domenica 5 luglio 2015

La Stampa 5.7.15
Il tempo delle crisi permanenti
di Marco Belpoliti


«Ah, la crisi. Ma cos’è questa crisi?», cantava nel 1933 Rodolfo De Angelis. Erano trascorsi quattro anni dal crollo di Wall Street e ne mancavano sei all’inizio della Seconda guerra mondiale. Ora di anni ne sono invece passati ottanta e la crisi è diventata uno stato permanente e duraturo dell’Occidente, e non solo.
La crisi è continua e polimorfa: crisi adolescenziale, di fede, ministeriale, politica, economica, finanziaria, psicologica, biografica, e altro ancora. È divenuta l’habitat stesso della nostra esistenza, così che ora viviamo e pensiamo nei termini di una crisi senza fine.
Ma una crisi permanente può ancora essere definita una crisi?, si è domandata Myriam Revault D’Allones, filosofa francese, autrice di un acuto saggio «La crisi senza fine». Saggio sull’esperienza moderna del tempo (ObarraO edizioni). La parola greca Krisis ha il significato di giudizio, selezione, separazione, indica il momento di decisione all’interno di un processo dall’esito incerto che permetterà una diagnosi, un pronostico, ed eventualmente l’uscita dalla crisi medesima. Termine di origine medica, poi passato in ambito giuridico, riguarda la malattia. Il verbo da cui proviene, krinein, vuol dire «passare al setaccio». La crisi è quindi il momento in cui nella malattia interviene un cambiamento improvviso e si decide la via d’uscita, buona o cattiva che sia. Ma se la crisi non è più un momento decisivo, se consiste nel fatto che non c’è più niente da decidere, possiamo ancora chiamarla crisi? Nel 1976, scrivendo un articolo intitolato «Pour une crisologie», Edgar Morin sottolineava come il significato di crisi si fosse rovesciato: indecisione. Da passaggio brusco – la crisi greca di questi giorni – è ora il luogo stesso della nostra esistenza, così che più che «struttura» appare simile a una «rete»; è la modernità liquida: le vite incerte che siamo sempre più abituati a vivere, il senso d’incompiutezza di esistenze sempre più lunghe, ma sempre più inconcluse.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, il filosofo Emmanuel Lévinas ebbe a dire che l’idea di emancipazione era priva dei suoi tradizionali riferimenti messianici. Emanciparci da cosa? Il nostro appare come un continuo movimento senza forma e senza scopo. Myriam Revault D’Allones cita una celebre frase di Rousseau tratta dell’Emilio: «Ci avviciniamo a un’età di crisi, al secolo delle rivoluzioni». Era il 1782, e stava davvero per accadere, ma oggi che ogni idea di rivoluzione, intesa come cambiamento profondo, è caduta, come pensare la crisi? La filosofa francese sottolinea come l’idea di crisi sia strettamente collegata all’idea di tempo, dal momento che è, come nel suo etimo greco, il tempo del passaggio. La logica della accelerazione ha investito la società contemporanea alterando l’idea tradizionale di tempo. Tre sono i campi in cui questo cambiamento temporale si manifesta, come ha mostrato Paul Virilio: l’accelerazione tecnica, quella dei ritmi di vita e quella dei cambiamenti sociali e culturali. Grazie alle nuove tecnologie miriamo tutti a guadagnare tempo, ma questo continua a mancarci; il progresso tecnico non ci concede più tempo per i nostri piaceri, e ci occupa massicciamente; i ritmi della vita sono diventati quasi infernali per chi vive in una moderna città occidentale, mentre la noia sembra la cosa più temuta da tutti; fare progetti a lungo termine è quasi impossibile sia per gli individui che per le stesse aziende ed entità economiche. Hartmut Rosa in un recente libro, «Accelerazione e alienazione» (Einaudi), usa una metafora davvero efficace per descrivere questa situazione di crisi permanente: siamo come scalatori su di un pendio che frana, dobbiamo andare sempre più veloci per restare sul posto. Il tempo accelerato è tutt’uno con uno stato di immobilità folgorante. La globalizzazione con le sue crisi locali continue manifesta questa schizofrenia tra il mondo totale e la sua costante frammentazione in piccole parti. Non a caso la depressione è diventato il mood delle nostre società, essendo l’effetto stesso di questa degradazione dell’esperienza del tempo. Viviamo in un eterno presente, il «presentismo» come viene chiamato, che è privo di aperture verso un futuro possibile. La crisi vera è perciò quella del tempo che trascina con sé, non solo quella economica – il debito come impegno del tempo futuro –, ma anche quella politica con l’impossibilità di pensare a lungo termine costretti alla rincorsa di continue modeste decisioni. Tutto è smart, e la crisi senza fine.
Corriere 5.7.15
L’Italia gioca d’anticipo, 100 imprese in missione a Cuba
Il viceministro Calenda: «L’Avana ha chiesto all’Europa di investire e di credere nel suo futuro»
di Roberto Bagnoli


ROMA «Dobbiamo seminare adesso, Cuba non vuol tornare ad essere una colonia americana, L’Avana ha chiesto all’Europa di investire e di credere nel suo futuro». Carlo Calenda, viceministro per lo Sviluppo economico, spiega il senso della missione italiana in terra cubana: un centinaio di imprenditori, più dieci associazioni, banche, uomini di governo e Confindustria che tra oggi e domani arriveranno all’Avana per posizionarsi in vista di un possibile avvio di commesse. Il piatto è abbastanza ricco. Rispetto agli attuali 300 milioni di interscambio tra Italia e Cuba in ballo ci sono 220 progetti di investimento prioritario per un budget di 9 miliardi di dollari, dal turismo alle infrastrutture, dall’energia rinnovabile alle costruzioni e trasformazioni agricole. L’avvio del processo di normalizzazione da parte del presidente americano Obama e la prossima apertura delle ambasciate a Washington e L’Avana hanno impresso una forte accelerazione all’integrazione di Cuba nell’economia globale.
Per Calenda l’Italia «si trova in pole position e in vantaggio su altri Paesi». «Il potenziale è enorme - aggiunge il viceministro - tanto per fare un esempio Cuba è leader nella raccolta della canna da zucchero ma importa lo zucchero perchè non sa raffinarlo». Il governo di Raul Castro ha fatto capire che darà priorità agli investimenti europei. Alla ricerca di una terza via che non consegni ancora una volta il Paese al capitalismo. Anche per questo mercoledì ci sarà un workshop per spiegare ai cubani il modello di impresa cooperativa italiana. Raul Castro è venuto recentemente in Italia e Matteo Renzi dovrebbe contraccambiare la visita recandosi all’Avana in ottobre. Non c’è solo la curiosità per il mondo cooperativo a testimoniare la simpatia per l’Italia ma anche altri piccoli segnali come il recupero di 10 bozzetti (chiesti dal governo cubano a Roma) fatti un secolo fa dallo scultore Angelo Zanelli per restaurare le gigantesche statue (alte 25 metri) installate nel Campidoglio dell’Avana. Le banche che sostengono questa missione sono Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi. Le aziende italiane coinvolte sono per lo più di dimensioni medio-piccole ma ci sono anche big come Enel Green Power, Maire Tecnimont, Moby lines, Astaldi.
Repubblica 5.7.15
Crolli in Borsa, la Cina teme la bolla
Listini a Shanghai-30%, sospese 28 Ipo
Fondo da 19 miliardi di dollari contro il panico
Lo Stato ha iniettato liquidità, ridotto i tassi e messo in campo i fondi pensione, ma senza esito
Dai massimi del 12 giugno lo Shanghai index ha perso il 28% cioè più di 1000 punti
La perdita di valore delle società quotate in un mese è di 2800 miliardi di dollari
di Giovanni Pons


MILANO. La bolla sui mercati finanziari cinesi sta scoppiando e operatori e autorità corrono ai ripari. Nelle ultime tre settimane le Borse di Shanghai e Shenzhen hanno perso rispettivamente il 28,6% e il 33,2% bruciando una capitalizzazione di circa 2800 miliardi di dollari, interrompendo una cavalcata che aveva portato i listini a guadagnare il 150% in un anno. Ora si sta cercando di fermare l’emorragia e ieri i principali broker cinesi, tra cui Citic Securities, Haitong Securities e Guotai Junan Securities hanno annunciato di aver creato un fondo da 120 miliardi yuan ( 19,3 miliardi di dollari) da investire nel mercato azionario cinese e cercare di arginare il crollo delle quotazioni. «Per ora l’atteggiamento si sta orientando verso il panico ed è estremamente difficile calmare un orso rabbioso», è stato il commento di Bernard Aw, strategist di Ig Asia. Il nuovo fondo può avere solo «un effetto fugace quando gli scambi giornalieri hanno raggiunto i 2000 miliardi di yuan», ha detto Hao Hong, equity strategist per la Cina della Bocom International di Hong Kong.
Si tratta comunque di una mossa senza precedenti che arriva dopo che sono falliti i tentativi delle istituzioni di frenare la caduta. La banca centrale cinese ha tagliato i tassi di interesse per quattro volte da novembre 2014, riducendoli dello 0,25%, oltre ad aver abbassato i requisiti di capitale per alcune banche. Mercoledì scorso erano invece state allentate le regole sulle possibilità per gli investitori di operare a debito (permettendo di usare anche la casa per accedere ai prestiti dei broker) e sono state ridotte le commissioni di trading. La People Bank of China ha inoltre iniettato 250 miliardi di yuan di liquidità nel sistema e permesso al fondo pensione pubblico di investire fino al 30% del suo capitale (565 miliardi di dollari) nel mercato azionario.
Tutte queste misure per ora non hanno sortito gli effetti sperati e non hanno raffreddato i 90 milioni di risparmiatori che affollano le borse cinesi, 28 gruppi hanno rinunciato ieri a Ipo già avviate.
E quindi ora c’è qualcuno che grida al complotto. Secondo il giornale cinese Financial News, il crollo delle borse sarebbe il frutto di un attacco speculativo di «forze predatorie straniere mirato a danneggiare il processo di riforme economiche del paese». In questa manovra vi sarebbe il coinvolgimento diretto della banca d’affari statunitense Morgan Stanley colpevole di aver recentemente rivisto al ribasso le previsioni per la Borsa di Shangai. Su questa linea di pensiero anche cinque professori delle top università cinesi che hanno paragonato l’odierna situazione a quella del 1997-98 quando George Soros speculò contro le valute asiatiche.
Tuttavia il problema di fondo rimane il rallentamento dell’economia reale cinese a cui si è accompagnata una impennata delle quotazioni di Borsa totalmente disallineata dai valori fondamentali creando una bolla che ora sta scoppiando.
Corriere 5.7.15
Se la Banca Mondiale si «censura» per la Cina
di Guido Santevecchi


Non succede spesso che la Banca Mondiale cambi idea e si corregga nel giro di due giorni. È successo con la Cina, che mercoledì era stata criticata per il suo sistema finanziario «distorto e le scarse strutture di governance». Il rapporto della World Bank osservava che il governo cinese detiene il controllo di quasi il 95% degli asset delle banche e avvertiva che «una fondamentale riconfigurazione del ruolo dello Stato nel sistema finanziario è essenziale».    Passano due giorni e il capitolo del China economic update viene ritirato e cancellato dal sito dell’istituzione con sede a Washington che fu fondata con gli accordi di Bretton Woods nel 1944 per guidare la ricostruzione e lo sviluppo dopo la Guerra mondiale. La spiegazione ufficiale è che le critiche «non erano passate dal normale processo di revisione interna e autorizzazione».    Un’auto-sconfessione. Dietro la quale è lecito sospettare che ci siano state pressioni da parte di Pechino. Bert Hofman, direttore della Banca Mondiale per la Cina, smentisce: «Nessuna pressione, quello che è uscito non era adeguato ai nostri standard di dibattito con i Paesi membri, il ritiro è stata una nostra decisione», ha detto al Financial Times. Resta il fatto che nel sistema finanziario cinese lo Stato è proprietario delle banche, pianificatore e autorità di regolamentazione. Una situazione senza eguali nelle economie di mercato. E comunque, se Mr. Hofman è sincero e i cinesi non hanno imposto la cancellazione della critica, emerge un problema serio di mancato controllo delle analisi nella Banca Mondiale. Se invece sono fondati i sospetti sulle origini del ripensamento, significa che la World Bank è forte con i deboli e debole con i forti. Quale che sia la verità, lo strano caso del capitolo cancellato non accresce la fiducia nell’autonomia e integrità delle relazioni prodotte dall’istituzione a guida americana.
La Stampa 5.7.15
In cerca di identità e avventura
Ecco perché si diventa jihadisti
Occidentali spinti dal senso di vuoto, siriani e iracheni dalla vendetta


Le intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche Siria/Italia non lasciano dubbi: Maria Giulia Sergio – la 28enne nata a Torre del Greco, cresciuta in provincia di Milano, convertitasi all’Islam e trasferitasi in Siria dall’autunno 2014 – è una spietata, feroce jihadista. Esulta per le chiese bruciate, il pilota giordano bruciato vivo, la strage di Charlie Hebdo, la decapitazione di «miscredenti». Un personaggio sinistro, grottesco nella sua piatta adesione, senza umanità e senza intelligenza, a una dottrina e un progetto di violenza totalitaria.

Un caso estremo, certo, ma non isolato, se pensiamo alle centinaia di «foreign fighters» giunti in Siria e Iraq per unirsi ai combattenti dello Stato Islamico e di altre formazioni jihadiste. Sappiamo chi sono (sia musulmani europei, spesso cittadini di seconda o terza generazione che convertiti all’Islam) come arrivano (attraverso la Turchia), ma su quali siano le motivazioni reali e profonde esistono molti equivoci.
Una recente ricerca di un centro studi libanese, Quantum, risulta al riguardo di estremo interesse. Si tratta infatti di un lavoro, condotto su solide basi psicologiche e sociologiche, basato su decine di interviste a combattenti arabi e stranieri sia attivi che prigionieri o che hanno deciso di abbandonare la causa jihadista.
Quello che colpisce immediatamente è la radicale differenza fra le motivazioni che predominano fra i combattenti che arrivano da Paesi occidentali e quelli di Paesi arabi. Risulta infatti che per il 63% degli occidentali il movente principale dell’adesione al jihadismo combattente è «la ricerca di identità». Un’identità capace di fornire un senso che colmi il vuoto di esistenze senza prospettive, che viene ottenuta tramite l’appartenenza a un gruppo forte, strutturato, esigente.
Il senso di appartenenza
Anche se i linguaggi e i riferimenti sono quelli dell’Islam integrista, la ricerca libanese non ha dubbi nel sottolineare che la religione è un riferimento essenziale («influencing factor», in linguaggio psicologico) piuttosto che la vera motivazione. Come dice lo studio: «Lo rivelano le parole dei combattenti jihadisti: è un mezzo piuttosto che un fine». Appartenere è più importante che credere e credere è il modo di costruire un’appartenenza.
Non bisogna essere teologi musulmani per rendersi conto della superficiale religiosità islamica dei convertiti. Da una recente indagine condotta da servizi d’intelligence su due aspiranti «foreign fighters» occidentali è risultato che avevano ordinato via Internet, alla vigilia della partenza, manualetti tipo-Bignami sull’Islam.
Maria Giulia Sergio, l’inquietante jihadista della porta accanto, ripete a macchinetta i dogmi fondamentali di un credo wahabita, ma resta sostanzialmente un’ignorante. Insieme alla disponibilità a morire, ma soprattutto ad uccidere, le intercettazioni, e in particolare una conversazione con una madre non del tutto convinta di raggiungere la figlia in Siria, rivelano poi anche la persistenza dei modesti orizzonti della provincia: la promessa, a destinazione, di una lavatrice e di un po’ di terra per farci un orto. Il male, certo, ma senza lettera maiuscola. La piccola gente del Grande Califfato.
La ricerca delle emozioni
È anche interessante che la seconda motivazione che prevale fra i combattenti provenienti da Paesi occidentali sia la ricerca dell’avventura, delle emozioni («thrill»). È questa la ragione dell’attrazione che esercita, soprattutto su giovani sbandati, molti di loro con piccoli precedenti penali, il progetto senza limiti, sia nei fini che nei mezzi, dell’Isis.
La ricostruzione da parte del «New York Times» del percorso della ragazzina americana irretita tramite messaggi su Facebook da propagandisti dello Stato Islamico risulta particolarmente significativo. Il punto di partenza è l’isolamento, la solitudine, una mancanza di senso: è qui che s’inserisce una subdola e abile azione fatta di disponibilità all’ascolto, di gesti di attenzione e amicizia (non solo l’invio di libri sull’Islam, ma persino di cioccolatini), e di offerta di una risposta, quella della militanza jihadista, capace di riempire quel vuoto e quell’isolamento.
Occidentali e arabi
Fa riflettere anche la netta differenza che emerge dalla ricerca del think tank libanese fra le motivazioni dei jihadisti occidentali e quelle dei jihadisti locali (siriani e iracheni). Mentre fra gli occidentali viene prima di tutte la ricerca di un’identità, seguita da quella delle emozioni dell’avventura, per i locali prevalgono, fra le motivazioni, la vendetta (ribellione contro il dominio e l’oppressione di soggetti interni o dei loro alleati stranieri) e lo «status» sociale derivante dal potere che danno le armi (essere «qualcuno» attraverso l’incontrollato dominio sugli altri, soprattutto le donne: pensiamo all’atroce vicenda delle donne yazidi ridotte in schiavitù).
I risultati della ricerca sono tanto interessanti quanto inquietanti, nella misura in cui fanno emergere la realtà variegata di una minaccia che richiede una risposta articolata e complessa. I dirigenti religiosi musulmani dovranno contestare l’appropriazione della loro religione da parte del dogma wahabita; nei nostri Paesi bisognerà trovare il modo per ridare all’esistenza dei giovani un senso sia materiale che spirituale; nei Paesi arabi si dovrà riprendere la strada brutalmente interrotta della democrazia e della giustizia sociale. Troppe esigenze, e troppo complesse. E soprattutto sarebbe assurdo contrapporre l’impegno a lungo termine per affrontare le cause di fondo dell’attuale minaccia – una letale combinazione di ideologie medievali e mezzi di comunicazione e indottrinamento ultramoderni – alla necessità di fermare oggi quella seria minaccia con una più incisiva azione sia militare che diplomatica. Perché se non riusciremo a fermare e invertire l’avanzata dello Stato Islamico in Siria e Iraq non avremo né lo spazio né il tempo per affrontare le cause – politiche, sociali, culturali, economiche – del suo sorprendente successo anche fra i più culturalmente fragili e socialmente frustrati dei nostri concittadini, e non solo quelli di religione musulmana.
Corriere 5.7.15
«Rubati» 236 miliardi al Pil: il costo di evasione e corruzione
di Sergio Rizzo


Immaginate un Paese dove il debito pubblico sia al 58,3% di un Pil superiore di qualcosa come 236 miliardi al nostro di oggi. Roba da far schiattare d’invidia tutta la cancelleria tedesca, cominciando da Angela Merkel. Quel Paese sarebbe l’Italia, se solo si fosse fatta una lotta seria a sprechi, corruzione ed evasione fiscale. La stima è nell’ultimo rapporto sull’Italia del centro studi Economia reale dell’economista Mario Baldassarri.
Neppure stavolta mancherà chi di fronte a calcoli del genere scrolla le spalle, riesumando il formidabile aforisma di quel Pier Peter impersonato dieci anni orsono dal comico Antonio Albanese: «L’economia è una cosa troppo seria per lasciarla fare agli economisti». Ma qui purtroppo c’è davvero poco da ridere.
I numeri, innanzitutto. Baldassarri parte dal presupposto che sprechi e corruzione siano direttamente proporzionali all’andamento della spesa pubblica corrente. E per valutare che cosa sarebbe accaduto dal 2002 al 2014 se si fosse davvero dichiarata la guerra a questa piaga ha fatto due ipotesi, entrambe agganciate a drastici interventi sulla spesa pubblica corrente. La prima, il taglio secco di 45 miliardi, da destinare per 40 miliardi alla riduzione delle tasse (25 di Irap e 15 di Irpef) e per 5 miliardi agli investimenti. La seconda il congelamento della spesa corrente ai livelli del 2002 e l’eliminazione dei 25 miliardi di trasferimenti a fondo perduto.
Le proiezioni sono impressionanti. In tredici anni il Pil sarebbe salito da un minimo di 128 a un massimo di 141 miliardi. I posti di lavoro sarebbero cresciuti fino a un milione e 180 mila posti di lavoro, con un deficit pubblico ridotto fino a 105 miliardi e un debito pubblico ridimensionato di una somma enorme: compresa fra 530 e 840 miliardi.
E la lotta all’evasione, continua la simulazione di Baldassarri, avrebbe fatto il resto. In questo caso l’ipotesi è una sola: controlli incrociati severissimi utilizzando tutte le banche dati disponibili e l’introduzione di meccanismi di deduzione per alimentare il conflitto d’interessi. Il concetto è semplice: se so che posso detrarre dalle tasse il conto dell’idraulico, gli chiederò la fattura e lui pagherà le tasse. Grazie a questo piano d’azione, stima l’economista, sarebbe stato possibile recuperare una decina di miliardi circa per dieci anni consecutivi. Con il risultato che il nostro Pil potrebbe essere ora più alto di 95 miliardi e il debito pubblico più basso di 266.
Fosse andata davvero così, chiosa il documento che viene presentato domani a Roma, l’Italia avrebbe potuto rispettare senza alcuna difficoltà il «famigerato» Fiscal compact e la nostra economia, navigherebbe in acque ben più tranquille: con un Prodotto interno lordo superiore del 17 per cento circa a quello attuale.
Se poi a tutto questo si fosse aggiunta una condizione astrale favorevole, ovvero un euro non così sopravvalutato rispetto al dollaro, ecco che si sarebbero schiuse le porte del paradiso. Secondo il rapporto del centro studi Economia reale il super-euro ci è costato dal 2002 al 2014 ben 168 miliardi di Pil e 403 miliardi di debito pubblico.
Ma purtroppo non è andata così. E Baldassari, che per ben cinque di quegli anni ha avuto una responsabilità diretta, come viceministro dell’Economia del governo di Silvio Berlusconi, non esita a ricordare nel rapporto anche quella fase piena di scelte controverse e titubanze, e poi di contrasti nell’esecutivo, con minacce di dimissioni reciproche mai portate a compimento, sfociati in una pace che non ha portato a nessun cambiamento concreto. Tanto sul piano della lotta agli sprechi e alla corruzione quanto su quello del contrasto vero all’evasione. «Perché non si è mai fatto nei quindici anni passati e non si profila tuttora che qualcuno intenda farlo, almeno per i prossimi cinque anni?», si chiede Baldassarri. «Semplice: è un nodo squisitamente e profondamente politico, o meglio è un nodo di interessi contrapposti. Da un lato ci sono i circa 2 milioni di italiani che in tutti questi anni hanno continuato a prosperare ed accumulare patrimoni illeciti con gli sprechi e le ruberie di spesa pubblica e con l’evasione fiscale. Dall’altro lato ci sono gli altri milioni di italiani che hanno subito e subiscono la crisi e la disoccupazione con prospettive disarmanti per i giovani che scappano sempre più all’estero. Questi ultimi hanno perso tra il 2002 ed il 2014 circa 250 miliardi di Pil, hanno subito il raddoppio della disoccupazione e nonostante le sempre precarie condizioni della nostra finanza pubblica, hanno anche subito pesanti aumenti della tassazione».
Una situazione, conclude il rapporto, destinata a non durare a lungo senza gravi conseguenze. «L’Italia potrà anche galleggiare, ma certamente il Paese continuerà a subire un processo di bradisismo economico e sociale».
La Stampa 5.7.15
E la “Cosa nuova” si ritrova con Salvini, Grillo e Meloni
Oggi ad Atene Fassina sarà a fianco della destra e dei Cinque Stelle. L’esordio del progetto politico è legato al risultato di Tsipras
di Federico Geremicca


Gli atti fondativi di partiti o movimenti, spesso acquistano valore e vengono ricordati - al di là dei discorsi che li accompagnano - per le suggestioni che richiamano ed i simboli che evocano. Da questo punto di vista, la prima uscita della “cosa nuova” battezzata ieri da Stefano Fassina alla presenza di altri due ex Pd di grido - Sergio Cofferati e Pippo Civati - si segnala per una scelta impegnativa e contemporaneamente assai rischiosa: indicare in Tsipras e Syriza il modello cui guardare, perché «hanno ridato senso alla democrazia».
L’impressione è che non si tratti, semplicemente, di un tributo formale alla difficile sfida lanciata dal governo greco, ma di una adesione convinta alla linea ed alle mosse del premier ellenico: tanto convinta, che oggi Stefano Fassina sarà ad Atene, appunto per testimoniare vicinanza alla battaglia intrapresa. Con lui ci sarà una delegazione di Sel e il democratico D’Attorre. Ma si troverà, soprattutto, fianco a fianco con Beppe Grillo, probabilmente con Giorgia Meloni e su di lui aleggerà la benedizione di Matteo Salvini: una strana compagnia di giro, insomma, una sorta di gran raduno degli ultrà anti-europeisti, che come primo biglietto da visita - onestamente - non è forse il massimo.
E non è l’unica controindicazione, diciamo così, alla linea indicata da Fassina: l’altra riguarda il “carro”, appunto, al quale ha deciso di legare la sua costruenda creatura. Tra 48 ore, infatti, Alexis Tsipras potrebbe essere un uomo morto - politicamente parlando - e il suo partito una forza declinante e avviata alla sconfitta. Se questo accadesse - e accadrà di sicuro di fronte ad una vittoria dei sì - si concluderebbe la parabola-lampo del primo leader arrivato al governo con una piattaforma economico-politica dichiaratamente antieuropeista: in soli cinque mesi dalla vittoria elettorale alla débâcle. Una sorta di lezione che potrebbe travalicare il confine greco e confermare, così, che ci sono temi e slogan buoni per vincere le elezioni ma inservibili quando poi tocca governare...
Detto questo, il battesimo della “cosa nuova” non è andato poi male: molta partecipazione, tanti giovani ed una evidente e forte passione politica (un valore in sé, con i tempi che corrono). La circostanza che dopo l’avvento di Matteo Renzi si sarebbe aperto un grande spazio a sinistra del Pd - tesi che ha visto concordi tutti gli intervenuti - è dunque confermata: le idee e i progetti su come riempire quello spazio, però, paiono divergere fin dal passo d’avvio. Se per Fassina, infatti, «siamo qui per fare un partito politico», altri - come Sergio Cofferati - non paiono dello stesso avviso: «Il contenitore è l’ultimo dei problemi, partiamo dai valori... Cominciamo con calma, il percorso è lungo».
È una divisione non da poco (ed è difficile, per ora, dire quale sia l’opinione di Civati in proposito) alla quale sarà inevitabile ne segua un’altra. L’ex viceministro di Enrico Letta, infatti, fissa già un appuntamento: «Le elezioni amministrative del 2016 possono essere l’occasione per mettere in campo un’offerta di buona politica...». Dunque, un partito e delle liste nel giro di un pugno di mesi. Sel e Rifondazione comunista sembrano pronte per la nuova avventura, che potrebbe esser però complicata - qualche segnale è già leggibile sotto traccia - da sfide e divisioni intorno alla leadership: una costante deprimente nella storia politica della sinistra italiana...
Matteo Renzi non ha commentato in alcun modo la prima uscita di quello che è stato uno dei suoi più fieri e coraggiosi avversari all’interno del Pd, ma è difficile immaginarlo disinteressato a quel che accade alla sinistra del partito di cui è segretario. Già la minoranza interna - con il riemergere al Senato di un dissenso ormai organizzato - gli regala problemi quotidiani: adesso, la nascita di un soggetto alla sinistra del Partito democratico sembra completare quella sorta di accerchiamento cui già lo sottopongono Salvini e Grillo.
Per il premier-segretario, insomma, ora il rischio è che i militanti e gli elettori delusi dal nuovo corso pd possano considerare la “cosa nuova” il luogo politico verso cui dirigersi. E la chiusura del cerchio potrebbe avvenire se addirittura la Cgil, in qualche modo, scegliesse il nuovo soggetto come «compagno di battaglia» e proprio interlocutore politico. È presto per ipotizzarlo, ma tra le presenze di ieri al teatro Palladium brillava una assenza: quella di Maurizio Landini. Dissenso politico? Difficile. La prima mossa della solita guerra per la leadership? Possibile. Per capire dov’è la verità, comunque, non bisognerà attendere molto...
La Stampa 5.7.15
Fassina lancia il partito della sinistra
L’ex viceministro con Cofferati, Civati, Sel e delusi dal Pd: raggiungeremo l’Isola che non c’è
di Francesca Schianchi


«Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te», risuona al Teatro Palladium la voce di Edoardo Bennato, dopo che a citarlo è stato dal palco il neofuoriuscito dal Pd Stefano Fassina: «Insieme, da qua, possiamo raggiungere l’Isola che non c’è», evoca la costruzione di una forza nuova di sinistra, corretto da Civati: «L’isola che non c’è? Io dico che c’è ed è grandissima».
Per il momento, l’isola che c’è è un teatro pieno nel quartiere periferico Garbatella in un torrido sabato di inizio luglio, un incontro fiume su «scuola, democrazia, lavoro» che vuole essere il primo seme di un nuovo partito alla sinistra del Pd, dice l’organizzatore dell’appuntamento Fassina, alla presenza di molti delusi di quello che lui definisce il Partito democratico «dell’establishment e dei banchieri d’affari» - a partire da Sergio Cofferati e Pippo Civati - esponenti di Sel come Arturo Scotto e Nicola Fratoianni, il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero, il portavoce di Syriza in Italia Arghiropoulus, la ex sfidante di Renzi alle primarie fiorentine da sindaco Daniela Lastri. C’è pure il democratico sia pur dissidente Alfredo D’Attorre, a cercare di tenere un filo di collegamento: «Se il Pd considera queste forze come nemici, assistiamo allo sfaldamento del centrosinistra», avverte. Un seme di partito da coltivare e far crescere: «Il primo banco di prova sono le amministrative della primavera prossima», dà già un termine Fassina.
«Noi che abbiamo lasciato il Pd, celebriamo oggi l’indipendenza da una sinistra rassegnata e subalterna», rivendica la sua scelta l’ex viceministro, giocando con la data, il 4 luglio festa dell’indipendenza in America, proponendo la nascita di una cosa nuova, «consapevoli del rischio di fare una cosa di testimonianza», ma determinati a evitare «la sindrome di Jep Gambardella», evoca il film premio Oscar «La grande bellezza»: «Un vuoto in cerca di contenitore». Questo qualcosa di nuovo per Fassina è già chiaro che sarà un partito politico; più cauto Cofferati: il contenitore è solo «un punto d’arrivo, non una questione da cui partire», facendo tesoro degli errori del passato («guai se il messaggio fosse: unifichiamo quel che c’è»), possibilmente camminando «in parallelo» con la Coalizione sociale di Landini, che sarebbe bello «se avesse il contributo anche della Cgil». Ci vuole «coraggio e pazienza», predica l’ex sindacalista, e bisogna darsi «un progetto di governo», raccomanda Civati, una sinistra non «da divano», ma che mobiliti energie e faccia proposte chiare.
Ci sono tante buone intenzioni nella quarantina di interventi che si succedono, c’è attesa per il referendum greco («Syriza e Tsipras hanno ridato senso alla democrazia», dice Fassina, che oggi sarà ad Atene, come D’Attorre e una delegazione di Sel), ci sono critiche a Renzi (il professor Michele Prospero definisce il renzismo come «l’adozione dei programmi tecnici della destra economica europea con una porzione di antipolitica e doti di intrattenimento»). Si vedrà se ci sarà un approdo comune: «Creiamo dei comitati e rivediamoci in autunno per decidere come andare avanti», propone Fassina. Il percorso è ancora lungo, e Civati già fa sapere: «Io vado avanti con la mia associazione, Possibile».
Fassina cita papa Francesco
Corriere 5.7.15
Fassina riunisce delusi pd e sinistra «Siamo qui per fare un partito»
Sul palco Civati e Cofferati, in platea Salvi e Ferrero: verniciamo di rosso la politica
di Monica Guerzoni


ROMA Impugnare un metaforico pennello e «dare una verniciata di rosso alla politica italiana». È l’immagine che evoca dal palco, tra gli applausi, il filosofo Michele Prospero e che Stefano Fassina, in camicia bianca, declina in ogni sfumatura possibile: «Siamo qui per fare un partito politico, chiamiamo le cose con il loro nome!». E poi, strappando l’ovazione: «Vogliamo essere l’affluente di un fiume che si misura con una prospettiva di governo».
Sudati e contenti i 600 del Palladium sono qui per questo, perché quella voglia di rosso diventi un vessillo, da sventolare già alle Amministrative del 2016. Guardano alla Grecia e sognano che, in autunno, metta radici da noi una Syriza italiana, con Fassina, Civati, Vendola e forse anche Landini. Un partito fondato su lavoro, scuola e democrazia, le tre colonne d’Ercole che Renzi avrebbe varcato per traghettare il Pd altrove, fuori dai confini della sinistra. «Il Pd si è riposizionato con gli interessi di Marchionne, si è appiattito sulla Merke l — scandisce Fassina —. Tra il Pd e il popolo democratico abbandonato dal Pd, noi abbiamo scelto il popolo democratico».
I fuoriusciti «dem», fondatori come Pippo Civati e Sergio Cofferati o giovani leve come Monica Gregori, ripartono da Garbatella, antica borgata romana col cuore a sinistra. Senza simboli, pronti a navigare a vista. Perché, teorizza Fassina, «non possiamo vendere un prodotto preconfezionato». Il partito si farà, giura l’ex viceministro che fu silurato dal premier con l’interrogativo «Fassina chi?». E guai a cadere nella «sindrome di Jep Gambardella» in La grande bellezza, essere un vuoto in cerca di contenitori : «La proposta è uscire da qui senza costruirne. Avviamo invece un cammino nei territori, in mille città e municipi».
Lasciare il Pd è stato «doloroso» eppure non c’è rimpianto, nemmeno un filo di nostalgia. L’economista bocconiano guarda avanti e sfida Renzi: «Le battaglie giuste si fanno anche quando sono a rischio di sconfitta. Sì, la strada è in salita. Sì, il progetto è ambizioso e troveremo ostacoli. Ma rassegnarsi alla dittatura del presente sarebbe la vera sconfitta». È il suo primo intervento dopo l’addio, è la prova generale di una leadership da strutturare: «Se avessimo voluto conservare poltrone, avremmo avuto strade facili». Anche la sua «agenda alternativa» è da scrivere, ma i capisaldi Fassina li ha chiari. Scendere dal «Titanic Europa», rilanciare gli investimenti, «combattere contro i pirati del conformismo, del pensiero unico, dell’affarismo politico...». Combattere la povertà, il precariato, l’esclusione sociale: «Oggi è il 4 luglio e celebriamo l’indipendenza da una sinistra rassegnata e subalterna» .
Fassina cita papa Francesco, Fukuyama, Reichlin e impugna la Costituzione. Prospero evoca Marx. Arghiropoulos di Syriza pronuncia la parola «compagni». Applausi. La sala è strapiena. Tra platea e galleria segretari di circolo, amministratori locali e qualche «reduce» della vecchia sinistra, da Paolo Ferrero a Cesare Salvi, da Antonello Falomi a Vincenzo Vita. In prima fila Alfredo D’Attorre, ancora nel Pd. Ecco i vendoliani in partenza per Atene (Fratoianni, Scotto, Smeriglio, Furfaro), pronti a sciogliere Sel per l’«avventura unitaria» .
Civati fissa le tappe del movimento: «L’estate sarà un periodo di incubazione e in autunno arriverà il nostro progetto unitario». Fassina declama «L’isola che non c’è» di Bennato e Civati, convinto che il Pd sia un partito di centro, ci crede: «L’isola c’è ed è grandissima». Ma Roberto Speranza invita a costruire ponti, perché i fuoriusciti «non sono avversari» .
Il Sole 5.7.15
Effetto-Grecia sui valori del Pd: dal mito del risanamento alla marcia pro-Tsipras
di Lina Palmerini


Ieri Renzi ha ripetuto che l’Italia non deve aver paura perché non è più, come 4 anni fa, il malato d’Europa. Nelle stesse ore, parlamentari vicini a Bersani annunciavano il sostegno a Tsipras contro l’euro a trazione tedesca. Qualcosa non torna. Fu il Pd di Bersani a votare il Governo Monti che certo non era ostile a Berlino.
Cominciamo dall’affermazione del presidente del Consiglio quando dice che l’Italia non è più un problema perché i problemi li sta risolvendo. Certamente è vero – anche se molti nodi restano intatti – ma la cura da cavallo al Paese non l’ha somministrata Renzi ma il Governo Monti sostenuto da un Pd guidato da Pierluigi Bersani. Forse molti vorrebbero appannare il ricordo ma quell’Esecutivo arrivato dopo la lettera della Bce (5 agosto 2011) applicò all’Italia molte di quelle ricette di matrice tedesca ed era sostenuto da un Pd che non era renziano ma bersaniano. Cioè esattamente l’area da cui provengono i parlamentari che stanno per partire per Atene a sostegno di Tsipras e contro il «liberismo barbaro della Merkel» come ha detto ieri Stefano Fassina dopo aver lanciato il suo progetto politico. Va anche ricordato che lo stesso Fassina ha fatto parte del Governo Letta che ha proseguito sulla strada del rigore, che non era affatto ostile alla Germania della Merkel e che era sostenuto da un Pd guidato dall’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, anche lui dell’area di sinistra vicina a Bersani. Insomma, una parte del Pd – oggi – condanna Renzi per aver fatto la stessa scelta che fecero loro due anni fa. E che ebbe costi politici piuttosto alti per l’elettorato.
Si potrebbe ricordare che il Pd – e pure il partito di Berlusconi – votò il pareggio di bilancio in Costituzione in soli sei mesi mentre oggi fa le barricate su un’altra riforma costituzionale, quella del Senato. Eppure non c’è niente di più in linea con l’austerità che il pareggio di bilancio in Costituzione. In soli tre anni l’inversione di marcia è totale. Ma, soprattutto, chi parte per Atene sa bene che lì l’età media di pensionamento è di 58 anni e che la riforma delle pensioni è un capitolo chiave della trattativa con l’Europa mentre in Italia il Pd di Bersani votò la legge Fornero che mette i pensionati italiani in condizioni ben peggiori dei greci.
Ieri Alfredo D’Attorre, deputato della minoranza Pd – anche lui in viaggio verso Atene – sosteneva che la base del Pd è con Tsipras e non con Renzi-Merkel. Il dubbio però è che la base del Pd sia piuttosto disorientata. Dopo anni in cui è stata educata al risanamento dei conti e alle riforme, oggi il registro cambia radicalmente e il “no” a Tsipras è l’emblema di quanto ormai un’area di sinistra confini con la destra, anche estrema. Proprio come accade ad Atene.
E invece anche su questi temi, l’euro e il rigore finanziario, il centro-sinistra aveva costruito la sua identità e la sua differenza con la destra. È stato il Governo Prodi a portare l’Italia nell’euro, a riuscire a far pagare agli italiani perfino una tassa per l’ingresso. E sono stati quei Governi di centro-sinistra ad accumulare quella virtù finanziaria che si chiama avanzo primario. Una volta, il centro-sinistra rivendicava la capacità di tenere i conti in ordine, di rispettare gli impegni con l’Europa e questo si traduceva – politicamente – con la capacità di amministrare bene i soldi degli italiani. Era così a livello nazionale e così a livello locale. Oggi quello che confonde la base Pd è che nessuno rivendica il merito di quelle scelte ma le rimette in discussione. Scelte che fanno dire a Renzi che non siamo più il malato d’Europa mentre un paio d’anni fa le contestava. L’anti-renzismo sta spegnendo i tratti identitari migliori di quella storia. E impedisce di formulare una proposta europeista di cambiamento necessario. Al di là del premier.
Repubblica 5.7.15
Il nuovo Senato sul filo di sei voti
Maggioranza e minoranza Pd trattano, ma al ddl Boschi potrebbe servire il soccorso dei verdiniani
Si lavora per ridurre l’area del dissenso tra i dem, la defezione di 15 “irriducibili” è scontata
Caso Roma, Orfini critica Renzi: “Su Marino ha sbagliato, il premier deve aiutare la capitale a riscattarsi”
di Tommaso Ciriaco


ROMA . I suoi “no” Matteo Renzi li ha già fatti recapitare ai venticinque dissidenti della sinistra dem. Di allargare le competenze del nuovo Senato, ad esempio, non se ne parla. E di rallentare il percorso del ddl Boschi neanche. Sul bicameralismo, sostiene, indietro non si torna. Siccome però la battaglia si annuncia campale, il premier continua a ripetere di essere pronto a discutere. Se alla fine si dovrà andare alla conta, che almeno non sia lui a fornire l’impressione di voler rompere. L’obiettivo, piuttosto, è concedere qualcosa alle “colombe” della sinistra dem. Per spaccare la falange dei venticinque oltranzisti.
Il nodo, e sarà così per settimane, resta quello del Senato elettivo. Il massimo che Palazzo Chigi può accettare è racchiuso nel pacchetto Boschi-Quagliariello: un listino di senatori scelti tra i candidati per i consigli regionali. Una novità da inserire nelle norme transitorie, da definire poi con legge ordinaria. Sul punto Renzi continua a ripetere di volersi «confrontare senza pregiudizi ». Troppo poco, almeno per una quindicina di irriducibili dem. Un gruppo nel “gruppo dei 25”, con il coltello tra i denti.
La partita a scacchi è appena cominciata. E l’opposizione interna è disposta a giocare il tutto per tutto. Ieri, per dire, i firmatari del documento hanno concordato una strategia di marketing politico da mettere in pratica nelle prossime ore. Vogliono diffondere sui social network un “Bignami” delle modifiche al ddl Boschi. Con una premessa che serve a proteggersi dalle accuse del renzismo più ortodosso: «Frenatori? Avanti con le riforme». L’opuscolo raccoglie le istanze della minoranza e rilancia, naturalmente, il Senato eletto dai cittadini. Eletto direttamente, si sgolano. «Senza pasticci».
L’ala più moderata - capitanata da Maurizio Migliavacca - è la meno ostile a un accordo. Il progetto è scambiare il via libera a un’intesa con un patto di legislatura che tenga il Pd al riparo da nuovi strappi. E gli ambasciatori renziani lavorano ai fianchi proprio i più “ragionevoli”. «Piena disponibilità al confronto - ripete il vicesegretario Lorenzo Guerini -. Ma non si riparte da capo». Non basterà all’ala dura. È quella dei quattordici che si autosospesero nel 2014, in occasione della sostituzione in commissione di Chiti e Mineo. Oltre ai due “epurati”, l’elenco comprende Chiti e Corsini, Gatti e Micheloni, Tocci e Casson.
Anche tra i renziani, a dire il vero, c’è chi spinge verso il muro contro muro. Il ministro delle riforme ha in mano un elenco. Prevede che alla fine il pallottoliere sorriderà a Palazzo Chigi. Con la defezione di una quindicina di senatori, è il calcolo, alla maggioranza basterebbero cinque o sei parlamentari dell’opposizione per ottenere il via libera al provvedimento. E i verdiniani, si sa, già si sbracciano per attirare l’attenzione del premier. Che intanto polemizza pure con Diego Della Valle: «Ci sono alcuni storici imprenditori che hanno un po’ di mal di pancia. Tutto utile, il loro mal di pancia non mi fa venire il mal di testa». A Renzi, in serata, arriva una frecciata da Matteo Orfini sul caso-Roma: «Sbagliò a criticare Marino. Il premier deve aiutare la capitale nel suo sforzo di rilancio».
C’è un’ultima incognita, capace di cambiare il corso degli eventi: Piero Grasso. È possibile che il presidente del Senato geli le speranze della minoranza, dichiarando blindato l’articolo due del ddl. Quello sull’eleggibilità, per intenderci. Ma la domanda più delicata è un’altra: permetterà al governo di ritoccare l’eleggibilità emendando altri articoli del provvedimento? «Lo spero, ma non è detto. E a quel punto - ammette con un briciolo di preoccupazione Quagliariello - la situazione potrebbe complicarsi...».
Repubblica 5.7.15
Atene nella tempesta ritrovi la speranza e il coraggio di Ulisse
Il parere dell’ex ministro francese e dei presidenti della sua fondazione
Jacques Delors, Pascal Lamy e Antonio Vitorino


I NEGOZIATI tra Grecia e Ue, che da molti mesi scatenano tensioni e diffidenza, hanno raggiunto un punto critico prima con l’ascesa di Syriza al potere e ora coll’avvicinarsi del referendum di oggi. Negoziati e referendum hanno dato vita a posizioni politiche e giochi tattici vari che, seppur comprensibili se ci si cala nell’ottica dei giocatori coinvolti, è bene che siano ora accantonati, per cercare di dimostrarsi all’altezza della situazione e tirare un bilancio dell’importanza che rivestono le vere questioni in ballo, sia per la Grecia sia per l’Europa. Per una diagnosi corretta della situazione, è opportuno assumere la giusta prospettiva.
La Grecia è in una situazione drammatica che non potrà che deteriorarsi ancor più, nel caso in cui il paese finisse col fare default nei confronti del suo debito a lungo termine o arrivasse addirittura a uscire dalla zona euro.
A questo riguardo, per lasciarsi alle spalle l’attuale crisi è indispensabile prima di ogni altra cosa, più di ogni altra cosa, che in Grecia intervenga un radicale cambiamento di mentalità. È indispensabile esprimere in modo chiaro e trasparente la volontà di rompere definitivamente con il passato della Grecia degli ultimi quarant’anni, rinunciando una volta per tutte alla tentazione di addossare la responsabilità delle disgrazie del paese a cause esterne. È indispensabile altresì che il governo greco comprenda che la sua legittimità democratica non può, per sua stessa natura, avere priorità sulla legittimità democratica delle sue controparti europee. Questa “tragedia greca” non è e non sarà una mera faccenda nazionale: essa sta avendo e continuerà ad avere ripercussioni in tutta Europa, di cui la Grecia è parte integrante, sia in termini storici, sia in termini geografici.
Di conseguenza, qui non si tratta semplicemente di limitarci a soppesare le conseguenze economiche e finanziarie di più o meno ampia portata derivanti da un’uscita della Grecia dall’unione monetaria. Qui si tratta di studiare e comprendere l’evoluzione della Grecia anche da un’ottica geopo-litica, considerandola un problema europeo che continuerà a essere tale anche in futuro. Non è opportuno quindi studiare la Grecia soltanto attraverso i microscopi del Fmi, ma è bene servirsi anche dei binocoli delle Nazioni Unite. In altre parole, dobbiamo riflettere sul fatto che la Grecia è un paese situato nei Balcani, un’area la cui instabilità è nota e che di sicuro non ha bisogno che si attizzino ulteriormente le ceneri già incandescenti nel momento stesso in cui sono in corso una guerra in Ucraina e una in Siria, c’è la crescente minaccia del terrorismo, per non parlare della crisi dei migranti. In ogni caso, se ci si vuole limitare a un’analisi rigorosamente finanziaria, è indispensabile sottolineare con decisione che l’attuale crisi di liquidità della Grecia è la conseguenza di una crisi di solvibilità, che a sua volta è soltanto un sintomo di mali molto più profondi, connessi alla debolezza di un’economia e di uno stato che devono essere ricostruiti sotto tutti i punti di vista, partendo da riforme radicali e di ampia portata in campo amministrativo, giudiziario, fiscale, dell’istruzione e via dicendo.
In questo processo di ricostruzione all’Unione europea spetta il compito di fare la propria parte fino in fondo, offrendo alla Grecia un piano a 180 gradi e a tre punte. Tale piano dovrebbe prevedere: primo, un’offerta alla Grecia di ragionevoli aiuti finanziari che le consentano di ricostruire la propria solvibilità in tempi brevi; secondo, la mobilitazione di tutti gli strumenti dell’Ue che possono effettivamente giovare alla rinascita dell’economia greca (fondi strutturali e di coesione, prestiti dalla Banca europea degli investimenti, contributi dal piano Juncker e così via), per promuovere il suo ritorno alla crescita che di per sé potrà alleggerire almeno un po’ il rapporto tra indebitamento e Pil del paese; terzo, l’inserimento immediato in agenda di una valutazione del peso effettivo dell’indebitamento greco e di quello di altri “paesi aiutati da programmi” in Europa, a patto che siano varate le riforme promesse.
Soltanto un piano globale siffatto ci pare adeguato a offrire al popolo greco e ai suoi leader prospettive di pace e di mobilitazione, così che nello sforzo della ricostruzione, di cui il paese ha un disperato bisogno e dal quale trarrà beneficio tutta l’Ue nel suo complesso, i greci possano metterci anima e cuore.
Fu perché non perse mai la speranza di far ritorno a Itaca e alla sua Penelope che Ulisse trovò il coraggio e l’energia necessari ad affrontare altri dieci anni di dolorose vicissitudini dopo quelle già patite durante la guerra di Troia. Ed è soltanto trovando dentro di sé quel coraggio per guardare a un futuro che è necessariamente comune e sarà migliore per tutti, che i greci e gli europei potranno studiare il modo di mettere a punto un compromesso che renda onore ai principi della cooperazione e della solidarietà, le pietre angolari sulle quali si regge l’intero edificio europeo.
Traduzione di Anna Bissanti
Repubblica 5.7.15
Richard Sennett, professore alla New York University e alla London School of Economics
“Se fossi greco voterei no. Meglio poveri che sudditi dei poteri forti”
“Stop alle élite economiche Giusto andare alle urne”
intervista di Giulio Azzolini


«OGNI giorno che passa dimostra come le élite politiche e burocratiche europee siano del tutto cieche sia sulle cause della crisi economica greca sia sulle sue possibili soluzioni. Sono abbagliate dalla stessa ideologia che nel 2008 ha portato alla crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti: il neoliberismo. Ancora una volta si bada al guadagno di breve termine e non si scorgono gli effetti di lungo periodo delle proprie scelte. Evidentemente, sbagliando, non sempre si impara ». Questa l’impietosa diagnosi del sociologo americano Richard Sennett, professore alla New York University e alla London School of Economics, che da tempo denuncia i vizi di una politica ripiegata sul presente.
Professor Sennett, che cosa sarebbe l’Europa senza la Grecia?
«L’eventuale uscita della Grecia dall’eurozona non implicherebbe soltanto delle gravi ripercussioni sul piano economico. Avrebbe anche e soprattutto un immenso significato simbolico. Al netto della complessità e delle differenze, l’Unione europea ha senso soltanto come progetto politico ben radicato in una cultura condivisa. E la radice di questa cultura non può che essere la Grecia e l’idea di democrazia. Se l’Europa lo dimentica, è fatale che finisca in mano a banchieri e burocrati».
Se siamo arrivati a questo punto, però, una parte di responsabilità grava anche sui governi greci… «È vero, ma secondo me oggi il vero problema non è tanto il debito, che in termini assoluti sarebbe stato facilmente gestibile dalla Ue. Il vero problema, quello che ci ha condotto fin qui, sono la Troika e la cultura neoliberista che porta avanti. Il capitalismo finanziario mette in ginocchio non più soltanto il lavoro, ma anche la politica. Al punto che gli Stati rischiano di fallire come un’azienda qualsiasi. Per scongiurare quest’esito, dal 2010 la Grecia sta attuando le ricette imposte dal Fondo Monetario e il risultato è chiaro a tutti: un’economia ancora più depressa ».
Non ritiene che il premier greco, convocando il referendum, sia venuto meno alle proprie responsabilità?
«No. Credo invece che il referendum rappresenti sempre, e tanto più in questo caso, una positiva occasione di esercizio della sovranità popolare. Non mi faccio illusioni sulle conseguenze del voto. So bene che se vincesse il “no” e la Grecia uscisse dall’eurozona, i cittadini greci incorrerebbero in una fase di sofferenza terribile, simile a quella subita dall’Argentina qualche anno fa. Sarebbe un disastro economico per tutte le fasce sociali, specie per quelle più deboli. Eppure, se io fossi un elettore greco, voterei sicuramente per il “no”. Non è più tollerabile essere comandati da un potere illegittimo. Meglio poveri che sudditi».
Pensa che le conseguenze politiche ed economiche del voto si faranno sentire anche nel resto d’Europa?
«Credo che tutte le economie più fragili dell’eurozona, Portogallo in testa, saranno esposte al rischio di un contagio finanziario. Ma ciò che più mi preoccupa sono i contraccolpi politici di quanto sta accadendo. In Gran Bretagna, ad esempio, un eventuale default greco offrirebbe l’ennesimo argomento a chi sostiene che il progetto dell’Unione Europea è insostenibile. La sfiducia cresce. E allora dopo Grexit, è probabile che esploda il pericolo Brexit».
Repubblica 5.7.15
Il Nobel per l’Economia: la crisi ha colpito tutti, dalla Finlandia alla Spagna
Ma l’Europa è un disastro la moneta unica è diventata una camicia di forza
di Paul Krugman


In queste ore, discutere della Grecia è deprimente. Quindi se per voi va bene parleremo d’altro. Parleremo, per cominciare, della Finlandia - che di quel Paese corrotto e irresponsabile non potrebbe essere più diversa. La Finlandia è un modello: vanta un governo onesto, un’economia solida e un rating del credito affidabile che le permette di prendere in prestito denaro a tassi d’interesse incredibilmente vantaggiosi. Tuttavia, sta anche attraversando l’ottavo anno di una recessione che ha decurtato del dieci percento il suo prodotto interno lordo reale e che ancora non accenna a finire. Tanto che se l’Europa meridionale non stesse vivendo un incubo, i guai dell’economia finlandese sarebbero considerati un disastro di dimensioni epiche.
La Finlandia tuttavia non è sola: rientra infatti in una regione dell’Europa del nord che vive una fase di declino economico, e che si estende dalla Danimarca (la quale, pur non appartenendo all’eurozona gestisce il proprio denaro come se ne facesse parte) ai Paesi Bassi. Questi paesi se la passano ben peggio della Francia: una nazione la cui economia viene descritta in termini catastrofici dai giornalisti, che odiano la solidità degli ammortizzatori sociali, ma che di fatto ha resistito meglio di quasi ogni altro Paese europeo, ad eccezione della Germania.
Che dire poi dell’Europa meridionale, Grecia a parte? I funzionari europei esaltano la ripresa della Spagna, che ha fatto tutto quanto andava fatto e la cui economia ha finalmente ricominciato a crescere, creando addirittura nuovi posti di lavoro. Il concetto europeo di “successo” prevede però anche un tasso di disoccupazione che continua ad aggirarsi attorno al 23%. Anche il Portogallo ha diligentemente implementato un’austerità rigorosa, ma risulta del 6% più povero.
Come si spiegano tutti questi disastri economici in Europa? Ciò che stupisce, in realtà, è che in ogni paese la crisi sia stata innestata da cause diverse. Il governo greco ha contratto troppi debiti, ma quello spagnolo no: a segnare il suo destino sono stati piuttosto i prestiti ai privati e la bolla immobiliare. Nel caso della Finlandia sono stati determinanti il contrarsi della domanda per i prodotti del settore forestale, che sono ancora tra i suoi principali beni da esportazione, e le difficoltà del manifatturiero, in particolare della Nokia, che un tempo ne era la punta di diamante.
Ciò che queste economie hanno in comune tra loro è invece il fatto che aderendo all’eurozona si sono infilate in una camicia di forza economica. Alla fine degli anni Ottanta la Finlandia stava attraversando una crisi gravissima, che inizialmente era di gran lunga peggiore di quella che sta attraversando oggi. Tuttavia riuscì a mettere in atto una ripresa piuttosto rapida, grazie soprattutto alla forte svalutazione della propria valuta - che la rese più competitiva sul piano delle esportazioni. Purtroppo però questa volta non ha alcuna valuta da svalutare. E lo stesso vale per le altre zone problematiche dell’Europa.
Ciò significa forse che l’euro è stato un errore? Beh, sì. Questo però non equivale a dire che adesso occorrerebbe eliminarlo. La cosa urgente da fare è allentare la camicia di forza: un gesto che richiederebbe interventi su diversi fronti: da un sistema di garanzie bancarie unificato alla disponibilità a concedere una riduzione del debito ai Paesi per i quali è proprio il debito il problema. Richiederebbe, inoltre, la creazione di un ambiente complessivamente più favorevole a quei Paesi che si sforzano di far fronte alla cattiva sorte senza però sposare un’eccessiva austerità e facendo tutto il possibile per innalzare il tasso di inflazione europeo (attualmente inferiore all’1%) per riportarlo almeno all’obiettivo ufficiale del 2%.
Molti funzionari e politici europei si oppongono però a qualsiasi decisione che potrebbe far funzionare l’euro. E questo è il motivo per cui la posta in gioco nel referendum di domenica è persino più alta di quanto molti osservatori immaginino. Una vittoria del “sì” - ovvero un voto a favore delle richieste dei creditori, che boccia la posizione del governo greco e ne determina probabilmente la caduta - rischia di avvalorare e incoraggiare gli architetti del fallimento europeo. Un simile esito darà modo ai creditori di dimostrare la propria forza e la loro capacità di umiliare chiunque si opponga alle richieste di un’austerity senza fine. E di continuare ad affermare che imporre la disoccupazione di massa è l’unica via responsabile da percorrere.
E se la Grecia votasse no? In quel caso ci troveremmo su un terreno spaventoso e sconosciuto. La Grecia potrebbe abbandonare l’euro, con conseguenze immensamente destabilizzanti nel breve periodo. Tuttavia il “no”, oltre a minare l’autocompiacimento delle élite europee, fornirebbe alla Grecia anche l’opportunità di un’autentica ripresa. In altre parole, temere le conseguenze di un “no” è ragionevole, perché non si può prevedere cosa accadrebbe dopo. Ma le conseguenze della vittoria del “sì” dovrebbero spaventarci ancora di più.
© The New York Times la Repubblica (Traduzione di Marzia Porta)
Corriere 5.7.15
Crisi greca, le vere colpe sono della politica
di Danilo Taino


Sorry, un altro po’ di Grecia. Per dire che la questione è tutta politica: l’economia, semmai, è la vittima. Il che avrebbe dovuto consigliare, anche a chi scrive, di non azzardare previsioni. Un anno fa, nel rapporto del giugno 2014 , l’Ocse calcolava che il Prodotto interno lordo del Paese sarebbe aumentato dell’ 1,9 per cento nel 2015 e che i consumi sarebbero tornati a crescere, anche se di poco, dello 0,3% . Le previsioni erano accompagnate da questo commento: «L’economia ha iniziato a svoltare, aiutata da un forte turismo e dalla fiducia migliorata». In effetti, in aprile lo Stato greco era tornato sui mercati dei capitali, dopo essere stato in esilio per quattro anni, e aveva emesso titoli quinquennali a un tasso del 4,95% . Un successo forse esagerato ma segno che una certa fiducia era tornata. Anche due banche greche avevano potuto raccogliere denaro dagli investitori. E Atene effettuò un’altra emissione, di titoli triennali, in luglio.
   Nel rapporto del novembre 2014 , sempre dell’Ocse, la previsione di crescita fu addirittura rivista al rialzo: al 2,3% nel 2015 e al 3,3% nel 2016 . Con i consumi privati in ripresa più netta: +0,7% quest’anno e +1,9% il prossimo. La disoccupazione ancora altissima ma in calo: dal 27 al 25,2 e al 24,1% nello stesso biennio. Nel suo rapporto di ottobre 2014 sull’economia mondiale, il Fondo monetario internazionale era ancora più ottimista: vedeva la crescita al 2,9% quest’anno che saliva poi al 3,6% nel 2019 . Su queste basi lavorava la troika (Ue, Fmi e Banca centrale europea) fino verso la fine del 2014 , quando furono indette le elezioni poi vinte da Syriza il 25 gennaio di quest’anno.
   Sei mesi dopo, nessuno si azzarda a fare previsioni serie sul Pil greco. L’Ocse, in giugno di quest’anno, immaginava una crescita dello 0,1% nel 2015 e del 2,3% nel 2016 : ma negli scenari post-referendum di oggi, che vincano i Sì o i No, quei numeri sono un sogno. Il rischio è un nuovo crollo dell’economia. Chi scrive, in gennaio ha sbagliato tutto: pensava che, vinte le elezioni, Alexis Tsipras avrebbe fatto alcune riforme, ad esempio costringere i ricchi a pagare le tasse e intervenire decisamente contro la corruzione, per poi ottenere qualche concessione dagli europei: e diventare il primo ministro della ripresa greca già in essere. Non è successo. Anzi, è crollato tutto. Mai sopravvalutare i premier greci. O — forse meglio — mai sottovalutarli.
La Stampa 5.7.15
La fine dell’Europa burocratica
di Mario Deaglio


Il termine «paradosso» è di origine greca. E’ quindi appropriato che l’attuale situazione greca sia descrivibile mediante non uno ma addirittura due paradossi.
Il primo paradosso suona così: quale che sia il risultato del referendum di oggi, che attira l’attenzione spasmodica dei media di tutto il mondo, la sua influenza sulla situazione greca sarà poca o nulla. Che vincano i fautori del «no» o quelli del «sì», la Grecia rimane (secondo le dichiarazioni del ministro greco delle Finanze, Yanis Varoufakis) un Paese con un «deficit primario» ossia così indebitato da dover contrarre nuovi debiti per pagare gli interessi sui debiti già esistenti. Di fatto non troverebbe nessuno, ma proprio nessuno, su nessun mercato finanziario al mondo, che le presterebbe un solo dollaro o un solo euro.
Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, sa benissimo che il gelido tavolo delle trattative di Bruxelles è l’unico posto al quale gli è possibile ottenere ciò che serve, ossia «regali» che assumano la forma di abbattimento del debito e annullamento degli interessi.
Sa benissimo che senza un sostegno immediato (il che significa letteralmente da lunedì o martedì mattina) dalla Banca Centrale Europea ad Atene scarseggeranno il pane, la benzina, le medicine e tutte le banche si avvieranno al fallimento. Che cosa possono offrire Tsipras e Varoufakis (o chi li sostituirà se vinceranno i «sì» e il governo darà davvero le dimissioni) in cambio di questo sostegno? Possono (devono) garantire una politica economica che impedisca la formazione del deficit primario il che fa inevitabilmente rima con «sacrifici». Questi sacrifici sono però una medicina con fortissime controindicazioni. E’ necessario svolgere un’azione parallela di finanziamento alla crescita, ossia un programma pluriennale (che copra almeno un decennio) per rimettere in piedi l’economia greca. Tale programma sarà indispensabile anche se la Grecia dovesse uscire dall’euro o dovesse passare a un regime di doppia moneta. Sarà essenziale, in ogni caso, concordare una data di rientro nell’euro al termine di questo programma.
Il secondo paradosso si può esprimere con un notissimo verso della seconda epistola di Orazio: «La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore». Nel senso che, dopo l’avventura greca, l’Europa non potrà più essere la stessa. Che abbia successo, con la messa a punto del programma pluriennale di cui sopra, oppure che la situazione scivoli nel caos, questa è la fine dell’Europa «razionale» delle burocrazie. Il «caso Grecia» segna l’irrompere sulla scena di scelte politico-sociali scomode, che si era cercato per vent’anni di evitare, pone le premesse per un ritorno a un vero «far politica» a livello europeo, a occuparsi di esseri umani più che di numeri, a ragionare davvero sul futuro.
In questo senso, la crisi greca arriva al momento appropriato, ossia quando l’Europa ha perso la sua storica posizione centrale nell’economia globale, il cui fulcro si è spostato dall’Atlantico al Pacifico e, proprio per questo suo decentramento, rischia di guardare con troppa attenzione l’albero Grecia e di dimenticarsi della foresta Mondo.
L’albero Grecia soffre di una malattia senza precedenti che richiede rimedi senza precedenti in quanto è in pratica la prima volta nella storia in cui ci si trova in presenza di una moneta senza Stato. E’ però l’intera foresta Mondo a presentare sintomi allarmanti di cattiva salute a cominciare dall’albero Giappone. Dopo due anni di frenetica stampa di nuova moneta, la crescita è attualmente sostenuta dall’accumulo di prodotti nei magazzini, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è quasi il doppio di quello italiano ed è sostenibile solo perché i risparmiatori giapponesi si accontentano di interessi bassissimi e perché la bilancia commerciale è ancora positiva, di poco. Se il segno dovesse cambiare la crisi potrebbe esplodere improvvisamente, con conseguenze difficili da prevedere, ma comunque gravi sul piano mondiale.
Il secondo albero malato è la Cina. I nuovi governanti si sono trovati di fronte a una decina di città-fantasma e oltre 60 milioni di case vuote, un’enorme bolla immobiliare e cercano di farla sgonfiare lentamente senza che scoppi, ma intanto si è registrato un vero e proprio cedimento delle quotazioni di Borsa, con perdite del 15-20 per cento in un mese, e delle esportazioni (-2,8 per cento a maggio). I problemi di salute non risparmiano gli Stati Uniti, dove l’occupazione aumenta in quantità, ma perde in qualità e aumentano i divari sociali; né il Fondo Monetario che fa il duro con la Grecia, ma ha prestato senza fiatare all’Ucraina 17,5 miliardi di dollari (che probabilmente non rivedrà più). In altre parole, le ruote dell’economia girano più adagio del previsto. E non si tratta certo della (sola) Grecia.
Corriere 5.7.15
«Squilibri interni risolti impoverendo i lavoratori»
di Mario Sensini


ROMA «La Grecia può portare buone carte alla sinistra solo se Tsipras romperà il giocattolo dell’euro. Forse allora anche i pasdaran del neoliberismo, i sindacalisti, si convinceranno che la moneta unica, come vediamo, porta solo all’impoverimento dei lavoratori».
Per l’economista Alberto Bagnai, convinto da anni del necessario fallimento dell’euro, «costruzione sbagliata dalle sue fondamenta», il caso della Grecia è la prova del nove. Per la moneta unica, ma anche per la sinistra.
«In Grecia si vedono tutti i limiti del progetto dell’euro. L’idea era che con la stessa moneta i Paesi deboli avrebbero importato da quelli forti regole e disciplina, ma il risultato è stato ben diverso. Con il costo del denaro molto basso i Paesi periferici si sono indebitati troppo».
Perché la moneta unica sarebbe un progetto a scapito dei lavoratori?
«Perché nell’impossibilità di svalutare la moneta, gli squilibri si risolvono svalutando il lavoro. Lo avevano capito anche Giorgio Napolitano e Luciano Barca nel 1978, quando il Pci ruppe l’intesa con il governo Andreotti sull’ingresso dell’Italia nello Sme. Dicevano che quel progetto era deflazione e recessione antioperaia. Perché poi la sinistra abbia perso questa consapevolezza, è un problema che dovranno vedere gli storici».
Per ora dal Pd è uscito Stefano Fassina, che nelle ultime settimane ha partecipato a molti dibattiti con lei.
«Mi ha scritto una bella lettera, che pubblicherò. La sua scelta muove proprio da una riflessione sulla subalternità della sinistra alle logiche del capitale, che secondo Fassina si può misurare nella distanza tra il Napolitano del ‘78 e il Napolitano che ha gestito il governo Monti. Purtroppo non è una riflessione diffusa o diffondibile nel Pd. Che oggi questi signori non capiscano quel che diceva Barca mi pare strano. E non capisco se questa sinistra del Pd non può, o non vuole allargare la base di consenso».
Matteo Salvini lo sta facendo, sfruttando le sue tesi.
«Non vorrei fare il lamento dell’amante tradito. Non sono un genio: io ho trascritto in modo divulgativo i principi dei manuali di economia. Sono due libri in difesa del lavoro contro un certo capitale, rivolti esplicitamente alla sinistra e la situazione paradossale è che un leader politico con cui non ho niente a che spartire, ma che comunque rispetto perché viene votato, cita i miei lavori, dice che gli hanno fatto cambiare idea e lo fa in pubblico. Per le dinamiche perverse della politica, poi, il fatto che Salvini con intuito abbia sposato certi temi spinge la sinistra, con un riflesso pavloviano, a ignorarli».
A sinistra di Renzi non c’è più niente?
«Fassina esce in un deserto culturale dove gente come Landini o Coffe rati ha lo stesso livello di consapevolezza, di analisi e di coscienza, o non coscienza marxista, di Oscar Giannino».
E i sindacati, da cui eravamo partiti?
«Nel momento in cui appoggiano l’idea che l’inflazione è nemica del lavoratore, perché erode il suo potere d’acquisto, praticamente si condannano all’estinzione. Per controllare l’inflazione, in teoria, basta una banca centrale indipendente. Un sindacalista che inneggia alla deflazione è un sindacalista morto. Loro si dovrebbero preoccupare dei salari, ma a sinistra anche questo concetto fondamentale sembra totalmente perso».
Corriere 5.7.15
«Leader europei deboli. Si sono fatti ingabbiare dall’ossessione contabile»
Il socialista Jack Lang: «Ma non sono pessimista: ora serve fantasia»
intervista di Stefano Montefiori


PARIGI «Oggi posso esprimere solo tristezza. La Grecia è chiamata a un referendum in condizioni drammatiche e l’essere arrivati a questo punto è già una sconfitta per tutti. Vedere Atene in preda ai dilemmi fa star male. Non si può che registrare la debolezza dei leader europei di questa epoca, greci compresi. Forse Mitterrand e Kohl non avrebbero permesso che si arrivasse a tanto». Jack Lang, 75 anni, è da decenni un protagonista dell’altra Europa, quella profondamente unita dalla cultura. Ministro di François Mitterrand dal 22 maggio 1981, e poi al governo per oltre vent’anni tra Cultura ed Educazione, europeista convinto, oggi Lang è presidente dell’Institut du Monde Arabe e nuovo consigliere insostituibile di François Hollande. È l’esponente socialista più amato dai francesi (51% nell’ultima classifica Ipsos, davanti a Fabius e Royal), e forse anche per questo il presidente della Repubblica — che di popolarità ha bisogno — lo vuole accanto a sé nelle visite all’estero: dall’Algeria all’Italia, dove il 21 giugno all’Expo Jack Lang ha pranzato con Umberto Eco e i leader italiano e francese.
Che cosa vi siete detti in quel pranzo a Milano con Eco, Renzi e Hollande? Avete parlato di Grecia e Europa?
«Sì, quell’incontro mi ha fatto enorme piacere perché i capi di due grandi Paesi sono stati d’accordo con Umberto Eco e me nel riconoscere che in questi anni è stato commesso un errore molto grave, cioè trascurare la dimensione culturale, intellettuale, ideale, politica in senso più ampio dell’Europa. Ne sono consapevoli e vogliono rimediare. Non so se altri leader abbiano la stessa lucidità».
Chi invoca la Grecia culla di cultura e civiltà trova sempre qualcuno pronto a ricordare i 320 miliardi di debiti.
«Ma è sbagliato contrapporre i due aspetti, storia e cultura da una parte contro economia e finanza dall’altra. Sono elementi che andavano tenuti insieme. C’è stata la crisi finanziaria globale, la priorità erano i conti da salvare o risanare, non si discute. Ma i leader europei si sono lasciati ingabbiare da questo approccio contabile, necessario certo ma a lungo andare arido, tecnocratico. Si è perso quel che ha animato i politici della mia generazione, ossia il sogno europeo. Era un sogno fatto non solo di parole ma anche di cose reali, per quel che mi riguarda il Piccolo che ho diretto per due anni a Milano o il Théâtre de l’Europe di Giorgio Strehler a Parigi. Quelli della mia generazione si sentivano davvero europei e si comportavano di conseguenza. Quando ero al governo ho sostenuto Maastricht e tutte le tappe dell’integrazione, ma non c’era solo quello, lo spirito europeista si avvertiva anche nella cultura vissuta».
È pessimista riguardo a quel che accadrà nelle prossime settimane?
«Non voglio avventurarmi in considerazioni di tipo tecnico, ci sono segnali contraddittori e difficili da interpretare, credo che nessuno sappia veramente cosa accadrà. Comunque no, non voglio essere pessimista, la Storia può sorprenderci, magari grazie ai giovani».
Che però in Grecia secondo i sondaggi sono più propensi per il «no».
«Come biasimarli? È logico, si sentono traditi. Hanno bisogno di futuro, e che cosa abbiamo proposto loro? Ma i giovani greci sono stati traditi in primo luogo dai loro stessi politici. I greci oggi pagano gli sbagli di una lunga serie di loro governi, e questo è molto ingiusto».
Crede che la crisi greca convincerà finalmente l’Europa a uscire dalle secche e tornare a integrarsi, magari in senso davvero federale?
«È possibile, me lo auguro. François Hollande ha suscitato molte speranze quando è stato eletto nel 2012, ha provato ad allentare la morsa dell’ossessione contabile, qualche risultato lo ha ottenuto. Va detto che non ha trovato sufficiente aiuto presso altri Stati europei. Inoltre, l’Europa così è troppo vasta, dispersiva, l’allargamento ha finito con il diluirla invece di rafforzarla. Da tanto tempo si parla di Europa a due velocità, non so se la formula sia corretta, ma insomma per i Paesi fondatori ora più che mai è il momento del sussulto. Quale che sia l’esito del referendum, l’Europa dovrà tirare fuori immaginazione e coraggio».
Il Sole 5.7.15
«Oxi» o «nai»? Greci divisi tra ragione e sentimento
di Roberto Bongiorni


ATENE «Le ingiuste condizioni imposte della troika non hanno nulla a che vedere con i principi e le idee che hanno ispirato la nascita dell’Unione Europea prima, e poi quella dell’Unione monetaria. Votare “no” è un gesto di dignità». Nega Thanassis, 60 anni, ha tante certezze e pochi dubbi. Le certezze sono che, comunque andrà a finire, i greci avranno davanti a loro tempi durissimi. Il solo dubbio riguarda l’esito del referendum di oggi.
Ad Atene si avverte un clima di calma, quasi fosse una sabato ordinario, silenzioso, e non la vigilia di un grande evento, capace di segnare solo le sorti della Grecia e forse dell’Europa intera. Difficile comprendere se prevarrà il partito del Nai (sì) o piuttosto quello dell’Oxi (no) voluto dal governo di Alexis Tsipras. I sondaggi diffusi fino a venerdì segnalano un testa a testa.
In ognuno dei due gruppi si percepisce tuttavia una convinzione. Nelle parole dei favorevoli all’accordo emerge la paura di chi pensa che, nel caso prevalgano i no, la Grecia uscirà dall’euro. Nel partito dei no, invece, sembra radicata la convinzione che la bocciatura delle proposte non riporterà alla dracma, ma semplicemente a una posizione negoziale più forte nelle prossime trattative – se mai ci saranno - con il gruppo dei creditori. Come ha affermato venerdì sera Tsipras in piazza Syntagma, gremita per l’occasione.
Ed è proprio in questa piazza che Nega Thanassis continua il suo ragionamento. Imprenditore di una compagnia che importa materie prime tessili, precisa: «Due anni fa sono stato costretto a licenziare due miei impiegati. Eravamo come una famiglia allargata. E temo che ne perderò un altro. Ne resteranno solo due. E ora, a causa del controllo sui capitali (deciso lunedì scorso, ndr), i miei fornitori non mi mandano più le merci. Non si fidano più, e non ho contanti a sufficienza. Il mio timore è che le banche non riapriranno all’inizio della settimana come annunciato».
Cento metri più in là, Kostas Mallios, 40 anni, proprietario di un chiosco che vende sigarette, è rassegnato. «Temo che comunque non usciremo da questa crisi. Il no mi sembra la risposta più sensata, più dignitosa». Nel suo fluente inglese una donna elegante, accetta di parlare a condizione di non rivelare il suo nome. «Con la testa voto sì, ma con il cuore no. Perché se la ragione mi impone di accettare le proposte della troika, di provare a risalire faticosamente la china, quando ascolto le mie emozioni, dalla mia pancia sale una sensazione di rabbia per l’umiliazione e i sacrifici a cui siamo stati sottoposti. Ma occorre agire con la testa. Spero che i greci facciano altrettanto e votino sì».
Con pazienza la gente attende il turno in fila ai bancomat per prelevare i 60 euro giornalieri. Anche Zina dottoressa specializzata in nefrologia. Voterà sì. È al corrente del crollo del Pil degli ultimi anni, pari al 25%, del debito ormai al 180% del Prodotto interno lordo, della crescente deflazione. Ma non è d’accordo che siano tutti mali partoriti dalle misure di austerità imposte dalla troika che, secondo i sostenitori del no, ha fatto terra bruciata inghiottendo ogni germoglio di crescita. «Desidero che la Grecia risolva i suoi problemi e resti in Europa, anche a costo di grandi sacrifici. Voterò sì. Bisogna rimediare alle ingiustizie compiute dai governi precedenti».
Più istintiva la risposta di Alexander Kolaittidis, 53 anni, proprietario di una compagnia di autobus. «Fuori dall’Europa non c’è futuro. Diventeremmo come il Venezuela. Voterò sì».
Yota, 36 anni impiegata di una compagnia farmaceutica, fa parte di quel gruppo di indecisi (secondo i sondaggi circa l’11%) che oggi saranno l’ago della bilancia. «Non riesco a capire chi dica la verità. So solo che con le restrizioni bancarie non riesco più a pagare l’affitto. E temo di perdere il lavoro. Forse voterò sì».
È la paura, infatti, che potrebbe spingere gli indecisi a votare sì, a non dover più restare senza contanti. Non pochi temono che la liquidità a disposizione delle banche greche – un miliardo di euro, alcune fonti sostengono la metà – si esaurisca domani. E che la Bce non sarà così generosa in caso di vittoria del no.
Il Sole 5.7.15
Dietro Grexit, lo spettro della Repubblica di Weimar
Le lezioni della storia. Il ritorno alla dracma avrebbe conseguenze drammatiche che i tedeschi conoscono bene: inflazione senza controllo, instabilità del cambio, perdita di valore dei depositi bancari e forte disoccupazione
di Beda Romano


Bruxelles Vi sono foto degli anni 20 non dissimili da quelle che oggi appaiono nei giornali europei. Sono le immagini dei berlinesi in coda dinanzi agli uffici di collocamento e ai negozi di alimentazione, come gli ateniesi sono oggi in fila davanti ai bancomat e alle banche. Nei fatti il referendum di oggi è un voto sul futuro della Grecia nella zona euro. L’eventuale uscita del Paese dall’Unione monetaria sarebbe un salto nel buio, tanto le similitudini monetarie con la Germania di Weimar, e la sua scia di disoccupati, suicidi, scioperi e povertà, sono preoccupanti.
Lucas Papademos, ex premier greco ed ex vice presidente della Banca centrale europea, ha tratteggiato l’impatto disastroso di una uscita della Grecia dall’Unione monetaria: «Chi propone l’uscita dall’euro sostiene che una nuova valuta svalutata migliorerebbe la competitività del Paese rapidamente. In realtà le conseguenze sarebbero devastanti. Il ritorno della dracma provocherebbe elevata inflazione, instabilità del cambio, e una perdita di valore reale dei depositi bancari», contribuendo a un forte aumento della disoccupazione.
Nella storia europea c’è un caso straordinariamente simile. L’iperinflazione che colpì la Germania tra il 1922 e il 1923 fu provocata da molti fattori, due in particolare monetari: da un lato l’elevato debito del Paese, e dall’altro la scelta della Reichsbank di sganciare il marco dal gold standard. Due elementi che contraddistinguono anche la crisi greca. Come racconta Adam Fergusson nel suo When Money Dies, un resoconto drammaticamente preciso di quegli anni, l’elevatissimo debito tedesco era dovuto al conflitto appena terminato e alle riparazioni di guerra.
Nel tentativo disperato di rilanciare l’economia per ripagare i prestiti e versare le riparazioni decise dal Trattato di Versailles (132 miliardi di marchi oro), il governo stampò moneta. Tuttavia, a causa anche della scelta precedente di sganciare il marco dal gold standard, la valuta tedesca non avendo un riferimento nell’economia reale nasceva sempre più svalutata. Una circostanza, quest’ultima, non dissimile da una eventuale nuova dracma, che non sarà più agganciata alla valuta unica.
L’impatto della scelta tedesca fu travolgente. Il 10 giugno 1922 nacque il primo biglietto da 10mila marchi, che si rivelò subito inutile. L’inflazione mise radice. Come racconta l’ambasciatore inglese Lord D’Abermon nel suo diario, a Berlino nel settembre 1923 un francobollo costava tre milioni di marchi, un biglietto della metropolitana due miliardi di marchi, una libbra di pane 260 miliardi di marchi. Le foto delle mazzette di banconote usate come carta da parati o per accendere il fuoco sono banali. Più interessante è ricordare che si moltiplicarono le rapine e i furti.
Secondo Gilles MacDonogh, autore di Berlin, gli attacchi contro i trasporti viveri erano così frequenti che le carriole di pane o di mele erano protette dalla scorta della polizia. Gli impiegati delle poste rubavano i pacchetti. A Berlino, i disoccupati erano 360mila su una popolazione nel 1923 di quattro milioni. Aziende come AEG versavano parte dei salari in materia prima, il pane. I giornali dell’epoca raccontano che i berlinesi non esitavano a rapinare le fattorie in campagna, rubando le patate nei campi ma anche i maiali nei porcili. Solo in quell’anno 103 persone furono raccolte nelle vie della capitale, morte di fame.
La situazione si stabilizzò solo quando gli Stati Uniti accettarono di ristrutturare il debito accumulato dopo il conflitto per pagare le riparazioni di guerra e il governo adottò una nuova moneta, il Rentenmark. Da allora, naturalmente, molte cose sono cambiate. Tra le altre cose, le banche centrali hanno accumulato esperienza nel contrastare l’inflazione. Eppure, l’esperienza weimariana rimane pregnante, non solo perché portò al potere Adolf Hitler negli anni 30, ma perché contiene gli stessi semi che una eventuale uscita della Grecia dalla zona euro porterebbe con sé.
Il Sole Domenica 5.7.15
Un patrimonio senza tempo
Il nostro debito verso Atene
di Dorella Cianci


Quando la Grecia inventò l’uomo. Un articolo di qualche tempo fa, pubblicato dalla Bbc news, Ancient Greek solution for debt crisis, di Armand d’Angour, ha elencato alcune idee per uscire dalla crisi economica greca proprio partendo dai filosofi greci antichi. Un’idea azzardata, ma efficace per guardare alla Grecia con occhi più riconoscenti, rendendoci consapevoli di come il nostro essere uomini e donne d’Europa ha dentro il Dna dei segmenti mitici derivati dalla sapienza greca, lirica innanzitutto e poi filosofica e tragica. Saranno qui accennati rapidamente alcuni temi affrontati da Simonide, Archiloco, Solone per affievolire l’idea di una poesia delle origini intesa soprattutto in senso ludico e d’occasione, com’è stato in alcuni casi per poeti più mercenari come Pindaro. La lirica è “faccenda” educativa, sociale ed est-etica (espressione coniata di recente) e non è solo una letteratura per adulti, ma anzi è adatta ai giovani e persino all’infanzia: essa racchiude una grande lezione di vita che era sfuggita persino a Cicerone, il quale disse, secondo Seneca: «Che se la vita gli fosse raddoppiata, non avrebbe il tempo per leggere i lirici. Mettici con loro i dialettici: sono sciocchi e per di più spiacevoli». I versi di cui parleremo sono poesie, ma son soprattutto canzoni, per questo il termine lirica è ben più adatto, non di certo perché i poeti usavano solo la lira, essa è stata la regina degli strumenti a corde, com’è precisato in un antico scolio di Dionisio il Trace e poi anche di Demetrio Falereo.Un poeta nasce lavorando al suono delle pernici, disse Alcmane e Cameleonte Pontico aggiunse che l’intera poesia in musica viene dagli uccelli. Ma tanto è sufficiente? I poeti greci sono stati soprattutto educatori come ricorda anche Aristofane nelle Rane: «Ai bambini il maestro fa lezione, ai giovani i poeti» e per leggere la lirica greca arcaica non occorre un “palombaro di Delo”, come affermava Socrate riferendosi a Eraclito, però si rischia di far confusione e di vedere un’unitarietà nella varietà di cantautori che parlavano un greco diverso e si differenziavano nel loro stile: Saffo è “maschia”, Anacreonte è vegliardo, Archiloco è un deciso anticonformista e questo dovrebbe emergere nelle traduzioni che qualche volta li hanno appiattiti. I poeti non sono dei maestri di felicità, su quello ci ha riflettuto la filosofia greca, ma essi sono maestri dell’incoscienza felice, per dirla poi con Pessoa, dell’idea che per esser un uomo felice ciò che conta è essere un altro. Inoltre se la filosofia greca è stata una scuola di vita in parte andrebbe anche riconsiderato il ruolo svolto dalla lirica greca arcaica, che si è ripiegata su se stessa nell’autoformazione dell’individuo, come affermò Jaeger, il quale ad esempio indicava i versi di Archiloco definendoli «filosofia di Archiloco». L’uomo, nella sua umanità, non è sempre esistito e la lirica greca l’ha “inventato”, ne ha rivelato la sua tenerezza, la smagliatura della bellezza, la crudeltà e il piacere dell’amore, il senso della politica e soprattutto, guardando alle periferie dei sentimenti umani, ha saputo slegare l’uomo dalla macchinazione divina, rendendolo protagonista di un labirinto intricato che avrebbe poi aperto la strada alla discussione sulla maieutica con se stessi e con gli altri. La lirica ha cucito un abito addosso a quegli eroi eleganti, in alcuni loro abiti materiali, ma nudi. Nei poeti greci, in particolare in quelli di lingua ionica ed eolica, si avverte forte il senso di un io, che non è solo intimismo, ma anzi bada a costruirsi una sua impalcatura sociale poiché comincia a non esser più tutelato dall’alto. L’io lirico sente la Tyche che qualcun altro sta manovrando, avverte anch’esso la presenza di un’entità superiore più profonda, ma non rinuncia alla natura e il suo agire “epico” questa volta adotta uno stile minimo svolto nella vita quotidiana, perché i campi di battaglia hanno rivelato tutta la loro vanagloria. I poeti edonistici, come in alcuni casi son stati definiti, hanno rivendicato il diritto all’individualità, che si andrà poi ad affiancare alla visione razionale della nascente sophia.
La città educante di Simonide. C’era un poeta bilingue, Simonide, il quale si era formato soprattutto nella poesia dorica dallo stile più duro, ma era provetto anche nei più languidi versi di lingua ionica, già poetica nello stile, come scrisse Giovanni di Sicilia in un suo trattato. Il suo carpe diem ad esempio ha anticipato di parecchio tempo quello ben più noto, ma qui lo si vuol menzionare per aver inventato la città educante nel notevole fr. 90 (nell’edizione West): «La città educa l’uomo». La città educante è un’invenzione greca e per noi contemporanei è diventato un concetto familiare, basti pensare al progetto mondiale che porta questo nome. Simonide probabilmente si era rifatto al proverbio greco secondo cui «l’esperienza è l’inizio della conoscenza» e l’uomo sperimenta il suo essere uomo nelle strade in cui decide di spendere la sua vita, nel migliore dei casi, oppure di farsela scivolare attraverso quelle periferie che pure “istruiscono” (fu Teognide ad affermare per primo che «la miseria forma la persona». Ma in che modo?). Plutarco scrive che la città educa solo quelli che hanno voglia di ricominciare sempre daccapo a essere istruiti, senza stanchezza, a prescindere dall’età e dalle “rottamazioni” (l’operetta di Plutarco, quasi dimenticata, s’intitola Se i vecchi devono governare).
I polpacci storti di Archiloco. L’anticonformista Archiloco così scrive: «Non amo un comandante possente o che stia imponente sui suoi polpacci diritti o vanaglorioso per i riccioli o per la barba ordinata. Ma per me sia pure uno piccoletto e coi polpacci storti, che avanzi però con piede sicuro, pieno di coraggio» (fr. 114 West). Archiloco è un Omero al contrario, uno che si sofferma sulle descrizioni per criticare. Il retore Dione di Prusa lo elogia più di Omero innalzandolo allo statuto d’immortale. Archiloco inventò un’etica del reale, per dirla con una felice espressione del grecista Bruno Gentili, e sosteneva un modello alternativo dove ciò che contava non era l’idea di corporeità, ma la contemplazione di un corpo che andava perdendo un po’ del suo kalos stereotipato. Inneggiava alla vita: «[...] Sapete? Salvai la vita. Dello scudo che m’importa? Ma che vada pure al diavolo, uno più bello me ne comprerò» (traduzione libera fr. 5 West), ma ovviamente, con questa mentalità, quando giunse a Sparta fu cacciato dalla città, racconta Plutarco. Credendo nella vita fragile aveva imparato anche a pregare, chiedendo umile a Efesto: «Sii un alleato benevolo con me e concedimi ciò che sai concedere».
L’ultimo desiderio di Solone. Un accenno lo merita Solone, lo statista poeta, il primo di Atene. Il fr. 18 West escogita un antidoto non solo contro la vecchiaia, ma anche contro il timore, tutto umano, della morte: «Ebbene sto invecchiando, ma sempre tante cose vado imparando». Un’inversione di tendenza verso la tradizionale norma greca dell’eukairia, secondo cui per ogni cosa c’è il suo tempo e il trasgredire renderebbe ridicoli. I vecchi sono paides palin (bambini di ritorno), ma essi, va precisato, hanno più necessità del sapere per poter mettere tutto dentro il sacco prima della fine visto che «ognuno pianta il suo fiore il giorno prima di morire, convinto di vederlo fiorire» (Vecchioni). Secondo lo pseudo Platone, negli Amanti, il filosofare sarebbe proprio quanto afferma Solone: imparare prima di morire. E cosa voleva imparare? Soprattutto i versi di Saffo.
Il Sole 5.7.15
Dallo strappo su Bisanzio a quello con Bruxelles
Sei secoli di incomprensioni con i greci
di Armando Torno


La crisi greca e le recenti discussioni con i vertici politici ed economici Ue richiamano alla mente una vicenda di sei secoli fa, del 1453, quando l’ultimo baluardo dell’impero romano d’oriente, Costantinopoli (oggi Istanbul) e quel poco di territorio avanzato, caddero sotto il dominio turco. Allora non si parlò di bilanci o di debiti, di moneta o di riforme da attuare, ma si verificò una incomprensione continua tra gli ultimi greci, i bizantini e gli Stati europei.
Pensando alla caduta di Costantinopoli sotto i colpi del colto, spregiudicato e traditore di promesse Maometto II, ci si accorge che la storia non si ripete nei dettagli ma sovente offre lezioni che sono subito dimenticate.
Dove stanno le affinità? Bisanzio, simbolo ultimo della Grecia antica, anche allora non rappresentava una potenza economica o militare. Lo storico Fernand Braudel ne diede un'eloquente definizione: era ormai una città isolata, quasi fosse un cuore rimasto vivo in un corpo morto da tempo. Però quel poco territorio, seppure malridotto, era l'ultimo baluardo dell'Occidente contro l'Islam. Le repubbliche italiane e diversi Stati europei ne approfittavano per i loro commerci, i pontefici romani sapevano che – anche dopo lo scisma consumatosi con gli ortodossi – a Bisanzio restava comunque la fede in Cristo, da Mosca giungevano segni d'amicizia. Era poi noto a tutti che la caduta dell'ultimo presidio avrebbe significato avere i turchi, allora intesi come i più forti nemici, nel cuore d'Europa.
Chiunque legga una classica opera come la “Storia dell'impero bizantino” di Georg Ostrogorsky (pubblicata in Italia da Einaudi), potrà trovarvi l'elenco degli innumerevoli tentativi di dialogo tra gli ultimi greci e gli Stati europei: per quasi un secolo fu dato l'allarme da Bisanzio e per lo stesso periodo in Europa si discusse del pericolo recato da un possibile crollo. In due concili, a Ferrara e a Firenze, si parlò a lungo dell'abbraccio tra le due fedi che di fatto avvenne, anche se rimase un atto formale. La Repubblica di Venezia vigilava, come Genova, come gli imperatori greci; anzi, il sedente sul trono Manuele, nel dicembre del 1399 intraprese un viaggio in Europa per sensibilizzare le teste coronate di allora: fu accolto ovunque e giunse sino a Parigi e a Londra. Ma, come sempre, ognuno aveva i propri impegni e si arrivò a quel fatidico aprile 1453 quando, appunto, Maometto II cominciò l'assedio di Costantinopoli.
Anche in quel frangente si fece ben poco. Qualcuno ricordò che le possenti mura rendevano la città inespugnabile, altri – francesi, inglesi – si sentivano lontani, altri ancora cercarono di arrangiarsi dinanzi al possibile disastro. Genova, attenta ai bilanci, consentì che un suo capitano, Giovanni Giustiniani Longo, si recasse già nel gennaio a difesa della città con un contingente ben armato (700 uomini circa, a spese dei bizantini) e, al tempo stesso, si dichiarò neutrale a Pera (oggi è un sobborgo di Istambul, allora una cittadina indipendente). Per un semplice motivo: a Pera i genovesi residenti intrattenevano commerci con i turchi e non avevano alcuna intenzione di interromperli. Venezia riunì alle prime avvisaglie del pericolo il senato e promise l'invio di una flotta. La quale mai arrivò, anzi giunsero soltanto cinque navi: talune fonti riferiscono che furono utilizzate per la fuga da Bisanzio di chi poteva pagare bene. E il Papa? Sul trono di Pietro in quel 1453 sedeva Niccolò V. Non restò insensibile, ma era piccato del fatto che gli ortodossi non si erano di fatto sottomessi alla sua autorità, nonostante invii di cardinali e liturgie officiate con il rito latino. Soltanto alla fine di aprile, con l'assedio in corso, si cercò di armare una flotta; tuttavia a Roma si discuteva se era il caso di intervenire, dato il precipitare della situazione. Una testimonianza di Sant'Antonino da Firenze ci informa però che il pontefice era convinto che i Bizantini si preoccupassero dei propri interessi personali più che di quelli dello Stato e che avrebbero potuto utilizzare le ricchezze a loro disposizione per la difesa, ma non ne avevano intenzione.
E' noto che Bisanzio cadde il 29 maggio del 1453, dopo appelli di ogni genere, anche al popolo da parte dell'imperatore Costantino, morto sugli spalti: talune sue parole assomigliano ai commenti dopo un referendum sul resistere a oltranza. Maometto II entrò a cavallo in Santa Sofia, fedeli e sacerdoti furono passati per le armi, le sante icone fatte a pezzi. L'Europa perdeva l'ultimo baluardo e i turchi si sostituirono ai greci. A Roma si pianse e il 30 settembre la cancelleria pontificia emanò una bolla per indire una crociata. Maometto II fu paragonato a Satana e si ribadì che era assetato di sangue cristiano. Era tardi. Non soltanto per i greci, ormai rovinati. Anche per la crociata.
Corriere 5,7,15
L’ira di Achille o la ragione degli stoici?
di Eva Cantarella


L e abbiamo viste in televisione, nei giorni scorsi, le due anime dei greci, riunite in due piazze a distanza di un kilometro una dall’altra: a Syntagma, piazza della Costituzione, i sostenitori del no al referendum; nel vecchio stadio di Atene costruito per le Olimpiadi del 1896 i sostenitori del sì. In ambedue una partecipazione e una passione, peraltro più che giustificate data la gravità della situazione, di fronte alla quale vien fatto di pensare come sono lontani, i greci di oggi, dal modello di comportamento che ai loro antenati veniva proposto dalla filosofia stoica, secondo la quale per raggiungere la saggezza, e con essa la serenità dell’animo, bisognava liberarsi dalle passioni. Certo, da quel momento sono passati oltre due millenni, ma forse a far dimenticare quegli insegnamenti non è stato il tempo. E’ stata la concorrenza, diciamo così, con un altro modello, ancora più antico, che sembra aver avuto la prevalenza. Quello degli eroi omerici: Achille, in primo luogo, «il migliore degli Achei». Un uomo dominato dalle passioni, un individuo le cui azioni e le cui reazioni non erano determinate dalla ragione. A muoverlo era la menis, un sentimento, una passione che impropriamente, in mancanza di meglio, traduciamo con «ira» — la sua celebre «ira funesta» — ma che era molto di più di questo. Era l’emozione che induceva all’azione, un’emozione che nella società competitiva dell’epoca non consentiva di sopportare imposizioni e limiti alla propria autodeterminazione. Era la spinta che garantiva la libertà, intesa come mancanza di asservimento. In questo momento di grandi passioni, nella Atene di oggi, possiamo trovare tracce di quella menis? E quale spazio vi occupa il logos, l’impronta razionale della filosofia stoica? Il gioco delle identificazioni è aperto: Tsipras come Achille? E come esponente dell’impronta dello stoicismo il sindaco di Atene, Giorgos Kaminis, che in un’intervista ha dichiarato che secondo lui chi voterà per il no lo farà con la pancia, non con la testa? Beninteso, è solamente un gioco .
Corriere 5.7.15
Nemmeno Ettore credeva nei sondaggi
di Apostolos Doxiadis


Ho passato la maggior parte di ieri — l’ultimo giorno di una campagna assurdamente breve per un referendum in stile Repubblica delle banane, che il nostro governo di sinistra e di estrema destra, con l’appoggio dei neonazisti, ci ha voluto imporre — a discutere con tanta gente che si è detta estremamente angosciata per i risultati. Grazie ai miei studi di matematica, mi sono fatto una reputazione, del tutto immeritata, come esperto di previsioni e sondaggi. Di conseguenza, sono stato bersagliato da un’infinità di chiamate di persone — alcune delle quali non sentivo più dalle precedenti elezioni — che mi domandavano: «Che cosa dice la gente? Vincerà il Sì?».
Io mi limito a dare più o meno la stessa risposta, che forse dovrei registrare, per evitare il fastidio di ripeterla qualche altro centinaio di volte fino a domani sera: in poche parole, innanzitutto, fino a questo momento si direbbe una corsa sul filo del rasoio; secondo, i risultati dei referendum sono notoriamente difficili da pronosticare. L’arte del sondaggista, spiego, è saper trasformare un campione di un migliaio di persone prese a caso un dato giorno in un’istantanea rappresentativa dell’intero Paese. Il principale fattore nell’elaborare questa trasformazione, tramite gli strumenti della statistica, si basa sul precedente comportamento elettorale di ciascun elettore campione. In un’elezione, i dati per questo gioco di prestigio si evincono chiedendo a ciascun elettore non solo quello che voterà questa domenica, ma anche quello che ha votato nelle precedenti elezioni. Poi si applicano le formule e si svolgono i calcoli per arrivare al risultato. Però in questo caso particolare la domanda non funziona: l’ultimo referendum greco si tenne 41 anni fa, e la domanda era del tutto diversa. Pertanto, concludo, caro amico in ansia, il sondaggista si ritrova svantaggiato e qualunque previsione che io stesso, o chiunque altro, possa avanzare sarà di scarso valore.
Forse sarebbe meglio citare Omero, chissà. Prima di una nuova giornata di combattimenti, i troiani osservavano il volo degli uccelli, cercando di trarne auspici sulle sorti della battaglia. L’esempio è calzante: le previsioni dei sondaggi sono i nostri attuali auspici. Il valoroso Ettore si fa avanti e si rivolge ai suoi soldati: «Mi dite di aver fiducia negli auspici che leggiamo nel volo degli uccelli dalle grandi ali, ma io non me ne curo affatto, né presto attenzione alla direzione in cui vola l’uccello, se a destra, verso il sole che spunta dall’Alba, o a occidente, verso il calar della notte. Affidiamoci piuttosto alla saggezza del grande Zeus, che regna sui mortali e sugli immortali. C’è un solo segno, che è chiarissimo sopra ogni altro: combattere in difesa della patria».
(Traduzione di Rita Baldassarre)
Corriere 5.7.15
Varoufakis accusa i colleghi: «Terrorismo dai creditori»
di Ivo Caizzi


BRUXELLES Il ministro delle Finanze greco di estrema sinistra Yanis Varoufakis ha accusato di «terrorismo» i leader della Germania e delle istituzioni Ue rappresentative dei creditori. Il ministro delle Finanze tedesco di centrodestra Wolfgang Schäuble ha ipotizzato l’uscita «temporanea» della Grecia dall’euro e il tracollo del sistema bancario ellenico. Varoufakis e Schäuble, che hanno sempre assunto le posizioni estremiste nello scontro tra il governo di Atene e i massimi poteri dell’Ue, non potevano non intervenire alla vigilia del referendum di oggi in Grecia sulle misure di austerità pretese dalla ex troika dei creditori (Commissione europea, Bce e Fmi di Washington).
«Quello che stanno facendo alla Grecia ha un nome: terrorismo — ha attaccato Varoufakis —. Perché ci hanno forzato a chiudere le banche? Per spaventare la gente. E quando si diffonde il terrore, questo è terrorismo». Il ministro greco ha contestato gli scenari catastrofici annunciati dai leader tedeschi e delle istituzioni Ue, che sostengono il «sì» nel referendum. Ha escluso che, nel caso di vittoria del «no» auspicata dal premier greco Alexis Tsipras, la Grecia finisca sull’orlo del tracollo.
«Qualunque sia il risultato del referendum, lunedì ci sarà un accordo, sono sicuro — ha detto Varoufakis —. C’è troppo in gioco, sia per la Grecia che per l’Europa. Se la Grecia precipita si perderanno un trilione di euro. Si tratta di troppi soldi e non credo che l’Europa possa permetterselo».
Schäuble sa che i Trattati Ue non prevedono l’uscita dall’euro. Ma ha di nuovo ventilato questa eventualità, se prevalesse il «no». «La Grecia è un membro della zona euro — ha detto il ministro tedesco —. Se con l’euro o temporaneamente senza l’euro: solo i greci possono rispondere a questa domanda». Ha considerato possibile far fallire banche greche: «Anche se si arrivasse al collasso di alcune singole banche, il rischio del contagio è relativamente ridotto».
Per l’ex segretario del Tesoro Usa Tim Geithner, ragionerebbe così dal 2012. «Schäuble mi disse che secondo molti, in Europa, cacciare i greci dall’Eurozona era una strategia plausibile, perfino desiderabile — ha scritto Geithner nel suo ultimo libro —. La Grexit sarebbe stata sufficientemente traumatica da spaventare il resto d’Europa, spingendola a favore di un forte sistema bancario e una unione di bilancio. Lasciar bruciare la Grecia avrebbe reso più facile la costruzione di un’Europa più forte con barriere più credibili». A Bruxelles da tempo molti ipotizzano che la cancelliera tedesca Angela Merkel, usando il «mai più un’altra Grecia», intenderebbe imporre una riduzione della sovranità nazionale dei Paesi dell’Eurozona con maxi-debito o squilibri eccessivi nei conti pubblici. I 5 presidenti delle istituzioni Ue, Jean-Claude Juncker (Commissione), Donald Tusk (Consiglio dei governi), Mario Draghi (Bce), Jeroen Dijsselbloem (Eurogruppo) e Martin Schulz (Europarlamento), stanno da tempo lavorando sul tema.
Ma l’assenza di precedenti rende imprevedibili le conseguenze di una Grexit. Tsipras è diventato il simbolo dei movimenti contrari all’Europa dei banchieri e delle misure di austerità. Vuole una riduzione del 30% del debito greco e nuovi prestiti per rilanciare l’economia. Accusa i piani con misure di austerità imposti alla Grecia dalla troika dei creditori perché orientati a salvare banche private (soprattutto tedesche e francesi) trasferendo sugli Stati le loro esposizioni elleniche ad alto rischio. E perché avrebbero aggravato la recessione, la disoccupazione e l’impoverimento dei greci fino a livelli da emergenza umanitaria.
I vertici della Germania e delle istituzioni Ue rivendicano il diritto dei creditori a rientrare dei loro prestiti e che questo può avvenire solo attuando riforme strutturali con severe misure di austerità.
Oggi, nel referendum, i greci devono scegliere tra queste due visioni opposte delle politiche economiche e dell’Europa.