era andato a reperire in giro per l’Europa. Risultato, quattro anni di lavorazione a singhiozzo, durante i quali i due conversatori hanno il tempo di fare due film a testa: uno Marnie e Il sipario strappato, l’altro La calda amante e Fahrenheit 451 (che sono due film diversamente “hitchcockiani”, l’ultimo, poi, guarda caso storia di uomini-libro...).
Negli Usa, Il cinema secondo Hitchcock arriva mentre si sta incubando quella generazione di registi-cinefili che scaleranno la Hollywood anni 70 (il nome più esemplare è Scorsese) e diventerà un testo fondamentale per generazioni di appassionati. Senza la passione di quella generazione sarebbe oggi inimmaginabile il cinema di Tarantino o quello dei fratelli Coen. E in molti, critici o registi, hanno poi fatto i loro libri-omaggio ai maestri (fino al libro di Tornatore su Francesco Rosi). Eppure Il cinema secondo Hitchcock oggi sembra un libro che chiude una stagione d’oro della cinefilia, più di quanto non ne apra una. In Francia la moda della politica degli autori declina, i Cahiers du cinéma scoprono semiologia e psicanalisi, e infine, col ’68, la politica. È difficile, forse, immaginare che una passione come quella di Truffaut per il suo maestro abbia ancora senso per un ventenne o un trentenne di oggi. Eppure se non altro torna d’attualità la lezione di fondo: in un’epoca in cui le scuole di scrittura insegnano schemi narrativi scolastici e le serie propongono il primato della narrazione sulla messa in scena, dello showrunner sul regista. Il dialogo tra Hitchcock e Truffaut ci ricorda l’inscindibilità di contenuto e forma, l’importanza di un punto di vista sul mondo che si esprime attraverso lo stile e la maniera di guardare le cose, in una continua dialettica tra l’individualità creatrice e il sistema produttivo.