domenica 19 aprile 2015

Repubblica 19.4.15
Dario Nardella
“La sinistra sbaglia a gridare al golpe indietro non si torna”
“Ma quali rischi per la democrazia anche in Giappone aspettano le nostre riforme”
intervista di Giovanna Casadio

ROMA «Non c’è nulla da cambiare nelle riforme, l’Italicum è una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, su cui nessuno ha mai avuto da ridire. Il Senato non può tornare elettivo». Dario Nardella, sindaco di Firenze, renziano della prima ora, studi da costituzionalista, è convinto che «a guardare nel merito non c’è ragione di questa drammatizzazione e scontro politico nel Pd sulle riforme».
Sindaco Nardella, si può fare uno scambio tra l’Italicum “blindato” e modifiche all’impianto del nuovo Senato?
«Sarebbe sbagliato immaginare di barattare la riforma costituzionale con la legge elettorale. Sono due aspetti collegati ma ben distinti».
Però cambiamenti al testo di riforma costituzionale non sono esclusi?
«Intanto penso che vi siano aspetti cruciali della riforma del Senato che se si modificassero, annullerebbero la riforma stessa. Mi riferisco ai capisaldi del Senato non elettivo, quindi nessuna indennità ai parlamentari, che non fa male di questi tempi; l’esclusione del voto della fiducia; la differenza di competenze ».
Renzi tuttavia apre sulla riforma del Senato, la ministra Boschi no. C’è una certa confusione?
«No, non vedo confusione. Le aperture sono sulle modalità di formazione del Senato, come ha spiegato anche Ettore Rosato. Ma non si può mettere in discussione la non elettività, sarebbe come rimettere le lancette dell’orologio all’indietro di due anni ».
Per la minoranza dem l’accoppiata Italicum-nuovo Senato è pericolosa.
«Dove sono questi rischi per la democrazia? Da sindaco osservo che la nuova legge elettorale si ispira pragmaticamente al modello elettorale più efficace che abbiamo in Italia ovvero quello dei Comuni, introdotto nel 1993. Ci siamo dimenticati le continue crisi e l’instabilità dei Comuni prima di allora? In questi anni nessuno ha mai urlato al golpe eppure l’Italicum assomiglia notevolmente al sistema elettorale comunale. L’anomalia rispetto agli altri paesi europei non sono le due riforme ma l’attuale sistema italiano».
Una trattativa con i dissidenti è possibile?
«Non la metterei in questi termini. La discussione è cominciata da tempo. Altro che poco dibattito. Inoltre il testo approdato alla Camera contiene già molte concessioni come quella delle preferenze».
Non ce ne è bisogno di altre?
«Tutte le richieste ragionevoli sono state accolte. Ora alla vigilia del voto finale ogni tentativo di modifica rilevante sortirebbe l’unico effetto di bloccare la riforma elettorale. Questa legge prima ancora che per il Pd è un test per la credibilità dell’Italia. Sono appena tornato dal Giappone e mi sono reso conto che c’è una aspettativa verso le riforme istituzionali italiane tanto quanto verso quelle economiche. Spero che si sdrammatizzi. Arrivare in porto sarà una vittoria di tutti i dem, minoranze incluse».
La fiducia sulla legge elettorale sarebbe una forzatura?
«Non è esclusa dalla Costituzione, ma certo è una extrema ratio».
Le dimissioni di Speranza da capogruppo vanno respinte?
«Penso che il suo gesto meriti rispetto massimo, anche se resto convinto, conoscendolo, avrebbe potuto continuare a dare un aiuto decisivo».
Il Pd rischia scissioni?
«Non voglio neppure pensarlo »
Repubblica 19.4.15
“L’Italicum è urgente” Boschi evoca la fiducia, alt di Ncd e Scelta civica
La ministra frena sulle modifiche alla riforma del Senato
E Bersani attacca Renzi anche per l’elogio del modello Usa
di Alberto D’Argenio

ROMA A poche ore dal termine per la presentazione degli emendamenti in Commissione a Montecitorio e a meno di una settimana dall’approdo in aula, monta la tensione sull’Italicum, legge elettorale che spacca il Pd tra renziani, che non la vogliono modificare, e minoranza, che chiede cambiamenti. Lo scontro converge sulla possibilità che il governo ponga la fiducia per il definitivo via libera della legge elettorale. Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi afferma: «È prematuro parlare di fiducia». Anche se poi aggiunge che il voto blindato viene usato «per i provvedimenti centrali per il governo e il Paese e sicuramente l’Italicum lo è. Vedremo nelle prossime settimane, è l’ultima soluzione possibile per il governo». Parole che mettono in allarme la minoranza dem e gli altri partiti di maggioranza. L’ex ministro Maurizio Lupi, capogruppo del Nuovo Centrodestra, afferma: «Credo sia giusto evitare la fiducia e chiediamo un atto di coraggio da parte di tutti i gruppi perché si eviti anche il voto segreto, si misuri se il Pd e la maggioranza ci sono altrimenti constateremo che così non è». Il segretario di Scelta Civica, Enrico Zanetti, aggiunge che «la legge elettorale non è invotabile ma migliorabile, porteremo avanti a viso aperto i nostri emendamenti senza logiche di voto segreto ma non accettiamo neanche che si parli di fiducia». Intanto con l’avvicinarsi delle votazioni in commissione Affari costituzionali torna il tema della sostituzione dei rappresentanti della minoranza democratica in favore di deputati vicini a Renzi. Il dissidente Alfredo D’Attorre spiega che «diversi di noi hanno già presentato emendamenti, a chi mi ha chiamato ho spiegato che i miei li difenderò e che non chiederò la mia sostituzione. Naturalmente riconosco che il gruppo può assumersi la responsabilità di sostituirmi ». Intanto l’ex segretario Pierluigi Bersani con un solo post su Facebook critica tanto Renzi, che nella bilaterale con Obama ha indicato gli Usa come modello di riferimento, quanto Marchionne, numero uno di Fiat: «Chi pensa sia meglio somigliare nei rapporti sociali agli Stati Uniti piuttosto che alla Germania non ha capito come è fatta l’Italia, Paese nel quale puoi trovare imprese capaci di esportare le tasse e di importare i modelli contrattuali».
Il Sole 19.4.15
Gli oppositori di Renzi nel segno della nostalgia
di Luca Ricolfi

L’altra sera ho guardato Servizio Pubblico, il programma televisivo di Santoro. C’era Bersani, ospite unico, e unico vero leader anti-Renzi dentro il Pd. Ad intervistarlo, oltre a Travaglio e Santoro, altri tre big dell’informazione: Lucia Annunziata (Huffington Post), Enrico Mentana (La 7), Mario Giordano (Tg 4).
Devo dire che è stato molto istruttivo, almeno per me. Intanto, perché non ho assistito a una rissa, ma a un dialogo civile, con molto spazio per le domande e le risposte: a ben pochi leader politici, e in rarissime circostanze, è concesso avere tanto spazio e tanta rispettosa benevolenza in Tv. E poi perché credo di aver capito meglio perché Renzi resta, per ora, saldamente al comando della politica italiana.
Bersani ha passato quasi tutto il tempo a parlare di riforma elettorale e riforma costituzionale, evocando “rischi per la democrazia” nel caso passino le riforme di Renzi, e deplorando il disinteresse dei mezzi di informazione per il tema del cambiamento delle regole. Pochissime parole, invece, sono uscite dalla sua bocca sui grandi temi di politica economica, come crescita, conti pubblici, occupazione.
Ascoltandolo, a me è tornata in mente la famosa esclamazione di Nanni Moretti, “con questi dirigenti non vinceremo mai!”, ma capovolta e adattata ai tempi: “se questi sono gli oppositori, Renzi governerà per sempre”. Con questo non voglio dire che le riserve di Bersani, di Scalfari e di tanti altri su legge elettorale e riforma della Costituzione siano infondate. Tutt’altro. Quel che trovo sorprendente è che l’opposizione a Renzi, sia dentro il Pd sia fuori di esso, sia così fuori bersaglio.
La minoranza Pd, dopo aver perso (e malamente combattuto) la battaglia sul Jobs Act, si concentra sulla legge elettorale, un tema che lascia indifferente la maggior parte delle persone normali, mentre è enormemente sopravvalutato dagli addetti ai lavori, quasi che il disastro italiano fosse il frutto non voluto di cattive regole del gioco, anziché l’ovvia conseguenza di una classe dirigente e di un’opinione pubblica non all’altezza delle sfide del nostro tempo.
Il sindacato ripropone stanche ricette, come la difesa ad oltranza dell’articolo 18 e l’aggressione ai patrimoni dei ricchi. La Lega rispolvera l’antico cavallo di battaglia della lotta contro criminalità e immigrazione. Il Movimento Cinque stelle cavalca tutti gli scetticismi anti-Europa e anti-euro, e ripropone le sempiterne ricette assistenziali (reddito di cittadinanza). Quanto a Forza Italia, gli sforzi di Brunetta di usare i numeri e la ragione impallidiscono di fronte alle mille faide interne di un partito in disfacimento.
In un modo o nell’altro, gli oppositori di Renzi hanno lo sguardo immancabilmente rivolto al passato. Non amano Renzi, ma in cuor loro pensano che “si stava meglio quando si stava peggio”. La loro cifra è la nostalgia.
Possono avere anche ragione, su tanti punti, e forse persino in generale: sono innumerevoli le cose che un tempo funzionavano decentemente, e ora non funzionano più. Ma il punto è che il mondo è cambiato, molto cambiato, e qualsiasi soluzione deve misurarsi con i problemi di oggi. Se Renzi appare invincibile, e a qualcuno può far l’impressione di un dittatorello, non è per la sua presunta arroganza, spregiudicatezza, brama di potere, vanità, incapacità di ascolto, ma semplicemente perché l’opposizione è ancora prigioniera del Novecento, incapace di prendere atto che siamo nel XXI secolo, ed è con i nodi del nostro tempo, non con quelli del tempo che fu, che la politica è chiamata a fare i conti.
Si potrebbe concludere: poco male. O, se preferite, berlusconianamente: “meno male che Matteo c’è”. Dopotutto, se Renzi sta facendo le cose giuste, è un bene che l’opposizione sia incapace di contrastarlo.
Per certi versi è così, perché Renzi sta affrontando nodi e problemi che marcivano da decenni, e alcuni cambiamenti introdotti dal suo governo sono un progresso rispetto al passato. Il Jobs Act è meglio di quel che c’era prima, e la detassazione di salari e profitti va nella direzione giusta. Chi sogna di tornare indietro su queste cose non è un’alternativa credibile a quel che c’è.
Ma per altri versi la mancanza di un’opposizione non è un bene. Non solo perché il potere senza limiti, pesi e contrappesi può costituire «un rischio per la democrazia», come dicono i critici del premier, ma perché non è affatto detto che questo governo sia all’altezza dei problemi dell’Italia di oggi. Fra il racconto che Renzi e i suoi riservano a mass media spesso ancora ipnotizzati dalla sua ascesa e la realtà del Paese c’è un fossato notevole. Un fossato, ad esempio, fra i numeri detti e sbandierati nelle slide e i numeri non detti dell’economia.
Perché alle tasse che scompaiono, e vengono evocate nelle conferenze stampa, si affiancano nuove tasse che invece compaiono, e su cui si preferisce sorvolare. Perché l’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato è bilanciato dall’aumento delle cessazioni, nonché dalla diminuzione delle assunzioni a tempo determinato. Perché l’occupazione, che aveva timidamente ripreso a crescere un anno fa, ora è di nuovo ferma. Perché da mesi si ipotizza una formidabile spinta al Pil dovuta a prezzo del petrolio, cambio euro-dollaro e Quantitative Easing, ma nel Documento di Economia e Finanza il governo prevede un impatto minimo, molto inferiore a quello atteso per gli altri paesi dell’Eurozona. Perché il debito pubblico continua imperterrito la sua corsa (più di 5 miliardi al mese), esattamente come prima. Perché il pareggio di bilancio, oggi come in passato, viene spostato all’anno dopo, o ancora più in là. Perché, con i conti pubblici in disordine e la bomba dell’aumento dell’Iva ancora da disinnescare, ci si balocca sull’impiego di un “tesoretto” che è solo un artifizio contabile. Perché l’interposizione pubblica (tasse + spesa) aumenta, e lo Stato non accenna ad allentare la sua presa. Perché il ministro dell’economia dice quello che qualsiasi persona al posto suo direbbe in questo momento (l’Italia è «ben protetta da qualunque shock che potrebbe arrivare»), ma gli indicatori sui rendimenti dei titoli di stato dicono che venerdì scorso, con il ritorno dell’allarme sulla Grecia, la vulnerabilità relativa dei conti italiani rispetto a quelli degli altri paesi dell’euro ha toccato il massimo storico.
Insomma, di spazio per un’opposizione moderna e costruttiva ce n’è anche troppo. Se non viene occupato, non è certo colpa dell’autoritarismo renziano. Semmai vale il contrario: l’accusa di autoritarismo rivolta al premier è una proiezione dei suoi avversari, il segno inequivocabile di un’opposizione che non riesce a fare il suo mestiere.
Repubblica 19.4.15
Lo spettro crisi nei voti segreti
Speranza: Matteo rischia grosso
di Goffredo De Marchis

ROMA Quando Renzi incontrerà Roberto Speranza, domani o dopodomani, dovrà scoprire le carte sulla legge elettorale. La minoranza, ormai guidata dal capogruppo dimissionario, è ferma sulle sue posizioni. La proposta è sempre la stessa: facciamo due piccole modifiche all’Italicum e il Pd garantisce una blindatura al Senato in modo da approvarlo a luglio. Speranza continua a ripetere ai suoi amici: «Il documento dei 21 senatori in mio sostegno dovrebbe essere una garanzia per Matteo. Significa che il nuovo testo non avrà problemi a Palazzo Madama. Secondo me stavolta il premier sta facendo la scelta sbagliata ».
Questa scelta consiste nel legare il secco no a modifiche sulla legge elettorale all’apertura, ancora da definire, sul Senato. «Il governo può prendere un’aspirina facendo minime correzioni all’Italicum e sceglie invece la strada del Senato elettivo che è come un intervento a cuore aperto — è il ragionamento di Speranza con i parlamentari di Area riformista — . Non so se funzionerà ». Invece è proprio questa l’offerta del segretario ai dissidenti. La sua base di trattativa.
Il premier pensa di poter alimentare ulteriormente le divisioni interne alla minoranza, garantendosi un avvicinamento più tranquillo al momento del voto e rispondendo all’obiezione di un assetto costituzionale senza contrappesi efficaci. Per questo vuole dialogare con Speranza, con Cuperlo e con Bersani. Ma non è detto che l’ex segretario accetterà un incontro. Durante il pranzo con Vasco Errani e nel successivo incontro con Renzi fuori dal ristorante, mercoledì scorso, Bersani ha spiegato al premier che in caso di dimissioni da capogruppo, Speranza sarebbe diventato l’interlocutore per la minoranza. Ovvero, l’interlocutore unico. «Non mi faccio intrappolare nello schema di Renzi. Lui che tratta con la vecchia guardia. C’è Speranza che parla per tutti. È pure più giovane di lui», avverte l’ex segretario.
Renzi insomma si prepara a dialogare con tutti, a cominciare dal Pd. Cuperlo ha 20 deputati, Pippo Civati 4, Rosy Bindi altri 4, Area riformista 80. Questa componente, la più numerosa, vive un conflitto interno. Molti non sono disposti a seguire la linea oltranzista fino in MARCIA M5S PER IL REDDITO MINIMO “780 euro per chi non ha lavoro, partecipare è un fatto di civiltà”. Beppe Grillo annuncia la data della marcia per il reddito di cittadinanza: si svolgerà il 9 maggio da Perugia ad Assisi fondo. Però le dimissioni di Speranza sono un segnale anche per la corrente. Il momento di rendersi autonomi e di pesarsi in vista del congresso prossimo venturo (comunque molto lontano) è arrivato. Il premier perciò monitora le convulsioni dell’opposizione dem, senza rinunciare alla sua diffidenza. Palazzo Chigi fa sapere infatti che la fiducia sarà quasi obbligata. Lo confermano le parole del ministro Boschi. I rischi sono alti, ma il gioco vale la candela.
La questione di fiducia verrà posta una volta sola, ma per garantire il risultato i deputati dovranno passare nelle cabine allestite in aula almeno tre volte, dicono i tecnici. Le opposizioni si sono organizzate per non offrire una sponda a Renzi.
Gli emendamenti saranno 40-50 non di più. Nessuno farà ostruzionismo evitando di giustificare la mossa renziana. A quel punto il voto di fiducia scatenerà una bagarre in aula. I grillini sono già attrezzati. E aumenterebbe il disagio di molti dem. Disagio che potrebbe scaricarsi sul voto finale al provvedimento, su cui la fiducia non si può porre e che sarebbe segreto.
L’alternativa è affrontare le forche caudine di alcune votazioni segrete. In caso di successo, Renzi ne uscirebbe più forte di prima. Ma i numeri sono ballerini. Il problema non sono soltanto i dissidenti Pd. Alla Camera, Scelta civica, precipitata nei consensi elettorali, conta su 25 deputati. Il segretario Enrico Zanetti presenterà degli emendamenti e dice no alla fiducia. I ribelli dem raccontano che i renziani stanno avvicinando alcuni onorevoli di Sc. Soprattutto quelli che potrebbero essere interessati, in futuro, a un contenitore politico più grande: Alberto Bombassei, Stefano Dambruoso, Valentina Vezzali, Andrea Mazziotti di Celso. Ma uscite dell’ultimo minuto vengono escluse da tutti: Scelta civica rimarrà unita.
Sono malignità, probabilmente, ma raccontano di un clima di tensione. Che nelle prossime ore potrebbe avere un nuovo attore. Enrico Letta infatti torna a farsi sentire nel dibattito pubblico attraverso il suo libro “Andare insieme andare lontano”. Stasera sarà ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Raitre. Ma in questi giorni caldissimi per la legge elettorale, i suoi interventi televisivi si moltiplicheranno così come le presentazioni ufficiali. E non potrà parlare solo del libro. Dice una deputata amica dell’ex premier: «Enrico si sta preparando al Big Bang della politica italiana».

La Stampa 19.4.15
L’Italicum è il male minore
di Giovanni Orsina

Alla fine di questo mese la Camera dei deputati comincerà l’esame della legge elettorale che il Senato ha già votato, e sulla quale il Partito democratico si è profondamente diviso nei giorni scorsi. In questo articolo cercherò di spiegare per quali ragioni, a mio avviso, l’approvazione di quella legge sia per il nostro Paese il male minore.
Alla proposta di riforma è stato dato il soprannome di «Italicum». È un nomignolo sbagliato: se proprio vogliamo continuare a usare il «latinorum» per battezzare i sistemi elettorali (un’idea di Giovanni Sartori, e non certo fra le sue migliori), questo in realtà dovremmo chiamarlo «Prorenzum».
Un importante premio di maggioranza alla lista, che soltanto il Pd potrebbe sperare di cogliere al primo turno; un eventuale ballottaggio al quale, con Renzi, a tutt’oggi arriverebbe un grillino; la possibilità di designare dall’alto una quota importante di parlamentari; una soglia di sbarramento modesta, tale che l’opposizione ne uscirebbe con ogni probabilità frammentata e impotente.
Questa legge è un abito tagliato su misura per il presidente del Consiglio.
E non basta. L’approvazione della riforma, perfino a prescindere da suoi contenuti, renderebbe Renzi politicamente ancora più forte. Là dove al contrario, e soprattutto, la sua bocciatura lo indebolirebbe non poco. Poiché questa è la posta in gioco, si capisce allora perché nel Partito democratico e fuori di esso sia venuta montando l’opposizione: se il divario di potere fra il presidente del Consiglio e gli altri soggetti politici, che è già amplissimo, continua a crescere, poi a quello chi lo prende più? Conviene cercare di fermarlo, o almeno di mettergli delle condizioni, adesso.
Ma se così stanno le cose – si dirà – non bisognerebbe allora giungere alla conclusione che questa riforma dev’essere respinta come il peggiore dei mali? E perché all’inizio di questo articolo s’è detto invece che la sua approvazione sarebbe il male minore? La risposta breve a queste domande è che le alternative appaiono ancora peggiori. Una risposta più articolata richiede che quelle alternative siano considerate con un po’ di attenzione.
La prima possibilità è che, con un gioco di navetta fra Camera e Senato, la legge sia infine approvata in una forma diversa dall’attuale. La seconda è che si vada al voto col sistema proporzionale che la Corte costituzionale ha creato nel momento in cui ha dichiarato illegittima la legge Calderoli. Ora, nulla vieta di sperare che, se dovesse verificarsi il primo caso, sia approvata una riforma migliore dell’attuale. E che, se dovesse invece verificarsi il secondo, si apra infine una legislatura costituente: eletta con la proporzionale, come le legislature costituenti dovrebbero, e dotata d’una legittimità senz’altro maggiore di quella del parlamento attuale, che è nato da un’elezione incostituzionale.
Nulla vieta di sperarlo, però quasi tutto spinge con forza a dubitarne. Basta dare un’occhiata alle scene a dir poco surreali cui stanno dando vita le elezioni regionali, e non certo soltanto a destra: scissioni, sconfessioni e ricomposizioni; alleanze a geometria variabile; candidati d’uno stesso partito o schieramento l’un contro l’altro armati; governatori uscenti che si ripresentano col sostegno dello schieramento opposto a quello col quale hanno governato finora; elezioni primarie contestate e delegittimate; impatto destabilizzante delle questioni giudiziarie. Questo non è certo il quadro di un sistema partitico che sia in grado di decidere alcunché. Al contrario, è il quadro d’un sistema partitico in avanzatissimo, e chissà se reversibile, stato di decomposizione. E che infatti – per chi se ne sia dimenticato – gira da anni a vuoto intorno alla riforma elettorale e a quella costituzionale.
L’approvazione del «Prorenzum» genera il timore, nient’affatto infondato, che il presidente del Consiglio diventi troppo potente. Il suo fallimento lascia sperare che possano essere trovate soluzioni più equilibrate. A mio avviso, però, oggi in Italia il pericolo della paralisi decisionale è assai più prossimo e grave di quello dell’eccesso di autorità; e, date le condizioni di drammatica balcanizzazione politica, soluzioni alternative avrebbero scarsissime probabilità di materializzarsi. Da qui la convinzione che questa riforma elettorale rappresenti per l’Italia il male minore. Alla quale si aggiunge la speranza che, col tempo, un assetto istituzionale un po’ più solido promuova la nascita, in forme che oggi è difficile prevedere, di un’opposizione degna di questo nome.
Repubblica 19.4.15
Col suo viaggio il nostro premier porta a casa due corone
Renzi ha dato truppe in Afghanistan e un freno a Draghi sul cambio euro-dollaro
Da Obama ha avuto ornamenti di cartone
di Eugenio Scalfari

DEBBO dire che in certe cose, in certe situazioni e in certi incontri Matteo Renzi è di fantastica bravura. Anche i suoi avversari politici dovrebbero riconoscerlo e credo che lo sappiano ed auguro loro che ne tengano conto. L’ha dimostrato quando incontrò per la prima volta Angela Merkel e poi Putin; infine l’altro ieri quando ha passato l’intera mattinata e poi il pranzo e ancora il primo pomeriggio con Barack Obama alla Casa Bianca. Gli ha perfino portato in regalo una cassa di vino d’annata. Toscano naturalmente. Immagino fosse un Brunello di Montalcino.
Angela Merkel, Putin, Obama. Su di loro ha fatto colpo e l’hanno trattato come un grande statista e l’Italia da lui guidata come un grande Paese. Che cosa ha ottenuto in cambio? Quasi nulla o nulla del tutto, ma ha avuto in cambio qualche cosa che a lui più di tutto importava: un riconoscimento da rivendicare in patria. E vi pare poco?
Del resto Silvio Berlusconi ai suoi tempi fece altrettanto. Anche lui all’inizio sedusse la Merkel e fece con lei perfino un passo di danza. Di Putin diventò addirittura socio oltreché amico intimissimo. Fecero affari insieme sul gas russo, fecero insieme il bunga bunga in una dacia assai accogliente, passarono insieme i rispettivi compleanni e quando, dopo la sentenza della Cassazione, volle essere autorevolmente confortato, Silvio volò a Mosca dove il confortatore lo accolse al Cremlino. Ma parliamo anche della sua amicizia per George W. Bush: fece entrare l’Italia in guerra contro l’Iraq insieme a lui, andò più volte a trovarlo a Washington e nel luglio del 2003 a Crawford in Texas nella residenza di campagna del presidente.
CHE cosa ottenne l’Italia da questo vasto ventaglio di amicizie di Silvio? Assolutamente nulla, ma lui se ne infiocchettò l’abito da premier sontuosamente. Purtroppo (per lui) dopo le sue sfortunate vicende giudiziarie la Merkel lo scaricò del tutto e gli altri governanti europei fecero altrettanto, al punto che evitarono di farsi fotografare in sua compagnia nelle riunioni internazionali. Avevano capito prima di noi italiani che la sua strada era finita.
Da questo punto di vista Matteo è molto più bravo di lui e col bunga bunga non ha nulla da spartire. Non possiede aziende private, non ha conflitti di interesse. Silvio sperava che fosse il suo erede al potere ma ha fatto un errore: non ha accettato la candidatura di Mattarella. Comunque Renzi non lo abbandonerà, farà in modo che abbia onorata sepoltura (politica ovviamente) e prenderà da lui parecchi voti di ex forzisti in cerca d’autore.
E questo è quanto. Ma ora vediamo che cosa veramente è accaduto a Washington a parte i complimenti reciproci, le pacche sulle spalle e il Brunello di Montalcino.
***
Obama l’ha complimentato per le riforme che Renzi ha compiuto. Non ha detto quali. Si è complimentato anche per la sua battaglia per la crescita economica in Europa, che però non è affatto venuta. In aggiunta a questi complimenti Obama si è però lamentato perché l’euro è troppo debole e rende difficili le esportazioni americane su tutta l’area europea. Renzi ha incassato il rimprovero rispondendo che vedrà quel che potrà fare. In che senso? Veramente il nostro premier non vorrebbe consolidare la rivalutazione del dollaro di fronte alla moneta europea? L’autore di quel mutamento del cambio è Mario Draghi che sta lavorando per il bene dell’Europa e quindi dell’Italia.
Poi il discorso è passato alla Russia. Poche settimane fa Renzi aveva promesso a Putin un intervento per far togliere le sanzioni economiche contro la Russia. Obama ha invece detto a Renzi che sarebbe un errore gravissimo togliere quelle sanzioni che semmai dovrebbero essere aumentate. Piglia e porta a casa.
A pranzo il discorso si è spostato sulla Libia. Obama tra un bicchiere di Brunello e l’altro ha detto che in Libia gli Usa non intendono intervenire e tantomeno fornire armi ed aerei al governo libico (che di fatto non esiste). Ha detto che bisogna pacificare le tribù e che questo compito spetta senz’altro all’Italia. Quindi l’ha incoronato negoziatore principale della pace in Libia. Naturalmente incoronare qualcuno senza avere la corona da calcargli sulla testa non costa nulla ed è quello che ha fatto Obama. La corona in questo caso ce l’ha l’Onu e sembra difficile che l’Onu la metta in testa ad un italiano che per di più rappresenta un Paese che ebbe la Libia come colonia dal 1911 al 1942, dopo la sconfitta di El Alamein.
Obama lo ha simbolicamente incoronato come leader dell’Europa (altra corona che Obama non possiede), ma a scanso di equivoci ha ricordato che gli Usa hanno un rapporto con la Germania che non può e non deve essere indebolito.
Infine Obama ha preso atto con piacere che le truppe italiane dislocate in Afghanistan resteranno in quel Paese ancora un paio di anni mentre quelle americane stanno già rientrando in patria.
Insomma: chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Renzi ha dato truppe in Afghanistan e possibilmente un freno a Draghi sul cambio euro-dollaro. Ha dato anche il suo appoggio al trattato commerciale Usa-Ue attualmente in discussione. In contropartita ha avuto due corone di cartone. Su quelle due Renzi torna a Roma felice e contento. Giornali e televisioni hanno già cominciato a suonare a festa e continueranno. Mi viene in mente la canzone “Madonne fiorentine” quando dice che «Madonna Bice non nega baci/ baciar le piace, che male fa?». Infatti, che male fa mettersi in testa due corone di cartone e far credere che sono d’oro massiccio e ingioiellato. *** Tornato in Italia Matteo (che Giuliano Ferrara non a caso chiama “Royal baby”) comincerà col respingere e far respingere all’unanimità dalla direzione del Pd le dimissioni di Speranza da capogruppo dei deputati del partito. Speranza accetterà quel voto o insisterà nelle dimissioni? Per ora l’interessato ha detto che insisterà ma ha anche spiegato il perché: vuole trattare un compromesso accettabile per tutte e due le parti in causa. E qual è il compromesso? Un cambiamento della riforma del Senato in seconda lettura in Parlamento: elezione diretta dei senatori e voto compatto dei dissidenti sulla legge elettorale.
È possibile questo do ut des? Sembrerebbe di no. Secondo la legge vigente le materie già approvate dalle Camere nella prima lettura della legge costituzionale non possono essere più emendate in seconda lettura. Le cose stanno esattamente così, salvo che c’è un impensabile calembour cui appigliarsi: nella prima lettura una Camera ha votato che «i senatori saranno votati nei Consigli regionali» e l’altra Camera ha votato che «i senatori saranno votati dai Consigli regionali». Il significato è identico ma la forma è diversa.
È un appiglio valido che consente un mutamento sostanziale? La risposta sulla base dei regolamenti parlamentari spetta al presidente del Senato. Grasso non è persona che gioca alle quattro carte; in materia di legge e di procedure ha speso tutta la sua vita e perciò la sua risposta, ove fosse necessaria, sarà motivata in modo sicuramente accettabile, quale che sia.
Ma se fosse negativa? Allora mancherebbe la contropartita al voto unanime sulla legge elettorale. E allora Renzi che farà? Metterà la fiducia su quella legge? È avvenuto una sola volta, la mise De Gasperi sulla cosiddetta legge truffa del 1953. Ma in quel caso la sostanza era completamente diversa: il premio scattava soltanto nel caso che ci fosse in Parlamento una maggioranza assoluta del 50 per cento più uno. Solo allora scattava il premio per accrescere la governabilità. Comunque quella legge fu battuta nonostante la fiducia. Figurarsi qui e ora.
Perciò il problema resta apertissimo su come si comporteranno i dissidenti del Pd. Per loro il tema è se osservare la disciplina di partito o non accettarla se sono convinti che quella legge è un passo assai pericoloso verso un governo autoritario. Sta a loro rispondere e decidere come comportarsi.
***
Una parola sulle decisioni di Marchionne di associare i lavoratori della Fiat agli utili dell’azienda; qualora quegli utili ci siano spetterà a lui di stabilire l’entità del premio e la sua ripartizione tra i dipendenti.
Tutti i sindacati hanno plaudito salvo la Fiom-Cgil che parla di esproprio dei poteri sindacali. Sembra un’opposizione più corporativa che sindacale. In parte lo è, ma in parte no. Infatti in quasi tutte le aziende esiste un “premio di rendimento” che le imprese discutono con le rappresentanze sindacali, le quali trattano sull’entità del premio (sempre che un profitto ci sia stato), sulla sua ripartizione ed anche su problemi connessi alle condizioni di lavoro nel comune interesse dell’impresa e dei lavoratori.
Dunque non è l’imprenditore che decide da solo, ma l’interlocutore sindacale è allo stesso tavolo e si arriva ad una decisione comune.
A me sembra che questo metodo sia buono e che comunque il profitto sia di comune utilità; senza di esso la discussione si dovrebbe spostare sui sacrifici da compiere, sia dall’una che dall’altra parte e questo è il massimo di un capitalismo democratico e di un sindacalismo riformista.
Post scriptum. La settimana che si apre domani si concluderà sabato prossimo con la ricorrenza del 25 aprile, festa della Resistenza contro il nazifascismo.
Questa festa fa parte della storia d’Italia, dal Risorgimento in poi. Quel movimento ebbe molte ombre e contemporaneamente molte luci. Le figure più rappresentative, molto diverse tra loro ma tutte votate alla fondazione dello Stato unitario e democratico, furono soprattutto tre: Mazzini, Cavour, Garibaldi.
La Resistenza fu una pagina di grande riscatto e anch’essa ebbe molte figure e apporti ideali e politici assai diversi: liberali, comunisti, monarchici, liberal-socialisti, socialisti. Ma il fine era comune e fu sancito dalla Costituzione che tuttora ci detta le regole di comuni principi di democrazia, libertà ed eguaglianza politica e sociale.
Per ciò concluderò con le parole con le quali il presidente Mattarella ha concluso due mesi fa il suo discorso di insediamento al Quirinale: «Viva la Repubblica, viva l’Italia».
Repubblica 19.4.15
“Pse, nuovo nome: non socialista ma democratico”
La confidenza di Renzi a Obama: bisognerebbe cambiare la sigla al partito in Europa, sostituendo l’aggettivo
L’idea di stringere sempre di più i legami con Washington anche in vista della candidatura di Hillary Clinton
di Francesco Bei

WASHINGTON Da socialisti a democratici. Una rottamazione delle vecchie socialdemocrazie, ecco il sogno nel cassetto di Renzi. E se i nomi, come insegnava Giustiniano, devono corrispondere alle cose, per il premier italiano anche il Partito socialista europeo un giorno dovrebbe cambiare sigla alla ditta. Assumendo l’aggettivo «democratico » al posto di «socialista».
Il progetto renziano è uno di quelli a lunga gittata, destinando peraltro a scontrarsi con storie lunghe e onuste di gloria come quelle dei socialdemocratici tedeschi o dei socialisti francesi. Ma Renzi ha intenzione di gettare il sasso nello stagno. Anzi, l’ha già iniziato a fare venerdì alla Casa Bianca, parlando con il leader che ritiene politicamente molto più affine rispetto ai cugini socialisti europei: Barack Obama. «Un giorno – ha confessato Renzi a Obama – mi piacerebbe chiamare il nostro partito, i socialisti europei, partito democratico».
Ora l’idea di una trasposizione europea dell’esperienza italiana non è per la verità nuovissima. Anzi, una parte non irrilevante delle lacerazioni all’interno del vecchio Ulivo aveva proprio l’approdo europeo come terreno di battaglia. «Non moriremo socialisti». «Il partito socialista è la nostra casa». Contrapposizioni che oggi sembrano provenire dal Pleistocene, come le ossa di Pterodattilo, ma un tempo tra Ds e Margherita si litigava anche su questo, sull’adesione o meno all’Internazionale socialista o al Pse. Con il paradosso - il che la dice lunga sull’approccio post-ideologico di Renzi – che fu proprio all’inizio del mandato del nuovo segretario, un anno fa, che il Pd approdò finalmente dentro la famiglia dei socialisti europei. Che iniziò a cambiare nome proprio al congresso di Roma, prima delle ultime europee, assumendo la denominazione «democratici» accanto a quella di «socialisti». Su proposta di chi? Dell’allora renzianissima responsabile esteri del Pd, Federica Mogherini, oggi assurta al vertice della politica estera Ue. Dopo quella prima vittoria la battaglia, anzitutto battaglia culturale, continua. «Noi italiani – spiega Enzo Amendola, nuovo responsabile esteri dem – insieme ai laburisti inglesi siamo quelli che più spingono per creare un legame forte con il partito democratico americano. Vogliamo una relazione stabile, un foro permanente di consultazione, anche perché per ora – a parte qualche singola iniziativa – manca del tutto un’organizzazione comune tra i partiti delle due sponde dell’Atlantico».
Dunque la direzione di marcia è questa, stringere sempre di più i legami tra socialisti europei e democratici Usa. Ma non si parla soltanto di aggettivi o di sesso degli angeli, ci sono anche importanti ricadute pratiche in questo rafforzamento della sponda atlantica tra lab e dem. Ad esempio la discussione in corso sul Ttip, il Trattato di commercio Usa-Ue, ancora fortemente contrastato in seno al Pse da parte dei socialdemocratici tedeschi e socialisti francesi. Un dibattito che vede invece Renzi e il Pd molto favorevoli alla firma del Trattato per le ricadute positive che potrebbe avere sul Pil e sull’export italiano.
La prossima tappa sarà il congresso del partito socialista europeo in calendario il 13 giugno in Ungheria. La suggestione che circola al Nazareno è quella di un intervento di Renzi dal palco del congresso, per lanciare l’idea di un’apertura ai democratici Usa proprio in vista della campagna elettorale che potrebbe portare Hillary Clinton alla presidenza. «Vorrei un’unica famiglia progressista », confida il premier italiano. Un’internazionale dei democratici e dei socialisti. E intanto il nuovo nome?
Corriere 19.4.15
«La Ue non sia indifferente Salvare le vite è la priorità»
Boldrini: intesa con i presidenti delle Camere europee su crescita e migranti
Gli interventi sulla Carta? Spero che ne esca un Parlamento rafforzato
intervista di Monica Guerzoni

ROMA « La legge elettorale e la riforma del Senato sono provvedimenti ancora in itinere. Il mio augurio è che da tutto questo lavoro esca un Parlamento rafforzato».
Alla vigilia della Conferenza dei presidenti dei parlamenti dell’Unione Europea, che si apre domani a Montecitorio, Laura Boldrini alza lo sguardo dalle polemiche e dalle risse quotidiane che troppo spesso sembrano soffocare la voce del Parlamento italiano e invita a concentrare l’attenzione sui temi di un appuntamento importante, che conclude il semestre parlamentare di presidenza italiana della Ue.
Presidente, si aspetta risultati concreti dalla Conferenza?
«Il semestre è stato caratterizzato da due temi, la crescita e la centralità dei diritti fondamentali. Nella consapevolezza che la cooperazione interparlamentare è un’occasione per approfondire aspetti essenziali dell’integrazione europea, così come dei diritti dei cittadini. La crisi impone a tutti l’obbligo di contribuire a soluzioni innovative, senza ripetere vecchie ricette che si sono rivelate inefficaci».
Come può una conferenza di presidenti dei Parlamenti influenzare l’agenda politica?
«Quello che ci aspettiamo è di arrivare a una dichiarazione con il più alto consenso possibile sui temi all’ordine del giorno che, oltre a crescita e diritti fondamentali, includono il ruolo dei parlamenti nella definizione dei trattati internazionali e il rafforzamento del dialogo politico tra le istituzioni dell’Unione e i parlamenti nazionali. La presidenza italiana ha fortemente voluto sottoporre agli altri presidenti un’ulteriore dichiarazione, sul salvataggio di vite umane in mare e sulla necessità che il soccorso nel Mediterraneo sia un impegno comune dell’Ue».
I cittadini faticano a ritrovare fiducia nell’Unione: le misure per rilanciare gli investimenti non sono sufficienti?
«A livello europeo le esigenze della crescita sono state maggiormente recepite e dunque oggi c’è più consapevolezza della necessità di mettere in atto un cambiamento. È stato importante che la Bce abbia adottato misure non convenzionali come il quantitative easing che, con l’immissione di nuova liquidità, contribuirà fattivamente a rilanciare l’economia. Inoltre ci sono aspettative anche in merito alla piena attuazione del piano Juncker».
Per Romano Prodi, se non si cambia la politica europea saremo travolti tutti e anche l’Italia affonderà. Condivide l’allarme?
«L’analisi del presidente Prodi deve essere certo tenuta in grande considerazione, data la sua esperienza. Le riforme costituzionali sono sicuramente un passaggio importante, ma altrettanto importante è ridurre le diseguaglianze e migliorare le condizioni di vita dei cittadini, perché le persone che stanno soffrendo per gli effetti della crisi sono rimaste segnate dalle misure di austerità e si sentono sole. È da qui che dobbiamo ricominciare, non solo per ridare credibilità alle istituzioni nazionali ed europee, ma anche per favorire la crescita, inibita proprio dalle diseguaglianze. E qui il ruolo dei parlamenti è strategico».
Per Obama, Renzi è una «voce guida in Europa». Pensa anche lei che il nostro Paese grazie alle riforme abbia ritrovato centralità?
«Le riforme, che da tempo l’Europa ci chiede e che negli ultimi anni stanno assumendo concretezza, sono sicuramente un passaggio determinante che l’Italia deve portare a termine, tanto meglio se in uno sforzo inclusivo. Ma saranno tanto più efficaci quanto più serviranno a mettere la crescita al primo posto e a creare nuovo lavoro, inducendo l’Europa a una marcata correzione di rotta in materia economica».
A giudicare dalle quotidiane stragi dei profughi in mare si direbbe che una Europa dei diritti non esista. Come affrontare l’emergenza?
«L’Unione Europea non può guardare con indifferenza alla sorte di migliaia di persone in fuga da conflitti e persecuzioni, che rischiano la vita in mare e che chiedono protezione. Per l’Europa la tutela dei diritti fondamentali, incluso il diritto d’asilo, è un fattore identitario, che gli è stato riconosciuto in tutto il mondo. Dunque nel Mediterraneo, salvando vite umane, l’Ue ha la possibilità di dimostrare di essere ancora oggi all’altezza della sua tradizione e della sua civiltà. Su questo tema si gioca una partita fondamentale per il futuro del nostro continente».
I trattati internazionali sono poco trasparenti?
«Il tema è talmente importante che abbiamo inserito nell’agenda della conferenza una specifica sessione. Quando sono in ballo decisioni che hanno influenze dirette sulla vita delle persone, come i servizi essenziali, i parlamenti devono poter partecipare alla discussione, che deve essere improntata alla trasparenza».
La voce del parlamento italiano è spesso soffocata dalle grida dello scontro quotidiano, fra i partiti e dentro i partiti...
«Lo stato di salute è migliore di quanto appaia, perché quello che emerge purtroppo è la parte meno edificante, le risse, gli insulti in aula e le polemiche. Invece, se vogliamo fare anche una comparazione con gli altri parlamenti dei paesi europei, scopriremo come il nostro sia uno dei più produttivi per numero di sedute, di atti elaborati, di ore di lavoro e di temi sottoposti al suo esame. Certo, non mi sfugge che molte cose sono da migliorare. Motivo per cui continuo a sollecitare i gruppi perché chiedano di portare in aula la riforma del regolamento, già ampiamente elaborata in giunta. Però non accetto una visione distorta del parlamento che ne fa un’istituzione inutile, perché ricordiamolo: il Parlamento è il cuore della democrazia».
Con l’Italicum e la riforma costituzionale il Parlamento italiano continuerà ad avere un ruolo centrale nel sistema?
«Sarebbe scorretto un mio pronunciamento su provvedimenti ancora in itinere. Mi riservo di dare un giudizio compiuto all’esito del percorso. Ovviamente, che da tutto questo lavoro esca un Parlamento rafforzato, è il mio forte auspicio. Le democrazie moderne hanno bisogno di istituzioni forti e autorevoli».
Corriere 19.4.15
La rivolta dei sindaci pd in Veneto: «Disertiamo l’incontro sui profughi»
Il rifiuto al vertice con il prefetto. E Moretti: «Pronta a dire no anche a Renzi»
di Francesco Alberti

Settecento profughi in viaggio verso il Veneto. Sindaci sul piede di guerra. E un partito, il Pd, che rischia di andare in corto circuito. Il primo cittadino di Vicenza, il dem Achille Variati, ha già fatto sapere che lunedì non parteciperà al vertice in prefettura a Venezia sul tema dell’immigrazione. Il suo collega di Belluno, Jacopo Massaro, pure lui di centrosinistra, si limiterà a mandare un assessore. E quello di Treviso, il pd Giovanni Manildo, sta valutando il da farsi.
La rivolta monta nel partito di Renzi, complice anche il clima elettorale delle Regionali con una Lega che non perde occasione per soffiare sul fuoco dell’emergenza immigrazione e solidarizza con la sollevazione dei sindaci pd. Alle prefetture viene rivolta l’accusa di non coinvolgere i primi cittadini, imponendo soluzioni dall’alto in assenza di adeguati processi d’integrazione.
Un malessere che rischia di arrivare ai vertici del Pd: i parlamentari veneti hanno chiesto la convocazione di una direzione nazionale per fissare una linea comune, paventando «pericoli» in una campagna elettorale che vede impegnata la renziana Alessandra Moretti in una complicata sfida con il governatore uscente leghista, Luca Zaia, e il sindaco di Verona, Flavio Tosi.
E che la pratica sia delicata, lo ha ammesso lo stesso segretario regionale pd, Roger De Menech, che ha fatto sapere di voler sottoporre la questione direttamente al premier.
La scintilla che ha riacceso un malessere peraltro presente da tempo in Veneto è stata l’annuncio del sindaco pd di Vigodarzere (Padova), Francesco Vezzaro, di rinunciare alla fascia tricolore per protestare contro la prefettura che giovedì scorso, «senza il minimo coinvolgimento», aveva individuato in una caserma dismessa dell’Aeronautica un potenziale centro di accoglienza per un centinaio di profughi. La minaccia di dimissioni di Vezzaro, poi rientrata dopo una serie di chiarimenti e sollecitazioni giunti dal Pd veneto, è stata colta al volo dalla Lega: Zaia ha parlato di «sindaco coraggioso» e il primo cittadino di Padova, Massimo Bitonci, di «monito per Renzi e Alfano».
Per il Pd, una ferita aperta. Variati, sindaco di Vicenza, da tempo fortemente critico sulle politiche governative in materia di distribuzione dei profughi, ha motivato la sua assenza al vertice di domani a Venezia, riproponendo una lettera scritta nel febbraio scorso al prefetto nella quale si diceva «contrario a un modus operandi che non affronta i problemi e non tiene conto del disagio sociale dei cittadini: nessun progetto d’integrazione, solo una mera accoglienza a carico dello Stato, che poi si trasforma in clandestinità con tutte le conseguenze che questo comporta».
Altrettanto perentorio il sindaco di Treviso Manildo: «Questa volta siamo intenzionati a dire no, basta. Abbiamo fatto di tutto per fronteggiare l’emergenza, non possiamo continuare a svolgere un ruolo di supplenza nei confronti dello Stato e dell’Europa. Ci mancano strutture e mezzi».
Il tema è esplosivo e il Pd cerca un punto d’equilibrio. Lo chiedono ai vertici nazionali i parlamentari veneti (il senatore Santini e i deputati Naccarato, Camani, Miotto e Narduolo) secondo i quali il problema non è tanto il numero dei profughi («Estremamente ridotto –— scrivono —: 380 in provincia di Padova e circa 2.800 in tutto il Veneto») quanto «il clima di ingiustificata paura e di strumentalizzazione messa in atto dalla Lega». Che non molla la presa. Il governatore Zaia ha ribadito il suo no «a flussi selvaggi», aggiungendo: «In Veneto ci sono 511 mila immigrati, di cui 42 mila senza lavoro: non siamo in grado di accoglierne altri».
In salita il compito della candidata pd, Alessandra Moretti, stretta tra i malumori della base e le esigenze di governo: «I profughi? Pronta ad accoglierli se da Roma garantiscono adeguate risorse: altrimenti, direi di no anche a Renzi…».
il Fatto 19.4.15
Santissime indagini
Soldi spariti, trame e veleni. L’ex vescovo accusato cita il collega
di Sandra Rizza

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Una parola sulle decisioni di Marchionne di associare i lavoratori della Fiat agli utili dell’azienda; qualora quegli utili ci siano spetterà a lui di stabilire l’entità del premio e la sua ripartizione tra i dipendenti.
Tutti i sindacati hanno plaudito salvo la Fiom-Cgil che parla di esproprio dei poteri sindacali. Sembra un’opposizione più corporativa che sindacale. In parte lo è, ma in parte no. Infatti in quasi tutte le aziende esiste un “premio di rendimento” che le imprese discutono con le rappresentanze sindacali, le quali trattano sull’entità del premio (sempre che un profitto ci sia stato), sulla sua ripartizione ed anche su problemi connessi alle condizioni di lavoro nel comune interesse dell’impresa e dei lavoratori.
Dunque non è l’imprenditore che decide da solo, ma l’interlocutore sindacale è allo stesso tavolo e si arriva ad una decisione comune.
A me sembra che questo metodo sia buono e che comunque il profitto sia di comune utilità; senza di esso la discussione si dovrebbe spostare sui sacrifici da compiere, sia dall’una che dall’altra parte e questo è il massimo di un capitalismo democratico e di un sindacalismo riformista.
Post scriptum. La settimana che si apre domani si concluderà sabato prossimo con la ricorrenza del 25 aprile, festa della Resistenza contro il nazifascismo.
Questa festa fa parte della storia d’Italia, dal Risorgimento in poi. Quel movimento ebbe molte ombre e contemporaneamente molte luci. Le figure più rappresentative, molto diverse tra loro ma tutte votate alla fondazione dello Stato unitario e democratico, furono soprattutto tre: Mazzini, Cavour, Garibaldi.
La Resistenza fu una pagina di grande riscatto e anch’essa ebbe molte figure e apporti ideali e politici assai diversi: liberali, comunisti, monarchici, liberal-socialisti, socialisti. Ma il fine era comune e fu sancito dalla Costituzione che tuttora ci detta le regole di comuni principi di democrazia, libertà ed eguaglianza politica e sociale.
Per ciò concluderò con le parole con le quali il presidente Mattarella ha concluso due mesi fa il suo discorso di insediamento al Quirinale: «Viva la Repubblica, viva l’Italia».

Corriere 19.4.15
Il rivale che serve a Renzi
di Angelo Panebianco

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Corriere La Lettura 19.4.15
Diventeremo un po’ più monoteisti
La demografia ridisegna le fedi, ma conterà la differenza tra chi crede nella libera scelta e chi nella costrizione
di Marco Ventura

http://issuu.com/segnalazioni.box/docs/tabella_monoteismi

Come sarà la mappa religiosa del mondo di domani? Come cambierà la fisionomia delle varie aree del pianeta? Quali religioni si espanderanno, quali si ritireranno? In virtù di quali fattori? Tenta di rispondere a queste domande lo studio sul Futuro delle religioni del mondo con il quale l’istituto americano Pew Research Center prevede la parabola delle maggiori fedi tra 2010 e 2050.
In tempi di ansia per la violenza islamica, il dato che colpisce è il maggior tasso di crescita dell’islam: secondo i ricercatori, nel 2050 il numero di musulmani si sarà avvicinato al numero dei cristiani, nel 2070 le due comunità avranno eguale consistenza ed entro il 2100 l’islam sarà divenuta la religione più diffusa del pianeta. Ciò avverrà non per un calo dei cristiani, che cresceranno più di ogni altra religione, islam escluso, ma per la maggior crescita numerica dei musulmani. Si delinea un mondo sempre più polarizzato intorno alle due maggiori religioni, che oggi rappresentano il 54% della popolazione mondiale e che saliranno al 61% nel 2050, al 65% nel 2070 e a quasi il 70% nel 2100: ci aspetta dunque un mondo meno diverso e più monoteista.
Incidono sul processo fattori quali l’età media e la composizione per fasce d’età dei vari gruppi, i tassi di fertilità e di mortalità, le migrazioni, le differenze regionali. Musulmani e cristiani cresceranno di più in virtù della loro presenza in aree ad alta crescita demografica, in particolare l’Africa subsahariana. Il tasso di fertilità dei musulmani sarà in genere più alto di quello dei cristiani, in Egitto e in India ad esempio, ma vi saranno eccezioni, come l’Indonesia, dove i cristiani saranno più fertili dei musulmani.
Il buddhismo calerà in percentuale perché concentrato in un’area, Asia-Pacifico, a minore sviluppo demografico. Al contrario, la crescita della popolazione indiana, quasi mezzo miliardo in più nel 2050, aumenterà la comunità indù e il peso relativo dell’islam indiano. I 19 milioni di migranti previsti nel periodo considerato, di cui 5 milioni di cristiani, avranno un peso considerevole. In Medio Oriente, le ostilità contro i cristiani comporteranno una perdita, spesso una fuga, di circa mezzo milione di fedeli, ma l’afflusso di lavoratori immigrati aumenterà di un milione e mezzo di unità la presenza cristiana nei Paesi del Golfo.
I numeri descrivono religioni e aree destinate a restare sostanzialmente immutate. È il caso della presenza islamica in Medio Oriente e nel Nord Africa, o della presenza cristiana in America Latina. Viceversa l’Europa attraverserà cambiamenti profondi. Il Vecchio Continente sarà l’unica regione per la quale si prevede un calo della popolazione complessiva.
I cristiani scenderanno di 10 punti percentuali e diventeranno il 65% della popolazione complessiva, con percentuali minori in Svezia (52%), Regno Unito (45%), Francia (43%), Paesi Bassi (40%) e Repubblica Ceca (19%). La quota persa dai cristiani verrà divisa tra non affiliati, musulmani e in piccola parte indù e buddhisti. Cresceranno di 5 punti percentuali i non affiliati, ovvero coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna Chiesa o religione. Costoro saliranno a quasi un quarto della popolazione europea, con picchi del 49% nei Paesi Bassi, del 44% in Francia, del 39% nel Regno Unito, del 30% in Germania e in Svizzera. I musulmani passeranno dal 6% odierno al 10% (un incremento del 63%), con picchi del 12% in Belgio e Svezia, il Paese con la massima crescita di popolazione musulmana nel periodo considerato, e dell’11% in Francia e Regno Unito.
L’Italia è tra i Paesi in cui la comunità musulmana crescerà di più, dal 3,7% della popolazione complessiva odierno al 9,5% nel 2050, quando peraltro gli italiani saranno 4 milioni di meno. L’islam italiano è oggi poco più della metà di quello olandese in proporzione alla popolazione dei due Paesi: nel 2050 l’islam italiano e l’islam olandese avranno lo stesso peso percentuale. L’islam elvetico, 5% della popolazione svizzera, è oggi di poco maggiore in percentuale di quello italiano, ma nel 2050 i musulmani italiani saranno del 2% più numerosi rispetto alla popolazione complessiva. Anche in Italia la popolazione cristiana diminuirà di 10 punti percentuali, scendendo così al 72,8%, e i non affiliati cresceranno di 4 punti percentuali salendo al 16,3%. La particolare dinamicità del paesaggio europeo dipenderà dalle migrazioni e dal diverso tasso di fertilità delle varie religioni, ma anche dal cambiamento di religione, soprattutto da quanti, tra i 22 milioni di nuovi non affiliati, saranno ex cristiani.
Il cambiamento di religione è il fattore più specifico e di difficile misurazione tra i vari presi in considerazione dal Pew Research Center. La mobilità religiosa, molto maggiore tra gli uomini che tra le donne, interessa particolarmente i cristiani, ovvero il gruppo che sembra destinato ad affrontare le maggiori trasformazioni quantitative e geopolitiche. Lo studio prevede che, entro il 2050, 106 milioni di persone lasceranno il cristianesimo, contro i soli 9,5 milioni di persone che usciranno dall’islam. Al contempo, tuttavia, in ben 40 milioni si convertiranno al cristianesimo, contro i soli 12,5 milioni di convertiti all’islam. Il saldo sarà negativo, ma il cristianesimo si dimostrerà più capace di muoversi e di rinnovarsi.
Peraltro, se la libera scelta di essere cristiani è particolarmente cara all’Occidente, è destinato a diminuire ulteriormente il peso sul cristianesimo globale dell’Europa e del Nord America, dove il calo dei cristiani e la crescita dei non affiliati saranno maggiori che nel Vecchio Continente. I cristiani europei e nordamericani erano il 38% di tutti i cristiani nel 2010: saranno ridotti a un quarto nel 2050. Cresceranno in compenso i cristiani dell’Africa subsahariana, regione in cui vivrà nel 2050 quasi il 40% dei cristiani del mondo. La Nigeria, dove pure l’islam supererà il cristianesimo, diventerà il terzo Paese al mondo per numero di cristiani dopo Stati Uniti e Brasile. Sarà ancora più decisivo il cristianesimo cinese, sul quale i ricercatori americani confessano di avere dati di scarsa affidabilità.
Lo studio del Pew Research Center soddisfa la curiosità di chi vuol sapere quali bandiere religiose saranno piantate sulla carta del mondo. Tuttavia, i dati sono anche un invito a relativizzare la lotta tra religioni e a osservare le trasformazioni profonde del credere e i mutamenti interni a ogni tradizione religiosa. Come cambieranno, dentro ogni gruppo, la fede, la pratica, l’identità e i precetti? Quale islam sarà quello dei musulmani europei, indiani e nigeriani? E come sarà il cristianesimo di domani, dove la Tanzania, il Congo e le Filippine peseranno molto più della Germania e della Francia? Forse, come sembra suggerire lo studio, la religione del futuro sarà sempre più una questione di fedeltà alla famiglia, alla cultura e alle tradizioni, dove la collettività conta più dell’individuo. Non va escluso però che si riveli più forte del previsto la religione della scelta, della libertà, in cui l’individuo conta più del gruppo. Più importante della differenza tra cristiani e musulmani sarà allora la distinzione tra chi crede nella libera scelta della fede e chi crede nella costrizione. Si contenderanno la terra il Dio che mostra la sua potenza nei numeri e il Dio che ha fatto tante stelle da non riuscire a contarle.



Corriere La Lettura 19.4.15
Sul fine vita ci aiuta la storia non l’ideologia
di Antonio Carioti


Nel libro Morire felici (Rizzoli) il teologo dissidente Hans Küng afferma il diritto di decidere come chiudere la propria vita. Da Bollati Boringhieri sta per uscire il saggio Saper morire di Gian Domenico Borasio, che sottolinea soprattutto la necessità di garantire a tutti cure palliative adeguate in fase terminale. È chiaro che i progressi della medicina impongono di affrontare il tema del fine vita. Lo confermano casi clamorosi come i suicidi di Mario Monicelli e Carlo Lizzani. Ma in Italia domina lo scontro ideologico: la stessa parola eutanasia è spesso considerata tabù, appiattita sullo sterminio dei disabili sotto il Terzo Reich. Eppure, spiega Marco Cavina nel libro Andarsene al momento giusto (il Mulino), anche tra l’antichità e il Novecento si riscontra nell’Europa cristiana «la presenza ininterrotta e diffusa di culture di accettazione dell’eutanasia». Forse riflettere su questo retroterra storico può aiutare a confrontarsi in modo più pacato.




sabato 18 aprile 2015

il Fatto 18.4.15
Maurizio Landini (Fiom)
“Marchionne riporta gli operai agli anni ‘50”
di Salvatore Cannavò

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