Corriere La Lettura 17.1.16
Il migrante «mobile» che mette in crisi la staticità dello Stato
di Franco Farinelli
Che
fine hanno fatto gli abitanti di Parigi? Se lo chiedeva Walter Benjamin
a proposito delle foto scattate da Eugène Atget nell’Ottocento, del
tutto prive di persone quasi che la città fosse deserta, una scena
vuota. E metteva in guardia, nella sua Piccola storia della fotografia ,
contro il «nascosto carattere politico» di tali immagini, di cui non
riusciva però a decifrare la natura, la ragione. Per rispondere sarebbe
bastata un’occhiata al frontespizio del Leviatano di Hobbes, il testo
cui più di ogni altro lo Stato moderno deve la propria fondazione
teorica, apparso a metà Seicento: un’epoca in cui la prima pagina di un
libro valeva come sintesi illustrata di tutto il contenuto, al punto che
Cartesio poteva vantarsi di non aver bisogno di aprire un volume per
venire a capo del problema posto dal titolo.
A prima vista il
corpo del Leviatano, emblema dello Stato territoriale centralizzato come
lo chiamava Carl Schmitt, sembra soltanto villoso, oppure formato da
molteplici scaglie. In realtà la gigantesca forma del mostruoso
principe, che brandisce sul mondo le insegne del potere sia religioso
che civile, risulta costituita dalla massa dei singoli corpi dei
sudditi, tutti privi di volto perché ritratti di spalle, a segno
dell’assenza di ogni loro reciproca differenza al cospetto del nuovo
«Dio mortale». Soltanto il capo e le mani (gli organi del pensiero e
dell’azione) della potentissima creatura sono fatti di una sostanza non
umana, del tutto estranea rispetto all’ingombro materiale della somma
degli individui: i cui apparati fisici, parti coerenti e solidali dello
stesso unico insieme, già anticipano, nella loro reciproca equivalenza e
nella intercambiabilità della loro disposizione, la logica della
produzione di serie, il cui primo annuncio i filosofi di Francoforte
scorgeranno invece nelle macchine erotiche descritte da de Sade.
Diversamente
però da quel che accade in quest’ultime, nel corpo del Leviatano i
soggetti debbono restare immobili o almeno in tal modo vengono
concepiti, pena la crisi della staticità dello Stato stesso, che si
chiama così proprio perché non si muove. Fu Machiavelli, all’inizio del
Cinquecento, il primo ad adoperare tale termine nel significato di una
formazione politica che coincide con un’estensione territoriale: ancora
nel Quattrocento «stato» era soltanto sinonimo di condizione, quella
privilegiata di un essere umano dotato di particolari e superiori
prerogative dal punto di vista dell’esercizio del potere, a partire da
quello di dire giustizia. Come un soggetto si sia oggettivato
trasformandosi in una cosa, come la parola che designa un potente sia
passata invece a distinguere l’ambito d’esercizio del suo potere (di ciò
infatti si tratta) è un processo che ancora attende puntuale
ricostruzione. Ma intanto è proprio da tale sparizione del soggetto che
deriva l’assenza di persone nelle fotografie che a Benjamin facevano
problema, e di cui intuisce la funzione politica: come nelle foto
Alinari su cui abbiamo studiato al liceo Storia dell’arte, gli uomini e
le donne sono assenti perché stanno altrove, a comporre il corpo dello
Stato, di cui le immagini stesse sono più o meno consapevole e mediata
espressione. E oltre che invisibili gli atomi di cui il Leviatano si
compone sono immobili perché se è vero che lo Stato moderno non ha
territorio ma è il territorio, come insegnano i giuristi, quest’ultimo è
una costruzione geometrica, uno spazio propriamente detto, al cui
interno ogni cittadino corrisponde a un punto, dalla cui supposta
stabilità la stabilità (la staticità) dell’intero sistema dipende. Da
dove altrimenti deriverebbe l’uguaglianza (l’ egalité ) dei cittadini?
Accadde l’11 settembre, del 1789: per la prima volta, a Parigi, il voto
dell’Assemblea venne espresso singolarmente, non più per «ceto» ma per
«testa», appunto in omaggio al principio dell’equivalenza generale dei
punti geometrici sul piano.
Ecco perché le figure del migrante e
del rifugiato mettono davvero in crisi l’ordinamento politico esistente:
perché la loro visibilità e mobilità, ripristinando le più immediate
funzioni antropologiche, minano prima d’altro la fondamentale finzione
(la funzionale idealizzazione, il «congelamento metonimico» direbbe
Arjun Appadurai) sulla cui base l’intero sistema statale moderno è stato
costruito.
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
domenica 17 gennaio 2016
La Stampa 17.1.16
Juncker: “Se si chiudono i confini finisce anche l’unione economica”
Bruxelles: “La circolazione di persone e capitali è strettamente collegata, aumenterà la disoccupazione”
di Marco Zatterin
Spiazzati dal clamore dell’ennesimo tassello del domino di Schengen che cade, gli uomini del Team Juncker faticano a trovare un modo diverso per rinfrescare il ritornello che ripetono da giorni. «Se entro il vertice di febbraio non saremo riusciti a regolare il flussi dei rifugiati, la libera circolazione dei cittadini rischierà di finire», confessa un funzionario che risponde nonostante l’ora e il gelido giorno semifestivo. L’ultimo a dirlo è stato il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans. Ha avvertito che i governi devono attuare gli impegni presi, dunque rafforzare le frontiere esterne, registrare chi entra, cacciare chi non può restare. Bisogna agire in fretta. Perché «resta solo un mese per evitare il peggio».
Sul caso austriaco aspettano, vogliono capire. Vienna è una delle sei capitali che hanno deciso di rimettere nel cassetto i patti firmati per la prima volta in Lussemburgo poco più di trent’anni fa. Con determinazione variabile a seconda dell’emergenza e delle tensioni politiche interne, anche Norvegia, Svezia, Danimarca, Germania e Francia lo hanno fatto. Stoccolma ha detto basta dopo aver registrato oltre 150 mila richieste di asilo in dodici mesi. Berlino ha aperto e poi chiuso. Vienna ha eretto in autunno un reticolato al confine «interno» sloveno. Facile per le opposizioni radicali cavalcare il disagio sociale e agitare il fantasma dell’invasione. Difficile fare l’unione (europea) con la forza e cercare di rimettere le cose a posto.
La posta in gioco è alta. Il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, ha concesso poche illusioni. «Nessuno parla del legame tra libera circolazione di cittadini e capitali - ha affermato -: la fine di Schengen rischierà di mettere fine all’Unione economica e monetaria. Il problema della disoccupazione diventerà ancora più importante. Per questo bisogna guardare alle cose nel loro insieme». Il grande mercato unico è fondato sull’assenza delle frontiere. I controlli ai passaggi da un Paese all’altro costano tempo e soldi, alle persone come alle imprese. «Addio all’economia “just in time”», ha detto a La Stampa il capo dell’Europarlamento, Martin Schulz.
«Sarebbe la morte del progetto europeo», stima il commissario Ue agli Affari Interni, Dimitri Avramopoulos. Il greco chiede da giorni «scelte coraggiose alle capitali». Invano, sinora. È un circolo vizioso, ha spiegato in serata una fonte diplomatica: «La paura del prezzo politico di mosse assolutamente necessarie fa rinviare le scelte e aumenta la difficoltà dell’azione, nonché il prezzo politico da pagare». La cosa che a Bruxelles faticano a capire è come si possa indugiare davanti a decisioni già prese. Il nervosismo è evidente nei quartieri europei della capitale belga. Perché le cose vanno male e perché in giro c’è chi comincia a pensare che il Team Juncker abbia chiesto troppo ai governi.
«Quest’anno dobbiamo riportare Schengen alla normalità», recita il mantra di Timmermans. Implica «ottenere chiari risultati sul recupero del controllo delle frontiere e sulla riduzione dei flussi». È entrato un milione di persone nel 2015 e la tendenza non rallenta. La Commissione ha scritto regole per l’asilo e per una guardia di frontiera comune, ha trattato un’intesa con la Turchia per rallentare i flussi. I leader che non la seguono si incontrano il 18 febbraio. A Bruxelles dicono che sarà il vertice del giudizio. Il dramma è che potrebbero aver ragione.
Juncker: “Se si chiudono i confini finisce anche l’unione economica”
Bruxelles: “La circolazione di persone e capitali è strettamente collegata, aumenterà la disoccupazione”
di Marco Zatterin
Spiazzati dal clamore dell’ennesimo tassello del domino di Schengen che cade, gli uomini del Team Juncker faticano a trovare un modo diverso per rinfrescare il ritornello che ripetono da giorni. «Se entro il vertice di febbraio non saremo riusciti a regolare il flussi dei rifugiati, la libera circolazione dei cittadini rischierà di finire», confessa un funzionario che risponde nonostante l’ora e il gelido giorno semifestivo. L’ultimo a dirlo è stato il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans. Ha avvertito che i governi devono attuare gli impegni presi, dunque rafforzare le frontiere esterne, registrare chi entra, cacciare chi non può restare. Bisogna agire in fretta. Perché «resta solo un mese per evitare il peggio».
Sul caso austriaco aspettano, vogliono capire. Vienna è una delle sei capitali che hanno deciso di rimettere nel cassetto i patti firmati per la prima volta in Lussemburgo poco più di trent’anni fa. Con determinazione variabile a seconda dell’emergenza e delle tensioni politiche interne, anche Norvegia, Svezia, Danimarca, Germania e Francia lo hanno fatto. Stoccolma ha detto basta dopo aver registrato oltre 150 mila richieste di asilo in dodici mesi. Berlino ha aperto e poi chiuso. Vienna ha eretto in autunno un reticolato al confine «interno» sloveno. Facile per le opposizioni radicali cavalcare il disagio sociale e agitare il fantasma dell’invasione. Difficile fare l’unione (europea) con la forza e cercare di rimettere le cose a posto.
La posta in gioco è alta. Il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, ha concesso poche illusioni. «Nessuno parla del legame tra libera circolazione di cittadini e capitali - ha affermato -: la fine di Schengen rischierà di mettere fine all’Unione economica e monetaria. Il problema della disoccupazione diventerà ancora più importante. Per questo bisogna guardare alle cose nel loro insieme». Il grande mercato unico è fondato sull’assenza delle frontiere. I controlli ai passaggi da un Paese all’altro costano tempo e soldi, alle persone come alle imprese. «Addio all’economia “just in time”», ha detto a La Stampa il capo dell’Europarlamento, Martin Schulz.
«Sarebbe la morte del progetto europeo», stima il commissario Ue agli Affari Interni, Dimitri Avramopoulos. Il greco chiede da giorni «scelte coraggiose alle capitali». Invano, sinora. È un circolo vizioso, ha spiegato in serata una fonte diplomatica: «La paura del prezzo politico di mosse assolutamente necessarie fa rinviare le scelte e aumenta la difficoltà dell’azione, nonché il prezzo politico da pagare». La cosa che a Bruxelles faticano a capire è come si possa indugiare davanti a decisioni già prese. Il nervosismo è evidente nei quartieri europei della capitale belga. Perché le cose vanno male e perché in giro c’è chi comincia a pensare che il Team Juncker abbia chiesto troppo ai governi.
«Quest’anno dobbiamo riportare Schengen alla normalità», recita il mantra di Timmermans. Implica «ottenere chiari risultati sul recupero del controllo delle frontiere e sulla riduzione dei flussi». È entrato un milione di persone nel 2015 e la tendenza non rallenta. La Commissione ha scritto regole per l’asilo e per una guardia di frontiera comune, ha trattato un’intesa con la Turchia per rallentare i flussi. I leader che non la seguono si incontrano il 18 febbraio. A Bruxelles dicono che sarà il vertice del giudizio. Il dramma è che potrebbero aver ragione.
Corriere 17.1.16
I tedeschi non chiudono le porte ai profughi
di Danilo Taino
Non saranno i fatti della notte di capodanno a Colonia a fare fallire la politica sui rifugiati della Germania. E a fare cadere Angela Merkel. A decidere «saranno i numeri», ha scritto su Politico (Europa) Timo Lochocki, un analista del German Marshall Fund of the United States. Al momento, sembra che la situazione sia proprio questa. Nonostante la gravità e la qualità odiosa delle aggressioni di Colonia, i tedeschi non hanno sostanzialmente cambiato opinione sul modo di accogliere i profughi che chiedono asilo. Nei sondaggi più recenti, condotti giovedì scorso, l’ 84% degli elettori potenziali dichiarava che oggi voterebbe per uno dei partiti — di sinistra o di centrodestra — che sono, in diversi gradi, favorevoli a una politica di porte aperte. Il 16% rimanente è una quota modesta: il 29% dei britannici, per dire, dice di condividere le politiche di chiusura sostenute dagli indipendentisti dell’Ukip e almeno il 50% degli italiani al momento voterebbe per 5 Stelle, Lega,Forza Italia e destra, partiti che criticano le aperture tedesche.
Le scelte della Germania, dunque, non saranno decise dall’emozione di Colonia. Piuttosto, da alcuni numeri. Innanzitutto, da quanti profughi arriveranno nel 2016. L’anno scorso ne sono arrivati 1,1 milioni . Pur senza mettere un tetto, il governo spera di limitarli a 500 mila quest’anno, grazie ad accordi con Turchia e Giordania, controlli alle frontiere esterne della Ue e i famosi hot spot. Non sarà facile, l’Europa finora non ha seguito la cancelliera Merkel: ma questa è la sfida.
Secondo, il denaro, cioè le risorse per sostenere i costi di integrazione: mantenimento dei profughi, alloggi, sanità, scuole, nuovi insegnanti, costruzioni. Nel 2015, la Germania ha registrato un surplus del bilancio pubblico stimato al momento attorno allo 0,5% del Pil , più o meno 15 miliardi . I costi per l’assistenza ai rifugiati calcolati da parecchi centri di studio sono tra i 13 e i 18 miliardi per il 2016. Questo è il maggiore elemento di forza della politica di Frau Merkel nei confronti degli immigrati: avere conti pubblici che consentono al governo di gestire la situazione. È l’importanza del bilancio sano nei momenti di emergenza, in un mondo che ne promette molte. Se Berlino avesse avuto un deficit e un debito pubblici alti, probabilmente a questo punto avrebbe già chiuso le frontiere. E addio Schengen. Questi sono i numeri che guarda la cancelliera.
I tedeschi non chiudono le porte ai profughi
di Danilo Taino
Non saranno i fatti della notte di capodanno a Colonia a fare fallire la politica sui rifugiati della Germania. E a fare cadere Angela Merkel. A decidere «saranno i numeri», ha scritto su Politico (Europa) Timo Lochocki, un analista del German Marshall Fund of the United States. Al momento, sembra che la situazione sia proprio questa. Nonostante la gravità e la qualità odiosa delle aggressioni di Colonia, i tedeschi non hanno sostanzialmente cambiato opinione sul modo di accogliere i profughi che chiedono asilo. Nei sondaggi più recenti, condotti giovedì scorso, l’ 84% degli elettori potenziali dichiarava che oggi voterebbe per uno dei partiti — di sinistra o di centrodestra — che sono, in diversi gradi, favorevoli a una politica di porte aperte. Il 16% rimanente è una quota modesta: il 29% dei britannici, per dire, dice di condividere le politiche di chiusura sostenute dagli indipendentisti dell’Ukip e almeno il 50% degli italiani al momento voterebbe per 5 Stelle, Lega,Forza Italia e destra, partiti che criticano le aperture tedesche.
Le scelte della Germania, dunque, non saranno decise dall’emozione di Colonia. Piuttosto, da alcuni numeri. Innanzitutto, da quanti profughi arriveranno nel 2016. L’anno scorso ne sono arrivati 1,1 milioni . Pur senza mettere un tetto, il governo spera di limitarli a 500 mila quest’anno, grazie ad accordi con Turchia e Giordania, controlli alle frontiere esterne della Ue e i famosi hot spot. Non sarà facile, l’Europa finora non ha seguito la cancelliera Merkel: ma questa è la sfida.
Secondo, il denaro, cioè le risorse per sostenere i costi di integrazione: mantenimento dei profughi, alloggi, sanità, scuole, nuovi insegnanti, costruzioni. Nel 2015, la Germania ha registrato un surplus del bilancio pubblico stimato al momento attorno allo 0,5% del Pil , più o meno 15 miliardi . I costi per l’assistenza ai rifugiati calcolati da parecchi centri di studio sono tra i 13 e i 18 miliardi per il 2016. Questo è il maggiore elemento di forza della politica di Frau Merkel nei confronti degli immigrati: avere conti pubblici che consentono al governo di gestire la situazione. È l’importanza del bilancio sano nei momenti di emergenza, in un mondo che ne promette molte. Se Berlino avesse avuto un deficit e un debito pubblici alti, probabilmente a questo punto avrebbe già chiuso le frontiere. E addio Schengen. Questi sono i numeri che guarda la cancelliera.
Corriere 17.1.16
Duello Vendola-Orfini, a Roma il centrosinistra si rompe
Il leader di Sel: no a Giachetti candidato. Il commissario pd: avete paura dei gazebo, ci vediamo alle urne
L’ex vice sindaco dem Walter Tocci propone una lista civica pd senza simbolo. La replica: mai
di Monica Guerzoni
ROMA Vendola che ironizza sulla «spocchia» di Orfini e accusa il premier di aver «renzizzato» Roma con Roberto Giachetti, visto da sinistra come il candidato del Partito della nazione. Orfini che replica via Twitter: «Tu puoi scegliere il candidato nel chiuso di una stanza, mentre chi fa le primarie divide?». E il leader di Sel: «Voi nel chiuso di una stanza avete cacciato Marino».
Da alleati a nemici giurati. La sfida per il Campidoglio parte con uno scontro a sinistra, gravido di ripercussioni sul piano nazionale. Giachetti ha ceduto al pressing di Renzi e ha accettato l’«impegno immenso e gravoso» di correre alle primarie. In «splendida» solitudine, per ora, visto che Stefano Fassina non si presenterà il 6 marzo ai gazebo del centrosinistra. «Non ci sono le condizioni», chiude Nicola Fratoianni. Per Renzi la tela delle alleanze è ancora tutta da tessere e dal gioco del cerino rischia di divampare un incendio. Di chi è la colpa, se la coalizione è finita in pezzi? «Noi abbiamo lasciato le porte aperte — attacca Orfini — Se Fassina ha paura, in bocca al lupo. Ci vedremo alle elezioni». Ma se al ballottaggio Fassina tifasse per il candidato dei Cinquestelle? Al culmine di una giornata di accuse tra fratelli coltelli, il candidato della sinistra avvisa i naviganti: «Una fetta consistente del popolo dem non vota Pd. Noi vogliamo evitare che un pezzo del nostro mondo si rassegni, confinandosi nell’astensione o scegliendo altre strade».
A innescare la lite è il documento con cui Walter Tocci, l’ex vicesindaco di Rutelli molto corteggiato da un pezzo di sinistra romana, ha rilanciato la suggestione di una lista civica senza i vessilli del Pd. «È una cosa irricevibile e priva di senso politico — si indigna Orfini —. Il Pd si presenta col suo simbolo, orgoglioso di esporlo». Aspra la replica di Fassina, pronto a farsi da parte per il «lodo» Tocci: «La responsabilità della rottura è del Pd, che invoca alleanze e tace sul programma». Quanto a Giachetti, Fassina lo vede come «un ultras del Jobs act, della scuola, delle trivelle, dell’Italicum, della revisione del Senato».
E c’è un altro interrogativo che tormenta i dem. Cosa farà Ignazio Marino? La lista personale sembra tramontata, ma l’ex sindaco può ancora candidarsi alle primarie. Il resto della tensione l’ha innescata Tocci sul suo blog. Il senatore assicura che la sua candidatura «non è mai esistita», però sprona Renzi ad affrontare la questione romana con «umiltà e coraggio». Lamenta l’assenza di un «programma credibile», chiede al Pd di metter fine al commissariamento, invoca il congresso e chiude con un cattivo presagio: «Sono gli stessi errori del 2013».
Duello Vendola-Orfini, a Roma il centrosinistra si rompe
Il leader di Sel: no a Giachetti candidato. Il commissario pd: avete paura dei gazebo, ci vediamo alle urne
L’ex vice sindaco dem Walter Tocci propone una lista civica pd senza simbolo. La replica: mai
di Monica Guerzoni
ROMA Vendola che ironizza sulla «spocchia» di Orfini e accusa il premier di aver «renzizzato» Roma con Roberto Giachetti, visto da sinistra come il candidato del Partito della nazione. Orfini che replica via Twitter: «Tu puoi scegliere il candidato nel chiuso di una stanza, mentre chi fa le primarie divide?». E il leader di Sel: «Voi nel chiuso di una stanza avete cacciato Marino».
Da alleati a nemici giurati. La sfida per il Campidoglio parte con uno scontro a sinistra, gravido di ripercussioni sul piano nazionale. Giachetti ha ceduto al pressing di Renzi e ha accettato l’«impegno immenso e gravoso» di correre alle primarie. In «splendida» solitudine, per ora, visto che Stefano Fassina non si presenterà il 6 marzo ai gazebo del centrosinistra. «Non ci sono le condizioni», chiude Nicola Fratoianni. Per Renzi la tela delle alleanze è ancora tutta da tessere e dal gioco del cerino rischia di divampare un incendio. Di chi è la colpa, se la coalizione è finita in pezzi? «Noi abbiamo lasciato le porte aperte — attacca Orfini — Se Fassina ha paura, in bocca al lupo. Ci vedremo alle elezioni». Ma se al ballottaggio Fassina tifasse per il candidato dei Cinquestelle? Al culmine di una giornata di accuse tra fratelli coltelli, il candidato della sinistra avvisa i naviganti: «Una fetta consistente del popolo dem non vota Pd. Noi vogliamo evitare che un pezzo del nostro mondo si rassegni, confinandosi nell’astensione o scegliendo altre strade».
A innescare la lite è il documento con cui Walter Tocci, l’ex vicesindaco di Rutelli molto corteggiato da un pezzo di sinistra romana, ha rilanciato la suggestione di una lista civica senza i vessilli del Pd. «È una cosa irricevibile e priva di senso politico — si indigna Orfini —. Il Pd si presenta col suo simbolo, orgoglioso di esporlo». Aspra la replica di Fassina, pronto a farsi da parte per il «lodo» Tocci: «La responsabilità della rottura è del Pd, che invoca alleanze e tace sul programma». Quanto a Giachetti, Fassina lo vede come «un ultras del Jobs act, della scuola, delle trivelle, dell’Italicum, della revisione del Senato».
E c’è un altro interrogativo che tormenta i dem. Cosa farà Ignazio Marino? La lista personale sembra tramontata, ma l’ex sindaco può ancora candidarsi alle primarie. Il resto della tensione l’ha innescata Tocci sul suo blog. Il senatore assicura che la sua candidatura «non è mai esistita», però sprona Renzi ad affrontare la questione romana con «umiltà e coraggio». Lamenta l’assenza di un «programma credibile», chiede al Pd di metter fine al commissariamento, invoca il congresso e chiude con un cattivo presagio: «Sono gli stessi errori del 2013».
La Stampa 17.1.16
Sala sceglie il rosso e cita Gramsci
“La mia priorità sarà il lavoro”
di Stefano Rizzato
Tanto rosso, su un solo palco, non si era forse mai visto. Perché i colori sono importanti, mica solo le parole. E Beppe Sala ha scelto di usare entrambi, nel suo «primo discorso da politico», per provare a sopire la solita critica: non essere abbastanza di sinistra. La critica che si sente ripetere da quando ha scelto di correre alle primarie del Pd, come futuro sindaco di Milano. E quella più ricorrente usata pure per il suo sostenitore più illustre, Matteo Renzi. «Penso di essere la migliore garanzia di vincere dopo», dice verso la fine - renzianamente - l’ex numero uno di Expo. Che parla di Resistenza e poi chiude, immerso nel suo palco rosso, ricordando e citando Antonio Gramsci. E adesso vediamo chi ha ancora dubbi.
La posizione di partenza è assai comoda. Proprio sulla scia di Expo, Sala resta il favorito verso delle primarie del 6 e 7 febbraio. I Cinque Stelle hanno proposto una candidatura debole. A destra tardano a fare la mossa. C’è pure la positiva eredità di Pisapia da raccogliere, con una folla di assessori in carica che hanno scelto di appoggiare la candidatura più forte. Il risultato è che Sala parla sciolto e con carisma. Da quasi sindaco. Elencando, davanti a quasi mille persone riunite al Piccolo Teatro Strehler, i punti principali del suo programma. «Se sarò sindaco avrò un’ossessione: creare lavoro», dice subito.
Il discorso include sapientemente tutti i temi e le categorie che serve toccare. Giovani, anziani, donne. Periferie e cultura. Chi vuole sicurezza e chi vuole trasparenza. A tal proposito, Sala annuncia: «Cantone mi ha molto aiutato con Expo e gli chiederò di tornare ancora ad aiutare Milano. La giunta Pisapia è stata una giunta dalle mani pulite, di cui andare orgogliosi. Io voglio un’amministrazione trasparente in obiettivi e traguardi. Come la New York di Bloomberg, che ogni tre mesi offriva un rendiconto ai cittadini».
Con gli avversari Sala sceglie la via del fair play assoluto: «Francesca Balzani, Antonio Iannetta e Pierfrancesco Majorino sono candidati seri e mi onoro di competere con loro». In altri passaggi, però, affiora forte e chiara la voglia di portare a casa il risultato: «Credo di essere l’unico - dice Sala - a poter metter insieme l’opera del governo, delle fondazioni, delle imprese, della Cassa Depositi e Prestiti, degli investitori stranieri. Se io vincerò le primarie, il centrodestra avrà difficoltà come non mai ad oppormi un candidato».
L’ex manager parla a lungo anche di una città metropolitana che, sulle questioni della mobilità e non solo, deve provare ad integrarsi davvero. Parla di periferie e di una deriva parigina da evitare a tutti i costi. Poi infila un annuncio ad effetto: l’intento di riaprire i navigli, i canali urbani milanesi. Un progetto nato già sotto Expo e poi naufragato. Ma Sala ci ha scritto un libro e ci tiene. E lì torna a fare il renziano: «Non è un’operazione nostalgica o retorica, ci impegneremo a fondo per renderlo possibile. E non accetto il “Non si può”. Ho appena finito una cosetta che dimostra che, invece, si può». E giù applausi.
Sala sceglie il rosso e cita Gramsci
“La mia priorità sarà il lavoro”
di Stefano Rizzato
Tanto rosso, su un solo palco, non si era forse mai visto. Perché i colori sono importanti, mica solo le parole. E Beppe Sala ha scelto di usare entrambi, nel suo «primo discorso da politico», per provare a sopire la solita critica: non essere abbastanza di sinistra. La critica che si sente ripetere da quando ha scelto di correre alle primarie del Pd, come futuro sindaco di Milano. E quella più ricorrente usata pure per il suo sostenitore più illustre, Matteo Renzi. «Penso di essere la migliore garanzia di vincere dopo», dice verso la fine - renzianamente - l’ex numero uno di Expo. Che parla di Resistenza e poi chiude, immerso nel suo palco rosso, ricordando e citando Antonio Gramsci. E adesso vediamo chi ha ancora dubbi.
La posizione di partenza è assai comoda. Proprio sulla scia di Expo, Sala resta il favorito verso delle primarie del 6 e 7 febbraio. I Cinque Stelle hanno proposto una candidatura debole. A destra tardano a fare la mossa. C’è pure la positiva eredità di Pisapia da raccogliere, con una folla di assessori in carica che hanno scelto di appoggiare la candidatura più forte. Il risultato è che Sala parla sciolto e con carisma. Da quasi sindaco. Elencando, davanti a quasi mille persone riunite al Piccolo Teatro Strehler, i punti principali del suo programma. «Se sarò sindaco avrò un’ossessione: creare lavoro», dice subito.
Il discorso include sapientemente tutti i temi e le categorie che serve toccare. Giovani, anziani, donne. Periferie e cultura. Chi vuole sicurezza e chi vuole trasparenza. A tal proposito, Sala annuncia: «Cantone mi ha molto aiutato con Expo e gli chiederò di tornare ancora ad aiutare Milano. La giunta Pisapia è stata una giunta dalle mani pulite, di cui andare orgogliosi. Io voglio un’amministrazione trasparente in obiettivi e traguardi. Come la New York di Bloomberg, che ogni tre mesi offriva un rendiconto ai cittadini».
Con gli avversari Sala sceglie la via del fair play assoluto: «Francesca Balzani, Antonio Iannetta e Pierfrancesco Majorino sono candidati seri e mi onoro di competere con loro». In altri passaggi, però, affiora forte e chiara la voglia di portare a casa il risultato: «Credo di essere l’unico - dice Sala - a poter metter insieme l’opera del governo, delle fondazioni, delle imprese, della Cassa Depositi e Prestiti, degli investitori stranieri. Se io vincerò le primarie, il centrodestra avrà difficoltà come non mai ad oppormi un candidato».
L’ex manager parla a lungo anche di una città metropolitana che, sulle questioni della mobilità e non solo, deve provare ad integrarsi davvero. Parla di periferie e di una deriva parigina da evitare a tutti i costi. Poi infila un annuncio ad effetto: l’intento di riaprire i navigli, i canali urbani milanesi. Un progetto nato già sotto Expo e poi naufragato. Ma Sala ci ha scritto un libro e ci tiene. E lì torna a fare il renziano: «Non è un’operazione nostalgica o retorica, ci impegneremo a fondo per renderlo possibile. E non accetto il “Non si può”. Ho appena finito una cosetta che dimostra che, invece, si può». E giù applausi.
Corriere 17.1.16
Unioni civili, banco di prova per la democrazia liberale
di Maurizio Ferrara
Il matrimonio è un «fatto istituzionale». Non riflette lo stato di natura, ma le pratiche sociali e le tradizioni culturali storicamente predominanti nella sfera pubblica. Negli ultimi anni, in molti paesi l’istituzione-matrimonio è stata arricchita tramite il riconoscimento delle unioni omosessuali. Anche l’Italia sta oggi affrontando questo delicato passaggio: perplessità e resistenze sono comprensibili. Ma occorre evitare quelle «dannose faziosità» denunciate venerdì da Luciano Fontana su questo giornale. La posta in gioco è alta, riguarda la concezione stessa della cittadinanza e del suo sistema di garanzie.
La visione eterosessuale del matrimonio è ancora ampiamente diffusa e ha definito nel tempo uno standard di «normalità pubblica» che isola simbolicamente gli omosessuali e limita le loro opportunità. In ottica liberale ciò solleva fondamentali questioni di giustizia politica. Fino a che punto è lecito ad una maggioranza imporre la propria concezione di «normalità» ad una minoranza che chiede (con ragionevolezza) riconoscimento e tutele civili? In democrazia si discute, si contratta e poi si vota: la maggioranza vince. Quando sono in gioco i diritti fondativi della cittadinanza, il liberalismo raccomanda però molta cautela.
Le maggioranze non possono violare principi fondamentali della pari dignità e dell’eguale libertà. E in particolare non dovrebbero farlo in base a specifiche concezioni morali su cosa è «naturale» o appropriato nello spazio pubblico, che è di tutti. Questo modo di vedere non è, si badi bene, relativista. Discende da valori che un liberale considera assoluti e non negoziabili: dignità e libertà, appunto. Nel caso del matrimonio omosessuale, questi valori sono peraltro invocati non a difesa di ideali «individualistici» (in sé peraltro legittimi) ma, al contrario, per istituire in pubblico nuovi legami sociali.
Opporsi alle unioni di partner dello stesso sesso significa violare due volte i principi liberali. Innanzitutto, s’impedisce l’esercizio di una importante libertà «di»: quella di «sposarsi» (il riconoscimento pubblico è anche una questione di parole) e di accedere a uno status giuridico che è indispensabile per realizzare altri obiettivi. L’orientamento sessuale non è un elemento moralmente rilevante per lo spazio pubblico, le discriminazioni basate su questo aspetto sono irragionevoli. Ma c’è una seconda violazione, meno visibile e più insidiosa. Lo status quo priva di fatto le coppie omosessuali di alcune importanti libertà «da», il fondamento ultimo del liberalismo. I partner dello stesso sesso possono infatti subire interferenze nella loro sfera privata da parte di soggetti cui la legge conferisce maggiori od esclusivi diritti.
Pensiamo alla successione ereditaria (le prerogative dei «legittimari» prevalgono su quelli del partner), alla reciproca assistenza in caso di ricovero(i parenti possono ostacolare le visite o l’informazione), all’affido dei figli di uno dei partner in caso di morte (data l’impossibilità di adozione, la precedenza spetta ai familiari anagrafici). Per cambiare le cose non è sufficiente introdurre diritti individuali. Si tratta di libertà relazionali, che discendono da un legame di coppia. Solo il riconoscimento giuridico può rendere tale legame preminente rispetto ad altri.
Tutti hanno ovviamente il diritto di pensare e dire ciò che vogliono su omosessualità, famiglia, adozioni e così via, e così sta avvenendo in Parlamento. Quando si voterà, speriamo tuttavia che non si formi una maggioranza «tiranna». Sprecando così una preziosa occasione per rendere questo paese un po’ più liberale.
Unioni civili, banco di prova per la democrazia liberale
di Maurizio Ferrara
Il matrimonio è un «fatto istituzionale». Non riflette lo stato di natura, ma le pratiche sociali e le tradizioni culturali storicamente predominanti nella sfera pubblica. Negli ultimi anni, in molti paesi l’istituzione-matrimonio è stata arricchita tramite il riconoscimento delle unioni omosessuali. Anche l’Italia sta oggi affrontando questo delicato passaggio: perplessità e resistenze sono comprensibili. Ma occorre evitare quelle «dannose faziosità» denunciate venerdì da Luciano Fontana su questo giornale. La posta in gioco è alta, riguarda la concezione stessa della cittadinanza e del suo sistema di garanzie.
La visione eterosessuale del matrimonio è ancora ampiamente diffusa e ha definito nel tempo uno standard di «normalità pubblica» che isola simbolicamente gli omosessuali e limita le loro opportunità. In ottica liberale ciò solleva fondamentali questioni di giustizia politica. Fino a che punto è lecito ad una maggioranza imporre la propria concezione di «normalità» ad una minoranza che chiede (con ragionevolezza) riconoscimento e tutele civili? In democrazia si discute, si contratta e poi si vota: la maggioranza vince. Quando sono in gioco i diritti fondativi della cittadinanza, il liberalismo raccomanda però molta cautela.
Le maggioranze non possono violare principi fondamentali della pari dignità e dell’eguale libertà. E in particolare non dovrebbero farlo in base a specifiche concezioni morali su cosa è «naturale» o appropriato nello spazio pubblico, che è di tutti. Questo modo di vedere non è, si badi bene, relativista. Discende da valori che un liberale considera assoluti e non negoziabili: dignità e libertà, appunto. Nel caso del matrimonio omosessuale, questi valori sono peraltro invocati non a difesa di ideali «individualistici» (in sé peraltro legittimi) ma, al contrario, per istituire in pubblico nuovi legami sociali.
Opporsi alle unioni di partner dello stesso sesso significa violare due volte i principi liberali. Innanzitutto, s’impedisce l’esercizio di una importante libertà «di»: quella di «sposarsi» (il riconoscimento pubblico è anche una questione di parole) e di accedere a uno status giuridico che è indispensabile per realizzare altri obiettivi. L’orientamento sessuale non è un elemento moralmente rilevante per lo spazio pubblico, le discriminazioni basate su questo aspetto sono irragionevoli. Ma c’è una seconda violazione, meno visibile e più insidiosa. Lo status quo priva di fatto le coppie omosessuali di alcune importanti libertà «da», il fondamento ultimo del liberalismo. I partner dello stesso sesso possono infatti subire interferenze nella loro sfera privata da parte di soggetti cui la legge conferisce maggiori od esclusivi diritti.
Pensiamo alla successione ereditaria (le prerogative dei «legittimari» prevalgono su quelli del partner), alla reciproca assistenza in caso di ricovero(i parenti possono ostacolare le visite o l’informazione), all’affido dei figli di uno dei partner in caso di morte (data l’impossibilità di adozione, la precedenza spetta ai familiari anagrafici). Per cambiare le cose non è sufficiente introdurre diritti individuali. Si tratta di libertà relazionali, che discendono da un legame di coppia. Solo il riconoscimento giuridico può rendere tale legame preminente rispetto ad altri.
Tutti hanno ovviamente il diritto di pensare e dire ciò che vogliono su omosessualità, famiglia, adozioni e così via, e così sta avvenendo in Parlamento. Quando si voterà, speriamo tuttavia che non si formi una maggioranza «tiranna». Sprecando così una preziosa occasione per rendere questo paese un po’ più liberale.
Repubblica 17.1.16
La lite con Bruxelles si accenderà nei prossimi giorni con la procedura d’infrazione sul salvataggio di Ilva e banche
I nuovi timori del governo rischio crescita nel 2016 “Il Pil non arriverà all’1,6%”
di Alberto D’Argenio
ROMA. La battaglia mediatica, fatta di dichiarazioni e scontri mai così roboanti tra Italia ed Unione. Dietro le quinte il negoziato tecnico, alla perenne ricerca di una soluzione e sempre più influenzato dalle polemiche pubbliche. Con un tassello preoccupante per l’Italia che si va aggiungendo in queste ore: la stima di crescita del 2016, fissata dal governo all’1,6%, probabilmente a fine anno sarà disattesa. Al ribasso. Lo sanno al Tesoro, dove spiegano diplomaticamente che «l’entusiasmo sul Pil si è un po’ raffreddato». E lo sanno a Bruxelles, dove aspettano al varco l’Italia. Se la manovra sarà bocciata, l’esame è stato rinviato ai primi di maggio proprio per vedere se i numeri quadrano, Roma finirà in procedura per deficit, commissariata. Togliendo a Renzi la possibilità di tagliare le tasse nel 2017 e 2018, gli anni cruciali per il suo futuro politico causa elezioni.
Eppure a Roma una strategia per superare lo scoglio ce l’hanno. Renzi con i suoi parla di «tesoretto». Premessa: l’Italia nel 2016 doveva portare il deficit dal 2,6% all’1,4%, Roma ha già ottenuto uno sconto Ue fino all’1,8%, a novembre ha stretto un accordo (non pubblico) per ottenere il via libera al 2,2% (flessibilità su riforme e investimenti) ma poi dopo gli attacchi di Parigi ha chiesto di arrivare al 2,4% per spese in sicurezza.
Alla Ue non va giù. Credono Renzi esageri con le richieste di flessibilità (in tutto 16 miliardi). Non vogliono considerare costi legati alla sicurezza i 500 euro di bonus in cultura promessi ai neo 18enni. E guarda caso ieri Renzi ha ribadito: «Per ogni centesimo investito in sicurezza un centesimo per la cultura. Così Dio salva l’Europa, non con gli zero virgola». Zero virgola, appunto. Renzi grazie al tesoretto accantonato sin da dicembre, alle spese in sicurezza che alla fine potrebbero rivelarsi meno costose del previsto e a qualche aiuto dallo spread e dalle entrate conta di rosicchiare circa un miliardo e mezzo e chiudere, nonostante la crescita più bassa, con un deficit al 2,3% ed è convinto che per uno scarto di un decimale Bruxelles non manderà l’Italia sul patibolo rischiando una guerra politica senza precedenti e la furia dei mercati.
Più difficile la battaglia per il 2017: l’Italia dopo la flessibilità ricevuta dal 2015 dovrà risanare pesantemente. Sommando l’aggiustamento del deficit ai soldi per disinnescare le clausole di salvaguardia (aumento Iva) dovrebbe pagare un conto da 25 miliardi. Renzi non ne vuole sapere, nel 2017 e 2018 ha promesso il taglio di Ires e Irpef. La strategia di Chigi è quella di aggirare il divieto di reiterare negli anni la flessibilità ottenendola nei fatti ma chiamandola con un altro nome. Di questo parlerà il 29 gennaio con Angela Merkel a Berlino. Chiederà la riscrittura di alcuni parametri tecnici (crescita potenziale, che confrontata con la crescita reale di un Paese determina lo sforzo di risanamento che gli spetta; criteri con cui si calcola il deficit strutturale).
Con queste armi - tecniche - Renzi conta di evitare la stangata nel 2017. E per farcela proseguirà nella sua polemica costante con l’Europa, buona anche a ottenere consenso in patria ma a rischio di rivelarsi controproducente a Bruxelles se si infiammano troppo gli animi. C’è poi la politica: da un lato la minaccia del Pd di portarsi dietro il gruppo socialista a Strasburgo, del quale è il primo partito, e mettere in discussione la fiducia alla Commissione di Juncker. Non a caso è in corso un negoziato riservato con la Spd tedesca volto a confermare Schulz (ne parlerà anche con la Merkel) alla guida dell’Europarlamento in cambio del sostegno all’atteggiamento bellicoso del Pse, così come sono in corso manovre distensive con il Ps francese dopo le frizioni Renzi-Hollande.
Ma a Bruxelles le battaglie non si esauriscono con i conti. Una buona notizia potrebbe arrivare ad ore, con il nuovo schema di Bad Bank presentato mercoledì scorso da Padoan che secondo i primi riscontri della Commissione dovrebbe essere approvato. Così come la Commissione ha dato l’ok a liquidare subito alle banche i crediti di imposta per rinforzare il credito (una legge ad hoc arriverà in Cdm entro gennaio). Problemi invece in arrivo sull’Ilva: Bruxelles martedì aprirà la temuta indagine per aiuti di Stato, ma in forma meno intrusiva del previsto.
La lite con Bruxelles si accenderà nei prossimi giorni con la procedura d’infrazione sul salvataggio di Ilva e banche
I nuovi timori del governo rischio crescita nel 2016 “Il Pil non arriverà all’1,6%”
di Alberto D’Argenio
ROMA. La battaglia mediatica, fatta di dichiarazioni e scontri mai così roboanti tra Italia ed Unione. Dietro le quinte il negoziato tecnico, alla perenne ricerca di una soluzione e sempre più influenzato dalle polemiche pubbliche. Con un tassello preoccupante per l’Italia che si va aggiungendo in queste ore: la stima di crescita del 2016, fissata dal governo all’1,6%, probabilmente a fine anno sarà disattesa. Al ribasso. Lo sanno al Tesoro, dove spiegano diplomaticamente che «l’entusiasmo sul Pil si è un po’ raffreddato». E lo sanno a Bruxelles, dove aspettano al varco l’Italia. Se la manovra sarà bocciata, l’esame è stato rinviato ai primi di maggio proprio per vedere se i numeri quadrano, Roma finirà in procedura per deficit, commissariata. Togliendo a Renzi la possibilità di tagliare le tasse nel 2017 e 2018, gli anni cruciali per il suo futuro politico causa elezioni.
Eppure a Roma una strategia per superare lo scoglio ce l’hanno. Renzi con i suoi parla di «tesoretto». Premessa: l’Italia nel 2016 doveva portare il deficit dal 2,6% all’1,4%, Roma ha già ottenuto uno sconto Ue fino all’1,8%, a novembre ha stretto un accordo (non pubblico) per ottenere il via libera al 2,2% (flessibilità su riforme e investimenti) ma poi dopo gli attacchi di Parigi ha chiesto di arrivare al 2,4% per spese in sicurezza.
Alla Ue non va giù. Credono Renzi esageri con le richieste di flessibilità (in tutto 16 miliardi). Non vogliono considerare costi legati alla sicurezza i 500 euro di bonus in cultura promessi ai neo 18enni. E guarda caso ieri Renzi ha ribadito: «Per ogni centesimo investito in sicurezza un centesimo per la cultura. Così Dio salva l’Europa, non con gli zero virgola». Zero virgola, appunto. Renzi grazie al tesoretto accantonato sin da dicembre, alle spese in sicurezza che alla fine potrebbero rivelarsi meno costose del previsto e a qualche aiuto dallo spread e dalle entrate conta di rosicchiare circa un miliardo e mezzo e chiudere, nonostante la crescita più bassa, con un deficit al 2,3% ed è convinto che per uno scarto di un decimale Bruxelles non manderà l’Italia sul patibolo rischiando una guerra politica senza precedenti e la furia dei mercati.
Più difficile la battaglia per il 2017: l’Italia dopo la flessibilità ricevuta dal 2015 dovrà risanare pesantemente. Sommando l’aggiustamento del deficit ai soldi per disinnescare le clausole di salvaguardia (aumento Iva) dovrebbe pagare un conto da 25 miliardi. Renzi non ne vuole sapere, nel 2017 e 2018 ha promesso il taglio di Ires e Irpef. La strategia di Chigi è quella di aggirare il divieto di reiterare negli anni la flessibilità ottenendola nei fatti ma chiamandola con un altro nome. Di questo parlerà il 29 gennaio con Angela Merkel a Berlino. Chiederà la riscrittura di alcuni parametri tecnici (crescita potenziale, che confrontata con la crescita reale di un Paese determina lo sforzo di risanamento che gli spetta; criteri con cui si calcola il deficit strutturale).
Con queste armi - tecniche - Renzi conta di evitare la stangata nel 2017. E per farcela proseguirà nella sua polemica costante con l’Europa, buona anche a ottenere consenso in patria ma a rischio di rivelarsi controproducente a Bruxelles se si infiammano troppo gli animi. C’è poi la politica: da un lato la minaccia del Pd di portarsi dietro il gruppo socialista a Strasburgo, del quale è il primo partito, e mettere in discussione la fiducia alla Commissione di Juncker. Non a caso è in corso un negoziato riservato con la Spd tedesca volto a confermare Schulz (ne parlerà anche con la Merkel) alla guida dell’Europarlamento in cambio del sostegno all’atteggiamento bellicoso del Pse, così come sono in corso manovre distensive con il Ps francese dopo le frizioni Renzi-Hollande.
Ma a Bruxelles le battaglie non si esauriscono con i conti. Una buona notizia potrebbe arrivare ad ore, con il nuovo schema di Bad Bank presentato mercoledì scorso da Padoan che secondo i primi riscontri della Commissione dovrebbe essere approvato. Così come la Commissione ha dato l’ok a liquidare subito alle banche i crediti di imposta per rinforzare il credito (una legge ad hoc arriverà in Cdm entro gennaio). Problemi invece in arrivo sull’Ilva: Bruxelles martedì aprirà la temuta indagine per aiuti di Stato, ma in forma meno intrusiva del previsto.
Repubblica 17.1.16
Una ventata nazionalista nel conflitto tra l’Italia e l’Europa
di Eugenio Scalfari
IL TEMA dominante della settimana appena trascorsa è il contrasto tra il governo italiano e la Commissione europea che governa il nostro continente sotto lo sguardo vigile dei 28 Paesi che compongono l’Europa confederata.
Il contrasto di cui parliamo avviene spesso tra un singolo Paese e l’Ue quando qualcuno di essi vìola le regole, ma qui il caso è diverso perché sono due politiche che si contrappongono sull’economia, sull’equità sociale, sull’immigrazione, sulla flessibilità, insomma su tutto. Renzi e Juncker hanno addirittura valicato il linguaggio diplomatico e allusivo che si usa in questi casi adottando frasi dirette e crude. «Siamo stati insultati da un governo che abbiamo sempre favorito. Dunque è l’ora di fare i conti »: questo ha detto infuriato Juncker, che verrà a Roma a fine febbraio. «Non siamo di quelli che vanno a Bruxelles con il cappello in mano a impetrare favori e non ci faremo dettare ciò che dobbiamo fare per il bene del nostro Paese»: ha detto Renzi.
Le ragioni del contrasto, che ormai è un vero e proprio conflitto, sono come abbiamo già detto numerose ma non è chiara la ragione della sua vera e propria esplosione. Qualcosa di altrettanto esplosivo era avvenuto tra Bruxelles e la Polonia, affiancata dall’Ungheria e da altri Paesi del nordest europeo, ma in quel caso il tema era uno soltanto: l’immigrazione. Tema enorme, che durerà a dir poco per cinquant’anni e forse più e richiede inevitabilmente una gestione europea poiché riguarda il continente intero.
Se l’Europa non riuscirà a gestirlo unitariamente, il patto di Schengen che ha abolito i confini intraeuropei salterà e l’Ue cesserà di esistere.
SEGUE A PAGINA 29
IL CONFLITTO Italia-Bruxelles non è tale da mettere in discussione l’Europa confederata. Impedisce però che progredisca dalla Confederazione alla Federazione. Renzi non vuole la Federazione, non vuole che i governi nazionali siano declassati, non vuole gli Stati Uniti d’Europa. E questa è la natura profonda del conflitto in corso a Bruxelles. Il governatore d’uno qualunque degli Stati americani non potrebbe dire la frase: «Non andrò a Washington con il cappello in mano», per la semplice ragione che quel cappello, che sia in mano o in testa, non esiste. Il governo degli Stati Uniti d’America sta a Washington e non altrove e il suo interlocutore politico è il Congresso, composto da una Camera di rappresentanti e da un Senato. I governi dei cinquanta Stati americani governano i loro territori come in Italia i presidenti regionali governano le Regioni e i sindaci i Comuni. La bandiera americana è unica, unico è l’Esercito, unica l’Aviazione e unica la Marina. Qui in Europa ogni Stato ha la sua bandiera, le sue Forze armate, le sue capitali, la sua lingua. Di comune c’è soltanto la moneta, l’euro, che però non è condivisa da tutti i 28 Stati dell’Ue ma solo da 19 e non c’è un ministro del Tesoro europeo che sia l’interlocutore della Banca centrale. Perciò lo ripeto: se a causa dell’immigrazione saranno ripristinati i confini tra gli Stati membri dell’Ue, l’Ue cesserà di esistere; se i singoli Stati rivendicheranno la loro autonomia e la rafforzeranno mettendosi in contrasto con Bruxelles su questioni molto importanti, non si farà alcun passo verso gli Stati Uniti d’Europa ed anzi questa prospettiva salterà per sempre.
Sembrerebbe che Renzi sia il più verace cultore di questa politica. Ma perché? *** Ci sono ragioni specifiche ma il problema non è quello. Il nostro presidente del Consiglio, il cui interesse sarebbe quello di rivendicare l’autonomia del nostro governo ma di farlo sottovoce e nei modi appropriati, ha adottato il tono quasi del comizio elettorale. E infatti è questa la vera ragione: colpire con una ventata di nazionalismo l’opinione pubblica italiana.
Le ragioni di questa ventata sono evidenti: l’Italia, come praticamente tutta l’Europa, registra una crescente indifferenza o addirittura disprezzo della politica; il partito degli astenuti, che rappresenta il 40 per cento, continua a crescere e tra i partiti che andranno a votare alcuni sono programmaticamente contrari all’Europa e all’euro: i 5Stelle, la Lega, i Fratelli d’Italia. Stando ai sondaggi la somma di questi tre partiti arriva al 45 per cento dei votanti (27 per cento del corpo elettorale). La somma tra chi non vota e chi, votando, denuncia l’Europa e la moneta unica, arriva quindi al 67 per cento del corpo elettorale. Chi vota entro il quadro dell’Ue e dell’euro non rappresenta più del 33 per cento del corpo elettorale. Questa è la situazione italiana ma lo stesso fenomeno di astensione e di voti contro l’Ue è presente in molti altri Paesi europei anche se le percentuali sono diverse, alcune addirittura maggiori delle nostre, altre minori. Esistono e tendono a crescere in Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Lituania, Estonia, Lettonia. Insomma ovunque.
Questa essendo la situazione europea e italiana, che cosa ha pensato Renzi? Il suo partito, il Pd e il governo da lui presieduto sono in linea di principio europeisti, come europeisti sono i partiti di centrodestra e tali intendono rimanere, ma la ventata di nazionalismo è comunque una novità, un cambiamento per usare una parola che a Renzi piace molto. Sembra una parola vecchia il nazionalismo, non si usa più dai tempi di Mussolini e dell’Msi del dopoguerra.
Renzi l’ha rispolverata con l’obiettivo di scuotere gli indifferenti e di togliere voti ai partiti e movimenti che voteranno contro l’Ue e contro l’euro. Ci riuscirà? Lui pensa di sì, anch’io penso di sì o almeno riuscirà a non perder voti su quel terreno. Altri pensano invece il contrario: perderà i voti di quanti sono decisamente contrari al nazionalismo. Nel Pd ce ne sono molti, direi la maggioranza. Ma non credo che avvertirebbero quella ventata. Guarderanno semmai al merito economico del conflitto Italia-Europa e quel merito lo condivideranno perché è uno strumento in favore d’una politica economica di crescita, di post-keynesismo, di flessibilità tale da favorire sia gli imprenditori sia i lavoratori.
La ventata di nazionalismo va bene per i comizi, ma non toglie voti al Pd e forse gliene procura qualcun altro dal populismo anti-europeo. Esiste il rischio che il populismo inquini anche il Pd? Questo sì, quel rischio esiste, anzi se vogliamo dire tutta la verità quel rischio si è già in parte verificato, la Leopolda renziana è pieno populismo. Quando si dice che il Pd renziano è più un partito di centro che di sinistra, non si dice tutto, il partito democratico renziano è certamente di centro ma è anche populista perché Renzi ha l’intonazione populista. Non è un insulto ma una constatazione. *** Questo fenomeno renziano- leopoldista lo vedremo dalla fine di gennaio all’opera fino ad ottobre, la data in cui dovrebbe svolgersi il referendum costituzionale- confermativo sulla legge che modifica la Costituzione a cominciare dall’abolizione del Senato, trasformato in organo di competenza territoriale.
Sono mesi che segnaliamo le storture del referendum confermativo che, a norma della Costituzione, è privo di un quorum. Chi va a votare e ne ha i requisiti, determina l’esito: che vinca il sì legalizzando in tal modo la legge di riforma, o che vinca il no con la conseguente cancellazione della suddetta legge, l’esito non dipende dal numero dei votanti; fosse pure un solo votante, è lui che sceglie per tutti gli italiani.
Naturalmente non sarà uno solo, anche se il numero degli astenuti sarà molto alto. Renzi ha trasformato il referendum in un plebiscito perché ha detto e più volte ripetuto che se i no sopravanzano i sì lui abbandonerà la politica. Quindi, in realtà, non si vota soltanto per la legge di modifica della Costituzione ma si vota soprattutto pro o contro Renzi. Questa posizione poteva anche esser passata sotto silenzio e poi decisa da Renzi ad esito avvenuto; invece è il tasto più battuto ed è questo che fa diventare il referendum un plebiscito. Aumenterà il numero dei votanti? Io credo di sì, lo aumenterà. Questo rende inutile o comunque accantona il problema del quorum? Sì, lo accantona ma non lo elimina. Se ne potrà, anzi se ne dovrà discutere a tempo debito. Per quanto mi riguarda continuo a dire che il quorum è necessario ma, ripeto, per questa volta trascuriamolo.
Il risultato per Renzi è scontato: vincerà, i no saranno assai meno dei sì. I primi sondaggi danno infatti i sì a oltre il doppio dei no. Se, come è probabile, andranno a votare una quarantina di milioni degli aventi diritto, i sondaggi ne danno trenta ai sì e dieci ai no con tendenza a lieve crescita dei no. È tuttavia possibile che i no aumentino in modo più sostanziale, fino a diventare competitivi per la ragione che se un Renzi sconfitto abbandona non soltanto il governo ma la politica, allora il tema non è soltanto la legge in questione ma si estende anche al partito Pd e alla sua guida che in quel caso sarebbe probabilmente non renziana.
Comunque l’uscita di scena di Renzi non interessa solo il Pd e la sinistra ma anche il centro e anche la destra. Interessa tutte le forze politiche. Da questo punto di vista il comitato di sinistra che sta raccogliendo firme non ha molto peso. Non si tratta di raccogliere firme per chi propugna il no, ma per contrapporre ai sì che saranno certamente molti, un sostanziale numero di voti contrari. Personalmente voterò no perché sono contrario alla riforma del Senato, ma se si trattasse solo di Renzi, dovrei pensarci prima di decidere. Quel che è importante è che il referendum senza quorum dimostri l’esistenza di una vera democrazia e quindi di una contrapposizione tra chi approva e chi è contrario con dimensioni in qualche modo equivalenti. Una vera democrazia esiste perché ci sono idee contrapposte che si misurano e poi vinca il migliore. *** Poche parole su un tema importante e scottante: la legge sulle unioni civili. Qui si tratta di diritti e i diritti che si riescono ad ottenere valgono in eguale misura per tutti i cittadini indipendentemente dall’età e dal sesso. Le unioni civili che danno diritto alla convivenza, all’assistenza reciproca, ai lasciti testamentari, alle pensioni reversibili, valgono per tutti. Qualche dubbio può sorgere per il cosiddetto utero in affitto, ma se l’embrione conservato in deposito e usabile su richiesta è accettato, allora anche l’utero in affitto è accettabile, sono due forme equivalenti di procreazione assistita.
Il tema controverso è quello dell’adozione di figli da parte di coppie del medesimo sesso. Per quel che vale dico il mio parere: per un bambino è meglio due madri o due padri piuttosto che un orfanotrofio. Meglio soli che male accompagnati vale per gli adulti ma non per i bambini.
Una ventata nazionalista nel conflitto tra l’Italia e l’Europa
di Eugenio Scalfari
IL TEMA dominante della settimana appena trascorsa è il contrasto tra il governo italiano e la Commissione europea che governa il nostro continente sotto lo sguardo vigile dei 28 Paesi che compongono l’Europa confederata.
Il contrasto di cui parliamo avviene spesso tra un singolo Paese e l’Ue quando qualcuno di essi vìola le regole, ma qui il caso è diverso perché sono due politiche che si contrappongono sull’economia, sull’equità sociale, sull’immigrazione, sulla flessibilità, insomma su tutto. Renzi e Juncker hanno addirittura valicato il linguaggio diplomatico e allusivo che si usa in questi casi adottando frasi dirette e crude. «Siamo stati insultati da un governo che abbiamo sempre favorito. Dunque è l’ora di fare i conti »: questo ha detto infuriato Juncker, che verrà a Roma a fine febbraio. «Non siamo di quelli che vanno a Bruxelles con il cappello in mano a impetrare favori e non ci faremo dettare ciò che dobbiamo fare per il bene del nostro Paese»: ha detto Renzi.
Le ragioni del contrasto, che ormai è un vero e proprio conflitto, sono come abbiamo già detto numerose ma non è chiara la ragione della sua vera e propria esplosione. Qualcosa di altrettanto esplosivo era avvenuto tra Bruxelles e la Polonia, affiancata dall’Ungheria e da altri Paesi del nordest europeo, ma in quel caso il tema era uno soltanto: l’immigrazione. Tema enorme, che durerà a dir poco per cinquant’anni e forse più e richiede inevitabilmente una gestione europea poiché riguarda il continente intero.
Se l’Europa non riuscirà a gestirlo unitariamente, il patto di Schengen che ha abolito i confini intraeuropei salterà e l’Ue cesserà di esistere.
SEGUE A PAGINA 29
IL CONFLITTO Italia-Bruxelles non è tale da mettere in discussione l’Europa confederata. Impedisce però che progredisca dalla Confederazione alla Federazione. Renzi non vuole la Federazione, non vuole che i governi nazionali siano declassati, non vuole gli Stati Uniti d’Europa. E questa è la natura profonda del conflitto in corso a Bruxelles. Il governatore d’uno qualunque degli Stati americani non potrebbe dire la frase: «Non andrò a Washington con il cappello in mano», per la semplice ragione che quel cappello, che sia in mano o in testa, non esiste. Il governo degli Stati Uniti d’America sta a Washington e non altrove e il suo interlocutore politico è il Congresso, composto da una Camera di rappresentanti e da un Senato. I governi dei cinquanta Stati americani governano i loro territori come in Italia i presidenti regionali governano le Regioni e i sindaci i Comuni. La bandiera americana è unica, unico è l’Esercito, unica l’Aviazione e unica la Marina. Qui in Europa ogni Stato ha la sua bandiera, le sue Forze armate, le sue capitali, la sua lingua. Di comune c’è soltanto la moneta, l’euro, che però non è condivisa da tutti i 28 Stati dell’Ue ma solo da 19 e non c’è un ministro del Tesoro europeo che sia l’interlocutore della Banca centrale. Perciò lo ripeto: se a causa dell’immigrazione saranno ripristinati i confini tra gli Stati membri dell’Ue, l’Ue cesserà di esistere; se i singoli Stati rivendicheranno la loro autonomia e la rafforzeranno mettendosi in contrasto con Bruxelles su questioni molto importanti, non si farà alcun passo verso gli Stati Uniti d’Europa ed anzi questa prospettiva salterà per sempre.
Sembrerebbe che Renzi sia il più verace cultore di questa politica. Ma perché? *** Ci sono ragioni specifiche ma il problema non è quello. Il nostro presidente del Consiglio, il cui interesse sarebbe quello di rivendicare l’autonomia del nostro governo ma di farlo sottovoce e nei modi appropriati, ha adottato il tono quasi del comizio elettorale. E infatti è questa la vera ragione: colpire con una ventata di nazionalismo l’opinione pubblica italiana.
Le ragioni di questa ventata sono evidenti: l’Italia, come praticamente tutta l’Europa, registra una crescente indifferenza o addirittura disprezzo della politica; il partito degli astenuti, che rappresenta il 40 per cento, continua a crescere e tra i partiti che andranno a votare alcuni sono programmaticamente contrari all’Europa e all’euro: i 5Stelle, la Lega, i Fratelli d’Italia. Stando ai sondaggi la somma di questi tre partiti arriva al 45 per cento dei votanti (27 per cento del corpo elettorale). La somma tra chi non vota e chi, votando, denuncia l’Europa e la moneta unica, arriva quindi al 67 per cento del corpo elettorale. Chi vota entro il quadro dell’Ue e dell’euro non rappresenta più del 33 per cento del corpo elettorale. Questa è la situazione italiana ma lo stesso fenomeno di astensione e di voti contro l’Ue è presente in molti altri Paesi europei anche se le percentuali sono diverse, alcune addirittura maggiori delle nostre, altre minori. Esistono e tendono a crescere in Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Lituania, Estonia, Lettonia. Insomma ovunque.
Questa essendo la situazione europea e italiana, che cosa ha pensato Renzi? Il suo partito, il Pd e il governo da lui presieduto sono in linea di principio europeisti, come europeisti sono i partiti di centrodestra e tali intendono rimanere, ma la ventata di nazionalismo è comunque una novità, un cambiamento per usare una parola che a Renzi piace molto. Sembra una parola vecchia il nazionalismo, non si usa più dai tempi di Mussolini e dell’Msi del dopoguerra.
Renzi l’ha rispolverata con l’obiettivo di scuotere gli indifferenti e di togliere voti ai partiti e movimenti che voteranno contro l’Ue e contro l’euro. Ci riuscirà? Lui pensa di sì, anch’io penso di sì o almeno riuscirà a non perder voti su quel terreno. Altri pensano invece il contrario: perderà i voti di quanti sono decisamente contrari al nazionalismo. Nel Pd ce ne sono molti, direi la maggioranza. Ma non credo che avvertirebbero quella ventata. Guarderanno semmai al merito economico del conflitto Italia-Europa e quel merito lo condivideranno perché è uno strumento in favore d’una politica economica di crescita, di post-keynesismo, di flessibilità tale da favorire sia gli imprenditori sia i lavoratori.
La ventata di nazionalismo va bene per i comizi, ma non toglie voti al Pd e forse gliene procura qualcun altro dal populismo anti-europeo. Esiste il rischio che il populismo inquini anche il Pd? Questo sì, quel rischio esiste, anzi se vogliamo dire tutta la verità quel rischio si è già in parte verificato, la Leopolda renziana è pieno populismo. Quando si dice che il Pd renziano è più un partito di centro che di sinistra, non si dice tutto, il partito democratico renziano è certamente di centro ma è anche populista perché Renzi ha l’intonazione populista. Non è un insulto ma una constatazione. *** Questo fenomeno renziano- leopoldista lo vedremo dalla fine di gennaio all’opera fino ad ottobre, la data in cui dovrebbe svolgersi il referendum costituzionale- confermativo sulla legge che modifica la Costituzione a cominciare dall’abolizione del Senato, trasformato in organo di competenza territoriale.
Sono mesi che segnaliamo le storture del referendum confermativo che, a norma della Costituzione, è privo di un quorum. Chi va a votare e ne ha i requisiti, determina l’esito: che vinca il sì legalizzando in tal modo la legge di riforma, o che vinca il no con la conseguente cancellazione della suddetta legge, l’esito non dipende dal numero dei votanti; fosse pure un solo votante, è lui che sceglie per tutti gli italiani.
Naturalmente non sarà uno solo, anche se il numero degli astenuti sarà molto alto. Renzi ha trasformato il referendum in un plebiscito perché ha detto e più volte ripetuto che se i no sopravanzano i sì lui abbandonerà la politica. Quindi, in realtà, non si vota soltanto per la legge di modifica della Costituzione ma si vota soprattutto pro o contro Renzi. Questa posizione poteva anche esser passata sotto silenzio e poi decisa da Renzi ad esito avvenuto; invece è il tasto più battuto ed è questo che fa diventare il referendum un plebiscito. Aumenterà il numero dei votanti? Io credo di sì, lo aumenterà. Questo rende inutile o comunque accantona il problema del quorum? Sì, lo accantona ma non lo elimina. Se ne potrà, anzi se ne dovrà discutere a tempo debito. Per quanto mi riguarda continuo a dire che il quorum è necessario ma, ripeto, per questa volta trascuriamolo.
Il risultato per Renzi è scontato: vincerà, i no saranno assai meno dei sì. I primi sondaggi danno infatti i sì a oltre il doppio dei no. Se, come è probabile, andranno a votare una quarantina di milioni degli aventi diritto, i sondaggi ne danno trenta ai sì e dieci ai no con tendenza a lieve crescita dei no. È tuttavia possibile che i no aumentino in modo più sostanziale, fino a diventare competitivi per la ragione che se un Renzi sconfitto abbandona non soltanto il governo ma la politica, allora il tema non è soltanto la legge in questione ma si estende anche al partito Pd e alla sua guida che in quel caso sarebbe probabilmente non renziana.
Comunque l’uscita di scena di Renzi non interessa solo il Pd e la sinistra ma anche il centro e anche la destra. Interessa tutte le forze politiche. Da questo punto di vista il comitato di sinistra che sta raccogliendo firme non ha molto peso. Non si tratta di raccogliere firme per chi propugna il no, ma per contrapporre ai sì che saranno certamente molti, un sostanziale numero di voti contrari. Personalmente voterò no perché sono contrario alla riforma del Senato, ma se si trattasse solo di Renzi, dovrei pensarci prima di decidere. Quel che è importante è che il referendum senza quorum dimostri l’esistenza di una vera democrazia e quindi di una contrapposizione tra chi approva e chi è contrario con dimensioni in qualche modo equivalenti. Una vera democrazia esiste perché ci sono idee contrapposte che si misurano e poi vinca il migliore. *** Poche parole su un tema importante e scottante: la legge sulle unioni civili. Qui si tratta di diritti e i diritti che si riescono ad ottenere valgono in eguale misura per tutti i cittadini indipendentemente dall’età e dal sesso. Le unioni civili che danno diritto alla convivenza, all’assistenza reciproca, ai lasciti testamentari, alle pensioni reversibili, valgono per tutti. Qualche dubbio può sorgere per il cosiddetto utero in affitto, ma se l’embrione conservato in deposito e usabile su richiesta è accettato, allora anche l’utero in affitto è accettabile, sono due forme equivalenti di procreazione assistita.
Il tema controverso è quello dell’adozione di figli da parte di coppie del medesimo sesso. Per quel che vale dico il mio parere: per un bambino è meglio due madri o due padri piuttosto che un orfanotrofio. Meglio soli che male accompagnati vale per gli adulti ma non per i bambini.
Repubblica 17.1.16
Una ventata nazionalista nel conflitto tra l’Italia e l’Europa
di Eugenio Scalfari
IL TEMA dominante della settimana appena trascorsa è il contrasto tra il governo italiano e la Commissione europea che governa il nostro continente sotto lo sguardo vigile dei 28 Paesi che compongono l’Europa confederata.
Il contrasto di cui parliamo avviene spesso tra un singolo Paese e l’Ue quando qualcuno di essi vìola le regole, ma qui il caso è diverso perché sono due politiche che si contrappongono sull’economia, sull’equità sociale, sull’immigrazione, sulla flessibilità, insomma su tutto. Renzi e Juncker hanno addirittura valicato il linguaggio diplomatico e allusivo che si usa in questi casi adottando frasi dirette e crude. «Siamo stati insultati da un governo che abbiamo sempre favorito. Dunque è l’ora di fare i conti »: questo ha detto infuriato Juncker, che verrà a Roma a fine febbraio. «Non siamo di quelli che vanno a Bruxelles con il cappello in mano a impetrare favori e non ci faremo dettare ciò che dobbiamo fare per il bene del nostro Paese»: ha detto Renzi.
Le ragioni del contrasto, che ormai è un vero e proprio conflitto, sono come abbiamo già detto numerose ma non è chiara la ragione della sua vera e propria esplosione. Qualcosa di altrettanto esplosivo era avvenuto tra Bruxelles e la Polonia, affiancata dall’Ungheria e da altri Paesi del nordest europeo, ma in quel caso il tema era uno soltanto: l’immigrazione. Tema enorme, che durerà a dir poco per cinquant’anni e forse più e richiede inevitabilmente una gestione europea poiché riguarda il continente intero.
Se l’Europa non riuscirà a gestirlo unitariamente, il patto di Schengen che ha abolito i confini intraeuropei salterà e l’Ue cesserà di esistere.
SEGUE A PAGINA 29
IL CONFLITTO Italia-Bruxelles non è tale da mettere in discussione l’Europa confederata. Impedisce però che progredisca dalla Confederazione alla Federazione. Renzi non vuole la Federazione, non vuole che i governi nazionali siano declassati, non vuole gli Stati Uniti d’Europa. E questa è la natura profonda del conflitto in corso a Bruxelles. Il governatore d’uno qualunque degli Stati americani non potrebbe dire la frase: «Non andrò a Washington con il cappello in mano», per la semplice ragione che quel cappello, che sia in mano o in testa, non esiste. Il governo degli Stati Uniti d’America sta a Washington e non altrove e il suo interlocutore politico è il Congresso, composto da una Camera di rappresentanti e da un Senato. I governi dei cinquanta Stati americani governano i loro territori come in Italia i presidenti regionali governano le Regioni e i sindaci i Comuni. La bandiera americana è unica, unico è l’Esercito, unica l’Aviazione e unica la Marina. Qui in Europa ogni Stato ha la sua bandiera, le sue Forze armate, le sue capitali, la sua lingua. Di comune c’è soltanto la moneta, l’euro, che però non è condivisa da tutti i 28 Stati dell’Ue ma solo da 19 e non c’è un ministro del Tesoro europeo che sia l’interlocutore della Banca centrale. Perciò lo ripeto: se a causa dell’immigrazione saranno ripristinati i confini tra gli Stati membri dell’Ue, l’Ue cesserà di esistere; se i singoli Stati rivendicheranno la loro autonomia e la rafforzeranno mettendosi in contrasto con Bruxelles su questioni molto importanti, non si farà alcun passo verso gli Stati Uniti d’Europa ed anzi questa prospettiva salterà per sempre.
Sembrerebbe che Renzi sia il più verace cultore di questa politica. Ma perché? *** Ci sono ragioni specifiche ma il problema non è quello. Il nostro presidente del Consiglio, il cui interesse sarebbe quello di rivendicare l’autonomia del nostro governo ma di farlo sottovoce e nei modi appropriati, ha adottato il tono quasi del comizio elettorale. E infatti è questa la vera ragione: colpire con una ventata di nazionalismo l’opinione pubblica italiana.
Le ragioni di questa ventata sono evidenti: l’Italia, come praticamente tutta l’Europa, registra una crescente indifferenza o addirittura disprezzo della politica; il partito degli astenuti, che rappresenta il 40 per cento, continua a crescere e tra i partiti che andranno a votare alcuni sono programmaticamente contrari all’Europa e all’euro: i 5Stelle, la Lega, i Fratelli d’Italia. Stando ai sondaggi la somma di questi tre partiti arriva al 45 per cento dei votanti (27 per cento del corpo elettorale). La somma tra chi non vota e chi, votando, denuncia l’Europa e la moneta unica, arriva quindi al 67 per cento del corpo elettorale. Chi vota entro il quadro dell’Ue e dell’euro non rappresenta più del 33 per cento del corpo elettorale. Questa è la situazione italiana ma lo stesso fenomeno di astensione e di voti contro l’Ue è presente in molti altri Paesi europei anche se le percentuali sono diverse, alcune addirittura maggiori delle nostre, altre minori. Esistono e tendono a crescere in Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Lituania, Estonia, Lettonia. Insomma ovunque.
Questa essendo la situazione europea e italiana, che cosa ha pensato Renzi? Il suo partito, il Pd e il governo da lui presieduto sono in linea di principio europeisti, come europeisti sono i partiti di centrodestra e tali intendono rimanere, ma la ventata di nazionalismo è comunque una novità, un cambiamento per usare una parola che a Renzi piace molto. Sembra una parola vecchia il nazionalismo, non si usa più dai tempi di Mussolini e dell’Msi del dopoguerra.
Renzi l’ha rispolverata con l’obiettivo di scuotere gli indifferenti e di togliere voti ai partiti e movimenti che voteranno contro l’Ue e contro l’euro. Ci riuscirà? Lui pensa di sì, anch’io penso di sì o almeno riuscirà a non perder voti su quel terreno. Altri pensano invece il contrario: perderà i voti di quanti sono decisamente contrari al nazionalismo. Nel Pd ce ne sono molti, direi la maggioranza. Ma non credo che avvertirebbero quella ventata. Guarderanno semmai al merito economico del conflitto Italia-Europa e quel merito lo condivideranno perché è uno strumento in favore d’una politica economica di crescita, di post-keynesismo, di flessibilità tale da favorire sia gli imprenditori sia i lavoratori.
La ventata di nazionalismo va bene per i comizi, ma non toglie voti al Pd e forse gliene procura qualcun altro dal populismo anti-europeo. Esiste il rischio che il populismo inquini anche il Pd? Questo sì, quel rischio esiste, anzi se vogliamo dire tutta la verità quel rischio si è già in parte verificato, la Leopolda renziana è pieno populismo. Quando si dice che il Pd renziano è più un partito di centro che di sinistra, non si dice tutto, il partito democratico renziano è certamente di centro ma è anche populista perché Renzi ha l’intonazione populista. Non è un insulto ma una constatazione. *** Questo fenomeno renziano- leopoldista lo vedremo dalla fine di gennaio all’opera fino ad ottobre, la data in cui dovrebbe svolgersi il referendum costituzionale- confermativo sulla legge che modifica la Costituzione a cominciare dall’abolizione del Senato, trasformato in organo di competenza territoriale.
Sono mesi che segnaliamo le storture del referendum confermativo che, a norma della Costituzione, è privo di un quorum. Chi va a votare e ne ha i requisiti, determina l’esito: che vinca il sì legalizzando in tal modo la legge di riforma, o che vinca il no con la conseguente cancellazione della suddetta legge, l’esito non dipende dal numero dei votanti; fosse pure un solo votante, è lui che sceglie per tutti gli italiani.
Naturalmente non sarà uno solo, anche se il numero degli astenuti sarà molto alto. Renzi ha trasformato il referendum in un plebiscito perché ha detto e più volte ripetuto che se i no sopravanzano i sì lui abbandonerà la politica. Quindi, in realtà, non si vota soltanto per la legge di modifica della Costituzione ma si vota soprattutto pro o contro Renzi. Questa posizione poteva anche esser passata sotto silenzio e poi decisa da Renzi ad esito avvenuto; invece è il tasto più battuto ed è questo che fa diventare il referendum un plebiscito. Aumenterà il numero dei votanti? Io credo di sì, lo aumenterà. Questo rende inutile o comunque accantona il problema del quorum? Sì, lo accantona ma non lo elimina. Se ne potrà, anzi se ne dovrà discutere a tempo debito. Per quanto mi riguarda continuo a dire che il quorum è necessario ma, ripeto, per questa volta trascuriamolo.
Il risultato per Renzi è scontato: vincerà, i no saranno assai meno dei sì. I primi sondaggi danno infatti i sì a oltre il doppio dei no. Se, come è probabile, andranno a votare una quarantina di milioni degli aventi diritto, i sondaggi ne danno trenta ai sì e dieci ai no con tendenza a lieve crescita dei no. È tuttavia possibile che i no aumentino in modo più sostanziale, fino a diventare competitivi per la ragione che se un Renzi sconfitto abbandona non soltanto il governo ma la politica, allora il tema non è soltanto la legge in questione ma si estende anche al partito Pd e alla sua guida che in quel caso sarebbe probabilmente non renziana.
Comunque l’uscita di scena di Renzi non interessa solo il Pd e la sinistra ma anche il centro e anche la destra. Interessa tutte le forze politiche. Da questo punto di vista il comitato di sinistra che sta raccogliendo firme non ha molto peso. Non si tratta di raccogliere firme per chi propugna il no, ma per contrapporre ai sì che saranno certamente molti, un sostanziale numero di voti contrari. Personalmente voterò no perché sono contrario alla riforma del Senato, ma se si trattasse solo di Renzi, dovrei pensarci prima di decidere. Quel che è importante è che il referendum senza quorum dimostri l’esistenza di una vera democrazia e quindi di una contrapposizione tra chi approva e chi è contrario con dimensioni in qualche modo equivalenti. Una vera democrazia esiste perché ci sono idee contrapposte che si misurano e poi vinca il migliore. *** Poche parole su un tema importante e scottante: la legge sulle unioni civili. Qui si tratta di diritti e i diritti che si riescono ad ottenere valgono in eguale misura per tutti i cittadini indipendentemente dall’età e dal sesso. Le unioni civili che danno diritto alla convivenza, all’assistenza reciproca, ai lasciti testamentari, alle pensioni reversibili, valgono per tutti. Qualche dubbio può sorgere per il cosiddetto utero in affitto, ma se l’embrione conservato in deposito e usabile su richiesta è accettato, allora anche l’utero in affitto è accettabile, sono due forme equivalenti di procreazione assistita.
Il tema controverso è quello dell’adozione di figli da parte di coppie del medesimo sesso. Per quel che vale dico il mio parere: per un bambino è meglio due madri o due padri piuttosto che un orfanotrofio. Meglio soli che male accompagnati vale per gli adulti ma non per i bambini.
Una ventata nazionalista nel conflitto tra l’Italia e l’Europa
di Eugenio Scalfari
IL TEMA dominante della settimana appena trascorsa è il contrasto tra il governo italiano e la Commissione europea che governa il nostro continente sotto lo sguardo vigile dei 28 Paesi che compongono l’Europa confederata.
Il contrasto di cui parliamo avviene spesso tra un singolo Paese e l’Ue quando qualcuno di essi vìola le regole, ma qui il caso è diverso perché sono due politiche che si contrappongono sull’economia, sull’equità sociale, sull’immigrazione, sulla flessibilità, insomma su tutto. Renzi e Juncker hanno addirittura valicato il linguaggio diplomatico e allusivo che si usa in questi casi adottando frasi dirette e crude. «Siamo stati insultati da un governo che abbiamo sempre favorito. Dunque è l’ora di fare i conti »: questo ha detto infuriato Juncker, che verrà a Roma a fine febbraio. «Non siamo di quelli che vanno a Bruxelles con il cappello in mano a impetrare favori e non ci faremo dettare ciò che dobbiamo fare per il bene del nostro Paese»: ha detto Renzi.
Le ragioni del contrasto, che ormai è un vero e proprio conflitto, sono come abbiamo già detto numerose ma non è chiara la ragione della sua vera e propria esplosione. Qualcosa di altrettanto esplosivo era avvenuto tra Bruxelles e la Polonia, affiancata dall’Ungheria e da altri Paesi del nordest europeo, ma in quel caso il tema era uno soltanto: l’immigrazione. Tema enorme, che durerà a dir poco per cinquant’anni e forse più e richiede inevitabilmente una gestione europea poiché riguarda il continente intero.
Se l’Europa non riuscirà a gestirlo unitariamente, il patto di Schengen che ha abolito i confini intraeuropei salterà e l’Ue cesserà di esistere.
SEGUE A PAGINA 29
IL CONFLITTO Italia-Bruxelles non è tale da mettere in discussione l’Europa confederata. Impedisce però che progredisca dalla Confederazione alla Federazione. Renzi non vuole la Federazione, non vuole che i governi nazionali siano declassati, non vuole gli Stati Uniti d’Europa. E questa è la natura profonda del conflitto in corso a Bruxelles. Il governatore d’uno qualunque degli Stati americani non potrebbe dire la frase: «Non andrò a Washington con il cappello in mano», per la semplice ragione che quel cappello, che sia in mano o in testa, non esiste. Il governo degli Stati Uniti d’America sta a Washington e non altrove e il suo interlocutore politico è il Congresso, composto da una Camera di rappresentanti e da un Senato. I governi dei cinquanta Stati americani governano i loro territori come in Italia i presidenti regionali governano le Regioni e i sindaci i Comuni. La bandiera americana è unica, unico è l’Esercito, unica l’Aviazione e unica la Marina. Qui in Europa ogni Stato ha la sua bandiera, le sue Forze armate, le sue capitali, la sua lingua. Di comune c’è soltanto la moneta, l’euro, che però non è condivisa da tutti i 28 Stati dell’Ue ma solo da 19 e non c’è un ministro del Tesoro europeo che sia l’interlocutore della Banca centrale. Perciò lo ripeto: se a causa dell’immigrazione saranno ripristinati i confini tra gli Stati membri dell’Ue, l’Ue cesserà di esistere; se i singoli Stati rivendicheranno la loro autonomia e la rafforzeranno mettendosi in contrasto con Bruxelles su questioni molto importanti, non si farà alcun passo verso gli Stati Uniti d’Europa ed anzi questa prospettiva salterà per sempre.
Sembrerebbe che Renzi sia il più verace cultore di questa politica. Ma perché? *** Ci sono ragioni specifiche ma il problema non è quello. Il nostro presidente del Consiglio, il cui interesse sarebbe quello di rivendicare l’autonomia del nostro governo ma di farlo sottovoce e nei modi appropriati, ha adottato il tono quasi del comizio elettorale. E infatti è questa la vera ragione: colpire con una ventata di nazionalismo l’opinione pubblica italiana.
Le ragioni di questa ventata sono evidenti: l’Italia, come praticamente tutta l’Europa, registra una crescente indifferenza o addirittura disprezzo della politica; il partito degli astenuti, che rappresenta il 40 per cento, continua a crescere e tra i partiti che andranno a votare alcuni sono programmaticamente contrari all’Europa e all’euro: i 5Stelle, la Lega, i Fratelli d’Italia. Stando ai sondaggi la somma di questi tre partiti arriva al 45 per cento dei votanti (27 per cento del corpo elettorale). La somma tra chi non vota e chi, votando, denuncia l’Europa e la moneta unica, arriva quindi al 67 per cento del corpo elettorale. Chi vota entro il quadro dell’Ue e dell’euro non rappresenta più del 33 per cento del corpo elettorale. Questa è la situazione italiana ma lo stesso fenomeno di astensione e di voti contro l’Ue è presente in molti altri Paesi europei anche se le percentuali sono diverse, alcune addirittura maggiori delle nostre, altre minori. Esistono e tendono a crescere in Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Macedonia, Grecia, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Lituania, Estonia, Lettonia. Insomma ovunque.
Questa essendo la situazione europea e italiana, che cosa ha pensato Renzi? Il suo partito, il Pd e il governo da lui presieduto sono in linea di principio europeisti, come europeisti sono i partiti di centrodestra e tali intendono rimanere, ma la ventata di nazionalismo è comunque una novità, un cambiamento per usare una parola che a Renzi piace molto. Sembra una parola vecchia il nazionalismo, non si usa più dai tempi di Mussolini e dell’Msi del dopoguerra.
Renzi l’ha rispolverata con l’obiettivo di scuotere gli indifferenti e di togliere voti ai partiti e movimenti che voteranno contro l’Ue e contro l’euro. Ci riuscirà? Lui pensa di sì, anch’io penso di sì o almeno riuscirà a non perder voti su quel terreno. Altri pensano invece il contrario: perderà i voti di quanti sono decisamente contrari al nazionalismo. Nel Pd ce ne sono molti, direi la maggioranza. Ma non credo che avvertirebbero quella ventata. Guarderanno semmai al merito economico del conflitto Italia-Europa e quel merito lo condivideranno perché è uno strumento in favore d’una politica economica di crescita, di post-keynesismo, di flessibilità tale da favorire sia gli imprenditori sia i lavoratori.
La ventata di nazionalismo va bene per i comizi, ma non toglie voti al Pd e forse gliene procura qualcun altro dal populismo anti-europeo. Esiste il rischio che il populismo inquini anche il Pd? Questo sì, quel rischio esiste, anzi se vogliamo dire tutta la verità quel rischio si è già in parte verificato, la Leopolda renziana è pieno populismo. Quando si dice che il Pd renziano è più un partito di centro che di sinistra, non si dice tutto, il partito democratico renziano è certamente di centro ma è anche populista perché Renzi ha l’intonazione populista. Non è un insulto ma una constatazione. *** Questo fenomeno renziano- leopoldista lo vedremo dalla fine di gennaio all’opera fino ad ottobre, la data in cui dovrebbe svolgersi il referendum costituzionale- confermativo sulla legge che modifica la Costituzione a cominciare dall’abolizione del Senato, trasformato in organo di competenza territoriale.
Sono mesi che segnaliamo le storture del referendum confermativo che, a norma della Costituzione, è privo di un quorum. Chi va a votare e ne ha i requisiti, determina l’esito: che vinca il sì legalizzando in tal modo la legge di riforma, o che vinca il no con la conseguente cancellazione della suddetta legge, l’esito non dipende dal numero dei votanti; fosse pure un solo votante, è lui che sceglie per tutti gli italiani.
Naturalmente non sarà uno solo, anche se il numero degli astenuti sarà molto alto. Renzi ha trasformato il referendum in un plebiscito perché ha detto e più volte ripetuto che se i no sopravanzano i sì lui abbandonerà la politica. Quindi, in realtà, non si vota soltanto per la legge di modifica della Costituzione ma si vota soprattutto pro o contro Renzi. Questa posizione poteva anche esser passata sotto silenzio e poi decisa da Renzi ad esito avvenuto; invece è il tasto più battuto ed è questo che fa diventare il referendum un plebiscito. Aumenterà il numero dei votanti? Io credo di sì, lo aumenterà. Questo rende inutile o comunque accantona il problema del quorum? Sì, lo accantona ma non lo elimina. Se ne potrà, anzi se ne dovrà discutere a tempo debito. Per quanto mi riguarda continuo a dire che il quorum è necessario ma, ripeto, per questa volta trascuriamolo.
Il risultato per Renzi è scontato: vincerà, i no saranno assai meno dei sì. I primi sondaggi danno infatti i sì a oltre il doppio dei no. Se, come è probabile, andranno a votare una quarantina di milioni degli aventi diritto, i sondaggi ne danno trenta ai sì e dieci ai no con tendenza a lieve crescita dei no. È tuttavia possibile che i no aumentino in modo più sostanziale, fino a diventare competitivi per la ragione che se un Renzi sconfitto abbandona non soltanto il governo ma la politica, allora il tema non è soltanto la legge in questione ma si estende anche al partito Pd e alla sua guida che in quel caso sarebbe probabilmente non renziana.
Comunque l’uscita di scena di Renzi non interessa solo il Pd e la sinistra ma anche il centro e anche la destra. Interessa tutte le forze politiche. Da questo punto di vista il comitato di sinistra che sta raccogliendo firme non ha molto peso. Non si tratta di raccogliere firme per chi propugna il no, ma per contrapporre ai sì che saranno certamente molti, un sostanziale numero di voti contrari. Personalmente voterò no perché sono contrario alla riforma del Senato, ma se si trattasse solo di Renzi, dovrei pensarci prima di decidere. Quel che è importante è che il referendum senza quorum dimostri l’esistenza di una vera democrazia e quindi di una contrapposizione tra chi approva e chi è contrario con dimensioni in qualche modo equivalenti. Una vera democrazia esiste perché ci sono idee contrapposte che si misurano e poi vinca il migliore. *** Poche parole su un tema importante e scottante: la legge sulle unioni civili. Qui si tratta di diritti e i diritti che si riescono ad ottenere valgono in eguale misura per tutti i cittadini indipendentemente dall’età e dal sesso. Le unioni civili che danno diritto alla convivenza, all’assistenza reciproca, ai lasciti testamentari, alle pensioni reversibili, valgono per tutti. Qualche dubbio può sorgere per il cosiddetto utero in affitto, ma se l’embrione conservato in deposito e usabile su richiesta è accettato, allora anche l’utero in affitto è accettabile, sono due forme equivalenti di procreazione assistita.
Il tema controverso è quello dell’adozione di figli da parte di coppie del medesimo sesso. Per quel che vale dico il mio parere: per un bambino è meglio due madri o due padri piuttosto che un orfanotrofio. Meglio soli che male accompagnati vale per gli adulti ma non per i bambini.
Corriere 17.1.16
Bruxelles
Scherzare con il fuoco? In Europa meglio di no
Giusto difendere gli interessi nazionali ma evitiamo le derive populiste e isolazioniste
Ci sono troppe incognite, come quella di restare fuori da una Unione più ristretta: non possiamo permettercelo
di Franco Venturini
L’ inno alla Gioia , inno dell’Europa, accanto all’inno di Mameli. È stato questo il day after di Matteo Renzi, la risposta alle dure critiche che Jean-Claude Juncker gli ha rivolto venerdì. Il presidente del Consiglio, in visita ieri alla Reggia di Caserta, ha voluto affidare alle note di Beethoven un messaggio forte per il presidente della Commissione di Bruxelles: guarda che io sono un europeista, che per l’Italia l’Europa è «un ideale, una cultura». E che non è normale «fare polemiche assurde sul niente». Piuttosto l’Italia «chiede semplicemente rispetto». Ma Renzi non sarebbe Renzi senza la conclusione col botto: «È finito il tempo in cui qualcuno pensava di telecomandarci da fuori».
Un po’ di unguento e un po’ di sale sulla ferita ormai resa ufficiale tra Roma e Bruxelles. Ma i gesti e le battute non riescono a spiegare l’accaduto, a misurare gli effetti, a valutare quanto di giusto e quanto di temerario ha portato l’Italia in rotta di collisione con la Commissione e anche con Angela Merkel che Renzi andrà a trovare tra meno di due settimane.
Una cosa va detta, prima di entrare nel campo minato delle «polemiche assurde» che in realtà per l’Italia potrebbero rivelarsi estremamente pericolose. La tradizione federalista dell’europeismo italiano (da conservare, ma oggi assai lontana dal traguardo) porta talvolta a sottovalutare quanto di sovranità nazionale rimane e deve rimanere accanto alla nuova sovranità condivisa dell’Europa. Difendere i propri interessi per gli Stati dell’Unione è lecito ed è necessario, se non altro perché gli altri lo fanno. Sollevare questioni aperte e talvolta scandalose (valga per tutte quella dei migranti, con il pesante impegno italiano da un lato e dall’altro il grottesco fallimento della redistribuzione dei rifugiati nella Ue per la diserzione di soci che non sono più soltanto quelli dell’est) è un imprescindibile diritto. Avere qualche approccio diverso sulle sanzioni alla Russia, più che mai in una Europa spaccata dietro i voti all’unanimità, è legittimo. Dobbiamo abituarci, insomma, a non gridare aprioristicamente allo scandalo quando l’Italia viene meno alla sua storica passività.
Ma se giustamente non vogliamo o non vogliamo più essere «telecomandati», occorre saper misurare correttamente mosse e parole, bisogna conoscere e rispettare le regole del gioco senza che ciò debba comportare disattenzione o rinuncia verso i nostri interessi, ed è indispensabile, soprattutto, avere chiaro il quadro generale, le alleanze attuali o future, le linee di tendenza, le opportunità ma anche i perico li che per noi si prospettano.
Tutto ciò significa semplicemente fare politica. Riservare le sortite critiche del governo a temi solidi e ben argomentati, non a generiche imputazioni rivolte con linguaggio da talk-show di politica interna. Fare una politica di alleanze opportune nella cornice della Ue, non immaginare che il legame con gli Usa basti a compensare un isolamento in Europa. Avere una credibilità che si ottiene a voce bassa, con i fatti, certo con le riforme che Renzi sta facendo, ma anche con iniziative nell’ambito europeo, con presenze politiche più frequenti a Bruxelles e nelle capitali che contano, e ancora una volta con un linguaggio che non sia, o non sembri, destinato agli elettori di casa. Servirebbe di più, su quel versante, usare la memoria, ricordare perché l’Europa è nata, spiegare quale sarebbe il domani senza Europa.
Ma il populismo nella comunicazione non sembra avere avversari efficaci. E allora la Ue finisce per diventare un facile capro espiatorio dell’economia che non cresce abbastanza, dei difetti strutturali, della corruzione, della dittatura burocratica, manca soltanto la criminalità organizzata.
E soprattutto, dicevamo, bisogna capire per tempo cosa si muove sott’acqua in questa Europa scossa dalla più grave crisi della sua esistenza. Non è forse percepibile la tentazione dell’ultima trincea, del nucleo duro guidato dalla Germania e aperto a Olanda, Belgio, Lussemburgo, Austria, Francia (che per Berlino è irrinunciabile, il che non le consentirà mai di essere nostra alleata senza riserve)? Non si discute a bassa voce di mini-Schengen per dare una coerenza alla politica migratoria? E abbiamo dimenticato che durante la trattativa coltello in mano con la Grecia il ministro Schaeuble ventilò la nascita di un Eurogruppo ristretto ai Paesi «virtuosi»? Prenda nota Matteo Renzi, prima del suo viaggio a Berlino, che Frau Merkel è l’ultima barriera contro una Europa esplosa e subito ricomposta in piccolo, una Europa nella quale l’Italia del secondo debito pubblico europeo e della debole competitività avrebbe poche chances di essere presente. Certo, siamo troppo importanti e ancora troppo forti per poter essere messi da parte senza contraccolpi gravi.
Ma dovremmo comunque capire che non sono questi tempi adatti per giocare col fuoco, che lo status di Paese fondatore non conta più nulla, che bisogna sì difendere gli interessi nazionali (in Europa come su altri fronti) ma evitando che essi confluiscano in un nazionalismo populista e isolazionista.
In Europa l’Italia è assediata da qualche ingiustizia e da molti pericoli. La rotta giusta, e molto difficile, è argomentare seriamente contro le prime e attrezzarci per sventare i secondi. Servirebbe una Italia nuova. Ma non è questo, il traguardo che Renzi dichiara di porsi? Per ora accontentiamoci della Nona Sinfonia , come fosse una promessa.
Bruxelles
Scherzare con il fuoco? In Europa meglio di no
Giusto difendere gli interessi nazionali ma evitiamo le derive populiste e isolazioniste
Ci sono troppe incognite, come quella di restare fuori da una Unione più ristretta: non possiamo permettercelo
di Franco Venturini
L’ inno alla Gioia , inno dell’Europa, accanto all’inno di Mameli. È stato questo il day after di Matteo Renzi, la risposta alle dure critiche che Jean-Claude Juncker gli ha rivolto venerdì. Il presidente del Consiglio, in visita ieri alla Reggia di Caserta, ha voluto affidare alle note di Beethoven un messaggio forte per il presidente della Commissione di Bruxelles: guarda che io sono un europeista, che per l’Italia l’Europa è «un ideale, una cultura». E che non è normale «fare polemiche assurde sul niente». Piuttosto l’Italia «chiede semplicemente rispetto». Ma Renzi non sarebbe Renzi senza la conclusione col botto: «È finito il tempo in cui qualcuno pensava di telecomandarci da fuori».
Un po’ di unguento e un po’ di sale sulla ferita ormai resa ufficiale tra Roma e Bruxelles. Ma i gesti e le battute non riescono a spiegare l’accaduto, a misurare gli effetti, a valutare quanto di giusto e quanto di temerario ha portato l’Italia in rotta di collisione con la Commissione e anche con Angela Merkel che Renzi andrà a trovare tra meno di due settimane.
Una cosa va detta, prima di entrare nel campo minato delle «polemiche assurde» che in realtà per l’Italia potrebbero rivelarsi estremamente pericolose. La tradizione federalista dell’europeismo italiano (da conservare, ma oggi assai lontana dal traguardo) porta talvolta a sottovalutare quanto di sovranità nazionale rimane e deve rimanere accanto alla nuova sovranità condivisa dell’Europa. Difendere i propri interessi per gli Stati dell’Unione è lecito ed è necessario, se non altro perché gli altri lo fanno. Sollevare questioni aperte e talvolta scandalose (valga per tutte quella dei migranti, con il pesante impegno italiano da un lato e dall’altro il grottesco fallimento della redistribuzione dei rifugiati nella Ue per la diserzione di soci che non sono più soltanto quelli dell’est) è un imprescindibile diritto. Avere qualche approccio diverso sulle sanzioni alla Russia, più che mai in una Europa spaccata dietro i voti all’unanimità, è legittimo. Dobbiamo abituarci, insomma, a non gridare aprioristicamente allo scandalo quando l’Italia viene meno alla sua storica passività.
Ma se giustamente non vogliamo o non vogliamo più essere «telecomandati», occorre saper misurare correttamente mosse e parole, bisogna conoscere e rispettare le regole del gioco senza che ciò debba comportare disattenzione o rinuncia verso i nostri interessi, ed è indispensabile, soprattutto, avere chiaro il quadro generale, le alleanze attuali o future, le linee di tendenza, le opportunità ma anche i perico li che per noi si prospettano.
Tutto ciò significa semplicemente fare politica. Riservare le sortite critiche del governo a temi solidi e ben argomentati, non a generiche imputazioni rivolte con linguaggio da talk-show di politica interna. Fare una politica di alleanze opportune nella cornice della Ue, non immaginare che il legame con gli Usa basti a compensare un isolamento in Europa. Avere una credibilità che si ottiene a voce bassa, con i fatti, certo con le riforme che Renzi sta facendo, ma anche con iniziative nell’ambito europeo, con presenze politiche più frequenti a Bruxelles e nelle capitali che contano, e ancora una volta con un linguaggio che non sia, o non sembri, destinato agli elettori di casa. Servirebbe di più, su quel versante, usare la memoria, ricordare perché l’Europa è nata, spiegare quale sarebbe il domani senza Europa.
Ma il populismo nella comunicazione non sembra avere avversari efficaci. E allora la Ue finisce per diventare un facile capro espiatorio dell’economia che non cresce abbastanza, dei difetti strutturali, della corruzione, della dittatura burocratica, manca soltanto la criminalità organizzata.
E soprattutto, dicevamo, bisogna capire per tempo cosa si muove sott’acqua in questa Europa scossa dalla più grave crisi della sua esistenza. Non è forse percepibile la tentazione dell’ultima trincea, del nucleo duro guidato dalla Germania e aperto a Olanda, Belgio, Lussemburgo, Austria, Francia (che per Berlino è irrinunciabile, il che non le consentirà mai di essere nostra alleata senza riserve)? Non si discute a bassa voce di mini-Schengen per dare una coerenza alla politica migratoria? E abbiamo dimenticato che durante la trattativa coltello in mano con la Grecia il ministro Schaeuble ventilò la nascita di un Eurogruppo ristretto ai Paesi «virtuosi»? Prenda nota Matteo Renzi, prima del suo viaggio a Berlino, che Frau Merkel è l’ultima barriera contro una Europa esplosa e subito ricomposta in piccolo, una Europa nella quale l’Italia del secondo debito pubblico europeo e della debole competitività avrebbe poche chances di essere presente. Certo, siamo troppo importanti e ancora troppo forti per poter essere messi da parte senza contraccolpi gravi.
Ma dovremmo comunque capire che non sono questi tempi adatti per giocare col fuoco, che lo status di Paese fondatore non conta più nulla, che bisogna sì difendere gli interessi nazionali (in Europa come su altri fronti) ma evitando che essi confluiscano in un nazionalismo populista e isolazionista.
In Europa l’Italia è assediata da qualche ingiustizia e da molti pericoli. La rotta giusta, e molto difficile, è argomentare seriamente contro le prime e attrezzarci per sventare i secondi. Servirebbe una Italia nuova. Ma non è questo, il traguardo che Renzi dichiara di porsi? Per ora accontentiamoci della Nona Sinfonia , come fosse una promessa.
Corriere 17.1.16
La vicenda L’Etruria, il Qatar e papà Boschi «Volevo aiutarlo con gli sceicchi»
L’imprenditore Mureddu: gli presentai anche Flavio Carboni a Roma
di Fabrizio Caccia
ROMA «Quando Viktor Ivanovich Petrik, lo scienziato russo per cui lavoro, leggerà questo articolo, mi licenzierà...», scommette beffardo Valeriano Mureddu, 46 anni, imprenditore e massone («Sì, sono massone — ammette — ma da due anni in sonno...»). Personaggio bizzarro («Da piccolo mi chiamavano Napoleone per il mio coraggio e io ho chiamato Napoleone mio figlio...»), sedicente collaboratore di qualche servizio segreto («Già ma quale?», provoca) e sotto inchiesta a Perugia per evasione milionaria dell’Iva («Sono innocente!», giura), Mureddu e il suo mentore altrettanto discusso, Flavio Carboni, sardo come lui, sono i protagonisti dell’intricata storia raccontata due giorni fa dal quotidiano Liberosu Banca Etruria.
Negli uffici romani del professor Petrik, al secondo piano di via Ludovisi numero 16, strada elegante che incrocia via Veneto, «tra giugno e luglio del 2014 — ricorda Mureddu — in due occasioni, a distanza di una decina di giorni, c’incontrammo io, l’allora vicepresidente di Banca Etruria Pier Luigi Boschi e il mio amico Flavio Carboni, che presentai al Boschi. Furono incontri di pochi minuti, si parlò poco e niente della banca...».
Flavio Carboni, 84 anni, di cui gli ultimi trentacinque segnati da arresti, processi, condanne e assoluzioni e tuttora a giudizio per la cosiddetta P3, presunta associazione da lui costituita con «scopi e fini segreti» secondo la Procura di Roma, conferma i due incontri, «fugacissimi», in via Ludovisi: «Anch’io come Mureddu frequento quell’ufficio, perché da nove anni collaboro con Petrik, esperto di nanotecnologie, ad un progetto per la depurazione delle acque — ammette —. Ma sinceramente della Banca Etruria non m’interessava nulla...».
E allora perché quei due incontri romani? «Fu una mia iniziativa — spiega Mureddu —. Conosco e stimo Pier Luigi Boschi da una decina d’anni, è un mio amico, lo conobbi quando era il presidente della cantina sociale del Valdarno e io avevo dei vigneti dalle parti di Reggello. Gli chiedevo consigli su come fare un buon Chianti. Cose così...». L’amicizia tra i due, poi, è andata avanti, tra mille incontri nei bar di Arezzo («Con lui e il presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, ci vedevamo al bar Cristallo...») e qualche visita pure a Laterina, nella casa natale dei Boschi («La figlia di Pier Luigi, la ministra Maria Elena, però, non l’ho mai conosciuta...»). Così, nel maggio 2014, quando Pier Luigi divenne vicepresidente di Banca Etruria ecco che Mureddu, provò a fare qualcosa. «Boschi mi chiese se conoscessi qualcuno molto preparato che potesse ricoprire il ruolo di direttore generale dell’Etruria» e Mureddu allora lo disse a Carboni, il quale — «per fare un favore a me», chiosa l’imprenditore — interpellò chi riteneva più competente, l’ex esponente della Lega Gianmario Ferramonti. Fu a quest’ultimo che venne l’idea del banchiere Fabio Arpe. La segnalazione, però, non sortì effetto: come direttore generale la banca scelse Daniele Cabiati.
«Per Boschi comunque — rivela Mureddu — feci dell’altro. Tramite le mie conoscenze, ottenni un interessamento della famiglia reale del Qatar, Al-Thani, che col fondo Qvs era pronta a salvare Banca Etruria. Pure stavolta, però, non se ne fece niente». E niente c’entra, infine, conclude Valeriano, il fatto che dalla Sardegna i Mureddu negli anni ‘60 si trasferirono a Rignano sull’Arno, il paese di Matteo Renzi. «L’ultima volta che parlai con Matteo — taglia corto — fu quando era ancora sindaco di Firenze. E a Rignano ormai ci vive solo il mio babbo, Michele. Probabilmente, ci siamo detti al telefono oggi con Flavio, si torna a usare il nome di Carboni solo per attaccare il governo...».
La vicenda L’Etruria, il Qatar e papà Boschi «Volevo aiutarlo con gli sceicchi»
L’imprenditore Mureddu: gli presentai anche Flavio Carboni a Roma
di Fabrizio Caccia
ROMA «Quando Viktor Ivanovich Petrik, lo scienziato russo per cui lavoro, leggerà questo articolo, mi licenzierà...», scommette beffardo Valeriano Mureddu, 46 anni, imprenditore e massone («Sì, sono massone — ammette — ma da due anni in sonno...»). Personaggio bizzarro («Da piccolo mi chiamavano Napoleone per il mio coraggio e io ho chiamato Napoleone mio figlio...»), sedicente collaboratore di qualche servizio segreto («Già ma quale?», provoca) e sotto inchiesta a Perugia per evasione milionaria dell’Iva («Sono innocente!», giura), Mureddu e il suo mentore altrettanto discusso, Flavio Carboni, sardo come lui, sono i protagonisti dell’intricata storia raccontata due giorni fa dal quotidiano Liberosu Banca Etruria.
Negli uffici romani del professor Petrik, al secondo piano di via Ludovisi numero 16, strada elegante che incrocia via Veneto, «tra giugno e luglio del 2014 — ricorda Mureddu — in due occasioni, a distanza di una decina di giorni, c’incontrammo io, l’allora vicepresidente di Banca Etruria Pier Luigi Boschi e il mio amico Flavio Carboni, che presentai al Boschi. Furono incontri di pochi minuti, si parlò poco e niente della banca...».
Flavio Carboni, 84 anni, di cui gli ultimi trentacinque segnati da arresti, processi, condanne e assoluzioni e tuttora a giudizio per la cosiddetta P3, presunta associazione da lui costituita con «scopi e fini segreti» secondo la Procura di Roma, conferma i due incontri, «fugacissimi», in via Ludovisi: «Anch’io come Mureddu frequento quell’ufficio, perché da nove anni collaboro con Petrik, esperto di nanotecnologie, ad un progetto per la depurazione delle acque — ammette —. Ma sinceramente della Banca Etruria non m’interessava nulla...».
E allora perché quei due incontri romani? «Fu una mia iniziativa — spiega Mureddu —. Conosco e stimo Pier Luigi Boschi da una decina d’anni, è un mio amico, lo conobbi quando era il presidente della cantina sociale del Valdarno e io avevo dei vigneti dalle parti di Reggello. Gli chiedevo consigli su come fare un buon Chianti. Cose così...». L’amicizia tra i due, poi, è andata avanti, tra mille incontri nei bar di Arezzo («Con lui e il presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, ci vedevamo al bar Cristallo...») e qualche visita pure a Laterina, nella casa natale dei Boschi («La figlia di Pier Luigi, la ministra Maria Elena, però, non l’ho mai conosciuta...»). Così, nel maggio 2014, quando Pier Luigi divenne vicepresidente di Banca Etruria ecco che Mureddu, provò a fare qualcosa. «Boschi mi chiese se conoscessi qualcuno molto preparato che potesse ricoprire il ruolo di direttore generale dell’Etruria» e Mureddu allora lo disse a Carboni, il quale — «per fare un favore a me», chiosa l’imprenditore — interpellò chi riteneva più competente, l’ex esponente della Lega Gianmario Ferramonti. Fu a quest’ultimo che venne l’idea del banchiere Fabio Arpe. La segnalazione, però, non sortì effetto: come direttore generale la banca scelse Daniele Cabiati.
«Per Boschi comunque — rivela Mureddu — feci dell’altro. Tramite le mie conoscenze, ottenni un interessamento della famiglia reale del Qatar, Al-Thani, che col fondo Qvs era pronta a salvare Banca Etruria. Pure stavolta, però, non se ne fece niente». E niente c’entra, infine, conclude Valeriano, il fatto che dalla Sardegna i Mureddu negli anni ‘60 si trasferirono a Rignano sull’Arno, il paese di Matteo Renzi. «L’ultima volta che parlai con Matteo — taglia corto — fu quando era ancora sindaco di Firenze. E a Rignano ormai ci vive solo il mio babbo, Michele. Probabilmente, ci siamo detti al telefono oggi con Flavio, si torna a usare il nome di Carboni solo per attaccare il governo...».
Repubblica 17.1.16
La festività.
Entro 5-10 anni la celebrazione della Resurrezione potrebbe essere fissata nella seconda o terza domenica di aprile. Un segnale di dialogo con gli ortodossi Una rivoluzione per il rito, ma anche nel calendario di primavera di scuole e uffici
“Una Pasqua unica per tutti i cristiani” il sì degli anglicani al progetto del Papa
di Marco Ansaldo
CITTÀ DEL VATICANO. Pasqua con una domenica fissa per tutti, cattolici e ortodossi. Mettendo fine a una controversia lunga duemila anni. E con effetti sul turismo, la scuola, i calendari sportivi, le abitudini di molti, fedeli e non. Forse sarà presto così. Potranno passare dai 5 ai 10 anni: ma entro quel periodo la festa per la resurrezione di Cristo potrà avere una data fissa per tutti i cristiani. Lo ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, che ha accolto la disponibilità offerta lo scorso giugno da Papa Francesco a discutere la data della celebrazione, in modo che cattolici e ortodossi possano celebrarla in contemporanea.
Nei prossimi mesi i leader religiosi anglicani discuteranno la questione con i rappresentanti di altri riti. E la data di Pasqua, dietro intesa con il Papa, potrà essere bloccata fra la seconda e la terza domenica di aprile. «Mi aspetto – ha spiegato l’arcivescovo di Canterbury – che questo avvenga in un periodo fra i 5 e i 10 anni. Non prima, anche perché molti hanno già stampato i calendari dei prossimi cinque anni». Ma pure perché dovranno esserci colloqui approfonditi sull’argomento.
Il problema non è di semplice soluzione, anche se i primati anglicani si sono mostrati d’accordo a tenere incontri, già avviati dal capo della Chiesa copta ortodossa, Papa Tawadros II. Per questi ultimi, ad esempio, nell’anno in corso la Pasqua cadrà il 1° maggio, e di solito varia fra le date principali dei cattolici fino a cinque settimane dopo. I copti considerano la riuscita dell’iniziativa, qualora avesse successo, come una potente dimostrazione dell’unità dei cristiani.
Francesco ha dato da tempo il suo via libera. Scherzosamente aveva anche detto: «Se un cattolico e un ortodosso si incontrano si chiedono: il tuo Cristo è risorto? Perché il mio risorge domenica prossima». Al di là della battuta, cavalcando questa iniziativa il Papa argentino è conscio di lanciare un forte segnale alla Chiesa ortodossa di Mosca, con cui il dialogo si infittisce sempre più. Obiettivo: costruire un incontro con il Patriarca, che ha mostrato disponibilità a un vertice ma non subito e prima in territorio neutro. La decisione su una data fissa porterebbe alla fine di una controversia della nella storia della cristianità. Ma a opporsi sarebbero soprattutto i tradizionalisti: la difficoltà per chi vorrà apportare i cambiamenti sarà proprio quella di trovare un punto di dialogo o di accordo. Una discussione non ancora cominciata, che avrebbe al centro questioni storiche e teologiche ancora tutte da affrontare, e che potrebbe diventare un possibile terreno di scontro con il Papa. Al momento la Pasqua è vincolata al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, quindi calcolata in modo diverso dal calendario giuliano e da quello gregoriano, cadendo finora nelle domeniche fra il 22 marzo e il 25 aprile.
Già il Concilio Vaticano II si era detto disposto a tornare a una data comune. L’intesa però non fu fatta, anche se si ipotizzò la seconda domenica di aprile come data comune possibile, la stessa avanzata a giugno da Francesco in un incontro con mille sacerdoti provenienti da 90 Paesi nella basilica di San Giovanni in Laterano. Ma una data fissa per la Pasqua, è ovvio, avrebbe un’implicazione tutta da decifrare anche sul costume, toccando i calendari di uffici, scuole e attività sportive.
La festività.
Entro 5-10 anni la celebrazione della Resurrezione potrebbe essere fissata nella seconda o terza domenica di aprile. Un segnale di dialogo con gli ortodossi Una rivoluzione per il rito, ma anche nel calendario di primavera di scuole e uffici
“Una Pasqua unica per tutti i cristiani” il sì degli anglicani al progetto del Papa
di Marco Ansaldo
CITTÀ DEL VATICANO. Pasqua con una domenica fissa per tutti, cattolici e ortodossi. Mettendo fine a una controversia lunga duemila anni. E con effetti sul turismo, la scuola, i calendari sportivi, le abitudini di molti, fedeli e non. Forse sarà presto così. Potranno passare dai 5 ai 10 anni: ma entro quel periodo la festa per la resurrezione di Cristo potrà avere una data fissa per tutti i cristiani. Lo ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, che ha accolto la disponibilità offerta lo scorso giugno da Papa Francesco a discutere la data della celebrazione, in modo che cattolici e ortodossi possano celebrarla in contemporanea.
Nei prossimi mesi i leader religiosi anglicani discuteranno la questione con i rappresentanti di altri riti. E la data di Pasqua, dietro intesa con il Papa, potrà essere bloccata fra la seconda e la terza domenica di aprile. «Mi aspetto – ha spiegato l’arcivescovo di Canterbury – che questo avvenga in un periodo fra i 5 e i 10 anni. Non prima, anche perché molti hanno già stampato i calendari dei prossimi cinque anni». Ma pure perché dovranno esserci colloqui approfonditi sull’argomento.
Il problema non è di semplice soluzione, anche se i primati anglicani si sono mostrati d’accordo a tenere incontri, già avviati dal capo della Chiesa copta ortodossa, Papa Tawadros II. Per questi ultimi, ad esempio, nell’anno in corso la Pasqua cadrà il 1° maggio, e di solito varia fra le date principali dei cattolici fino a cinque settimane dopo. I copti considerano la riuscita dell’iniziativa, qualora avesse successo, come una potente dimostrazione dell’unità dei cristiani.
Francesco ha dato da tempo il suo via libera. Scherzosamente aveva anche detto: «Se un cattolico e un ortodosso si incontrano si chiedono: il tuo Cristo è risorto? Perché il mio risorge domenica prossima». Al di là della battuta, cavalcando questa iniziativa il Papa argentino è conscio di lanciare un forte segnale alla Chiesa ortodossa di Mosca, con cui il dialogo si infittisce sempre più. Obiettivo: costruire un incontro con il Patriarca, che ha mostrato disponibilità a un vertice ma non subito e prima in territorio neutro. La decisione su una data fissa porterebbe alla fine di una controversia della nella storia della cristianità. Ma a opporsi sarebbero soprattutto i tradizionalisti: la difficoltà per chi vorrà apportare i cambiamenti sarà proprio quella di trovare un punto di dialogo o di accordo. Una discussione non ancora cominciata, che avrebbe al centro questioni storiche e teologiche ancora tutte da affrontare, e che potrebbe diventare un possibile terreno di scontro con il Papa. Al momento la Pasqua è vincolata al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, quindi calcolata in modo diverso dal calendario giuliano e da quello gregoriano, cadendo finora nelle domeniche fra il 22 marzo e il 25 aprile.
Già il Concilio Vaticano II si era detto disposto a tornare a una data comune. L’intesa però non fu fatta, anche se si ipotizzò la seconda domenica di aprile come data comune possibile, la stessa avanzata a giugno da Francesco in un incontro con mille sacerdoti provenienti da 90 Paesi nella basilica di San Giovanni in Laterano. Ma una data fissa per la Pasqua, è ovvio, avrebbe un’implicazione tutta da decifrare anche sul costume, toccando i calendari di uffici, scuole e attività sportive.
Repubblica 17.1.16
I Fratelli diversi
di Enzo Bianchi
NELLE scorse settimane è stato pubblicato da un organismo della chiesa cattolica, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, un documento che vuole fare il punto sulla situazione dei rapporti tra le due comunità di fede. È un testo coraggioso, nel quale si afferma con ancora maggior precisione e convinzione l’accettazione piena da parte della chiesa della Bibbia ebraica, detta Antico Testamento, e si confessa l’unità dei due Testamenti, precisando però con chiarezza che la chiesa legge le Scritture ebraiche attraverso l’ermeneuta definitivo, Gesù Cristo.
Proprio dall’Antico Testamento, infatti, sono nate le due fedi, e sul rispettivo modo di leggere e interpretare le stesse Scritture sono restate unite e, nello stesso tempo, si sono separate. L’ebraismo post-biblico mise al centro della lettura la Torah, la legge, facendo sua l’eredità dei maestri farisei dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.); il cristianesimo, invece, accolse l’Antico Testamento ma lo vide realizzato in Gesù di Nazaret. A dire il vero, dunque, ebraismo e cristianesimo nascono dallo stesso ceppo come due fratelli gemelli, sebbene non simmetrici. Per la chiesa Israele resta il popolo delle promesse e delle benedizioni, in un’alleanza con Dio mai revocata e tuttora in vigore, mentre per Israele il cristianesimo resta ancora enigmatico e non da tutti gli ebrei viene letto e percepito teologicamente. Con questa consapevolezza, si registra sia nella chiesa sia nell’ebraismo una grande volontà di collaborazione, soprattutto per l’azione redentrice del mondo, per la giustizia, la pace e la qualità della vita sulla terra.
Restano tuttavia dei problemi. La chiesa non può ammettere un’altra via di salvezza che non sia quella aperta da Gesù. Resta perciò un mistero come i due popoli, per ora separati, possano camminare verso la salvezza su vie così distinte, vie che per i cristiani portano a Cristo. In ogni caso, nel “frattempo”, la chiesa non organizza la missione evangelizzatrice verso gli ebrei e si vieta ogni forma di proselitismo. A distanza di 150 anni da quando fu fondata una congregazione per la missione verso gli ebrei e la loro conversione, la chiesa confessa di non ritenere più opportuna la pratica di quella via.
Se questa è la situazione fin qui maturata, non vanno tralasciati due elementi di frizione. Il primo si è manifestato più volte nei confronti di papa Francesco e del suo uso dei termini “farisei”, “scribi” e “dottori della legge”. Nei vangeli vi è polemica e condanna, anche sulle labbra di Gesù, nei confronti di queste componenti e figure rappresentative del popolo ebraico. Ebbene, papa Francesco, e non solo lui, non specifica ogni volta che il riferimento non riguarda tutti i farisei, tutti gli scribi, tutti i dottori della legge, ma che con queste espressioni si vuole ammonire quei cristiani, quegli ecclesiastici che oggi nella chiesa ripetono quei comportamenti patologici. Il rabbino capo di Roma ha rimproverato questo linguaggio al Papa, contestandogli la connotazione negativa del termine “farisei”, i padri dell’attuale ebraismo, che hanno salvato l’eredità veterotestamentaria e trasmesso la fede ebraica fino a oggi. È vero, i cristiani spesso citando il Nuovo Testamento non precisano che solo alcuni farisei, alcuni scribi, alcuni capi del popolo dei giudei hanno contraddetto Gesù, polemizzato con lui e infine l’hanno condannato, perseguitando poi la chiesa nascente.
Dunque questa tipizzazione, negativa come tutte le tipizzazioni, va abbandonata; ma gli ebrei devono ricordare che gli stessi rabbini polemizzavano con queste figure del tempo di Gesù. Anche nella tradizione talmudica troviamo una tipizzazione del fariseo. Si legge: “Non temere né i farisei né coloro che non sono farisei, ma temi gli ipocriti che sono simili ai farisei”. Il Nuovo Testamento e i cristiani, quando denunciano i farisei, pensano in primo luogo a se stessi, ai legalisti, agli ipocriti, a quelli che ostentano la loro religiosità e vantano meriti. Il vizio denunciato è antropologico e certo è presente negli uomini religiosi, per i quali Dio è giustificazione a causa non del loro comportamento, ma della loro appartenenza identitaria. Quando dunque il rabbino Di Segni afferma che «questo linguaggio del Papa è pericoloso per l’ebraismo» non coglie l’intenzione né di Francesco né dei cristiani, che non vogliono giudicare gli ebrei ma la loro propria comunità, i propri membri, affetti dalle patologie riscontrabili in qualsiasi istituzione religiosa.
Il secondo elemento critico è quello che resta ancora oggi come una ferita aperta: la diversa comprensione della terra di Israele e del legame con essa. Noi cristiani comprendiamo che per gli ebrei la terra di Israele è, secondo l’ermeneutica da essi praticata sulla Bibbia ebraica, un dono di Dio rispondente alle promesse fatte ad Abramo e ai padri e che, di conseguenza, sentano un rapporto inscindibile tra la loro fede e quella terra. Ma gli ebrei devono a loro volta comprendere che proprio Gesù, da cui noi nasciamo come cristiani, ha spezzato quel legame con la terra, così come ha spezzato i vincoli con i legami di sangue e con il tempio. Se siamo coerenti con il Vangelo, noi cristiani non abbiamo né patria né terra: siamo pellegrini in ricerca e attesa della patria celeste. Non neghiamo agli ebrei il diritto a un assetto politico e statale, ma affermiamo che tutti gli umani devono costruire la società nella giustizia, nel rispetto dell’altro e nella solidarietà con gli altri, anche stranieri. La concezione del legame che gli ebrei hanno con la terra richiede che siano rispettate la giustizia, la libertà e la fraternità con tutti, senza che si ergano nuove barriere e muri di separazione. In questa azione gli ebrei troveranno sempre i cristiani fedeli al Vangelo come fratelli e sorelle solidali, accanto a loro e pronti a spendere la vita per loro, affinché il popolo di Israele viva.
Priore della comunità monastica di Bose
I Fratelli diversi
di Enzo Bianchi
NELLE scorse settimane è stato pubblicato da un organismo della chiesa cattolica, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, un documento che vuole fare il punto sulla situazione dei rapporti tra le due comunità di fede. È un testo coraggioso, nel quale si afferma con ancora maggior precisione e convinzione l’accettazione piena da parte della chiesa della Bibbia ebraica, detta Antico Testamento, e si confessa l’unità dei due Testamenti, precisando però con chiarezza che la chiesa legge le Scritture ebraiche attraverso l’ermeneuta definitivo, Gesù Cristo.
Proprio dall’Antico Testamento, infatti, sono nate le due fedi, e sul rispettivo modo di leggere e interpretare le stesse Scritture sono restate unite e, nello stesso tempo, si sono separate. L’ebraismo post-biblico mise al centro della lettura la Torah, la legge, facendo sua l’eredità dei maestri farisei dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.); il cristianesimo, invece, accolse l’Antico Testamento ma lo vide realizzato in Gesù di Nazaret. A dire il vero, dunque, ebraismo e cristianesimo nascono dallo stesso ceppo come due fratelli gemelli, sebbene non simmetrici. Per la chiesa Israele resta il popolo delle promesse e delle benedizioni, in un’alleanza con Dio mai revocata e tuttora in vigore, mentre per Israele il cristianesimo resta ancora enigmatico e non da tutti gli ebrei viene letto e percepito teologicamente. Con questa consapevolezza, si registra sia nella chiesa sia nell’ebraismo una grande volontà di collaborazione, soprattutto per l’azione redentrice del mondo, per la giustizia, la pace e la qualità della vita sulla terra.
Restano tuttavia dei problemi. La chiesa non può ammettere un’altra via di salvezza che non sia quella aperta da Gesù. Resta perciò un mistero come i due popoli, per ora separati, possano camminare verso la salvezza su vie così distinte, vie che per i cristiani portano a Cristo. In ogni caso, nel “frattempo”, la chiesa non organizza la missione evangelizzatrice verso gli ebrei e si vieta ogni forma di proselitismo. A distanza di 150 anni da quando fu fondata una congregazione per la missione verso gli ebrei e la loro conversione, la chiesa confessa di non ritenere più opportuna la pratica di quella via.
Se questa è la situazione fin qui maturata, non vanno tralasciati due elementi di frizione. Il primo si è manifestato più volte nei confronti di papa Francesco e del suo uso dei termini “farisei”, “scribi” e “dottori della legge”. Nei vangeli vi è polemica e condanna, anche sulle labbra di Gesù, nei confronti di queste componenti e figure rappresentative del popolo ebraico. Ebbene, papa Francesco, e non solo lui, non specifica ogni volta che il riferimento non riguarda tutti i farisei, tutti gli scribi, tutti i dottori della legge, ma che con queste espressioni si vuole ammonire quei cristiani, quegli ecclesiastici che oggi nella chiesa ripetono quei comportamenti patologici. Il rabbino capo di Roma ha rimproverato questo linguaggio al Papa, contestandogli la connotazione negativa del termine “farisei”, i padri dell’attuale ebraismo, che hanno salvato l’eredità veterotestamentaria e trasmesso la fede ebraica fino a oggi. È vero, i cristiani spesso citando il Nuovo Testamento non precisano che solo alcuni farisei, alcuni scribi, alcuni capi del popolo dei giudei hanno contraddetto Gesù, polemizzato con lui e infine l’hanno condannato, perseguitando poi la chiesa nascente.
Dunque questa tipizzazione, negativa come tutte le tipizzazioni, va abbandonata; ma gli ebrei devono ricordare che gli stessi rabbini polemizzavano con queste figure del tempo di Gesù. Anche nella tradizione talmudica troviamo una tipizzazione del fariseo. Si legge: “Non temere né i farisei né coloro che non sono farisei, ma temi gli ipocriti che sono simili ai farisei”. Il Nuovo Testamento e i cristiani, quando denunciano i farisei, pensano in primo luogo a se stessi, ai legalisti, agli ipocriti, a quelli che ostentano la loro religiosità e vantano meriti. Il vizio denunciato è antropologico e certo è presente negli uomini religiosi, per i quali Dio è giustificazione a causa non del loro comportamento, ma della loro appartenenza identitaria. Quando dunque il rabbino Di Segni afferma che «questo linguaggio del Papa è pericoloso per l’ebraismo» non coglie l’intenzione né di Francesco né dei cristiani, che non vogliono giudicare gli ebrei ma la loro propria comunità, i propri membri, affetti dalle patologie riscontrabili in qualsiasi istituzione religiosa.
Il secondo elemento critico è quello che resta ancora oggi come una ferita aperta: la diversa comprensione della terra di Israele e del legame con essa. Noi cristiani comprendiamo che per gli ebrei la terra di Israele è, secondo l’ermeneutica da essi praticata sulla Bibbia ebraica, un dono di Dio rispondente alle promesse fatte ad Abramo e ai padri e che, di conseguenza, sentano un rapporto inscindibile tra la loro fede e quella terra. Ma gli ebrei devono a loro volta comprendere che proprio Gesù, da cui noi nasciamo come cristiani, ha spezzato quel legame con la terra, così come ha spezzato i vincoli con i legami di sangue e con il tempio. Se siamo coerenti con il Vangelo, noi cristiani non abbiamo né patria né terra: siamo pellegrini in ricerca e attesa della patria celeste. Non neghiamo agli ebrei il diritto a un assetto politico e statale, ma affermiamo che tutti gli umani devono costruire la società nella giustizia, nel rispetto dell’altro e nella solidarietà con gli altri, anche stranieri. La concezione del legame che gli ebrei hanno con la terra richiede che siano rispettate la giustizia, la libertà e la fraternità con tutti, senza che si ergano nuove barriere e muri di separazione. In questa azione gli ebrei troveranno sempre i cristiani fedeli al Vangelo come fratelli e sorelle solidali, accanto a loro e pronti a spendere la vita per loro, affinché il popolo di Israele viva.
Priore della comunità monastica di Bose
La Stampa 17.1.16
Un incontro fra uomini nel rispetto delle differenze
di Gavriel Levi
Professore Emerito Sapienza Università di Roma
Non penso che un dialogo tra le diverse religioni sia arricchente, se punta alla reciproca conversione. Sono invece convinto che debba esistere un dialogo fra uomini di diverse religioni, perché ognuno impari a rispettare la religiosità dell’altro. Con una metafora: un monte non si incontra con un monte, mentre un uomo si incontra con un uomo.
Per gli ebrei questo ultimo tipo di dialogo è una necessità fondante. Scritta nell’introduzione ai 10 comandamenti. Ripetuta nel testo dei 10 comandamenti. Spiegata nel commento ai 10 comandamenti che Mosè ha inciso nel suo testamento.
Nell’introduzione ai 10 comandamenti: voi sarete un popolo di Kohanim (sacerdoti). I Kohanim, nella pratica , sono coloro che cercano di trasmettere una doppia benedizione: da Dio agli uomini e dagli uomini a Dio.
Nel testo dei 10 comandamenti: ci sono tre comandamenti che sono diretti esclusivamente agli ebrei (l’unità di Dio, il divieto delle immagini, il fare il Sabato) e sette che riguardano tutta l’umanità e che ripropongono il patto di Noè, la religione universale che precede e giustifica il patto del Sinai e che, per gli ebrei, è tuttora vigente.
Nel commento di Mosè ai 10 comandamenti, ascolta Israele il Signore è nostro Dio: il Signore è uno, spesso sfugge che questo versetto non è una formula matematica, ma è una dichiarazione sull’unità del genere umano davanti a Dio. Vale a dire: il nostro Dio è uno per noi e per tutti coloro che sono nel mondo. Comunque, capire l’unità di Dio non è solo una questione fra gli ebrei e gli altri uomini. E’ anche una questione fra ebrei ed ebrei e di tutti i popoli fra di loro.
Queste riflessioni riguardano anche la religiosità elementare, laica, che esiste in ogni singolo essere umano.
E’ bene chiarire questo punto. Per religiosità laica intendiamo la confluenza di tre sentimenti: la percezione abissale dell’infinito, anche dentro di noi; la percezione meravigliata dell’unità armoniosa dell’universo; la percezione di unità assoluta dell’umanità.
Una precisazione storica: proprio mentre nell’Europa, l’illuminismo confrontava le religioni rivelate con il binomio teismo/ateismo, in parallelo il misticismo ebraico usava sempre più spesso un nome bi-logico per chiamare Dio e cioè: Infinito/Niente. Non un’invenzione ma una riscoperta.
Infatti fin dalla antichità gli ebrei si sono rivolti a Dio usando, nella stessa frase, il Tu ed il Lui intersecati (benedetto Tu che crea…). Una giusta intuizione: per evitare l’ombra dell’antropomorfismo, gli ebrei chiamano Dio con un unico nome personale ed impersonale.
Una notazione sul dialogo cristiano-ebraico e, sul dialogo ebraico-cristiano,
Nel suo più recente Documento, la Chiesa cattolica rimanda al Mistero Divino il rapporto di Dio con gli Ebrei: non sappiamo in quale modo Dio lasci la porta della salvezza aperta agli ebrei, pur tenendo conto che gli ebrei continuano a non accettare Cristo.
Questo rinvio al Mistero Divino è nuovo ed è molto emotivo, ma ci lascia ancora imbarazzati, come figli di Noè prima che come ebrei.
Per la torah, le scelte di amore fatte da Dio sono scelte irrevocabili. Con la promessa profetica: potrà una donna dimenticare il suo bambino, l’amore del suo ventre? Anche queste cose potranno essere dimenticate, ma Io non ti dimenticherò.
Le tavole della Legge che Dio consegna a Mosè, dopo il fattaccio del vitello d’oro, sono accompagnate dalla vera regola del Patto, e cioè i 13 attributi della Misericordia: Dio/Dio, colui che perdona a coloro che lo amano, per migliaia di generazioni. Due volte Dio perché prima della colpa e dopo la colpa Dio non cambia. Questa regola, vale per il popolo ebraico e vale per tutta l’umanità.
Secondo il Talmud, con i 10 comandamenti, Dio ha firmato la torah: Io, Me stesso, l’ho scritta e l’ho data. E dove sarebbe nascosta questa firma autografa? Nella sigla composta dalle prime due parole e dalle ultime due parole dei 10 comandamenti. Io sono Dio che è del/il tuo prossimo.
Le porte che bisogna attraversare per arrivare a Dio non sono mai chiuse. Perché le uniche porte da aprire sono soltanto dentro di noi.
Il segno del patto di Dio con Noè è l’arcobaleno. Contro la violenza dell’uomo sull’uomo. Per la cura del creato e delle creature da parte di tutta l’umanità. Perché la sacralità della vita rimanga la grammatica con cui Dio è capace di tradurre tutte le lingue nella sua.
Un incontro fra uomini nel rispetto delle differenze
di Gavriel Levi
Professore Emerito Sapienza Università di Roma
Non penso che un dialogo tra le diverse religioni sia arricchente, se punta alla reciproca conversione. Sono invece convinto che debba esistere un dialogo fra uomini di diverse religioni, perché ognuno impari a rispettare la religiosità dell’altro. Con una metafora: un monte non si incontra con un monte, mentre un uomo si incontra con un uomo.
Per gli ebrei questo ultimo tipo di dialogo è una necessità fondante. Scritta nell’introduzione ai 10 comandamenti. Ripetuta nel testo dei 10 comandamenti. Spiegata nel commento ai 10 comandamenti che Mosè ha inciso nel suo testamento.
Nell’introduzione ai 10 comandamenti: voi sarete un popolo di Kohanim (sacerdoti). I Kohanim, nella pratica , sono coloro che cercano di trasmettere una doppia benedizione: da Dio agli uomini e dagli uomini a Dio.
Nel testo dei 10 comandamenti: ci sono tre comandamenti che sono diretti esclusivamente agli ebrei (l’unità di Dio, il divieto delle immagini, il fare il Sabato) e sette che riguardano tutta l’umanità e che ripropongono il patto di Noè, la religione universale che precede e giustifica il patto del Sinai e che, per gli ebrei, è tuttora vigente.
Nel commento di Mosè ai 10 comandamenti, ascolta Israele il Signore è nostro Dio: il Signore è uno, spesso sfugge che questo versetto non è una formula matematica, ma è una dichiarazione sull’unità del genere umano davanti a Dio. Vale a dire: il nostro Dio è uno per noi e per tutti coloro che sono nel mondo. Comunque, capire l’unità di Dio non è solo una questione fra gli ebrei e gli altri uomini. E’ anche una questione fra ebrei ed ebrei e di tutti i popoli fra di loro.
Queste riflessioni riguardano anche la religiosità elementare, laica, che esiste in ogni singolo essere umano.
E’ bene chiarire questo punto. Per religiosità laica intendiamo la confluenza di tre sentimenti: la percezione abissale dell’infinito, anche dentro di noi; la percezione meravigliata dell’unità armoniosa dell’universo; la percezione di unità assoluta dell’umanità.
Una precisazione storica: proprio mentre nell’Europa, l’illuminismo confrontava le religioni rivelate con il binomio teismo/ateismo, in parallelo il misticismo ebraico usava sempre più spesso un nome bi-logico per chiamare Dio e cioè: Infinito/Niente. Non un’invenzione ma una riscoperta.
Infatti fin dalla antichità gli ebrei si sono rivolti a Dio usando, nella stessa frase, il Tu ed il Lui intersecati (benedetto Tu che crea…). Una giusta intuizione: per evitare l’ombra dell’antropomorfismo, gli ebrei chiamano Dio con un unico nome personale ed impersonale.
Una notazione sul dialogo cristiano-ebraico e, sul dialogo ebraico-cristiano,
Nel suo più recente Documento, la Chiesa cattolica rimanda al Mistero Divino il rapporto di Dio con gli Ebrei: non sappiamo in quale modo Dio lasci la porta della salvezza aperta agli ebrei, pur tenendo conto che gli ebrei continuano a non accettare Cristo.
Questo rinvio al Mistero Divino è nuovo ed è molto emotivo, ma ci lascia ancora imbarazzati, come figli di Noè prima che come ebrei.
Per la torah, le scelte di amore fatte da Dio sono scelte irrevocabili. Con la promessa profetica: potrà una donna dimenticare il suo bambino, l’amore del suo ventre? Anche queste cose potranno essere dimenticate, ma Io non ti dimenticherò.
Le tavole della Legge che Dio consegna a Mosè, dopo il fattaccio del vitello d’oro, sono accompagnate dalla vera regola del Patto, e cioè i 13 attributi della Misericordia: Dio/Dio, colui che perdona a coloro che lo amano, per migliaia di generazioni. Due volte Dio perché prima della colpa e dopo la colpa Dio non cambia. Questa regola, vale per il popolo ebraico e vale per tutta l’umanità.
Secondo il Talmud, con i 10 comandamenti, Dio ha firmato la torah: Io, Me stesso, l’ho scritta e l’ho data. E dove sarebbe nascosta questa firma autografa? Nella sigla composta dalle prime due parole e dalle ultime due parole dei 10 comandamenti. Io sono Dio che è del/il tuo prossimo.
Le porte che bisogna attraversare per arrivare a Dio non sono mai chiuse. Perché le uniche porte da aprire sono soltanto dentro di noi.
Il segno del patto di Dio con Noè è l’arcobaleno. Contro la violenza dell’uomo sull’uomo. Per la cura del creato e delle creature da parte di tutta l’umanità. Perché la sacralità della vita rimanga la grammatica con cui Dio è capace di tradurre tutte le lingue nella sua.
La Stampa 17.1.16
Ebrei e cristiani, si rinsalda un rapporto speciale
di Walter Kasper, cardinale
Oggi Papa Francesco sarà in visita alla Sinagoga di Roma. Dopo quelle di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, sarà la terza visita di un Papa alla comunità ebraica romana. Come forse nient’altro, ciò mostra il cambiamento storico prodotto nella Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II.
Mentre il quarto Concilio Lateranense, 800 anni fa, aveva rinchiuso gli ebrei nel ghetto, oggi i Papi vanno nell’ex ghetto ebraico per scambiare il saluto biblico «Shalom», «pace», con la comunità ebraica.
Cinquant’anni fa, con la dichiarazione «Nostra ætate», il Concilio Vaticano II dette l’avvio alle relazioni fraterne ebraico-cristiane. Traendo spunto da quest’occasione, la Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha pubblicato, il 10 dicembre 2015, un documento importante. Tornando a ricordare la storia complessa, e in gran parte dolorosa, di tali rapporti, nomina anzitutto la Shoah: l’assassinio, organizzato dallo Stato, durante il regime nazionalsocialista, di due terzi degli ebrei d’Europa, che, fino ad oggi, ha lasciato un trauma profondo nel popolo ebraico.
Già nell’intestazione, il nuovo documento cita la causa del cambiamento dei rapporti. L’apostolo Paolo scrive, nell’Epistola ai Romani, che la chiamata di Dio, rivolta al popolo ebraico, è irrevocabile. Gli ebrei, quindi, non sono, come spesso fu detto in passato, il popolo ripudiato, ma l’alleanza di Dio con loro vale ancora.
Ebrei e cristiani si trovano in un rapporto unico, nel suo genere, che si differenzia dalle relazioni con ogni altra religione. Ebrei e cristiani hanno un’eredità spirituale comune negli scritti dell’Antico Testamento. Entrambi sono, per così dire, fratelli e sorelle che, nell’Antico Testamento, hanno padri e madri della fede comuni. Gesù stesso, sua madre Maria e tutti gli apostoli erano ebrei.
L’ultimo Concilio, perciò, ha rigettato in modo deciso la discriminazione degli ebrei, denunciato le persecuzioni del passato e condannato severamente ogni forma di antisemitismo. Da allora in poi, ovunque ebrei e cristiani vivano insieme, le relazioni sono amichevoli, ci sono dialogo e cooperazione nelle questioni umanitarie pratiche e c’è la preoccupazione comune per la pace, nella Terra Santa funestata da conflitti sanguinosi. Provocazioni di fanatici irriducibili, che causano di continuo inquietudine, sono condannate insieme da ebrei e cristiani, che sono in relazione diretta, nel dialogo che dura da decenni.
È interessante che il documento recente compia perfino un passo che va oltre quanto fatto dal Concilio Vaticano II, affrontando le questioni, sensibili per gli ebrei, della missione verso gli ebrei. La questione generò disappunto grave, nel 2007, quando Papa Benedetto reintrodusse, nella liturgia del Venerdì Santo, in casi eccezionali, il vecchio rito. Rito che prevede una preghiera «per la conversione degli ebrei», che non compare più, in questa forma, nella liturgia postconciliare, usuale quasi ovunque. Questo è un problema sensibile anche per i cristiani, perché interessa la questione, fondamentale per la fede, della salvezza universale in Gesù Cristo. Il documento presenta come soluzione quella trovata allora, di concerto con il Papa: non c’è un’attività missionaria cristiana specifica, istituzionale verso gli ebrei; ma i cristiani devono rendere testimonianza agli ebrei della loro fede in Gesù Cristo; e devono farlo in modo umile, sensibile e rispettoso della fede ebraica.
È motivo di gioia speciale che, una settimana prima di tale documento, fosse pubblicata una dichiarazione di 25 rabbini ebrei ortodossi. Entrambe le dichiarazioni sono state accordate, evidentemente, fino ad un certo grado e testimoniano, in modo rinnovato, del rapporto fiducioso che si è sviluppato.
Insieme, i due documenti possono dire: in un’epoca, in cui sotto la copertura della religione, aumentano i conflitti violenti, che minacciano la pace nel mondo, ebrei e cristiani rendono insieme testimonianza che, nonostante una storia difficile, sono possibili cooperazione amichevole e impegno comune in favore della giustizia e della pace nel mondo. La visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma approfondirà questa testimonianza comune in favore della Shalom, della pace nel mondo, e la promuoverà.
Ebrei e cristiani, si rinsalda un rapporto speciale
di Walter Kasper, cardinale
Oggi Papa Francesco sarà in visita alla Sinagoga di Roma. Dopo quelle di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, sarà la terza visita di un Papa alla comunità ebraica romana. Come forse nient’altro, ciò mostra il cambiamento storico prodotto nella Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II.
Mentre il quarto Concilio Lateranense, 800 anni fa, aveva rinchiuso gli ebrei nel ghetto, oggi i Papi vanno nell’ex ghetto ebraico per scambiare il saluto biblico «Shalom», «pace», con la comunità ebraica.
Cinquant’anni fa, con la dichiarazione «Nostra ætate», il Concilio Vaticano II dette l’avvio alle relazioni fraterne ebraico-cristiane. Traendo spunto da quest’occasione, la Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha pubblicato, il 10 dicembre 2015, un documento importante. Tornando a ricordare la storia complessa, e in gran parte dolorosa, di tali rapporti, nomina anzitutto la Shoah: l’assassinio, organizzato dallo Stato, durante il regime nazionalsocialista, di due terzi degli ebrei d’Europa, che, fino ad oggi, ha lasciato un trauma profondo nel popolo ebraico.
Già nell’intestazione, il nuovo documento cita la causa del cambiamento dei rapporti. L’apostolo Paolo scrive, nell’Epistola ai Romani, che la chiamata di Dio, rivolta al popolo ebraico, è irrevocabile. Gli ebrei, quindi, non sono, come spesso fu detto in passato, il popolo ripudiato, ma l’alleanza di Dio con loro vale ancora.
Ebrei e cristiani si trovano in un rapporto unico, nel suo genere, che si differenzia dalle relazioni con ogni altra religione. Ebrei e cristiani hanno un’eredità spirituale comune negli scritti dell’Antico Testamento. Entrambi sono, per così dire, fratelli e sorelle che, nell’Antico Testamento, hanno padri e madri della fede comuni. Gesù stesso, sua madre Maria e tutti gli apostoli erano ebrei.
L’ultimo Concilio, perciò, ha rigettato in modo deciso la discriminazione degli ebrei, denunciato le persecuzioni del passato e condannato severamente ogni forma di antisemitismo. Da allora in poi, ovunque ebrei e cristiani vivano insieme, le relazioni sono amichevoli, ci sono dialogo e cooperazione nelle questioni umanitarie pratiche e c’è la preoccupazione comune per la pace, nella Terra Santa funestata da conflitti sanguinosi. Provocazioni di fanatici irriducibili, che causano di continuo inquietudine, sono condannate insieme da ebrei e cristiani, che sono in relazione diretta, nel dialogo che dura da decenni.
È interessante che il documento recente compia perfino un passo che va oltre quanto fatto dal Concilio Vaticano II, affrontando le questioni, sensibili per gli ebrei, della missione verso gli ebrei. La questione generò disappunto grave, nel 2007, quando Papa Benedetto reintrodusse, nella liturgia del Venerdì Santo, in casi eccezionali, il vecchio rito. Rito che prevede una preghiera «per la conversione degli ebrei», che non compare più, in questa forma, nella liturgia postconciliare, usuale quasi ovunque. Questo è un problema sensibile anche per i cristiani, perché interessa la questione, fondamentale per la fede, della salvezza universale in Gesù Cristo. Il documento presenta come soluzione quella trovata allora, di concerto con il Papa: non c’è un’attività missionaria cristiana specifica, istituzionale verso gli ebrei; ma i cristiani devono rendere testimonianza agli ebrei della loro fede in Gesù Cristo; e devono farlo in modo umile, sensibile e rispettoso della fede ebraica.
È motivo di gioia speciale che, una settimana prima di tale documento, fosse pubblicata una dichiarazione di 25 rabbini ebrei ortodossi. Entrambe le dichiarazioni sono state accordate, evidentemente, fino ad un certo grado e testimoniano, in modo rinnovato, del rapporto fiducioso che si è sviluppato.
Insieme, i due documenti possono dire: in un’epoca, in cui sotto la copertura della religione, aumentano i conflitti violenti, che minacciano la pace nel mondo, ebrei e cristiani rendono insieme testimonianza che, nonostante una storia difficile, sono possibili cooperazione amichevole e impegno comune in favore della giustizia e della pace nel mondo. La visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma approfondirà questa testimonianza comune in favore della Shalom, della pace nel mondo, e la promuoverà.
Repubblica 17.1.16
L’abbraccio di Francesco agli ebrei
di Marco Ansaldo
CITTÀ DEL VATICANO. Giovanni Paolo II, poi Benedetto XVI, ora Francesco. Quanta storia si incrocia oggi con il terzo Pontefice che varca la soglia della sinagoga di Roma. Non ci sono questioni politiche sul tavolo (il nuovo accordo Vaticano- Palestina), né storiche (Pio XII). Solo una visita di carattere spirituale. Però improntata a un dialogo che fra cattolici ed ebrei si fa sempre più fitto. Con la speranza che questo incontro faciliti una soluzione dell’ampio fronte di problemi che la sigla di recenti documenti su questioni religiose ha ormai avviato.
È per questo che il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, definisce l’evento come “ancora più rilevante” delle precedenti tappe, “nella crescita irreversibile della reciproca conoscenza (ancora scarsa, per la verità) e dell’amicizia”. Sulle orme di Wojtyla e di Ratzinger, dunque, Bergoglio entra nel Tempio Maggiore degli ebrei, dove sarà accolto dal rabbino capo Riccardo Di Segni. Un segno di ulteriore, reciproca apertura. «Sarà una visita vera, non ingessata - anticipa il portavoce della comunità ebraica, Fabio Perugia -. Non vedremo in prima fila le istituzioni, ma la gente della comunità: da chi si occupa dei poveri ai giovani, fino agli ex deportati».
Più volte Papa Francesco ha mostrato attenzione alla parte ebraica, anche di recente, invitando a eliminare definitivamente atteggiamenti antisemiti: “L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna. È una contraddizione che un cristiano sia antisemita. Le sue radici sono ebree: un cristiano non può essere antisemita. Coltivare sentimenti antisemiti è una grave offesa a Dio”.
Saranno molti i particolari simbolici della visita. L’incontro si aprirà con il ricordo di due ferite inferte nel secolo scorso agli ebrei romani. Il Pontefice andrà prima davanti alla lapide segnata da una data, il 16 ottobre 1943, giorno in cui le SS invasero il ghetto e deportarono 1024 ebrei romani nel campo di sterminio di Auschwitz. Poi raggiungerà il luogo che ricorda l’attacco terroristico del 1982 che causò la morte di Stefano Gay Taché, bimbo di due anni, e il ferimento di 37 ebrei romani. Si tratterà di “un omaggio alle vittime e ai loro familiari significativo – scrive l’Osservatore Romano - come le parole che saranno pronunciate all’interno della sinagoga”.
Giovanni Paolo II è stato il primo Pontefice a entrare nella sinagoga nel 1986. Benedetto XVI lo fece il 17 gennaio del 2010. Forti le misure di sicurezza: 800 uomini impiegati anche lungo il percorso dell’auto di Francesco, che sarà deciso solo all’ultimo momento. La bonifica dell’area del Tempio Maggiore e del Portico d’Ottavia - il quartiere ebraico – sarà ripetuta nella mattinata, sottosuolo compreso.
L’abbraccio di Francesco agli ebrei
di Marco Ansaldo
CITTÀ DEL VATICANO. Giovanni Paolo II, poi Benedetto XVI, ora Francesco. Quanta storia si incrocia oggi con il terzo Pontefice che varca la soglia della sinagoga di Roma. Non ci sono questioni politiche sul tavolo (il nuovo accordo Vaticano- Palestina), né storiche (Pio XII). Solo una visita di carattere spirituale. Però improntata a un dialogo che fra cattolici ed ebrei si fa sempre più fitto. Con la speranza che questo incontro faciliti una soluzione dell’ampio fronte di problemi che la sigla di recenti documenti su questioni religiose ha ormai avviato.
È per questo che il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, definisce l’evento come “ancora più rilevante” delle precedenti tappe, “nella crescita irreversibile della reciproca conoscenza (ancora scarsa, per la verità) e dell’amicizia”. Sulle orme di Wojtyla e di Ratzinger, dunque, Bergoglio entra nel Tempio Maggiore degli ebrei, dove sarà accolto dal rabbino capo Riccardo Di Segni. Un segno di ulteriore, reciproca apertura. «Sarà una visita vera, non ingessata - anticipa il portavoce della comunità ebraica, Fabio Perugia -. Non vedremo in prima fila le istituzioni, ma la gente della comunità: da chi si occupa dei poveri ai giovani, fino agli ex deportati».
Più volte Papa Francesco ha mostrato attenzione alla parte ebraica, anche di recente, invitando a eliminare definitivamente atteggiamenti antisemiti: “L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna. È una contraddizione che un cristiano sia antisemita. Le sue radici sono ebree: un cristiano non può essere antisemita. Coltivare sentimenti antisemiti è una grave offesa a Dio”.
Saranno molti i particolari simbolici della visita. L’incontro si aprirà con il ricordo di due ferite inferte nel secolo scorso agli ebrei romani. Il Pontefice andrà prima davanti alla lapide segnata da una data, il 16 ottobre 1943, giorno in cui le SS invasero il ghetto e deportarono 1024 ebrei romani nel campo di sterminio di Auschwitz. Poi raggiungerà il luogo che ricorda l’attacco terroristico del 1982 che causò la morte di Stefano Gay Taché, bimbo di due anni, e il ferimento di 37 ebrei romani. Si tratterà di “un omaggio alle vittime e ai loro familiari significativo – scrive l’Osservatore Romano - come le parole che saranno pronunciate all’interno della sinagoga”.
Giovanni Paolo II è stato il primo Pontefice a entrare nella sinagoga nel 1986. Benedetto XVI lo fece il 17 gennaio del 2010. Forti le misure di sicurezza: 800 uomini impiegati anche lungo il percorso dell’auto di Francesco, che sarà deciso solo all’ultimo momento. La bonifica dell’area del Tempio Maggiore e del Portico d’Ottavia - il quartiere ebraico – sarà ripetuta nella mattinata, sottosuolo compreso.
Corriere La Lettura 17.1.16
Dio non basta, è ora di super religione
Dilagano a ogni latitudine le confessioni «visibili». Tuttavia è ormai un fenomeno globale una sorta di spiritualità trasversale dove convivono istinto di auto-potenziamento e divinizzazione di aspetti della realtà. Senza punti fermi
di Marco Ventura
Dio è la nuova superpotenza mondiale. Ha più armi degli imperi americano e sovietico di ieri e del dragone cinese di oggi; ha più territorio, più tecnologia, più menti. È ricco di sorprese, il nostro Dio super potente, e ama prender forme vecchie e nuove. Può ancora apparire con i boccoli d’oro d’un Gesù della Boston ottocentesca, con l’arte calligrafica di Fez, con le braccia di Kali. Ha però anche imparato a incarnarsi in algoritmi, neutrini e Mp3. Si rannicchia nelle grotte del Waziristan, ti scanna con la lama del pastore, digita sul satellitare un numero di Londra.
La superpotenza divina adora giocare a nascondino. Non si fa trovare e poi schizza fuori. Si solidifica, appare, e poi si dissolve, torna gassosa. In entrambe le modalità, visibile e invisibile, la super religione decide e realizza. Da un lato, il super Dio visibile dei culti tradizionali stende il suo potere sul globo. Il patriarca di Mosca benedice i missili di Putin, un ayatollah suggella il patto sul nucleare iraniano, monaci arancioni sfidano il governo per le strade di Rangoon, in Birmania. Appartengono al look del nostro tempo crocifissi, burqa, barbe, kippah, coltelli rituali. Dall’altro lato, il super Dio invisibile è ancora più potente. Egli scorre nelle vene del nuovo mondo e assorbe, sacralizzandola, la forza dei suoi motori: finanza, media, pubblicità, digitale, bio e nano tecnologie.
L’istinto di auto-potenziamento dell’uomo è la fonte di energia del super Dio invisibile. Scienziati e filosofi chiamano human enhancement il sogno dei contemporanei di aumentare, in qualsiasi modo, le capacità fisiche, cognitive, emotive e persino morali. Si alimenta di questo progetto di potenza, reale e virtuale, il nostro Dio. Dalla fusione delle due dimensioni del super Dio, visibile e invisibile, nasce una super religione che garantisce il paradiso all’uomo potenziato, così in cielo come in terra.
È così grande, la super religione, così ubiqua e pervasiva, che si fatica a vederla. Ci accorgiamo soltanto del Dio visibile e dei suoi superpoteri. Sotto i nostri occhi, egli genera guerra e pace, governa le migrazioni e la demografia, detiene il potere economico e politico, costruisce e distrugge cultura. La geopolitica della religione determina strategie nazionali e internazionali, condiziona industria, commercio e finanza. Siamo tanto indaffarati a gestire l’esuberanza del Dio visibile, tanto presi dall’ultima strage di sunniti, sciiti o cristiani, da non accorgerci che l’irrompere geopolitico del divino è solo parte della super religione. Ci sfugge la potenza del Dio invisibile.
Questi risponde con la sua offerta illimitata ogni volta che individui e gruppi domandano di avere ed essere di più. Non ha fine lo stock di cose, azioni e parole con cui il super Dio invisibile sostiene la domanda. La sua offerta vince sempre. Egli non teme la secolarizzazione e la tecnologia, non ha bisogno di separare il sacro dal profano. Può accomodarsi persino in una spiritualità senza Dio: nello yoga liberatore e nella dipendenza da Facebook; nel culto del brand e in un fitness religiosizzato, nel manager guru e in regimi alimentari trasformati in fedi. Allo stesso modo, il Dio invisibile è nel marketing di Padre Pio e nella santificazione dell’e-commerce, nell’esotismo del turismo religioso indiano e nel merchandising del santuario parrocchiale sotto casa. Egli è nelle volute d’incenso di una chiesa tradizionalista e nei pixel del megaschermo da cui canta la rockstar convertita a Medjugorje; è nel refettorio silenzioso di una comunità trappista, nell’immobilità del monaco zen, nelle cuffie wireless con cui migliaia di persone ballano la silent disco in piazza.
Se il Dio protestante, cinque secoli fa, ha cominciato a smitizzare il testo, il super Dio invisibile preferisce l’ipertesto. Prende un codice, lo incrementa, lo potenzia. Come fa il salafita con il suo Corano, prepotente perché manipolato. Come fa il mormone con il suo libro. L’energia del potenziamento umano è l’energia del Dio invisibile. Ci vuole fede per chiedere allo scienziato di migliorare le prestazioni cerebrali nel neuroenhancement , il bagaglio genetico nel bioenhancement , la corporeità attraverso la bioinformatica e la robotica, il ragionamento con l’intelligenza artificiale. In quella fede è all’opera il super Dio, con la sua straordinaria capacità di tutto mangiare e tutto digerire. Giacché egli è solidale con chi condanna l’estrema bestemmia dell’uomo che crea se stesso, ma è anche vicino all’indeciso, allo spaventato e all’affascinato, e intanto strizza l’occhio a chi si sente coautore della creazione divina perché intento a partorire nuove facoltà.
I nemici della religione di un tempo, gli alfieri della modernità scientista, sono oggi gli alleati del Dio invisibile, i veicoli dei suoi superpoteri. La fede nell’accrescimento di potenza ha bisogno del manager, del matematico finanziario, del genetista, del fisico delle particelle, del neuroscienziato, del pubblicitario, dello psicoanalista. Da ciascuno di costoro il Dio invisibile succhia una quota della fede di cui si nutre. Il Dio visibile, dal canto suo, insegue rapace i loro poteri, gettando ponti tra fedi antiche e recenti. In viaggio oltre le nuvole, sul suo jet privato, il monaco thai amministra l’obolo con l’ homebanking ; l’elettrometro di Scientology misura il percorso di celebrità e poveracci verso la perfezione; il Papa twitta, il califfo recluta sui social.
Sempre in movimento, il Dio visibile e il Dio invisibile non danno punti fermi. Ogni conquista, con loro, è provvisoria. Chi tenta la via di una fede autentica rischia di trovarsi sul palco a recitare. Chi si rifugia in una scienza libera da ipoteche teologiche può scoprirsi adepto di una fede. I cervelloni dello Stato islamico e del Pentagono sono egualmente spiazzati dal musulmano che un po’ nei bar e un po’ in rete matura la scelta di cingersi di tritolo o di denunciare il fratello radicalizzato. È tanto imprevedibile quanto potente, la super religione.
Bibliografia
Sulla dissociazione tra Dio e religione, si veda Ronald Dworkin, Religione senza Dio (il Mulino, 2014). Per la casa editrice Mimesis, Luigi Berzano dirige la collana «Spiritualità senza Dio?». Sulle traiettorie della religione contemporanea si veda anche Paolo Naso, L’incognita post-secolare (Guida, 2015). Sullo human enhancement si veda il dossier uscito sull’«Arco di Giano» nel 2014 (Enhancement umano: un dibattito in corso, a cura di Boris Rähme, Lucia Galvagni e Alberto Bondolfi). In tema di esperienza monastica, Giovanni Filoramo e Maria Chiara Giorda hanno diretto la sezione monografica della rivista «Historia Religionum» dedicata nel 2015 a Monastic transmutation. Monks in the Crucible of Secular Modernity. Alla questione del desiderio umano di superamento dei confini, Remo Bodei ha dedicato il suo ultimo libro (Limite, il Mulino
Dio non basta, è ora di super religione
Dilagano a ogni latitudine le confessioni «visibili». Tuttavia è ormai un fenomeno globale una sorta di spiritualità trasversale dove convivono istinto di auto-potenziamento e divinizzazione di aspetti della realtà. Senza punti fermi
di Marco Ventura
Dio è la nuova superpotenza mondiale. Ha più armi degli imperi americano e sovietico di ieri e del dragone cinese di oggi; ha più territorio, più tecnologia, più menti. È ricco di sorprese, il nostro Dio super potente, e ama prender forme vecchie e nuove. Può ancora apparire con i boccoli d’oro d’un Gesù della Boston ottocentesca, con l’arte calligrafica di Fez, con le braccia di Kali. Ha però anche imparato a incarnarsi in algoritmi, neutrini e Mp3. Si rannicchia nelle grotte del Waziristan, ti scanna con la lama del pastore, digita sul satellitare un numero di Londra.
La superpotenza divina adora giocare a nascondino. Non si fa trovare e poi schizza fuori. Si solidifica, appare, e poi si dissolve, torna gassosa. In entrambe le modalità, visibile e invisibile, la super religione decide e realizza. Da un lato, il super Dio visibile dei culti tradizionali stende il suo potere sul globo. Il patriarca di Mosca benedice i missili di Putin, un ayatollah suggella il patto sul nucleare iraniano, monaci arancioni sfidano il governo per le strade di Rangoon, in Birmania. Appartengono al look del nostro tempo crocifissi, burqa, barbe, kippah, coltelli rituali. Dall’altro lato, il super Dio invisibile è ancora più potente. Egli scorre nelle vene del nuovo mondo e assorbe, sacralizzandola, la forza dei suoi motori: finanza, media, pubblicità, digitale, bio e nano tecnologie.
L’istinto di auto-potenziamento dell’uomo è la fonte di energia del super Dio invisibile. Scienziati e filosofi chiamano human enhancement il sogno dei contemporanei di aumentare, in qualsiasi modo, le capacità fisiche, cognitive, emotive e persino morali. Si alimenta di questo progetto di potenza, reale e virtuale, il nostro Dio. Dalla fusione delle due dimensioni del super Dio, visibile e invisibile, nasce una super religione che garantisce il paradiso all’uomo potenziato, così in cielo come in terra.
È così grande, la super religione, così ubiqua e pervasiva, che si fatica a vederla. Ci accorgiamo soltanto del Dio visibile e dei suoi superpoteri. Sotto i nostri occhi, egli genera guerra e pace, governa le migrazioni e la demografia, detiene il potere economico e politico, costruisce e distrugge cultura. La geopolitica della religione determina strategie nazionali e internazionali, condiziona industria, commercio e finanza. Siamo tanto indaffarati a gestire l’esuberanza del Dio visibile, tanto presi dall’ultima strage di sunniti, sciiti o cristiani, da non accorgerci che l’irrompere geopolitico del divino è solo parte della super religione. Ci sfugge la potenza del Dio invisibile.
Questi risponde con la sua offerta illimitata ogni volta che individui e gruppi domandano di avere ed essere di più. Non ha fine lo stock di cose, azioni e parole con cui il super Dio invisibile sostiene la domanda. La sua offerta vince sempre. Egli non teme la secolarizzazione e la tecnologia, non ha bisogno di separare il sacro dal profano. Può accomodarsi persino in una spiritualità senza Dio: nello yoga liberatore e nella dipendenza da Facebook; nel culto del brand e in un fitness religiosizzato, nel manager guru e in regimi alimentari trasformati in fedi. Allo stesso modo, il Dio invisibile è nel marketing di Padre Pio e nella santificazione dell’e-commerce, nell’esotismo del turismo religioso indiano e nel merchandising del santuario parrocchiale sotto casa. Egli è nelle volute d’incenso di una chiesa tradizionalista e nei pixel del megaschermo da cui canta la rockstar convertita a Medjugorje; è nel refettorio silenzioso di una comunità trappista, nell’immobilità del monaco zen, nelle cuffie wireless con cui migliaia di persone ballano la silent disco in piazza.
Se il Dio protestante, cinque secoli fa, ha cominciato a smitizzare il testo, il super Dio invisibile preferisce l’ipertesto. Prende un codice, lo incrementa, lo potenzia. Come fa il salafita con il suo Corano, prepotente perché manipolato. Come fa il mormone con il suo libro. L’energia del potenziamento umano è l’energia del Dio invisibile. Ci vuole fede per chiedere allo scienziato di migliorare le prestazioni cerebrali nel neuroenhancement , il bagaglio genetico nel bioenhancement , la corporeità attraverso la bioinformatica e la robotica, il ragionamento con l’intelligenza artificiale. In quella fede è all’opera il super Dio, con la sua straordinaria capacità di tutto mangiare e tutto digerire. Giacché egli è solidale con chi condanna l’estrema bestemmia dell’uomo che crea se stesso, ma è anche vicino all’indeciso, allo spaventato e all’affascinato, e intanto strizza l’occhio a chi si sente coautore della creazione divina perché intento a partorire nuove facoltà.
I nemici della religione di un tempo, gli alfieri della modernità scientista, sono oggi gli alleati del Dio invisibile, i veicoli dei suoi superpoteri. La fede nell’accrescimento di potenza ha bisogno del manager, del matematico finanziario, del genetista, del fisico delle particelle, del neuroscienziato, del pubblicitario, dello psicoanalista. Da ciascuno di costoro il Dio invisibile succhia una quota della fede di cui si nutre. Il Dio visibile, dal canto suo, insegue rapace i loro poteri, gettando ponti tra fedi antiche e recenti. In viaggio oltre le nuvole, sul suo jet privato, il monaco thai amministra l’obolo con l’ homebanking ; l’elettrometro di Scientology misura il percorso di celebrità e poveracci verso la perfezione; il Papa twitta, il califfo recluta sui social.
Sempre in movimento, il Dio visibile e il Dio invisibile non danno punti fermi. Ogni conquista, con loro, è provvisoria. Chi tenta la via di una fede autentica rischia di trovarsi sul palco a recitare. Chi si rifugia in una scienza libera da ipoteche teologiche può scoprirsi adepto di una fede. I cervelloni dello Stato islamico e del Pentagono sono egualmente spiazzati dal musulmano che un po’ nei bar e un po’ in rete matura la scelta di cingersi di tritolo o di denunciare il fratello radicalizzato. È tanto imprevedibile quanto potente, la super religione.
Bibliografia
Sulla dissociazione tra Dio e religione, si veda Ronald Dworkin, Religione senza Dio (il Mulino, 2014). Per la casa editrice Mimesis, Luigi Berzano dirige la collana «Spiritualità senza Dio?». Sulle traiettorie della religione contemporanea si veda anche Paolo Naso, L’incognita post-secolare (Guida, 2015). Sullo human enhancement si veda il dossier uscito sull’«Arco di Giano» nel 2014 (Enhancement umano: un dibattito in corso, a cura di Boris Rähme, Lucia Galvagni e Alberto Bondolfi). In tema di esperienza monastica, Giovanni Filoramo e Maria Chiara Giorda hanno diretto la sezione monografica della rivista «Historia Religionum» dedicata nel 2015 a Monastic transmutation. Monks in the Crucible of Secular Modernity. Alla questione del desiderio umano di superamento dei confini, Remo Bodei ha dedicato il suo ultimo libro (Limite, il Mulino
La Stampa 17.1.16
Papa Francesco:
“Farsi raccomandare è indegno dell’uomo”
di Giacomo Galeazzi
«Gli insegnanti sono mal pagati perché non c’è coscienza del bene che fanno. E’ un’ingiustizia», riconosce Francesco in un videomessaggio al congresso di educatori in corso in Brasile. Poi durante l’udienza al Movimento cristiano lavoratori (Mcl) esorta a «fuggire le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni: qui sotto c’è la corruzione». L’illegalità è «una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa, ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo male».
Le «compravendite morali» sono «indegne dell’uomo, vanno respinte: generano la mentalità falsa e nociva dell’illegalità», che corrompe la persona e la società». Da ex prete di strada richiama «il valore dell’onestà», la piaga della disoccupazione giovanile («dramma che provoca malattie e suicidi»). Appello per un nuovo umanesimo del lavoro. «Viviamo in un tempo di sfruttamento dei lavoratori, il lavoro non è al servizio della dignità della persona, ma è il lavoro schiavo». E invece, avverte il Papa, «sia al centro l’uomo e non il profitto, l’economia serva l’uomo e non si serva dell’uomo». Sempre in tema di educazione, Francesco denuncia gli «inganni» di chi «vuol far credere che non abbiano valore il lavoro, l’impegno quotidiano, il dono di sé stessi e lo studio». Perciò «è urgente educare a percorrere la strada, luminosa e impegnativa, dell’onestà, fuggendo le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni». Le «tentazioni piccole o grandi» sono «indegne dell’ uomo» e il modo per respingerle è «abituare il cuore a rimanere libero».
Il lavoro deve «unire le persone non allontanarle, rendendole chiuse e distanti». In Europa , «la gioventù arriva al 40% di disoccupazione e un giovane che non lavora finisce nelle dipendenze, nelle malattie psicologiche, nei suicidi». E’ «il dramma dei nuovi esclusi del nostro tempo che vengono privati della loro dignità». Di fronte alle persone in difficoltà e a situazioni faticose, occorre «trasmettere speranza, confortare con la presenza, sostenere con l’aiuto concreto». La giustizia umana reclama «l’accesso al lavoro per tutti». Altrimenti «in un’organizzazione mondiale centrata sulla paura e non sull’uomo, l’educazione diventa sempre più elitaria e si limita a dare contenuti nozionistici». Non include l’intera sfera umana. «La persona, per sentirsi tale, deve sentire, pensare, fare».
Papa Francesco:
“Farsi raccomandare è indegno dell’uomo”
di Giacomo Galeazzi
«Gli insegnanti sono mal pagati perché non c’è coscienza del bene che fanno. E’ un’ingiustizia», riconosce Francesco in un videomessaggio al congresso di educatori in corso in Brasile. Poi durante l’udienza al Movimento cristiano lavoratori (Mcl) esorta a «fuggire le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni: qui sotto c’è la corruzione». L’illegalità è «una piovra che non si vede: sta nascosta, sommersa, ma con i suoi tentacoli afferra e avvelena, inquinando e facendo male».
Le «compravendite morali» sono «indegne dell’uomo, vanno respinte: generano la mentalità falsa e nociva dell’illegalità», che corrompe la persona e la società». Da ex prete di strada richiama «il valore dell’onestà», la piaga della disoccupazione giovanile («dramma che provoca malattie e suicidi»). Appello per un nuovo umanesimo del lavoro. «Viviamo in un tempo di sfruttamento dei lavoratori, il lavoro non è al servizio della dignità della persona, ma è il lavoro schiavo». E invece, avverte il Papa, «sia al centro l’uomo e non il profitto, l’economia serva l’uomo e non si serva dell’uomo». Sempre in tema di educazione, Francesco denuncia gli «inganni» di chi «vuol far credere che non abbiano valore il lavoro, l’impegno quotidiano, il dono di sé stessi e lo studio». Perciò «è urgente educare a percorrere la strada, luminosa e impegnativa, dell’onestà, fuggendo le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni». Le «tentazioni piccole o grandi» sono «indegne dell’ uomo» e il modo per respingerle è «abituare il cuore a rimanere libero».
Il lavoro deve «unire le persone non allontanarle, rendendole chiuse e distanti». In Europa , «la gioventù arriva al 40% di disoccupazione e un giovane che non lavora finisce nelle dipendenze, nelle malattie psicologiche, nei suicidi». E’ «il dramma dei nuovi esclusi del nostro tempo che vengono privati della loro dignità». Di fronte alle persone in difficoltà e a situazioni faticose, occorre «trasmettere speranza, confortare con la presenza, sostenere con l’aiuto concreto». La giustizia umana reclama «l’accesso al lavoro per tutti». Altrimenti «in un’organizzazione mondiale centrata sulla paura e non sull’uomo, l’educazione diventa sempre più elitaria e si limita a dare contenuti nozionistici». Non include l’intera sfera umana. «La persona, per sentirsi tale, deve sentire, pensare, fare».
Repubblica 17.1.16
I tabù del mondo
La follia di Narciso divenuta trappola del nostro tempo
L’epoca in cui viviamo ha esaltato la figura raccontata da Ovidio come emblema di un soggetto che basta a se stesso e che vorrebbe annullare la dipendenza dall’Altro. L’Io è diventato il nuovo idolo pagano altrettanto superstizioso di quelli che la ragione critica dell’illuminismo è riuscito a smascherare
Lacan lo diceva a suo modo: il problema non è più quello di distinguere la preda dall’ombra, ma di essere tutti noi prede della nostra stessa ombra
di Massimo Recalcati
Caravaggio, seguendo il mito raccontato da Ovidio, ci presenta il giovane Narciso affacciato sulle acque che gli restituiscono — in una perfetta simmetria avvolta dal buio — la sua immagine adorata. La bellezza di Narciso contiene, si capisce, una trappola mortale: la fascinazione per se stessi può essere fatale. È quello che accade anche nel mito: nel tentativo di afferrare la propria immagine riflessa il giovane Narciso sprofonda nell’abisso delle acque perdendo la propria vita. Freud aveva coniato da questo mito una figura fondamentale della clinica psicoanalitica: il narcisista è colui che perde la propria vita restando alienato nell’infatuazione esaltata ma sterile per la propria immagine. Nel mito di Ovidio Narciso è, infatti, colui che suscita ammirazione e amore, ma che non può, a sua volta, né provare, né ricambiare in nessuna forma. L’anestesia affettiva è un tratto anche clinico della personalità narcisistica che segnala la sua impossibilità di entrare in una forma di legame con l’altro in quanto tutta la sua libido appare sequestrata dal proprio Io. Non a caso per Freud l’Io è il primo oggetto di investimento libidico, il suo “serbatoio” originario. Il che significa che l’essere umano non nasce predisposto all’altruismo, ma, casomai, al culto di se stesso. Il narcisismo definisce la tendenza egocentrica dell’uomo che contrasta radicalmente con la tesi aristotelica dell’uomo come animale sociale: il nostro Io è il primo grande e insidioso idolo alla cui potenza immaginaria la nostra vita si consacra.
L’illusione narcisistica vorrebbe cancellare il tabù della dipendenza dell’uomo dall’Altro. Il suo fantasma è partenogenetico, esclude ogni fecondazione dell’Altro. Il suo disegno è quello dell’auto-costituzione, dell’auto-fondazione, dell’auto-realizzazione. Mai nessun tempo come il nostro ha esaltato a dismisura la figura di Narciso come emblema di un soggetto che basta a se stesso, indipendente, autonomo. È una patologia non solo individuale. Narciso può, come nel mito di Ovidio, innamorarsi solo di ciò che gli assomiglia, solo della propria immagine ideale; egli non conosce l’alterità, non conosce l’amore come esposizione assoluta verso il dissimile. Il fantasma di autoconsistenza che governa la vita di Narciso ispira da capo a piedi il mito neo-liberale del “farsi un nome da sé”. Esso domina le nostre vite come una vera e propria forma pagana di idolatria. L’ideale seduttivo dell’auto-generazione vorrebbe negare ogni debito, ogni provenienza dall’Altro nutrendo la credenza folle dell’Io che basta a se stesso.
Tuttavia, il mito di Narciso non si limita a mostrare la potenza seduttiva dell’illusione di farsi un nome da sé, ma ne evidenzia anche il rischio mortale. Narciso vorrebbe cancellare la distanza che lo separa da se stesso, reintegrare il suo doppio che vede riflesso, negare quella divisione che attraversa tutti noi impedendoci di credere troppo al nostro Io. Nessuno di noi, infatti — salvo i grandi paranoici — può pensare di coincidere perfettamente con l’Io che crede di essere. Nel tentativo di realizzare questa coincidenza, Narciso perde la sua vita. Per questa ragione Lacan ha messo in evidenza il carattere profondamente suicidario del narcisismo umano: idolatrando la propria immagine, perseguendo il sogno onnipotente di cancellare l’alterità, il sogno di Narciso naufraga nell’abisso oscuro delle acque. Credere di essere un Io è, infatti, la malattia umana per eccellenza, la follia più grande, la forma più subdola e pericolosa di idolatria. Se la modernità ha segnato il tempo della giusta emancipazione dell’Io dagli oscurantismi irrazionali della superstizione, se la voce di Kant ha definito la stagione dei lumi come l’uscita necessaria dell’uomo dal suo stato di minorità, l’epoca ipermoderna, quella in cui viviamo, non ha forse trasformato l’Io stesso in un nuovo idolo pagano, altrettanto superstizioso di quelli che la ragione critica dell’illuminismo ha smascherato nella loro impostura? Bisognerebbe forse rileggere in questa luce un testo di immutata attualità com’è la Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer per cogliere sino in fondo la portata di questo ribaltamento epocale: l’Io si emancipa dalle ombre della superstizione religiosa per trasformarsi esso stesso in un’ombra altrettanto inquietante. Lacan lo diceva a suo modo: il problema non è più quello di distinguere la preda dall’ombra, di emanciparsi dall’ombra, ma di essere tutti noi prede della nostra stessa ombra. Narciso è l’ombra spessa di cui l’uomo ipermoderno è preda. La sua passione furiosa, la sua superbia capricciosa, vorrebbe annullare lo scarto che lo separa da se stesso negando ogni forma di dipendenza dall’Altro. Questa è la sua follia mortale che il nostro tempo ha elevato ad una sorta di nuovo comandamento sociale. Senza dimenticare però che le forme forse più nocive del narcisismo sono quelle passive, della falsa umiltà, del rigetto dell’ambizione, della vita schiva, ma avvelenata. Si tratta, in realtà, solo del retro di una stessa medaglia: lo sguardo torvo del risentito — scolpito magistralmente da Nietzsche ne La genealogia della morale — odia la vita capace di realizzarsi invocando l’umiltà e il nascondimento solo come segni grigi della sua impotenza rabbiosa. In essa dimora più che mai lo spettro narcisistico che anima, al suo fondo, ogni forma di invidia umana.
I tabù del mondo
La follia di Narciso divenuta trappola del nostro tempo
L’epoca in cui viviamo ha esaltato la figura raccontata da Ovidio come emblema di un soggetto che basta a se stesso e che vorrebbe annullare la dipendenza dall’Altro. L’Io è diventato il nuovo idolo pagano altrettanto superstizioso di quelli che la ragione critica dell’illuminismo è riuscito a smascherare
Lacan lo diceva a suo modo: il problema non è più quello di distinguere la preda dall’ombra, ma di essere tutti noi prede della nostra stessa ombra
di Massimo Recalcati
Caravaggio, seguendo il mito raccontato da Ovidio, ci presenta il giovane Narciso affacciato sulle acque che gli restituiscono — in una perfetta simmetria avvolta dal buio — la sua immagine adorata. La bellezza di Narciso contiene, si capisce, una trappola mortale: la fascinazione per se stessi può essere fatale. È quello che accade anche nel mito: nel tentativo di afferrare la propria immagine riflessa il giovane Narciso sprofonda nell’abisso delle acque perdendo la propria vita. Freud aveva coniato da questo mito una figura fondamentale della clinica psicoanalitica: il narcisista è colui che perde la propria vita restando alienato nell’infatuazione esaltata ma sterile per la propria immagine. Nel mito di Ovidio Narciso è, infatti, colui che suscita ammirazione e amore, ma che non può, a sua volta, né provare, né ricambiare in nessuna forma. L’anestesia affettiva è un tratto anche clinico della personalità narcisistica che segnala la sua impossibilità di entrare in una forma di legame con l’altro in quanto tutta la sua libido appare sequestrata dal proprio Io. Non a caso per Freud l’Io è il primo oggetto di investimento libidico, il suo “serbatoio” originario. Il che significa che l’essere umano non nasce predisposto all’altruismo, ma, casomai, al culto di se stesso. Il narcisismo definisce la tendenza egocentrica dell’uomo che contrasta radicalmente con la tesi aristotelica dell’uomo come animale sociale: il nostro Io è il primo grande e insidioso idolo alla cui potenza immaginaria la nostra vita si consacra.
L’illusione narcisistica vorrebbe cancellare il tabù della dipendenza dell’uomo dall’Altro. Il suo fantasma è partenogenetico, esclude ogni fecondazione dell’Altro. Il suo disegno è quello dell’auto-costituzione, dell’auto-fondazione, dell’auto-realizzazione. Mai nessun tempo come il nostro ha esaltato a dismisura la figura di Narciso come emblema di un soggetto che basta a se stesso, indipendente, autonomo. È una patologia non solo individuale. Narciso può, come nel mito di Ovidio, innamorarsi solo di ciò che gli assomiglia, solo della propria immagine ideale; egli non conosce l’alterità, non conosce l’amore come esposizione assoluta verso il dissimile. Il fantasma di autoconsistenza che governa la vita di Narciso ispira da capo a piedi il mito neo-liberale del “farsi un nome da sé”. Esso domina le nostre vite come una vera e propria forma pagana di idolatria. L’ideale seduttivo dell’auto-generazione vorrebbe negare ogni debito, ogni provenienza dall’Altro nutrendo la credenza folle dell’Io che basta a se stesso.
Tuttavia, il mito di Narciso non si limita a mostrare la potenza seduttiva dell’illusione di farsi un nome da sé, ma ne evidenzia anche il rischio mortale. Narciso vorrebbe cancellare la distanza che lo separa da se stesso, reintegrare il suo doppio che vede riflesso, negare quella divisione che attraversa tutti noi impedendoci di credere troppo al nostro Io. Nessuno di noi, infatti — salvo i grandi paranoici — può pensare di coincidere perfettamente con l’Io che crede di essere. Nel tentativo di realizzare questa coincidenza, Narciso perde la sua vita. Per questa ragione Lacan ha messo in evidenza il carattere profondamente suicidario del narcisismo umano: idolatrando la propria immagine, perseguendo il sogno onnipotente di cancellare l’alterità, il sogno di Narciso naufraga nell’abisso oscuro delle acque. Credere di essere un Io è, infatti, la malattia umana per eccellenza, la follia più grande, la forma più subdola e pericolosa di idolatria. Se la modernità ha segnato il tempo della giusta emancipazione dell’Io dagli oscurantismi irrazionali della superstizione, se la voce di Kant ha definito la stagione dei lumi come l’uscita necessaria dell’uomo dal suo stato di minorità, l’epoca ipermoderna, quella in cui viviamo, non ha forse trasformato l’Io stesso in un nuovo idolo pagano, altrettanto superstizioso di quelli che la ragione critica dell’illuminismo ha smascherato nella loro impostura? Bisognerebbe forse rileggere in questa luce un testo di immutata attualità com’è la Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer per cogliere sino in fondo la portata di questo ribaltamento epocale: l’Io si emancipa dalle ombre della superstizione religiosa per trasformarsi esso stesso in un’ombra altrettanto inquietante. Lacan lo diceva a suo modo: il problema non è più quello di distinguere la preda dall’ombra, di emanciparsi dall’ombra, ma di essere tutti noi prede della nostra stessa ombra. Narciso è l’ombra spessa di cui l’uomo ipermoderno è preda. La sua passione furiosa, la sua superbia capricciosa, vorrebbe annullare lo scarto che lo separa da se stesso negando ogni forma di dipendenza dall’Altro. Questa è la sua follia mortale che il nostro tempo ha elevato ad una sorta di nuovo comandamento sociale. Senza dimenticare però che le forme forse più nocive del narcisismo sono quelle passive, della falsa umiltà, del rigetto dell’ambizione, della vita schiva, ma avvelenata. Si tratta, in realtà, solo del retro di una stessa medaglia: lo sguardo torvo del risentito — scolpito magistralmente da Nietzsche ne La genealogia della morale — odia la vita capace di realizzarsi invocando l’umiltà e il nascondimento solo come segni grigi della sua impotenza rabbiosa. In essa dimora più che mai lo spettro narcisistico che anima, al suo fondo, ogni forma di invidia umana.
sabato 16 gennaio 2016
il manifesto 16.1.16
Sean Penn, «volevo parlare della guerra alla droga, ho fallito lo scopo»
Usa. L'attore rompe il silenzio in tv dopo lo «scandalo» dell’intervista a «El Chapo»
di Cristina Piccino
Ho fallito. Lo ha ripetuto spesso Sean Penn nel corso di 60 Minutes al conduttore del programma, Charlie Rose. Sono le prime parole pubbliche dell’attore dopo l’intervista, uscita la scorsa settimana su Rolling Stones a Joaquín «El Chapo» Guzmán, il boss del narcotraffico messicano arrestato giorni fa, al momento del loro incontro ancora latitante.
La fotografia scelta per illustrarla mostrava lui, Penn, la star americana stringere la mano a «El Chapo» dopo una lunga conversazione: diecimila battute circa di parole scambiate con l’uomo più ricercato del mondo. Reazioni indignate, critiche feroci, l’immediata azione (Penn è stato messo sotto inchiesta) delle autorità messicane che certo non ne uscivano benissimo dalla vicenda.
Ma come, mentre loro lo cercavano da mesi con imponente caccia all’uomo, Penn riusciva ad arrivare indisturbato al suo nascondiglio? Inoltre l’intervista era il risultato di un incontro di sette ore seguito da scambi via e mail criptata e ponti telefonici. Tono molto personale, digressioni con cui a un certo punto paragona El Chapo a Tony Montana/Al Pacino in Scarface di Brian De Palma), il testo di Penn rimanda abbastanza esplicitamente alla tradizione di gonzo giornalismo e ha molte più sfaccettature di quello che è stato sottolineato.
Strumentalizzazione mediatica? Certamente ma non solo. «L’intervista non è riuscita a centrare l’obbiettivo per cui era stata pensata, ovvero produrre una riflessione sulla guerra alla droga» ha detto Penn. E ha aggiunto: «Il clamore che si è scatenato intorno a questo articolo ha completamente rimosso il suo scopo originario. Quello che mi interessava veramente era parlare della guerra alla droga, di cosa significa, della sua importanza. Invece non se ne è fatto neppure un accenno, l’incontro con Guzman è diventato il centro di ogni discussione. Questo vuol dire che l’articolo era sbagliato».
Alla domanda di Rose, se pensa di essere stato strumentalizzato dalle autorità messicane, Penn ha risposto seccamente: «Sì» . I messicani infatti hanno lasciato intendere che Penn è stato di grande aiuto per arrivare al «Chapo». Replica dell’attore: «Sulla visita che io e i miei colleghi abbiamo fatto a Guzman è stata costruita una mitologia. Dire che sono stato essenziale per la sua cattura è assurdo. Noi lo abbiamo visto molte settimane prima, il 2 ottobre e in un posto lontano da dove poi lo hanno arrestato».
Non è questione di paura, perché lui non ne ha — «non temo per la mia vita» ha detto. Ma, appunto, di priorità. «Il governo messicano ha cavalcato la cosa per coprire la sua umiliazione Come giustificare infatti agli occhi del mondo il fatto che mentre loro continuavano a cercarlo invano persino io sono riuscito a trovare Guzman?».
Il vero rimpianto di Penn però è che alla fine tutto questo non è servito a nulla. L’effetto provocato dall’intervista ha completamente oscurato il cuore della questione: la guerra alla droga.
«Mettiamo tutta la nostra energia, la nostra concentrazione, i nostri bilioni di dollari su un’cattivo ragazo’, e che cosa accade? Il giorno dopo ci sarà un altro morto e un altro ancora nello stesso modo».
«Proviamo a guardare il problema da una prospettiva più ampia. Tutti noi vogliamo la stessa cosa, che il dramma della droga finisca. Siamo consumatori, che siate d’accordo o no con Sean Penn questo significa una forma di complicità. E invece quanto tempo abbiamo dedicato dalla scorsa settimana a parlare di questo? A essere generosi forse l’%»
Sean Penn, «volevo parlare della guerra alla droga, ho fallito lo scopo»
Usa. L'attore rompe il silenzio in tv dopo lo «scandalo» dell’intervista a «El Chapo»
di Cristina Piccino
Ho fallito. Lo ha ripetuto spesso Sean Penn nel corso di 60 Minutes al conduttore del programma, Charlie Rose. Sono le prime parole pubbliche dell’attore dopo l’intervista, uscita la scorsa settimana su Rolling Stones a Joaquín «El Chapo» Guzmán, il boss del narcotraffico messicano arrestato giorni fa, al momento del loro incontro ancora latitante.
La fotografia scelta per illustrarla mostrava lui, Penn, la star americana stringere la mano a «El Chapo» dopo una lunga conversazione: diecimila battute circa di parole scambiate con l’uomo più ricercato del mondo. Reazioni indignate, critiche feroci, l’immediata azione (Penn è stato messo sotto inchiesta) delle autorità messicane che certo non ne uscivano benissimo dalla vicenda.
Ma come, mentre loro lo cercavano da mesi con imponente caccia all’uomo, Penn riusciva ad arrivare indisturbato al suo nascondiglio? Inoltre l’intervista era il risultato di un incontro di sette ore seguito da scambi via e mail criptata e ponti telefonici. Tono molto personale, digressioni con cui a un certo punto paragona El Chapo a Tony Montana/Al Pacino in Scarface di Brian De Palma), il testo di Penn rimanda abbastanza esplicitamente alla tradizione di gonzo giornalismo e ha molte più sfaccettature di quello che è stato sottolineato.
Strumentalizzazione mediatica? Certamente ma non solo. «L’intervista non è riuscita a centrare l’obbiettivo per cui era stata pensata, ovvero produrre una riflessione sulla guerra alla droga» ha detto Penn. E ha aggiunto: «Il clamore che si è scatenato intorno a questo articolo ha completamente rimosso il suo scopo originario. Quello che mi interessava veramente era parlare della guerra alla droga, di cosa significa, della sua importanza. Invece non se ne è fatto neppure un accenno, l’incontro con Guzman è diventato il centro di ogni discussione. Questo vuol dire che l’articolo era sbagliato».
Alla domanda di Rose, se pensa di essere stato strumentalizzato dalle autorità messicane, Penn ha risposto seccamente: «Sì» . I messicani infatti hanno lasciato intendere che Penn è stato di grande aiuto per arrivare al «Chapo». Replica dell’attore: «Sulla visita che io e i miei colleghi abbiamo fatto a Guzman è stata costruita una mitologia. Dire che sono stato essenziale per la sua cattura è assurdo. Noi lo abbiamo visto molte settimane prima, il 2 ottobre e in un posto lontano da dove poi lo hanno arrestato».
Non è questione di paura, perché lui non ne ha — «non temo per la mia vita» ha detto. Ma, appunto, di priorità. «Il governo messicano ha cavalcato la cosa per coprire la sua umiliazione Come giustificare infatti agli occhi del mondo il fatto che mentre loro continuavano a cercarlo invano persino io sono riuscito a trovare Guzman?».
Il vero rimpianto di Penn però è che alla fine tutto questo non è servito a nulla. L’effetto provocato dall’intervista ha completamente oscurato il cuore della questione: la guerra alla droga.
«Mettiamo tutta la nostra energia, la nostra concentrazione, i nostri bilioni di dollari su un’cattivo ragazo’, e che cosa accade? Il giorno dopo ci sarà un altro morto e un altro ancora nello stesso modo».
«Proviamo a guardare il problema da una prospettiva più ampia. Tutti noi vogliamo la stessa cosa, che il dramma della droga finisca. Siamo consumatori, che siate d’accordo o no con Sean Penn questo significa una forma di complicità. E invece quanto tempo abbiamo dedicato dalla scorsa settimana a parlare di questo? A essere generosi forse l’%»