domenica 1 maggio 2016

Il Sole Domenica 1.5.16
La fabbrica delle vocazioni
Prosperi ricostruisce la storia collettiva dei gesuiti, l’ordine basato sulla chiamata divina e sull’obbedienza per salvare la Chiesa
di Massimo Bucciantini

«Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore alla vita. Esso può prendere diverse forme, e a volte un ragazzo svogliato, solitario e schivo non è senza amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato di attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione d’un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?». Non ho trovato parole migliori di queste per iniziare. Che sono racchiuse in un breve scritto pubblicato la prima volta su «Nuovi Argomenti» nel 1960. Le piccole virtù di Natalia Ginzburg – di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita – sono un saggio senza tempo. Dieci paginette o poco più, ma che una volta lette è difficile dimenticare. Dove la ricerca di una vocazione intesa come «passione ardente ed esclusiva», come «vera salute e ricchezza dell’uomo», che nulla ha a che vedere con il successo e il denaro, diventa il migliore augurio che un padre e una madre possano fare pensando al futuro dei propri figli. Un’idea di vocazione interiore, inscritta in un universo integralmente laico, in cui c’è la piena libertà di scegliere, e dove il genitore a un certo punto sa quello che deve fare: attendere, «in silenzio e un poco in disparte», che la vocazione del figlio «si svegli, e prenda corpo».
Anche al centro dell’ultimo libro di Adriano Prosperi c’è il tema della vocazione, ma il modo in cui è declinato va in una direzione diametralmente opposta a quella indicata dalla Ginzburg. Più che l’educazione alla libertà di pensare (e di sbagliare) qui è l’educazione all’obbedienza il perno attorno al quale ruota l’intera storia. «L’essere gesuita fu una scelta di appartenenza costruita e tutelata in nome di una chiamata che strappava i figli alla famiglia terrena e non tollerava tradimenti». Sono queste le fondamenta del nuovo Ordine che fin dal suo nascere diventò il più influente e potente della Chiesa cattolica. E Prosperi le indaga a partire da un accurato esame delle autobiografie che venivano richieste dai superiori a numerosi membri della Compagnia.
Dalla seconda metà del Cinquecento raccontare i particolari della propria vocazione diventò uno degli strumenti impiegati per rafforzare la memoria e la storia dell’Ordine come corpo scelto e guidato da Dio. Nessun altro ordine religioso ha dedicato tanta attenzione ed energia a raccogliere e a diffondere le testimonianze sul come e perché molti giovani decidessero all’improvviso di convertirsi e cambiare radicalmente il loro stile di vita. Alla base di questa grande impresa c’era l’esigenza di costituire un corpo «dello stesso colore», come aveva scritto Ignazio di Loyola nelle Costituzioni, «un gruppo umano fuso perfettamente come un solo blocco statuario e periodicamente richiamato alla sua prima vocazione». A maggior gloria di Dio, come recitava il suo motto.
Autobiografie imposte dall’alto, come spiega Prosperi, in cui ciò che contava non era ripercorrere tutte le vicende della propria vita, ma narrare quel preciso e cruciale istante in cui era stato percepito l’invito del Signore a seguirlo. Una storia collettiva dunque, dove ciascuno aveva il compito di ricordare a sé e agli altri quel punto di frattura tra passato e futuro, tra una vita di peccato e una nuova vita segnata dall’assoluta obbedienza a Dio. E che si materializzò col mettere per iscritto il significato del passaggio a un’identità nuova. Come, con i suoi strumenti, fece Caravaggio, quando gli fu richiesto di dipingere la Vocazione di San Matteo per la Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi a Roma. Il quadro, che è riprodotto sulla copertina del libro, raffigura infatti la vocazione come una lama di luce che investe la persona “chiamata” e «trasforma immediatamente in apostolo il gabelliere intento a raccogliere il danaro».
Naturalmente quell’invito non era rivolto a tutti, perché non tutti avevano la forza di accoglierlo. Era un invito speciale per il raggiungimento della perfezione sia della propria anima sia dell’Ordine a cui appartenevano, un corpo creato per intervento divino, e quindi come tale provvidenziale per la salvezza della stessa Chiesa. Insomma una milizia combattente per Cristo che doveva ramificarsi sull’intera faccia del pianeta e che trovava negli Esercizi spirituali del suo fondatore non tanto un libro di devozione o di propaganda religiosa quanto un vero e proprio manuale operativo, fisico e spirituale insieme, come poteva esserlo un testo di strategia militare. E non è certo un caso che quando il giovane principe Federico Cesi decise di creare l’Accademia dei Lincei, nella definizione della sua organizzazione (i collegi) e dei regolamenti per i suoi affiliati (le costituzioni) si ispirasse proprio al modello vincente della Compagnia. Anche i Lincei furono e si percepirono come una “militia”, sebbene vocata al progresso della scienza, all’«acquisto delle filosofiche e matematiche scienze».
Inventare la perfezione. Come trasmetterla ai nuovi membri delle generazioni future. Di questo si trattava. E da questo punto di vista le pagine dedicate al gesuita spagnolo Girolamo Nadal sono esemplari. Fu lui, nel 1553, insieme al confratello Juan Alonso de Polenco, a sollecitare Ignazio a raccontare l’esperienza spirituale della sua vita. E fu ancora lui, negli anni 1561-62, a correre in lungo e in largo per l’Europa per spiegare a chi voleva farsi gesuita quali fossero le ragioni profonde di una simile scelta, tenendo prediche, esponendo le Costituzioni, interrogando novizi e padri provinciali, distribuendo questionari tra tutti i membri della Compagnia, rafforzando in loro fiducia ed entusiasmo. Si trattò – scrive Prosperi – «di un vasto censimento, una vera e prova capitale per un organismo giovane e in crescita rapida, esposto al pericolo della dispersione ma ancor più a quello dei dubbi e delle crisi individuali».
Un’ultima annotazione prima di chiudere. Probabilmente questo libro non esisterebbe se chi lo ha scritto, per sua stessa ammissione, non avesse letto il saggio di Marco Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945-1956) (Feltrinelli), in cui sono messe in evidenza le strette somiglianze tra i metodi educativi dei Gesuiti e le scuole di formazione politica istituite dal Partito comunista nell’Italia degli anni Cinquanta, «tra le autobiografie orali e scritte dei militanti comunisti e le domande previste nell’“Esame generale” a cui la Compagnia sottoponeva i candidati». Simili debiti di riconoscenza non rappresentano una novità. Ma spesso le fonti d’ispirazione vengono ricordate in modo fugace nella pagina dei ringraziamenti oppure finiscono per essere seppellite in qualche sperduta nota per iniziati. Dichiararlo nelle pagine di apertura è la cifra di uno stile, di un modo di fare storia cui siamo sempre meno abituati.
Adriano Prosperi, La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento , Einaudi, Torino, pagg. XIX, 250, € 30

Il Sole Domenica 1.5.16

Emanuele Tonon
Noi eunuchi per il regno dei cieli
di Roberto Carnero

Dal risvolto di copertina del nuovo libro di Emanuele Tonon, Fervore (Mondadori), apprendiamo che l’autore, classe 1970, dopo aver lavorato fin da ragazzo come operaio nell’industria del legno, a diciannove anni è entrato nel convento francescano di Spello. Sette anni più tardi, durante il triennio teologico ad Assisi, smetterà l’abito religioso in seguito a una crisi vocazionale.
Queste informazioni aiutano a inquadrare la materia dell’opera di Tonon, la quale - più che un romanzo, come recita la copertina del volume in omaggio alla dicitura ritenuta commercialmente più appetibile - è in realtà una trasposizione in chiave di mémoire del primo anno di noviziato di un protagonista che evidentemente intrattiene con lo scrittore alcuni tratti in comune. Questi è un ventenne che ha rinunciato al mondo per disperazione: «Non ce la facevi più, pensavi solo a toglierti la vita. Non potevi sopportare l’idea di una vita intera spesa nel capannone di una fabbrica, tra calci in culo e bestemmie declamate in una lingua che ti era stato impedito di parlare».
Entrare in convento significa per lui cercare di accedere alla dimensione dell’assoluto, alla relazione intensa e totalizzante con un Dio che però, nelle parole del narratore, ora si profila come un Dio «immaginato», costruito dall’essere umano per riempire il vuoto che altrimenti finirebbe per invaderlo portandolo alla disperazione. La vita del convento viene rievocata scandendo le giornate di questi «giovani eunuchi», «eunuchi per il regno dei cieli» (come si esprime Gesù nel Vangelo di Matteo), che reprimono la fisicità prepotente dei loro vent’anni per rivestirsi di assoluto, quasi rinunciando alla vita concreta, la quale è «sangue che pulsa».
Non abbiamo, di fatto, una vera e propria narrazione, quanto la descrizione delle azioni ripetute e degli stati d’animo del protagonista in una prosa liricheggiante spesso visionaria, intonata ai contenuti del libro nella misura in cui tende a inglobare al proprio interno tessere del lessico biblico e liturgico («ogni alba il nostro fiato diventava una dossologia del vento»; «Di lì a qualche minuto il canto dei salmi ci avrebbe aperto la bocca, ci avrebbe sciolto la lingua» ecc.). Eppure questo linguaggio peculiare genera in chi legge un senso di straniamento: lo scrittore sembra ormai aver rinunciato a una visione religiosa dell’esistenza; al contrario appare essere approdato a una lettura puramente materialistica della vita. Per questo la rievocazione quasi onirica che conduce Tonon di quel passato ormai irrecuperabile ha qualcosa di davvero struggente.
Emanuele Tonon, Fervore , Mondadori, Milano, pagg. 108, € 17

Il Sole Domenica 1.5.16
Droghe e religione
Allucinate esperienze mistiche
di Paolo Nencini

Psilocibina e Lsd sono gli esponenti più noti di un’ampia classe di composti, per lo più di origine naturale, capaci di produrre profonde alterazioni dello stato di coscienza. Definiti genericamente come allucinogeni, hanno nel tempo ricevuto varie denominazioni – psichedelici, psicotomimetici, psicodislettici – che testimoniano dei molteplici impieghi di questi farmaci: voluttuario, certamente, ma anche tentativamente terapeutico in varie condizioni psicopatologiche, e, infine, per indurre esperienze mistiche, da cui un altro neologismo oggi assai utilizzato, enteogeni.
La loro storia è stata assai travagliata: dopo aver goduto negli anni 50 di una grande fortuna a opera del proselitismo di intellettuali della fama di Aldous Huxley e di psichiatri che utilizzavano l’Lsd per ridurre le resistenze del paziente al colloquio, gli allucinogeni incapparono nella mannaia della legge stupefacenti in conseguenza del gran baccano sollevato dallo slogan «Turn on, tune in, drop out» di Timoty Leary, psicologo ad Harvard. Caduto su di essi il silenzio della scienza ufficiale, hanno continuato a godere di grande considerazione in movimenti di religiosità individuale, tipicamente americani.
Assai copiosa è la produzione saggistica per lo più finalizzata a costruire una sorta di mitologia fondativa che vorrebbe l’esperienza enteogena centrale nella nascita delle religioni. Sfortunatamente, la qualità delle evidenze prodotte è davvero scarsa se non proprio imbarazzante; si pensi al famosissimo Road to Eleusis, tra i cui autori si annovera Hoffman, l’inventore dell’Lsd, o al Food of the Gods di McKenna, o, all’ancor più recente Psychedelic Renaissance dello psichiatra inglese Ben Sessa, dove, ad esempio, si ipotizza che Gesù fosse uno sciamano dai lunghi capelli e calzato di sandali, con una profonda conoscenza di pratiche botaniche del tempo riguardanti erbe e funghi.
Certamente di migliore qualità è l’appena pubblicato Sacred Knowledge. Psychedelics and Religious Experiences di William A. Richards, psicologo clinico coinvolto fin dagli anni 60 nello studio degli enteogeni. Uno dei pregi del libro consiste proprio nella testimonianza personale delle varie vicende che hanno caratterizzato gli studi clinici su tali sostanze, a partire dal famoso esperimento del Venerdì Santo, dove un talentuoso psichiatra e studente di teologia, Walter Pahnke aveva studiato, utilizzando un apposito questionario che sarà poi ulteriormente elaborato da Richards stesso («Pahnke-Richards Questionnaire»), l’esperienza mistica indotta dalla psilocibina in alcuni studenti di teologia che ascoltavano il sermone del Venerdì Santo nella Cappella dell’Università di Harvard. Fino a narrare il recente risorgere degli studi indirizzati a esplorare gli effetti enteogeni della psilocibina, condotti da Roland Griffith, un autorevolissimo psicofarmacologo della John Hopkins, ma anche a stabilire l’efficacia di questo e di altri allucinogeni come agenti palliativi nel cancro terminale, argomento a cui Richards dedica pagine davvero toccanti, frutto della sua lunga esperienza personale.
L’approccio dell’autore è quello del ricercatore attento alle modalità di acquisizione dell’evidenza e a ogni piè sospinto suggerisce studi atti a risolvere i dubbi sull’efficacia di questi farmaci, non solo come agenti palliativi ma anche in varie patologie psichiatriche, dalle dipendenze al disturbo da stress postraumatico, dove in effetti quelli in corso sembrano fornire risultati promettenti. E ha tutte le ragioni nel recriminare sul tempo perduto a causa dei vincoli legali, incomprensibili alla luce della generale sicurezza tossicologica di queste molecole e della penuria di novità che affligge la psicofarmacologia. V’è tuttavia un serio problema nel modello teorico proposto da Richards e consiste nella frammistione tra scienza e teologia che percorre il suo ragionare e che lo porta a voler spiegare teologicamente appunto i risultati degli studi empirici. Richards infatti è pienamente convinto che l’esperienza farmacologica con gli allucinogeni sia realmente enteogena, conducendo il soggetto oltre i confini della realtà percepita dai sensi a cogliere verità trascendenti. Ed è appunto all’accedere a una realtà trascendente che in ultima analisi riferisce i benefici che si ottengono con l’uso di questi farmaci. Per l’autore, quella che per i neurofisiologi è un’alterazione dello stato di coscienza, è infatti un «alternate state of consciousness» che a quella conoscenza superiore dà accesso.
In ciò Richards è immediato debitore del «cleansing the doors of perception» di Huston Smith, uno dei padri del movimento enteogeno, ma anche della ipotesi di «intensificata traiettoria» dello «spettro di stati di coscienza» verso esperienze visionarie, proposta dall’antropologo sudafricano Lewis-Williams; per non parlare poi di Mircea Eliade che tuttavia viene sempre scotomizzato in questa letteratura forse per quel suo svalutare l’esperienza farmacologica.
È pur vero che sul breve termine la debolezza del modello interpretativo non inficia la validità del dato empirico (la storia della farmacologia è piena di farmaci che continuano a svolgere il loro onesto lavoro terapeutico a fronte di radicali mutamenti interpretativi), ma è altrettanto vero che una spiegazione essenzialmente oggetto di fede non ha molte possibilità di accogliere nuove conoscenze. Anche l’affiorare di questi limiti rende tuttavia il libro un’ottima occasione per farsi una idea circa un tema assai poco frequentato in Italia.
William A. Richards, Sacred Knowledge. Psychedelics and Religious Experiences , Columbia University Press, New York,  pagg. 280, $ 28,99

Il Sole Domenica 1.5.16
La devozione mariana
Nostra Signora di maggio
di Gianfranco Ravasi s.j.

La tradizione cattolica dedica questo mese alla Vergine Maria, la figura forse più invocata dai fedeli e citata dagli scrittori, da Dante a Pasolini. E venerata persino nel Corano
Anche chi non ha più nessuna pratica religiosa conserva il ricordo del mese di maggio come del tempo dedicato alla madre di Gesù, Maria, contrassegnato in passato dai cosiddetti “fioretti”, piccoli sacrifici da offrire alla Vergine. È, questa, una devozione tipicamente italiana, iniziata nel Settecento e poi diffusa in altre nazioni, soprattutto in connessione col mondo agrario e la stagione primaverile. Studiosi importanti della pietà popolare, come il famoso francescano svizzero Giovanni Pozzi (1923-2002) e il sacerdote lucano-romano Giuseppe De Luca (1898-1962), vagliarono a livello storico-critico e letterario questo imponente fenomeno socio-religioso. Si pensi che uno dei vari libretti destinati a incrementare la qualità mariana del maggio italiano, il Mese di Maria di Alfonso Muzzarelli, pubblicato a Ferrara nel 1785, ebbe in pochi decenni più di 150 edizioni!
A questo proposito è significativo registrare un dato pastorale ancor oggi rilevante, nonostante l’onda secolarizzante. Il prossimo 8 maggio sarò a Pompei, invitato a presiedere la celebre Supplica alla Madonna nella piazza antistante il noto santuario mariano eretto tra il 1876 e il 1939, meta di pellegrini ma anche di turisti provenienti dai vicini scavi archeologici. Alla base di questa tradizione popolare c’è uno scritto di un avvocato, Bartolo Longo, che consacrò tutta la sua vita (1841-1926) alla cura dei malati e dei poveri: esso s’intitola I quindici sabati del santissimo rosario (1877), e quella che ho tra le mani è la 75a edizione datata 1981! Ma per rendere ragione dell’ampiezza sotterranea di questa letteratura devozionale mariana, si pensi che lo scritto più noto del Longo, la Novena d’impetrazione alla SS. Vergine del rosario di Pompei (1889), nell’esemplare che ho potuto consultare, datato 1974, si nota che si tratta della 1153a edizione!
La devozione mariana popolare è certamente una realtà pastorale di grande rilievo (basti citare i santuari di Loreto, Lourdes, Fatima e il recente e problematico caso “Medjugorje”), ma lo è anche a livello di antropologia culturale, tant’è vero che la bibliografia è, al riguardo, sterminata. Né si deve escludere la più specifica riflessione teologica, la cosiddetta “mariologia” che si affida ormai a vere e proprie biblioteche di trattati, dizionari, saggi, riviste, accademie, centri di ricerca: uno studioso, Tiziano Civiero, segnalava che «una buona biblioteca mariana è composta da non meno di 20-23mila volumi». Si pensi, poi, al risalto che ha la figura della madre di Gesù nel dialogo interreligioso con l’Islam. Maryam, infatti, è l’unica donna chiamata per nome nel Corano che le intitola un’intera sura, la XIX, e la evoca in molte altre, in particolare la III.
Anche la tradizione musulmana le assegna la missione alta di generare verginalmente il profeta Gesù attraverso lo spirito di Dio. La invoca, poi, Sayyidatunâ, «nostra Signora» e la considera una delle quattro donne sante per eccellenza, con la figlia del faraone che salvò Mosè, con Cadigia e Fatima, rispettivamente moglie e figlia di Maometto. Nel giorno del giudizio sarà la prima, tra le donne e gli uomini, ad avanzare davanti al Dio giudice supremo, espletando così una funzione di intercessione. Ma ritorniamo alla mariologia cristiana per segnalare un evento particolare che si collega al discorso precedente sull’impatto che questa figura ha nel cristianesimo, non solo cattolico (si pensi allo spicco che ha Maria nella liturgia, nella spiritualità, nell’arte ortodossa delle icone e nella stessa letteratura religiosa, ad esempio, con lo splendido inno Acatisto).
Pochi giorni fa, il 28 aprile, è caduto il terzo centenario della morte di un sacerdote francese, Luigi-Maria Grignion de Monfort, nato a Monfort-sur-mer in Bretagna nel 1673, canonizzato da Pio XII nel 1947. La sua presenza nella storia della Chiesa è, certo, legata alle congregazioni religiose da lui fondate (in particolare la Compagnia di Maria, i Monfortani appunto, ai quali a Roma è persino intitolato un viale nella zona di Torrevecchia). Ma lo è soprattutto per l’impulso da lui dato alla spiritualità mariana. Nel 1713, infatti, egli compose un Trattato della vera Devozione a Maria Vergine che fu ritrovato solo nel 1842 e pubblicato l’anno successivo: da allora ebbe più di quattrocento edizioni e divenne un classico del genere. La sua era un’impostazione ben lontana da un certo devozionismo esasperato e persino degenerato che si registra anche ai nostri giorni e che è più da rubricare come un fenomeno psico-sociologico, ben evidente in molte attestazioni pubbliche e personali eccessive.
Il suo, infatti, era un attento dosaggio tra dottrina e sentimento, con la stella polare della cristologia, destinata a guidare il “vero” percorso devozionale. Non per nulla l’impegno pastorale dominante in Grignion de Monfort erano le missioni predicate al popolo: durante la sua vita ne compì ben duecento nelle aree rurali di Francia con la meta finale della rinnovazione delle promesse battesimali da parte del cristiano, che siglava un “patto di alleanza” con Dio per edificare un mondo più giusto e santo. Sono curiosi le incisioni e i disegni a noi pervenuti delle processioni di chiusura di queste missioni, con file immense di fedeli, come quella tenutasi il 16 agosto 1711 a La Rochelle, tutta al femminile. Questo aspetto nazional-popolare – a cui finora abbiamo fatto riferimento – non deve far dimenticare che esiste un’importante e mirabile letteratura mariana “alta”.
Si potrebbe, in questo senso, comporre un grandioso “canzoniere” mariano, naturalmente a partire da quello straordinario canto XXXIII del Paradiso dantesco, capace di intrecciare in armonia suprema la teologia con la poesia, meritatamente reso popolare da Benigni. Ma ci sarebbero subito da allegare Boccaccio, col sonetto O Regina degli angioli, o Maria, e Petrarca con la canzone Vergine bella, che di sol vestita, per non parlare del Pianto de la Madonna di Iacopone da Todi, giù giù fino al Tasso che canta la Madonna di Loreto, a Parini, Manzoni, Pascoli, Rilke, Ungaretti, e persino Pasolini che, nell’Usignolo della Chiesa Cattolica, ci ha lasciato un’Annunciazione e una Litania.
Sono molte, infatti, le presenze inattese di fronte alla «Vergine Madre, figlia del tuo figlio». Che il filosofo Vico componga un sonetto per la festa dell’Immacolata del 1742 a Napoli è comprensibile, ma che Sartre ateo dichiarato offra un’eccezionale e teologicamente impeccabile confessione personale di Maria mentre stringe tra le braccia il neonato Gesù può certamente sorprendere (la si legga nel dramma Bariona o il figlio del tuono, composto nello Stalag XII D di Treviri nel Natale 1940, ove il filosofo era internato). Noi, un po’ in anticlimax, evochiamo in finale il più popolare Trilussa con questi suoi versi semplici e delicati: «Quand’ero regazzino, mamma mia / me diceva: “Ricordati, figliolo, / quanno te senti veramente solo / tu prova a recità ’n’Ave Maria. / L’anima tua da sola spicca er volo / e se solleva, come pe’ maggia». / Ormai so’ vecchio, er tempo m’è volato; / da un pezzo s’è addormita la vecchietta, / ma quer consijo non l’ho mai scordato. / Come me sento veramente solo / io prego la Madonna benedetta / e l’anima da sola pija er volo!».

Il Sole Domenica 1.5.16
Filosofia politica
Il rifiuto di Satana all’Islam
di Sebastiano Maffettone

Sadik al-Azm è forse il più importante filosofo arabo vivente. Siriano, discendente di una nobile famiglia, PhD a Yale, autore di un prezioso libro su Kant, non ha mai voluto essere un intellettuale arabo all’estero. Dopo le esperienze americane, è perciò tornato e ha insegnato per molti anni in Libano.
La sua vita nel mondo arabo non è stata però facile: imprigionato, processato, con i suoi libri sempre all’indice, criticatissimo, inviso alle autorità, ha dovuto alfine di nuovo recarsi all’estero e negli ultimi anni ha insegnato prima a Princeton e poi in Germania, dove nel 2014 ha conseguito il prestigioso Premio Goethe.
Il perché di tanta ostilità in patria lo si comprende facilmente se si legge questo suo libro intitolato La tragedia del diavolo. Il libro, come spiega Francesca Corrao nella sua introduzione, verte sostanzialmente sul rapporto tra fede e scienza. Al-Azm vede l’Islam nel suo complesso come una religione oscurantista cui contrappone la scienza moderna e la rivoluzione industriale, ponendosi nelle vesti di una sorta di Voltaire della sua cultura.
Curiosamente, La tragedia del diavolo –pur pubblicato per la prima volta in arabo nel 1969- torna ora di attualità nel mondo occidentale dove vedono le luci numerose traduzioni dei suoi scritti- in questi anni tormentati che vanno dall’11 settembre alla nascita dell’ISIS. Il libro contrappone modernizzazione, vista come secolarizzazione, e religione.
Quando fu scritto originariamente traeva ispirazione dalla sconfitta araba nella guerra dei sei giorni e dal tramonto dell’Egitto nasseriano cui si contrapponeva la crescita dell’Arabia wahabbita, tutto ciò nell’ambito di un evidente declino del mondo arabo.
Facile dedurre che la lotta per l’Illuminismo e la secolarizzazione di al-Azm vogliano esser anche una spiegazione di quel declino: una cultura che sacrifichi la ragione scientifica –quella della fisica e di Darwin ma anche di Marx per il pensatore della sinistra araba- si auto-condanna alla crisi e alla sconfitta. Satana (Iblìs in arabo), all’interno di questo ragionamento, è una sorta di simbolo di questo declino. Satana, è un angelo, una creatura superiore, che dio pretende di far inchinare davanti all’uomo, a lui gerarchicamente inferiore nella scala degli esseri creati.
Così letto, il rifiuto di Satana, lungi dall’essere il paradigma della colpa, diventa l’emblema della libertà dell’uomo che rigetta il principio di autorità. Solo se l’uomo arabo disobbedirà come Satana, rifiutando i dogmi dell’Islam, riuscirà a conquistare la modernizzazione e per conseguenza a evitare il declino tramite la scienza e l’industria.
Naturalmente, possiamo dire che oggi una tesi del genere ci sembra semplicistica, e che non è detto che la modernizzazione araba debba seguire la via europea della secolarizzazione. Tuttavia, il fatto che simili argomenti fossero ben presenti nel mondo arabo quasi cinquanta anni orsono è di grande interesse, soprattutto alla luce del notevole livello analitico e filosofico cui opera l’autore di questo libro.
Sadik Al-Azm , La tragedia del diavolo (fede, ragione e potere nel mondo arabo) , traduzione a cura di Michele Bocchiola, Luiss University Press, Roma, pagg. 206, € 20


Il Sole Domenica 1.5.16

Sì, viaggiare (nel tempo)
Le scorciatoie del baco
A spasso tra cunicoli e «wormhole», Everett e Roman raccontano in modo chiaro e mai banale le teorie della relatività
di Vincenzo Fano

«Papà è possibile viaggiare nel tempo?», «Sì figlio mio, dopo la scoperta delle teorie relativistiche», «E allora, papà, perché non andiamo a vedere se Gesù sia veramente risorto?», «Beh non è così semplice: è fisicamente possibile, ma siamo lontani dal riuscire a realizzarlo». Quale modo migliore di interessare un giovane alle teorie di Einstein indirizzando la sua attenzione sui viaggi nel tempo? Così Everett e Roman raccontano in modo chiaro ma mai banale le teorie relativistiche, mantenendo come filo conduttore quello dei viaggi nel tempo.
Come spesso accade, i primi a pensare i viaggi nel tempo, sono stati gli artisti e in particolare Herbert George Wells con il suo romanzo La macchina del tempo (1895). Nel 1905 Einstein, subito dopo aver scoperto la teoria della relatività ristretta, si rende conto che se sincronizziamo due orologi e poi ne mandiamo uno a velocità vicina a quella della luce nello spazio lungo un viaggio di andata e ritorno, quando arriva, a causa delle dilatazioni temporali, è molto più indietro di quello rimasto a terra. Poi il fisico francese Paul Langevin (1911) immaginò che i due orologi fossero due gemelli, così che quello che ha viaggiato tornerebbe più giovane del fratello. Il gemello spedito nello spazio quindi ha compiuto un vero e proprio viaggio nel futuro. Questo è un effetto fisico confermato empiricamente fin dal 1972 nel bell’esperimento di Hafele e Keating, realizzato con orologi al cesio trasportati su aerei di linea.
È possibile viaggiare nel passato, come voleva il bambino alla ricerca della conferma empirica della resurrezione? La teoria della relatività ristretta non lo consente, poiché occorrerebbe muoversi a velocità superluminali. Le cose cambiano in relatività generale, dove le masse grandi e dense possono curvare lo spazio-tempo. Sempre Einstein, assieme al suo collaboratore Nathan Rosen, nel 1935 scopre che le equazioni della relatività generale consentono la formazione di veri e propri ponti spazio-temporali, che poi John Archibald Wheeler chiamerà «w ormhole», buchi di verme, perché un baco, per andare da un punto all’altro della superficie di una mela, può prendere la scorciatoia scavandosi un cunicolo. Così questi ponti possono abbreviare la distanza spazio-temporale fra due punti lontani dell’universo.
I wormhole previsti da Einstein sono instabili, mentre Kip Thorne nel 1988 ha mostrato che ne esiste un altro tipo, più realistico, che però, per essere costruito, cioè per diventare una vera e propria macchina del tempo, avrebbe bisogno della cosiddetta «materia esotica», che, appunto, è esotica e quindi poco diffusa.
Lasciamo allora perdere, per adesso, le nostre speranze di viaggiare nel tempo e chiediamoci se questi fenomeni possano capitare naturalmente. In effetti alcune possibili strutture dello spazio-tempo fisicamente plausibili lo consentirebbero, come ad esempio i buchi neri rotanti caratterizzati dalla metrica di Kerr. Ma a questo punto allora dobbiamo affrontare il cosiddetto «paradosso del nonno». Se potessi viaggiare nel passato e volessi suicidarmi, ma non ne avessi il coraggio, potrei andare a uccidere mio nonno ancor prima che concepisca mio padre.
Più realisticamente, una particella entra in un cunicolo spazio-temporale torna indietro nel tempo e va a collidere con essa stessa impedendole/impedendosi di entrare nel wormhole! Come è possibile?
Il grande metafisico David Lewis rispose nel 1976 che in un certo senso «le forze della logica» vieterebbero alla particella di modificare in quel modo il proprio passato. Giustamente Everett e Roman non prendono seriamente in considerazione siffatte elucubrazioni. Potrebbe allora essere che valga una sorta di «protezione della cronologia», come la chiama Stephen Hawking, che rende impossibili tali scabrose situazioni. Tuttavia per ora questa è solo una congettura. Forse il cambiamento nel passato avviene in un altro mondo parallelo, come nel film Man in black 3, e come ipotizzato da David Deutsch, l’inventore dei computer quantistici e sostenitore dell’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica. È un’ipotesi affascinante, ma parecchio speculativa.
Strano però che i due autori non prendano in considerazione il pensiero di John Earman, uno dei maggiori filosofi viventi, il quale sottolinea che se i viaggi nel tempo sono fisicamente reali, allora dobbiamo trovare nella fisica che già conosciamo e in quella nuova che potremmo scoprire le ragioni a posteriori che rendono impossibile il paradosso del nonno.
A. Everett, T. Roman, Come viaggeremo nel tempo , Il Saggiatore, Milano, pagg. 364, € 24


Il Sole Domenica 1.5.16
I quaderni del Pda
Terza forza oltre i luoghi comuni
diMassimo Teodori

Negli scritti tra il 43 e il 46 un pensiero democratico e riformatore che avrebbe lasciato segni incisivi nella politica dei decenni successivi ma anche forzature sulla sua reale identità
Si è molto discusso della persistenza nella Repubblica dello spirito del Partito d’Azione, la forza politica antifascista nata nel 1942 e dissoltasi nel 1947, più di quanto si sia analizzato lo specifico ruolo degli azionisti nella lotta partigiana. Il partito, che ha avuto il merito di non lasciare l’eredità della Resistenza al monopolio del Partito comunista, è stato visto come il punto di partenza di tendenze permanenti che hanno poco o nulla a che fare con la storia di quella stagione. Il PdA è stato considerato dalla storiografia progressista come la matrice di un fumoso azionismo, “fiume carsico” della storia d’Italia; e dalla pubblicistica tradizionalista come l’origine di tutti i giacobinismi degli ultimi sessant’anni. A noi tuttavia pare che non si possano ricondurre alla forza politica della Resistenza le vicende individuali che si sono sviluppate dopo gli anni ’40 del Novecento in quanto la vicenda del Partito non oltrepassa la Costituente. Da allora si è sviluppata la diaspora degli ex-azionisti che sono divenuti protagonisti, talvolta di primo piano, di tante storie individuali quante sono state le appartenenze alle diverse sigle partitiche come per Riccardo Lombardi nel Partito socialista, per Ugo La Malfa e Oronzo Reale nel Partito repubblicano, per Emilio Lussu e Vittorio Foa tra i socialisti di sinistra, per Ernesto Rossi, Leo Valiani e Mario Paggi nel Partito radicale, e per Aldo Garosci nella socialdemocrazia.
Con i due volumi contenenti la ristampa dei 20 Quaderni del Partito d’Azione pubblicati tra il giugno 1944 e il marzo 1946 si rende oggi disponibile una documentazione difficilmente reperibile che ridimensiona le interpretazioni sia degli adulatori che dei denigratori dell’azionismo. Gli scritti, datati tra il 1943 e il 1946, confermano l’eterogeneità del partito che allora, tra Resistenza e Repubblica, svolse un ruolo cruciale . Nel PdA si confrontarono diverse tesi politiche e ideologiche: la massimalista di Lussu e la socialista di Federico Comandini, la democratica di Riccardo Bauer e Manlio Rossi Doria, la liberaldemocratica amendoliana di La Malfa, la liberalsocialista di Guido Calogero e Aldo Capitini, e la socialista liberale rosselliana di Garosci. Non per niente gli azionisti delle correnti che hanno lasciato il segno anche nei manifesti programmatici – tra cui i “Sette punti” del gennaio 1943”, e i “Sedici punti” del post-8 settembre – presero strade divergenti dopo la dissoluzione del Partito. Gli azionisti erano stati i primi a impostare la questione della Repubblica pur non ponendo ostacoli alla collaborazione con la Monarchia come i repubblicani di Pacciardi. Avevano assicurato con “Giustizia e Libertà” un contributo militare e di sangue alla lotta partigiana, ed avevano svolto fino al 1945 nei Comitati di liberazione al Centro e in Alta Italia una funzione alternativa al realismo comunista di ispirazione sovietica. Contribuirono notevolmente anche al dibattito programmatico del tempo come è testimoniato nel volume dei Documenti tematici dagli scritti di Arturo Carlo Jemolo sul decentramento amministrativo, di Franco Momigliano sull’organizzazione del lavoro, di Guido Dorso sulla questione meridionale, di Adolfo Omodeo sulle forze armate e di Maria Comandini Calogero sui diritti delle donne.
Quando però si continua oggi a discutere dell’azionismo lunga coda del Partito d’Azione, fioriscono le più svariate interpretazioni anche di sapore leggendario. I torinesi sostengono un filo rosso con Gobetti che non si rintraccia in alcun documento politico e programmatico del tempo: se mai nel pantheon azionista devono far parte Turati, Matteotti, Amendola e, naturalmente, Rosselli. Altri epigoni tentano di accreditare l’azionismo come matrice di una intoccabile Costituzione “più bella del mondo” mentre alla Costituente furono proprio gli azionisti Piero Calamandrei e Leo Valiani, memori di Weimar, a sostenere una forma di governo forte con la Repubblica presidenziale sulla scia delle Tesi del primo congresso nazionale del partito elaborate da Paggi, Calogero, Garosci e Achille Battaglia. E non corrisponde neppure alla realtà storica la visione dell’azionismo quale punto di partenza della sinistra con venature giacobin-giudiziarie. È vero che l’intransigenza e il rigore morale accomunò gli esponenti azionisti di allora, ma se una linea comune deve essere rintracciata nella varietà di orientamenti, non può riferirsi che al PdA come primo tentativo - perdente - di costituire in Italia una “terza forza” del ceto medio antagonista ai comunisti e ai moderati ispirata alla democrazia riformatrice che allora lasciava il segno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Lo dicono i documenti ora pubblicati che dovrebbero mettere fine, come auspica Adolfo Battaglia nella prefazione all’opera, agli equivoci storiografici alimentati intorno all’azionismo.
AA.VV. ,Tra Eresia e Santità
I Quaderni politici del Partito d’Azione. Il dibattito tra i leader , Vol. I, pagg. 236;
I Quaderni tematici del Partito d’Azione: decentramento, sindacato, Mezzogiorno, Forze Armate, questione femminile, Resistenza , Vol II, pagg. 248;
Il Settimo libro (www, ilsettimolibro.it), i volumi sono indivisibili; € 36


Il Sole Domenica 1.5.16
Il rapporto con Giustizia e Libertà
di Giorgio Dell’Arti

Italia Libera. «L’Italia Libera» di Roma, n. 1, 1° gennaio 1943, che più che un giornale era un minuscolo giornalino di pochi fogli, contiene il seguente appello: «Italiani, per la salvezza, la libertà della Nazione, per una pace di dignità, per dare a tutti gli uomini “Giustizia e Libertà” preparatevi, organizzatevi nel Partito d’Azione, combattete».

G.L. Che era il Partito d’Azione e che Giustizia e Libertà? V’era un legame tra i due movimenti? E quale? Sulla questione, oggi è caduta molta luce, ma nell’estate e nel primo autunno del ’43, parecchi del P.d’A. negavano ogni e qualsiasi derivazione diretta o indiretta da G.L. e fra i più decisi ad affermare l’assoluta autonomia dell’origine del partito era La Malfa. Sennonché Fancello, Bauer e Siglienti che ora aderivano al Partito d’Azione affermavano a Lussu, nel loro primo incontro a Roma a metà agosto, che i due movimenti erano uno la continuazione dell’altro, e che la nuova denominazione del P.d’A. era stata adottata per impedire che l’Ovra continuasse a perseguitare quelli che avevano fatto parte di G.L. e, arrestati e incarcerati questi, quanti erano sospetti d’aver avuto rapporti con loro.

Convegno. Il primo convegno del Partito d’Azione ebbe luogo a Firenze il 5 e il 6 settembre del 1943. Era un convegno, e non un congresso, e non era neppure propriamente nazionale. Il convegno era clandestino, e si tenne il primo giorno nella casa di Carlo Furno, e il secondo in quella di Enzo Enriques Agnoletti. Il primo giorno presiedeva Bauer, il secondo Leone Ginzburg. Tutto questo è nel ricordo dei presenti: il resto è imprecisabile e incerto.

Discutere. Il convegno dimostrò quanto fosse difficile, nel lungo periodo di una dittatura di polizia, discutere in molti, trovare una linea politica comune di pensiero e di azione e di concludere, politicamente, fra compagni provenienti da luoghi ed esperienze e cultura differenti.

Re. Un delegato, e fra i più noti, nel suo intervento, sostenne la repubblica, previa abdicazione del re e del principe, con la reggenza del figlio del principe. Quando io osservai che, così, egli votava per la monarchia, si considerò offeso. Allora, e anche dopo un po’ di tempo, non per tutti era chiaro che con l’abdicazione del re e insieme anche quella del principe, non si faceva un passo avanti verso la repubblica, ma tre passi indietro.

Comando Supremo. La fuga del Comando Supremo del 9 settembre, con l’occupazione del Sud liberato dai tedeschi, è stato il vero colpo di Stato di quel periodo. Un Comando Supremo che fugge improvvisamente, senza neppure informare il Consiglio dei ministri, tanto da dimenticare nei cassetti d’ufficio documenti militari segreti e persino il timbro a secco dello Stato Maggiore dell’esercito, non può animare al combattimento.

Liberi. «La fondazione di una società di uomini liberi in cui l’eguaglianza politica e sociale dei cittadini segni la fine della oppressione dell’uomo su l’uomo... interpreti innanzi tutto le aspirazioni di giustizia e libertà dei lavoratori, operai, contadini, artigiani, tecnici, intellettuali e quanti altri vivono del proprio lavoro senza sfruttare il lavoro altrui» (il secondo punto del programma del Partito d’Azione dopo la liberazione di Roma).

Compito. Il compito del Partito d’Azione può considerarsi assolto, con la negazione integrale del regime fascista, con la Resistenza individuale e collettiva armata, e coll’intransigenza repubblicana che ha portato alla costituzione democratica. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente il P.d’A. non avrà che 9 deputati di cui 7 eletti nel collegio nazionale.

Scissione. La scissione era presto o tardi inevitabile. Un movimento interclassista, anche se di sinistra, è portato alle contraddizioni interne che lo lacerano alla scissione, in Italia e altrove. Solo una fede religiosa può legare gli associati di un partito interclassista più lungamente, ma non per sempre. Tuttavia, la scissione non si sarebbe avuta, se quelli che l’avevano provocata fossero stati di maggiore esperienza politica.
Notizie tratte da: Emilio Lussu, Sul partito d’azione e gli altri. Note critiche , Mursia, Milano,
pagg. 262, € 17

il manifesto Alias 1.5.16
Jacques Lacan, incandescenza del reale
Psicoanalisi. Dieci incontri in forma di saggio con il maestro francese: un libro di Alex Pagliardini
di Rocco Ronchi

Da tempo, ormai, intorno all’opera di Jacques Lacan si è andato concentrando un interesse che va ben oltre i confini della psicanalisi, di cui Lacan è stato un impareggiabile maestro. Lo si deve, senza dubbio, al fatto che alla formazione di quel pensiero hanno concorso in modo determinante altri saperi: dall’antropologia alla linguistica, alla filosofia, per arrivare, infine, alle matematiche e alla biologia. Tuttavia, non è soltanto in ragione di questa ricchezza di riferimenti teorici che la psicanalisi lacaniana è così trasversalmente presente nel dibattito intellettuale: la sua centralità si deve a un’altra ragione, una ragione speculativa. Per quanto possa essere forte la tendenza a evadere i problemi essenziali, ogni epoca è infatti chiamata prima o poi a una resa dei conti. Ci sono urgenze che non dipendono dalla buona volontà degli uomini ma sono inscritte nella natura delle cose. Ci sono domande che devono essere poste. Anche le epoche, come gli esseri umani, percepiscono che il tempo è scarso e che, come disse Seneca, la vita rischia esaurirsi in una vana attesa, senza mai essere stata veramente vissuta.
La domanda speculativa è allora quella che chiede cosa sia veramente reale per noi, cosa «valga» per noi come indiscutibilmente reale. Per un lunghissimo periodo della storia questa domanda ha avuto come risposta: Dio. Dio era il massimamente reale per un uomo del Medioevo. La modernità gli ha sostituito la storia, l’uomo al lavoro, artefice del proprio destino. Quanto ai tempi attuali, i post-moderni” ci hanno insegnato che è il senso dell’irrealtà a prevalere. Neanche le catastrofi sembrano sfuggire a questa dimensione immaginaria. Ma nessuna epoca, nemmeno la nostra, può differire all’infinito la questione del reale. Prima o poi lo deve incontrare. Jacques Lacan diceva di sé, come teorico, di aver inventato un solo concetto: quello di «reale». Per questo è diventato un imprescindibile punto di riferimento del pensiero speculativo contemporaneo. Ne è prova anche l’ultimo lavoro di Alex Pagliardini, Il sintomo di Lacan Dieci incontri con il reale (Galaad edizioni, pp. 382, euro 16,00). L’autore è uno psicanalista, non un filosofo, dunque la sua è una preoccupazione soprattutto clinica, riguarda la domanda che viene posta da qualcuno che si presenta nel suo studio portando con sé un disagio di cui ignora la causa. Tuttavia, se leggiamo la definizione di pratica analitica alla fine del primo capitolo, dedicato alla nozione di trauma, non abbiamo dubbi sull’intenzione speculativa che attraversa il testo di Pagliardini. «La pratica analitica – scrive – deve produrre l’impossibile, incontrarlo come tale». Lo stile espositivo è perentorio: invece di nascondersi nelle pieghe della sfuggente scrittura lacaniana o, ancora peggio, di mimarla, Pagliardini osa dire in modo diretto, prendendo posizione.
In quella secca definizione si dice innanzi tutto che la meta della pratica analitica è incontrare il reale come tale; e si dice anche che il reale è quell’impossibile che bisogna produrre nel corso dell’analisi. L’analisi, infatti, non è dialogo, non è conversazione, non mira alla produzione di un senso condiviso. L’analisi non è «esperienza vissuta». Tutte queste interpretazioni, care a una certa psicanalisi «umanistica», perdono di vista l’elemento propriamente traumatico, il valore di «evento» che una buona analisi dovrebbe invece sempre comportare e che lo psicanalista, soprattutto se lacaniano, deve sapere produrre. «Impossibile» è così una buona approssimazione alla natura del trauma, perché indica l’accadere di qualcosa che eccede la capacità rappresentativa del soggetto: non è l’irreale, ma il reale portato al suo punto di incandescenza, un reale così massimamente reale da non essere più nemmeno a misura del soggetto (non più «possibile», quindi), un reale che incide il soggetto, marchiandolo a fuoco. La filosofia speculativa questo impossibile se lo era figurato nella forma del sublime, che – dopotutto – non è altro se non l’eccesso del reale all’opera. Per questo Pagliardini non considera il trauma nella sua dimensione empirica: non è un fatto – scrive – non è un accadimento nel tempo lineare (la cosiddetta scena primaria che segnerebbe l’esistenza del nevrotico).
Il suo piano è, come direbbero i filosofi, trascendentale. In alcune, intense pagine, Pagliardini mostra come il trauma non smetta mai di accadere nel corso di «una vita», proprio perché esso, come tale, ha la forma dell’accadere «puro» e non della cosa «accaduta». La cattiva psicanalisi è invece quella che confonde i due piani mettendo il blablabla del «senso» dove c’è «evento» e cercando di addomesticare l’impossibile. Le parole che nel testo di Pagliardini ricorrono con più insistenza nei momenti topici della sua argomentazione provengono tutte dalla filosofia: l’inconscio, scrive, è atto e, precisamente atto in atto, la sua dimensione non è quella della materia ma quella della energheia, dell’attività. Esso va colto sotto il profilo del divenire, ma è un divenire, scrive Pagliardini, che non è uno scorrere bensì un fieri, vale a dire una causalità creatrice di effetti imprevedibili. Non è solo questione di echi evocati bergsoniani o gentiliani, peraltro insoliti tra gli psicanalisti lacaniani, ma di una proposta (indiretta) di revisione della metafisica sottesa dalla psicanalisi: se la pratica analitica incontra il reale, corrispondendo in tal modo a un’urgenza che l’epoca sente ormai come indifferibile, dovrà dotarsi di una concettualità adeguata a questo scopo speculativo.
Corriere La Lettura 1.5.16
Gaël Giraud, 46 anni, un normalista gesuita ex banchiere ed ex cooperante in Ciad
La bistecca di manzo va di traverso al mondo
intervista di Stefano Montefiori

L’Agenzia francese per lo sviluppo (Afd) è un’istituzione pubblica, il maggiore strumento dello Stato per promuovere la lotta contro la povertà e l’aiuto alle regioni in difficoltà in Africa, Medio Oriente, America Latina, Caraibi e territori e dipartimenti d’Oltremare francesi. Di solito questi organismi sono guidati da personalità integrate al sistema di potere, chiamate a mettere in pratica le politiche del governo. L’estate scorsa invece il posto di capo economista è andato a Gaël Giraud, 46 anni, un normalista gesuita ex banchiere ed ex cooperante in Ciad, esperto della teoria dei giochi e specialista di matematica finanziaria, un uomo decisamente fuori dal coro, che nel libro Transizione ecologica (edito in Italia da Emi) spiega come il superamento del mondo come lo abbiamo organizzato finora sia la condizione indispensabile per evitarne il crollo completo.
Perché è così poco ottimista?
«Perché è evidente che le cose non funzionano. Con i miei collaboratori qui all’Agenzia per lo sviluppo stiamo riscrivendo il modello proposto da Dennis Meadows nel libro Il rapporto sui limiti dello sviluppo (commissionato al Mit dal Club di Roma e pubblicato nel 1972, ndr ). Meadows spiegava che l’uomo stava sfruttando troppo le risorse naturali e che ci sarebbe stato un crollo entro il 2050. Ebbe un enorme successo di pubblico, ma gli economisti se ne sono lavati le mani. Eppure il modello di Meadows, quarant’anni dopo, funziona ancora».
E questo che cosa implica?
«Che se non ci saranno cambiamenti decisivi, avremo disastri epocali nei Paesi del Sud entro il 2050. Non saremo capaci di nutrire i 9 miliardi di persone che vivranno sul pianeta».
Come mai?
«L’aumento del livello degli oceani inonderà zone agricole molto ricche, per esempio il delta del Mekong in Vietnam; lo scioglimento dei ghiacciai eliminerà le riserve di acqua dolce che alimentano i tre fiumi Yangtze, Gange e Indo, e un miliardo di persone vivono grazie all’acqua di questi fiumi. Centinaia di milioni di rifugiati climatici si sposteranno ovunque nel pianeta. Poi c’è un terzo tema, l’estensione dei deserti come il Sahara e il Sahel. La guerra in Siria oggi la possiamo benissimo comprendere come in parte dovuta alla siccità. Il regime degli Assad durava da decenni, perché la rivolta è scoppiata nel 2011? Perché la pace sociale non era più assicurata. Una buona parte dei migranti di oggi sono già dei rifugiati climatici. Il deserto dei Gobi in Mongolia adesso è a 240 chilometri da Pechino, ma si avvicina sempre di più».
Quale giudizio dà della Cop21? Non è stato un riconoscimento di questi pericoli?
«La Cop21 è stata un enorme successo, per la prima volta è stato raggiunto un accordo, ma allo stesso tempo tutto resta da fare. Inutile raccontarci delle storie, la soglia dei due gradi di riscaldamento climatico verrà superata comunque, il punto è vedere quanto ampiamente. Ci saranno trasformazioni enormi, brutali».
Impossibili da evitare?
«No: le soluzioni ci sarebbero, solo che i governi pensano solo alla gestione quotidiana e mai al medio-lungo termine. Bisognerebbe eliminare immediatamente il carbone come fonte di energia, arrestare la deforestazione e smettere ben presto di mangiare la carne bovina. Nei prossimi anni dovremo scegliere se utilizzare il suolo per produrre biocarburanti, cibo per uomini o cibo per animali, non potremo fare tutt’e tre le cose. E se scegliamo di adibire la terra a produrre cibo per le mucche, sarà per offrire carne rossa ai molto ricchi e questo non è accettabile. Trovo più facile dire a un miliardario di smettere di mangiare carne rossa che dire a un etiope di smettere di mangiare del tutto».
Qual è il suo rapporto con il governo che l’ha nominata neanche un anno fa?
«Per adesso mi fanno lavorare… Ma tutti i governi europei sono anestetizzati, non hanno alcuna strategia. Questo ci porta dritti contro il muro. La burocrazia è una potenza che si autoalimenta senza alcuna visione. I funzionari lavorano come dei pazzi, ma senza affrontare i problemi veri. Oggi capisco la fine della civiltà dell’isola di Pasqua, come l’ha descritta Jared Diamond. Come è possibile che gli abitanti abbiano tagliato tutti gli alberi che erano l’unica risorsa rinnovabile dell’isola di Pasqua? Quando vedo l’autismo e la stupidità delle amministrazioni pubbliche mi dico che è possibile».
Lei è noto per le critiche ai suoi colleghi economisti. Che cosa rimprovera loro?
«Sono fermi alle teorie di un secolo e mezzo fa, che da tempo non funzionano più. La crisi finanziaria è stata affrontata dicendo alle banche centrali: inondate il mercato interbancario di liquidità, di soldi. E gli economisti mainstream non hanno minimamente protestato. Solo adesso comincia ad aprirsi un dibattito sul quantitative easing per i consumatori, cioè soldi da dare direttamente alle famiglie e non alle banche, ma ormai siamo nel 2016, questo dibattito avremmo dovuto averlo otto anni fa».
Pensa che ci sarà una nuova crisi finanziaria?
«Mi pare inevitabile, la separazione tra la sfera finanziaria e quella reale è tale che non può resistere a lungo. C’è un super indebitamento del sistema privato negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa, prima o poi scoppierà. Per adesso tutto tiene perché le Banche centrali prestano a tassi negativi. È una piramide di Ponzi, chi ha debiti può indebitarsi ancora di più per pagare i suoi primi debiti. Finché le banche centrali continuano ad alimentare la piramide può durare abbastanza a lungo, ma alla lunga è insostenibile perché questi miliardi creati dalle banche centrali non arrivano poi nell’economia reale. Perché per esempio le banche francesi riflettono sulla possibilità di passare completamente alla moneta elettronica, senza contante? Perché vogliono poter prelevare un tasso di interesse sui depositi, per compensare il fatto che oggi i prestiti sono a tasso quasi negativo. Molte persone saranno tentate allora dal ritirare i soldi dal conto in banca, preferendo mettere le banconote sotto il materasso. Allora, ecco l’idea di eliminare le banconote sostituendole con la moneta elettronica».
Chi condivide la sua analisi?
«In Francia gli economisti Frédéric Lordon, per esempio (vicino al movimento della Nuit Debout, ndr ), e Jean Gadrey. Il sistema può durare ancora qualche anno, ma se non corriamo ai ripari, ci aspettano catastrofi naturali e rivoluzioni sociali».
Corriere La Lettura 1.5.16
Il bonapartismo è ancora qui
L’Europa non è al sicuro, la democrazia è un’acquisizione recente
Ágnes Heller parla di diritti, migranti e islam: ci salverà Berlino
intervista di Danilo Taino

Ai tempi del nonno di Ágnes Heller, «in Bosnia i cristiani andavano dai vicini musulmani a fumare; e i musulmani dai vicini cristiani a bere vino». La filosofa ungherese, che il 12 maggio compirà 87 anni, lo racconta per dire che non è sempre stato come oggi, in Europa. Nell’impero asburgico, popoli ed etnie vivevano fianco a fianco. Poi, però, tutto finì comunque in tragedia. È che «il mondo è sempre stato un posto pericoloso, chi pensa il contrario non ha mai letto un libro di storia», dice.
La casa di Budapest della signora Heller ha un largo terrazzo sul Danubio, nel lato di Pest: di fronte, sulla sponda di Buda, l’università tecnica e il museo di Storia naturale. È una mattina di sole. Nel pomeriggio andrà al funerale di Imre Kertész, scrittore e premio Nobel, morto il 31 marzo e seppellito venerdì 22 aprile. Prima, si siede a un tavolo tondo colmo di libri e di fogli per questa intervista, nella quale intravede un futuro buono per i Paesi anglosassoni, incerto per l’Europa.
Sembra che nel mondo ci sia desiderio di uomini forti: Putin in Russia, Erdogan in Turchia, Al-Sisi in Egitto, Orbán qui in Ungheria, Xi Jinping in Cina, Trump in America.
«A parte il caso di Trump, uomini forti ci sono sempre stati in questi Paesi, niente di nuovo. Anche in Europa ce n’erano, ora non più. C’è una donna forte in Germania, ma è profondamente democratica».
La democrazia sembra avere un problema, però. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica si espandeva. Ora è in ritirata.
«Era un’illusione che la democrazia avanzasse. Cambiano i modi in cui il potere si manifesta, ma la sostanza tende a restare uguale».
Non vede una crisi della democrazia, nel mondo?
«Gli anglosassoni vivono nella democrazia e continueranno a viverci. Per loro la democrazia e i diritti civili sono fondati nella costituzione, non nello Stato. La crisi è in Europa, dove la democrazia non è una tradizione, dove ancora oggi il bonapartismo non è scomparso. Non possiamo dimenticare che per Paesi come la Spagna, il Portogallo, la Grecia la democrazia è un fatto degli scorsi 40 anni. Anche in Italia e in Germania è relativamente nuova, per non dire dell’Europa dell’Est. Il ruolo del costituzionalismo si vede bene nell’approccio agli immigrati».
In che senso?
«Integrazione non significa avere tutti gli stessi vestiti o dire tutti le stesse preghiere. Significa semplicemente rispetto delle leggi. Che non c’è religione che superi la legge. E che tutti gli ospiti devono rispettare le regole della casa: mantenere le proprie tradizioni nella legge. In America e in Australia succede. In Europa no, perché il costituzionalismo è più debole. In Francia una ragazza non può andare a scuola con il chador. In America sì; però deve obbedire all’insegnante. È fondamentale che al centro ci sia la legge. Poi, il chador o la croce non sono un problema dello Stato. Sì, sono liberale: non dobbiamo avere paura delle culture diverse».
Torniamo a Trump. Anche in America sembra esserci voglia di un uomo forte.
«Trump è un peronista e su quella base mobilita le masse. Ma non diventerà presidente. Quello che è interessante negli Stati Uniti è che molta gente è insoddisfatta e per questo sostiene Trump o un ebreo socialista come Sanders. Perché non riconosce più l’establishment. È la prima volta che in America c’è una sfiducia così forte nell’establishment. Ma non è una crisi politica, è una crisi economica. Abituati a credere nelle possibilità infinite, gli americani sono di fronte a una mobilità che era fondata sull’istruzione e ora si è molto ridotta. Perché l’istruzione costa troppo. Ma in discussione non è la democrazia. L’America non abbandonerà la democrazia, non ha una tradizione bonapartista. Lo stesso vale per la Gran Bretagna. In Europa, invece, tutto è possibile. Non vedo un continente dominato dall’islamismo, ma una vittoria della destra e un’Unione Europea illiberale sono possibili».
A proposito, ha letto il romanzo di Houellebecq, «Sottomissione»?
«Sì, è un bel libro. Ma l’ho letto come un avvertimento, non come una previsione. Nel senso che l’islamismo è totalitario, ma non è il pericolo maggiore che corre l’Europa, dal punto di vista della sua possibilità di accettare una sottomissione. Si è già sottomessa ai fascismi, al nazismo, al bolscevismo. Non è impossibile che si sottometta all’islamismo, però lo ritengo improbabile. Le questioni della razza, dello scontro di classe, del nazionalismo esistevano come tradizione in Europa e su di esse quelle ideologie si sono sviluppate e affermate. L’islam no, non è nella tradizione europea. Non credo che sia un vero pericolo. Ma bene l’avvertimento di Houellebecq».
Forse, proprio per il passato fascista, nazista, bolscevico, abbiamo anticorpi contro la sottomissione.
«No, non credo all’antidoto. Qui nell’Est europeo sappiamo bene che coloro che si sottomisero al nazismo si sottomisero poi anche al bolscevismo».
Veniamo alla questione dei rifugiati. Iniziamo proprio con l’Europa dell’Est, dove il loro rifiuto sembra più forte. Cosa succede?
«Alcune differenze tra i Paesi dell’Est europeo ci sono. Gli ungheresi ad esempio hanno paura degli immigrati, ma non di Putin; i polacchi, invece, hanno paura di entrambi. Diversità che dipendono da ragioni storiche. Ma tutti questi Paesi hanno un passato comune, l’occupazione sovietica e il paternalismo. Non hanno affrontato il loro passato durante la guerra, non ne hanno mai discusso, non sono arrivati a dire basta al nazionalismo. Il nazionalismo ha iniziato a imporsi sotto l’impero asburgico, ma i popoli allora vivevano fianco a fianco. È dopo la Prima guerra mondiale che sono emersi gli Stati nazionali, etnicamente omogenei, che hanno negato il passato di convivenza. Ora, questi Paesi difendono lo Stato nazionale per difendere le loro omogeneità etniche: ritengono che se arrivano estranei perderanno i vantaggi dello Stato nazionale. L’omogeneità etnica non è razzismo, ma ha a che fare con esso. In questi Paesi, i governi non parlano mai di rifugiati, ma sempre di migranti che distruggono la società e portano una cultura parallela».
Non è solo una caratteristica dell’Est.
«No. Tutti gli Stati nazionali tendono a parlare di culture parallele e a temerle. In Europa l’eccezione è la Svizzera, che infatti non è uno Stato nazionale. In Italia questo aspetto sembra essere meno forte tra la popolazione, forse perché il vostro è uno Stato nazionale più tardo e meno forte. Non c’è invece questione di cultura parallela in America o in Israele. Ma da noi si è affermata un’ideologia di comodo: qui, quando dici islam dici Parigi e Bruxelles, gli attentati. Identificare islam e terrorismo è una concezione del tutto errata, empiricamente: gli iraniani non si fanno esplodere, solo certi arabi lo fanno. Però è un’identificazione che sostiene la demagogia».
Che opinione ha della cancelliera Merkel?
«Una gran donna. Non era probabilmente del tutto cosciente della portata della decisione di aprire le porte ai rifugiati, ma la sua è stata un’ottima decisione. Il suo cuore è nel posto giusto. Però ha fatto errori, non aveva un piano, probabilmente. Ma mi pare la leader migliore in Europa. È che la Germania ha fatto una riflessione enorme sul proprio passato e l’ha rifiutato. I tedeschi sono diventati un popolo diverso. Il che non risolve il problema dell’Europa, perché per stare ritti non basta un piede, ne servono almeno due: ma oggi la Francia è attraversata da un nazionalismo di destra e di sinistra molto più forte di quello tedesco».
Come legge le tensioni nazionaliste che crescono in tutta Europa?
«Nel XVIII secolo si è sviluppato e ha preso piede l’universalismo, abbracciare tutti. Nel Flauto Magico , Mozart poteva musicare la frase riferita a Tamino, “è più di un principe, è un uomo”. Ma subito dopo arriva la Nazione Tedesca di Fichte. Universalismo e nazionalismo sono nati assieme e gli europei tendono a ubbidire a questa dualità. È la ricerca di un compromesso tra i diritti dell’uomo e lo Stato. Caratteristica europea, perché i diritti umani sono basati sullo Stato nazionale e non sulla costituzione».
Oggi ha più senso parlare di divisione tra destra e sinistra o tra nazionalisti e globalizzati?
«Destra e sinistra sono categorie tradizionali che ora hanno contenuti diversi, collegati più ai modi di vita che all’economia. La destra è più per famiglia e religione, la sinistra più per modernizzazione e piacere della vita. Ma la questione capitalismo versus collettivismo è sparita, l’Europa ha di fatto accettato l’americanizzazione. Quanto alla globalizzazione, sì, la cultura è globalizzata, sia quella alta sia quella bassa; come l’economia e la tecnologia. Ma non sono globalizzati i modi di vita, basati sulla tradizione: non possono esserlo. Anche nell’impero romano all’assimilazione seguì la disassimilazione. Ciò può essere una buona cosa, le differenze non sono un male».
Non sono passi indietro?
«Il progresso della natura umana è un’illusione dell’universalismo. È meglio la realtà dell’illusione. Nel mondo ci sono strutture diverse, anche strutture di omicidio di massa, masse di poveri mobilitate dalle élite. Servono le radici delle libertà democratiche per limitarle e prevenirle. Ma non illudiamoci di andare verso una società giusta: non esiste la società giusta, niente è perfetto. In Europa possiamo trattare i problemi, ma non risolverli. La vita non può essere risolta».
Un mondo di incertezze.
«Gli anglosassoni sono al sicuro. L’Europa non lo so. Ma ho fiducia nei tedeschi».
Corriere La Lettura 1.5.16
Marina Cvetaeva
Tanti baci al vampiro innamorato

Ogni volta che si legge Marina Cvetaeva si resta sorpresi e un po’ intimoriti. Si tratti dei versi, delle lettere, della riflessione sulla poesia, ogni cosa viene portata all’estremo, quasi toccasse un punto limite al di là del quale non potrebbe più essere non solo accettata ma perfino compresa. La fascinazione per la sua integrità etica ed estetica, per l’altezza del pensiero, per l’intensità dei sentimenti e la determinazione delle scelte, si unisce così a un senso d’incredulità e d’inadeguatezza. C’è in lei qualcosa di arduo e di smisurato, ed è proprio questo a fare paura.
Così, quando a proposito della prima versione del poema Il ragazzo , afferma che si tratta di un «mostro strano», di un «poema terribile», riconosciamo subito di trovarci in quel territorio di sacre e vertiginose conquiste che più le appartiene. «Non un poema: un’ossessione, e non sono stata io a finirlo ma lui a finire me», scrive ad esempio a Boris Pasternak, a cui era stato dapprima dedicato.
Come in ogni evento della sua esistenza, anche l’elaborazione di quest’opera non è stata senza martirio. Tra la fine del 1922 e l’inizio dell’anno successivo, aveva scritto in russo un poema intitolato Il Prode , che sarebbe poi uscito a Praga nel 1925. Quindi tra il 1929 e il 1930, durante il lungo e difficile esilio in Francia, lo aveva tradotto o più propriamente riscritto in francese, cambiando tra le altre cose il titolo in Le Gars , cioè appunto Il ragazzo . Tuttavia, con grande dolore della Cvetaeva, che fin da subito gli aveva attribuito un ruolo decisivo nello svolgimento della sua poesia, proprio per la sua inadattabilità a qualsiasi canone poetico à la page non riuscì mai a trovare un editore. Verrà invece pubblicato largamente postumo, sempre in Francia, nel 1991.
Di tutte queste vicissitudini, nonché dei principali argomenti legati al poema, rende ragione con molta esattezza Annalisa Comes, che ne ha curato una nuova edizione per Le Lettere. Già da tempo la scrittrice aveva lavorato con la sua poesia sul folklore russo. E in questo caso il racconto di riferimento è una delle Fiabe popolari russe di Aleksandr Afanas’ev, dal titolo Il vampiro .
In realtà, il suo interesse è del tutto anti-folkloristico, dal momento che intende rivelare a se stesso il cuore di un intreccio che la tradizione popolare ha in qualche misura addomesticato e reso edificante, vale a dire accettabile. Al contrario, la Cvetaeva non aspira a garantire alcuna coesione comunitaria né a rispettare l’ordine stabilito delle convenzioni. Come sempre, ha di mira l’assoluto, e nient’altro. Rispetto alla fiaba che racconta l’amore della bellissima Marusja per un giovane vampiro, nel poema l’essenziale viene infatti capovolto: la passione risulta irresistibile e la storia diventa quella di una trasformazione e liberazione non, come nella fiaba, dall’amore, bensì attraverso l’amore.
«Questa è la storia di una giovane umana che preferì perdere i suoi cari, se stessa e la sua anima piuttosto che il suo amore. […] Di una umana divenuta inumana. Di un dannato divenuto umano», scrive nella sua prefazione. L’amore, che è non solo il tema fondamentale ma il movente stesso della scrittura del Ragazzo , viene inteso qui come un’energia insieme sublime e distruttiva che non conosce mezze misure, a cominciare dalla misura stessa del verso, che impone infatti la sua diversa e particolarissima legislazione.
Un verso antico? Un verso nuovo? Difficile rispondere. Certo è che se preso dal punto di vista delle convenzioni poetiche, tutto risulta straordinariamente eslege. Eppure ogni sequenza, ogni slogatura del discorso, ogni accensione, ogni trattino, ubbidiscono a una legge interna la cui autorevolezza non ammette smentite: i versi brevi, l’insistenza delle rime e delle sillabe accentate, un ritmo veloce e incalzante, a dire della premura dei personaggi e del soffio della loro voce, ma anche a renderli un poco straniati, come se le loro parole li portassero almeno un poco al di là di se stessi.
E altrettanto deve dirsi sotto l’aspetto linguistico, perché la Cvetaeva fa di una lingua altamente normativa e codificata come il francese un territorio di deviazioni e trasgressioni continue. Trasgressioni, sì, ma poi ricomposizioni su un piano diverso, e più alto: quello appunto dell’amore e, per la Cvetaeva senz’alcuna differenza, della poesia. «Un cuore/ Un corpo/ Accordo/ Volo// Uniti/ Stretti/ Al cielo/ Senza fine». Non è possibile per lei immaginare altra conclusione che questa, lieta o funesta che sia.
La Stampa 1.5.16
“Quel meteorologo è troppo brillante. Spediamolo subito in un gulag”
La storia di Aleksej Vangengejm, comunista convinto e geniale anticipatore dell’energia eolica Popolarissimo nell’Urss, fu mandato a morire da Stalin come capro espiatorio della carestia
di Mirella Serri

Il socialismo, diceva Lenin, era il potere dei soviet più l’elettrificazione. Per il meteorologo Aleksej Feodos’evich Vangengejm invece era i soviet più le energie rinnovabili. Già, proprio così. Scienziato assolutamente d’avanguardia, creatore di un’impresa mastodontica come il Servizio idrometeorologico unificato dell’Urss, in anticipo sui tempi, Vangengejm aveva progettato di fornire l’energia elettrica non secondo i metodi più tradizionali ma con una foresta di pale eoliche che andasse dallo stretto di Bering e dalla Kamchatka fino alle coste del Mar Nero.
Proposte avveniristiche per gli Anni Trenta: eppure Vangengejm è stato completamente dimenticato. «Nel 1934 - scriveva - avrei dovuto concludere il primo atlante della distribuzione dell’energia dei venti in Urss. Sarà sicuramente pubblicato. E così sarà per il catasto del sole… Ben presto i vasti territori dell’Unione Sovietica saranno elettrificati dall’energia del vento. Senza di me, però», rilevava.
Niente di più vero: mentre redigeva queste note era diventato il numero 34776 che accompagnava la sua foto segnaletica nel carcere «a regime speciale» delle isole Solovki, il primo Gulag. Ma quali gravi colpe poteva aver commesso uno studioso di variazioni climatiche? A raccontare adesso la storia del Meteorologo (Bompiani, € 18, pp 174) è lo scrittore Olivier Rolin il quale ha ritrovato nella biblioteca del lager dove Vangengejm fu rinchiuso, le commoventi lettere alla figlia Eleonora (divenuta una famosa paleontologa, si suiciderà a tarda età nel giorno della ricorrenza dell’arresto del padre). Autore di numerosi romanzi, Rolin si è formato nei combattivi Anni Settanta e ha militato nella radicale «Sinistra proletaria» francese. Ora ha lavorato intensamente per riportare alla luce la vicenda del meteorologo finito nella rete dei processi staliniani non solo per la singolarità di questa storia ma anche per tributargli uno speciale omaggio: quello della sua generazione e di tutti coloro che nel Novecento per tanto tempo hanno chiuso gli occhi e volutamente ignorato «la storia atroce di ciò che fu il socialismo reale».
Studente assai brillante, Vangengejm aveva cominciato a farsi notare occupandosi di pluviometria, di igrometria e di pressione barometrica. Nella Prima guerra mondiale fu a capo del servizio meteorologico in Galizia e le sue conoscenze in battaglia furono fondamentali: prevedere pioggia e vento serviva a rendere efficaci e precisi gli attacchi con i gas mortali.
Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, Vangengejm, che condivideva gli ideali del regime comunista, diventerà un personaggio cardine per lo sviluppo dell’agricoltura socialista con i bollettini radio da lui ideati, con la creazione di stazioni meteorologiche e il servizio per l’intero Paese, che lui chiamava «mio caro bambino sovietico». Il meteorologo divenne una personalità di spicco, amico e frequentatore delle massime autorità sovietiche - da Gor’kij alla Krupskaja, la vedova di Lenin, al commissario del popolo per l’educazione, Lunacharskij, a Stalin. I suoi studi, sempre in anticipo sui tempi, andavano dal rapporto tra salute e ambiente, allo sviluppo dell’energica eolica e solare che «permetteranno - annotava - di lottare contro la siccità e contro il deserto, là dove si trovano venti forti e caldi e dove è assai difficile far pervenire carburante per i motori. Ben presto i grandi territori dell’Unione Sovietica saranno tutti elettrificati grazie all’energia alternativa». Nel momento in cui lo arrestarono aveva in tasca alcuni importanti articoli scientifici proprio su questi temi.
Le accuse contro di lui? Era colpevole di sabotaggio del Servizio idrometeorologico, di previsioni intenzionalmente errate per danneggiare le coltivazioni, di distruzione della rete delle stazioni (da lui stesso costruita) per prevenire la siccità. In realtà aveva pubblicato sulla rivista da lui diretta l’articolo di uno studioso che, sostenendo una teoria innovativa sulle depressioni atmosferiche, non aveva citato il pensiero di Lenin e Stalin. Ma c’erano anche i colleghi invidiosi che lo denunciarono come controrivoluzionario e c’era, soprattutto, il desiderio, da parte di Stalin, di addossare i danni delle carestie e della collettivizzazione forzata a un capro espiatorio.
Vangengejm proverà a resistere, poi confesserà sotto tortura. Condannato a dieci anni di lavori forzati, con il suo bagaglio che consisteva in un fazzoletto fu spedito nel campo di lavoro da cui sperava di tornare nel 1944. Ma dopo tre anni di sofferenze in una cella senza cibo, torturato dal gelo e dalla fatica sarà deportato altrove, senza alcun diritto alla corrispondenza. Sparì nel nulla. Quando nel 1956, l’anno della denuncia dei crimini staliniani, la sua pratica fu riaperta, il tribunale militare decretò: «Il caso è chiuso perché il fatto non sussiste. Vangengejm Aleksej Feodos’evich è riabilitato a titolo postumo». Insomma non aveva fatto niente.
«Il mio nome scomparirà senza lasciare traccia», aveva scritto alla figlia che sarà messa al corrente della sua vera fine solo dopo sessant’anni. Verrà a sapere che suo padre era stato preso a bastonate, poi era stato portato tutto nudo in un bosco e fucilato. Il suo nome e le sue idee furono depennate da tutte le pubblicazioni scientifiche. Con grave danno proprio per le conquiste del socialismo in cui Vangengejm aveva tanto creduto.
Corriere 1.5.16
La Rivoluzione Culturale 50 anni dopo
Confessioni di una Guardia Rossa
di Guido Santevecchi

PECHINO Wang Jiyu ha 65 anni, è alto, asciutto, abbronzato, molto gentile. Mi aspetta davanti al cancello del centro ippico che dirige nella campagna intorno a Pechino. Wang alleva cavalli e nel suo club vengono i ricchi della nuova Cina. È sudato, è appena smontato da Ali, baio di razza australiana: «Lo adoro, perché è mio». Stringe la mano con cordialità e forza. Quella mano cinquant’anni fa impugnava un bastone insanguinato. Wang è anche un assassino: quando era una Guardia Rossa ha ucciso un coetaneo di un gruppo rivale.
Erano i tempi della Rivoluzione Culturale, che secondo la storia ufficiale fu lanciata da Mao Zedong il 16 maggio 1966 per purgare il Partito comunista dagli «elementi borghesi infiltrati nel governo e nella società». In realtà Mao voleva riaccentrare tutti i poteri eliminando gli avversari politici come Deng Xiaoping e Liu Shaoqi. «Bombardate il quartier generale», disse ai giovani. I ragazzi furono entusiasti di eseguire trasformandosi in carnefici, picchiando e torturando professori, intellettuali, borghesi, revisionisti. Ci furono due milioni di morti in Cina tra il 1966 e il 1976; e figli che denunciarono i genitori; e umiliazioni pubbliche; e gente che si tolse la vita non potendo più sopportare la brutalità. Quel decennio di orrore è un tabù per il Partito comunista, contrario a ogni commemorazione nel timore che cinquant’anni dopo si cominci a discutere della sua legittimità: «Ci sono stati errori dovuti al deviazionismo di sinistra, non serve più parlarne», ha ammonito pochi giorni fa la stampa di Pechino. Secondo molti analisti la battaglia di potere lanciata dal presidente Xi Jinping in questi ultimi mesi ricorda la Rivoluzione Culturale, quindi è meglio tacere.
Wang Jiyu invece vuole ricordare, vuole chiedere scusa per aver ucciso un ragazzo come lui. Lo hanno fatto in pochissimi, quasi nessuno in pubblico.
Prima di arrivare a chiedergli di quella mattina in cui a Pechino inseguì e bastonò a morte un altro sedicenne abbiamo discusso di politica e di cavalli. «Sì, l’equitazione è simbolo di diseguaglianza sociale, ma io li allevo perché li amo, il problema è che da noi non c’è protezione per i più poveri». «”Evviva la rivoluzione mondiale”, dicevamo allora. Poi ci insegnarono a gridare “Evviva il presidente Mao”, il suo pensiero aveva conquistato l’anima della gente, era diventato un nuovo imperatore e noi ragazzi le sue Guardie Rosse». E quale pensiero in particolare conquistò Wang, che allora aveva 15 anni? «La comune del popolo, ci sentivamo gli eredi della causa comunista». Però siamo seduti nella bella club house di una tenuta con decine di cavalli, una passione da borghesi. «Sì, è contraddittorio, ma ho trovato una scusa proprio nelle parole di Mao: aveva detto che i giovani dovevano imparare ad andare a cavallo, usare il fucile ed esercitarsi nei grandi venti e nelle grandi onde. E io fin da bambino sognavo un bel cavallo bianco, un buon cane da caccia e girare per il mondo, a prescindere dagli ideali comunisti, che allora erano supremi».
Che cosa fu la Rivoluzione Culturale? «Un disastro, un disastro immane, ha distrutto il nostro senso dell’umanità».
È il momento di parlare di Wang Guardia Rossa e assassino. Il racconto di quel 5 agosto 1967 è lungo, dettagliato, non vuole dimenticare nulla: «Ero a casa a Pechino, venne un compagno e mi disse che alcuni dei nostri erano stati picchiati da un gruppo rivale. Andammo a cercare vendetta. Gli altri erano più numerosi, però non siamo fuggiti, per senso dell’onore credo... uno dei nostri si prese tre coltellate, allora siamo entrati nella palestra della nostra scuola, abbiamo raccolto clave e bastoni della ginnastica». Muove le mani come se avesse in pugno il bastone, nel racconto sorride come se fosse ancora il ragazzo di allora, soddisfatto per il suo coraggio: «Colpivamo e le loro schiene sembravano di cotone». «C’era uno molto alto e bello che mi ha preso con una sassata. Ho gridato “ti uccido” e l’ho inseguito, quello non sapeva fuggire né nascondersi, l’ho raggiunto sul ciglio di una scarpata e l’ho colpito alla nuca, è volato giù come un sacco vuoto, l’ho raggiunto e l’ho colpito ancora, alla fronte, gliel’ho spaccata, vedevo il sangue che schizzava fuori».
«Sono tornato a casa, poco dopo i compagni mi dissero che era morto. Telefonammo alla polizia, ma risposero che avevano altro da fare: proprio quel 5 agosto avevano arrestato Liu Shaoqi. Mi presero solo settimane dopo». Si sente colpevole, pensa di aver espiato? «Sì, sono colpevole. Mi dissero che il ragazzo che avevo ucciso era il figlio di un bravo operaio, non un borghese, non un nero. Forse è stata una fortuna aver ammazzato il figlio di una buona famiglia e non un borghese, altrimenti forse non mi sarebbe dispiaciuto». Dopo pochi mesi Wang fu rilasciato, perdonato dal padre operaio di quel ragazzo caduto come un sacco di cotone.
«La gente ora non può capire, si pensava che fossero reati collettivi, la Rivoluzione Culturale fu come gli ultimi anni della Dinastia Qing dopo la quale l’impero finì. E anche il sistema oggi non può continuare senza riforme. Quelli come me amano la terra e la patria cinese e chi ama di più critica di più». Ci salutiamo parlando di cavalli.
Repubblica 1.5.16
Il mistero della musica e le molecole cerebrali
Un compositore, un neurobiologo e un musicologo indagano la relazione tra attività mentali e creazione di un’opera d’arte, chiamando in causa i neuroni
di Leonetta Bentivoglio

I neuroni magici (sottotitolo Musica e cervello) registra un viaggio di contenuti “alti” trasformandolo in un racconto di cose “naturali”, inerenti alla sostanza esplicita della vita. Non troppi anni fa Umberto Eco e Luciano Berio discutevano l’ipotesi di una “semiologia della musica” senza che nessuno, al di là di certe élite universitarie, desse retta ai due geniali anticonformisti. Oggi non andrebbe così: la scienza adotta apparati di comunicazione accessibili a chiunque, mentre la divulgazione scientifica ottiene successi capillari. Attrae la disquisizione del rapporto musica-matematica, e il mistero del cervello ha acquisito una rilevanza pop da quando ha generato spunti fascinosi e comprensibili come quello dei neuroni specchio.
Il libro accoglie una fetta di tali suggestioni facendole esporre al compositore Pierre Boulez (scomparso di recente), al neurobiologo Jean-Pierre Changeux e al musicista francese Philippe Manoury: tre voci che interrogano i processi intellettuali e biologici sui cui si fonda la nascita di un’opera. Forse l’aspetto più sorprendente del testo sono i pensieri di Boulez, pronto a mostrare un volto ben diverso da quello ostico, enigmatico e ferocemente cerebrale che gli è stato attribuito. Basta seguirlo lungo I neuroni magici per scoprire un uomo spregiudicato, spiritoso e affettivo, la cui gigantesca personalità schiaccia quella di Manoury, artefice di considerazioni marginali. Il vero interlocutore di Boulez è lo scienziato Changeux, concentrato sui fattori elementari del cervello - molecole, sinapsi, neuroni - e sul nesso stabilito con attività mentali e sensoriali come l’ascolto della musica e la sua creazione. Changeux spiega, sul piano dei neurotrasmettitori, la facoltà dell’arte di stimolare il piacere. Denuncia l’intreccio di coscienza e non coscienza nell’atto inventivo. Accosta musica e linguaggio dal punto di vista dell’organizzazione dei segnali lanciati. Indaga i passaggi dalla materia alla forma e dall’intenzione alla realizzazione nel procedimento creativo, evocando studi recenti sull’imaging cerebrale. Traccia analogie tra ispirazione scientifica e musicale. Boulez interviene fornendo elementi ritagliati dalle partiture. S’avventura in giudizi controcorrente prendendosela col dilettantismo di una certa avanguardia fotografata in fase agonizzante (le ultime esibizioni di Cage). O attaccando la sopravvalutazione dell’idea di objet trouvé in ambito musicale. O descrivendo l’interdipendenza fra le parti e il tutto nella “perfetta” opera classica. O scavando nel territorio del ricordo, persuaso che tutti i compositori attingano di continuo alla memoria riorganizzandone il patrimonio all’infinito.
I NEURONI MAGICI di P. Boulez J. P. Changeux P. Manoury CAROCCI PAGG. 216, EURO 19
Corriere Salute 1.5.16
La psicologia dei medici sotto la lente dell’Aifa
di Riccardo Renzi

Se si prendono troppi farmaci o si fanno troppi esami non è solo colpa della medicina difensiva, che induce i medici a coprirsi le spalle, di cattive abitudini dei pazienti o della corruzione. Gli eccessi possono derivare anche da un fenomeno psicologico, l’illusione terapeutica, che porta il medico a sovrastimare i primi risultati positivi (apparentemente) del proprio intervento anche in assenza di una diagnosi certa e di riscontri razionali. È la stessa illusione dei giocatori d’azzardo alle prime vincite. L’idea fu definita già nel 1978 dal medico inglese, K.B. Thomas, ma è stata rilanciata da un articolo del New England Journal of Medicine e ripresa in Italia da un’editoriale dell’Aifa, a firma del presidente Mario Melazzini e del direttore generale Luca Pani. Colpisce il richiamo di due organismi rigorosamente scientifici a un concetto psicologico, non misurabile. Ma lo scopo è mettere in guardia i medici a non giocare d’azzardo con i pazienti. Ricordando quel che diceva Thomas: che «less is more» e che la cura migliore è spesso non fare niente.
Corriere Salute 1.5.16
Un possibile ponte fra le sedute con lo specialista
di D.d.D.

Esistono da tempo software destinati ad aiutare chi vuole modificare i propri atteggiamenti e comportamenti e anche chi soffre di disturbi come depressione e ansia. Sono basati sui principi della psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma hanno il limite di dover essere seguiti davanti a uno schermo, al contrario delle app, utilizzabili ovunque e con tempi più flessibili. «La disponibilità di smartphone e tablet fa pensare che le app possano avere un ruolo nel servizio sanitario pubblico del ventunesimo secolo», dicono Simon Leigh e Steve Flatt, ricercatori di Liverpool che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Evidence Based Mental Health . «Possono funzionare da ponte fra le sessioni di terapia — concludono — migliorare la ritenzione di quanto appreso e l’aderenza al trattamento o semplicemente promuovere l’autonomia del paziente».
Corriere Salute 1.5.16
Sul «lettino» delle psico-app
A livello internazionale sono tra le più numerose e facilmente accessibili
Resta tuttavia ancora da provare quanto siano davvero utili e valide
di Danilo di Diodoro

Tra le migliaia di applicazioni che si possono scaricare sullo smartphone o il tablet, le cosiddette app, molte sono a contenuto sanitario, e una buona parte di esse ha a che fare con la salute psicologica.
Ma come spesso accade quando ci si trova davanti a un nuovo fenomeno, poco si sa del loro livello di sicurezza informatica e della loro affidabilità. Si tratta di semplici giochi elettronici o di veri strumenti di aiuto psicologico?
Un’app che valuta il proprio carattere è credibile? Da chi è stata preparata? Ha alle spalle una verifica scientifica? Un’app che dà informazioni sui disturbi del tono dell’umore da chi è stata scritta? Qualcuno ha controllato che riporti indicazioni corrette?
A livello internazionale le app di carattere psicologico e psichiatrico costituiscono una galassia multiforme che può essere raggiunta con pochi click sia nell’app store di Apple, sia in quello del sistema Android, tanto che la rivista Nature ha dedicato all’argomento una revisione critica.
Va tenuto presente che, secondo studi epidemiologici, circa il 30 per cento della popolazione va incontro nel corso della vita ad almeno un disturbo psicologico, e quasi il 55 per cento di queste persone non ha accesso al trattamento di cui avrebbe bisogno. Una percentuale che nei Paesi in via di sviluppo può raggiungere l’85 per cento.
È evidente quindi che ci sarebbe bisogno di affidabili strumenti di auto-aiuto e che, allo stesso tempo, quello delle app psicologiche rappresenta anche un importante mercato potenziale.
Il sito web inglese NHS Choises riporta una lista di queste app che risultano essere state sottoposte a una qualche forma di verifica. Il sito fa parte del Sistema Sanitario Nazionale inglese (NHS) e dà informazioni di buona qualità su salute e malattia, oltre a orientare nella scelta delle strutture sanitarie, ed è cliccato da 50 milioni di visitatori al mese.
Nella sezione dedicata alle app, c’è ad esempio FearFighter , un corso di auto-aiuto contro fobie e attacchi di panico. È basato sui principi della terapia cognitivo-comportamentale ed è costituito da una serie di sessioni ciascuna della durata di circa un’ora. Spiega come si esplica l’azione negativa dell’ansia sulla mente e sul corpo e dà indicazioni su come affrontarla.
«Ma la tecnologia si sta muovendo più velocemente della scienza» dice Emily Anthes, autrice dell’articolo su Nature . E restano aperti molti problemi per chi vuole provare a usare queste app, perché non sono risolte le questioni riguardanti l’affidabilità e la sicurezza informatica.
«Se ne è già occupato il Garante della privacy italiano nel 2014, nell’ambito di un progetto europeo denominato Sweep Day , e molte preoccupazioni in merito sono state confermate da un recente studio condotto dall’Imperial College di Londra proprio sulle applicazioni disponibili sul sito del NHS» dice il dottor Eugenio Santoro dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.
E poi va considerato che ancora oggi non ci sono molte risposte convincenti per quanto riguarda l’efficacia di queste app. «Un recente studio condotto su 14 app presenti sul sito web del NHS, riguardanti la gestione della depressione e dell’ansia, ha dimostrato che solo quattro contengono dati che ne attestano l’efficacia, mentre solo 2 usano indicatori validati» dice ancora Santoro.
«Altri studi dimostrano invece che applicazioni basate sulla terapia cognitivo-comportamentale aiutano effettivamente a combattere l’insonnia, così come le app sperimentate per tenere in esercizio la mente risulterebbero capaci di migliorare la memoria di persone con schizofrenia. Ma è una goccia nel mare, considerato l’elevato numero di app disponibili», aggiunge l’esperto dell’Istituto Mario Negri.
Particolarmente promettenti per le prove di efficacia che hanno accumulato, appaiono alcune app finalizzate a modificare stili di vita, agendo su alimentazione ed esercizio fisico, o a prevenire malattie croniche, come il diabete. Purtroppo però per chi volesse fare una scelta ragionata, in Italia non esiste un deposito verificato delle app di ambito medico.
«Chi cerca una app, comprese quelle psicologiche, di solito interroga i due principali app Store degli smartphone o tablet, oppure si affida a quanto segnalato nei siti delle Società scientifiche o di portali specializzati — dice ancora Santoro. — In entrambi i casi, validità ed efficacia non sono garantite, mancando in Italia (e in Europa) regole specifiche che regolamentino il mercato delle app. Un passo avanti che la Food and Drug Administration americana ha invece fatto dal 2013 prevedendo la certificazione e validazione delle app che potrebbero mettere a rischio la salute delle persone, e ponendo attenzione ad altri tipi di app, come quelle rivolte a persone con patologie psichiatriche, alle quali è associato un rischio più moderato».
Repubblica Cult 1.5.16
I tabù del mondo
Si fa presto a dire famiglia
La vita umana non è la vita di una pianta o di un animale ha bisogno di casa, radici, appartenenza non si accontenta della biologia, si nutre dell’amore dell’Altro, esige di essere riconosciuta
Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con il sesso dei genitori o con la capacità di generare
di Massimo Recalcati

Esiste davvero qualcosa come un istinto materno o un istinto paterno o forse queste formulazioni contengono una profonda contraddizione in termini?

Famiglia è ancora una parola decente che può essere pronunciata senza provocare irritazione, fanatismi o allergie ideologiche? Famiglia è ancora una condizione fondamentale e irrinunciabile del processo di umanizzazione della vita oppure è un tabù da sfatare? Se c’è stato un tempo nel quale essa appariva circondata da un alone di sacralità inviolabile non rischia forse oggi di essere condannata come una sopravvivenza ottusa della civiltà patriarcale? Sono solo i cattolici più intransigenti a sostenere la sua esistenza come indispensabile alla vita umana?
Dal punto di vista laico della psicoanalisi la famiglia resta una condizione essenziale per lo sviluppo psichico ed esistenziale dell’essere umano. La vita umana ha bisogno di casa, radici, appartenenza. Essa non si accontenta di vivere biologicamente, ma esige di essere umanamente riconosciuta come vita dotata di senso e di valore. Lo mostrava “sperimentalmente” un vecchio studio di Renè Spitz sui bambini inglesi orfani di guerra che dovettero subire il trauma della ospedalizzazione ( Il primo anno di vita del bambino, Giunti 2009). La solerzia impeccabile delle cure somministrate dalle infermiere del reparto nel soddisfare tutti i bisogni cosiddetti primari dei bambini non erano sufficienti a trasmettere loro il segno irrinunciabile dell’amore. Effetto: cadute depressive gravi, anoressia, abulia, marasma, stati di angoscia, decessi. Se la vita del figlio non è raccolta e riconosciuta dal desiderio dell’Altro, resta una vita mutilata, cade nell’insignificanza, si perde, non eredita il sentimento della vita. Non è forse questa la funzione primaria e insostituibile di una famiglia? Accogliere la vita che viene alla luce del mondo, offrirle una cura capace di riconoscere la particolarità del figlio, rispondere alla domanda angosciata del bambino donando la propria presenza. La clinica psicoanalitica ha riconosciuto da sempre l’importanza delle prime risposte dei genitori al grido del figlio. Non si tratta solo di soddisfare i bisogni primari perché la vita umana non è la vita di una pianta, né quella dell’animale, non esige solo il soddisfacimento dei bisogni, ma domanda la presenza del desiderio dell’Altro; vive, si nutre del desiderio dell’Altro. La vita umana non vive di solo pane, ma dei segni che testimoniano l’amore. L’attualità politica ci impone a questo punto una domanda inaggirabile: tutto questo concerne la natura del sesso dei genitori? Essere capaci di rispondere alla domanda d’amore del figlio dipende dalla esistenza di una coppia cosiddetta eterosessuale? La famiglia come luogo dove la vita del figlio viene accolta e riconosciuta come vita unica e insostituibile – ogni figlio è sempre “figlio unico” , afferma Levinas,– è un dato naturale, un evento della biologia? Siamo sicuri che l’amore di cui i figli si nutrono scaturisca, come l’ovulo o lo spermatozoo, dalla dimensione materialistica della biologia? Esiste davvero qualcosa come un istinto materno o un istinto paterno o forse queste formulazioni che riflettono una concezione naturale della famiglia contengono una profonda e insuperabile contraddizione in termini? Se, infatti, quello che nutre la vita rendendola umana non è il “seno”, ma il “segno” dell’amore, possiamo davvero ridurre la famiglia all’evento biologico della generazione? Non saremmo invece obbligati a considerare, più coerentemente, che un padre non può essere mai ridotto allo spermatozoo così come una madre non può mai essere ridotta ad un ovulo? La domanda si allarga inevitabilmente: cosa significa davvero diventare genitori? Lo si diventa biologicamente o quando si riconosce con un gesto simbolico il proprio figlio assumendosi nei suoi confronti una responsabilità illimitata? Le due cose non si escludono ovviamente, ma senza quel gesto la generazione biologica non è un evento sufficiente a fondare la genitorialità. In questo senso Françoise Dolto affermava che tutti i genitori sono genitori adottivi. Generare un figlio non significa già essere madri o padri. Ci vuole sempre un supplemento ultra- biologico, estraneo alla natura, un atto simbolico, una decisione, un’assunzione etica di responsabilità. Un padre e una madre biologica possono generare figli disinteressandosi completamente del loro destino. Meritano davvero di essere definiti padri e madri? E quanti genitori adottivi hanno invece realizzato pienamente il senso dell’essere padre e dell’essere madre pur non avendo alcuna relazione biologico-naturale coi loro figli? Questo ragionamento ci spinge a riconsiderare l’incidenza del sesso dei genitori. Ho già ricordato come l’amore sia a fondamento della vita del figlio. Ma l’amore ha un sesso? Prendiamo come punto di partenza una formula di Lacan: “l’amore è sempre eterosessuale”. Come dobbiamo intendere seriamente l’eterosessualità? Questa nozione, per come Lacan la situa a fondamento dell’amore, non può essere appiattita sulla differenza anatomica dei sessi secondo una logica elementare che li differenzia a partire dalla presenza o meno dell’attributo fallico. L’amore è eterosessuale nel senso che è sempre e solo amore per l’Altro, per l’eteros. E questo può accadere in una coppia gay, lesbica o eterosessuale in senso anatomico. Non è certo l’eterosessualità anatomica – come l’esperienza clinica ci insegna quotidianamente – ad assicurare la presenza dell’amore per l’eteros! È invece solo l’eterosessualità dell’amore a determinare le condizioni migliori affinchè la vita del figlio possa trovare il suo ossigeno irrinunciabile.
Repubblica 1.5.16
Ma quanti premi Nobel in Irlanda
di Piergiorgio Odifreddi

Un secolo fa, dal 25 al 29 aprile 1916, la Rivolta di Pasqua segnò un momento cruciale nella lotta per la liberazione dell’Irlanda dall’occupazione britannica. Nel 1974 Seán McBride, uno dei comandanti in capo dell’Ira, vinse il premio Nobel per la pace. L’Irlanda del Nord rimane tuttora sotto il dominio inglese, ma due irlandesi hanno a loro volta vinto lo stesso premio per aver contribuito alla sua pacificazione: Mairead Maguire nel 1976 e John Hume nel 1998.
Ironicamente, molta di ciò che oggi noi consideriamo come letteratura “inglese” è in realtà irlandese, da I viaggi di Gulliver di Swift all’Ulisse di Joyce. E molti conoscono i premi Nobel irlandesi per la letteratura: William Yeats nel 1923, George Bernard Shaw nel 1925, Samuel Beckett nel 1969 e Seamus Heaney nel 1995.
Meno noti, come sempre succede, sono invece i premi Nobel scientifici irlandesi: vecchi, come quello per la fisica del 1951 a Ernest Walton per la prima decomposizione artificiale dell’atomo, o nuovi, come quello della medicina del 2015 a William Campbell per la scoperta delle “avermectine”, usate per il trattamento di malattie provocate da vermi parassiti. A dimostrazione del suo ingegno, l’Irlanda ha addirittura avuto per 35 anni un primo ministro o un presidente matematico, nella persona di Éamon De Valera.
Repubblica 1.5.16
I nostri ragazzi soli che si aiutano attraverso i social
di Massimo Ammaniti

Di notte, nelle loro camere si scambiano informazioni su Facebook o su Whatsapp e noi non ne sappiamo nulla
Nonostante siano passati più di cento anni dalla pubblicazione del libro di Sigmund Freud Tre saggi sulla teoria sessuale ci si interroga ancora oggi su come gli adolescenti scoprano la sessualità e come gli adulti, genitori o insegnanti, possano aiutarli in questo percorso. Nei primi anni di vita dei figli è più facile per i genitori parlare della sessualità, ad esempio mostrando illustrazioni o video, ma poi con l’ingresso nella pubertà tutto si complica, perché dare delle informazioni non è più sufficiente come in passato, occorre parlare più esplicitamente di come affrontare le prime esperienze sessuali, come proteggersi da possibili rischi. E poi chi ne deve parlare, il padre o la madre? Sono questi gli interrogativi a cui devono rispondere i genitori.
Con la pubertà anche per i ragazzi e le ragazze lo scenario cambia profondamente, sotto l’impulso degli ormoni i desideri e le fantasie li travolgono spingendoli a iniziare le prime esperienze sessuali spesso all’interno del proprio gruppo dei coetanei. E i genitori rimangono spesso interdetti, vorrebbero consigliarli ma i figli non vogliono intrusioni e sono sempre piuttosto reticenti a parlare di sessualità, tranne quando incappino in qualche problema che li obbliga a richiedere il loro aiuto.
Neanche la scuola riesce a fare molto, gli stessi corsi di educazione sessuale si muovono sul piano dell’informazione e non riescono a scalfire le resistenze dei ragazzi e delle ragazze a parlare di se stessi.
E allora quali sono i canali che gli adolescenti usano per scoprire il mondo della sessualità? Le storie di amore e di sesso che si trovano ad esempio sulla piattaforma digitale Wattpad suscitano sicuramente la curiosità degli adolescenti, come anche i romanzi bestseller per giovanissimi con titoli accattivanti che inondano il mercato. Ma più che i ragazzi a leggere questi libri sono le ragazze, più portate a fantasticare e a sognare le storie d’amore, come avviene con la tradizione dei romanzi rosa un tempo prediletti dalle donne. Un classico romanzo rosa per ragazze è stato il famoso libro Piccole donne di Louise Alcott pubblicato nel 1868, che ha facilitato l’educazione sentimentale di generazioni e generazioni di ragazze di tutto il mondo. Le storie delle quattro sorelle raccontate dalla Alcott erano molto diverse da quelle che si possono leggere oggi, c’erano sì i turbamenti sentimentali dell’adolescenza, ma in un contesto di perbenismo americano, che veniva alfine coronato da matrimoni convenzionali.
Basta leggere After, uno dei romanzi per gli adolescenti di oggi, per scoprire la grande differenza: la protagonista è Tessa una ragazza riservata e perbene, che vuole solo studiare in una buona Università, ma rimane intrappolata in una storia travolgente di sesso con Hardin, un ragazzo fascinoso e sregolato, arrogante e ribelle che l’assoggetta in un rapporto passionale.
Ma negli ultimi anni sono soprattutto i social network ad aver cambiato gli scambi fra ragazzi e ragazze che passano lunghe ore a chattare su WhatsApp oppure su Facebook, favoriti anche dall’intimità della notte nella propria stanza e dal fatto di non trovarsi faccia a faccia.
Fin dall’ingresso nell’adolescenza ci si scambia messaggi con aperte allusioni sessuali in un gioco che può prolungarsi non solo fra ragazzi e ragazze che si conoscono, ma anche con sconosciuti incontrati sui social network. E non solo si parla di sesso, ma si può arrivare a frasi pesanti verso una ragazza, si scaricano foto in cui si mostra il proprio corpo e si chiede di fare altrettanto al ragazzo o alla ragazza, fino a postare i video di rapporti sessuali che si sono avuti. È un’arena in cui spesso non si è soli, ci sono anche i coetanei che non solo assistono, addirittura intervengono con i propri commenti e le battute. L’intimità degli scambi sessuali viene messa sotto i riflettori dei coetanei e questo può esporre l’adolescente agli occhi degli altri divenendo una vittima della rete, con il rischio di perdere il senso della propria privatezza. Tutto questo può avvenire senza che i genitori lo scoprano, ma forse come nel recente film
Perfetti sconosciuti i genitori devono aiutare i figli ad emergere da questo mondo clandestino da cui può essere difficile sottrarsi.