il Fatto 9.12.14
La fine della Livorno rossa Solo 2200 alle primarie Pd
di Emiliano Liuzzi
IL NUOVO SEGRETARIO PROVINCIALE È LORENZO BACCI, GIOVANE SINDACO RENZIANO DELLA PICCOLA COLLESALVETTI. ORA ATTESA LA NOMINA PER L’AUTORITÀ PORTUALE
Livorno. A distanza di sei mesi, la Livorno che fu del Partito comunista celebra la sua seconda sconfitta: solo 2.200 persone che votano alle primarie per avere un segretario che il Pd non aveva più. E non sono pochi, sono niente, se rapportati a quello che il partito e i suoi antenati sono stati per la città: hanno visto, nel 1921, nascere il partitone, lo hanno celebrato, hanno vissuto gli anni dove si sparava contro i fascisti, il dopoguerra degli americani dove le segnorine, così chiamavano le prostitute, ballavano il twist e coccolavano i soldati, hanno contribuito a far crescere il porto, visto nascere le prime cooperative.
Poi, d’un colpo, è finito tutto. “Non avevamo nessuna voglia di diventare democristiani”, dice Giuseppe Mucci, ex iscritto al Pci, al Pds, ai Ds e poi anche al Pd. “Il corso renziano era la rinascita della Democrazia cristiana, quella che noi abbiamo sempre combattuto col coltello tra i denti”. Tutto riassunto molto bene sulla locandina del Vernacoliereche spiega come Renzi se la sia fatta sotto. È spiegato in termini più espliciti, alla Vernacoliere, insomma, ma il senso si capisce bene. Il mensile satirico non ama Renzi, né lui né la storia dalla quale proviene e nemmeno la sua città. “Per noi i fiorentini” come dice il direttore e fondatore del giornale, Mario Cardinali, “sono quelli che l’estate vengono al mare e affogano”.
È bastato che Beppe Grillo proponesse un candidato alternativo perché esplodesse la rinegoziazione del passato. Che poi, a dirla tutta, neppure è stato Grillo a tirare la volata a quello che sarebbe diventato il nuovo sindaco, Filippo Nogarin, perché il leader del Movimento cinque stelle non fece nessuna campagna elettorale a Livorno, non si affacciò neanche, tanto era certo di non vincere.
OGGI il Pd aveva riposto nelle primarie l’occasione per rialzarsi, anche perché a breve c’è da scegliere l’uomo per l’autorità portuale, quello che muove lo scacchiere dei quattrini e che viene deciso dal governo, dunque dal ministro Maurizio Lupi, e, di conseguenza, da Matteo Renzi. Ma la bocciatura delle urne è stata sonora: su una provincia di 343 mila abitanti hanno votato in tremila e seicento, meno dei diecimila che hanno votato nella provincia di Padova quindici giorni fa. E Padova non è Livorno. Laggiù più che la sinistra hanno visto nascere e avanzare la Lega nord, e qualche differenza esiste. Alla fine a Livorno ha vinto Lorenzo Bacci, giovane sindaco di Collesalvetti, comune che segna il confine con la provincia di Pisa. “Vista la situazione nella quale il partito era non possiamo definirlo un flop. È vero che a malapena è stato superato il numero degli iscritti, ma questa elezione ci permette di ripartire con fiducia è un altro impulso”. Bacci dimentica che, nonostante fosse il candidato dell’apparato, è uscito segretario grazie a 36 voti. Numeri da elezioni di condominio. E per la prima volta votavano anche i non iscritti e i ragazzi che hanno compiuto il sedicesimo anno di età. È l’elezione del corso di Renzi, che ovviamente, non si esprime. L’emorragia di iscritti, dunque la partecipazione che poi si traduce anche quando c’è da votare per davvero e non solo alle primarie (leggere Emilia Romagna) non sembra essere uno dei suoi problemi.
MA LIVORNO riflette bene quello che accade in tutte le federazioni del Pd: un partito spaccato in diverse correnti, gli iscritti che non ci sono più, le casse di un partito rimasto senza il becco d’un quattrino. Trattasi del nuovo corso, e non potrebbe essere altrimenti. Neppure in una città che ha vissuto di falci e martello, dove i quartieri si chiamano Shanghai, Corea e dove qualche bandiera rossa, seppur sbiadita, ha sempre sventolato. Dovrà correre questo Bacci. Ma correre forte assai, perché a prescindere dall’esistenza o meno dei Cinque stelle, Livorno rischia di essere persa per sempre.
La Stampa 9.12.14
Se si spezza il segreto sulle donne che non riconoscono i loro figli
Protesta contro la legge che potrebbe togliere l’anonimato
di Giacomo Galeazzi
«Pronto chi parla?». «Sono tuo figlio». Scene di un passato che riappare con un colpo di telefono o lo squillo di un campanello. Il Parlamento sta per dare il via libera alla ricerca delle donne che «in anonimato» hanno messo al mondo bimbi. In ballo questioni pesanti: la tutela del segreto del parto, la difesa della salute delle donne, il futuro dei bambini non riconosciuti. Dietro i principi, 90mila italiane che dal 1950 ad oggi hanno partorito avvalendosi del diritto alla segretezza, che potrebbe avere i giorni contati. Una bufera in arrivo.
In pratica, all’altro capo del telefono potrebbe esserci presto una persona che, a distanza di anni, vuol conoscere chi gli ha dato la vita. «Mamme segrete» vissute finora nella certezza che nessuno lo avrebbe saputo. La legge, infatti, consente di partorire in ospedale, garantendo le cure sanitarie per sé e per il nascituro, anche nel caso in cui decida di non diventarne formalmente la mamma. Così il neonato viene subito dichiarato adottabile e immediatamente inserito in una famiglia adottiva.
Lo Stato le riconosce il diritto alla segretezza del parto: per 100 anni nessuno potrà conoscerne l’identità. Ma nel dicembre 2013 una sentenza della Consulta ha dichiarato illegittima la norma nella parte in cui non consente di verificare in seguito la volontà delle donne di restare anonime. Sono state presentate alla Camera varie proposte di legge, oggi in discussione alla commissione Giustizia che le ha unificate attraverso l’elaborazione di un testo base. Protesta Donata Nova Micucci, presidente dell’Associazione delle famiglie adottive e affidatarie (Anfaa): «La procedura di accesso all’identità della partoriente, nella formulazione del testo base, prevede che il tribunale, su richiesta dei non riconosciuti alla nascita, si attivi per rintracciare la donna». Un dolore che esplode di nuovo .
E ciò «senza formalità», cioè senza garanzia del rispetto del suo anonimato. Avendo effetto retroattivo, la nuova norma (se approvata) avrebbe «conseguenze gravi ed irreversibili sul oltre 90mile donne». Per l’Anfaa «il Parlamento non può tradire l’impegno assunto». Ricercare a distanza di decenni queste donne, in mancanza di una loro preventiva rinuncia all’anonimato, mette in pericolo la serenità della vita che, sicure della segretezza garantita, si sono costruite, con gravi ripercussioni su di loro e sui loro familiari, spesso ignari di quanto avvenuto in passato.
«Nei confronti delle donne che hanno deciso di non riconoscere il loro nato, nessuno può permettersi di dare giudizi: si tratta di scelte dolorose e sofferte, che tutti dobbiamo rispettare, compresi, per primi gli individui cui hanno dato la vita», sostiene Donata Nova Micucci. Ad allarmare le famiglie adottive e affidatarie sono anche le conseguenze che la nuova norma potrà avere sulle gestanti che in futuro volessero non riconoscere il proprio nascituro. «Lo faranno sapendo che, senza il loro preventivo consenso, potranno essere rintracciate dopo 20 o 30 anni o più? Che ne sarà dei loro piccoli?- si chiede Nova Micucci -. Queste gestanti non andranno più a partorire in ospedale, non avendo garanzie sulla segretezza del parto e aumenteranno gli infanticidi e gli abbandoni dei neonati». Un patto del silenzio.
Un’alleanza infranta con «soggetti deboli», donne spesso giovanissime o vittime di stupri o violenze. Lo Stato si è impegnato a tutelarle e ora «il Parlamento, non può tradire quell’impegno». L’Anfaa, insieme ad altre fondazioni, associazioni e onlus raccoglie firme per la «difesa del segreto del parto, della salute delle donne e del futuro dei bambini non riconosciuti». Diritto all’oblio rispetto a un passato che riappare all’improvviso. Salvaguardia di una «intesa » tra lo Stato e le partorienti di ieri, di oggi e di domani.
La Stampa 9.12.14
«Lo Stato tradisce la sua promessa
. Le nostre nuove vite saranno distrutte»
Rita, 48 anni, è una «madre segreta» da quando, sedicenne, decise di non riconoscere il neonato.
Che cosa può cambiare ora?
«Ho alle spalle un passato doloroso e sono certa che non sarei in grado di riviverlo. Dopo tanto tempo quella ferita è stata riaperta dalla Corte costituzionale che ha accolto l’istanza per smantellare il parto segreto. Quando ho letto la notizia credo il mio mondo si è dissolto in un attimo: ho guardato i miei familiari, ignari, e ho visto la fine della vita che con fatica mi sono costruita e guadagnata. Non ho la forza di raccontare tutto alla mia famiglia attuale, non lo posso immaginare, mi sento morire e nell’attesa di questa condanna, io mi sento morire piano piano»
Lo Stato «si rimangia» un patto con vittime di violenze, stupri e scelte dolorose?
«Sì. Che Dio mi perdoni se a volte vorrei farla finita, anche se poi non so se ne avrei il coraggio. La mia vita ormai dipende dal legislatore. È una violenza contro noi madri segrete e contro la civiltà cancellare con un tratto di penna il parto anonimo. Quelle come me non possono palesarsi, non possono parlare ai dibattiti, devono solo aspettare».
Quali sono le conseguenze?
«Ho cominciato a vivere nel terrore che un giorno arrivi a casa una raccomandata che mi obblighi a presentarmi in tribunale, come una malvivente. Ho il timore di dover ripercorrere quella esperienza terribile. Io ho la certezza che non riuscirò a sopportare tutto questo. Uno Stato non può tradire in questo modo un patto stipulato che mi ha portato a fare questa scelta, anche se imposta, che mi ha permesso di non abortire. Sono disperata all’idea di poter fare soffrire i miei cari. Spero anche che la creatura che ho messo al mondo e per la quale prego sempre (sono aiutata da un padre spirituale) sia serena, considerando le sue origini, quelle delle persone che lo hanno adottato, loro sono i veri genitori. Rivivo l’incubo di ieri e ciò non è giusto».[Gia.Gal.]
Repubblica 9.12.14
Marino e il rischio di un morbido commissariamento
La soluzione del cosiddetto “accesso agli atti”, ossia di un controllo prefettizio è inevitabile
di Stefano Folli
COME in una matrioska russa, l’inchiesta sul malaffare a Roma è una vicenda giudiziaria che contiene in sé un primo livello politico e poi un secondo livello, ancora in parte da esplorare, in cui politica e istituzioni si mescolano. Cosa ci sarà al fondo di tutto, ancora non è chiaro.
Sull’inchiesta le notizie non mancano e riempiono i giornali. Quanto al primo livello politico, basta sentire ieri Matteo Renzi: «Non lasceremo la capitale in mano ai ladri». Parole che confermano l’alleanza obbligata con il sindaco Marino, l’uomo di cui il premier ritiene di non poter fare a meno in questo frangente perché rappresenta l’unico terrapieno prima del disastro. Le dimissioni del primo cittadino, o peggio ancora lo scioglimento del Consiglio comunale della capitale d’Italia, sarebbero un danno enorme per la credibilità del messaggio renziano. D’altra parte, lo scandalo in corso proietta veleno in ogni direzione, specie all’estero. È la peggiore conferma di tutti i pregiudizi sull’Italia, di tutti i luoghi comuni che alimentano da decenni in Europa il mito negativo di un paese inaffidabile perché prigioniero dell’illegalità e di una classe dirigente meno che mediocre.
La linea di Renzi («cacciamo i ladri») è in sintonia con quella del commissario anti-corruzione, Cantone, ma non basta a nascondere del tutto la grave preoccupazione che si respira a Palazzo Chigi. Come trincea invalicabile, Ignazio Marino non offre molte garanzie. Oggi il sindaco si sente rinvigorito dallo scandalo che colpisce alcuni dei suoi nemici e mette lui su un piedistallo. Ma c’è il rischio che sia un piedistallo fragile. Del resto, Marino non è mai stato un uomo di Renzi, con il quale i rapporti sono stati freddi fino a ieri. Lo stato di necessità può fare miracoli, ma è dubbio che il sindaco possa diventare quel protagonista della rigenerazione politica a Roma di cui il mondo renziano ha urgente bisogno. Tuttavia, come si è detto, le circostanze impongono di sostenerlo nella speranza che gli sviluppi delle indagini non travolgano tutti gli argini.
In ogni caso, se dai casi romani si alzano gli occhi verso il quadro nazionale, è chiaro che l’appoggio a Marino non basta. Non senza ragione il premier rivendica di aver prima contenuto e poi costretto alla ritirata Beppe Grillo e il suo movimento. Ma la crisi dei Cinque Stelle non ha di sicuro cancellato il fenomeno dell’anti-politica. Quando Renzi afferma: «È merito nostro se Grillo torna a fare le tournée in veste di comico», egli dice solo una parte della verità. In realtà il declino di Grillo come leader carismatico non esclude che altri raccolgano il vessillo della contestazione. Il voto in Emilia Romagna ha certificato il malessere degli elettori attraverso un astensionismo senza precedenti. Ma ogni pezzo del territorio nazionale fa storia a sé. Quel che è certo, nessuno nel governo e nella maggioranza può volere le dimissioni di Marino e una corsa auto-lesionista verso le elezioni comunali anticipate. Il problema è quanto a lungo potrà essere tenuta questa posizione.
Esiste infatti un secondo livello politico-istituzionale che riconduce, da un lato, agli sviluppi giudiziari e, dall’altro, al ruolo del prefetto di Roma, Pecoraro, che si trova a maneggiare una materia incandescente. Per un verso le istituzioni non possono restare inerti di fronte a quello che succede in Campidoglio; per l’altro Roma non è un minuscolo comune del profondo Sud che può essere sciolto per mafia senza troppi ripensamenti. Agire su Roma è una responsabilità politica di primo piano, non certo un fatto tecnico.
Ecco perché il prefetto fa riferimento al ministro dell’Interno. Non potrebbe essere altrimenti in questo caso. E Alfano non vuole certo dispiacere a Renzi, ma non può nemmeno chiudere gli occhi, aprendo un credito illimitato al sindaco Marino. Tutto è precario in questa storia e può darsi che altre ombre siano incombenti. La soluzione del cosiddetto «accesso agli atti», ossia di un controllo prefettizio sulla gestione del municipio, è quindi inevitabile. È una forma di commissariamento «morbido» che non cancella il ruolo del sindaco, ma nemmeno gli lascia tutte le carte in mano. E domani è un altro giorno.
Repubblica 9.12.14
“Modifiche solo concordate con Forza Italia”
Summit Pd sulle riforme. Il ministro Boschi blocca la protesta della minoranza democratica. Tempi stretti per il sì E Renzi insiste sui capilista bloccati: “Questa legge ci impone di essere un partito serio e di selezionare la classe dirigente”
di Francesco Bei
ROMA Il patto del Nazareno resta una parete liscia, impossibile da scalare per la minoranza del Pd. Non sono servite quattro ore di riunione serrata del gruppo Pd in commissione affari costituzionali (in una Montecitorio deserta per la festa dell’Immacolata) per trovare un’intesa tra governo e opposizione interna. «Ogni modifica alla riforma costituzionale - è stato il mantra ripetuto dal ministro Boschi - va concordata preventivamente con Forza Italia. Ci deve essere l’assenso di tutti i contraenti del patto».
Contro questo muro è andata a infrangersi la richiesta di poter sottoporre l’Italicum al controllo preventivo della Corte costituzionale. Una possibilità contenuta in un emendamento del dem Andrea Giorgis, che viene ritenuta quasi una provocazione dai pattisti “nazareni”. Boschi ieri ha chiarito che «su questo Forza Italia è nettamente contraria» e quindi la modifica non può passare. Ma la minoranza dem sospetta che sia in realtà Renzi stesso il principale oppositore di una clausola che potrebbe mettere a rischio il nuovo Italicum 2.0 una volta approvato dal Parlamento.
Se sul punto principale - il controllo costituzionale preventivo dell’Italicum- la riunione è stata un dialogo tra sordi (...)
Repubblica 9.12.14
Oltre 6mila euro a chi assume e licenzia dopo un solo anno Jobs Act a rischio boomerang
Simulazione Uil: gli sgravi su contributi e Irap sono molto più alti dell’indennizzo che si vuol dare a chi è espulso: 1 mensilità e mezza
di Valentina Conte
ROMA Cosa ci guadagna un’impresa ad assumere e licenziare nel giro di pochi mesi? Ora come ora, solo grane giudiziarie. E il rischio di reintegrare e risarcire il lavoratore, se così decide il giudice. Dal primo gennaio, belle cifre. Per uno stipendio medio (22 mila euro lordi annui), dai 5 ai 16 mila euro, a seconda se si licenzia dopo uno o tre anni. Ma si può arrivare anche a 6.600 euro dopo appena dodici mesi. È l’effetto matematico e paradossale degli sconti su Irap e contributi previdenziali inseriti nella legge di Stabilità, da una parte. E degli indennizzi previsti dal Jobs Act per il nuovo contratto a tutele crescenti, dall’altra. Gli incentivi sono assai cospicui, mentre l’esborso dovuto in caso di licenziamento illegittimo - ora che l’articolo 18 di fatto non esiste più - è davvero risibile. Una mensilità e mezzo per anno lavorato, secondo l’ipotesi più accreditata (ma le associazioni imprenditoriali puntano a meno). Così, visto che il lavoro oramai ha un prezzo, al datore conviene davvero il contratto nuovo. Più che le tutele, a crescere sarà solo il suo conto in banca.
Si dirà, è un’ipotesi di scuola. Se prendo un lavoratore e lo tengo tre anni, perché licenziarlo? Per lo stesso motivo per cui ora i contratti a termine durano pochi mesi. Porte girevoli. La crisi è tutta qui. Lo sconto Irap (deducibilità del costo del lavoro) è permanente. Quello sui contributi previdenziali per i neoassunti (con un tetto a 8.060 euro annuo) vale fino al 2017. Entrambi non hanno vincoli. Né alla stabilizzazione del lavoratore, né a creare posti aggiuntivi. Tantomeno prevedono riserve, ad esempio ad aziende meritevoli che investono in ricerca o che non hanno licenziato nel recente passato (la sinistra dem diceva di voler inserire paletti alla Camera, non è stato fatto). Dunque perché rinunciare ai soldi pubblici dati a tutti, se poi licenziando anche in modo illegittimo si deve sborsare appena una mensilità e mezza per anno lavorato?
Viva il contratto a tutele crescenti, dunque. Il saldo a favore delle imprese, calcolato per diversi livelli di reddito dal Servizio politiche territoriali della Uil, lascia sgomenti. Dopo un solo anno, si possono intascare oltre 6 mila euro. Dopo tre anni, quasi 19 mila. Il massimo al Sud, perché lo sconto Irap è più generoso, grazie alla norma Monti. A proposito di Sud, i fondi per coprire il bonus contributivo sui neoassunti (3 miliardi e mezzo nel triennio) sono stati scippati dal Piano azione e coesione creato dall’ex ministro Barca. Fondi europei, dunque. E fondi destinati proprio al Sud, ora spalmati su tutta Italia (con presumibile maggiore beneficio al Nord, laddove si assumerà di più). Il paradosso nel paradosso.
Impossibile che gli imprenditori italiani non facciano questi calcoli. Nel giro di tre settimane, quando il primo decreto delegato del Jobs Act sarà ormai messo a punto, il quadro emergerà ancora più nitido. Il decreto dirà, finalmente, come funziona il contratto a tutele crescenti. E cioè che a crescere sarà solo l’indennizzo, visto che di riavere il posto dopo il licenziamento benché illegittimo neanche a parlarne (spetta solo se c’è discriminazione e in selezionatissimi casi disciplinari). Ma come crescerà, l’indennizzo? Una mensilità e mezzo per anno lavorato è davvero poco. La legge Fornero ora in vigore prevede fino a 12 mensilità, a prescindere dall’anzianità, e il reintegro: entrambi decisi dal giudice al termine della causa di lavoro. Per le aziende sotto i 15 dipendenti il reintegro non c’è ed è sempre il giudice a decidere un risarcimento tra le 6 e le 12 mensilità. In tutti e due i casi, una situazione certo migliore, specie per i precari con poca anzianità, di quanto si profila con il Jobs Act. Qualcosa davvero non funziona.
Repubblica 9.12.14
Tariffe pubbliche in aumento del 7,5%, al top rifiuti urbani acqua e Poste
ROMA Durante gli ultimi due anni si è verificato un aumento delle tariffe pubbliche medio del 7,5 per cento con un vero e proprio boom per quelle locali che hanno registrato una crescita nel corso del 2013 e del 2014 (il dato contempla la proiezione a fine anno) pari al 9,5 per cento. A rilevare la dinamica dei costi è l’Osservatorio Indis di Unioncamere: secondo il documento, in testa alla graduatoria risultano i rincari per le tariffe sui rifiuti solidi urbani (in crescita del 18,2 per cento), per quelle sull’acqua (+12,7 per cento) e per le tariffe postali (in rialzo del 10,1 per cento)
il Fatto 9.12.14
“Quando i violentatori sono soldati Usa niente carcere”
La rabbia dei legali delle vittime dopo che il militare, già accusato di stupro, è fuggito dalla base Nato e ha aggredito altre due donne
di Alessio Schiesari
“Questa volta il processo si farà in Italia”. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando torna sull’ennesimo episodio di violenza di genere che vede coinvolto un militare americano della base Del Din (conosciuta come Dal Molin) a Vicenza. A differenza di quanto accaduto tante altre volte in passato, il guardasigilli promette che l’Italia stavolta non rinuncerà al processo. Resta il fatto che a compiere la violenza (un’aggressione che non è però sfociata in uno stupro) è, per la terza volta, lo stesso militare: Jerelle Lamarcus Gray di 22 anni. E che, nonostante le due violenze sessuali per le quali è indagato, Lamarcus non si trovasse in carcere, ma agli arresti domiciliari dentro la base, dalla quale è riuscito a fuggire. Il suo nome compare la prima volta sulle cronache locali nel novembre 2013 quando una minorenne lo accusa di averla stuprata all’uscita da una discoteca.
NEL LUGLIO scorso il secondo episodio: una prostituta di 27 anni accusa lui e un suo commilitone di violenza sessuale e del successivo pestaggio di cui è vittima. La donna era incinta di sei mesi: il figlio è nato con malformazioni neurologiche e all’apparato respiratorio (gli accertamenti medici in corso dovranno stabilire se c’è una correlazione tra le violenze e i problemi del bebè). Nella notte tra venerdì e sabato, il terzo episodio. Lamarcus Gray si trovava all’interno della Del Din: non in una cella di sicurezza, ma in un normale dormitorio. Questo perché, appena una settimana dopo il secondo stupro di cui Lamarcus è accusato, la Procura ha disposto gli arresti domiciliari, invece della custodia in carcere. La dinamica della fuga è da film: il militare ha eluso la sorveglianza della base di sicurezza formando un fantoccio di vestiti sotto le coperte ed è scappato dalla finestra. Dopo un’abbondante bevuta, ha raggiunto un residence dove “esercitano” molte prostitute. Ne ha avvicinata una e – stando alle ricostruzioni degli inquirenti – l’ha aggredita, senza però ottenere una prestazione sessuale. Anche questa donna, come la vittima della violenza di luglio, era incinta. Dopo la prima aggressione si è rivolto a un’altra donna. Di fronte al suo rifiuto, avrebbe colpito al volto anche lei. Si è scatenata una rissa che, grazie alle telecamere di sorveglianza, ha permesso alla polizia di intervenire rapidamente. L’uomo è stato arrestato per l’evasione e denunciato per le lesioni.
“È incredibile che non fosse in una cella di sicurezza. A Vicenza quando un procedimento riguarda i militari Usa spesso si applicano premure poco comprensibili”, commenta Alessandra Bocchi, legale della donna aggredita a luglio. Stessa lettura per Anna Zanini, che assiste la minorenne violentata un anno fa: “Se si fosse trattato di un immigrato di altra nazionalità, vista la gravità dei reati e la loro reiterazione, il trattamento sarebbe stato diverso”. Ancora più diretta la candidata Pd alla Regione Veneto, Alessandra Moretti: “È sconcertante che di fronte a un reato così grave e reiterato non si siano decise misure cautelari che avrebbero scongiurato la fuga. E, stavolta, il processo si deve celebrare in Italia”. Preoccupazione comprensibile: per una singolare interpretazione dei trattati Nato il 90% dei reati compiuti dai militari americani in Italia vengono giudicati oltreoceano. Orlando però promette: “Dopo i reati sessuali raccontati dalla stampa nei mesi scorsi, abbiamo deciso che tutte le violazioni di una certa gravità saranno giudicate in Italia”. Una promessa già annunciata su Twitter dopo il secondo stupro. “Da allora però - racconta la legale che segue il caso - il ministero non ha mai confermato dove si terrà il processo”.
Corriere 9.12.14
Torture Cia, il rapporto che fa paura
Oggi il dossier sugli interrogatori dei terroristi di Al Qaeda. Bush si schiera con gli 007
di Massimo Gaggi
Allerta del Pentagono per possibili attentati. Mobilitati 6 mila marines, anche a Sigonella DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK Sedi diplomatiche e unità militari americane messe in stato di massima allerta in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più esposti al terrorismo (6.000 i marines mobilitati, anche Sigonella in allarme), alla vigilia della pubblicazione del rapporto del Senato sull’uso di metodi non convenzionali (cioè forme di tortura) in alcuni interrogatori della Cia dopo le stragi dell’11 settembre 2001. Una volta insediatosi alla Casa Bianca, Barack Obama chiese all’intelligence di non usare più il waterboarding (annegamento simulato) e altre tecniche proibite per estorcere confessioni nell’interrogatorio di sospetti terroristi. Ma non denunciò l’operato del suo predecessore né aprì inchieste.
Un’indagine è stata però condotta dalla Commissione di controllo dei servizi segreti del Senato che ha redatto già da mesi un rapporto segreto assai voluminoso: ben 6.300 pagine. Una sintesi di 480 pagine dovrebbe essere resa nota oggi, ma ieri sono state esercitate forti pressione sul presidente del comitato, la senatrice democratica Diane Feinstein, per un ulteriore rinvio della pubblicazione.
Un atto che, secondo i repubblicani e anche molti esperti militari, verrà usato da gruppi estremisti per incitare alla violenza contro bersagli americani nel mondo.
Il rapporto — sottoscritto solo dalla maggioranza democratica uscente del Senato dove tra 20 giorni si insedierà la nuova assemblea a maggioranza repubblicana — contiene una critica serrata delle tecniche di interrogatori «non convenzionali» usate prima del 2009. Secondo numerose indiscrezioni che hanno cominciato a circolare fin dal marzo scorso, nei suoi interrogatori la Cia avrebbe usato sistemi che sconfinano nella tortura più spesso di quanto fin qui ammesso e senza ottenere risultati significativi dal punto di vista dell’acquisizione di informazioni davvero essenziali per l’attività di intelligence. E avrebbe anche «depistato» il potere politico minimizzando il peso di questi interventi nelle informative fornite al governo e al Parlamento.
Il risultato è mettere con le spalle al muro un’Agenzia federale di spionaggio che si è sempre difesa sostenendo di aver informato l’autorità politica e di aver usato tecniche «non convenzionali» solo quando indispensabili per ottenere informazioni che, secondo la Cia, hanno consentito di salvare migliaia di vite umane.
Il documento nega che le cose siano andate in questo modo. Ma per i repubblicani, che al Senato si preparerebbero a divulgare un contro-rapporto di minoranza, renderlo noto nel clima attuale è versare benzina sul fuoco. Mike Rogers, presidente della Commissione Intelligence della Camera, ha detto che la sua pubblicazione «porterà violenze e morte».
La situazione è tesa e confusa anche perché il tentativo di mettere la presidenza Bush al riparo dalle conseguenze del rapporto, dando tutte le responsabilità alla Cia, è fallito per iniziativa dello stesso ex presidente: messo a conoscenza dei contenuti del documento, George Bush ha detto di condividere tutto quello che è stato fatto dagli uomini del servizio segreto (definiti campioni di patriottismo) per difendere l’America.
Obama sembra aver dato comunque via libera alla pubblicazione del rapporto, anche se dal governo potrebbero essere venute indicazioni contrastanti: ieri il suo portavoce Josh Earnest ha detto che da mesi militari e ambasciate si preparano all’evenienza di attacchi dopo la pubblicazione del documento che, evidentemente, viene considerato un atto di trasparenza non più rinviabile. Ma solo venerdì scorso il Segretario di Stato John Kerry avrebbe avvertito la Feinstein che con la sua decisione esporrà a rappresaglie molti americani in giro per il mondo. Ora la senatrice è sola con la sua coscienza.
il Fatto 9.12.14
Le torture della Cia e le bugie della Casa Bianca
Oggi il Senato pubblica un rapporto sulle tecniche usate per far parlare i prigionieri per terrorismo
Ma Washington teme la rabbia dei Paesi arabi
di Angela Vitaliano
New York. Sarà pubblicato oggi, ma il suo impatto sta già pesando da giorni: si tratta del rapporto stilato dalla commissione Intelligence del Senato che, sostanzialmente, condanna le brutali tecniche di interrogatorio messe in atto dalla Cia dopo l’11 settembre. Nessuna novità assoluta, probabilmente, ma 480 pagine - estratto di un documento assai più ampio - di dettagli e circostanze che on potranno che rendere ancora più inaccettabili tecniche come il “water boarding”, la simulazione dell’annegamento, considerate vere e proprie forma di tortura.
DALLE INFORMAZIONI contenute nel rapporto, di cui non è ancora chiaro l’arco temporale, ovvero se il periodo preso in analisi termina con la presidenza Bush, si evince anche che la Cia mentì alla Casa Bianca circa la gravità, la durata e i risultati delle tecniche messe in atto; un elemento che, in qualche modo, ridimensiona le responsabilità dell’ex presidente George Bush che, secondo il New York Times, sarebbe stato invitato da alcuni sui consiglieri proprio a prendere le distanze dall’operato dei servizi segreti. Bush, però, anticipando polemiche e possibili speculazioni ha, immediatamente, rilasciato delle dichiarazioni a sostegno del lavoro della Cia e dei suoi agenti: “Siamo fortunati ad avere uomini e donne che lavorano duramente per proteggerci. Questi sono patrioti e qualsiasi cosa dica il rapporto, se esso sminuisce il loro contributo verso il nostro paese, è decisamente fuori strada”.
Anche l’ex numero due dell’agenzia, John McLaughlin ha immediatamente chiarito che “il rapporto utilizza delle informazioni in maniera selettiva, spesso distorte per segnare un punto”.
PIÙ CHE DELLE POLEMICHE interne, tuttavia, ciò che sembra creare più allarme sono le reazioni che la diffusione del rapporto potrà provocare all’estero, rinsaldando o riaccendendo sentimenti anti-americani, con grave rischio per i militari e per i dipendenti delle diverse ambasciate nel mondo.
I marines, infatti, sono stati i primi ad aver ricevuto un ordine di allerta per i possibili attacchi che, da domani, potrebbero essere organizzati a danno degli americani. Fra loro, anche gli uomini di stanza a Sigonella, in Sicilia e Moron in Spagna. Stesse precauzioni anche per le ambasciate e le postazioni militari, soprattutto quelle dislocate in Medio Oriente e in Nord Africa.
Per questa ragione, il segretario di Stato John Kerry, pur senza contraddire la volontà dell’amministrazione Obama di rendere pubblico il rapporto, sta valutando l’ipotesi di posticiparne la diffusione, in modo da poter mettere a punto al meglio le nuove misure di sicurezza.
DIANE FEINSTEIN, la democratica presidente della Commissione dell’Intelligence del Senato sembra, tuttavia, non essere intenzionata a prolungare l’attesa. “Dobbiamo diffonderlo”, ha detto al Los Angeles Times, perché, ha aggiunto, “chiunque lo leggerà farà in modo che non si ripeta mai più”.
Con l’eco dei fatti di Ferguson e di Staten Island, che ancora fanno registrare manifestazioni in moltissime città, inclusi i disordini che da due giorni interessano la cittadina californiana di Berkeley, appare, comunque, plausibile che le ripercussioni della pubblicazione del rapporto interesseranno solo minimamente il paese al suo interno.
il Fatto 9.12.14
Giornalista e scrittore Diego Enrique Osorno
La morte dei 43 studenti non rimarrà impunita
di Stefano Citati
Diego Enrique Osorno, divenuto famoso per il suo libro sui narco-boss, arriva a Roma in pieno scandalo Mafia capitale e guardandosi intorno trova delle similitudini con il suo Messico. Un lessico e una commistione criminale tra politica e bande mafiose che nella sua patria a raggiunto praticamente il punto di non ritorno. “Il governo messicano non solo ha partecipato alla sparizione dei 43 studenti che protestavano a Iguala, vista l’implicazione diretta di agenti della polizia, che a un chilometro da dove sono stati presi i ragazzi stazionavano dei militari, che ha inviato con 14 giorni di ritardo esperti per le indagini., ma ha dimostrato un’incapacità permanente”.
A due mesi e mezzo dalla sparizione, a che punto sono le indagini?
Ufficialmente non si può dire che siano morti tutti. Stanno emergendo prove che siano stati bruciati. Ma mancano ancora certezze.
Si rischia che ancora un volta i crimini dei narcos rimangano impuniti, e la verità venga sepolta insieme ai corpi delle vittime, come ha raccontato in Z. La guerra dei narcos.
C’è un movimento crescente e trasversale che attraversa tutto il paese che reclama questi corpi e la verità. Ci sono gruppi spontanei di persone che cercano i cadaveri. Questa volta può finire diversamente. Finora ampi settori della società civile messicana ha creduto che i morti della guerra delle bande criminali (oltre 80 mila vittime dal 2007, ndr) fossero tutti narcos. Le stragi non toccavano il cuore della gente, non producevano la compassione e la rabbia che invece questo ultimo crimine ha suscitato. È un punto di svolta.
Le manifestazioni si moltiplicano, ma l’inchiesta va a rilento. La gente non si stuferà prima che si raggiunga la verità?
Il movimento potrà calare di intensità, ma sta creando una coscienza condivisa, anche se non cambierà il fondo delle cose, sta facendo sorgere una responsabilità comune della società civile come non c’è mai stata. È il sorgere di una coscienza anti-mafia, come quella che avete ormai voi: da noi questa parola non esiste ancora, non c’è modo di esprimere quel connubio di rapporti tra Stato e mafia. Ma il movimento per i 43 studenti scomparsi può diventare come il movimento delle “madri di Plaza de Majo” per i desaparecidos in Argentina che hanno assunto un ruolo quasi istituzionale.
Lei e altri giornalisti d’inchiesta state scoperchiando questo verminaio: oltre che mettere a rischio la propria vita, cosa altro serve per risultare efficaci?
Raccontare le storie, e sfuggire dalla matematica dei morti, dalla semplice elencazione dei numeri. Dare spessore, e un volto, agli individui, attraverso le sanguinose vicende quotidiane degli Stati della federazione nelle mani dei narcos.
La decisione di Obama di legalizzare 5 milioni di clandestini, in gran parte latinos, aiuterà i rapporti con gli Usa, con il quale i boss scambiano droga, armi, soldi?
Mi pare sia più un episodio elettorale che un aiuto all’integrazione, anche economica, con il Messico e il resto dell’America centrale. Anche perché il business del traffico di uomini è una delle principali fonti di guadagno dei cartelli della droga.
UN COW BOY ATTRAVERSA LA FRONTIERA IN SILENZIO, di Diego Enrique Osorno. laNuovafrontiera, pagg. 128, 10 €
Corriere 9.12.14
Israele, in campo le ultraortodosse
«Vogliamo candidarci anche noi»
di Lorenzo Cremonesi
GERUSALEMME «Se non possiamo essere elette non voteremo» tuona su Facebook il nuovo movimento che vorrebbe una donna tra i deputati ultraortodossi. E’ l’ultima espressione di un fenomeno che da tempo investe la politica israeliana e adesso viene rilanciato con forza dalla prospettiva delle elezioni anticipate al 17 marzo. I media locali notano che al momento ben sei partiti sono guidati da donne, tra cui due importanti come i laburisti di Shelly Yachimovich e il centrista «Hatnuah» di Tzipi Livni. E tutti basano i loro programmi sull’aggressiva difesa dei diritti delle donne. Tra i punti più importanti, alzare il numero dei deputati rosa dall’attuale 23% sui 120 complessivi alla Knesset (il parlamento). Un numero che comunque è più alto della media dei parlamenti europei, attestata attualmente al 17,6%.
Ma la novità avanzata dalle attiviste religiose è che si rivolge al cuore stesso dell’ortodossia più conservatrice. «Le donne ultraortodosse sono oltre 400.000, un numero notevole. Rappresentano circa il 5% di tutta la popolazione israeliana. Hanno il compito di generare e crescere le nuove generazioni, spesso lavorano, mantengono gli studi del marito. Sono tasselli fondamentali della famiglia e dell’universo ultraortodosso. Possibile che non abbiano almeno una loro rappresentante alla Knesset?», ci dice la 42enne Esty Reider-Indorsky, che da due anni conduce la campagna. Lei sa bene di muoversi in un campo minato. Divorziata, un solo figlio e risposata da poco, non ha problemi a postare le sue foto su internet: tutti comportamenti che fanno a pugni con i codici imposti dal rabbinato ortodosso.
«Abbiamo ricevuto tanti messaggi di sostegno. Ma forse le donne a cui ci rivolgiamo non hanno mai letto il nostro sito. Le ultraortodosse in genere non usano internet, non hanno accesso ai media tradizionali. Siamo state accusate di offendere il nostro credo, di non appartenere al mondo che vorremmo cambiare, di essere il diavolo in persona», ammette. Anche per questo motivo insiste nel moderare i toni. «Non intendiamo affatto cambiare la tradizione ortodossa. Vogliamo rafforzarla con l’adesione attiva delle donne. La nostra prima richiesta è che lo Stato vieti la partecipazione alle elezioni per partiti come Shas ed Ebraismo Unito della Torà sino a quando non avranno cambiato gli articoli dello statuto in cui rifiutano espressamente le deputate donne», continua, citando le due formazioni politiche che con 22 seggi complessivi raccolgono i voti delle due confessioni ultraortodosse tradizionali: la sefardita, di rito orientale, e quella askenazita delle comunità ebraiche del centro-est europeo. Una vera rivoluzione, in verità quasi impossibile da realizzare. Ma lei avanza un compromesso per indorare la pillola: «Sarebbe sufficiente una sola candidata donna. E a sceglierla saranno esclusivamente i rabbini».
Corriere 9.12.14
Dresda in piazza, come nell’89
Ma adesso il nemico è l’Islam
In diecimila con gli estremisti di destra alla «marcia del lunedì»
BERLINO È una novità da non sottovalutare. Non gridano slogan aggressivi. Vogliono «essere il popolo», cercando di richiamarsi idealmente ai cittadini che si riunivano per invocare la libertà negata dal regime della Germania Est, crollato venticinque anni fa con la caduta del Muro. Dresda, dove quelle manifestazioni contribuirono ad aprire una pagina nuova della Storia, è la loro roccaforte. Ma il movimento si sta estendendo. Nella città simbolo delle distruzioni della guerra, la loro voce si è sentita ieri ancora una volta con forza (come accade ogni lunedì da due mesi): «No al fanatismo religioso», «Lottiamo per il futuro dei nostri figli». L’organizzazione che li rappresenta si chiama «Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente» ed è conosciuta con il suo acronimo, Pegida. Certo, nella folla si mescolano militanti di estrema destra e i gruppi neonazisti non rimangono nelle retrovie, pur accettando il divieto di esibire bandiere nostalgiche. Si tratta di un fenomeno significativo, però, perché è in gioco proprio la dimensione fino ad ora largamente minoritaria delle iniziative anti-stranieri. Sta suonando un campanello d’allarme, anche in Cancelleria.
L’appello lanciato dal leader di Pegida, Lutz Bachmann (un quarantunenne che ha avuto qualche problema in passato con la giustizia), è stato raccolto ieri a Dresda da circa diecimila persone. I nemici della folla scesa in piazza nella capitale della Sassonia sono gli islamisti radicali, anche se la protesta finisce per essere diretta contro tutto il mondo musulmano nel suo complesso. Si vuole soprattutto «preservare la cultura tedesca» dalla violenza, ma si teme la minaccia che rappresentano gli immigrati per una società che ha paura di perdere le proprie radici.
Questa ambivalenza ha parzialmente disorientato, in un primo tempo, i comitati che organizzano le contro-dimostrazioni. Ma gli inviti a dire «no» sono arrivati ugualmente — da partiti, comunità islamica ed ebraica — e almeno 9.000 persone hanno aderito alla contro-manifestazione.
Il «popolo di Dresda» sta ponendo interrogativi nuovi ai quali va data una risposta. Nello specifico, è forte un sentimento di diversità, non privo di risvolti egoistici, e la speranza di rimanere lontani dai problemi di accoglienza che in altre zone del Paese si è costretti ad affrontare da tempo. Il sindaco, la cristiano-democratica Helma Orosz, ha sottolineato che molti si dimenticano quanti benefici la città e la regione abbiano ricevuto per secoli dall’emigrazione. Kerstin Köditz, una dirigente della Linke e responsabile delle politiche antifasciste in Sassonia, ha messo in rilievo con chiarezza la presenza nel movimento di estremisti di destra ma ha ammesso che esiste anche una partecipazione di «cittadini preoccupati che hanno radicalizzato negli ultimi tempi le loro posizioni».
Il Sole 9.12.14
Pechino «vede» la crescita al 7%
Summit di governo. In discussione fino a giovedì le linee guida delle riforme politiche ed economiche
Le autorità cinesi preparano una revisione al ribasso delle stime del Pil
Potrebbe essere decisa in queste ore la correzione del target di crescita fissato da Pechino per il 2015. I principali esponenti del regime hanno infatti dato il via alla “Central economic work conference”, il summit annuale ai massimi livelli e a porte chiuse, durante il quale viene ricalibrata la rotta per le riforme economiche e politiche. E sono sempre più numerose e influenti le voci che consigliano di tagliare dal 7,5 al 7% le stime di crescita per l’anno prossimo.
Voci peraltro sempre più vicine ai circoli decisionali, come quella dei think tank controllati dal Governo. Il capo economista dello State information centre, Zhu Baoliang, per esempio, afferma a chiare lettere che il corretto target di crescita per il 2015 si attesta «attorno al 7%». Già a ottobre, durante la conferenza dell’Accademia delle scienze sociali, i partecipanti, compresi molti ministri, sostennero che un target del 7% sarebbe più appropriato per il potenziale di crescita a lungo termine del Paese, come riferisce alla Cnbc il capo economista di Nomura, Chang Chun Hua.
Una decisione analoga fu presa nel 2012, quando il governo abbassò il target al 7,5% dall’8% dei precedenti 8 anni. La Cina, del resto, sembra destinata a mancare l’obiettivo di crescita previsto dal regime già quest’anno (7,5%) e sarebbe la prima volta dal 1999. Per il 2014 ci si aspetta ormai il tasso di espansione più basso degli ultimi 24 anni.
Una crescita al 7% in Cina fa già scattare i primi segnali d’allarme, poiché è diffusamente considerata il minimo indispensabile per assorbire i circa 10 milioni di giovani che si affacciano ogni anno sul mercato del lavoro. Un’espansione inferiore rischierebbe di tradursi in disoccupazione. Non solo, potrebbe anche aumentare il rischio default sul debito.
Finora il governo ha assistito senza mostrare troppa preoccupazione al rallentamento dell’economia, che vive una fase di transizione verso un modello di sviluppo basato su consumi e innovazione, al posto di quello centrato su investimenti ed export. La crisi globale, tuttavia, complica il già difficile compito e ora gli analisti si aspettano che dal meeting in corso in questi giorni escano le linee guida per politiche monetarie accomodanti, con una combinazione di tagli dei tassi e riduzione delle riserve obbligatorie degli istituti di credito, in modo da favorire l’attività di prestito pur in un contesto di sofferenze bancarie. Misura, quest’ultima, invocata a gran voce dai principali istituti di credito, che attualmente devono tenere a riserva sui conti di Big Mama (Yang Ma, come viene spesso chiamata la Banca centrale in Cina) il 20% dei depositi. Un taglio di 50 punti base libererebbe circa 500 miliardi di yuan (81 miliardi di dollari). La preoccupazione di Big Mama, però, è che questi prestiti, anziché finire a medie e piccole imprese private, prendano ancora una volta la via delle società a partecipazione statale, inefficienti e spesso corrotte, ma a prova di fallimento e quindi clienti privilegiati per le banche.
Un antipasto di questa ricetta è in realtà già arrivato il 21 novembre, quando la banca centrale ha abbassato il costo del denaro per sostenere la crescita e alleggerire la pressione sulle tante società indebitate. Il taglio ha messo fine a oltre due anni e mezzo di stasi sui tassi ed è arrivata dopo che per mesi la stessa Banca centrale aveva ribadito come misure del genere non fossero necessarie. Tra settembre e ottobre, inoltre, Big Mama ha pompato nel sistema bancario 126 miliardi di dollari.
Ieri, nuovi segnali di debolezza, sono arrivati dal commercio: a novembre le importazioni sono scese del 6,7% su base annua, rovesciando le attese che puntavano su una crescita del 3,8%. Frenano anche le esportazioni, cresciute del 4,7%, contro previsioni dell’8%.
Il meeting delle autorità sul futuro economico della Cina dovrebbe chiudersi giovedì, senza dichiarazioni pubbliche, né indicazioni ufficiali sugli obiettivi di crescita (ma le “fughe di notizie” sono di routine in queste occasioni). L’etichetta cinese individua nella cerimonia d’apertura del Parlamento, a marzo, l’ambito corretto per queste comunicazioni. I giochi, però, si stanno già facendo.
Corriere 9.12.14
Il mutamento che disorientò la sinistra
Reichlin e gli errori degli anni 70
di Paolo Franchi
Riprendiamoci la vita: sembra un vecchio slogan di Lotta Continua degli anni Settanta, o un richiamo a un celebre, bellissimo film di propaganda, A nous la vie , che Jean Renoir realizzò per il Pcf al tempo del Fronte popolare francese. Invece è il titolo di un libro di Alfredo Reichlin, in libreria da domani per la casa editrice Eir. Un titolo curioso per le riflessioni di un uomo politico ormai giunto alla soglia dei novant’anni. Spiegabile, però, perché i suoi pensieri (non le sue memorie, non il bilancio della sua vita prima di dirigente comunista, poi di padre nobile del Pds e del Pd pre-renziano) Reichlin li affida ai nipoti poco più che ragazzi: sono loro e quelli come loro, non lui, che la vita dovrebbero riprendersela. Restituendo un futuro a se stessi, e un senso a una parola, sinistra, che sembra averlo smarrito da un pezzo.
Già. Ma da quando? Reichlin non ha dubbi. La sconfitta (anzi: «il collasso») affonda le sue radici fin negli anni Settanta. Quando la sinistra, in Italia, in Europa e nel mondo scambiò una «rivoluzione conservatrice» destinata a cambiare i paradigmi dell’economia, della società e della politica per una controffensiva di destra come tante ce ne erano state in passato o, peggio, le fu culturalmente subalterna. Nonostante a essere messa pesantemente sotto attacco, in tutto l’Occidente, fosse la sua principale conquista, e cioè quel compromesso democratico tra capitale e lavoro che, seppure in forme assai diverse da Paese a Paese, e talvolta, come in Italia, a dire poco discutibili, era stato, nel secondo dopoguerra, la base dello Stato sociale. Cominciò a prendere forma allora, è in sintesi estrema il ragionamento di Reichlin, un cambiamento profondo della natura stessa del capitalismo (sempre più finanziario, sempre meno produttivo), destinato ad accentuarsi oltre misura con la globalizzazione, che, già prima della grande crisi di questi ultimi anni, si è portato appresso come conseguenza quasi naturale la crescita inaudita delle diseguaglianze, e l’avvento di società più povere, più ingiuste, nelle quali il lavoro, quando c’è, torna a essere soltanto una merce.
Reichlin è uno di quegli uomini della sinistra italiana che si sono sempre vantati, anche troppo, di pensare in grande, di volare alto e di guardare al profondo. Non stupisce, quindi, che, provando a rendere ai più giovani il senso del fallimento di questi decenni, insista soprattutto, sul deficit di pensiero della propria parte, divisa tra chi si è illuso di salvare in qualche modo il salvabile, arroccandosi in una guerra di resistenza destinata alla sconfitta, e chi si è convinto che questo sia, se non il migliore dei mondi possibili, quanto meno l’unico immaginabile da qui all’eternità. È inutile, sostiene, affettare virtuose indignazioni di fronte al dilagare dei populismi: se non nutre e non fa vivere una propria autonoma «idea di società», che non può certo essere né comunista né socialdemocratica in senso classico, ma non può nemmeno non avere a fondamento il lavoro, la sinistra semplicemente non esiste o è, quanto meno, ininfluente.
È difficile, almeno per chi scrive, dargli torto. Ma lo è altrettanto, e forse di più, immaginare come possano ricostruirla i nipoti, un’«idea di società», se l’eredità è questa che, impietosamente e anche un po’ angosciosamente, Reichlin tratteggia. Manca all’appello la generazione di mezzo: il compito grande e terribile di attraversare il deserto toccava in realtà ai genitori dei ragazzi di oggi. Si sono guardati bene dal farsene carico. E questo li rende più colpevoli, e più insinceri, di nonni che, comunque, la loro parte la hanno fatta.
La Stampa 9.12.14
Torino 1934, gli ebrei antifascisti nella grande retata
Ottant’anni fa Leone Ginzburg, Carlo Levi e altri dodici catturati dall’Ovra: l’operazione mise in ginocchio GL
di Chiara Colombini
«Ebrei antifascisti al soldo dei fuoriusciti assicurati alla giustizia dall’Ovra». È il titolo di un comunicato dell’agenzia Stefani che La Stampa e i principali quotidiani italiani riprendono il 31 marzo 1934. La notizia riguarda Torino, al centro di una campagna di stampa che anticipa sinistramente la persecuzione antiebraica del 1938. Tutto ha avuto inizio pochi giorni prima.
Ponte Tresa, 11 marzo 1934. Alla frontiera con la Svizzera si ferma un’auto per il controllo di routine. Alla guida è Sion Segre Amar, studente universitario; accanto a lui Mario Levi, dirigente della Olivetti. Sono stati a Lugano per conto del movimento antifascista Giustizia e Libertà. I finanzieri in servizio pensano di avere intercettato dei contrabbandieri e li perquisiscono. Addosso a Levi viene trovata una copia del settimanale della Concentrazione antifascista, La libertà, e copie di volantini che incitano a votare no alle elezioni del 25 marzo (è un plebiscito, si può solo accettare con un sì o respingere con un no la lista presentata). Nell’auto si trovano copie dei Quaderni di Giustizia e Libertà, la rivista che il movimento stampa dal gennaio 1932. Nel tragitto verso il commissariato di polizia del confine, Levi si getta nel Tresa e nuota verso l’altra sponda del lago di Lugano. La Guardia federale svizzera lo trae in salvo. Segre è fermato e trasferito alla Questura di Varese, dove viene malmenato.
Nei giorni successivi cominciano gli arresti, poi confermati per 14 persone: Leone Ginzburg, Carlo Levi e suo fratello Riccardo, Gino e Giuseppe Levi (fratello e padre di Mario), Barbara Allason, Carlo Mussa Ivaldi, Giovanni Guaita, Giuliana Segre, Marco Segre, Attilio Segre, Cesare Colombo, Leo Levi, Camillo Pasquali. Non tutti sono militanti di GL, e non tutti avranno la stessa sorte giudiziaria. A quell’episodio di 80 anni fa è dedicato l’incontro che si terrà questa sera alla Comunità ebraica di Torino.
La rete torinese del movimento è stata lacerata una prima volta tra il dicembre 1931 e il gennaio 1932. È stato Ginzburg, con Carlo Levi, a ritessere la tela. All’inizio del 1932 Ginzburg si è recato a Parigi e ha preso contatto con Carlo Rosselli e il gruppo dirigente di GL. Di origine russa, Ginzburg ha ottenuto la cittadinanza italiana nell’ottobre del 1931: da sempre antifascista, ha aspettato questo momento per passare all’azione, per affermare un’idea di patria alternativa a quella fascista. Nasce una rete clandestina che pesca in ambienti non coincidenti ma con molti punti di intersezione, che hanno a che fare con rapporti di amicizia, di parentela, con affinità culturali e sociali: il liceo D’Azeglio in cui cresce una generazione di antifascisti; il salotto di Barbara Allason che ospita serate di discussioni culturali e cospirazione; la cerchia di intellettuali da cui poco più tardi nascerà la casa editrice Einaudi; la Olivetti di Ivrea. E c’è l’origine ebraica di un buon numero dei giellisti torinesi, la quasi totalità se si guarda agli arrestati del 1934.
Su questo elemento si scatena la speculazione. Riprendendo il comunicato Stefani, i giornali raccontano che Levi, una volta in salvo, ha gridato: «Cani italiani! Vigliacchi!». Non è vero. Urla, sì, però dice: «Viva la libertà! Abbasso il fascismo!». Ma quel «cani italiani» è funzionale a presentare gli arrestati come antifascisti perché antitaliani, e antitaliani perché ebrei. In realtà, come ha osservato Alberto Cavaglion, nel rapporto tra antifascismo ed ebraismo in quella fase era il primo a prevalere: «Prima di tutto si era antifascisti, il “problema dell’appartenenza” passava in secondo piano».
Lo smantellamento della rete torinese è un duro colpo per GL. In quel momento è pressoché l’unico nucleo del movimento attivo in Italia, capace per di più di dare un contributo fondamentale di idee: prima degli arresti del 1934 scrivono sui Quaderni Ginzburg, Carlo Levi, Vittorio Foa, Renzo e Michele Giua, Riccardo Levi, Mario Levi, Sion Segre, Augusto Monti.
Paradossalmente, l’incidente di Ponte Tresa è una bella seccatura anche per la polizia. Da mesi ha arruolato come spia l’ingegnere francese René Odin che, millantando la necessità di viaggi commerciali in Italia, appare perfetto al centro parigino di GL per tenere i collegamenti con i militanti interni. Il fermo alla frontiera costringe ad anticipare gli arresti, mentre la polizia avrebbe voluto attendere per individuare il numero maggiore possibile di cospiratori. Inoltre, agli arrestati non si può chiedere conto di quanto si è scoperto su di loro attraverso Odin, con il rischio di «bruciarlo».
Le ammissioni che la polizia riesce a strappare non sono che uno specchio deformante, confermano cose che gli inquirenti già sanno. Saranno deferiti al Tribunale speciale soltanto Sion Segre e Leone Ginzburg, condannati rispettivamente a 3 e 4 anni di detenzione (poi ridotti grazie a due anni di condono). Giungeranno 5 assegnazioni al confino per Guaita, Mussa Ivaldi, Cesare Colombo, Attilio e Marco Segre. Saranno i militanti già attivi scampati alla polizia nel 1934, in primo luogo Vittorio Foa e Michele Giua, a ricostruire a Torino una nuova cospirazione di GL.
La Stampa 9.12.14
Tra gli spettri di Nietzsche le stagioni di Ferraris
di Gianni Riotta
Non lasciatevi deviare dal titolo, Spettri di Nietzsche. Un’avventura umana e intellettuale che anticipa le catastrofi del Novecento (Guanda, pp. 266, € 18): il saggio del filosofo Maurizio Ferraris è autobiografico. Si muove dallo stupore di notare come lo studio del proprio commercialista, al centro di Torino, abbia un tempo visto aggirarsi il tormentato Friedrich Nietzsche, tirando quindi le fila del personale itinerario, dalla politica giovanile come caporedattore della rivista Alfabeta nei duri Anni Settanta, fino alla milizia culturale sotto le insegne scettico-chic di Derrida (e chi tra i filosofi della sua leva ne restò immune?), alla riscoperta della realtà con il Manifesto del nuovo realismo del 2012, leva etica perduta la quale ci si ritrova a flottare smarriti nello spazio delle idee, come George Clooney di Gravity.
Additato nel vivace pamphlet Speranze (Mulino) del decano Paolo Rossi a portabandiera del relativismo nichilista, Ferraris si emancipa qui orgogliosamente dall’etichetta, mischiando riferimenti alla cultura di massa e alla storia, e cercando il senso dei «disastri del Novecento», secolo dei totalitarismi nella storia e nel pensiero. Considerate la citazione di un personaggio oggi dimenticato, il generale francese Jean-Marie de Lattre de Tassigny, i cui funerali colmarono di folla Parigi nel 1952 e che potete rivedere commoventi su Youtube http://goo.gl/s54sNG. Il generale, eroe della Resistenza, riuscì a fermare l’offensiva vietnamita in Indocina nel 1951, salvo poi perdere il figlio ventitreenne, tenente Bernard de Tassigny soldato già a 16 anni con speciale dispensa di De Gaulle, nella battaglia di Ninh Binh da lui stesso comandata e morire poi di cancro un anno dopo.
Lo svanire della gloria, potenza nietzschiana parallela al perdere di senno del filosofo, diventa in Ferraris figura del pensiero e dell’arte del Novecento, che nel rarefarsi in astrazione e linguaggio occulto perdono di controllo l’umanità più sincera, con libri impossibili da leggere, musica impossibile da ascoltare, politiche impossibili da attuare. Ricondurre la filosofia del XXI secolo a saggezza classica, compito che si assume nel romanzo Vita e destino il russo Grossman, sembra essere ormai la meta di un Maurizio Ferraris non più enfant prodige, ma maturo pensatore. Attendiamo con curiosa speranza questa sua, nuova, stagione.
Corriere 9.12.14
Il genio di Grothendieck mai al servizio di nessuno
Da piccolo ebreo perseguitato a pioniere della matematica
Poi il rifiuto dei premi, la rivolta, la scelta dell’isolamento
di Stefano Montefiori
Alexander Grothendieck, il genio della matematica morto a 86 anni il 13 novembre scorso, è stato un immenso scienziato, ma aveva ripudiato la scienza. Dalla Berlino dei rifugiati anarchici russi alla vita da eremita in un paesino dei Pirenei, passando per i campi di prigionia, il maggio del 1968 e la rivoluzione hippie, Grothendieck ebbe una vita tormentata e talvolta avventurosa, ma non usò mai le formule per rifugiarsi lontano dalla realtà. Come illustra il libro Matematica ribelle , in edicola con il «Corriere», preferì piuttosto rinunciare alla ricerca, quando ebbe la sensazione che il suo genio avrebbe avuto conseguenze pratiche incontrollabili, attraverso usi in campo militare che giudicava possibili e ignobili.
Alexander nacque il 28 marzo 1928 a Berlino, dove visse fino al 1933 con la mamma giornalista Hanka, il papà anarchico russo Sascha e Maidi, la sorella da parte di madre. Fu un periodo decisivo per la costruzione della sua personalità, e in positivo: «I primi cinque anni della mia vita rappresentano un privilegio di enorme valore. Dedicavo un’ammirazione e un amore sconfinati sia a mio padre che a mia madre», scrive nella sua monumentale autobiografia — pubblicata nel 1987 in tiratura confidenziale, ma oggi disponibile su Internet — Récoltes et semailles («Raccolti e semine»).
L’incanto venne interrotto dall’ascesa al potere dei nazisti, ma ancora di più dalla reazione dei suoi genitori: decisero di lasciare i bambini in Germania, e di trasferirsi in Francia. Poi parteciparono alla guerra civile in Spagna. Alexander raggiunse la madre solo nel 1939, quando restare in Germania da figlio di padre ebreo era ormai impossibile. Dopo l’occupazione nazista della Francia, suo padre venne deportato e morì ad Auschwitz. Al liceo Cévenol di Chambon-sur-Lignon il pastore Trocmé cercava di salvare quanti più studenti ebrei fosse possibile. «La polizia locale ci avvertiva quando stava per arrivare una retata della Gestapo — ricorda Grothendieck —, e allora andavamo a nasconderci nei boschi per una notte o due, in piccoli gruppi, senza renderci conto fino in fondo che non era un gioco, ma che si trattava della nostra pelle».
Alexander ottiene il diploma di Baccalauréat e va a Montpellier a studiare, finalmente, matematica all’università. Poi a Parigi, e infine a Nancy, dove incontra Laurent Schwartz, il più grande matematico del tempo. Qui arriva l’aneddoto che non può mancare nella biografia di un genio. «Io e Jean Dieudonné (altro grande matematico, ndr ) avevamo 14 problemi che non riuscivamo a risolvere — raccontò Schwartz —. Dieudonné propose a Grothendieck di sceglierne uno e di pensarci su. Pensavamo fosse uno spunto per anni di lavoro, ma dopo poche settimane Grothendieck tornò da noi con la soluzione di oltre la metà! Eravamo stupefatti».
All’inizio degli anni Cinquanta Grothendieck è già una star indiscussa nella sia pur ristretta cerchia dei matematici. La sua personalità deborda di energia e di talento, gli allievi sono increduli. «Aveva un ritmo infernale — racconta Michel Demazure, che sostenne la sua tesi con Grothendieck —. Si dedicava alla matematica da 16 a 18 ore al giorno, per lui tutto era legato: il percorso era altrettanto importante del traguardo. Il suo motto era nessuna concessione, nessuna economia, nessuna scorciatoia!».
Nel 1957 la morte della madre Hanka: Grothendieck cade in depressione per mesi. Il rapporto con lei, il ricordo di quei primi cinque anni di vita felici, sono stati fondamentali per il carattere del grande matematico, che combatterà tutta la vita con il paragone irraggiungibile di quel paradiso perduto.
La svolta nella sua carriera arriva grazie all’iniziativa e alla visione di Léon Motchane, un industriale di origine russa che fonda in Francia l’Institut des hautes études scientifiques (Ihes) sul modello dell’Institute for Advanced Study creato negli anni Trenta a Princeton per permettere ad Albert Einstein di proseguire le sue ricerche negli Stati Uniti.
All’Ihes Grothendieck, Dieudonné e Jean-Pierre Serre animano un seminario matematico passato alla storia, per l’ambizione di fondere geometria algebrica, aritmetica e topologia algebrica. Nel 1966 a Grothendieck viene attribuita la Medaglia Fields, sorta di premio Nobel per la matematica. Il figlio di un anarchico russo dovrebbe andare a Mosca, al Congresso mondiale delle matematiche, per ritirare il premio, ma rinuncia «per protesta contro il trattamento inflitto dai sovietici agli scrittori dissidenti Sinjavskij e Daniel».
Nel 1970 Grothendieck abbandona l’Ihes, luogo dei suoi trionfi: ha scoperto per puro caso che è finanziato in parte dal ministero della Difesa francese. Il contributo dei militari è limitato, pari all’incirca al 5 per cento del bilancio dell’Istituto. Ma questo basta a convincere Grothendieck che deve abbandonarlo, se non vuole tradire i suoi principi. È un grande punto di non ritorno.
Se le intuizioni di Albert Einstein hanno portato alla bomba atomica, Grothendieck si rifiuta di correre lo stesso rischio e abbandona le ricerche teoriche nella matematica. Si dedica sempre di più alla spiritualità, alla meditazione. Fonda una comune nella sua casa nel Sud della Francia, diventa un guru per decine di giovani che cercano modi di vita vicini alla natura e lontani dal consumismo.
Al maggio 1988 risale la sua ultima apparizione, perché l’Accademia reale delle scienze di Svezia gli attribuisce l’importante premio Crafoord. Lui, naturalmente, rifiuta l’onorificenza e la somma consistente che la accompagna, perché «lo stipendio da professore è più che sufficiente per i miei bisogni materiali». Più tardi, nel 1991, a 63 anni, Grothendieck sparisce dalla vita pubblica. Si ritira in un paesino dei Pirenei, Lasserre, lontano da tutti, ossessionato dalla paura che i suoi lavori vengano travisati, copiati, destinati a scopi inaccettabili. Il 3 gennaio 2010 scrive di suo pugno una lettera all’allievo Jean Malgoire, nella quale chiede che le migliaia di pagine delle sue ricerche, ancora inedite, restino tali.
Ora che Grothendieck è morto, il suo tesoro, 20 mila pagine di appunti, giace in uno sgabuzzino della facoltà di Montpellier. Una giuria di eminenti matematici potrebbe dichiararlo «patrimonio nazionale», in modo da metterlo a disposizione della comunità scientifica. Ma bisognerebbe decifrare quelle formule. «Ci vorranno cinquant’anni — dice il suo allievo Michel Demazure — o un altro Grothendieck».
Corriere 9.12.14
La rivoluzione del medioevo
Non un’epoca buia ma un tempo fecondo preparò le conquiste dell’occidente
di Paolo Mieli
Si calcola che nel 430 a.C. gli abitanti di Atene fossero all’incirca 155 mila e che due o trecentomila persone vivessero nelle altre città-Stato (70 mila a Corinto, 40 mila a Sparta). Al massimo i «greci» ammontavano a mezzo milione di individui. I persiani, nella stessa epoca, erano quaranta milioni. Eppure i primi ebbero la meglio sia sulla terra, a Maratona (490 a.C.), che sui mari, a Salamina (480 a.C.). Di più. La geografia della Grecia contraddice la tesi secondo cui in tempi successivi la supremazia europea sarebbe stata riconducibile a favorevoli condizioni geografiche. In Grecia, ha fatto osservare Leopold Migeotte, persino le terre migliori erano sassose e la loro produttività «mediocre». Victor Davis Hanson ha sottolineato che la Grecia «non dispone neanche di un solo fiume navigabile e ha la disgrazia di non avere risorse naturali». E invece i grandi imperi dell’epoca — Egitto, Persia, Cina — occupavano enormi e fertili pianure, attraversate da grandi fiumi. Eppure è lì — nell’Atene del VI e V secolo a.C. — che ha avuto inizio quella che oggi chiamiamo la «civiltà occidentale». Civiltà alla quale Rodney Stark ha dedicato un libro, La vittoria dell’Occidente. La negletta storia del trionfo della modernità, pubblicato dall’editore Lindau.
Per Stark il termine «modernità» vuole indicare «quella miniera di conoscenze e procedure scientifiche, di efficaci tecnologie, di successi artistici, di libertà politiche, di meccanismi economici, di sensibilità morali e di miglioramento delle condizioni di esistenza che caratterizzano le nazioni occidentali e ora stanno rivoluzionando la vita nel resto del mondo». Con l’esplicita implicazione che «quanto più le altre culture non sono state in grado di adottare almeno gli elementi principali di quella occidentale, tanto più sono rimaste arretrate e impoverite». I cinesi, ad esempio, inventarono la polvere da sparo molto presto, eppure molti secoli dopo non avevano artiglieria né armi da fuoco. Un’industria siderurgica fiorì nel Nord della Cina nell’XI secolo, ma i mandarini della corte imperiale dichiararono il ferro monopolio di Stato, se ne impadronirono e così distrussero la produzione siderurgica cinese.
Già nell’antichità, su tantissime tecnologie cruciali la Cina era molto avanti rispetto all’Europa. Quando però i portoghesi vi arrivarono nel 1517, scrive provocatoriamente Stark, «trovarono una società arretrata in cui le classi privilegiate ritenevano più importante azzoppare le ragazzine bendando loro i piedi, che sviluppare tecniche agricole più produttive di quelle che avevano per far fronte alle frequenti carestie». Perché? E come è stato possibile «per un pugno di funzionari inglesi coadiuvati da pochi ufficiali, di carriera e non, governare l’enorme subcontinente indiano?» Perché la scienza e la democrazia sono nate in Occidente, insieme all’arte figurativa, ai camini, al sapone, alle canne dell’organo e a un sistema di notazione musicale? Perché è accaduto che, per parecchie centinaia di anni a partire dal XIII secolo, soltanto gli europei avevano gli occhiali e gli orologi meccanici? E successivamente telescopi, microscopi e periscopi?
Il merito di tutto quel che è accaduto in materia di sviluppo della civiltà va attribuito alla circolazione delle idee. Sono le «idee», più che le «forze economiche e materiali», all’origine della modernità. Sono le «idee» che spiegano «perché la scienza sia nata soltanto in Occidente»: solo gli occidentali «hanno pensato che la scienza fosse possibile, che l’universo funzionasse secondo regole razionali che potevano essere scoperte». E nel momento in cui riconosciamo il primato delle idee, «ci rendiamo conto dell’irrilevanza delle interminabili discussioni accademiche per stabilire se determinate invenzioni vennero messe a punto autonomamente in Europa o furono importate dall’Oriente». Come la polvere da sparo in Cina. Partito da queste premesse, Stark passa alla confutazione di alcune opinioni assai diffuse sulla storia dell’Occidente. Il primo impero sorse in Mesopotamia più di seimila anni fa, poi vennero quelli egiziano, cinese, persiano e indiano. Tutti furono travagliati da croniche lotte per il potere all’interno delle élite dominanti, ma, a parte queste lotte, qualche guerra con i popoli confinanti e progetti di grandiose opere pubbliche, nella loro storia «accadde poco o nulla». I cambiamenti, sia tecnologici che culturali, «erano così lenti da passare quasi inosservati». I secoli si susseguivano e la maggior parte della gente continuava a vivere, come ha scritto Marvin Harris, «un pelo al di sopra della pura e semplice sussistenza; poco meglio dei loro buoi». Fu solo la Grecia del VI e V secolo a.C. che fece fare un salto alla storia dell’umanità. Un salto preparato da molto tempo. Dal momento che lì «condizioni geografiche sfavorevoli» con le conseguenti «mancanza di unità e competizione» provocarono appunto la «rivoluzione delle idee». I greci, precisa Stark, «non furono i primi a interrogarsi sul senso della vita e sulle cause dei fenomeni naturali; furono però i primi a farlo in modo sistematico». Come ha scritto Martin West, «insegnarono a se stessi a ragionare».
Poi fu la volta di Roma. Anzi, di quello che Stark chiama l’«intermezzo romano». Perché, scrive, «nella migliore delle ipotesi considero l’impero romano una pausa nell’ascesa dell’Occidente, e più probabilmente una battuta d’arresto». Oltre alla mancanza di innovazioni tecnologiche, «i romani sfruttarono poco o nulla alcune tecnologie già esistenti; per esempio, conoscevano perfettamente la ruota ad acqua, ma preferivano usare il lavoro degli schiavi per macinare la farina». E anche i celebrati testi di Plauto e Terenzio furono per intero di derivazione greca. Per Stark «ai fini dello sviluppo della civiltà occidentale, la caduta dell’impero romano non è stata un’immane tragedia, bensì il fatto in assoluto più benefico». I «molti soporiferi secoli di dominazione romana» hanno visto due soli significativi fattori di progresso: «L’invenzione del cemento e l’ascesa del cristianesimo, quest’ultima avvenuta nonostante i tentativi dei romani di impedirla». A cadere poi «fu Roma, non la civiltà; i goti non tornarono improvvisamente alla barbarie; e i milioni di abitanti dell’ex impero non dimenticarono improvvisamente quel che sapevano». Al contrario, scrive Stark, «con la fine dei paralizzanti effetti della repressione romana, riprese il glorioso cammino verso la modernità». Quanto alla svolta di Costantino, scrive l’autore, l’immenso favore dimostrato da quell’imperatore romano al cristianesimo «finì per danneggiarlo». Nella sua storia del papato, Eamon Duffy ha fatto notare che Costantino elevò il clero a tali livelli di ricchezza, potere e status che i vescovi «divennero figure eminenti al pari dei senatori più ricchi». Con la corruzione che ne derivò.
Successivamente i «secoli bui» non furono mai tali; al contrario, il Medioevo è stato un’epoca di notevole progresso e innovazione, tra cui «l’invenzione del capitalismo». La maggior parte degli europei «iniziarono a mangiare meglio di come avessero mai mangiato nel corso della storia e di conseguenza divennero più grandi e forti di coloro che vivevano altrove». Nel 732, gli invasori islamici, quando penetrarono in Gallia, si trovarono di fronte «un esercito di franchi splendidamente armati ed addestrati e furono sconfitti». In seguito, «i franchi conquistarono la maggior parte dell’Europa e misero sul trono un nuovo imperatore». Ma presto quel sogno si infranse. Un peccato? No, reagisce l’autore, «è una fortuna che quella costruzione sia andata in frantumi» e la «creativa disunità dell’Europa» sia stata ristabilita. Va poi aggiunto che «sebbene svariati storici abbiano dedicato molta più attenzione all’impero carolingio che ai vichinghi, questi ultimi, per l’ascesa dell’Occidente, hanno avuto un ruolo di gran lunga più significativo e duraturo dei primi». Non è vero, poi che i crociati, in seguito, abbiano «marciato verso oriente per conquistare terre e bottino». Anzi. Si erano «indebitati fino al collo per finanziare la propria partecipazione a quella che consideravano una missione religiosa». I più «ritenevano improbabile la possibilità di sopravvivere e di tornare in patria (e infatti non tornarono)». Come dimostrano le crociate, «per gli europei la vera base dell’unità era il cristianesimo, che si era trasformato in una ben organizzata burocrazia internazionale». A tal punto che «sarebbe più corretto parlare di Cristianità più che di Europa, dal momento che, all’epoca, quest’ultima aveva ben poco significato sociale o culturale». Fu questo il periodo in cui nacque davvero il capitalismo. Gli europei si arricchivano dopo aver imparato a sfruttare le fonti di energia. Alla fine del XII secolo, racconta Stark, «l’Europa era così affollata di mulini a vento che i proprietari cominciarono a denunciarsi a vicenda con l’accusa di portarsi via il vento».
Nel XVII secolo, infine, non c’è stata nessuna «rivoluzione scientifica»: i brillanti successi di quell’epoca «sono stati semplicemente il culmine di un normale progresso scientifico, iniziato nel XII secolo con la fondazione delle università». La Riforma «non ha portato alcuna libertà religiosa, ma ha semplicemente sostituito repressive e accentratrici Chiese cattoliche con altrettanto repressive e accentratrici Chiese protestanti». L’Europa «non si è arricchita drenando ricchezza dalle sue colonie sparse per il mondo»; al contrario «sono state le colonie ad aver drenato ricchezza dall’Europa, nel contempo acquisendo i benefici della modernità». Stark ci esorta a paragonare le tragedie di Shakespeare a quelle dell’antica Grecia. Non che Edipo «fosse senza colpe, però non aveva fatto nulla per meritare la sua triste fine: fu semplicemente vittima del destino; al contrario, Otello, Bruto e i Macbeth non furono prigionieri di un destino cieco». Che significa questo discorso? Che «uno dei fattori più importanti nel favorire l’ascesa dell’Occidente è stata la fede nel libero arbitrio; mentre la maggior parte delle antiche società (se non tutte) credevano nel fato, gli occidentali giunsero alla convinzione che gli esseri umani sono relativamente liberi di seguire quello che detta la propria coscienza e che, essenzialmente, sono artefici del proprio destino». E qui l’autore smonta punto per punto la famosa tesi di Max Weber secondo cui l’etica protestante sarebbe all’origine del capitalismo (ma a quest’opera di demolizione aveva già pensato Fernand Braudel definendola «debole tesi» per di più «chiaramente falsa»).
Esattamente «come gli insegnamenti di Sant’Agostino avevano segnato un cambiamento nell’atteggiamento cristiano nei confronti del commercio, i teologi che hanno poi assistito alle fiorenti attività economiche dei grandi ordini religiosi, cominciarono a rivedere le dottrine su profitto e interesse». Fu lì, a ridosso dell’anno Mille, che nacque una sorta di protocapitalismo «molti secoli prima che esistessero i protestanti». Poi, a metà del Trecento, dopo l’epidemia provocata dalla Peste Nera, «la scarsità di manodopera», come ha dimostrato David Herlihy, «stimolò le invenzioni e lo sviluppo di tecnologie che consentissero di risparmiare forza lavoro». Quindi l’Europa medievale «vide l’ascesa del sistema bancario, di un’elaborata rete manifatturiera, di rapide innovazioni in campo tecnologico e finanziario, nonché una dinamica rete di città commerciali». Va anticipato ad allora l’inizio, o quantomeno i «primi passi», di quella che avremmo definito la «Rivoluzione industriale». Già da molto tempo l’Europa era più avanti del resto del mondo in fatto di tecnologia, «ma alla fine del XVI secolo quel divario era ormai diventato un abisso».
E qui Stark si avvale di una notazione ai margini della battaglia di Lepanto (ottobre 1571). Quando saccheggiarono le imbarcazioni turche ancora non affondate, i marinai cristiani vittoriosi scoprirono un autentico tesoro in monete d’oro a bordo della «sultana», l’ammiraglia di Ali Pasha, e ricchezze quasi altrettanto ingenti furono trovate nelle galee di parecchi altri ammiragli. Il perché lo ha spiegato Victor Davis Hanson: «Non essendoci un sistema bancario, temendo una confisca qualora avesse scontentato il sultano e sempre attento a tenere i propri averi al riparo dell’attenzione degli esattori fiscali, Ali Pasha si era portato la sua immensa ricchezza a Lepanto». Eppure, fa notare Stark, Ali Pasha «non era un contadino che nascondeva il surplus del raccolto, ma un membro dell’élite dominante… se una persona come lui non era in grado di trovare investimenti sicuri e non se la sentiva di lasciare i suoi soldi a casa, come era possibile che qualcun altro potesse sperare di far meglio?». Il concetto che, in epoca medievale, la cultura islamica fosse molto più avanzata di quella europea «è un’illusione». E in queste pagine sono trasparenti le allusioni agli abbagli provocati di recente dalle cosiddette primavere arabe. Più che trasparenti: esplicite.
Corriere 9.12.14
Saper vedere oltre il deforme
L’amore adulto che vive in Bella
di Roberta Scorranese
L’amore di Bella per Bestia arriva improvviso e la sorprende «come il sole ad est/quando sale su», canta Gino Paoli ne La Bella e la Bestia . Come un cono di luce che squarcia un bosco rorido, ferino, umido. È un amore che nasce non a prima vista, come in Biancaneve o nella maggior parte delle fiabe: nasce con la consapevolezza, la frequentazione, la conoscenza dell’altro. Diciamolo: si consolida con l’abitudine, spesso glutine di amori decennali.
Un sentimento maturo, nato da una scelta? Nella fiaba di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, Bella si offre volontaria per andare ad affrontare Bestia. Poi resta, declinando con dolcezza le sue proposte di matrimonio. Torna dal padre, ma subito dopo si rende conto che quella presenza le era diventata indispensabile. Nonostante la mostruosità, le corna, la capigliatura animale, il ghigno e il pelame. Così Bella sceglie.
Uccide (metaforicamente) il padre e decide di affrontare il bosco, l’oscuro, l’ignoto. Non a caso, nel suo celebre studio sulle fiabe popolari, Stith Thompson pone Bestia nella categoria dello «sposo animale», dove (all’opposto del principe azzurro) la parte maschile è ancora incompleta, mancante. Ambigua, perché sospesa tra le virtù invisibili e un aspetto ripugnante. Aspetta la donna capace di riscattare questa immaturità deforme. Retaggio forse, in questo caso, di La Belle et le Monstre , un’altra fiaba nordeuropea, simile a quella poi giunta fino a noi e approdata al musical. Ma Bella no.
Bella muove le fila della storia con la sua decisione. Decide di affrontare l’altro e di accettarlo per così come è, negando se stessa e, in questo modo, annullandosi in nome di un sentimento più forte di entrambi, compie il miracolo. L’unico, possibile miracolo amoroso.
Lo ha scritto anche il raffinato psicanalista Bruno Bettelheim (1903–1990), grande esegeta di favole, nel suo Il mondo incantato - Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (Feltrinelli, 1977): Bella è capace di «creare un legame con un’altra persona (l’ io senza il tu vive un’esistenza solitaria)». Significa essere a un tempo se stessi e parte dell’altro.
«Un amore maturo — dice Marta Corradi, psicologa milanese, nonché protagonista di una serie di incontri sull’amore nelle fiabe, tra cui La Bella e la Bestia — e purtroppo oggi non facilmente realizzabile. In questo momento storico siamo sommersi di stimoli, oggetti, cose che ci chiedono una soddisfazione istantanea, immediata. L’amore di Bella invece si prende il tempo di crescere. Di rendersi conto». Il passo avanti della ragazza infatti è quando, tornata a casa, comprende che a mancarle non sono i vestiti, i gioielli e i comfort che Bestia le donava per tenerla ancorata a sé. «No, le manca l’uomo — dice Corradi, che sul suo sito www.martacorradi.it parla anche di questi temi — e non vede più la mostruosità: ha affrontato il bosco e l’ha capito».
Il bosco. Che cos’altro è Bestia se non l’incarnazione della boscaglia che insidia Cappuccetto Rosso? E che, stando a molte letture critiche, rappresenta anche la sfida sessuale? Per Bettelheim, Bestia incarna «quel misto di ripugnanza e di attrazione che caratterizza nei bambini la scoperta del sesso».
Corriere 9.12.14
la favola ribelle
Niente principe, ma un mostro
La bella che ama la bestia è un’attrazione senza tempo
di Valeria Crippa
Chiamala, se vuoi, attrazione fatale. Lei: una ragazzina che bussa all’adolescenza con tutta la grazia del caso, virtuosa per qualità morali, intellettuali ed estetiche tanto da meritarsi il nome di Belle. Lui, la Bestia. Corna da capro, criniera da leone, coda luciferina da lupo mannaro, zanne ricurve da predatore: mix degno di una creatura mitologica, ma antropomorfa come suggerisce la postura eretta ingentilita da movenze regali. In realtà è un bel principe che ha peccato di hýbris , per gli antichi greci la superbia punita dall’ira di una divinità (qui è una fata travestita da vecchina): incalzato da una rosa che sfiorisce, potrà liberarsi dell’incantesimo e riprendere sembianze umane solo grazie al vero amore.
Definire B&B una strana coppia è eufemismo. Eppure il loro è uno dei matrimoni più longevi dell’immaginario fiabesco. L’esordio è lì da sfogliare, nelle Metamorfosi di Apuleio (II secolo d.C.), lei si chiama Psiche, figlia di re e sfacciatamente bella, fa ingelosire la dea Afrodite che si vendica e invia il figlio Amore in missione: scoccherà una freccia che farà innamorare la ragazza di un mostro e la toglierà di mezzo. Peccato che Cupido si trafigga un piede e rivolga su se stesso l’amore di lei.
Da allora, Bella chiama Bestia, con varianti sul tema, pittoriche da Bosch a Van Dyck e Füssli, letterarie in Shakespeare (nel Sogno di una notte di mezza estate la regina Titania, bevuto un filtro galeotto, si innamora di Bottom, il buffone deforme con testa d’asino), Calvino (in Fiabe italiane trascrive il racconto calabrese Il Re serpente e quello toscano Bellinda e il Mostro), gli immancabili fratelli Grimm ( Pelle d’orso e Hans Porcospino ).
Corsi e ricorsi delle fiabe. A dipanare l’intreccio delle suggestioni ci pensano i catalogatori (Aarne-Thompson elenca centosettantanove racconti con lo stesso soggetto) che nel canone 425 individuano il tema della fanciulla che va in sposa a una creatura mostruosa dalle sembianze animali.
La prima a fissare il canone fu Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, autrice di Les Contes marins, ou la Jeune Américaine pubblicato nel 1740 in Olanda, una raccolta di fiabe narrate da una dama di compagnia alla sua giovane padroncina durante il Gran Tour d’Europa: tra i racconti, La Bella e la Bestia ci arriva con tutta la tensione erotica sprigionata dalla convivenza forzata dei due futuri amanti (Bella accetterà di accoppiarsi alla Bestia e lo libererà dall’incantesimo) e con un’implicita critica alle convenzione sociale dei matrimoni combinati e alla sofferta condizione della donna.
Non c’è da stupirsi che a questa versione sia stata preferita quella molto più breve e addomesticata di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont data alle stampe nel 1756 in «Magasins des enfants, ou dialogues entre une sage gouvernante et pleusieurs de ses élèves». A Madame de Beaumont ha attinto la Disney, nel ’91, per il film di animazione Beauty and the Beast (il primo del genere a essere nominato come migliore pellicola), Oscar per la colonna sonora e la migliore canzone originale composte da Alan Menken e Howard Ashman, con regia di Kirk Wise e Gary Trousdale, sceneggiatura di Linda Woolverton.
Rispetto alle fonti letterarie il cartoon si prende qualche libertà: vengono aggiunti il personaggio di Gaston, bellimbusto tutto muscoli, e una gustosissima corte di servitori della Bestia trasformati dall’incantesimo in oggetti.
Squadra vincente non si cambia e ritroviamo Woolverton e Menken (al compianto Ashman, deceduto per Aids, subentrò Tim Rice) tra i nomi che firmano la versione teatrale tratta dal cartoon che la Disney presentò nel 1994 a Broadway, dove restò in scena per 13 anni.
Per gli amanti dei numeri: il musical Disney è stato allestito in 22 Paesi e 8 lingue locali (nel 2009 la Stage presentò la versione italiana al Nazionale di Milano), visto da 35 milioni di spettatori e replicato 28 mila volte (equivalenti a 67 anni di rappresentazioni).
Per festeggiare i vent’anni dal debutto, si è riunito a New York il team creativo che ha aggiornato, con gli occhi di oggi, l’edizione originale di Broadway: il tour mondiale ha debuttato il 10 ottobre scorso allo Zorlu Center di Istanbul e prevede tappe ad Abu Dhabi, Salonicco, Manila, Bangkok, Singapore, Giacarta, Macao. Eccolo ora in Italia, prodotto da Gianmario Longoni e ShowBees in collaborazione con David Zard e il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.
Applaudito nei giorni scorsi al Politeama Rossetti di Trieste, il musical sarà in scena in inglese, con sopratitoli italiani, al Teatro degli Arcimboldi di Milano da domani, 10 dicembre fino al 3 gennaio.
Corriere 9.12.14
Quando l’editoria investiva sul futuro
di Paolo Di Stefano
Due pericoli opposti incombono quando si leggono vecchie carte editoriali da cui emerge il mondo del lavoro intellettuale degli anni andati. Da una parte l’idea che il meglio sia ormai irrimediabilmente alle spalle. Dall’altra la tentazione, più in voga, di «rottamare» uomini e cose e di dare libero sfogo all’effervescenza del presente cancellando ogni rapporto con i modelli e la tradizione. Due recenti uscite permettono di ripercorrere momenti e idee dell’editoria di progetto del Dopoguerra per trarne spunti di riflessione utili ancora oggi. Sono le lettere di Alberto Mondadori, che fondò il Saggiatore ( Ho sognato il vostro tempo , a cura di Damiano Scaramella, introduzione di Luca Formenton, il Saggiatore) e le lettere di Roberto Cerati, storico braccio destro commerciale di Giulio Einaudi (a cura di Mauro Bersani, Einaudi), di cui ha scritto Corrado Stajano sul Corriere .
L’uno e l’altro hanno una strenua fiducia nel libro come oggetto di formazione e di guida della società, per questo combattono quotidianamente una battaglia di resistenza contro la «logica dei container, del quintalaggio» (Cerati). Sono ispirati da un’idea di armonia, secondo cui ogni libro deve avere un respiro in rapporto al respiro del titolo che gli sta accanto. Credono in un’editoria che abbia «basi realmente e decisamente commerciali , e non da amateur » (Mondadori), ma escludono che commercio significhi puntare solo sulle novità e sulla quantità. Non credono che l’editoria debba «trovare nella produzione massificata la sola ragione della sua esistenza» (Cerati). Sanno che «solo i grandi libri hanno un successo non effimero» (Mondadori) e che perciò l’investimento editoriale è una scommessa sul futuro.
Non per questo, mancano di realismo: Cerati non fa che dosare tirature e ristampe. Parlano con gli autori, scrivono, propongono di continuo. «Non basta affermare genericamente “acquistiamo solo opere che si vendono”, ma bisogna tracciare una precisa politica editoriale» (Mondadori). Studiano i modi migliori per promuovere gli autori in cui credono ma che non sono stati «capiti» dal mercato. E lasciano che gli altri vadano avanti da sé. Si dirà che sia il Saggiatore sia l’Einaudi sono finite più volte nel baratro finanziario. È vero. Ma quanti grandi editori hanno poi cavalcato il loro fallimento comprandone, con grande guadagno, autori, titoli e persino l’intero catalogo. E l’editoria alla giornata come sta?
Repubblica 9.12.14
“Che magia l’algebra nei templi giapponesi”
Shigefumi Mori, Medaglia Fields 1990, racconta come il suo Paese
rischi di perdere l’antico amore per i numeri: “Ora regna solo l’utile”
colloquio di Piergiorgio Odifreddi
AL CONGRESSO Internazionale di Matematica dello scorso agosto a Seul, oltre all’assegnazione delle quattro medaglie Fields è anche stato eletto il nuovo presidente dell’Unione Matematica Internazionale, che guiderà i matematici fino al prossimo congresso di Rio de Janeiro del 2018. Il neoeletto è il giapponese Shigefumi Mori, primo asiatico a ricevere questo onore, e già vincitore della medaglia Fields nel 1990.
Ho conosciuto Mori (nato nel 1951 a Nagoya, in Giappone) molti anni fa in Italia, dov’è venuto qualche volta per i legami tra il suo lavoro, centrato principalmente sulla geometria algebrica, e quello dei geometri algebrici italiani. Ma l’ho incontrato recentemente al meeting di Heidelberg, poco dopo la sua elezione, approfittandone per parlare con lui della matematica nel suo paese.
Cosa ci può dire delle specificità della matematica giapponese?
«Il Giappone si è aperto all’Occidente verso il 1850, dopo una chiusura totale per più di due secoli: ufficialmente, tra il 1639 e il 1868. Da quel momento molta cultura occidentale è stata assorbita, molto velocemente, e la matematica non ha fatto eccezione. Si può dire che da quel momento non ci sia più stata una matematica tradizionale».
E prima cosa c’era stato, invece?
«Come in molte culture, si erano battute autonomamente alcune delle vie più naturali: ad esempio, in analisi erano state calcolate varie approssimazioni di pi greco, e in algebra si erano definiti i determinanti. Ma in matematica, così come in molti altri campi, il Giappone ha sempre subìto l’influenza culturale della Cina: sia direttamente, sia indirettamente attraverso la Corea».
Ci può spiegare, però, cosa sono i famosi Sangaku?
«Sono tavolette votive che i fedeli esponevano nei templi, e sulle quali scrivevano problemi di matematica: per chiederne le soluzioni, se non le conoscevano, e per annunciarle ed esibirle, se invece le avevano trovate ».
Da noi si fa il contrario: in genere si mettono gli ex-voto quando si è già ottenuta la grazia.
«Quello si fa anche da noi. Ma non con i Sangaku, che hanno un aspetto più culturale che religioso, nel senso che i templi sono anche luoghi di ritrovo e di raduno, oltre che di preghiera. Direi che i Sangaku sono un analogo alle disfide matematiche che si facevano in Italia nel Cinquecento, dalle quali scaturì poi la formula risolutiva dell’equazione di terzo grado».
Qual è il ruolo della matematica nel Giappone moderno?
«È difficile dirlo. Il Rims (Istituto di Ricerca per le Scienze Matematiche) dell’Università di Kyoto, ad esempio, dove lavoro e che ho diretto, è stato creato nel 1963: in quel periodo il governo voleva promuovere la matematica in particolare, e le scienze in generale».
Com’è organizzato il sistema scolastico?
«In maniera piramidale e selettiva. Alle superiori la gerarchia è soprattutto locale, ma alle università diventa nazionale, e i migliori studenti vanno nelle migliori sedi: a partire da Tokyo e Kyoto, che sono le prime due in classifica, nell’ordine».
Lei dove ha studiato?
«A Kyoto, perché quello era il periodo della contestazione. Nel gennaio 1969 l’Università di Tokyo fu parzialmente occupata, la polizia attaccò gli studenti, e gli esami di ammissione di marzo furono sospesi per quell’anno».
E alla matematica, come c’è arrivato?
«È stata una scelta forzata, perché non ero in grado di fare nient’altro. Alle medie non valevo niente: mai che sia riuscito a entrare nei primi venti della scuola, ad esempio. Ma un giorno ci diedero un problema, e c’era un dolce in palio da spartire: per qualche motivo, fui l’unico a risolverlo, e vinsi l’intera torta. La portai a casa, ma poiché temevo che i miei genitori non ci avrebbero creduto, visti i miei precedenti, mi feci accompadentale, dall’insegnante. Quell’episodio mi fece capire che forse era qualcosa che potevo fare. Alla fine delle superiori mi convinsi che effettivamente andavo bene, e mi iscrissi a matematica ». Come si è sviluppata la scuola giapponese di geometria algebrica, che ha vinto ben tre medaglie Fields?
«La prima fu Kunihiko Kodaira, nel 1954. Ma in realtà lo si può considerare un prodotto della scuola occici perché dopo aver studiato in Giappone, andò a Princeton nel 1949, e tornò in patria solo nel 1967. E lo stesso si può dire di Heisuke Hironaka, che vinse nel 1970. Dopo aver studiato in Giappone anche lui, prese il dottorato a Harvard nel 1960 e poi rimase negli Stati Uniti fino al 1992, anche se per qualche anno ebbe una cattedra a tempo parziale a Kyoto, prima di tornare definitivamente».
L’ha conosciuto bene?
«Oh, no: è più vecchio di me di diegnare anni! Una volta è venuto a tenere una serie di lezioni a Kyoto. E un giorno è capitato che andassimo a cena nello stesso ristorante, per caso. Allora gli ho posto alcune domande, e lui mi ha risposto: molto interessante. Sono rimasto incantato».
Quindi in realtà non c’è nessuna scuola giapponese. Ma qual è la connessione con la scuola italiana di geometria algebrica?
«Non saprei. Naturalmente conosco i nomi di Guido Castelnuovo, Federigo Enriques e Francesco Severi, ma indirettamente, attraverso i lavori di Kodaira: in particolare, il cosiddetto “teorema di Enriques-Kodaira”. Ma soprattutto attraverso un corso che Michael Artin tenne in Giappone, quando venne in sabbatico: lui era stato allievo di Oscar Zariski, che aveva studiato in Italia negli anni Venti».
E qual è la situazione odierna in Giappone?
«Sono preoccupato per i giovani, perché il governo non sembra avere un gran interesse per la matematica. Ogni anno ci tagliano i fondi, con la scusa di finanziare altre ricerche “più competitive”: cioè ricerche che producono cose pratiche, applicabili sul breve periodo. In matematica questo è suicida, perché a volte le applicazioni arrivano nel giro di qualche secolo, quando non di qualche millennio».
Il suo nuovo ruolo di presidente dell’Unione Matematica Internazionale potrà aiutare?
«Se lo prendono seriamente, forse sì, e ne sarei felice. Anche se io non sono bravo a oliare le ruote dei politici, e dovrò imparare».
Governo a parte, come vede gli studenti?
«La popolazione giapponese sta diminuendo, e questo significa in particolare che c’è meno competizione. E senza competizione, è difficile raggiungere risultati importanti. Troppa competizione può forse essere eccessiva, ma nessuna competizione è sicuramente deleteria».
LA SERIE L’intervista a Shigefumi Mori (foto) è la terza tappa della serie sui matematici del mondo La precedenti sono uscite l’1 e il 3 dicembre
Repubblica 9.12.14
La profezia di Lacan su finanza e antipolitica
Una serie di saggi conferma l’attualità dello psicanalista francese anche sui temi sociali ed economici
Dal narcisismo che scatena tendenze aggressive al problema di ripensare la vita delle istituzioni
di Massimo Recalcati
UNA serie di libri appena usciti ribadiscono l’attualità del pensiero di Jacques Lacan che negli ultimi anni è diventato anche nel dibattito culturale italiano un punto di riferimento importante. Innanzitutto bisogna segnalare la riedizione del Seminario I (1953-54) di Lacan stesso titolato Gli scritti tecnici di Freud e riproposta da Einaudi, con la revisione della traduzione a cura di Antonio Di Ciaccia. Questo straordinario Seminario inaugura la serie destinata a divenire celebre dei Seminari dello psicoanalista francese. In esso appaiono gran parte dei temi più rilevanti del suo insegnamento, tra tutti quello del nesso profondo che unisce la violenza al narcisismo. La tesi maggiore che Lacan avanza — e che non cessa di essere politicamente attuale — è che il narcisismo è una prigione nella quale l’Io resta catturato dall’immagine ideale di se stesso. La tendenza aggressiva non scaturisce tanto dalla frustrazione — ma da questa fascinazione dell’Io per se stesso. È la versione del desiderio invidioso che costituisce il personaggio centrale di questo Seminario e nel quale il nostro tempo sembra essere impaludato: desidero un oggetto non per il sua valore in sé, ma perché è desiderato o posseduto da un altro simile a me. Il desiderio invidioso scaturisce direttamente dal narcisismo e si accoppia alla violenza: voglio possedere quel che l’altro possiede, voglio distruggere l’Altro, voglio esistere solo Io. Dovremmo davvero rileggere questo Seminario alla luce della grande crisi che attraversa l’Occidente causata dalla dimensione predatoria del culto narcisistico dell’Io che trova nel discorso del capitalismo finanziario la sua più spettrale rappresentazione.
Ma quale era il pensiero politico di Lacan? Sappiamo come non nascondesse le sue simpatie per una cultura liberale e conservatrice. Ma forse la domanda sarebbe più interessante se riguardasse le possibili conseguenze politiche del suo pensiero. Una raccolta di saggi di Bruno Moroncini, filosofo e fine esegeta del testo di Lacan, titolata Lacan politico (Cronopio, 2014) prova a farlo sottolineando l’ostilità di Lacan nei confronti di ogni dispositivo istituzionale nel nome di una «politica a distanza dallo stato, o addirittura senza stato». È questo il significato più proprio che Moroncini attribuisce all’ispirazione liberale del pensiero di Lacan. Diffidenza nei confronti di ogni pratica collettivo-istituzionale. Eppure una delle ragioni della crisi che attraversa la nostra società investe proprio il problema di come ripensare la vita delle istituzioni se non si vuole cadere nella trappola anti-politica e narcisistica del populismo. Non a caso per lo stesso Lacan l’istituzione è ritenuta essenziale nel processo di umanizzazione della vita sin dalla sua prima forma che è quella della famiglia. L’istituzione non è solo il luogo dell’alienazione della vita, ma anche quello della sua fondazione. In un libro originale titolato Istituire la vita (Vita e pensiero, 2014) lo psicoanalista Francesco Stoppa sostiene la necessità di distinguere la funzione positiva dell’istituzione dalla patologia dell’’istituzionalizzazione. Mentre la prima ha il compito di alimentare la vita e il desiderio rendendo possibile il “rischio” dell’esposizione all’incontro con l’Altro, la seconda produce effetti di intossicazione e di oppressione della vita. La vita non è più istituita dalla circolazione di un desiderio capace di trasformare l’esperienza del limite in una esperienza generativa, ma si spegne atrofizzandosi in una ripetizione mortifera. Ecco un altro errore ideologico dell’anti-politica: confondere l’istituzione con l’istituzionalizzazione.
Se quest’ultima spegne tristemente la vita, senza l’istituzione la vita si ripiega su se stessa restando chiusa nel culto sterile dell’Io.
IL SAGGI0/1 Gli scritti tecnici di Freud 1953-1954 di Jacques Lacan (Einaudi pagg. 338 euro 30)
IL SAGGIO/2 Lacan politico, di Bruno Moroncini ( Cronopio, pagg. 199 euro 18)
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 8 dicembre 2014
Corriere 8.12.14
Heidegger antisemita: cancella Spinoza
La discussione sui “Quaderni neri” del pensatore tedesco pubblicati in Germania
L’adesione di Heidegger al nazismo è da tempo materia di un animato dibattito, su cui ora gettano nuova luce i suoi Quaderni neri, taccuini filosofici di cui in Germania sono usciti finora tre volumi, che saranno tradotti in Italia da Bompiani
Il contenuto dei Quaderni neri è stato analizzato il 2 novembre sulla «Lettura» del «Corriere» da Donatella Di Cesare, autrice del saggio Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri, pp. 352,e17)
di Guido Ceronetti
Trattandosi di un personaggio centrale del XX secolo, come Martin Heidegger, lo scabroso argomento del suo antisemitismo dà sofferenza e nausea; e tuttavia scrutiamolo, invitati dal prologo giovanneo: «La Luce brilla nella Tenebra, ma la Tenebra non può toccarla». Nella «Lettura» di domenica 2 novembre (supplemento culturale del «Corriere») una pagina era dedicata — a firma Donatella Di Cesare — ai Quaderni neri , inediti heideggeriani di prossima pubblicazione anche in Italia, che ne anticipava qualcosa. Sono taccuini dei primi anni di guerra, non destinati alla pubblicazione e probabilmente (il professore era da tempo uscito dal partito) nascosti per scagionarlo in caso di visite della Gestapo.
Una scempiaggine di notevoli proporzioni accuserebbe «l’ebraismo mondiale» di allontanare, o di avere per fine, l’uomo dall’Essere, cosa certamente non facile e alquanto impregnata di dottrina divulgata dal falso zarista dei Protocolli di Sion (la parola mondiale è di pura risonanza nazionalsocialista). Cloache del pensiero, e non Denken ! Ma una prova ben più importante e decisiva dell’antisemitismo filosofico di Heidegger è nella sua totale cancellazione della presenza di un pensatore come Benedetto Spinoza dalla storia della metafisica, che per H. è la filosofia tout court .
Leggo e mi sforzo di capirlo, Heidegger, da circa quarant’anni, riempio di note ogni volume: il suo silenzio su Spinoza, l’ebreo portoghese cacciato e maledetto dalla sinagoga di Amsterdam, il pensatore che ha visto Dio più da vicino, intossicato, drogato, malato dell’Essere anche più, forse, dello stesso Heidegger, sarebbe stato un vitando, un reietto, uno di cui è decenza tacere, per il cattedratico di Friburgo.
Heidegger approda alla sua idea dell’Essere attraverso innumerevoli ruminazioni; Spinoza l’aveva assorbita dalla Scrittura biblica, dove il verbo essere ( haiah ) è la matrice del nome impronunciabile di Dio, il tetragramma reso corrente nella versione Adonai , Signore. Le quattro lettere esprimono, significano, designano l’Essere nella sua infinità immanente-trascendente che non può essere detta che spinoziana. Troppo grande è il nostro debito con quel «povero ebreo» solitario dell’Aia per non rinnegarlo con qualche imbecillità ideologica antisemita.
Attribuire l’oblio dell’essere (della metafisica che lo pensa) a un ente d’immaginazione come «l’ebraismo mondiale» (il concentrato rituale e tradizionale superstite di un popolo disperso ma non spento) è un delitto grave di questa modalità di anti-denken antisemita, perché è incontestabile per chiunque sia avvezzo a pensare che se mai ci fu e ci sarà un «popolo dell’essere» quello è l’ebraico, che ha l’Essere e l’assolutezza dell’essere iscritti in quattro lettere che si ha paura di pronunciare. Negare all’ebreo di essere proprietà dell’essere e depositario del Nome che lo nomina, è negargli, in lingua heideggeriana, l’esserci , il dasein , dunque equivale a escluderlo, a sterminarlo. È la mano genocida in guanti di gomma. Per questo si può parlare di un antisemitismo tragico, quando ne spunta un orecchio di porco nel tentativo di cancellare Spinoza dalle tavole del pensiero.
Come alternativo al Nome non dicibile la Kabbalàh medievale ha creato En-Sof : il Non-c’è-fine , l’Infinito, l’Essere in cui non può darsi l’oblio, se non come motivo di reiterazione filosofica, perché all’incessante generarsi di quel che è causa sui appartiene il recupero illimitato di ogni oblio possibile ( oblivia rerum ), i nostri insignificanti nomi compresi. (Senso delle antiche tombe ebraiche in voluto abbandono, da veri figli del deserto in esilio, in quanto il Signore è la Mano e il Nome di quei dimenticati).
Un supposto antisemitismo tragico (intellettuale, non criminale) sfinito dal suo inseguimento dell’Essere che non cesserà di avere per approdo il Nulla (il drammatico «Che cos’è Metafisica?» in quel limite cozza) può essere tentato di vendicarsi escludendo dal pensiero e dallo stesso Esserci l’unico «popolo dell’Essere» di questo mondo: l’ebreo biblico — portatore e gelosa vittima sacrificale del Dio en-sof — a costo di tradire (di velare ) la Verità come «svelatezza».
Repubblica 8.12.14
Le indagini sugli immobili Ior
Tutti svenduti tranne uno: è la sede diplomatica russa
di M.Antonietta Calabrò
È stata la presenza dell’ambasciata della Federazione russa presso la Santa Sede a «salvare» l’ultimo immobile attualmente di proprietà dell’Ior. Solo grazie a Putin, potremmo dire, la Banca vaticana ha ancora qualche bene al sole.
Dopo la grande svendita decisa dall’ex presidente Angelo Caloia e dall’ex direttore generale Lelio Scaletti, nei cui confronti il Promotore di giustizia vaticano ha iniziato un’azione penale per peculato sequestrando sui loro conti e su quello dell’avvocato Gabriele Liuzzo ben 16,8 milioni di euro. Secondo l’accusa i tre avrebbero in tutto lucrato circa 60 milioni di euro dalle vendite di 29 stabili, alienati con operazioni concentrate tra il 2005 e il 2006, a cavallo della fine del Papato di Wojtyla.
Caloia e Scaletti non misero invece sul mercato il grande edificio all’inizio di via della Conciliazione (comprende i numeri civici dal 6 al 14 e ha ospitato anche una filiale dell’Unicredit presso cui lo Ior aveva a suo tempo un proprio conto), proprio per la presenza della rappresentanza diplomatica russa. Tutto l’altro patrimonio immobiliare è stato trasferito a prezzi stracciati a società offshore domiciliate alle Bahamas e gestite, secondo il Report della società Promontory, dagli stessi indagati.
Gli edifici sono per la maggior parte a Roma, ma anche a Milano, in zone di grande pregio. Come i due grandi palazzi alle spalle del lussuoso quartiere Coppedè nella Capitale, per un totale di 80 appartamenti, più negozi, box e seminterrati. Per ciascun edificio lo Ior ha incassato circa 50 milioni. La società acquirente ha messo in vendita i singoli appartamenti, con diritto di prelazione per gli inquilini, per una cifra tra gli 1,2 e gli 1,5 milioni ciascuno, e un ricavo di oltre 100 milioni, cioè più del doppio del prezzo di acquisto.
L’operazione fu valutata come gravemente anomala già nel 2009 dal Consiglio dei 15 cardinali incaricati dei problemi economici, presieduto dall’allora segretario di Stato Tarcisio Bertone. E portò all’uscita anzitempo dallo Ior di Caloia. L’età pensionabile dei dirigenti fu abbassata a 70 anni, per mandare a casa Scaletti. Oggi, però, i tempi sono cambiati ed è scattata l’azione giudiziaria.
Repubblica 8.12.14
Il primato dell’etica pubblica
di Stefano Rodotà
DI FRONTE alla realtà del comune di Roma posseduto da una organizzazione criminale si può essere scandalizzati e indignati, ma non sorpresi. Questa non è una novità imprevedibile, ma la manifestazione ulteriore (estrema?) di una patologia che dovevamo aver imparato a conoscere, che s’era diffusa da tempo nel sistema politico e nel tessuto sociale. Che cosa ci racconta da anni Roberto Saviano, che cosa ci hanno mostrato le inchieste inascoltate, i casi di politici condannati per i loro legami con gruppi criminali o salvati da generosi e inquietanti rifiuti di autorizzazioni a procedere? Sapevamo di vivere in una perversa normalità, dalla quale si è troppe volte distolto lo sguardo o con la quale ci si è abituati a convivere, anche perché sono venuti inviti perentori a non farsi possedere da reazioni moralistiche. Ora, per l’ennesima volta, la vicenda romana induce molti ad affermare che questa dev’essere l’ultima volta. Sarà vero, si può essere fiduciosi?
La verità è che, malgrado le molte parole, in cima all’agenda politica non vi è mai stata la questione della legalità, intesa nel suo significato più ampio, come obbligo delle istituzioni pubbliche di spezzare i tanti “mostruosi connubi” che via via si manifestavano davanti ai nostri occhi, in una inarrestabile deriva: tra politica e amministrazione e poi tra politica e criminalità, cementati da una corruzione divenuta capillare, regola non scritta sull’uso delle risorse pubbliche, di cui troppi ritenevano ormai di potersi impunemente appropriare. Tra le istituzioni solo la magistratura ha preso sul serio l’adempimento di quell’obbligo, e l’inchiesta sul Comune di Roma lo conferma una volta di più. Anche qui non siamo di fronte ad una novità inattesa, se appena si va alle cronache più recenti, al Mose di Venezia e all’Expo di Milano. Ma questa memoria è accompagnata dal ricordo della insofferenza di troppa parte di un ceto politico che ha giudicato illegittima interferenza molti, sacrosanti interventi dei giudici a tutela della legalità. È giusto individuare le competenze proprie della politica e quelle della magistratura. E la strada è segnata dall’articolo 54 della Costituzione, al quale sarebbe il caso di dare un’occhiata proprio in questo momento. All’inizio di questo articolo si stabilisce l’obbligo dei cittadini di rispettare la Costituzione e le leggi. Subito dopo si aggiunge che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». L’indicazione non potrebbe essere più chiara. Chi svolge funzioni pubbliche, dunque i politici in primo luogo, non possono limitarsi al rispetto formale della legalità. Ad essi è richiesto qualcosa di più — il rispetto dell’etica pubblica. Un principio che in questi anni è stato sostanzialmente cancellato. Di fronte a comportamenti anche gravemente censurabili si è rifiutato ogni intervento dicendo “non vi è reato”. E, quando si era di fronte ad indagini, rinvii a giudizio, addirittura a condanne in primo grado, si è rifiutato di prendere atto che si era in presenza di violazioni della legge penale e si è rinviata qualsiasi sanzione politica al momento, lontano anni, della sentenza definitiva passata in giudicato. Così la politica ha azzerato la propria responsabilità, usando anche le lentezze della magistratura per legittimare questo suo abbandono. I risultati sono davanti ai nostri occhi.
Matteo Renzi, segretario del Pd, ha fatto una mossa apprezzabile azzerando la situazione romana senza trincerarsi dietro l’attesa di future decisioni giudiziarie e correndo anche il rischio di veder attribuito al suo partito responsabilità generali che non gli spettano Ora, però, non può fermarsi qui, considerando la vicenda romana come una eccezione, mentre sono note altre compromissioni locali, e non solo. E non può avallare i rifiuti compiacenti di autorizzazioni a procedere, com’è ancora avvenuto al Senato proprio in questi giorni.
Matteo Renzi, presidente del Consiglio, non può continuare a rimanere impigliato in una rete che impedisce il rispetto e la ricostruzione della stessa legalità formale. Assistiamo ad una continua guerriglia parlamentare contro la magistratura, con il pretesto di voler accrescere le garanzie delle persone e con l’obiettivo di limitarne l’autonomia, con strumenti che rivelano soltanto l’abissale assenza di una vera cultura della giurisdizione. Ai provvedimenti contro la corruzione non si dà la priorità aggressiva riconosciuta ad altre leggi con voti di fiducia e vincolanti “cronoprogrammi”. Situazione ormai intollerabile e pericolosa, poiché la realtà conclamata dai casi di Venezia, Milano e Roma, per tacer d’altro, testimonia di una drammatica distruzione della moralità pubblica e di pesanti danni alla stessa economia.
Lo “schifo” manifestato da Renzi imporrebbe che questi temi siano seriamente collocati in cima all’agenda politica. Parlando di responsabilità dei politici, non possiamo riferirci soltanto a chi ha commesso reati o ha violato il principio della “disciplina ed onore” nell’esercizio delle sue funzioni. Oggi la vera responsabilità politica riguarda persone e partiti che sono di fronte all’obbligo di sciogliere i nodi che, negli anni, sono divenuti sempre più stringenti e che nascono dall’obbedienza alla logica della clientela e dell’affarismo, dalla permeabilità di strutture chiuse e oligarchiche rispetto alle organizzazioni criminali. Da anni sappiamo che vi sono poteri criminali che governano territori estesi quanto regioni e che, come dimostra l’ultima inchiesta milanese di Ilda Bocassini, si impadroniscono di aree sempre più larghe. Ma non sono soltanto i territori fisici ad essere occupati. Proprio il caso romano è la conferma eclatante dell’occupazione del territorio istituzionale. Stiamo davvero correndo il rischio che la presenza pubblica e la legalità vengano ricacciate in territori sempre più ristretti. Non trascuriamo il fatto che le nuove regole sul lavoro, dov’è evidente una cessione di sovranità a favore dell’impresa, non siano state accompagnate da alcuna attenzione concreta per le nuove schiavitù di chi raccoglie arance o pomodori. Capisco che la volontà di promuovere un ottimismo forzato portino il presidente del Consiglio a frequentare solo quelle che gli appaiono, e sono, allettanti vetrine. Ma ogni tanto si conceda una deviazione e, magari con il ministro del Lavoro, vada con seguito di telecamere e alluvione di tweet a Castel Volturno o a Rosarno, e manifesti schifo per gli abusi sessuali di cui sono vittime le lavoratrici rumene a Ragusa.
Anche questa è legalità, anche questa è lotta alla corruzione, anche queste sono mosse indispensabili per ricostruire una moralità civile che ha bisogno di tornare a fondarsi su dignità e solidarietà. È un’amara consolazione il poter constatare che le vicende che oggi indignano appartengono a un già detto, ad analisi di cause note accompagnate da indicazioni dei possibili rimedi. A tutto questo non si è dato ascolto, dicendo che bisogna rifuggire dal moralismo e che la politica è un’altra cosa. Davvero un’altra cosa — quella che oggi viene drammaticamente rivelata.
il Fatto 8.12.14
Se un politico invece di blandirci ci parlasse onestamente
“Cari italiani, diciamo la verità: è colpa nostra”
di Ferruccio Sansa
“Cari italiani la colpa è anche nostra”. Immaginate un politico che esordisse così. Immaginate un Presidente della Repubblica che ce lo dicesse in faccia nel discorso di Capodanno, mentre guardiamo distratti intrippandoci con lo zampone. E poi: “Basta dare la colpa all’arbitro, agli avversari fallosi e al pallone sgonfio come fanno le squadre piagnucolose. Basta prendersela con l’euro, la Germania, gli immigrati, le mezze stagioni che non ci sono più. Abitiamo forse nel Paese più bello del mondo. Abbiamo un qualità della vita ancora ineguagliabile, che non nasce solo dalla bellezza, dal clima, dal cibo frutto della nostra terra, ma anche da noi; da quella cordialità, quel calore, che rivelano un senso della vita profondo. E invece ecco come ci siamo ridotti. Pensiamo alla Sicilia dove lo Stato e la Regione sono diventati solo vacche da mungere e non ci si accorge che derubiamo noi stessi. Che ci mettiamo un soldo in una tasca e ne perdiamo uno dall’altra. Prendiamo sussidi perfino per le vendemmie che non facciamo e così le scuole vanno a pezzi. Pensiamo a Roma, che a camminare tra i palazzi è una gioia per gli occhi, che fa una pippa alle capitali del resto del mondo. E dove invece si vive così faticosamente, intrappolati nel traffico, dove ci sono voluti più di vent’anni per fare mezza metropolitana quando a Londra ne facevano 400 chilometri. Pensiamo al Veneto, alla sua campagna dove Tiziano e Tintoretto venivano per cercare i colori, e dove in pochi anni abbiamo costruito una muraglia cinese di capannoni rimasti vuoti che messi in fila sarebbero lunghi 1.800 chilometri. Pensiamo alla Liguria dove un mese fa c’è stata l’alluvione e oggi gli unici cantieri che lavorano sono quelli per aggiungere nuovo cemento. Altri centri commerciali a due passi dai fiumi, altri condomini in una regione che ha il record di case vuote. Pensiamo alla Lombardia che aveva la sanità migliore del mondo e oggi l’ha offerta ai privati e lottizzata . Pensiamo a Milano che sapeva unire spirito di impresa e solidarietà, borghesia e socialismo (non quello di Craxi, però) e che oggi si lascia passivamente infiltrare dalla ‘ndrangheta e punta il dito contro gli immigrati. Lo so, mi date del disfattista, pensate che vi abbia fatto l’elenco dei disastri. È il contrario, invece: queste sono tutte occasioni. Per realizzarle non serve il Tav, non abbiamo bisogno dei soldi dell’Europa, di cacciare gli immigrati. Basterebbe cambiare la nostra testa, smettere di corrompere, evadere, rubare a noi stessi”. Chissà come la prenderemmo se un politico non ci dicesse più che siamo solo un popolo di santi, poeti e navigatori: “Cari italiani siamo stati dei pirla” (per usare il dialetto di Salvini, ma vanno bene anche mona, ciula, beline, minchioni), “ma possiamo cambiare. Questa sarà la nostra rivoluzione”.
Corriere 8.12.14
Oltre Tolkien
Lungo i confini invisibili del «mondo di mezzo»
I personaggi emersi dall’inchiesta romana amavano utilizzare teorie mitologiche per coprire ruberie molto terrene
E per ammantare di fascino universi dove tutti si conoscono, tutti chiacchierano volentieri, e gli unici segreti sono quelli che tutti sannodi
di Emanuele Trevi
qui
Corriere 8.12.14
La sinistra non può autoassolversi
di Pierluigi Battista
La reazione della sinistra di fronte allo scandalo emerso a Roma, al di là dello sconcerto, si affida alla teoria delle singole mele marce. Ma se le responsabilità penali sono personali, quelle politiche non possono essere sottaciute o ridimensionate.
Ha fatto bene l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni a non nascondersi dietro un legittimo riserbo che però avrebbe potuto essere scambiato per imbarazzata reticenza. E soprattutto a non nascondere o minimizzare, con una lettera a la Repubblica , lo «choc angoscioso» provocato dalla scoperta delle malefatte commesse, secondo l’accusa dei magistrati romani, dal suo ex vice-capo di gabinetto Luca Odevaine. Ma il sincero sconcerto di Veltroni sembra quasi accreditare l’immagine di una doppiezza perversa del suo collaboratore: persona all’apparenza specchiata negli abiti presentabili del dottor Jekyll istituzionale, e tuttavia nel suo lato notturno un torbido mister Hyde avvezzo a continuativi rapporti malavitosi con la delinquenza di stampo mafioso. E non è nemmeno convincente la sequenza suggerita da Veltroni di amministrazioni, quelle di sinistra, illuminate dal rispetto assoluto della «legalità», poi deturpate dalla funesta parentesi di una giunta di destra che della legalità ha fatto strame, inquinando irreparabilmente il volto della capitala d’Italia con frequentazioni oscene della mafia alleata dell’estremismo di destra.
Messa così, però, sa di arringa autoassolutoria. Che certamente non è nelle intenzioni di Veltroni, giustamente disgustato dall’«orrore» dello spettacolo che sta deturpando Roma. Ma rischia seriamente di esserlo se non si scindono le responsabilità penali, che sono strettamente personali e sottoposte al vaglio di una giustizia rispettosa dei diritti della difesa, da quelle politiche, che oggi non possono essere sottaciute o ridimensionate. Come purtroppo sta avvenendo con la difesa accanita della giunta Marino.
Sulla destra al governo di Roma non c’è molto da aggiungere, con quel suo pervicace mischiare l’amministrazione cittadina a una guapperia nera greve e adusa al lessico e alle pratiche della delinquenza di strada. Ma la sinistra non può cavarsela con un appello alla legalità e con la teoria autoindulgente delle mele marce. Fosse la disattenzione su singoli casi, si potrebbe ammettere un peccato politico veniale, e addirittura invocare l’impossibilità per un sindaco di controllare ogni minuto movimento dei propri collaboratori. Ma se ha un fondamento la ricostruzione dei magistrati di un fronte delinquenziale di stampo mafioso con ramificazioni stabili in ambedue gli schieramenti politici, allora il nome che deve mettere in imbarazzo le giunte di sinistra, e soprattutto quella attuale gestita dal sindaco Marino, non è solo quello di Odevaine, ma quello di Salvatore Buzzi e della sua cooperativa immersa nei suoi lucrosi affari in combutta con la politica romana («si guadagna più con gli immigrati che con la droga»). Un rapporto pluridecennale con i gangli vitali dell’amministrazione capitolina e che ha allungato i suoi tentacoli prima, durante e dopo la giunta guidata da Alemanno.
Le responsabilità penali sono personali, ma il coinvolgimento di ben due assessori della giunta Marino, del presidente del Consiglio comunale che esprime la maggioranza politica che sostiene il sindaco, di esponenti della segreteria dello stesso primo cittadino, per non parlare dei generosi contributi (in quanto tali non penalmente rilevanti, è bene ricordarlo) per la campagna elettorale del sindaco, di presidenti di municipio, di consiglieri comunali, lasciano trasparire un legame forte, continuo, stabile, remunerativo, economicamente cospicuo tra una cooperativa accusata di usare metodi mutuati dalla mafia (secondo l’accusa) e una sinistra permeabile in una misura imbarazzante alle infiltrazioni dell’organizzazione di Buzzi.
Nessuna responsabilità politica che dovrebbe portare all’azzeramento di un consiglio comunale inquinato e oramai privo di credibilità? E allora perché il Pd ha deciso di usare con se stesso metodi drastici fino al commissariamento del partito romano? Le istituzioni sono più importanti dei partiti e se si è sentita l’esigenza di arrivare a conclusioni traumatiche per ripulire il partito, non si capisce perché sul piano istituzionale si possa essere accondiscendenti, politicamente assolutori, insensibili allo sconcerto che, oltre a quello manifestato dallo stesso Veltroni, sta avvilendo l’intera opinione pubblica romana e nazionale. Ecco perché la teoria dei singoli marci non regge. E perché Roma chiede cure dolorose ma necessarie. Se si vuole avere senso della responsabilità politica, distinta dalle responsabilità giudiziarie.
La Stampa 8.12.14
Se il romanesco è la lingua del malaffare
di Enzo Bettiza
Non l’italiano, ma il romanesco sembra essere l’unica lingua (se di lingua e non di gergo si può parlare) in grado di dare voce agli imbrogli e alle truffe.
Alle minacce, ai furti, alla corruzione che connotano l’ultimo scandalo , quello della cupola fascio-mafiosa nell’amministrazione della capitale. Mai come oggi il romanesco dilaga e fa da colonna sonora al malaffare. Non è fiction ma cronaca quotidiana: «I soliti ignoti» e la vecchia saga trash di Er Monnezza impallidiscono di fronte alla realtà delle trascrizioni e delle intercettazioni odierne. E anche nel parlare corrente ormai tutto il Paese sembra essersi «romaneschizzato», avendo adottato termini e gergalità in uso e abuso nella Città Eterna quando c’è di mezzo l’inganno, sia esso di proporzioni tentacolari che di piccolo cabotaggio.
Così parlò la banda della Magliana. L’esempio migliore in cui la gergalità viene sdoganata e promossa a lemma di dizionario è il termine «sòla», ormai diffuso, riconosciuto e legittimato in tutte le regioni italiane, a indicare la «fregatura» in agguato. «Sòla» ma anche «pacco», diventato sinonimo di un costume sempre più comune e accettato. Un certo lessico popolare di Roma capitale è diventato la lingua ufficiale delle mazzette, la cadenza più indicata e, per così dire, più musicale per chiedere a ogni latitudine: «A Fra’, che te serve?».
Il romanesco è oggi quel corredo di termini utilizzati per narrare le vicissitudini di chi vive ai margini della legalità, di chi finisce al «gabbio», cioè in prigione. E’ il linguaggio da cantastorie che illustra le gesta di protagonisti e comprimari di quell’ininterrotto romanzo criminale raccontato dai telegiornali. Ed è un «coatto», parola di origine carceraria, non necessariamente chi delinque, ma chi commette errori anche veniali che lo fanno retrocedere socialmente. I soprannomi dei veri delinquenti acquistano una loro sinistra grandezza se preceduti dal suffisso «Er», che suona quasi come un titolo e invece è semplicemente l’articolo «il» in bocca romana: da Er Cecato, deus ex machina dell’ultimo grande scandalo capitolino, risalendo fino a Er Canaro, protagonista anni or sono di una delle più tetre pagine di cronaca nera italiana.
L’intera nazione sembra subire oggi questa contaminazione lessicale. Né il sarcasmo, né l’ironia, né il senso dell’umorismo che caratterizzano l’animo romano riescono in qualche maniera ad alleviare questa incalzante alterazione idiomatica.
Corriere 8.12.14
Il lato debole dei partiti liquidi
di Sabino Cassese
Le tensioni interne ai partiti (minacce di scissioni, richiami alla disciplina interna, invocazione della libertà di coscienza, richieste di maggiore democrazia) sono solo fatti passeggeri o sono, invece, indicatori di una fase nuova della storia della «forma partito»? E quali effetti producono i cambiamenti in corso sull’assetto dei poteri pubblici?
I nomi dei partiti erano prima scelti per caratterizzarsi e dividere (comunisti, socialisti, democristiani), ora sono sempre meno identificativi (chi si dichiara contrario alla democrazia e alla libertà?). I partiti stanno perdendo la loro base: gli iscritti si sono dimezzati in mezzo secolo, e continuano
a diminuire, mentre la popolazione è aumentata; si allarga, quindi, la forbice tra iscritti e votanti. Anche questi ultimi diminuiscono: segno sia di sfiducia nei partiti, sia del fatto che il sistema politico italiano si è allineato alle altre democrazie mature. La capillare distribuzione dei partiti sul territorio non c’è più e l’organizzazione diviene fluida. La militanza volontaria scompare. Diventa determinante il ruolo del «leader». Il finanziamento mediante il tesseramento viene sostituito dal finanziamento con cene a pagamento e il microfinanziamento dal basso ( crowdfunding ). I partiti che ricorrono a primarie aperte a non iscritti abbattono le mura che dividono iscritti e simpatizzanti.
La «liquefazione» dei partiti li trasforma in aggregazioni elettorali, attive al momento del voto. Lo stesso séguito elettorale si organizza volta per volta, con travasi di voti da un partito all’altro. Questo trasforma la lotta elettorale da guerra di posizione in guerra di movimento, aumenta l’importanza del «mercato politico», consente ai partiti di uscire dai loro fortini e di andare oltre il proprio elettorato tradizionale, ma correndo maggiori rischi. I partiti sono meno rigidi, meno chiusi. Minacciano meno
la democrazia a causa del loro carattere autocratico ed oligarchico, come temeva Maurice Duverger nel 1951. Corrispondono sempre meno al modello costituzionale di una piramide che cresce dal basso (i cittadini si associano in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, secondo l’articolo 49 della Costituzione).
Antonio Gramsci ha scritto, riferendosi a Machiavelli, che i partiti sono il «moderno Principe», in quanto organismi che guidano
i processi politici e in cui si concreta una volontà collettiva. Il «moderno Principe» ha due funzioni, quella di formazione politica della società e quella di scelta della rappresentanza parlamentare.
La destrutturazione in corso dei partiti politici li fa divenire più leggeri, più capaci di conquistare maggiore seguito elettorale, ma ne indebolisce l’azione educativa e la forza selettiva. Dove potrebbe svolgersi la prima, se non esiste più la «scuola» dei partiti, quella distribuita sul territorio, nelle sezioni e nei circoli, nei quali ferveva la vita collettiva del partito - organizzazione? Come possono essere selezionati gli eletti nel Parlamento e nei consigli regionali e comunali, se manca la macchina del reclutamento e della valutazione e si procede per nomina dall’alto?
Questo indebolimento dei partiti come cinghia di trasmissione della domanda politica si riflette sullo Stato e sui poteri locali, dove le esigenze collettive arrivano sfocate e il personale elettivo è impreparato.
Dunque, l’indebolimento della macchina del partito - organizzazione è forse un passo avanti per la democrazia, consente di rompere le fortificazioni erette intorno ad esso e di allargare la base elettorale, avviando la formazione di corpi politici a vocazione maggioritaria, che non debbono far ricorso a coalizioni. Ma produce anche un vuoto di educazione civica e di selezione della classe dirigente, al quale bisogna porre rimedio.
Repubblica 8.12.14
Affitto stracciato per Buzzi, firmato giunta Marino
La delibera siglata a fine ottobre per il quartier generale della cooperativa
di Mauro Favale e Giovanna Vitale
qui
Repubblica 8.12.14
Il sacco di Roma
Da Batman alle parentopoli: la carica dei 101 indagati che hanno ridotto Roma a capitale della corruzione
In quattro anni un’escalation di affarismo ha sfigurato la politica
Duemila posti distribuiti per clientelismo in Atac e Ama
Tangenti a Eur Spa. Varianti alla Metro C per favorire i costruttori
E anche le camere mortuarie diventano occasione di business
di Sebastiano Messina
SONO centouno, come i dalmata della carica disneyana. Centouno personaggi della Roma che conta, politici in testa ma anche funzionari comunali, rettori, comandanti dei vigili, geometri, magistrati e manager delle municipalizzate che negli ultimi quattro anni sono finiti sotto inchiesta per aver usato il loro potere per far soldi, per far arricchire gli amici o per sistemare figli e nipoti. Centouno storie che ancora prima della deflagrante scoperta di «Mafia Capitale» ci avevano segnalato l’assalto ai forzieri pubblici. Centouno tasselli che aggiunti a quelli degli affari sporchi del clan Carminati completano il mosaico del sacco di Roma.
L’immagine che per prima torna in mente, certo, è quella di «er Batman», quel Franco Fiorito il cui arresto — 2 ottobre 2012 — toglie il coperchio alla Rimborsopoli della Regione Lazio, forse il più spettacolare degli scandali non tanto e non solo per il suo picaresco protagonista ma per le feste in costume a Cinecittà o allo Stadio dei Marmi («C’erano delle gnocche travestite con gonnelline bianche» racconterà Fiorito) dove i consiglieri del Pdl spendevano i soldi dei contribuenti in aragoste e champagne. Crolla tutto, il Consiglio regionale viene sciolto, i toga-party sospesi e Fiorito — accusato di essersi appropriato di 1,4 milioni di euro — viene condannato a tre anni e 4 mesi. Ma la caccia al tesoro non è finita, come dimostra il caso di Marco Di Stefano, l’ex assessore della giunta Marrazzo, oggi deputato Pd, sotto inchiesta per una tangente da 1,8 milioni che secondo la Procura avrebbe ricevuto dai costruttori in cambio di un generosissimo contratto d’affitto per gli uffici dell’assessorato: lui non organizzava feste, ma a quanto pare con i soldi della Regione s’è comprato una laurea in Scienze Giuridiche.
Ben più sconcertante — anche se meno spettacolare — era stato lo scandalo di due anni prima, quello che ci aveva mostrato di cosa erano capaci i politici romani: la parentopoli delle municipalizzate. Due ondate di assun- zioni pilotate all’Ama (raccolta rifiuti) e all’Atac (trasporti urbani) da far sbiancare i vecchi maestri del clientelismo: 1357 posti di operatori ecologici, autisti di compattatori, seppellitori, dirigenti e semplici impiegati all’Ama e altri 854 (per chiamata diretta) nell’azienda di bus e tram, un’occupazione fisica delle municipalizzate da parte della giunta Alemanno, una generosissima lotteria a numero chiuso che distribuiva cariche e stipendi a figli, generi, nipoti, amanti e segretarie della destra romana (compresa una cubista assunta all’Atac per meriti ancora oggi misteriosi).
Ma non bastavano le assunzioni. All’Atac gli uomini nominati da Alemanno si erano messi a stampare anche biglietti falsi, ovvero autentici ma con numeri di serie non registrati e dunque non fatturati, rivenduti ai distributori per accumulare fondi neri a San Marino da distribuire ai politici, agli amici e probabilmente a loro stessi: sono indagati in sei, e ancora non si sa quanto fosse profondo quel pozzo.
Non si sa nemmeno — al momento — a chi sia finita la maxi-mazzetta di 800 mila euro per la quale il 25 marzo 2013 finisce in manette l’ex amministratore delegato di Eur Spa Riccardo Mancini (altro sodale di Alemanno, anche lui arrestato con Carminati e soci). Di certo c’è che la Breda Menarini l’ha pagata per ottenere l’appalto per 45 filobus da impiegare sulla nuova linea di Tor Pagnotta, e che proprio l’amministratore delegato della società, dal carcere, ha chiamato in causa Mancini. Ma l’amico dell’ex sindaco, che all’Eur Spa aveva nominato direttore commerciale il camerata Carlo Pucci (ex di “Terza Posizione”), anche in cella tiene la bocca chiusa.
Hanno fatto invece un salto sulla sedia i 21 manager, funzionari pubblici e rappresentanti dei costruttori che otto settimane fa si sono ritrovati sotto indagine dalla Corte dei Conti per l’appalto della Metro C. Per il danno causato alle casse pubbliche dalle 45 varianti accordate ai costruttori per il primo tratto della linea C, adesso si sono visti chiedere dalla magistratura contabile l’astronomico risarcimento di 364 milioni di euro. Altri due dirigenti di «Roma Metropolitane» sono contemporaneamente indagati per abuso d’ufficio per aver riconosciuto ai costruttori un indennizzo di 230 milioni di euro sul quale i magistrati vogliono hanno, a quanto pare, molti sospetti.
Ma non ci sono solo politici e manager, nel racconto del sacco di Roma. Anche i vigili urbani hanno voluto dare il loro contributo. L’ex comandante Angelo Giuliani è stato arrestato per corruzione, accusato di aver fatto assegnare l’appalto per la pulizia delle strade dopo gli incidenti a una società amica, la «Sicurezza e ambiente», in cambio di 30 mila euro versati come sponsorizzazioni per il circolo della polizia municipale. Altri due vigili sono stati arrestati per aver cancellato migliaia di multe, ovviamente senza averne il potere. E altri tre sono finiti in manette perché avevano tentato di estorcere 60 mila euro ai commercianti del centro, tempestandoli di multe.
Ormai nella Capitale tutto si può comprare e tutto si può vendere. Comprese le sentenze. Può confermarlo il giudice del Tar Franco Angelo Maria De Bernardi che l’anno scorso è stato arrestato insieme ad altri sei con l’accusa di aver venduto le sue sentenze ai «clienti» che potevano permetterselo, una lista nella quale figuravano anche due ammiragli della Marina Militare.
Non si salva neanche l’università, teatro dieci anni fa della compravendita degli esami: in tempi di crisi, anche i professori pensano ai figli. E al rettore Luigi Frati, che è appena andato in pensione, non bastava aver dato una cattedra alla moglie e alla figlia. Adesso è sotto processo per abuso d’ufficio, accusato di essersi inventato una «Unità programmatica di cardiochirurgia» solo per farne diventare direttore il figlio prediletto, Giacomo.
A Roma non ci si ferma davanti a niente. Neanche davanti alla morte, che per qualcuno è diventata un lucrosissimo business: ne sanno probabilmente qualcosa quei 29 politici, dirigenti delle Asl e naturalmente impresari di pompe funebri sui quali la Procura sta indagando per associazione a delinquere di stampo mafioso e voto di scambio politicomafioso dopo aver visto quello che succede negli ospedali romani. Tra ai 29 sotto inchiesta ci sono l’ex senatore di An Domenico Gramazio e suo figlio Luca, fino a tre giorni fa capogruppo di Forza Italia alla Pisana. Era lui che annunciava euforico, nella villa di Carminati: «Stanno ad arrivà i sordi, alla Regione!». Ora si è dimesso: per lui non ci sarà un altro giro.
Repubblica 8.12.14
Raffaele Cantone:
“In Italia un clima da ’93 la gente mi chiede di mandarli tutti in carcere, la politica faccia pulizia”
Parla il presidente dell’Anticorruzione: “Sembra di essere tornati a Mani Pulite, i cittadini sono indignati, ma non possiamo farci prendere dall’emotività”
intervista di Liana Milella
La corruzione non è un male che si vince urlando due giorni, c’è bisogno di cambiamenti radicali
Potevamo fare di più da aprile? Ho fatto tutto quello che umanamente era possibile fare contro il malaffare
ROMA Cantone? Poltrona scomoda la sua in queste ore... «Non me ne parli... La gente mi ferma per strada e mi dice “arrestateli tutti... “». E lei si meraviglia? «La cosa mi preoccupa molto perché mi ricorda la voglia di forca e le monetine del ‘93». Il presidente dell’Anac Raffaele Cantone rivela le sue preoccupazioni.
Ci racconta della gente che la ferma, dov’è successo?
«Dovunque, a Roma, a Napoli, e in tutti i luoghi in cui mi sono recato in questi giorni».
E lei come si sente da uomo delle istituzioni, che risponde?
«Sono preoccupato della generalizzazione nel considerare tutta la politica corrotta. Ho provato a spiegare che noi dell’Anac non arrestiamo nessuno e che il nostro compito è molto meno evidente nei risultati, ma ha un obiettivo più ambizioso, provare a prevenire la corruzione » .
La gente vuole risultati immediati?
«La gente, in questa fase, fatica a ragionare. In un Paese in crisi, vedere chi ruba indigna ancora di più e quindi è difficile far ragionare la pancia delle persone. Ma il nostro compito è ragionare e non farci prendere dall’emotività ».
Come dar torto a chi è indignato contro chi ruba, quando, come dimostra il caso di Roma, ci sono politici del Pd a libro paga di un fascista?
«Vorrei che l’indignazione di un giorno delle persone e della politica fosse sostituita da un impegno duraturo. La corruzione non è un male che si vince urlando due giorni, c’è bisogno di cambiamenti radicali da parte della politica e dei cittadini».
La politica deve cambiare. Si dice a ogni inchiesta. Anziché fare il commissario anti-corruzione, non sarebbe meglio che lei fosse il commissario che seleziona gli uomini politici?
«Malgrado la difficoltà del periodo, io vedo segnali positivi...».
Eh lo so, mi sta per parlare bene di Renzi...
«Sto per citare fatti, e non persone. Ricordo la nomina all’unanimità del presidente dell’Anac, l’approvazione di una legge che ci ha consentito di commissariare gli appalti dell’Expo e il consorzio Mose. Si può dire che non basta, ma certamente è un segnale positivo. E poi non me la sentirei mai di fare il selezionatore della politica».
Forse perché sa già che sarebbe una
sconfitta?
«Io, al massimo, posso essere bravo ad applicare le norme, ma non certo a selezionare gli uomini politici. E poi la selezione lasciata a una persona rischia di essere un pericolo. Qui c’è bisogno di un gruppo di persone per bene in grado di allontanare le mele marce».
In questo clima non è grottesco che nell’Italicum si parli di capilista bloccati e non scelti dalla gente?
«Ma l’indagine di Roma non ha dimostrato che i soldi servivano per comprare voti in qualche caso destinati perfino alle primarie? Non è la prova che forse le preferenze rischiano di peggiorare la situazione? ».
La tabella dei pagamenti di Carminati ai politici rivela che il problema della corruzione è lì, in chi si fa pagare...
«L’indagine va molto oltre la politica, coinvolge pezzi significativi del ceto amministrativo, dei portaborse dei politici, degli amministratori delle società miste e mette in rilievo negativo perfino uno dei vanti della nostra società, il mondo cooperativo».
Lei è al vertice dell’Anac dal 28 aprile.
Ma Roma è scoppiata lo stesso. Poteva fare di più?
«Ho fatto tutto quello che umanamente era possibile fare. In questi mesi, io e gli altri 4 quattro colleghi al vertice dell’Anac, siamo entrati in santuari intoccabili, di Expo e del Mose già si sa, ma abbiamo imposto regole rigide di trasparenza alle società pubbliche, agli ordini professionali, abbiamo attivato la vigilanza su un enorme numero di appalti, abbiamo stipulato convenzioni con tutti gli organi per la formazione dei pubblici dipendenti, con Confindustria abbiamo lavorato al loro codice etico...».
Ma lei fino a oggi ha fatto arrestare qualcuno?
«Io non sono più un pm... Certamente il nostro lavoro potrà servire per inchieste future. Ma non è solo con gli arresti che si vince la corruzione. La politica deve recuperare fino in fondo il valore etico della sua funzione”.
Corriere 8.12.14
Bettini replica: «Due o tre incontri con la cooperativa di Buzzi»
ROMA «Leggo su alcuni giornali intercettazioni di Buzzi che mi riguardano.
Sfido chiunque ad affermare l’esistenza di un mio qualsiasi intervento o pressione
anche su un solo amministratore pubblico
per favorire la “29 Giugno”. Chi lo farà verrà querelato».
La reazione di Goffredo Bettini è durissima, dopo la pubblicazione, ieri, dell’intercettazione di una telefonata in cui Salvatore Buzzi — socio di Massimo Carminati — si vanta di poter trovare, tra i referenti utili agli affari del gruppo, proprio l’europarlamentare del Pd. È il 17 marzo scorso e Buzzi valuta al telefono con Luca Odevaine — anche lui ora è in carcere — la possibilità di ottenere appalti all’interno del Centro per i rifugiati di Mineo, in Sicilia.
Odevaine accenna poi a «quell’altra questione, quella della Regione Lazio». Buzzi interviene: «Ma lì servono, non è alla nostra portata, capito qual è il problema! A noi ce manda Goffredo con una precisa indicazione...». La chiosa a questo punto è dei carabinieri del Ros: «Si tratta di Goffredo Bettini». E allegano l’intera biografia dell’uomo politico. Bettini è furibondo: «Negli ultimi anni, come la generalità degli esponenti del Pd
e non solo, ho incontrato, credo due o tre volte, i dirigenti e i lavoratori della cooperativa. Nessuno, estraneo alla cupola del malaffare, poteva sospettare che la 29 Giugno, dietro il suo impegno sociale e la sua storia di sinistra, nascondesse un’attività criminosa. Tantomeno io, lontano da dieci anni dalla realtà gestionale e amministrativa di Roma. Purtroppo, in un clima intossicato che denuncio da anni, qualsiasi colloquio è esposto al millantato credito e a una utilizzazione perversa. L’ho già detto: qui si rischia l’impraticabilità di campo per la politica».
Repubblica 8.12.14
Goffredo Bettini
“Mai fatto pressioni per favorire Buzzi ma nel Pd un degrado impressionante”
intervista di Paolo Boccacci
ROMA Onorevole Bettini, discutendo di come aggiudicarsi l’appalto di un centro per immigrati Salvatore Buzzi dice “a noi ci manda Goffredo”. E quel “Goffredo” sarebbe lei.
«Si esaltano notizie di carte che non hanno per la Procura rilievo nell’indagine. È il modo per salvare i corrotti e sporcare chi ha fatto della correttezza una ragione di vita. Querelo chi dovesse affermare che ho compiuto pressioni o ingerenze per favorire la cooperativa 29 Giugno. Non so neanche cosa sia quell’appalto».
Ma lei Buzzi lo conosceva o no?
«Questo è il dramma, il paradosso: la 29 Giugno è stata fin dalla nascita un simbolo della sinistra. Tutti avevano rapporti con loro. Come si poteva immaginare quello che c’era dietro? È ridicolo dire: mai conosciuti! Il suo era un mondo con riferimenti lontani da me, come si evince da alcune intercettazioni. Ma io non ho mai pensato, e ancora oggi sono allibito, che lì dentro ci fosse corruzione. Ho già segnalato il rischio che si arrivi alla impraticabilità di campo per ogni tipo di impegno pubblico, perché si arriva perfino a maledire un incontro, una chiacchierata, un consiglio. Non si sa più con chi si parla. Ma allora muore la democrazia, la politica».
Bettini, lei è stato il dominus del Pd romano per vent’anni.
Recentemente ha parlato di un partito balcanizzato. Chi sono i “capibastone” a Roma?
«Ho parlato in termini politici ».
E in termini politici chi sono?
«È un sistema di vita complessivo del partito. Riterrei sgradevole utilizzare questo momento, di grande dolore e sconcerto, per lucrare qualche misero vantaggio politico. Posso dire che in tempi non sospetti, era il 2009, scrissi parole profetiche nel mio libro Oltre i partiti : “Il campanello d’allarme va suonato, non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata e nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra” ».
Alle europee lei è stato molto combattuto da alcuni capicorrente. Chi erano? Gasbarra? Marroni? O chi altro?
«Che senso ha soffermarsi sui nomi? Con Gasbarra per anni ho avuto rapporti di amicizia. La verità è che, dopo la vittoria di Alemanno, molti dissero che era fallito il “modello Roma” anche per sbarazzarsi di una classe dirigente autorevole e capace, ma ritenuta soffocante, tant’è che io subito dopo lasciai ogni incarico politicoistituzionale e me ne andai all’estero a occuparmi di cultura e a scrivere libri».
È vero che qualsiasi persona può andare in un circolo Pd e comprare cento, mille tessere, che poi regala a chi vuole in cambio di un voto?
«Il Pd, non solo a Roma, ha raggiunto livelli preoccupanti di degrado della vita interna. Il tesseramento spesso si è fatto procurandosi tessere a 10 euro da distribuire. Anche a persone del tutto estranee. Le correnti non hanno quasi mai un significato politico ideale, ma sono gruppi spuri che mirano al potere. Da anni invoco un partito di persone che decidono in libertà contro la logica “proporzionale” delle correnti ».
Di Stefano, il deputato del Pd indagato per una tangente, in uno sfogo arriva a dire che le primarie del Pd sono state truccate e minaccia rivelazioni clamorose.
«Non so se il termine “truccate” sia giusto, so che quando le primarie non sono per ruoli di spicco, come un sindaco o un premier, che riguardano centinaia di migliaia di elettori, finiscono per esaltare il condizionamento interno delle correnti. Detto questo, il Pd rimane uno straordinario campo di energie positive e di persone perbene».
Repubblica 8.12.14
Angela Merkel: “Il calendario indicato dalla Commissione è giusto, ma quei Paesi non lo stanno seguendo nella pratica. Non è vero che facciamo poco per la crescita”
La Cancelliera alza il tiro contro Roma e Parigi “Non rispettate le scadenze dovete fare molto di più”
intervista di Robin Alexander e Beat Balzli
BERLINO Italia e Francia hanno varato processi di riforme, e il calendario indicato loro dalla Commissione europea è giusto, ma la Commissione ha anche chiarito che quanto Italia e Francia hanno finora realizzato non basta, e io sono d’accordo. Devono fare di più per tradurre le riforme in pratica. È quanto ci dice la Cancelliera Angela Merkel in questa intervista sulla crisi dell´eurozona e sulle grandi tensioni internazionali, a cominciare dalle pressioni economiche di Putin e dal confronto tra Occidente e Russia.
Signora Cancelliera, Juncker ha l´idea di non punire subito Francia e Italia per il loro deficit in eccesso. Lei la trova un´idea buona?
«La Commissione ha indicato una road map, una tabella di marcia con indicazioni sui tempi entro i quali Francia e Italia devono presentare impegni a ulteriori misure. È una posizione difendibile, perché entrambi i Paesi affrontano davvero un processo di riforme. Ma la Commissione ha anche detto chiaramente che i piani finora presentati dai due Paesi non sono ancora sufficienti. E io concordo appieno con questo giudizio ».
Ma intanto la congiuntura rallenta anche in Germania: i consumatori tedeschi spendono solo perché a causa dei bassi tassi d´interesse non vale più la pena di investire in risparmi, e allora che fare?
«É prima di tutto la situazione davvero molto buona sul nostro mercato del lavoro che noi tedeschi dobbiamo ringraziare per il vigore attuale della nostra domanda interna. In Germania abbiamo tanti occupati quanti mai prima, e anche I lavoratori protetti dalle assicurazioni sociali del welfare non sono mai stati così numerosi. Constatiamo anche un aumento dei salari reali».
Eppure la crescita resta spaventosamente modesta, e molti critici dicono che le decisioni della Grosse Koalition — salario minimo, aumento delle pensioni, pedaggio autostradale per gli stranieri in transito — creano ulteriori freni. Non le pare?
«A me pare che l´affidabilità sia un bene di alto valore per la politica come per l´economia. Con le nostre decisioni manteniamo la parola data agli elettori. Anche la promessa di non aumentare le tasse. L’anno prossimo, per la prima volta in 46 anni, presenteremo un bilancio senza nuovo indebitamento. È un segnale molto importante, specie per le giovani generazioni».
Scusi, non ha risposto alla domanda sulla maggiore spesa previdenziale come freno allo sviluppo...
«No, non è così. Traducendo in pratica il Patto di governo della Coalizione, per esempio con l´introduzione del salario minimo o della pensione per le madri casalinghe, abbiamo mantenuto le promesse e creato fiducia e attendibilità. Con la nostra gestione del pubblico bilancio pensiamo al futuro, perché aumentiamo di nuovo gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica e nei grandi progetti di infrastrutture».
Ma può non bastare: dal resto d´Europa non vengono impulsi di crescita. Il piano Juncker per 300 miliardi di investimenti le pare una buona idea, un tentativo disperato o cosa?
«Quel programma di investimenti si appoggia alla Banca europea degli investimenti, la quale può identificare quali progetti sono sensati e concedere crediti. Al prossimo Consiglio europeo mi batterò per presentare un Libro bianco dei progetti di investimento. Abbiamo bisogno di progetti per l´unità europea nel campo digitale, nelle infrastrutture energetiche, o in grandi progetti per le vie di comunicazione, come facemmo con i progetti per strade e ferrovie per l’unità tedesca dopo il 1990. Devono essere progetti concreti, sostenibili, da poter proporre a investitori privati, per invitarli a investire anche loro».
Davvero le sembrano idee sensate, non teme che i programmi per la congiuntura si rivelino fuochi di paglia?
«Qui non stiamo parlando di un programma di sostegno alla congiuntura bensì di un programma di investimenti. È innegabile che l´Europa abbia bisogno di investimenti. Il modo in cui i fondi europei sono stati utilizzati nei nuovi Bundesländer (ndr Germania Est) o in Polonia per realizzare infrastrutture è stato un modo molto sensato. Per questo giudico altrettanto importante creare condizioni favorevoli agli investimenti, “investment-friendly”, in Europa. Per esempio riducendo la burocrazia, come il presidente Juncker ha proposto. Nell´economia digitale poi deve essere creato uno spazio giuridico di certezza del diritto, tale da far sì che in Europa diventi possibile creare ricchezza con l´economia digitale non meno di quanto oggi è già possibile in America o in Asia».
Intanto affrontiamo il confronto con la Russia: lei ha detto che Putin potrebbe prendere di mira i Paesi occidentali dei Balcani. Come è arrivata a tale conclusione?
«Moldavia, Georgia e Ucraina, tre nostri vicini orientali, hanno firmato a seguito di loro scelte sovrane accordi di associazione con l´Unione europea. La Russia si prepara a creare difficoltà a questi tre paesi. La Moldavia soffre da anni per il conflitto in Transnistria; abbiamo compiuto molti tentativi per giungere a una distensione, finora purtroppo invano. La Georgia soffre per il conflitto nell´Ossezia del Sud e in Abkhazia. L’Ucraina ha subito l’annessione della Crimea e i combattimenti nell´Est del suo territorio sovrano. E soprattutto, vediamo che la Russia cerca di creare situazioni di dipendenza economica e politica in alcuni paesi dei Balcani occidentali».
Perché non parla di Estonia, Lettonia e Lituania, ex territorio occupato dall´Urss e oggi membri di Nato e Ue?
«Già durante la mia recente visita in Lettonia ho detto che il dovere di stare a fianco degli all eati nella Nato vale a favore e in difesa di ogni paese della Nato, dunque anche per Estonia , Lettonia e Lituania, e anche per la Polonia. Allo stesso tempomi sono impegnata contro una denuncia degli accordi Nato-Russia, per tenere aperto il dialogo con la Russia». copyright Welt am Sonntag
il Fatto 8.12.14
Semestre italiano
Merkel boccia Renzi: “Manovra insufficiente”
di Marco Palombi
La Commissione europea “ha stabilito un calendario secondo il quale Francia ed Italia dovranno presentare ulteriori misure. Questo è giustificato perché i due Paesi stanno attraversando effettivamente un processo di riforme. Ma la Commissione ha ribadito anche che quanto presentato sul tavolo fino ad ora non è sufficiente. Parere che io condivido”. Con un numero assai contenuto di parole Angela Merkel, intervistata da Die Welt, ieri ha ucciso il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo: l’unico risultato strappato da Matteo Renzi - che è poi il permesso di fare una manovra un po’ meno pesante del previsto - sono solo temporanei.
IN PRIMAVERA la Germania pretende nuove “riforme”, che poi sarebbero ulteriori tagli di spesa pubblica e le privatizzazioni dei gioielli di famiglia italiani, cominciando dall’Eni. La svendita del patrimonio pubblico non ha mai portato a una riduzione del debito pubblico - come d’altronde s’è dimostrato che l’austerity lo fa aumentare - ma lo shopping dei grandi gruppi internazionali in Italia è sicuramente assai ben visto a Berlino (nel settore privato la cosa è già in corso da tempo e l’acquisto a fine ottobre delle moto Mv Agusta da parte di Porsche è solo l’ultimo episodio).
Renzi ieri ha preferito non replicare direttamente alla Cancelliera e affidare la (dura) risposta italiana ai sottosegretari Sandro Gozi (che la delega sull’Europa) e Graziano Delrio. Il primo: “Dispiace molto che le riforme avviate dal governo siano ritenute insufficienti da Angela Merkel, ma i tempi e la logica dei ‘compiti a casa’ sono dietro di noi”. E poi, “oltre ai contenuti c’è anche una questione di stile: non sta ai capi di governo interpretare la Commissione. Noi non ci siamo mai permessi di dare pagelle”. Stessi contenuti Delrio: “Non c’è nessuno che fa i compiti e nessuno che esegue, noi siamo impegnati su moltissime riforme e nel risanamento del debito”.
Una cosa va sottolineata nelle repliche italiane: a palazzo Chigi hanno scoperto che le scelte di politica macroeconomica tedesche sono un problema per l’intera Europa. Gozi: “Forse Merkel potrebbe concentrare la sua attenzione su domanda interna, mancanza di investimenti o squilibri di bilancia dei pagamenti tedesca. Sarebbe un contributo importante che la Ue aspetta da tempo”. Delrio: “Piuttosto l’eccesso di surplus della Germania crea problemi. Ognuno metta ordine a casa propria”.
ATTACCO PESANTE, va detto, e che si basa su dati economici inoppugnabili e sottolineati spesso dalla stessa Commissione, di cui però negli incontri ufficiali di questo semestre italiano il governo s’è ben guardato di fare menzione: forse perché aveva bisogno del permesso della maestra per rimandare il pareggio di bilancio. I punti di conflitto rimasti sotterranei in questi mesi torneranno d’attualità già domani: è in agenda infatti una riunione dell’Eurogruppo (un coordinamento dei ministri economici dell’Eurozona) sulle leggi di Stabilità dei paesi membri. E lì il malumore sui comportamenti di Italia e Francia non arriverà solo dal fronte del rigore nordeuropeo, ma pure dai paesi che hanno dovuto subire i maltrattamenti della Troika che non amano il principio “due pesi e due misure”.
La Stampa 8.12.14
Niente tagli dei deputati
E ai peones passa la paura
di Carlo Bertini
Era l’ultimo ostacolo da superare per stare davvero tutti più tranquilli. È vero che il governo al Senato già aveva stoppato la diabolica manovra. Ma ora qualcuno tira un sospiro di sollievo a Montecitorio ed ha le sue buone ragioni: nelle pieghe della battaglia sulla riforma costituzionale, anche alla Camera è stato alzato un argine contro le proposte di tagliare, oltre ai duecento e passa senatori, anche un centinaio e passa di deputati. E visto che su questo punto il governo ha retto un doppio assalto, son centinaia i peones che sperano di averla scampata, perchè al prossimo giro ci saranno sempre gli stessi posti in tavola. Sabato mattina la commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti alla riforma per tagliare anche i componenti dell’Assemblea di Montecitorio e non solo i senatori, che vengono ridotti da 315 a 100. Per decine di onorevoli che lottano ventre a terra per vedersi riconfermati nelle liste elettorali quando sarà il momento - e che già tremano per il timore di doversi trovare voti di preferenza con il nuovo Italicum - almeno questa è una buona novella: al Senato ci hanno provato tutti i partiti a render pariglia ai deputati. E pure alla Camera non son mancati quelli convinti che bisognasse sforbiciare anche i ranghi di Montecitorio per esser coerenti, riducendo magari da 630 a 500 il numero di deputati.
Repubblica 8.12.14
Dal Mattarellum al welfare il decalogo di Civati per rilanciare la sinistra
Documento per un’alternativa a Renzi, creando un ponte con Sel e M5S
“Il Pd deve cambiare rotta o nascerà una nuova forza con i nostri temi”
di Tommaso Ciriaco
ROMA Dieci punti per una sinistra repubblicana. Da difendere a ogni costo, «al di là della disciplina di gruppo». Un patto per cambiare il Pd, se possibile. Oppure per costruire un nuovo centrosinistra, «se Renzi dovesse costruire davvero il partito della nazione». Dopo mesi di battaglie solitarie, voti di fiducia “bucati” e un bel po’ di gastrite, Pippo Civati rilancia. E sul piatto punta tutto: «Non si tratta di organizzare scissioni, ma di capire se al governo interessa questo percorso politico. Perché se continua così una cosa è ormai chiara: Civati o meno, una nuova forza nascerà comunque...». Un decalogo, allora, da tradurre presto in proposte parlamentari. «Con chi ci sta: Pd, Sel, grillini ed ex grillini. Non è che se Renzi apre a Grillo è furbo, mentre se io mi confronto con Pizzarotti non va bene». Si ritroveranno tutti in una “Leopolda al contrario” convocata il 13 dicembre a Bologna. «Ripartiamo così, poi si vedrà».
Setacciare le quattro pagine dell’agenda civatiana aiuta a mettere a fuco il nuovo centrosinistra immaginato dal deputato dem. «Quando ne parlavo, all’alba delle larghe intese, ero solo. Poi con il Patto del Nazareno tutto è diventato più difficile, più pesante. Ma in democrazia un’alternativa deve esserci sempre». C’è tanto del renzismo della prima ora, a dire il vero. E tantissimo delle recenti battaglie della minoranza dem e dei grillini critici. Anche a loro è rivolta la sfida di Civati. Insieme, sostiene, è possibile rimodellare per legge i partiti, garantendo «partecipazione, trasparenza e uguaglianza». Con un’altra promessa messa nero su bianco: ma anche forme di democrazia diretta. «Rafforziamo la democrazia diretta puntando sullo strumento referendario e sull’iniziativa legislativa popolare».
«Non si tratta di conquistare la minoranza del Pd», giura Civati. Né solo di “convertire” cinquestelle a disagio: «Non è che sommiamo la sinistra dem, qualche parlamentare del Movimento, i gruppi di Sel e poi moltiplichiamo tutto per i sindacati... È uno spazio più grande. Ormai si è aperto tra la gente». Le parole d’ordine, comunque, faranno breccia tra gli avversari del premier. La proposta sul welfare, per dire, ricalca quella elaborata dai democratici di estrazione sindacale, il contratto a tutele crescenti che mette fine al far west dei co.co.co. E una mano tesa al mondo grillino è senza dubbio il via libera al reddito minimo garantito e a un’autentica «rivoluzione verde”. «Azzeriamo il consumo del suolo - è il progetto - poniamoci l’obiettivo di “rifiuti zero” e promuoviamo le rinnovabili per superare i combustibili fossili». Al netto delle virgole, il programma del Movimento. La battaglia è appena all’inizio, Civati non lo nasconde. «Sarà come un programma di governo, lo tradurremo in proposte di legge ». E, questo è il rischio per Palazzo Chigi, in potenziali sgambetti all’esecutivo. A partire dalla legge elettorale, un Mattarellum che «restituisca ai cittadini la scelta dei rappresentanti attraverso collegi uninominali». Affiancati però dalle primarie per legge. Sulle modifiche dell’impianto costituzionale, poi, il sentiero tracciato da Pippo insegue la fine del bicameralismo perfetto e taglia le indennità, ma lascia intatta l’elezione diretta dei parlamentari. Un affronto, per i teorici del nuovo Senato renziano.
L’agenda - resa pubblica nel giorno in cui Renzi taglia il traguardo del primo anno di segreteria - rilancia alcuni cavalli di battaglia della sinistra dell’ultimo ventennio. Indigeribili, neanche a dirlo, per Silvio Berlusconi. Una legge sul conflitto d’interesse, allora, «con obblighi di dismissione e blind trust», in modo da evitare che «le cariche pubbliche siano utilizzate per favorire se stessi e i propri amici». Come se non bastasse, la sfida ai soci di centrodestra dell’attuale esecutivo passa anche da un brutale reset delle «scandalose » leggi ad personam fiorite nell’era del Cavaliere, un deciso intervento sulla prescrizione, una nuova battaglia legislativa contro l’evasione fiscale e la corruzione, un fisco più progressivo e pure la legalizzazione delle droghe leggere. Il via libera ai matrimoni egualitari e norme sul fine vita completano il quadro di una svolta a sinistra senza tentennamenti, pensata assieme al costituzionalista Andrea Pertici. «Sa, i primi appunti li ho iniziati a scrivere questa estate. Poi è successo di tutto ed è nato il patto repubblicano. D’altra parte, come potevo far finta di niente?».
La Stampa 8.12.14
Palestina, l’appello di Oz, Grossman e Yehoshua:
“I Paesi europei la riconoscano come Stato”
I tre scrittori hanno firmato la richiesta insieme ad altri 800 israeliani tra cui premio Nobel Daniel Kahneman: «È un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato»
Con questa lettera, gli scrittori Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua intervengono nel dibattito sul riconoscimento della Palestina
Il testo, firmato da 850 personalità di spicco israeliane, è rivolto in primis al Parlamento belga che in settimana voterà sullo Stato palestinese
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Corriere 8.12.14
Oz, Grossman e Yehoshua firmano per lo Stato della Palestina
Petizione insieme ad altri 800 israeliani, tra cui il premio Nobel Daniel Kahneman
«È un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato. E anche perché Abu Mazen continui nelle trattative»
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Corriere 8.12.14
«Riconoscete lo Stato palestinese»
L’appello all’Europa degli scrittori ebrei
Forse la storia, un pezzo grande di storia, si sta muovendo. E si sta muovendo sulla scia della cultura. In Israele, gli scrittori Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua hanno firmato una petizione che chiede ai Parlamenti dell’Unione Europea di riconoscere la Palestina come Stato, e auspica il blocco degli insediamenti dei coloni israeliani oltre alle dimissioni di Benjamin Netanyahu. Ai 3 scrittori si sono aggiunti circa 800 concittadini, fra cui il premio Nobel Daniel Kahneman. Il dibattito divampa anche su Twitter, come rivela uno degli ultimi messaggi: «Riconoscere la Palestina: giusta decisione, nel momento sbagliato». Intanto alcuni Parlamenti europei, e i governi dei loro Stati, già da settimane sembrano muoversi in questa direzione. Di questo si parlerà probabilmente fra 4 giorni a Bruxelles, nel vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione.
La petizione degli scrittori, ha spiegato Abraham Yehoshua, va intesa come «un atto di incoraggiamento per il negoziato.
E anche perché Abu Mazen continui nelle trattative». Non solo: alle prossime elezioni, «Netanyahu lasci. È il momento che si formi un blocco di centrosinistra per impedire uno Stato binazionale, e per dire basta agli insediamenti». Anche in Europa, le parole «Stato palestinese» stanno polarizzando opinioni e polemiche come forse mai negli ultimi anni. Il Parlamento federale belga voterà a giorni sul riconoscimento: atto solo formale, ma comunque significativo. Come le risoluzioni già approvate dai Parlamenti in Svezia, Irlanda e Spagna. Gran Bretagna e Francia sono sullo stesso binario. Circola qualche indiscrezione anche sull’Italia. E su Danimarca, Grecia, Portogallo, Austria, Lussemburgo.
Repubblica 8.12.14
Israele: Grossman, Oz e Yehoshua firmano petizione per riconoscimento Stato palestinese
I tre scrittori hanno sottoscritto un appello ai Parlamento europei insieme ad altri 800 cittadini dello Stato ebraico tra i quali il Nobel Daniel Kahneman
"Un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato"
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Repubblica 8.12.14
Israele L’ultima guerra di Bibi
Tra cento giorni si vota e sarà un referendum che il premier Netanyahu ha voluto su se stesso Stretto tra l’ultradestra e i timori di una rinascita del centrosinistra ha scelto di puntare ancora di più sulla divisione tra ebrei e musulmani
di Bernardo Valli
SHALTIEL Abrabanel non credeva in nessun Stato. Né in uno Stato israeliano né in uno Stato palestinese. Né in uno Stato binazionale israelo-palestinese. Odiava l’idea in sé di un mondo frantumato in tanti Stati, con frontiere, con muri di divisione, fili spinati, passaporti, eserciti, bandiere e monete diverse. Gli sembrava assurda, arcaica, primitiva, omicida, ormai superata. Per questo Abrabanel era definito traditore dai suoi compatrioti israeliani come Giuda Iscariota lo fu per i cristiani. L’apostolo tradì Gesù per eccesso di fede, perché era sicuro che una volta sulla croce avrebbe resistito alla morte e dimostrato la sua natura divina. In cui Giuda fermamente credeva, essendo il più cristiano dei cristiani. Anzi il solo vero cristiano. Si impiccherà quando vedrà Gesù agonizzare sulla croce, in apparenza abbandonato da Dio. La Resurrezione avviene troppo tardi, quando lui, Giuda, si è già appeso al ramo di un fico. Cosi passerà alla storia come un traditore. La stessa sorte tocca all’israeliano Abrabanel che, solitario e odiato, affronta l’ondata sionista e predica una società senza divisioni tra arabi ed ebrei. Tanti traditori sono stati in realtà eroi misconosciuti dalla Storia.
Giuda e Abrabanel sono i veri protagonisti (defunti) dell’ultimo grande romanzo di Amos Oz: una fiction con una straordinaria carica di attualità, anche se superbamente estranea alla cronaca e discosta dalla storia conosciuta. La cronaca e la quasi storia da cui straripano le nuove convulsioni politiche della società israeliana, posta davanti a una prospettiva che la ragione ritiene incancellabile, inevitabile e che al tempo stesso la paura e la diffidenza rendono irrealizzabile. Comunque impossibile nel futuro scrutabile. L’utopistica saggezza di Abrabanel, il traditore, è facilmente sconfitta dagli irresistibili sentimenti di odio. Chi vi presta attenzione considera la sua proposta blasfema e assurda. Ma quei sentimenti rendono impossibile anche quel che appare ragionevole: impediscono la nascita di due Stati sovrani affiancati, uno israeliano e l’altro palestinese, oppure uno Stato binazionale israelo — palestinese.
Oltre alla spartizione della Palestina sotto mandato britannico decisa dalle Nazioni Unite (rifiutata dagli arabi come ingiusta settant’anni fa), centotrentacinque Paesi hanno riconosciuto lo Stato palestinese, ed ora si accingono a fare altrettanto anche i parlamenti europei. Quello di Svezia, Francia, Gran Bretagna, Spagna si sono già pronunciati o stanno per farlo. Ma sono legittimazioni simboliche che non impegnano i governi. La Palestina è ancora occupata (o «contesa») e rosicchiata puntualmente dagli insediamenti ebraici, che continuano imperterriti nonostante le risoluzioni dell’Onu e i rimproveri degli americani, i fedeli e imbarazzati protettori di Israele.
Le convulsioni della società politica israeliana sono imputate ai normali problemi economici o all’intolleranza nei confronti di leader impopolari. Ma sullo sfondo, in profondità, c’è sempre il tormentato rifiuto di una convivenza alla pari con i palestinesi. Ed è quello che congela gli animi e determina le scelte politiche. Le crisi periodiche sono per non pochi aspetti simili a quelle italiane (litigi tra partiti, scontri di personalità, dispute sui testi dello Stato) ma il tutto avviene in un contesto assai più drammatico, costellato di morti. E alle spalle c’è una storia che spinge all’angoscia dell’insicurezza. Da qui il nostro riguardo: il nostro inevitabile rispetto.
Tra cento giorni, il 17 marzo, gli israeliani andranno a votare, benché i quattro anni dalla legislatura non siano ancora trascorsi. La crisi esplode il 23 novembre quando il Consiglio dei ministri approva e manda alla Knesset (il Parlamento) un documento in cui si definisce Israele come uno «Stato nazionale del popolo ebraico». Il testo rafforza il ruolo della tradizionale legge ebraica che dà agli ebrei diritti particolari, privilegiati, e limita quelli degli israeliani non ebrei. Non è una novità che la legge neghi i “diritti nazionali” agli arabi come minoranza. Israele è stato creato da ebrei per gli ebrei. Ad esempio la “legge del ritorno” garantisce la cittadinanza agli immigrati ebrei, mentre i palestinesi emigrati nel 1948 non possono ritornare. I motivi sono evidenti: se i palestinesi rifugiatisi nei paesi arabi rientrassero in quello che adesso è lo Stato ebraico, gli equilibri di quest’ultimo verrebbero sconvolti. Le leggi sono diverse per gli uni e per gli altri, ma la situazione si impone, pur non rispettando il principio democratico dell’uguaglianza dei diritti.
A Gerusalemme due dei cinque partiti della coalizione di governo si sono opposti al testo di legge che rafforza i diritti particolari degli ebrei, oltre quelli esistenti, e limita quelli degli israe- liani non ebrei. Lo stesso nuovo presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, un religioso, avverte che la legge proposta discrimina gli arabi come un tempo gli ebrei nel mondo. Protestano anche gli americani ribadendo che tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti.
Il 2 dicembre, Benjamin Netanyahu, in politica da ventisei anni, al governo per quattordici anni di cui quasi nove come primo ministro, destituisce due leader centristi: dal dicastero della giustizia Tzipi Livni e da quello delle finanze Yair Lapid. Netanyahu teme un complotto ai suoi danni. Sospetta che Yair Lapid, capo del partito “C’è un futuro”, stia tramando con Yitzhak Herzog, capo del partito laburista, per formare un governo di centro sinistra. Nonostante le smentite di Lapid e di Herzog, Netanyahu persiste e il 3 dicembre la Knesset vota la dissoluzione.
Netanyahu è un uomo controverso, ambizioso, arrogante, deciso, abile, capace di dosare la propria intransigenza di leader di destra. A non pochi esponenti del Likud, il suo partito, appare troppo moderato, mentre soprattutto non appare abbastanza forte, quindi vulnerabile, al suo alleato — concorrente Naftali Bennet, capo del “Focolare ebraico”, un miliardario religioso di estrema destra, espressione dei coloni ebrei nei territori occupati. Netanyahu si sente stretto da tutte le parti. Gli estremisti, come Avigdor Liberman, il ministro degli Esteri, leader dei russi immigrati negli ultimi decenni, gli rimprovera di non essere stato abbastanza deciso durante la guerra d’agosto, a Gaza. Moshe Kahlon, ex ministro delle comunicazioni ed ex esponente del Likud, ha conquistato una certa popolarità chiedendo un forte ribasso dei telefoni cellulari, forte di questa notorietà progetta un proprio partito che potrebbe ridurre la forza del Likud. Alcuni membri del Likud, tra i più decisi, non esitano nel frattempo a organizzare preghiere sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, considerate provocatorie dagli arabi. Anche se gli ebrei considerano sacra la spianata, sotto la quale ci sono le rovine del grande Tempio di Gerusalemme. Netanyahu non manca dunque di guai. Le vampate di terrorismo palestinese mettono in discussione la sua capacità di assicurare la sicurezza.
Proponendo uno Stato nazionale del popolo ebraico Netanyahu si è rivolto a un elettorato in cui prevale una maggioranza di destra. Destra e centrodestra raccolgono il 51 per cento dei consensi stando ai sondaggi. E da questa area elettorale Netanyahu deve raccogliere i voti che gli consentirebbero di prolungare il suo potere (secondo per durata soltanto a quello di Ben-Gurion, il fondatore di Israele). L’accentuazione dei diritti per i cittadini ebrei e la limitazione di quelli per gli israeliani arabi (un milione seicentomila con i drusi) dovrebbero contenere il successo del partito estremista di Bennet e attenuare le intemperanze dei disciplinati membri del Likud, per i quali il primo ministro è un moderato. Ma la svolta a destra comporta dei rischi per Natanyahu. La legge discriminatoria, che approfondisce ancora di più la divisione tra ebrei e musulmani, ha suscitato accuse severe al governo. Si è parlato di apartheid. Non sono mancati coloro che hanno assimilato l’Israele preconizzato da Netanyahu ai Paesi arabi circostanti in cui non prevale certo la democrazia. E dove dominano i principi religiosi, sia pure a scopo nazionalista.
In sostanza Benjamin Netanyahu, anticipando le elezioni, ha indetto un referendum sulla propria persona. Persona controversa anche per uno stile di vita dispendioso in un paese in cui le differenze economiche non sono trascurabili. Soprattutto in una stagione di crisi. Gli israeliani dovranno decidere: ancora Netanyahu? Il partito centrista di Lapid, il giornalista autore di romanzi gialli, potrebbe riscuotere lo stesso successo dello scorso anno nelle classi medie laiche di Tel Aviv. Le agevolazioni fiscali per la nuova casa e la riduzione dei sussidi alle comunità religiose gli consentirono allora di raccogliere molti voti. In tal caso potrebbe riaffiorare la possibilità, in verità non facile, di un centro sinistra. Non facile perché il paese si sbilancia a destra.
Comunque Netanyahu, stretto dai numerosi avversari stanchi, esausti del suo interminabile governo, non ha la rielezione a portata di mano. Sciogliendo la Knesset ha forse sventato i complotti, ma gli ostacoli restano. E sullo sfondo c’è sempre l’irrisolta convivenza con i palestinesi, che ormai il mondo giudica severamente. E il giudizio del mondo, nonostante l’orgoglio, pesa sulla pelle di Israele e dei suoi abitanti.
Corriere 8.12.14
Il mondo in piazza Stati Uniti e Hong Kong
risponde Sergio Romano
A proposito della sua risposta sulle manifestazioni quasi sempre violente nelle periferie delle città, a me sembra che queste siano in costante aumento. Penso a quanto accade negli Stati Uniti e a Hong Kong. Non pensa che il malessere della popolazione costretta a vivere ai margini della società sia giustificato?
Angela Caputo
Cara Signora,
Le due proteste sono alquanto diverse. Le manifestazioni americane sono la prosecuzione di quelle che furono guidate da Martin Luther King negli anni Sessanta del secolo scorso ed ebbero allora effetti importanti. Gli Stati meridionali della Federazione furono costretti a smantellare il regime di apartheid razziale sopravvissuto alla fine della Guerra di secessione. Fu facilitato l’ingresso dei giovani afro-americani nei college e nelle università. Nacque una borghesia nera che cominciò a salire lungo la scala sociale e a prendere alloggio nei quartieri residenziali, prima riservati alla borghesia bianca.
Esistono ancora quartieri urbani abitati da una popolazione povera, poco istruita, spesso incline a violare la legge: una sorta di lumpenproletariat, come veniva definito il sotto-proletariato della società tedesca agli inizi del Novecento. Ma esiste anche un richiesta di diritti civili che si manifesta rabbiosamente ogniqualvolta le autorità di polizia e la magistratura trattano gli afro-americani con metodi che sarebbero difficilmente immaginabili per la popolazione di origine europea o asiatica. Anche ora, come negli anni Sessanta, questi ceti sociali possono fortunatamente contare sulla presenza alla Casa Bianca di un presidente (Kennedy e Johnson allora, Obama oggi), sensibile al problema della loro condizione sociale.
I manifestanti di Hong Kong, invece, appartengono al polo opposto dello spettro sociale. Gli abitanti sono più di sette milioni, il loro territorio appartiene alla Cina, ma gode di una larga autonomia, e il reddito medio mensile delle famiglie è di circa 2.150 euro. Sono scesi in piazza perché Pechino vuole che il Chief Executive Officer (erede del governatore d’epoca coloniale) venga scelto fra una rosa di candidati proposti dal governo centrale. Pechino resiste con un certo imbarazzo alle richiese dei manifestanti perché è prigioniera di alcune contraddizioni. Ha bisogno di Hong Kong, divenuto ormai il suo più efficace braccio finanziario nel mondo. Non può ignorare che una piazza finanziaria è tanto più credibile quanto più ha istituzioni liberamente elette e indipendenti. Ma teme che la febbre democratica di Hong Kong contagi la società nazionale cinese mettendo in discussione il precario equilibrio fra le libertà economiche e il sistema politico fortemente autoritario.
Per parecchie settimane Pechino ha sperato che i manifestanti, figli di famiglie piuttosto agiate e politicamente moderate, si stancassero di manifestare. Posso soltanto dirle, cara Signora, che la crisi dell’antica colonia britannica merita di essere seguita attentamente. La Cina del dopo Hong Kong potrebbe essere alquanto diversa da quella degli scorsi anni.
La Stampa 8.12.14
Fra i miliziani in marcia su Tripoli: “Traditi dall’Europa, ma vinceremo”
di Domenico Quirico
In Libia i combattenti che sono in lotta contro gli islamisti si preparano alla battaglia: “Mandateci armi o toccherà a voi. Dobbiamo chiudere il gas per avere il vostro aiuto?”
Camminiamo lungo la scarpata. La sera è simile alle sere senza cannone. Sul crepuscolo da ritratto equestre, nell’odore dei pini e delle erbe da pietraia, la montagna scende con un balzo decorativo fino al deserto, su cui la notte cala come sul mare. Il pick-up con la mitragliera, accovacciato presso la sua trincea, sembra dimenticato da una guerra iniziata in pieno sole. «Dove avete sbagliato in questi quattro anni dopo che Gheddafi fu ucciso? Oggi la Libia è nel caos: due governi, due parlamenti, decine di milizie che si spartiscono il Paese, le bandiere nere del califfato a Derna e Bengasi».
La caduta di Gheddafi
Il primo soldato è un piccolo rapace dal naso a becco, dall’occhio ironico che non smette mai di sorridere. «Volevamo abbattere il tiranno, non pensavamo ad altro. In fondo ancora una volta è colpa sua, del Colonnello, ci ha tenuto rinchiusi per quarant’anni, abbiamo vissuto con il paraocchi, non conoscevamo il mondo. E noi libici siamo gente semplice, facile da ingannare». Qualche colpo di arma da fuoco isolato e lontano rende più profonda la pace delle montagne. Si annuncia una bella notte. «Siamo giovani - continua il secondo miliziano (lui non ride mai come accade agli uomini che difendono cause importanti, dovrebbero essere felici o almeno sereni, invece la loro espressione è sempre la tristezza ) - stiamo cercando di costruire uno Stato dove ci sia un governo, dove comandi un’autorità, ci sia ordine. Tre anni fa abbiamo lasciato le armi dopo la vittoria, ci siamo ritirati da Tripoli. Pensavano che tutto fosse finito. Abbiamo organizzato tre elezioni in questo tempo e tutte sono andate bene: la gente partecipava, si vedeva che desiderava finalmente una democrazia. Ma loro, le milizie, i terroristi stranieri, i fondamentalisti hanno cominciato a insinuarsi dappertutto». Prima di passeggiare con me si erano raccolti a pregare con fervore, recitavano i versi sacri come una dolce, sommessa canzone.
«L’Europa ci ha abbandonati»
«Da noi il jihad è un affare di tribù, di lotte locali e poi i fondamentalisti pagano bene, c’è gente che prende da loro un secondo stipendio, 1500, duemila dinari al mese. Ma è l’Europa che ci ha abbandonati! Dove eravate mentre tutto questo accadeva?». Penso alla scritta sul muro della scuola professionale di Rujban dove si trova il comando del fronte Ovest e dove mi hanno ospitato: «I traditori non li vogliamo». Già: i traditori. Quanti hanno tradito in questo caos libico… Il terzo ragazzo è un giovanottone dall’aspetto rude, venticinque ventisei anni, capelli nerissimi e un gran paio di spalle. C’è qualcosa nella sua espressione che mi ha commosso profondamente. L’espressione di un uomo che per un amico avrebbe ammazzato qualcuno e sacrificato la propria vita. C’era un misto di candore e di ferocia in essa, ma anche la patetica riverenza che i poveri mostrano verso coloro che reputano esser loro superiori. Mi è capitato raramente di vedere una persona che mi abbia ispirato una simpatia così immediata. Anche se ogni guerra è il sintomo del fallimento dell’uomo come animale pensante in queste guerre c’è tuttavia coraggio, generosità, valore. Certo gli uomini vengono uccisi, o mutilati, ma chi sopravvive non porta in dono ai propri figli un seme guasto.
Lotta senza scampo: noi o loro
La voce del ragazzo stride come una raspa, è in collera ora: «Possibile che non capiate? Abu Bakr al-Baghdadi, il Califfo, è un assassino, lo sgozzerei con le mie mani, sta uccidendo la nostra gente, gli arabi, i musulmani, poi verrà il vostro turno. In Libia i terroristi controllano già gli immigrati, fanno affari d’oro, due tremila euro a viaggio, le loro nere bandiere sono a Derna, a Bengasi, a Sabratha. Il gasdotto per l’Italia passa di qui. Potremmo interromperlo: questo dobbiamo fare perché vi accorgiate di noi, della nostra battaglia? Non vogliamo nessun intervento diretto, se la guerra vi fa tanto paura. Dateci armi e sistemi di comunicazione, divise, medicinali: lo fate con i curdi, perché non lo fate per noi? La lotta è senza scampo: o noi o loro!».
La riconquista della capitale
Nel 2011 ero qui sul djebel Nefussa, la montagna indomabile, allora assediata dai razzi ciecamente omicidi di Gheddafi. La marcia vittoriosa verso Tripoli cominciò proprio da Zintan, inarrestabile. Sono venuto a cercare i segni della seconda riconquista della capitale, questa volta contro le milizie islamiste e i loro alleati. «Qui c’è un esercito che risponde al parlamento eletto di Tobruk, non più la banda di Zintan. La vittoria è possibile, qui e a Bengasi», mi hanno annunciato amici libici pieni di nuovo entusiasmo. Ho ripercorso la stessa strada di allora, non c’è altra via. Ora che mi metto a scriverne mi pare di farlo da una distanza grigia che per il tempo trascorso appanna tutte le impressioni. È lo stesso itinerario dell’epoca della guerra contro Gheddafi, il confine tunisino, poi la montagna: come se nulla fosse trascorso, anni e morti inutili.
La polizia di Ras Jedir
Avvicinandosi a Ras Jedir, il posto di frontiera, non ci sono più i campi immensi dei profughi, restano baracche sfondate, resti di tende della Mezzaluna rossa dietro gli eucalipti fradici di polvere che segnano la strada. Ma l’erba non è ricresciuta, come se una maledizione avesse impresso il suo segno, per sempre, su quella terra. I cambiavalute, seduti sulla strada come prostitute in attesa, agitano mazzi di denaro con gesto da prestigiatori, tentano come allora i libici in fuga o che tornano a casa. Dovranno passare da loro. Mi fermo a un posto di polizia a comprare la marca da bollo, trenta dinari, quindici euro, ultima trovata con cui la povera Tunisia cerca di colmare casse vuote. Code interminabili di camion diretti a Tripoli sono in attesa: tutto viene inviato da qui, come allora. Il libico che mi precede ha un alterco con il poliziotto che vende i contrassegni. Si allontana imprecando. Il poliziotto si scusa: un attimo, signore! Chiude lo sportello, esce in strada con due colleghi. Afferrano il ragazzo, lo tirano dentro. Si sentono colpi, le urla disperate di un uomo picchiato. Tutti, in coda, fanno finta di nulla. Dopo una decina di minuti lo sportello si riapre, il poliziotto mi sporge il bollino con un bel sorriso. La democratica Tunisia, l’unica primavera riuscita! Chissà, forse dovremmo essere più cauti a giudicare questi mondi complicati. Il confine è controllato dalla «banda di Misurata», gli uomini che governano Tripoli, i nemici della montagna di Zintan. Attraverso a piedi la terra di nessuno. Ho un visto per «affari», la richiesta di un permesso per giornalisti mi avrebbe costretto a mettermi sotto il controllo del «governo» di Tripoli: ma se mi interrogano devo dire che vado nella capitale. Un doganiere mi fa entrare in uno sgabuzzino sudicio: fammi vedere i soldi! Gli mostro il portafoglio dove ho lasciato solo qualche euro e poca moneta tunisina. «Ora li puoi tenere ma quando torni - mi annuncia con un ghigno minaccioso - prenderò gli altri». E si mette in tasca gli euro.
Dalle montagne alla battaglia
Un amico mi attende fuori dal posto di controllo, ora dobbiamo salire sulla montagna sfuggendo ai posti di blocco. L’appuntamento è a un distributore, pochi chilometri dopo il confine. Ragazzi mettono in mostra taniche di benzina, il carburante è razionato, lo si vende a litri, come il latte, in un Paese che vive su un pozzo di petrolio. Arriva una piccola auto rossa, un improbabile contrassegno svizzero ma nessuna targa: un ragazzo ci fa un segno, lo seguiamo. Per vie secondarie ci fermiamo davanti a una casa. Ci attendono ragazzi che stanno guardando su un canale arabo di sport il derby di Torino. Quattro anni fa avevano la televisione bloccata su «al Jazeera»: oggi la odiano perché appoggia i fondamentalisti. Arriva il via libera. Il ragazzo della auto rossa a un certo punto accosta: «Ora andate, speriamo che dio conceda alla Libia tempi migliori». La strada è dritta nel deserto, coronato da fratte secche e aride, una frangia verde, magra, polverosa, sbiadita dai venti e dai raggi del sole. Rari cammelli sembrano chini a guardare la propria ombra. Un posto di blocco: pick up con le mitragliere, uomini avvolti in mimetiche chiare, una bandiera piantata su un cumulo di sabbia. L’esercito della montagna o gli altri? Le bandiera è la stessa, le uniformi identiche. L’uomo in divisa osserva i passaporti: da chi andate? Ecco: ora sapremo cosa ci attende. Diamo il nome di un comandante. Ci restituisce i passaporti. Chiedo al mio amico: se erano gli altri cosa avresti risposto? «Avrei deciso all’ultimo momento!». Saliamo a Rujban tra grandi picchi di roccia che avanzano verso la valle come una lunghissima onda di millepiedi. In cima una piana allungata verso la pianura che invece di digradare si solleva, punta al cielo, per poi precipitare al limite dell’orizzonte su un’altra piana che non si vede. Siamo arrivati alla montagna dell’esercito dell’Ovest, che assedia Sabratha e Zauia e vuole riconquistare Tripoli.
Il colonnello Mohamed Taesh
Il comandante ha una candida barba mosaica, annuncia che domani si andrà in battaglia. I ragazzi si guardano in maniera strana. Uomini che si conoscono bene e che in questi mesi hanno fraternizzato, ora si guardano come estranei e ognuno di loro è come se fosse distante da quelli che gli stanno accanto. Si scrutano come se cercassero di capire chi di loro morirà. Chi sarà ancora vivo domani sera? Io sarò vivo di sicuro, non sempre si viene uccisi, non ci sarebbero guerre se si morisse tutti. È il momento più brutto di tutti, le ore prima della battaglia. Non saranno mai più come adesso. Il colonnello cammina cento metri davanti agli altri, la sua figura si stacca netta contro le falde della montagna. Scendiamo verso la valle, verso la battaglia. Dietro a lui il soldato con la mitragliatrice pesante, poi gli altri. Presto non ci sono più né ulivi né pini, dappertutto pietra, pietra di Libia gialla e rossa sotto il sole chiusa nelle sue grandi ombre verticali. Dalla pista scavata nel fianco della montagna ogni tanto il piede fa cadere dei ciottoli che risuonavano di roccia in roccia perduti in quel silenzio nel quale era sepolto il bianco di torrenti ormai secchi. Il sentiero a una sosta a mezza costa strapiomba a picco su una cresta, c’è una fonte e un sottile bosco di palme. Intorno a esse l’erba forma un anello spesso che torna a poco a poco alla terra. Soltanto quelle palme vivono in mezzo alle pietra, vive della vita continuamente rinnovata delle piante nell’indifferenza geologica. Facciamo una sosta. «Colonnello, posso scrivere il suo nome? O teme vendette?». «Noi siamo un esercito regolare, non una banda di miliziani. Loro sanno che scelta ho fatto e dove sono. A questo punto non posso che vincere o essere ucciso. Mi chiamo Mohamed Taesh».
(1. continua)
Repubblica 8.12.1\4
Io a Santiago fra i prigionieri di Pinochet
Anticipiamo l’introduzione a una raccolta di reportage e di articoli sull’America Latina
di Stefano Malatesta
Invece di badare alla cronaca, un collega prese i nomi dei detenuti e corse fuori dallo stadio a rassicurare i parenti
HO imparato ad amare l’America del Sud in Cile. Nel 1973, scrivevo per un settimanale e l’11 settembre di quello stesso anno i militari golpisti lanciarono il primo attacco aereo contro la Moneda, la residenza del presidente Allende, a Santiago. Il giornale all’inizio non sembrava molto interessato a raccontare la storia. Ma io volevo partire a ogni costo. Così proposi di prendermi una vacanza. Telefonai al mio amico Saverio Tutino e lo minacciai di andarlo a prelevare fisicamente se non fosse partito con me: «Non puoi rimanere a Roma quando in Cile stanno ammazzando tutti i tuoi amici». L’indomani riuscimmo a prendere un volo diretto non in Cile ma a Buenos Aires. (...) La repressione avveniva di nascosto nelle stanze della polizia segreta, nelle caserme dove erano portati tutti gli arrestati e anche nello stadio requisito per contenere tutti i prigionieri. In città non sembrava ci fosse stato un golpe, perché tutto era stato organizzato per dare un’impressione di normalità. Appena arrivati, fummo chiamati dalla Marina Militare, dove si rilasciavano i salvacondotti per giornalisti. Mentre sbrigavano le pratiche, ci fu un momento di tensione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di molto peggio. Quando fu il turno di Saverio, lui parlò in castigliano e l’ufficiale fece una smorfia. Invitò Saverio ad avvicinarsi al suo tavolo e gli chiese con voce melliflua: «Come parla bene lo spagnolo, dove l’ha imparato?» Saverio parlava con un accento fortemente cubano, senza rendersene conto, e questo aveva insospettito l’ufficiale. In quei giorni, la caccia ai cubani – accusati di aver portato Allende su posizioni estremiste – era stata più feroce di quella dedicata ai socialisti del Mir e ai comunisti. (...) Intuendo che Saverio potesse passare un brutto guaio, mi avvicinai all’ufficiale e gli chiesi se le carte di Saverio andassero bene. Lui rispose che le carte andavano bene, allora io gli dissi che non c’era ragione di fare troppe domande: noi dovevamo andare a lavorare e in fretta. L’ufficiale fece una telefonata – forse al suo superiore – per sapere come comportarsi. Poi aprì un cassetto, tirò fuori tre permessi già firmati, gettandoli quasi con violenza sul tavolo in modo da farli cadere per terra. Così per prenderli noi dovemmo chinarci davanti a lui. (...) Una mattina venimmo convocati dalla polizia: ci interessava vedere come i prigionieri, rinchiusi nello stadio, venissero trattati? Si era sparsa la voce che gli stanzoni fossero adibiti a camere di tortura e il regime teneva molto a non avere quella fama feroce che si era guadagnato nelle stragi dei primi tempi. E qui si inserì una storia imprevista, che è stata nello stesso tempo una lezione.
Partendo da Roma, mi ero portato dietro tutti i giornali che avevo trovato, e ognuno dava una sua versione dei fatti corrispondente alla posizione politica che aveva in Italia. E i titoli più beceri e più stupidi tra questi erano quelli apparsi su Il Tempo di Roma. Una volta arrivato a Santiago, mi avevano indicato quale fosse l’inviato del Tempo, ma io non volevo conoscere un giornalista che aveva scritto pezzi che corrispondevano presumibilmente a quei titoli infami. Quando entrammo nello stadio, tutti i prigionieri affollavano le gradinate circondati da barriere di filo spinato. Fu un incontro commovente, perché era la prima volta che i prigionieri vedevano qualcun altro che non fosse un poliziotto. Ma mentre prendevamo appunti sui nostri taccuini, l’inviato del Tempo fece un’altra cosa. Chiese ai prigionieri che stavano a lui più vicini i loro nomi. Quando ne aveva raccolti una cinquantina, corse fuori dallo stadio dove era radunata tutta una folla: «Chi è parente di Sandro Velazquez?» «Io!» «Està vivo, l’ho visto io». «Chi è parente di Alfio Escobar?» «Io!» «Està vivo tambien!». Invece di pensare alla cronaca del giornale, lui aveva sentito il dovere di mettere da parte il suo lavoro di giornalista per fare un’azione umanitaria, dando nuove speranze a quei poveretti che non avevano saputo più nulla dei loro cari. Allora mi avvicinai a lui e dissi: «Dopo aver letto quei titoli, non ti volevo conoscere. Adesso sarei onorato di averti come amico ». Si chiamava Piero Accolti, era un barone di Taranto. Poi ho scoperto che era un amico di Sandro Viola ed era molto stimato da lui come paesano e come bevitore di whisky. Aveva scritto un libro che si chiamava Il mio amico whisky , che è ancora il miglior testo sull’argomento.
IL LIBRO L’uomo dalla voce tonante, di Stefano Malatesta (Neri Pozza pagg.229, euro 17)
Corriere 8.12.14
The Sunday Morning Herald
Australia, una legge per posti di lavoro mentalmente sani Creare posti di lavoro «mentalmente sani». Lo chiede Lesley Russell sul Sydney Morning Herald . I disturbi della mente sono tra le prime cause di assenteismo, prestazioni lavorative ridotte, richieste di risarcimento danni. Si calcola che le imprese australiane perdano 11 milioni di dollari ogni anno a causa delle conseguenze provocate da questi disagi. Eppure, sottolinea l’autrice, sul problema «non c’è la stessa attenzione né la prevenzione riservata alle altre patologie». Per questo, conclude Russell, urge un intervento di tipo legislativo.
Corriere 8.12.14
L’infelice illusione di una decrescita felice
di Pierluigi Battista
Un po’ di ossigeno contro chi esalta il buio infelice della «decrescita felice». È un libro che si intitola Contro la decrescita (Longanesi), è scritto da Luca Simonetti, e andrebbe vivamente consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo. Che poi è la possibilità per miliardi di persone di acquisire beni, opportunità e benessere in una misura inconcepibile in passato anche per i ceti più ricchi.
Una raffica di argomentazioni documentate e convincenti contro i detrattori della scienza che ha salvato una quantità incalcolabile di vite umane. Contro chi rimpiange l’armonia bucolica di un mondo scomparso senza ricordare che in quel mondo solo lo strato signorile della società poteva avvantaggiarsene, lasciando i contadini ad ammazzarsi di fatica, a morire per malattie oggi facilmente curabili, ad abitare in tuguri lerci e puzzolenti, mentre la mortalità infantile faceva strage di bambini denutriti. Un libro che ricorda la forza democratica del progresso, del consumo, della globalizzazione che strappa alla povertà interi continenti condannati a vivere in condizioni disastrose, dell’istruzione garantita a popoli costretti in passato all’analfabetismo, della diffusione di massa di consumi culturali insperati fino poche decine di anni fa.
Pensare che questo passato di stenti e di vita miserabile possa essere rimpianto come un Eden perduto testimonia della scomparsa di ogni elementare senso storico. Non sappiamo più da dove veniamo. Non abbiamo più la percezione dei tremendi costi sociali che la stagnazione economica, l’impossibilità di progredire, la subordinazione sociale, l’immobilismo culturale hanno gravato su un mondo che se non oltrepassava la soglia del chilometro zero, oggi idealizzato con rimpianto struggente, era perché non poteva conoscere quello che accadeva a più di un chilometro zero. Un mondo per cui lo slow food pativa la scarsità del food e la fatica disumana per procurarselo. Un mondo in cui i contadini di Ermanno Olmi venivano decimati al primo apparire di una malattia. Un mondo in cui la superstizione ostacolava persino i primi esperimenti di anestesia totale che avrebbero affrancato l’umanità da sofferenze indicibili. La non crescita era il vertice dell’infelicità. Questo libro ce lo ricorda.
Heidegger antisemita: cancella Spinoza
La discussione sui “Quaderni neri” del pensatore tedesco pubblicati in Germania
L’adesione di Heidegger al nazismo è da tempo materia di un animato dibattito, su cui ora gettano nuova luce i suoi Quaderni neri, taccuini filosofici di cui in Germania sono usciti finora tre volumi, che saranno tradotti in Italia da Bompiani
Il contenuto dei Quaderni neri è stato analizzato il 2 novembre sulla «Lettura» del «Corriere» da Donatella Di Cesare, autrice del saggio Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri, pp. 352,e17)
di Guido Ceronetti
Trattandosi di un personaggio centrale del XX secolo, come Martin Heidegger, lo scabroso argomento del suo antisemitismo dà sofferenza e nausea; e tuttavia scrutiamolo, invitati dal prologo giovanneo: «La Luce brilla nella Tenebra, ma la Tenebra non può toccarla». Nella «Lettura» di domenica 2 novembre (supplemento culturale del «Corriere») una pagina era dedicata — a firma Donatella Di Cesare — ai Quaderni neri , inediti heideggeriani di prossima pubblicazione anche in Italia, che ne anticipava qualcosa. Sono taccuini dei primi anni di guerra, non destinati alla pubblicazione e probabilmente (il professore era da tempo uscito dal partito) nascosti per scagionarlo in caso di visite della Gestapo.
Una scempiaggine di notevoli proporzioni accuserebbe «l’ebraismo mondiale» di allontanare, o di avere per fine, l’uomo dall’Essere, cosa certamente non facile e alquanto impregnata di dottrina divulgata dal falso zarista dei Protocolli di Sion (la parola mondiale è di pura risonanza nazionalsocialista). Cloache del pensiero, e non Denken ! Ma una prova ben più importante e decisiva dell’antisemitismo filosofico di Heidegger è nella sua totale cancellazione della presenza di un pensatore come Benedetto Spinoza dalla storia della metafisica, che per H. è la filosofia tout court .
Leggo e mi sforzo di capirlo, Heidegger, da circa quarant’anni, riempio di note ogni volume: il suo silenzio su Spinoza, l’ebreo portoghese cacciato e maledetto dalla sinagoga di Amsterdam, il pensatore che ha visto Dio più da vicino, intossicato, drogato, malato dell’Essere anche più, forse, dello stesso Heidegger, sarebbe stato un vitando, un reietto, uno di cui è decenza tacere, per il cattedratico di Friburgo.
Heidegger approda alla sua idea dell’Essere attraverso innumerevoli ruminazioni; Spinoza l’aveva assorbita dalla Scrittura biblica, dove il verbo essere ( haiah ) è la matrice del nome impronunciabile di Dio, il tetragramma reso corrente nella versione Adonai , Signore. Le quattro lettere esprimono, significano, designano l’Essere nella sua infinità immanente-trascendente che non può essere detta che spinoziana. Troppo grande è il nostro debito con quel «povero ebreo» solitario dell’Aia per non rinnegarlo con qualche imbecillità ideologica antisemita.
Attribuire l’oblio dell’essere (della metafisica che lo pensa) a un ente d’immaginazione come «l’ebraismo mondiale» (il concentrato rituale e tradizionale superstite di un popolo disperso ma non spento) è un delitto grave di questa modalità di anti-denken antisemita, perché è incontestabile per chiunque sia avvezzo a pensare che se mai ci fu e ci sarà un «popolo dell’essere» quello è l’ebraico, che ha l’Essere e l’assolutezza dell’essere iscritti in quattro lettere che si ha paura di pronunciare. Negare all’ebreo di essere proprietà dell’essere e depositario del Nome che lo nomina, è negargli, in lingua heideggeriana, l’esserci , il dasein , dunque equivale a escluderlo, a sterminarlo. È la mano genocida in guanti di gomma. Per questo si può parlare di un antisemitismo tragico, quando ne spunta un orecchio di porco nel tentativo di cancellare Spinoza dalle tavole del pensiero.
Come alternativo al Nome non dicibile la Kabbalàh medievale ha creato En-Sof : il Non-c’è-fine , l’Infinito, l’Essere in cui non può darsi l’oblio, se non come motivo di reiterazione filosofica, perché all’incessante generarsi di quel che è causa sui appartiene il recupero illimitato di ogni oblio possibile ( oblivia rerum ), i nostri insignificanti nomi compresi. (Senso delle antiche tombe ebraiche in voluto abbandono, da veri figli del deserto in esilio, in quanto il Signore è la Mano e il Nome di quei dimenticati).
Un supposto antisemitismo tragico (intellettuale, non criminale) sfinito dal suo inseguimento dell’Essere che non cesserà di avere per approdo il Nulla (il drammatico «Che cos’è Metafisica?» in quel limite cozza) può essere tentato di vendicarsi escludendo dal pensiero e dallo stesso Esserci l’unico «popolo dell’Essere» di questo mondo: l’ebreo biblico — portatore e gelosa vittima sacrificale del Dio en-sof — a costo di tradire (di velare ) la Verità come «svelatezza».
Repubblica 8.12.14
Le indagini sugli immobili Ior
Tutti svenduti tranne uno: è la sede diplomatica russa
di M.Antonietta Calabrò
È stata la presenza dell’ambasciata della Federazione russa presso la Santa Sede a «salvare» l’ultimo immobile attualmente di proprietà dell’Ior. Solo grazie a Putin, potremmo dire, la Banca vaticana ha ancora qualche bene al sole.
Dopo la grande svendita decisa dall’ex presidente Angelo Caloia e dall’ex direttore generale Lelio Scaletti, nei cui confronti il Promotore di giustizia vaticano ha iniziato un’azione penale per peculato sequestrando sui loro conti e su quello dell’avvocato Gabriele Liuzzo ben 16,8 milioni di euro. Secondo l’accusa i tre avrebbero in tutto lucrato circa 60 milioni di euro dalle vendite di 29 stabili, alienati con operazioni concentrate tra il 2005 e il 2006, a cavallo della fine del Papato di Wojtyla.
Caloia e Scaletti non misero invece sul mercato il grande edificio all’inizio di via della Conciliazione (comprende i numeri civici dal 6 al 14 e ha ospitato anche una filiale dell’Unicredit presso cui lo Ior aveva a suo tempo un proprio conto), proprio per la presenza della rappresentanza diplomatica russa. Tutto l’altro patrimonio immobiliare è stato trasferito a prezzi stracciati a società offshore domiciliate alle Bahamas e gestite, secondo il Report della società Promontory, dagli stessi indagati.
Gli edifici sono per la maggior parte a Roma, ma anche a Milano, in zone di grande pregio. Come i due grandi palazzi alle spalle del lussuoso quartiere Coppedè nella Capitale, per un totale di 80 appartamenti, più negozi, box e seminterrati. Per ciascun edificio lo Ior ha incassato circa 50 milioni. La società acquirente ha messo in vendita i singoli appartamenti, con diritto di prelazione per gli inquilini, per una cifra tra gli 1,2 e gli 1,5 milioni ciascuno, e un ricavo di oltre 100 milioni, cioè più del doppio del prezzo di acquisto.
L’operazione fu valutata come gravemente anomala già nel 2009 dal Consiglio dei 15 cardinali incaricati dei problemi economici, presieduto dall’allora segretario di Stato Tarcisio Bertone. E portò all’uscita anzitempo dallo Ior di Caloia. L’età pensionabile dei dirigenti fu abbassata a 70 anni, per mandare a casa Scaletti. Oggi, però, i tempi sono cambiati ed è scattata l’azione giudiziaria.
Repubblica 8.12.14
Il primato dell’etica pubblica
di Stefano Rodotà
DI FRONTE alla realtà del comune di Roma posseduto da una organizzazione criminale si può essere scandalizzati e indignati, ma non sorpresi. Questa non è una novità imprevedibile, ma la manifestazione ulteriore (estrema?) di una patologia che dovevamo aver imparato a conoscere, che s’era diffusa da tempo nel sistema politico e nel tessuto sociale. Che cosa ci racconta da anni Roberto Saviano, che cosa ci hanno mostrato le inchieste inascoltate, i casi di politici condannati per i loro legami con gruppi criminali o salvati da generosi e inquietanti rifiuti di autorizzazioni a procedere? Sapevamo di vivere in una perversa normalità, dalla quale si è troppe volte distolto lo sguardo o con la quale ci si è abituati a convivere, anche perché sono venuti inviti perentori a non farsi possedere da reazioni moralistiche. Ora, per l’ennesima volta, la vicenda romana induce molti ad affermare che questa dev’essere l’ultima volta. Sarà vero, si può essere fiduciosi?
La verità è che, malgrado le molte parole, in cima all’agenda politica non vi è mai stata la questione della legalità, intesa nel suo significato più ampio, come obbligo delle istituzioni pubbliche di spezzare i tanti “mostruosi connubi” che via via si manifestavano davanti ai nostri occhi, in una inarrestabile deriva: tra politica e amministrazione e poi tra politica e criminalità, cementati da una corruzione divenuta capillare, regola non scritta sull’uso delle risorse pubbliche, di cui troppi ritenevano ormai di potersi impunemente appropriare. Tra le istituzioni solo la magistratura ha preso sul serio l’adempimento di quell’obbligo, e l’inchiesta sul Comune di Roma lo conferma una volta di più. Anche qui non siamo di fronte ad una novità inattesa, se appena si va alle cronache più recenti, al Mose di Venezia e all’Expo di Milano. Ma questa memoria è accompagnata dal ricordo della insofferenza di troppa parte di un ceto politico che ha giudicato illegittima interferenza molti, sacrosanti interventi dei giudici a tutela della legalità. È giusto individuare le competenze proprie della politica e quelle della magistratura. E la strada è segnata dall’articolo 54 della Costituzione, al quale sarebbe il caso di dare un’occhiata proprio in questo momento. All’inizio di questo articolo si stabilisce l’obbligo dei cittadini di rispettare la Costituzione e le leggi. Subito dopo si aggiunge che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». L’indicazione non potrebbe essere più chiara. Chi svolge funzioni pubbliche, dunque i politici in primo luogo, non possono limitarsi al rispetto formale della legalità. Ad essi è richiesto qualcosa di più — il rispetto dell’etica pubblica. Un principio che in questi anni è stato sostanzialmente cancellato. Di fronte a comportamenti anche gravemente censurabili si è rifiutato ogni intervento dicendo “non vi è reato”. E, quando si era di fronte ad indagini, rinvii a giudizio, addirittura a condanne in primo grado, si è rifiutato di prendere atto che si era in presenza di violazioni della legge penale e si è rinviata qualsiasi sanzione politica al momento, lontano anni, della sentenza definitiva passata in giudicato. Così la politica ha azzerato la propria responsabilità, usando anche le lentezze della magistratura per legittimare questo suo abbandono. I risultati sono davanti ai nostri occhi.
Matteo Renzi, segretario del Pd, ha fatto una mossa apprezzabile azzerando la situazione romana senza trincerarsi dietro l’attesa di future decisioni giudiziarie e correndo anche il rischio di veder attribuito al suo partito responsabilità generali che non gli spettano Ora, però, non può fermarsi qui, considerando la vicenda romana come una eccezione, mentre sono note altre compromissioni locali, e non solo. E non può avallare i rifiuti compiacenti di autorizzazioni a procedere, com’è ancora avvenuto al Senato proprio in questi giorni.
Matteo Renzi, presidente del Consiglio, non può continuare a rimanere impigliato in una rete che impedisce il rispetto e la ricostruzione della stessa legalità formale. Assistiamo ad una continua guerriglia parlamentare contro la magistratura, con il pretesto di voler accrescere le garanzie delle persone e con l’obiettivo di limitarne l’autonomia, con strumenti che rivelano soltanto l’abissale assenza di una vera cultura della giurisdizione. Ai provvedimenti contro la corruzione non si dà la priorità aggressiva riconosciuta ad altre leggi con voti di fiducia e vincolanti “cronoprogrammi”. Situazione ormai intollerabile e pericolosa, poiché la realtà conclamata dai casi di Venezia, Milano e Roma, per tacer d’altro, testimonia di una drammatica distruzione della moralità pubblica e di pesanti danni alla stessa economia.
Lo “schifo” manifestato da Renzi imporrebbe che questi temi siano seriamente collocati in cima all’agenda politica. Parlando di responsabilità dei politici, non possiamo riferirci soltanto a chi ha commesso reati o ha violato il principio della “disciplina ed onore” nell’esercizio delle sue funzioni. Oggi la vera responsabilità politica riguarda persone e partiti che sono di fronte all’obbligo di sciogliere i nodi che, negli anni, sono divenuti sempre più stringenti e che nascono dall’obbedienza alla logica della clientela e dell’affarismo, dalla permeabilità di strutture chiuse e oligarchiche rispetto alle organizzazioni criminali. Da anni sappiamo che vi sono poteri criminali che governano territori estesi quanto regioni e che, come dimostra l’ultima inchiesta milanese di Ilda Bocassini, si impadroniscono di aree sempre più larghe. Ma non sono soltanto i territori fisici ad essere occupati. Proprio il caso romano è la conferma eclatante dell’occupazione del territorio istituzionale. Stiamo davvero correndo il rischio che la presenza pubblica e la legalità vengano ricacciate in territori sempre più ristretti. Non trascuriamo il fatto che le nuove regole sul lavoro, dov’è evidente una cessione di sovranità a favore dell’impresa, non siano state accompagnate da alcuna attenzione concreta per le nuove schiavitù di chi raccoglie arance o pomodori. Capisco che la volontà di promuovere un ottimismo forzato portino il presidente del Consiglio a frequentare solo quelle che gli appaiono, e sono, allettanti vetrine. Ma ogni tanto si conceda una deviazione e, magari con il ministro del Lavoro, vada con seguito di telecamere e alluvione di tweet a Castel Volturno o a Rosarno, e manifesti schifo per gli abusi sessuali di cui sono vittime le lavoratrici rumene a Ragusa.
Anche questa è legalità, anche questa è lotta alla corruzione, anche queste sono mosse indispensabili per ricostruire una moralità civile che ha bisogno di tornare a fondarsi su dignità e solidarietà. È un’amara consolazione il poter constatare che le vicende che oggi indignano appartengono a un già detto, ad analisi di cause note accompagnate da indicazioni dei possibili rimedi. A tutto questo non si è dato ascolto, dicendo che bisogna rifuggire dal moralismo e che la politica è un’altra cosa. Davvero un’altra cosa — quella che oggi viene drammaticamente rivelata.
il Fatto 8.12.14
Se un politico invece di blandirci ci parlasse onestamente
“Cari italiani, diciamo la verità: è colpa nostra”
di Ferruccio Sansa
“Cari italiani la colpa è anche nostra”. Immaginate un politico che esordisse così. Immaginate un Presidente della Repubblica che ce lo dicesse in faccia nel discorso di Capodanno, mentre guardiamo distratti intrippandoci con lo zampone. E poi: “Basta dare la colpa all’arbitro, agli avversari fallosi e al pallone sgonfio come fanno le squadre piagnucolose. Basta prendersela con l’euro, la Germania, gli immigrati, le mezze stagioni che non ci sono più. Abitiamo forse nel Paese più bello del mondo. Abbiamo un qualità della vita ancora ineguagliabile, che non nasce solo dalla bellezza, dal clima, dal cibo frutto della nostra terra, ma anche da noi; da quella cordialità, quel calore, che rivelano un senso della vita profondo. E invece ecco come ci siamo ridotti. Pensiamo alla Sicilia dove lo Stato e la Regione sono diventati solo vacche da mungere e non ci si accorge che derubiamo noi stessi. Che ci mettiamo un soldo in una tasca e ne perdiamo uno dall’altra. Prendiamo sussidi perfino per le vendemmie che non facciamo e così le scuole vanno a pezzi. Pensiamo a Roma, che a camminare tra i palazzi è una gioia per gli occhi, che fa una pippa alle capitali del resto del mondo. E dove invece si vive così faticosamente, intrappolati nel traffico, dove ci sono voluti più di vent’anni per fare mezza metropolitana quando a Londra ne facevano 400 chilometri. Pensiamo al Veneto, alla sua campagna dove Tiziano e Tintoretto venivano per cercare i colori, e dove in pochi anni abbiamo costruito una muraglia cinese di capannoni rimasti vuoti che messi in fila sarebbero lunghi 1.800 chilometri. Pensiamo alla Liguria dove un mese fa c’è stata l’alluvione e oggi gli unici cantieri che lavorano sono quelli per aggiungere nuovo cemento. Altri centri commerciali a due passi dai fiumi, altri condomini in una regione che ha il record di case vuote. Pensiamo alla Lombardia che aveva la sanità migliore del mondo e oggi l’ha offerta ai privati e lottizzata . Pensiamo a Milano che sapeva unire spirito di impresa e solidarietà, borghesia e socialismo (non quello di Craxi, però) e che oggi si lascia passivamente infiltrare dalla ‘ndrangheta e punta il dito contro gli immigrati. Lo so, mi date del disfattista, pensate che vi abbia fatto l’elenco dei disastri. È il contrario, invece: queste sono tutte occasioni. Per realizzarle non serve il Tav, non abbiamo bisogno dei soldi dell’Europa, di cacciare gli immigrati. Basterebbe cambiare la nostra testa, smettere di corrompere, evadere, rubare a noi stessi”. Chissà come la prenderemmo se un politico non ci dicesse più che siamo solo un popolo di santi, poeti e navigatori: “Cari italiani siamo stati dei pirla” (per usare il dialetto di Salvini, ma vanno bene anche mona, ciula, beline, minchioni), “ma possiamo cambiare. Questa sarà la nostra rivoluzione”.
Corriere 8.12.14
Oltre Tolkien
Lungo i confini invisibili del «mondo di mezzo»
I personaggi emersi dall’inchiesta romana amavano utilizzare teorie mitologiche per coprire ruberie molto terrene
E per ammantare di fascino universi dove tutti si conoscono, tutti chiacchierano volentieri, e gli unici segreti sono quelli che tutti sannodi
di Emanuele Trevi
qui
Corriere 8.12.14
La sinistra non può autoassolversi
di Pierluigi Battista
La reazione della sinistra di fronte allo scandalo emerso a Roma, al di là dello sconcerto, si affida alla teoria delle singole mele marce. Ma se le responsabilità penali sono personali, quelle politiche non possono essere sottaciute o ridimensionate.
Ha fatto bene l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni a non nascondersi dietro un legittimo riserbo che però avrebbe potuto essere scambiato per imbarazzata reticenza. E soprattutto a non nascondere o minimizzare, con una lettera a la Repubblica , lo «choc angoscioso» provocato dalla scoperta delle malefatte commesse, secondo l’accusa dei magistrati romani, dal suo ex vice-capo di gabinetto Luca Odevaine. Ma il sincero sconcerto di Veltroni sembra quasi accreditare l’immagine di una doppiezza perversa del suo collaboratore: persona all’apparenza specchiata negli abiti presentabili del dottor Jekyll istituzionale, e tuttavia nel suo lato notturno un torbido mister Hyde avvezzo a continuativi rapporti malavitosi con la delinquenza di stampo mafioso. E non è nemmeno convincente la sequenza suggerita da Veltroni di amministrazioni, quelle di sinistra, illuminate dal rispetto assoluto della «legalità», poi deturpate dalla funesta parentesi di una giunta di destra che della legalità ha fatto strame, inquinando irreparabilmente il volto della capitala d’Italia con frequentazioni oscene della mafia alleata dell’estremismo di destra.
Messa così, però, sa di arringa autoassolutoria. Che certamente non è nelle intenzioni di Veltroni, giustamente disgustato dall’«orrore» dello spettacolo che sta deturpando Roma. Ma rischia seriamente di esserlo se non si scindono le responsabilità penali, che sono strettamente personali e sottoposte al vaglio di una giustizia rispettosa dei diritti della difesa, da quelle politiche, che oggi non possono essere sottaciute o ridimensionate. Come purtroppo sta avvenendo con la difesa accanita della giunta Marino.
Sulla destra al governo di Roma non c’è molto da aggiungere, con quel suo pervicace mischiare l’amministrazione cittadina a una guapperia nera greve e adusa al lessico e alle pratiche della delinquenza di strada. Ma la sinistra non può cavarsela con un appello alla legalità e con la teoria autoindulgente delle mele marce. Fosse la disattenzione su singoli casi, si potrebbe ammettere un peccato politico veniale, e addirittura invocare l’impossibilità per un sindaco di controllare ogni minuto movimento dei propri collaboratori. Ma se ha un fondamento la ricostruzione dei magistrati di un fronte delinquenziale di stampo mafioso con ramificazioni stabili in ambedue gli schieramenti politici, allora il nome che deve mettere in imbarazzo le giunte di sinistra, e soprattutto quella attuale gestita dal sindaco Marino, non è solo quello di Odevaine, ma quello di Salvatore Buzzi e della sua cooperativa immersa nei suoi lucrosi affari in combutta con la politica romana («si guadagna più con gli immigrati che con la droga»). Un rapporto pluridecennale con i gangli vitali dell’amministrazione capitolina e che ha allungato i suoi tentacoli prima, durante e dopo la giunta guidata da Alemanno.
Le responsabilità penali sono personali, ma il coinvolgimento di ben due assessori della giunta Marino, del presidente del Consiglio comunale che esprime la maggioranza politica che sostiene il sindaco, di esponenti della segreteria dello stesso primo cittadino, per non parlare dei generosi contributi (in quanto tali non penalmente rilevanti, è bene ricordarlo) per la campagna elettorale del sindaco, di presidenti di municipio, di consiglieri comunali, lasciano trasparire un legame forte, continuo, stabile, remunerativo, economicamente cospicuo tra una cooperativa accusata di usare metodi mutuati dalla mafia (secondo l’accusa) e una sinistra permeabile in una misura imbarazzante alle infiltrazioni dell’organizzazione di Buzzi.
Nessuna responsabilità politica che dovrebbe portare all’azzeramento di un consiglio comunale inquinato e oramai privo di credibilità? E allora perché il Pd ha deciso di usare con se stesso metodi drastici fino al commissariamento del partito romano? Le istituzioni sono più importanti dei partiti e se si è sentita l’esigenza di arrivare a conclusioni traumatiche per ripulire il partito, non si capisce perché sul piano istituzionale si possa essere accondiscendenti, politicamente assolutori, insensibili allo sconcerto che, oltre a quello manifestato dallo stesso Veltroni, sta avvilendo l’intera opinione pubblica romana e nazionale. Ecco perché la teoria dei singoli marci non regge. E perché Roma chiede cure dolorose ma necessarie. Se si vuole avere senso della responsabilità politica, distinta dalle responsabilità giudiziarie.
La Stampa 8.12.14
Se il romanesco è la lingua del malaffare
di Enzo Bettiza
Non l’italiano, ma il romanesco sembra essere l’unica lingua (se di lingua e non di gergo si può parlare) in grado di dare voce agli imbrogli e alle truffe.
Alle minacce, ai furti, alla corruzione che connotano l’ultimo scandalo , quello della cupola fascio-mafiosa nell’amministrazione della capitale. Mai come oggi il romanesco dilaga e fa da colonna sonora al malaffare. Non è fiction ma cronaca quotidiana: «I soliti ignoti» e la vecchia saga trash di Er Monnezza impallidiscono di fronte alla realtà delle trascrizioni e delle intercettazioni odierne. E anche nel parlare corrente ormai tutto il Paese sembra essersi «romaneschizzato», avendo adottato termini e gergalità in uso e abuso nella Città Eterna quando c’è di mezzo l’inganno, sia esso di proporzioni tentacolari che di piccolo cabotaggio.
Così parlò la banda della Magliana. L’esempio migliore in cui la gergalità viene sdoganata e promossa a lemma di dizionario è il termine «sòla», ormai diffuso, riconosciuto e legittimato in tutte le regioni italiane, a indicare la «fregatura» in agguato. «Sòla» ma anche «pacco», diventato sinonimo di un costume sempre più comune e accettato. Un certo lessico popolare di Roma capitale è diventato la lingua ufficiale delle mazzette, la cadenza più indicata e, per così dire, più musicale per chiedere a ogni latitudine: «A Fra’, che te serve?».
Il romanesco è oggi quel corredo di termini utilizzati per narrare le vicissitudini di chi vive ai margini della legalità, di chi finisce al «gabbio», cioè in prigione. E’ il linguaggio da cantastorie che illustra le gesta di protagonisti e comprimari di quell’ininterrotto romanzo criminale raccontato dai telegiornali. Ed è un «coatto», parola di origine carceraria, non necessariamente chi delinque, ma chi commette errori anche veniali che lo fanno retrocedere socialmente. I soprannomi dei veri delinquenti acquistano una loro sinistra grandezza se preceduti dal suffisso «Er», che suona quasi come un titolo e invece è semplicemente l’articolo «il» in bocca romana: da Er Cecato, deus ex machina dell’ultimo grande scandalo capitolino, risalendo fino a Er Canaro, protagonista anni or sono di una delle più tetre pagine di cronaca nera italiana.
L’intera nazione sembra subire oggi questa contaminazione lessicale. Né il sarcasmo, né l’ironia, né il senso dell’umorismo che caratterizzano l’animo romano riescono in qualche maniera ad alleviare questa incalzante alterazione idiomatica.
Corriere 8.12.14
Il lato debole dei partiti liquidi
di Sabino Cassese
Le tensioni interne ai partiti (minacce di scissioni, richiami alla disciplina interna, invocazione della libertà di coscienza, richieste di maggiore democrazia) sono solo fatti passeggeri o sono, invece, indicatori di una fase nuova della storia della «forma partito»? E quali effetti producono i cambiamenti in corso sull’assetto dei poteri pubblici?
I nomi dei partiti erano prima scelti per caratterizzarsi e dividere (comunisti, socialisti, democristiani), ora sono sempre meno identificativi (chi si dichiara contrario alla democrazia e alla libertà?). I partiti stanno perdendo la loro base: gli iscritti si sono dimezzati in mezzo secolo, e continuano
a diminuire, mentre la popolazione è aumentata; si allarga, quindi, la forbice tra iscritti e votanti. Anche questi ultimi diminuiscono: segno sia di sfiducia nei partiti, sia del fatto che il sistema politico italiano si è allineato alle altre democrazie mature. La capillare distribuzione dei partiti sul territorio non c’è più e l’organizzazione diviene fluida. La militanza volontaria scompare. Diventa determinante il ruolo del «leader». Il finanziamento mediante il tesseramento viene sostituito dal finanziamento con cene a pagamento e il microfinanziamento dal basso ( crowdfunding ). I partiti che ricorrono a primarie aperte a non iscritti abbattono le mura che dividono iscritti e simpatizzanti.
La «liquefazione» dei partiti li trasforma in aggregazioni elettorali, attive al momento del voto. Lo stesso séguito elettorale si organizza volta per volta, con travasi di voti da un partito all’altro. Questo trasforma la lotta elettorale da guerra di posizione in guerra di movimento, aumenta l’importanza del «mercato politico», consente ai partiti di uscire dai loro fortini e di andare oltre il proprio elettorato tradizionale, ma correndo maggiori rischi. I partiti sono meno rigidi, meno chiusi. Minacciano meno
la democrazia a causa del loro carattere autocratico ed oligarchico, come temeva Maurice Duverger nel 1951. Corrispondono sempre meno al modello costituzionale di una piramide che cresce dal basso (i cittadini si associano in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, secondo l’articolo 49 della Costituzione).
Antonio Gramsci ha scritto, riferendosi a Machiavelli, che i partiti sono il «moderno Principe», in quanto organismi che guidano
i processi politici e in cui si concreta una volontà collettiva. Il «moderno Principe» ha due funzioni, quella di formazione politica della società e quella di scelta della rappresentanza parlamentare.
La destrutturazione in corso dei partiti politici li fa divenire più leggeri, più capaci di conquistare maggiore seguito elettorale, ma ne indebolisce l’azione educativa e la forza selettiva. Dove potrebbe svolgersi la prima, se non esiste più la «scuola» dei partiti, quella distribuita sul territorio, nelle sezioni e nei circoli, nei quali ferveva la vita collettiva del partito - organizzazione? Come possono essere selezionati gli eletti nel Parlamento e nei consigli regionali e comunali, se manca la macchina del reclutamento e della valutazione e si procede per nomina dall’alto?
Questo indebolimento dei partiti come cinghia di trasmissione della domanda politica si riflette sullo Stato e sui poteri locali, dove le esigenze collettive arrivano sfocate e il personale elettivo è impreparato.
Dunque, l’indebolimento della macchina del partito - organizzazione è forse un passo avanti per la democrazia, consente di rompere le fortificazioni erette intorno ad esso e di allargare la base elettorale, avviando la formazione di corpi politici a vocazione maggioritaria, che non debbono far ricorso a coalizioni. Ma produce anche un vuoto di educazione civica e di selezione della classe dirigente, al quale bisogna porre rimedio.
Repubblica 8.12.14
Affitto stracciato per Buzzi, firmato giunta Marino
La delibera siglata a fine ottobre per il quartier generale della cooperativa
di Mauro Favale e Giovanna Vitale
qui
Repubblica 8.12.14
Il sacco di Roma
Da Batman alle parentopoli: la carica dei 101 indagati che hanno ridotto Roma a capitale della corruzione
In quattro anni un’escalation di affarismo ha sfigurato la politica
Duemila posti distribuiti per clientelismo in Atac e Ama
Tangenti a Eur Spa. Varianti alla Metro C per favorire i costruttori
E anche le camere mortuarie diventano occasione di business
di Sebastiano Messina
SONO centouno, come i dalmata della carica disneyana. Centouno personaggi della Roma che conta, politici in testa ma anche funzionari comunali, rettori, comandanti dei vigili, geometri, magistrati e manager delle municipalizzate che negli ultimi quattro anni sono finiti sotto inchiesta per aver usato il loro potere per far soldi, per far arricchire gli amici o per sistemare figli e nipoti. Centouno storie che ancora prima della deflagrante scoperta di «Mafia Capitale» ci avevano segnalato l’assalto ai forzieri pubblici. Centouno tasselli che aggiunti a quelli degli affari sporchi del clan Carminati completano il mosaico del sacco di Roma.
L’immagine che per prima torna in mente, certo, è quella di «er Batman», quel Franco Fiorito il cui arresto — 2 ottobre 2012 — toglie il coperchio alla Rimborsopoli della Regione Lazio, forse il più spettacolare degli scandali non tanto e non solo per il suo picaresco protagonista ma per le feste in costume a Cinecittà o allo Stadio dei Marmi («C’erano delle gnocche travestite con gonnelline bianche» racconterà Fiorito) dove i consiglieri del Pdl spendevano i soldi dei contribuenti in aragoste e champagne. Crolla tutto, il Consiglio regionale viene sciolto, i toga-party sospesi e Fiorito — accusato di essersi appropriato di 1,4 milioni di euro — viene condannato a tre anni e 4 mesi. Ma la caccia al tesoro non è finita, come dimostra il caso di Marco Di Stefano, l’ex assessore della giunta Marrazzo, oggi deputato Pd, sotto inchiesta per una tangente da 1,8 milioni che secondo la Procura avrebbe ricevuto dai costruttori in cambio di un generosissimo contratto d’affitto per gli uffici dell’assessorato: lui non organizzava feste, ma a quanto pare con i soldi della Regione s’è comprato una laurea in Scienze Giuridiche.
Ben più sconcertante — anche se meno spettacolare — era stato lo scandalo di due anni prima, quello che ci aveva mostrato di cosa erano capaci i politici romani: la parentopoli delle municipalizzate. Due ondate di assun- zioni pilotate all’Ama (raccolta rifiuti) e all’Atac (trasporti urbani) da far sbiancare i vecchi maestri del clientelismo: 1357 posti di operatori ecologici, autisti di compattatori, seppellitori, dirigenti e semplici impiegati all’Ama e altri 854 (per chiamata diretta) nell’azienda di bus e tram, un’occupazione fisica delle municipalizzate da parte della giunta Alemanno, una generosissima lotteria a numero chiuso che distribuiva cariche e stipendi a figli, generi, nipoti, amanti e segretarie della destra romana (compresa una cubista assunta all’Atac per meriti ancora oggi misteriosi).
Ma non bastavano le assunzioni. All’Atac gli uomini nominati da Alemanno si erano messi a stampare anche biglietti falsi, ovvero autentici ma con numeri di serie non registrati e dunque non fatturati, rivenduti ai distributori per accumulare fondi neri a San Marino da distribuire ai politici, agli amici e probabilmente a loro stessi: sono indagati in sei, e ancora non si sa quanto fosse profondo quel pozzo.
Non si sa nemmeno — al momento — a chi sia finita la maxi-mazzetta di 800 mila euro per la quale il 25 marzo 2013 finisce in manette l’ex amministratore delegato di Eur Spa Riccardo Mancini (altro sodale di Alemanno, anche lui arrestato con Carminati e soci). Di certo c’è che la Breda Menarini l’ha pagata per ottenere l’appalto per 45 filobus da impiegare sulla nuova linea di Tor Pagnotta, e che proprio l’amministratore delegato della società, dal carcere, ha chiamato in causa Mancini. Ma l’amico dell’ex sindaco, che all’Eur Spa aveva nominato direttore commerciale il camerata Carlo Pucci (ex di “Terza Posizione”), anche in cella tiene la bocca chiusa.
Hanno fatto invece un salto sulla sedia i 21 manager, funzionari pubblici e rappresentanti dei costruttori che otto settimane fa si sono ritrovati sotto indagine dalla Corte dei Conti per l’appalto della Metro C. Per il danno causato alle casse pubbliche dalle 45 varianti accordate ai costruttori per il primo tratto della linea C, adesso si sono visti chiedere dalla magistratura contabile l’astronomico risarcimento di 364 milioni di euro. Altri due dirigenti di «Roma Metropolitane» sono contemporaneamente indagati per abuso d’ufficio per aver riconosciuto ai costruttori un indennizzo di 230 milioni di euro sul quale i magistrati vogliono hanno, a quanto pare, molti sospetti.
Ma non ci sono solo politici e manager, nel racconto del sacco di Roma. Anche i vigili urbani hanno voluto dare il loro contributo. L’ex comandante Angelo Giuliani è stato arrestato per corruzione, accusato di aver fatto assegnare l’appalto per la pulizia delle strade dopo gli incidenti a una società amica, la «Sicurezza e ambiente», in cambio di 30 mila euro versati come sponsorizzazioni per il circolo della polizia municipale. Altri due vigili sono stati arrestati per aver cancellato migliaia di multe, ovviamente senza averne il potere. E altri tre sono finiti in manette perché avevano tentato di estorcere 60 mila euro ai commercianti del centro, tempestandoli di multe.
Ormai nella Capitale tutto si può comprare e tutto si può vendere. Comprese le sentenze. Può confermarlo il giudice del Tar Franco Angelo Maria De Bernardi che l’anno scorso è stato arrestato insieme ad altri sei con l’accusa di aver venduto le sue sentenze ai «clienti» che potevano permetterselo, una lista nella quale figuravano anche due ammiragli della Marina Militare.
Non si salva neanche l’università, teatro dieci anni fa della compravendita degli esami: in tempi di crisi, anche i professori pensano ai figli. E al rettore Luigi Frati, che è appena andato in pensione, non bastava aver dato una cattedra alla moglie e alla figlia. Adesso è sotto processo per abuso d’ufficio, accusato di essersi inventato una «Unità programmatica di cardiochirurgia» solo per farne diventare direttore il figlio prediletto, Giacomo.
A Roma non ci si ferma davanti a niente. Neanche davanti alla morte, che per qualcuno è diventata un lucrosissimo business: ne sanno probabilmente qualcosa quei 29 politici, dirigenti delle Asl e naturalmente impresari di pompe funebri sui quali la Procura sta indagando per associazione a delinquere di stampo mafioso e voto di scambio politicomafioso dopo aver visto quello che succede negli ospedali romani. Tra ai 29 sotto inchiesta ci sono l’ex senatore di An Domenico Gramazio e suo figlio Luca, fino a tre giorni fa capogruppo di Forza Italia alla Pisana. Era lui che annunciava euforico, nella villa di Carminati: «Stanno ad arrivà i sordi, alla Regione!». Ora si è dimesso: per lui non ci sarà un altro giro.
Repubblica 8.12.14
Raffaele Cantone:
“In Italia un clima da ’93 la gente mi chiede di mandarli tutti in carcere, la politica faccia pulizia”
Parla il presidente dell’Anticorruzione: “Sembra di essere tornati a Mani Pulite, i cittadini sono indignati, ma non possiamo farci prendere dall’emotività”
intervista di Liana Milella
La corruzione non è un male che si vince urlando due giorni, c’è bisogno di cambiamenti radicali
Potevamo fare di più da aprile? Ho fatto tutto quello che umanamente era possibile fare contro il malaffare
ROMA Cantone? Poltrona scomoda la sua in queste ore... «Non me ne parli... La gente mi ferma per strada e mi dice “arrestateli tutti... “». E lei si meraviglia? «La cosa mi preoccupa molto perché mi ricorda la voglia di forca e le monetine del ‘93». Il presidente dell’Anac Raffaele Cantone rivela le sue preoccupazioni.
Ci racconta della gente che la ferma, dov’è successo?
«Dovunque, a Roma, a Napoli, e in tutti i luoghi in cui mi sono recato in questi giorni».
E lei come si sente da uomo delle istituzioni, che risponde?
«Sono preoccupato della generalizzazione nel considerare tutta la politica corrotta. Ho provato a spiegare che noi dell’Anac non arrestiamo nessuno e che il nostro compito è molto meno evidente nei risultati, ma ha un obiettivo più ambizioso, provare a prevenire la corruzione » .
La gente vuole risultati immediati?
«La gente, in questa fase, fatica a ragionare. In un Paese in crisi, vedere chi ruba indigna ancora di più e quindi è difficile far ragionare la pancia delle persone. Ma il nostro compito è ragionare e non farci prendere dall’emotività ».
Come dar torto a chi è indignato contro chi ruba, quando, come dimostra il caso di Roma, ci sono politici del Pd a libro paga di un fascista?
«Vorrei che l’indignazione di un giorno delle persone e della politica fosse sostituita da un impegno duraturo. La corruzione non è un male che si vince urlando due giorni, c’è bisogno di cambiamenti radicali da parte della politica e dei cittadini».
La politica deve cambiare. Si dice a ogni inchiesta. Anziché fare il commissario anti-corruzione, non sarebbe meglio che lei fosse il commissario che seleziona gli uomini politici?
«Malgrado la difficoltà del periodo, io vedo segnali positivi...».
Eh lo so, mi sta per parlare bene di Renzi...
«Sto per citare fatti, e non persone. Ricordo la nomina all’unanimità del presidente dell’Anac, l’approvazione di una legge che ci ha consentito di commissariare gli appalti dell’Expo e il consorzio Mose. Si può dire che non basta, ma certamente è un segnale positivo. E poi non me la sentirei mai di fare il selezionatore della politica».
Forse perché sa già che sarebbe una
sconfitta?
«Io, al massimo, posso essere bravo ad applicare le norme, ma non certo a selezionare gli uomini politici. E poi la selezione lasciata a una persona rischia di essere un pericolo. Qui c’è bisogno di un gruppo di persone per bene in grado di allontanare le mele marce».
In questo clima non è grottesco che nell’Italicum si parli di capilista bloccati e non scelti dalla gente?
«Ma l’indagine di Roma non ha dimostrato che i soldi servivano per comprare voti in qualche caso destinati perfino alle primarie? Non è la prova che forse le preferenze rischiano di peggiorare la situazione? ».
La tabella dei pagamenti di Carminati ai politici rivela che il problema della corruzione è lì, in chi si fa pagare...
«L’indagine va molto oltre la politica, coinvolge pezzi significativi del ceto amministrativo, dei portaborse dei politici, degli amministratori delle società miste e mette in rilievo negativo perfino uno dei vanti della nostra società, il mondo cooperativo».
Lei è al vertice dell’Anac dal 28 aprile.
Ma Roma è scoppiata lo stesso. Poteva fare di più?
«Ho fatto tutto quello che umanamente era possibile fare. In questi mesi, io e gli altri 4 quattro colleghi al vertice dell’Anac, siamo entrati in santuari intoccabili, di Expo e del Mose già si sa, ma abbiamo imposto regole rigide di trasparenza alle società pubbliche, agli ordini professionali, abbiamo attivato la vigilanza su un enorme numero di appalti, abbiamo stipulato convenzioni con tutti gli organi per la formazione dei pubblici dipendenti, con Confindustria abbiamo lavorato al loro codice etico...».
Ma lei fino a oggi ha fatto arrestare qualcuno?
«Io non sono più un pm... Certamente il nostro lavoro potrà servire per inchieste future. Ma non è solo con gli arresti che si vince la corruzione. La politica deve recuperare fino in fondo il valore etico della sua funzione”.
Corriere 8.12.14
Bettini replica: «Due o tre incontri con la cooperativa di Buzzi»
ROMA «Leggo su alcuni giornali intercettazioni di Buzzi che mi riguardano.
Sfido chiunque ad affermare l’esistenza di un mio qualsiasi intervento o pressione
anche su un solo amministratore pubblico
per favorire la “29 Giugno”. Chi lo farà verrà querelato».
La reazione di Goffredo Bettini è durissima, dopo la pubblicazione, ieri, dell’intercettazione di una telefonata in cui Salvatore Buzzi — socio di Massimo Carminati — si vanta di poter trovare, tra i referenti utili agli affari del gruppo, proprio l’europarlamentare del Pd. È il 17 marzo scorso e Buzzi valuta al telefono con Luca Odevaine — anche lui ora è in carcere — la possibilità di ottenere appalti all’interno del Centro per i rifugiati di Mineo, in Sicilia.
Odevaine accenna poi a «quell’altra questione, quella della Regione Lazio». Buzzi interviene: «Ma lì servono, non è alla nostra portata, capito qual è il problema! A noi ce manda Goffredo con una precisa indicazione...». La chiosa a questo punto è dei carabinieri del Ros: «Si tratta di Goffredo Bettini». E allegano l’intera biografia dell’uomo politico. Bettini è furibondo: «Negli ultimi anni, come la generalità degli esponenti del Pd
e non solo, ho incontrato, credo due o tre volte, i dirigenti e i lavoratori della cooperativa. Nessuno, estraneo alla cupola del malaffare, poteva sospettare che la 29 Giugno, dietro il suo impegno sociale e la sua storia di sinistra, nascondesse un’attività criminosa. Tantomeno io, lontano da dieci anni dalla realtà gestionale e amministrativa di Roma. Purtroppo, in un clima intossicato che denuncio da anni, qualsiasi colloquio è esposto al millantato credito e a una utilizzazione perversa. L’ho già detto: qui si rischia l’impraticabilità di campo per la politica».
Repubblica 8.12.14
Goffredo Bettini
“Mai fatto pressioni per favorire Buzzi ma nel Pd un degrado impressionante”
intervista di Paolo Boccacci
ROMA Onorevole Bettini, discutendo di come aggiudicarsi l’appalto di un centro per immigrati Salvatore Buzzi dice “a noi ci manda Goffredo”. E quel “Goffredo” sarebbe lei.
«Si esaltano notizie di carte che non hanno per la Procura rilievo nell’indagine. È il modo per salvare i corrotti e sporcare chi ha fatto della correttezza una ragione di vita. Querelo chi dovesse affermare che ho compiuto pressioni o ingerenze per favorire la cooperativa 29 Giugno. Non so neanche cosa sia quell’appalto».
Ma lei Buzzi lo conosceva o no?
«Questo è il dramma, il paradosso: la 29 Giugno è stata fin dalla nascita un simbolo della sinistra. Tutti avevano rapporti con loro. Come si poteva immaginare quello che c’era dietro? È ridicolo dire: mai conosciuti! Il suo era un mondo con riferimenti lontani da me, come si evince da alcune intercettazioni. Ma io non ho mai pensato, e ancora oggi sono allibito, che lì dentro ci fosse corruzione. Ho già segnalato il rischio che si arrivi alla impraticabilità di campo per ogni tipo di impegno pubblico, perché si arriva perfino a maledire un incontro, una chiacchierata, un consiglio. Non si sa più con chi si parla. Ma allora muore la democrazia, la politica».
Bettini, lei è stato il dominus del Pd romano per vent’anni.
Recentemente ha parlato di un partito balcanizzato. Chi sono i “capibastone” a Roma?
«Ho parlato in termini politici ».
E in termini politici chi sono?
«È un sistema di vita complessivo del partito. Riterrei sgradevole utilizzare questo momento, di grande dolore e sconcerto, per lucrare qualche misero vantaggio politico. Posso dire che in tempi non sospetti, era il 2009, scrissi parole profetiche nel mio libro Oltre i partiti : “Il campanello d’allarme va suonato, non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata e nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra” ».
Alle europee lei è stato molto combattuto da alcuni capicorrente. Chi erano? Gasbarra? Marroni? O chi altro?
«Che senso ha soffermarsi sui nomi? Con Gasbarra per anni ho avuto rapporti di amicizia. La verità è che, dopo la vittoria di Alemanno, molti dissero che era fallito il “modello Roma” anche per sbarazzarsi di una classe dirigente autorevole e capace, ma ritenuta soffocante, tant’è che io subito dopo lasciai ogni incarico politicoistituzionale e me ne andai all’estero a occuparmi di cultura e a scrivere libri».
È vero che qualsiasi persona può andare in un circolo Pd e comprare cento, mille tessere, che poi regala a chi vuole in cambio di un voto?
«Il Pd, non solo a Roma, ha raggiunto livelli preoccupanti di degrado della vita interna. Il tesseramento spesso si è fatto procurandosi tessere a 10 euro da distribuire. Anche a persone del tutto estranee. Le correnti non hanno quasi mai un significato politico ideale, ma sono gruppi spuri che mirano al potere. Da anni invoco un partito di persone che decidono in libertà contro la logica “proporzionale” delle correnti ».
Di Stefano, il deputato del Pd indagato per una tangente, in uno sfogo arriva a dire che le primarie del Pd sono state truccate e minaccia rivelazioni clamorose.
«Non so se il termine “truccate” sia giusto, so che quando le primarie non sono per ruoli di spicco, come un sindaco o un premier, che riguardano centinaia di migliaia di elettori, finiscono per esaltare il condizionamento interno delle correnti. Detto questo, il Pd rimane uno straordinario campo di energie positive e di persone perbene».
Repubblica 8.12.14
Angela Merkel: “Il calendario indicato dalla Commissione è giusto, ma quei Paesi non lo stanno seguendo nella pratica. Non è vero che facciamo poco per la crescita”
La Cancelliera alza il tiro contro Roma e Parigi “Non rispettate le scadenze dovete fare molto di più”
intervista di Robin Alexander e Beat Balzli
BERLINO Italia e Francia hanno varato processi di riforme, e il calendario indicato loro dalla Commissione europea è giusto, ma la Commissione ha anche chiarito che quanto Italia e Francia hanno finora realizzato non basta, e io sono d’accordo. Devono fare di più per tradurre le riforme in pratica. È quanto ci dice la Cancelliera Angela Merkel in questa intervista sulla crisi dell´eurozona e sulle grandi tensioni internazionali, a cominciare dalle pressioni economiche di Putin e dal confronto tra Occidente e Russia.
Signora Cancelliera, Juncker ha l´idea di non punire subito Francia e Italia per il loro deficit in eccesso. Lei la trova un´idea buona?
«La Commissione ha indicato una road map, una tabella di marcia con indicazioni sui tempi entro i quali Francia e Italia devono presentare impegni a ulteriori misure. È una posizione difendibile, perché entrambi i Paesi affrontano davvero un processo di riforme. Ma la Commissione ha anche detto chiaramente che i piani finora presentati dai due Paesi non sono ancora sufficienti. E io concordo appieno con questo giudizio ».
Ma intanto la congiuntura rallenta anche in Germania: i consumatori tedeschi spendono solo perché a causa dei bassi tassi d´interesse non vale più la pena di investire in risparmi, e allora che fare?
«É prima di tutto la situazione davvero molto buona sul nostro mercato del lavoro che noi tedeschi dobbiamo ringraziare per il vigore attuale della nostra domanda interna. In Germania abbiamo tanti occupati quanti mai prima, e anche I lavoratori protetti dalle assicurazioni sociali del welfare non sono mai stati così numerosi. Constatiamo anche un aumento dei salari reali».
Eppure la crescita resta spaventosamente modesta, e molti critici dicono che le decisioni della Grosse Koalition — salario minimo, aumento delle pensioni, pedaggio autostradale per gli stranieri in transito — creano ulteriori freni. Non le pare?
«A me pare che l´affidabilità sia un bene di alto valore per la politica come per l´economia. Con le nostre decisioni manteniamo la parola data agli elettori. Anche la promessa di non aumentare le tasse. L’anno prossimo, per la prima volta in 46 anni, presenteremo un bilancio senza nuovo indebitamento. È un segnale molto importante, specie per le giovani generazioni».
Scusi, non ha risposto alla domanda sulla maggiore spesa previdenziale come freno allo sviluppo...
«No, non è così. Traducendo in pratica il Patto di governo della Coalizione, per esempio con l´introduzione del salario minimo o della pensione per le madri casalinghe, abbiamo mantenuto le promesse e creato fiducia e attendibilità. Con la nostra gestione del pubblico bilancio pensiamo al futuro, perché aumentiamo di nuovo gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica e nei grandi progetti di infrastrutture».
Ma può non bastare: dal resto d´Europa non vengono impulsi di crescita. Il piano Juncker per 300 miliardi di investimenti le pare una buona idea, un tentativo disperato o cosa?
«Quel programma di investimenti si appoggia alla Banca europea degli investimenti, la quale può identificare quali progetti sono sensati e concedere crediti. Al prossimo Consiglio europeo mi batterò per presentare un Libro bianco dei progetti di investimento. Abbiamo bisogno di progetti per l´unità europea nel campo digitale, nelle infrastrutture energetiche, o in grandi progetti per le vie di comunicazione, come facemmo con i progetti per strade e ferrovie per l’unità tedesca dopo il 1990. Devono essere progetti concreti, sostenibili, da poter proporre a investitori privati, per invitarli a investire anche loro».
Davvero le sembrano idee sensate, non teme che i programmi per la congiuntura si rivelino fuochi di paglia?
«Qui non stiamo parlando di un programma di sostegno alla congiuntura bensì di un programma di investimenti. È innegabile che l´Europa abbia bisogno di investimenti. Il modo in cui i fondi europei sono stati utilizzati nei nuovi Bundesländer (ndr Germania Est) o in Polonia per realizzare infrastrutture è stato un modo molto sensato. Per questo giudico altrettanto importante creare condizioni favorevoli agli investimenti, “investment-friendly”, in Europa. Per esempio riducendo la burocrazia, come il presidente Juncker ha proposto. Nell´economia digitale poi deve essere creato uno spazio giuridico di certezza del diritto, tale da far sì che in Europa diventi possibile creare ricchezza con l´economia digitale non meno di quanto oggi è già possibile in America o in Asia».
Intanto affrontiamo il confronto con la Russia: lei ha detto che Putin potrebbe prendere di mira i Paesi occidentali dei Balcani. Come è arrivata a tale conclusione?
«Moldavia, Georgia e Ucraina, tre nostri vicini orientali, hanno firmato a seguito di loro scelte sovrane accordi di associazione con l´Unione europea. La Russia si prepara a creare difficoltà a questi tre paesi. La Moldavia soffre da anni per il conflitto in Transnistria; abbiamo compiuto molti tentativi per giungere a una distensione, finora purtroppo invano. La Georgia soffre per il conflitto nell´Ossezia del Sud e in Abkhazia. L’Ucraina ha subito l’annessione della Crimea e i combattimenti nell´Est del suo territorio sovrano. E soprattutto, vediamo che la Russia cerca di creare situazioni di dipendenza economica e politica in alcuni paesi dei Balcani occidentali».
Perché non parla di Estonia, Lettonia e Lituania, ex territorio occupato dall´Urss e oggi membri di Nato e Ue?
«Già durante la mia recente visita in Lettonia ho detto che il dovere di stare a fianco degli all eati nella Nato vale a favore e in difesa di ogni paese della Nato, dunque anche per Estonia , Lettonia e Lituania, e anche per la Polonia. Allo stesso tempomi sono impegnata contro una denuncia degli accordi Nato-Russia, per tenere aperto il dialogo con la Russia». copyright Welt am Sonntag
il Fatto 8.12.14
Semestre italiano
Merkel boccia Renzi: “Manovra insufficiente”
di Marco Palombi
La Commissione europea “ha stabilito un calendario secondo il quale Francia ed Italia dovranno presentare ulteriori misure. Questo è giustificato perché i due Paesi stanno attraversando effettivamente un processo di riforme. Ma la Commissione ha ribadito anche che quanto presentato sul tavolo fino ad ora non è sufficiente. Parere che io condivido”. Con un numero assai contenuto di parole Angela Merkel, intervistata da Die Welt, ieri ha ucciso il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo: l’unico risultato strappato da Matteo Renzi - che è poi il permesso di fare una manovra un po’ meno pesante del previsto - sono solo temporanei.
IN PRIMAVERA la Germania pretende nuove “riforme”, che poi sarebbero ulteriori tagli di spesa pubblica e le privatizzazioni dei gioielli di famiglia italiani, cominciando dall’Eni. La svendita del patrimonio pubblico non ha mai portato a una riduzione del debito pubblico - come d’altronde s’è dimostrato che l’austerity lo fa aumentare - ma lo shopping dei grandi gruppi internazionali in Italia è sicuramente assai ben visto a Berlino (nel settore privato la cosa è già in corso da tempo e l’acquisto a fine ottobre delle moto Mv Agusta da parte di Porsche è solo l’ultimo episodio).
Renzi ieri ha preferito non replicare direttamente alla Cancelliera e affidare la (dura) risposta italiana ai sottosegretari Sandro Gozi (che la delega sull’Europa) e Graziano Delrio. Il primo: “Dispiace molto che le riforme avviate dal governo siano ritenute insufficienti da Angela Merkel, ma i tempi e la logica dei ‘compiti a casa’ sono dietro di noi”. E poi, “oltre ai contenuti c’è anche una questione di stile: non sta ai capi di governo interpretare la Commissione. Noi non ci siamo mai permessi di dare pagelle”. Stessi contenuti Delrio: “Non c’è nessuno che fa i compiti e nessuno che esegue, noi siamo impegnati su moltissime riforme e nel risanamento del debito”.
Una cosa va sottolineata nelle repliche italiane: a palazzo Chigi hanno scoperto che le scelte di politica macroeconomica tedesche sono un problema per l’intera Europa. Gozi: “Forse Merkel potrebbe concentrare la sua attenzione su domanda interna, mancanza di investimenti o squilibri di bilancia dei pagamenti tedesca. Sarebbe un contributo importante che la Ue aspetta da tempo”. Delrio: “Piuttosto l’eccesso di surplus della Germania crea problemi. Ognuno metta ordine a casa propria”.
ATTACCO PESANTE, va detto, e che si basa su dati economici inoppugnabili e sottolineati spesso dalla stessa Commissione, di cui però negli incontri ufficiali di questo semestre italiano il governo s’è ben guardato di fare menzione: forse perché aveva bisogno del permesso della maestra per rimandare il pareggio di bilancio. I punti di conflitto rimasti sotterranei in questi mesi torneranno d’attualità già domani: è in agenda infatti una riunione dell’Eurogruppo (un coordinamento dei ministri economici dell’Eurozona) sulle leggi di Stabilità dei paesi membri. E lì il malumore sui comportamenti di Italia e Francia non arriverà solo dal fronte del rigore nordeuropeo, ma pure dai paesi che hanno dovuto subire i maltrattamenti della Troika che non amano il principio “due pesi e due misure”.
La Stampa 8.12.14
Niente tagli dei deputati
E ai peones passa la paura
di Carlo Bertini
Era l’ultimo ostacolo da superare per stare davvero tutti più tranquilli. È vero che il governo al Senato già aveva stoppato la diabolica manovra. Ma ora qualcuno tira un sospiro di sollievo a Montecitorio ed ha le sue buone ragioni: nelle pieghe della battaglia sulla riforma costituzionale, anche alla Camera è stato alzato un argine contro le proposte di tagliare, oltre ai duecento e passa senatori, anche un centinaio e passa di deputati. E visto che su questo punto il governo ha retto un doppio assalto, son centinaia i peones che sperano di averla scampata, perchè al prossimo giro ci saranno sempre gli stessi posti in tavola. Sabato mattina la commissione Affari Costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti alla riforma per tagliare anche i componenti dell’Assemblea di Montecitorio e non solo i senatori, che vengono ridotti da 315 a 100. Per decine di onorevoli che lottano ventre a terra per vedersi riconfermati nelle liste elettorali quando sarà il momento - e che già tremano per il timore di doversi trovare voti di preferenza con il nuovo Italicum - almeno questa è una buona novella: al Senato ci hanno provato tutti i partiti a render pariglia ai deputati. E pure alla Camera non son mancati quelli convinti che bisognasse sforbiciare anche i ranghi di Montecitorio per esser coerenti, riducendo magari da 630 a 500 il numero di deputati.
Repubblica 8.12.14
Dal Mattarellum al welfare il decalogo di Civati per rilanciare la sinistra
Documento per un’alternativa a Renzi, creando un ponte con Sel e M5S
“Il Pd deve cambiare rotta o nascerà una nuova forza con i nostri temi”
di Tommaso Ciriaco
ROMA Dieci punti per una sinistra repubblicana. Da difendere a ogni costo, «al di là della disciplina di gruppo». Un patto per cambiare il Pd, se possibile. Oppure per costruire un nuovo centrosinistra, «se Renzi dovesse costruire davvero il partito della nazione». Dopo mesi di battaglie solitarie, voti di fiducia “bucati” e un bel po’ di gastrite, Pippo Civati rilancia. E sul piatto punta tutto: «Non si tratta di organizzare scissioni, ma di capire se al governo interessa questo percorso politico. Perché se continua così una cosa è ormai chiara: Civati o meno, una nuova forza nascerà comunque...». Un decalogo, allora, da tradurre presto in proposte parlamentari. «Con chi ci sta: Pd, Sel, grillini ed ex grillini. Non è che se Renzi apre a Grillo è furbo, mentre se io mi confronto con Pizzarotti non va bene». Si ritroveranno tutti in una “Leopolda al contrario” convocata il 13 dicembre a Bologna. «Ripartiamo così, poi si vedrà».
Setacciare le quattro pagine dell’agenda civatiana aiuta a mettere a fuco il nuovo centrosinistra immaginato dal deputato dem. «Quando ne parlavo, all’alba delle larghe intese, ero solo. Poi con il Patto del Nazareno tutto è diventato più difficile, più pesante. Ma in democrazia un’alternativa deve esserci sempre». C’è tanto del renzismo della prima ora, a dire il vero. E tantissimo delle recenti battaglie della minoranza dem e dei grillini critici. Anche a loro è rivolta la sfida di Civati. Insieme, sostiene, è possibile rimodellare per legge i partiti, garantendo «partecipazione, trasparenza e uguaglianza». Con un’altra promessa messa nero su bianco: ma anche forme di democrazia diretta. «Rafforziamo la democrazia diretta puntando sullo strumento referendario e sull’iniziativa legislativa popolare».
«Non si tratta di conquistare la minoranza del Pd», giura Civati. Né solo di “convertire” cinquestelle a disagio: «Non è che sommiamo la sinistra dem, qualche parlamentare del Movimento, i gruppi di Sel e poi moltiplichiamo tutto per i sindacati... È uno spazio più grande. Ormai si è aperto tra la gente». Le parole d’ordine, comunque, faranno breccia tra gli avversari del premier. La proposta sul welfare, per dire, ricalca quella elaborata dai democratici di estrazione sindacale, il contratto a tutele crescenti che mette fine al far west dei co.co.co. E una mano tesa al mondo grillino è senza dubbio il via libera al reddito minimo garantito e a un’autentica «rivoluzione verde”. «Azzeriamo il consumo del suolo - è il progetto - poniamoci l’obiettivo di “rifiuti zero” e promuoviamo le rinnovabili per superare i combustibili fossili». Al netto delle virgole, il programma del Movimento. La battaglia è appena all’inizio, Civati non lo nasconde. «Sarà come un programma di governo, lo tradurremo in proposte di legge ». E, questo è il rischio per Palazzo Chigi, in potenziali sgambetti all’esecutivo. A partire dalla legge elettorale, un Mattarellum che «restituisca ai cittadini la scelta dei rappresentanti attraverso collegi uninominali». Affiancati però dalle primarie per legge. Sulle modifiche dell’impianto costituzionale, poi, il sentiero tracciato da Pippo insegue la fine del bicameralismo perfetto e taglia le indennità, ma lascia intatta l’elezione diretta dei parlamentari. Un affronto, per i teorici del nuovo Senato renziano.
L’agenda - resa pubblica nel giorno in cui Renzi taglia il traguardo del primo anno di segreteria - rilancia alcuni cavalli di battaglia della sinistra dell’ultimo ventennio. Indigeribili, neanche a dirlo, per Silvio Berlusconi. Una legge sul conflitto d’interesse, allora, «con obblighi di dismissione e blind trust», in modo da evitare che «le cariche pubbliche siano utilizzate per favorire se stessi e i propri amici». Come se non bastasse, la sfida ai soci di centrodestra dell’attuale esecutivo passa anche da un brutale reset delle «scandalose » leggi ad personam fiorite nell’era del Cavaliere, un deciso intervento sulla prescrizione, una nuova battaglia legislativa contro l’evasione fiscale e la corruzione, un fisco più progressivo e pure la legalizzazione delle droghe leggere. Il via libera ai matrimoni egualitari e norme sul fine vita completano il quadro di una svolta a sinistra senza tentennamenti, pensata assieme al costituzionalista Andrea Pertici. «Sa, i primi appunti li ho iniziati a scrivere questa estate. Poi è successo di tutto ed è nato il patto repubblicano. D’altra parte, come potevo far finta di niente?».
La Stampa 8.12.14
Palestina, l’appello di Oz, Grossman e Yehoshua:
“I Paesi europei la riconoscano come Stato”
I tre scrittori hanno firmato la richiesta insieme ad altri 800 israeliani tra cui premio Nobel Daniel Kahneman: «È un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato»
Con questa lettera, gli scrittori Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua intervengono nel dibattito sul riconoscimento della Palestina
Il testo, firmato da 850 personalità di spicco israeliane, è rivolto in primis al Parlamento belga che in settimana voterà sullo Stato palestinese
qui
Corriere 8.12.14
Oz, Grossman e Yehoshua firmano per lo Stato della Palestina
Petizione insieme ad altri 800 israeliani, tra cui il premio Nobel Daniel Kahneman
«È un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato. E anche perché Abu Mazen continui nelle trattative»
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Corriere 8.12.14
«Riconoscete lo Stato palestinese»
L’appello all’Europa degli scrittori ebrei
Forse la storia, un pezzo grande di storia, si sta muovendo. E si sta muovendo sulla scia della cultura. In Israele, gli scrittori Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua hanno firmato una petizione che chiede ai Parlamenti dell’Unione Europea di riconoscere la Palestina come Stato, e auspica il blocco degli insediamenti dei coloni israeliani oltre alle dimissioni di Benjamin Netanyahu. Ai 3 scrittori si sono aggiunti circa 800 concittadini, fra cui il premio Nobel Daniel Kahneman. Il dibattito divampa anche su Twitter, come rivela uno degli ultimi messaggi: «Riconoscere la Palestina: giusta decisione, nel momento sbagliato». Intanto alcuni Parlamenti europei, e i governi dei loro Stati, già da settimane sembrano muoversi in questa direzione. Di questo si parlerà probabilmente fra 4 giorni a Bruxelles, nel vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione.
La petizione degli scrittori, ha spiegato Abraham Yehoshua, va intesa come «un atto di incoraggiamento per il negoziato.
E anche perché Abu Mazen continui nelle trattative». Non solo: alle prossime elezioni, «Netanyahu lasci. È il momento che si formi un blocco di centrosinistra per impedire uno Stato binazionale, e per dire basta agli insediamenti». Anche in Europa, le parole «Stato palestinese» stanno polarizzando opinioni e polemiche come forse mai negli ultimi anni. Il Parlamento federale belga voterà a giorni sul riconoscimento: atto solo formale, ma comunque significativo. Come le risoluzioni già approvate dai Parlamenti in Svezia, Irlanda e Spagna. Gran Bretagna e Francia sono sullo stesso binario. Circola qualche indiscrezione anche sull’Italia. E su Danimarca, Grecia, Portogallo, Austria, Lussemburgo.
Repubblica 8.12.14
Israele: Grossman, Oz e Yehoshua firmano petizione per riconoscimento Stato palestinese
I tre scrittori hanno sottoscritto un appello ai Parlamento europei insieme ad altri 800 cittadini dello Stato ebraico tra i quali il Nobel Daniel Kahneman
"Un atto di incoraggiamento soprattutto per il negoziato"
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Repubblica 8.12.14
Israele L’ultima guerra di Bibi
Tra cento giorni si vota e sarà un referendum che il premier Netanyahu ha voluto su se stesso Stretto tra l’ultradestra e i timori di una rinascita del centrosinistra ha scelto di puntare ancora di più sulla divisione tra ebrei e musulmani
di Bernardo Valli
SHALTIEL Abrabanel non credeva in nessun Stato. Né in uno Stato israeliano né in uno Stato palestinese. Né in uno Stato binazionale israelo-palestinese. Odiava l’idea in sé di un mondo frantumato in tanti Stati, con frontiere, con muri di divisione, fili spinati, passaporti, eserciti, bandiere e monete diverse. Gli sembrava assurda, arcaica, primitiva, omicida, ormai superata. Per questo Abrabanel era definito traditore dai suoi compatrioti israeliani come Giuda Iscariota lo fu per i cristiani. L’apostolo tradì Gesù per eccesso di fede, perché era sicuro che una volta sulla croce avrebbe resistito alla morte e dimostrato la sua natura divina. In cui Giuda fermamente credeva, essendo il più cristiano dei cristiani. Anzi il solo vero cristiano. Si impiccherà quando vedrà Gesù agonizzare sulla croce, in apparenza abbandonato da Dio. La Resurrezione avviene troppo tardi, quando lui, Giuda, si è già appeso al ramo di un fico. Cosi passerà alla storia come un traditore. La stessa sorte tocca all’israeliano Abrabanel che, solitario e odiato, affronta l’ondata sionista e predica una società senza divisioni tra arabi ed ebrei. Tanti traditori sono stati in realtà eroi misconosciuti dalla Storia.
Giuda e Abrabanel sono i veri protagonisti (defunti) dell’ultimo grande romanzo di Amos Oz: una fiction con una straordinaria carica di attualità, anche se superbamente estranea alla cronaca e discosta dalla storia conosciuta. La cronaca e la quasi storia da cui straripano le nuove convulsioni politiche della società israeliana, posta davanti a una prospettiva che la ragione ritiene incancellabile, inevitabile e che al tempo stesso la paura e la diffidenza rendono irrealizzabile. Comunque impossibile nel futuro scrutabile. L’utopistica saggezza di Abrabanel, il traditore, è facilmente sconfitta dagli irresistibili sentimenti di odio. Chi vi presta attenzione considera la sua proposta blasfema e assurda. Ma quei sentimenti rendono impossibile anche quel che appare ragionevole: impediscono la nascita di due Stati sovrani affiancati, uno israeliano e l’altro palestinese, oppure uno Stato binazionale israelo — palestinese.
Oltre alla spartizione della Palestina sotto mandato britannico decisa dalle Nazioni Unite (rifiutata dagli arabi come ingiusta settant’anni fa), centotrentacinque Paesi hanno riconosciuto lo Stato palestinese, ed ora si accingono a fare altrettanto anche i parlamenti europei. Quello di Svezia, Francia, Gran Bretagna, Spagna si sono già pronunciati o stanno per farlo. Ma sono legittimazioni simboliche che non impegnano i governi. La Palestina è ancora occupata (o «contesa») e rosicchiata puntualmente dagli insediamenti ebraici, che continuano imperterriti nonostante le risoluzioni dell’Onu e i rimproveri degli americani, i fedeli e imbarazzati protettori di Israele.
Le convulsioni della società politica israeliana sono imputate ai normali problemi economici o all’intolleranza nei confronti di leader impopolari. Ma sullo sfondo, in profondità, c’è sempre il tormentato rifiuto di una convivenza alla pari con i palestinesi. Ed è quello che congela gli animi e determina le scelte politiche. Le crisi periodiche sono per non pochi aspetti simili a quelle italiane (litigi tra partiti, scontri di personalità, dispute sui testi dello Stato) ma il tutto avviene in un contesto assai più drammatico, costellato di morti. E alle spalle c’è una storia che spinge all’angoscia dell’insicurezza. Da qui il nostro riguardo: il nostro inevitabile rispetto.
Tra cento giorni, il 17 marzo, gli israeliani andranno a votare, benché i quattro anni dalla legislatura non siano ancora trascorsi. La crisi esplode il 23 novembre quando il Consiglio dei ministri approva e manda alla Knesset (il Parlamento) un documento in cui si definisce Israele come uno «Stato nazionale del popolo ebraico». Il testo rafforza il ruolo della tradizionale legge ebraica che dà agli ebrei diritti particolari, privilegiati, e limita quelli degli israeliani non ebrei. Non è una novità che la legge neghi i “diritti nazionali” agli arabi come minoranza. Israele è stato creato da ebrei per gli ebrei. Ad esempio la “legge del ritorno” garantisce la cittadinanza agli immigrati ebrei, mentre i palestinesi emigrati nel 1948 non possono ritornare. I motivi sono evidenti: se i palestinesi rifugiatisi nei paesi arabi rientrassero in quello che adesso è lo Stato ebraico, gli equilibri di quest’ultimo verrebbero sconvolti. Le leggi sono diverse per gli uni e per gli altri, ma la situazione si impone, pur non rispettando il principio democratico dell’uguaglianza dei diritti.
A Gerusalemme due dei cinque partiti della coalizione di governo si sono opposti al testo di legge che rafforza i diritti particolari degli ebrei, oltre quelli esistenti, e limita quelli degli israe- liani non ebrei. Lo stesso nuovo presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, un religioso, avverte che la legge proposta discrimina gli arabi come un tempo gli ebrei nel mondo. Protestano anche gli americani ribadendo che tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti.
Il 2 dicembre, Benjamin Netanyahu, in politica da ventisei anni, al governo per quattordici anni di cui quasi nove come primo ministro, destituisce due leader centristi: dal dicastero della giustizia Tzipi Livni e da quello delle finanze Yair Lapid. Netanyahu teme un complotto ai suoi danni. Sospetta che Yair Lapid, capo del partito “C’è un futuro”, stia tramando con Yitzhak Herzog, capo del partito laburista, per formare un governo di centro sinistra. Nonostante le smentite di Lapid e di Herzog, Netanyahu persiste e il 3 dicembre la Knesset vota la dissoluzione.
Netanyahu è un uomo controverso, ambizioso, arrogante, deciso, abile, capace di dosare la propria intransigenza di leader di destra. A non pochi esponenti del Likud, il suo partito, appare troppo moderato, mentre soprattutto non appare abbastanza forte, quindi vulnerabile, al suo alleato — concorrente Naftali Bennet, capo del “Focolare ebraico”, un miliardario religioso di estrema destra, espressione dei coloni ebrei nei territori occupati. Netanyahu si sente stretto da tutte le parti. Gli estremisti, come Avigdor Liberman, il ministro degli Esteri, leader dei russi immigrati negli ultimi decenni, gli rimprovera di non essere stato abbastanza deciso durante la guerra d’agosto, a Gaza. Moshe Kahlon, ex ministro delle comunicazioni ed ex esponente del Likud, ha conquistato una certa popolarità chiedendo un forte ribasso dei telefoni cellulari, forte di questa notorietà progetta un proprio partito che potrebbe ridurre la forza del Likud. Alcuni membri del Likud, tra i più decisi, non esitano nel frattempo a organizzare preghiere sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, considerate provocatorie dagli arabi. Anche se gli ebrei considerano sacra la spianata, sotto la quale ci sono le rovine del grande Tempio di Gerusalemme. Netanyahu non manca dunque di guai. Le vampate di terrorismo palestinese mettono in discussione la sua capacità di assicurare la sicurezza.
Proponendo uno Stato nazionale del popolo ebraico Netanyahu si è rivolto a un elettorato in cui prevale una maggioranza di destra. Destra e centrodestra raccolgono il 51 per cento dei consensi stando ai sondaggi. E da questa area elettorale Netanyahu deve raccogliere i voti che gli consentirebbero di prolungare il suo potere (secondo per durata soltanto a quello di Ben-Gurion, il fondatore di Israele). L’accentuazione dei diritti per i cittadini ebrei e la limitazione di quelli per gli israeliani arabi (un milione seicentomila con i drusi) dovrebbero contenere il successo del partito estremista di Bennet e attenuare le intemperanze dei disciplinati membri del Likud, per i quali il primo ministro è un moderato. Ma la svolta a destra comporta dei rischi per Natanyahu. La legge discriminatoria, che approfondisce ancora di più la divisione tra ebrei e musulmani, ha suscitato accuse severe al governo. Si è parlato di apartheid. Non sono mancati coloro che hanno assimilato l’Israele preconizzato da Netanyahu ai Paesi arabi circostanti in cui non prevale certo la democrazia. E dove dominano i principi religiosi, sia pure a scopo nazionalista.
In sostanza Benjamin Netanyahu, anticipando le elezioni, ha indetto un referendum sulla propria persona. Persona controversa anche per uno stile di vita dispendioso in un paese in cui le differenze economiche non sono trascurabili. Soprattutto in una stagione di crisi. Gli israeliani dovranno decidere: ancora Netanyahu? Il partito centrista di Lapid, il giornalista autore di romanzi gialli, potrebbe riscuotere lo stesso successo dello scorso anno nelle classi medie laiche di Tel Aviv. Le agevolazioni fiscali per la nuova casa e la riduzione dei sussidi alle comunità religiose gli consentirono allora di raccogliere molti voti. In tal caso potrebbe riaffiorare la possibilità, in verità non facile, di un centro sinistra. Non facile perché il paese si sbilancia a destra.
Comunque Netanyahu, stretto dai numerosi avversari stanchi, esausti del suo interminabile governo, non ha la rielezione a portata di mano. Sciogliendo la Knesset ha forse sventato i complotti, ma gli ostacoli restano. E sullo sfondo c’è sempre l’irrisolta convivenza con i palestinesi, che ormai il mondo giudica severamente. E il giudizio del mondo, nonostante l’orgoglio, pesa sulla pelle di Israele e dei suoi abitanti.
Corriere 8.12.14
Il mondo in piazza Stati Uniti e Hong Kong
risponde Sergio Romano
A proposito della sua risposta sulle manifestazioni quasi sempre violente nelle periferie delle città, a me sembra che queste siano in costante aumento. Penso a quanto accade negli Stati Uniti e a Hong Kong. Non pensa che il malessere della popolazione costretta a vivere ai margini della società sia giustificato?
Angela Caputo
Cara Signora,
Le due proteste sono alquanto diverse. Le manifestazioni americane sono la prosecuzione di quelle che furono guidate da Martin Luther King negli anni Sessanta del secolo scorso ed ebbero allora effetti importanti. Gli Stati meridionali della Federazione furono costretti a smantellare il regime di apartheid razziale sopravvissuto alla fine della Guerra di secessione. Fu facilitato l’ingresso dei giovani afro-americani nei college e nelle università. Nacque una borghesia nera che cominciò a salire lungo la scala sociale e a prendere alloggio nei quartieri residenziali, prima riservati alla borghesia bianca.
Esistono ancora quartieri urbani abitati da una popolazione povera, poco istruita, spesso incline a violare la legge: una sorta di lumpenproletariat, come veniva definito il sotto-proletariato della società tedesca agli inizi del Novecento. Ma esiste anche un richiesta di diritti civili che si manifesta rabbiosamente ogniqualvolta le autorità di polizia e la magistratura trattano gli afro-americani con metodi che sarebbero difficilmente immaginabili per la popolazione di origine europea o asiatica. Anche ora, come negli anni Sessanta, questi ceti sociali possono fortunatamente contare sulla presenza alla Casa Bianca di un presidente (Kennedy e Johnson allora, Obama oggi), sensibile al problema della loro condizione sociale.
I manifestanti di Hong Kong, invece, appartengono al polo opposto dello spettro sociale. Gli abitanti sono più di sette milioni, il loro territorio appartiene alla Cina, ma gode di una larga autonomia, e il reddito medio mensile delle famiglie è di circa 2.150 euro. Sono scesi in piazza perché Pechino vuole che il Chief Executive Officer (erede del governatore d’epoca coloniale) venga scelto fra una rosa di candidati proposti dal governo centrale. Pechino resiste con un certo imbarazzo alle richiese dei manifestanti perché è prigioniera di alcune contraddizioni. Ha bisogno di Hong Kong, divenuto ormai il suo più efficace braccio finanziario nel mondo. Non può ignorare che una piazza finanziaria è tanto più credibile quanto più ha istituzioni liberamente elette e indipendenti. Ma teme che la febbre democratica di Hong Kong contagi la società nazionale cinese mettendo in discussione il precario equilibrio fra le libertà economiche e il sistema politico fortemente autoritario.
Per parecchie settimane Pechino ha sperato che i manifestanti, figli di famiglie piuttosto agiate e politicamente moderate, si stancassero di manifestare. Posso soltanto dirle, cara Signora, che la crisi dell’antica colonia britannica merita di essere seguita attentamente. La Cina del dopo Hong Kong potrebbe essere alquanto diversa da quella degli scorsi anni.
La Stampa 8.12.14
Fra i miliziani in marcia su Tripoli: “Traditi dall’Europa, ma vinceremo”
di Domenico Quirico
In Libia i combattenti che sono in lotta contro gli islamisti si preparano alla battaglia: “Mandateci armi o toccherà a voi. Dobbiamo chiudere il gas per avere il vostro aiuto?”
Camminiamo lungo la scarpata. La sera è simile alle sere senza cannone. Sul crepuscolo da ritratto equestre, nell’odore dei pini e delle erbe da pietraia, la montagna scende con un balzo decorativo fino al deserto, su cui la notte cala come sul mare. Il pick-up con la mitragliera, accovacciato presso la sua trincea, sembra dimenticato da una guerra iniziata in pieno sole. «Dove avete sbagliato in questi quattro anni dopo che Gheddafi fu ucciso? Oggi la Libia è nel caos: due governi, due parlamenti, decine di milizie che si spartiscono il Paese, le bandiere nere del califfato a Derna e Bengasi».
La caduta di Gheddafi
Il primo soldato è un piccolo rapace dal naso a becco, dall’occhio ironico che non smette mai di sorridere. «Volevamo abbattere il tiranno, non pensavamo ad altro. In fondo ancora una volta è colpa sua, del Colonnello, ci ha tenuto rinchiusi per quarant’anni, abbiamo vissuto con il paraocchi, non conoscevamo il mondo. E noi libici siamo gente semplice, facile da ingannare». Qualche colpo di arma da fuoco isolato e lontano rende più profonda la pace delle montagne. Si annuncia una bella notte. «Siamo giovani - continua il secondo miliziano (lui non ride mai come accade agli uomini che difendono cause importanti, dovrebbero essere felici o almeno sereni, invece la loro espressione è sempre la tristezza ) - stiamo cercando di costruire uno Stato dove ci sia un governo, dove comandi un’autorità, ci sia ordine. Tre anni fa abbiamo lasciato le armi dopo la vittoria, ci siamo ritirati da Tripoli. Pensavano che tutto fosse finito. Abbiamo organizzato tre elezioni in questo tempo e tutte sono andate bene: la gente partecipava, si vedeva che desiderava finalmente una democrazia. Ma loro, le milizie, i terroristi stranieri, i fondamentalisti hanno cominciato a insinuarsi dappertutto». Prima di passeggiare con me si erano raccolti a pregare con fervore, recitavano i versi sacri come una dolce, sommessa canzone.
«L’Europa ci ha abbandonati»
«Da noi il jihad è un affare di tribù, di lotte locali e poi i fondamentalisti pagano bene, c’è gente che prende da loro un secondo stipendio, 1500, duemila dinari al mese. Ma è l’Europa che ci ha abbandonati! Dove eravate mentre tutto questo accadeva?». Penso alla scritta sul muro della scuola professionale di Rujban dove si trova il comando del fronte Ovest e dove mi hanno ospitato: «I traditori non li vogliamo». Già: i traditori. Quanti hanno tradito in questo caos libico… Il terzo ragazzo è un giovanottone dall’aspetto rude, venticinque ventisei anni, capelli nerissimi e un gran paio di spalle. C’è qualcosa nella sua espressione che mi ha commosso profondamente. L’espressione di un uomo che per un amico avrebbe ammazzato qualcuno e sacrificato la propria vita. C’era un misto di candore e di ferocia in essa, ma anche la patetica riverenza che i poveri mostrano verso coloro che reputano esser loro superiori. Mi è capitato raramente di vedere una persona che mi abbia ispirato una simpatia così immediata. Anche se ogni guerra è il sintomo del fallimento dell’uomo come animale pensante in queste guerre c’è tuttavia coraggio, generosità, valore. Certo gli uomini vengono uccisi, o mutilati, ma chi sopravvive non porta in dono ai propri figli un seme guasto.
Lotta senza scampo: noi o loro
La voce del ragazzo stride come una raspa, è in collera ora: «Possibile che non capiate? Abu Bakr al-Baghdadi, il Califfo, è un assassino, lo sgozzerei con le mie mani, sta uccidendo la nostra gente, gli arabi, i musulmani, poi verrà il vostro turno. In Libia i terroristi controllano già gli immigrati, fanno affari d’oro, due tremila euro a viaggio, le loro nere bandiere sono a Derna, a Bengasi, a Sabratha. Il gasdotto per l’Italia passa di qui. Potremmo interromperlo: questo dobbiamo fare perché vi accorgiate di noi, della nostra battaglia? Non vogliamo nessun intervento diretto, se la guerra vi fa tanto paura. Dateci armi e sistemi di comunicazione, divise, medicinali: lo fate con i curdi, perché non lo fate per noi? La lotta è senza scampo: o noi o loro!».
La riconquista della capitale
Nel 2011 ero qui sul djebel Nefussa, la montagna indomabile, allora assediata dai razzi ciecamente omicidi di Gheddafi. La marcia vittoriosa verso Tripoli cominciò proprio da Zintan, inarrestabile. Sono venuto a cercare i segni della seconda riconquista della capitale, questa volta contro le milizie islamiste e i loro alleati. «Qui c’è un esercito che risponde al parlamento eletto di Tobruk, non più la banda di Zintan. La vittoria è possibile, qui e a Bengasi», mi hanno annunciato amici libici pieni di nuovo entusiasmo. Ho ripercorso la stessa strada di allora, non c’è altra via. Ora che mi metto a scriverne mi pare di farlo da una distanza grigia che per il tempo trascorso appanna tutte le impressioni. È lo stesso itinerario dell’epoca della guerra contro Gheddafi, il confine tunisino, poi la montagna: come se nulla fosse trascorso, anni e morti inutili.
La polizia di Ras Jedir
Avvicinandosi a Ras Jedir, il posto di frontiera, non ci sono più i campi immensi dei profughi, restano baracche sfondate, resti di tende della Mezzaluna rossa dietro gli eucalipti fradici di polvere che segnano la strada. Ma l’erba non è ricresciuta, come se una maledizione avesse impresso il suo segno, per sempre, su quella terra. I cambiavalute, seduti sulla strada come prostitute in attesa, agitano mazzi di denaro con gesto da prestigiatori, tentano come allora i libici in fuga o che tornano a casa. Dovranno passare da loro. Mi fermo a un posto di polizia a comprare la marca da bollo, trenta dinari, quindici euro, ultima trovata con cui la povera Tunisia cerca di colmare casse vuote. Code interminabili di camion diretti a Tripoli sono in attesa: tutto viene inviato da qui, come allora. Il libico che mi precede ha un alterco con il poliziotto che vende i contrassegni. Si allontana imprecando. Il poliziotto si scusa: un attimo, signore! Chiude lo sportello, esce in strada con due colleghi. Afferrano il ragazzo, lo tirano dentro. Si sentono colpi, le urla disperate di un uomo picchiato. Tutti, in coda, fanno finta di nulla. Dopo una decina di minuti lo sportello si riapre, il poliziotto mi sporge il bollino con un bel sorriso. La democratica Tunisia, l’unica primavera riuscita! Chissà, forse dovremmo essere più cauti a giudicare questi mondi complicati. Il confine è controllato dalla «banda di Misurata», gli uomini che governano Tripoli, i nemici della montagna di Zintan. Attraverso a piedi la terra di nessuno. Ho un visto per «affari», la richiesta di un permesso per giornalisti mi avrebbe costretto a mettermi sotto il controllo del «governo» di Tripoli: ma se mi interrogano devo dire che vado nella capitale. Un doganiere mi fa entrare in uno sgabuzzino sudicio: fammi vedere i soldi! Gli mostro il portafoglio dove ho lasciato solo qualche euro e poca moneta tunisina. «Ora li puoi tenere ma quando torni - mi annuncia con un ghigno minaccioso - prenderò gli altri». E si mette in tasca gli euro.
Dalle montagne alla battaglia
Un amico mi attende fuori dal posto di controllo, ora dobbiamo salire sulla montagna sfuggendo ai posti di blocco. L’appuntamento è a un distributore, pochi chilometri dopo il confine. Ragazzi mettono in mostra taniche di benzina, il carburante è razionato, lo si vende a litri, come il latte, in un Paese che vive su un pozzo di petrolio. Arriva una piccola auto rossa, un improbabile contrassegno svizzero ma nessuna targa: un ragazzo ci fa un segno, lo seguiamo. Per vie secondarie ci fermiamo davanti a una casa. Ci attendono ragazzi che stanno guardando su un canale arabo di sport il derby di Torino. Quattro anni fa avevano la televisione bloccata su «al Jazeera»: oggi la odiano perché appoggia i fondamentalisti. Arriva il via libera. Il ragazzo della auto rossa a un certo punto accosta: «Ora andate, speriamo che dio conceda alla Libia tempi migliori». La strada è dritta nel deserto, coronato da fratte secche e aride, una frangia verde, magra, polverosa, sbiadita dai venti e dai raggi del sole. Rari cammelli sembrano chini a guardare la propria ombra. Un posto di blocco: pick up con le mitragliere, uomini avvolti in mimetiche chiare, una bandiera piantata su un cumulo di sabbia. L’esercito della montagna o gli altri? Le bandiera è la stessa, le uniformi identiche. L’uomo in divisa osserva i passaporti: da chi andate? Ecco: ora sapremo cosa ci attende. Diamo il nome di un comandante. Ci restituisce i passaporti. Chiedo al mio amico: se erano gli altri cosa avresti risposto? «Avrei deciso all’ultimo momento!». Saliamo a Rujban tra grandi picchi di roccia che avanzano verso la valle come una lunghissima onda di millepiedi. In cima una piana allungata verso la pianura che invece di digradare si solleva, punta al cielo, per poi precipitare al limite dell’orizzonte su un’altra piana che non si vede. Siamo arrivati alla montagna dell’esercito dell’Ovest, che assedia Sabratha e Zauia e vuole riconquistare Tripoli.
Il colonnello Mohamed Taesh
Il comandante ha una candida barba mosaica, annuncia che domani si andrà in battaglia. I ragazzi si guardano in maniera strana. Uomini che si conoscono bene e che in questi mesi hanno fraternizzato, ora si guardano come estranei e ognuno di loro è come se fosse distante da quelli che gli stanno accanto. Si scrutano come se cercassero di capire chi di loro morirà. Chi sarà ancora vivo domani sera? Io sarò vivo di sicuro, non sempre si viene uccisi, non ci sarebbero guerre se si morisse tutti. È il momento più brutto di tutti, le ore prima della battaglia. Non saranno mai più come adesso. Il colonnello cammina cento metri davanti agli altri, la sua figura si stacca netta contro le falde della montagna. Scendiamo verso la valle, verso la battaglia. Dietro a lui il soldato con la mitragliatrice pesante, poi gli altri. Presto non ci sono più né ulivi né pini, dappertutto pietra, pietra di Libia gialla e rossa sotto il sole chiusa nelle sue grandi ombre verticali. Dalla pista scavata nel fianco della montagna ogni tanto il piede fa cadere dei ciottoli che risuonavano di roccia in roccia perduti in quel silenzio nel quale era sepolto il bianco di torrenti ormai secchi. Il sentiero a una sosta a mezza costa strapiomba a picco su una cresta, c’è una fonte e un sottile bosco di palme. Intorno a esse l’erba forma un anello spesso che torna a poco a poco alla terra. Soltanto quelle palme vivono in mezzo alle pietra, vive della vita continuamente rinnovata delle piante nell’indifferenza geologica. Facciamo una sosta. «Colonnello, posso scrivere il suo nome? O teme vendette?». «Noi siamo un esercito regolare, non una banda di miliziani. Loro sanno che scelta ho fatto e dove sono. A questo punto non posso che vincere o essere ucciso. Mi chiamo Mohamed Taesh».
(1. continua)
Repubblica 8.12.1\4
Io a Santiago fra i prigionieri di Pinochet
Anticipiamo l’introduzione a una raccolta di reportage e di articoli sull’America Latina
di Stefano Malatesta
Invece di badare alla cronaca, un collega prese i nomi dei detenuti e corse fuori dallo stadio a rassicurare i parenti
HO imparato ad amare l’America del Sud in Cile. Nel 1973, scrivevo per un settimanale e l’11 settembre di quello stesso anno i militari golpisti lanciarono il primo attacco aereo contro la Moneda, la residenza del presidente Allende, a Santiago. Il giornale all’inizio non sembrava molto interessato a raccontare la storia. Ma io volevo partire a ogni costo. Così proposi di prendermi una vacanza. Telefonai al mio amico Saverio Tutino e lo minacciai di andarlo a prelevare fisicamente se non fosse partito con me: «Non puoi rimanere a Roma quando in Cile stanno ammazzando tutti i tuoi amici». L’indomani riuscimmo a prendere un volo diretto non in Cile ma a Buenos Aires. (...) La repressione avveniva di nascosto nelle stanze della polizia segreta, nelle caserme dove erano portati tutti gli arrestati e anche nello stadio requisito per contenere tutti i prigionieri. In città non sembrava ci fosse stato un golpe, perché tutto era stato organizzato per dare un’impressione di normalità. Appena arrivati, fummo chiamati dalla Marina Militare, dove si rilasciavano i salvacondotti per giornalisti. Mentre sbrigavano le pratiche, ci fu un momento di tensione che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di molto peggio. Quando fu il turno di Saverio, lui parlò in castigliano e l’ufficiale fece una smorfia. Invitò Saverio ad avvicinarsi al suo tavolo e gli chiese con voce melliflua: «Come parla bene lo spagnolo, dove l’ha imparato?» Saverio parlava con un accento fortemente cubano, senza rendersene conto, e questo aveva insospettito l’ufficiale. In quei giorni, la caccia ai cubani – accusati di aver portato Allende su posizioni estremiste – era stata più feroce di quella dedicata ai socialisti del Mir e ai comunisti. (...) Intuendo che Saverio potesse passare un brutto guaio, mi avvicinai all’ufficiale e gli chiesi se le carte di Saverio andassero bene. Lui rispose che le carte andavano bene, allora io gli dissi che non c’era ragione di fare troppe domande: noi dovevamo andare a lavorare e in fretta. L’ufficiale fece una telefonata – forse al suo superiore – per sapere come comportarsi. Poi aprì un cassetto, tirò fuori tre permessi già firmati, gettandoli quasi con violenza sul tavolo in modo da farli cadere per terra. Così per prenderli noi dovemmo chinarci davanti a lui. (...) Una mattina venimmo convocati dalla polizia: ci interessava vedere come i prigionieri, rinchiusi nello stadio, venissero trattati? Si era sparsa la voce che gli stanzoni fossero adibiti a camere di tortura e il regime teneva molto a non avere quella fama feroce che si era guadagnato nelle stragi dei primi tempi. E qui si inserì una storia imprevista, che è stata nello stesso tempo una lezione.
Partendo da Roma, mi ero portato dietro tutti i giornali che avevo trovato, e ognuno dava una sua versione dei fatti corrispondente alla posizione politica che aveva in Italia. E i titoli più beceri e più stupidi tra questi erano quelli apparsi su Il Tempo di Roma. Una volta arrivato a Santiago, mi avevano indicato quale fosse l’inviato del Tempo, ma io non volevo conoscere un giornalista che aveva scritto pezzi che corrispondevano presumibilmente a quei titoli infami. Quando entrammo nello stadio, tutti i prigionieri affollavano le gradinate circondati da barriere di filo spinato. Fu un incontro commovente, perché era la prima volta che i prigionieri vedevano qualcun altro che non fosse un poliziotto. Ma mentre prendevamo appunti sui nostri taccuini, l’inviato del Tempo fece un’altra cosa. Chiese ai prigionieri che stavano a lui più vicini i loro nomi. Quando ne aveva raccolti una cinquantina, corse fuori dallo stadio dove era radunata tutta una folla: «Chi è parente di Sandro Velazquez?» «Io!» «Està vivo, l’ho visto io». «Chi è parente di Alfio Escobar?» «Io!» «Està vivo tambien!». Invece di pensare alla cronaca del giornale, lui aveva sentito il dovere di mettere da parte il suo lavoro di giornalista per fare un’azione umanitaria, dando nuove speranze a quei poveretti che non avevano saputo più nulla dei loro cari. Allora mi avvicinai a lui e dissi: «Dopo aver letto quei titoli, non ti volevo conoscere. Adesso sarei onorato di averti come amico ». Si chiamava Piero Accolti, era un barone di Taranto. Poi ho scoperto che era un amico di Sandro Viola ed era molto stimato da lui come paesano e come bevitore di whisky. Aveva scritto un libro che si chiamava Il mio amico whisky , che è ancora il miglior testo sull’argomento.
IL LIBRO L’uomo dalla voce tonante, di Stefano Malatesta (Neri Pozza pagg.229, euro 17)
Corriere 8.12.14
The Sunday Morning Herald
Australia, una legge per posti di lavoro mentalmente sani Creare posti di lavoro «mentalmente sani». Lo chiede Lesley Russell sul Sydney Morning Herald . I disturbi della mente sono tra le prime cause di assenteismo, prestazioni lavorative ridotte, richieste di risarcimento danni. Si calcola che le imprese australiane perdano 11 milioni di dollari ogni anno a causa delle conseguenze provocate da questi disagi. Eppure, sottolinea l’autrice, sul problema «non c’è la stessa attenzione né la prevenzione riservata alle altre patologie». Per questo, conclude Russell, urge un intervento di tipo legislativo.
Corriere 8.12.14
L’infelice illusione di una decrescita felice
di Pierluigi Battista
Un po’ di ossigeno contro chi esalta il buio infelice della «decrescita felice». È un libro che si intitola Contro la decrescita (Longanesi), è scritto da Luca Simonetti, e andrebbe vivamente consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo. Che poi è la possibilità per miliardi di persone di acquisire beni, opportunità e benessere in una misura inconcepibile in passato anche per i ceti più ricchi.
Una raffica di argomentazioni documentate e convincenti contro i detrattori della scienza che ha salvato una quantità incalcolabile di vite umane. Contro chi rimpiange l’armonia bucolica di un mondo scomparso senza ricordare che in quel mondo solo lo strato signorile della società poteva avvantaggiarsene, lasciando i contadini ad ammazzarsi di fatica, a morire per malattie oggi facilmente curabili, ad abitare in tuguri lerci e puzzolenti, mentre la mortalità infantile faceva strage di bambini denutriti. Un libro che ricorda la forza democratica del progresso, del consumo, della globalizzazione che strappa alla povertà interi continenti condannati a vivere in condizioni disastrose, dell’istruzione garantita a popoli costretti in passato all’analfabetismo, della diffusione di massa di consumi culturali insperati fino poche decine di anni fa.
Pensare che questo passato di stenti e di vita miserabile possa essere rimpianto come un Eden perduto testimonia della scomparsa di ogni elementare senso storico. Non sappiamo più da dove veniamo. Non abbiamo più la percezione dei tremendi costi sociali che la stagnazione economica, l’impossibilità di progredire, la subordinazione sociale, l’immobilismo culturale hanno gravato su un mondo che se non oltrepassava la soglia del chilometro zero, oggi idealizzato con rimpianto struggente, era perché non poteva conoscere quello che accadeva a più di un chilometro zero. Un mondo per cui lo slow food pativa la scarsità del food e la fatica disumana per procurarselo. Un mondo in cui i contadini di Ermanno Olmi venivano decimati al primo apparire di una malattia. Un mondo in cui la superstizione ostacolava persino i primi esperimenti di anestesia totale che avrebbero affrancato l’umanità da sofferenze indicibili. La non crescita era il vertice dell’infelicità. Questo libro ce lo ricorda.