giovedì 28 agosto 2014

il Fatto 28.8.14
L’Unità torna online dal 29 agosto. I giornalisti: “Pd, siamo problema o risorsa?”


I lavoratori de L’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che dal 1° agosto non è più in edicola, ripartono dalla Festa nazionale del Pd in corso a Bologna. “Dal 29 agosto saremo sul web per raccontare questa festa, la cronaca e la politica italiana”, spiega Bianca Di Giovanni, giornalista e membro del comitato di redazione. “Lavoreremo gratis in attesa di avere novità sul nostro futuro”. E mentre il segretario del Pd e premier Matteo Renzi promette che presto il giornale riaprirà e tornerà in edicola, Umberto De Giovannangeli, storica firma del foglio di sinistra, chiede chiarezza: “L’Unità è un problema o è una risorsa? In questi mesi abbiamo parlato con molti dirigenti del Pd, ma nessuno ha saputo dirci che tipo di giornale vuole. Non vogliamo riportar in edicola un giornale qualunque” di David Marceddu
un video qui
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/08/27/lunita-torna-online-dal-29-agosto-giornalisti-pd-siamo-problema-o-risorsa/293947/

il Fatto 28.8.14
Il Cdr de L’Unità al partito: “Basta con le illusioni”


LA FESTA dell’Unità di Bologna si inaugura senza L’Unità nelle edicole. Il comitato di redazione della testata, in una conferenza stampa prima dell’inaugurazione dell’evento a Bologna, ha lanciato un messaggio chiaro al Pd: “Aspettiamo i fatti e vogliamo trasparenza assoluta sulle offerte che il Pd sta organizzando e sostenendo per il futuro dell’Unità”. I cronisti, intanto, si danno da fare per rilanciare il sito d’informazione in maniera del tutto volontaria, da domani online in forma ridotta, proprio per seguire la festa. Simone Collini, uno dei tre membri della redazione presenti all’evento allestito al Parco Nord ricorda, però, che il 31 luglio è già stato impedito ai giornalisti di lavorare gratuitamente. Il collega Umberto De Giovannangeli, lancia l’ennesimo ultimatum agli esponenti democratici: “Mi chiedo se la nostra storia è anche la vostra storia. Se lo è, noi qui non siamo ospiti, ma protagonisti, altrimenti basta dirlo e smettere di abusare della nostra pazienza”. Il vicesegretario di partito, Debora Serracchiani, risponde ai giornalisti e rassicura “che il Pd farà tutto quanto possibile perché l’Unità riapra e torni a pubblicare come ha fatto per 90 anni”.

il manifesto 28.8.14
Al via la festa del Pd, senza il quotidiano
I giornalisti al partito: «Ma quella dell’Unità è anche la vostra storia?»
di Giusi Marcante

segnalazione di Nuccio Russo

Si riparte dal web aspettando Matteo Renzi. I giornalisti dell’Unità da domani torneranno a rianimare il sito del quotidiano che il 31 luglio ha sospeso le pubblicazioni. Lo faranno gratuitamente rimuovendo il “bavaglio” che era stato loro imposto quando avevano subito proposto di tenere aperta l’edizione on line per mantenere vivo il dialogo con i lettori; la risposta era stata negativa ma in queste settimane si è trattato per arrivare a questo risultato.
Le parole più importanti i giornalisti le aspettano però dal segretario del Pd che il 7settembre dal palco della festa dell’Unità di Bologna potrebbe annunciare un ritorno in edicola del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. «Vogliamo mandare un messaggio al Pd — ha detto ieri Bianca Di Giovanni del Comitato di redazione del giornale in una conferenza stampa convocata proprio all’interno della festa di Bologna — vogliamo trasparenza assoluta e i giornalisti devono essere informati su quello che accade». Il premier ha detto che il giornale dovrà avere una formula più «moderna». I giornalisti hanno ribadito che quella della chiusura dell’Unità è stata una vicenda politica e non una questione di mercato perché c’erano offerte per rilevare la testata. «Si è trattato di una vicenda oscura che ha visto mancare l’accordo politico per salvare il giornale» ha proseguito Di Giovanni. Il verbo renziano è stato riproposto da Deborah Serracchiani che, inaugurando ufficialmente la festa, l’ha ribadito dal palco. Con una frase abbastanza generica: «Il Pd farà di tutto per riportare in edicola l’Unità», accolta da un tiepido applauso.
Che la festa dell’Unità senza l’Unità sia effettivamente un paradosso l’ha dimostrato plasticamente Claudio Gandolfi, militante bolognese che ha deciso di scioperare dal suo ruolo di volontario: «Ho fatto questa scelta e fino al 7settembre non sarò come sempre allo stand del tappo», la mitica pesca nella quale si vincono piante e fiori. «Poi quando la festa sarà solo provinciale — prosegue — tornerò a fare il volontario. Non mi riconosco nella gestione di Renzi e come me altri hanno preso la stessa decisione». Nelle mani del “volontario scioperato” i giornalisti hanno consegnato l’appello «L’Unità è viva» perché anche altri volontari lo firmino. E tra le persone sedute in attesa dell’inizio della festa si sente effettivamente la mancanza del giornale. Quello che si raduna qui è uno piccolo zoccolo duro e di età anagraficamente alta che vorrebbe il ritorno del giornale in edicola e non si accontenta del web, «una scelta di serie B», dice una signora. C’è chi propone che deputati e senatori devolvano mille euro al mese del loro stipendio, chi riconosce che lo acquistava ma più per appartenenza ideologica che per interesse, chi è arrabbiata perché la cronaca di Bologna era stata chiusa. E poi c’è chi, senza girarci troppo intorno, dice con spiccato accento bolognese: «Io vorrei sapere qual è il vero motivo che ha portato a chiudere il giornale perché non ce l’hanno spiegato e io questa chiusura ce l’ho proprio qui». Un altro tema sollevato dai giornalisti è stato quello del dibattito che avrebbero voluto organizzare, proprio alla festa bolognese, sul quotidiano. Una proposta avanzata il 12 agosto «ma nessuno ci ha ancora risposto», spiega Bianca Di Giovanni. Le parole più arrabbiate, tra i componenti del Cdr, le ha usate Umberto De Giovannangeli. «Ai dirigenti del Pd incontrati in questi mesi abbiamo chiesto che giornale avrebbero voluto: nessuno ci ha risposto in modo serio». Tanto che, ha continuato De Giovannangeli, ci siamo chiesti: «Ma questa storia, quella di questo giornale, è la vostra storia? ». «E’ un problema di questo partito con la sua memoria» ha detto il giornalista, veterano del quotidiano.
I giornalisti, che l’ultimo stipendio l’hanno visto ad aprile, stanno aspettando anche la firma del decreto che faccia partire la cassa integrazione, dovrebbe essere questione di giorni. Il quotidiano in questo momento è nelle mani dei liquidatori che hanno fissato il 5 settembre come step per la presentazione di eventuali offerte da parte di cordate pronte a rilevare il giornale. Poi dovrebbe essere nominato il giudice fallimentare che seguirà la procedura.

il Fatto 28.8.14
I ministri o la tragedia dell’inutilità
di Ma. Pa.


È evidente che una certa forma di egoismo, o meglio egotismo, è normale in un politico di mestiere, ma qui si esagera e il Matteo Renzi di Palazzo Chigi ha ormai i contorni della “follia narcissica” gaddiana: il capo tutto esamina, tutto decide, tutto nasconde ai sottoposti. Silvio Berlusconi, altro discreto egotista, aveva almeno, diciamo, altri interessi oltre alla politica e un supremo sprezzo per l’amministrazione giorno per giorno. L’attuale premier, invece, tutto il contrario. Il livello di accentramento è tale che i ministri vivono ormai senza filtri la tragedia della propria irrilevanza: più che governare, gli tocca fare i giornalisti. Cercano fonti a Palazzo Chigi, meglio se dentro il cosiddetto “giglio magico” (Luca Lotti e Maria Elena Boschi i più gettonati), per sapere cos’ha in mente il premier riguardo ai provvedimenti che loro stessi dovranno poi firmare. Alcuni brevi avanzi di cronaca.
ANDREA ORLANDO. Il Guardasigilli, in questi ultimi giorni, è diventato un vero cronista politico: compulsa le fonti alla Presidenza del Consiglio, chiama i sottosegretari, interroga i colleghi in Parlamento. Vuole sapere cosa ci sarà alla fine nel disegno di legge che verrà licenziato dal governo domani: sui giornali si continua a scrivere che in Consiglio dei ministri alla fine si parlerà solo di giustizia civile e però sono settimane che lui, tapino, prepara anche riforme sul penale. “Ma la tua è una fonte buona? ”, chiede a un interlocutore. “Ma a te che t’ha detto? ”, butta lì con un altro che ha avuto il privilegio di vedere il premier. Ieri, poi, incalzato dai gruppi parlamentari, l’ha dovuto dire: “Decideremo col premier quali punti portare in Cdm”. Tradotto: quando me lo dice ve lo farò sapere.
STEFANIA GIANNINI. È il caso dell’estate: domani a Palazzo Chigi si presenta infatti non la riforma della scuola, non sia mai, ma le relative slide. Lei, però, è fuori dai giochi. Quella s’era azzardata a buttare là “basta con le supplenze” e quell’altro - il premier s’intende - s’è subito fatto la sua riunione sul tema senza nemmeno convocarla e poi ha passato la velina ai giornaloni: “Assumeremo 100 mila precari”. Con quali soldi, come, quando? Non si sa. Si chiedono al ministero: ancora non si sa che fine faranno i quattromila “forzati” di quota 96 che non si riesce a mandare in pensione e questo assume? Se va bene, lo scopriranno domani, altrimenti se ne parla tra un mese.
GIULIANO POLETTI. All’ex presidente di Legacoop fischiano le orecchie da settimane. Non c’è intervento di autorità internazionale (Draghi) e paese creditore (Germania) in cui non si chieda all’Italia di fare le riforme, che poi sono due: tagliare la spesa pubblica purchessia e precarizzare il lavoro. Questa seconda parte dovrebbe spettare proprio al titolare del Lavoro attraverso il famigerato Jobs act: la relativa legge delega giace in Senato dal lontano 3 aprile e fissa la cornice degli interventi e prevede “ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti”. Ma i particolari? Sarà il progetto Ichino o quello Boeri-Garibaldi? Via l’articolo 18 oppure resta e si applica col tempo? I parlamentari del Pd dell’area sinistra, che poi sarebbe la sua, gli chiedono in continuazione chiarimenti: “Non lo so ancora”, risponde lui, tanto onesto quanto rassegnato.
FEDERICA GUIDI. Pare che domani approvino un decreto che riguarda assai anche lo Sviluppo economico: si chiama Sblocca Italia, ma la ex presidente dei giovani di Confindustria ne conosce solo i titoli: se lo sono palleggiato Maurizio Lupi, fino a un certo punto, e poi è passato alle cure di Renzi (e di Padoan) che ieri sera ha organizzato la solita riunione senza estranei con Lotti e Delrio per decidere i dettagli. Guidi è scomparsa dai radar: ieri per parlare di crisi industriali il segretario della Fiom, Maurizio Landini, s’è presentato a palazzo Chigi (ma la cosa dovrebbe interessare anche Giuliano Jobs Act Poletti).
BEATRICE LORENZIN. Gli ha portato la legge sulla fecondazione eterologa e Renzi l’ha cestinata in malo modo e facendolo pure sapere a tutti. Lei ha generosamente annunciato il suo Patto per la salute con novità su ticket, posti letto, i nuovi Livelli elementari di assistenza (Lea) e altre cosette, compreso l’allentamento dei vincoli alle nuove assunzioni, ma le è stato chiarito che la politica sanitaria la scrivono Carlo Cottarelli e il ministro Padoan, che ieri ha detto al Corriere della Sera che ci saranno nuovi tagli (il Parlamento, per dire, dice invece che la spesa è già al minimo).
VARIE ED EVENTUALI. Sono tutti gli altri. Una menzione d’onore va però a Carmela Lanzetta, titolare degli Affari regionali. Semplicemente non pervenuta, come pure i decreti attuativi per abolire le Province: sostanzialmente il suo unico compito di peso. Non è sicuro che Renzi sappia chi è, ieri - per dire - per sapere cosa pensano Regioni e Comuni ha convocato direttamente i “renziani” Piero Fassino (Anci) e Sergio Chiamparino (Regioni).

il Fatto 28.8.14
Renzi. I soldi sono già finiti
L’Istat certifica il pessimismo sui consumi mentre Padoan ribadisce; Le casse sono vuote
di Stefano Feltri


In attesa dei provvedimenti economici d’autunno, la politica economica è fatta di sfumature, di clima, di indicatori che definiscono il quadro in cui bisognerà prendere decisioni. E perfino l’ottimismo di Matteo Renzi inizia a vacillare di fronte a notizie cupe come quelle che si sono accumulate nella giornata di ieri.
PRIMA BOTTA: i consumatori italiani sono sempre più pessimisti, dice l’Istat. L’indice di fiducia passa da 104,4 di luglio a 101,9 ad agosto. Ormai è parecchio sotto i 105,3 punti di aprile, cioè prima della “operazione 80 euro”. È chiaro il senso politico del dato: il bonus Irpef voluto da Renzi alla vigilia delle Europee doveva servire, oltreché a raccogliere voti, a cambiare le aspettative. Cioè a dare agli italiani la sensazione che la crisi stava finendo e che era il momento di investire e consumare. L’effetto, stando ai numeri dell’Istat, è durato un mese. A leggere i giornali d’estate le famiglie italiane si sono fatte l’idea che le cose stanno andando male: il giudizio sulla situazione economica crolla da -79 a -91. Traduzione: gli 80 euro non hanno funzionato sullo spirito degli italiani, vedremo presto dai dati sui consumi se almeno hanno agito sul portafoglio. “Nell’Eurozona il rischio della deflazione è ancora presente e in alcuni Paesi dell’area euro è già realtà”, scrive il capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, giusto a certificare che la percezione pessimistica degli italiani è fondata.
Secondo colpo per Renzi: il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, al quotidiano Passauer Neuee Presse, dichiara: “Conosco Mario Draghi molto bene. Penso che il significato delle sue parole sia stato esageratamente interpretato”. Da tre giorni i mercati corrono felici perché hanno intravisto nel discorso che il banchiere centrale ha fatto venerdì a Jackson Hole, negli Stati Uniti, un cambio di clima, premessa per una politica ancora più espansiva da parte della Bce. In realtà Draghi si è limitato ad auspicare un migliore uso della “flessibilità” prevista dai Trattati europei in modo da aiutare i Paesi membri a sopportare il costo delle riforme strutturali necessarie per essere competitivi. E ha condiviso l’auspicio di un aumento degli investimenti in Europa, che è al centro del programma della nuova Commissione europea di Jean Claude Juncker. Ma niente di più. Con la sua dichiarazione – i cui effetti sui mercati si misureranno già oggi – Schäuble chiarisce un punto politico rilevante: la Germania non si muove di un millimetro dalla sua posizione. Che finora è sempre stata chiara: le misure straordinarie si prendono solo in contesti di vera emergenza e ogni aiuto deve essere legato a forti condizionalità e non a fondo perduto.
Terzo elemento della giornata di Renzi: l’intervista del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al Corriere della Sera. Titolo: “Risparmieremo su tutto”. Svolgimento: non c’è un euro, il famoso decreto Sblocca Italia previsto per domani sarà quasi a costo zero, tutto il resto viene rimandato alla legge di Stabilità, comunque lo “strumento guida” sarà “la spending review”, cioè i tagli. E con l’Europa il governo italiano si sta togliendo i guanti per dialogare meglio a cazzotti: “Vedremo poi come i tempi di raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio saranno modulati”. L’Italia non chiederà ulteriori rinvii dell’aggiustamento sul debito, dopo aver deciso in modo unilaterale di rimandare il deficit strutturale zero dal 2015 al 2016, si prenderà altro tempo. Senza discutere, poi se Bruxelles vuole protestare, è libero di farlo. Si immagina l’accoglienza un po’ glaciale che Renzi riceverà sabato, nella capitale europea, al vertice dei capi di governo che deve varare le nomine della Commissione, a cominciare da quella di Federica Mogherini come nuovo Alto rappresentante per la politica estera.
DULCIS IN FUNDO, a certificare che “la luna di miele è finita” (lo ha scritto il Financial Times), arriva il Sole 24 Ore. Renzi da tempo ha smesso di considerare rilevante la Confindustria di Giorgio Squinzi, ma il suo giornale è ancora giudice ascoltato delle sorti del governo in campo economico. Titolo: “Opere, per ora solo 1,2 miliardi”. E nell’editoriale abbinato il giornalista Giorgio Santilli parla di “Numeri, numerini e numeri spaziali”. Più che numeri, balle spaziali: i 43 miliardi che Renzi ha promesso di “sbloccare” domani con il decreto “Sblocca Italia” non esistono e non sono mai esistiti. Anche facendo una generosa somma che include risorse già stanziate per opere che richiederanno dieci anni di lavori per produrre il loro impatto sul Pil, non si arriva a più di 12-15 miliardi.
Soldi che già esistono, è bene ricordarlo, non che vengono trovati dall’attuale governo. Ma Renzi ha spesso l’ansia di esagerare, oggi con i 43 miliardi, in campagna elettorale con i 183 miliardi di Fondi europei a disposizione dell’Italia (sono meno di 40). In questa fine estate di promesse e dichiarazioni è ancora tutto lecito, poi a settembre e ottobre bisognerà scrivere i documenti e i numeri dovranno essere quelli giusti.

il Fatto 28.8.14
Crisi industriali
Landini sale a Palazzo Chigi


Ieri pomeriggio è durato oltre un’ora, a Palazzo Chigi, l’incontro tra il premier Matteo Renzi e il leader Fiom Maurizio Landini. “Abbiamo parlato soprattutto di crisi industriali perché da settembre è difficile...”, ha spiegato il sindacalista senza entrare nelle ricette del go-La Cgil commenta: “C'è da augurarsi che siano state trovate delle soluzioni alle molte vertenze aperte, da Alcoa a Piombino, dall’indotto di Melfi alla Sevel. La situazione del settore metalmeccanico è molto grave, il numero delle aziende in crisi si allunga di ogni giorno, ed è bene che il governo si assuma degli impegni”. verno. “Abbiamo parlato di crisi, il settore metalmeccanico attraversa una dura crisi. Sapete cosa ci aspetta da settembre? Un periodo difficile”, ha spiegato Landini lasciando Palazzo Chigi. Ai cronisti che lo incalzavano sui contenuti dell’incontro, se si fosse parlato anche di legge di Stabilità e riforma del lavoro, Landini ha replicato secco: “Non dico nulla”.

La Stampa 28.8.14
San Matteo non ha fatto il miracolo
di Mario Deaglio


Il coraggio – sospira Don Abbondio nel XXV capitolo dei «Promessi Sposi» – uno non se lo può dare. E nemmeno la fiducia, siamo tentati di aggiungere, guardando ai dati, appena resi pubblici dall’Istat, sul clima di fiducia degli italiani che segnalano una netta caduta per il terzo mese consecutivo.
Il giudizio degli intervistati è peggiorato su quasi tutto: molto sulla situazione economica dell’Italia, poco o nulla situazione economica attuale della loro famiglia, per la quale, però, è aumentato il numero di quanti si aspettano un peggioramento imminente. Rispondendo alle varie domande del questionario, gli intervistati, quando non vedono nero, vedono tutto con lenti con varie gradazioni di grigio.
Questo clima nazionale di sconforto è tanto più deludente in quanto la caduta dell’indice di fiducia segue una sua impennata decisa di inizio anno (spesso attribuita a un «effetto Renzi») che l’aveva quasi riportato ai valori del 2008, ossia all’inizio della crisi. Per fortuna il clima di fiducia non si traduce necessariamente in comportamenti.
E, così come la salita primaverile non ha portato a una corsa agli acquisti, c’è da sperare – mentre invece le associazioni dei consumatori ne traggono previsioni infauste – che non andiamo incontro a uno «sciopero dei consumatori», peraltro già molto «svogliati» negli ultimi mesi. Dopo l’aggiornamento di questo indice è però più difficile pensare a un aumento, anche piccolo, dei consumi privati.
Il «bonus» mensile di ottanta euro che dieci milioni di lavoratori stanno incassando non solo non ha inciso, come già si sapeva, sulle abitudini di spesa, ma non ha neppure aumentato il «buon umore economico» degli italiani. I motivi per i quali il «bonus» - una misura generica di rilancio, meno efficace di misure «mirate» a determinati settori economici o segmenti sociali - non si sta traducendo in un aumento di consumi, ma, al massimo, in una loro stabilizzazione sono nascosti nelle pieghe dei bilanci famigliari. E’ verosimile che, per non ridurre troppo il loro tenore di vita, negli ultimi 2-3 anni, molte famiglie abbiano contratto dei debiti e che usino quest’entrata mensile addizionale per ripagarli; è altrettanto verosimile che, prima dei normali beni di consumo, si pensi a spese sanitarie rinviate scarsamente coperte dal servizio sanitario nazionale (per esempio le cure dentarie).
Invece di attingere ai loro risparmi e convertirli in acquisti necessari, gli italiani continuano a investirli in titoli del debito pubblico che rendono pochissimo: ai tassi dell’asta dei Bot semestrali di ieri (nella quale la domanda si è rivelata molto abbondante, superando di oltre una volta e mezza la quantità offerta) il rendimento di 1000 euro basta appena a prendere un caffè ed è quasi dimezzato rispetto all’asta precedente. Certo, i titoli sono stati quasi tutti acquistati da operatori finanziari, in parte esteri, ma una quota rilevante finirà, prima poi, grazie alla loro intermediazione, nei portafogli delle famiglie italiane che, per paura della crisi, esitano a utilizzare quelle risorse per spese necessarie.
Insomma, San Matteo Renzi ha dato una notevole scossa a molti aspetti della vita economica italiana e altre promette di darne con il prossimo Consiglio dei Ministri. Non è riuscito, però (ancora?) a compiere il miracolo di far sorridere gli italiani. D’altra parte, le notizie che giungono dal resto d’Europa mostrano che questo «male italiano» si sta lentamente diffondendo e che praticamente tutte le economie dell’Unione Europea sono in frenata. Per la prima volta ieri su organi di stampa tedeschi si è evocato lo spettro di una recessione, attribuendone indirettamente la causa al conflitto ucraino che ha seriamente danneggiato le esportazioni della Germania (e dell’Italia) verso la Russia.
Gli occhi degli europei, e non solo degli italiani, sono tutti puntati su San Mario Draghi, il quale, dall’alto dei 148 metri dell’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Banca Centrale Europea, sta preparando le sospirate misure «non convenzionali» che dovrebbero immettere denaro nell’economia, raggiungendo direttamente (ossia usando le banche principalmente come tramite) imprese desiderose di investire e famiglie desiderose di sottoscrivere prestiti per acquistare un’abitazione. E’ ragionevole attendersi un miglioramento che permetta all’economia europea di non scivolare in deflazione, ma non aspettiamoci che le economie ripartano a razzo: in economia è difficile trovare dei grandi santi che risolvano i problemi.
Milioni di italiani e di altri europei sembrano invece continuare a credere che la ripresa deve scendere dall’alto, derivare da fatti esterni senza accorgersi che in buona parte la si crea giorno dopo giorno, avendo il coraggio di compiere piccole scelte, comprese quelle di acquistare i beni che servono con spese che rientrino nelle normali disponibilità delle famiglie e di varare piani di crescita che restino nell’ambito della normale attività delle imprese. Decine di milioni di famiglie europee, con la somma delle loro decisioni, determinano in buona parte il «clima economico». Questi milioni di piccoli miracoli individuali sono la condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché ci scuotiamo di dosso quest’infernale recessione.

Corriere 28.8.14
Forza e debolezza di un premier
Le battute non bastano
di Ernesto Galli della Loggia


I gufi e i rosiconi fatidici sono stati per il momento smentiti. La campanella dell’ultimo giro che solo poche settimane fa sembrava sul punto di suonare per Matteo Renzi è viceversa rimasta muta. In questo agosto, infatti, il premier ha mostrato capacità di ripresa e d’iniziativa politica che insieme alla sua ben nota energia lo hanno fatto uscire dalla situazione di stallo in cui sembrava essersi ridotto. Anche se lo stesso Renzi ha dovuto prendere atto che, a differenza degli Stati Uniti, l’Italia non è Paese da «Cento Giorni»: per combinare qualcosa d’incisivo, da noi di giorni è meglio metterne in conto almeno mille, e infatti le molte e importanti decisioni che si annunciano nel Consiglio dei ministri di domani sembrano per l’appunto distendersi nei loro effetti su un simile arco temporale.
Sempre dando per scontato, naturalmente, quanto in Italia invece non può mai esserlo, e che infatti da decenni è il vero punto critico dell’azione di qualunque governo: cioè che alle decisioni dall’alto si sia capaci di far seguire i fatti in basso, che alle riforme a parole seguano le riforme delle cose. Dunque da questi sei primi mesi di governo Renzi esce con non molti traguardi raggiunti ma con la sua forza sostanzialmente intatta.
A mio giudizio, però, anche con due punti deboli se cancellasse i quali il nostro presidente del Consiglio ne avrebbe tutto da guadagnare.
Il primo riguarda lo stile che egli ha adottato per comunicare con l’opinione pubblica. A cominciare dal tono di ottimismo e di fiducia che caratterizza regolarmente i suoi interventi, punteggiati spesso di battute, di esortazioni ironiche, di parentesi salaci su questo e quello. Non vorrei sembrare un piagnone triste e tanto meno un nostalgico dell’algida cupezza montiana, ma sono convinto che per dare la scossa a un Paese che è precipitato in una situazione difficile, molto difficile, come l’Italia, converrebbe maggiormente un discorso dal tono serio, incline alla gravità più che alla leggerezza e all’ottimismo programmatico, come invece fa Renzi. Dopo un po’ l’ottimismo, infatti, rischia sempre di apparire di maniera; e spesso finisce per costeggiare pericolosamente la fatuità, facendo sembrare fatuo anche chi lo pratica. Un pericolo certo aggravato nel caso del presidente del Consiglio dalla giovane età, che pure per altri versi gioca giustamente a suo favore.
Personalmente poi non mi sembra alla lunga efficace neppure la comunicazione spezzettata e tendenzialmente alluvionale tipica del tweet , carissima a Renzi e consistente in una serie di brevi frasi apodittiche. Forse è l’ideale per le agenzie di stampa e per la pratica della digitazione isterico-maniacale sugli smartphone in cui è impegnato 24 ore su 24 il politico professionista italiota, ma ho il sospetto che alla gente, invece, faccia l’effetto di una forma di «battutismo» che, ripetuta tre o quattro volte al giorno per 365 giorni all’anno, non depone certo a favore della serietà e dell’impegno di chi vi si dedica. Senza contare che un eccesso di comunicazione rischia sempre, alla fine, di vanificare il messaggio insieme al suo autore.
Il secondo palese punto debole di Renzi sta nella mancanza intorno a lui di una vera squadra di governo: ciò che probabilmente testimonia di un suo rapporto difficile e al limite inesistente con le élite del Paese. Giunto a Roma con un piccolo gruppo di fedelissimi alla sua persona in forza di un vincolo più o meno antico d’amicizia, di essi soli egli sembra fidarsi veramente e con essi soli sembra collaborare davvero. Saranno di certo tutti abili e di provato valore, non discuto, ma una squadra di governo è un’altra cosa. Significa competenze molteplici, accesso a conoscenze specifiche, possibilità di mobilitazione di energie esterne, reti di relazioni e dunque contatti con persone e ambienti a vario titolo importanti. Significa cioè un governo che in qualche modo rappresenti, e si consideri esso stesso, il vertice della classe dirigente del Paese.
So bene che nel caso di Renzi proprio una parte almeno della classe dirigente italiana non lo vede troppo di buon occhio, ma la migliore risposta non è rinunciare ad avere un rapporto con essa, bensì semmai — per un uomo politico che voglia lasciare un segno — quella di cercare di costruirne in embrione dei nuclei alternativi. E qui il discorso inevitabilmente si allarga. A mio parere la polemica renziana contro i «salotti buoni» è sostanzialmente giusta perché si appunta contro un aspetto importante della grande ingessatura oligarchico-corporativa che immobilizza l’Italia. Ma risulta una polemica sterile, gravata per di più da uno sgradevole sospetto di risentimento personale, se essa non si traduce immediatamente nella capacità di fare appello a energie diverse, di costruire luoghi e sedi — come potrebbe essere per l’appunto una squadra di governo — dove riunire forze realmente nuove per compiti nuovi. Energie, forze, che per fortuna nella società italiana non mancano.
Per come è messo il Paese, insomma, il governo attuale rappresenta un’occasione troppo importante per vederlo perdersi tra un tweet e l’altro o avvitarsi nell’isolamento in cui finora si è mosso. Il tempo per rimediare non è molto, ma ancora c’è.

il Fatto 28.8.14
Senza l’appoggio di B. la giustizia si impantana
Ncd si mette di traverso
di Marco Palombi


Ora la palla passa a Matteo Renzi: è lui che deve decidere se vuole riformare la giustizia o tener fede allo spirito, se non alla lettera, del Patto del Nazareno che lo tiene a palazzo Chigi. I provvedimenti che applicano (quasi) tutti i 12 punti illustrati a fine giugno sono pronti: il Guardasigilli Andrea Orlando - che ieri ha avuto l’ennesima giornataccia - li porterà domani in Consiglio dei ministri e sarà il premier a decidere cosa prendere e cosa no, cosa è digeribile dalla maggioranza di governo (Nuovo Centrodestra) e cosa da quella grigia con cui sta riformando la Costituzione (Silvio Berlusconi).
IN SOSTANZA, è la previsione di plurime fonti governative, in Consiglio dei ministri verrà approvato solo il decreto sulla giustizia civile su cui Renzi s’è esercitato ieri su Twitter (qualche contenuto lo trovate qui sopra): l’obiettivo è “garantire il processo in primo grado in un anno anziché tre come oggi”. Tutto il resto del lavoro di Andrea Orlando e dei suoi uffici, quello sul processo penale, dovrebbe essere rinviato a data da destinarsi: magari in autunno, magari dopo. D’altronde si lavora a “mille giorni”, non c’è fretta. Il fatto è che su questo tema torna in gioco la natura del centrodestra italiano - compreso quello soi disant Nuovo - e il ruolo di Silvio Berlusconi, contraente unico del Patto segreto con Renzi.
Prima di entrare nel merito, partiamo dalla politica e, segnatamente, dalla maggioranza parlamentare. Ieri il ministro della Giustizia l’ha incontrata e non è andata bene: “Sono emerse differenze di approccio anche sulle priorità”, ha sintetizzato Orlando. Finita? Macché: dopo gli è toccata pure Forza Italia, cioè Giacomo Caliendo. Scontenti pure loro: “Un riforma totalmente inadeguata”. Perfetta la sintesi - che facciamo senz’altro nostra - del deputato leghista Nicola Molteni: “È in atto un braccio di ferro tra Pd e Ncd: le soluzioni non verranno dal Cdm, ma da un incontro che, non Orlando, ma Renzi avrà in un Nazareno 2”. Nell’attesa, forse qualche maggiore dettaglio potrebbe venir fuori già oggi dall’incontro tra il premier e il suo Guardasigilli (sempre che lo riceva). Gli interventi sul processo penale, in ogni caso, non saranno in nessun decreto: finiranno in una serie di disegni di legge, alcuni di delega al governo. I contenuti sono vari, ma spiccano due assenze.
La prima. Domani non si parlerà di intercettazioni: ufficialmente è tutto fermo fino agli incontri tra governo e giornalisti in autunno, ma in realtà il Guardasigilli è convinto che non si possa intervenire a fondo sulla materia senza intaccare la libertà di stampa. Questo è uno dei punti dello scontro con Ncd, che ha fatto delle intercettazioni una delle sue bandierine politiche (l’altra è l’articolo 18): in sostanza, concedendo questo ad Alfano il resto andrebbe in carrozza, ma Orlando finora s’è rifiutato. Nel cassetto è finita pure la riforma del Csm secondo il principio “chi giudica non nomina e viceversa”: il nuovo Consiglio superiore della magistratura, hanno fatto notare all’esecutivo dal Colle, non si è ancora insediato (mancano i membri eletti dal Parlamento) e non è bello riformarlo in contumacia. Comunque - è il seguito delle raccomandazioni - anche se serviranno più membri per gestire la separazione delle funzioni, la Costituzione non va cambiata: il senso è che il Quirinale non vuole che sia toccata la proporzione tra i membri eletti dalla magistratura (i due terzi) e quelli di nomina parlamentare, tema caro al solito Berlusconi.
Arriveranno in Consiglio dei ministri, ma destinati al binario morto, pure altri due provvedimenti attesi: la reintroduzione del falso in bilancio e la creazione del reato di auto-riciclaggio. Per Forza Italia e Nuovo Centrodestra sono come una bestemmia in chiesa e - soprattutto i berluscones - sono pronti alle barricate. Curiosamente, però, non nominano nessuno dei due progetti nei loro lunghi cahiers de doléances anti-Orlando: sanno che non serve.
Una cosa, invece, li terrorizza davvero, forse perché è la prima richiesta degli stessi magistrati: la riforma della prescrizione. Nel ddl scritto al ministero della Giustizia si prevede di congelarla al momento della sentenza di primo grado, a meno che le Corti d’Appello non vadano avanti col processo per due anni (Ncd pretende almeno che a quel punto scatti il bonus e il reato venga dichiarato estinto comunque).
ALTRO CAPITOLO della guerra sotterranea è quello sulla responsabilità civile dei magistrati: il progetto Orlando - l’ennesimo ddl delega che finirà sul tavolo del Cdm - ne prevede una indiretta (il cittadino denuncia lo stato che, volendo, si rifa sul giudice), forzisti e alfaniani la vogliono “diretta” per minacciare più direttamente le toghe. Destino incerto, infine, anche per quel pulviscolo di norme per accorciare i tempi del processo penale: dall’estinzione dei piccolireati in presenza di condotta risarcitoria (cioè al pagamento dei danni) al Super-patteggiamento in caso di confessione (ma per reati puniti addirittura fino a un massimo di 8 anni di carcere, tipo l’usura per capirci) ; dall’impossibilità per i Gip di riaprire indagini che non hanno prodotto prove vere al divieto di ricorrere in Cassazione contro sentenze passate senza modifiche per i primi due gradi di giudizio. Tutto lavoro estivo del legislativo di via Arenula che però, ad oggi, non passerebbe in Parlamento: “È per questo che spacchettiamo tutto: come fa il M5S a non votare il falso in bilancio o l’auto-riciclaggio? ”, si chiede una fonte del ministero. Ammesso che i grillini lo facciano, questo cambierebbe la natura politica del governo. Un altro film: il Nazareno 3.

Repubblica 28.8.14
“Niente Nazareno 2 ma con Fi si tratterà”
di Goffredo De Marchis


ANCORA il Senato sulla strada delle riforme. È a Palazzo Madama che si gioca la partita decisiva sulla giustizia. È lì che la maggioranza potrebbe aver bisogno del “soccorso azzurro”, ovvero del sostegno di Berlusconi. Per questo oggi Matteo Renzi e il Guardasigilli Andrea Orlando s’incontreranno per valutare i passaggi della riforma da approvare nel consiglio dei ministri di domani. Il ministro della Giustizia dirà al premier che non è il caso di farsi spaventare dalle divisioni della maggioranza.
ECHE anche la dura reazione di Forza Italia va “pesata”, valutata a fondo. Dunque, occorre andare avanti presentando tutti i provvedimenti previsti dalle linee guida.
Il comunicato di fuoco di Fi è firmato da Renato Brunetta, l’arcinemico di Renzi. Come dire: non è rappresentativo dei sentimenti profondi dell’uomo di Arcore. Il senatore forzista Giacomo Caliendo appare invece più dialogante. E la posizione dei senatori di Forza Italia è quella che conta davvero. «Comunque la stragrande maggioranza del Parlamento, dopo 17 anni, condivide l’urgenza di modificare le regole della giustizia. È un’altra tappa epocale del cambiamento, non lo fermeranno i soliti giochi dei frenatori », dice Renzi ai suoi collaboratori.
Il governo vuole stare lontano dall’accusa, già rilanciata in queste ore dalla Lega, di aver messo in cantiere un Nazareno 2 sulla giustizia. «Non ci sarà niente del genere», dicono a Palazzo Chigi. Ci sarà invece il dialogo con tutti, anche con chi ha rifiutato i ripetuti inviti di Orlando. Sarebbe davvero un azzardo siglare un accordo formale e vincolante con chi «ha portato la giustizia a questi livelli», come spiega il ministro ai suoi collaboratori alla fine di una giornata di trattative. Però i numeri sono chiari. Al Senato il governo può contare su 169 voti, appena 9 più della maggioranza assoluta. Diventa indispensabile trovare dei punti condivisi con l’opposizione. Per mettere in sicurezza la riforma. Per condurla in porto. Un problema che alla Camera non si pone: lì la maggioranza è blindata e Berlusconi non ha alcuno strumento per condizionarla.
Il terreno di scontro naturalmente è il pacchetto del penale e su questo tema si concentrerà il vertice di oggi tra Renzi e Orlando. Il punto è l’asimmetria tra il disegno di legge sulla prescrizione e il rinvio sulle intercettazioni, il pallino del centrodestra. E sulla tempistica c’è stata la saldatura tra le critiche di Forza Italia e quelle dell’Ncd. I veti di Alfano non hanno mai spaventato Renzi. Li ha sempre considerati delle bolle di sapone. Ma una saldatura della vecchia alleanza a destra rischia di diventare più pericolosa. Lo sarebbe allo stesso modo una competizione “garantista”, sempre nello stesso campo, su una delle materie costitutive di quello schieramento: la giustizia. «Purtroppo, la scuola è quella», è stato il commento più pronunciato nei corridoi di Via Arenula dopo le proteste del Nuovo centrodestra.
Orlando ha deciso di spiazzare i ribelli della maggioranza annunciando lui stesso le divisioni interne. Renzi è stato lestissimo, attraverso Twitter, a concentrare l’attenzione sui punti della riforma che non incontrano ostacoli e sono più sensibili per l’opinione pubblica. Lo smaltimento dell’arretrato della giustizia civile, ovvero il grande freno agli investimenti italiani e stranieri. Il dimezzamento delle ferie dei tribunali, perché il premier sa che i magistrati fanno parte, agli occhi della gente, della Casta.
Il vertice di oggi servirà a sgombrare le nubi. Per far emergere quello che le divisioni non devono nascondere. Una riforma della giustizia completa e organica che per 20 anni non è mai stata così vicina la traguardo, sempre bloccata dallo scontro muscolare ingaggiato da Berlusconi contro la magistratura. «Siamo davvero a un passo. Le differenze sui contenuti sono minimi, restano solo sui tempi di alcuni provvedimenti», ripete il Guardasigilli ai suoi collaboratori. È il momento di rottamare un altro tabù.

il Fatto 28.8.14
Ed ecco a voi la riforma della scuola
risponde Furio Colombo


CARO FURIO COLOMBO, stiamo attraversando una crisi di zero virgola qualcosa. Non sarebbe il momento di pensare all’essenziale (come uscire da questo disastro, che non è naturale) invece che lanciare – una dopo l’altra – riforme che, data la mancanza di fondi, sono impossibili?
Dino

C’È UNO STRANO LEGAME fra crisi e riforme. Da un lato si dice che senza riforme non si esce dalla crisi. Dall'altro i cittadini sanno che tutto ciò che accade, appena si presenta una “riforma” è una detrazione di qualcosa. Per esempio si discute in tanti modi possibili e con elaborate formule sulla riforma del lavoro, connessa con la ripresa e l'inclinazione sia a produrre che a comprare, e si finisce con la proposta identica da vent'anni: abolire subito l'articolo 18, in modo che sia più facile licenziare (senza badare al fatto che l'Italia è un Paese di licenziati dove vige l'art. 18). Per esempio, si discute sulla riforma della Giustizia e si arriva al prepensionamento e a come punire magistrati. Per esempio, si discute di previdenza e piovono proposte sul quanto e sul come tagliare le pensioni ormai quasi tutte definite “d'oro”. Purtroppo il doppio movimento (ogni riforma porta un taglio) non incoraggia i cittadini, anzi li spaventa. Che vuol dire che i limitati gruppi che ancora potrebbero spendere non spendono, e che a pessimismo si aggiunge pessimismo. La riforma della scuola a prima vista appare più grande e complessa di altre (per esempio più grande di quella detta “della Pubblica amministrazione” che prevede soprattutto l'allontanamento arbitrario dell’impiegato fino a 50 chilometri dal luogo in cui lavora), per alcuni accorgimenti ornamentali, come la “valutazione secondo il merito” degli insegnanti (non ci dicono a cura di chi) e la soppressione della piaga delle supplenze (che, ovviamente, significa “stabilizzarne” un numero limitato, per lasciare fuori per sempre tutti gli altri). Interessante lo spostamento di fondi a favore delle scuole non statali (dunque le scuole statali, ne avranno meno, possiamo desumere, anche senza l'aiuto di Cottarelli) e “l'ingresso dei privati nella scuola” stravagante idea che ricorre dai tempi della Moratti (gran privata lei stessa) e poi consolidata dalla Gelmini, sempre senza specificare dove e come li recluti, questi privati, dov'è il loro interesse, e il nostro. Al di là delle misure ornamentali, il meglio (esistono ancora buoni licei e seri istituti tecnici) e il peggio della scuola (un edificio su due potrebbe crollare o avere seri problemi di agibilità) restano intatti. Ma in questa fase del tempo politico che viviamo, basta la parola. Abbiamo appena chiuso il Senato (da sostituire, appena possibile con un afflusso di corruzione regionale), abbiamo fatto la riforma dei 50 chilometri, adesso possiamo dire che è stata fatta una riforma epocale della scuola. Segue, a momenti, la Giustizia. E chi lo ferma un governo così?

La Stampa 28.8.14
L’esercito di supplenti che fa funzionare la scuola ogni anno
Ore cruciali per la riforma della scuola. Il mistero resta quelle delle coperture
Specie se dovesse essere confermato il progetto di 100 mila assunzioni per colmare i posti vacanti
di Lorenzo Vendemiale

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Il Sole 28.8.14
Nuova governance
Reclutamento con un corso-concorso gestito dalla Scuola nazionale dell'Amministrazione Da settembre in ruolo 620 dirigenti
Arriva la figura del preside «manager»
di Claudio Tucci


ROMA Una nuova governance degli istituti scolastici. Con una valorizzazione della figura del preside per metterlo in condizione (davvero) di determinare la missione educativa e, più in generale, di guidare il piano di miglioramento della scuola.
Si parla anche di «autonomia» nelle linee guida sull'istruzione che domani saranno illustrate dal Governo a palazzo Chigi. L'idea è dare più «strumenti e forza» al dirigente visto che ormai le sue competenze - e le conseguenti responsabilità - sono divenute essenzialmente gestionali e non più meramente didattiche. «I presidi oggi gestiscono risorse finanziarie, si occupano di organizzazione, di direzione del personale», ha spiegato Giorgio Rembado, numero uno dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi, che apprezza l'intenzione dell'Esecutivo di aprire ai "dirigenti manager": «Sono totalmente favorevole».
Tra le intenzioni del Miur c'è anche quella di dare attuazione al nuovo sistema di selezione dei presidi disciplinato dal decreto Carrozza. In pratica, il reclutamento dei nuovi dirigenti dovrà avvenire attraverso un corso-concorso gestito dalla Scuola nazionale dell'Amministrazione. Le selezioni dovrebbero svolgersi annualmente, e si punta a evitare gli intoppi e i ritardi dell'ultimo concorso bandito nel 2011 da Francesco Profumo che ha avuto un forte strascico giudiziario. Intanto, una buona notizia per i dirigenti (e per studenti e famiglie) è arrivata ieri: il ministero dell'Economia ha dato l'autorizzazione a immettere in ruolo il 1° settembre 620 presidi. «Ma da subito però prenderanno servizio meno di 500 unità - ha detto Giorgio Rembado - visto che per Campania e Toscana il numero di posti indicati, rispettivamente 101 e 23, diventerà utile per le nomine solo con il completamento delle procedure concorsuali tuttora pendenti». In ogni caso, tra cessazioni dal servizio (oltre 750 unità solo quest'anno), posti vacanti e turn-over coperto, ha aggiunto il numero uno dell'Anp, «nelle scuole dimensionate ci saranno circa 800 reggenze a cui si aggiungono le 450 per gli istituti sottodimensionati. E quindi da settembre ci saranno più di 1.200 reggenze, pari al 15% delle 8.094 scuole autonome complessive. Non sono poi così poche». Per i presidi "supplenti" si tratta di "doppio lavoro" (quest'anno è ancora in corso il braccio di ferro con il Mef per vedersi pagare le reggenze svolte - di solito i soldi arrivano a luglio).
Tornando al "pacchetto scuola" il Miur punta anche a ridisegnare gli organi collegiali «per migliorare i processi decisionali». Attualmente, gli organi collegiali nelle scuole sono essenzialmente tre: il consiglio di classe che si interessa dell'andamento didattico e disciplinare della classe, appunto. Il collegio docenti che è sostanzialmente un organo di consulenza e rappresentanza, ma per la didattica è deliberante (per esempio nell'adozione dei libri di testo). Poi c'è il consiglio di istituto, una sorta di organo tecnico, che detta le linee di indirizzo. L'idea del ministero dell'Istruzione è di distinguere potere di indirizzo e potere di gestione. Quest'ultimo dovrà essere di esclusiva competenza del dirigente.
Si apre poi alla valutazione per il miglioramento dell'istituto. Ogni scuola disporrà di un "cruscotto" comune di riferimento per identificare i propri punti di forza e debolezza e sviluppare quindi un piano triennale di miglioramento. La valutazione servirà per definire un sistema di incentivi economici e di progressione di carriera (oggi nella scuola totalmente assente).

La Stampa 28.8.14
Cosa si chiede a una scuola moderna
di Marco Rossi Doria

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Repubblica 28.8.14
Perché nella scuola il privato non è pubblico
Il ministro dell’Istruzione Giannini ha detto che bisogna superare i pregiudizi sulle paritarie (e sui relativi fondi) per badare solo alla qualità
di Chiara Saraceno


SEMBRA che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili). Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità». Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale». Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”. Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto. La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale. Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” – ancorché sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità”. Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità. Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare né il ceto sociale, né particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà, della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro. Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione. Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati. Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già, tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perché la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia. Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.
Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori. Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto – appunto perché i finanziamenti erano stati dirottati lì. Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra. Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza. Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto. Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà. Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico. Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento.

il Fatto 28.8.14
Qualcuno era pacifista, ora l’arcobaleno è svanito
Prima i cortei affollavano le piazze e i leader politici facevano a gara per mostrarsi in prima fila contro le guerre
Oggi, invece, silenzio assoluto
di Gianluca Roselli


AAA cercansi disperatamente pacifisti. Che in Italia sembrano non esistere più. Da quando è scoppiata l’ultima offensiva israeliana a Gaza, infatti, nessuno è sceso in piazza a protestare. Men che meno per le stragi dell’Isis contro i cristiani in Iraq. Anzi, per la verità, una manifestazione ci sarà, il 21 settembre a Firenze, per la pace in Medio Oriente e in Palestina in particolare. Ma, se la tregua tra Hamas e Israele reggerà, sembra un’iniziativa fuori tempo massimo. Finora, infatti, non si è mosso nulla. Non era mai accaduto. Durante l’operazione Piombo fuso – dicembre 2008/gennaio 2009 –, per esempio, numerose furono le iniziative per protestare contro le incursioni israeliane a Gaza. Ora, invece, tutto tace. Dopo aver vissuto il suo momento di gloria, infatti, il mondo pacifista sembra finito da un pezzo. La pietra tombale è stata posta dalle elezioni del 2008, quando la Lista Arcobaleno è rimasta fuori dal Parlamento.
FINO A QUEL MOMENTO era stata un’escalation. Specialmente sotto il governo di Silvio Berlusconi dal 2001 al 2006. Quando, causa 11 settembre e guerre in Afghanistan e Iraq, i pacifisti hanno riconquistato la scena. Complice anche la valenza antiberlusconiana di molte manifestazioni, le piazze venivano riempite con grande facilità. Zeppe, soprattutto, di leader della sinistra nostrana. Piero Fassino, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Alfonso Pecoraro Scanio, Paolo Cento, Oliviero Diliberto, Franco Giordano, Paolo Ferrero. Ma anche, alla marcia Perugia-Assisi, esponenti ex Dc come Franco Marini e Rosy Bindi. E poi ancora Fabio Mussi, Livia Turco, Gennaro Migliore. Tutti con il loro fazzolettino arcobaleno al collo. Arcobaleni che, in forma di bandiere, hanno ornato i balconi delle nostre città per anni. Alcuni stendardi sbiadivano sotto i colpi dello smog, ma resistevano. Oggi anche loro sono spariti. Non se ne vede più nemmeno uno.
POI C’ERANO I LEADER. Il napoletano Francesco Caruso. Il quale, dopo due anni da deputato, è finito a lavorare al Parco nazionale del Gran Sasso. Luca Casarini, oggi consulente di marketing a Palermo, alle ultime Europee si è candidato, senza successo, con la lista Tsipras. Vittorio Agnoletto, il leader del Genoa Social Forum, protagonista delle tremende e tragiche giornate di Genova, dopo un passaggio da parlamentare europeo, è tornato a fare il medico. Il culmine il movimento pacifista lo raggiunse con la manifestazione del 15 febbraio 2003 a Roma. Tre milioni di persone in piazza per dire “no alla guerra in Iraq senza se e senza ma”. Ventisette treni speciali e migliaia di pullman da tutta Italia. Con approdo a piazza San Giovanni. La Rai non mandò la diretta tv e D’Alema si infuriò. “La vergogna di questa giornata per la Rai è indimenticabile” tuonò l’ex premier. Che anni dopo, da ministro degli Esteri del Prodi II, si fece immortalare a braccetto con un rappresentante di Hezbollah dopo un bombardamento su Beirut. Manifestazioni, però, si erano viste anche precedentemente per protestare contro l’intervento in Afghanistan, deciso dopo l’11 settembre.
Il numero dei cortei è iniziato a scemare dopo la vittoria dell’Ulivo nel 2006. Anche perché il governo del Professore, pur tra qualche critica, non ha mai fatto mancare i voti al rifinanziamento delle missioni militari, a partire dall’Afghanistan. In quel periodo a ogni corteo scoppiava la polemica per la contraddizione di un governo italiano a sostegno della politica Usa e, al contempo, esponenti di quella maggioranza - Rifondazione e Pdci - che scendevano in piazza contro la guerra. Un corto circuito politico istituzionale che è andato avanti per tutta la durata dell’esecutivo Prodi. Poi è arrivata la stangata del 2008. Da allora le manifestazioni pacifiste sono andate via via diradandosi. L’unica rimasta impressa nella memoria collettiva la si ricorda per la deriva violenta, con i black bloc che nell’ottobre 2011 misero a ferro e fuoco il centro di Roma.

il Fatto 28.8.14
A sinistra della sinistra
“Abbiamo fallito Colpa del Pd e dei nostri limiti”
intervista a Paolo Cento
di Gi. Ros.


Il pacifismo italiano non esiste più e la colpa è della politica ambigua del Pd”. Paolo Cento, ex esponente di primo piano dei Verdi (oggi in Sel), da sempre un protagonista delle manifestazioni arcobaleno in Italia, esamina i motivi della latitanza dei pacifisti nostrani, che, a fronte della crisi in Medio Oriente, in queste settimane sono rimasti latitanti.
Paolo Cento, un tempo di fronte all’offensiva a Gaza sareste scesi in piazza in migliaia. Oggi zero. Che fine avete fatto?
Non esistiamo più. E i motivi sono diversi. Innanzitutto paghiamo il fatto di avere la sinistra al governo. L’ambiguità della politica estera dei Ds prima e del Pd ora ci ha fatto perdere credibilità.
Non può essere solo questo.
Poi abbiamo subito un attacco senza precedenti dagli organi di stampa e dai principali commentatori, che ci hanno messo all’indice secondo la logica di non disturbare il manovratore. Poi abbiamo commessi grossi errori.
Finalmente un’ammissione di colpa. Quali?
Il più grave è stato sganciare i temi del pacifismo internazionale da quelli dell’emergenza sociale ed economica dei singoli Stati, a partire dalla Grecia. Invece tutto si tiene. Si parte dai conflitti politici per arrivare a quelli sociali. È stato un nostro limite.
Poi c’è stato il 2008.
Quello è stato il giro di boa. La sconfitta della Lista Arcobaleno ci ha lasciato senza rappresentanza politica. Una sorta di cesura. Ora qualcosa si sta muovendo di nuovo. Con Sel, con la lista Tsipras. E anche con il Movimento Cinque Stelle.
C’è spazio per ripartire?
Sì, tracciando una linea rossa che connetta le battaglie ambientaliste a quelle economiche e sociali. Di fronte alla crisi globale deve ripartire una mobilitazione globale. Anche andando a recuperare la parte migliore del movimento no global. Il vero nemico è l’emergenzialità.
Ovvero?
Tutte le politiche messe in campo in questi anni che, in nome delle emergenze più svariate, hanno calpestato i diritti delle persone.
Intanto il Medio Oriente sta espldendo.
Quello che sta accadendo purtroppo è il risultato di dieci anni di interventismo occidentale in quella parte del mondo. Le incursioni americane non hanno prodotto alcuna democrazia credibile e hanno fatto esplodere l’integralismo islamico.
Cosa ne pensa della decisione italiana di inviare armi ai curdi?
Errore gravissimo. Innanzitutto perché non si sa a chi vanno. Poi era necessario almeno un voto del Parlamento. Infine si mandano armi senza alcun disegno politico. C’è da rimpiangere la politica estera della vecchia Dc.

il Fatto 28.8.14
Lo psichiatra Giuseppe Dell’Acqua
L’omicidio dell’Eur
“Chi prescrisse al killer la droga di The Wolf?”
intervista di Chiara Daina


La follia è dentro ognuno di noi. Ma un delitto non nasce mai per caso”. Inizia con queste parole il commento di Giuseppe Dell’Acqua, per 17 anni direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, allievo e poi collaboratore di Franco Basaglia, sull’omicidio avvenuto domenica nella villetta in via Birmania, nel quartiere Eur di Roma. Federico Leonelli, 35 anni, che ha decapitato a colpi di mannaia la colf ucraina di 38 anni, era sotto l’effetto di dosi massicce di metaqualone, noto come “droga di Wall Street”. Un farmaco nato contro l’insonnia, usato come stupefacente negli anni 70 per lo stato euforico che provoca.
Ma è la stessa droga usata da Jordan Belfort in “The Wolf of Wall Street”. Si può prescrivere?
La polizia dovrebbe indagare su come facesse a procurarsi le dosi. Non si prescrive mai, che io sappia. È stato sperimentato come ipnotico e quasi sempre usato come droga. I poveri dell’Africa lo prendono per sopportare la miseria.
La famiglia aveva richiesto l’intervento dei servizi sociali per un tso ma è stato respinto. Leonelli ometteva o abusava delle dosi del farmaco. Come è possibile che non fosse sotto stretto controllo sanitario?
Non c’è nulla da eccepire. Visto che lui si rifiutava di farsi curare, può darsi che stessero ancora studiando il modo giusto per intervenire. Comunque la psichiatria è una presunta scienza, in quanto falsamente deduttiva: le inferenze le facciamo dopo l’accaduto. Noi psichiatri non possiamo mai essere sicuri prima che una persona stia meditando un gesto estremo.
Si è trattato di un raptus?
Il raptus non esiste. Neanche la banalità del male. Piuttosto, ci sono persone che arrivano a un punto di rottura con la vita, non riescono più a sopportare la fatica delle relazioni e della quotidianità. Finchè, giorno dopo giorno, si trovano in una squallida normalità in cui tutto è lecito, perfino ammazzare qualcuno.
Alla base c’è uno stato depressivo trascurato?
La depressione è una parola contenitore, abusata. Ogni storia è un caso a sè stante. L’uomo aveva la passione delle armi, voleva arruolarsi nell’esercito di Israele ed era pieno di tatuaggi. Sintomi di un pensiero esasperato. Stava elaborando una sua visione del mondo frutto di un malessere. Se però lo fa un jihadista, lo definiamo terrorista. Se lo fa il novergese che stermina una scuola, è uno schizofrenico. Bisogna stare attenti alle etichette facili. Dietro a gesti del genere, c’è la sofferenza, che si alimenta giorno per giorno finché diventa normale fare del male a sè o agli altri.
Lei quindi sostiene che la malattia mentale non esiste, ma esistono i problemi che causano disagi, che a volte rimangono senza una soluzione.
È così. Non dobbiamo difenderci dietro lo schermo del disturbo mentale. Siamo sempre in presenza di un’incredibile malessere, di una persona che non si sente parte di questo mondo, che è in cerca di un posto, non si è sentito importante per qualcuno che stimava, con tanti fallimenti e delusioni alle spalle e per cui nessuno ha davvero fatto il tifo.
Quando è giusto intervenire con lo psicofarmaco?
Lo psicofarmaco è solo uno strumento. La sua prescrizione deve sempre rientrare in un progetto di recupero più ampio, che prevede un percorso di psicoterapia, di aiuto nella vita quotidiano e sul lavoro. Puntare tutto sulle medicine produce disastri. I medici di base sono addestrati dalle ditte farmaceutiche a prescrivere antidepressivi per i disagi più lievi. Ma è un errore. Prima bisogna provare con il dialogo. Una volta è bastato che io parlassi a un paziente per qualche ora, farlo riflettere, perché stesse meglio.

Corriere 28.8.14
Allo psichiatra che la segue ha raccontato l’aggressione nei minimi dettagli
Marika, accoltellata nel sonno dal padre: «Non voglio più dormire»
Lei ha 14 anni, la più piccola ne aveva 12
Nella stanza d’ospedale dove si è risvegliata da tre giorni ascolta musica
Non le hanno detto che la sorellina è morta
di Andrea Galli

qui

Corriere 28.8.14
Addio brutti ricordi, , la scienza li trasforma in belli
Fotografato il circuito cerebrale che controlla come i ricordi si legano a emozioni positive o negative
Lo studio pubblicato su Nature

qui

Repubblica 28.8.14
Italia paese senza più memoria
Archivio di Stato verso la chiusura
130 km di scaffali, ma i fondi non ci sono
Milioni di carte, da Crispi ad Aldo Moro

Con il taglio dei finanziamenti entro l'anno potrebbe chiudere l'Archivio Centrale dello Stato, la struttura che conserva la storia del Paese attraverso milioni di documenti. "Con 650mila euro non riusciamo neanche a svolgere il lavoro ordinario", denuncia il sovrintendente Agostino Attanasio. E in autunno è atteso l'arrivo di altre centinaia di faldoni legati alle stragi desecretate dal governo Renzi. La sede potrebbe essere trasferita a Pomezia, 30 chilometri da Roma, ma a quel punto consultare le carte diventerebbe un'impresa
di Carmen Galzerano e Andrea Fama
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Repubblica 28.8.14
La polizia blocca un romeno che distribuiva volantini contro un candidato alla successione di Frati
Che si scontra con gli agenti e poi accusa: “Siete forti coi deboli”
Roma, urla e spintoni in commissariato la questura denuncia il rettore della Sapienza
di Corrado Zunino


ROMA. Le bollenti elezioni per il nuovo rettore dell’Università La Sapienza in Roma, la terza più grande in Europa, hanno già prodotto un atto inedito: la questura di Roma ha denunciato il rettore in carica e uscente, il professor Luigi Frati, da dieci anni alla guida dell’ateneo (quattro da vice e sei da rettore). I fatti si sono svolti l’8 luglio scorso, ma emergono soltanto adesso e sono stati confermati dal questore di Roma, Massimo Maria Mazza. È successo che il rettore ha cercato di portare via dagli uffici del commissariato di polizia interno alla Sapienza, in viale dell’Università, un romeno fermato dagli agenti e in quei minuti sotto interrogatorio: serviva, l’interrogatorio, per ricostruire una vicenda di volantinaggio elettorale all’interno dell’ateneo contro uno dei candidati, il professor Giancarlo Ruocco.
Il rettore in carica — come si può leggere nei verbali di polizia, confermati da una lettera inviata al questore dallo stesso Frati — la mattina dell’8 luglio è entrato nel “commissariato universitario”, ha fatto qualche domanda al piantone e, avvistato un giovane straniero seduto di fronte al commissario Mario Spaziani, ha chiesto che gli fosse consegnato: «Questa è La Sapienza, fino a prova contraria, e di questa università sono il responsabile fino alla fine di ottobre... Lasciate stare gli innocenti, quest’uomo non ha fatto niente di male... Piuttosto andate a sgombrare gli studenti che occupano abusivamente il Lucernaio ».
Gli ufficiali di polizia giudiziaria, colpiti dalla richiesta e dall’aggressività dei toni, hanno fatto notare a Frati che non poteva restare lì, che in corso c’era la testimonianza di una persona, ma il rettore ha insistito: «Questa è la mia università», e ha preso per un braccio il romeno. C’è stata una reazione dei poliziotti e un accenno di spinte e resistenze fino a quando Frati non ha mollato la presa ed è uscito dagli uffici commentando ad alta voce: «Polizia di m...». Il commissario Spaziani ha contattato rapidamente il questore, che ha chiesto prima un rapporto preciso e quindi ha invitato il commissario a firmare una denuncia penale nei confronti del professor Frati: abuso d’ufficio, resistenza e calunnia (riferito, appunto, al «Polizia di m...») sono i reati contestati.
Nella stessa mattina, rientrato in rettorato, il professor Frati ha scritto una lettera di protesta al questore di Roma in cui dichiara incomprensibile il motivo per cui in un ateneo «dove non vi è mai stata censura», non appena «viene criticato un candidato a rettore, colui che mette i volantini sotto il parabrezza, un innocuo personaggio, viene fermato». Si chiede nella lettera, Frati: «Perché questo brillante attivismo nei confronti di un poveraccio e una tolleranza con gli altri?». E chiude con un attacco, messo nero su bianco, alla polizia: «Ci sono intoccabili e poveracci, tal che si è deboli con i forti che compiono illegalità e forti con un poveraccio che per pochi euro distribuisce volantini ». Il prologo della vicenda è nel lascito cattivo di una campagna elettorale avvelenata per sei mesi: sei candidati (due sostenuti da Frati, tre apertamente contrari, uno agnostico) si stanno infatti contendendo la prossima reggenza della Sapienza: s’inizia a votare il 23 settembre prossimo. Quella mattina, l’8 luglio, appunto, il giovane rumeno era stato avvistato di fronte all’ingresso dell’ateneo con un pacco di volantini in mano. I fogli stampati portavano questo titolo: “Da Amaldi a Ruocco: la triste parabola del dipartimento di Fisica della Sapienza”.
Giancarlo Ruocco, 55 anni, è il prorettore per la ricerca e il candidato più temuto da Frati. Nel corso delle presentazioni al corpo elettorale, non si è tenuto le critiche: «Il rettore uscente ha i suoi candidati», aveva detto, «campagna elettorale e finanziamenti si stanno confondendo, La Sapienza è una montagna velata dalla nebbia dove s’allarga la palude degli interessi personali». Il volantino distribuito in università altro non era che una mail inviata all’interno della Sapienza dal professor Luciano Pietronero, un altro fisico, storico avversario di Ruocco. La mail diventata volantino accusava il candidato Ruocco, «in passato rigoroso studioso vicino all’ala dura di Rifondazione comunista», di essersi trasformato in un arbitrario uomo di potere con la promozione a capo del dipartimento di Fisica e dell’Italian institute of technology. Il professor Ruocco, oggi, definisce tutto questo «spazzatura».
Segnalato dai vigilantes della Sapienza e fermato dalla polizia, il giovane romeno che volantinava ha subito confessato: «Un mio connazionale mi ha dato dieci euro e un pacco di carta alto così chiedendomi di venire all’università a distribuirla». Il connazionale è stato rintracciato dalla polizia in poche ore e ha confessato di aver ricevuto, a sua volta, 30 euro e una risma degli stessi volantini da un signore in giacca e cravatta. Per ora sconosciuto. Due giorni dopo l’ingresso del rettore Frati in commissariato. Il 10 luglio, un funzionario della Digos ha consegnato al rettore, nei suoi uffici, la denuncia presentata dalla polizia di Roma. Il rettore Frati, interpellato direttamente e attraverso il suo staff, non ha voluto commentare.

Repubblica 28.8.14
Regge la tregua, i falchi contro Netanyahu
Il premier accusato di aver “ceduto ai terroristi”
Ma sul Golan rischia di aprirsi un fronte contro Al Qaeda
di Alberto Flores d’Arcais


GERUSALEMME. Un generale israeliano, il premier palestinese della Cisgiordania e un olandese per le Nazioni Unite. Saranno tre uomini a vigilare sulla tregua «permanente e duratura» che ha posto fine a cinquanta giorni di guerra tra Israele e Gaza, saranno loro a controllare che gli aiuti umanitari e i materiali per la ricostruzione in arrivo sulla Striscia (via terra e via mare) non vengano usati da Hamas per riarmarsi o per costruire nuovi tunnel. Non hanno un compito facile Yoav Mordechai, Ramy Hamdallah e Robert Serry, perché la “guerra d’estate” ha lasciato un scia di odio, vendette, regolamenti di conti (politici e militari) un po’ su tutti i fronti. Una polveriera, pronta ad esplodere di nuovo.
Il giorno dopo Hamas insiste nel cantare vittoria e fa uscire dalla tenebre del bunker segreto (dove ha vissuto nascosto dall’8 luglio) Ismail Haniyeh, il “premier” di Gaza: «Abbiamo vinto, è pronta la strada per conquistare Gerusalemme». La realtà è diversa, i gruppi combattenti (Hamas e Jihad Islamica) a Gaza hanno subito grosse perdite, due terzi dell’arsenale bellico, i tunnel distrutti, diversi comandanti e circa novecento «terroristi» uccisi. Proveranno — come hanno fatto in passato — a riarmarsi, ma con il rischio di far saltare il cessate-il-fuoco. Tra i dettagli della tregua siglata al Cairo ci sono i compiti affidati al “comitato dei tre”, con il monitoraggio di ogni materiale che entra a Gaza e un avvertimento: se il cemento non venisse usato per la ricostruzione di case, uffici, ospedali ma per nuovi tunnel l’accordo salta automaticamente e i camion di aiuti verranno bloccati. Israele ha accettato di mettere fine alla sua politica di “omicidi mirati” contro i leader di Hamas e gli stipendi di 40mila “funzionari” verranno adesso pagati, ma sotto il controllo dei palestinesi di Cisgiordania.
Non può cantare vittoria neanche Israele e non sono poche le voci critiche che si sono levate contro Netanyahu, accusato di aver “ceduto ai terroristi”. La popolarità del premier è in caduta libera, metà del “gabinetto di sicurezza” era contro la tregua e i falchi — guidati dal ministro degli Esteri Lieberman — glielo hanno pubblicamente rinfacciato. Si sentono sconfitti gli abitanti del Sud, quelli che hanno vissuto cinquanta giorni in prima linea sotto i razzi di Hamas, che hanno dovuto abbandonare le case e i kibbutz di confine. Il sindaco di Ashkelon, la grande città a pochi chilometri da Gaza, ha riassunto con scetticismo la situazione: «La prossima guerra è solo questione di tempo».
Gli occhi dei militari e dell’intelligence israeliani sono ora puntati sul Nord del paese e su quanto accade al di là dei confini con la Siria sulle alture del Golan, dove i qaedisti di Al Nusra hanno conquistato dopo una dura battaglia contro le forze di Assad il valico di Quneira. Due israeliani (un militare e un civile) sono stati feriti da colpi di mortaio, Israele ha risposto al fuoco più che altro a scopo intimidatorio. Nessuno ha voglia, dopo una guerra di cinquanta giorni al Sud, di iniziarne una al Nord.

il Fatto 28.8.14
Dai beduini al jihad. Cent’anni di Stati fantasma
di Giampiero Gramaglia


NEL 1915, SYKES E PICOT DISEGNARONO LE AREE DI INFLUENZA DELLE POTENZE BRITANNICA E FRANCESE IN MEDIO ORIENTE. INVENZIONI GEOGRAFICHE CHE IN UN SECOLO HANNO PORTATO A UNA SERIE DI CONFLITTI NEL GRANDE GIOCO DELL’ASIA MINORE, TRA ETNIE, FEDI E LA SCOPERTA DELL’”ORO NERO“

Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Akre (località dell’odierna Giordania, ndr) all'ultima k di Kirkuk”, la storica capitale dei curdi, in Iraq, di cui i peshmerga hanno ora ripreso il controllo: così, Mark Sykes, diplomatico britannico, diceva, il 16 dicembre 1915, a Downing Street, parlando con il collega francese François Georges Picot. In quella battuta, c’è la filosofia della sistemazione dei resti dell’Impero Ottomano, dopo la fine della Prima guerra mondiale: frontiere più rispettose di meridiani e paralleli che di etnie e religioni; scatolini di sabbia che si rivelano barili di petrolio; e nessuna attenzione al rispetto della parola data e, tanto meno, alle aspirazioni d’indipendenza dei popoli arabi. Nonostante il contributo – spesso decisivo – da essi fornito durante il conflitto.
Stanno lì molte radici delle tensioni e delle violenze dei giorni nostri nella Regione. L’Occidente, del resto, non riservò al Mondo arabo la sua miopia colonialista: pure i confini africani erano stati tracciati, nell’Ottocento, con criteri analoghi, separando popoli fratelli e mettendo insieme atavici nemici. Gli spaventosi eccidi di hutu e tutsi tra Rwanda e Burundi ne sono una conseguenza.
Con la paradossale conseguenza che turbolenze e barbarie – riconducibili alla lontana a quegli errori – contribuiscono, oggi, ad alzare una barriera di diffidenza e d’incomprensione, se un giornalista come Domenico Quirico, espertissimo d’Oriente, ma che ha sperimentato in prima persona l’asprezza del conflitto, scrive: “L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra... L’Islam moderato non esiste”.
LE LINEE IMMAGINARIE DELL’ACCORDO SYKES-PICOT E LE SFERE DI INFLUENZA
Tutto comincia da lì, da quella frase a Downing Street. Sykes e Picot negoziarono dal novembre 1915 al marzo 1916: il 16 maggio, venne firmato l’accordo che porta il loro nome, Sykes-Picot, l’Asia Minor Agreement, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, in assenza della Russia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente una volta sconfitto l'Impero Ottomano al termine della Prima guerra mondiale.
Al Regno Unito fu riservato il controllo dell’attuale Giordania, dell'Iraq e una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu destinato il controllo del Sud-Est della Turchia, della parte settentrionale dell'Iraq, della Siria e del Libano. La zona successivamente individuata come Palestina doveva passare sotto un'amministrazione internazionale, coinvolgente l'Impero russo e altre potenze.
L’accordo venne tenuto ben segreto ai capi arabi che si battevano contro l’Impero Ottomano, sperando nell’indipendenza, e anche agli ufficiali alleati che ne coordinavano le operazioni. Non ne sapevano nulla, naturalmente, Thomas Edward Lawrence, cioè Lawrence d’Arabia, e il suo amico Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca. E, se lo avessero saputo, magari il cinema non avrebbe mai avuto modo di raccontare pagine tra epica e storia come la presa di Aqaba nel 1916.
Paladino per studi e cultura del nazionalismo arabo, Lawrence, uno 007, ufficiale dei servizi segreti di Sua Maestà, doveva porre al servizio della causa degli alleati l’insurrezione araba contro l’Impero Ottomano in atto tra l’Higiaz, la regione della Mecca e di Medina, e la Transgiordania.
Al padre di Faysal, al-Husain ibn Ali, venne prospettata l’indipendenza della nazione araba, senza tuttavia mai precisarne le dimensioni geografiche. Ma Londra e Parigi avevano già concordato d’attuare la cosiddetta politica del ‘doppio binario’: fare promesse agli arabi, ma intanto spartirsi sulla carta i domini ottomani.
IL PRIMO DOPOGUERRA E LE FAIDE TERRITORIALI DELL’EX IMPERO OTTOMANO
Lawrence e Faysal se ne resero conto a vittoria acquisita e guerra ultimata. Alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919, Faysal guidò la delegazione araba che cercò di fare valere le promesse ricevute e riuscì almeno a ottenere che alcuni Paesi arabi fossero guidati dalla dinastia hascemita, la sua.
A margine della conferenza, si ponevano le basi per altri conflitti che sono scoppiati un secolo dopo. Il 3 gennaio1919, Faysal e il presidente dell'Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizmann firmarono un accordo – andato poi disatteso – secondo cui la Dichiarazione Balfour doveva costituire una base di discussione per il futuro dell'area alla fine del dominio britannico.
Negli anni successivi, le tappe furono serrate. Nel marzo1920, Faysal è proclamato re del Regno arabo di Siria, la Grande Siria, dal Congresso nazionale siriano. In aprile, la Conferenza di Sanremo dà alla Francia il mandato sulla Siria e scoppia la guerra franco-siriana. Un anno dopo, marzo 1921, alla Conferenza del Cairo, i britannici individuarono in Faysal il re dell’Iraq, sotto il loro protettorato.
L’assetto dell’area fra le due guerre era, alfine, definito. A turbarlo, senza però modificarlo, vennero sommosse religiose e anti-coloniali, fra cui, nella prima metà degli Anni Venti, la cosiddetta Grande rivoluzione siriana. Nel 1932, l’Iraq acquisì la piena indipendenza, prodromo al Massacro di Cibele, una strage di cristiani.
IL SECONDO DOPOGUERRA TRA GUERRE DI INDIPENDENZA, GOLPE E STRAGI
Nel secondo dopoguerra, le aspirazioni d’indipendenza sono pienamente realizzate. Ma la nascita d’Israele crea in tutta l’area nuove tensioni. Indipendente dal ’46, la Siria conobbe un periodo d’instabilità con colpi di Stato a raffica 13 – e l’effimera esperienza della Repubblica araba unita, con l’Egitto.
Dal 1963 il Paese è governato dal partito Bath, d’ispirazione socialista e panaraba; e, dal 1970, ha un presidente della famiglia al-Assad. Dalla Guerra dei Sei Giorni del ‘67, Israele occupa le Alture del Golan. La sommossa scoppiata nel 2011 ha fatto quasi 200 mila vittime, ridotto in macerie città, consegnato una parte della Siria all’estremismo integralista, ma non ha rovesciato il regime.
Più tormentate le vicende dell’Iraq, dove la monarchia venne rovesciata una prima volta nel 1941, su istigazione della Germania, ripristinata dagli alleati e poi di nuovo, definitivamente, esautorata nel 1958 con il colpo di Stato cruento degli Ufficiali Liberi. Per un decennio, i golpe si succedono fin quando, nel ’68, un quinto putsch insedia per 25 anni al potere il Bath e Saddam Hussein, sancendo la ‘dittatura’ della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita.
IL DITTATORE DI BAGHDAD SALVATO NEL ‘91, VIENE FATTO FUORI COME DI AL QAEDA
Il laico Saddam spaventa l’Occidente quando nazionalizza il petrolio – l’Iraq ne è il 3° produttore mondiale –, ma fa il gioco dell’America nel 1980, quando dichiara guerra all’Iran integralista: quasi nove anni di conflitto, forse un milione e mezzo di caduti, ma né vincitori né vinti.
Nel 1991, l’occupazione e l’annessione del Kuwait innesca la Guerra del Golfo: l’Iraq è sconfitto, ma Saddam – divenuto un nemico – resta al potere. Nel 2003, l’invasione americana, giustificata con falsi pretesti, rovescia il regime e abbatte le statue del dittatore, trasforma il paese in una Repubblica parlamentare, ma non sana le tensioni tra sciiti, sunniti e curdi. Che, oggi, riesplodono, sotto la spinta jihadista.

LA I GUERRA MONDIALE
Dopo più di 600 anni, l'impero ottomano che andava dalla Turchia alle porte di Vienna si dissolve in piena Prima guerra mondiale, durante la quale era alleato con le potenze centrali (Impero di Germania, Austria-Ungheria e Regno di Bulgaria). Gli anni fatali per la sua scomparsa: dal 1912 al 1922.
EBREI E PALESTINA
La Palestina diventa un protettorato britannico nel 1917. Dalla fine della Prima guerra mondiale comincia l'esodo del popolo ebraico, intensificato dall'aumento dell'antisemitismo in Europa centrale dall'inizio del 1920, e che raggiunge il suo zenit sotto i regimi fascisti negli Anni 30.
DOPOGUERRA E ISRAELE
Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele. Le truppe britanniche si ritirano: la guerra inizia lo stesso giorno. Segue la risoluzione 181 dell’Onu che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l'altro arabo. S’intensifica l'esodo degli ebrei verso Israele.
IL FRONTE ARABO: ‘67-‘73
La guerra d’attrito comincia nel 1967, fra Egitto e Israele. La guerra del Kippur, o guerra arabo-israeliana, inizia nell'ottobre 1973 e finisce lo stesso mese. Iniziò dopo l'attacco a sorpresa dell'Egitto e della Siria, nel Sinai e nel Golan, luoghi conquistati 6 anni prima da Israele durante la guerra dei 6 giorni.
LA II GUERRA DEL GOLFO
Inizia nel marzo 2003, con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione guidate dagli Stati Uniti. L'obiettivo principale era la deposizione del dittatore Saddam Hussein, obiettivo raggiunto il 15 aprile 2003, anche se la guerra è proseguita sino al 2011 con le principali città conquistate dalla coalizione.
LE PRIMAVERE ARABE
La primavera araba descrive l'insieme di proteste nel mondo arabo, iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia, dopo il sacrificio di Mohamed Bouazizi che si diede fuoco, per protestare contro le condizioni economiche del suo paese; sono seguite le rivoluzioni in Egitto, Libia, Siria e tumulti in gran parte del mondo arabo.

il Fatto 28.8.14
L’accorso sull’Asia minore
Il righello della storia e i confini tra le sabbie del deserto
di Laetitia Méchaly


IL 16 MAGGIO 1916, in piena Prima guerra mondiale, viene firmato a Londra l'accordo segreto Sykes-Picot (o Asia Minor Agreement) tra i governi della Francia e del Regno Unito. Durante la caduta dell'Impero Ottomano le due potenze hanno deciso di spartirsi i territori medio-orientali in cinque zone, senza consultare le popolazioni locali. L'accordo, poi modificato nel 1918, prevedeva in particolare che il Libano, il sud-est della Turchia, una parte della Siria e dell'Iraq finissero sotto l'influenza francese, mentre il Kuwait, il sud della Siria, la Giordania e la Palestina sotto quella inglese. A complicare la questione, secondo tale accordo, nella attuale Palestina si sarebbe dovuta formare una amministrazione di tipo internazionale in collaborazione con la Russia. Sono queste frontiere che l'Isis afferma di non riconoscere, così come l’accordo Sykes-Picot, cercando di superare quella fase storica con la creazione del Califfato. L’accordo è sempre stato percepito da parte del mondo arabo - che non ne venne a conoscenza fino al 1917 - come lo specchio dell’imperialismo occidentale. L’accordo fu confermato durante la conferenza di Sanremo dell’aprile 1920.
 
il Fatto 28.8.14
Glossario della crisi
Isis, Califfato, Yazidi: il Medio Oriente fra mitra e preghiere
di G. G.


Mesopotamia – La ‘scena del crimine’: è la terra tra i fiumi (Tigri ed Eufrate) dei nostri studi classici, parte della Mezzaluna Fertile del Mondo Antico. Per millenni, la sua storia quasi coincide con la storia della civiltà: sumeri, assiri, babilonesi, persiani; ed i suoi popoli si ritrovano nella Bibbia. Oggi, il termine viene comunemente riferito a una zona più ampia di quella originaria.
Isis, o Isil, o Is – È, negli acronimi inglesi, lo Stato islamico (Is), che inizialmente veniva chiamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) o Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis): una nuova entità creata dall’avanzata delle milizie integraliste d’osservanza sunnita, che profittano della rovina della Siria e della debolezza dell’Iraq, dove il potere centrale alimenta la contrapposizione fra sciiti e sunniti. Califfato – Geograficamente, per ora coincide con lo Stato islamico. Ma il progetto è di ripristinare l’autorità su tutto l’Islam di una figura che concentra potere religioso, in quando vicario del Profeta, e potere temporale. Esauritosi nel 1923, dopo quasi 13 secoli di vita, non sempre facile, il califfato è un polo d’attrazione dell’integralismo islamico. Jihad– La parola è araba ed esprime il concetto di “fare il massimo sforzo”. Oggi il termine è utilizzato quasi esclusivamente come sinonimo di “guerra santa”, ma ha pure risvolti individuali, nel senso dell’impegno interiore per attingere la fede perfetta.
Bin Laden (e al-Zawahiri) – Osama bin Laden, il ricco saudita, ideatore e capo di al Qaeda, mente dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001, e Ayman al Zawahiri, il medico egiziano, capo della rete dopo l’uccisione di Bin Laden il 1° maggio 2010, oggi fuori dai giochi. Al Qaeda è ormai un punto di riferimento per l’integralismo più storico che attuale.
al-Zarqawi – Abu Mus’ab al-Zarqawi, ucciso in Iraq da un raid americano il 7 giugno 2006, quando su di lui c’era una taglia da 25 milioni di dollari, era un giordano di origine palestinese: veniva da Zarqa, città di un campo profughi creato nel 1948. Comandante di al Qaeda in Iraq, come lo designò Bin Laden, è il terrorista che pratica la decapitazione degli ostaggi, protagonista d’azioni violente e crudeli. A lui, paiono ispirarsi gli uomini del Califfato.
al-Baghdadi – Abu-Bakr al-Baghdadi, che porta il nome del primo califfo, è il nuovo califfo, capo delle milizie jihadiste che hanno creato l’Is. Su di lui, le notizie sono poche e contraddittorie: imam in Iraq all’epoca dell’invasione americana, poi detenuto a Camp Bucca dal 2004 al 2009, esponente e dal 2010 leader di al Qaeda in Iraq, su di lui pende una taglia da 10 milioni di dollari.
Sunniti – Sono nettamente maggioritari nell’Islam (circa il 90%, quasi 1,4 miliardi di persone, più dei cattolici), ma sono minoritari in Mesopotamia. Il nome viene da sunna (in arabo, consuetudine, quella che c’era tra il profeta Maometto e i suoi compagni. Il califfato è storicamente l’espressione della loro visione del rapporto integralista tra Stato e fede.
Sciiti – Sono la maggiore minoranza islamica –ma sono maggioritari in Iran e nella Mesopotamia- e sono, originariamente, il ‘partito di Ali’, cugino e genero del profeta Maometto, ai cui successori considerano riservata la guida dell’Islam. Lo scisma risale al 680 e attraversa, quindi, tutta la storia musulmana.
Alauiti – Sono una frazione sciita (il nome rivela la deferenza ad Alì), presente soprattutto in Siria - circa 6 milioni, un quinto della popolazione -, ma pure in Libano. Alauita è la famiglia del presidente siriano Bassar al-Assad.
Salafiti – Il salafismo è una scuola di pensiero sunnita ispirata a modelli esemplari di virtù religiosa della tradizione islamica, che può offrire all’integralismo giustificazioni teologiche. Il movimento è anti-occidentale, ma porta in sé germi di rinnovamento dell’Islam.
Curdi– Sono un gruppo etnico indoeuropeo di religione islamica e con una propria lingua e abitano il Kurdistan, territorio della Mesopotamia compreso tra Iran, Iraq, Turchia, Siria, Armenia. I curdi, discendenti dagli antichi medi, con apporti guerrieri di sciti e galati di stirpe celtica, sono oggi quasi 40 milioni: forse il più grande gruppo etnico a questo mondo senza unità nazionale.
Caldei – Il termine si presta a confusione: i caldei, infatti, erano semiti della Mesopotamia, che finirono con il mescolarsi con le etnie della Regione. Oggi, i caldei sono i seguaci della Chiesa cattolica locale, circa un milione di fedeli, un quarto dei quali vive, o viveva, in Iraq. Il loro primate è il patriarca di Babilonia, con sede a Baghdad: Louis Raphael I Sarko.
Yazidi – Pochi ne conoscevano l’esistenza. Sono un gruppo curdo, poche centinaia di migliaia di persone, metà delle quali in Iraq, altre in Turchia, Siria, Iran, Armenia contraddistinto dalla fede religiosa: la loro fede, che ricorda i culti pre-islamici curdi, è una combinazione di zoroastrismo, mitraismo, manicheismo, ebraismo, cristianesimo, islam; praticano il battesimo, la circoncisione, il digiuno e il pellegrinaggio.

il Fatto 28.8.14
Tra mito e realtà
Nella capitale del califfato le donne soldato fanno le ronde
di Valerio Cattano


RAQQA È LA CITTÀ SIMBOLO PER I JIHADISTI CHE AMMINISTRANO LA LORO GIUSTIZIA. QUI È STATA FILMATA (E FORSE COMPIUTA) LA DECAPITAZIONE DI FOLEY

Raqqa – un milione di abitanti – per i miliziani dell'Isis è più che un simbolo. Non è un caso che gli esperti, analizzando il filmato della decapitazione del giornalista Foley, ritengono di aver individuato il luogo nelle colline attorno alla città siriana. Ci sono voluti
sei giorni di combattimenti intensi e centinaia di caduti – almeno 500 fra soldati di Assad e jihadisti – prima che Raqqa tornasse nel pieno controllo del Califfo. Il suo valore non è solo militare: è vero, il controllo del vicino aeroporto di Taqba è importante, ma i miliziani a Raqqa hanno messo in atto le loro leggi, il loro modo di vivere. È qui che è stata formata l’unica brigata femminile - chiamata al-Khansaa - con il compito di individuare le donne che non vivevano secondo la sharia: fra le regole da rispettare, restare integralmente coperte in pubblico ed essere accompagnate da un uomo.
UN UFFICIALE dell'Isis ha spiegato al magazine on line Syria Deeply che la brigata intende “aumentare la consapevolezza della nostra religione tra le donne, e punire quelle che non rispettano la legge. Jihad non è un dovere soltanto per l'uomo, pure le donne devono fare la loro parte”. Syria Deeply ha raccolto una testimonianza sull’irruzione alla Hamida Taher Girls School: “Sono state arrestate dieci studentesse e due insegnanti perché alcune di loro indossavano veli troppo sottili; altre sono state accusate di avere fermagli per capelli e di mostrare troppo il viso”. Raqqa è il luogo dove l'Isis fa le prove generali e dice non solo al resto del Medio Oriente: il nostro Califfato sarà così. I miliziani nelle scorse settimane si sono confrontati con aspetti pratici della gestione del territorio. Gestione che per certi versi è stata accettata da una popolazione che aspira alla possibilità di tornare a una vita normale. Per questo i miliziani si sono battuti con il coltello fra i denti
per riavere le strade di Raqqa:
perché è lì che il sogno del Califfato diventa realtà nella vita quotidiana. Si ripristina il traffico con agenti di polizia agli incroci, si riattiva una raccolta delle tasse: nei negozi di alimentari torna il pane, riaprono le stazioni di servizio con il carburante. Se qualcuno ruba, gli tagliano le mani in piazza. Il New York Times ha rilevato che lo stesso califfo al Baghdadi, consapevole che i suoi soldati sono più portati a violenze che
non ad amministrare una città, ha invitato medici e ingegneri a trasferirsi. In nome di tutto questo, di una vita non scandita dalle esplosioni ma dal ritmo segnato dagli impegni di tutti i giorni – scuola, lavoro, rapporti sociali – gli abitanti di Raqqa devono accettare le statue dei leoni del parco Al Rasheed distrutte perché considerate blasfeme; oppure rinunciare al punto d'incontro, spesso meta di innamorati, come Al Amasy Square, circondata da recinzioni metalliche sulle quali sventolano le bandiere nere dell'Isis; ritenere inevitabili le amputazioni, in luoghi pubblici, di persone accusate di furto. Eccola allora, la “normalità”: al reporter del New York Times un orafo ha dichiarato: “Faccio affari con esponenti di uno stato rispettabile, non con teppisti”, mentre una donna mandata dal marito comprava pezzi d'oro in contanti.

Corriere 28.8.14
Le esecuzioni pubbliche del venerdì
E l’Isis arruola i bambini di 10 anni
I giudici internazionali: «Il terrore è lo strumento per gestire il potere»
di Lorenzo Cremonesi


ERBIL — Domenica scorsa verso mezzogiorno i guerriglieri dello Stato Islamico hanno conquistato la base militare di Tabqa nella Siria nordorientale, dove si trova l’aeroporto della città di Raqqa. Appena due ore dopo le foto delle teste mozzate di decine di soldati e ufficiali dell’esercito di Bashar Assad circolavano già sulla rete. Si calcola che circa 350 lealisti siano stati presi, tra loro 250 sarebbero già morti, e di questi almeno una trentina appaiono nelle immagini dell’orrore. Le avevano postate su Twitter e Facebook gli stessi carnefici. Poveri monconi di corpi branditi come trofei dai vincitori sghignazzanti, mostrati ai bambini per la strada, appesi alle cancellate lungo i giardini pubblici di Raqqa, che da circa due anni è assurta al ruolo di capitale del nuovo radicalismo sunnita a cavallo tra Siria e Iraq.
Proprio queste immagini sono ora parte dei capi di accusa contenuti nel rapporto diffuso ieri dalla Commissione Onu incaricata di investigare i crimini contro l’umanità commessi in Siria e nelle province irachene occupate al momento dalle brigate sunnite dell’autoproclamato «Califfato». La Commissione punta il dito contro lo Stato Islamico, ma non risparmia critiche al regime di Bashar Assad. Per la prima volta il documento Onu accusa infatti la dittatura di Damasco tra l’altro di avere utilizzato armi chimiche, specie le bombe al cloro, contro le popolazioni dei villaggi siriani settentrionali, per ben otto volte nel solo mese di aprile. E fornisce dettagli specifici: le bombe sono state lanciate dagli elicotteri lealisti sulla città di Idlib e la provincia di Hama tra l’11 e il 29 aprile. I militari di Assad continuerebbero inoltre ad applicare sistematicamente la tortura e l’abuso sessuale nelle carceri. Gli assassini mirati e i desaparecidos tra gli oppositori del regime restano all’ordine del giorno.
Le pagine del documento dedicate ai crimini commessi dallo Stato Islamico sono ancora più fitte di dettagli e circostanze. I suoi autori si sono basati su 480 interviste e hanno fatto ricorso a vaste ricerche di archivio che testimoniano i quasi 200.000 morti in Siria denunciati dall’Onu negli ultimi tre anni, compresa la documentazione inquietante sul crescere delle esecuzioni pubbliche ad Aleppo e nella stessa Raqqa. I quattro autori del rapporto, presieduti dal diplomatico brasiliano Paulo Sérgio Pinheiro, affermano a chiare lettere che lo Stato Islamico si è inequivocabilmente macchiato di crimini contro l’umanità sia in Siria che in Iraq. «Questa è la continuazione, e sistematica espansione, degli attacchi su larga scala contro le popolazioni civili», scrive tra l’altro Pinheiro con ovvio riferimento alla recente tragedia delle popolazioni cristiane, yazide, sciite e turcomanne nell’Iraq settentrionale. Tra i capitoli più inquietanti c’è quello relativo ai bambini. Non solo i minorenni (maschi e femmine) rapiti in massa in Iraq, le bambine yazide sparite, ma anche i ragazzini di dieci anni inquadrati nei campi di addestramento assieme ai volontari islamici per formare i futuri battaglioni della «guerra santa». E, ancora, i bambini spinti a guardare e applaudire alle esecuzioni pubbliche, ai prigionieri colpiti da distanza ravvicinata, alle decapitazioni, alla violenza eletta a sistema e addirittura assurta a forma di spettacolo popolare. A detta dei giudici internazionali, le motivazioni per tanta brutalità sono evidenti: «Si vuole instillare terrore tra la popolazione per assicurare cieca obbedienza alla propria autorità». «In Siria trionfa l’impunità totale», dichiara Carla del Ponte, il giudice svizzero della Commissione che già in passato si è occupata di crimini di guerra. «Crimini sono perpetrati quotidianamente, da ogni parte, e nessuno si sta occupando delle responsabilità di questi delitti», aggiunge. Non c’è fine alla brutalità. Violenza chiama violenza. E l’impunità vige sovrana.

Il Sole 28.8.14
L'economia sommersa di ISIS: da estorsioni al commercio di petrolio affari per milioni di dollari al mese
di Marco Valsania

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La Stampa 28.8.14
Quasi quasi ti faccio una guerra
Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland
I documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante
di Alessandro Barbero


Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare...»).
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.

Repubblica 28.8.14
Quei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti
di Paul Krugman


È PASSATO un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.
© 2-014 New York Times News Service

Corriere 28.8.14
Carrère racconta l’alba del cristianesimo
«In passato ho vissuto una fede intensa: ora sono ateo, ma interessato alla religione» dal nostro corrispondente Stefano Montefiori


PARIGI — «Quella primavera, ho partecipato alla sceneggiatura di una serie televisiva. Questo l’argomento: una notte, in una piccola città di montagna, dei morti ritornano». Comincia così, in prima persona com’è costume dell’autore, e prendendola molto alla lontana, il nuovo libro di Emmanuel Carrère sugli albori del cristianesimo.
Le Royaume («Il Regno») esce oggi in Francia per P.O.L. (l’edizione Adelphi sarà nelle librerie italiane all’inizio del 2015), ed è un ponderoso volume di 640 pagine sui primi cinquant’anni della Chiesa, la vita di San Luca e su come, con l’aiuto di San Paolo, il più misterioso degli evangelisti sia riuscito a trasformare una piccola setta ebraica nella religione capace di conquistare il mondo allora conosciuto.
Si può immaginare l’interesse di molti lettori appassionati di temi religiosi, e anche l’espressione perplessa di alcuni fan di Carrère, che potrebbero accogliere con una punta di delusione un romanzo storico su una vicenda autorevolmente raccontata migliaia di volte. Ma dalla prima pagina del prologo ci si ricorda perché chi ama Carrère lo ama così tanto: parla sempre di sé e di ognuno di noi. Che lo sfondo della storia sia la Russia contemporanea, la provincia francese o il Mediterraneo di duemila anni fa.
Lo scrittore francese ha indagato sul male del singolo e di tutti in L’avversario (2000), storia di Jean-Claude Romand che il 9 gennaio 1993 uccise moglie, i due figli e gli anziani genitori dopo essersi finto medico per 18 anni. Nel 2002 Carrère ha scritto la più intima e allo stesso tempo spudorata delle lettere erotiche (Facciamo un gioco , Einaudi), pubblicandola su «Le Monde» affinché la compagna la leggesse assieme ad altre migliaia di persone durante un viaggio in treno. Nel 2007 La vita come un romanzo russo , terapia personale sotto forma di ricerca nell’ex Urss sulle tracce del nonno georgiano che aveva collaborato con i nazisti. Due anni dopo Vite che non sono la mia : le due Juliette (una mamma morta di cancro e una bambina uccisa dallo tsunami) e due giudici impegnati a favore delle famiglie afflitte dai debiti, fino all’enorme successo anche italiano di Limonov , biografia di un uomo che è stato «teppista in Ucraina, idolo della controcultura sotto Brežnev, valletto di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, volontario nelle guerre dei Balcani», infine capo carismatico di un gruppo di disperati, il partito nazional-bolscevico russo. Perché, adesso, un argomento meno originale come la vicenda dei primi cristiani? «Avevo voglia di tornare a un periodo della mia vita, che risale a circa 25 anni fa, durante il quale ero immerso nella fede».
Lo scrittore andava a messa ogni giorno, si confessava, faceva la comunione, e dedicava almeno un’ora di ogni sera a scrivere commenti di un passo del Vangelo. Fu una conversione travolgente, durata tre o quattro anni. Carrère si definisce ora agnostico «o ateo, per fare prima», ma otto anni fa, mentre lavorava a Vite che non sono la mia e Limonov , è andato a ripescare quelle note. «Sapevo che un giorno sarebbe stato interessante ripercorrere la mia crisi religiosa — ha detto Carrère a “Télérama ” —. C’è come un alieno in me, e allo stesso tempo sono proprio io. Vale per tutti: ci sono parti di sé che non si conoscono bene. Scrivere sui rapporti che si intrattengono con gli altri è interessante. Ma parlare dei rapporti tra sé e sé in momenti diversi della stessa vita non è da meno».
Il miracolo di Carrère sta, ancora una volta, nel guardarsi l’ombelico e allo stesso tempo prendere per mano il lettore, come se la sua introspezione riguardasse tutti, e da vicino. Nel caso di Royaume , prima di arrivare a San Luca e a Corinto nell’anno 50 dopo Cristo, Carrère ci parla di quella volta in cui, nel 2011, cominciò a lavorare alla sceneggiatura della serie tv francese Les Revenants , abbandonata perché non sopportava di «essere messo continuamente sotto esame da ragazzini con la barba di tre giorni che facevano facce di sufficienza davanti a quello che io e Fabrice (l’altro sceneggiatore, ndr ) scrivevamo. Grande era la tentazione di dire “se sapete già quel che c’è da fare fatevelo da soli”, e ho ceduto».
Les Revenants è stata poi un grande successo mondiale e Carrère si è sentito «come Pete Best che lascia i Beatles un istante prima del contratto discografico». Invita a cena gli amici Fabrice e Patrick. Per consolarsi, parla loro del vecchio progetto di libro sui primi cristiani, raccontandolo «come si racconta una serie tv». «Messa così, sembra roba da Philip K. Dick!», reagisce Fabrice. Carrère supera i dubbi, l’idea può prendere finalmente forma.
Le Royaume è tanti libri insieme: autobiografia (come sempre), biografia molto documentata di San Luca, romanzo storico e making of di tutti questi. L’unità è data dalla domanda centrale, formulata nelle prime pagine. Forse banale, riconosce l’autore stesso, però appassionante. Com’è possibile che così tante persone credano realmente che un ebreo di duemila anni fa, nato da una vergine e resuscitato tre giorni dopo essere stato crocifisso, tornerà per giudicare i vivi e i morti?
«Se qualcuno oggi credesse a divinità che si trasformano in cigni per sedurre dei mortali, o a principesse che baciano dei ranocchi trasformandoli in principi, tutti direbbero: è matto — scrive Carrère —. Ora, una quantità di persone credono a una storia altrettanto delirante e non passano per pazze. Hanno un ruolo sociale, forse meno importante che in passato, ma rispettato e nel complesso piuttosto positivo. Le loro stranezze convivono con attività del tutto sensate. I presidenti della Repubblica fanno visita al loro capo con deferenza. Bizzarro, no?». Carrère, pur non credendo più, non riesce a liquidare la questione con il disprezzo degli atei militanti. Quella domanda diventa il pretesto per un nuovo capitolo di indagine sull’uomo, e grande letteratura.

Corriere 28.8.14
È il clima che decide la storia
Favorì l’ascesa di Roma, preparò la Rivoluzione francese
di Giovanni Caprara


L’espansione dell’Impero romano fu accompagnata da una favorevole condizione climatica, che ne facilitò lo sviluppo. I valichi alpini erano liberi dalle nevi e consentivano alle legioni di attraversarli con i loro carriaggi. Gli scienziati hanno battezzato quel periodo Roman Climate Optimum : l’atmosfera, benigna pure altrove, consentiva l’ampliamento di nuovi grandi domini sia in Europa che in Asia. Si viveva, allora, una fase di riscaldamento ambientale che si protrasse dal I sino al IV secolo d.C.. Ma quando la temperatura cominciò a scendere di un grado e mezzo, portando inverni più freddi e umidi, si entrò nel «Pessimum alto medievale». L’Italia fu vittima di inondazioni, l’Impero romano, privato del suo granaio verde africano ormai inaridito, crollò e il continente fu percorso da forti migrazioni. Non sono questi, comunque, gli unici casi. La storia è stata spesso segnata da profondi mutamenti di questo genere in varie epoche, come accadde in Egitto quando, in seguito a una pesante variazione climatica intorno all’Ottocento avanti Cristo, si disfece l’impero del faraone Takeloth II. Stessa sorte venne riservata, poco dopo, ai Maya dall’altra parte del pianeta.
Le civiltà della Terra da sempre hanno dovuto fare i conti con l’ambiente e le manifestazioni atmosferiche e quindi il racconto della loro evoluzione deve tenerne conto. Lo dimostra con ricchezza di dettagli il volume di Wolfgang Behringer, Storia culturale del clima (Bollati Boringhieri). Behringer è uno storico dell’Università del Saarland, a Saarbrucken (Germania), dove dirige il centro per gli studi storici europei, ed è noto internazionalmente per le sue indagini. In quest’ultima si pone tre obiettivi brillantemente raggiunti: mostrare quanto siano state forti le oscillazioni climatiche nella storia del nostro pianeta, chiarendone la causa; mettere in evidenza come la società umana abbia immediatamente reagito a variazioni anche minime della temperatura e delle precipitazioni e, infine, evidenziare quanto il tipo di reazione prodotta sia dipeso più dalla cultura umana e dai suoi modelli interpretativi piuttosto che dai soli dati scientifici misurati.
L’intreccio è una sfida complessa, che ha visto altri illustri storici affrontarla, compreso il francese Emmanuel Le Roy Ladurie. Behringer ha il merito di tracciare un disegno più completo, oltre che più analitico sotto i vari fronti, ripercorrendo la storia della Terra sin dalle origini e offrendo un quadro approfondito dei significati e delle relazioni fra gli eventi.
È consueto che nell’analisi storica i fatti più tradizionali prevalgano a scapito di altri giudicati erroneamente secondari, come quelli naturali. E soprattutto oggi, che viviamo un indiscutibile cambiamento di clima. Anche perché le stagioni appaiono modificate nei loro tempi e talvolta «rubate», come l’attuale estate quasi senza sole in molte regioni: un problema a cui si aggiungono talvolta eventi meteorologici quotidiani con picchi spesso dannosi per la loro violenza. Tutto ciò può portarci a guardare l’evoluzione umana come composta da capitoli separati negli aspetti che la influenzano, alterando le interpretazioni e le necessarie risposte. È significativo come ora si attribuisca nelle discussioni un maggior rilievo agli aspetti economici nel trattare la questione, trascurando le osservazioni della scienza, ripetendo gli errori del passato. Basti pensare alle spiegazioni dedicate allo scoppio della Rivoluzione francese, per la quale, invece, il dato ambientale è stato oltremodo significativo. Il 1789 seguiva, infatti, un periodo alterno scandito prima dalla siccità, poi da rovinose precipitazioni distruttrici dei raccolti e quindi dal freddo pungente che paralizzò l’economia. Il conseguente disgelo portò inondazioni, con lo scoppio di malattie, fino a che la fame spinse la gente a ribellarsi. «Intere famiglie — scrive Behringer — davano l’assalto ai carri che trasportavano cereali, impadronendosi del carico». Già con Luigi XIV, il Re Sole, si verificarono le annate più fredde del millennio. Ovviamente, la dimensione naturalistica era da tempo accompagnata da un’incapacità politica dei regnanti ad amministrare il Paese, mentre la popolazione aumentava, accrescendo le necessità.
Anche in precedenza, nell’arco della piccola era glaciale estesa dal 1300 al 1900, le profonde alterazioni climatiche e la riduzione delle risorse esasperarono i conflitti religiosi, sociali e politici. Emergevano persino malattie psichiche o false credenze: si affermava, addirittura, che fossero i suicidi a causare il maltempo. La stregoneria, con le streghe capri espiatori sia della grandine che delle gelate, era considerata un crimine tipico della piccola era glaciale e altrettanto l’antisemitismo che l’aveva preceduta.
Il raffreddamento condizionava, inoltre, numerosi altri aspetti. In architettura le case gotiche lasciavano il passo a quelle barocche e intorno al 1600 gli edifici in legno erano sostituiti da quelli in pietra, più efficaci nel ripararsi. Cambiava il modo di vestire, con tessuti pesanti più protettivi, e la pittura, come dimostrano la nuvole nei quadri di El Greco e i paesaggi invernali di Pieter Brueghel, rispecchiava i mutamenti ambientali.
All’epoca dell’Illuminismo il clima moderatamente buono (ma faceva più freddo di oggi) alimentava l’illusione di un miglioramento delle condizioni di vita. Durò poco, però, dato che fu rapidamente spazzata via da inclementi ondate di freddo.
Conclusa la piccola era glaciale alla fine dell’Ottocento, negli anni Cinquanta del secolo scorso si vedevano i primi segni di un nuovo cambio di clima, con la temperatura in ascesa fino al 1940; un indice sempre legato allo sviluppo della rivoluzione industriale. Ma poi s’invertiva l’andamento e gli scienziati prospettavano una nuova improvvisa glaciazione, ufficializzata nella prima conferenza mondiale dell’ambiente a Stoccolma nel 1972, dove si presentava il global cooling , il raffreddamento globale. Per difendersi si suggerivano interventi estremi: dalla costruzione di una imponente diga nello stretto di Bering alla copertura delle calotte polari con una pellicola nera assorbente la radiazione solare. Presto il termometro tornava ancora ad invertire la tendenza proiettando le nazioni nel global warming , il riscaldamento globale. E il Nobel Paul J. Crutzen sosteneva che l’uomo aveva messo fuori gioco i ritmi naturali, coniando per la nostra epoca il termine Antropocene.
Ma prevedere che cosa accadrà domani con le limitate possibilità della scienza è arduo. Gli strumenti, soprattutto teorici, sono ancora inadeguati all’analisi e alla soluzione del problema. Abbiamo grandi quantità di informazioni, ma sia la loro valutazione sia la capacità di fondere insieme svariate discipline appaiono ancora insufficienti. Sui cambiamenti climatici abbiamo molti indizi, ma le risposte spesso sono più emotive che razionali. «Gli scienziati seri dovrebbero guardarsi dal voler interpretare il ruolo di Nostradamus», nota Behringer, aggiungendo che «le simulazioni al computer non funzionano meglio delle premesse in base a cui i dati vengono forniti; descrivono delle attese, non il futuro. Il clima cambia — conclude lo storico tedesco — ed è sempre cambiato. Come vi reagiamo è una questione di cultura». Certamente una tesi non da tutti accettata, che farà discutere.

Repubblica 28.8.14
Quanti errori e pregiudizi in quel viaggio di Tocqueville
Il saggio di Massimo Salvadori svela le inasattezze alla base del classico “La democrazia in America”. Senza offuscarne le geniali intuizioni
di Nadia Urbinati


LA DEMOCRAZIA in America, uscito in due volumi nel 1835 e 1840, fu uno dei primi bestseller: il primo volume ebbe varie ristampe in pochissimi mesi. È ancora oggi uno dei libri più venduti, letti e citati. La sua audience è trasversale. Albert Hirschman incluse Tocqueville tra i retori della reazione per la sua teoria della futilità della Rivoluzione francese, dannosa perché scoppiò quando l’ancien régime era già moribondo. Autore molto amato dai liberali della Guerra fredda, a Tocqueville Hannah Arendt si ispirò nel delineare i due modelli di rivoluzione, quello francese e quello americano, che hanno segnato nel male e nel bene la storia contemporanea fino al totalitarismo. La democrazia in America fa parte del bagaglio culturale di conservatori (è stato pochi anni fa ristampato in inglese con una nuovissima edizione a firma di Harvey Mansfield) e progressisti (la sua testi sul ruolo delle associazioni civili ha guidato Robert Putnam nella ricerca sul civismo in Italia, debole o assente in quelle aree che non ebbero una storia repubblicana).
Tanto successo e tanta ammirazione corrispondono a quanto Tocqueville si era proposto di fare? Quanto corretta è la rappresentazione che ci ha lasciato della società americana del 1831, quando intraprese il suo viaggio con l’amico Gustave de Beaumont? A queste domande si ispira Massimo L. Salvadori nel suo Le stelle, le strisce, la democrazia uscito da Donzelli. E la risposta è tranchant (e molto ben documentata): la ricostruzione è pochissimo corretta. Tocqueville non vide o non capì o fraintese molte cose importanti. La sua immagine della democrazia fu certo il frutto di quel che vide, ma il suo sguardo era guidato da una «sorta di pregiudizio » che divenne il suo punto di partenza ancora prima dei fatti osservati. Questi i limiti che Salvadori documenta: la sua concezione dell’eguaglianza delle condizioni sociali era immaginifica e ignorava l’esistenza di un’oligarchia potente, mentre vedeva una larga classe media che non c’era; la struttura e l’importanza della “macchina” dei partiti politici gli sfuggì completamente; la sua diagnosi della centralità degli stati dell’Unione sulla presidenza federale era sbagliata; l’analisi, toccante, dei rapporti tra neri e bianchi nel Sud produsse in lui la diagnosi, errata, di una rivolta spartachista degli schiavi; infine, la sua idea che le masse di poveri dominassero la politica e i rappresentanti eletti era a dir poco fantasiosa.
Il messaggio di Tocqueville sui rischi dispotici della democrazia, sui pericoli dell’apatia, sull’egemonia dei molti contro i pochi, sull’ugualianza come passione che livella, è stato dunque più il frutto delle sue letture classiche (Platone, Aristotele, Pascal, e poi naturalmente Rousseau) e dei traumi subiti dalla sua famiglia e dalla società francese con il Terrore che delle osservazioni raccolte durante il viaggio in America. Tocqueville non fu uno scienziato politico. Ma il raffinato esame che ci propone delle emozioni collettive, della funzione razionale delle passioni, delle conseguenze inattese che le scelte individuali hanno sulla società resta fondamentale per chi voglia capire i comportamenti sociali moderni. E la sua analisi innovativa sulla natura dell’individualismo, la formazione di una religiosità panteistica mossa dalla fede della scienza e nella tecnologia, la natura contraddittoria di molti beni sociali moderni come la stampa, l’informazione, l’associazione degli interessi resta un punto fondamentale di ispirazione. Tocqueville vide una democrazia nelle relazioni sociali: per esempio, il fatto che la cultura dei diritti induca a volere eguaglianza di considerazione e riconoscimento o che i rapporti di eguaglianza erodano l’autorià dei padri e dei mariti, cambiando la struttura della famiglia. Con Salvadori si può allora dire che non é l’America del suo tempo che dobbiamo cercare nel libro di Tocqueville. Ma forse è proprio questo anacronismo che ha reso La democrazia in America capace di resistere al tempo.

Repubblica 28.8.14
Le donne e la paura di non essere all’altezza
di Brunella Gasperini

qui

Repubblica 28.8.14
Eterologa Io, paziente numero 5
“Il mio turno potrebbe arrivare a metà settembre. Allora mi sottoporrò all’impianto dell’ovocita fecondato Il sogno di una nuova gravidanza, le paure e le incognite tra diritti e vuoto legislativo”. Ecco il diario di una (possibile) madre
di Vera Schiavazzi


BOLOGNA SE SEI la paziente numero 5 in lista d’attesa per la fecondazione eterologa, il tuo turno potrebbe arrivare prestissimo, già a metà settembre. Se sei quella paziente, una delle prime ad aver bussato alla porta di Tecnobios (il centro per la fertilità fondato da Carlo Flamigni) all’indomani della sentenza del 10 aprile che ha “liberato” le donazioni, ti senti già piuttosto fortunata, stai prendendo gli estrogeni per prepararti a ricevere l’ovocita fecondato che un’altra donna accetta di regalarti. Una donna che non conosci, ma che speri sia anche lei fortunata: fino all’ultimo nessuno saprà se davvero ha ovociti in eccesso da donare a un’estranea. Peccato, perché tu hai fretta: quando sei una cinquantenne non ti resta molto tempo: c’è spazio per uno, due tentativi.
Ma prima, prima di questa vigilia ansiosa e felice, c’è stato tempo per le domande e per le paure, per i conti e i fantasmi (che faccia avrà la donatrice? Che studi avrà fatto? Sarebbe una buona madre?). Per sapere che cosa succede davvero quando si decide di far nascere un bambino che avrà il Dna di un’altra.
Ecco il racconto di questo viaggio avventuroso, un viaggio sul quale in molti parlano, straparlano e litigano, ma che solo i pazienti e i loro medici conoscono davvero.
10 aprile . La Corte Costituzionale dice che non è più vietato ricevere gli spermatozoi o gli ovociti di una terza persona. Possono farlo tutte le coppie eterosessuali. Dopo il primo tg, telefonata al ginecologo: “È vero? Possiamo?”. La risposta è una doccia fredda: “Calma, signora. Non sappiamo ancora nulla, bisogna aspettare”.
10 giugno . Arrivano le motivazioni della sentenza, anche il ginecologo è più ottimista: “Non c’è vuoto legislativo, in teoria si può fare. Si metta in lista a Bologna, e magari anche a Catania e a Milano. Non abbiamo molto tempo…”. Telefonata a Tecnobios, la persona dall’altra parte è gentile e discreta, ma è la paziente a voler chiarire di che cosa si tratta: “Ho due figli grandi, un nuovo compagno, vorrei tentare con l’eterologa”. L’appuntamento viene fissato in fretta.
25 giugno . Si parte in treno, due ore da Torino a Bologna cercando di non farsi troppe fantasie. Alle 15 c’è la visita, il momento della verità. Il dottor Luca Borini fa un’anamnesi accurata, vuole essere sicuro che non ci siano problemi di salute, cardiopatie, ipertensione, diabete. Poi arrivano gli avvisi: “Parlo a tutti e due perché se la signora dovesse stare male o se l’eventuale bambino nascesse prematuro le conseguenze ricadrebbero su entrambi. Voglio essere chiaro: con l’eterologa, ricevendo l’ovocita di una donna giovane e fecondandolo con i suoi spermatozoi, le vostre possibilità crescono molto, possono arrivare al 40 per cento. Ma non è sicuro che la gravidanza ci sarà. E se anche ci fosse, non sarà una passeggiata: all’età della signora le possibilità di una gestosi e di un parto prematuro sono quasi una su due, e comunque tutto l’organismo fatica ad adattarsi. Il fatto che abbia già figli è una buona premessa, ma non basta”.
Un parto prematuro, d’accordo, ma quanto? “Non lo sappiamo. Nessuno lo può dire”. Possiamo sapere qualcosa sulla donatrice? “No. Saremo noi a scegliere tra le pazienti che nello stesso momento si faranno prelevare gli ovociti per tentare un altro tipo di fecondazione. Possiamo solo garantirvi che sarà una donna giovane, non oltre i 35 anni, e che la sceglieremo tra quelle con il gruppo sanguigno compatibile e un aspetto fisico non troppo lontano dal vostro”.
L’ecografia è già fatta, restano una mammografia, un pap test, l’elettrocardiogramma sotto sforzo e gli esami del sangue. “Pensateci, e se decidete per il sì spediteci gli esiti”.
9 luglio . Gli esami sono buoni, la decisione è presa: sì. Ma restano molte domande, e si decide un secondo colloquio: se nascerà un bambino, siamo obbligati a dirgli che da qualche parte esiste una mamma biologica diversa? E se sì, lui o lei potranno conoscerla? “No. Non serve a nulla, in nessun caso. Noi conserveremo sempre l’anonimato dei donatori. E vi consigliamo di dire la verità al bambino, ma è una decisione che spetta solo a voi”. Gli estrogeni potrebbero essere dannosi? “No, sono solo una piccola parte degli ormoni che la gravidanza porterebbe comunque con sé”.
Quando sapremo se ci sono gli ovociti “giusti” per noi? “Vi preavviseremo qualche giorno prima, visto che abitate in un’altra città. Ma la certezza l’avrete solo all’ultimo, quando la donatrice avrà fatto il pick up e noi potremmo vedere quante uova ci sono e se sono mature. A quel punto restano quattro ore per fecondarle. Se andrà bene, ne avremo a disposizione circa tre, e dopo cinque giorni potremmo ritrovarci con un embrione o due e scegliere il migliore da trasferire alla signora. Di lì in poi, non possiamo fare previsioni, vi seguirà il vostro ginecologo di fiducia”. Il transfer sarà doloroso? “No, niente anestesia, solo un piccolissimo catetere per piazzare le uova fecondate nell’utero”.
Poi, la domanda che quasi dispiace ma non si può non fare: quanto costa? “Per adesso, meno di una fecondazione omologa: circa 2.500 euro per un ciclo, perché i trattamenti sono di meno. Presto speriamo di poter rimborsare le donatrici, potrebbe trattarsi di circa 900 euro per coprire una parte delle spese e le assenze dal lavoro. Ma, credetemi, nessuna donna si metterebbe a farlo per guadagnare”. E se la gravidanza non arriva? “Ci potete riprovare, ma senza andare troppo oltre le soglie di età indicate in quasi tutta Europa come limite ultimo. Se avremo due embrioni, ne conserveremo uno e si potrà tentare quasi subito. Altrimenti, tornerete al fondo della lista. Per questo vi consiglio di iscrivervi in più centri, e magari anche all’estero”. Dove? “Non vogliamo dare questo genere di consigli, ma ci sono Paesi come l’Ucraina e alcuni Stati americani dove l’età non viene considerata un vincolo assoluto, anche se i costi salgono”.
Nel viaggio di ritorno, si scherza: “Vorrei avere davanti quella signora che al telegiornale ha detto che non c’è fretta, che è meglio che i centri stiano fermi in attesa della legge…”. E si mettono le mani avanti anche sul matrimonio che non c’è: “Guarda che se poi ti stufi non puoi dire che il figlio non è tuo, la legge lo vieta”.
27 agosto . Il centro Tecnobios è ancora chiuso per le vacanze, riaprirà il 1° settembre. Ma il dottor Borini risponde lo stesso al telefono: “Signora, stia tranquilla. È tra le prime, penso che la chiameremo già tra dieci giorni perché possa organizzarsi col suo compagno. Ha cominciato con gli estrogeni? Bene. A presto”. Adesso sembra vero, quasi dietro l’angolo. E nessuno ha giudicato nessun altro, nessuno ha indagato sul perché una donna cinquantenne vuole diventare madre per la terza volta, su quanto buoni saranno questi possibili candidati-genitori, su che cosa accadrà quando qualcuno potrebbe scambiare il papà con il nonno. “Lo potete sapere solo voi”, ha ripetuto tante volte, con pazienza, Borini. Per poi finire con una battuta che ha fatto ridere tutti: “Sapere chi è la donatrice è inutile. Vi avviso però: nessuna sarà mai bella come la signora, e dite ai nonni di non cercare somiglianze…”.

Repubblica 28.8.14
Toscana, già mille in lista d’attesa ma chi viene da fuori dovrà pagare
di Michele Bocci


FIRENZE MILLE pazienti in lista d’attesa, la volontà di far pagare per intero il trattamento a chi arriva da fuori, i problemi con i donatori. La Toscana è l’unica Regione ad avere approvato una delibera che autorizza i suoi centri, pubblici e convenzionati, alla fecondazione eterologa e ora si trova ad affrontare un boom di richieste ma anche problemi pratici. Circa il 60% delle coppie che hanno chiesto un appuntamento arrivano dal resto d’Italia e ci sono strutture, come Careggi, che fissano le visite già per dicembre. Tra l’altro il policlinico fiorentino è un centro dove tradizionalmente non si fa molta procreazione medicalmente assistita (pma). La pressione è dunque ancora maggiore sui convenzionati: alcuni hanno già 150 persone in agenda.
Dopo la sentenza della Consulta che ha cancellato il divieto di eterologa dalla legge 40, la Toscana con una delibera ha dato ai centri le indicazioni necessarie a partire. Visto che il decreto dello stesso tenore del ministro Lorenzin è stato bloccato da Renzi, che ha preferito rinviare tutto al Parlamento, il sistema sanitario toscano è oggi il solo a garantire il trattamento. Gli altri governatori aspettano il 3 settembre, quando si riunirà lo Stato-Regioni. Vogliono decisioni rapide, magari l’emanazione di linee guida ministeriali, altrimenti minacciano di partire comunque. Vista la situazione nazionale, le domande ai centri toscani sono tantissime. «Abbiamo fatto bene ad andare avanti», commentava ieri su Facebook il governatore Rossi. Presto arriverà un nuovo atto affinché il trattamento sia assicurato ai residenti della regione al costo del ticket dell’ omologa, circa 500 euro. Chi viene da fuori dovrà invece versare l’intero prezzo della prestazione, tra i 3.000 e i 3.500 euro, perché alcune Regioni hanno già detto di non volersi fare carico della spesa dei loro cittadini, visto che le loro strutture non offrono quel tipo di prestazione.
Avviare l’eterologa però comporta problemi pratici, e nella regione guidata da Rossi se ne stanno rendendo conto. Prima di tutto c’è il tema della donazione. Deve essere gratuita ma è difficile non prevedere un rimborso sostanzioso per “compensare” la donna che fa un trattamento ormonale importante, necessario a produrre gli ovociti. Mettere in piedi velocemente una banca regionale, inoltre, è molto difficile, così alcuni centri hanno deciso di usare i gameti già presenti nei loro congelatori e appartenenti alle coppie che hanno fatto i trattamenti di pma. Quasi tutti coloro a cui è stato chiesto hanno acconsentito a donarli. In altri casi si ragiona anche sulla possibilità di acquistare ovociti e liquido seminale all’estero, presso aziende certificate. Ma c’è appunto il problema del pagamento.
Per risolvere altre questioni ci si rifà alle norme già esistenti. Non solo in Toscana ma anche nei centri privati di altre Regioni che partono con l’eterologa. Il trattamento, dice la legge 40, può essere fatto da persone “coniugate o conviventi”. Nel secondo caso non è chiaro da quanto tempo la coppia debba esistere ma teoricamente bastano pochi giorni. Riguardo al tema della selezione del donatore, stando al parere dell’avvocato Gianni Baldini, consulente della Toscana, vanno seguite le linee guida delle società scientifiche. «Tra la coppia e il nascituro deve esserci compatibilità genetica, cioè comunanza di razza e di caratteri fenotipici fondamentali, come il colore della carnagione o dei capelli — spiega il legale — Però i futuri genitori non dovranno fare richieste, sarà il ginecologo a valutare la compatibilità genetica e scegliere il donatore giusto per loro».

Repubblica 28.8.14
Nuovi desideri /1
Noi e il senso di vuoto secondo lo psichiatra Eugenio Borgna
Il sogno degli italiani? Essere ascoltati
intervista di Simonetta Fiori


NON dimenticare mai di formulare un desiderio. Mai rinunciare ai desideri, dice la madre di Malte Laurids Brigge in una celebre opera di Rilke. Ma siamo ancora capaci di avvistare le stelle filanti, alla ricerca di qualcosa che ancora non c’è? Gli italiani sanno ancora desiderare, che poi significa riconoscere il futuro dentro il proprio corpo sociale? E come sono orientati i nostri desideri? Cominciamo il nostro viaggio da un esploratore di anime quale Eugenio Borgna, protagonista della psichiatria italiana e autore di libri bellissimi sulla condizione umana.
Può darmi una definizione del desiderio?
«È necessaria una premessa. Allo stesso modo della speranza, anche il desiderio è condizionato dalla storia personale di ciascuno di noi. Se il mio vissuto è stato ricco, anche la sfera dei desideri resta estesa e polimorfa».
Il desiderio è desiderio di desiderare, come diceva Lacan?
«Sì, in qualche modo sì. Un’esperienza condizionata dal passato, ma soprattutto aperta al futuro. Desiderare significa riconoscere dentro di sé questa dimensione del tempo che è il futuro. Se in me muore il futuro, muoiono anche i desideri. Se io vivo prigioniero del mio passato gli spazi aperti del desiderio si comprimono. A volte si annullano».
Questo vale per la vita personale.
Ma posso estendere questa nozione alla vita di una collettività? Si possono storicizzare i desideri?
«Certo. Non esiste desiderio che non sia intrecciato al tempo, alla circolarità senza fine tra passato presente e futuro. Noi storicizziamo i contenuti delle speranze e dei desideri perché essi non sono liberi ma condizionati dalla storia personale di ciascuno di noi».
Si può psicoanalizzare il nostro passaggio storico? Siamo una società ancora desiderante? E in che termini?
«Siamo tutti magnetizzati da desideri immediati che ci impediscono di guardare ai desideri più grandi. È anche questo un effetto della crisi economica: ha spostato il nostro orizzonte dai desideri più alti a quelli legati alla quotidianità: il benessere o la pura sopravvivenza. Tutte pulsioni legittime, ma non sono quelle a cui si riferisce Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge : non lasciare morire mai un desiderio perché altrimenti la tua vita perde di senso. Questa immagine custodisce il segreto più profondo del desiderio inteso come qualcosa che oltrepassi la condizione individuale per metterla in relazione con un altro orizzonte di senso. Non c’è desiderio senza trascendenza. Non ci sono speranze se non c’è l’ansia di uscire dai confini limitati del mio io. Più entro in relazione con gli altri, più mi trasformo».
Il desiderio è dunque relazione.
«Sì, è la ricerca infinita di qualcosa che possa portare scintille di luce anche quando le disfatte esistenziali mi spingono verso il buio. È anche favorire una maturazione che mi impedisca di restare mummificato dentro di me — io sono quello che divengo, diceva Nietzsche. Sono questi i desideri grandi che mi permettono di andare avanti, mentre oggi vedo proliferare solo desideri finiti. Ma un conto è vivere, un altro è sopravvivere. E secondo Rilke, io vivo solo se ho desiderio di infinito, lo stesso di cui parla Leopardi, anche Pascal o il Musil di I turbamenti del giovane Törless . È quel sentimento che ci fa cogliere la seconda vita che è dentro di noi».
La malattia psichica del nostro tempo è una sorta di depressione?
«Mi sembra una definizione fin troppo generosa: la depressione nasce dalla perdita di qualcosa che può essere riconquistata. Temo si tratti di un tumore psichico molto più doloroso che si chiama indifferenza. La condizione spirituale più diffusa è oggi l’apatia la perdita di ogni sentimento di solidarietà. Perfino i migliori tra noi sono indotti a perdere di vista “i desideri di infinito” per inseguire quelli microscopici del proprio orticello. Ma anche l’indifferenza è una forma di disturbo psichico. La crisi economica ha l’effetto di far risalire dentro di noi i demoni».
Lei sostiene che ci siamo scoperti più fragili. Ma questo non è in contraddizione con la diagnosi di apatia morale?
«No. Cresce la fragilità ma contemporaneamente cresce una condizione psichicamente diversa che è l’apatia. Chi è fragile non diventerà mai apatico. Proprio perché associata a una straordinaria introspezione e a capacità di ascolto, la fragilità ci rende immuni dall’insorgenza di disturbi psichici come l’indifferenza. È uno scudo insostituibile. Se io so quanto le parole, i silenzi, le distrazioni possano far male, non cadrò mai in quell’errore. Ma la maggior parte delle persone rifugge dalla fragilità perché socialmente sconveniente, faticosa da sopportare».
Perché nel suo ultimo saggio sulla fragilità include in questa definizione anche i desideri?
«Una pietra non è fragile perché sopravvive a tutti gli urti. Invece desideri, speranze e anche tristezza sono fragili perché non sanno resistere alle aggressioni dell’indifferenza. Vanno in pezzi. E qui sta il loro valore enorme. Sono infinitamente più preziose le emozioni e le parole che si rompono di quelle inconsistenti che non si rompono mai».
Le donne reggono meglio alla crisi?
«Sì. Il tessuto interiore delle donne è più ricco e più capace di introspezione. Sono le donne quelle che sanno leggere e rivivere la vita degli altri come uno specchio nel quale il divenire degli accadimenti si riflette senza perdere il suo significato più profondo».
Alla fine della sua esperienza, da psichiatra e da psicoterapeuta, cosa ha capito degli essere umani?
Qual è la cosa di cui hanno più bisogno?
«Il desiderio sconfinato di essere ascoltati. E di vivere il tempo di ogni incontro senza i condizionamenti dell’orologio ma nella sincronia tra il tempo interiore di chi ascolta e il tempo interiore di chi è ascoltato. Si possono incontrare persone anziane che si sono amate tutta la vita senza mai conoscersi. È l’enorme e imperscrutabile fenomeno della solitudine».
Lei è stato ascoltato?
«Credo che il mio destino non potesse essere che questo».
Ma io non mi riferisco all’esercizio della professione.
«Attenzione, il termine professione in psichiatria è quanto mai pericoloso. Se il contatto tra paziente e medico viene legato a un concetto tecnico non so quanto la cosa sia utile per chi sta male e per chi cura. Uno dei più grandi psichiatri del Novecento, Viktor Emil von Gebsattel, racconta che Lou Andreas Salomé avrebbe voluto che lui diventasse lo psicoterapeuta di Rilke. Lo scrittore in un primo tempo aveva accettato, poi si rifiutò temendo che l’analisi di Gebsattel gli avrebbe ucciso gli angeli: gli angeli delle elegie, gli angeli dell’annunciazione. Questo episodio restituisce la ricchezza emotiva dell’incontro tra medico e paziente».
Ritiro il termine di “professione”, ma ripeto la domanda: lei nella sua vita è stato soddisfatto in quello che ha indicato come il bisogno primario degli esseri umani?
«Qualche volta sì. È difficile essere ascoltati fino in fondo».
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“La crisi economica riduce gli orizzonti e si rischia di inseguire solo il proprio orticello” “Una relazione con gli altri è la ricerca continua di luce quando le disfatte ci spingono verso il buio
Vivere non è sopravvivere E come diceva Leopardi, si vive solo per l’infinito
Con lo psichiatra Eugenio Borgna iniziamo una serie di interviste per raccontare l’Italia attraverso i desideri. Cosa vorremmo davvero oggi, quando stiamo vivendo la crisi economica più grave del dopoguerra?

Corriere 28.8.14
The President
Parabola di un dittatore in fuga con il nipotino


Nel Paese senza nome la vita procede a ritmo di valzer, le strade sono illuminate da lampadari di cristallo e una voce dall’alto informa che Dio è in cielo ma in terra è il Presidente a vegliare su tutti. Un suo cenno, e sette terroristi vengono giustiziati all’istante. Un colpo di telefono, e le mille luci del regno brillano o si oscurano all’istante. Ma una sera, mentre ripete con il nipotino il gioco dell’accendi-spegni, l’interruttore s’inceppa. Il Paese da operetta piomba nel buio, i soli fuochi che divampano sono quelli della rivoluzione, ai valzerini subentra il sinistro ritmo dei mitra… Non resta che battersela di corsa. Sua Maestà e Sua Altezza Reale, ormai solo un nonno e un nipotino in fuga.
The President di Mohsen Makhmalbaf inizia con i toni grotteschi del Dittatore di Baron Cohen e si chiude con quelli tragici, da cronaca recente. Quel vecchio tiranno dagli abiti laceri tirato fuori da un buco dal popolo smanioso di mettergli la corda al collo non può non ricordare l’epilogo di Saddam Hussein. «Cadono i regimi ma quel che viene dopo spesso è segnato da una violenza pari o maggiore del passato — commenta il regista iraniano —. È successo in Iran, in Iraq, in Siria». Uccidere no, ma perdonare è difficile. «La terza via, indicata dal film, è rendere ridicolo chi si credeva un dio onnipotente. I dittatori fanno paura da lontano, ma da vicino spesso fanno ridere». Esule dal 2005 dall’Iran, Makhmalbaf ha girato The President in Georgia. «L’Iran mi manca ma non posso tornare. Neanche mia moglie può andare a trovare i suoi genitori che stanno morendo. Le dittature non uccidono solo le persone, dividono le famiglie. (G. Ma.)

Repubblica 28.8.14
Makhmalbaf: “Il mio bambino simbolo della Primavera araba”
di Maria Pia Fusco


VENEZIA . La favola di un uomo che credeva di essere dio, e che dopo un viaggio nell’inferno della violenza ritrova la sua umanità. Così Mohsen Makhmalbaf definisce il suo The President, che comincia proprio come una favola, con un nonno che per dimostrare al nipotino il suo immenso potere solo con una telefonata riesce a far spegnere tutte le luci della città e poi a farle risplendere a piacer suo. Un bel gioco al quale il bambino partecipa felice, finché la luce non ritorna e nel buio cominciano sentirsi grida, rumori minacciosi, forse spari.
The President, un tiranno che si fa chiamare Sua Maestà e governa con spietata ferocia, si allarma, manda in salvo la famiglia all’estero, promette di partire anche lui dopo aver riportato l’ordine nel paese. E il nipotino resta con lui, vuole continuare a giocare con il nonno.
Ma l’ordine non tornerà, la rivolta contro il tiranno è esplosa. Abbandonato da tutti, senza più mezzi né amici, il tiranno cerca di confondersi in mezzo al popolo, trova una chitarra e si improvvisa musicante di strade con il nipote che in vesti da bambina balla con grazia, mentre attraversano il paesaggio della violenza, le ruberie, le esecuzioni per le strade, gli stupri. In ogni modo il nonno cerca di proteggere il bambino, dalla paura, dalle immagini della brutalità umana, dalla morte, mentre si rende conto di essere il responsabile di tanta ferocia. «Durante la primavera araba sono cadute alcune tirannie, ma nel mondo ci sono ancora almeno quaranta dittatori al potere. E nei paesi che hanno fatto la rivoluzione per la libertà e la democrazia spesso la violenza è entrata in un circolo senza fine, ha generato altra violenza», dice il regista iraniano che da dieci anni vive fuori dal suo paese e da Venezia invia un pensiero ai suoi colleghi rimasti in Iran, spesso nell’impossibilità di lavorare. In The President ha voluto «il bambino, simbolo dell’innocenza: la sua e quella che il nonno ha perduto e che lui, con la semplicità ingenua dei suoi perché riesce a far riaffiorare. Il peggio delle dittature è la distruzione delle famiglie, oltre alle migliaia di morti ci sono milioni di senza famiglia, solo quest’anno le NU ne hanno denunciato 50 milioni. Vorrei che i dittatori rispondessero alle domande dei bambini innocenti, vorrei che questo film fosse un piccolo contributo alla cultura della non violenza, dobbiamo farla crescere, altrimenti a una dittatura che cade un’altra si sostituirà».

mercoledì 27 agosto 2014

il Fatto on line 27.8.14
Festa dell’Unità al via. Ma budget è ridotto del 30%: “Pd ha buco di quasi 11 milioni”
L'evento nazionale è in programma fino al 7 settembre a Bologna
Apre Debora Serracchiani, chiude Matteo Renzi, assente Angelino Alfano
480mila euro a disposizione. Il tesoriere Bonifazi: "Obiettivo è il pareggio"
di David Marceddu
qui

Repubblica 27.8.14
Festa del Pd al risparmio. De Gasperi per ora resta fuori
di Giovanna Casadio


ROMA . Bastano un paio di cifre per dire com’è cambiata un’epoca. Da 3 milioni di euro a 480 mila. Era il 2009 e la tradizionale Festa nazionale dell’Unità si chiamava dall’anno precedente Festa democratica. Lino Paganelli, l’organizzatore, aveva scelto il Porto antico di Genova e speso appunto 3 milioni per la Festa. Ora sempre Paganelli, seguendo il diktat del tesoriere Francesco Bonifazi, è rimasto dentro il budget di 480 mila euro perché la festa del Pd dell’era Renzi è tornata a chiamarsi dell’Unità però deve mantenersi rigorosamente in pareggio. Il Pd non ha soldi da spendere. «Casomai da risparmiare» sottolinea il tesoriere che si è posto l’obiettivo di sanare i 10,8 milioni di rosso del bilancio dem.
Le vacche non sono più grasse da tempo. L’anno passato il costo a Genova era stato di circa 800 mila euro. Ma quest’anno è un record di risparmio con il 30% ancora in meno. E «si punta a guadagnare», spiegano tutti. Tanto per cominciare, visto che Renzi trascina e che la “rossa” Bologna non tradisce, gli sponsor hanno pagato di più. I prezzi per la pubblicità sono aumentati. «Di poco, del 3-5% — sostiene Paganelli — mica in proporzione al balzo di consensi del Pd renziano, perché allora avremmo dovuto rincarare del 15%». E quindi 30 mila euro per il logo sul palco e anche 100 mila per uno stand. Su risparmi e guadagni nessuna polemica: si devono fare e si fanno. Questioni aperte invece sul fronte politico.
Di dedicare la festa dell’Unità o qualche suo spazio a De Gasperi, come avevano proposto i Popolari con Beppe Fioroni, non se n’è fatto niente. Il risultato è stato l’opposto, con la sinistra dem che ha denunciato il testacoda tra il brand di gramsciana memoria e lo statista dc. Un dibattito su De Gasperi si farà. Forse. A inaugurare la Festa c’è invece la mostra su Giacomo Matteotti. Fioroni incassa lo schiaffo: «Occasione persa. Dobbiamo prendere tutto il meglio della politica italiana. Pazienza. A me va bene commemorare Matteotti, Turati...».
Il programma è ancora in fieri. I 5Stelle non sono stati invitati, tranne il sindaco di Parma Pizzarotti dal Pd provinciale: la festa nazionale infatti inizia oggi e finisce il 7 settembre ma poi continua la provinciale. Pizzarotti ha detto no. Ha declinato l’invito anche Matteo Salvini, il segretario della Lega. Forfait del ministro e leader di Ncd, Angelino Alfano. Ufficialmente non ci sarà «per impegni precedenti», ma potrebbe essersi sottratto per evitare di essere fischiato sull’articolo 18 che vuole abolire. È vero che i dem renziani sono privi di tabù, ma i militanti emiliani avrebbero potuto non gradire. Forza Italia invia Giovanni Toti a parlare i riforme. Ci sarà Nichi Vendola, nonostante tra il leader di Sel e Renzi siano volati gli stracci sulla riforma del Senato. Presente anche Gennaro Migliore, lo scissionista vendoliano, che parlerà di sinistra con il presidente del Pd, Matteo Orfini. Zoomata sulle realtà locali anche con Stefano Bonaccini, il segretario emiliano del Pd che oggi scioglie la riserva: «Deciderò se candidarmi o meno alla successione di Errani, vediamo il livello di fibrillazione che c’è». Il sindaco di Bologna, Merola critico: «Rischiamo il ridicolo». Renzi chiude la Festa il 7 «con sorpresa».Quelli che in famiglia sono presenti e attivi (anche e soprattutto collaborando ai lavori domestici) diventano modelli positivi, contribuendo a migliorare sogni, ambizioni (e carriere) delle ragazze. Che si liberano così degli “stereotipi vissuti come destino”. Nel nome di un’autentica eguaglianza di genere

il Fatto 27.8.14
Alle urne
Nominati o eletti, è la stessa miseria
di Bruno Tinti


Ricordo di aver letto, tanto tempo fa, un interessante articolo sui Paesi che l’Autore (non ricordo chi fosse) inseriva nella categoria del “non si può”. Paesi ricchi di materie prime, di grandi potenzialità e però di cultura sociale e politica inesistente, peggio: pervertita. Paesi africani, innanzitutto; ma anche arabi, mediorientali e sudamericani. Paesi caratterizzati da classi dirigenti corrotte e incapaci, da disuguaglianze sociali estreme, da un costante spreco di risorse naturali e umane. Insomma Paesi in cui esistevano tutte le condizioni per una vita prospera e giusta, ma dove di fatto “non si poteva” realizzarle. Da un po’ di tempo sono angosciato dal pensiero che l’Italia appartenga a questa categoria. Come sappiamo, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del Porcellum che aveva condotto a un Parlamento di “nominati”: persone scelte dalle segreterie dei partiti e non dai cittadini, cui venivano proposte liste bloccate.
   SI POTEVA scegliere una lista, dunque un partito, in pratica un’etichetta; oppure si poteva non votare, scelta in effetti adottata da un sempre crescente numero di persone. Questo sistema ha raccolto quasi unanimi critiche: l’impossibilità per gli elettori di esprimere le loro preferenze era considerata inaccettabile. Tanto più in quanto il premio di maggioranza previsto per la lista che avesse riportato il maggior numero di voti impediva la concreta rappresentanza delle minoranze. In questo momento il problema si pone in maniera pressante: sulla legge elettorale, e connessa riforma del Senato, si stanno contrapponendo le tesi di quelli che vogliono conservare il sistema delle “nomine”, più o meno modificato per rispettare (in realtà far finta di) la sentenza della Corte; e di altri che auspicano un sistema fondato sulle preferenze: che i cittadini siano liberi di scegliere i loro rappresentanti.
   Mi sembra che, nel contrasto ideologico e politico, ci si dimentichi della realtà. In un Paese ideale, composto di brave persone, culturalmente, socialmente e politicamente evolute, un sistema proporzionale fondato sulle preferenze è ovviamente il migliore. Risulterebbero eletti candidati affidabili, onesti, coerenti, competenti. Rappresentanza, governabilità, tutela delle minoranze sarebbero garantite. Ma di Paesi ideali ce n’è pochi; e l’Italia non è certo tra questi. Quali sarebbero le conseguenze di questo sistema nel nostro Paese? Non occorre un grande sforzo di immaginazione: le abbiamo conosciute negli anni passati e le conosciamo quasi ogni giorno. Clientelismo, corruzione, dissipazione delle risorse pubbliche e complicità con associazioni criminali in cambio di voti. Sono le preferenze che hanno condotto alla creazione dei feudi politici, dei ras locali, dei sindaci mafiosi, della compravendita dei voti. E comunque le preferenze non fanno venir meno il prepotere dei partiti cui vengono offerti pacchetti di voti in cambio di future cariche di rilievo politico.
   SOTTO QUESTO profilo i due sistemi, preferenze e “nomine”, si sovrappongono: il partito “nomina” chi gli garantisce voti; e chi è “proprietario” di molte preferenze si compra la “nomina”. La degenerazione della politica italiana, il suo asservimento agli interessi personali, rendono dunque il sistema delle preferenze inidoneo a una gestione del Paese che persegua interessi collettivi, bilanciamento delle diverse esigenze proprie di differenti classi sociali ed economiche. Meglio le “nomine” allora. Sembrerebbe di sì. Scegliere tra persone di ineccepibile moralità, con professionalità e competenze adeguate, “nominarle” amministratori e garanti del nostro Paese, chi potrebbe non essere d’accordo? Niente più capipopolo, mafiosi e amici dei mafiosi, imprenditori che strumentalizzano il loro potere per interessi personali. Niente più incompetenti, politici di mestiere, gente preoccupata solo delle future elezioni, di conservare poteri, privilegi e – diciamola tutta – mezzi di sussistenza: se buttati fuori dal circo dovrebbero lavorare. Perfetto: Padri della Patria a tempo pieno, preoccupati solo del bene comune. Sì, ma, chi li “nominerebbe”? Partiti che praticano la spartizione di ogni carica, per modesta che sia? Partiti che da mesi sono incapaci di nominare due giudici costituzionali, preoccupati non di garantire professionalità di alto livello alla Corte ma di disporre di prestigiosi sottomessi a questa o quella fazione? Partiti che non riescono a nominare i componenti laici del Csm per la stessa ragione? Un presidente della Repubblica, allora? Quale? Quello che ha imposto il veto alla “nomina” a ministro della Giustizia di un magistrato di grande esperienza e professionalità e di indubitabile onestà, accettando come valida alternativa un diplomato all’Istituto Nautico? No, le “nomine” non sono meglio delle “elezioni”. La stessa miseria, gli stessi interessi, lo stesso protervo potere. Mi rendo conto del vuoto che lasciano queste riflessioni, del disvalore profondo del nichilismo, di questo atteggiamento pessimista e non propositivo. E però ricordate Amleto? “Così la coscienza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azione”.

il Fatto 27.8.14
La “riforma” tradisce lo spirito dei partigiani
di Oliviero Beha


UNO DEI POCHI vantaggi dell’età è dato forse dalla relativa facilità di calarsi in tempi remoti ma non lontanissimi, come invece riesce difficile fare per un giovane. Ci pensavo mettendoinsiemedueelementi apparentemente assai eterogenei: l’articolo con cui ieri qui Travaglio meritoriamente polverizzava la tanto contestata (dagli uomini di buona volontà) Riforma del Senato evidenziandone le deleterie conseguenze pratiche nel cammino legislativo; e la giornata dedicata sabato scorso a Cogne alle “Repubbliche partigiane” del ’44, nel settantesimo anniversario di quell’esperienza. Studiosi e partigiani sopravvissuti, anzianissimi ma energici al punto che scommetterei su di loro in un “braccio di ferro” letterale con il Calderoli di turno, convenuti a raccontare, discutere, ricordare quella pagina di storia patria. Perché dunque i due elementi sono solo apparentemente distanti, al di là del lasso di tempo quasi trigenerazionale che li divide? Perché non c’è niente di meglio di una ripassata storica davvero “nostra” per toccare con mano gli effetti nefasti della suddetta Riforma. A giustificazione della quale sono stati addotti paragoni e confronti che farebbero arrossire di vergogna uno studioso o un politico se la vergogna fosse ancora un aspetto fondativo degli studi e della politica. Per esempio è stato detto soavemente dal Circolo Pickwick dei Riformatori che anche la Germania ha una “Camera” scelta dai “länder”: ma essa è uno Stato federale mentre costituzionalmente “la Repubblica italiana è una e indivisibile”. Oppure che anche l’Inghilterra ha una “Camera dei Pari” non eletta direttamente dal popolo. Peccato che l’Inghilterra non sia uno Stato, mentre lo è invece il “Regno Unito” di Gran Bretagna (l’insieme di Inghilterra, Galles e Scozia) e Irlanda del Nord. In più dopo la riforma del 1999 questa “Camera” non ha più funzioni legislative ma solo giurisdizionali(cheilnuovoSenato non ha) e infine, leggerissima nota a margine, l’Inghilterra è una Monarchia…
   n TORNO ALLE “Repubbliche partigiane”, chiamate storiograficamente così per semplificare, nate e morte nel ’44 dopo settimane o mesi quando i rastrellamenti tedeschi come un’onda di risacca le travolsero . In tutto il Nord Italia, e a Cogne e in Piemonte in particolare come la giornata di studi ha sottolineato, queste “Repubbliche” sono state l’alveo della prima Italia del dopoguerra, distinguendo tra il braccio militare dei partigiani e il braccio politico di una società civile in embrione al risveglio, dopovent’annididittatura,una guerra e una guerra civile. La Costituzione italiana oggi in grandepericolosièabbeverata a queste esperienze. A Cogne, partigiani come Saverio Tutino (sua figlia Barbara con l’Anpi e i Musei di Cogne si è fatta carico della manifestazione), Franz Elter, Giulio Einaudi, Giulio Dolchi, Giuseppe Cavagnet, solo per citarne alcuni, hanno contribuito a questa fase storica di cui ormai c’è poca traccia, se non di nicchia. La domanda è come si possa oggi, quasi senza colpo ferire, buttare all’aria un passato valoroso, un complesso di ideali libertari e democratici, delle formule di governo dal basso che hanno creato la piattaforma per l’Italia della Ricostruzione. Adesso la baionetta della fretta, della superficialità e dell’oblio è rivolta da una pattuglia di “giovani” reificati al potere in quanto tali contro la memoria di come eravamo. Non sfiora – pare
   – l’interesse di nessuno il fatto che magari allora fossimo/fossero migliori, non un peso da rimuovere sul sentiero di una democrazia autentica e aggiornata bensì una molla in più, da non tradire ma da consegnare anche a questa generazione. Lo so, Calderoli sghignazzerà su questo, ma corre il rischio che secondo le migliori tradizioni della casa una sghignazzata lo seppellirà…

Il Sole 27.8.14
Nella piana di Gioia Tauro. Sorta nel 2012 nell'area industriale, tra sbarchi e arrivi in concomitanza della raccolta di frutta tra un mese ospiterà migliaia di persone
La baraccopoli dei «pendolari» africani
di Roberto Galullo


GIOIA TAURO (RC). Tutto puoi aspettarti tranne che un'area industriale ingoi, al suo interno, anche una baraccopoli di africani disperati. Oggi una quarantina di persone. Tra un mese diventeranno migliaia.
Accade a San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro (Rc). Quando entriamo nel campo attrezzato alla meglio, soprattutto grazie alla solidarietà di cittadini, Chiesa, associazioni e sindacati, è pieno agosto. Ironia della sorte, il "servizio di sicurezza" interno alla baraccopoli dorme sonni profondi e così nessuno, sulle prime, si accorge della presenza di un giornalista capitato lì per caso, mentre svolge un'inchiesta sul porto di Gioia (si veda Il Sole-24 Ore del 14 agosto).
Si tratta di tre ragazzi nigeriani che trovano riparo dal solleone sotto una copertura improvvisata. Sono loro a garantire, nei momenti di "piena", che nella baraccopoli - messa su nell'inverno 2012 dal ministero dell'Interno con circa 80 tende e ben presto diventata una calamita per disperati in cerca di lavoro, con centinaia di tende fatte di teli di plastica e lamiera - regni un minimo di ordine. E la "piena" sta per arrivare.
Gli sbarchi di questi giorni lungo le coste calabresi porteranno diversi "transfughi" anche qui ma il grosso del flusso arriva autonomamente da altre regioni, anche settentrionali, per la raccolta di mandarini e arance nella zona di Rosarno, per poi spostarsi in primavera in Campania, Puglia e Sicilia. Molti di loro sono in Italia da anni, grazie a questo pendolarismo geografico. «Seguono il ciclo delle terra» spiega Celeste Logiacco, segretario generale Flai-Cgil Piana di Gioia Tauro, che presta un'assistenza continua. «Tra qualche giorno sarà l'inferno nel Commissariato di Gioia Tauro – spiega Logiacco – perché chi rinnova il permesso di soggiorno, e quasi tutti lo hanno per motivi umanitari, ha bisogno della residenza ma il sindaco di San Ferdinando non è in grado di garantire chi risiede o meno e ha ragioni da vendere nel sentirsi abbandonato dallo Stato». Chi può biasimare, dunque, il sindaco Domenico Madafferi, se continua a chiedere lo sgombro dell'area?
A guidarci all'interno della baraccopoli – bruciata dal sole, per forza di cose maleodorante, con tonnellate di rifiuti smaltiti all'area aperta – e attratto dalla presenza di una giovane nigeriana in stato interessante, c'è un liberiano intorno ai 30 anni, Anthony, che alla pulizia della sua tenda ci tiene. Dentro 4 letti (tre vuoti, ma è questione di giorni) e due fornelletti. Lui, insieme agli altri 40 amici di sventura, è rimasto nella piana di Gioia perché la crisi colpisce duro anche i precari come lui. Nessun viaggio fuori dalla Calabria per cercare un impiego saltuario. Al massimo qualche puntatina agli incroci di Gioia, San Ferdinando o Rosarno, per racimolare qualche euro. Sempre che la salute aiuti lui e gli altri. No, l'ebola non c'entra nulla, anche se lui ci scherza, visto che la sua nazione è l'epicentro dell'infezione. Parlandogli, la sensazione è che nel campo girino droghe da sballo a pochi centesimi, come la colla, che debilita e distrugge.
Anthony è pronto, tra una settimana, a curare la terra e poi a raccogliere mandarini e arance per 3 o 4 euro al giorno, per 10, 12 ore di fatica. Tolte le spese per il cibo, l'alcol e gli "sfizi", non rimangono che pochi spicci con i quali tirare avanti. E poco o nulla fa, per molti di loro, che i "caporali" rosicchino altre risorse. «I proprietari terrieri - dice in un italiano stentato, dopo tre anni di permanenza - ci aiutano. Grazie. Grazie Italia». Lo ripete due volte e a poco vale ricordargli che nel dicembre 2010 centinaia di africani come lui si ribellarono ad alcuni di questi "generosi" proprietari, rispondendo con violenza alla violenza.
Gli sbarchi continuano, l'area industriale 2 di San Ferdinando si gonfierà di regolari, irregolari e richiedenti asilo, pronti a restare qui fino ad aprile per poi ripartire e infine ritornare nelle stesse condizioni di precarietà e sopravvivenza a stenti. La sensazione è che i 5 euro allungati ad Anthony sulla soglia del campo a poco o a nulla servano se non a lavarsi, ipocritamente e per 5 minuti, la coscienza cristiana.

Corriere 27.8.14
Problemi per l’Archivio centrale Molto materiale finirà a Pomezia
di Antonio Carioti


L’Archivio centrale dello Stato (Acs) non rischia di chiudere entro la fine del 2014, come si è letto nei giorni scorsi sul web, ma se le risorse restano quelle attuali e in mancanza di investimenti, «il rischio è incombente». Lo si legge in un lungo documento che l’Acs, diretto dal sovrintendente Agostino Attanasio (nella foto ), ha diffuso sia per rassicurare i tanti studiosi che frequentano il suo edificio a Roma, sia per chiarire l’operazione che ha compiuto con l’acquisizione di un ampio deposito a Pomezia, nel quale verranno sistemati non solo i nuovi fondi in arrivo, ma anche materiali attualmente ospitati nella sede dell’Eur, in quella parte dei suoi spazi, ritenuta inidonea, che sarà sgomberata per fare posto al Museo nazionale d’arte orientale e forse alla direzione generale per gli archivi del ministero dei Beni culturali.
La scelta è stata criticata poiché la sede di Pomezia non dispone di una sala studio, quindi i faldoni dovranno essere trasportati con una navetta fino all’Eur e gli studiosi se li vedrebbero recapitare il giorno dopo la richiesta. Tuttavia, replica l’Acs, il disagio sarà alleviato dal nuovo sistema informatizzato di gestione, in funzione dal prossimo anno, che consentirà di richiedere i documenti in anticipo online, a distanza, e di trovarli pronti per la consultazione il giorno stesso in cui ci si recherà nella sala studio.
D’altronde lo stesso Acs non nasconde che l’affitto dei locali a Pomezia, distante circa 40 chilometri da Roma, è una soluzione d’emergenza rispetto a difficoltà molto gravi, che rischiano di accentuarsi per lo scarso interesse della politica verso il patrimonio archivistico.

Corriere 27.8.14
Eretici al rogo e Papa infallibile Le tappe dei Concili ecumenici
di Armando Torno


Il cardinale Martini avanzò, tra le molte della sua vita, l’ipotesi di convocare un nuovo concilio. Quasi sicuramente gli sarebbe piaciuto il volume di Onorato Bucci e Pierantonio Piatti Storia dei Concili ecumenici. Attori, canoni, eredità (Città Nuova Editrice, pp. 528, e 68), nel quale si possono conoscere le grandi tematiche del cristianesimo. Dall’assise di Nicea del 325, che definì il Credo, ai nuovi orizzonti aperti dal Vaticano II chiuso nel 1965, il libro offre infinite occasioni di riflessione. D’altra parte, i ventuno Concili ecumenici e generali, con la Tradizione e dopo la Bibbia, rappresentano la fonte più importante di dottrina cattolica.
Ecco i grandi incontri di Trento, nei quali si cercò di arginare la Riforma di Lutero (nella foto ), ma anche quelli meno noti, dove comunque si svolsero dibattiti poi rimasti nella memoria. Come il Concilio di Vienne del 1311-12: qui si discusse la bolla pontificia per la soppressione dell’Ordine dei Templari e il soccorso della Terra Santa; o il Concilio di Lione I del 1245, nel quale si definirono le regole per la scomunica. «Chi la pronuncia — si legge in una costituzione — lo faccia per iscritto, esponendo chiaramente la ragioni per cui la infligge. Inoltre è tenuto a dare, dietro richiesta, una copia di questo documento allo scomunicato entro un mese dalla sentenza». Ecco il Vaticano I del 1870 con i dibattiti sull’infallibilità pontificia in materia di fede o il Concilio di Costanza, chiuso nel 1418, che condannò Jan Hus. E l’«eretico» venne subito bruciato. Il Concilio Lateranense IV del 1215 fissò l’obbligo di pagare le decime, anche per gli ordini religiosi. Bei tempi. Ora le tasse si sono quintuplicate.

La Stampa 27.8.14
La rivincita di Abu Mazen
Prende il controllo di Rafah e può frenare gli islamisti
di Maurizio Molinari


È il ritorno sulla scena di Abu Mazen a segnare la fine di 50 giorni di combattimenti fra Hamas e Israele nella Striscia di Gaza. È il presidente palestinese ad annunciare, dalla Muqata di Ramallah, la tregua raggiunta al Cairo perché la delegazione di Hamas che in Egitto ha negoziato indirettamente con Israele era guidata da un suo fedelissimo, Azzam al Ahmad. È un aspetto formale dal forte valore politico: Hamas e Israele hanno concordato che saranno le forze di Abu Mazen a presidiare il valico di Rafah, maggiore accesso commerciale di Gaza al mondo arabo. Ciò significa il ritorno dei militari di Al Fatah a Gaza per la prima volta dopo l’espulsione nel 2007 - a seguito del colpo di mano di Hamas - con la prospettiva di assumere il controllo di tutti i confini della Striscia, con l’Egitto e con Israele.
Per Il Cairo e Gerusalemme ciò significa l’inizio del possibile disarmo di Hamas mentre per Hamas ciò implica il debutto concreto dell’attività del governo di unità nazionale palestinese, destinato a far ricevere i salari a 40 mila dipendenti pubblici da quasi un anno rimasti senza entrate. È la strettoia che ha trasformato Abu Mazen nel protagonista della tregua, come lui stesso ha evidenziato nel discorso tv ringraziando il Qatar ed il Segretario di Stato John Kerry ovvero i due partner internazionali con cui - Egitto a parte - più ha trattato. Resta da vedere come sfrutterà ora Abu Mazen la ribalta frutto della tregua a Gaza.
Parlando da Ramallah ha detto «ora bisogna chiederci cosa avverrà nel prossimo futuro per evitare un quarto conflitto fra Israele e Hamas» ed una indicazione su cosa ha in mente viene da Yasser Adeb Rabbo, suo stretto collaboratore e membro del comitato esecutivo dell’Olp, che preannuncia un’«iniziativa internazionale di Abu Mazen per porre fine al conflitto fra Israele e palestinesi». «L’era della spola diplomatica di John Kerry è finita come è terminata la stagione di negoziati sotto l’egida di una sola nazione», aggiunge Rabbo, sottolineando che Abu Mazen è intenzionato a «chiedere alle potenze mondiali e alle Nazioni Unite di assumersi la responsabilità di porre termine al conflitto». Ciò significa investire anche Russia, Cina ed Europa del compito di mediatori finora gestito in solitudine dagli Stati Uniti, cambiando radicalmente la cornice del negoziato con Israele.
In attesa di conoscere i dettagli della proposta di Abu Mazen - che potrebbe essere svelata entro una settimana - il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è detto favorevole a «riprendere i negoziati con l’Autorità nazionale palestinese» e ciò lascia intendere che uno spiraglio diplomatico esiste. Ma per Abu Mazen si tratta di un percorso tutto in salita: assumendosi la responsabilità della sicurezza al valico di Gaza diventa de facto l’argine al riarmo di Hamas, rischiando forti tensioni con i leader reduci dalla «vittoria militare» celebrata nelle piazze della Striscia così come puntando sull’Onu anziché sugli Stati Uniti apre uno scenario diplomatico basato sulla minaccia di denunciare Israele alla Corte penale internazionale e destinato dunque ad aumentare le resistenze di Netanyahu. Senza contare che il premier israeliano rischia una crisi politica interna e i reparti di Al Fatah nella Striscia dovranno vedersela anche con i gruppi salafiti pro-Isis, determinati a imporsi a Gaza. [M. MOL.]

Corriere 27.8.14
Lo storico Benny Morris: «L’unica alternativa era rioccupare la Striscia»
di Davide Frattini


Benny Morris, 65 anni, è uno storico israeliano. Appartiene alla scuola dei post sionisti, il gruppo di intellettuali che hanno «riletto» i conflitti arabo-israeliani. Tra i suoi libri più famosi: «Vittime»

GERUSALEMME — Da storico di Israele e delle sue guerre, Benny Morris vuole subito precisare: «Questi 50 giorni non rappresentano il terzo conflitto più lungo come molti sostengono. Il Libano è durato dal 1982 al 1985 (senza considerare che il ritiro definitivo dal Sud è avvenuto nel 2000). È stata un’operazione che ha superato la guerra dei Sei Giorni (1967) e quella di Yom Kippur (1973). Ma dal punto di vista dei caduti e delle perdite per Israele non c’è paragone». Anche se i dettagli dell’accordo sono ancora da definire e i negoziatori promettono di rivedersi tra un mese per trovare un’intesa duratura, Morris prova a valutare chi siano i vincitori e i vinti dello scontro, tenendo conto che sia Hamas che il governo di Benjamin Netanyahu reclameranno il successo.
HAMAS — «L’uccisione dei tre comandanti militari la settimana scorsa, il destino di Mohammed Deif, il capo di Stato Maggiore dell’esercito regolare, ancora incerto, sembrano aver spinto l’organizzazione ad accettare la proposta egiziana che sette giorni fa aveva respinto. Anche se è un movimento totalitario, deve in qualche modo tenere conto delle pressioni della popolazione di Gaza, sfiancata dalla distruzione, almeno 20 mila abitazioni. Le esecuzioni sommarie dei 25 palestinesi accusati di essere collaborazionisti sono state un messaggio a chiunque volesse protestare. Alla fine i capi, anche quelli che come Khaled Meshal vivono nel lusso del Qatar, hanno capito che Israele non avrebbe concesso di più e che i bombardamenti sarebbero continuati».
NETANYAHU — «Il primo ministro voleva porre fine a questa guerra d’attrito. Il bersagliamento costante dei villaggi e delle città nel sud del Paese è molto difficile da reggere politicamente. L’alternativa al cessate il fuoco era un’invasione della Striscia di Gaza: sarebbe costata la vita di centinaia di soldati israeliani e molti più degli oltre 2 mila morti palestinesi. Netanyahu non ha lo stomaco per ordinare un’operazione del genere. Adesso pagherà in termini di voti: gli abitanti del sud diventeranno un gruppo di pressione e non molleranno la presa fino alle elezioni. Che secondo me perderà».
ABU MAZEN — «Il presidente palestinese può solo guadagnare dalla situazione. È stato lui a spingere per la tregua e a venire così in soccorso dei palestinesi a Gaza. Estromesso dalla Striscia nel 2007 dai miliziani di Hamas, sta riuscendo a rimetterci un piede, con la sua Guardia dispiegata al valico di Rafah. Il dominio resta di Hamas, che non è disposta a cedere il controllo: anche se l’organizzazione ha perso 2/3 dell’arsenale (usato nei lanci verso Israele o bombardato dall’aviazione), ha ancora 15-20 mila “soldati”. Qualunque ipotesi di smilitarizzazione è stata messa da parte, ma gli egiziani e Abu Mazen cercheranno di impedire che Hamas si riarmi».
ABDEL FATTAH AL SISI — «Il presidente egiziano è di certo tra i vincitori. Osteggiato da Barack Obama per i metodi poco democratici, ha dimostrato agli americani che almeno in questa crisi la soluzione è passata dal Cairo. Userà il successo per spingere la Casa Bianca a scongelare gli aiuti sospesi. L’ex generale avrebbe preferito che Netanyahu andasse avanti, che Hamas — emanazione dei Fratelli musulmani, dichiarati fuorilegge in Egitto — venisse eliminata».
GLI ESTREMISTI NELLA REGIONE — «L’effetto immagine — 20 mila miliziani resistono a un esercito di 200 mila soldati — prevarrà sulla realtà dei danni inflitti ad Hamas e questo è un pericolo per Israele nel caos mediorientale. I fondamentalisti sunniti e sciiti stanno combattendosi adesso, ma prima o poi si uniranno contro di noi».

Corriere 27.8.14
Bianchi minoranza nelle scuole Usa
Alla ripresa delle lezioni asiatici, ispanici e afroamericani per la prima volta maggioritari
di Viviana Mazza


FERGUSON (Missouri) — I bianchi diventano minoranza: succederà per la prima volta nelle scuole pubbliche americane nel prossimo anno scolastico. È soprattutto una conseguenza della rapida crescita della popolazione ispanica, e in misura minore di quella asiatica, mentre quella afroamericana si è mantenuta stabile. Oggi sono bianchi solo il 49,7% dei 50 milioni di iscritti nelle scuole statali (mentre lo erano il 63,4% nel 1997) e il numero è destinato a ridursi per via del basso numero medio di figli per donna. È una tendenza che rispecchia la più ampia situazione demografica negli Stati Uniti: si stima che il 2043 sarà l’anno in cui i bianchi diventeranno minoranza nel Paese.
All’indomani dei funerali di Michael Brown, il diciottenne nero ucciso da un poliziotto bianco in Missouri, questi dati fanno riflettere sul futuro di un’America sempre più multicolore, dove però le tensioni razziali non si sono affatto spente. Le scuole infatti non rispecchiano la diversità crescente degli Stati Uniti: anzi, cinquant’anni dopo il Civil Rights Act (che la dichiarò illegale) la segregazione razziale sui banchi di scuola sembra essere rimasta una realtà in diverse zone del Paese. Non si tratta di un problema soltanto nel Sud. In città come New York, Washington e Philadelphia, uno su sei studenti afroamericani viene istruito in scuole dove il 99% non è bianco, sostiene uno studio dell’Università della California riportato dal Times . Il dipartimento dell’Istruzione valuta che i bambini afroamericani e ispanici abbiano un accesso più ridotto a corsi avanzati di matematica e scienze; ed è inoltre più probabile che i loro insegnanti siano freschi di laurea. La tendenza è opposta nelle scuole private, dove secondo il Pew Research Center, c’è un numero molto alto di iscritti bianchi: vengono scelte da una famiglia bianca su dieci. Obama e la first lady Michelle hanno sottolineato di recente che il «lungo cammino per eliminare il razzismo in tutte le sue forme» non è finito, e che l’istruzione è una delle strade principali.
Prima di assistere al funerale di Michael Brown, l’altro ieri a St. Louis, anche il reverendo Jesse Jackson rifletteva che «education matters», l’istruzione è più che mai importante, ma nella comunità afroamericana «i ragazzi devono superare un campo minato per arrivarci». In fila per entrare in chiesa, Patrick Green, il sindaco afroamericano di Normandy, città adiacente a Ferguson e sede del college dove Michael si era iscritto, spiegava che uno dei motivi per cui ci sono pochi agenti di polizia neri nell’intera contea di St. Louis è che «bisogna iscriversi all’Accademia, ed è a pagamento». «Una delle cose eccezionali dell’America è il melting pot di culture, ma se i giovani non crescono insieme è più difficile combattere i pregiudizi», dice al Corriere Benjamin Crump, l’avvocato diventato noto per aver seguito il caso di Brown e, due anni fa, quello di Trayvon Martin. Eppure a Ferguson è successo proprio l’opposto: Brown e il poliziotto Darren Wilson sono due giovani cresciuti nella stessa contea ma in comunità separate. È una storia iniziata nel XX secolo, quando i neri cominciarono a trasferirsi a St. Louis, città di passaggio nella migrazione verso le fabbriche di Detroit e di Chicago. Allora i bianchi si trasferirono nei sobborghi della contea di St. Louis, incluso Ferguson. Attraverso una serie di regolamenti — com’è accaduto in altre parti del Paese — i leader locali e gli agenti immobiliari fecero in modo che i neri ne restassero fuori. Ma negli anni Settanta le barriere cominciarono a saltare: la popolazione nera di Ferguson (e di altre città della contea) cominciò a crescere e, dopo tensioni con i nuovi vicini, molti bianchi si spostarono ancora più lontano dal centro. Così oggi Ferguson ha una popolazione per due terzi nera (anche se la struttura di potere è rimasta in mano a bianchi). L’istruzione è stata un campo di battaglia: negli Anni 70 in risposta alle disuguaglianze nelle scuole pubbliche, fu avviato un programma contro la segregazione che continua ancora oggi: i ragazzini soprattutto afroamericani vengono portati in autobus nelle scuole dei sobborghi bianchi. Al governatore (bianco, democratico) Jay Nixon la popolazione afroamericana non ha mai perdonato di aver tentato, undici anni fa, di sospendere quel programma sostenendo che «non ce n’era più bisogno». Ancora oggi, diversi genitori di Ferguson che cercano di trasferire i figli in scuole in distretti a prevalenza bianca incontrano resistenze. Nel nuovo anno scolastico, i banchi di scuola sono lo specchio di un’America sempre più «diversa», ma che non ha superato la paura dell’altro.

Repubblica 27.8.14
Nel quartier generale dei peshmerga
“Eravamo in un angolo ora siamo i salvatori”
di Adriano Sofri


ERBIL AL MINISTERO dei peshmerga ieri erano indignati dalla notizia che il Da’ash-Is avesse ripreso la diga di Mosul. «È del tutto falso», dice l’ufficiale portavoce, Helgurd Hikmet Mela Ali, 44 anni, che mi riceve con un colonnello suo collega, Shekh Bakhtyar. Chiedo delle armi promesse dal governo italiano: «Nemmeno una cartuccia, finora. Sono arrivate solo da americani e francesi». I peshmerga sono 150 mila, dice, più una riserva di uomini (e donne) in età, senza addestramento militare ma con una pratica partigiana. La forza curda è a mezza strada fra l’aspirazione a un esercito regolare (ci sono due scuole militari, a Zhako e a Suleymaniyah) e formazioni partigiane: legate, queste, ai due partiti maggiori, il Pdk di Barzani e il Puk di Talabani, e alla loro prevalenza territoriale.
Dall’avanzata d’agosto dell’Is su Mosul e sul Sinjar pesa un’onta grave sulla prodezza dei peshmerga: di non aver opposto una resistenza sufficiente abbandonando cristiani e yazidi alla caccia jihadista. L’epico salvataggio di decine di migliaia di yazidi dal Sinjar, nel momento del collasso peshmerga, era stato soprattutto opera dei curdi del Pkk del campo di Makhmour e di Siria, che hanno attraversato la frontiera e l’hanno ripassata per scortare i fuggiaschi. «L’evoluzione del Pkk è importante, dentro e fuori dalla Turchia». Non sanno confermarmi se consiglieri americani a Sinjar e Pkk, nonostante la sua iscrizione nell’albo dei “terroristi”, abbiano a loro volta collaborato. «Avevamo armi inadeguate, e non ci eravamo aspettati un’aggressione così feroce. Dovreste ricordare che, dopo averci sempre tenuti in un angolo, il mondo si aspetta che assicuriamo un confine di 1300 chilometri coi nostri vecchi kalashnikov russi. Il Kurdistan non ha nemmeno un elicottero. La zona di Mosul è sunnita, e l’avanzata dell’Is non sarebbe avvenuta senza l’esasperazione dei sunniti contro il governo di Maliki, e l’appoggio degli apparati dissolti del Baath e dell’esercito, che vedono nell’Is degli avventurieri provvisori (per di più venuti dalla Siria) che gli offrono un’occasione di rivalsa. Sanno che sono terroristi, ma l’odio per Maliki per ora è più forte. Oggi comunque ci sono due comandanti nostri in prigione per quella fuga dei primi giorni. Dopo il Sinjar, e la caduta di Mahmour e Gwer, c’era demoralizzazione nelle nostre file. E il fatto che abbiamo riconquistato le posizioni perdute, spesso con gli stessi uomini, mostra che quell’episodio è superato ».
Un altro ufficiale che mi accompagna al cambio turno di Gwer dice che i responsabili della ritirata arrestati e sotto processo sono tre, i capi della sicurezza e del Partito della zona, e un generale dei peshmerga Pdk. Le punizioni sono poco riguardose, si direbbe: lunedì hanno coinvolto un altro vicecomandante della tribù di Barzani. È vero, riconoscono tutti, che una forza armata composta da uomini giovani cresciuti ormai in città che godono, dal 2003, di una dolce vita, non risponde più all’epopea dei peshmerga delle montagne, nutriti di morte, persecuzione, esilio. I peshmerga alternano 14 giorni di servizio e 16 di ritorno alla vita civile. Bagdad ha sempre mancato agli accordi sui finanziamenti e badato a tenere al bando i curdi. Ora il governo curdo ha deliberato di destinare per il nuovo anno dai proventi del petrolio una quota adeguata all’esercito. Questi singolari combattenti sono così sottopagati — più o meno 400 dollari al mese — che si mantengono col doppio lavoro. Uno mi ha portato in taxi da Erbil a Dohuk, tenendo per tre ore a tutto volume gli inni di Radio Peshmerga: quando sono sceso ero pronto a invadere la Siria. Nel 1946, nella prima effimera repubblica curda di Mahabad, il presidente Qazi Mohammed, il poeta Hemn, politici e intellettuali, erano seduti a cercare una denominazione degna al soldato curdo. Dopo ore senza esito, entrò il servitore del tè e chiese di che cosa discutessero: «Chiamateli peshmerga». Letteralmente «di fronte alla morte», pronti alla morte (ricordatevi dell’inno di Mameli: «Siam pronti alla morte...»).
Quanti sono i caduti nelle file dei combattenti? «Non pubblichiamo le cifre, in un momento così teso: sono tanti, e tanti i feriti». Chiedo di Amerli, dove migliaia di civili, turcomanni sciiti, soccombono da mesi a un assedio spietato: è vero che Bagdad sta per muovere 2.000 suoi soldati? «Non posso dirlo, ma c’è un accordo per il soccorso». Pesano ancora molto le diffidenze fra seguaci del Pdk e del Puk? «Oggi c’è un’unità maggiore, e sarebbe suicida se fosse altrimenti. Quella è la nostra cattiva eredità, e dobbiamo fare di più per liberarcene. Dobbiamo sciogliere il nodo che stringe la politica e le forze armate». Sono unanimi i miei interlocutori nel dare per finita l’unità dell’Iraq: «Non è mai cominciata». Non trovate nessuno in Kurdistan, e, credo, in tutto l’Iraq, che ci creda. Credono alla spartizione in tre, molti ci lavorano forte. Sciiti e sunniti, divisi da una guerra spietata che si crede teologica, devo- no giocarsi la Bagdad dimezzata. Sunniti del califfato e sunniti che non so come chiamare — certo non moderati, tanto meno quando saccheggiano le case dei loro vicini trucidati e cacciati — si giocheranno la loro parte.
E il Kurdistan? «Noi dobbiamo comportarci come se fossimo uno Stato. Ci sarebbe bastata l’autonomia, Bagdad l’ha tradita. Per la faziosità sciita di Maliki eravamo sunniti e curdi, due pecche gravi. Da noi le altre religioni vivono o cercano scampo l’intera geografia è travolta dall’avvento del Da’ash. Combattiamo davvero anche per gli altri, siamo un’isola che vuol essere democratica e pacifica. Noi non minacciamo, la pace è il nostro interesse». Gli americani intervengono nei vostri collegi militari? «No». Oggi, mercoledì, saprò poi, è in programma un incontro di vertice fra americani e curdi per la cooperazione militare. Inoltre, la ripresa degli attentati, come a Kirkuk, rafforza le misure antiterrorismo. «La guerra oggi è davvero bizzarra », dicono i giovani peshmerga col volto coperto, più per polvere e smog che per il segreto. «Si fa anche coi telefonini. Noi siamo su Facebook, coi nostri nomi e le facce, e magari pubblichiamo le foto e i video della prima linea: un’intelligence involontaria e ingenua per i nemici. C’è stato bisogno di ripulire i social».

La Stampa 27.8.14
Galileo, precursore di Kant e delle neuroscienze
A 450 anni dalla nascita un saggio ne svela un aspetto inedito: così fondò la psicologia della percezione visiva
di Piero Bianucci


Tutti conoscono Galileo astronomo, fisico, padre del telescopio, saggista brillante, tanto che Italo Calvino lo giudicò il più grande scrittore italiano, alla faccia di Manzoni. Piuttosto noto è il Galileo abile disegnatore, buon dilettante di musica, poeta burlesco, critico letterario che si esercitò su Dante, Ariosto e Tasso. Ora Marco Piccolino, Università di Ferrara, e Nicholas Wade, University of Dundee, Uk, ci presentano un Galileo neuroscienziato, fondatore della psicologia della percezione visiva.

Mentre si celebrano i 450 anni dalla nascita e Pisa gli dedica la mostra «Galileo: il mito tra Otto e Novecento», aperta fino al 30 ottobre, quella proposta da Wade e Piccolino nel saggio Galileo’s Visions (Oxford University Press, pp. 336, £ 39,99) sembra una prospettiva eccentrica. Ma non è così se ricordiamo che Galileo dovette affrontare avversari scientifici che si rifiutavano di mettere l’occhio al telescopio sostenendo che quello strumento creava solo giochi di luce ingannevoli. Per difendersi dagli aristotelici, Galileo fu il primo a diffidare dei propri sensi e dello strumento con cui sondava l’universo. Gli era così chiaro che i sensi sono filtri inevitabili tra noi e la realtà, che possiamo considerarlo un precursore delle categorie kantiane. Su questo punto filosofico, quello delle «sensate esperienze», Il Saggiatore ha pagine illuminanti.
Galileo osserva le macchie solari e si rende conto che sembrano nere non perché lo siano davvero ma per il forte contrasto con la superficie abbagliante del Sole. In effetti, scrive a Welser nel 1612 polemizzando con il gesuita padre Scheiner, le macchie solari sono più luminose della Luna piena. La loro oscurità è una illusione mentale: i nostri occhi funzionano per comparazione, non per valori di luminosità assoluti, cosa che la fisiologia moderna spiegherà tre secoli dopo. Un altro inganno percettivo fa sì che la falce lunare sembri più grande del disco effettivo della Luna, che è in ombra ma si indovina grazie alla «luce cinerea» riflessa dalla Terra. Il fenomeno, detto irradiazione, riguarda anche la «grandezza» delle stelle, parola oggi riferita solo alla loro luminosità, ma con cui gli antichi indicavano anche il diametro apparente della stella.
Come al solito, Galileo affrontò la questione del diametro apparente delle stelle in modo sperimentale ma per finalità teoriche. Se la Terra gira intorno al Sole, le stelle devono mostrare un moto di parallasse annuale. Questa parallasse non si osservava, e ciò dava un forte argomento ai tolemaici. Galileo pensava che la diversa luminosità delle stelle fosse dovuta alla distanza più o meno grande. In ogni caso le stelle dovevano essere lontanissime e non incastonate nella sfera delle stelle fisse, tutte alla stessa distanza, come voleva la teoria geocentrica di Tolomeo. Di qui la difficoltà di misurarne la parallasse, troppo piccola per gli strumenti dell’epoca.
Ciò premesso, Vega doveva essere una stella abbastanza vicina in quanto è tra le stelle più luminose. Galileo provò a occultarla usando una cordicella e trovò che il suo diametro angolare era inferiore a 5”, cioè 24 volte meno di quanto supponeva Tycho Brahe. Poiché una stella brillante, e dunque vicina, risulta così piccola, la sua distanza doveva essere tale da rendere impossibile misurarne la parallasse. Ora sappiamo che tutte le stelle restano puntiformi per quanto le si ingrandisca con i più potenti telescopi. Il loro diametro apparente è sotto il millesimo di secondo d’arco.
Chiudiamo tornando alla Luna. Sappiamo dagli astronauti che il suo colore varia dal nero della lavagna al grigio del cemento. Eppure in cielo pare bianca. Perché?
Nel 1929 lo psicologo tedesco Adhémar Gelb l’ha spiegato con un esperimento. Sospese un disco nero in una stanza buia e puntò su di esso un faro nascosto all’osservatore. Poiché la luce era ben collimata sul bersaglio nero, il resto della stanza rimaneva in ombra. In queste condizioni, il disco nero appariva bianco. Se però un foglietto di carta bianca veniva posto vicino al disco dentro il fascio di luce, di colpo il disco sembrava grigio. Togliendo il pezzo di carta, il disco nero ridiventava chiaro.
In sintesi: la Luna è scura come una lavagna ma la piccola parte di luce solare che riflette è un miscuglio di colori che i nostri occhi vedono bianco. Per completare il discorso occorre però ricordare un argomento che Galileo sviluppa nel Dialogo dei massimi sistemi: la diffusione della luce del Sole da parte della Luna avviene perché la sua superficie non è liscia come volevano gli aristotelici ma scabra. Sono le asperità lunari, orientate nelle più varie direzioni, a riflettere più efficacemente la luce solare. Galileo vide le montagne della Luna al telescopio, ma le avrebbe scoperte anche solo con gli occhi della mente.

Repubblica 27.8.14
Di padre in figlia
Quelli che in famiglia sono presenti e attivi (anche e soprattutto collaborando ai lavori domestici) diventano modelli positivi, contribuendo a migliorare sogni, ambizioni (e carriere) delle ragazze
Che si liberano così degli “stereotipi vissuti come destino”. Nel nome di un’autentica eguaglianza di genere
di Maria Novella De Luca


COM’È il mondo dei padri visto dalla parte delle bambine? In pochi finora se l’erano chiesto. Parliamo, attenzione, dei famosi “nuovi” padri: quelli che in famiglia ci sono, collaborano, esistono, raccontano favole, spartiscono il lavoro domestico, accudiscono. Nuovi, appunto. E fondamentali. Perché crescere con un genitore così, dicono oggi le ultime ricerche sulle relazioni parentali, aiuta le figlie femmine a sentirsi vincenti, paritarie, a proiettarsi anche verso carriere alte, impegnative, finora spesso soltanto riservate ai maschi. Più astronaute che casalinghe, più fisiche nucleari che infermiere, per nulla vincolate a immagini e ruoli tradizionali. Libere da uno “stereotipo vissuto come destino”, si potrebbe dire, utilizzando una definizione di Stefano Ciccone, fondatore dell’associazione “Maschile plurale”, che di questo mondo di parità tra maschile e femminile si occupa.
Un punto di vista totalmente nuovo dunque, contenuto in una ricerca della British Columbia University di Vancouver, e già diventato oggetto di dibattito globale. Basandosi su interviste ripetute a un campione di 300 ragazzi e ragazze tra i 7 e i 13 anni, insieme ai loro genitori, quattro sociologi hanno dimostrato quanto un rapporto “giusto” tra madre e padre possa influenzare la vita dei figli. Desideri, sogni, aspirazioni: tutto muta se il nucleo da cui parte la vita di un giovane non è più gerarchico ma finalmente paritario. Una “eguaglianza” ancora scarsa a dire la verità, e non solo in Italia. Come emerge dalle testimonianze della ricerca canadese, a occuparsi di bambini e lavoro domestico sono il 68,2% delle donne contro il 42,2% dei maschi, e soltanto nel 15% delle famiglie il tutto viene equamente diviso in due.
Eppure questo 15% ha un significato profondo. Perché laddove i padri sono effettivamente care giver come le loro compagne, le bambine affermano di voler intraprendere carriere scientifiche, ambiziose, inedite anche, tipo allenatore di rugby. Diverse invece le aspirazioni delle ragazzine i cui papà si tengono lontani dal ménage familiare. Da grandi si immaginano mamme, infermiere, bibliotecarie, cantanti, o tutt’al più fashion designer . Non di sola madre, allora. «Finora avevamo verificato il ruolo dei “nuovi padri” solo in funzione dell’armonia di coppia. Questo nuovo studio finalmente inizia a decodificarne anche l’influenza nei confronti dei figli», commenta Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze di genere all’università Bicocca di Milano. «È evidente che se una bambina cresce con un modello di parità tra padre e madre si sentirà libera di scegliere ogni tipo di strada. Il lavoro domestico è uno dei prototipi più duri a morire, vederlo scardinato tra le mura di casa può cambiare radicalmente le prospettive di una ragazzina».
Padri e figlie. Per la prima volta sotto la lente d’ingrandimento, perché qualcosa è cambiato nella relazione. Che le madri abbiano un’influenza enorme sulle scelte della “prole” è secolarmente provato. Responsabilità ritenuta così grande da aver spinto negli anni Novanta il neuropsichiatra Giovanni Bollea a scrivere il saggio Le madri non sbagliano mai , inno all’intuito femminile sui problemi dei figli. Qualcosa che oggi contagia i nuovi padri, i più giovani soprattutto, che non solo ritengono naturale dividere la “domesticità” con mogli e compagne, ma hanno scoperto l’intima bellezza di crescere i figli. Colpisce invece leggendo la ricerca che per i maschi adolescenti ciò che accade tra i genitori non sia poi così importante. «I ragazzi aspirano a carriere tradizionalmente da uomini, ingegneri, chirurghi, manager qualunque sia la divisione dei ruoli in famiglia».
Osserva la psicologa Anna Oliverio Ferraris: «Nelle biografie di molte famose scienziate, da madame Curie a Rita Levi Montalcini vengono citate figure paterne che in antitesi con i tempi spingevano le figlie verso studi e carriere non femminili. E certo non erano uomini che condividevano il carico casalingo, come oggi inizia ad accadere nelle famiglie. Agli occhi di una bambina questa caduta degli schemi diventa un forte incoraggiamento, lezione di parità che le entrerà dentro per sempre. Non mi stupisce l’indifferenza dei ragazzi: da sempre sono abituati a scegliere, qualunque siano le condizioni familiari». Ma crescere con un modello di genitori “egualitario” aggiunge Ferraris, «potrà invece influenzare la sensibilità e la psicologia dei maschi, e mutare in meglio le loro relazioni sentimentali».
Ma in Italia il tempo quotidiano dedicato dalle donne alle incombenze familiari è di 5 ore e 20 minuti contro l’ora e 35 dei mariti. Stefano Ciccone è autore di Essere maschi , saggio in cui delinea un nuovo modo di essere uomini, una diversa identità oltre gabbie e schemi, scaturito dall’esperienza dell’associazione “Maschile plurale”. Dove un gruppo di uomini di diversi mondi ed estrazioni si confronta sui temi dei ruoli, della violenza sulle donne, sulla parità. «La presenza dei padri nel lavoro di cura abbatte lo stereotipo più forte, quello legato alla donna che accoglie e al maschio che agisce, alla madre che è la casa e all’altro che è invece azione e impresa. Una condizione ormai stretta anche per molti mariti, figli, genitori, ma il pregiudizio è duro a morire. Pensate ad un asilo nido in cui fossero soltanto educatori maschi: nessuno iscriverebbe là propri bambini ». La condivisione porta autorevolezza e dignità, aggiunge Ciccone. «Si rompe un destino segnato. Le ragazze, cresciute con questi modelli di eguaglianza sentiranno di potersi realizzare in ogni tipo di ambiente. Gli uomini invece potranno, senza vergognarsi, sperimentare la dolcezza dell’accudire i figli».

Repubblica 27.8.14
Ma ciò che conta davvero è l’amore, senza aspettative
di Massimo Recalcati


IL RAPPORTO padre-figlio è stato pensato dopo Freud a partire dalla figura conflittuale di Edipo: oltrepassare il padre o soggiacere al suo dominio? È il punto di snodo che marca il destino di ogni maschio: attività virile o passività femminea? Vincere o cedere al padre? Il rapporto padre-figlia sembra essere stato invece letto principalmente sotto la lente dell’amore. L’identificazione ambivalente verso il padre che caratterizzava il dramma virile di Edipo (essere come lui o contro di lui) lascia il posto alla bambina- Elettra che vuole essere amata incondizionatamente dal padre; l’ambivalenza si trasferirebbe così verso la madre che diviene oggetto di un’intensa relazione di odio e amore mentre il padre tenderebbe a occupare la posizione di oggetto d’amore ideale e irraggiungibile. Questo a sua volta comporterebbe una maggiore difficoltà dei padri stessi ad accettare la separazione e la libertà (intellettuale e sessuale) delle loro figlie. Mentre la separazione dal figlio maschio riflette più coerentemente la condizione del conflitto da cui deriva, la separazione da una figlia appare più contrastata perché implica una perdita amorosa senza ritorno.
Studi recenti dimostrerebbero che avere dei padri casalinghi, disponibili alla cura delle cose di casa e alle relazioni affettive — dunque meno idealizzati del padre di Elettra — , faciliterebbe le figlie ad avere futuri meno vincolati agli stereotipi sessisti. Professioni considerate tipicamente maschili diventerebbero accessibili a queste figlie liberate dalla presenza eccessivamente ingombrante di un padre dedito esclusivamente alla sua realizzazione personale.
Agli occhi di uno psicoanalista l’affermazione di nessi stringentemente causali per definire le vicende umane suscitano sempre un inevitabile allergia. Il cammino della vita non risponde a leggi deterministiche. Le figlie di padri casalinghi avranno più libertà nel decidere la propria vita professionale? Aver avuto un padre capace di realizzarsi nella vita professionale condizionerebbe la loro possibilità di intraprendere carriere ritenute tipicamente maschili?
Sappiamo come il tempo dell’evaporazione dei padri sia anche il tempo dove le distanze affettive e esistenziali con i propri figli e, soprattutto, con le proprie figlie si sono finalmente ridotte. Un padre casalingo fa allora meno danni di un padre concentrato sulla sua realizzazione professionale? Un padre presente è più utile per la crescita di una figlia di un padre assente? L’esperienza clinica mostra che non esistono risposte standard. Sono altre le cose (poche) certe. Un padre e una madre capaci di vivere la propria vita con slancio e generatività il loro lavoro e la loro relazione creano in famiglia quella circolazione di ossigeno di cui si nutre positivamente il desiderio dei loro figli. Un padre e una madre che sanno rinunciare al diritto di proprietà sui loro figli producono un clima positivo di libertà e di rispetto che favorisce la crescita non conformistica dei loro stessi figli. Non è questo forse il dono più grande della genitorialità? Non avere aspettative su di loro, non desiderare che diventino quello che noi abbiamo in mente che debbano diventare, lasciarli liberi di sbagliare e trovare la loro via. Un padre che si dedica alla casa può essere un padre sufficientemente solido come un padre che si consacra alla propria carriera professionale. Non è mai il contenuto di quello che fa a qualificarlo come padre (vi sarebbero allora professioni indegne per un padre? Un padre netturbino sarebbe meno padre di un padre scienziato?), ma solo la forza etica della sua testimonianza singolare. Ci sono padri-casalinghi o padri-mammi, assai frequentemente esperti in “educazione”, che sarebbe davvero meglio non incontrare mai e padri impegnati nella loro vita che offrono silenziosamente un modello identificatorio significativo ai loro figli. Ma, certamente, vale anche il caso contrario. La vera discriminante resta l’esistenza dell’amore come dono privo di contropartite, in perdita assoluta. È solo questo dono che spezza gli stereotipi sessisti perché lascia davvero liberi i nostri figli e, soprattutto, le nostre figlie, di essere quello che davvero desiderano.

Repubblica 27.8.14
Così Gödel cercò le prove che esistono i fantasmi
Si lasciò morire di denutrizione: aveva paura che qualcuno lo volesse avvelenare
Negli ultimi anni Einstein andava in ufficio solo per il privilegio di passeggiare con lui
Paranoico e misantropo Il volto segreto del grande logico matematico in un romanzo che lo racconta attraverso gli occhi di sua moglie, ballerina di night
di Piergiorgio Odifreddi


LO scorso 9 luglio a Copenaghen, all’annuale consegna del premio Gödel, è stata suonata The Hilbert Heartbreak Hotel , una nuova composizione di Niels Marthinsen e Thore Husfeldt. Il titolo allude sia alla famosa canzone Heartbreak Hotel di Elvis Presley, sia al “paradosso dell’hotel infinito” di David Hilbert: un classico del rock, la prima, e un classico della divulgazione logico-matematica, il secondo. Per chi non lo conoscesse, il paradosso narra di un hotel con infinite stanze, nel quale si può sempre accomodare un nuovo avventore, anche quando tutte le stanze sono occupate.
Basta infatti far spostare l’occupante della prima stanza nella seconda, quello della seconda nella terza, eccetera, e sistemare il nuovo avventore nella prima, rimasta libera. Analogamente, il testo di The Hilbert Heartbreak Hotel parla di un hotel a infinite stanze, in cui arriva un ospite senza cuore. Un avventore gli cede il suo, ma riceve quello di un altro avventore, il quale riceve quello di un altro avventore, eccetera, fino a quando tutti nell’hotel hanno finalmente un cuore.
La musica è invece ottenuta assegnando una nota a ciascun simbolo degli “assiomi di Peano”, che caratterizzano il principale esempio dei sistemi matematici ai quali si applica quello che è il più famoso teorema del Novecento, almeno secondo il numero di fine secolo del Time. Il risultato è stato dimostrato nel 1931 da Kurt Gödel, che la rivista ha eletto nell’occasione a “matematico del secolo”. E prova che qualunque sistema in grado di dimostrare almeno una parte minimale delle verità aritmetiche, non le può dimostrare tutte.
La scoperta che «ci sono verità indimostrabili» anche in matematica, oltre che nei processi di mafia e nei rapporti umani, ha attirato l’attenzione su questo teorema e sul suo scopritore. Ai quali sono state dedicate non soltanto composizioni musicali, ma anche poesie come l’ Omaggio a Gödel di Hans Magnus Enzensberger (in Gli elisir della scienza, Einaudi, 2005), biografie come Dilemmi logici. La vita e l’opera di Kurt Gödel di John Dawson (Bollati Boringhieri, 2001), saggi come Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter (Adelphi, 1990), estratti di conversazioni come Dalla matematica alla filosofia di Hao Wang (Bollati Boringhieri, 1984), e una imponente raccolta delle Opere in cinque volumi (Bollati Boringhieri, 1999–2009).
All’interminabile lista di pubblicazioni, più o meno tecniche o divulgative, che sono state dedicate al nostro matematico e alla sua matematica, si aggiunge ora La dea delle piccole vittorie di Yannick Grannec (Longanesi, pagg. 400, euro 17,60): un romanzo su Gödel, visto attraverso gli occhi di sua moglie, vista attraverso gli occhi di una studentessa, vista attraverso gli occhi dell’autrice.
La narrazione alterna capitoli diacronici sulla vita coniugale, sociale e intellettuale del matematico, a capitoli sincronici sugli ultimi mesi della vita della moglie da vedova. Sugli argomenti della prima le testimonianze su cui basarsi abbondano, e permettono una ricostruzione dei fatti più o meno fedele. Sulla seconda sono invece quasi inesistenti, e costringono a invenzioni di fantasia più o meno libere. A seconda che il lettore o la lettrice siano più interessati alla vita e alle opere di Gödel, o ai pensieri e alle riflessioni della romanziera, saranno dunque più attratti dalla parte storica o da quella fantastica.
In entrambi i casi l’autrice si premura di porre dei filtri tra sé e i fatti, veri o inventati, che narra. A osservare e raccontare il matematico nella prima parte è infatti la moglie, che era una ballerina di night club divorziata, per nulla educata o interessata alla matematica e alla scienza. E a osservare e raccontare la moglie nella seconda parte è una studentessa, alla quale sarebbe stata affidata la missione di riuscire a convincerla a non distruggere le carte del marito e lasciarle ai posteri.
L’immagine di Gödel che esce da entrambe le parti conferma lo stereotipo del matematico geniale ma pazzo, che nel caso in questione è comunque avvalorato da varie testimonianze fattuali. Per tutta la vita egli ha infatti avuto problemi di stabilità mentale, in parte genetici e caratteriali, ma in parte dovuti anche alla rarefatta astrazione dei suoi studi logici. In un’intervista pubblica all’Auditorium di Roma, in occasione del Festival di Matematica del 2007, domandai ad esempio al famoso John Nash di A beautiful mind, che di certe cose se ne intende, se ci fossero legami tra la matematica e la pazzia. E lui rispose aulico: «No, ma ce ne sono con la logica », portando appunto Gödel (e altri) ad esempio.
Tra le caratteristiche borderline di quest’ultimo sono da ricordare la sua paranoia, che lo portò a lasciarsi morire di denutrizione, per la paura di essere avvelenato. La sua credenza negli spiriti, che lo spinse a cercare di spiegare “scientificamente” il motivo per cui ne vedeva sempre di vissuti nel passato remoto, ma mai nel passato prossimo. La sua misantropia, che lo barricò in un isolamento nel quale potevano penetrare solo pochissime persone di una ristretta cerchia. E la sua propensione a procrastinare sempre più la consegna di saggi e articoli, motivata da un irraggiungibile perfezionismo.
Eppure, parlare con lui doveva essere un’esperienza straordinaria, se lo stesso Albert Einstein dichiarò nei suoi ultimi anni che andava in ufficio soltanto per avere il privilegio di poter tornare a casa passeggiando con Gödel. Un esempio di una sua perla è la risposta che diede a un logico che gli chiedeva quale fosse il suo filosofo preferito: «Leibniz, perché ha sbagliato tutto». Sottintendendo, ovviamente, che non sbagliare mai è umanamente impossibile, mentre a sbagliare a volte sì e a volte no sono capaci tutti.
Il romanzo della Grannec dà il meglio di sé quando intreccia gli avvenimenti della vita intellettuale di Gödel con quella dei grandi del pensiero che hanno interagito con lui, o che il suo lavoro ha influenzato, usando spesso citazioni letterali dei loro detti. Tra tutti, oltre ad Einstein, alla cui teoria della relatività Gödel diede un contributo importante riguardante il viaggio nel passato, anche Bertrand Russell e Alan Turing: i lavori di Gödel distrussero i sogni filosofici del primo, e permisero al secondo di inventare il computer.
A volte invece il romanzo pecca di ingenuità, come quando racconta la sorpresa che la moglie ebbe nel trovare fra le carte del logico una dimostrazione dell’esistenza di Dio, e gliela fa commentare così: «Che mancanza di umiltà! Che follia! Come aveva potuto? In quale abisso era sprofondato?». In realtà, Gödel aveva fatto circolare fra gli addetti ai lavori quella dimostrazione che, lungi dall’essere una follia, correggeva un errore logico commesso dal suo “preferito” Leibniz.
Chi fosse interessato in particolare a questo suo breve lavoro teologico, può consultare il libriccino La prova matematica dell’esistenza di Dio (Bollati Boringhieri, 2006), che lo traduce e lo spiega. Ma tutti dovrebbero essere interessati in generale a sapere qualcosa di più della vita e delle opere di quello che viene considerato il più grande logico della storia, insieme ad Aristotele. E anche un romanzo può servire ad avvicinarsi all’una e alle altre, come primo passo verso una conoscenza più approfondita che, passando attraverso biografie e saggi, dovrebbe idealmente sfociare nella lettura diretta di alcune delle sue opere.

martedì 5 agosto 2014

La Stampa 5.8.14
I nostri destini sono intrecciati. Serve un dialogo fra “nemici”
Ricostruire e risanare le ferite della Striscia non è sufficiente Israele deve favorire la fine dell’isolamento dei palestinesi
di Abraham B. Yehoshua


Mio figlio minore ha 40 anni, è padre di tre figli e, in quanto ufficiale dell’esercito, è stato richiamato al fronte. E mentre la guerra a Gaza continua, scrivo queste parole in preda a una profonda ansia per la sua sicurezza e con la preghiera che i combattimenti cessino. Subito dopo lo scoppio delle ostilità ho pubblicato articoli, in Israele e all’estero, in cui sostenevo che Hamas andrebbe visto come un nemico, non come un’organizzazione terroristica.
Pertanto si dovrebbe cercare un dialogo diretto con i suoi rappresentanti, analogamente a quanto abbiamo fatto con i nostri nemici in passato. Dei cari amici mi hanno fatto notare che alcuni articoli della piattaforma politica di Hamas parlano della necessità non solo di combattere Israele, ma di uccidere indiscriminatamente tutti gli ebrei.
Nonostante questa terribile e folle dottrina ideologica, che riporta alla memoria punti simili del programma del partito nazista in Germania, rimango fermamente convinto che si debba cercare con tenacia di avviare una qualche forma di dialogo con gli esponenti di Hamas perché si convincano ad abbandonare la strada della follia suicida. E, in effetti, delegazioni ufficiali di Israele e di Hamas hanno discusso al Cairo, seppur non in maniera diretta e con la mediazione dell’Egitto, un accordo per il cessate il fuoco e forse un’intesa di maggior respiro.
Se Hamas combattesse Israele e gli ebrei lontano dai nostri territori potremmo anche accettare il principio di non avviare nessun negoziato con questa organizzazione fino a che non cambierà completamente le sue posizioni ideologiche. Ma Hamas agisce molto vicino a noi, fra il milione e ottocentomila abitanti di Gaza che lo hanno eletto e che il suo governo controlla con il pugno di ferro. Questa gente sarà per sempre nostra vicina (come ho già ricordato, Gaza dista solo 70 km da Tel Aviv), e fa parte del popolo palestinese. Un milione e mezzo di palestinesi sono cittadini israeliani, nostri associati (almeno in linea di principio), e con gli stessi diritti di tutti gli altri residenti dello Stato ebraico. Altri tre milioni vivono in Cisgiordania, alcuni sotto il controllo dell’Autorità palestinese, con la quale Israele mantiene costanti contatti, e altri sotto quello dell’esercito israeliano. Ne consegue che tutti questi palestinesi, anche chi non approva l’ideologia di Hamas, sono strettamente legati a noi e, per solidarietà con la popolazione di Gaza, si aspettano che ne miglioriamo la sorte e la salviamo dall’isolamento. Abbiamo quindi il dovere di fare tutto il possibile per aiutare questo popolo il cui destino è intrecciato al nostro e, se questo significa avviare un dialogo con Hamas, non possiamo rifiutare di intraprendere questa strada.
Alla radice dell’integralismo di Hamas c’è infatti la lunga storia che ho cercato di illustrare nei miei articoli precedenti. Una storia di emarginazione, di repressione, di blocco economico (iniziato durante il governo egiziano della Striscia), di profughi senza speranze e dell’errore degli insediamenti israeliani che hanno portato via ai palestinesi una parte del loro ristretto e povero territorio fino a che, in forza della resistenza di Hamas, Israele è stato costretto a smantellarli e a ritirare l’esercito. Ed è a quel punto che è cominciato l’isolamento degli abitanti di Gaza dal resto del loro popolo. Ed è nel sopraccitato contesto che è nato il sentimento di ostilità che si è inasprito nel tempo, fino alle sempre più pericolose missioni suicide. Chi avrebbe mai potuto immaginare, venti o trent’anni fa, che gli abitanti della Striscia, poveri e privi di mezzi, sarebbero riusciti a paralizzare con il lancio di razzi la vita quotidiana del forte e progredito Israele? E, proseguendo la guerra, c’è il pericolo che i miliziani di Gaza siano di esempio per Iran, Siria e Hezbollah, dimostrando loro che, sparando missili, si può scombussolare e anche paralizzare la vita di Israele senza che quest’ultimo possa davvero impedirlo.
Il distacco della Striscia di Gaza da una parte del mondo arabo e dai loro fratelli oltreconfine da un lato spinge la sua popolazione all’indifferenza verso le numerose vittime e l’entità della distruzione e dall’altro a commettere azioni suicide, il più grande pericolo per Israele.
Per far uscire gli abitanti di Gaza da questo vicolo cieco, o dal tunnel in cui si sono trincerati (per usare una metafora pertinente) e nel quale vogliono trascinare anche noi, occorre predisporre un piano effettivo e ingegnoso dopo il cessate il fuoco che preveda non solo la ricostruzione e il risanamento delle ferite della Striscia ma, in primis, la fine del disperato isolamento dei suoi abitanti mediante il ripristino dei legami con i loro fratelli in Cisgiordania e in Israele. E questo ripristino deve coinvolgere Hamas, l’autorità ufficiale della Striscia, e il governo palestinese di unità nazionale istituito qualche mese fa e con il quale Israele ha poco saggiamente interrotto i rapporti.
Alla base della differenza fra una visione del mondo di destra e una di sinistra è la convinzione che gli esseri umani possono cambiare. Mentre la destra parla di mentalità, di destino, di carattere nazionale immutabile, la sinistra crede che uomini e nazioni possano trasformarsi. E questa era anche la convinzione alla base del sionismo, che confidava nella possibilità di cambiare gli ebrei e di renderli sovrani nella loro madrepatria.
Dopo la distruzione e le morti, a Gaza e in Israele, lo Stato ebraico non deve accontentarsi di accordi provvisori o di intese parziali, come al termine di scontri precedenti, ma deve prendere l’iniziativa e, con l’aiuto dell’Egitto e di altri Stati, ricostruire Gaza - il figliastro amareggiato e incollerito -, smantellarne i missili, distruggerne i tunnel ma, al tempo stesso, interromperne l’isolamento e ripristinare i legami col suo popolo mediante un «corridoio sicuro» che colleghi la Striscia alla Cisgiordania, come previsto negli accordi di Oslo. Un tunnel legittimo e ben strutturato di circa 30 chilometri, sotto la supervisione congiunta del governo di unità nazionale palestinese e di Israele.
[3- fine]

Corriere 5.8.14
Il pessimismo di Amos Oz
«Più palestinesi uccidiamo e più vincerà Hamas»
Lo scrittore: «Sharon si è ritirato dalla Striscia, ci hanno sommerso di razzi: chi crederà più alla pace?»
di Davide Frattini


GERUSALEMME — Ha trascorso gran parte dei ventotto giorni di guerra in ospedale, bloccato a letto da un’operazione al ginocchio. Bloccato anche quando le sirene risuonavano a Tel Aviv: Amos Oz avrebbe avuto 90 secondi per correre dentro al rifugio. «Non ci sarei riuscito e non ci ho provato. Ho combattuto in due conflitti, ci vuole più di un allarme razzi per spaventarmi». Adesso è tornato nella casa di Tel Aviv, sta ancora recuperando, non gli manca l’energia per riaffermare quello che ha sempre ripetuto: «Non ho una soluzione per le prossime ventiquattro ore. Posso dire quale sia la via d’uscita da qui a un anno e mezzo: negoziare con il presidente Abu Mazen un accordo che porti alla nascita dello Stato palestinese, smilitarizzato, con la rimozione di quasi tutte le colonie ebraiche. La libertà e la prosperità, Ramallah e Nablus che fioriscono, spingeranno i palestinesi di Gaza a rivoltarsi e a eliminare Hamas come i rumeni hanno eliminato Nicolae Ceasescu».
Quello che potrebbe accadere nelle prossime ventiquattro ore lo ha annunciato Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano: finita la distruzione dei tunnel scavati dai miliziani, il governo è pronto a ritirare le truppe dalla Striscia senza trattare il cessate il fuoco e a rispondere con i raid dell’aviazione se i lanci di razzi dovessero andare avanti. Lo scrittore, 75 anni, preferisce le intese negoziate, in questo caso dice: «Qualunque scelta riduca immediatamente la violenza, anche senza una mediazione, sarebbe una benedizione per fermare il disastro umanitario a Gaza e la sofferenza quotidiana di milioni di israeliani costretti a scappare nei rifugi».
Avigdor Liberman, il ministro degli Esteri, ha rappresentato nel governo le posizioni più oltranziste, premeva sul premier, almeno a parole, perché desse l’ordine all’esercito di rioccupare Gaza. Adesso lancia l’idea di mettere quel corridoio stretto tra Israele, l’Egitto e il mare sotto il controllo di una forza internazionale. «Affiderei la Striscia a chiunque — dice Amos Oz — anche ai marziani. Non capisco perché Netanyahu non abbia proposto di togliere l’assedio economico imposto dagli israeliani e di legare alla smilitarizzazione la raccolta internazionale di fondi per la ricostruzione. Se Hamas respinge il piano, saranno loro (e solo loro) a dover essere biasimati».
La figlia Fania — docente di Storia all’università di Haifa, con la quale ha scritto «Gli ebrei e le parole» (Feltrinelli) — gli ha offerto una metafora per descrivere la strategia di Hamas: «Un vicino di casa che si siede sul balcone con il figlio in braccio e comincia a sparare contro il tuo asilo». Amos Oz chiede comunque a Israele «un uso più cauto della forza militare»: «I miliziani operano da dentro o molto vicino a scuole e ospedali. Così raggiungono due obiettivi: più israeliani uccidono, più vincono; più palestinesi uccidiamo noi, più vincono loro. Non è solo la questione dell’immagine internazionale del Paese, mi preoccupano i nostri standard morali. Sono abbastanza vecchio da ricordare la guerra del 1967, i combattimenti nella parte est di Gerusalemme: i giordani colpivano dalle case, si muovevano tra i civili, eppure l’esercito israeliano non ha voluto bombardare, ha scelto di combattere strada per strada, l’unico modo di evitare le vittime innocenti».
Novanta secondi, un nome arabo dopo l’altro, l’età: sono i bambini palestinesi uccisi nell’offensiva israeliana. B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, avrebbe voluto trasmettere l’annuncio a pagamento sulle radio locali, è stata bloccata dall’autorità governativa per le emittenti. La cantante Noa riceve minacce di morte dopo aver espresso compassione e dolore per i morti palestinesi. La sinistra si sente sotto assedio, zittita dalla violenza degli ultranazionalisti. «In tempo di guerra l’atmosfera in qualunque Paese — commenta Oz — diventa militarista. Ero a Londra durante il conflitto per le Falkland e le manifestazioni di sostegno al conflitto erano massicce, anche se la maggior parte dei partecipanti non sarebbe stata in grado di trovare quelle isole, e forse l’Argentina, sulla mappa.
Non vedo lo stesso clima di odio che ha portato all’omicidio di Yizthak Rabin, come altri avvertono. I fanatici, i razzisti, non sono solo un fenomeno israeliano, stanno crescendo in Europa, in Russia, in tutto il mondo».
La sinistra resta in difficoltà, sembra incapace di far passare il suo messaggio. «Per quasi un cinquantennio il movimento pacifista ha sostenuto il progetto di scambiare i territori per ottenere la pace. Otto anni fa l’allora premier Ariel Sharon ha lasciato Gaza, ha evacuato le colonie, ritirato tutte le truppe. Invece della pace e della coesistenza abbiamo ricevuto una pioggia di razzi. Adesso è difficile convincere la gente che terra per pace è un’idea ancora valida».

Repubblica 5.7.14
Zygmunt Bauman.
L’amarezza dell’intellettuale polacco di origini ebraiche
Sfuggito all’Olocausto, non risparmia critiche ad Hamas e a Netanyahu: “Pensano alla vendetta, non alla coabitazione
Purtroppo sta accadendo ciò che era ampiamente previsto”
“Gaza è diventata un ghetto Israele con l’apartheid non costruirà mai la pace”
intervista di Antonella Guerrera


«CIÒ A cui stiamo assistendo oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto ». A dirlo non è un palestinese furioso, ma Zygmunt Bauman, uno dei massimi intellettuali contemporanei, di famiglia ebraica e sfuggito all’Olocausto ordito da Hitler grazie a una tempestiva fuga in Urss nel 1939. Bauman ha 88 anni, suo padre era un granitico sionista e negli anni ha sviscerato come pochi l’aberrazione e le conseguenze della Shoah. Sinora il grande studioso polacco non si era voluto esprimere pubblicamente sulla recrudescenza dell’abissale conflitto israelo-palestinese. Ora però, dopo aver accennato alla questione qualche giorno fa al Futura Festival di Civitanova Marche in un incontro organizzato da Massimo Arcangeli, Bauman confessa la sua amarezza in quest’intervista a Repubblica .
Professor Bauman, lei è uno dei più grandi intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua reazione all’offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila morti, molti dei quali civili?
«Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando. Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica dell’apartheid — nei termini di separazione territoriale esacerbata dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi — che ha sedimentato e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l’ 8 luglio, prima dell’invasione di Gaza, Israele pratica l’apartheid ricorrendo a “due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi ‘fuorilegge’. Del resto, quando l’esercito israeliano ha creduto di aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili dell’omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece, quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid: una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi”. E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri».
Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua esistenza minacciata da Hamas. C’è chi, come gli Usa, dice che la reazione dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e “sproporzionata”. Lei che ne pensa?
«E come sarebbe una reazione violenta “proporzionata”? La violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da entrambe le parti, condivide l’impegno di non spegnere l’incendio. Eppure, la saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Questa è la logica della vendetta, non della coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell’avversario per rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza, sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente, potrebbero avere entrambi ragione».
Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo governo?
Ha commesso errori?
«Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari. Spargono semi di odio perché temono che l’odio del passato scemi. Alla luce della loro strategia, questi non sono “errori”. I governanti israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno mai imparato l’arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio. L’insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli israeliani e sull’odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per irrobustire».
Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell’uso che Israele fa della tragedia dell’Olocausto per giustificare le sue offensive militari. La pensa ancora così?
«Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai. Troppo spesso, invece, provoca un’unica arte, che è quella del sentirsi perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è un’eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro».
A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali europei sul conflitto riesploso a Gaza?
«Innanzitutto, non esiste la “comunità internazionale” di cui parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell’inizio della Grande Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che “un’eccessiva” reazione come quella all’omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe “che nessuno voleva o si aspettava”».
Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato l’agghiacciante lezione dell’Olocausto. Questo concetto si può applicare anche al conflitto israelopalestinese?
«Le lezioni dell’Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese — per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante di queste lezioni è: l’Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un’altra lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie, fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un’importanza universale, applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c’è una soluzione a breve termine per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora imparato che dietro alle due categorie di “aggressori” e “vittime” della violenza c’è un’umanità condivisa. Né si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l’ultima ondata di violenza nell’area “ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica».