domenica 1 maggio 2016

Repubblica 1.5.16
La nuova educazione sessuale
“After”, “Perfect”, “L’amore è un disastro” sono solo alcuni titoli di romanzi new adult da milioni di copie. È lì che gli adolescenti imparano la cosa più difficile da insegnare per un genitore. Ecco perché
di Raffaella De Santis

Il sospetto è che i genitori non abbiano mai letto i libri che i ragazzi divorano, che non sappiano cosa fanno Hardin e Tessa, i protagonisti di After, quando si trovano soli dentro una stanza. Negli Stati Uniti il sesso degli adolescenti è argomento di discussioni quotidiane. Pochi giorni fa Kendra James, autrice di fan fiction, ha scritto un articolo su Lenny Letter, la newsletter di Lena Dunham, in cui sostiene che l’esplorazione della sessualità dei ragazzi passa per le scritture collettive di Wattpad più che per i canali classici della scuola e della famiglia. Se funziona così in America, figuriamoci in Italia, dove alcuni temi sono ancora tabù.
In principio è stato After, la storia d’amore scritta su Wattpad da Anna Todd. Poi sull’onda del successo è esploso il fenomeno dei romanzi sconci per teenager ribattezzati new adult. In Italia è appena uscito Perfect di Alison G. Bailey (De Agostini), best seller di Amazon. Ma in fatto di novità allegramente scandalose in libreria c’è da sbizzarrirsi: è già disponibile Jessica Park,
Sei in ogni mio respiro (Sperling & Kupfer) e a breve arriverà il nuovo di Pedro Chagas Freitas, Prometto di sposarti ogni giorno (Garzanti), candidato a bissare il successo di Prometto di sbagliare, in classifica da 32 settimane con 100 mila copie vendute. A maggio sarà la volta di un altro capitolo della saga dei disastri sentimentali di Jamie McGuire, L’amore è un disastro (i precedenti cinque della serie hanno venduto solo in Italia oltre un milione di copie).
Il mix vincente è sempre lo stesso: sesso sì, ma con molto romanticismo. In queste storie, tra errori e qualche sbronza di troppo, la prima volta, o per lo meno quella che si ricorda e segna un passaggio, è sempre con il ragazzo di cui si è innamorate. Ma per Grazia Rusticali, responsabile della narrativa Sperling & Kupfer, l’aspetto sognante non va trascurato: «Al di là del sesso, le lettrici leggono questi libri perché sono grandi storie d’amore. Le storie che sognano, quelle nate sui nuovi canali web e di cui parlano nelle loro community». Sì, perchè i lettori sono per lo più donne, dai quindici anni in su, anche se vengono presentati come libri per ventenni. Falso, o meglio, non del tutto vero. Non serve un’indagine di mercato, basta andare in una qualsiasi libreria e vedere quanti adolescenti li acquistano. Tantissimi. Gli stessi che si mettono in fila con i genitori quando Jamie McGuire o Anna Todd arrivano in Italia, per avere una dedica sui romanzi che hanno letto e riletto e si sono passate tra amiche.
Certo se i genitori li sfogliassero, verso pag. 50 troverebbero qualche bacio, andando avanti i primi timidi petting, e infine – dopo un’attesa che tiene alte le aspettative per almeno cento pagine – la descrizione dettagliata del primo rapporto sessuale completo. Succede sempre così, lo schema varia di poco, è quello di Grease ma con un tasso più alto di eccitazione: due giovani studenti di college, lei è una brava ragazza lui un bad boy fascinoso (anni luce lontano dagli aviatori e dagli ufficiali di Liala), di quelli che tutte amano e non possono avere… Diventano amici e poi, dopo tormenti e litigi e riappacificazioni, finalmente finiscono a letto.
Equi la pazienza del giovane lettore è ripagata da gemiti, orgasmi, particolari anatomici e pratiche erotiche rappresentate fuor di metafora. Armeggiano con le cinture dei jeans, si spogliano, parlano tra loro con un linguaggio non proprio da colleggiali, privo di qualsiasi sfumatura: dialoghi che al cinema sarebbero vietati ai minori e che in tv sarebbero coperti da un serie di bip. È però il trasporto emotivo e sentimentale a riportare le scene più hard nella cornice di un romance vecchio stampo. Frasi del tipo: «Quest’abbraccio è più bello del sesso». Oppure: «Può fare di me l’uomo più felice della terra, o può distruggermi con una sola parola ».
Ecco l’incontro tra Blythe e Chris in Sei in ogni mio respiro di Jessica Park: «Mi aiuta ad abbassare i pantaloni e me li tolgo. Sono in piedi davanti a lui in slip e reggiseno, eppure non mi sento in imbarazzo. Il sesso o il desiderio non c’entrano nulla. Questa situazione è intima, mi dà sicurezza e mi servirà per liberarmi dalla notte in cui la mia vita è andata a puttane». La liberazione dalle ferite del passato è un altro elemento ricorrente. Alle spalle di questi ragazzi ci sono genitori assenti, famiglie infernali, lutti. Blythe ha perso i genitori in un incendio, irrompe in scena ubriaca fradicia. Sarà il bel Chris, occhi verdi e muscoli al posto giusto, ad aiutarla. Ma per la prima doccia insieme bisogna superare pag. 170. A volte invece è la malattia a complicare le cose. Succede alla protagonista di Perfect, Amanda: «Avevo ancora il cancro, ma la mia vita era meravigliosa. Al mio fianco avevo l’amore della mia vita, la mia anima gemella, il mio eroe… esisteva qualcosa di più perfetto? ». Il racconto è un amalgama di Colpa delle Stelle e After. Annachiara Tassan, direttore editoriale De Agostini, insiste sul valore di formazione di queste narrazioni: «Spesso per la protagonista di queste storie il sesso è al centro della sperimentazione di se stessa. Può essere tormentato, fatto con la persona sbagliata, ma alla fine è coronato dall’innamoramento per l’uomo giusto». Inoltre è sempre sesso protetto, mai senza preservativo: «Mi ha buttata sul letto tenendo il piccolo pacchetto. Avevo visto i preservativi solo nella classe di educazione sessuale, sembravano allora così intimi… » ( After, capitolo 82 su Wattpad). O ancora: «Un enorme sorriso gli spuntò sul volto quando vide i miei occhi sgranati. Aprì il cassetto del comodino e prese un preservativo » ( Perfect). Nella nuova attesa puntata dell’Amore è un disastro di McGuire, i fan potranno seguire la storia tra America e Shepley, personaggi amatissimi della saga. Qui è lei a fare le prime avance. Anche quando sono travolti da una passione carnale scatenata, questi giovani collegiali arditi ma guardinghi fanno sempre in tempo a recuperare in un cassetto, in una tasca, su un comodino, una scatola di condom. E il sesso che dà felicità, non è mai con un estraneo ma con un amico che si scopre di desiderare.
Gli editori non hanno fatto altro che fiutare l’affare in queste scritture senza filtri nate in rete. Rizzoli – che ha conquistato le classifiche con Sabrynex ( Over. Un’overdose di te) – si appresta a riportare in libreria Per sempre, il romanzo di Judy Blume che a metà anni degli Settanta parlò di sesso ai ragazzi americani collezionando una serie di censure. Negli Stati Uniti sono appena stati pubblicati due libri che affrontano il tema della sessualità nei teenager. Il primo, Girls & Sex di Peggy Orenstein, è un’inchiesta con interviste a settanta ragazze tra i quindici e i venti anni in cui il sesso dei Millennial ne esce più come una performance che un’esperienza. L’altro è American Girls della giornalista Nancy Jo Sales: qui l’attenzione è puntata sui social media, su Tinder e le App di incontri.
È in rete che questo linguaggio sessualmente incandescente si è affermato. A tal punto che nei siti di fan fiction si riscrivono versioni molto hot delle saghe più note, da
Harry Potter a Hunger Games. Per Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa Garzanti, tutto ciò ha influenzato la nuova ondata narrativa: «Anche Jamie McGuire ha scritto inizialmente su piattaforme di fan fiction ispirate a Cinquanta sfumature di grigio. E oggi continua a pubblicare anticipazioni dei suoi libri su Wattpad. Ma la chiave del successo è l’aspetto romantico, il fatto che, nonostante tanto sesso, le sue storie sono favole alla Pretty Woman». E come ogni favola, questi nuovi feuilletton finiscono spesso nel modo più rassicurante: con un anello di diamante al dito e una proposta di matrimonio.
Corriere 1.5.16
Il dilemma di Hollande sulla svolta riformista
di Massimo Nava

Per riflesso, maggio e Francia fanno rima con rivolgimenti sociali, proteste sindacali e studentesche. Anche oggi, sarà Primo Maggio di mobilitazione, dopo i cortei (e gli scontri con la polizia) che si susseguono da settimane. Il movimento contro la legge sulla riforma del mercato del lavoro si è di fatto saldato con le «notti in piedi» di Place de la République, un appuntamento di riflessione civile, rapidamente evolutosi in contestazione del governo e della sinistra di governo, già enfatizzato dai media per il suo spirito spontaneo e naturalmente «dal basso».
Il «maggio francese» 2016, più che la riedizione di un film della rivoluzione, sembra però l’ennesima conferma di reazioni conservatrici e poteri di blocco da parte di sindacati e corporazioni ogni volta che un governo — di destra o di sinistra — mette mano a tentativi di riforme. Quella del mercato del lavoro, peraltro riveduta e corretta rispetto al progetto iniziale, è una lontana parente del Jobs act , un tentativo di disarticolare la rigidità del mercato e dell’orario a 35 ore in un Paese di cronica disoccupazione di massa e ormai cronico precariato, soprattutto giovanile. La contestazione ha nel mirino la svolta riformista del presidente Hollande dopo la stagione delle tasse e della spesa pubblica. Svolta tardiva per recuperare il consenso dei ceti medi. Svolta comunque traumatica per il popolo della sinistra. Il dilemma di Hollande, che in questi giorni si gioca le ultime carte per la corsa all’Eliseo, è in fondo il dilemma di ogni forza riformista, di ogni leader stretto fra decisioni impopolari e spinte populiste o socialmente conservatrici.
La contestazione di piazza e il ricatto elettorale potrebbero convincere il presidente a un passo indietro, secondo la lezione di Mitterrand : «Nessun nemico a sinistra». Non è detto che basti per risalire la china, di sicuro confermerebbe la predisposizione di un Paese che ama le rivoluzioni a parole e teme le riforme nei fatti.
Corriere 1.5.16
La Brexit e la diversità culturale anglosassone
di Danilo Taino Statistics editor

Quasi tutto il dibattito sulla Brexit — la possibilità che il Regno Unito lasci la Ue nel referendum del 23 giugno — ruota attorno all’economia: conviene alla Gran Bretagna separarsi dall’Unione o pagherebbe un prezzo alto? A questo si aggiunge la politica, gli esiti che l’abbandono avrebbe a Nord e a Sud della Manica. Probabilmente saranno questi fattori a decidere il voto. C’è però qualcosa di profondo di cui non si parla ma è alla base della reticenza british ad abbracciare l’Europa. È che i britannici sono diversi. Sono anglosassoni: sull’individuo e sullo Stato hanno idee più simili a quelle prevalenti in America che a quelle radicate nell’Europa continentale. Uno studio condotto dal Pew Research Center ha stabilito che il 57% degli americani e il 55% dei britannici sono in disaccordo con la frase «nella vita il successo è parecchio determinato da forza fuori dal nostro controllo». La maggioranza pensa che in buona misura l’individuo crei il proprio destino. Nel continente, la quota scende parecchio: 50% in Francia, 47% in Spagna, 37% in Grecia, 34% in Polonia, 32% in Italia, 31% in Germania. Il 73% degli americani e il 60% dei britannici crede anche che nella vita sia «molto importante lavorare sodo per progredire». In Germania, lo pensa il 49%, in Spagna il 47%, in Italia il 35%, in Polonia il 30%, in Francia il 25%, in Grecia il 21%. All’alternativa se sia «più importante che ognuno sia libero di perseguire i propri obiettivi senza interferenza dello Stato oppure sia meglio che lo Stato giochi un ruolo attivo per garantire che nessuno sia bisognoso» il 58% degli americani sceglie la prima ipotesi e il 35% la seconda. Qui, la differenza con i britannici è maggiore: il 38% di loro sceglie la prima ipotesi e il 55% la seconda. Quella registrata nel Regno Unito è comunque la quota più alta raggiunta in Europa dalla scelta «liberale». Il risultato è anche un diversa tolleranza nel diritto di espressione. Il 77% degli americani e il 57% dei britannici ritiene che sia legittimo fare «affermazioni pubbliche offensive alla religione o al credo di qualcuno». In Spagna la quota è il 54%, in Francia il 53, in Polonia il 40, in Germania il 38 e in Italia il 29%. Giovedì 23 giugno, gli argomenti economici e politici per decidere Brexit o meno saranno forti e ben presenti nei cittadini che andranno a votare. Le diversità culturali, però, avranno un peso non insignificante.
Corriere 1.5.16
Ascesa, trionfo e declino dell’intellettuale europeo
Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali
risponde Sergio Romano

Nella premessa al libro Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, (Laterza, 2009), la curatrice Simonetta Fiori scrive: «Quali colossali cambiamenti, in Italia e nel mondo, hanno condotto negli ultimi tre decenni al declino inarrestabile degli intellettuali? Com’è potuto accadere che il nesso politica e cultura, indissolubile in Italia fin dall’origine della storia unitaria, sia stato negli ultimi tempi polverizzato e abbia dato origine alla stagione del grande silenzio, segnata dal vuoto del pensiero critico? Più semplicemente, quale catastrofe civile e culturale si nasconde nel nostro Paese dietro il dissolvimento del ceto intellettuale, attore non innocente del declino più complessivo?». Mi piacerebbe che lei rispondesse a questi interrogativi.
Lorenzo Catania lorezo cata@tiscali.it
Caro Catania,
Q uando parliamo del ruolo degli intellettuali nella vita pubblica, il pensiero corre ad Alexis de Tocqueville, interprete della democrazia americana, Karl Marx profeta del socialismo e dei movimenti operai, Victor Hugo, esule in un’isola della Manica durante il Secondo impero di Luigi Napoleone, Emile Zola, difensore del capitano Dreyfus contro la false accuse dei circoli militari e antisemiti della società francese; per non parlare di molti altri, solo apparentemente minori, che hanno accompagnato l’esplosione del sentimento nazionale nel corso dell’Ottocento con i loro saggi e i loro romanzi. Dimentichiamo, tuttavia, che dopo l’ingresso delle masse nella vita pubblica l’intellettuale europeo subisce una sorta di mutazione antropologica. Ricerca il consenso popolare, diventa vanesio e ambizioso, si atteggia a profeta di mutamenti rivoluzionari, mette le sue doti al servizio di un leader, recita in molti casi una parte non troppo diversa da quella dei cortigiani nel palazzo del principe, ma non esita a saltare da un palazzo all’altro se le circostanze gli suggeriscono di cambiare alloggio.
Sono convinto che molti essi abbiano agito in buona fede, ma le peripezie degli intellettuali fra le diverse ideologie, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, sono uno dei capitoli più tragicomici della storia europea, soprattutto nei Paesi, come l’Italia e la Francia, che hanno fatto una doppia esperienza: quella del fascismo e quella del comunismo.
Dopo il crollo del fascismo e, cinquant’anni dopo, il fallimento del comunismo, questi intellettuali hanno perso una buona parte del loro fascino. Se hanno un particolare talento e fanno il loro mestiere con dignità a competenza, hanno il diritto di essere letti, ascoltati e ammirati. Ma se ancora pretendono di vaticinare su ogni argomento, non hanno compreso, evidentemente, che l’era degli oracoli è terminata.
La Stampa 1.5.16
Pazienti sbagliati e terapie scambiate
tutti gli errori nelle sale operatorie
Negli ultimi 25 anni il numero di denunce è cresciuto del 300 %
di Flavia Amabile

Gli incidenti In base ai dati del Rapporto del ministero della Salute su 753 eventi avversi accaduti in sette anni, più di 100 l’anno si sono verificati nei reparti di degenza. Il numero e la tipologia delle segnalazioni appaiono assai variabili tra le diverse Regioni e tra le diverse strutture sanitarie

In 7 anni negli ospedali italiani si sono verificate 26 operazioni sulla parte sbagliata del corpo e 16 su un altro paziente. Sono gli errori chirurgici segnalati al Ministero della Salute e contenuti nel database ufficiale del dicastero.
Ci sono stati 159 casi di materiale dimenticato all’interno del paziente durante gli interventi, con conseguenti nuovi interventi e 135 decessi o danni imprevisti. Mentre sono state 471 le cadute che hanno provocato la morte o gravi danni e 295 suicidi o tentati suicidi.
Duemila segnalazioni
In totale le segnalazioni arrivate sono state quasi 2.000 tra il settembre 2005 e il dicembre 2012, tramite il sistema Simes, il Sistema informativo per il monitoraggio degli errori in sanità che il ministero della Salute ha raccolto nel quinto Rapporto di monitoraggio degli eventi sentinella. A volte si tratta di errori chirurgici, nelle terapie farmacologiche e nelle trasfusioni, decessi o gravi conseguenze per errata attribuzione del codice del Triage e durante il trasporto, all’interno o fuori dalla struttura sanitaria. Poi ci sono i casi di violenza, ai danni degli operatori o dei degenti.
Troppo spesso i problemi si verificano in sala operatoria. Porte scorrevoli che si aprono e si chiudono e che per errore fanno arrivare sotto i ferri la persona sbagliata. Diverse e con conseguenze variabili anche le complicazioni legate agli interventi chirurgici: si sono registrate 26 procedure chirurgiche in una parte del corpo sbagliata, 32 procedure errate nel paziente giusto, oltre che 16 in quello sbagliato.
Errori in parte evitabili
Volendo fare ricorso a dati più recenti, durante un convegno dello scorso anno organizzato dall’Associazione Salute e Società Onlus e dall’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, sugli otto milioni di ricoveri che si verificano ogni anno in Italia si registrano 320.000 casi di danni o conseguenze più o meno gravi per il paziente provocati da errori in parte evitabili.
In circa due casi su tre gli incidenti sono diretta conseguenza di problemi organizzativi, solo in un terzo dei casi c’è una negligenza o imperizia da parte del personale sanitario. Nonostante questo, negli ultimi 25 anni il numero di denunce a carico dei professionisti è cresciuto del 300% e in tutta Italia le cause pendenti sono 12.000, per richieste di risarcimento danni superiori a 2,5 miliardi di euro a cui si aggiungono circa 13 miliardi di spesa per il Servizio Sanitario Nazionale dovuti alla medicina difensiva.
A «macchia di leopardo»
In base ai dati del Rapporto del ministero della Salute, su 753 eventi avversi accaduti in sette anni, più di 100 l’anno si sono verificati nei reparti di degenza, e a seguire, 359 in sala operatoria. Molti gli incidenti quando il paziente va in bagno: sono stati 130 in 7 anni. L’esito di questi episodi in 683 casi è stato il decesso, ma per fortuna il dato è in diminuzione rispetto al rapporto precedente, seguito da traumi conseguenti a una caduta (305) e nuovo intervento chirurgico (203). Il rapporto sottolinea inoltre che «il numero e la tipologia delle segnalazioni appare assai variabile tra le diverse Regioni e tra le diverse strutture sanitarie» e che gli errori, quindi, ci sono ma «a macchia di leopardo».
Corriere 1.5.16
I confini del nostro scontento
Un progetto sui migranti per guarire le nostre paure
di Gian Antonio Stella

O sono ciarlatani gli scienziati che studiano la demografia o sono ciarlatani coloro che buttano lì formulette di soluzioni facili facili. «Se il sogno di alcuni si realizzasse, e i Paesi ricchi “blindassero” le loro frontiere», scrivono nel saggio «Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione» (Laterza), Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna citando i dati ufficiali della Population Division delle Nazioni Unite, «nel giro di vent’anni i loro abitanti in età lavorativa passerebbero da 753 a 664 milioni». Ottantanove milioni in meno. Più o meno la popolazione in età lavorativa della Germania e dell’Italia messe insieme.
Nel nostro specifico, «nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa (20-64), ogni anno dovranno entrare in Italia, a saldo, 325 mila potenziali lavoratori, un numero vicino a quelli effettivamente entrati nel ventennio precedente. Altrimenti, nel giro di appena vent’anni i potenziali lavoratori caleranno da 36 a 29 milioni». Con risultati, dalla produzione industriale all’equilibrio delle pensioni, disastrosi. Vale anche per l’Austria che vuole chiudere il Brennero: senza nuovi immigrati nel 2035 la popolazione in età 20-64 calerebbe lì del 16%: da 5,3 a 4,4 milioni. Con quel che ne consegue. Semplice, barricarsi: ma poi? Chi vuole può pure maledire i tempi, ma poi?
E allora, ringhierà qualcuno, «dobbiamo prenderci tutti quelli che arrivano?». Ma niente affatto.
Sarebbe impossibile perfino se, per paradosso, lo accettassimo. Se fossero i Paesi poveri a chiudere di colpo le loro frontiere infatti «nel giro di vent’anni la loro popolazione in età 20-64 aumenterebbe di quasi 850 milioni di unità, ossia più di 42 milioni l’anno». Brividi.
Nessuno ha la formula magica per risolvere questo problema epocale. Nessuno può ricavarla dalla storia. Gli uomini si spostano, come spiega il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, «da quasi due milioni di anni». Ma mai prima c’era stato uno tsunami demografico di questo genere.
Questo è il nodo: se possiamo tenere i nervi saldi e prendere atto con realismo della difficoltà di individuare qui e subito soluzioni salvifiche, un po’ come quando la scienza brancola dubbiosa davanti a nuovi virus, è però impossibile rassegnarci a certi andazzi. Di qua il tamponamento quotidiano e affannoso delle sole emergenze con la distribuzione dei profughi a questo o quell’albergatore (magari senza scrupoli) senza un progetto di lungo respiro. Di là i barriti contro gli immigrati in fuga dalla fame o dalle guerre con l’incitamento a fermare l’immensa ondata stendendo reti e filo spinato. E non uno straccio di statista che rassicuri le nostre società spaventate mostrando di essere all’altezza della biblica sfida.
Dice un rapporto Onu che «chi lascia un Paese più povero per uno più ricco vede in media un incremento pari a 15 volte nel reddito e una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile»: chiunque di noi, al loro posto, sarebbe disposto a giocarsi la pelle per «catàr fortuna», come dicevano i nostri nonni emigrati veneti. Anche se, Dio non voglia, ci sparassero addosso. Tanto più sapendo che in Europa e in Italia, grazie a una rete familiare e a un welfare che comunque garantisce quel minimo vitale altrove impensabile, c’è ancora spazio per chi è pronto a fare i «ddd jobs», i lavori «dirty, dangerous and demeaning» (sporchi, pericolosi e umilianti) rifiutati da chi si aspettava di meglio.
Non basterebbe neppure una miracolosa accelerazione nel futuro: nella California di Google e della Apple, ricordano ancora Allievi e Dalla Zuanna, «ogni due nuovi posti di lavoro high tech ne vengono generati cinque a bassa professionalità: qualcuno dovrà pure stirare le camicie dei benestanti, curare i loro giardini, prendersi cura dei loro anziani». Altro che i corsi di formazione per baristi acrobatici.
Come ne usciamo? Soluzioni rapide «chiavi in mano», a dispetto di tutti i demagoghi, non ci sono. Ci vorranno tempo, pazienza, fermezza, lungimiranza. Alcune cose tuttavia, nel caos, sono chiare. Primo punto, nessuno, se può vivere dov’è nato, affronta le spese, le fatiche, i rischi e le umiliazioni di certi viaggi: occorre dunque «aiutarli a casa loro» sul serio, non con le ipocrisie, gli oboli (il G8 dell’Aquila diede all’Africa i 13 millesimi dei fondi dati alle banche per la crisi), i doni ai dittatori o la cooperazione internazionale degli anni Ottanta che finì travolta dagli scandali (indimenticabili i silos veronesi sciolti sotto il sole sudanese) dopo che Gianni De Michelis aveva ammesso alla Camera che il 97% dei fondi al Terzo mondo finiva (spesso a trattativa privata) ad aziende italiane che volevano commesse all’estero.
Mai più. Meglio piuttosto cambiare le regole del commercio internazionale che per proteggere lo status quo dell’Occidente inchiodano i Paesi in via di sviluppo a non crescere. Citiamo Kofi Annan: «Gli agricoltori dei Paesi poveri non devono solo competere con le sovvenzioni ai prodotti alimentari d’esportazione, ma devono anche superare grandi ostacoli a livello di importazione. (…) Le tariffe doganali Ue sui prodotti della carne raggiungono punte pari all’826%. Quanto più valore i Paesi in via di sviluppo aggiungono ai loro prodotti, trasformandoli, tanto più aumentano i dazi». Qualche anno dopo, la situazione non è poi diversa.
Secondo: basta coi traffici di armamenti verso Paesi in guerra. Quanti eritrei che arrivano coi barconi scappano da casa loro dopo aver provato sui loro villaggi e le loro famiglie la «bontà» delle armi vendute al regime di Isaias Afewerki anche da aziende italiane ed europee, come dimostrò l’Espresso , nonostante l’embargo? Pretendiamo che restino a casa loro e insieme che si svenino a comprare le nostre armi?
Terzo: parallelamente a un percorso accelerato per mettere gli italiani in condizione di fare più figli sempre più indispensabili, a partire da una ripresa vera del ruolo educativo della scuola anche su questo fronte, è urgente arrivare finalmente alle nuove norme sulla cittadinanza. Forse ci vorranno decenni per realizzare il sogno di Mameli («Di fonderci insieme già l’ora suonò») allargato a tanti nuovi italiani che vogliono sentirsi italiani, ma certo non è facile pretendere che sia un bravo cittadino chi cittadino fatica a diventare.
Corriere 1.5.16
«Un piano Marshall per l’Africa L’Italia e la Grecia lasciate sole»
L’ex segretario generale dell’Onu: chi pensa di fermare i migranti con i muri sta sognando
di Sara Gandolfi

«Speravo che questa crisi migratoria avrebbe unito l’Europa invece di dividerla. Non è giusto aspettarsi che l’Italia e la Grecia sopportino da sole il peso di questi flussi solo perché sono il primo punto di ingresso dei migranti». L’ex segretario dell’Onu Kofi Annan, 78 anni molto ben portati, non ha dubbi sulla strada che il Vecchio Continente avrebbe dovuto intraprendere, da tempo, per dare una risposta a chi bussa alla nostra porta. «Se ci fosse stata una politica europea comune, se tutti avessero collaborato, non sarebbe stato difficile per una comunità di 500 milioni di persone assorbire un milione di migranti. E’ solo un problema di volontà politica e di comprensione».
Invitato in Italia da Mario Moretti Polegato — «perché l’impresa deve rimanere in prima linea per sostenere lo sviluppo nelle aree più colpite dalle guerre e dalle povertà», spiega il patron di Geox — Annan ha colto l’occasione per offrire un assist alla posizione di Roma.
Lei sostiene che i politici avrebbero dovuto spiegare prima la situazione all’opinione pubblica. Come?
«Non è facile abbandonare la propria casa, lasciare tutto alle spalle e partire. La maggior parte dei migranti, in particolari i rifugiati, fuggono per salvarsi. Gli europei l’hanno vissuto sulla propria pelle, durante la Seconda guerra mondiale molte porte si aprirono per loro. Ora tocca agli altri e l’Europa avrebbe dovuto organizzarsi per riceverli. Ma i visto che i partiti di centro hanno taciuto, perché temevano di perdere voti, quelli estremisti hanno cominciato a cavalcare la rabbia della gente».
Rabbia giustificata?
«La gente è arrabbiata e ha ragione di esserlo. Vede le ineguaglianze, fatica ad arrivare a fine mese anche nei Paesi industrializzati. E’ facile per un politico costruire il proprio successo sulla rabbia e molti lo stanno facendo, in America e non solo. Ma il mondo ha bisogno di politici che costruiscano soluzioni. La rabbia può dare soddisfazione emotiva ma non offre soluzioni».
Pensa a Trump?
Kofi Annan sorride amaro.
Cosa ne pensa del «migration compact» proposto dal presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi?
«Non ho i dettagli ma so per certo che le migrazioni non possono essere fermate. Dobbiamo trovare un modo per gestirle, che sia utile per il Paese di origine, di transito e di destinazione finale. E anche nell’interesse del migrante. Chi pensa di fermare il flusso chiudendo la porta sta sognando. Noi uomini e donne ci siamo spostati per millenni e continueremo a farlo, anzi probabilmente sarà anche peggio negli anni a venire a causa dei cambiamenti climatici. E la comunità internazionale non è pronta».
Anche lei in passato ha proposto di creare punti di selezione nei Paesi di origine o di transito dei migranti. Funzionerebbe?
«Lavoravo all’Alto commissariato per i profughi quando è esplosa la crisi dei boat people, lo screening veniva fatto in Thailandia, in Cambogia… E non si è verificato il fenomeno che stiamo osservando qui ora. I Paesi europei stanno iniziando a capire che un controllo congiunto è la strada giusta, ma non credo abbiano compreso l’importanza della condivisione degli oneri. Lasciano i Paesi di prima linea, come l’Italia e la Grecia, da soli».
Gran parte delle persone che arrivano in Italia dall’Africa sono considerati migranti economici e non rifugiati. Come dovremmo trattarli?
«Le leggi sono molto chiare. Se hanno diritto d’asilo entrano, altrimenti vanno mandati indietro. Ma molti africani fuggono da aree di conflitto, come i nigeriani che scappano dalla follia di Boko Haram o gli eritrei o i rifugiati del Sahel. Per questo se riuscissimo a fare i controlli vicino ai luoghi d’origine non avremmo problemi».
E’ possibile creare centri simili in Libia?
«Sarà difficile, è necessario avere un governo stabile con cui cooperare».
Potrebbe essere utile un Piano Marshall per l’Africa?
«Sì, un Piano Marshall o comunque un nuovo approccio che aiuti questi Paesi a svilupparsi economicamente il più velocemente possibile, come avvenne per l’Europa dopo il 1945. L’Africa è ricca di giovani dinamici che non hanno lavoro. Se la comunità internazionale cooperasse con i governi africani per creare le condizioni per fare business, osserveremmo una drastica riduzione del fenomeno migratorio. Oggi, con la televisione e Internet, questi giovani vedono come si vive qui, dall’altra parte del Mediterraneo. L’Europa diventa il loro sogno».
Lei prima citava Boko Haram. E’ possibile dialogare con gruppi estremisti come loro o con Isis o al Shabaab?
«Dobbiamo trovare la maniera per affrontare questi gruppi. La forza e l’esercito da soli non bastano. Bisogna trovare il modo per minare l’ideologia e la capacità di fascinazione di questi movimenti, soprattutto fra i giovani. Bisogna creare le condizioni, e la mia Fondazione sta lavorando anche su questo fronte, per far sì che i giovani non vengano tentati dall’estremismo. Ma una cosa è certa: saranno sconfitti. Il terrorismo non ha mai vinto. Non è questione di se, ma solo di quando».
Corriere1.5.16
Come restituire l’innocenza a quei bambini
di Silvia Vegetti Finzi

D ifficile per un adulto comprendere le emozioni di bambini, come quelli del Parco Verde di Caivano che, nonostante l’età anagrafica, tali non sono e forse non sono mai stati. Con i coetanei hanno condiviso la condizione infantile caratterizzata dalla dipendenza dai genitori, dalla mamma in particolare e dagli adulti in generale. Una dipendenza indotta dall’immaturità e dalla fragilità di ogni nuovo nato, incapace di sopravvivere e crescere con le proprie forze. Solo l’attaccamento esclusivo a una persona grande lo può salvare e quella persona è di solito la mamma, pronta a rispondere con dedizione totale alla sua richiesta. È da quell’incontro che nasce l’amore più grande, quello che connette madre e figlio per tutta la vita. Ma, prima dell’amore, un patto più istintivo dovrebbe garantirgli un minimo di sicurezza e di speranza. Il bimbo non conosce i suoi diritti e l’accudimento che l’adulto gli concede è, secondo lui, quello di cui ha bisogno. Ho visto bimbi disperatamente attaccati a genitori indifferenti, incuranti, persino sadici, ma per loro unici referenti possibili. Se non si riconosce questa condizione di assoluta dipendenza non ci si può spiegare l’accondiscendenza delle piccole vittime, non solo alla violenza fisica ma all’ingiunzione «mai devi dire». La bimba che, interrogata dal pm e dalla psicologa, ha rotto quel patto iniziatico, ha compiuto un gesto di straordinario coraggio, che corrisponde, nella storia dell’umanità, a un progresso di civiltà. Non solo ha opposto alla violenza la parola, ma ha scelto la verità contro la falsità, la testimo-nianza contro l’omertà. Una decisione sofferta che la espone a un duplice senso di colpa: quello provocato, anche nelle vittime più innocenti, dal miasma del male e quella che nasce dall’essersi ribellata alla «morale», non solo della famiglia, ma della società in cui è cresciuta. Come sopravvivere a un trauma così invasivo e recuperare l’innocenza violata? Innanzitutto sperimentando un amore vero, responsabile, protettivo, incoraggiante, capace di riconoscere e attivare le risorse di una bambina che, pur nelle carenze affettive e culturali del suo ambiente, ha saputo esprimere una straordinaria maturità. La verità, anche la più dolorosa, è sempre terapeutica se viene elaborata dalla mente e condivisa nel dialogo. L’importante è che lei e le altre bambine non restino sole, che vedano, al di là del buio, la luce di un mondo diverso, dove si cresce senza paura e senza colpa, da bambini. Semplicemente.
Corriere 1.5.16
I numeri dei piani a carboncino e le porte che si chiudono «È un palazzo senza speranza»
di Marco Demarco

Padre Pio è qui, alle porte dell’inferno. Scolpito nella pietra, con le mani giunte e il rosario pendente dalle dita. La statua è nell’ingresso dell’isolato numero 3, scala C, del rione Verde di Caivano, il palazzo alto otto piani dove sono volati giù, e sono morti, prima Antonio Giglio, di tre anni, e poi Fortuna Loffredo, di sei. Lo stesso palazzo dove la piccola Fortuna è stata violentata e uccisa, a quanto sembra, davanti agli occhi di un’altra bambina. E da chi, poi? Secondo i pm, da Raimondo Caputo, convivente di Marianna, l’inquilina del settimo piano, la madre di Antonio. Se non è questo l’inferno, allora è difficile immaginarne un altro a portata di mano.
Arrivarci non è facile, anche per chi conosce Caivano per aver scritto della Terra dei Fuochi, di cui è il centro, e di Padre Patriciello, che a questa periferia a Nord di Napoli e a Sud di Caserta, ricca di spacciatori, di discariche abusive e di veleni interrati, ha dato voce: o come eroe della protesta civile o, secondo altri, come campione dell’antimodernità, perché istintivamente, non scientificamente, convinto del nesso di causalità tra ambiente malato e malattie tumorali.
A ora di pranzo, sotto un sole che svuota le strade, è solo grazie alla disponibilità del cognato di Mimma, la madre di Fortuna, che l’isolato 3, uguale a tutti gli altri, si materializza. L’uomo ha una sola raccomandazione da fare: «Ecco, quello è l’ascensore, la casa dei miei è al sesto piano, porta a sinistra. Non suonate il campanello, per favore, non fate rumore, è aperta: ci sono i giornalisti della Rai che stanno registrando un’intervista».
Di solito, per andare all’inferno si scende. Qui, invece, si sale. Meglio le scale, però. Mura sbrecciate, cancelli per proteggere le porte, qualche zerbino spelacchiato, e, al secondo piano, anche un «Tvb» gigante, un inaspettato graffito d’amore. Sembra di entrare nel film della Cortellesi, quello girato al Corviale, dove gli inquilini, per distinguere scale e ingressi, lasciano macchie di colore sui muri. Qui, invece, i numeri dei piani sono segnati a carboncino, sul cemento vivo.
Al terzo c’è la casa dell’uomo che, anticipando tutti, soccorse inutilmente, Fortuna: la sollevò dall’asfalto e la portò in ospedale. Ora è altrove, ai domiciliari, anche lui accusato, insieme con la moglie, di violenza sessuale nei confronti della figlia di dodici anni.
Al sesto, finalmente, la casa di Fortuna. Mimma, la madre, racconta il suo dolore davanti a una telecamera. Poi, al nuovo arrivato, mostra l’ultimo tatuaggio sull’avambraccio: «Dovunque sarai resterai con me». Nonna Rosaria, invece, depone il panino che ha appena farcito con la mortadella e fa accomodare . «Ormai — dice — a parte i familiari stretti e brave persone come Padre Patriciello, qui venite a trovarci solo voi con i microfoni o i taccuini in mano». E gli altri, quelli del palazzo? «Macché. Non si è visto nessuno. E mentre si indagava su Antonio e su mia nipote nessuno parlava, nessuno sapeva». Neanche le mamme degli altri bambini? «Nessuno, e io — continua — non so spiegarmelo se non con la paura, con il terrore, con la disperazione di salvare qualcosa. Ma cosa c’è da salvare, quando si pecca in quel modo, quando ci si accanisce contro creature di tre e sei anni? Eppure vanno in chiesa, si confessano». Cosa vuol dire? «Padre Patriciello — spiega — non vuole che si faccia di tutta un’erba un fascio, che si parli male di tutti gli inquilini di questo palazzo. Io lo capisco, ha ragione, ma non può pretenderlo da me che sono la nonna di Fortuna».
In effetti, ci sono volute 60 microspie nascoste dagli inquirenti e i disegni dei bambini interpretati dagli psicologi per arrivare ad arrestare Raimondo Caputo. «A pensarci bene — continua nonna Rosaria — in questo palazzo tutto è cambiato quando è arrivato lui, l’uomo che solo ora hanno arrestato. Prima, ancora ci si salutava, e i ragazzi giocavano e facevano chiasso nelle scale». Prima quando? «Non parlo solo di quando, trent’anni fa, io, mio marito e poche altre famiglie venimmo qui a occupare queste case. Anche negli anni successivi qui si poteva ancora vivere. In fondo, tra queste mura ho cresciuto sei figli e 15 nipoti. Una delle mie figlie ancora abita di fronte, su questo stesso pianerottolo». E sul terrazzo dove è stata spinta Fortuna, è più tornata? «Solo quando sono arrivati i giudici. Però ho le chiavi, se vuole...».
Così la salita continua. Al settimo piano, c’è la casa dove si sono perse le tracce di Fortuna, quella frequentata dall’uomo arrestato. Vuota. E fa una certa impressione passarci davanti. All’ottavo piano c’è invece la signora Rachele, la nonna dell’ultimo figlio di Mimma. «No, non parlo, sono malata», si scusa. Un’altra donna, che sta lavando il pavimento davanti al suo ingresso, rientra in casa velocemente. Non resta che il terrazzo. Ci si arriva aprendo l’ennesimo cancello. È invaso dal sole. Non sembra l’inferno.
Repubblica 1.5.16
Anna Rossi-Doria.
“È giusto che il negazionismo sia punito come un reato”La storica interviene nel dibattito sul provvedimento contro il quale si sono schierati quasi tutti gli studiosi
intervista di Simonetta Fiori

ROMA. «Credo di essere una tra le pochissime voci dissenzienti», dice Anna Rossi-Doria, storica delle donne e del rapporto tra storia e memoria. «Ci ho pensato molto perché non è stato facile prendere posizione su un terreno così delicato. Ho anche firmato un appello contro la legge sul negazionismo, ma in seguito ho cambiato idea». Una voce fuori dal coro degli storici che continuano a manifestare contrarietà al provvedimento discusso in questi giorni in Senato. E Carlo Giovanardi chiede che il disegno di legge torni in commissione Giustizia.
Perché difende la necessità di una legge?
«Penso che sia importante combattere questo fenomeno anche in tribunale. Non mi convincono gli argomenti di chi oppone il principio della libertà di opinione e di ricerca. Il negazionismo non è un’opinione, ma una forma particolarmente virulenta ed efficace di propaganda antisemita. Prova ne sia la centralità che assume l’antica idea del complotto ebraico: contestare “la menzogna di Auschwitz” significa mettere a nudo “l’egemonia sionista sul mondo”. Una propaganda politica, non certo una corrente storiografica ».
Nessuno però tra gli storici contrari alla legge ha dubbi sulla natura ignobile del fenomeno.
«E allora perché permettere che Internet sia piena di questa robaccia? E inoltre in nome della libertà di opinione dovresti permettere che un negazionista salga in cattedra a scuola o all’università. Lo dice molto bene Tzvetan Todorov: anche la libertà deve avere dei limiti rispetto a chi si prepara a sopprimere la libertà altrui. I negazionisti non fanno altro che idoleggiare il nazismo».
I critici obiettano che la verità storica non si accerta in tribunale.
«Questo è un argomento condivisibile, ma si aprono molte contraddizioni. Ad esempio il più grande avversario dei negazionisti, Pierre Vidal-Naquet, da un lato rifiutava di combattere il fenomeno per via giudiziaria, dall’altra si rallegrava della sentenza che nel 2000 a Londra ha visto perdente il negazionista David Irving: era stato Irving a intentare causa contro Deborah Lipstadt, che l’aveva accusato di negare la verità storica della Shoah. Vidal- Naquet giudicò quella sentenza “un’autentica e gigantesca lezione di storia”».
Un’altra obiezione riguarda l’efficacia della legge: nei paesi che l’hanno adottata la propaganda antisemita non è stata fermata.
«Ma non mi illudo che una legge possa risolvere immediatamente il problema. Però certifica un reato, può sollecitare la presa di coscienza da parte dei più giovani. E come tutte le leggi incide sul costume della collettività».
Un punto discusso del nuovo dispositivo riguarda l’accostamento della Shoah ad altri genocidi che però non vengono definiti. La formulazione è vaga, la legge si riferisce genericamente a “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.
«Questo mi lascia perplessa. Penso che la legge dovrebbe punire solo il negazionismo della Shoah o forse anche di crimini commessi dal nazismo. Inoltre è stato un giurista autorevole, Carlo Federico Grosso, a spiegare che una dizione troppo ampia dei crimini di cui si punisce la negazione demanderebbe al giudice un’interpretazione ardua di cosa è crimine di guerra e cosa non lo è».
Ma una legge che punisce soltanto il negazionismo della Shoah non creerebbe una gerarchia tra le vittime dei vari genocidi?
«Sono consapevole di questi rischi: la possibilità di cadere nella perversa concorrenza tra le vittime, per cui ognuno vuole al propria legge memoriale; e anche il rischio di alimentare i pregiudizi sul presunto “privilegio” degli ebrei. In realtà la categoria di genocidio nasce proprio dalla specificità della Shoah, che è diventata il simbolo del male radicale. E la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nata dalla riflessione sull’Olocausto, segna il passaggio dalla specificità del genocidio ebraico alla universalità del crimine contro l’umanità. Quindi una legge che punisce solo il reato di chi nega la Shoah non è particolare ma universale».
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Non mi convince chi parla di libertà di opinione e di ricerca Questa è propaganda antisemita
Repubblica 1.5.16
La corruzione in Italia e l’Europa spaccata e moritura
Onestà e libertà sono un binomio che ha illuminato alcune fasi della storia
di Eugenio Scalfari

CI SONO molte magagne in Italia e in Europa ed una delle principali, specialmente nel nostro Paese, è l’affievolirsi della democrazia e l’accrescersi della corruzione. Sono due fenomeni diversi ma interconnessi. Per chiarire la natura del primo cito qui un passo del mio libro intitolato “L’allegria, il pianto, la vita”, uscito un paio di anni fa. «La democrazia declina e declina anche la separazione dei poteri costituzionali che Montesquieu mise alla sua base. Da noi quella preoccupante esperienza ebbe inizio nei primi anni Novanta e non si è più fermata. Quel declino ha colpito il potere giudiziario e quello legislativo, rafforzando il potere esecutivo che ormai accentra su di sé la forza del governare con il minor numero di controlli. Il processo è ancora in corso ma un primo obiettivo è già stato realizzato e consiste nel completo stravolgimento della democrazia parlamentare e dei partiti. I partiti sono ormai tutti “liquidi”; riflettono società ed economie altrettanto liquide: un Capo, un gruppo dirigente a lui devoto, un’attenzione particolare ai potenziali elettori, la scomparsa della democrazia politica all’interno dei partiti».
La corruzione diffusa purtroppo in tutte le classi sociali, dai più abbienti al ceto medio fino a quelli sulla soglia della povertà, ha come condizione preliminare il declino della democrazia partecipata. Di fatto è la scomparsa dello Stato come soggetto riconosciuto dai cittadini e quindi la scomparsa, nella coscienza delle persone, del concetto di interesse generale.
L’EFFETTO è il sovrastare degli interessi particolari, delle lobby economiche, delle clientele regionali, dei singoli e del loro circondario locale. La corruzione dilaga, le mafie si affermano con le loro regole interne, i loro ricatti, il denaro illegale e gli illegali profitti che se ne ricavano, il mercato nero e il lavoro nero. Il popolo sovrano che dovrebbe essere la fonte dei diritti e dei doveri di tutti, ripone la sua affievolita sovranità nella corruzione. Corrisponde alla conquista d’un appalto, un posto di lavoro, un incarico importante nel mondo impiegatizio o imprenditoriale, si conquista insomma un potere.
Quel potere conquistato con la capacità di corrompere dà a sua volta la possibilità d’esser corrotti. I corruttori diventano corrompibili e viceversa: questa è la società nella quale viviamo. Non solo in Italia e non solo in Europa, ma in tutti i Paesi dell’Occidente. Negli Stati Uniti d’America si toccarono le punte massime nella Chicago del proibizionismo e del gangsterismo, ma c’era già prima ed è continuata dopo. È il vero e più profondo malanno della democrazia, fin dai tempi dell’antica Grecia che è all’origine della nostra civiltà.
L’impero ateniese fu la città della democrazia e contemporaneamente la culla della corruzione, molto più diffusa di quanto non lo fosse a Sparta e a Tebe. E così nella Roma antica, corrotta nelle midolla dai tempi della tarda Repubblica e a quelli dell’Impero.
Accade talvolta che le dittature blocchino la corruzione. Quando il potere politico è interamente nelle mani di pochissimi o addirittura di uno soltanto, la corruzione scompare: il potere assoluto sopprime al tempo stesso la corruzione e la libertà.
Egualmente accade che la corruzione non c’è o è ridotta ai minimi termini quando il popolo è veramente sovrano. In quel caso — purtroppo poco frequente — il massimo della libertà, della separazione dei poteri, delle istituzioni che amministrano l’esercizio dei diritti e dei doveri, dello Stato di cui il popolo sovrano costituisce la base e che persegue l’interesse generale del presente in vista del futuro, della generazione dei padri che godono il presente e operano per le generazioni dei figli e dei nipoti; in quel caso l’onestà la vince. Onestà e libertà rappresentano un binomio che ha illuminato alcuni fasi della storia occidentale ed anche di quella italiana.
Fasi tuttavia assai transitorie, specialmente in Italia e la ragione non è certo di natura antropologica. Gli italiani non sono per natura un popolo di corrotti e di ladri, ma è la nostra storia che ha ridotto a plebe il popolo sovrano. Machiavelli lo teorizzò nei suoi scritti e nel suo “Principe” in modo particolare. Le Signorie erano un covo di intrighi e quindi di corruzione. Per di più lo Stato non esisteva, fummo per secoli servi di potenze straniere che facevano i propri interessi e non certo quelli d’un popolo schiavo.
Ma ci furono anche dei periodi di luce, di lotta per la libertà e per la costruzione dello Stato d’Italia, di assoluta onestà privata e pubblica. Pensate al trio di Mazzini, Cavour, Garibaldi, in dissenso tra loro ma uniti da diverse angolazioni per la libertà e l’indipendenza del nostro Paese. Ed anche alla guerra partigiana e alla Resistenza che coinvolse l’intera Italia centro-settentrionale, dai nuclei combattenti a gran parte del Paese che ad essi faceva da scudo. E così pure, ai tempi della ricostruzione materiale, morale e politica sulle rovine che la sciagurata guerra ci aveva lasciato in eredità.
Conclusione: la corruzione è figlia della scomparsa d’un popolo sovrano e d’una democrazia non partecipata di partiti “liquidi”, dell’affievolimento dell’interesse generale e dello Stato che dovrebbe rappresentarlo e perseguirlo.
Questa è la situazione in cui già da molti anni ci troviamo e che con lo scorrere del tempo peggiora. E questa è anche la situazione europea dove i fenomeni deleteri sono per certi aspetti ancor più gravi.
***
Domenica scorsa scrissi a lungo sull’Europa “a pezzi”, sul patto di Schengen violato da un numero sempre più esteso di Paesi membri dell’Unione, sulla situazione greca, sulla anomalia sempre più evidente della Turchia di Erdogan con l’Europa democratica e infine sulla Libia, la Tunisia e l’Is che imperversa sempre di più sulla costiera mediterranea e in particolare sulla Cirenaica che ci fronteggia.
Ma dopo appena sette giorni da allora la situazione è ancor più grave e più chiara nella sua gravità: esistono ormai tre diverse Europa che si fronteggiano, alle quali va aggiunto il terrorismo del Califfato, potenziale soprattutto, che aggrava sempre di più i malanni e il solco che divide le tre parti del nostro Continente.
Esistente anzitutto l’anti-Europa: movimento di estrema destra, xenofobo e antidemocratico, con tinte razziste e nazionaliste, sia politicamente sia economicamente. Molti di questi anti-europei vigoreggiano in Paesi dell’Unione che non fanno parte dell’Eurozona, ma alcuni sono nati e stanno costantemente rafforzandosi in Paesi che hanno la moneta comune. Così avviene in Austria, in Danimarca, nei Paesi baltici, nei Balcani.
Alcuni di questi movimenti sono ancora di modeste dimensioni, ma altri, per esempio in Austria, hanno raggiunto dimensioni preoccupanti e alcuni sono addirittura arrivati a raggiungere il primo posto scavalcando i partiti che avevano finora governato. L’esempio più lampante è quello austriaco, ma anche in Francia il lepenismo è il movimento che i sondaggi collocano in prima posizione.
La seconda spaccatura dell’Europa è tra il Nord e il Sud e il suo aspetto più preoccupante è rappresentato dalla Germania. È il Paese egemone dell’Unione e soprattutto dell’Eurozona e finora si era mostrato in equilibrio su alcuni temi fondamentali, a cominciare da quelli dell’immigrazione, della flessibilità adottata dalla Commissione di Bruxelles, sia pure con modalità moderate, e nel rapporto tra la Cancelliera Angela Merkel — ufficialmente sostenitrice del rigore economico — e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea e fautore d’una politica monetaria espansiva e anti-deflazionistica.
In questi ultimi giorni tuttavia la Merkel sembra aver abbandonato il suo equilibrio tra il rigore anche monetario della Bundesbank e la politica espansiva della Bce.
Nei giorni scorsi Weidmann, governatore della Bundesbank, è venuto a Roma con un pretesto privato ma in realtà allo scopo di attaccare scopertamente la politica di Draghi, rendendo pubblico quell’attacco con un’intervista data proprio al nostro giornale.
Weidmann non è nuovo a quest’opposizione alla politica di Draghi, gli vota regolarmente contro in tutte le riunioni del Consiglio della Bce di cui la Bundesbank fa naturalmente parte; ma la novità di questa volta è che c’è stata l’approvazione piena delle dichiarazioni di Weidmann da parte del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, e nessuna parola di riequilibrio da parte della Merkel. Sarà la necessità di posizionarsi adeguatamente in vista delle prossime elezioni politiche tedesche, con una Cdu minacciata dagli xenofobi antieuropei e anche dall’alleato attuale, la Csu bavarese; ma comunque è un fatto nuovo e fortemente preoccupante questo atteggiamento “separatista” della Germania.
Infine la terza spaccatura europea riguarda la politica estera, la guerra contro l’Is in Siria, l’amicizia senza remore di sorta con la Turchia, l’assoluta “neutralità” nei confronti dell’eventuale intervento europeo sulla situazione libica. Queste tre spaccature sono micidiali per l’Europa: allontanano il suo rafforzamento istituzionale e quindi rinforzano il nazionalismo dei singoli Paesi membri, anche di quelli che non condividono le posizioni tedesche in tema di rigore economico e proprio per questo svalutano le regole comunitarie contribuendo così da opposte sponde alla disgregazione politica ed anche ideale dell’Europa unita.
Sono gli effetti delle democrazie non partecipate, liquide e senza alcun controllo dai diversi poteri costituzionali; è sempre meno esistente la parvenza d’un rafforzamento europeo e le prospettive pessime di questa situazione in una società globale.
Barack Obama ha cercato nel suo viaggio europeo dei giorni scorsi, di patrocinare un radicale mutamento di rotta, ma non sembra sia stato molto ascoltato. L’Europa è a pezzi ma non cerca affatto di ricostruirli. Se continuerà così andrà dritta al cimitero e noi tutti con lei, Germania in testa. “Ave, Caesar, morituri te salutant”.
Repubblica 1.5.16
Il referendum e la democrazia del compromesso
di Stefano Rodotà

LA CAMPAGNA elettorale per il referendum costituzionale, già cominciata da tempo, ha avuto una forte e prevedibile accelerazione dopo i risultati del referendum sulle trivelle. E dalle polemiche e dai conflitti di questi giorni già vengono indicazioni che consentono di avanzare ipotesi sui caratteri che assumerà la campagna elettorale e sugli effetti che via via si produrranno nel sistema politico-istituzionale.
Si deve partire da una constatazione. I referendum sono un gioco a somma zero, un sì contro un no, un vincitore e un vinto, e quindi il conflitto è nella loro stessa natura. Fatta questa ovvia constatazione, si tratta poi di stabilire per ciascun referendum come si strutturi concretamente il conflitto, con quali caratteristiche e intorno a che cosa. E, facendo questo, si scopre che i referendum possono incidere sul funzionamento del sistema politico al di là della conferma o dell’abrogazione di una legge. Più d’una volta, negli anni passati, si è ritenuto che un voto referendario potesse avere un effetto destabilizzante del sistema politico al punto tale che, pur di evitarlo, in alcuni casi si è preferito sciogliere le Camere.
Considerando le ultime vicende, i critici dell’utilità del voto sulle trivelle hanno insistito sul fatto che ben cinque dei sei quesiti predisposti dalle regioni avevano trovato una risposta positiva da parte del governo, sì che non valeva più la pena di andare a votare su un caso residuale. Valutazioni a parte su questo giudizio, questa vicenda mostra come una semplice richiesta referendaria possa modificare l’agenda politica, stabilire priorità. Inoltre, la mobilitazione sociale necessaria già al momento della raccolta delle firme può dare origine ad un vero e proprio movimento, a forme di intervento alle quali i cittadini ricorrono quando appaiono chiusi gli altri canali di partecipazione politica.
Questo sfaccettarsi delle funzioni del referendum diviene ancor più evidente se si considera l’imminente referendum costituzionale. All’abituale polarizzazione referendaria, infatti, si è questa volta aggiunta una chiara personalizzazione del voto perché, con l’annunciata decisione di dimettersi in caso di bocciatura della riforma, il presidente del Consiglio ha ormai trasformato l’occasione referendaria in un vero e proprio voto di fiducia.
Si può dire, ed è stato detto, che un governo, se attribuisce una particolare importanza ad alcuni suoi provvedimenti, ben può ritenere che la loro cancellazione impedisca la prosecuzione della sua azione, annunciando preventivamente ai cittadini questa sua intenzione. Ma questo referendum non riguarda l’indirizzo politico di maggioranza bensì, come è giusto dire, una massiccia riscrittura delle regole del gioco, con una modifica della forma di governo e del contesto democratico definito dalla Costituzione. Lo ha messo in evidenza efficacemente Romano Prodi, ricordando che «le riforme costituzionali debbono durare molto e non possono essere mirate solo all’interesse di chi possiede la maggioranza del momento». Il riferimento ai soli interessi della maggioranza è, alla lettera, quello che si trova nelle pagine di Hans Kelsen dedicate alla virtù fondativa del «compromesso », dove si sottolinea che esso «fa parte della natura stessa della democrazia » e consiste, in primo luogo, nel risolvere «un conflitto mediante una norma che non è totalmente conforme agli interessi di una parte, né totalmente contraria agli interessi dell’altra». Chi ha memoria della nostra storia costituzionale, cosa ben diversa dai troppi richiami sgangherati ai lavori dell’Assemblea costituente fatti in questo periodo, ricorda che di un “compromesso costituzionale” si è molto parlato, anche con toni critici, ma in definitiva riconoscendo la saggezza politica dei costituenti che, attraverso un confronto serrato, erano giunti a sintesi assai elevate, garantendo l’alta qualità della Costituzione.
Si dice che bisogna discutere nel merito la riforma sottoposta al voto. Ma non vi è merito più importante e ineludibile della valutazione della logica che la ha guidata e di quale risultato, in termini di democrazia, sia stato raggiunto. È bene ricordare, allora, che nel corso dell’iter parlamentare, e in particolare in occasione delle audizioni di molti studiosi, proprio sul punto centrale della nuova disciplina del Senato vi erano state proposte assai circostanziate di modelli che avrebbero evitato non solo il pasticcio attuale, ma avrebbero consentito una soluzione davvero innovativa, con effetti di seria semplificazione e mantenimento di equilibri costituzionali che, soprattutto se si tiene conto dell’intreccio con la nuova legge elettorale, vengono invece pregiudicati. Il buon “compromesso democratico” è lontano, e di questo si dovrà discutere.
Ma il riferimento alla democrazia torna, in maniera ancor più impegnativa, quando si constata che siamo di fronte al passaggio da una democrazia rappresentativa ad una democrazia d’investitura, dunque ad un mutamento della forma di governo. Ancora una ineludibile questione di merito, se appena si considera che la sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato il “Porcellum” è sostanzialmente fondata sulla constatazione che non veniva garantita proprio la rappresentanza dei cittadini. E questo non è tema che riguarda il passato, perché la Corte costituzionale dovrà occuparsi della legittimità dell’Italicum, contestata con argomenti che sottolineano come anche questa nuova legge elettorale sia viziata da un deficit di rappresentanza (e contro l’Italicum si stanno anche raccogliendo le firme per un referendum abrogativo).
Vero è che ad ottobre non si voterà sulla legge elettorale. Ma è evidente che la discussione investirà anche questo aspetto della strategia istituzionale del governo, come peraltro sta già avvenendo, perché la stessa riforma costituzionale evoca il tema del potere dei cittadini con le nuove norme sui referendum e sulla iniziativa legislativa popolare, in sé deboli e comunque inadeguate per costituire un contrappeso ad un accentramento del potere che mette la maggioranza nella condizione di poter vanificare le iniziative popolari (altra cosa è la democrazia partecipativa considerata anche nella dimensione digitale). Giustificato con l’argomento della semplificazione delle procedure di decisione (realizzata invece in forme confuse e contraddittorie), il moto ascendente del potere, la sua concentrazione in poche mani pongono chiaramente una questione di democrazia, già evidente in alcune inquietanti prassi dell’attuale governo, o per meglio dire del presidente del Consiglio. Il giudizio degli elettori riguarderà inevitabilmente tutti questi aspetti della questione, che oggi si presenta con i tratti di una democrazia messa sotto tutela.
Diventa fondamentale, allora, il contesto nel quale si svolgerà la campagna elettorale. Uno storico come Emilio Gentile ha appena pubblicato un libro dal titolo “Il capo e la folla”, che riprende un tema trattato nel 1895 da Gustave Le Bon, analizzando “la psicologia delle folle”. La ricostruzione dei rapporti tra il leader e le masse, la personalizzazione del potere ci portano ai giorni nostri, che conoscono il pieno dispiegarsi di quella che Abramo Lincoln chiamò la “democrazia recitativa”. Varrà la pena di tornare su questo tema. Ma, considerando la campagna elettorale, bisognerà garantire subito che la “recita” non sia riservata ad un numero ristretto di personaggi. Questo chiama in causa particolarmente la televisione pubblica, ma implica una responsabilità dell’intero sistema informativo. Una questione di democrazia, che si aggiunge alle altre appena ricordate.
Corriere 1.5.16
Appello di 12 associazioni: vogliamo sapere chi votiamo
di Sergio Rizzo

Sapere se la persona alla quale dai il tuo voto ha pendenze con la giustizia, si trova in un potenziale conflitto d’interessi, ha per esperienza o formazione le competenze necessarie a ricoprire l’incarico al quale aspira. E saperlo prima di andare alle urne: non dopo come avviene oggi, sempre che poi si sappia, perché invece certi altarini si scoprono sempre quando meno te l’aspetti.
Sarebbe il minimo sindacale in un Paese normale. Figuriamoci in un Paese come il nostro, nel quale la politica non sta di sicuro attraversando uno dei suoi periodi più smaglianti e gli scandali che coinvolgono esponenti anche di spicco dei partiti si susseguono a ritmi quasi quotidiani. Ecco allora che in vista delle prossime Amministrative un cartello di associazioni capitanata da Pubblici cittadini, della quale è coordinatore lo storico animatore del Movimento consumatori Gustavo Ghidini, ha chiesto a tutti i partiti di mettere finalmente mano a un provvedimento che obblighi tutti i candidati a qualsiasi elezione a rendere pubbliche le informazioni di cui parliamo. Nella lista c’è Riparte il futuro, legata al Gruppo Abele. Ma anche la branca italiana di Transparency international, l’organizzazione internazionale che stila la classifica della corruzione percepita che ha visto l’Italia scivolare negli ultimi quindici anni dalla posizione numero 29 occupata nel 2001 alla numero 61 dello scorso anno. E poi il Consiglio italiano del Movimento europeo, Cittadinanzattiva, la Lega internazionale dei diritti dell’uomo, Action Aid, l’associazione Donne giuriste, Cittadinireattivi, Diritto di sapere, Openpolis e l’associazione nazionale donne elettrici. Tutti d’accordo, con il sostegno di Romano Prodi, Giuliano Amato, Giovanni Maria Flick e Valerio Onida, nel proporre che sia data pubblicità «almeno quindici giorni prima della data del voto, dei curriculum dei candidati, contenenti precise e veritiere informazioni sui profili, competenze ed esperienze, unitamente ad una autodichiarazione dei candidati medesimi circa il proprio status penale e alla eventuale sussistenza di situazioni di conflitto di interessi rispetto alla assunzione della carica elettiva». Insomma, conoscere a chi diamo il voto, per evitare sorprese.
La proposta parte dal presupposto che sebbene lo Stato concorra ancora al finanziamento delle campagne elettorali, il nostro ordinamento non prevede alcun obbligo di informazione preventiva sui profili dei candidati. Il che, affermano i promotori dell’appello, «contraddice in assoluto il principio di democraticità» oltre a «comprimere sostanzialmente l’esercizio della libera scelta» da parte degli elettori.
Ma l’obbligo di pubblicità preventiva, sostengono, non dovrebbe essere limitato ai politici in senso stretto. Un meccanismo identico, salvo che per la tempistica (le informazioni dovrebbero essere disponibili almeno sessanta giorni prima dell’inizio della procedura) potrebbe essere introdotto, con un altro provvedimento di natura legislativa, anche per le nomine pubbliche. E questo dovrebbe riguardare tanto le designazioni nelle società controllate dallo Stato a livello centrale o locale, quanto quelle negli enti pubblici e nelle autorità indipendenti. Le imprese e le istituzioni coinvolte nelle nomine verrebbero inoltre assoggettate anche a una seconda prescrizione: indire almeno un mese prima dell’avvio del percorso di nomina le audizioni pubbliche dei candidati, chiamati a illustrare anche i programmi per il mandato.
Chi raccoglierà la sfida? Bella domanda. ..
Corriere1.5.16
Lo stallo perenne di Genova e le contraddizioni del Pd
di Marco Imarisio

Ogni volta è per grazia ricevuta. Appena due giorni fa la scialuppa di salvataggio è stata gentilmente fornita dai consiglieri dell’Udc, che si sono astenuti dall’ennesimo voto che avrebbe potuto portare al commissariamento del comune di Genova. In altre occasioni il mutuo soccorso è arrivato addirittura dal Pdl, terrorizzato dalla prospettiva del ritorno alle urne. Sempre sotto forma di assenze strategiche, necessarie all’abbassamento del numero legale, unica condizione per la sopravvivenza dell’attuale giunta.
Marco Doria, il sindaco della sinistra-sinistra che incarnava la speranza di rinnovamento, l’uomo che aveva risvegliato la coscienza della sempre mitica società civile battendo alle primarie del 2012 le due prime donne del Pd, la bersaniana Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, attuale ministro della Difesa, non ha i numeri per governare. E non di poco, e non da ieri. Genova rappresenta un punto d’osservazione privilegiato sulle contraddizioni della sinistra al governo e del Partito democratico. E le loro conseguenze.
Alla fine tutto si riduce a una questione politica, che prescinde persino dall’efficienza dell’attuale amministrazione. Doria, persona di desueto spessore morale, non si è mai trovato nella condizione di lavorare al meglio. Lui ci ha messo del suo all’inizio, assecondando un civismo colorato di arancione così radicale da risultare utopico anche in premessa, per ritrovarsi poi con esponenti della sua lista che gli hanno spesso votato contro accusandolo di sacrificare lo spirito delle origini sull’altare della governabilità. Il resto è farina che proviene dal sacco del suo azionista di maggioranza, quel Pd che nel 2012 si dichiarò unito come un sol uomo nel sostegno al nuovo sindaco. La rovinosa vicenda delle ultime elezioni regionali, con la fuoriuscita di un pezzo di sinistra del Pd, hanno certificato lo status di Genova impermeabile al renzismo. Raffaella Paita, candidata pd sconfitta in quell’occasione, la definì «capitale di una cultura di sinistra massimalista e radicale», uscita che non giovò all’armonia interna.
Nella città più vecchia d’Italia dove i militanti affermano con orgoglio che la sinistra vincerebbe anche schierando un paracarro, il Pd è diviso in almeno tre fazioni. I renziani della prima ora si guardano in cagnesco con i renziani di nuovo conio che a loro volta detestano gli esponenti del «vecchio» partito, ancora maggioritario. Il governo cittadino sembra una fermata d’autobus all’ora di punta. Qualche consigliere se ne va perché Doria si è «venduto» a Renzi, qualcun altro perché lo considera troppo poco renziano. Tra fuoriuscite e cambi di casacca, il Gruppo misto è ormai la seconda rappresentanza consiliare.
E così Doria sfida i sindacati dell’azienda dei trasporti pubblici, ma non troppo perché non può. Avviene lo stesso per la questione delle periferie, della spazzatura, delle partecipate. Mai una gioia. Nel giorno in cui porta a casa 25 milioni di euro per il finanziamento del Blueprint di Renzo Piano, incassa anche l’accusa implicita di collusione con il nemico e mette a rischio il consueto voto-spada di Damocle. Un passo avanti, uno indietro. Come il Pd, che un giorno afferma di puntare ancora su di lui, e quello seguente chiede le sue dimissioni, dipende da chi prende la parola. Tutto questo farebbe la felicità di un bravo psichiatra, non fosse per il fatto che ci va di mezzo una città e il suo futuro. C’era una volta il triangolo industriale. Milano è Milano. Torino ha cambiato volto. Genova sembra sempre prigioniera di uno stallo perenne. Eppure, solo in questa settimana, sono sbarcati quindicimila crocieristi, giustamente affascinati da una città stupenda, che meriterebbe maggiore senso di responsabilità da parte del suo ceto politico.
Corriere 1.5.16
Boldrini: troppa corruzione nella politica e nelle imprese
«Basta con la schiavitù Ci sono ancora donne che muoiono nei campi»
intervista di Alessandro Trocino

ROMA «È paradossale che, dopo aver varcato l’era digitale, tolleriamo che molte donne, soprattutto nelle campagne, lavorino in condizioni di sfruttamento ottocentesco e di schiavitù». Laura Boldrini, presidente della Camera, è particolarmente sensibile al tema del lavoro femminile. Andò a New York, a deporre una corona alla fabbrica Triangle, dove un incendio nel 1911 uccise 126 donne, in maggioranza italiane. E ricevette una delegazione delle lavoratrici sopravvissute alla strage del Rana Plaza, in Bangladesh, dove il crollo di una fabbrica tessile uccise nel 2013 1100 persone, molte delle quali donne. Per il 1° maggio di quest’anno, ha scelto di andare a Mesagne, in provincia di Brindisi, per un incontro organizzato dal sindacato Flai-Cgil con le braccianti e i familiari delle vittime del caporalato. Visita che è anche l’occasione per parlare della condizione delle donne, dei sindacati, «che non vanno delegittimati». E del lavoro: «Il Jobs act ha stabilizzato i contratti ma gli incentivi vanno resi strutturali», spiega la presidente della Camera. Che lancia il «reddito di dignità europeo per le persone indigenti».
Perché un 1° maggio tra le braccianti pugliesi?
«Ho pensato di celebrare questa festa dove il lavoro non passa per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Soprattutto delle donne. Mi sembra giusto focalizzare l’attenzione sulla condizione delle donne braccianti. Solo nel 2015 sono state 13 le vittime tra i braccianti. Morti per fatica, sfinimento. Ricorderò le parole pronunciate da Teresa Mattei, la deputata più giovane della Costituente, che aveva 25 anni. Disse, allora, che c’erano migliaia di donne che lavoravano durissimamente, in condizioni di schiavitù».
Ed è ancora così?
«Molto è cambiato, naturalmente. Il 1946 è stato l’anno spartiacque. Prima le donne erano fantasmi, dal punto di vista politico e sociale. Molte battaglie sono state combattute: già nel 1946 la prima donna sindaca, Ada Natali, si occupava delle difficili condizioni delle donne che lavoravano nelle fabbriche di cappelli. Molti anni sono passati, eppure può succedere ancora che si muoia di fatica. Se è vero che la schiavitù è stata cancellata nel 1865 negli Usa, nelle nostre campagne a volte si trovano condizioni di lavoro molto simili. Come quelle che ha dovuto sopportare Paola Clemente, prima di morire».
Ci sarà il marito, oggi.
«Sì, per raccontare la storia di una donna che lavorava 14 ore al giorno per 27 euro. Si svegliava nel cuore della notte per andare a lavorare e attaccava alle cinque di mattino, nelle campagne di Andria. È morta di stanchezza».
Servono provvedimenti legislativi?
«Abbiamo fatto molto. Abbiamo introdotto la confisca dei beni dei caporali, il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e abbiamo approvato alla Camera la confisca dei beni dei caporali. Ma bisogna rafforzare anche la trasparenza: una banca dati delle imprese agricole e liste dei lavoratori. Servono più ispezioni. A volte chiediamo di denunciare. Ma denunciare significa esporsi. E noi non possiamo chiedere eroismo a chi denuncia. Anche i sindacati devono essere messi nelle condizioni di offrire tutela».
Eppure i sindacati non godono dei favori di molta politica, compreso il governo. Qualcuno li vede più come un intralcio per la modernizzazione.
«I sindacati, come i partiti, devono sicuramente aggiornarsi e cambiare. Ma senza corpi intermedi non esiste democrazia. E glielo dico anche perché ho lavorato in Paesi dove non c’erano sindacati o partiti, se non di regime. Bisogna aiutare le organizzazioni a essere più moderne, ma non delegittimarle né esautorarle».
I dati sul lavoro vengono spesso forniti con toni contrastanti. Come va l’occupazione in Italia? Il Jobs act ha funzionato?
«I dati di marzo dell’Istat ci dicono che è in calo la disoccupazione, in generale, e quella giovanile in particolare. Non possiamo che esprimere apprezzamento. Ma se è vero che il buon esito dipende dagli incentivi, allora perché non renderli permanenti e strutturali?».
Basta il Jobs act?
«Cambiare le regole del mercato del lavoro può essere un contributo importante ma da solo non basta. L’austerity non ha funzionato. Bisogna rilanciare la crescita con gli investimenti. E stimolare i redditi più bassi. Uno sforzo da fare sul doppio binario, nazionale ed europeo. Ritengo utile che l’Europa lanci un reddito di dignità per le persone indigenti. Sarebbe anche un elemento di rafforzamento della cittadinanza europea».
In Puglia andrà in una masseria confiscata alla Sacra Corona Unita. Come dimostrano anche i casi di cronaca, politica e criminalità sembrano sempre più intrecciate. È stato fatto abbastanza?
«Abbiamo fatto molto. Inasprito le pene per la corruzione, introdotto il reato di autoriciclaggio, rafforzato l’autorità anticorruzione, colpito il voto di scambio politico-mafioso, tolto i vitalizi agli ex parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione, introdotto il codice deontologico per i deputati».
Non basta, a quanto pare.
«Certo, non basta. Dobbiamo impegnarci ancora di più. Perché la corruzione è un virus pericoloso, che da tempo ha infettato la politica, ma anche la pubblica amministrazione e l’impresa».
Si nota, però, una crescente insofferenza della politica nei confronti dei magistrati.
«La politica non può delegare alla magistratura. La pulizia deve essere fatta indipendentemente dalle inchieste. La magistratura arriva quando è già troppo tardi: i partiti devono agire prima, se vogliono essere rispettati dalla gente. Altrimenti non può che esserci una drammatica caduta di credibilità della politica».
Corriere 1.5.16
I tormenti del Tesoro per Toschi: ma ora è meglio procedere uniti
di Lorenzo Salvia

Padoan aveva indicato Carta al vertice della Finanza. I segnali di distensione
ROMA Il nome messo sul tavolo era un altro, non è un mistero. Per la delicata poltrona di comandante generale della Guardia di finanza, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva indicato il generale Luciano Carta, oggi alla guida dei reparti speciali delle Fiamme Gialle. Una scelta valutata anche dal capo dello Stato Sergio Mattarella. E pure dal generale Rolando Mosca Moschini, suo consigliere militare, grande esperto del ramo, visto che in passato ha guidato proprio la Guardia di finanza, quando il numero uno veniva da fuori, dall’esercito. È andata diversamente. Per quel ruolo Matteo Renzi ha voluto il generale Giorgio Toschi, finora comandante in seconda del Corpo. Senza lasciare alcun margine di manovra, senza offrire nemmeno un appiglio per un accenno di trattativa.
Ma il giorno dopo, dal ministero dell’Economia, arriva un messaggio di unità, quasi di pacificazione. Il generale Toschi sarà il nuovo comandante generale — dicono da Via XX Settembre — e ha la piena fiducia di tutti. Magari non sembra, ma non sono parole formali, di circostanza. A leggerle in filigrana vuol dire che la scelta è stata fatta. E adesso si deve chiudere quella guerra interna fra cordate che negli ultimi mesi ha sporcato l’immagine di un pezzo importante dello Stato, facendone vacillare la credibilità. Comandante di tutti, insomma. Non a caso erano proprio queste le parole che il generale Toschi ripeteva negli ultimi giorni, quelli della stretta finale sulla scelta da parte del governo. E che potrebbe pronunciare anche nella sua prima uscita pubblica, probabilmente il prossimo 21 giugno per la festa del Corpo.
Ma chi è questo generale nato a Chieti 61 anni fa, con un figlio ufficiale sempre nelle Fiamme Gialle, e diversi incarichi operativi in Toscana, Firenze compresa? Perché, soprattutto, il ministero dell’Economia e il Quirinale avrebbero preferito un altro nome al suo posto? Le perplessità erano due.
La prima è il coinvolgimento del fratello del generale, Andrea Toschi, in una vicenda giudiziaria che non si è ancora conclusa. Era il presidente della Banca Arner, sede in Svizzera e a Dubai. E nel maggio del 2014 è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla finanziaria Sopaf, per la presunta appropriazione indebita di 79 milioni di euro sottratti alle casse di previdenza di ragionieri, medici e giornalisti. Furono proprio gli uomini della Guardia di finanza ad arrestarlo. E il generale Toschi lo ha ricordato più volte ai suoi critici, anche in questi giorni, come un segno della sua assoluta imparzialità, della sua totale correttezza. Come la dimostrazione, insomma, di essere al di sopra di ogni sospetto. Resta il fatto che il processo sia appena agli inizi, il rinvio a giudizio, davanti al Tribunale di Milano, è arrivato il 4 febbraio di quest’anno. E gli esiti sono al momento del tutto imprevedibili.
Il secondo motivo di perplessità porta a una intercettazione del gennaio 2014, uscita fuori da un’inchiesta sugli appalti in Campania condotta dal sostituto procuratore di Napoli, Henry John Woodcock. Toschi era a cena, alla taverna Flavia di Roma, con altri due generali della Finanza: Michele Adinolfi, molto vicino a Renzi, e Vito Bardi. Con loro parlava proprio delle necessità di sostituire l’allora comandante generale delle Fiamme Gialle Saverio Capolupo, che poi venne prorogato dal governo Letta. E del quale adesso prenderà il posto. Gli altri due generali, Adinolfi e Bardi, sono fuori gioco, andati da poco in pensione. Capolupo diventerà consigliere di Stato, su proposta del governo. Resta solo lui, il generale Toschi, che adesso diventa comandante. Fine della guerra interna e delle cordate contrapposte, sperano tutti. In ogni caso il suo incarico, come tutti quelli decisi venerdì dal governo, durerà due anni.
Repubblica 1.5.16
L’amaca
di Michele Serra
PER le elezioni comunali a Roma, intese come evento complessivo, si comincia a nutrire una inevitabile simpatia: sono una somma quasi prodigiosa di debolezze, il più grande scontro di cocci che la storia ricordi. Hanno qualcosa di surreale, di scombiccherato, di veramente post-politico. A parte pochi e poveri resti della fu politica italiana (il manierismo borgataro di Meloni, il solidarismo “de sinistra” di Giachetti, il trasformismo curiale di Marchini), è tutto un gran casino. Post partiti, alleanze in briciole, il cadavere di Marino di traverso sui sampietrini, Berlusconi ormai impazzito e ormai bassissimo che entra e esce dai portoni annunciando nuovi candidati, i fake (in buon italiano: stronzate) che danno il ritmo alla campagna elettorale, con la cinquestellina Raggi accusata a vanvera di essere la brunetta (una delle) che cantò per Silvio, e poi uno scambio tra buontemponi su Facebook che diventa, per la stessa Raggi, la prova di un nuovo patto del Nazareno. Raggi, che grossomodo non sembra sapere granché di Roma come di altrove, è in un certo senso l’eroina, e meritatamente la favorita, di questo torneo inaugurale della nuova Repubblica. La terza, la quarta, la quinta, non si capisce bene, provate a cercare sui social, magari qualcuno ve lo spiega. Ma occhio ai fake.
Repubblica 1.5.16
Comunali, l’endorsement di Verdini imbarazza il Pdil caso Napoli, benevento e cosenza: l’appoggio ai candidati dem delle liste di Ala fa crescere lo scontento. la sinistra: “basta patchwork”
di Giovanna Casadio

ROMA. «Non sappiamo di verdiniani a Milano, perciò il problema non si pone». Beppe Sala, il candidato sindaco milanese del centrosinistra, rassicura all’indomani dell’incontro tra il Pd e Verdini a Montecitorio. Nessun abbraccio alle amministrative in Lombardia con Ala, il movimento dei verdiniani. Ma a Napoli, come a Benevento e a Caserta i verdiniani sono della partita del centrosinistra.
Vincenzo D’Anna, senatore di Ala, annuncia che «la Campania è per noi la regione pilota». Qui i verdiniani hanno un radicamento. «Faremo una nostra lista di appoggio alla candidata sindaca, Valeria Valente. La nostra lista è valutata tra il 4-5%, nessun consigliere sarà ricandidato ma ci saranno personalità civiche, del mondo delle professioni». In settimana sarà proprio Denis Verdini a presentare a Napoli il logo del neonato movimento: un’ala stilizzata. «Finora siamo stati solo un gruppo parlamentare, ora abbiamo deciso si strutturarci diversamente», spiega D’Anna.
Luca D’Alessandro, deputato verdiniano, allarga l’elenco delle alleanze locali per le amministrative: anche in Calabria, a Cosenza dove c’è Giacomo Mancini jr. a macinare consensi, Ala appoggerà il candidato del centrosinistra che dovrebbe essere, salvo ripensamenti ulteriori, Carlo Guccione. Sempre a Cosenza il Pd sta trattando con Ncd.
Nelle file democratiche cresce lo scontento. La sinistra attacca dopo l’allarme lanciato per l’incontro di venerdì alla Camera. Anche se i renziani si prodigano a gettare acqua sul fuoco. «Gli incontri con i gruppi parlamentari sono normali. Li abbiamo fatti con i parlamentari dei 5Stelle, di Forza Italia e ora anche con quelli di Ala», ricostruisce il sottosegretario Luca Lotti, braccio destro di Renzi.
Ma per la minoranza dem siamo a un passo dal patto di maggioranza e dalla fine del centrosinistra. Nico Stumpo avverte che non è possibile continuare con «alleanze patchwork, come se le amministrative fossero un fatto secondario e poi si vede». È Gianni Cuperlo, il leader di Sinistra dem, a denunciare: «Davvero i dirigenti del partito dovrebbero pensare alle amministrative e invece di incontrare Verdini trovino un buco per ricevere la Cgil». Dalla Campania poi - dopo tutto quello che è successo con l’inchiesta Santa Maria Capua Vetere in cui è coinvolto Stefano Graziano, l’ex presidente dell’assemblea del Pd campano accusato di concorso esterno in associazione camorristica - dovrebbe arrivare una lezione semplice, sostiene Cuperlo. «Il Pd deve prendere le distanze dai verdiniani. La domanda è sempre la stessa: fino a che punto ci si vuole spingere per vincere? Il Pd si snatura se abbandona il centrosinistra. A Milano, è stata fatta una scelta strategica di centrosinistra che ha retto, nonostante l’onda d’urto».
Si risentono i verdiani. «Abbiamo una cattiva nomea per via dei processi di Verdini - replica D’Anna - Ci accusano di tutto, tranne che di spaccio... Io spezzo una lancia per Stefano Graziano. Trovo ipocrita la politica campana che non si ribella alla gogna mediatica e il Pd campano tace. .. Graziano è stato depositario del consenso elettorale di imprenditori che risultano incensurati e muniti di certificato antimafia».
Al Nazareno, la sede del Pd a Roma, in settimana ci saranno altre riunioni per affrontare il problema delle infiltrazioni mafiose e camorristiche. Intanto il M5Stelle denuncia l’inciucio di Ala e Forza Italia a sostengno del Pd napoletano. Luigi Di Maio, il grillino vice presidente della Camera, parla di un vertice organizzato da Verdini per le comunali napoletane: «Ha radunato il cosentiniano D’Anna e altri amici di Ala ma anche di Forza Italia davanti a un buon pranzo napoletano, 15 portatori di voti, per aiutare la Valente».
Corriere 1.5.16
«Io, teologo, quasi prete e gay. Lavorare nello staff di Matteo sarà come tornare in seminario»
intervista di Pierpaolo Velonà

Bologna Cattolico lo è ancora. Seminarista non più. «Dovevo diventare sacerdote ma ho capito che non era la mia strada». Nel futuro di Benedetto Zacchiroli, classe 1972, consigliere comunale a Bologna, una laurea in Teologia, c’è l’ingresso nello staff di Matteo Renzi. Forse da capo. Ma Zac, come lo chiamano gli amici, non si sbilancia: «Vedremo, Renzi mi ha chiesto di collaborare, il decreto con le nomine arriverà in settimana».
Non è scaramantico, Zacchiroli, ma conosce le porte girevoli della politica. Intanto si è ritirato dalla corsa per il Consiglio comunale.
A Bologna, dov’è nato e cresciuto, vanta relazioni ed esperienze eterogenee. La gavetta in Curia, la militanza nei Girotondi, amicizie in ambienti confindustriali, l’ordinazione a diacono con il cardinale Biffi. «Lavorare con Renzi sarà come tornare in seminario — dice — l’emozione è la stessa».
La svolta per lui arriva 2004, con la nomina a consigliere per gli Affari internazionali del sindaco Cofferati: «Da Sergio — dice — ho imparato molto su come si come fa politica e molto su come non si fa». Finita l’era Cofferati, l’ex diacono vola in Brasile, «ministro degli Esteri» del Comune di Fortaleza. Com’è possibile? «Semplice — racconta —. Avevo conosciuto la sindaca in una serie di occasioni e mi ha chiamato».
L’amicizia con Renzi, a dirla tutta, precede il renzismo. Risale al 2007. «Ci incontrammo a una cena a Firenze dopo un concerto di Lucio Dalla. Me lo presentò Lucio. Matteo era ancora presidente della Provincia».
Da lì è un crescendo. «Zac» interviene alla prima Leopolda: è uno dei primissimi renziani nella terra dell’ortodossia bersaniana. Nel 2011 si candida alle primarie bolognesi contro l’attuale sindaco Virginio Merola. Perde ma non si dà per vinto. Coltiva il rapporto con Renzi senza mai tagliare i ponti con la Ditta. «Punto sui rapporti umani, non sulle correnti». Una delle sere più importanti della sua vita, Zacchiroli fa coming out nella sede di Arcigay: «Come teologo e come gay — dice in quell’occasione — non mi stupisce il Vaticano ma la sinistra e il Pd che non hanno il coraggio di dire quel che si deve dire”.
In occasione della legge sulle unioni gay la comunità Lgbt gli rimprovera un eccesso di moderazione. Lui però non ha rimpianti: «Il testo finale della Cirinnà era il massimo che potessimo ottenere, chi è deluso lo capirà in futuro. Renzi non mi ha scelto in quota Lgbt, mi ha chiesto di fare gioco di squadra».
Repubblica 1.5.16
Carrai, la marcia indietro sull’intelligence
L’imprenditore amico del premier sorveglierà il Grande fratello del web, voci sul suo passo indietro
di Goffredo De Marchis

ROMA. «Oggi di noi sanno più Google, Amazon e Facebook di quanto sappiano Guardia di Finanza, Carabinieri e servizi segreti messi insieme». Così parlava Marco Carrai lo scorso agosto al Meeting di Rimini, l’evento annuale di Comunione e liberazione. Tutte le informazioni che passano sulle piattaforme digitali (100 miliardi di miliardi di dati ogni anno) sono i Big Data, il settore del quale dovrebbe occuparsi l’amico fraterno di Matteo Renzi nell’ambito della sua consulenza col governo. Incarico a lungo rinviato, com’è successo anche l’altro ieri, tanto che a Palazzo Chigi non si esclude un passo indietro di Carrai, ovvero la rinuncia a entrare nello staff di Renzi. Il premier lo ha fatto capire sottolineando più volte, in conferenza stampa, che «la campagna mediatica contro sta influendo sulla decisione di Carrai. Non so se abbia cambiato idea ma io lo voglio ancora con me». Non scherzava. Un messaggio inviato soprattutto all’amico, infastidito per il fuoco di sbarramento che ha indebolito il suo ruolo fino a ridurne poteri e confini e, dicono, anche per la gestione maldestra della vicenda, culminata nei continui slittamenti del via libera.
Certo, non è facile dire di no a un amico che è anche il presidente del Consiglio e che ti difende pubblicamente spiegando che nulla per lui è cambiato. Ecco perché Carrai e Renzi stanno continuando a studiare il modo migliore per lo sbarco a Palazzo Chigi, definendo le competenze della cybersecurity, senza pestare troppi piedi. Perché quello che è sicuro è che dalle strutture di intelligence sono arrivati degli stop espliciti sotto forma di dubbi e interrogativi sulla nomina di Carrai e sulle sue funzioni, dubbi fatti propri anche dal capo dello Stato Sergio Mattarella.
La cybersecurity targata Carrai potrebbe dunque cominciare occupandosi dei Cert (Computer Emergency Response Team),le squadre che difendono la sicurezza informatica. In Italia ce ne sono due principali: la Sogei e il Cert del ministero della Difesa. La Sogei fa capo al ministero dell’Economia, si muove nell’ambito del decreto del 2014 per la Strategia nazionale della sicurezza informatica e serve a evitare intrusioni nei sistemi della pubblica amministrazione, a risolvere incidenti, a difendere materiale sensibile che passa per le reti digitali dello Stato. Il Cert Difesa ha un compito ancora più delicato perché è i suo dati contengono elementi legati alla sicurezza nazionale. Poi ci sono il Cert di Poste e il Cert dello Sviluppo economico. «Bisogna fare un po’ di pulizia in queste strutture», dicono a Palazzo Chigi. Se ne occuperà Carrai, coordinando lo scambio di informazioni.
Sui Big Data il punto non è certo la privacy dei cittadini. «La segretezza dei dati ha a che fare con la politica», suggerisce un ministro molto vicino a Renzi. «Berlusconi ha costruito la sua carriera pubblica sui sondaggi, domani queste carriere poggeranno sui Big Data». Sono dati che vanno difesi dalle “infiltrazioni” dei candidati o dei partiti. Nell’ultima serie di House of Cards, la fiction preferita da Renzi, l’avversario di Frank Underwood (Kevin Spacey), usa i flussi di un motore di ricerca per sapere cosa vogliono gli elettori, quali sono i loro gusti, i loro umori. Meglio di un sondaggio, vita reale. La cybersicurezza dovrebbe vigilare sull’uso politico di questa massa di informazioni.
Basteranno queste competenze a convincere Carrai ad abbandonare le sue attività private, a creare un blind trust, a rinunciare a un po’ di affari per avere un ufficio a Palazzo Chigi? È troppo poco rispetto alle aspettative e alle promesse di Renzi? Sono le domande che si sta ponendo l’imprenditore di Greve in Chianti. E davvero non si esclude che possa tirarsi indietro.
Corriere 1.5.16
Marco Carrai
«Sapete come muoiono i pesci? Per la bocca»
di Claudio Bozza

Da un po’ di mesi, cioè da quando è finito nel ciclone per la sua possibile nomina a timoniere di Palazzo Chigi per la sicurezza informatica del Paese, Marco Carrai ha praticamente smesso di rispondere al telefono. Al massimo scrive messaggi su Telegram, prima app di messaggistica criptata, quasi a volersi calare nel suo nuovo ruolo: «l’agente 00Carrai», come lo hanno ribattezzato i vecchi amici fiorentini. Un momento delicato per l’imprenditore di Greve e migliore amico del premier, che pur sedendo su molte poltrone non rilascia quasi mai dichiarazioni. L’unica eccezione se l’è concessa come presidente di Toscana Aeroporti, società che gestisce gli scali di Pisa e Firenze. Pochi giorni fa, con la tensione alle stelle, Carrai ha però cancellato anche questa eccezione. A Palazzo Medici Riccardi, ex sede della Provincia e trampolino di Renzi, uscendo dal vertice delle grandi aziende fiorentine, Carrai è stato fermato dai giornalisti per una battuta sull’aeroporto: «Presidente, ma nemmeno una dichiarazione? Perché?». La risposta al cronista: «Lo sai come muoiono i pesci?». «No, come?». «Per la bocca»… Silenzio, dunque, perché il silenzio è d’oro: una parola di troppo potrebbe davvero far saltare l’incarico. Un incarico a cui Carrai tiene moltissimo, perché gli consentirebbe di muoversi ufficialmente come vero e proprio funzionario di governo e non più solo grazie all’etichetta di migliore amico di Renzi. Venerdì la nomina è slittata ancora una volta ad un passo dal traguardo: il premier, per riuscire a chiudere anche sul generale Giorgio Toschi a capo della Finanza (il nome più delicato tra le nomine di Stato varate dal Consiglio dei ministri), per alleggerire la tensione ha sfilato, con una mossa politica all’ultimo momento, proprio il nome di Carrai, che tra la miriade di partecipazioni societarie possiede anche la Cys4, società privata di sicurezza informatica. La prossima settimana, però, Carrai dovrebbe approdare come consulente nello staff di Palazzo Chigi. A quanto filtra da Roma dovrebbe affidare ad un blind trust le quote delle sue società (in primis quelle della Cys4), mentre Toscana Aeroporti dovrebbe trovarsi un nuovo presidente. Le sorprese, però, potrebbero non essere finite.
Corriere 1.5.16
Chicco Testa in pole per il dopo Guidi
Ministero dello Sviluppo economico, spunta anche il nome del presidente di Assoelettrica
Ancora polemiche per l’atteso ingresso di Marco Carrai nello staff di Renzi per la cybersecurity
di Claudia Voltattorni

Roma Nei giorni delle nomine di Palazzo Chigi, è in arrivo una di quelle più attese: Chicco Testa potrebbe essere il nuovo ministro per lo Sviluppo economico. Il premier Matteo Renzi si sta orientando verso il presidente di Assoelettrica, già ex presidente di Enel, Legambiente e Acea, ex ambientalista ed ex deputato pci-pds, per la scelta del successore di Federica Guidi, dimessasi per il coinvolgimento indiretto nell’inchiesta della Procura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti.
La nomina del nuovo ministro potrebbe essere ufficializzata già all’inizio della settimana. Ma sul tavolo del premier restano anche i nomi della viceministro Teresa Bellanova, di Vasco Errani e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti. Sempre in settimana potrebbe arrivare anche un’altra nomina, quella di Marco Carrai alla cybersicurezza. Due giorni fa, Renzi ha chiarito che non sarà un incarico istituzionale, ma per il suo staff di presidente del Consiglio, «collaboratori che lasciano quando il premier se ne va», ma il nome di Carrai continua a far discutere. Amico di Renzi da sempre, sarà l’uomo cui il premier ha chiesto «di venirmi a dare una mano nel settore dei big data ». D’altra parte Carrai è il titolare della Cys4, società di cybersicurezza, e uno dei fondatori della Cambridge Management Consulting Lab, società con sede a Milano che tra le sue specifiche ha anche servizi di consulenza alle aziende proprio sui big data : «Ai nostri clienti, schiacciati da una massa di dati, forniamo i necessari mezzi per trasformare i big data in un vantaggio competitivo».
E proprio per questo Dario Nardella, sindaco di Firenze vicinissimo a Renzi, dice che «Carrai farà un ottimo lavoro nell’interesse del nostro Paese: è una persona molto seria, molto equilibrata e riservata, gli faccio un grande in bocca al lupo». Meno sicuro invece Roberto Speranza, minoranza pd: «Non mi convince mai quando le relazioni amicali si sovrappongono alle funzioni istituzionali, non è un buon segnale, anzi, credo sia un errore: dentro l’intelligence italiana ci sono risorse straordinarie per la cybersecurity , non c’è bisogno di cercarne fuori».
D’accordo anche Giacomo Stucchi, senatore leghista e presidente del Copasir: «Se l’incarico a Carrai non ha nulla a che fare con le attività di intelligence e di cyberdefense , ma si limita solo ad un coordinamento dei big data va bene, altrimenti dovremo intervenire, perché lui non deve toccare palla». Bisogna capire, dice, «che livello di accesso avrà Carrai ai dati, se entrerà a conoscenza dei contenuti e delle metodologie delle Agenzie», perché sottolinea, «lui non ha né i requisiti né le autorizzazioni per farlo: aspettiamo cosa dirà il premier». Si fa le stesse domande Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato, che ricorda anche: «La cybersecurity è già nelle mani del neonominato Alessandro Pansa, capo del Dipartimento alla sicurezza (Dis), che poteri e ruolo avrà allora Carrai? E che significa “essere nello staff di Renzi?”». Maurizio Gasparri (FI) attacca «l’atteggiamento arrogante del premier che nomina il suo amico intimo e continua a fare come gli pare», e pure il grillino Roberto Fico parla di «logica di favorire gli amici degli amici e i pochi a discapito degli altri».
Sulle nomine già fatte, gli elogi sono invece unanimi, con parole di stima per «persone di grande valore ed esperienza». E ieri mattina il neodirettore del Dis Pansa, il neocapo della Guardia di Finanza Giorgio Toschi e il neocapo della Polizia Franco Gabrielli sono stati salutati in piazza San Pietro da papa Francesco durante il Giubileo dei militari e delle polizie: «Siate strumenti di riconciliazione, costruttori di ponti e seminatori di pace», ha detto loro Bergoglio.
La Stampa 1.5.16
Il vescovo di Bologna al Primo maggio
“Don Matteo” conquista anche la Fiom
Monsignor Zuppi alla manifestazione dedicata ai disabili
di Franco Giubilei

Che «don Matteo», come il nuovo arcivescovo di Bologna monsignor Zuppi si fa chiamare amichevolmente, fosse molto sensibile ai problemi dei lavoratori, è stato chiaro fin dall’inizio della sua attività pastorale: su invito del segretario della Fiom, andò subito a trovare gli operai della Saeco che presidiavano i cancelli dell’azienda per protestare contro il rischio-chiusura. Oggi poi il vescovo sarà sul palco del Primo Maggio in piazza Maggiore, e forse per la prima volta in Italia una manifestazione del sindacato vedrà la presenza di un alto rappresentante della gerarchia ecclesiastica: «Sicuramente verrò a portare un saluto a voi e alle associazioni dei disabili», ha detto il vescovo al segretario provinciale della Cisl Alessandro Alberani, non appena ha saputo che la giornata sarebbe stata dedicata alle disabilità. «Quando scoppiò la vicenda della Saeco, mi chiamò e mi disse che voleva ricevere i lavoratori, dimostrando fin dal primo momento grande attenzione al mondo del lavoro», racconta il segretario Cisl. Ma ci sono anche altri episodi significativi, a cominciare dalla decisione di monsignor Zuppi di destinare parte degli utili della Faac, la multinazionale di proprietà della curia bolognese, alla creazione di un fondo per le famiglie in difficoltà: «Quest’anno cinque milioni di euro di dividendo dell’azienda saranno impiegati per un fondo che preveda interventi urgenti a favore di nuclei familiari con disoccupati, per il pagamento di bollette o tasse universitarie – sottolinea Alberani -. È allo studio anche uno strumento per creare lavoro, in collaborazione con le imprese e col mondo della cooperazione». Rispetto all’ex arcivescovo di Bologna, monsignor Caffarra, il salto è notevole: «Era sicuramente attento ai problemi del lavoro, ma era anche molto più tradizionale nell’approccio». Dieci giorni fa «don» Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma e con esperienza nella Comunità di Sant’Egidio, è stato in visita alla Ducati e ha parlato coi dipendenti, alla sua maniera diretta. Uno stile che nella pur sempre rossa Bologna non può non piacere anche ai sindacati politicamente più distanti dalla Chiesa, a cominciare dalla Fiom: «È un vescovo molto sensibile ai problemi dei lavoratori, ce l’ha dimostrato andando di persona alla Saeco nel giorno del suo insediamento - spiega Bruno Papignani, segretario regionale -. Quanto alla sua partecipazione al Primo maggio, il vescovo non è nuovo a prendere posizione in difesa dei lavoratori, ma da un punto di vista formale è sicuramente uno strappo». Il tempo di salire sul palco dei sindacati, dove sono stati invitati anche i rappresentanti della comunità islamica e di quella ebraica, di salutare la folla e le associazioni, e poi monsignor Zuppi andrà alla cattedrale a celebrare messa. Abbastanza per tracciare un segno netto rispetto al passato, e non solo a Bologna: «Di sicuro non è un fatto usuale. Negli ultimi anni il tema del lavoro era finito un po’ in secondo piano, monsignor Zuppi invece fin dal primo momento lo ha messo al centro, in linea col messaggio del Papa».

sabato 30 aprile 2016

Corriere 30.4.16
Al Maggio Musicale Fiorentino
Festa per gli 80 anni di Mehta, direttore «rivoluzionario»
di Gian Mario Benzing

Firenze Ormai è praticamente un rivoluzionario, Zubin Mehta, tanto iper-tradizionalista appare il suo stile. Come domenica scorsa, all’avvio del Maggio Musicale Fiorentino: e dove la senti più una Nona Sinfonia di Beethoven diretta così, grandiosa come in epoche lontane, senza le secchezze e i tempi isterici che oggi segnano buona parte della norma esecutiva spacciata per giovanile originalità?.
Nel distretto viennese (o salisburghese?) di Florenz am Arno, dove il Festkonzert per gli ottant’anni di Mehta inizia alle sei di sera, il maestro indiano distende respiro e maestà, tempi larghi (tranne l’Adagio, in 13’55), fusione morbidissima; una lezione di equilibrio timbrico che va dagli splendidi corni ai timpani del «Molto vivace», in realtà vivace neanche un po’, fino al possente Coro del Maggio; e che solo esclude, mal assortiti, i solisti di canto, un baritono tutto impeto nasale, un tenore pallidissimo e un soprano slabbrato su vari La acuti. Standing ovation, 8’55 di applausi e il Coro che tuona «Tanti auguri a te».
E questo dopo i brividi della prima parte: un Concerto «Imperatore» in cui Mehta sfida le leggi della statica, tenendo in equilibrio, sul cashmere di un’orchestra avvolgente e sontuosa, il pianoforte di un András Schiff in modalità «folletto spietato». Nelle lunghe pause, il grande ungherese tiene le mani stese sopra il pianoforte, come in preghiera sull’altare del genio; poi, di colpo, tutto trasparenze e lampi, sbalza i temi eroici come cristalli accecanti. Mai un pensiero affettuoso. E più il cashmere di Mehta lo accarezza, più lui scava polifonie nascoste, inauditi galoppi della sinistra e staccati radiosi. Libero, ardito. E da questo mix, all’apparenza «impossibile», il Maggio fiorisce brillantissimo.