Il Sole 6.6.16
Verso il referendum
Brexit, un esame di democrazia
Ue o non Ue: la scelta si gioca tra razionalità economica e passione popolare
di Jean Pisani-Ferry
Se
gli elettori del Regno Unito decideranno di lasciare l’Unione europea
con il referendum del 23 giugno non sarà per ragioni economiche.
Potrebbero infatti optare per la Brexit perché vogliono la piena
sovranità, perché odiano Bruxelles oppure perché vogliono che i migranti
tornino a casa loro, ma non perché si aspettano dei grandi vantaggi
economici.
All’inizio i sostenitori della Brexit sembravano avere
due carte vincenti in mano legate all’economia. La prima riguardava il
rifiuto schiacciante da parte dei cittadini britannici al trasferimento
fiscale netto dal paese al resto della Ue, attualmente pari allo 0,4%
del Pil. Da quando il primo ministro Margaret Thatcher chiese per la
prima volta «i soldi indietro» nel 1979, i costi di bilancio
dell’appartenenza alla Ue hanno del tutto offuscato i benefici economici
agli occhi dell’opinione pubblica.
La seconda carta vincente era
invece legata al pessimo stato dell’economia europea. In termini di
crescita di Pil, occupazione o innovazione, gli altri paesi europei sono
infatti mediamente indietro rispetto al Regno Unito (e ancor di più
rispetto agli Usa). Quindi, se un tempo l’appartenenza alla Ue era vista
come una porta d’accesso alla prosperità, ora è sempre più considerata
come un freno al progresso.
Tuttavia negli ultimi tempi, come ha
affermato John Van Reenen della London School of Economics, il caso
economico a favore della Brexit non è stato ben tradotto in termini
pratici. I suoi sostenitori sono infatti in difficoltà a spiegare quale
tipo di accordi commerciali e di partnership (se ve ne sono) il Regno
Unito potrebbe stringere con la Ue, e ancor di più a spiegare quanto
questi eventuali accordi sarebbero superiori a quelli attuali. Di
conseguenza, è difficile affermare che, lasciando la Ue, il Regno Unito
avrà una forte spinta economica, così come sostenere che non soffrirà in
modo significativo.
Delle otto valutazioni economiche analizzate
dall’Institute for fiscal studies, un istituto di ricerca indipendente
altamente rispettato, solo una sostiene che lasciando la Ue il Regno
Unito avrebbe dei vantaggi economici consistenti. Questo studio,
prodotto prevedibilmente da economisti a favore della Brexit, è stato
duramente criticato dal resto degli economisti per la mancanza di una
base analitica adeguata.
Gran parte delle ricerche rivelano che il
Regno Unito avrebbe grandi difficoltà una volta uscito dalla Ue. Gli
esportatori britannici finirebbero per partecipare di meno al grande
mercato della Ue e verrebbero estromessi da accordi negoziati in ambito
Ue che danno accesso ai principali mercati internazionali. E se, da un
lato, il Regno Unito potrebbe di certo negoziare dei nuovi accordi con
questi partner, ci vorrebbe comunque del tempo e, agendo da soli, il
potere di negoziazione sarebbe presumibilmente più debole.
Ciò
significa che il Regno Unito avrebbe meno rapporti commerciali sia con i
partner Ue che con i partner non UE e pagherebbe prezzi più alti per
mezzi di produzione e beni di consumo. Inoltre, la ridotta integrazione
delle aziende britanniche nella catena del valore globale indebolirebbe
la sua produttività, mentre il costo in termini di Pil perso sarebbe da 5
a 20 volte superiore al risparmio implicito derivato dal mancato
contributo al budget della Ue. Non si tratta di certo di un accordo
allettante.
Tutte le analisi moderne di internazionalizzazione
economica dimostrano che il commercio estero ha in sé un potente
meccanismo di selezione e fornisce importanti opportunità di crescita
per le aziende più produttive e innovative, permettendo loro allo stesso
tempo di imparare dai competitori esteri. Non è un caso che le migliori
aziende del mondo, con la produttività, i profitti e gli stipendi più
alti e che investono nello sviluppo del capitale umano, sono campioni
nel proprio settore commerciale. L’impatto negativo della Brexit
sull’ambito dello sviluppo delle aziende britanniche aumenterebbe ancor
di più il costo economico.
Queste argomentazioni sono state
avanzate con fermezza in vista del referendum, ma non hanno tuttavia
semplificato il dibattito su costi e benefici della Brexit. Ciò può in
parte dipendere dal fatto che il dibattito non si è sviluppato in base
alle linee di partito. I conservatori del primo ministro David Cameron
sono infatti profondamente divisi sull’argomento, mentre il Labour Party
di Jeremy Corbin sembra poco entusiasta nei confronti della Ue. Dato
che la scelta non è tra destra e sinistra, le prospettive indipendenti
hanno ottenuto un maggior peso.
Il referendum del 23 giugno è
importante di per sé per le sue profonde implicazioni sul rapporto del
Regno Unito con l’Europa, ma anche perché potrà impartire delle grandi
lezioni. Se gli elettori britannici decideranno di lasciare la Ue, vorrà
dire che le argomentazioni economiche razionali avranno avuto un peso
minore del richiamo emotivo. Un simile risultato rafforzerebbe le forze
populiste in altre parti del mondo (dall’Italia alla Francia fino agli
Stati Uniti) nel loro sostegno alle politiche di isolazionismo che la
maggior parte degli esperti considerano di fatto un controsenso
economico. Per opporsi a queste forze e a queste politiche i principali
partiti politici dovranno affrontare il proprio fallimento, pur avendo i
fatti dalla loro parte, per offrire una narrativa sufficientemente
valida al fine di convincere gli elettori a scegliere l’apertura
economica.
Un voto da parte della maggioranza dei cittadini
britannici a favore della Ue avrebbe d’altra parte l’effetto opposto ed
evidenzierebbe che, per quanto negativi siano i sentimenti delle persone
rispetto a una determinata politica o entità, la ragione e la logica
non possono essere accantonate. Ugualmente importante è il fatto che un
simile risultato potrebbe incoraggiare un’analisi maggiore delle
conseguenze economiche dei programmi populisti negli Usa e nel resto
dell’Europa.
Il 23 giugno è quindi in gioco non solo la relazione
tra il Regno Unito e la Ue, o addirittura il futuro del “progetto
europeo”. Il modo in cui i cittadini decideranno di votare sarà infatti
un test importante per verificare se le scelte democratiche nei paesi
avanzati sono governate dalla razionalità economica o dalla passione
popolare.
(Traduzione di Marzia Pecorari)
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 6 giugno 2016
La Stampa 6.6.16
L’incubo migranti spinge la Brexit
Si muove la Banca d’Inghilterra
Il fronte anti-Ue avanti nei sondaggi, scontro violento fra i conservatori
Pronto un fondo d’emergenza per tutelare la tenuta degli istituti di credito
di Alessandra Rizzo
Alle prime avvisaglie di rimonta del fronte Brexit, Lynton Crosby, stratega della vittoria dei conservatori alle ultime elezioni, l’aveva detto: «Insistere sempre più sul mancato controllo dell’immigrazione sta dando i suoi frutti». Ora siamo a meno di tre settimane dal referendum e il numero di britannici favorevoli ad un divorzio dall’Unione europea, secondo i sondaggi, continua a crescere. E con esso sale la preoccupazione: secondo il «Guardian», la Banca d’Inghilterra sta mettendo a punto un fondo di emergenza di miliardi di sterline per consentire alle banche di tutelarsi in caso di Brexit, una mossa per evitare un eventuale caos.
L’ultimo sondaggio, pubblicato dal domenicale «The Observer», dà il fronte del No all’Europa al 43% contro il 40% del campo Remain (il 14% è indeciso). I fautori della permanenza nella Ue hanno perso quattro punti nelle ultime due settimane, mentre il fronte Brexit ne ha guadagnati tre. A rendere le cose più preoccupanti per David Cameron, il 41% degli interpellati considera l’immigrazione uno dei fattori determinanti per decidere come votare al referendum del 23 giugno, mentre il 29% cita i rischi all’economia, punto forte della strategia Remain. Nonostante le riserve necessarie (visti gli errori alle ultime elezioni), i sondaggi degli ultimi giorni sembrano puntare verso un’avanzata del fronte Brexit, quando non un sorpasso.
Cosa è successo nelle ultime due settimane per determinare l’inversione di tendenza? Una campagna martellante sugli immigrati, aiutata dalla pubblicazione dei nuovi dati sull’immigrazione netta, salita a 330mila nel 2015, il secondo livello più alto mai registrato. Poi è bastato l’avvistamento di un gommone nella Manica con venti migranti a bordo per far scattare l’allarme scafisti, anche a causa di una stampa populista che non esita a parlare di invasione imminente. Secondo il «Sunday Times», la polizia di frontiera avrebbe chiesto aiuto alla Marina per pattugliare il canale della Manica. Un eventuale intervento darà fiato ai «Brexiteers».
Non è ancora il momento del panico per Cameron, ma il nervosismo è palpabile. La settimana scorsa, nel corso di un dibattito televisivo, il premier è stato messo in difficoltà da un pubblico furioso che gli ha dato dell’allarmista per come descrive le conseguenze economiche della Brexit. Nel momento forse peggiore per lui, una studentessa lo ha interrotto e accusato di parlare a vanvera. È stato un Cameron sulla difensiva, che ha insistito sui rischi economici. Mentre i suoi rivali nel referendum, Tory come lui, sono all’attacco, e poco importa che divisioni sempre più profonde stiano lacerando il partito conservatore: in ballo c’è il futuro del Paese (nonché le sorti del governo e del primo ministro). Michael Gove, che del governo Cameron è ministro, e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson dicono che, in tema di immigrazione ed Europa, di Cameron non ci si può fidare. Propongono un sistema di immigrazione a punti per stabilire chi entra, come fanno in Australia; e promettono di investire 100 milioni di sterline a settimana nel sistema sanitario nazionale, gloria del welfare britannico che si sta sgretolando sotto pressioni sociali e anni di austerity. E pazienza se perfino John Major, l’ex premier conservatore, li accusa di mentire e chiama Johnson un «giullare». Gove, apparso in Tv la sera dopo Cameron, ha ripetuto: «Riprendiamoci il controllo». Controllo delle frontiere, della produzione, del commercio, insomma del Paese. È stato evasivo sui numeri e non ha saputo fare il nome di un solo economista pro-Brexit, ma il suo messaggio è stato udito forte e chiaro. Cameron ha dalla sua la City, le banche, le grandi istituzioni finanziarie, gli alleati internazionali. Ma il vento anti-establishment che soffia per l’Europa potrebbe spingere in direzione della Brexit. Per dirla con Gove: «Loro stanno con le élite, noi con la gente normale». Molto può ancora succedere fino al 23 giugno: un fronte Remain impaurito può riuscire a mobilitare gli elettori, e lo stesso può fare un Labour finora rimasto in disparte. E il numero di indecisi è ancora alto.
L’incubo migranti spinge la Brexit
Si muove la Banca d’Inghilterra
Il fronte anti-Ue avanti nei sondaggi, scontro violento fra i conservatori
Pronto un fondo d’emergenza per tutelare la tenuta degli istituti di credito
di Alessandra Rizzo
Alle prime avvisaglie di rimonta del fronte Brexit, Lynton Crosby, stratega della vittoria dei conservatori alle ultime elezioni, l’aveva detto: «Insistere sempre più sul mancato controllo dell’immigrazione sta dando i suoi frutti». Ora siamo a meno di tre settimane dal referendum e il numero di britannici favorevoli ad un divorzio dall’Unione europea, secondo i sondaggi, continua a crescere. E con esso sale la preoccupazione: secondo il «Guardian», la Banca d’Inghilterra sta mettendo a punto un fondo di emergenza di miliardi di sterline per consentire alle banche di tutelarsi in caso di Brexit, una mossa per evitare un eventuale caos.
L’ultimo sondaggio, pubblicato dal domenicale «The Observer», dà il fronte del No all’Europa al 43% contro il 40% del campo Remain (il 14% è indeciso). I fautori della permanenza nella Ue hanno perso quattro punti nelle ultime due settimane, mentre il fronte Brexit ne ha guadagnati tre. A rendere le cose più preoccupanti per David Cameron, il 41% degli interpellati considera l’immigrazione uno dei fattori determinanti per decidere come votare al referendum del 23 giugno, mentre il 29% cita i rischi all’economia, punto forte della strategia Remain. Nonostante le riserve necessarie (visti gli errori alle ultime elezioni), i sondaggi degli ultimi giorni sembrano puntare verso un’avanzata del fronte Brexit, quando non un sorpasso.
Cosa è successo nelle ultime due settimane per determinare l’inversione di tendenza? Una campagna martellante sugli immigrati, aiutata dalla pubblicazione dei nuovi dati sull’immigrazione netta, salita a 330mila nel 2015, il secondo livello più alto mai registrato. Poi è bastato l’avvistamento di un gommone nella Manica con venti migranti a bordo per far scattare l’allarme scafisti, anche a causa di una stampa populista che non esita a parlare di invasione imminente. Secondo il «Sunday Times», la polizia di frontiera avrebbe chiesto aiuto alla Marina per pattugliare il canale della Manica. Un eventuale intervento darà fiato ai «Brexiteers».
Non è ancora il momento del panico per Cameron, ma il nervosismo è palpabile. La settimana scorsa, nel corso di un dibattito televisivo, il premier è stato messo in difficoltà da un pubblico furioso che gli ha dato dell’allarmista per come descrive le conseguenze economiche della Brexit. Nel momento forse peggiore per lui, una studentessa lo ha interrotto e accusato di parlare a vanvera. È stato un Cameron sulla difensiva, che ha insistito sui rischi economici. Mentre i suoi rivali nel referendum, Tory come lui, sono all’attacco, e poco importa che divisioni sempre più profonde stiano lacerando il partito conservatore: in ballo c’è il futuro del Paese (nonché le sorti del governo e del primo ministro). Michael Gove, che del governo Cameron è ministro, e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson dicono che, in tema di immigrazione ed Europa, di Cameron non ci si può fidare. Propongono un sistema di immigrazione a punti per stabilire chi entra, come fanno in Australia; e promettono di investire 100 milioni di sterline a settimana nel sistema sanitario nazionale, gloria del welfare britannico che si sta sgretolando sotto pressioni sociali e anni di austerity. E pazienza se perfino John Major, l’ex premier conservatore, li accusa di mentire e chiama Johnson un «giullare». Gove, apparso in Tv la sera dopo Cameron, ha ripetuto: «Riprendiamoci il controllo». Controllo delle frontiere, della produzione, del commercio, insomma del Paese. È stato evasivo sui numeri e non ha saputo fare il nome di un solo economista pro-Brexit, ma il suo messaggio è stato udito forte e chiaro. Cameron ha dalla sua la City, le banche, le grandi istituzioni finanziarie, gli alleati internazionali. Ma il vento anti-establishment che soffia per l’Europa potrebbe spingere in direzione della Brexit. Per dirla con Gove: «Loro stanno con le élite, noi con la gente normale». Molto può ancora succedere fino al 23 giugno: un fronte Remain impaurito può riuscire a mobilitare gli elettori, e lo stesso può fare un Labour finora rimasto in disparte. E il numero di indecisi è ancora alto.
Corriere 6.6.16
Fisco
Pagare le tasse? A farlo sono solo la metà degli italiani
di Alberto Brambilla e Paolo Novati
A guardare le dichiarazioni Irpef degli italiani vien da pensare anzitutto che non siamo un Paese appartenente al G7 ma soprattutto che finanziare il nostro generoso welfare potrebbe essere sempre più difficile in futuro. Nel 2014, per intenderci, lo Stato ha speso per pensioni, sanità e assistenza 439 miliardi; di questi circa 172,5 miliardi sono coperti da contributi sociali mentre il resto deve essere finanziato con le imposte. Ma analizzando le dichiarazioni per scaglioni di reddito, emerge che il 25% circa dei cittadini paga un’Irpef media (addizionali comprese) di 54 euro l’anno mentre il 46% paga una imposta media di 305 euro l’anno escludendo l’effetto bonus 80 euro. Considerando che la spesa sanitaria pro capite è ammontata per il 2014 a 1.850 euro (112,7 miliardi in totale: fonte Agenas), solo per garantire la sanità a questi 28 milioni (quasi la metà) di cittadini italiani, occorrerà reperire 43,3 miliardi. Poi c’è tutto il resto: scuola, sicurezza, strade, funzionamento della macchina pubblica e così via. Non è certamente una situazione rosea; ma andiamo con ordine. Sulla base dei dati diffusi dal Mef relativi alle dichiarazioni dei redditi 2014 presentate nel 2015, il Centro studi e ricerche di itinerari previdenziali ha rielaborato una serie di indicatori. Nel dettaglio, dei 60.795.612 cittadini residenti al 31-12-2014 (12.994 in più rispetto al 2013) quelli che hanno fatto la dichiarazione dei redditi sono 40.716.548 (273.019 in meno rispetto al 2013 e 697.606 in meno sul 2012); di questi quelli che pagano almeno un euro di tasse sono solo 30,7 milioni. I redditi dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammontano a un totale di 817,264 miliardi di euro (810,757 nel 2013) con un incremento di circa lo 0,8%, che scende allo 0,4% se si escludono i redditi relativi dell’abitazione principale. Su tali redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 167,052 miliardi di euro (al lordo del bonus da 80 euro) di cui il 90,50% per Irpef, il 6,81% per l’addizionale regionale (11,384 miliardi) e 4,483 miliardi di addizionale comunale (2,68%). Per calcolare l’Irpef pro capite si è poi considerato il rapporto tra il numero dei dichiaranti (40,716 milioni) e il numero di abitanti, per cui a ogni dichiarante corrispondono 1,49 abitanti. Dalle elaborazioni emerge che: 1) considerando che solo 30,7 milioni di cittadini su 60,8 milioni presentano una dichiarazione dei redditi positiva, se ne deduce che quasi la metà degli italiani non ha reddito, quindi è a carico di qualcuno; e infatti il totale di coloro che dichiarano reddito nullo o negativo è 694.480 mentre quelli fino a 7.500 euro annui (una media di 312 euro lordi/mese) sono 10.130.507, cioè il 24,88% del totale, e corrispondono a 15.331.084 abitanti con un’Irpef media dichiarata pro capite di 54 euro l’anno. 2) Tra i 7.500 e i 15.000 euro di reddito annuo, contiamo 8.584.180 contribuenti (circa 12,8 milioni di abitanti) che pagano una Irpef media di 601 euro. 3) Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito dichiarato troviamo 6,1 milioni di contribuenti (9,11 milioni di abitanti) che pagano un’imposta media di 1.655 euro, sufficiente per pagarsi al 90% la sanità. 4) Ricapitolando, i primi 18.714.687 di contribuenti (pari al 45,96% del totale), di cui 6.821.730 pensionati, dichiarano redditi da zero a 15.000 euro e quindi vivono con un reddito medio mensile di poco superiore ai 600 euro lordi, meno di quello di molti pensionati. Questi primi 18.714.687 di contribuenti a cui corrispondono 27,9 milioni di abitanti, anche per via delle detrazioni, pagano in media circa 305 euro l’anno e si suppone pochissimi contributi sociali, con gravissime ripercussioni sia sull’attuale sistema pensionistico sia sulla futura coesione sociale. 5) Ma chi paga l’Irpef? Chi finanzia il welfare? Partendo dagli scaglioni più alti, con redditi sopra i 300.000 € troviamo solo lo 0,08% dei contribuenti (poco più di 31 mila) che pagano però il 4,7% dell’Irpef; sopra i 200 mila euro, lo 0,19% che paga il 7,3% dell’Irpef. Con redditi lordi sopra i 100 mila euro (meno di 52 mila netti) troviamo l’1,04% pari a 424.000 contribuenti che tuttavia pagano il 16,9% dell’Irpef; sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi da 55.000 otteniamo che il 4,13% paga il 33,6% e considerando infine i redditi sopra i 35.000 euro lordi, l’11,28% paga il 52,5% di tutta l’Irpef. Considerando infine l’effetto del Bonus da 80 euro di cui hanno fruito 11.291.064 di contribuenti con redditi fino a 29.000 euro, per uno sgravio di 6,076 miliardi di euro, il totale Irpef versato diminuisce a 160,976 miliardi di euro e l’imposta media pagata per queste fasce di reddito si riduce da 54 euro a 40 per redditi fino a 7.500 euro, da 601 euro a 451 per quelli da 7.500 a 15.000 euro e da 1.665 euro a 1.469 per redditi da 15.000 a 20.000 euro. Chi pagherà i 45,3 i miliardi di euro per coprire i costi del servizio sanitario e i 93 miliardi circa della spesa per assistenza? Come si potranno pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti che non dichiarando nulla ai fini Irpef ovviamente sono anche privi di contribuzione ?
Centro studi e ricerche itinerari previdenziali
Fisco
Pagare le tasse? A farlo sono solo la metà degli italiani
di Alberto Brambilla e Paolo Novati
A guardare le dichiarazioni Irpef degli italiani vien da pensare anzitutto che non siamo un Paese appartenente al G7 ma soprattutto che finanziare il nostro generoso welfare potrebbe essere sempre più difficile in futuro. Nel 2014, per intenderci, lo Stato ha speso per pensioni, sanità e assistenza 439 miliardi; di questi circa 172,5 miliardi sono coperti da contributi sociali mentre il resto deve essere finanziato con le imposte. Ma analizzando le dichiarazioni per scaglioni di reddito, emerge che il 25% circa dei cittadini paga un’Irpef media (addizionali comprese) di 54 euro l’anno mentre il 46% paga una imposta media di 305 euro l’anno escludendo l’effetto bonus 80 euro. Considerando che la spesa sanitaria pro capite è ammontata per il 2014 a 1.850 euro (112,7 miliardi in totale: fonte Agenas), solo per garantire la sanità a questi 28 milioni (quasi la metà) di cittadini italiani, occorrerà reperire 43,3 miliardi. Poi c’è tutto il resto: scuola, sicurezza, strade, funzionamento della macchina pubblica e così via. Non è certamente una situazione rosea; ma andiamo con ordine. Sulla base dei dati diffusi dal Mef relativi alle dichiarazioni dei redditi 2014 presentate nel 2015, il Centro studi e ricerche di itinerari previdenziali ha rielaborato una serie di indicatori. Nel dettaglio, dei 60.795.612 cittadini residenti al 31-12-2014 (12.994 in più rispetto al 2013) quelli che hanno fatto la dichiarazione dei redditi sono 40.716.548 (273.019 in meno rispetto al 2013 e 697.606 in meno sul 2012); di questi quelli che pagano almeno un euro di tasse sono solo 30,7 milioni. I redditi dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammontano a un totale di 817,264 miliardi di euro (810,757 nel 2013) con un incremento di circa lo 0,8%, che scende allo 0,4% se si escludono i redditi relativi dell’abitazione principale. Su tali redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 167,052 miliardi di euro (al lordo del bonus da 80 euro) di cui il 90,50% per Irpef, il 6,81% per l’addizionale regionale (11,384 miliardi) e 4,483 miliardi di addizionale comunale (2,68%). Per calcolare l’Irpef pro capite si è poi considerato il rapporto tra il numero dei dichiaranti (40,716 milioni) e il numero di abitanti, per cui a ogni dichiarante corrispondono 1,49 abitanti. Dalle elaborazioni emerge che: 1) considerando che solo 30,7 milioni di cittadini su 60,8 milioni presentano una dichiarazione dei redditi positiva, se ne deduce che quasi la metà degli italiani non ha reddito, quindi è a carico di qualcuno; e infatti il totale di coloro che dichiarano reddito nullo o negativo è 694.480 mentre quelli fino a 7.500 euro annui (una media di 312 euro lordi/mese) sono 10.130.507, cioè il 24,88% del totale, e corrispondono a 15.331.084 abitanti con un’Irpef media dichiarata pro capite di 54 euro l’anno. 2) Tra i 7.500 e i 15.000 euro di reddito annuo, contiamo 8.584.180 contribuenti (circa 12,8 milioni di abitanti) che pagano una Irpef media di 601 euro. 3) Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito dichiarato troviamo 6,1 milioni di contribuenti (9,11 milioni di abitanti) che pagano un’imposta media di 1.655 euro, sufficiente per pagarsi al 90% la sanità. 4) Ricapitolando, i primi 18.714.687 di contribuenti (pari al 45,96% del totale), di cui 6.821.730 pensionati, dichiarano redditi da zero a 15.000 euro e quindi vivono con un reddito medio mensile di poco superiore ai 600 euro lordi, meno di quello di molti pensionati. Questi primi 18.714.687 di contribuenti a cui corrispondono 27,9 milioni di abitanti, anche per via delle detrazioni, pagano in media circa 305 euro l’anno e si suppone pochissimi contributi sociali, con gravissime ripercussioni sia sull’attuale sistema pensionistico sia sulla futura coesione sociale. 5) Ma chi paga l’Irpef? Chi finanzia il welfare? Partendo dagli scaglioni più alti, con redditi sopra i 300.000 € troviamo solo lo 0,08% dei contribuenti (poco più di 31 mila) che pagano però il 4,7% dell’Irpef; sopra i 200 mila euro, lo 0,19% che paga il 7,3% dell’Irpef. Con redditi lordi sopra i 100 mila euro (meno di 52 mila netti) troviamo l’1,04% pari a 424.000 contribuenti che tuttavia pagano il 16,9% dell’Irpef; sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi da 55.000 otteniamo che il 4,13% paga il 33,6% e considerando infine i redditi sopra i 35.000 euro lordi, l’11,28% paga il 52,5% di tutta l’Irpef. Considerando infine l’effetto del Bonus da 80 euro di cui hanno fruito 11.291.064 di contribuenti con redditi fino a 29.000 euro, per uno sgravio di 6,076 miliardi di euro, il totale Irpef versato diminuisce a 160,976 miliardi di euro e l’imposta media pagata per queste fasce di reddito si riduce da 54 euro a 40 per redditi fino a 7.500 euro, da 601 euro a 451 per quelli da 7.500 a 15.000 euro e da 1.665 euro a 1.469 per redditi da 15.000 a 20.000 euro. Chi pagherà i 45,3 i miliardi di euro per coprire i costi del servizio sanitario e i 93 miliardi circa della spesa per assistenza? Come si potranno pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti che non dichiarando nulla ai fini Irpef ovviamente sono anche privi di contribuzione ?
Centro studi e ricerche itinerari previdenziali
La Stampa 6.6.16
Poletti: sì a pensioni in anticipo. “Confronto con i sindacati”
Il ministro: nella manovra un piano per il sociale. Giù i costi sul lavoro stabile
di Giuseppe Bottero
La flessibilità sulle pensioni ci sarà, e le misure che consentiranno di lasciare il lavoro in anticipo saranno discusse assieme ai sindacati, con cui, dopo mesi di gelo, s’è riaperto il dialogo. Giuliano Poletti è al Festival dell’Economia di Trento per ragionare di robot e del loro impatto sull’occupazione ma, inevitabilmente, si finisce a ragionare sulla manovra d’autunno. Il ministro del Lavoro non scopre le carte, ma conferma l’intervento sulla previdenza, che sarà sul tavolo dell’incontro con le parti sociali, il prossimo 14 giugno. «Non c’è un proposta definita anche perché l’impegno che ci siamo assunti è quello di un confronto vero», dice.
Le ipotesi sul tavolo
Allo studio ci sono varie ipotesi, nelle quali Poletti però non si addentra, che prevedono un certo grado di “discrezionalità” per il lavoratore, visto che potrebbero entrare in gioco anche le risorse accantonate nei fondi pensione per ridurre l’entità del prestito da restituire, e che dovrebbero essere a costo zero o quasi per chi invece una occupazione l’ha persa e non la può più ritrovare.
La priorità di Poletti, però, «è non lasciare indietro nessuno». Non significa puntare sul reddito minimo - «o lo porta l’arcangelo Gabriele o deve essere prodotto da quelli lavorano», taglia corto - ma preparare un pacchetto di interventi che vadano a rafforzare le politiche sociali. Una sorta di “Social act”, visto che «dobbiamo sì fare un grande sforzo per la crescita» ma «bisogna anche dare una mano chi non ce la farà a salire sul treno della transizione». In futuro, «dovremo fare in modo che chi perde il lavoro non sia disperato se no la società non sta più insieme».
Il ministro è invece più cauto sulla possibilità di alleggerire le tasse sul lavoro: bisognerà decidere quale metodo utilizzare - se ancora una forma di decontribuzione o un taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo - «per continuare ad affermare l’idea che l’occupazione a tempo indeterminato, cioè stabile, deve costare di meno di quello precario».
La stretta sui voucher
Mentre il governo metterà subito mano ai voucher, introducendo «la prossima settimana» i correttivi che consentiranno la tracciabilità dei buoni lavoro e quindi una minore possibilità di abusarne, ci vorrà ancora qualche mese per capire l’orientamento sul lavoro. «In questo momento non sono in grado di dire se» un intervento sul cuneo fiscale, abbastanza impegnativo dal punto di vista delle risorse comunque sia strutturato, possa essere «alternativo» o portato avanti in parallelo alle ipotesi di riduzione dell’Irpef, tutto si deciderà «con la prossima legge di Stabilità», ribadisce. Perché il Paese cambi, però, non basta una legge, sorride il ministro. «Bisogna mettere in campo un cambiamento radicale a partire dalla cultura, e non c’è nessuna legge che possa farlo, nessuna legge cambia un Paese, lo cambia un obiettivo condiviso. E chi governa deve indicare questa strada e questo orizzonte». Anche scardinando una serie di atteggiamenti: la parola più usata in Italia, dice, è «difendere. Ma quando parti con l’idea di difendere, in un mondo che viaggia alla velocità della luce hai già perso».
Poletti: sì a pensioni in anticipo. “Confronto con i sindacati”
Il ministro: nella manovra un piano per il sociale. Giù i costi sul lavoro stabile
di Giuseppe Bottero
La flessibilità sulle pensioni ci sarà, e le misure che consentiranno di lasciare il lavoro in anticipo saranno discusse assieme ai sindacati, con cui, dopo mesi di gelo, s’è riaperto il dialogo. Giuliano Poletti è al Festival dell’Economia di Trento per ragionare di robot e del loro impatto sull’occupazione ma, inevitabilmente, si finisce a ragionare sulla manovra d’autunno. Il ministro del Lavoro non scopre le carte, ma conferma l’intervento sulla previdenza, che sarà sul tavolo dell’incontro con le parti sociali, il prossimo 14 giugno. «Non c’è un proposta definita anche perché l’impegno che ci siamo assunti è quello di un confronto vero», dice.
Le ipotesi sul tavolo
Allo studio ci sono varie ipotesi, nelle quali Poletti però non si addentra, che prevedono un certo grado di “discrezionalità” per il lavoratore, visto che potrebbero entrare in gioco anche le risorse accantonate nei fondi pensione per ridurre l’entità del prestito da restituire, e che dovrebbero essere a costo zero o quasi per chi invece una occupazione l’ha persa e non la può più ritrovare.
La priorità di Poletti, però, «è non lasciare indietro nessuno». Non significa puntare sul reddito minimo - «o lo porta l’arcangelo Gabriele o deve essere prodotto da quelli lavorano», taglia corto - ma preparare un pacchetto di interventi che vadano a rafforzare le politiche sociali. Una sorta di “Social act”, visto che «dobbiamo sì fare un grande sforzo per la crescita» ma «bisogna anche dare una mano chi non ce la farà a salire sul treno della transizione». In futuro, «dovremo fare in modo che chi perde il lavoro non sia disperato se no la società non sta più insieme».
Il ministro è invece più cauto sulla possibilità di alleggerire le tasse sul lavoro: bisognerà decidere quale metodo utilizzare - se ancora una forma di decontribuzione o un taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo - «per continuare ad affermare l’idea che l’occupazione a tempo indeterminato, cioè stabile, deve costare di meno di quello precario».
La stretta sui voucher
Mentre il governo metterà subito mano ai voucher, introducendo «la prossima settimana» i correttivi che consentiranno la tracciabilità dei buoni lavoro e quindi una minore possibilità di abusarne, ci vorrà ancora qualche mese per capire l’orientamento sul lavoro. «In questo momento non sono in grado di dire se» un intervento sul cuneo fiscale, abbastanza impegnativo dal punto di vista delle risorse comunque sia strutturato, possa essere «alternativo» o portato avanti in parallelo alle ipotesi di riduzione dell’Irpef, tutto si deciderà «con la prossima legge di Stabilità», ribadisce. Perché il Paese cambi, però, non basta una legge, sorride il ministro. «Bisogna mettere in campo un cambiamento radicale a partire dalla cultura, e non c’è nessuna legge che possa farlo, nessuna legge cambia un Paese, lo cambia un obiettivo condiviso. E chi governa deve indicare questa strada e questo orizzonte». Anche scardinando una serie di atteggiamenti: la parola più usata in Italia, dice, è «difendere. Ma quando parti con l’idea di difendere, in un mondo che viaggia alla velocità della luce hai già perso».
Il Sole 6.6.16
Unioni civili, debuttano le coppie a tutele variabili
di Valentina Maglione
Operative da ieri le norme per i conviventi ma per le unioni gay mancano le istruzioni
Matrimoni, unioni civili, convivenze registrate e non: debutta la famiglia a tutele variabili. Da ieri è infatti in vigore la legge 76 del 2016, la “Cirinnà”, dal cognome della prima firmataria e relatrice al Senato, Monica Cirinnà (Pd).
Una legge storica, che permetterà alle coppie omosessuali di ufficializzare il loro legame, conquistando (quasi) tutti i diritti (con l’importante eccezione dell’adozione) e i doveri che hanno marito e moglie. Ma la nuova disciplina prova a offrire un ombrello di garanzie minime anche alle coppie - etero o gay - che, per le più svariate ragioni, non vogliono legarsi in modo formale. E mentre per celebrare le prime unioni civili è necessario attendere le disposizioni con le istruzioni per gli uffici comunali, le novità per i conviventi di fatto sono già operative.
Le unioni civili
Riservate alle persone dello stesso sesso, le unioni civili guardano da vicino al matrimonio. Infatti, con la dichiarazione all’ufficiale dello stato civile, i partner si impegnano alla reciproca assistenza morale e materiale e a vivere sotto lo stesso tetto. Entrambi, poi, devono contribuire, in base alle loro possibilità, ai bisogni comuni. Tra i diritti e i doveri che discendono dall’unione civile, la legge 76 non cita invece l’obbligo di fedeltà, che il Codice civile impone a marito e moglie (e sulla cui violazione si concentra gran parte del contenzioso quando l’amore finisce).
Matrimoni e unioni civili restano distanti sul fronte della genitorialità. Le coppie gay continuano a essere escluse dai percorsi ordinari dell’adozione. La stepchild adoption, vale a dire la possibilità di adottare il figlio del partner, che il Ddl originario estendeva ai gay, è stata stralciata dal Parlamento. La legge 76, infatti, esplicita che l’equiparazione tra i partner di un’unione civile e i coniugi non vale per la legge sull’adozione (la 184 del 1983). Tuttavia precisa anche che «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti»: una formula che lascia aperto il percorso dell’adozione «in casi particolari» - prevista dalla stessa legge del 1983 - in base alla quale i giudici hanno già autorizzato in una serie di casi l’adozione per le coppie omosessuali.
Più agile rispetto al matrimonio è poi l’iter per chiudere l’unione civile. Mentre marito e moglie devono passare per la separazione e (dopo sei mesi in caso di rottura consensuale o dopo un anno se l’accordo non c’è) per il divorzio, i gay possono divorziare direttamente, tre mesi dopo aver dichiarato (anche separatamente) all’ufficiale dello stato civile di volersi lasciare.
I partner dell’unione civile hanno lo stesso trattamento dei coniugi da parte del fisco e come lavoratori. Resta da chiarire l’ambito di applicazione della nullità del licenziamento e delle dimissioni (se non confermate alla direzione provinciale del lavoro) per un anno dopo il matrimonio, dato che la legge (la 198 del 2006) parla solo di «lavoratrice».
Le convivenze
Decisamente più deboli sono le tutele previste dalla legge 76 per i conviventi. Intanto, ricadono in questa tipologia non tutte le coppie di fatto ma solo quelle che sono registrate come conviventi all’anagrafe. Per questi partner si apre la possibilità di visite in caso di malattia, di partecipare agli utili dell’impresa del compagno imprenditore, di vivere nella casa di proprietà del partner defunto per un periodo di tempo limitato e di ottenere gli alimenti se la relazione finisce, ma solo per un periodo proporzionale alla durata della convivenza.
Infine, i conviventi di fatto possono fare un passo in più e sottoscrivere (con l’aiuto di un notaio o di un avvocato) un “contratto di convivenza” per regolare le questioni patrimoniali: scegliere la comunione dei beni e stabilire la misura dei contributi alla vita in comune.
Unioni civili, debuttano le coppie a tutele variabili
di Valentina Maglione
Operative da ieri le norme per i conviventi ma per le unioni gay mancano le istruzioni
Matrimoni, unioni civili, convivenze registrate e non: debutta la famiglia a tutele variabili. Da ieri è infatti in vigore la legge 76 del 2016, la “Cirinnà”, dal cognome della prima firmataria e relatrice al Senato, Monica Cirinnà (Pd).
Una legge storica, che permetterà alle coppie omosessuali di ufficializzare il loro legame, conquistando (quasi) tutti i diritti (con l’importante eccezione dell’adozione) e i doveri che hanno marito e moglie. Ma la nuova disciplina prova a offrire un ombrello di garanzie minime anche alle coppie - etero o gay - che, per le più svariate ragioni, non vogliono legarsi in modo formale. E mentre per celebrare le prime unioni civili è necessario attendere le disposizioni con le istruzioni per gli uffici comunali, le novità per i conviventi di fatto sono già operative.
Le unioni civili
Riservate alle persone dello stesso sesso, le unioni civili guardano da vicino al matrimonio. Infatti, con la dichiarazione all’ufficiale dello stato civile, i partner si impegnano alla reciproca assistenza morale e materiale e a vivere sotto lo stesso tetto. Entrambi, poi, devono contribuire, in base alle loro possibilità, ai bisogni comuni. Tra i diritti e i doveri che discendono dall’unione civile, la legge 76 non cita invece l’obbligo di fedeltà, che il Codice civile impone a marito e moglie (e sulla cui violazione si concentra gran parte del contenzioso quando l’amore finisce).
Matrimoni e unioni civili restano distanti sul fronte della genitorialità. Le coppie gay continuano a essere escluse dai percorsi ordinari dell’adozione. La stepchild adoption, vale a dire la possibilità di adottare il figlio del partner, che il Ddl originario estendeva ai gay, è stata stralciata dal Parlamento. La legge 76, infatti, esplicita che l’equiparazione tra i partner di un’unione civile e i coniugi non vale per la legge sull’adozione (la 184 del 1983). Tuttavia precisa anche che «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti»: una formula che lascia aperto il percorso dell’adozione «in casi particolari» - prevista dalla stessa legge del 1983 - in base alla quale i giudici hanno già autorizzato in una serie di casi l’adozione per le coppie omosessuali.
Più agile rispetto al matrimonio è poi l’iter per chiudere l’unione civile. Mentre marito e moglie devono passare per la separazione e (dopo sei mesi in caso di rottura consensuale o dopo un anno se l’accordo non c’è) per il divorzio, i gay possono divorziare direttamente, tre mesi dopo aver dichiarato (anche separatamente) all’ufficiale dello stato civile di volersi lasciare.
I partner dell’unione civile hanno lo stesso trattamento dei coniugi da parte del fisco e come lavoratori. Resta da chiarire l’ambito di applicazione della nullità del licenziamento e delle dimissioni (se non confermate alla direzione provinciale del lavoro) per un anno dopo il matrimonio, dato che la legge (la 198 del 2006) parla solo di «lavoratrice».
Le convivenze
Decisamente più deboli sono le tutele previste dalla legge 76 per i conviventi. Intanto, ricadono in questa tipologia non tutte le coppie di fatto ma solo quelle che sono registrate come conviventi all’anagrafe. Per questi partner si apre la possibilità di visite in caso di malattia, di partecipare agli utili dell’impresa del compagno imprenditore, di vivere nella casa di proprietà del partner defunto per un periodo di tempo limitato e di ottenere gli alimenti se la relazione finisce, ma solo per un periodo proporzionale alla durata della convivenza.
Infine, i conviventi di fatto possono fare un passo in più e sottoscrivere (con l’aiuto di un notaio o di un avvocato) un “contratto di convivenza” per regolare le questioni patrimoniali: scegliere la comunione dei beni e stabilire la misura dei contributi alla vita in comune.
Repubblica 6.6.16
Giorgio Airaudo (Sinistra)
“Per Piero sarò come la Croce Rossa”
di Gabriele Guccione
GIORGIO Airaudo, l’ex leader torinese della Fiom candidato sindaco di “Torino in Comune”, puntava a fare da ago della bilancia. L’intenzione era di far pesare elettoralmente la fuoriuscita della sinistra dalla maggioranza di centrosinistra che dal 2011 sostiene Piero Fassino. Tutto in vista di un eventuale ballottaggio. «Voglio essere per Piero come la Croce Rossa. Un’ambulanza», aveva dichiarato sibillino a “Un giorno da pecora”, pochi giorni fa. Stando agli exit poll di Piepoli-Ipr, pubblicati ieri sera alla chiusura delle urne, il “soccorso rosso” di Airaudo sarà un pannicello caldo per Fassino, nonostante nei giorni scorsi emissari dell’uno e dell’altro abbiamo cominciato a corteggiarsi proprio in vista dell’appuntamento con il secondo turno. Il risultato accreditato per l’ex leader metalmeccanico attualmente deputato di Sinistra italiana sarebbe al di sotto del 3 per cento. Al fondo del fondo dei “big”, in una tornata elettorale che ha contato 17 candidati. Ultimo dopo l’uscente Fassino, la grillina Chiara Appendino e i tre candidati di centrodestra Alberto Morano, Roberto Rosso e Osvaldo Napoli.
Giorgio Airaudo (Sinistra)
“Per Piero sarò come la Croce Rossa”
di Gabriele Guccione
GIORGIO Airaudo, l’ex leader torinese della Fiom candidato sindaco di “Torino in Comune”, puntava a fare da ago della bilancia. L’intenzione era di far pesare elettoralmente la fuoriuscita della sinistra dalla maggioranza di centrosinistra che dal 2011 sostiene Piero Fassino. Tutto in vista di un eventuale ballottaggio. «Voglio essere per Piero come la Croce Rossa. Un’ambulanza», aveva dichiarato sibillino a “Un giorno da pecora”, pochi giorni fa. Stando agli exit poll di Piepoli-Ipr, pubblicati ieri sera alla chiusura delle urne, il “soccorso rosso” di Airaudo sarà un pannicello caldo per Fassino, nonostante nei giorni scorsi emissari dell’uno e dell’altro abbiamo cominciato a corteggiarsi proprio in vista dell’appuntamento con il secondo turno. Il risultato accreditato per l’ex leader metalmeccanico attualmente deputato di Sinistra italiana sarebbe al di sotto del 3 per cento. Al fondo del fondo dei “big”, in una tornata elettorale che ha contato 17 candidati. Ultimo dopo l’uscente Fassino, la grillina Chiara Appendino e i tre candidati di centrodestra Alberto Morano, Roberto Rosso e Osvaldo Napoli.
Repubblica Roma 6.6.16
Per il Pd è un tonfo, voti dimezzati
La delusione nello staff di Giachetti
di Giovanna Vitale
I SUPER poteri di Jeeg Robè non sono bastati a compiere il miracolo.
«Ma, considerando da dove eravamo partiti, dopo lo tsunami di Mafia Capitale e la traumatica caduta della giunta Marino, non era umanamente possibile far meglio di così», si consolano a caldo i fedelissimi di Giachetti, rinchiusi insieme al candidato sindaco nel fortino di San Lorenzo per analizzare i primi dati che arrivano col contagocce, dopo la doccia fredda degli exit poll. Il testa a testa con Giorgia Meloni fa paura. Un duello inatteso. «Ma aspettiamo, non può finire così», invita alla calma lo staff.
In fondo se l’aspettavano. L’ultimo sondaggio riservato, consegnato al Nazareno venerdì sera, aveva cristallizzato il vantaggio di Virginia Raggi, con Giorgia Meloni però a distanza di sicurezza. Regalando la speranza del passaggio al secondo turno. Anche se la luce irradiata dai voti veri, sebbene ancora parziali, appare molto più fioca e meno rassicurante rispetto alle stime. Tutti speravano infatti che la partita a tre prospettata al principio, sarebbe in realtà diventato un testa e testa tra Raggi e Giachetti: convinti che — nonostante gli ultimi tre anni a dir poco disastrosi — il Pd avrebbe comunque tenuto botta. Arginato l’avanzata del M5s. E invece. Invece l’effetto traino che il maggiore partito della coalizione ha sempre assicurato al “suo” candidato, non c’è stato. Dissolto come neve al sole sotto il peso di inchieste e scandali. A dimostrarlo, la performance non esattamente brillante di Giachetti, che a notte fonda non riesce a schiodarsi, se va bene, dal 23%. Tre punti meno di quelli presi dal solo Pd alle amministrative 2013. Addirittura 19 sotto il finale di Ignazio Marino al primo turno contro Gianni Alemanno, che neppure il 6% racimolato dal competitor di sinistra Stefano Fassina avrebbe aiutato a recuperare.
Una débâcle. Che solo la spaccatura del centrodestra, con Meloni e Marchini l’una contro l’altro armati, potrebbe evitare di trasformare in una bruciante sconfitta. «Risalire la china sarà durissima, ma nulla è impossibile, io ci credo», dirà Giachetti alla fine. «Roma non merita una banda di dilettanti al governo della città». Ma fino a tarda notte è tutto in bilico.
Per il Pd è un tonfo, voti dimezzati
La delusione nello staff di Giachetti
di Giovanna Vitale
I SUPER poteri di Jeeg Robè non sono bastati a compiere il miracolo.
«Ma, considerando da dove eravamo partiti, dopo lo tsunami di Mafia Capitale e la traumatica caduta della giunta Marino, non era umanamente possibile far meglio di così», si consolano a caldo i fedelissimi di Giachetti, rinchiusi insieme al candidato sindaco nel fortino di San Lorenzo per analizzare i primi dati che arrivano col contagocce, dopo la doccia fredda degli exit poll. Il testa a testa con Giorgia Meloni fa paura. Un duello inatteso. «Ma aspettiamo, non può finire così», invita alla calma lo staff.
In fondo se l’aspettavano. L’ultimo sondaggio riservato, consegnato al Nazareno venerdì sera, aveva cristallizzato il vantaggio di Virginia Raggi, con Giorgia Meloni però a distanza di sicurezza. Regalando la speranza del passaggio al secondo turno. Anche se la luce irradiata dai voti veri, sebbene ancora parziali, appare molto più fioca e meno rassicurante rispetto alle stime. Tutti speravano infatti che la partita a tre prospettata al principio, sarebbe in realtà diventato un testa e testa tra Raggi e Giachetti: convinti che — nonostante gli ultimi tre anni a dir poco disastrosi — il Pd avrebbe comunque tenuto botta. Arginato l’avanzata del M5s. E invece. Invece l’effetto traino che il maggiore partito della coalizione ha sempre assicurato al “suo” candidato, non c’è stato. Dissolto come neve al sole sotto il peso di inchieste e scandali. A dimostrarlo, la performance non esattamente brillante di Giachetti, che a notte fonda non riesce a schiodarsi, se va bene, dal 23%. Tre punti meno di quelli presi dal solo Pd alle amministrative 2013. Addirittura 19 sotto il finale di Ignazio Marino al primo turno contro Gianni Alemanno, che neppure il 6% racimolato dal competitor di sinistra Stefano Fassina avrebbe aiutato a recuperare.
Una débâcle. Che solo la spaccatura del centrodestra, con Meloni e Marchini l’una contro l’altro armati, potrebbe evitare di trasformare in una bruciante sconfitta. «Risalire la china sarà durissima, ma nulla è impossibile, io ci credo», dirà Giachetti alla fine. «Roma non merita una banda di dilettanti al governo della città». Ma fino a tarda notte è tutto in bilico.
Corriere Roma 6.6.16
La delusione di Fassina: «I nostri voti non sarebbero andati comunque al Pd»
intervista di Maria Rosaria Spadaccino
Durante la campagna elettorale è stata la spina nel fianco di Roberto Giachetti Stefano Fassina, candidato sindaco di SI-Sel. Ieri nel testa a testa notturno tra Giorgia Meloni e Roberto Giachetti, per il ballottaggio, qualcuno avrà pensato che quel 5,5% di voti avrebbero fatto molto comodo al candidato del centro sinistra.
«I nostri voti non sarebbero comunque andati al Pd, noi non siamo alternativi a loro - spiega Fassina -. Sicuramente un dato preoccupante è l’aumento dell’astensionismo e della disaffezione al voto. E visti i risultati del Pd noi abbiamo fatto bene a proporre un progetto in discontinuità con il passato».
È stata una notte lunga, dopo una giornata di relax vissuta in famiglia per il candidato della sinistra romana.
Accompagnato dal figlio di 6 anni, Stefano Fassina ieri mattina è andato a votare nella scuola Ruggero Bonghi, a pochi passi da piazza Santa Maria Maggiore.
«Abbiamo gettato le basi per un progetto autonomo - continua -, la sinistra a Roma esiste, abbiamo messo in piedi un cantiere per il futuro». Ma è soddisfatto della percentuale raggiunta? «Mi aspettavo di aver intercettato un pezzetto in più dell’elettorato che vota M5s», continua Fassina. Cosa ha sbagliato Giachetti? «Il Pd non ha riconosciuto gli errori commessi. Lui ha lavorato in continuità».
La delusione di Fassina: «I nostri voti non sarebbero andati comunque al Pd»
intervista di Maria Rosaria Spadaccino
Durante la campagna elettorale è stata la spina nel fianco di Roberto Giachetti Stefano Fassina, candidato sindaco di SI-Sel. Ieri nel testa a testa notturno tra Giorgia Meloni e Roberto Giachetti, per il ballottaggio, qualcuno avrà pensato che quel 5,5% di voti avrebbero fatto molto comodo al candidato del centro sinistra.
«I nostri voti non sarebbero comunque andati al Pd, noi non siamo alternativi a loro - spiega Fassina -. Sicuramente un dato preoccupante è l’aumento dell’astensionismo e della disaffezione al voto. E visti i risultati del Pd noi abbiamo fatto bene a proporre un progetto in discontinuità con il passato».
È stata una notte lunga, dopo una giornata di relax vissuta in famiglia per il candidato della sinistra romana.
Accompagnato dal figlio di 6 anni, Stefano Fassina ieri mattina è andato a votare nella scuola Ruggero Bonghi, a pochi passi da piazza Santa Maria Maggiore.
«Abbiamo gettato le basi per un progetto autonomo - continua -, la sinistra a Roma esiste, abbiamo messo in piedi un cantiere per il futuro». Ma è soddisfatto della percentuale raggiunta? «Mi aspettavo di aver intercettato un pezzetto in più dell’elettorato che vota M5s», continua Fassina. Cosa ha sbagliato Giachetti? «Il Pd non ha riconosciuto gli errori commessi. Lui ha lavorato in continuità».
La Stampa 6.6.16
Sospesa tra la vita e la morte
Sinistra radicale al 4 per cento
Ora la sfida per il secondo turno
Airaudo e Fassina indecisi se appoggiare il Pd
di Riccardo Barenghi
Se i dati fossero quelli anticipati dalla seconda proiezione di mezzanotte e mezzo la prova elettorale della sinistra radicale sarebbe sul confine tra la vita e la morte. Con Giorgio Airaudo quotato intorno al 4 per cento a Torino e Stefano Fassina poco sopra il 4 Roma, non si può certo parlare di un successo. Tutt’altro.
Però bisogna aspettare i voti veri, i numeri reali, e infatti né Fassina né Airaudo vogliono commentare le proiezioni. Neanche per dire se quei voti che hanno ottenuto verranno poi spesi nei ballottaggi a favore dei candidati del Pd. «Lo decideremo nei prossimi giorni, quando riuniremo tutti quelli che hanno partecipato alla nostra avventura», dicono con le stesse parole i due candidati della sinistra. Ma quantomeno non chiudono la porta a eventuali dichiarazioni di voto in favore di Fassino a Torino e di Giachetti (qualora il candidato del Pd raggiungesse il ballottaggio) in vista del secondo turno previsto per il 19 giugno.
Voti dati gratis o concordati sulla base di un programma comune di governo? Presto per dirlo anche se la seconda ipotesi sembra piuttosto remota visto il livello basso che hanno raggiunto i rapporti politici tra Pd e sinistra radicale nelle ultime settimane.
Ma anche se si è trattato di un voto amministrativo è evidente che la scommessa di Sel-Sinistra italiana andava oltre il test locale per proiettarsi su uno scenario nazionale. Sul futuro insomma. E allora la domanda era: quanto spazio politico esiste per un partito alla sinistra del Pd renziano? Quanti elettori delusi dal premier vorrebbero votare una formazione diversa e più di sinistra di quella oggi maggioritaria che governa il Paese?
Beh, la risposta per ora non è confortante. Al momento quello spazio è molto ristretto e quegli elettori sono pochi. Oppure no: sono tanti ma hanno scelto altre strade. L’astensione per esempio o magari i candidati dei Cinque stelle. Certo è che se l’intenzione era quella di fare una prova generale per presentarsi poi alle future elezioni politiche con un nuovo partito di sinistra, la prova non è andata bene. Forse quello locale non è il terreno adatto, forse la sinistra radicale ha bisogno di tempo e di una nuova leadership dopo quella di Nichi Vendola, forse la macchina è ancora in pieno rodaggio...Anche perché il primo appuntamento di fondazione di questa nuova formazione politica si è svolto solo nel febbraio scorso, quindi pochissimo tempo fa. Una formazione, chiamiamolo pure partito perché così lo chiamano i suoi dirigenti, che dovrebbe superare Sel chiamando a raccolta quelli che dal Pd o sono già usciti come Fassina appunto o Alfredo D’Attorre o Sergio Cofferati, o usciranno nei prossimi mesi. Naturalmente insieme a tutte quelle associazioni che lavorano sul territorio, dall’ambiente agli immigrati a chi non ha una casa o un reddito.
Lo spazio, giurano tutti, c’è eccome, sarebbero milioni di persone quelle che non amano Renzi e sono alla ricerca di una nuova casa politica a sinistra, ovviamente, e non in quel magma indistinto che è il movimento grillino. Ma lo spazio ha bisogno di tempo per essere riempito e magari anche di nuove occasioni politico-sociali per far crescere quei movimenti che sarebbero la linfa vitale di questa nuova sinistra. E per ora il tempo non c’è stato, le elezioni amministrative sono arrivate troppo presto.
Tuttavia tra pochi mesi c’è il referendum costituzionale e quello sarà un’altra occasione per misurarsi, anche se dentro quel No ci sarà tutto e il contrario di tutto. Da sinistra a destra, passando per i Cinque stelle.
Sospesa tra la vita e la morte
Sinistra radicale al 4 per cento
Ora la sfida per il secondo turno
Airaudo e Fassina indecisi se appoggiare il Pd
di Riccardo Barenghi
Se i dati fossero quelli anticipati dalla seconda proiezione di mezzanotte e mezzo la prova elettorale della sinistra radicale sarebbe sul confine tra la vita e la morte. Con Giorgio Airaudo quotato intorno al 4 per cento a Torino e Stefano Fassina poco sopra il 4 Roma, non si può certo parlare di un successo. Tutt’altro.
Però bisogna aspettare i voti veri, i numeri reali, e infatti né Fassina né Airaudo vogliono commentare le proiezioni. Neanche per dire se quei voti che hanno ottenuto verranno poi spesi nei ballottaggi a favore dei candidati del Pd. «Lo decideremo nei prossimi giorni, quando riuniremo tutti quelli che hanno partecipato alla nostra avventura», dicono con le stesse parole i due candidati della sinistra. Ma quantomeno non chiudono la porta a eventuali dichiarazioni di voto in favore di Fassino a Torino e di Giachetti (qualora il candidato del Pd raggiungesse il ballottaggio) in vista del secondo turno previsto per il 19 giugno.
Voti dati gratis o concordati sulla base di un programma comune di governo? Presto per dirlo anche se la seconda ipotesi sembra piuttosto remota visto il livello basso che hanno raggiunto i rapporti politici tra Pd e sinistra radicale nelle ultime settimane.
Ma anche se si è trattato di un voto amministrativo è evidente che la scommessa di Sel-Sinistra italiana andava oltre il test locale per proiettarsi su uno scenario nazionale. Sul futuro insomma. E allora la domanda era: quanto spazio politico esiste per un partito alla sinistra del Pd renziano? Quanti elettori delusi dal premier vorrebbero votare una formazione diversa e più di sinistra di quella oggi maggioritaria che governa il Paese?
Beh, la risposta per ora non è confortante. Al momento quello spazio è molto ristretto e quegli elettori sono pochi. Oppure no: sono tanti ma hanno scelto altre strade. L’astensione per esempio o magari i candidati dei Cinque stelle. Certo è che se l’intenzione era quella di fare una prova generale per presentarsi poi alle future elezioni politiche con un nuovo partito di sinistra, la prova non è andata bene. Forse quello locale non è il terreno adatto, forse la sinistra radicale ha bisogno di tempo e di una nuova leadership dopo quella di Nichi Vendola, forse la macchina è ancora in pieno rodaggio...Anche perché il primo appuntamento di fondazione di questa nuova formazione politica si è svolto solo nel febbraio scorso, quindi pochissimo tempo fa. Una formazione, chiamiamolo pure partito perché così lo chiamano i suoi dirigenti, che dovrebbe superare Sel chiamando a raccolta quelli che dal Pd o sono già usciti come Fassina appunto o Alfredo D’Attorre o Sergio Cofferati, o usciranno nei prossimi mesi. Naturalmente insieme a tutte quelle associazioni che lavorano sul territorio, dall’ambiente agli immigrati a chi non ha una casa o un reddito.
Lo spazio, giurano tutti, c’è eccome, sarebbero milioni di persone quelle che non amano Renzi e sono alla ricerca di una nuova casa politica a sinistra, ovviamente, e non in quel magma indistinto che è il movimento grillino. Ma lo spazio ha bisogno di tempo per essere riempito e magari anche di nuove occasioni politico-sociali per far crescere quei movimenti che sarebbero la linfa vitale di questa nuova sinistra. E per ora il tempo non c’è stato, le elezioni amministrative sono arrivate troppo presto.
Tuttavia tra pochi mesi c’è il referendum costituzionale e quello sarà un’altra occasione per misurarsi, anche se dentro quel No ci sarà tutto e il contrario di tutto. Da sinistra a destra, passando per i Cinque stelle.
Repubblica 6.6.16
I voti discussi dei verdiniani che non sono bastati al Pd
di Ottavio Lucarelli
NAPOLI. «Meglio con Verdini alla luce del sole che le trattative sottobanco di Luigi de Magistris». È stato questo il mantra di Valeria Valente per tutta la campagna elettorale, dal giorno in cui è stato annunciato ufficialmente il sostegno di Ala alla sua candidatura a sindaco. «Con il gruppo di Verdini a Napoli — ha ripetuto per un mese la Valente — abbiamo stretto un’intesa trasparente e alla luce del sole sulla base del programma per la città. De Magistris, al contrario, ha stretto intese sottobanco ingolfando le sue liste apparentemente civiche di esponenti della destra e dell’ex Pdl. Per noi nessun imbarazzo. Anzi. La lista di Ala è un pezzo importante della mia coalizione. Una lista di moderati».
Adesso le reazioni agli exit poll nel comitato della Valente, che si trova nello stesso palazzo di Gianni Lettieri del centrodestra, in piazza Borsa, sono di cauta attesa e insoddisfazione. Naturalmente gli exit poll vanno presi con la massima cautela, si fa osservare. Ma certo, se il quadro fosse confermato, al ballottaggio andrebbe Lettieri, come nel 2011. Dunque i voti di Verdini hanno giovato o no alla candidata del centrosinistra? Oppure hanno spinto la sinistra del Pd a confluire nell’astensione o addirittura a emigrare almeno in parte nel campo di de Magistris? Un fatto è certo e tutti lo rimarcano: queste scelte la Valente le ha prese d’intesa con il Pd locale e nazionale. E del resto, fanno osservare al comitato, «la stessa alleanza con i verdiniani, del resto, già governa bene con Vincenzo De Luca alla guida Regione». Parole ripetute anche dal vicesegretario nazionale del Pd, Lorenzo Guerini, durante un suo tour elettorale in Campania.
Qualche problema alla Valente, come ha rivelato Repubblica, lo ha creato però anche la scelta dei candidati della lista di Ala per il Comune. Per esempio Vitale Calone, che ha riempito la città di manifesti fino all’ultimo giorno e che è figlio di un pregiudicato condannato per narcotraffico.
Altra storia imbarazzante è quella di Giuseppe Riganato, anche lui in corsa per il Consiglio comunale, che nel manifesto elettorale ha messo alle sue spalle la foto di Pasquale Di Vincenzo, defunto da alcune settimane, nella cui sede del Caf nel 2010 piovvero accuse di voto di scambio.A sua volta Di Vincenzo era cognato di un boss ucciso in un agguato. «Io continuo a non provare imbarazzi — in quei giorni il commento a caldo della Valente — perché noi da sempre siamo contro la camorra. Chiederemo comunque ad Ala di fare le dovute verifiche e, se ci sono ragioni di opportunità, prenderemo provvedimenti ». Un momento di gelo tra la vincitrice delle primarie del Pd e una frangia dei verdiniani è stato poi nel giorno in cui un senatore di Ala, il casertano Vincenzo D’Anna, ha chiesto di eliminare le scorte allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione per dare protezione «a chi veramente è minacciato di morte dalla camorra». A quel punto la Valente ha protestato assieme a tutto il Partito democratico e anche assieme ad altri esponenti di Ala: «Parole inaccettabili. Per me fanno fede le scuse di Verdini a Saviano e alla Capacchione ai quali va la mia totale stima e solidarietà».
I voti discussi dei verdiniani che non sono bastati al Pd
di Ottavio Lucarelli
NAPOLI. «Meglio con Verdini alla luce del sole che le trattative sottobanco di Luigi de Magistris». È stato questo il mantra di Valeria Valente per tutta la campagna elettorale, dal giorno in cui è stato annunciato ufficialmente il sostegno di Ala alla sua candidatura a sindaco. «Con il gruppo di Verdini a Napoli — ha ripetuto per un mese la Valente — abbiamo stretto un’intesa trasparente e alla luce del sole sulla base del programma per la città. De Magistris, al contrario, ha stretto intese sottobanco ingolfando le sue liste apparentemente civiche di esponenti della destra e dell’ex Pdl. Per noi nessun imbarazzo. Anzi. La lista di Ala è un pezzo importante della mia coalizione. Una lista di moderati».
Adesso le reazioni agli exit poll nel comitato della Valente, che si trova nello stesso palazzo di Gianni Lettieri del centrodestra, in piazza Borsa, sono di cauta attesa e insoddisfazione. Naturalmente gli exit poll vanno presi con la massima cautela, si fa osservare. Ma certo, se il quadro fosse confermato, al ballottaggio andrebbe Lettieri, come nel 2011. Dunque i voti di Verdini hanno giovato o no alla candidata del centrosinistra? Oppure hanno spinto la sinistra del Pd a confluire nell’astensione o addirittura a emigrare almeno in parte nel campo di de Magistris? Un fatto è certo e tutti lo rimarcano: queste scelte la Valente le ha prese d’intesa con il Pd locale e nazionale. E del resto, fanno osservare al comitato, «la stessa alleanza con i verdiniani, del resto, già governa bene con Vincenzo De Luca alla guida Regione». Parole ripetute anche dal vicesegretario nazionale del Pd, Lorenzo Guerini, durante un suo tour elettorale in Campania.
Qualche problema alla Valente, come ha rivelato Repubblica, lo ha creato però anche la scelta dei candidati della lista di Ala per il Comune. Per esempio Vitale Calone, che ha riempito la città di manifesti fino all’ultimo giorno e che è figlio di un pregiudicato condannato per narcotraffico.
Altra storia imbarazzante è quella di Giuseppe Riganato, anche lui in corsa per il Consiglio comunale, che nel manifesto elettorale ha messo alle sue spalle la foto di Pasquale Di Vincenzo, defunto da alcune settimane, nella cui sede del Caf nel 2010 piovvero accuse di voto di scambio.A sua volta Di Vincenzo era cognato di un boss ucciso in un agguato. «Io continuo a non provare imbarazzi — in quei giorni il commento a caldo della Valente — perché noi da sempre siamo contro la camorra. Chiederemo comunque ad Ala di fare le dovute verifiche e, se ci sono ragioni di opportunità, prenderemo provvedimenti ». Un momento di gelo tra la vincitrice delle primarie del Pd e una frangia dei verdiniani è stato poi nel giorno in cui un senatore di Ala, il casertano Vincenzo D’Anna, ha chiesto di eliminare le scorte allo scrittore Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione per dare protezione «a chi veramente è minacciato di morte dalla camorra». A quel punto la Valente ha protestato assieme a tutto il Partito democratico e anche assieme ad altri esponenti di Ala: «Parole inaccettabili. Per me fanno fede le scuse di Verdini a Saviano e alla Capacchione ai quali va la mia totale stima e solidarietà».
Repubblica 6.6.16
Punito chi aveva fallito
di Stefano Cappellini
Quasi un romano su due non ha votato e, tra chi ha scelto di andare alle urne, più di uno su tre lo ha fatto per punire le forze che hanno governato la città negli ultimi otto anni. Lo scontento dei cittadini ha lasciato una nitida impronta sui risultati del primo turno nella Capitale e non poteva andare diversamente in una città che ha visto susseguirsi i fallimenti delle giunte di destra e sinistra, aggravati dal marchio di Mafia capitale. Contenuti e visioni per riscattare il passato, in campagna elettorale, se ne sono visti pochi. Se il Pd guadagnerà la possibilità di andare al ballottaggio con il M5S sarà solo grazie alla scelta del centrodestra di correre diviso su due candidati, altrimenti il rischio è passare in pochi mesi dal governo del Campidoglio alla sconfitta al primo turno. Già le primarie avevano evidenziato la disaffezione di un pezzo elettorato democrat. Questo primo turno la conferma e l’eventuale ballottaggio non sarebbe meno complicato. Il candidato Pd avrebbe bisogno dei voti della sinistra di Fassina ma dovrebbe anche recuperare qualcosa dal centrodestra. Un obiettivo rischia di pregiudicare l’altro. In ogni caso, la strada per recuperare i propri elettori è molto lunga.
Punito chi aveva fallito
di Stefano Cappellini
Quasi un romano su due non ha votato e, tra chi ha scelto di andare alle urne, più di uno su tre lo ha fatto per punire le forze che hanno governato la città negli ultimi otto anni. Lo scontento dei cittadini ha lasciato una nitida impronta sui risultati del primo turno nella Capitale e non poteva andare diversamente in una città che ha visto susseguirsi i fallimenti delle giunte di destra e sinistra, aggravati dal marchio di Mafia capitale. Contenuti e visioni per riscattare il passato, in campagna elettorale, se ne sono visti pochi. Se il Pd guadagnerà la possibilità di andare al ballottaggio con il M5S sarà solo grazie alla scelta del centrodestra di correre diviso su due candidati, altrimenti il rischio è passare in pochi mesi dal governo del Campidoglio alla sconfitta al primo turno. Già le primarie avevano evidenziato la disaffezione di un pezzo elettorato democrat. Questo primo turno la conferma e l’eventuale ballottaggio non sarebbe meno complicato. Il candidato Pd avrebbe bisogno dei voti della sinistra di Fassina ma dovrebbe anche recuperare qualcosa dal centrodestra. Un obiettivo rischia di pregiudicare l’altro. In ogni caso, la strada per recuperare i propri elettori è molto lunga.
Repubblica 6.6.16
Bersani
La sinistra dem attacca “Così non va, si cambi basta insistere sul Sì”
Bersani: dati su cui riflettere. Speranza accusa: “Stiamo perdendo i voti di chi è critico sulle riforme”
intervista di Giovanna Casadio
ROMA. «Come gira gira, è un cattivo risultato. Così proprio non va, i nostri elettori ci hanno abbandonati. Renzi cambi linea, ora ci ascolti». Nel Pd sono state ore di speranza e di sconforto e la sinistra dem comincia a fare i conti. Il traguardo del ballottaggio per Roberto Giachetti a Roma è incerto, rischia di cedere il passo a Giorgia Meloni e comunque il vantaggio della grillina Raggi è ampio. Scarto minimo a Milano tra Sala e il candidato della destra Parisi. A Napoli poi, la Valente resta fuori dalla finale. Fassino è incalzato dalla Appendino a Torino. È vero, i conti veri e propri si faranno dopo i ballottaggi. Ma se dal primo turno si vede la giornata, questa non è buona.
Riflettiamo sui dati, pensiamo ai ballottaggi: è la parola d’ordine di Pierluigi Bersani, l’ex segretario. Ma Roberto Speranza, l’erede politico bersaniano, ex capogruppo che si è dimesso in dissenso con Renzi sulla legge elettorale, parla di un punto debole, anzi debolissimo nella campagna elettorale per le amministrative: i proclami sul referendum costituzionale di ottobre. «Attenzione, stiamo perdendo elettori che non capiscono più cosa sia diventato il Pd – avverte Speranza – E se i nostri candidati alle amministrative diventano il simbolo del Sì al referendum, i ballottaggi non li vinciamo perché ci priviamo dei consensi di chi è critico sulle riforme». I candidati sindaci dem in giro per l’Italia - ricostruisce Nico Stumpo - si sono lamentati: «Se si dice che la partita politica vera è a ottobre, certo non motiviamo elettori. Chi corre come sindaco, sta giocandosi la partita della vita, non può sentirsi dire che la vera sfida è altrove».
Nella sede del Nazareno a tarda sera si ritrova lo stato maggiore dem, Renzi, Guerini, Serracchiani, Orfini, Fiano, Madia. Il presidente del Pd, e commissario romano del partito, Matteo Orfini ricorda che «ce l’abbiamo messa tutta». Per la minoranza è amarezza e rabbia: «Ricordiamoci che il sindaco Marino era del Pd e ora perdiamo il Campidoglio». Gianni Cuperlo va al partito e considera «importante il risultato di Milano ». Accusa: «Quando il Pd fa il suo mestiere, sta in alleanze di centrosinistra come a Milano, è meglio. A Roma, Giachetti è stato il candidato migliore che potessimo scegliere». L’esatto opposto di quanto aveva sostenuto Massimo D’Alema, convinto dell’inadeguatezza del candidato Giachetti, tanto da avere pensato di contrapporgli Massimo Bray, ex ministro della Cultura. Bray avrebbe dovuto coagulare la sinistra dentro e fuori del Pd. Progetto sfumato. Ma la dice lunga sul crinale in cui il Pd ormai si muove: da un lato il partito di Renzi, non più “ditta” bersaniana, dall’altro il pericolo di frattura. Una cosa però è certa per la sinistra dem: il Pd deve cambiare linea.
Bersani
La sinistra dem attacca “Così non va, si cambi basta insistere sul Sì”
Bersani: dati su cui riflettere. Speranza accusa: “Stiamo perdendo i voti di chi è critico sulle riforme”
intervista di Giovanna Casadio
ROMA. «Come gira gira, è un cattivo risultato. Così proprio non va, i nostri elettori ci hanno abbandonati. Renzi cambi linea, ora ci ascolti». Nel Pd sono state ore di speranza e di sconforto e la sinistra dem comincia a fare i conti. Il traguardo del ballottaggio per Roberto Giachetti a Roma è incerto, rischia di cedere il passo a Giorgia Meloni e comunque il vantaggio della grillina Raggi è ampio. Scarto minimo a Milano tra Sala e il candidato della destra Parisi. A Napoli poi, la Valente resta fuori dalla finale. Fassino è incalzato dalla Appendino a Torino. È vero, i conti veri e propri si faranno dopo i ballottaggi. Ma se dal primo turno si vede la giornata, questa non è buona.
Riflettiamo sui dati, pensiamo ai ballottaggi: è la parola d’ordine di Pierluigi Bersani, l’ex segretario. Ma Roberto Speranza, l’erede politico bersaniano, ex capogruppo che si è dimesso in dissenso con Renzi sulla legge elettorale, parla di un punto debole, anzi debolissimo nella campagna elettorale per le amministrative: i proclami sul referendum costituzionale di ottobre. «Attenzione, stiamo perdendo elettori che non capiscono più cosa sia diventato il Pd – avverte Speranza – E se i nostri candidati alle amministrative diventano il simbolo del Sì al referendum, i ballottaggi non li vinciamo perché ci priviamo dei consensi di chi è critico sulle riforme». I candidati sindaci dem in giro per l’Italia - ricostruisce Nico Stumpo - si sono lamentati: «Se si dice che la partita politica vera è a ottobre, certo non motiviamo elettori. Chi corre come sindaco, sta giocandosi la partita della vita, non può sentirsi dire che la vera sfida è altrove».
Nella sede del Nazareno a tarda sera si ritrova lo stato maggiore dem, Renzi, Guerini, Serracchiani, Orfini, Fiano, Madia. Il presidente del Pd, e commissario romano del partito, Matteo Orfini ricorda che «ce l’abbiamo messa tutta». Per la minoranza è amarezza e rabbia: «Ricordiamoci che il sindaco Marino era del Pd e ora perdiamo il Campidoglio». Gianni Cuperlo va al partito e considera «importante il risultato di Milano ». Accusa: «Quando il Pd fa il suo mestiere, sta in alleanze di centrosinistra come a Milano, è meglio. A Roma, Giachetti è stato il candidato migliore che potessimo scegliere». L’esatto opposto di quanto aveva sostenuto Massimo D’Alema, convinto dell’inadeguatezza del candidato Giachetti, tanto da avere pensato di contrapporgli Massimo Bray, ex ministro della Cultura. Bray avrebbe dovuto coagulare la sinistra dentro e fuori del Pd. Progetto sfumato. Ma la dice lunga sul crinale in cui il Pd ormai si muove: da un lato il partito di Renzi, non più “ditta” bersaniana, dall’altro il pericolo di frattura. Una cosa però è certa per la sinistra dem: il Pd deve cambiare linea.
Repubblica 6.6.16
Renzi fa scattare l’allarme
“Se non siamo in corsa in 4 città per noi può cambiare tutto”
Il segretario del Partito democratico per ora esclude accordi con la sinistra radicale in vista del 19 giugno
di Goffredo De Marchis
ROMA. Per la prima volta, nella visione renziana delle cose, si affaccia una parola grave: «Preoccupazione». La pronuncia il premier-segretario seduto al tavolo della sua stanza a Largo del Nazareno, davanti allo stato maggiore del Pd, ovvero ai suoi fedelissimi. Sono tutti disorientati davanti alle proiezioni percentuali delle comunali. E spiazzati. Almeno quanto il loro leader che si era rigirato tra le mani gli exit poll riservati di Palazzo Chigi dove l’avanzata dei 5 stelle, o meglio lo sfondamento, non era affatto così evidente, anzi. Infatti Renzi si era un po’ agitato per i titoli dei siti d’informazione che anticipavano il successo grillino. Poi però il fantasma di un brutto risultato ha assunto contorni definiti.
Il Pd rischia dappertutto, può uscire dalla sfida di Roma, persino a Torino il sindaco uscente Piero Fassino viene avvicinato dalla candidata 5 stelle dimostrando che c’è qualcosa nel voto locale che investe anche lui, il premier, la sua strategia, il suo governo e può avere ripercussioni sul referendum di ottobre. «Se facciamo 4 ballottaggi su 5 è un risultato su cui si può lavorare», aveva detto prudentissimo Renzi appena chiusi i seggi. Ma adesso il quadro è molto più «allarmante», per usare un’altra definizione dello stesso Renzi. Tra l’altro, ancora un inedito, in quella stanza ci si confronta sulle strategie future tra le varie anime del renzismo. Va replicato lo schema Sala che a Milano ha corso con il vecchio centrosinistra arginando la rimonta del centrodestra unito oppure bisogna insistere sulla capacità di Renzi di muoversi a tutto campo, compreso quello della destra allo sfascio eliminando la possibilità di accordi a sinistra per il ballottaggio? Brutalmente, la questione è: con Verdini o con la vecchia formula ulivista?
Certo, il nemico è diverso dal passato. Non più Berlusconi, ma Beppe Grillo e i suoi candidati. E a Napoli, la capitale del Sud, il Pd in affanno rimane fermo al solito terzo posto. Giachetti è in bilico, ma a distanza siderale dalla Raggi, Fassino è chiamato a un ulteriore sforzo sotto pressione, la sinistra Pd è pronta ad azzannare il premier-segretario contestandone le scelte. I telefonini sono staccati, la play station con cui Renzi e Matteo Orfini fecero la partita propiziatoria prima delle regionali riposta nello scaffale dell’ufficio. C’è un’atmosfera pesante, a Largo del Nazareno. Parlano, davanti alle telecamere, soltanto Ettore Rosato e Lorenzo Guerini. Sono preoccupati e cauti anche loro. Per la narrazione renziana, dopo il 41 per cento delle Europee, perdere il
magic touch sarebbe una scoperta difficile da digerire. Da allora è il leader del consenso, quel dato elettorale del suo Pd gli ha offerto la spinta per portare a casa risultati del suo governo. Che succederà da domani? Renzi sta pensando a una nuova campagna elettorale per il ballottaggio più aggressiva della prima. Adesso il referendum passa in secondo piano. C’è il pericolo di una sconfitta pesantissima a Roma, anche Milano non è certa e Torino torna una partita aperta a vedere le proiezioni notturne. Per Renzi e il Pd sono numeri amari anche perché la convinzione profonda del premier, già dalle Europee, è che i grillini siano sopravvalutati nei sondaggi e molto al di sotto. Stavolta non è andata così.
L’idea di sedersi al tavolo con Sel e Sinistra italiana fa venire l’orticaria a Renzi. Ma potrebbe essere necessario o perlomeno utile un po’ dappertutto, da Bologna a Torino a Roma, nonostante i risultati minimi dei seguaci di Vendola. È la strategia della minoranza interna e questo non piace. Ieri al Nazareno si sono visti il bersaniano Nico Stumpo e Gianni Cuperlo. Già da oggi le strade e i progetti potrebbero dividersi.
Renzi fa scattare l’allarme
“Se non siamo in corsa in 4 città per noi può cambiare tutto”
Il segretario del Partito democratico per ora esclude accordi con la sinistra radicale in vista del 19 giugno
di Goffredo De Marchis
ROMA. Per la prima volta, nella visione renziana delle cose, si affaccia una parola grave: «Preoccupazione». La pronuncia il premier-segretario seduto al tavolo della sua stanza a Largo del Nazareno, davanti allo stato maggiore del Pd, ovvero ai suoi fedelissimi. Sono tutti disorientati davanti alle proiezioni percentuali delle comunali. E spiazzati. Almeno quanto il loro leader che si era rigirato tra le mani gli exit poll riservati di Palazzo Chigi dove l’avanzata dei 5 stelle, o meglio lo sfondamento, non era affatto così evidente, anzi. Infatti Renzi si era un po’ agitato per i titoli dei siti d’informazione che anticipavano il successo grillino. Poi però il fantasma di un brutto risultato ha assunto contorni definiti.
Il Pd rischia dappertutto, può uscire dalla sfida di Roma, persino a Torino il sindaco uscente Piero Fassino viene avvicinato dalla candidata 5 stelle dimostrando che c’è qualcosa nel voto locale che investe anche lui, il premier, la sua strategia, il suo governo e può avere ripercussioni sul referendum di ottobre. «Se facciamo 4 ballottaggi su 5 è un risultato su cui si può lavorare», aveva detto prudentissimo Renzi appena chiusi i seggi. Ma adesso il quadro è molto più «allarmante», per usare un’altra definizione dello stesso Renzi. Tra l’altro, ancora un inedito, in quella stanza ci si confronta sulle strategie future tra le varie anime del renzismo. Va replicato lo schema Sala che a Milano ha corso con il vecchio centrosinistra arginando la rimonta del centrodestra unito oppure bisogna insistere sulla capacità di Renzi di muoversi a tutto campo, compreso quello della destra allo sfascio eliminando la possibilità di accordi a sinistra per il ballottaggio? Brutalmente, la questione è: con Verdini o con la vecchia formula ulivista?
Certo, il nemico è diverso dal passato. Non più Berlusconi, ma Beppe Grillo e i suoi candidati. E a Napoli, la capitale del Sud, il Pd in affanno rimane fermo al solito terzo posto. Giachetti è in bilico, ma a distanza siderale dalla Raggi, Fassino è chiamato a un ulteriore sforzo sotto pressione, la sinistra Pd è pronta ad azzannare il premier-segretario contestandone le scelte. I telefonini sono staccati, la play station con cui Renzi e Matteo Orfini fecero la partita propiziatoria prima delle regionali riposta nello scaffale dell’ufficio. C’è un’atmosfera pesante, a Largo del Nazareno. Parlano, davanti alle telecamere, soltanto Ettore Rosato e Lorenzo Guerini. Sono preoccupati e cauti anche loro. Per la narrazione renziana, dopo il 41 per cento delle Europee, perdere il
magic touch sarebbe una scoperta difficile da digerire. Da allora è il leader del consenso, quel dato elettorale del suo Pd gli ha offerto la spinta per portare a casa risultati del suo governo. Che succederà da domani? Renzi sta pensando a una nuova campagna elettorale per il ballottaggio più aggressiva della prima. Adesso il referendum passa in secondo piano. C’è il pericolo di una sconfitta pesantissima a Roma, anche Milano non è certa e Torino torna una partita aperta a vedere le proiezioni notturne. Per Renzi e il Pd sono numeri amari anche perché la convinzione profonda del premier, già dalle Europee, è che i grillini siano sopravvalutati nei sondaggi e molto al di sotto. Stavolta non è andata così.
L’idea di sedersi al tavolo con Sel e Sinistra italiana fa venire l’orticaria a Renzi. Ma potrebbe essere necessario o perlomeno utile un po’ dappertutto, da Bologna a Torino a Roma, nonostante i risultati minimi dei seguaci di Vendola. È la strategia della minoranza interna e questo non piace. Ieri al Nazareno si sono visti il bersaniano Nico Stumpo e Gianni Cuperlo. Già da oggi le strade e i progetti potrebbero dividersi.
Repubblica 6.6.16
Un messaggio per Palazzo Chigi
di Stefano Folli
INUTILE attendersi conseguenze immediate e clamorose da questo voto nelle città. Chi pensa che il risultato negativo al di là delle previsioni del Pd renziano possa innescare gravi sussulti nella maggioranza o addirittura avviare la messa in discussione del governo, è fuori strada.
Tuttavia non accadrà nemmeno il contrario. Non si verificherà l’ipotesi minimalista tanto cara a Palazzo Chigi: un’alzata di spalle e avanti come se nulla fosse accaduto. Se la vedano i cittadini di Roma, Milano e altrove con i loro sindaci. Questa forma di rimozione della realtà è poco plausibile: è stata travolta dai dati trasmessi la notte scorsa e si rivela un abbaglio. La verità è che il voto nei Comuni, anche quelli di grandi dimensioni o addirittura nella Capitale, non è assimilabile a un’elezione generale. Il fatto che fossero interessate oltre 13 milioni di persone e che l’affluenza sia stata discreta con eccezioni negative (62 per cento nazionale, male a Milano), non cambia il quadro.
NELLA scelta degli italiani hanno pesato fattori diversi, come sempre quando si vota per il governo locale, e sarebbe poco sensato trasformare la giornata di ieri nel solito referendum pro o contro Renzi. La maturità politica di un Paese si misura anche da come riesce a distinguere i piani politici ed evita di farsi catturare da forme di frenesia collettiva: il che riguarda soprattutto chi governa e chi interpreta l’opposizione.
Questo è il primo aspetto del voto per i sindaci. Tuttavia ce n’è un secondo che sarebbe grave sottovalutare. Pur con i limiti e le peculiarità di cui si è detto, gli italiani hanno mandato alla classe politica un messaggio netto e poco rassicurante. Il Pd deve accettare una sconfitta a Napoli, dove la sua candidata resta esclusa dal ballottaggio, e a Roma, dove Giachetti e la Meloni si sono contesi all’ultimo voto il passaggio al secondo turno, peraltro molto lontani dalla candidata dei Cinque Stelle, il cui dato è eccezionalmente alto. Salvo un colpo di scena imprevedibile al ballottaggio, la Capitale avrà un sindaco grillino. Per Renzi ci sarebbe l’esempio austriaco a cui aggrapparsi, ma è poco verosimile che Giachetti o Giorgia Meloni riescano a costruire una sorta di
union sacrée contro Virginia Raggi come hanno realizzato gli austriaci ai danni di un personaggio controverso quale il leader dell’estrema destra. In sostanza a Roma si realizza la vendetta di un’opinione pubblica esasperata contro anni di malgoverno. È qui lo scoglio che non si può aggirare e dal quale invece si deve ripartire.
Quanto al resto, Milano resta una partita in bilico: senza un vincitore e con Sala in leggero vantaggio su Parisi. Può succedere di tutto. Invece a Torino Fassino vede materializzarsi il suo fastidioso incubo: è in testa, è forte, ma non ha saputo assestare il colpo del ko; mentre la grillina Appendino è indietro, ma non così indietro da permettere una previsione certa fra due settimane.
Che cosa si ricava da tutto questo? Gli elettori hanno punito il Pd a Roma, ma si sono anche guardati dal premiarlo altrove. Il “partito di Renzi” dovrà rinviare il suo esordio e del resto non era questa l’occasione. In ogni caso è chiaro che nelle grandi città il Pd fatica e soffre. A Roma, senza dubbio. Ma anche in altre zone di antico insediamento al Nord e al Sud. Quel tanto di ottimismo e di speranza nel futuro che è indispensabile per scegliere il partito di governo, si è rivelato un sentimento troppo esile. È questo che deve preoccupare il presidente del Consiglio in vista delle scadenze dei prossimi mesi. Il voto anti-sistema, o comunque contrario a chi governa, si nutre di incertezze economiche e sociali, di disoccupazione che non cala, di ripresa stenta, di paure collettive quali l’immigrazione o l’insicurezza. Ogni città ci aggiunge del suo, ma sarebbe poco saggio ignorare il disagio diffuso. Che potrebbe riflettersi anche sul referendum costituzionale: quello sì, come ormai tutti sanno, decisivo per le sorti del premier e del suo progetto. Un tema buttato sul tavolo da Renzi troppo presto, quasi a fare un dispetto agli elettori delle comunali.
Da oggi i Cinque Stelle si caricano sulle spalle una responsabilità pesante. La vittoria a Roma avrà un’eco internazionale. Di sicuro, se sarà confermata fra quindici giorni, cambierà il volto e la fisionomia del movimento che diventa il principale avversario di Renzi. Il gioco a tre (centrosinistra, centrodestra, grillini) tende a diventare un duello. Renzi contro Grillo, o meglio contro il nuovo gruppo dirigente, visto che la Raggi sta vincendo, anzi trionfando, a Roma senza l’appoggio asfissiante e quotidiano del leader.
E Berlusconi? Lo smacco di Marchini è soprattutto il segno della decadenza dell’ex monarca di Arcore che non è riuscito a impedire le divisioni del suo campo, pur sapendo che al centrodestra unito non sarebbe sfuggito il secondo turno. Peró a Napoli l’uomo di Forza Italia conquista il ballottaggio, sia pure senza prospettive di vittoria. E c’è Milano. Il capoluogo lombardo è per ora un grande alambicco che contiene ingredienti sconosciuti. Bisogna aspettare il ballottaggio di Parisi, quanto meno. Consapevoli che anche a Milano sarà sempre più difficile per Berlusconi farsi ubbidire da Salvini (e dalla stessa Meloni su scala nazionale). Aprire il laboratorio del nuovo centrodestra è indispensabile, ma chi ne sarà il protagonista e quali saranno i comprimari è tutto da verificare.
Un messaggio per Palazzo Chigi
di Stefano Folli
INUTILE attendersi conseguenze immediate e clamorose da questo voto nelle città. Chi pensa che il risultato negativo al di là delle previsioni del Pd renziano possa innescare gravi sussulti nella maggioranza o addirittura avviare la messa in discussione del governo, è fuori strada.
Tuttavia non accadrà nemmeno il contrario. Non si verificherà l’ipotesi minimalista tanto cara a Palazzo Chigi: un’alzata di spalle e avanti come se nulla fosse accaduto. Se la vedano i cittadini di Roma, Milano e altrove con i loro sindaci. Questa forma di rimozione della realtà è poco plausibile: è stata travolta dai dati trasmessi la notte scorsa e si rivela un abbaglio. La verità è che il voto nei Comuni, anche quelli di grandi dimensioni o addirittura nella Capitale, non è assimilabile a un’elezione generale. Il fatto che fossero interessate oltre 13 milioni di persone e che l’affluenza sia stata discreta con eccezioni negative (62 per cento nazionale, male a Milano), non cambia il quadro.
NELLA scelta degli italiani hanno pesato fattori diversi, come sempre quando si vota per il governo locale, e sarebbe poco sensato trasformare la giornata di ieri nel solito referendum pro o contro Renzi. La maturità politica di un Paese si misura anche da come riesce a distinguere i piani politici ed evita di farsi catturare da forme di frenesia collettiva: il che riguarda soprattutto chi governa e chi interpreta l’opposizione.
Questo è il primo aspetto del voto per i sindaci. Tuttavia ce n’è un secondo che sarebbe grave sottovalutare. Pur con i limiti e le peculiarità di cui si è detto, gli italiani hanno mandato alla classe politica un messaggio netto e poco rassicurante. Il Pd deve accettare una sconfitta a Napoli, dove la sua candidata resta esclusa dal ballottaggio, e a Roma, dove Giachetti e la Meloni si sono contesi all’ultimo voto il passaggio al secondo turno, peraltro molto lontani dalla candidata dei Cinque Stelle, il cui dato è eccezionalmente alto. Salvo un colpo di scena imprevedibile al ballottaggio, la Capitale avrà un sindaco grillino. Per Renzi ci sarebbe l’esempio austriaco a cui aggrapparsi, ma è poco verosimile che Giachetti o Giorgia Meloni riescano a costruire una sorta di
union sacrée contro Virginia Raggi come hanno realizzato gli austriaci ai danni di un personaggio controverso quale il leader dell’estrema destra. In sostanza a Roma si realizza la vendetta di un’opinione pubblica esasperata contro anni di malgoverno. È qui lo scoglio che non si può aggirare e dal quale invece si deve ripartire.
Quanto al resto, Milano resta una partita in bilico: senza un vincitore e con Sala in leggero vantaggio su Parisi. Può succedere di tutto. Invece a Torino Fassino vede materializzarsi il suo fastidioso incubo: è in testa, è forte, ma non ha saputo assestare il colpo del ko; mentre la grillina Appendino è indietro, ma non così indietro da permettere una previsione certa fra due settimane.
Che cosa si ricava da tutto questo? Gli elettori hanno punito il Pd a Roma, ma si sono anche guardati dal premiarlo altrove. Il “partito di Renzi” dovrà rinviare il suo esordio e del resto non era questa l’occasione. In ogni caso è chiaro che nelle grandi città il Pd fatica e soffre. A Roma, senza dubbio. Ma anche in altre zone di antico insediamento al Nord e al Sud. Quel tanto di ottimismo e di speranza nel futuro che è indispensabile per scegliere il partito di governo, si è rivelato un sentimento troppo esile. È questo che deve preoccupare il presidente del Consiglio in vista delle scadenze dei prossimi mesi. Il voto anti-sistema, o comunque contrario a chi governa, si nutre di incertezze economiche e sociali, di disoccupazione che non cala, di ripresa stenta, di paure collettive quali l’immigrazione o l’insicurezza. Ogni città ci aggiunge del suo, ma sarebbe poco saggio ignorare il disagio diffuso. Che potrebbe riflettersi anche sul referendum costituzionale: quello sì, come ormai tutti sanno, decisivo per le sorti del premier e del suo progetto. Un tema buttato sul tavolo da Renzi troppo presto, quasi a fare un dispetto agli elettori delle comunali.
Da oggi i Cinque Stelle si caricano sulle spalle una responsabilità pesante. La vittoria a Roma avrà un’eco internazionale. Di sicuro, se sarà confermata fra quindici giorni, cambierà il volto e la fisionomia del movimento che diventa il principale avversario di Renzi. Il gioco a tre (centrosinistra, centrodestra, grillini) tende a diventare un duello. Renzi contro Grillo, o meglio contro il nuovo gruppo dirigente, visto che la Raggi sta vincendo, anzi trionfando, a Roma senza l’appoggio asfissiante e quotidiano del leader.
E Berlusconi? Lo smacco di Marchini è soprattutto il segno della decadenza dell’ex monarca di Arcore che non è riuscito a impedire le divisioni del suo campo, pur sapendo che al centrodestra unito non sarebbe sfuggito il secondo turno. Peró a Napoli l’uomo di Forza Italia conquista il ballottaggio, sia pure senza prospettive di vittoria. E c’è Milano. Il capoluogo lombardo è per ora un grande alambicco che contiene ingredienti sconosciuti. Bisogna aspettare il ballottaggio di Parisi, quanto meno. Consapevoli che anche a Milano sarà sempre più difficile per Berlusconi farsi ubbidire da Salvini (e dalla stessa Meloni su scala nazionale). Aprire il laboratorio del nuovo centrodestra è indispensabile, ma chi ne sarà il protagonista e quali saranno i comprimari è tutto da verificare.
Corriere 6.6.16
I veri rivali del governo
di Massimo Franco
È una fotografia sgranata, quella che emerge dalle Amministrative di ieri. Il Movimento 5 stelle continua ad avanzare a Roma e Torino, e il Pd barcolla. Nelle grandi città, è tutto rinviato ai ballottaggi del 19 giugno. Ma aleggia lo spettro di una coalizione trasversale che converge sui candidati ostili a quelli di governo, per sconfiggere il partito di Matteo Renzi. Dalle percentuali di Milano, pur favorevoli, dal vantaggio netto della candidata del M5S nella capitale e da quello del sindaco uscente di Napoli, si capisce perché Renzi abbia detto che queste elezioni non riguardano il governo nazionale. I motivi di sollievo, per lui, non sono molti.
Nel cuore della notte non era ancora chiaro se la sfida sarà tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti. Il candidato renziano rischia fino all’ultimo di non andare al ballottaggio, superato da Giorgia Meloni, esponente di una destra spaccata e in polemica con Silvio Berlusconi. E comunque, i consensi della seguace di Beppe Grillo fanno pensare che la prima abbia buone probabilità di spuntarla. Il fatto che il M5S sia diventato il primo partito della capitale e l’affermazione di Giorgia Meloni su Alfio Marchini, appoggiato da Berlusconi, ha altre due implicazioni.
La prima è la difficoltà di Renzi a riaccreditare il Pd nella capitale. Evidentemente, il malumore per gli scandali e per le faide interne ha lasciato lividi profondi a sinistra. Troppo pesante l’ipoteca del passato, e troppo modesto l’investimento per cancellarla anche per il profilo di Giachetti, che ha raccolto meno voti della sua coalizione. L’epilogo colpisce perché il Pd aveva davanti un centrodestra diviso. E qui siamo a una seconda conseguenza riguarda il centrodestra: la conferma della subalternità di FI al Carroccio.
A Milano FI e Lega sono alleati. E le proiezioni che arrivavano durante lo spoglio, davano un lieve vantaggio a Giuseppe Sala sul centrodestra di Stefano Parisi, che però andrà verificato tra quindici giorni. Il tema più dirimente è comunque la sfida Pd-M5S, dalla capitale a Torino. In più, Napoli premia il sindaco uscente, Luigi de Magistris, nemico di Palazzo Chigi. E nella stessa Torino, il dem Piero Fassino è in testa, ma tallonato dal movimento di Grillo, che diventa il primo partito. È improbabile che tutto questo possa destabilizzare il governo. Inserirebbe però elementi di incertezza e tensione in vista del referendum sulle riforme costituzionali di ottobre. E questa sarebbe una terza conseguenza insidiosa.
Più i risultati sono negativi, più gli avversari di Renzi contrasteranno la campagna per il «sì», utilizzando le Amministrative come prima spallata in attesa di quella referendaria contro il suo esecutivo. Bisognerà anche capire se la tendenza del premier a minimizzare il significato del voto appena espresso, continuerà di qui ai ballottaggi. È parsa una scelta corretta, eppure ha alimentato il sospetto che volesse esorcizzare in anticipo una sconfitta. Tra l’altro, i dati sulla partecipazione dicono che la lenta emorragia degli elettori non si è fermata: soprattutto nelle grandi città. E questo alimenta polemiche contro il governo per la scelta del 5 giugno.
Non ci sono più posizioni di rendita per nessuno. Vale per il Pd. Per il centrodestra. E per il M5S, che da ieri ha da perdere molto a sua volta: se non altro perché almeno a Roma è il principale candidato alla vittoria.
Massimo Franco
I veri rivali del governo
di Massimo Franco
È una fotografia sgranata, quella che emerge dalle Amministrative di ieri. Il Movimento 5 stelle continua ad avanzare a Roma e Torino, e il Pd barcolla. Nelle grandi città, è tutto rinviato ai ballottaggi del 19 giugno. Ma aleggia lo spettro di una coalizione trasversale che converge sui candidati ostili a quelli di governo, per sconfiggere il partito di Matteo Renzi. Dalle percentuali di Milano, pur favorevoli, dal vantaggio netto della candidata del M5S nella capitale e da quello del sindaco uscente di Napoli, si capisce perché Renzi abbia detto che queste elezioni non riguardano il governo nazionale. I motivi di sollievo, per lui, non sono molti.
Nel cuore della notte non era ancora chiaro se la sfida sarà tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti. Il candidato renziano rischia fino all’ultimo di non andare al ballottaggio, superato da Giorgia Meloni, esponente di una destra spaccata e in polemica con Silvio Berlusconi. E comunque, i consensi della seguace di Beppe Grillo fanno pensare che la prima abbia buone probabilità di spuntarla. Il fatto che il M5S sia diventato il primo partito della capitale e l’affermazione di Giorgia Meloni su Alfio Marchini, appoggiato da Berlusconi, ha altre due implicazioni.
La prima è la difficoltà di Renzi a riaccreditare il Pd nella capitale. Evidentemente, il malumore per gli scandali e per le faide interne ha lasciato lividi profondi a sinistra. Troppo pesante l’ipoteca del passato, e troppo modesto l’investimento per cancellarla anche per il profilo di Giachetti, che ha raccolto meno voti della sua coalizione. L’epilogo colpisce perché il Pd aveva davanti un centrodestra diviso. E qui siamo a una seconda conseguenza riguarda il centrodestra: la conferma della subalternità di FI al Carroccio.
A Milano FI e Lega sono alleati. E le proiezioni che arrivavano durante lo spoglio, davano un lieve vantaggio a Giuseppe Sala sul centrodestra di Stefano Parisi, che però andrà verificato tra quindici giorni. Il tema più dirimente è comunque la sfida Pd-M5S, dalla capitale a Torino. In più, Napoli premia il sindaco uscente, Luigi de Magistris, nemico di Palazzo Chigi. E nella stessa Torino, il dem Piero Fassino è in testa, ma tallonato dal movimento di Grillo, che diventa il primo partito. È improbabile che tutto questo possa destabilizzare il governo. Inserirebbe però elementi di incertezza e tensione in vista del referendum sulle riforme costituzionali di ottobre. E questa sarebbe una terza conseguenza insidiosa.
Più i risultati sono negativi, più gli avversari di Renzi contrasteranno la campagna per il «sì», utilizzando le Amministrative come prima spallata in attesa di quella referendaria contro il suo esecutivo. Bisognerà anche capire se la tendenza del premier a minimizzare il significato del voto appena espresso, continuerà di qui ai ballottaggi. È parsa una scelta corretta, eppure ha alimentato il sospetto che volesse esorcizzare in anticipo una sconfitta. Tra l’altro, i dati sulla partecipazione dicono che la lenta emorragia degli elettori non si è fermata: soprattutto nelle grandi città. E questo alimenta polemiche contro il governo per la scelta del 5 giugno.
Non ci sono più posizioni di rendita per nessuno. Vale per il Pd. Per il centrodestra. E per il M5S, che da ieri ha da perdere molto a sua volta: se non altro perché almeno a Roma è il principale candidato alla vittoria.
Massimo Franco
il manifesto 6.6.16
Milano, sfida apertissima all’ultimo voto tra i due maganer fotocopia
Testa a testa tra Beppe Sala e Stefano Parisi. Dopo sei mesi di campagna elettorale alle urne solo il 55% dei milanesi, il minimo storico
di Luca Fazio
Tutto come previsto, il primo tempo non ha riservato sorprese. Milano deciderà al ballottaggio. Beppe Sala è avanti, con una forbice percentuale che a urne appena chiuse attribuisce al candidato del centrosinistra un gradimento intorno al 44% degli elettori. Lo sfidante, Stefano Parisi, sarebbe indietro ma non troppo con il 37% circa dei voti. Sono quattro o cinque punti percentuali di distanza, troppo poco per decidere la partita.
Il clima è piuttosto disteso da una parte e dell’altra. Stefano Parisi, che ieri notte impazzava su tutte le televisioni, ha voluto commentare a caldo senza troppo scomporsi: «C’è stato un recupero, in pochi mesi abbiamo fatto un buon lavoro. Molti milanesi scontenti non hanno voluto confermare la giunta Pisapia. La partita è aperta, sono molto contento di questo risultato». Dello stesso avviso anche Franco Mirabelli (Pd), con una dichiarazione-fotocopia: «Questo risultato ci conferma l’ottimismo, c’è una partita aperta, andremo al ballottaggio». Ma nel quartier generale del centrosinistra, dopo le prime videate, non c’era una aria troppo allegra. Probabilmente si aspettavano qualcosa di più.
In ogni caso il secondo tempo sarà un match completamente diverso, perché il 19 giugno ci sono troppi voti in libertà che è quasi impossibile collocare da una parte o dall’altra. Senza contare l’affluenza alle urne che è destinata a calare ulteriormente, consegnando alla città un sindaco eletto per la prima volta da poco più di metà dei cittadini milanesi. Ragionare sugli exit poll è un esercizio che lascia ampio margine agli errori, ma c’è un dato incontrovertibile che dice la distanza per certi versi clamorosa dei milanesi dalla politica cittadina nonostante cinque anni di giunta Pisapia attorno cui si è costruita una narrazione virtuosa che non ha retto alla prova decisiva del voto. Sei mesi di ininterrotta campagna elettorale (senza contare che è da più di un anno che Pisapia ha annunciato il suo ritiro) hanno portato al voto appena il 55% dei cittadini. Il mimino storico per una elezione milanese. Cinque anni fa, nel 2011, al primo turno andò a votare il 67,56% degli aventi diritto al voto (gli stessi di cinque anni prima quando Letizia Moratti sconfisse il prefetto Bruno Ferrante). Se questo dato dovesse essere confermato, la cosiddetta «rivoluzione arancione» – e un centrodestra in disarmo resuscitato da un buon candidato – hanno perso per strada il 12% di elettorato.
L’emorragia è destinata a peggiorare per motivi di carattere “strutturale” (tra due settimane aumenteranno i vacanzieri) e per altri più squisitamente politici. Si chiama astensione consapevole. Molti osservatori sostengono che saranno gli elettori delusi di sinistra a presentare il conto alla coalizione che ha scelto un manager per sostituire Giuliano Pisapia. Ieri di fatto si decideva solo la composizione del consiglio comunale, il sindaco, lo sapevano tutti, si sceglierà solo tra due settimane. E il 19 giugno si capirà il gradimento – o il rifiuto – dei milanesi per i due candidati manager. Importante è capire chi non è andato a votare, come sempre, ma questa volta sarà ancora più importante capire chi non andrà a votare al secondo turno. Tutti sanno che una buona parte degli elettori di sinistra sinistra (lista Basilio Rizzo, accreditata tra il 3 e il 5%) non punterà mai sull’ex manager di Expo: e saranno due settimane di corteggiamenti, risse e reciproche accuse di tradimento.
C’è poi un “tesoretto” percentuale piuttosto consistente (Cinque Stelle: exit poll tra 8 e 12%) che in teoria potrebbe cambiare l’esito delle elezioni. Non è difficile prevedere che in queste due settimane sia Sala che Parisi faranno gli occhi dolci ai “populisti dell’antipolitica”. Il candidato Gianluca Corrado non cederà di un millimetro e predicherà l’astensione (cosa che farà crollare la percentuale di votanti), ma sulla scelta dell’elettorato grillino al ballottaggio potrebbe anche pesare lo scontro durissimo che si annuncia tra Matteo Renzi e i 5 Stelle. Se una parte dell’elettorato a cinque stelle dovesse votare a Milano per punire il Pd nazionale, per Beppe Sala potrebbero essere guai molto ma molto seri.
Milano, sfida apertissima all’ultimo voto tra i due maganer fotocopia
Testa a testa tra Beppe Sala e Stefano Parisi. Dopo sei mesi di campagna elettorale alle urne solo il 55% dei milanesi, il minimo storico
di Luca Fazio
Tutto come previsto, il primo tempo non ha riservato sorprese. Milano deciderà al ballottaggio. Beppe Sala è avanti, con una forbice percentuale che a urne appena chiuse attribuisce al candidato del centrosinistra un gradimento intorno al 44% degli elettori. Lo sfidante, Stefano Parisi, sarebbe indietro ma non troppo con il 37% circa dei voti. Sono quattro o cinque punti percentuali di distanza, troppo poco per decidere la partita.
Il clima è piuttosto disteso da una parte e dell’altra. Stefano Parisi, che ieri notte impazzava su tutte le televisioni, ha voluto commentare a caldo senza troppo scomporsi: «C’è stato un recupero, in pochi mesi abbiamo fatto un buon lavoro. Molti milanesi scontenti non hanno voluto confermare la giunta Pisapia. La partita è aperta, sono molto contento di questo risultato». Dello stesso avviso anche Franco Mirabelli (Pd), con una dichiarazione-fotocopia: «Questo risultato ci conferma l’ottimismo, c’è una partita aperta, andremo al ballottaggio». Ma nel quartier generale del centrosinistra, dopo le prime videate, non c’era una aria troppo allegra. Probabilmente si aspettavano qualcosa di più.
In ogni caso il secondo tempo sarà un match completamente diverso, perché il 19 giugno ci sono troppi voti in libertà che è quasi impossibile collocare da una parte o dall’altra. Senza contare l’affluenza alle urne che è destinata a calare ulteriormente, consegnando alla città un sindaco eletto per la prima volta da poco più di metà dei cittadini milanesi. Ragionare sugli exit poll è un esercizio che lascia ampio margine agli errori, ma c’è un dato incontrovertibile che dice la distanza per certi versi clamorosa dei milanesi dalla politica cittadina nonostante cinque anni di giunta Pisapia attorno cui si è costruita una narrazione virtuosa che non ha retto alla prova decisiva del voto. Sei mesi di ininterrotta campagna elettorale (senza contare che è da più di un anno che Pisapia ha annunciato il suo ritiro) hanno portato al voto appena il 55% dei cittadini. Il mimino storico per una elezione milanese. Cinque anni fa, nel 2011, al primo turno andò a votare il 67,56% degli aventi diritto al voto (gli stessi di cinque anni prima quando Letizia Moratti sconfisse il prefetto Bruno Ferrante). Se questo dato dovesse essere confermato, la cosiddetta «rivoluzione arancione» – e un centrodestra in disarmo resuscitato da un buon candidato – hanno perso per strada il 12% di elettorato.
L’emorragia è destinata a peggiorare per motivi di carattere “strutturale” (tra due settimane aumenteranno i vacanzieri) e per altri più squisitamente politici. Si chiama astensione consapevole. Molti osservatori sostengono che saranno gli elettori delusi di sinistra a presentare il conto alla coalizione che ha scelto un manager per sostituire Giuliano Pisapia. Ieri di fatto si decideva solo la composizione del consiglio comunale, il sindaco, lo sapevano tutti, si sceglierà solo tra due settimane. E il 19 giugno si capirà il gradimento – o il rifiuto – dei milanesi per i due candidati manager. Importante è capire chi non è andato a votare, come sempre, ma questa volta sarà ancora più importante capire chi non andrà a votare al secondo turno. Tutti sanno che una buona parte degli elettori di sinistra sinistra (lista Basilio Rizzo, accreditata tra il 3 e il 5%) non punterà mai sull’ex manager di Expo: e saranno due settimane di corteggiamenti, risse e reciproche accuse di tradimento.
C’è poi un “tesoretto” percentuale piuttosto consistente (Cinque Stelle: exit poll tra 8 e 12%) che in teoria potrebbe cambiare l’esito delle elezioni. Non è difficile prevedere che in queste due settimane sia Sala che Parisi faranno gli occhi dolci ai “populisti dell’antipolitica”. Il candidato Gianluca Corrado non cederà di un millimetro e predicherà l’astensione (cosa che farà crollare la percentuale di votanti), ma sulla scelta dell’elettorato grillino al ballottaggio potrebbe anche pesare lo scontro durissimo che si annuncia tra Matteo Renzi e i 5 Stelle. Se una parte dell’elettorato a cinque stelle dovesse votare a Milano per punire il Pd nazionale, per Beppe Sala potrebbero essere guai molto ma molto seri.
La Stampa 6.6.16
Parisi adesso sogna il sorpasso “Ai grillini dico: votate per me”
Il candidato di Forza Italia e Lega guarda al secondo turno e corteggia il M5S: “La partita è aperta. Chi vuole il cambiamento scelga me, noi oltre le ideologie”
di Stefano Rizzato
La prima volta è passato dal seggio per caso, o almeno così ha voluto far credere. In sella, tenuta da cicloamatore di quelli seri, caschetto ben allacciato sulla testa. Poi Stefano Parisi alle urne è tornato in polo e scarpe da ginnastica, a pedalata e doccia fatte, col sorriso ma senza rilasciare vere dichiarazioni. Tranne questa: «Ho fatto 60 chilometri stamattina. Sala ha parlato? Ha fatto male perché c’è il silenzio elettorale».
A sera, le prime parole del candidato sindaco del centrodestra sono piene di ottimismo: «In quattro mesi - dice dal suo quartier generale all’Hotel Marriott, appena dopo le 23 - abbiamo recuperato una situazione dove sembrava che il centrosinistra avrebbe vinto al primo turno. Dai risultati mi pare che ci sia una grande maggioranza di milanesi che hanno votato per il cambiamento. Tre mesi fa non mi conosceva nessuno, mentre Beppe Sala era molto noto per l’Expo».
Rimonta riuscita
È stata in effetti una lunga volata controvento quella di Parisi. Che di certo ha saputo compiere una rimonta non da poco. I primi exit poll parlano di cinque punti di distacco: un po’ deludente, rispetto agli ultimi sondaggi. «Il fatto che ci sarà un ballottaggio - dice comunque Parisi - significa già che c’è una partita aperta. il 60 per cento dei milanesi ha votato per il cambiamento, e non per la coalizione uscente. Beppe Sala prende molti meno voti di quanti ne abbia presi Pisapia. Abbiamo grandi possibilità di farcela: una differenza di cinque punti sarebbe il miglior ballottaggio in Italia, tutti gli altri presentano divari più ampi».
Ma via via la forbice diventa sempre più ridotta. Sarà il tema dominante della nottata: ad ogni dato incoraggiante la sala esulta, quando il distacco cresce la sala mormora. All’una e 48, la proiezione di La7 annuncia persino il sorpasso, ed è boato. Vero. L’ex numero uno di Fastweb ostenta meno interesse per i numeri, e preferisce guardare avanti. «Nei prossimi 15 giorni - dice - ci sono tre mondi cui dobbiamo parlare. Il primo è fatto dal 45 per cento di persone che non ha votato al primo turno. Poi ci sono i milanesi del Movimento 5 Stelle: gente che non ama la continuità e che in noi deve vedere una nuova proposta. E poi anche la sinistra che non ha votato volentieri per Sala: stiamo facendo una proposta politica che va al di là del centrodestra e degli schemi ideologici».
L’attacco al governo
C’è delusione, invece, per il dato sull’affluenza. Che a Milano si è fermata al 54,7 per cento, lontana dai numeri del 2011. La scelta di votare solo di domenica era già stata criticata con durezza, al seggio, da Matteo Salvini. Parisi è sulla stessa linea e attacca direttamente il governo: «Se l’affluenza è stata bassa è evidente di chi è la responsabilità. È molto grave, ed è stata una scelta antidemocratica mettere a votare la gente il 5 giugno, solo di domenica e dopo un ponte. Nel 2011 si votò a maggio con le scuole aperte e anche di lunedì. Questa volta, è chiaro, non si voleva far andare a votare la gente».
Sugli della grande sala che ospita il quartier generale, si guardano con attenzione anche i dati che riguardano Roma. Pochi dubbi: è lì più che a Milano che è in palio un bel pezzo della leadership nel centrodestra. Il laboratorio milanese e la coalizione unita sono la terza via, l’alternativa allo scontro frontale tra Berlusconi e Salvini. Attorno a Parisi si è aggregata la coalizione trasversale che è mancata a Roma. Ma i dubbi sono tutti sul «post»: l’armonia reggerà anche lontano dalle urne? «I cinque partiti che mi sostengono - risponde Parisi - hanno condiviso e sottoscritto un programma di governo che io m’impegno a realizzare, se avrò la fiducia degli elettori al ballottaggio del 19 giugno. La Lega intercetta un malessere vero, a Milano e altrove, ed è giusto ascoltarlo. Ma credo di avere una forte libertà e autonomia per andare a prendere il consenso di tutti i milanesi che vogliono cambiare».
Parisi adesso sogna il sorpasso “Ai grillini dico: votate per me”
Il candidato di Forza Italia e Lega guarda al secondo turno e corteggia il M5S: “La partita è aperta. Chi vuole il cambiamento scelga me, noi oltre le ideologie”
di Stefano Rizzato
La prima volta è passato dal seggio per caso, o almeno così ha voluto far credere. In sella, tenuta da cicloamatore di quelli seri, caschetto ben allacciato sulla testa. Poi Stefano Parisi alle urne è tornato in polo e scarpe da ginnastica, a pedalata e doccia fatte, col sorriso ma senza rilasciare vere dichiarazioni. Tranne questa: «Ho fatto 60 chilometri stamattina. Sala ha parlato? Ha fatto male perché c’è il silenzio elettorale».
A sera, le prime parole del candidato sindaco del centrodestra sono piene di ottimismo: «In quattro mesi - dice dal suo quartier generale all’Hotel Marriott, appena dopo le 23 - abbiamo recuperato una situazione dove sembrava che il centrosinistra avrebbe vinto al primo turno. Dai risultati mi pare che ci sia una grande maggioranza di milanesi che hanno votato per il cambiamento. Tre mesi fa non mi conosceva nessuno, mentre Beppe Sala era molto noto per l’Expo».
Rimonta riuscita
È stata in effetti una lunga volata controvento quella di Parisi. Che di certo ha saputo compiere una rimonta non da poco. I primi exit poll parlano di cinque punti di distacco: un po’ deludente, rispetto agli ultimi sondaggi. «Il fatto che ci sarà un ballottaggio - dice comunque Parisi - significa già che c’è una partita aperta. il 60 per cento dei milanesi ha votato per il cambiamento, e non per la coalizione uscente. Beppe Sala prende molti meno voti di quanti ne abbia presi Pisapia. Abbiamo grandi possibilità di farcela: una differenza di cinque punti sarebbe il miglior ballottaggio in Italia, tutti gli altri presentano divari più ampi».
Ma via via la forbice diventa sempre più ridotta. Sarà il tema dominante della nottata: ad ogni dato incoraggiante la sala esulta, quando il distacco cresce la sala mormora. All’una e 48, la proiezione di La7 annuncia persino il sorpasso, ed è boato. Vero. L’ex numero uno di Fastweb ostenta meno interesse per i numeri, e preferisce guardare avanti. «Nei prossimi 15 giorni - dice - ci sono tre mondi cui dobbiamo parlare. Il primo è fatto dal 45 per cento di persone che non ha votato al primo turno. Poi ci sono i milanesi del Movimento 5 Stelle: gente che non ama la continuità e che in noi deve vedere una nuova proposta. E poi anche la sinistra che non ha votato volentieri per Sala: stiamo facendo una proposta politica che va al di là del centrodestra e degli schemi ideologici».
L’attacco al governo
C’è delusione, invece, per il dato sull’affluenza. Che a Milano si è fermata al 54,7 per cento, lontana dai numeri del 2011. La scelta di votare solo di domenica era già stata criticata con durezza, al seggio, da Matteo Salvini. Parisi è sulla stessa linea e attacca direttamente il governo: «Se l’affluenza è stata bassa è evidente di chi è la responsabilità. È molto grave, ed è stata una scelta antidemocratica mettere a votare la gente il 5 giugno, solo di domenica e dopo un ponte. Nel 2011 si votò a maggio con le scuole aperte e anche di lunedì. Questa volta, è chiaro, non si voleva far andare a votare la gente».
Sugli della grande sala che ospita il quartier generale, si guardano con attenzione anche i dati che riguardano Roma. Pochi dubbi: è lì più che a Milano che è in palio un bel pezzo della leadership nel centrodestra. Il laboratorio milanese e la coalizione unita sono la terza via, l’alternativa allo scontro frontale tra Berlusconi e Salvini. Attorno a Parisi si è aggregata la coalizione trasversale che è mancata a Roma. Ma i dubbi sono tutti sul «post»: l’armonia reggerà anche lontano dalle urne? «I cinque partiti che mi sostengono - risponde Parisi - hanno condiviso e sottoscritto un programma di governo che io m’impegno a realizzare, se avrò la fiducia degli elettori al ballottaggio del 19 giugno. La Lega intercetta un malessere vero, a Milano e altrove, ed è giusto ascoltarlo. Ma credo di avere una forte libertà e autonomia per andare a prendere il consenso di tutti i milanesi che vogliono cambiare».
Corriere 6.6.16
Roma
Gli scandali E il riscatto da ritrovare
di Goffredo Buccini
A nnamo, daje Roma...
Almeno un voto il Pd l’ha perso qui, per colpa di Marino: al «Vero Girarrosto Toscano», due passi da via Veneto, dove s’è compiuto il destino del Marziano coi suoi scontrini suicidi (qui, per un pranzo di sei persone un 26 dicembre). «Marchini o Meloni, esco e decido al seggio», mormora il maître: «Speriamo di scegliere una persona giusta. Ignazio? No, non s’è più visto».
...chi se fa pecorone/ er lupo se lo magna...
Dopo Alemanno e Marino, Mafia capitale, la Panda Rossa e le note spese, il tragico e il grottesco, un romanzo criminale e demenziale, il voto è catartico. La Raggi mostra al seggio le ormai famose orecchie da grillo mannaro. Mantra: «Li asfaltiamo». La notte le darà ragione, i suoi numeri già fanno storia: persino la tv russa la cerca.
I romani vogliono una rivincita, attraverso lei. «Proviamo a toglierci la vergogna dalla faccia», pensa a voce alta Giulia, facendo il pieno alla Vespa rossa in un posto non casuale: il distributore Eni su corso Francia, primo grano del rosario capitolino, filmato dai Ros coi traffici del Ceca to Carminati e le telefonate di Spaccapollici : « Te tajo la gola ...». Stanotte si chiude. Roma torna Capitale senza più la parola Mafia a bruttarne il fasto. Sempre se una buca o un sussulto autolesionista non ingoia Giulia, la Vespa e le speranze.
...abbasta uno scossone...
«Nutriamo disperate speranze», dice Roberto Morassut, già assessore con Veltroni, sconfitto alle primarie da Giachetti. Qui i dem agonizzano negli ossimori. Marino ha pasticciato tanto da catalizzarsi addosso un disastro lievitato in buona parte nella combriccola che s’era assisa con Alemanno. La buca è un’epitome, 4.900 dei 6.500 chilometri di asfalto romano ne sono butterati. «Ahò, abbassa la capoccia che le buche stanno pe’ terra»: se Pasquino rinascesse pentastellato piglierebbe un plebiscito, i suoi emuli hanno flagellato Giachetti per certi poster con lo sguardo perso in paradiso. E sì che Carminati dal bar di Vigna Stelluti ci aveva spiegato che il paradiso non esiste, c’è solo il «mondo di mezzo»: un mondo di imbrogli e inguacchi che tutto contagia e corrompe.
«Siamo tutti mezzi marci, pure noi elettori», dice una vocina al seggio di via Micheli, Parioli. Francesco Storace sostiene che la ferita inferta alla destra da Alemanno sia quasi rimarginata, «quella di Marino fa ancora molto male alla sinistra». In effetti, nella notte ormai grillina, Giorgia Meloni risale in fretta.
«Ma la nostra palingenesi è incominciata», assicura il pd Fabrizio Barca, autore di un esplosivo rapporto sui guasti del partito cittadino: 35 sezioni chiuse, più ecatombe che palingenesi.
Da piazza Don Bosco, altro grano del rosario romano, ogni rinascita pare lontana. Qui i Casamonica celebrarono in basilica le esequie del capoclan Vittorio, un elicottero sparse petali di rosa sul corteo funebre, la banda intonò Il Padrino , e Marino in ferie negli States pensò male di non rientrare nemmeno di fronte allo scandalo montante. Quando venne, a settembre, gli toccò farsi scortare. E che un capo della sinistra non possa camminare tranquillo a Don Bosco è segno della fine dei tempi per Claudio Siena, il vecchio segretario della sezione Pci di via Stilicone: «Che io avevo intitolato a Giovanni Losardo, compagno calabrese ammazzato dalla ‘ndrangheta nell’80. Questi, quando sono arrivati, hanno cambiato nome, sezione John Lennon l’hanno chiamata, ‘acci loro!». Questi sono il Pd, ovvio. Ora non c’è più nemmeno John Lennon, al posto della sezione c’è una parrucchiera. E i debiti.
Forse confusi e senza guida ma parecchio incavolati, gli elettori non disertano nemmeno i seggi di periferia. A Ostia, col municipio mutilato dalla mafia, in pieno territorio del clan Spada, almeno mille avevano votato a metà mattinata in viale Idroscalo, davanti alle «case di ricotta» (così dette perché, impastate di cemento e sabbia, si stanno sbriciolando). Stefano Esposito, muscolare commissario pd e autore di denunce a raffica contro i business opachi dei balneari, sbuffa: «Nella zona di piazza Gasparri, terra dei clan, io voglio che arriviamo ultimi! L’ho detto ai grillini». Non è escluso che ci riesca, alla fine, e non è detto sia un segnale di palingenesi.
Intanto al Girarrosto neppure la notte, a urne chiuse, porta pace. Da anni, con un altro girarrosto toscano lì accanto, sono equivoci, sbagli di prenotazioni, tensioni (l’aggettivo «Vero» nell’insegna si spiega così). Mettersi d’accordo, non se ne parla. Bisognerebbe trattare, «fare sistema», si sarebbe detto anni fa. Ma allora c’era Goffredo Bettini, Roma era «potentona»: e il futuro era ancora quello d’una volta.
Roma
Gli scandali E il riscatto da ritrovare
di Goffredo Buccini
A nnamo, daje Roma...
Almeno un voto il Pd l’ha perso qui, per colpa di Marino: al «Vero Girarrosto Toscano», due passi da via Veneto, dove s’è compiuto il destino del Marziano coi suoi scontrini suicidi (qui, per un pranzo di sei persone un 26 dicembre). «Marchini o Meloni, esco e decido al seggio», mormora il maître: «Speriamo di scegliere una persona giusta. Ignazio? No, non s’è più visto».
...chi se fa pecorone/ er lupo se lo magna...
Dopo Alemanno e Marino, Mafia capitale, la Panda Rossa e le note spese, il tragico e il grottesco, un romanzo criminale e demenziale, il voto è catartico. La Raggi mostra al seggio le ormai famose orecchie da grillo mannaro. Mantra: «Li asfaltiamo». La notte le darà ragione, i suoi numeri già fanno storia: persino la tv russa la cerca.
I romani vogliono una rivincita, attraverso lei. «Proviamo a toglierci la vergogna dalla faccia», pensa a voce alta Giulia, facendo il pieno alla Vespa rossa in un posto non casuale: il distributore Eni su corso Francia, primo grano del rosario capitolino, filmato dai Ros coi traffici del Ceca to Carminati e le telefonate di Spaccapollici : « Te tajo la gola ...». Stanotte si chiude. Roma torna Capitale senza più la parola Mafia a bruttarne il fasto. Sempre se una buca o un sussulto autolesionista non ingoia Giulia, la Vespa e le speranze.
...abbasta uno scossone...
«Nutriamo disperate speranze», dice Roberto Morassut, già assessore con Veltroni, sconfitto alle primarie da Giachetti. Qui i dem agonizzano negli ossimori. Marino ha pasticciato tanto da catalizzarsi addosso un disastro lievitato in buona parte nella combriccola che s’era assisa con Alemanno. La buca è un’epitome, 4.900 dei 6.500 chilometri di asfalto romano ne sono butterati. «Ahò, abbassa la capoccia che le buche stanno pe’ terra»: se Pasquino rinascesse pentastellato piglierebbe un plebiscito, i suoi emuli hanno flagellato Giachetti per certi poster con lo sguardo perso in paradiso. E sì che Carminati dal bar di Vigna Stelluti ci aveva spiegato che il paradiso non esiste, c’è solo il «mondo di mezzo»: un mondo di imbrogli e inguacchi che tutto contagia e corrompe.
«Siamo tutti mezzi marci, pure noi elettori», dice una vocina al seggio di via Micheli, Parioli. Francesco Storace sostiene che la ferita inferta alla destra da Alemanno sia quasi rimarginata, «quella di Marino fa ancora molto male alla sinistra». In effetti, nella notte ormai grillina, Giorgia Meloni risale in fretta.
«Ma la nostra palingenesi è incominciata», assicura il pd Fabrizio Barca, autore di un esplosivo rapporto sui guasti del partito cittadino: 35 sezioni chiuse, più ecatombe che palingenesi.
Da piazza Don Bosco, altro grano del rosario romano, ogni rinascita pare lontana. Qui i Casamonica celebrarono in basilica le esequie del capoclan Vittorio, un elicottero sparse petali di rosa sul corteo funebre, la banda intonò Il Padrino , e Marino in ferie negli States pensò male di non rientrare nemmeno di fronte allo scandalo montante. Quando venne, a settembre, gli toccò farsi scortare. E che un capo della sinistra non possa camminare tranquillo a Don Bosco è segno della fine dei tempi per Claudio Siena, il vecchio segretario della sezione Pci di via Stilicone: «Che io avevo intitolato a Giovanni Losardo, compagno calabrese ammazzato dalla ‘ndrangheta nell’80. Questi, quando sono arrivati, hanno cambiato nome, sezione John Lennon l’hanno chiamata, ‘acci loro!». Questi sono il Pd, ovvio. Ora non c’è più nemmeno John Lennon, al posto della sezione c’è una parrucchiera. E i debiti.
Forse confusi e senza guida ma parecchio incavolati, gli elettori non disertano nemmeno i seggi di periferia. A Ostia, col municipio mutilato dalla mafia, in pieno territorio del clan Spada, almeno mille avevano votato a metà mattinata in viale Idroscalo, davanti alle «case di ricotta» (così dette perché, impastate di cemento e sabbia, si stanno sbriciolando). Stefano Esposito, muscolare commissario pd e autore di denunce a raffica contro i business opachi dei balneari, sbuffa: «Nella zona di piazza Gasparri, terra dei clan, io voglio che arriviamo ultimi! L’ho detto ai grillini». Non è escluso che ci riesca, alla fine, e non è detto sia un segnale di palingenesi.
Intanto al Girarrosto neppure la notte, a urne chiuse, porta pace. Da anni, con un altro girarrosto toscano lì accanto, sono equivoci, sbagli di prenotazioni, tensioni (l’aggettivo «Vero» nell’insegna si spiega così). Mettersi d’accordo, non se ne parla. Bisognerebbe trattare, «fare sistema», si sarebbe detto anni fa. Ma allora c’era Goffredo Bettini, Roma era «potentona»: e il futuro era ancora quello d’una volta.
Corriere 6.6.16
«Sono pronta a governare» Virginia ringrazia i romani
La mattina scherza: «Roma nun fa’ la stupida». Poi sicura: questa ce la ricorderemo
di Ernesto Menicucci
ROMA La notte di Roma è a Cinque Stelle. Virginia Raggi «sbanca» le elezioni capitoline, le prime proiezioni — all’una di notte — la danno nettamente in vantaggio, con una percentuale intorno al 37%, 15 punti di vantaggio sul secondo) e al comitato in zona Ostiense esplode la gioia. Prima cauta poi — mano a mano che affluiscono i dati «veri» — più esplicita. Virginia arriva al suo quartier generale intorno alle 23, la sala è troppo piccola per contenere gli oltre 150 giornalisti accreditati (ci sono anche le tivù straniere), la location per le dichiarazioni, e poi per la conferenza stampa, viene spostata più volte: prima dentro, in una saletta, poi fuori sulla terrazza. Infine sul parcheggio, con i divieti di «passo carrabile» coperti dalle bandiere di M5S.
Davanti alle televisioni, a seguire prima gli exit poll, poi le proiezioni e infine i dati «reali» c’è tutto lo stato maggiore, romano e non, del Movimento. Da Alessandro Di Battista, alle parlamentari romane Roberta Lombardi e Paola Taverna, la prima ad esporsi: «I dati degli exit sono buoni, ma aspettiamo. Il ricordo delle Europee brucia ancora». Ma stavolta non pare che sia così. L’affluenza romana, più alta rispetto a quella del 2013 (quasi il 5% in più di tre anni) premia i «grillini», che hanno puntato tutto sulla discontinuità. Anche la Raggi, all’inizio si mostra cauta: «I risultati — dice ai suoi — sembrano buoni, ma aspettiamo ancora». Il suo ufficio comunicazione, con Rocco Casalino e il portavoce Augusto Rubei, la «preserva» fino a che le sezioni scrutinate non arrivano al 30%. Lei saluta, stringe mani, abbraccia i militanti, si stringe ai familiari (il padre e la zia) accorsi a bordo di un’utilitaria. Poi arriva, intorno alle due di notte, e rompe gli indugi: «Il vento sta cambiando, sono pronta a governare Roma per ridargli lo splendore che merita, sono pronta ad essere il primo sindaco donna». E poi: «I romani ci hanno dato fiducia, ma questo è solo il primo tempo, ora c’è il rush finale. Stiamo ricostruendo uno spirito di comunità, i cittadini della Capitale sono pronti a voltare pagina». Con un vantaggio così alto alla Raggi «basterà» riportare a votare gli stessi elettori del primo turno. Lombardi guarda avanti: «Dobbiamo convincere chi non è andato alle urne ieri che questa è la grande chance per Roma». Anche Di Battista è euforico: «Siamo cresciuti tanto, in tutta Italia».
Raggi, la sua ultima giornata da candidata l’ha passata prima in viaggio (di rientro, in aereo, da Trento). Poi verso casa, alla borgata Ottavia, periferia nord-ovest, per andare a votare nel quartiere dove vive e dove ha iniziato a fare attività. Al seggio trova ad attenderla una folla di giornalisti. Lei, prima di entrare in cabina, scherza: «Una foto ve la faccio io: siete veramente troppi. questa ce la ricorderemo».
La «chiusura» era affidata ad un post su Facebook : «Roma nun fa' la stupida stasera». L’immagine è quella di un mare ci sono tre ami da pesca e i simboli di Pd, FdI e Forza Italia. «Loro hanno devastato Roma. Stavolta non abboccate», il messaggio. Arrivano 11 mila «mi piace» e 7 mila condivisioni. Un anticipo delle urne.
«Sono pronta a governare» Virginia ringrazia i romani
La mattina scherza: «Roma nun fa’ la stupida». Poi sicura: questa ce la ricorderemo
di Ernesto Menicucci
ROMA La notte di Roma è a Cinque Stelle. Virginia Raggi «sbanca» le elezioni capitoline, le prime proiezioni — all’una di notte — la danno nettamente in vantaggio, con una percentuale intorno al 37%, 15 punti di vantaggio sul secondo) e al comitato in zona Ostiense esplode la gioia. Prima cauta poi — mano a mano che affluiscono i dati «veri» — più esplicita. Virginia arriva al suo quartier generale intorno alle 23, la sala è troppo piccola per contenere gli oltre 150 giornalisti accreditati (ci sono anche le tivù straniere), la location per le dichiarazioni, e poi per la conferenza stampa, viene spostata più volte: prima dentro, in una saletta, poi fuori sulla terrazza. Infine sul parcheggio, con i divieti di «passo carrabile» coperti dalle bandiere di M5S.
Davanti alle televisioni, a seguire prima gli exit poll, poi le proiezioni e infine i dati «reali» c’è tutto lo stato maggiore, romano e non, del Movimento. Da Alessandro Di Battista, alle parlamentari romane Roberta Lombardi e Paola Taverna, la prima ad esporsi: «I dati degli exit sono buoni, ma aspettiamo. Il ricordo delle Europee brucia ancora». Ma stavolta non pare che sia così. L’affluenza romana, più alta rispetto a quella del 2013 (quasi il 5% in più di tre anni) premia i «grillini», che hanno puntato tutto sulla discontinuità. Anche la Raggi, all’inizio si mostra cauta: «I risultati — dice ai suoi — sembrano buoni, ma aspettiamo ancora». Il suo ufficio comunicazione, con Rocco Casalino e il portavoce Augusto Rubei, la «preserva» fino a che le sezioni scrutinate non arrivano al 30%. Lei saluta, stringe mani, abbraccia i militanti, si stringe ai familiari (il padre e la zia) accorsi a bordo di un’utilitaria. Poi arriva, intorno alle due di notte, e rompe gli indugi: «Il vento sta cambiando, sono pronta a governare Roma per ridargli lo splendore che merita, sono pronta ad essere il primo sindaco donna». E poi: «I romani ci hanno dato fiducia, ma questo è solo il primo tempo, ora c’è il rush finale. Stiamo ricostruendo uno spirito di comunità, i cittadini della Capitale sono pronti a voltare pagina». Con un vantaggio così alto alla Raggi «basterà» riportare a votare gli stessi elettori del primo turno. Lombardi guarda avanti: «Dobbiamo convincere chi non è andato alle urne ieri che questa è la grande chance per Roma». Anche Di Battista è euforico: «Siamo cresciuti tanto, in tutta Italia».
Raggi, la sua ultima giornata da candidata l’ha passata prima in viaggio (di rientro, in aereo, da Trento). Poi verso casa, alla borgata Ottavia, periferia nord-ovest, per andare a votare nel quartiere dove vive e dove ha iniziato a fare attività. Al seggio trova ad attenderla una folla di giornalisti. Lei, prima di entrare in cabina, scherza: «Una foto ve la faccio io: siete veramente troppi. questa ce la ricorderemo».
La «chiusura» era affidata ad un post su Facebook : «Roma nun fa' la stupida stasera». L’immagine è quella di un mare ci sono tre ami da pesca e i simboli di Pd, FdI e Forza Italia. «Loro hanno devastato Roma. Stavolta non abboccate», il messaggio. Arrivano 11 mila «mi piace» e 7 mila condivisioni. Un anticipo delle urne.
Corriere 6.6.16
i veri rivali del governo
di Massimo Franco
È una fotografia sgranata, quella che emerge dalle Amministrative di ieri. Il Movimento 5 stelle continua ad avanzare a Roma e Torino, e il Pd barcolla. Nelle grandi città, è tutto rinviato ai ballottaggi del 19 giugno. Ma aleggia lo spettro di una coalizione trasversale che converge sui candidati ostili a quelli di governo, per sconfiggere il partito di Matteo Renzi. Dalle percentuali di Milano, pur favorevoli, dal vantaggio netto della candidata del M5S nella capitale e da quello del sindaco uscente di Napoli, si capisce perché Renzi abbia detto che queste elezioni non riguardano il governo nazionale. I motivi di sollievo, per lui, non sono molti.
Nel cuore della notte non era ancora chiaro se la sfida sarà tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti. Il candidato renziano rischia fino all’ultimo di non andare al ballottaggio, superato da Giorgia Meloni, esponente di una destra spaccata e in polemica con Silvio Berlusconi. E comunque, i consensi della seguace di Beppe Grillo fanno pensare che la prima abbia buone probabilità di spuntarla. Il fatto che il M5S sia diventato il primo partito della capitale e l’affermazione di Giorgia Meloni su Alfio Marchini, appoggiato da Berlusconi, ha altre due implicazioni.
La prima è la difficoltà di Renzi a riaccreditare il Pd nella capitale. Evidentemente, il malumore per gli scandali e per le faide interne ha lasciato lividi profondi a sinistra. Troppo pesante l’ipoteca del passato, e troppo modesto l’investimento per cancellarla anche per il profilo di Giachetti, che ha raccolto meno voti della sua coalizione. L’epilogo colpisce perché il Pd aveva davanti un centrodestra diviso. E qui siamo a una seconda conseguenza riguarda il centrodestra: la conferma della subalternità di FI al Carroccio.
A Milano FI e Lega sono alleati. E le proiezioni che arrivavano durante lo spoglio, davano un lieve vantaggio a Giuseppe Sala sul centrodestra di Stefano Parisi, che però andrà verificato tra quindici giorni. Il tema più dirimente è comunque la sfida Pd-M5S, dalla capitale a Torino. In più, Napoli premia il sindaco uscente, Luigi de Magistris, nemico di Palazzo Chigi. E nella stessa Torino, il dem Piero Fassino è in testa, ma tallonato dal movimento di Grillo, che diventa il primo partito. È improbabile che tutto questo possa destabilizzare il governo. Inserirebbe però elementi di incertezza e tensione in vista del referendum sulle riforme costituzionali di ottobre. E questa sarebbe una terza conseguenza insidiosa.
Più i risultati sono negativi, più gli avversari di Renzi contrasteranno la campagna per il «sì», utilizzando le Amministrative come prima spallata in attesa di quella referendaria contro il suo esecutivo. Bisognerà anche capire se la tendenza del premier a minimizzare il significato del voto appena espresso, continuerà di qui ai ballottaggi. È parsa una scelta corretta, eppure ha alimentato il sospetto che volesse esorcizzare in anticipo una sconfitta. Tra l’altro, i dati sulla partecipazione dicono che la lenta emorragia degli elettori non si è fermata: soprattutto nelle grandi città. E questo alimenta polemiche contro il governo per la scelta del 5 giugno.
Non ci sono più posizioni di rendita per nessuno. Vale per il Pd. Per il centrodestra. E per il M5S, che da ieri ha da perdere molto a sua volta: se non altro perché almeno a Roma è il principale candidato alla vittoria.
i veri rivali del governo
di Massimo Franco
È una fotografia sgranata, quella che emerge dalle Amministrative di ieri. Il Movimento 5 stelle continua ad avanzare a Roma e Torino, e il Pd barcolla. Nelle grandi città, è tutto rinviato ai ballottaggi del 19 giugno. Ma aleggia lo spettro di una coalizione trasversale che converge sui candidati ostili a quelli di governo, per sconfiggere il partito di Matteo Renzi. Dalle percentuali di Milano, pur favorevoli, dal vantaggio netto della candidata del M5S nella capitale e da quello del sindaco uscente di Napoli, si capisce perché Renzi abbia detto che queste elezioni non riguardano il governo nazionale. I motivi di sollievo, per lui, non sono molti.
Nel cuore della notte non era ancora chiaro se la sfida sarà tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti. Il candidato renziano rischia fino all’ultimo di non andare al ballottaggio, superato da Giorgia Meloni, esponente di una destra spaccata e in polemica con Silvio Berlusconi. E comunque, i consensi della seguace di Beppe Grillo fanno pensare che la prima abbia buone probabilità di spuntarla. Il fatto che il M5S sia diventato il primo partito della capitale e l’affermazione di Giorgia Meloni su Alfio Marchini, appoggiato da Berlusconi, ha altre due implicazioni.
La prima è la difficoltà di Renzi a riaccreditare il Pd nella capitale. Evidentemente, il malumore per gli scandali e per le faide interne ha lasciato lividi profondi a sinistra. Troppo pesante l’ipoteca del passato, e troppo modesto l’investimento per cancellarla anche per il profilo di Giachetti, che ha raccolto meno voti della sua coalizione. L’epilogo colpisce perché il Pd aveva davanti un centrodestra diviso. E qui siamo a una seconda conseguenza riguarda il centrodestra: la conferma della subalternità di FI al Carroccio.
A Milano FI e Lega sono alleati. E le proiezioni che arrivavano durante lo spoglio, davano un lieve vantaggio a Giuseppe Sala sul centrodestra di Stefano Parisi, che però andrà verificato tra quindici giorni. Il tema più dirimente è comunque la sfida Pd-M5S, dalla capitale a Torino. In più, Napoli premia il sindaco uscente, Luigi de Magistris, nemico di Palazzo Chigi. E nella stessa Torino, il dem Piero Fassino è in testa, ma tallonato dal movimento di Grillo, che diventa il primo partito. È improbabile che tutto questo possa destabilizzare il governo. Inserirebbe però elementi di incertezza e tensione in vista del referendum sulle riforme costituzionali di ottobre. E questa sarebbe una terza conseguenza insidiosa.
Più i risultati sono negativi, più gli avversari di Renzi contrasteranno la campagna per il «sì», utilizzando le Amministrative come prima spallata in attesa di quella referendaria contro il suo esecutivo. Bisognerà anche capire se la tendenza del premier a minimizzare il significato del voto appena espresso, continuerà di qui ai ballottaggi. È parsa una scelta corretta, eppure ha alimentato il sospetto che volesse esorcizzare in anticipo una sconfitta. Tra l’altro, i dati sulla partecipazione dicono che la lenta emorragia degli elettori non si è fermata: soprattutto nelle grandi città. E questo alimenta polemiche contro il governo per la scelta del 5 giugno.
Non ci sono più posizioni di rendita per nessuno. Vale per il Pd. Per il centrodestra. E per il M5S, che da ieri ha da perdere molto a sua volta: se non altro perché almeno a Roma è il principale candidato alla vittoria.
il manifesto 6.6.16
Fassino-Appendino, testa a testa sotto la Mole
Comunali. Il capoluogo non è più un feudo sicuro per il Pd. Airaudo, il candidato della sinistra, sotto il 5 %
di Marco Vittone
TORINO Dieci anni (luce) fa un testa a testa con qualsiasi sfidante esterno al centrosinistra sembrava impossibile. Ora è, invece, realtà: a Torino vanno al ballottaggio Piero Fassino (Pd) e Chiara Appendino (M5s). Nel 2006 la città della Mole era reduce dai recentissimi fasti olimpici e regalava una vittoria bulgara a Sergio Chiamparino col 66% dei consensi. A quel tempo la faceva da padrone la retorica di una città che era riuscita a scrollarsi di dosso le grigia vestigia industriali. Il centro scintillava, ma le crepe della crisi – del “buio oltre la Fiat” come si intitolava un reportage profetico di Luca Rastello – erano già presenti. Torino sarebbe presto diventata la città più impoverita del Nord (record di disoccupazione giovanile nel 2014 col 49,9%) e anche il sistema di potere che l’ha governata per 23 anni, da Valentino Castellani a Piero Fassino, avrebbe incominciato a perdere consensi. Cinque anni fa il 66% si è trasformato in un 56% e oggi, alle ultime elezioni amministrative, ha fatto ancora un balzo indietro, sotto il 40%. Ecco, perché sembrano davvero dieci anni luce. E, adesso, Torino non può più essere considerato un feudo sicuro del Pd, quello che con il sindaco Fassino, scampato alla rottamazione, doveva saldare la vecchia dirigenza con le ridanciane camicie bianche dei Renzi boys.
Ogni speranza di vincere al primo turno per il Pd è parsa vana ai primi exit poll. Fassino va al ballottaggio con Chiara Appendino del Movimento Cinque Stelle, 31 anni, da subito la sfidante più agguerrita dell’ultimo segretario dei Ds che qualche anno fa le aveva rivolto una rischiosa profezia: «Venga lei a fare il sindaco e vediamo che combina». Fassino è lo stesso che nel 2009 invitò Beppe Grillo a fondare un partito: «E vediamo quanti voti prende…».
Oggi la candidata M5s punta alla vittoria al secondo turno grazie al voto delle periferie su cui ha centrato la sua campagna elettorale. Fassino viene dato nelle prime proiezioni in una forbice tra il 41% e il 36% dei voti. Chiara Appendino insegue e riscuote tra il 35 e il 36% dei voti. Ma a ogni voto scrutinato i due sembrano più vicini. Restano indietro i vari brandelli di un centrodestra diviso e litigioso: il leghista Alberto Morano tra l’11% e l’7% e il centrista Roberto Rosso, che fu il primo sfidante di Chiamparino nel 2001, al 4% come il candidato ufficiale di Forza Italia Osvaldo Napoli. A Giorgio Airaudo, il candidato della sinistra (appoggiato da Sinistra Italiana, Prc e diverse liste civiche), viene assegnato un 4,1%,
Sotto la Mole si sono presentati 17 candidati a sindaco con 34 liste a supporto, sono stati aperti per 16 ore 919 seggi sparsi per la città corrispondenti a 696mila votanti. Ma ad andare al voto è stato solo il 57,19% degli aventi diritti, 9 punti in meno rispetto al 2011. Un dato più basso rispetto alla media nazionale in una città invece storicamente molto sensibile al diritto di voto. Il quadro dell’autorevole Rapporto Rota ha fotografato una metropoli polarizzata dove aumentano sia i cittadini ad alto reddito sia quelli a bassissimo reddito e dove gli stranieri soffrono di più la crisi. I quartieri che maggiormente patiscono la condizione economica e sociale difficile sono quelli del Nord della metropoli e sono quelli che non godono dei minimi segnali positivi che investono, invece, altri segmenti della area urbana.
Alla base della campagna elettorale vi è stata una visione dicotomica. Il sindaco uscente ha rivendicato la riuscita della trasformazione da città industriale fordista a città dei servizi e della cultura. E ha portato ad esempio le masse di nuovi turisti, l’apertura di musei, la riqualificazione del centro e i tanti grandi eventi. A fronte di questi risultati perché è mancato il plebiscito per Fassino ed è a rischio la vittoria dopo vent’anni di dominio incontrastato? Perché questa trasformazione ha lasciato «buchi neri» in una città impoverita e molti punti interrogativi sul futuro senza Fiat. L’uscita di scena del Lingotto è stata accompagnata, non negoziata. Il Sistema Torino che, da Castellani a Chiamparino fino a Fassino, ha dominato la città e ha affrontato la transizione post fondista è forse giunto al termine. Anche se il sindaco uscente vincerà al secondo turno.
Fassino-Appendino, testa a testa sotto la Mole
Comunali. Il capoluogo non è più un feudo sicuro per il Pd. Airaudo, il candidato della sinistra, sotto il 5 %
di Marco Vittone
TORINO Dieci anni (luce) fa un testa a testa con qualsiasi sfidante esterno al centrosinistra sembrava impossibile. Ora è, invece, realtà: a Torino vanno al ballottaggio Piero Fassino (Pd) e Chiara Appendino (M5s). Nel 2006 la città della Mole era reduce dai recentissimi fasti olimpici e regalava una vittoria bulgara a Sergio Chiamparino col 66% dei consensi. A quel tempo la faceva da padrone la retorica di una città che era riuscita a scrollarsi di dosso le grigia vestigia industriali. Il centro scintillava, ma le crepe della crisi – del “buio oltre la Fiat” come si intitolava un reportage profetico di Luca Rastello – erano già presenti. Torino sarebbe presto diventata la città più impoverita del Nord (record di disoccupazione giovanile nel 2014 col 49,9%) e anche il sistema di potere che l’ha governata per 23 anni, da Valentino Castellani a Piero Fassino, avrebbe incominciato a perdere consensi. Cinque anni fa il 66% si è trasformato in un 56% e oggi, alle ultime elezioni amministrative, ha fatto ancora un balzo indietro, sotto il 40%. Ecco, perché sembrano davvero dieci anni luce. E, adesso, Torino non può più essere considerato un feudo sicuro del Pd, quello che con il sindaco Fassino, scampato alla rottamazione, doveva saldare la vecchia dirigenza con le ridanciane camicie bianche dei Renzi boys.
Ogni speranza di vincere al primo turno per il Pd è parsa vana ai primi exit poll. Fassino va al ballottaggio con Chiara Appendino del Movimento Cinque Stelle, 31 anni, da subito la sfidante più agguerrita dell’ultimo segretario dei Ds che qualche anno fa le aveva rivolto una rischiosa profezia: «Venga lei a fare il sindaco e vediamo che combina». Fassino è lo stesso che nel 2009 invitò Beppe Grillo a fondare un partito: «E vediamo quanti voti prende…».
Oggi la candidata M5s punta alla vittoria al secondo turno grazie al voto delle periferie su cui ha centrato la sua campagna elettorale. Fassino viene dato nelle prime proiezioni in una forbice tra il 41% e il 36% dei voti. Chiara Appendino insegue e riscuote tra il 35 e il 36% dei voti. Ma a ogni voto scrutinato i due sembrano più vicini. Restano indietro i vari brandelli di un centrodestra diviso e litigioso: il leghista Alberto Morano tra l’11% e l’7% e il centrista Roberto Rosso, che fu il primo sfidante di Chiamparino nel 2001, al 4% come il candidato ufficiale di Forza Italia Osvaldo Napoli. A Giorgio Airaudo, il candidato della sinistra (appoggiato da Sinistra Italiana, Prc e diverse liste civiche), viene assegnato un 4,1%,
Sotto la Mole si sono presentati 17 candidati a sindaco con 34 liste a supporto, sono stati aperti per 16 ore 919 seggi sparsi per la città corrispondenti a 696mila votanti. Ma ad andare al voto è stato solo il 57,19% degli aventi diritti, 9 punti in meno rispetto al 2011. Un dato più basso rispetto alla media nazionale in una città invece storicamente molto sensibile al diritto di voto. Il quadro dell’autorevole Rapporto Rota ha fotografato una metropoli polarizzata dove aumentano sia i cittadini ad alto reddito sia quelli a bassissimo reddito e dove gli stranieri soffrono di più la crisi. I quartieri che maggiormente patiscono la condizione economica e sociale difficile sono quelli del Nord della metropoli e sono quelli che non godono dei minimi segnali positivi che investono, invece, altri segmenti della area urbana.
Alla base della campagna elettorale vi è stata una visione dicotomica. Il sindaco uscente ha rivendicato la riuscita della trasformazione da città industriale fordista a città dei servizi e della cultura. E ha portato ad esempio le masse di nuovi turisti, l’apertura di musei, la riqualificazione del centro e i tanti grandi eventi. A fronte di questi risultati perché è mancato il plebiscito per Fassino ed è a rischio la vittoria dopo vent’anni di dominio incontrastato? Perché questa trasformazione ha lasciato «buchi neri» in una città impoverita e molti punti interrogativi sul futuro senza Fiat. L’uscita di scena del Lingotto è stata accompagnata, non negoziata. Il Sistema Torino che, da Castellani a Chiamparino fino a Fassino, ha dominato la città e ha affrontato la transizione post fondista è forse giunto al termine. Anche se il sindaco uscente vincerà al secondo turno.
La Stampa 6.6.16
Appendino spaventa Fassino. Sarà ballottaggio
I Cinque Stelle puntano a diventare primo partito Morano supera Napoli, sprofonda la sinistra
di Andrea Rossi
Si diceva che con un’affluenza inferiore al 54% Piero Fassino avrebbe potuto confermarsi sindaco di Torino già al primo turno. Ha votato il 57% dei torinesi - dato comunque molto basso - e sarà ballottaggio: il leader dei sindaci contro Chiara Appendino, la Giovanna d’Arco grillina, il Pd contro il Movimento 5 Stelle che da ieri è il primo partito a Torino.
Due notizie - il secondo turno e il sorpasso tra le liste - che avranno fatto precipitare l’umore di Fassino. Che, sì, negli ultimi giorni aveva sperato di chiudere subito la partita. E invece si confronta con numeri - aggiornati alle tre meno venti ieri notte- inferiori alle più pessimistiche previsioni: il sindaco viaggia al 40,62% con 199sezioni su 919 scrutinate. La sua rivale è al 31,84%. Ma, soprattutto, il Movimento è al 31,09%, primo partito in città. Quanto al Pd, è una discesa agli inferi: dal 39 delle regionali 2014 al 29,03 di oggi.
Da qui si partirà tra due settimane: ciascuno dovrà trascinare il proprio popolo alle urne e fare breccia nel cuore di chi stavolta ha guardato altrove. A cominciare da Alberto Morano, il notaio che ha vinto la partita interna al centrodestra. Sembrava un po’ dimesso, e pure poco allineato ai partiti che lo appoggiano, Lega e Fratelli d’Italia, con quei suoi ragionamenti sugli immigrati da includere e integrare. Invece con l’8,46% doppia sia Roberto Rosso (5,23%), sia Forza Italia e il suo candidato Osvaldo Napoli, fermi al 5,38%. Per quel che resta della creatura di Silvio Berlusconi è il minimo storico; per il centrodestra, il marchio della disfatta: uniti si sarebbero spinti al 19%, lontani anni luce dai Cinque Stelle e dal ballottaggio.
L’altra grande incognita riguardava Giorgio Airaudo, l’ex sindacalista della Fiom, oggi deputato di Sel, alla guida di un progetto di sinistra alternativa al Pd. A Torino più che altrove (con l’eccezione di Napoli, una enclave a sé) si misurava la capacità di una sinistra sganciata dal Pd di costituirsi come soggetto politico autonomo e di una certa consistenza. Il risultato è un mezzo fallimento: 3,39%. E certifica altri due fattori: la sinistra non sarebbe stata decisiva per far vincere Fassino al primo turno e non lo sarà nemmeno tra due settimane nel far pendere la bilancia dalla parte del sindaco o di Chiara Appendino.
Ha votato il 57% degli elettori; cinque anni fa eravamo al 66,5%, alle regionali di due anni fa al 62,8%. Per lunga parte della giornata Torino è stata - tra le più importanti città chiamate alle urne - quella con l’affluenza inferiore. Solo in serata il dato è salito.
Appendino spaventa Fassino. Sarà ballottaggio
I Cinque Stelle puntano a diventare primo partito Morano supera Napoli, sprofonda la sinistra
di Andrea Rossi
Si diceva che con un’affluenza inferiore al 54% Piero Fassino avrebbe potuto confermarsi sindaco di Torino già al primo turno. Ha votato il 57% dei torinesi - dato comunque molto basso - e sarà ballottaggio: il leader dei sindaci contro Chiara Appendino, la Giovanna d’Arco grillina, il Pd contro il Movimento 5 Stelle che da ieri è il primo partito a Torino.
Due notizie - il secondo turno e il sorpasso tra le liste - che avranno fatto precipitare l’umore di Fassino. Che, sì, negli ultimi giorni aveva sperato di chiudere subito la partita. E invece si confronta con numeri - aggiornati alle tre meno venti ieri notte- inferiori alle più pessimistiche previsioni: il sindaco viaggia al 40,62% con 199sezioni su 919 scrutinate. La sua rivale è al 31,84%. Ma, soprattutto, il Movimento è al 31,09%, primo partito in città. Quanto al Pd, è una discesa agli inferi: dal 39 delle regionali 2014 al 29,03 di oggi.
Da qui si partirà tra due settimane: ciascuno dovrà trascinare il proprio popolo alle urne e fare breccia nel cuore di chi stavolta ha guardato altrove. A cominciare da Alberto Morano, il notaio che ha vinto la partita interna al centrodestra. Sembrava un po’ dimesso, e pure poco allineato ai partiti che lo appoggiano, Lega e Fratelli d’Italia, con quei suoi ragionamenti sugli immigrati da includere e integrare. Invece con l’8,46% doppia sia Roberto Rosso (5,23%), sia Forza Italia e il suo candidato Osvaldo Napoli, fermi al 5,38%. Per quel che resta della creatura di Silvio Berlusconi è il minimo storico; per il centrodestra, il marchio della disfatta: uniti si sarebbero spinti al 19%, lontani anni luce dai Cinque Stelle e dal ballottaggio.
L’altra grande incognita riguardava Giorgio Airaudo, l’ex sindacalista della Fiom, oggi deputato di Sel, alla guida di un progetto di sinistra alternativa al Pd. A Torino più che altrove (con l’eccezione di Napoli, una enclave a sé) si misurava la capacità di una sinistra sganciata dal Pd di costituirsi come soggetto politico autonomo e di una certa consistenza. Il risultato è un mezzo fallimento: 3,39%. E certifica altri due fattori: la sinistra non sarebbe stata decisiva per far vincere Fassino al primo turno e non lo sarà nemmeno tra due settimane nel far pendere la bilancia dalla parte del sindaco o di Chiara Appendino.
Ha votato il 57% degli elettori; cinque anni fa eravamo al 66,5%, alle regionali di due anni fa al 62,8%. Per lunga parte della giornata Torino è stata - tra le più importanti città chiamate alle urne - quella con l’affluenza inferiore. Solo in serata il dato è salito.
La Stampa 6.6.16
Raggi oltre le previsioni
“Per noi un messaggio chiaro e storico”
Esplode la gioia al quartier generale all’Ostiense: siamo diventati il primo partito della capitale, e corriamo da soli
di Maria Corbi
«Sono pronta a governare Roma». È una Virginia Raggi felice quella che parla poco prima delle due di notte al comitato elettorale, quartiere Ostiense. La sua mission sembra a portata di mano: «E’ solo il primo tempo ma potrei diventare il primo sindaco donna della capitale grazie alla fiducia di tante persone che credono al nostro progetto di governo serio e trasparente. A Roma il vento sta cambiando, le restituiremo il suo splendore».
L’entusiasmo esploso della notte era iniziato con le prime proiezioni che davano Raggi tra il 37 e il 38 per cento, Giachetti tra il 21 e il 24 per cento, tallonato dalla Meloni. Ci sono Alessandro Di Battista, Roberta Lombardi, Alberto Airola e il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio rientrato appositamente da Napoli per seguire lo spoglio perché è a Roma che il Movimento gioca la sua partita più importante. Sorridono alle prime percentuali, parlano tra loro commentando che «certo se il distacco con Giachetti supera i dieci punti allora....». Puntini di sospensione in cui c’è l’obiettivo più ambizioso, la presa del Campidoglio, della città cuore del sistema che vogliono smantellare.
E Di Battista è il primo a infrangere la consegna della cautela, quando è chiaro ormai che il M5S vola sopra il cupolone, con oltre il 37 per cento dei consensi. «Siamo la prima forza politica della capitale, Renzi deve prenderne atto», dice. «E adesso dobbiamo riuscire a vincere, ma saremo soddisfatti ancora di più quando riusciremo a far funzionare bene la città».
Lei, Virginia, aveva annunciato cautamente l’arrivo al comitato per l’una di notte, ma quando escono le prime proiezioni eccola sulla sua utilitaria grigia, sorridente, senza seguito, e senza quella sua aria solita aria diffidente. È decisamente di buon umore. Viene accolta come un’eroina dai suoi colleghi, emozionati, la abbracciano. Adesso ci sperano veramente. Le previsioni sono più rosee del previsto. «Giachetti? A questo punto non ci spaventa». Si fa fatica a mantenere sedato l’entusiasmo. Anche se si commentano i dati che arrivano da Napoli e Milano che non sono promettenti. Lombardi, Di Maio, Di Battista si stringono a Virginia. «Questo a Roma non è stato un voto di protesta», precisa Di Battista, «è buona politica». «E le infamità dette su Virginia non hanno influenzato i romani». Arrivano anche Paola Taverna, Giorgio Sorial, il capogruppo alla Camera, Michele Dell’Orco, Massimo Castaldo. «L’importante è prenderci Roma». Che la sia una serata fortunata si capisce anche dai giornalisti, tanti stranieri, che continuano ad arrivare in questo pizzo di Roma sud.
La Raggi ha passato il pomeriggio a casa con il figlio e serata con gli amici in pizzeria. In mattinata era tornata da Trento dove al festival dell’Economia ha parlato di periferie e quindi anche di Roma, nonostante il silenzio elettorale. Della rinascita di Corviale, ma anche dei Parioli, due realtà agli estremi della scala sociale, accostate in maniera bizzarra. «Le periferie non sono solo un luogo geografico», ha spiegato in maniera criptica.
Una lunga notte per Virginia «fiduciosa per una sfida che sembra ormai a portata di mano». Ed è l’occasione per dire che annuncerà i nomi degli assessori prima del ballottaggio, deciso da lei e dal suo staff, Sarebbe la prima sindaco donna della capitale, una duplice vittoria per lei definita dal giornale britannico Guardian una «raffinata figura politica» che segna «in Italia un importante punto di svolta per il partito ed è un segno che questo potrebbe andare oltre Grillo. Sarebbe anche una sconfitta umiliante per il primo ministro del Pd Matteo Renzi». È veramente una notte stellata per il movimento.
Raggi oltre le previsioni
“Per noi un messaggio chiaro e storico”
Esplode la gioia al quartier generale all’Ostiense: siamo diventati il primo partito della capitale, e corriamo da soli
di Maria Corbi
«Sono pronta a governare Roma». È una Virginia Raggi felice quella che parla poco prima delle due di notte al comitato elettorale, quartiere Ostiense. La sua mission sembra a portata di mano: «E’ solo il primo tempo ma potrei diventare il primo sindaco donna della capitale grazie alla fiducia di tante persone che credono al nostro progetto di governo serio e trasparente. A Roma il vento sta cambiando, le restituiremo il suo splendore».
L’entusiasmo esploso della notte era iniziato con le prime proiezioni che davano Raggi tra il 37 e il 38 per cento, Giachetti tra il 21 e il 24 per cento, tallonato dalla Meloni. Ci sono Alessandro Di Battista, Roberta Lombardi, Alberto Airola e il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio rientrato appositamente da Napoli per seguire lo spoglio perché è a Roma che il Movimento gioca la sua partita più importante. Sorridono alle prime percentuali, parlano tra loro commentando che «certo se il distacco con Giachetti supera i dieci punti allora....». Puntini di sospensione in cui c’è l’obiettivo più ambizioso, la presa del Campidoglio, della città cuore del sistema che vogliono smantellare.
E Di Battista è il primo a infrangere la consegna della cautela, quando è chiaro ormai che il M5S vola sopra il cupolone, con oltre il 37 per cento dei consensi. «Siamo la prima forza politica della capitale, Renzi deve prenderne atto», dice. «E adesso dobbiamo riuscire a vincere, ma saremo soddisfatti ancora di più quando riusciremo a far funzionare bene la città».
Lei, Virginia, aveva annunciato cautamente l’arrivo al comitato per l’una di notte, ma quando escono le prime proiezioni eccola sulla sua utilitaria grigia, sorridente, senza seguito, e senza quella sua aria solita aria diffidente. È decisamente di buon umore. Viene accolta come un’eroina dai suoi colleghi, emozionati, la abbracciano. Adesso ci sperano veramente. Le previsioni sono più rosee del previsto. «Giachetti? A questo punto non ci spaventa». Si fa fatica a mantenere sedato l’entusiasmo. Anche se si commentano i dati che arrivano da Napoli e Milano che non sono promettenti. Lombardi, Di Maio, Di Battista si stringono a Virginia. «Questo a Roma non è stato un voto di protesta», precisa Di Battista, «è buona politica». «E le infamità dette su Virginia non hanno influenzato i romani». Arrivano anche Paola Taverna, Giorgio Sorial, il capogruppo alla Camera, Michele Dell’Orco, Massimo Castaldo. «L’importante è prenderci Roma». Che la sia una serata fortunata si capisce anche dai giornalisti, tanti stranieri, che continuano ad arrivare in questo pizzo di Roma sud.
La Raggi ha passato il pomeriggio a casa con il figlio e serata con gli amici in pizzeria. In mattinata era tornata da Trento dove al festival dell’Economia ha parlato di periferie e quindi anche di Roma, nonostante il silenzio elettorale. Della rinascita di Corviale, ma anche dei Parioli, due realtà agli estremi della scala sociale, accostate in maniera bizzarra. «Le periferie non sono solo un luogo geografico», ha spiegato in maniera criptica.
Una lunga notte per Virginia «fiduciosa per una sfida che sembra ormai a portata di mano». Ed è l’occasione per dire che annuncerà i nomi degli assessori prima del ballottaggio, deciso da lei e dal suo staff, Sarebbe la prima sindaco donna della capitale, una duplice vittoria per lei definita dal giornale britannico Guardian una «raffinata figura politica» che segna «in Italia un importante punto di svolta per il partito ed è un segno che questo potrebbe andare oltre Grillo. Sarebbe anche una sconfitta umiliante per il primo ministro del Pd Matteo Renzi». È veramente una notte stellata per il movimento.
il manifesto 6.6.16
Il «complotto» funziona, 5 Stelle primo partito
Verso il ballottaggio. Più voti delle politiche. Più di duecento giornalisti accreditati, il comitato sposta le troupe in strada
di Giuliano Santoro
ROMA Nonostante l’affluenza in ascesa rispetto a tre anni fa ma non proprio alta, e una carica «anti-politica» che va oltre la stessa capacità elettorale del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi è in netto vantaggio nella corsa delle elezioni comunali romane.
La sua battaglia per il Campidoglio, nonostante i dissidi all’interno dei pentastellati e una qualche difficoltà a raccogliere fondi, pareva iniziata in discesa di fronte alla lotta fratricida dei candidati del centrodestra, alla lenta partenza di Roberto Giachetti.
Raggi, invece l’aveva spuntata contro il collega Marcello De Vito dopo la consueta consultazione online tra grillini. Ha preso in mano il pallino del M5S. Ancora una volta previo sondaggio in rete, ha stabilito le sue priorità programmatiche: il traffico e la mobilità, il «decoro» e la pulizia urbana e la trasparenza degli atti amministrativi. E poi la promessa, rinnovata anche di fronte alle domande di questo giornale, di opporsi ad ogni privatizzazione. Ancora, la Raggi ha adoperato parole selezionate: la costruzione del suo discorso in queste settimane ha avuto l’obiettivo di non spaventare nessun elettore e proporsi come portatrice del rinnovamento in nome dell’ «onestà». Ciò non le ha impedito di stabilire un’ interlocuzione, seppure da posizioni fermamente legalitarie, coi movimenti sociali che le chiedevano risposte circa la gigantesca operazione di sgomberi e rimessa a bando degli spazi sociali che da decenni costituiscono la spina dorsale del welfare dal basso di una città fiaccata dalla crisi dei suoi asset principali (il commercio, il mattone selvaggio e il pubblico impiego).
La (presunta) rimonta di Giachetti era stata annunciata con la forza della disperazione dai dirigenti del Pd un paio di settimane fa, all’indomani dello scivolone di Raggi circa la disponibilità a dimettersi di fronte a una richiesta del «garante» Grillo.
Il dato del 36, 2 per cento delle proiezioni sembra andare persino oltre il trionfale risultato romano delle politiche del 2013 (27, 27 per cento alla Camera), quando però l’affluenza era stata molto più alta.
La giornata campale di Raggi è cominciata alle 13, quando è atterrata a Fiumicino, di ritorno dal Festival dell’economia di Trento. Un rapido passaggio a casa e poi a votare al suo seggio nel quartiere Ottavia. Qui ha risposto ai fotografi che l’attendevano al varco contro-fotografandoli col telefonino, lo strumento simbolico della partecipazione virtuale grillina. Le ore che la separavano dai primi risultati si sono consumate al coworking di via Tirone, ai piedi del gasometro di Ostiense, che solo nelle ultime giornate è stato scelto come base e quartier generale. E che non ce l’ha fatta ad accogliere i quasi duecento cronisti accreditati e l’entusiasmo dei sostenitori: tutti si sono spostati in mezzo alla strada.
La percezione che l’astensione avrebbe penalizzato soprattutto Raggi era diffusa soprattutto nel direttorio grillino, tanto che un peso massimo, in termini di contatti e capacità comunicativa, come Alessandro Di Battista ancora nel tardo pomeriggio di ieri aveva sentito la necessità di mobilitare la base: «È assurdo che una minoranza decida per la maggioranza degli italiani – ha affermato con enfasi Di Battista su Facebook – Andate a votare, anche perché se non si danno certi segnali poco a poco ci toglieranno anche la possibilità di farlo. Dipende tutto da noi».
«Andiamo avanti per la nostra strada»dice Raggi quando le si chiede del secondo turno. A ripercorrere la serie storica dei ballottaggi del Movimento 5 Stelle, parrebbe agevole la conquista del Campidoglio: i grillini hanno sempre fatto il pieno dei voti che nel primo turno erano andati agli altri candidati, a conferma della loro capacità di raccogliere consensi trasversali. Come e se i romani continueranno a seguire le indicazioni dei partiti al secondo turno, è la posta in gioco della partita appena iniziata.
Il «complotto» funziona, 5 Stelle primo partito
Verso il ballottaggio. Più voti delle politiche. Più di duecento giornalisti accreditati, il comitato sposta le troupe in strada
di Giuliano Santoro
ROMA Nonostante l’affluenza in ascesa rispetto a tre anni fa ma non proprio alta, e una carica «anti-politica» che va oltre la stessa capacità elettorale del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi è in netto vantaggio nella corsa delle elezioni comunali romane.
La sua battaglia per il Campidoglio, nonostante i dissidi all’interno dei pentastellati e una qualche difficoltà a raccogliere fondi, pareva iniziata in discesa di fronte alla lotta fratricida dei candidati del centrodestra, alla lenta partenza di Roberto Giachetti.
Raggi, invece l’aveva spuntata contro il collega Marcello De Vito dopo la consueta consultazione online tra grillini. Ha preso in mano il pallino del M5S. Ancora una volta previo sondaggio in rete, ha stabilito le sue priorità programmatiche: il traffico e la mobilità, il «decoro» e la pulizia urbana e la trasparenza degli atti amministrativi. E poi la promessa, rinnovata anche di fronte alle domande di questo giornale, di opporsi ad ogni privatizzazione. Ancora, la Raggi ha adoperato parole selezionate: la costruzione del suo discorso in queste settimane ha avuto l’obiettivo di non spaventare nessun elettore e proporsi come portatrice del rinnovamento in nome dell’ «onestà». Ciò non le ha impedito di stabilire un’ interlocuzione, seppure da posizioni fermamente legalitarie, coi movimenti sociali che le chiedevano risposte circa la gigantesca operazione di sgomberi e rimessa a bando degli spazi sociali che da decenni costituiscono la spina dorsale del welfare dal basso di una città fiaccata dalla crisi dei suoi asset principali (il commercio, il mattone selvaggio e il pubblico impiego).
La (presunta) rimonta di Giachetti era stata annunciata con la forza della disperazione dai dirigenti del Pd un paio di settimane fa, all’indomani dello scivolone di Raggi circa la disponibilità a dimettersi di fronte a una richiesta del «garante» Grillo.
Il dato del 36, 2 per cento delle proiezioni sembra andare persino oltre il trionfale risultato romano delle politiche del 2013 (27, 27 per cento alla Camera), quando però l’affluenza era stata molto più alta.
La giornata campale di Raggi è cominciata alle 13, quando è atterrata a Fiumicino, di ritorno dal Festival dell’economia di Trento. Un rapido passaggio a casa e poi a votare al suo seggio nel quartiere Ottavia. Qui ha risposto ai fotografi che l’attendevano al varco contro-fotografandoli col telefonino, lo strumento simbolico della partecipazione virtuale grillina. Le ore che la separavano dai primi risultati si sono consumate al coworking di via Tirone, ai piedi del gasometro di Ostiense, che solo nelle ultime giornate è stato scelto come base e quartier generale. E che non ce l’ha fatta ad accogliere i quasi duecento cronisti accreditati e l’entusiasmo dei sostenitori: tutti si sono spostati in mezzo alla strada.
La percezione che l’astensione avrebbe penalizzato soprattutto Raggi era diffusa soprattutto nel direttorio grillino, tanto che un peso massimo, in termini di contatti e capacità comunicativa, come Alessandro Di Battista ancora nel tardo pomeriggio di ieri aveva sentito la necessità di mobilitare la base: «È assurdo che una minoranza decida per la maggioranza degli italiani – ha affermato con enfasi Di Battista su Facebook – Andate a votare, anche perché se non si danno certi segnali poco a poco ci toglieranno anche la possibilità di farlo. Dipende tutto da noi».
«Andiamo avanti per la nostra strada»dice Raggi quando le si chiede del secondo turno. A ripercorrere la serie storica dei ballottaggi del Movimento 5 Stelle, parrebbe agevole la conquista del Campidoglio: i grillini hanno sempre fatto il pieno dei voti che nel primo turno erano andati agli altri candidati, a conferma della loro capacità di raccogliere consensi trasversali. Come e se i romani continueranno a seguire le indicazioni dei partiti al secondo turno, è la posta in gioco della partita appena iniziata.
Repubblica Roma 6.6.16
Per il Pd è un tonfo, voti dimezzati
La delusione nello staff di Giachetti
di Giovanna Vitale
ISUPER poteri di Jeeg Robè non sono bastati a compiere il miracolo.
«Ma, considerando da dove eravamo partiti, dopo lo tsunami di Mafia Capitale e la traumatica caduta della giunta Marino, non era umanamente possibile far meglio di così», si consolano a caldo i fedelissimi di Giachetti, rinchiusi insieme al candidato sindaco nel fortino di San Lorenzo per analizzare i primi dati che arrivano col contagocce, dopo la doccia fredda degli exit poll. Il testa a testa con Giorgia Meloni fa paura. Un duello inatteso. «Ma aspettiamo, non può finire così», invita alla calma lo staff.
In fondo se l’aspettavano. L’ultimo sondaggio riservato, consegnato al Nazareno venerdì sera, aveva cristallizzato il vantaggio di Virginia Raggi, con Giorgia Meloni però a distanza di sicurezza. Regalando la speranza del passaggio al secondo turno. Anche se la luce irradiata dai voti veri, sebbene ancora parziali, appare molto più fioca e meno rassicurante rispetto alle stime. Tutti speravano infatti che la partita a tre prospettata al principio, sarebbe in realtà diventato un testa e testa tra Raggi e Giachetti: convinti che — nonostante gli ultimi tre anni a dir poco disastrosi — il Pd avrebbe comunque tenuto botta. Arginato l’avanzata del M5s. E invece. Invece l’effetto traino che il maggiore partito della coalizione ha sempre assicurato al “suo” candidato, non c’è stato. Dissolto come neve al sole sotto il peso di inchieste e scandali. A dimostrarlo, la performance non esattamente brillante di Giachetti, che a notte fonda non riesce a schiodarsi, se va bene, dal 23%. Tre punti meno di quelli presi dal solo Pd alle amministrative 2013. Addirittura 19 sotto il finale di Ignazio Marino al primo turno contro Gianni Alemanno, che neppure il 6% racimolato dal competitor di sinistra Stefano Fassina avrebbe aiutato a recuperare.
Una débâcle. Che solo la spaccatura del centrodestra, con Meloni e Marchini l’una contro l’altro armati, potrebbe evitare di trasformare in una bruciante sconfitta. «Risalire la china sarà durissima, ma nulla è impossibile, io ci credo», dirà Giachetti alla fine. «Roma non merita una banda di dilettanti al governo della città». Ma fino a tarda notte è tutto in bilico.
Per il Pd è un tonfo, voti dimezzati
La delusione nello staff di Giachetti
di Giovanna Vitale
ISUPER poteri di Jeeg Robè non sono bastati a compiere il miracolo.
«Ma, considerando da dove eravamo partiti, dopo lo tsunami di Mafia Capitale e la traumatica caduta della giunta Marino, non era umanamente possibile far meglio di così», si consolano a caldo i fedelissimi di Giachetti, rinchiusi insieme al candidato sindaco nel fortino di San Lorenzo per analizzare i primi dati che arrivano col contagocce, dopo la doccia fredda degli exit poll. Il testa a testa con Giorgia Meloni fa paura. Un duello inatteso. «Ma aspettiamo, non può finire così», invita alla calma lo staff.
In fondo se l’aspettavano. L’ultimo sondaggio riservato, consegnato al Nazareno venerdì sera, aveva cristallizzato il vantaggio di Virginia Raggi, con Giorgia Meloni però a distanza di sicurezza. Regalando la speranza del passaggio al secondo turno. Anche se la luce irradiata dai voti veri, sebbene ancora parziali, appare molto più fioca e meno rassicurante rispetto alle stime. Tutti speravano infatti che la partita a tre prospettata al principio, sarebbe in realtà diventato un testa e testa tra Raggi e Giachetti: convinti che — nonostante gli ultimi tre anni a dir poco disastrosi — il Pd avrebbe comunque tenuto botta. Arginato l’avanzata del M5s. E invece. Invece l’effetto traino che il maggiore partito della coalizione ha sempre assicurato al “suo” candidato, non c’è stato. Dissolto come neve al sole sotto il peso di inchieste e scandali. A dimostrarlo, la performance non esattamente brillante di Giachetti, che a notte fonda non riesce a schiodarsi, se va bene, dal 23%. Tre punti meno di quelli presi dal solo Pd alle amministrative 2013. Addirittura 19 sotto il finale di Ignazio Marino al primo turno contro Gianni Alemanno, che neppure il 6% racimolato dal competitor di sinistra Stefano Fassina avrebbe aiutato a recuperare.
Una débâcle. Che solo la spaccatura del centrodestra, con Meloni e Marchini l’una contro l’altro armati, potrebbe evitare di trasformare in una bruciante sconfitta. «Risalire la china sarà durissima, ma nulla è impossibile, io ci credo», dirà Giachetti alla fine. «Roma non merita una banda di dilettanti al governo della città». Ma fino a tarda notte è tutto in bilico.
Cinquestelle primi a Roma (35,6%). Crollano Pd (17,2%) e Forza Italia (4,2%)
La Stampa 6.6.16
Una nuova geografia politica
di Federico Geremicca
Per le sorprese, se poi davvero arriveranno, bisognerà aspettare i ballottaggi: e dunque due settimane che già si annunciano di fuoco. Infatti, il primo turno di questa tornata amministrativa andata in scena ieri, è parso una sorta di sintesi delle previsioni e dei sondaggi intorno ai quali si è discusso e litigato fino a qualche giorno fa.
E dunque, nell’ordine: l’affluenza alle urne continua a calare.
Anche se non c’è stato il crollo paventato di fronte a elezioni che non hanno entusiasmato e che sono state anzi a lungo surclassate dal futuribile e lontano referendum costituzionale; in nessuna grande città - comprese quelle dove era in pista anche il sindaco uscente - c’è un vincitore da incoronare al primo turno; l’avanzata dei Cinque Stelle c’è stata, ma porta al ballottaggio esponenti grillini in due sole grandi città: Roma e Torino; il centrodestra regge sostanzialmente soltanto a Milano e il Pd - infine - resta in campo praticamente ovunque, e giocherà la partita della vita in ballottaggi che si annunciano, però, tutt’altro che semplici.
Nel cuore della notte, a scrutinio ancora in corso e in mezzo a grandinate di proiezioni ed exit poll spesso contraddittori tra loro, qualche elemento di riflessione cominciava a farsi possibile. Intanto la conferma di un dato che appare, però, in costante evoluzione: il recente bipolarismo italiano (centrodestra contro centrosinistra) ha ormai definitivamente ceduto il passo ad un tripolarismo (centrodestra-centrosinistra-M5S) che pare però incubare, a sua volta, un bipolarismo nuovo e inatteso (centrosinistra-M5S). La migliore cartina di tornasole del processo in atto è Roma, dove un centrodestra diviso tra Giorgia Meloni e Alfio Marchini, nella notte rischiava l’esclusione dal ballottaggio a vantaggio, appunto, di M5S e Pd.
La Capitale, in particolare, è la culla della vera e propria esplosione della candidata grillina - Viriginia Raggi - che sfiora il 40% (stando alle proiezioni) e mette una pesantissima ipoteca sulla vittoria finale. Roma nelle mani di una trentasettenne sconosciuta fino a ieri, è fenomeno che ha richiamato in città nugoli di troupe e giornalisti di tutto il mondo: considerato il risultato, è facile scommettere che si fermeranno per raccontare la definitiva capitolazione della città...
Matteo Renzi - che come premier ha depotenziato il valore di questa tornata elettorale, ma come segretario del Pd si è speso invece senza risparmio - può esser soddisfatto solo a metà di questi primi risultati: tra 15 giorni, infatti, il Partito democratico potrebbe aver riconfermato la guida di città importanti come Torino, Milano e Bologna, uscendo però sconfitto a Roma e non riconquistando Napoli (già perduta nelle elezioni precedenti). Il bicchiere è mezzo vuoto, insomma: anche in considerazione del risultato non brillante fatto registrare dai sindaci uscenti a Torino e a Bologna.
Lo sguardo, a partire da stamane, è già rivolto alla sfida dei ballottaggi: che sono, notoriamente, una partita del tutto diversa rispetto al primo turno. Non sarà inutile, però, guardare con attenzione al voto delle piccole e medie città per cogliere gli spostamenti di fondo nella geografia politica del Paese. Molto sembra essersi mosso: come e verso dove lo si comincerà a capire da stamane.
La Stampa 6.6.16
Una nuova geografia politica
di Federico Geremicca
Per le sorprese, se poi davvero arriveranno, bisognerà aspettare i ballottaggi: e dunque due settimane che già si annunciano di fuoco. Infatti, il primo turno di questa tornata amministrativa andata in scena ieri, è parso una sorta di sintesi delle previsioni e dei sondaggi intorno ai quali si è discusso e litigato fino a qualche giorno fa.
E dunque, nell’ordine: l’affluenza alle urne continua a calare.
Anche se non c’è stato il crollo paventato di fronte a elezioni che non hanno entusiasmato e che sono state anzi a lungo surclassate dal futuribile e lontano referendum costituzionale; in nessuna grande città - comprese quelle dove era in pista anche il sindaco uscente - c’è un vincitore da incoronare al primo turno; l’avanzata dei Cinque Stelle c’è stata, ma porta al ballottaggio esponenti grillini in due sole grandi città: Roma e Torino; il centrodestra regge sostanzialmente soltanto a Milano e il Pd - infine - resta in campo praticamente ovunque, e giocherà la partita della vita in ballottaggi che si annunciano, però, tutt’altro che semplici.
Nel cuore della notte, a scrutinio ancora in corso e in mezzo a grandinate di proiezioni ed exit poll spesso contraddittori tra loro, qualche elemento di riflessione cominciava a farsi possibile. Intanto la conferma di un dato che appare, però, in costante evoluzione: il recente bipolarismo italiano (centrodestra contro centrosinistra) ha ormai definitivamente ceduto il passo ad un tripolarismo (centrodestra-centrosinistra-M5S) che pare però incubare, a sua volta, un bipolarismo nuovo e inatteso (centrosinistra-M5S). La migliore cartina di tornasole del processo in atto è Roma, dove un centrodestra diviso tra Giorgia Meloni e Alfio Marchini, nella notte rischiava l’esclusione dal ballottaggio a vantaggio, appunto, di M5S e Pd.
La Capitale, in particolare, è la culla della vera e propria esplosione della candidata grillina - Viriginia Raggi - che sfiora il 40% (stando alle proiezioni) e mette una pesantissima ipoteca sulla vittoria finale. Roma nelle mani di una trentasettenne sconosciuta fino a ieri, è fenomeno che ha richiamato in città nugoli di troupe e giornalisti di tutto il mondo: considerato il risultato, è facile scommettere che si fermeranno per raccontare la definitiva capitolazione della città...
Matteo Renzi - che come premier ha depotenziato il valore di questa tornata elettorale, ma come segretario del Pd si è speso invece senza risparmio - può esser soddisfatto solo a metà di questi primi risultati: tra 15 giorni, infatti, il Partito democratico potrebbe aver riconfermato la guida di città importanti come Torino, Milano e Bologna, uscendo però sconfitto a Roma e non riconquistando Napoli (già perduta nelle elezioni precedenti). Il bicchiere è mezzo vuoto, insomma: anche in considerazione del risultato non brillante fatto registrare dai sindaci uscenti a Torino e a Bologna.
Lo sguardo, a partire da stamane, è già rivolto alla sfida dei ballottaggi: che sono, notoriamente, una partita del tutto diversa rispetto al primo turno. Non sarà inutile, però, guardare con attenzione al voto delle piccole e medie città per cogliere gli spostamenti di fondo nella geografia politica del Paese. Molto sembra essersi mosso: come e verso dove lo si comincerà a capire da stamane.
Repubblica 6.6.16
Così al giovane cattolico s’insegnava a uccidere
Uno studio di Francesco Piva sulla pedagogia nelle associazioni vicine alla Chiesa fra fine Ottocento e Secondo conflitto mondiale di Umberto Gentiloni
Come si può educare a uccidere all’interno di una grande associazione giovanile cattolica? E si può arrivare a uccidere senza perdere la propria dimensione di fede, la propria identità cristiana? Ama il prossimo tuo come te stesso o partecipa attivamente alla grande carneficina delle guerre della prima metà del XX secolo? Un interrogativo che attraversa un segmento significativo della società italiana tra Otto e Novecento, almeno fino all’epilogo della catastrofe, con la conclusione del secondo conflitto mondiale. Si è molto indagato sulle ragioni del pacifismo di stampo cattolico, sulle parole dei pontefici, sulle sovrapposizioni pericolose tra ambiti e competenze, tra potere politico e presenza religiosa. Ma poco si sa di quello che avveniva nel corpo vivo del movimento cattolico, in quelle forme di pedagogia collettiva che caratterizzano la fase di nazionalizzazione dell’Italia post unitaria. Le dense pagine del volume di Francesco Piva, Uccidere senza odio. Pedagogia di guerra nella storia della Gioventù cattolica italiana 1868- 1943 (Franco Angeli), offrono un contributo importante da un punto di osservazione del tutto originale. La Gioventù Cattolica assume dimensioni di massa (negli anni ’20 del secolo scorso oltre 400 mila tra studenti, contadini e operai) e partecipa alla costruzione della nazione italiana, si rende protagonista di quelle strategie che caratterizzano parte della trasformazione del Paese nei primi decenni del nuovo secolo. Il buon cattolico s’ispira ai valori della purezza e della giovinezza, tiene insieme l’amore per la patria, la virilità maschile e le aspirazioni a diventare un buon soldato. Ma tale pedagogia non emerge come un dato accessorio al percorso di fede cristiana, tutt’altro: «Viene elaborata una strategia per guidare i giovani», scrive l’autore, «non solo ad accettare il sacrificio con disciplina e abbandono in Dio, bensì a non avere remore nell’infliggere violenza e morte. Da cristiani. Non più soldati passivi, cioè obbedienti e non impauriti dalla morte, ma protagonisti attivi, esempio ai compagni in armi per audacia e, al tempo stesso, lucidità operativa, controllo delle emozioni e dell’istinto di fuga nelle contingenze più rischiose». E così si saldano piani e percorsi separati artificiosamente, spesso con eccessiva semplicità: il cammino del singolo e il ruolo delle organizzazioni, il confine mobile e flessibile tra le identità in movimento, quella di cattolico in formazione e quella di giovane italiano pronto alle sfide più impegnative. Un insieme di messaggi che convivono e si alimentano a vicenda: «Esaltando e divulgando queste virtù belliche, l’associazione si vantò di offrire alla patria, il soldato migliore, anzi l’ufficiale più adatto a guidare le micidiali guerre di massa, proprio in quanto pronto anche sul piano personale a reggere la fatica dell’uccidere». Un modello da raggiungere nel tempo basato sul maschio prestante e ben allenato con una volontà ferrea fondata sull’autocontrollo repressivo degli istinti sessuali; un incontro tra nazionalismo, interventismo e fascismo con il nucleo portante dell’educazione morale cattolica: l’incitamento alla purezza. Un itinerario che trova nelle guerre un banco di prova, la strada per crescere, una verifica possibile del messaggio che compare nella documentazione della Gioventù cattolica: «Il giovane che si addestra a mantenersi puro, si distinguerà in guerra per coraggio e supererà le naturali resistenze ad ammazzare e a farsi ammazzare. Di più sarà un ottimo leader e, avendo imparato a comandare su se stesso, sarà pronto ad assumersi responsabilità nelle gerarchie militari. Lui solo è in grado di uccidere senza odiare». Tutto si tiene tra la fase preparatoria (l’educazione) e l’impatto con la realtà (la morte in azione) fino alla resa dei conti nelle disfatte della guerra fascista che riduce l’orizzonte delle ambizioni e penalizza l’ascesa del nuovo soldato cattolico. Si chiude una fase, la parabola dell’onnipotenza inarrestabile viene messa da parte: «Crolla il mito del giovane cattolico come soldato migliore, la baldanza del maschio vincitore svanisce, l’umiliazione di una sconfitta militare non era ammissibile né compatibile con quella retorica». IL LIBRO Francesco Piva, Uccidere senza odio. Pedagogia di guerra ( Franco Angeli, pagg. 320, euro 35
Così al giovane cattolico s’insegnava a uccidere
Uno studio di Francesco Piva sulla pedagogia nelle associazioni vicine alla Chiesa fra fine Ottocento e Secondo conflitto mondiale di Umberto Gentiloni
Come si può educare a uccidere all’interno di una grande associazione giovanile cattolica? E si può arrivare a uccidere senza perdere la propria dimensione di fede, la propria identità cristiana? Ama il prossimo tuo come te stesso o partecipa attivamente alla grande carneficina delle guerre della prima metà del XX secolo? Un interrogativo che attraversa un segmento significativo della società italiana tra Otto e Novecento, almeno fino all’epilogo della catastrofe, con la conclusione del secondo conflitto mondiale. Si è molto indagato sulle ragioni del pacifismo di stampo cattolico, sulle parole dei pontefici, sulle sovrapposizioni pericolose tra ambiti e competenze, tra potere politico e presenza religiosa. Ma poco si sa di quello che avveniva nel corpo vivo del movimento cattolico, in quelle forme di pedagogia collettiva che caratterizzano la fase di nazionalizzazione dell’Italia post unitaria. Le dense pagine del volume di Francesco Piva, Uccidere senza odio. Pedagogia di guerra nella storia della Gioventù cattolica italiana 1868- 1943 (Franco Angeli), offrono un contributo importante da un punto di osservazione del tutto originale. La Gioventù Cattolica assume dimensioni di massa (negli anni ’20 del secolo scorso oltre 400 mila tra studenti, contadini e operai) e partecipa alla costruzione della nazione italiana, si rende protagonista di quelle strategie che caratterizzano parte della trasformazione del Paese nei primi decenni del nuovo secolo. Il buon cattolico s’ispira ai valori della purezza e della giovinezza, tiene insieme l’amore per la patria, la virilità maschile e le aspirazioni a diventare un buon soldato. Ma tale pedagogia non emerge come un dato accessorio al percorso di fede cristiana, tutt’altro: «Viene elaborata una strategia per guidare i giovani», scrive l’autore, «non solo ad accettare il sacrificio con disciplina e abbandono in Dio, bensì a non avere remore nell’infliggere violenza e morte. Da cristiani. Non più soldati passivi, cioè obbedienti e non impauriti dalla morte, ma protagonisti attivi, esempio ai compagni in armi per audacia e, al tempo stesso, lucidità operativa, controllo delle emozioni e dell’istinto di fuga nelle contingenze più rischiose». E così si saldano piani e percorsi separati artificiosamente, spesso con eccessiva semplicità: il cammino del singolo e il ruolo delle organizzazioni, il confine mobile e flessibile tra le identità in movimento, quella di cattolico in formazione e quella di giovane italiano pronto alle sfide più impegnative. Un insieme di messaggi che convivono e si alimentano a vicenda: «Esaltando e divulgando queste virtù belliche, l’associazione si vantò di offrire alla patria, il soldato migliore, anzi l’ufficiale più adatto a guidare le micidiali guerre di massa, proprio in quanto pronto anche sul piano personale a reggere la fatica dell’uccidere». Un modello da raggiungere nel tempo basato sul maschio prestante e ben allenato con una volontà ferrea fondata sull’autocontrollo repressivo degli istinti sessuali; un incontro tra nazionalismo, interventismo e fascismo con il nucleo portante dell’educazione morale cattolica: l’incitamento alla purezza. Un itinerario che trova nelle guerre un banco di prova, la strada per crescere, una verifica possibile del messaggio che compare nella documentazione della Gioventù cattolica: «Il giovane che si addestra a mantenersi puro, si distinguerà in guerra per coraggio e supererà le naturali resistenze ad ammazzare e a farsi ammazzare. Di più sarà un ottimo leader e, avendo imparato a comandare su se stesso, sarà pronto ad assumersi responsabilità nelle gerarchie militari. Lui solo è in grado di uccidere senza odiare». Tutto si tiene tra la fase preparatoria (l’educazione) e l’impatto con la realtà (la morte in azione) fino alla resa dei conti nelle disfatte della guerra fascista che riduce l’orizzonte delle ambizioni e penalizza l’ascesa del nuovo soldato cattolico. Si chiude una fase, la parabola dell’onnipotenza inarrestabile viene messa da parte: «Crolla il mito del giovane cattolico come soldato migliore, la baldanza del maschio vincitore svanisce, l’umiliazione di una sconfitta militare non era ammissibile né compatibile con quella retorica». IL LIBRO Francesco Piva, Uccidere senza odio. Pedagogia di guerra ( Franco Angeli, pagg. 320, euro 35