il Fatto 29.8.13
Il governo cambia il nome all'Imu Uno spot per Berlusconi
L'imposta verrà sostituita dalla "service tax"
La Chiesa continua a non pagare
di Marco Palombi
Con un gioco di prestigio per salvare se stesso, il governo fa sparire la tassa più odiata dal Pdl senza aver trovato la copertura per la rata di dicembre. E annuncia una Service Tax che dovrà garantire allo Stato almeno gli stessi soldi. Ma la Chiesa, in barba alle promesse, sarà esentata
L’Imu sulla prima casa e sui fabbricati agricoli è stata abolita. Cioè, più o meno: diciamo che è stata abolita a metà. Traduzione: il governo ha trovato i soldi per rinunciare agli incassi della prima rata, quella di giugno, vale a dire circa due miliardi e mezzo di euro. E la seconda rata? Per la seconda i soldi non si sono trovati, però nella relazione tecnica al decreto approvato ieri - spiegano fonti ministeriali - verrà messo nero su bianco “l’accordo politico” per la sua sterilizzazione nella legge di stabilità, il ddl che sostituisce la vecchia Finanziaria e che va presentato in Parlamento il 15 ottobre. Nella stessa sede, ha spiegato Enrico Letta, verrà istituita la service tax comunale che ingloberà Imu e Tares e si pagherà sempre sulla base dei metri quadrati: si chiamerà Taser, come quelle armi che immobilizzano i malcapitati con una scarica elettrica. Niente da fare invece per i capannoni industriali: pagheranno tutto, pagheranno caro (anche se c’è un vago impegno per rendere deducibile l’Ires in futuro). Ai comuni infine, come l’Anci chiedeva a gran voce, viene garantito il rimborso del mancato gettito 2013: in attesa di capire cosa succederà, infine, ai sindaci è consentito dilazionare la presentazione dei bilanci di previsione fino al 30 novembre. Purtroppo il governo non si è fermato alle pur affascinanti alchimie tra i desideri, la realtà e gli “accordi politici”: già che c’era ha pensato bene di annunciare che la Chiesa continuerà a non pagare un euro di Imu più di quanto abbia fatto negli anni scorsi (cioè poco).
Un favore a enti ecclesiastici, scuole e cliniche private
Il presidente del Consiglio, come niente fosse, in conferenza stampa ha anticipato che la futura service tax non riguarderà il no profit, che “oggi è stato pesantemente penalizzato dall’Imu” e andrà “completamente alleggerito in prospettiva futura” da questo onere improprio. Ebbene, la legge che regola l’Imu per il no profit è quella - varata dal governo Monti per evitare la multa dell’Unione europea - che ha assoggettato al pagamento anche gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici (scuole e cliniche private, alberghi, cioè quasi tutto il no profit italiano) secondo il principio della natura commerciale del-l’utilizzo. È bene ricordare che questa legge non è stata mai applicata, visto che tra ritardi del regolamento applicativo e mancanza della modulistica (ve di Il Fatto quotidiano del 7 giugno) nessuno sapeva se e quanto doveva pagare: per quest’anno fate come credete - fu la soluzione indicata dal Tesoro in una circolare - poi nel 2014 rifacciamo i conti. Saranno particolarmente facili: un liceo privato con una retta a quattro zeri non pagherà nulla esattamente come una mensa della Caritas. È tutto no profit. Va detto che, almeno in questo caso, non c’è da sudare sulle coperture: il governo ci credeva talmente poco che non ha mai messo a bilancio neanche un euro di gettito dalla tassazione di questi immobili.
Esodati, aiuti per la casa e Cassa integrazione
Nel decreto approvato ieri non si parla solo di Imu. Il governo ha infatti deciso di accontentare il Pd stanziando 700 milioni di euro dal 2014 al 2019 - ha spiegato il ministro del Lavoro Enrico Giovannini - per salvaguardare altri 6.500 esodati. Mezzo miliardo di euro, invece, è stato messo sulla Cassa integrazione, portando gli stanziamenti complessivi per quest’anno a 2,5 miliardi. Disposizioni, “se pur utili e importanti”, su cui è arrivata la mannaia della Cgil: “Così si lasciano irrisolti i temi della cassa integrazione e degli esodati: i fondi sono totalmente esigui, che servono a coprire solo l’immediata emergenza”. Non manca nemmeno l’ennesimo “piano casa”. Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato interventi sul tema per 4,4 miliardi: quattro miliardi a carico della Cassa depositi e prestiti e 400 milioni di “interventi sociali”, tra cui le classiche agevolazioni per l’acquisto della prima casa per giovani coppie e lavoratori atipici sotto i 35 anni.
Le coperture vere, quelle “politiche” e il minicondono
Sono tre le fonti di copertura di questo decreto che vale all’i n-grosso tre miliardi e mezzo. La prima è una, corretta, partita di giro: vengono usati infatti gli incassi Iva dovuti al pagamento dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione. A questo fine, è stata aumentata di dieci miliardi la dotazione dell’apposito fondo.
In secondo luogo c’è qualche taglio alle spese intermedie di ministeri ed enti locali e, come avevamo anticipato ieri, non manca nemmeno il condono mascherato a favore delle società concessionarie nel settore dei giochi. In sostanza potranno chiudere la partita pagando il 25% di quanto stabilito dalla condanna in primo grado: significa che le aziende coinvolte nello scandalo delle slot machine scollegate dal fisco tra il 2004 e il 2007 se la caveranno pagando 750 milioni invece di due miliardi e mezzo.
il Fatto 29.8.13
Pagheremo ancora di più
di Stefano Feltri
Il tentativo di salvare il governo dalla condanna definitiva di Silvio Berlusconi ha portato alla grande recita di ieri, intitolata “abolizione dell’Imu”. Come farà il Cavaliere a far cadere un esecutivo che ha realizzato l’unico punto del suo programma elettorale? Da Arcore sono arrivati segnali di giubilo. L’obiettivo politico è stato raggiunto, la stabilità è assicurata, il premier Enrico Letta annuncia che il governo non ha più una data di scadenza. Nel nome di un presunto interesse nazionale (la difesa delle larghe intese) i fatti sono stati aboliti. Per i pochi a cui interessano ancora, sono questi: l’Imu 2012 sulla prima casa non è stata restituita come promesso da Berlusconi, quella del 2013 è stata condonata a metà, la rata di 2,5 miliardi di giugno non sarà pagata a settembre, grazie a coperture molto creative. Ma gli altri due miliardi per compensare la rata di dicembre non sono stati trovati. C’è soltanto un accordo politico. Se ne riparla a ottobre, con la legge di stabilità per il 2014.
Il governo ha quindi fatto l’unica cosa in cui finora ha dimostrato una capacità ineguagliata: prendere tempo (o perderlo, a seconda delle valutazioni). L’Imu sulla prima casa doveva garantire all’erario ogni anno 4 miliardi. Abolire una tassa significa trovare una fonte alternativa di gettito per gli anni a venire o tagliare le spese in modo strutturale di pari entità. Il governo ha soltanto annunciato l’arrivo di una Service Tax comunque centrata sulla casa e che dovrà garantire all’erario circa le stesse risorse. O forse di più, perché a gestirla saranno Comuni con le casse vuote. Ma Letta promette che il carico fiscale sarà redistribuito. Il primo sgravio è per il non profit: la Chiesa, che già era riuscita a schivare l’Imu nel 2013 nonostante la riforma Monti, può stare tranquilla. Sei milioni di italiani senza lavoro aspettano che governo e Quirinale trovino il tempo di occuparsi anche di cose serie e non soltanto degli interessi di Berlusconi.
il Fatto 29.8.13
Il Pdl canta vittoria
Un regalo a B. nel tentativo di tenerlo buono
di Stefano Feltri
Mario Monti paragona l’atteggiamento del Pdl sull’Imu a un’estorsione: o togliete la tassa sulla prima casa, o cade il governo. I “toni estorsivi” (come dice l’ex premier) hanno funzionato. “L’Imu è finita”, annuncia Enrico Letta nella sala stampa di palazzo Chigi al termine di un Consiglio dei ministri molto breve. É scuro in volto, come sempre in camicia, per dare l’idea che nella riunione si è lavorato sodo, ma non ha voglia di rispondere ai cronisti. Anche se il suo governo, dice lui, “non ha più una data di scadenza”. DA ARCORE, INFATTI, è arrivata la nota trionfante di Silvio Berlusconi: “Il Popolo della Libertà ha rispettato il patto con i suoi elettori e il presidente Letta ha rispettato le intese con il Pdl”. Il Cavaliere ha vinto. O meglio, lo hanno fatto vincere. Il compromesso sull’Imu prima casa è fragile, i soldi per cancellare la seconda rata di dicembre non sono stati trovati (il problema è rimandato a ottobre), dal 2014 l’Imu cambierà forma, ma il suo gettito dovrà essere garantito da una Service Tax (“Taser”) sempre legata alle abitazioni. Soltanto l’esperienza da amministratore locale del ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio (Pd) ha permesso di ammantare un’operazione tutta politica di una patina di serietà, presentando il passaggio da Imu a Service Tax come un riconoscimento di autonomia ai Comuni, grazie al legame tra imposta e servizi erogati sul territorio. Ma i contenuti sono secondari, conta il messaggio. E il messaggio che deve passare è la vittoria del Pdl, anche se Letta prova a ricordare che “è di tutto il governo”. Non è questo, ovviamente, quello che dice Angelino Alfano, vicepremier e, soprattuto, segretario Pdl. Su Twitter è il primo a esultare: “Cdm: missione compiuta! Imu prima casa e agricoltura 2013 cancellata. Parola Imu scomparira' dal vocabolario del futuro”. Il fatto che resti sulle seconde case e su altri immobili è un dettaglio oscurato dall’entusiasmo. C’è anche l’applauso di Alfano all’infaticabile capogruppo del Pdl Renato Brunetta: “Prezioso @renatobrunetta per accordo su Imu. Bravissimo! ”. Brunetta avrebbe voluto anche la restituzione dei quattro miliardi versati nel 2012, come promesso da Berlusconi in campagna elettorale, ma l’ex ministro si è da tempo convertito alla priorità di salvare il governo.
Lo scambio è evidente: a dieci giorni dalla riunione della giunta per le Elezioni del Senato che dovrà decidere sulla decadenza di Berlusconi da senatore, dopo la condanna definitiva, l’esecutivo permette al Pdl di intestarsi un risultato dall’alto valore politico. La speranza di Letta e Alfano (e probabilmente del Quirinale) è che questo dia un forte incentivo a Berlusconi a proseguire con le larghe intese. Qualunque sia l’esito del giudizio sulla decadenza.
IL PARTITO democratico subordina i propri interessi elettorali alla sopravvivenza dell’esecutivo. Prova a intestarsi gli stanziamenti di risorse per esodati e cassa integrazione straordinaria, provvedimenti comunque scontati. Ma sull’Imu abbozza. Il segretario del Pd Guglielmo Epifani si limita a dire che “la scelta sull'Imu è corretta, soprattutto in vista della riforma e della trasformazione nel senso di un’imposta federale a partire dal prossimo anno”. A ben guardare, la riforma dell’imposta immobiliare assomiglia molto di più a quello che proponeva il Pd in campagna elettorale (revisione del calcolo, più potere ai Comuni, immobili di lusso non esentati) che alla abolizione senza eccezioni promessa dal Pdl. Ma non si può dire, bisogna tutelare il governo. Giusto Scelta Civica, con Benedetto della Vedova, parla di “scelta di facciata”. Ma è soltanto il primo tempo: di Imu si tornerà a parlare presto, quando comincia la sessione di bilancio a ottobre e bisognerà trovare davvero i soldi per evitare la seconda rata. Ma per allora sarà già chiaro se Berlusconi avrà fatto saltare tutto oppure no.
l’Unità 29.8.13
Epifani: scelta giusta E il Pdl canta vittoria
di Ninni Andriolo
qui
il Fatto 29.8.13
Le tappe del processo parlamentare
“Lodo Violante”
Il Pd e il diritto alla difesa
In Giunta, al momento, non ci sono cedimenti. Tutti i senatori democratici - insieme a Sel, Scelta Civica e M5S - si dichiarano favorevoli alla decadenza di Silvio Berlusconi. Ma nel partito guidato da Guglielmo Epifani, il dibattito sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’ex presidente del Consiglio è ancora vivace. In particolare da quando Luciano Violante, ex magistrato e padre nobile del Pd, ha invitato i colleghi a rispettare “il diritto di difendersi” del Cavaliere. “Se ci sono i presupposti, potrebbe essere legittimo il ricorso alla Corte costituzionale”, spiega il giurista, che è anche membro dei 35 saggi chiamati da Enrico Letta per discutere delle riforme costituzionali. Non è la linea del segretario Epifani, né del capogruppo al Senato Luigi Zanda. Ma, stando agli autorevoli commentatori che l’hanno sostenuta, non sembra dispiacere al presidente Giorgio Napolitano.
Corriere 29.8.13
«Il 9 settembre non succederà nulla» L’«alleanza» tra le colombe di Pdl e Pd
Aumentano i sì alla proposta Violante. Il segnale anti urne dei vescovi
di Tommaso Labate
ROMA — Adesso i primi a tirare il fiato sono proprio i ministri del Pdl. Quelle «colombe» che neanche una settimana fa sembravano essere state scavalcate dai «falchi». Perché alle 9 di ieri sera, quando abbandonano sorridenti Palazzo Chigi mentre Enrico Letta celebra un ritrovato patto di governo («Dopo oggi non c’è più scadenza»), qualcuno della delegazione pidiellina dell’esecutivo tira le somme della giornata «decisiva» appena trascorsa. E fa il punto su quelle che verranno. A cominciare da un primo risultato, che pare ormai messo in cassaforte: «Il 9 settembre, nella giunta per le elezioni del Senato, a questo punto non succederà nulla. E neanche il 10 e l’11...».
Il varco aperto da Luciano Violante con l’intervista al Corriere sta producendo i suoi effetti. Non a caso i difensori di Silvio Berlusconi, che nei giorni a cavallo di Ferragosto sembrava deciso a non presentare alcuna memoria difensiva a Palazzo Madama, hanno preso la tesi del «rinvio alla Consulta» della legge Severino e l’hanno fatta propria. «Dal punto di vista giuridico», ha detto infatti l’avvocato Franco Coppi al sito Affaritaliani, «il parere di Violante è ineccepibile». Come è quasi acclarato, aggiunge, che il 9 settembre in Senato non succederà nulla. Quanto alla richiesta di grazia, che è l’unica strada percorribile secondo dei paletti già fissati (li ha ricordati Giorgio Napolitano prima di Ferragosto), nessuna chiusura a priori. «Per il momento non è stata presentata. Il presidente della Repubblica deciderebbe solo a seguito di presentazione della stessa...». Un modo come un altro per lanciare un messaggio di distensione anche verso il Colle. Un modo come un altro per dimostrare che il Cavaliere riconosce che l’unica strada verso la clemenza passa attraverso un suo intervento diretto, o quello dei familiari.
Se l’assillo di Berlusconi è diventato rinviare il più possibile la decadenza in giunta, i «governisti» del Pdl sono convinti di riuscire a portarlo a casa. Ufficialmente, il Pd rimane per la linea dell’intransigenza. Non a caso, persino nelle conversazioni riservate, Guglielmo Epifani continua a sostenere che «la proposta di Violante ci ha provocato più noie che altro». Ma è un fatto che, anche dentro il Pd, ci sono prime file disposte a sottoscrivere il ragionamento dell’ex presidente della Camera. Come Beppe Fioroni, uno degli esponenti del partito che adesso è più vicino a Enrico Letta. «Proprio per evitare al Pd di apparire prevenuto, se il Pdl ha motivi seri e fondati si approfondisca pure la questione Berlusconi», ha detto l’ex ministro della Pubblica Istruzione in un’intervista rilasciata ieri al quotidiano Formiche.net . «Non cambierebbe molto decidere il 9 settembre o più i là. Per questo — ha aggiunto — valuto le parole di Violante come un’opinione seria».
Le «colombe» del Pdl celebrano la sconfitta dei «falchi». E nel Pd, nonostante la fermezza, si valuta la melina in giunta. Anche perché — come fanno notare nel triangolo tra Palazzo Chigi, Palazzo Madama e il Nazareno — «rinviare oltre la finestra elettorale del 15 ottobre, per esempio, vorrebbe dire togliere una volta per tutte ai falchi di entrambi i partiti la possibilità di agitare lo spettro delle elezioni anticipate». E consegnare al governo Letta un futuro sicuro, almeno fino a dopo il semestre della presidenza del Consiglio Ue che termina il 31 dicembre 2014.
Ecco perché, adesso, i governisti del Pd guardano con sospetto alle mosse di Massimo D’Alema e Matteo Renzi. «Con l’interdizione di Berlusconi la questione si risolve», ha detto il primo. Il secondo, che secondo molti deputati a lui vicini avrebbe già deciso di non ricandidarsi a Firenze, parlerà venerdì e probabilmente ribadirà la linea dura già espressa settimane fa: («Il Pd deve votare la decadenza»), magari insistendo sulla rapidità dei tempi. Il tutto mentre un assist al governo arriva da Oltretevere. «Il voto a breve sarebbe depressivo», ha sottolineato ieri il presidente dei Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco. Un assist non da poco.
Repubblica 29.8.13
La Costituzione dimenticata
di Gianluigi Pellegrino
IL MAGGIOR danno che si sta facendo al Paese è quello di dare per plausibile ciò che pacificamente non lo è. Plausibile che un Parlamento violi smaccatamente un norma anticorruzione che ha appena approvato.
Plausibile chiedere al capo dello Stato di abbuonare la pena ad un conclamato evasore fiscale, plurinquisito e pluricodannato in vari gradi di giudizio. E questo perché è «un leader politico al quale assicurare agibilità», costituzionalizzando cosi il principio che fare politica garantirebbe uno statuto legale privilegiato, una minore soggezione alla legge. E dimenticando che il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale (art. 87 della Costituzione) e non può certo mettere i suoi poteri a servizio della pretesa di una parte politica che abbia pure il dieci, il venti o il trenta per cento dei voti.
I pareri affannosamente depositati ieri dalla difesa di Berlusconi in realtà già nel loro affastellarsi e nello sforzo comprensibilmente titanico dei redattori, finiscono con il dar conto di come davvero non vi sia nessuno spazio per il Senato, di non dichiarare la dovuta decadenza dal seggio di Silvio Berlusconi. Decadenza che peraltro è destinata a conseguire anche in via automatica non appena si sarà perfezionata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, rinviata dalla Cassazione con qualche generosità per l’imputato (che nessuno però sottolinea). E se è comprensibile che dalla parte del Cavaliere tutti si impegnino nel disperato tentativo, gli altri dovrebbero fare più attenzione prima di essere costretti a smentire e rettificare, a non cadere in trappole di strumentalizzazione buone sole a sbandare ulteriormente il grande pubblico dei non addetti ailavori. Perché non ha nessun senso dire che in astratto la giunta delle elezioni potrebbe rimettere la questione alla Consulta, se allo stesso tempo non si dice dove sarebbe questa pretesa incostituzionalità della legge che per semplicità chiamiamo Severino ma che in realtà l’intero Parlamento a larghissima maggioranza e lo stesso Pdl hanno confezionato e approvato pochi mesi addietro e ora si pretende di non applicare ad personam.
Sul punto i pareri prodotti da Berlusconi cercano di allegare una violazione dell’articolo 66 della Carta che attribuisce alla Camera di appartenenza l’accertamento della sussistenza della causa di decadenza. Ma basta leggere il precedente articolo 65 per trovarvi la disposizione che è «la legge» che «determina i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio di deputato e senatore ». Sicché la norma del 2012 altro non ha fatto che applicare la Costituzione che è l’opposto di violarla. E ha poi puntualmente rimesso alla giunta di accertare che in effetti la causa di decadenza si sia verificata come avviene per tutte le altre cause di incompatibilità. Dove sia quindi l’incostituzionalità risulta davvero misterioso.
Il secondo affannato argomento è quello della cosiddetta retroattività. Ma di retroattivo non c’è un bel niente atteso che la decadenza opererà in avanti, non certo indietro, e l’ordinamento, sol che venga rispettato, è ricco di norme che a tutela dell’interesse pubblico prevedono preclusioni per i soggetti condannati. Un esempio per tutti la disciplina in tema di pubblici appalti che nessuno si è mai sognato di applicare a corrente alternata in base a quando furono compiuti i delitti. Ciò che in realtà viene evocato dai pidiellini è la pretesa applicazione del favor rei, senza però citarlo per non ricordare che di un reo accertato si sta parlando e perché è noto che quel principio riguarda le pene, non certo le misure di salvaguardia istituzionale: nel caso a tutela del Parlamento e dell’interesse pubblico alla sua composizione.
Così crollata anche la seconda questione un giudice che sollevasse una inesistente eccezione di costituzionalità al solo fine di prendere tempo meriterebbe per questo un procedimento disciplinare. Lo facesse il Parlamento calpestando clamorosamente le sue stesse leggi, se ne imporrebbe lo scioglimento come per l’ultimo Consiglio comunale.
Il punto allora non è come finirà una vicenda dall’esito costituzionalmente dovuto; ma quanto sia ancora tollerabile questo dare tutto per plausibile, l’abbandono di ogni fermezza morale, il ritenere tutto negoziabile. Con la dialettica democratica strozzata dalle larghe intese, e con le istituzioni di garanzia assediate e costrette ad affermare elementari ma fondanti valori di una democrazia costituzionale, come «la legge uguale per tutti». È questa deriva di etica civica il colpo di coda di un ventennio che l’ha prosciugata e svilita; e che se non interrompiamo con un sussulto inequivoco, rischiamo di pagare tanto, anche molto più di un benvenuto risparmio di una rata di Imu.
Repubblica 29.8.13
Civati fuori dai dibattiti della Festa protesta dei militanti, lui li frena
GENOVA — Giuseppe Civati “oscurato” dalla festa del Pd. È infatti l’unico candidato segretario del Pd a non essere previsto nel programma della kermesse che inizia domani a Genova. Un gruppo di sostenitori del deputato — dopo un’occhiata approfondita al programma — ha iniziato ieri mattina a twittare e a postare su Facebook, gridando allo scandalo per «la scandalosa e provocatoria eliminazione di Pippo». Civati getta però acqua sul fuoco. «Calma e gesso - dice il canaidato-segretario -. Ne ho parlato con gli organizzatori della festa Zoggia e Paganelli, mi hanno proposto una data, ma ero già impegnato. Stiamo lavorando per trovare una soluzione onorevole per tutti».
l’Unità 29.8.13
Università, sempre più studenti scelgono Medicina
di Franca Stella
qui
l’Unità 29.8.13
La donna? Un’invenzione
«La» femmina non esiste perché con l’articolo determinativo si vuole catturare un’entità universale che non c’è, azzerando le differenze tra persone
di Nicla Vassallo
qui
l’Unità 29.8.13
Trotula De Ruggiero la prima ginecologa della storia
di Cristiana Pulcinelli
qui
La Stampa 29.8.13
I marziani siamo noi: la vita è cominciata lassù
di Giovanni Bignami
Secondo Benner, quindi, è lì che la vita è cominciata, ed è poi arrivata sulla Terra trasportata da uno (o più) meteoriti marziani.
Allora è vero: i marziani siamo noi! L’annuncio è stato dato ieri da un grande scienziato Usa, Steven Brenner, alla Conferenza Goldschmidt, a Firenze. Già un miliardo di anni dopo la nascita del sistema solare (la Terra e gli altri pianeti sono nati 4,6 miliardi di anni fa), le condizioni per la formazione della vita erano migliori su Marte che non sulla Terra.
La scoperta sta nella comprensione del ruolo che alcuni elementi metallici marziani hanno avuto nel facilitare la formazione di molecole organiche sempre più complesse, fino agli acidi nucleici (Rna e Dna), i veri mattoni della vita. Primo fra tutti, chi l’avrebbe detto, il molibdeno: un metallo simile al tungsteno, oggi, da noi, buono per irrobustire acciai. Ebbene, sono proprio dei composti ossidati di molibdeno, dei «molibdati», che hanno permesso il miracolo del passaggio da molecole organiche semplici (tipo anidride carbonica) a cose infinitamente più complicate fino, appunto, ai mattoni della vita. E di molibdati sul giovane Marte ce n’erano molti di più, per ragioni sconosciute, che non sulla Terra. Inoltre, sul giovane Marte c’era l’acqua, apparentemente nella quantità giusta per favorire la vita ma non affogarla, visto che Rna e Dna nell’acqua si «rompono» e per far partire la vita bisogna che il Dna sia capace di mettere l’impermeabile, come quello che protegge il materiale genetico delle nostre cellule. Insomma, tutto ciò successe su Marte, quasi quattro miliardi di anni fa. E il trasporto sulla Terra? Facile, succede ancora oggi. Quando un asteroide colpisce Marte, dal pianeta possono staccarsi pezzi che, vagando nello spazio interplanetario, hanno una certa probabilità di finire catturati dalla Terra. Abbiamo diverse decine di sassi marziani ben studiati e catalogati, con nessun dubbio sulla loro origine. Si può anche dimostrare che forme di vita elementare possono sopravvivere al viaggio, nascoste nelle crepe del sasso. Con miliardi di anni a disposizione, questa specie di inseminazione a distanza appare credibile, tutto sommato. Ma il bello viene adesso: finito il ruolo chiave del molibdeno marziano nel farli nascere, gli organismi elementari arrivati sulla Terra tirano un sospiro di sollievo: appena in tempo! Infatti, le condizioni favorevoli alla vita (se mai ci sono state) su Marte sono durate poco: l’acqua è scomparsa subito. Che colpo di fortuna essere arrivati sulla Terra, si saranno detti i protocoloni marziani: qui ci sarà poco molibdeno, ma pazienza, vuoi mettere quanta acqua, e poi fa un bel calduccio, il Sole è molto più vicino. Non dirò «l’avevo detto io», ma nel mio libro «I marziani siamo noi» (del 2010) c’era già tutta la storia, compreso il molibdeno. Spero proprio che Benner abbia ragione e che Exomars, la missione spaziale per Marte in costruzione a Torino, trovi Dna fossile simile al nostro. E’ sempre più probabile.
Corriere 29.8.13
Antischiavista ma non troppo
Lincoln non fu abolizionista e cercò il compromesso col Sud
di Antonio Carioti
Chi ha visto il film Lincoln di Steven Spielberg, con il protagonista impegnato allo spasimo per bandire la schiavitù dagli Stati Uniti con un emendamento costituzionale approvato nel gennaio 1865, rimarrà stupito nell'apprendere che il grande presidente «non fu mai un abolizionista» e che anzi nel 1860 venne eletto su una piattaforma politica che offriva agli Stati del Sud la salvaguardia della legislazione schiavistica, anche se «solo là dove essa già esisteva». Ma la storia non procede in linea retta: il compito degli studiosi di vaglia come Raimondo Luraghi, scomparso nello scorso dicembre, è appunto esplorarne a fondo le tortuosità. Senza cedere alla tentazione di semplificare, ma anche senza rinunciare a esprimere un giudizio interpretativo di sintesi.
Al grande conflitto che insanguinò gli Stati Uniti per quattro lunghi anni (1861-65) Luraghi, che verrà ricordato con un convegno a Torino il 10 settembre, aveva dedicato una ricostruzione molto ampia e minuziosa, divenuta un classico della storiografia. Nel suo lavoro La guerra civile americana (pagine 255, € 11), uscito postumo per la Bur, ha riassunto invece le sue valutazioni su quelle vicende e su alcuni dei maggiori protagonisti.
La posta in gioco nello scontro tra Nord e Sud, secondo Luraghi, era la direzione politica del Paese. Non l'abolizione della schiavitù, ma il rifiuto di estenderla ai nuovi territori che si andavano aggiungendo nell'Ovest, da cui sarebbero nati i prossimi Stati degli Usa, era il punto su cui Abraham Lincoln insisteva e non intendeva transigere. Da quel veto sarebbe derivato, con l'accrescersi dell'Unione, il progressivo isolamento dell'aristocrazia terriera meridionale, proprietaria d'immense piantagioni coltivate dai neri, a vantaggio della borghesia produttiva che dominava gli Stati settentrionali antischiavisti. Fino allora i latifondisti del Sud avevano esercitato una sostanziale egemonia sulle istituzioni federali. Con la rivoluzione industriale in corso era sorta però nel Nord una classe dirigente meno raffinata, ma assai più dinamica, che aveva «la ferma aspirazione a trasformare gli Stati Uniti in unico, vasto mercato nazionale da quella congerie di autonomie locali e di Stati con regimi sociali ed economici diversi che essi erano».
Lincoln non era solo un energico e visionario idealista. Era il rappresentante delle forze borghesi emergenti, proponeva un'idea degli Usa come grande nazione repubblicana, contro la quale i dirigenti sudisti, consapevoli della subalternità cui quel programma li condannava, giocarono la carta disperata della secessione. Infatti il Nord all'inizio lottò non per liberare i neri (va ricordato che alcuni Stati schiavisti rimasero fedeli a Washington), ma per salvare l'Unione. E lo stesso decreto di Lincoln che nel 1862 emancipò gli schiavi si riferiva solo a quelli che erano proprietà di confederati. Solo nel 1865 si arrivò alla svolta abolizionista narrata da Spielberg.
Il libro di Luraghi riserva molte altre sorprese al lettore inesperto della materia. Ricorda che Ulysses Grant, il generale che condusse il Nord alla vittoria, aveva lasciato l'esercito nel 1854. Vi rientrò solo dopo lo scoppio della guerra e all'inizio faticò ad essere riammesso: nel frattempo aveva vissuto una vita grama, facendo vari mestieri con scarso successo, fino a impiegarsi come commesso in un negozio gestito dal fratello. Interessante anche la figura del generale sudista Nathan Forrest, coraggiosissimo e all'avanguardia nelle tecniche militari, che fu tra i capi del Ku Klux Klan (per questo lo ricorda il film Forrest Gump, in cui il protagonista viene chiamato così proprio in suo onore), ma lo lasciò presto ed anzi «si adoperò per favorire l'attribuzione dei diritti civili agli ex schiavi».
La figura più tragica è però senza dubbio il comandante sudista Robert Lee: critico verso la schiavitù e contrario alla secessione, combatté soprattutto in nome del suo Stato, la Virginia, e ottenne vittorie incredibili contro un nemico superiore per numero e per mezzi. Non capì tuttavia, sottolinea Luraghi, le novità che la rivoluzione industriale aveva portato sul campo di battaglia, né lo sviluppo strategico complessivo del conflitto. Era un uomo del passato destinato alla sconfitta, sia pure onorevole, perché la lotta che si trovò a condurre non aveva più molto a che fare con l'epopea napoleonica delle grandi vittorie campali (come quella che Lee cercò invano a Gettysburg), ma preannunciava la stagione apocalittica della guerra totale novecentesca.
Corriere 29.8.13
Leonardo da Vinci
Mosso da «paura e desiderio»
Nella caverna delle leggi fisiche. Per creare le sue macchine
di Giulio Giorello
Ansioso di contemplare «varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura», come racconta lui stesso in un appunto del Codice Arundel (British Museum, Londra), Leonardo si addentra «in una gran caverna», provando insieme «paura e desiderio»: il timore è prodotto dalla «minacciosa e scura spelonca» ma è vinto dalla curiosità di «vedere se là dentro fusse alcuna miracolosa cosa». Tali «miracoli» non nascono per prodigi sovrannaturali ma in base a leggi fisiche di cui la mente umana, quando è accorta e sottile, sperimenta gli effetti e talora ne escogita l'imitazione nei congegni meccanici. L'intreccio di paura e desiderio intesse così tutto il cammino dell' «artista» tra osservazione del mondo e invenzione di macchinari. Come Leonardo ebbe a scrivere altrove: «non vedi tu questi diversi animali e così alberi, erbe, fiori, varietà di siti montuosi e piani, fonti e fiumi», che ci vengono offerti dalla natura, ai cui «artifizi» l'attività degli esseri umani aggiunge «città, edifizi pubblici e privati, strumenti opportuni all'uso, vari abiti e ornamenti»? A Ludovico il Moro, signore di Milano, aveva offerto i suoi servigi con queste parole: «occorrendo di bisogno farò bombarde, mortari e passavolanti di bellissime e utili forme», insomma «varie e infinite cose da offendere e difendere». L'arte dell'uomo è quindi capace di distruzione ma anche di costruzione.
Leonardo ha ben meritato il titolo — come ha dimostrato nei suoi studi Carlo Pedretti — di «eccellente architetto» per l'audacia dei suoi progetti, in particolare nella Milano del Duomo e dei Navigli. Affascinato dalle forme naturali, tanto in piccolo quanto nel grande universo, insisteva sulle somiglianze tra le strutture architettoniche e quelle presenti in natura, in particolare nella stessa anatomia umana.
Quest'ultimo aspetto è ben documentato nella mostra dedicata allo «uomo universale» alle veneziane Gallerie dell'Accademia. Leonardo lavora al suo Uomo Vitruviano, e qui dà campo libero alla sua magnifica ossessione per le proporzioni numeriche. Scrive infatti che Vitruvio aveva riconosciuto «che le misure dell'omo sono distribuite dalla natura», in modo che siano soddisfatti precisi rapporti matematici. «Tanto apre l'omo ne' le braccia, quanto è la sua altezza», annota Leonardo. E poi procede nei particolari: «la parte sedente, cioè dal sedere al di sopra del capo, fia tanto più che mezzo l'omo quanto è la grossezza e lunghezza dei testiculi».
Sa bene che la mente ha bisogno dell'occhio e della mano. Il primo è «la finestra dell'anima», la seconda è l'esecutrice che traduce nello schizzo sulla carta ciò che la mente ha scorto da quella finestra. A un mondo di forme corrisponde così il lavoro sulle figure. «Se tu poeta o matematico non avessi coll'occhio viste le cose, male le potresti riferire con le scritture» ammonisce nel Codice Atlantico.
Per Leonardo «chi sprezza (cioè disprezza) la pittura non ama la filosofia della natura», e corre il rischio di allontanarsi dalla vera devozione della mente: «poni scritto il nome di Dio in un loco e ponvi la sua figura a riscontro: vederai quale fia più riverita»! Le tradizioni religiose dell'Occidente hanno spesso coltivato la tentazione dell'iconoclastia, vedendo nel trionfo dell'immagine il tradimento della parola se non addirittura il peccato dell'idolatria; Leonardo «omo senza lettere» la pensava diversamente: senza troppo invischiarsi in discussioni teologiche riteneva che una «furiosa battaglia» o l'aspetto di una bella donna potessero terrorizzare o intimorire a distanza solo grazie alla rappresentazione pittorica, poiché il pennello prevaleva sulla penna. Così, i disegni sono veri e propri strumenti per pensare e risolvere problemi concreti, ed è sotto questo profilo che il pittore è davvero «un nipote di Dio» che è padre della natura.
Il commento scritto è importante ma è solo un aiuto per l'immagine. Del resto, aggiungeva polemicamente Leonardo, che il nome di qualsiasi cosa cambia con le lingue e le culture mentre la forma permane fino a che questa «non è mutata dalla morte». E se occhio e mano cooperano a fissare la dinamica incessante delle forme non riescono comunque ad aver vittoria definitiva sul mutamento. Il tempo rimane il «veloce predatore delle create cose» e nessuna bellezza è eterna. Il timore non è mai cancellato dal talento, e l'artista umano non è Dio. Egli «disputa e gareggia con la natura» ma può anche perdere la partita. L'unica vera soddisfazione è che valeva la pena comunque di impegnarsi nella gara.
Repubblica 29.8.13
Assopimenti, sogni, visioni e allucinazioni
I sintomi della malattia nascosti nella poesia
Il sonno di Dante
Perché la Divina Commedia è scritta da un narcolettico
di Giuseppe Plazzi
«Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, / tant’era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai». Prime terzine dell’Inferno di Dante Alighieri e primo dei tanti indizi che troveremo nel suo lungo cammino: il viaggio nell’aldilà che il poeta sta per percorrere avviene in uno stato «pien di sonno ». Da questo momento in poi nellaDivina Commediasi ripeteranno sonnolenza, sogni, rapide transizioni dallo stato di veglia al sogno, sonnellini brevi e ristoratori, visioni e allucinazioni, comportamenti automatici in condizioni di torpore ed episodi di debolezza muscolare fino a vere e proprie cadute scatenate da forti emozioni.
L’insieme di questi segni, presenti anche in tutta l’opera letteraria di Dante, è tipico della narcolessia, una rara malattia neurologica descritta a fine Ottocento, della quale Dante potrebbe avere sofferto. Nel 1880 Jean-Baptiste-Édouard Gélineau, un avventuroso medico francese, coniò il fortunato termine narcolessia per descrivere una malattia di cui era affetto un giovane bottaio che presentava decine di episodi di sonno irresistibili, ma brevi e riposanti, ed episodi di cedimento del tono muscolare, fino all’improvvisa caduta a terra, scatenati dal riso, più tardi denominati cataplessia.
Nonostante il termine sia stato largamente abusato per indicare stati di sonnolenza patologica di diversa natura, esso si riferisce a una bizzarra malattia oggi di grande interesse nell’ambito delle neuroscienze, soprattutto a seguito delle recenti scoperte. Colpisce circa quattro persone ogni diecimila abitanti ed è clinicamente caratterizzata, oltre che da attacchi di sonno e cataplessia, da paralisi del sonno (la sensazione di non riuscire a muoversi al momento del risveglio, o all’addormentamento), da allucinazioni e da un sonno notturno interrotto da molti risvegli. Questi sintomi sono dovuti a una disfunzione del sonno REM, la fase del sonno caratterizzata dalla presenza del sogno. Da pochi anni sappiamo che la narcolessia dipende dalla scomparsa di un piccolo nucleo di cellule cerebrali che producono un neuro mediatore denominato orexina, che tra l’altro coordina numerose funzioni metaboliche.
Ma circa sei secoli prima della segnalazione di Gélineau, Dante Alighieri descrive, come tratto autobiografico, le caratteristiche cliniche della narcolessia. Benché sia verosimile che alcuni tratti delle sue opere siano espedienti letterari, è più difficile sostenere che la perfetta corrispondenza dell’insieme dei segni descritti conla narcolessia sia accidentale. Secondo i modelli narrativi medievali, il viaggio di Dante nell’aldilà, dall’Inferno al Paradiso, viene descritto all egorica-mente come una visione durante il sonno. Dante infatti cade addormentato all’inizio dellaCommedia, per svegliarsi spontaneamente al termine del suo viaggio.
All’inizio del poema, come visto, Dante è talmente stanco, anzi ha tanto sonno, da non ricordare come e dove abbia varcato la soglia dell’aldilà. Eppure Dante presta un’estrema precisione ai dettagli, colloca con esattezza l’inizio del viaggio nella notte prima del Venerdì Santo del 1300 e «Nel mezzo del cammin di nostra vita» (Inferno - I, 1),quando ha 35 anni. Ma sorprendentemente omette di spiegare la causa di tanta sonnolenza, come se il vagare in uno stato così estremo da non ricordare dove lo avesse portato il suo camminare, non fosse per lui una condizione inconsueta.
Durante laDivina Commedia Dante descrive il suo sonno come vero sonno e come tale viene testimoniato da chi lo osserva: al termine del poema, San Bernardo, guida nell’ultimo tratto del viaggio in Paradiso, si preoccupa di tagliar corto sulla descrizione di chi siano santi e angeliche affollano il Paradiso quando si accorge che Dante si sta risvegliando, e vuol concedere al poeta il privilegio unico della visione di Dio: «Ma perché ‘l tempo fugge che t’assonna, / qui farem punto, come buon sartore, / che com’elli ha del panno fa la gonna»: (Paradiso - XXXII, 132-139).
Ma non c’è solo il sonno. Ci sono le rapide transizioni dalla veglia al sogno, sogno che normalmente compare dopo almeno un’ora dall’addormentamento («e ‘l pensamento in sogno transmutai»: Purgatorio - XVIII, 145),ma che in una persona con narcolessia compare immediatamente. Ci sono sonnellini brevi e ristoratori, senza nessuna inerzia ipnica al risveglio («come persona ch’è per forza / desta e l’occhio riposato intorno / mossi»:Inferno - IV, 1-4).Ma, ancor più interessante per una lettura “medica” di questi segni, rari episodi di debolezza muscolare e vere e proprie cadute a terra scatenate da emozioni intense. Di fronte alla lupa Dante si sente improvvisamente debole: «Questa mi porse tanto di gravezza» (Inferno - I, 52);dopo aver ascoltato il commovente racconto della vita di Paolo e Francesca dalla stessa anima di Francesca da Rimini cade a terra per l’emozione: «E caddi come corpo morto cade» (Inferno -V, 142).L’insieme di questi segni evoca in modo suggestivo i sintomi cardinali della narcolessia: attacchi di sonno con l’immediato ingresso nel sonno REM, brevi episodi di sonno, ma ristoratori, infine la cataplessia.
L’ipotesi che la brillante creatività di Dante potesse essere sottesa a un tratto di personalità o a una vera e propria malattia ha trovato discreto spazio a fine Ottocento, suscitando spesso aspre reazioni da parte degli interpreti “classici” del poeta. Nel 1880 il dantista Giuseppe Puccianti suggerisce che sogni e sonni di Dante siano «vero sogno e vero sonno». Circa negli stessi anni Cesare Lombroso, il discusso inventore dell’antropologia criminale, asserisce che Dante soffrisse di epilessia, per le cadute improvvise e visioni, scatenando accese polemiche.
Gli episodi di caduta che Dante tuttavia presenta, sempre scatenati da intense situazioni emotive, sono ben diversi dalla crisi epilettica che devasta il corpo e la mente di Vanni Fucci («E qual è quel che cade, e non sa como, / per forza di demon ch’a terra il tira, / o d’altra oppilazion che lega l’omo, / quando si leva, che ‘ntorno si mira / tutto smarrito de la grande angoscia »Inferno - XXIV, 112-118). Con un’accurata descrizione, Dante non solo testimonia di conoscere molto bene l’epilessia, ma si addentra anche in teorie eziologiche e, attribuendo tale punizione a uno dei dannati, implicitamente stigmatizzando il connotato negativo che nella sua epoca aveva una manifestazione epilettica. Contesto e descrizione della crisi epilettica di Vanni Fucci sono ben diversi dalle cadute che Dante stesso presenta.
Sulle ipotesi mediche ritornano più recentemente alcuni studiosi di Dante: Marco Santagata rivaluta l’ipotesi dell’epilessia, Barbara Reynolds avanza l’ipotesi provocatrice che Dante assumesse qualche sostanza psicotropa, Mirko Tavoni interpreta le visioni dantesche come ispirate da veri sogni.
Sonno, sogni, cadute e allucinazioni possono però anche essere ritrovate in altre opera dantesche, fin dalla sua prima produzione, a diciott’anni, indicando un possibile filo rosso. NellaEpistola IV,scritta durante l’esilio al suo ospite Moroello Malaspina, Dante racconta un episodio allucinatorio; nella Vita Nuova, la maggior fonte d’informazioni autobiografiche sulla sua adolescenza e sulla gioventù, Dante racconta di episodi di sonno impellente a seguito di emozioni, anche ad orari inappropriati durante la giornata, della comparsa di attività onirica subito dopo l’addormentamento e, soprattutto, di nuovo di episodi di debolezza muscolare scatenati da emozioni intense. Sonnolenza ed emozioni sono infine una novità per ogni topos letterario medievale: il mal d’amore, l’amor heroicus, causa al contrario insonnia in chi ne è affetto.
Questo articolo è una sintesi diDante’s description of narcolepsy apparso suSleep Medicine. L’autore è ricercatore al Dipartimento di Scienze biomediche e neuromotorie dell’Università di Bologna
Repubblica 29.8.13
Elogio dell’amore senza principe azzurro
Il nuovo libro di Michela Marzano sulla ricerca dell’equilibrio sentimentale
di Leonetta Bentivoglio
Con L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore (titolo che prende spunto dai versi di Emily Dickinson), Michela Marzano ci consegna un nuovo libro sull’amore (l’uscita è oggi, e il 6 settembre sarà presentato al Festivaletteratura di Mantova). Ancora amore? Perché? Non è un soggetto scivoloso, banale e ad altissimo rischio? Non sono forse pericolosamente assillanti ulteriori prospettive su un tema che è stato sondato fino allo sfinimento? Non siamo già sufficientemente sollecitati da montagne di letteratura, poesia, filosofia, psicologia e semiologia, generate dal più inesauribile, fondamentale e a temporale argomento della vita? E tuttavia Marzano non arretra, anzi: osa di più. Sceglie la formula personalissima del récit: né un romanzo né un saggio, o forse entrambe le cose. Alla francese.
Su queste pagine scorre un diario che è una partita libera tra mente e cuore. Si definisce uno spazio dove la riflessione s’intreccia alla confessione. Un percorso irregolare e quasi spavaldamente eccentrico, che attinge a innumerevoli scenari intel-lettuali ed espressivi: le citazioni riguardano Stendhal, la Dickinson, Lacan, Zagdanski, Bauman (è onnipresente, nei testi sull’amore, la sua teoria sulla liquidità dei sentimenti nel nostro costume sociale). E ancora Winnicott, con la sua idea centrale di una figura materna che è necessario e sano interiorizzare nell’infanzia. Sarebbe l’unico modo, secondo Winnicott (e secondo la Marzano), per contenere il vuoto che ci si spalanca dentro quando restiamo soli, non soltanto da bambini, ma durante l’intera vita. Solo grazie a questa madre interna si placherebbe la nostra ansia della presenza accanto a noi dell’altro, insieme al dolore dell’intollerabilità dell’amore (perché è insopportabile il desiderio di avere continuamente accanto l’essere umano che accentra il nostro sentimento).
Qui non siamo dalle parti di Roland Barthes, con i suoi celebri Frammenti. Il viaggio nell’amore intrapreso da Marzano scansa l’“oggettivazione” del discorso amoroso. Non c’è un ritratto strutturale del significato dell’amore, nelle varianti di significato che ci invadono. L’autrice è del tutto autoreferenziale, e non teme il soggettivismo dell’impresa, così com’era già accaduto nel suoVolevo essere una farfalla, dedicato a una tragedia intima come l’anoressia osservata in base alla propria storia. Anche in quel libro il registro del memoir era intessuto a quello del saggio. Ora, con accresciuta determinazione, il tuffarsi dentro l’amore è una sfida compulsiva e abrasiva. Intrepida e decisamente spudorata. Pronta ad attraversare con piglio sprezzante l’esteso territorio del “luogo comune” in cui tradizionalmente abita l’amore. Marzano lo affronta giocando di sponda tra il sé più “denudato” e anche puerile (vedi il racconto della retorica del principe azzurro che l’ammaliò da piccola) e tutto ciò che ha accumulato e filtrato come filosofa, docente e studiosa di scienze sociali. In quest’altalenare cerca una prosa elastica, flessuosa, respirata, piantata nel quotidiano, «che mi permetta di partire dalla mia esperienza», dice, «per poi spiegare come sia sempre e solo per amore che agiamo. Soprattutto quando si ha la sensazione che sia troppo tardi.O troppo complicato. E che tutto sarebbe stato diverso se si fosse stati capaci di dirglielo, di trovare le parole giuste».
Cercando questa spiegazione la Marzano, oltre ai riferimenti culturali, parla molto dei propri uomini. Padre, fratello, amanti, compagni che l’hanno abbandonata e tradita, e che da lei si sono fatti tradire e abbandonare. È dall’aver sperimentato a fondo, e con sofferenza dichiarata, l’ansia incolmabile d’essere amata, così insidiosa e distruttiva per le relazioni, che la scrittrice edifica le sue attuali consapevolezze amorose. Proiettate in una chance risolutiva che si chiama Jacques, suo marito, «l’unico che mi ama sempre così come sono». Jacques è quell’ansia corrosiva dell’amore che si riversa finalmente nell’abbraccio di un’intelligenza autentica del rapporto. È il terrore d’essere in due che si scioglie nell’accoglimento. È il comprendere «che tra l’amore e il sempre non c’è differenza». Si sa che tutto ha un termine: la voglia, la tenerezza, la speranza. Tutto tranne l’amore, «che quando inizia ci accompagna per la vita. Anche se lui non c’è più. Anche se lei ci lascia. Anche se lui muore». Ecco perché, al contrario delle passioni che vanno e vengono, l’amore è eterno. È mutamento e dinamismo, ma non si cancella mai.
Marzano tocca la resistenza di quel “sempre” (l’essere insieme senza volersi fondere, il tempo buono di una “distanza di sicurezza”, il non vivere per l’altro e dentro l’altro, ma sapendo che «quando di amore ce n’è tanto il resto non importa») e capisce che il lieto fine delle fiabe ormai non le interessa più. Il “sempre” è Jacques. La meta di «un equilibrio precario». Forse l’amore è questo.
IL LIBRO
L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amoredi Michela Marzano esce oggi da Utet pagg. 208, euro 14 (nel prezzo è compreso l’ebook e il file audio di lettura integrale fatta dalla stessa autrice) La filosofa ne parlerà al Festival della letteratura di Mantova il 6 settembre con Stefano Levi Della Torre (ore 15 teatro Ariston)
Repubblica 29.8.13
Il caffè filosofico. Da Machiavelli a Husserl i giganti del pensiero in Dvd
Cacciari spiega “Il Principe”, Esposito rilegge Croce, Giorello fa i conti con Pascal, Bodei racconta Locke
Le riflessioni del passato per capire il presente La nuova collana di “Repubblica” e “l’Espresso”
di Raffaella De Sanctis
«Quella che mi interessa è una filosofia vera, anche se dolorosa». L’attenzione di Massimo Cacciari al pensiero di Machiavelli è un viatico in tempi di crisi, in cui l’urgenza della realtà non può più essere ignorata. In fondo è anche questo il compito del sapere filosofico: mettere la riflessione alla prova dei fatti, in una perenne oscillazione tra speculazioni e vita pratica, astrazioni e spunti pragmatici per indirizzare la nostra esistenza. La filosofia — lo dimostra il successo che sta avendo negli ultimi anni — non è più vista come una disciplina intimidente, ma come un mezzo utile per orientarci nel mondo.
Nessuno, dunque, più di Machiavelli, maestro nell’esigere efficacia al pensiero sul piano della prassi politica, poteva rappresentare un migliore inizio della nuova serie de Il Caffè filosofico: diciotto Dvd sui grandi protagonisti della filosofia, dal Rinascimento ai nostri giorni, raccontati da alcuni tra i più importanti filosofi contemporanei. La lezione di Cacciari su Machiavelli sarà in edicola domani a 7 euro più il prezzo diRepubblicao l’Espresso.
Le altre conversazioni usciranno ogni venerdì, ognuna corredata di un libretto con le note biografiche del relatore e un breve inquadramento dell’epoca e del filosofo analizzato. Ogni Dvd conterrà una traccia mp3 con l’audio della lezione e un riepilogo di Maurizio Ferraris sui temi affrontati.
Dopo la prima serie che attraversava la storia del pensiero occidentale a partire dai presocratici, le nuove conversazioni si arricchiscono di ulteriori percorsi, prendendo le mosse dall’autore delPrincipe,al centro, anche per la ricorrenza dei cinquecento anni dell’opera, di un rinnovato interesse per la lucidità della sua filosofia disincantata, aderente alla “verità effettuale”, pronta a riconoscere che gli uomini sono «ingrati, volubili, simulatori».
Cercare di conoscere la natura umana è uno dei rovelli della filosofia fin dalle sue origini, a cominciare da quella prima domanda “chi sono?” che fonda la riflessione dell’uomo sulla prodistruggerlopria condizione. Sarà però Cartesio a fare del dubbio e, dunque, del pensiero, il segno della nostra esistenza di uomini (seconda uscita il 6 settembre, a cura di Ferraris). Ma la ragione può rivelarsi delu- dente, può non bastare a chiarire i nostri interrogativi. Giulio Giorello illustra la lotta tra fede e ragione di Pascal, ben riassunta dalla sua massima più nota: «L’uomo è fragile come una canna, qualunque colpo di vento può ». Da qui la grande scommessa: credere in Dio conviene, perché se Dio esiste, si ottiene la salvezza. Se ci sbagliamo, abbiamo comunque vissuto meglio. E proprio la vita è al centro dell’opera di Spinoza, presentato da Cacciari, mentre Piergiorgio Odifreddi spiega il pensiero di Leibniz partendo dalla distinzione tra verità di ragione e verità di fatto. Seguono i Dvd di Remo Bodei su Locke, Andrea Tagliapietra su Voltaire e Umberto Galimberti su Schopenhauer: «La psicoanalisi non l’ha inventata il dottor Freud, ma Schopenhauer». È però a partire da Wittgenstein che la riflessione sul pensiero viene a coincidere con quella sul linguaggio (ne parla Odifreddi), mentre con Peirce il rapporto con la realtà diventa di tipo segnico (Ugo Volli). Con Husserl invece Roberta De Monticelli affronta la fenomenologia, tra “coscienza” e “oggetti della realtà” (decimo Dvd).
Alla filosofia italiana è dedicata la videoconferenza di RobertoEsposito su Vico e Croce, e quella tedesca le lezioni di Ferraris su Gadamer, di Giacomo Marramao su Benjamin e la scuola di Francoforte e di Adriana Cavarero su Hannah Arendt. Quindi arriviamo al postmoderno di Lyotard, affidato alla lezione di Ferraris, e a Rawls, trattato da Sebastiano Maffettone. Chiude la collana la riflessione sull’etica di Stefano Rodotà e si torna a una domanda cruciale: dove inizia e dove finisce la nostra libertà?
Repubblica 29.8.13
Sapere assoluto e discorsi da bar
di Maurizio Ferraris
Per i filosofi, come per i baristi, vale una prova molto semplice: ai baristi chiedete di preparare un caffè, ai filosofi chiedete di spiegarvi cos’è il sapere assoluto. Se il filosofo incomincia a snocciolarvi dei nomi propri e delle parole arcane, non sa, lui per primo, che cos’è il sapere assoluto, e c’è da sperare che sia almeno capace a fare il caffè. La divulgazione, che anche per Aristotele è la perfezione della filosofia, esige chiarezza, che a sua volta presuppone un lunghissimo esercizio. L’esempio del caffè mi viene ovviamente dal “caffè filosofico”, quello del sapere assoluto da un ricordo di giovinezza: Vattimo doveva spiegare il sapere assoluto in aula, ci pensò un poco, e alla fine disse: «È come sapere anche come son fatti gli ascensori».
Geniale e semplice, l’uovo di Colombo speculativo, il caffè filosofico di Vattimo, che si è rivelato un grande filosofo anche nel rendere chiara come il sole una nozione che filosofi meno grandi di lui avrebbero coperto di arzigogoli, quando non, addirittura, avrebbero dato per presupposta, assumendo che tutti sappiano che cos’è il sapere assoluto, o che magari lo possiedano, il che è quantomeno inverosimile. Questo, a mio avviso, è il senso della divulgazione in filosofia, e il suo ruolo capitale.
Una filosofia che fosse comprensibile solo per dieci persone non sarebbe filosofia, bensì un abracadabra per iniziati. Per questo non ho mai considerato la divulgazione filosofica una funzione estrinseca o ancillare rispetto alla filosofia in senso alto e nobile. Ne è una funzione costitutiva ed essenziale, e chi crede di essere un filosofo senza saper spiegare in parole semplici i concetti e il pensiero degli altri filosofi non è diverso da un barista che si creda un grande barista senza saper fare il caffè. O, peggio (succede anche questo) che fa un pessimo caffè e poi ti spiega con sussiego perché devi trovarlo buono.
Repubblica 29.8.13
Miracolo in provetta ecco il primo cervello creato in laboratorio
Vienna, ottenuto con le staminali: misura 4millimetri. “Servirà acapire le malattie”
di Elena Dusi
È UN cervello, ma non sta in testa. La sua casa è il laboratorio. E a proteggerlo non c’è un cranio, bensì le pareti trasparenti di una provetta. Dopo cuori, fegati, cornee, reni, oggi la fabbrica degli organi ha creato addirittura un cervello umano. Il tessuto vivente più complesso dell’universo è stato costruito dagli scienziati usando come mattoni le meravigliose e controverse cellule staminali.
L’ESPERIMENTO dell’Istituto di Biotecnologia Molecolare di Vienna viene raccontato oggi da Nature. Il cervello artificiale ha un diametro di 4 millimetri: simile al grado di sviluppo di un feto di nove settimane. Per crescere nella provetta ha impiegato due mesi. Al suo interno si vedono alcune strutture tipiche dell’organo naturale: corteccia cerebrale, meningi, plesso coroideo, un abbozzo di retina. Ma regioni come l’ippocampo — fondamentale per la memoria — non sono invece apparse in nessuno dei 35 cervelli creati a Vienna in una serie di esperimenti successivi. E il motivo non è chiaro. Le staminali erano state prelevate da embrioni umani e da cellule adulte fatte regredire al livello di embrionali. «Anche aspettando più di 2 mesi, però, non siamo mai riusciti a superare i 4 millimetri di dimensioni» spiega il coordinatore degli scienziati, Juergen Knoblich. «Non avendo vasi sanguigni, una struttura più grande non saprebbe come recapitare ossigeno e nutrimento alle regioni più interne». I neuroni cresciuti in provetta sono perfettamente normali, in grado di attivarsi e comunicare fra loro. Eppure non si può sostenere che il mini-cervello viennese sia in grado di pensare. «Affinché i neuroni formino dei circuiti — spiega Knoblich — e il cervello riesca a processare delle informazioni, è necessario che riceva input dall’esterno, cioè dagli organi sensoriali. Dovremmo collegarlo a un occhio o a un orecchio artificiale. Ma siamo davvero lontani da questo livello di complessità. Si creerebbero serie questioni etiche. Né lo consideriamo fra i nostri obiettivi ». Difficilmente poi la tecnica potrà fornire pezzi di ricambio per le malattie del sistema nervoso. «Ilcervello — continua lo scienziato — è un organo altamente integrato. Ogni neurone stringe legami con altri neuroni. Ogni regione è collegata con le altre. È impensabile inserire dall’esterno una parte nuova, slegata dal resto dell’organo».
Ma allora qual è il senso dell’esperimento di Vienna? «Imparare come il cervello cresce e si struttura durante lo sviluppo embrionale. E capire quale meccanismo si inceppa in caso di malattie. L’uomo in questo è troppo più evoluto degli altri animali. Non potremmo mai condurre i nostri studi sui topi di laboratorio » spiega Knoblich. A conferma dei loro intenti, subito dopo aver creato dei mini-cervelli normali i ricercatori si sono cimentati con la microcefalia: una malformazione di origine genetica che dimezza le dimensioni del cervello.
Gli scienziati hanno preso cellule della pelle di un individuo colpito dalla malattia. Con la tecnica chiamata Ips (premiata con il Nobel l’anno scorso) hanno spostato indietro le lancette del tempo di queste cellule, riportandole dallo stadio adulto a quello staminale, ma mantenendo il difetto genetico all’origine della malformazione. Le staminali hanno poi iniziato a crescere in provetta, alimentate da un “brodo” di sostanze nutrienti. Questo terreno di coltura era mantenuto sempre in circolazione, come in una sorta di vasca a idromassaggio, affinché ogni angolo dell’organo ne fosse ben irrorato. Man mano che il cervello artificiale malato ha iniziato a strutturarsi in provetta, i ricercatori hanno osservato in diretta il meccanismo che ne frenava lo sviluppo. Nella normale crescita di un embrione, infatti, le staminali si moltiplicano fino a raggiungere la “massa critica” di un organo. Poi iniziano a maturare, e assumono le funzioni tipiche di quell’organo (nel cervello per esempio le staminali prima si dividono, poi diventano neuroni). Nella microcefalia la maturazione avviene troppo presto, prima che le staminali si siano moltiplicate abbastanza da raggiungere la “massa critica”. «Il prossimo passo — annuncia Knoblich — sarà studiare malattie più complesse, come autismo o schizofrenia». La fabbrica degli organi permetterà anche di testare nuovi farmaci in provetta, senza usare cavie. «E poi ci fermeremo» promette lo scienziato. «Non abbiamo intenzione di creare un cervello in grado di pensare o provare sensazioni».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 28 agosto 2013
il Fatto 28.8.13
Pateracchio salva Caimano. Ora Violante spiazza il Pd
Ufficialmente i Democratici confermano il voto per la decadenza di B. da senatore. Ma sotto traccia si lavora per agevolare il rinvio della Severino alla Consulta proposta dal “saggio” del Colle. E Monti invoca la grazia
Berlusconi verso la vittoria. Per assenza degli avversari
di Peter Gomez
qui
L’Huffington Post 28.8.13
Trovato l’accrocco per Silvio
Il Pd fa la voce grossa ma non è contrario a concedere tempo a Berlusconi
Lodo Violante, ricorso europeo, commutazione della pena. Tutte le strade del salvataggio
qui
il Fatto 28.8.13
Matteo Orfini
“Rinvio alla Consulta: il Pd dirà di no”
di Wanda Marra
La legge Severino è costituzionale e il Pd deve dire no all’ipotesi di sottoporla alla Consulta”. Matteo Orfini, esponente di spicco dei Democratici, da sempre all’ala sinistra del partito, è netto.
Onorevole Orfini, ma allora Berlusconi alla fine lo salvate?
No, non lo salveremo, perché abbiamo chiaro che ci sono principi che vengono prima di tutto. La legge è uguale per tutti. Noi abbiamo detto prima della condanna che si dovevano scindere le vicende di Berlusconi da quelle del governo. E lui una volta che la sua condanna è definitiva deve pagare il suo debito con la giustizia.
Sì, ma ormai le aperture e i distinguo si moltiplicano. Violante al Corriere della Sera ha detto che rimandare la legge alla Consulta non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione. Non è d’accordo?
Io ho grande rispetto dell’opinione di tutti, soprattutto di quella di Violante, ma non la condivido. Non penso che la Severino sia incostituzionale, nessuno aveva mai fatto quest’obiezione prima della vicenda Berlusconi. Nemmeno il Pdl.
E quindi?
Ci si deve limitare ad applicare la legge e votare la decadenza. Vedo anch’io la peculiarità di Berlusconi come leader politico sostenuto da milioni di italiani, ma penso che questo ruolo si possa svolgere fuori dal Parlamento.
Come ha detto D’Alema, mettendo insieme Grillo e Berlusconi, in quanto “pregiudicati amati dagli italiani”.
Come Grillo. Ma anche come leader che pregiudicati non sono: D’Alema medesimo, Veltroni, Renzi.
Quella di Violante dunque non è la posizione del Pd?
No, è quella espressa dal segretario in giù sulla decadenza.
Però la questione del rinvio alla Consulta potrebbe essere una scappatoia. Anche per il Pd.
Chiunque ne vede la strumentalità. Il giorno dopo la sentenza si è gridato al colpo di Stato. Poi si è parlato di guerra civile. E poi di grazia, amnistia, salvacondotto. Tutti strumenti tirati in ballo per salvare Berlusconi. Per arrivare al rinvio alla Corte. La posizione del Pd non può cambiare e non cambierà.
Tra i favorevoli a una soluzione come questa, però, ci sono alcuni degli uomini più vicini a Napolitano, a partire da Ranieri. Non sarà che sanno che per il Colle è una strada percorribile, come peraltro scrive anche il Foglio?
Credo che sarebbe sbagliato attribuire al Quirinale volontà di questa natura. Escludo che il Colle faccia pressione in un senso o nell'altro.
Anche se ci sono una serie di costituzionalisti interpellati ad hoc che dicono che si può fare?
Sono generalmente contrario alla dittatura dei costituzionalisti. Ho trovato surreale la vicenda dei saggi che dovrebbero insegnarci come scrivere la Costituzione. La nostra Carta è stata scritta da persone che fino a poco prima tenevano il fucile in mano per difendere l’Italia.
Monti intanto chiede la grazia per Berlusconi.
Monti è piuttosto confuso ultimamente. È preoccupato di trovare uno spazio politico e quindi guarda agli elettori di Berlusconi.
Insomma, il Pd se qualcuno chiederà in Giunta il rinvio della Severino alla Corte, voterà no?
Sì. In un paese normale il Pdl chiederebbe scusa agli italiani e cambierebbe la leadership. Alfano ci chiede di comportarci come se Berlusconi fosse un nostro senatore. Noi col nostro Statuto non l’avremmo nemmeno candidato.
Ma voi con questo Pdl ci governate.
Sì, stiamo riuscendo a fare anche cose positive, come la stabilizzazione dei precari della Pa. Ma il governo può andare avanti se il Pdl scinde i piani, cosa che non mi pare stia facendo. La richiesta di iniziative volte a tutelare Berlusconi è irricevibile.
I Democratici al governo sembrano intenzionati a restarci. Fino a che punto si può forzare?
Non credo sia così. Il primo che non ha questo atteggiamento è il presidente del Consiglio. Che sulla decadenza di B. è stato fermo e condivisibile. I ministri del Pd sono impegnati in un una battaglia difficile sull’Imu.
Il Pdl non demorde: vuole togliere l’Imu a tutti.
Io credo che anche da questo punto di vista sia bene non accettare il ricatto. Chi può, deve continuare a pagare. Noi abbiamo bisogno di ridurre le diseguaglianze, non di aumentarle. E non possiamo accettare bandierine ideologiche.
Si parla di nuove maggioranze, di un Letta bis. Scenari possibili?
Mi pare difficile. Ma se saltasse tutto si dovrebbe comunque cercare una maggioranza per fare legge elettorale. Ma il Pd è l’unico a volerla cambiare. Grillo ha detto che dobbiamo mantenere il Porcellum, perché favorisce loro. Questo dimostra la sua malafede. Spero che i 5 Stelle se ne accorgano.
Il Pd però ha votato contro la mozione Giachetti per il ritorno al Mattarellum.
Quella era una mozione. Ora dal Pd è venuta un’accelerazione.
Repubblica 28.8.13
Ma la grazia rimane l’unica strada per sperare Silvio deve fare domanda
In gioco una “squalifica” dalla politica fino a tre anni
di Liana Milella
“LIBERO” di fare politica, ma da condannato. Il peggio, alla fin fine, per uno come Berlusconi. Pure con l’incubo della legge Severino. Costretto alla perenne gratitudine verso Napolitano. Cui comunque, lui o i suoi avvocati, questa mini-grazia dovranno necessariamente chiederla.
PERCHÉ, come ha scritto il presidente nella sua nota del 13 agosto, «questa è la prassi». Un atto tutto politico e poco giuridico che, lo diranno i sondaggi, potrebbe non piacere affatto alla gente comune.
Tra i poteri del capo dello Stato c’è anche quello di dare la grazia e scegliere che tipo di grazia dare?
Il Presidente, in materia di grazia, ha potere praticamente assoluto. Come insegnano le oltre 42mila grazie che si contano in Italia dal 1948 a oggi, il primo inquilino del Colle può agire di sua iniziativa, si può muovere su richiesta (la prassi più recente, dopo il caso Sofri), può scegliere che tipo di beneficio concedere.
Napolitano può decidere di non cancellare la condanna a 4 anni (ridotti a un anno per via dell’indulto2006) e intervenire solosulla pena accessoria?
Sì, può farlo. Deve indicarlo espressamente. Può lasciare intatta la pena principale e intervenire soltanto su quella accessoria, nel caso di Berlusconi l’interdizione dai pubblici uffici che la Corte di appello di Milano dovrà ricalcolare dopo lo stop della Cassazione.
Ma Napolitano “vuole” farlo?
Nella nota di agosto egli parlava solo di «pena principale» e i giuristi lessero il passaggio come espressione della sua volontà di non toccare le pene accessorie.
Quanto “pesa” l’interdizione di Berlusconi?
È ben pesante. In primo e secondo grado Milano aveva chiesto 5 anni. Il pg della Suprema corte ne ha proposti 3.
In che tempi il ricalcolo potrebbe essere definitivo?
Si può stimare che le motivazioni della sentenza Mediaset siano depositate per la metà, al massimo la fine di settembre. Tra Corte di appello e Cassazione l’interdizione sarebbe “chiusa” per gennaiofebbraio 2014. Ma gli avvocati del Cavaliere potrebbero non fare ricorso anticipando i tempi di un paio di mesi.
Berlusconi deve chiedere comunque la grazia anche per vedersi cancellare solo la pena accessoria?
Il passo è obbligato. Berlusconi recalcitra perché per lui chiedere la grazia è come ammettere la colpa. Ma Napolitano è stato perentorio con tutti quelli con cui ha parlato, niente domanda niente grazia.
Si può commutare anche l’interdizione?
Una condanna da scontare si può commutare in un corrispettivo in denaro che viene calcolato per ogni giorno di detenzione. Ma questo ovviamente non si può fare con l’interdizione che non può essere commutata, bensì cancellata.
Cancellare l’interdizione che valore ha?
Una potente valenza politica trattandosi di Berlusconi. Per la prima volta in Italia verrebbe consentito a un condannato per un reato grave come la frode fiscale di evitare l’interdizione solo perché egli è il leader di un partito. Sarebbe un precedente — questo sì giuridico — che peserebbe molto sui rapporti tra magistratura e politica.
La grazia cancellerebbe anche legge Severino?
No, perché essa è del tutto sganciata dall’interdizione, cammina su un binario parallelo per “punire” chi vorrebbe entrare nei palazzo della politica e rappresentare i cittadini pur avendo una fedina penale sporca. La Severino ristabilisce il principio dell’uguaglianza fissato dall’articolo 3 della Costituzione, come il cittadino condannato non può più fare il bidello, così lo stesso cittadino non può diventare deputato o senatore.
Berlusconi, graziato da Napolitano, potrebbe finire vittima della Severino?
Sì, con tempi diversi a seconda del destino della norma. Se la giunta e l’aula del Senato votano la decadenza, la grazia del Colle è inutile. Se la legge viene spedita alla Consulta Berlusconi guadagna tempo. Ma la Consulta potrebbe non ammettere il ricorso.
Berlusconi resterebbe a tutti gli effetti un condannato?
Assolutamente sì, in questo modo Napolitano realizzerebbe il compromesso di non cancellare la condanna definitiva della Cassazione e non smentirebbe i giudici, ma consentirebbe a Berlusconi di continuare a fare politica.
Berlusconi potrebbe ricandidarsi?
Per la legge Severino non potrà farlo per sei anni.
La Stampa 28.8.13
Il prof che ama le allieve indagato per la morte di una diciottenne
Saluzzo: era una sua ex studentessa, si uccise nel 2004
A casa del docente le lettere e le fotografie della suicida
di Andrea Garassino
L’inchiesta che ha portato all’arresto di Valter Giordano, 57 anni, ultra stimato professore di Saluzzo, per i rapporti sessuali, per le fotografie pedo-pornografiche scattate con due sue allieve, minorenni, parte da molto più lontano. Esattamente dal 2004, quando una ragazza si tolse la vita. Era sua allieva. Il suo nome era Paola Vairoletti, aveva 18 anni. Lui, il professore più amato di Saluzzo, «colto» e «passionale», la conosceva molto bene. Dopo di lei altri studenti di quell’Istituto Socio Pedagogico di Saluzzo e di una scuola d’Arte Bertoni si tolsero la vita in una catena spaventosa, proseguita fino al 2011.
Quando, dopo la morte di Paola, il professore fu interrogato dai carabinieri, non raccontò nulla di fondamentale. Anzi, rimase sul vago. Lo spiega bene il giudice per le indagini preliminari di Saluzzo, nell’ordinanza che ha portato in carcere il docente. E nella quale si svela anche che il «prof» è indagato per istigazione al suicidio. Di Paola. Ecco, da qui, scavando su questa storia si è scoperto che Valter Giordano aveva avuto più di una relazione con studentesse minorenni.
E allora tutto torna. Tutto si lega. A Saluzzo qualche mese fa esplose il caso delle ragazze morte suicide. Si parlò di Satanismo, di riti. Di Paola Vairoletti e di altri ragazzi ancora. La Procura ammise: «Stiamo indagando». Ma tutto finì lì.
Ecco, allora bisogna ripartire da qui, da questa morte. E da quel primo interrogatorio: «La conoscevo in modo superficiale». Poco dopo il decesso fu trovata una lettera di lei con il nome dell’amato professore sulla busta. Ma Valter Giordano fu richiamato dai carabinieri soltanto nel maggio 2012: «Ci spieghi il perché di tutto questo». Allora, e solo allora, consegnò un fascio di lettere grosso così di quella sua allieva. Documenti importanti nei quali lei annunciava la voglia di farla finita. Ed era molto di più di uno sfogo. Era la disperazione dell’anima. Era il baratro. Dal quale lui, che sapeva tutto, non ha fatto i passi opportuni per salvarla. Di qui l’avviso di garanzia per «induzione al suicidio». Ma c’è di più. Il professore aveva catalogato e datato «di suo pugno» per citare le esatte parole del gip nell’ordinanza che lo ha portato in carcere - tutte quelle lettere. Perchè? E già qualcuno si domanda se lui, il prof, non sapesse dove era andata a nascondersi Paola, per due giorni, prima di togliersi la vita gettandosi da un torrione.
E siamo ormai nel 2013. Per chiarire questo episodio il docente viene indagato. Partono le intercettazioni ambientali e telefoniche. E arriva un’altra sorpresa inquietante. A casa dell’insegnante viene sequestrata una scatola, con la foto della giovane morta nel 2004 attaccata sul coperchio, l’articolo de La Stampa che ne annunciava la morte e un altro dal titolo «Maestri e allieve, strane coppie» che faceva riferimento ad un’opera di copia di lettere scritte dalla vittima alla famiglia, alla classe che frequentava e allo stesso docente. Inoltre, un’agenda dove Giordano annotava i fatti dei giorni di quel 2004. Il 7 dicembre scrisse: Paola è morta suicida, il corpo è all’acquedotto di Savigliano. Ora l’avvocato del professore, Enrico Gaveglio, mette le mani avanti: «Il professore mi ha assicurato che aveva sempre informato la famiglia della ragazza dei suoi pensieri e dei suoi turbamenti». Compresa la volontà di togliersi la vita.
Con le intercettazioni, ascoltando le telefonate del professore viene fuori un intreccio di rapporti amorosi. Un torrente di sms, di telefonate al limite del decente. I numeri aiutano a comprendere: nella relazione durata due anni e 8 mesi ci sono stati 57 mila contatti, cioè 106 tra telefonate e sms al giorno. Con l’altra allieva, sua «amante» per 15 mesi ci sono stati 17 mila contatti: 88 al giorno. Le due ragazze vengono sentite. Si incaricano psicologi di fare perizie e gli inquirenti arrivano a una prima conclusione: «Con abuso di autorità e comunque abusando delle condizioni di inferiorità psichica le costringeva» al suo volere.
L’ordinanza di custodia racconta una storia complessa. Fatta di affetto, certo, ma anche molto carnale. Fin troppo. I messaggini sul cellulare sono più che espliciti, le intercettazioni - anche ambientali - non lasciano spazio a molti dubbi. Anzi. E il giorno dopo Ferragosto il professore che recitava Dante a memoria, è finito in galera. Salvo poi andare agli arresti domiciliari dopo pochi giorni. Arrivano le lettere di solidarietà Di affetto di stima: «Una sbandata può succedere».
Ma adesso si apre un nuovo scenario. E sullo sfondo resta il suicidio di quella ragazza del 2004 tanto che il gip nell’ordinanza scrive: «È probabile che i rapporti con la suicida siano stati simili a quelli» e cita le due allieve.
La Stampa 28.8.13
“Mi accompagnò in tv a lanciare un appello”
Parla la madre di Paola Vairoletti: “Mi fidavo di lui”
di Niccolò Zancan
E così si torna al suicidio di una ragazzina che si faceva chiamare «Vampire». «Paola era sensibile, ironica e profonda, brava scrittrice, sognava di diventare regista. Era molto più capace di me nel capire le cose della vita», dice la madre con un filo di voce dolce.
Paola Vairoletti diceva di odiare dio perché ci lascia liberi di sbagliare. Scriveva sul diario frasi lapidarie: «Ho paura. Il mondo è troppo brutto». Scappata di casa il 4 dicembre 2004, è stata ritrovata al fondo del pozzo dell’acquedotto di Savigliano tre giorni dopo. La madre Vanna non ha mai smesso di lottare per la verità: «In tutti questi anni ho sempre pensato che non fosse un suicidio normale. Si è parlato di satanismo, non lo so.... Io so che mia figlia era profondamente cambiata. Da sei mesi stava male. Soffriva tanto. Era irriconoscibile. Come se avesse dei sensi di colpa enormi, un fardello troppo pesante da sopportare. Ora, finalmente, quello che sta emergendo in questi giorni, forse potrà aiutarmi a capire...».
Ora sappiamo che il professor Valter Giordano è stato iscritto nel registro degli indagati per istigazione al suicidio di Paola. Questo è l’inizio dell’inchiesta. È aprile del 2012. I genitori di un’altra ragazza della stessa scuola, il liceo Psicopedagogico Soleri di Saluzzo, raccontano ai carabinieri i dubbi sulla morte della figlia: «Frequentava gruppi satanici». E per corroborare lo scenario, spiegano di aver saputo, attraverso l’insegnate di sostegno, che anche un’altra allieva era finita nello stesso ambiente otto anni prima. L’insegnante conferma: «Quella ragazzina si chiamava Paola. Aveva scritto una lettera al professor Giordano in cui diceva di essere satanista». Così nasce l’attenzione per il professore «stimatissimo».
Gli investigatori scoprono che Valter Giordano ha conservato molte lettere scritte da Paola Vairoletti prima del suicidio. Però le consegna ai carabinieri solo nel maggio del 2012. Non sa spiegare questa disattenzione: «Rilascia dichiarazioni piuttosto confuse sull’argomento». Eppure era già stato sentito nel 2004, quando era andato ad accompagnare proprio la madre di Paola a «Chi l’ha visto?» per lanciare un appello accorato: «Torna a casa...». Il professore era sconvolto: «Mi diceva che era una scomparsa incomprensibile». Ma nulla, neanche una parola sulla corrispondenza con l’allieva, lettere piene di dolore, paura e segreti. Ecco perché il 10 maggio del 2013 è stato iscritto nel registro degli indagati. «Perchè si ritiene che possa aver volutamente nascosto informazioni utili a meglio lumeggiare alcuni episodi e abbia volutamente nascosto le lettere e il diario di Paola, consapevole del loro contenuto. Tra l’altro - annota il gip dal diario risultavano mancanti e strappate alcune pagine....».
Insomma, i carabinieri si interessano al professore per capire meglio la sofferenza di Paola e si imbattono nella tragedia di altre due studentesse della stesso liceo. Siamo ad oggi. Le due allieve stanno con il professore, accettano tutte le sue richieste, ne sono succubi. Sono due ragazzine fragili. Fa male leggere la perizia psichiatrica depositata il 10 agosto. «Aspetti depressivi significativi presenti da anni; hanno di sé un’immagine svalutata, una chiusura relazionale significativa. Tutto il mondo ruota intorno alla figura del professor Giordano». «Ragazza con una quadro evidente di depressione cronica. La stessa relazione con l’indagato è nata a seguito di un episodio depressivo significativo. Il rapporto con il professore le dava maggiore sicurezza. Si ravvedono anche per lei elementi di inferiorità psicofisica rispetto al docente...».
Stanno con il professore, dipendono dal professore, soffrono per il professore. Una di loro fa registrare 30.810 contatti con il telefono di Valter Giordano, l’altra 11.948. Sono messaggini, preghiere, baci, lusinghe, appuntamenti, disdette, paure e - anche - minacce di suicidio. Quando succede, in un caso il professore risponde «invitando la ragazza a stare zitta». Altre volte chiede esplicitamente di cancellare messaggi e foto. Ecco perchè la disperazione del 2004 di Paola Vairoletti è di attualità oggi, così come le pagine strappate del suo diario.
A casa del professore i carabinieri hanno sequestrato articoli di giornale e altre tre lettere della ragazza. Anche un’agendina con annotato, sul 7 dicembre del 2004, la frase: «Paola è morta suicida». Il gip scrive: «L’indagato attribuisce al soddisfacimento degli istinti sessuali un’importanza fondamentale». È l’anello che tiene insieme il passato e il presente di questa storia terribile. La disperazione di alcune adolescenti, il ruolo distorto del professore. «Non sapevo che Valter Giordano avesse tenuto nascoste alcune lettere di mia figlia dice Vanna Vairoletti - non so davvero cosa pensare. È così stimato che è quasi impossibile anche solo poterlo mettere in discussione. Dopo il suicidio di Paola aveva voluto il diario di mia figlia, e io ero stata contenta di lasciarglielo per qualche giorno».
La Stampa 28.8.13
Tutti schierati con l’insegnante
Non una parola spesa per difendere quelle ragazze fragili
di Pierangelo Sapegno
Avevano scritto che parlavano di lui come di «una persona che aveva solo fatto del bene». E c’erano tante firme sotto, quasi tutte quelle degli studenti del liceo Solieri di Saluzzo. E c’erano anche le loro, quelle delle due allieve che si erano innamorate. Nessuno le conosce, per fortuna. Nemmeno noi. Perché negli abissi dell’assenza che raccoglie questa torbida storia, loro non sono soltanto le vittime più deboli, ma anche quelle che mancano, nelle parole e nei pensieri degli altri, nella ricerca della verità, dimenticate dal senso di giustizia nelle stradine sotto i portici, nelle loro complicate solitudini, nella finta e opprimente serenità della provincia. Perché se è vero che il professore alla fine sembra uno di quei personaggi di Simenon prigioniero della sua anima, dentro al velo opaco di questa piccola città dove ogni significato può essere dubbio e sfuggente, loro sono molto più importanti e molto più fragili, in balia di una giustizia a volte sorda e di tutti gli squali della cronaca. Eppure, nella strana storia del professor Valter Giordano, lo stimatissimo insegnante che sarebbe andato a letto con le sue allieve, nessuno ha levato una voce in loro favore. Neppure lui, che le ragazze hanno difeso così strenuamente.
Nel silenzio di questa piccola città, fra la macelleria Giordano e la piazza Dante Alighieri con il monumento a Giambattista Bodoni così pulito da sembrare appena lucidato, che cosa è rimasto della loro sconfitta, se non la paura per le loro debolezze, come ripete adesso la preside Alessandra Tugnoli, invitandoci «alla massima attenzione, alla prudenza, mi raccomando»? Ma se non c’è un peccato che riguarda anche loro, che cosa hanno perso e che cosa devono ancora pagare? Nelle pagine dell’ordinanza, secondo la Procura, il professore «approfitta delle loro condizioni di inferiorità psichica per indurle a degli atti sessuali». E questi rapporti costituirebbero «il prezzo per mantenere l’interesse dell’uomo che rappresenta ai loro occhi una figura di riferimento fondamentale». Questa è l’accusa che parla. Ma poi una delle due ragazze confessa che «qualche volta il professore mi ha anticipato la traccia dei temi di italiano. Questo in genere alla fine, dopo che stavamo assieme. Oppure mi dava qualche input sui temi di storia. Devo però dire che per lo più era una paura mia in quanto pensavo che se avessi smesso di vederlo avrebbe potuto reagire male...». Patrizia De Rosa, medico specialista in psichiatria e psicoterapeuta dell’età evolutiva, sostiene che probabilmente il rapporto con il professore dava a una di loro «una maggior sicurezza e le comportava una riduzione dei sentimenti di svilimento di sé». Cioè, stando assieme a lui, si sentiva più forte. E anche per l’altra ragazza «si ravvedono elementi di inferiorità psicofisica rispetto al docente». Una di loro quando le hanno chiesto se voleva costituirsi parte civile ha detto di no, «perché io ero innamorata». L’altra riconosce di «essere impazzita e di essere stata fuori di testa nel periodo iniziale e in seguito».
Fino a qui siamo ancora nel campo dell’insondabile. Ma se non ci fosse stata costrizione, qual è il limite morale e anche penale - di un rapporto fra l’insegnante e la sua allieva? Chi è che lo vuole e chi lo impone? La cosa che più ci colpisce è che non c’è stata una voce che non si sia alzata in difesa del professore. E nessuna, invece, per comprendere le ragazze, per spiegare e capire la loro sofferenza. Non mancano solo loro da questo posto con i portici e i ragazzi seduti oziosamente al bar Beppe, mancano anche le voci che le proteggano, che le aiutino. Durante il loro rapporto, una spiega che aveva «sempre dato del lei al professore», anche mentre stavano assieme, «sentendo un certo timore, come se vi fosse una barriera fra di noi». È come se quella barriera restasse pure dopo le pagine di questa tragedia che la vita sta scrivendo, come se ne scrivono ogni giorno in ogni parte del mondo. Il fatto è che non c’è niente di più lontano del potere, di qualsiasi potere, anche quello di un adulto, anche quello di una persona che conosce molte cose più di te. Per questo, adesso, Saluzzo sembra solo la quinta di una scena senza volti, solo un banco di cirri illuminati dal sole che si inarca verso il Monviso e sembra portare su nel cielo scaglie di vernice bianca, come se sopra di noi, anche in giorni come questo, la luce avesse qualcosa di candido da farci vedere. Alla fine, è proprio questo che ci chiediamo. Che cosa non possiamo fare agli altri che abbiamo il potere di fare? Ci sono degli anni nella vita di una persona in cui si è più puri, in cui quello che ti viene insegnato, o imposto, resta come un marchio indelebile per tutto il tuo tempo? Anche un uomo può far del male. Il professore, dalla sua casa famiglia qui vicino, avrà una finestra dove guardare, oltre il sole nascosto dietro le lenzuola di nuvole, e vedrà tutta questa gente che passa come una processione. Una di quelle processioni della domenica, dove ci sono tutti meno che Dio.
Corriere 28.8.13
Bolzano
La curia condannata a risarcire la vittima di un prete pedofilo
di Gian Guido Vecchi
ROMA — La diocesi di Bolzano e Bressanone e la parrocchia bolzanina San Pio X sono state condannate per responsabilità «oggettiva» a risarcire (700 mila euro più le spese legali) la vittima di abusi pedofili commessi — ma il caso è controverso — da un loro sacerdote. Ai legali della vittima e alla stessa Cei non risultano precedenti del genere in Italia: la sentenza, contro la quale peraltro si annuncia il ricorso della Curia, diventa un precedente ed evoca piuttosto le cause che negli Usa hanno mandato in fallimento diverse diocesi.
La decisione della prima sezione civile del tribunale di Bolzano riguarda il caso di don Giorgio Carli, assolto in primo grado «perché il fatto non sussiste», condannato a sette anni e mezzo in appello e infine protagonista di una sentenza che fece discutere: la Cassazione nel 2009 lo prosciolse perché era intervenuta la prescrizione del reato e insieme lo condannò al risarcimento delle parti lese. Tecnicamente innocente ma anche colpevole e viceversa, secondo le interpretazioni. Un caso divenuto famoso perché la vittima, una donna che denunciò di essere stata violentata tra i 9 e i 14 anni, aveva ricostruito le violenze da adulta, nel corso di 350 sedute di psicanalisi con un metodo chiamato «distensione meditativa» simile all'ipnosi. Don Carli venne arrestato nel 2003, quattordici anni dopo i fatti denunciati. La diocesi ha sempre difeso l'innocenza del sacerdote. Della vicenda si occupò anche il Vaticano: il processo canonico della Congregazione per la dottrina della fede si è concluso l'8 gennaio 2010 con il proscioglimento di don Carli.
Al di là dell'entità del risarcimento (500 mila euro alla donna, 200 mila ai genitori), l'essenziale sono le motivazioni della sentenza. Per il tribunale civile diocesi e parrocchia sono responsabili in base all'articolo 2049 del codice civile, quello che riguarda la «responsabilità dei padroni e dei committenti». Si chiama «rapporto di preposizione» e non è solo «di tipo aziendale», scrivono i giudici: i sacerdoti «agiscono in esecuzione del mandato canonico loro affidato». Il parroco aveva affidato a don Carli il catechismo dei ragazzini. Così diocesi e parrocchia hanno una responsabilità «di tipo oggettivo» perché «a capo degli enti ecclesiastici» in questione «vi sono il parroco e il vescovo, ai quali il diritto canonico attribuisce determinati poteri-doveri di direzione, vigilanza e controllo». E per questo vengono condannate al risarcimento, assieme a don Carli.
Per i legali della donna la sentenza «consente, almeno in parte, una forma di risarcimento morale». La diocesi si dice invece «sorpresa e delusa» e ribatte: «Risulta incomprensibile il motivo per cui si venga chiamati al risarcimento civile dei danni, dopo che nessuno è stato condannato». In tutto questo, il paradosso è che proprio la diocesi di Bolzano è all'avanguardia nella lotta contro la pedofilia nel clero: dal 2010, unica in Italia, ha nominato un «responsabile diocesano per le molestie» con tanto di sezione nel sito internet e mail (molestie@bz-bx.net) per inviare le denunce.
Repubblica 28.8.13
Il castigo e l’oblio
di Barbara Spinelli
ACCUSATO di aver perpetrato un massacro con armi chimiche, mercoledì scorso in due sobborghi di Damasco, e di aver forse bombardato il proprio popolo col gas nervino, il Presidente siriano Bashar al-Assad si è rivolto all’America e ai governi europei con parole sprezzanti,colme di scherno.
Ha ricordato loro i disastri delle recenti guerre contro il terrorismo globale e ha detto: «È vero, le grandi potenze possono condurre leguerre. Ma possono vincerle?» Ecco il dilemma che sta di fronte agli Occidentali, nel momento in cui alzano la voce contro Damasco, denunciano l’»oscenità morale» delle armi chimiche contro cittadini inermi (le parole sono di John Kerry, segretario di Stato), e affilano i coltelli nella convinzione che un intervento punitivo sia a questo punto necessario, dunque legittimo. Il dilemma esiste perché sulle conseguenze di un’offensiva nessuno pare avere idee chiare. Neppure sull’obiettivo c’è per la verità chiarezza, il che inquieta ancor più: in nome di quale disegno aggredire Assad? Ed esistono prove credibili che quest’ultimo abbia usato i gas, oppure Kerry ha dedotto le sue certezze consultando, come ammesso lunedì, i social network? È il motivo per cui, anche quando le prove spunteranno (ieri il portavoce di Obama le ha promesse fra breve), non è a una guerra che si pensa in America ma a un gesto simbolico, a un’affermazione di forza. Giusto per dire «Eccoci», e poi andarsene. Evitando, a parole, ilcambio di regime a Damasco.
È quanto fa capire l’ex capo di Stato maggiore Usa, Jack Keane, che da mesi preconizza più decisivi interventi ma che li ritiene improbabili. Intervistato dalla Bbc, dopo le parole di Kerry, il generale ha specificato che un semplice segnale castigatore, uncolpo di avvertimento, lascerebbe le cose come stanno. «Il giorno dopo Assad ricomincerà i bombardamenti sulle popolazioni civili, con armi chimiche o senza. I rapporti di forza fra regime e ribelli nella sostanza non muteranno». La coalizione dei volonterosi che Obama sta provando a raggruppare avrà detto la sua, ma l'ultima parola molto probabilmente non sarà lei ad averla e il controllo su quel che accadrà dopo neppure.
Lo stesso Keane ha detto in passato che la Siria di Assad non è la Libia di Gheddafi. Dispone di armi più sofisticate, le sue truppe di terra e di aria combattono i ribelli con notevole successo da due anni. E ha alleati assai potenti: l’Iran, la Russia, e dietro le quinte la Cina che come sempre sta a guardare, gigante che aspetta infinitamente paziente che l’America si rompa un osso dopo l’altro. Neppure il paragone con il Kosovo è pertinente. È vero, siamo davanti a un disastro umanitario la cui oscenità è evidente. Ma l’osceno avviene per sua natura «fuori scena»: non è visibile come lo fu in Kosovo, e la sicurezza esibita da Kerry è quantomeno labile, per ora.
Gli ispettori dell’Onu sono lì per verificare, come a suo tempo tentarono di verificare in Iraq l’esistenza di armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein. A un certo punto l’America decise di entrare in guerra comunque, e gli ispettori vennero scaricati senza essere ascoltati. Hans Blix, che guidava il team dell’Onu, non cessa di evocare con amarezza la sordità dell’amministrazione Bush. Si parla di un’operazione simile al Kosovo perché cominciò allora la pratica della coalizione dei volonterosi, architettata sotto la guida di Washington per aggirare il Consiglio di sicurezza Onu e quindi Mosca. Ma Milosevic era già vinto quando scattò l’offensiva, mentre Assad no.
Sabato, sul New York Times, è intervenuto con un articolo singolare lo studioso di storia militare Edward Luttwak, a suo tempo difensore delle guerre antiterroristiche. Oggi scrive che meglio stare a guardare la Siria da fuori, aspettando che i contendenti si scannino a vicenda. Meglio lo stallo, prolungato ma tenuto in stato di continua incandescenza: aiutando massicciamente i ribelli anti-Assad, ma smettendo l’aiutonon appena questi diventino troppo forti e stiano per vincere. Il ragionamento si finge astuto, prudente. In realtà è perverso, e palesemente sprovvisto di ambizione politica. «L’America perde in ambedue i casi», conclude Luttwak. Nessun occidentale, e men che meno Parigi e Londra, ha in questa vicenda ambizioni politiche, oltre che intellegibili obiettivi. E quanto bluffano poi Parigi e Londra? Sarebbero pronte a intervenire senza America e a fianco di Israele, ripetendo la rovinosa spedizione contro Nasser a Suez, che Eisenhower provvidenzialmente bloccò nel ’56?
Questo significa che la Siria è un vespaio prima ancora che scatti l’eventuale attacco euro-americano. La questione morale apertasi con l’uso del sarin è innegabile, ma la catastrofe umanitaria non la si può combattere come la si è combattuta in Kossovo, o peggio in Iraq. E non solo perché mancano prove inoppugnabili che attestino le responsabilità di Assad, non solo perché i più forti, tra i ribelli, sono al momento le milizie di Al Qaeda, e la scelta è tra la peste e il colera. Solo forze di interposizione Onu potrebbero proteggere i civili siriani da nuovi attacchi (sferrati da Assad o dai ribelli) e agire in nome del divieto di ricorrere a armi chimiche. La coalizione dei volonterosi è incompatibile con la via dell’Onu, e si propone altro. Cosa, precisamente? Forse per questo il ministro Bonino si mostra dubbiosa: «L'Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu».
L’analista Yagil Levy, studioso del peso esercitato dai militari nell’edificazione dello Stato israeliano, enumera le tre ragioni per cui la questione morale non può esser risolta da interventi militari (Haaretz 26-8). In primo luogo perché farebbe un gran numero di vittime e distruggerebbe le infrastrutture del Paese, come già accaduto in Kossovo e Libia. In secondo luogo perché non placherebbe la guerra fra regime e ribelli ma la acuirebbe. Terzo motivo, cruciale: l’intervento tenderebbe a «favorire un cambio di regime artificiale». Dipendente da aiuti esterni, il futuro potere sarebbe senza radici.
La storia delle guerre negli ultimi 14 anni (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia) conferma le inquietudini di Yagil Levy. Nessuna di esse ha creato nuovi ordini stabili, tutte sono finite in pantani diabolicamente gelatinosi, nei quali non si distinguono le persone fidate dalle inaffidabili. I costi in termini di vite umane, una volta sconfitto Gheddafi, sono già oggi enormi: i morti del dopo-guerra sono quasi equivalenti alla metà dei caduti prima dell’uccisione del rais.
Fanno bene le democrazie, fanno bene Parigi e Londra, a indignarsi per l’uso eventuale di gas. Ma l’indignazione morale suona falsa, quando non calcola le conseguenze delle proprie azioni e neanche sa bene chi sia il colpevole. Quando il passato non insegna nulla, e cadono nell’oblio le false prove date da Colin Powell contro Saddam, e sono senza peso le sconfitte cui sono andate incontro le guerre umanitarie lungo gli anni. Non si esportano la democrazia e la stabilità, quando a uno Stato fallimentare si sostituisce uno Stato ancora più sfasciato di prima. Non si esporta neppure la morale, con attacchi simbolici che soddisfano solo l’orgoglio di chi li sferra e non aiutano i veramente minacciati. Se il pericolo in Medio Oriente è la degenerazione siriana, e al tempo stesso il potere esercitato nell’area dall’Iran o da Hezbollah in Libano, se è la fatiscenza del regno giordano, la rigidità di Israele, il ritorno in Egitto di un regime corrotto che si gloria di abbattere nel sangue l’integralismo dei Fratelli musulmani: se tale e così vasto è il nodo cui si pensa in America ed Europa, non è con un mortifero bel gesto contro Assad che lo si scioglierà.
Corriere 28.8.13
Rimbaud-Verlaine, geni e follia
«Mi ha sparato». «Ero innamorato di lui e sono pazzo»
di Pierluigi Panza
È un ragazzotto di Charleville, ha sedici anni e invia i suoi versi a Paul Verlaine, tra i più affermati giovani poeti di Francia. Come ha già scritto al suo professore, Georges Izambard, anche lui vuole diventare poeta e «veggente». Verlaine, che da mesi ha attaccato il cappello nella casa dei suoceri — dove vive con la moglie Mathilde e il neonato Georges — lo invita a Parigi. Lo incontra... e la sera del 30 settembre 1871 lo presenta a una cena nel mezzanino dei Vilains-Bonshommes a Saint-Sulpice (il salotto buono) dove, dopo il dessert, il ragazzino Arthur Rimbaud declama i suoi versi: «Comme je descendais des Fleuves impassibles...».
Verlaine se ne innamora. Viene colpito dall'esplosione panica che scatena quel giovane fauno dai bei capelli castani, dalle narici tonde e all'insù, dalla bocca carnosa, l'espressione dura e le mani contadine. Un metro e sessanta di sensibilità. Per lui, decide di lasciare la moglie Mauté — che precipita nella disperazione — e si getta in una vita «invasata di malafrenia».
Sono due battelli ebbri, Verlaine e Rimbaud, che ondeggiano nel fondale limaccioso della Francia fin-de-siècle: assenzio, cimiteri, teatri e lupanari. L'ironia borghese subito li addita. Edmond Lepelletier, vedendoli una sera al Théatre Français scrive il giorno successivo sul «Peuple Souverain»: «Tra gli uomini di lettere che assistevano alla rappresentazione della pièce di Coppée si distingueva il noto poeta Paul Verlaine che offriva il suo braccio a una graziosa giovinetta, Mademoiselle Rimbaud».
Voilà! In fuga dalla vita, i due diventano fuggitivi in Belgio e poi su, fino alla perfida Albione. Sono un'esplosione di lirica: Verlaine compone Romances sans paroles e Rimbaud, dopo un litigio, si rifugia dalla mamma nella fattoria di Roche e scrive Une Saison en Enfer: «Amavo… la letteratura fuorimoda, il latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, i romanzi dei nostri avi, racconti di fate...».
Nell'estate del '73 Verlaine abbandona Rimbaud, deciso a tornare dalla moglie: se non mi riaccetta, dice, «mi sparo». Trasloca a Bruxelles, la «capitale delle scimmie» e dei belgi «torbidi» odiati da Baudelaire. Rimbaud lo raggiunge, persuaso che, tanto, non avrebbe il coraggio di spararsi. Ma quando poi se ne vuole andare via la situazione precipita. E qui, il racconto dello scrittore e critico d'arte Giuseppe Marcenaro dedicato al rapporto tra i due (Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud, Bompiani) raggiunge una precisione da entomologo, poiché segue i documenti del processo intentato a Verlaine, il cosiddetto dossier di Bruxelles (per la prima volta in italiano).
Sono le otto di sera del 10 luglio 1873. Rimbaud arriva al commissariato di Bruxelles per denunciare Verlaine. Verbale 746: Rimbaud è stato ferito e «motivo del ferimento — riferisce — è il rifiuto da parte di Verlaine, con il quale e con la mamma di lui convive da un annetto, di lasciarlo tornare a Parigi». Rimbaud racconta che quel giorno, dopo esser stato minacciato da Verlaine («Parti e vedrai»), questi è andato a comprare un'arma verso mezzogiorno. «Siamo poi andati alla Maison des Brasseurs, Grand Place, dove abbiamo seguitato a discorrere della mia partenza; rientrati verso le due al nostro alloggio ha chiuso a chiave la porta e vi si è seduto davanti; poi ha caricato la pistola e ha tirato due colpi dicendo: Prendi! Ti insegnerò io a partire!». Uno dei due colpi lo ferisce, ma non gravemente.
Anche Verlaine è dalla polizia e, per difendersi, punta sulla pazzia: «Vedendomi infelice voleva lasciarmi — riferisce —: ho ceduto a un attimo di follia e gli ho sparato... ma sulle prime non mi ha denunciato... e mia madre gli ha dato venti franchi per il viaggio».
Una storia di stalking con lesioni gravi (oggi sarebbe pena da tre a sette anni), adattissima per i quotidiani up-to-date. Si sentono alcuni testimoni, come la madre di Verlaine che depone il 12 luglio. Dichiarazione strappalacrime: il figlio aveva perso il lavoro a causa dell'adesione alla Comune, riferisce, e dal dispiacere si era messo a bere. «Otto giorni fa», aggiunge, poiché la moglie non gli rispondeva, mi aveva scritto che «si sarebbe ucciso. Lo trovai disperato. Qualche giorno dopo fummo raggiunti da Rimbaud, l'amico di mio figlio che da due anni vive a suo carico... Giovedì scorso, durante una di queste discussioni mio figlio era completamente ubriaco e non sapeva più cosa si facesse; ha tratto fuori dalla tasca una pistola e ha ferito Rimbaud. Gli manifestò subito il più profondo dispiacere...». E per accreditare lo stato d'animo in cui si trovava Verlaine, tira fuori una lettera inviata dal figlio alla madre di Rimbaud nella quale scriveva che voleva uccidersi. Insomma, si punta alla parziale infermità.
La condanna è a due anni. Chi più ama, più ci rimette. Lascia intuire che i sentimenti siano questi anche una nota del 21 agosto 1873 del prefetto di polizia, che tratteggia Paul come una vittima dei comportamenti dell'altro: «Questo Rimbaud non tardò a manifestare i suoi gusti depravati e il suo disprezzo per le persone che, prima, s'erano interessate a lui. Quanto all'incolpato, preso da una passione turpe per il nominato Rimbaud, nel luglio scorso lasciò Parigi con lui, abbandonando la sua giovane moglie e un infante. Altrimenti è descritto senza cattive frequentazioni».
Verlaine entra nel carcere di Petits Carmes, con «ceffi da far paura, molti tedeschi… qualche italiano, com'è giusto» (sic!). Poi lo trasferiscono nel carcere modello di Mons: gli arrivano i pasti dall'esterno pagati dalla madre. Condotta esemplare: esce il 16 gennaio 1875. Primo desiderio? Rivedere Rimbaud. Appuntamento a Stoccarda.
Ma tutto è mutato e Rimbaud scompare dalla sua vita: in amor vince chi fugge. Lui, invece, non lo dimentica... e dopo altri dolori e altre bottiglie, e prima di nuove pene (detentive), nel 1884 pubblica le poesie del ragazzino di Charleville nell'antologia I poeti maledetti. E lo chiana «enfant Sublime».
La documentazione di Bruxelles non era stata resa disponibile per molti decenni. Ancora il 10 maggio del 1968 il Procuratore generale aveva negato al conservatore della Biblioteca reale di Bruxelles di poter prendere visione del dossier.
l’Unità 28.8.13
I cent’anni di Boris Pahor
Una vita nella Storia
Domani Trieste celebra l’intellettuale «resistente», l’uomo in rivolta, il poeta
di Paolo Di Paolo
qui
l’Unità 28.8.13
Non si servono due padroni
Il settimo comandamento (non rubare) nella società dominata dalla finanza
di Enrico Chiavacci, prete e teologo
qui
La Stampa 28.8.13
Lo ius primae noctis? Non è mai esistito
Molti degli stereotipi legati al Medioevo sono un’invenzione dei secoli successivi Nelle testimonianze letterarie e artistiche dell’epoca non se ne trova traccia
di Alessandro Barbero
Il «diritto del signore» Né Boccaccio né le molte raccolte di novelle medievali in cui si parla di sesso con grande franchezza citano mai lo ius primae noctis . Si comincia a parlarne con insistenza a partire dal ’500. Nell’immagine, Lancillotto e Ginevra sorpresi da Artù, in una miniatura del XIV secolo
La paura dell’Anno Mille Folle atterrite, in attesa della fine del mondo? Ma il 31 dicembre 999 il papa Silvestro II confermava i privilegi di un monastero per molti anni a venire... (foglio dell’Apocalisse di San Severo, manoscritto francese dell’XI secolo)
In uno dei primi capitoli di 1984, George Orwell descrive la reinvenzione della storia sotto il regime del Grande Fratello. Al popolo si insegna che nel brutto, lontano passato esistevano creature malvage chiamate i capitalisti, che opprimevano il popolo con le pretese più infami. «C’era anche una cosa chiamata lo ius primae noctis, che probabilmente non si menzionava nei libri di testo per bambini. Era la legge per cui ogni capitalista aveva il diritto di andare a letto con qualunque donna che lavorasse nelle sue fabbriche». Il procedimento immaginato da Orwell, creare un’immagine tenebrosa del passato allo scopo di esaltare il presente, è stato praticato davvero in Europa, dal Rinascimento fino all’Ottocento: vittima designata, il Medioevo. Umanisti e artisti rinascimentali orgogliosi della loro nuova cultura, riformatori del XVIII secolo in lotta contro il feudalesimo, positivisti dell’Ottocento intenti a celebrare il progresso e combattere la superstizione, si sono trovati tutti d’accordo a dipingere con le tinte più nere il millennio medievale.
Sono nate così alcune istantanee, chiamiamole così, che tutti visualizziamo facilmente, tanto sono inseparabili dall’immagine popolare del Medioevo. Le folle atterrite che riempiono le chiese negli ultimi giorni prima dell’anno Mille, nella certezza che il mondo sta per finire; i dotti, in realtà ignorantissimi, che credono che la Terra sia piatta, o comunque non osano insegnare il contrario per paura di essere puniti dalla Chiesa; e naturalmente lo ius primae noctis evocato da Orwell, la legge infame per cui il signore del villaggio ha diritto alla verginità di tutte le ragazze, e biecamente riscuote quel che gli è dovuto la sera di ogni festa di nozze.
Lo storico si sente un po’ un guastafeste quando, dopo lunghe e accurate verifiche, gli tocca sentenziare che tutte queste immagini così pittoresche sono false, e che nulla di tutto ciò è mai accaduto davvero. Eppure è proprio così: se si va a controllare si scopre, con non poco stupore, che di queste cose nel Medioevo non si parlava affatto, e che sono tutte state inventate dopo. I terrori dell’anno Mille? Ma il 31 dicembre 999 il papa Silvestro II su richiesta dell’abate di Fulda confermò i privilegi di quel grande monastero, per lui e per i suoi successori, a patto che in futuro ogni abate, quando veniva eletto dai monaci, si facesse consacrare dal Papa: quei due, almeno, non credevano che il mondo stesse per finire. La terra era piatta? Ma ogni imperatore medievale si faceva raffigurare con in mano il simbolo del suo potere sul mondo: un globo sormontato dalla croce. E lo ius primae noctis ?
Ecco, qui la storia è un poco più complessa. Anche quello, beninteso, non lo incontriamo mai, se lo cerchiamo dove ci aspetteremmo di trovarlo. Il Medioevo ci ha lasciato un’infinità di novelle come quelle del Boccaccio, in cui si parla di sesso con grande franchezza, con realismo e critica sociale, in cui si mettono in scena mariti gelosi e potenti dissoluti, si evocano situazioni scabrose e beffe riuscite attorno al tema di sesso e potere: ma non c’è nemmeno un autore medievale che abbia pensato di trarre profitto da uno spunto così succulento come lo ius primae noctis, di cui oggi sceneggiatori del cinema e autori di romanzi storici si servono continuamente. Il Medioevo ci ha lasciato un’infinità di lagnanze dei contadini contro i loro signori, lunghi elenchi di usi e abusi, resoconti di rivolte e memoriali di avvocati; conosciamo dettagliatamente gli innumerevoli obblighi, imposte e gabelle di cui i contadini si lamentavano e che cercavano di far abolire: un obbligo come lo ius primae noctis non è mai menzionato.
E dunque, quand’è che si comincia a parlarne? Questo diritto imbarazzante comincia a essere citato alla fine del Medioevo, e poi è evocato sempre più spesso a partire dal Cinquecento, secondo uno schema preciso e che è sempre il medesimo: come qualcosa che capitava ai brutti vecchi tempi. Nel Medioevo molte città sono state fondate da gruppi di contadini che in protesta contro i loro signori si sono riuniti, hanno abbandonato i villaggi e edificato un nuovo luogo in cui abitare liberi. In Italia questo fenomeno si è verificato particolarmente spesso in Piemonte: sono nate così Cuneo, Alessandria, Cherasco e tanti altri centri minori. Ebbene, proprio in queste città, nel Rinascimento, gli eruditi locali che a distanza di secoli rievocano quelle origini si divertono a immaginare quanto dovevano essere cattivi quegli antichi signori: ai loro sudditi imponevano ogni sorta di angherie. È qui, nella fantasia di eruditi creduloni che descrivono un passato leggendario, che comincia a circolare questa storia incredibile: quel passato era così barbaro che i signori pretendevano addirittura di godersi le spose dei loro servi nella notte delle nozze.
Il Medioevo, insomma, prima di finire ha fatto in tempo a inventare lo ius primae noctis, ma non come una pratica reale; bensì come una leggenda associata a un lontano passato. Oppure, in alternativa, come qualcosa che esiste tra i selvaggi, e che ne dimostra l’inferiorità rispetto a noi, cristiani e civilizzati. Il Quattro e Cinquecento sono l’epoca delle scoperte geografiche: portoghesi e spagnoli si spingono nell’oceano, circumnavigano l’Africa, scoprono le Americhe. Ovunque i conquistadores riferiscono di aver trovato popolazioni selvagge, barbare, incivili: è logico, bisogna pur giustificare il fatto di averle ridotte in schiavitù. E ovunque, dalle Canarie al Messico, navigatori e conquistatori, per convincere il pubblico che quei popoli sono davvero dei selvaggi, raccontano che son gente senza pudore e senza onore, e praticano usanze ignobili: quando si sposa una ragazza, il capo del villaggio ha diritto a giacere con lei prima del marito. Decisamente è una fortuna che siano arrivati gli Europei a civilizzarli.
Lo ius primae noctis, insomma, è lo stigma dell’altro. Non esiste nessuna testimonianza di qualcuno che affermi di vivere in una società in cui quell’usanza è praticata, e di trovarla normale. Tutti quelli che ne parlano, dalla fine del Medioevo in poi, la associano a un’alterità barbarica, all’esotismo dei nuovi mondi, o a quell’altro esotismo, di gran fascino, che è l’esotismo del passato. Ed è il motivo per cui da queste leggende è così difficile liberarsi. Non importa se da cent’anni nessuno storico serio le ripete più, e se grandi studiosi come Jacques Le Goff hanno insistito tutta la vita a parlare della luce del Medioevo. Nel nostro immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che vivevano allora.
Repubblica 28.8.13
“Gli interessi economici ogni giorno di più rischiano di prevalere sulla cura del malato” La denuncia di un grande oncologo
Soldi e salute
Andreoli: “Avidità e potere nemici della scienza”
di Leonetta Bentivoglio
Tra le aree della nostra vita in cui il tradimento esercita la propria tossica invadenza c’è la medicina, che a parere dell’oncologo Claudio Andreoli «è stata spesso tradita nelle sue regole e nei suoi principi etici e deontologici». Lo afferma con furore e con passione questo grande medico piemontese operativo in Lombardia, e noto come uno tra i massimi esperti internazionali del suo campo, il tumore alla mammella. Già attivo per quindici anni (dall’80 in poi) nell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Andreoli fondò nell’84 con Umberto Veronesi la Scuola Italiana di Senologia, di cui ha preso la direzione dieci anni dopo. Dal 2010 lavora presso il Cancer Center dell’Humanitas nelle strutture ospedaliere di Rozzano (Milano) e di Castellanza (Varese), dov’è responsabile della Breast Unit. Combatte ogni giorno in prima linea sul fronte dell’universo complesso della malattia, con devozione e proiettandosi totalmente nelle proprie responsabilità di medico. Certe zone oscure dei percorsi di alcuni tra coloro che praticano il suo mestiere, certe sacche di compromessi, certi equivoci occultati dall’indifferenza o dalla malafede, tolgono sonno alle sue notti. Perciò sta elaborando un libro-inchiesta dedicato ai tradimenti che avvengono nel mondo della medicina. E ne anticipa gli argomenti in questa conversazione. «Partiamo dal presupposto che negli ultimi anni la medicina è cambiata molto», attacca. «Oggi si è affermata la convinzione che tutto debba basarsi sull’evidenza scientifica».
Non è stato sempre così?
«Prima contava di più l’impostazione personale del medico, e i giudizi erano formulati in base a piccole casistiche. Invece la medicina odierna si basa su terapie ed esami diagnostici che danno risultati sicuri, cioè ottenuti sempre e ovunque a condizione che siano rispettate certe caratteristiche. Ma nell’ambito di tale approccio si verificano numerosi tradimenti».
Può dare qualche esempio?
«Ce ne sono due eclatanti, uno nel passato prossimo e l’altro di questi giorni. Il primo, che risale a fine anni Novanta, è il caso della terapia Di Bella, riguardante la cura dei tumori. All’epoca si scatenarono giornalisti, politici e magistrati. Sull’onda dell’opinione pubblica, condizionata dal clamore mediatico sviluppato intorno alla vicenda, il ministero commissionò uno studio clinico, finanziato con soldi pubblici, che ha finito per dimostrare la mancanza di scientificità della terapia. Il secondo esempio è il caso Stamina, venuto di recente alla ribalta grazie a un servizio televisivo de “Le iene”. Si tratta di una cura che promette d’intervenire su alcune malattie degenerative come la Sla con l’infusione di cellule staminali, e fino a poco tempo fa la proponeva un ospedale di Brescia. Non si basa su alcun presupposto scientifico dimostrato. Ma anche qui è stata così forte la pressione mediatica che in luglio è partita una sperimentazione alimentata dal denaro pubblico. Il sen-sazionalismo e l’enfatizzazione di dati poco controllati rischiano di disorientare i pazienti, alcuni dei quali lasciano terapie utili per infilarsi in trattamenti privi di fondamento scientifico».
La cattiva informazione si allea con i traditori?
«Oggi la cassa di risonanza può essere enorme, il che può ingigantire i danni. Inoltre può succedere che gli studi sperimentali su un farmaco o una terapia non abbiano più, come motore trainante, la forza speculativa, e questo è un altro tradimento».
Si riferisce ai conflitti d’interesse?
«Sì. La questione è spinosa, capillare e molto più estesa di quanto si voglia ammettere nel nostro campo. Capita di anteporre all’onestà della ricerca e al benessere dei pazienti il proprio tornaconto, che sia economico, accademico o di potere politico. Negli ultimi anni si è cercato di arginare il fenomeno introducendo limiti nelle sponsorizzazioni elargite dalle industrie farmaceutiche e imponendo ai medici di dichiarare l’assenza di conflitti quando partecipano a congressi o pubblicano articoli scientifici. Ma per capire le dimensioni assunte dal problema basta considerare che i finanziamenti destinati alla ricerca biomedica dalle industrie sono un terzo della cifra investita dalle aziende nel marketing e nella promozione».
Cosa fa una casa farmaceutica che si rende conto d’aver finanziato una ricerca i cui risultati confliggono con i suoi interessi?
«Si trovano sempre dei piccoli escamotage per nascondere quanto emerge dallo studio, che per esempio viene interrotto con il pretesto dell’esaurimento dei fondi. Oppure i dati vengono pubblicati in ritardo rispetto al momento in cui erano disponibili, così come altre volte, se gli esiti sono favorevoli, li si pubblica con troppo anticipo».
Parliamo di medicine “alternative”. Pensa che rappresentino un tradimento della scienza?
«Non la vedrei così. I veri traditori, secondo me, sono i contestatori a senso unico. Non ho pregiudizi verso alcuna pratica: un prodotto omeopatico, naturale o di sintesi, va valutato per quanto garantisce obiettivamente. Ma non capisco perché certi certe voci critiche, con superficialità retorica e populismo, si scaglino solo contro l’industria del farmaco e non contro i giri d’interessi miliardari dei produttori di medicine alternative. Come se esistesse a priori un mondo buono e uno cattivo. Massiccio, poi, è il tradimento della medicina da parte della politica, che si dimostra interessata più alla gestione dell’apparato sanitario che alla pianificazione di programmi di sviluppo e ricerca riguardanti la salute pubblica».
Ci sono prove concrete di tale tradimento?
«Basta guardare la distribuzione delle risorse economiche che privilegia spesso scelte di morte rispetto a oggetti di vita. Parlo dell’acquisto da parte del governo italiano di novanta aerei caccia F35 per tredici miliardi di euro, cifra con cui si potrebbero rinnovare le apparecchiature diagnostiche della maggioranza degli ospedali italiani. Da questa carenza di fondi statali dipende il fatto che molte ricerche possano essere finanziate solo grazie ai contributi dei sostenitori privati dicharity come Telethon e l’Airc. Senza di loro non si andrebbe avanti. Oppure intervengono le case farmaceutiche, coi rischi che s’è detto. Non dimentichiamo inoltre che la scarsa considerazione dimostrata dalla politica nei confronti della medicina comporta ricaschi gravi sulla situazione della mobilità dei ricercatori».
Sta lamentando l’esodo degli scienziati italiani all’estero?
«Non vorrei essere frainteso: la mobilità è sempre esistita ed è una grande opportunità di crescita e di arricchimento culturale. Ma andrebbe sfruttata meglio agevolando il ritorno dei ricercatori in Italia, il che purtroppo non accade. Quattro vincitori di Nobel per la medicina, Rita Levi Montalcini, Salvatore Lauria, Renato Dulbecco e Mario Capecchi, hanno meritato il premio per ricerche realizzate interamente fuori dai nostri confini».
Pateracchio salva Caimano. Ora Violante spiazza il Pd
Ufficialmente i Democratici confermano il voto per la decadenza di B. da senatore. Ma sotto traccia si lavora per agevolare il rinvio della Severino alla Consulta proposta dal “saggio” del Colle. E Monti invoca la grazia
Berlusconi verso la vittoria. Per assenza degli avversari
di Peter Gomez
qui
L’Huffington Post 28.8.13
Trovato l’accrocco per Silvio
Il Pd fa la voce grossa ma non è contrario a concedere tempo a Berlusconi
Lodo Violante, ricorso europeo, commutazione della pena. Tutte le strade del salvataggio
qui
il Fatto 28.8.13
Matteo Orfini
“Rinvio alla Consulta: il Pd dirà di no”
di Wanda Marra
La legge Severino è costituzionale e il Pd deve dire no all’ipotesi di sottoporla alla Consulta”. Matteo Orfini, esponente di spicco dei Democratici, da sempre all’ala sinistra del partito, è netto.
Onorevole Orfini, ma allora Berlusconi alla fine lo salvate?
No, non lo salveremo, perché abbiamo chiaro che ci sono principi che vengono prima di tutto. La legge è uguale per tutti. Noi abbiamo detto prima della condanna che si dovevano scindere le vicende di Berlusconi da quelle del governo. E lui una volta che la sua condanna è definitiva deve pagare il suo debito con la giustizia.
Sì, ma ormai le aperture e i distinguo si moltiplicano. Violante al Corriere della Sera ha detto che rimandare la legge alla Consulta non sarebbe dilazione, ma applicazione della Costituzione. Non è d’accordo?
Io ho grande rispetto dell’opinione di tutti, soprattutto di quella di Violante, ma non la condivido. Non penso che la Severino sia incostituzionale, nessuno aveva mai fatto quest’obiezione prima della vicenda Berlusconi. Nemmeno il Pdl.
E quindi?
Ci si deve limitare ad applicare la legge e votare la decadenza. Vedo anch’io la peculiarità di Berlusconi come leader politico sostenuto da milioni di italiani, ma penso che questo ruolo si possa svolgere fuori dal Parlamento.
Come ha detto D’Alema, mettendo insieme Grillo e Berlusconi, in quanto “pregiudicati amati dagli italiani”.
Come Grillo. Ma anche come leader che pregiudicati non sono: D’Alema medesimo, Veltroni, Renzi.
Quella di Violante dunque non è la posizione del Pd?
No, è quella espressa dal segretario in giù sulla decadenza.
Però la questione del rinvio alla Consulta potrebbe essere una scappatoia. Anche per il Pd.
Chiunque ne vede la strumentalità. Il giorno dopo la sentenza si è gridato al colpo di Stato. Poi si è parlato di guerra civile. E poi di grazia, amnistia, salvacondotto. Tutti strumenti tirati in ballo per salvare Berlusconi. Per arrivare al rinvio alla Corte. La posizione del Pd non può cambiare e non cambierà.
Tra i favorevoli a una soluzione come questa, però, ci sono alcuni degli uomini più vicini a Napolitano, a partire da Ranieri. Non sarà che sanno che per il Colle è una strada percorribile, come peraltro scrive anche il Foglio?
Credo che sarebbe sbagliato attribuire al Quirinale volontà di questa natura. Escludo che il Colle faccia pressione in un senso o nell'altro.
Anche se ci sono una serie di costituzionalisti interpellati ad hoc che dicono che si può fare?
Sono generalmente contrario alla dittatura dei costituzionalisti. Ho trovato surreale la vicenda dei saggi che dovrebbero insegnarci come scrivere la Costituzione. La nostra Carta è stata scritta da persone che fino a poco prima tenevano il fucile in mano per difendere l’Italia.
Monti intanto chiede la grazia per Berlusconi.
Monti è piuttosto confuso ultimamente. È preoccupato di trovare uno spazio politico e quindi guarda agli elettori di Berlusconi.
Insomma, il Pd se qualcuno chiederà in Giunta il rinvio della Severino alla Corte, voterà no?
Sì. In un paese normale il Pdl chiederebbe scusa agli italiani e cambierebbe la leadership. Alfano ci chiede di comportarci come se Berlusconi fosse un nostro senatore. Noi col nostro Statuto non l’avremmo nemmeno candidato.
Ma voi con questo Pdl ci governate.
Sì, stiamo riuscendo a fare anche cose positive, come la stabilizzazione dei precari della Pa. Ma il governo può andare avanti se il Pdl scinde i piani, cosa che non mi pare stia facendo. La richiesta di iniziative volte a tutelare Berlusconi è irricevibile.
I Democratici al governo sembrano intenzionati a restarci. Fino a che punto si può forzare?
Non credo sia così. Il primo che non ha questo atteggiamento è il presidente del Consiglio. Che sulla decadenza di B. è stato fermo e condivisibile. I ministri del Pd sono impegnati in un una battaglia difficile sull’Imu.
Il Pdl non demorde: vuole togliere l’Imu a tutti.
Io credo che anche da questo punto di vista sia bene non accettare il ricatto. Chi può, deve continuare a pagare. Noi abbiamo bisogno di ridurre le diseguaglianze, non di aumentarle. E non possiamo accettare bandierine ideologiche.
Si parla di nuove maggioranze, di un Letta bis. Scenari possibili?
Mi pare difficile. Ma se saltasse tutto si dovrebbe comunque cercare una maggioranza per fare legge elettorale. Ma il Pd è l’unico a volerla cambiare. Grillo ha detto che dobbiamo mantenere il Porcellum, perché favorisce loro. Questo dimostra la sua malafede. Spero che i 5 Stelle se ne accorgano.
Il Pd però ha votato contro la mozione Giachetti per il ritorno al Mattarellum.
Quella era una mozione. Ora dal Pd è venuta un’accelerazione.
Repubblica 28.8.13
Ma la grazia rimane l’unica strada per sperare Silvio deve fare domanda
In gioco una “squalifica” dalla politica fino a tre anni
di Liana Milella
“LIBERO” di fare politica, ma da condannato. Il peggio, alla fin fine, per uno come Berlusconi. Pure con l’incubo della legge Severino. Costretto alla perenne gratitudine verso Napolitano. Cui comunque, lui o i suoi avvocati, questa mini-grazia dovranno necessariamente chiederla.
PERCHÉ, come ha scritto il presidente nella sua nota del 13 agosto, «questa è la prassi». Un atto tutto politico e poco giuridico che, lo diranno i sondaggi, potrebbe non piacere affatto alla gente comune.
Tra i poteri del capo dello Stato c’è anche quello di dare la grazia e scegliere che tipo di grazia dare?
Il Presidente, in materia di grazia, ha potere praticamente assoluto. Come insegnano le oltre 42mila grazie che si contano in Italia dal 1948 a oggi, il primo inquilino del Colle può agire di sua iniziativa, si può muovere su richiesta (la prassi più recente, dopo il caso Sofri), può scegliere che tipo di beneficio concedere.
Napolitano può decidere di non cancellare la condanna a 4 anni (ridotti a un anno per via dell’indulto2006) e intervenire solosulla pena accessoria?
Sì, può farlo. Deve indicarlo espressamente. Può lasciare intatta la pena principale e intervenire soltanto su quella accessoria, nel caso di Berlusconi l’interdizione dai pubblici uffici che la Corte di appello di Milano dovrà ricalcolare dopo lo stop della Cassazione.
Ma Napolitano “vuole” farlo?
Nella nota di agosto egli parlava solo di «pena principale» e i giuristi lessero il passaggio come espressione della sua volontà di non toccare le pene accessorie.
Quanto “pesa” l’interdizione di Berlusconi?
È ben pesante. In primo e secondo grado Milano aveva chiesto 5 anni. Il pg della Suprema corte ne ha proposti 3.
In che tempi il ricalcolo potrebbe essere definitivo?
Si può stimare che le motivazioni della sentenza Mediaset siano depositate per la metà, al massimo la fine di settembre. Tra Corte di appello e Cassazione l’interdizione sarebbe “chiusa” per gennaiofebbraio 2014. Ma gli avvocati del Cavaliere potrebbero non fare ricorso anticipando i tempi di un paio di mesi.
Berlusconi deve chiedere comunque la grazia anche per vedersi cancellare solo la pena accessoria?
Il passo è obbligato. Berlusconi recalcitra perché per lui chiedere la grazia è come ammettere la colpa. Ma Napolitano è stato perentorio con tutti quelli con cui ha parlato, niente domanda niente grazia.
Si può commutare anche l’interdizione?
Una condanna da scontare si può commutare in un corrispettivo in denaro che viene calcolato per ogni giorno di detenzione. Ma questo ovviamente non si può fare con l’interdizione che non può essere commutata, bensì cancellata.
Cancellare l’interdizione che valore ha?
Una potente valenza politica trattandosi di Berlusconi. Per la prima volta in Italia verrebbe consentito a un condannato per un reato grave come la frode fiscale di evitare l’interdizione solo perché egli è il leader di un partito. Sarebbe un precedente — questo sì giuridico — che peserebbe molto sui rapporti tra magistratura e politica.
La grazia cancellerebbe anche legge Severino?
No, perché essa è del tutto sganciata dall’interdizione, cammina su un binario parallelo per “punire” chi vorrebbe entrare nei palazzo della politica e rappresentare i cittadini pur avendo una fedina penale sporca. La Severino ristabilisce il principio dell’uguaglianza fissato dall’articolo 3 della Costituzione, come il cittadino condannato non può più fare il bidello, così lo stesso cittadino non può diventare deputato o senatore.
Berlusconi, graziato da Napolitano, potrebbe finire vittima della Severino?
Sì, con tempi diversi a seconda del destino della norma. Se la giunta e l’aula del Senato votano la decadenza, la grazia del Colle è inutile. Se la legge viene spedita alla Consulta Berlusconi guadagna tempo. Ma la Consulta potrebbe non ammettere il ricorso.
Berlusconi resterebbe a tutti gli effetti un condannato?
Assolutamente sì, in questo modo Napolitano realizzerebbe il compromesso di non cancellare la condanna definitiva della Cassazione e non smentirebbe i giudici, ma consentirebbe a Berlusconi di continuare a fare politica.
Berlusconi potrebbe ricandidarsi?
Per la legge Severino non potrà farlo per sei anni.
La Stampa 28.8.13
Il prof che ama le allieve indagato per la morte di una diciottenne
Saluzzo: era una sua ex studentessa, si uccise nel 2004
A casa del docente le lettere e le fotografie della suicida
di Andrea Garassino
L’inchiesta che ha portato all’arresto di Valter Giordano, 57 anni, ultra stimato professore di Saluzzo, per i rapporti sessuali, per le fotografie pedo-pornografiche scattate con due sue allieve, minorenni, parte da molto più lontano. Esattamente dal 2004, quando una ragazza si tolse la vita. Era sua allieva. Il suo nome era Paola Vairoletti, aveva 18 anni. Lui, il professore più amato di Saluzzo, «colto» e «passionale», la conosceva molto bene. Dopo di lei altri studenti di quell’Istituto Socio Pedagogico di Saluzzo e di una scuola d’Arte Bertoni si tolsero la vita in una catena spaventosa, proseguita fino al 2011.
Quando, dopo la morte di Paola, il professore fu interrogato dai carabinieri, non raccontò nulla di fondamentale. Anzi, rimase sul vago. Lo spiega bene il giudice per le indagini preliminari di Saluzzo, nell’ordinanza che ha portato in carcere il docente. E nella quale si svela anche che il «prof» è indagato per istigazione al suicidio. Di Paola. Ecco, da qui, scavando su questa storia si è scoperto che Valter Giordano aveva avuto più di una relazione con studentesse minorenni.
E allora tutto torna. Tutto si lega. A Saluzzo qualche mese fa esplose il caso delle ragazze morte suicide. Si parlò di Satanismo, di riti. Di Paola Vairoletti e di altri ragazzi ancora. La Procura ammise: «Stiamo indagando». Ma tutto finì lì.
Ecco, allora bisogna ripartire da qui, da questa morte. E da quel primo interrogatorio: «La conoscevo in modo superficiale». Poco dopo il decesso fu trovata una lettera di lei con il nome dell’amato professore sulla busta. Ma Valter Giordano fu richiamato dai carabinieri soltanto nel maggio 2012: «Ci spieghi il perché di tutto questo». Allora, e solo allora, consegnò un fascio di lettere grosso così di quella sua allieva. Documenti importanti nei quali lei annunciava la voglia di farla finita. Ed era molto di più di uno sfogo. Era la disperazione dell’anima. Era il baratro. Dal quale lui, che sapeva tutto, non ha fatto i passi opportuni per salvarla. Di qui l’avviso di garanzia per «induzione al suicidio». Ma c’è di più. Il professore aveva catalogato e datato «di suo pugno» per citare le esatte parole del gip nell’ordinanza che lo ha portato in carcere - tutte quelle lettere. Perchè? E già qualcuno si domanda se lui, il prof, non sapesse dove era andata a nascondersi Paola, per due giorni, prima di togliersi la vita gettandosi da un torrione.
E siamo ormai nel 2013. Per chiarire questo episodio il docente viene indagato. Partono le intercettazioni ambientali e telefoniche. E arriva un’altra sorpresa inquietante. A casa dell’insegnante viene sequestrata una scatola, con la foto della giovane morta nel 2004 attaccata sul coperchio, l’articolo de La Stampa che ne annunciava la morte e un altro dal titolo «Maestri e allieve, strane coppie» che faceva riferimento ad un’opera di copia di lettere scritte dalla vittima alla famiglia, alla classe che frequentava e allo stesso docente. Inoltre, un’agenda dove Giordano annotava i fatti dei giorni di quel 2004. Il 7 dicembre scrisse: Paola è morta suicida, il corpo è all’acquedotto di Savigliano. Ora l’avvocato del professore, Enrico Gaveglio, mette le mani avanti: «Il professore mi ha assicurato che aveva sempre informato la famiglia della ragazza dei suoi pensieri e dei suoi turbamenti». Compresa la volontà di togliersi la vita.
Con le intercettazioni, ascoltando le telefonate del professore viene fuori un intreccio di rapporti amorosi. Un torrente di sms, di telefonate al limite del decente. I numeri aiutano a comprendere: nella relazione durata due anni e 8 mesi ci sono stati 57 mila contatti, cioè 106 tra telefonate e sms al giorno. Con l’altra allieva, sua «amante» per 15 mesi ci sono stati 17 mila contatti: 88 al giorno. Le due ragazze vengono sentite. Si incaricano psicologi di fare perizie e gli inquirenti arrivano a una prima conclusione: «Con abuso di autorità e comunque abusando delle condizioni di inferiorità psichica le costringeva» al suo volere.
L’ordinanza di custodia racconta una storia complessa. Fatta di affetto, certo, ma anche molto carnale. Fin troppo. I messaggini sul cellulare sono più che espliciti, le intercettazioni - anche ambientali - non lasciano spazio a molti dubbi. Anzi. E il giorno dopo Ferragosto il professore che recitava Dante a memoria, è finito in galera. Salvo poi andare agli arresti domiciliari dopo pochi giorni. Arrivano le lettere di solidarietà Di affetto di stima: «Una sbandata può succedere».
Ma adesso si apre un nuovo scenario. E sullo sfondo resta il suicidio di quella ragazza del 2004 tanto che il gip nell’ordinanza scrive: «È probabile che i rapporti con la suicida siano stati simili a quelli» e cita le due allieve.
La Stampa 28.8.13
“Mi accompagnò in tv a lanciare un appello”
Parla la madre di Paola Vairoletti: “Mi fidavo di lui”
di Niccolò Zancan
E così si torna al suicidio di una ragazzina che si faceva chiamare «Vampire». «Paola era sensibile, ironica e profonda, brava scrittrice, sognava di diventare regista. Era molto più capace di me nel capire le cose della vita», dice la madre con un filo di voce dolce.
Paola Vairoletti diceva di odiare dio perché ci lascia liberi di sbagliare. Scriveva sul diario frasi lapidarie: «Ho paura. Il mondo è troppo brutto». Scappata di casa il 4 dicembre 2004, è stata ritrovata al fondo del pozzo dell’acquedotto di Savigliano tre giorni dopo. La madre Vanna non ha mai smesso di lottare per la verità: «In tutti questi anni ho sempre pensato che non fosse un suicidio normale. Si è parlato di satanismo, non lo so.... Io so che mia figlia era profondamente cambiata. Da sei mesi stava male. Soffriva tanto. Era irriconoscibile. Come se avesse dei sensi di colpa enormi, un fardello troppo pesante da sopportare. Ora, finalmente, quello che sta emergendo in questi giorni, forse potrà aiutarmi a capire...».
Ora sappiamo che il professor Valter Giordano è stato iscritto nel registro degli indagati per istigazione al suicidio di Paola. Questo è l’inizio dell’inchiesta. È aprile del 2012. I genitori di un’altra ragazza della stessa scuola, il liceo Psicopedagogico Soleri di Saluzzo, raccontano ai carabinieri i dubbi sulla morte della figlia: «Frequentava gruppi satanici». E per corroborare lo scenario, spiegano di aver saputo, attraverso l’insegnate di sostegno, che anche un’altra allieva era finita nello stesso ambiente otto anni prima. L’insegnante conferma: «Quella ragazzina si chiamava Paola. Aveva scritto una lettera al professor Giordano in cui diceva di essere satanista». Così nasce l’attenzione per il professore «stimatissimo».
Gli investigatori scoprono che Valter Giordano ha conservato molte lettere scritte da Paola Vairoletti prima del suicidio. Però le consegna ai carabinieri solo nel maggio del 2012. Non sa spiegare questa disattenzione: «Rilascia dichiarazioni piuttosto confuse sull’argomento». Eppure era già stato sentito nel 2004, quando era andato ad accompagnare proprio la madre di Paola a «Chi l’ha visto?» per lanciare un appello accorato: «Torna a casa...». Il professore era sconvolto: «Mi diceva che era una scomparsa incomprensibile». Ma nulla, neanche una parola sulla corrispondenza con l’allieva, lettere piene di dolore, paura e segreti. Ecco perché il 10 maggio del 2013 è stato iscritto nel registro degli indagati. «Perchè si ritiene che possa aver volutamente nascosto informazioni utili a meglio lumeggiare alcuni episodi e abbia volutamente nascosto le lettere e il diario di Paola, consapevole del loro contenuto. Tra l’altro - annota il gip dal diario risultavano mancanti e strappate alcune pagine....».
Insomma, i carabinieri si interessano al professore per capire meglio la sofferenza di Paola e si imbattono nella tragedia di altre due studentesse della stesso liceo. Siamo ad oggi. Le due allieve stanno con il professore, accettano tutte le sue richieste, ne sono succubi. Sono due ragazzine fragili. Fa male leggere la perizia psichiatrica depositata il 10 agosto. «Aspetti depressivi significativi presenti da anni; hanno di sé un’immagine svalutata, una chiusura relazionale significativa. Tutto il mondo ruota intorno alla figura del professor Giordano». «Ragazza con una quadro evidente di depressione cronica. La stessa relazione con l’indagato è nata a seguito di un episodio depressivo significativo. Il rapporto con il professore le dava maggiore sicurezza. Si ravvedono anche per lei elementi di inferiorità psicofisica rispetto al docente...».
Stanno con il professore, dipendono dal professore, soffrono per il professore. Una di loro fa registrare 30.810 contatti con il telefono di Valter Giordano, l’altra 11.948. Sono messaggini, preghiere, baci, lusinghe, appuntamenti, disdette, paure e - anche - minacce di suicidio. Quando succede, in un caso il professore risponde «invitando la ragazza a stare zitta». Altre volte chiede esplicitamente di cancellare messaggi e foto. Ecco perchè la disperazione del 2004 di Paola Vairoletti è di attualità oggi, così come le pagine strappate del suo diario.
A casa del professore i carabinieri hanno sequestrato articoli di giornale e altre tre lettere della ragazza. Anche un’agendina con annotato, sul 7 dicembre del 2004, la frase: «Paola è morta suicida». Il gip scrive: «L’indagato attribuisce al soddisfacimento degli istinti sessuali un’importanza fondamentale». È l’anello che tiene insieme il passato e il presente di questa storia terribile. La disperazione di alcune adolescenti, il ruolo distorto del professore. «Non sapevo che Valter Giordano avesse tenuto nascoste alcune lettere di mia figlia dice Vanna Vairoletti - non so davvero cosa pensare. È così stimato che è quasi impossibile anche solo poterlo mettere in discussione. Dopo il suicidio di Paola aveva voluto il diario di mia figlia, e io ero stata contenta di lasciarglielo per qualche giorno».
La Stampa 28.8.13
Tutti schierati con l’insegnante
Non una parola spesa per difendere quelle ragazze fragili
di Pierangelo Sapegno
Avevano scritto che parlavano di lui come di «una persona che aveva solo fatto del bene». E c’erano tante firme sotto, quasi tutte quelle degli studenti del liceo Solieri di Saluzzo. E c’erano anche le loro, quelle delle due allieve che si erano innamorate. Nessuno le conosce, per fortuna. Nemmeno noi. Perché negli abissi dell’assenza che raccoglie questa torbida storia, loro non sono soltanto le vittime più deboli, ma anche quelle che mancano, nelle parole e nei pensieri degli altri, nella ricerca della verità, dimenticate dal senso di giustizia nelle stradine sotto i portici, nelle loro complicate solitudini, nella finta e opprimente serenità della provincia. Perché se è vero che il professore alla fine sembra uno di quei personaggi di Simenon prigioniero della sua anima, dentro al velo opaco di questa piccola città dove ogni significato può essere dubbio e sfuggente, loro sono molto più importanti e molto più fragili, in balia di una giustizia a volte sorda e di tutti gli squali della cronaca. Eppure, nella strana storia del professor Valter Giordano, lo stimatissimo insegnante che sarebbe andato a letto con le sue allieve, nessuno ha levato una voce in loro favore. Neppure lui, che le ragazze hanno difeso così strenuamente.
Nel silenzio di questa piccola città, fra la macelleria Giordano e la piazza Dante Alighieri con il monumento a Giambattista Bodoni così pulito da sembrare appena lucidato, che cosa è rimasto della loro sconfitta, se non la paura per le loro debolezze, come ripete adesso la preside Alessandra Tugnoli, invitandoci «alla massima attenzione, alla prudenza, mi raccomando»? Ma se non c’è un peccato che riguarda anche loro, che cosa hanno perso e che cosa devono ancora pagare? Nelle pagine dell’ordinanza, secondo la Procura, il professore «approfitta delle loro condizioni di inferiorità psichica per indurle a degli atti sessuali». E questi rapporti costituirebbero «il prezzo per mantenere l’interesse dell’uomo che rappresenta ai loro occhi una figura di riferimento fondamentale». Questa è l’accusa che parla. Ma poi una delle due ragazze confessa che «qualche volta il professore mi ha anticipato la traccia dei temi di italiano. Questo in genere alla fine, dopo che stavamo assieme. Oppure mi dava qualche input sui temi di storia. Devo però dire che per lo più era una paura mia in quanto pensavo che se avessi smesso di vederlo avrebbe potuto reagire male...». Patrizia De Rosa, medico specialista in psichiatria e psicoterapeuta dell’età evolutiva, sostiene che probabilmente il rapporto con il professore dava a una di loro «una maggior sicurezza e le comportava una riduzione dei sentimenti di svilimento di sé». Cioè, stando assieme a lui, si sentiva più forte. E anche per l’altra ragazza «si ravvedono elementi di inferiorità psicofisica rispetto al docente». Una di loro quando le hanno chiesto se voleva costituirsi parte civile ha detto di no, «perché io ero innamorata». L’altra riconosce di «essere impazzita e di essere stata fuori di testa nel periodo iniziale e in seguito».
Fino a qui siamo ancora nel campo dell’insondabile. Ma se non ci fosse stata costrizione, qual è il limite morale e anche penale - di un rapporto fra l’insegnante e la sua allieva? Chi è che lo vuole e chi lo impone? La cosa che più ci colpisce è che non c’è stata una voce che non si sia alzata in difesa del professore. E nessuna, invece, per comprendere le ragazze, per spiegare e capire la loro sofferenza. Non mancano solo loro da questo posto con i portici e i ragazzi seduti oziosamente al bar Beppe, mancano anche le voci che le proteggano, che le aiutino. Durante il loro rapporto, una spiega che aveva «sempre dato del lei al professore», anche mentre stavano assieme, «sentendo un certo timore, come se vi fosse una barriera fra di noi». È come se quella barriera restasse pure dopo le pagine di questa tragedia che la vita sta scrivendo, come se ne scrivono ogni giorno in ogni parte del mondo. Il fatto è che non c’è niente di più lontano del potere, di qualsiasi potere, anche quello di un adulto, anche quello di una persona che conosce molte cose più di te. Per questo, adesso, Saluzzo sembra solo la quinta di una scena senza volti, solo un banco di cirri illuminati dal sole che si inarca verso il Monviso e sembra portare su nel cielo scaglie di vernice bianca, come se sopra di noi, anche in giorni come questo, la luce avesse qualcosa di candido da farci vedere. Alla fine, è proprio questo che ci chiediamo. Che cosa non possiamo fare agli altri che abbiamo il potere di fare? Ci sono degli anni nella vita di una persona in cui si è più puri, in cui quello che ti viene insegnato, o imposto, resta come un marchio indelebile per tutto il tuo tempo? Anche un uomo può far del male. Il professore, dalla sua casa famiglia qui vicino, avrà una finestra dove guardare, oltre il sole nascosto dietro le lenzuola di nuvole, e vedrà tutta questa gente che passa come una processione. Una di quelle processioni della domenica, dove ci sono tutti meno che Dio.
Corriere 28.8.13
Bolzano
La curia condannata a risarcire la vittima di un prete pedofilo
di Gian Guido Vecchi
ROMA — La diocesi di Bolzano e Bressanone e la parrocchia bolzanina San Pio X sono state condannate per responsabilità «oggettiva» a risarcire (700 mila euro più le spese legali) la vittima di abusi pedofili commessi — ma il caso è controverso — da un loro sacerdote. Ai legali della vittima e alla stessa Cei non risultano precedenti del genere in Italia: la sentenza, contro la quale peraltro si annuncia il ricorso della Curia, diventa un precedente ed evoca piuttosto le cause che negli Usa hanno mandato in fallimento diverse diocesi.
La decisione della prima sezione civile del tribunale di Bolzano riguarda il caso di don Giorgio Carli, assolto in primo grado «perché il fatto non sussiste», condannato a sette anni e mezzo in appello e infine protagonista di una sentenza che fece discutere: la Cassazione nel 2009 lo prosciolse perché era intervenuta la prescrizione del reato e insieme lo condannò al risarcimento delle parti lese. Tecnicamente innocente ma anche colpevole e viceversa, secondo le interpretazioni. Un caso divenuto famoso perché la vittima, una donna che denunciò di essere stata violentata tra i 9 e i 14 anni, aveva ricostruito le violenze da adulta, nel corso di 350 sedute di psicanalisi con un metodo chiamato «distensione meditativa» simile all'ipnosi. Don Carli venne arrestato nel 2003, quattordici anni dopo i fatti denunciati. La diocesi ha sempre difeso l'innocenza del sacerdote. Della vicenda si occupò anche il Vaticano: il processo canonico della Congregazione per la dottrina della fede si è concluso l'8 gennaio 2010 con il proscioglimento di don Carli.
Al di là dell'entità del risarcimento (500 mila euro alla donna, 200 mila ai genitori), l'essenziale sono le motivazioni della sentenza. Per il tribunale civile diocesi e parrocchia sono responsabili in base all'articolo 2049 del codice civile, quello che riguarda la «responsabilità dei padroni e dei committenti». Si chiama «rapporto di preposizione» e non è solo «di tipo aziendale», scrivono i giudici: i sacerdoti «agiscono in esecuzione del mandato canonico loro affidato». Il parroco aveva affidato a don Carli il catechismo dei ragazzini. Così diocesi e parrocchia hanno una responsabilità «di tipo oggettivo» perché «a capo degli enti ecclesiastici» in questione «vi sono il parroco e il vescovo, ai quali il diritto canonico attribuisce determinati poteri-doveri di direzione, vigilanza e controllo». E per questo vengono condannate al risarcimento, assieme a don Carli.
Per i legali della donna la sentenza «consente, almeno in parte, una forma di risarcimento morale». La diocesi si dice invece «sorpresa e delusa» e ribatte: «Risulta incomprensibile il motivo per cui si venga chiamati al risarcimento civile dei danni, dopo che nessuno è stato condannato». In tutto questo, il paradosso è che proprio la diocesi di Bolzano è all'avanguardia nella lotta contro la pedofilia nel clero: dal 2010, unica in Italia, ha nominato un «responsabile diocesano per le molestie» con tanto di sezione nel sito internet e mail (molestie@bz-bx.net) per inviare le denunce.
Repubblica 28.8.13
Il castigo e l’oblio
di Barbara Spinelli
ACCUSATO di aver perpetrato un massacro con armi chimiche, mercoledì scorso in due sobborghi di Damasco, e di aver forse bombardato il proprio popolo col gas nervino, il Presidente siriano Bashar al-Assad si è rivolto all’America e ai governi europei con parole sprezzanti,colme di scherno.
Ha ricordato loro i disastri delle recenti guerre contro il terrorismo globale e ha detto: «È vero, le grandi potenze possono condurre leguerre. Ma possono vincerle?» Ecco il dilemma che sta di fronte agli Occidentali, nel momento in cui alzano la voce contro Damasco, denunciano l’»oscenità morale» delle armi chimiche contro cittadini inermi (le parole sono di John Kerry, segretario di Stato), e affilano i coltelli nella convinzione che un intervento punitivo sia a questo punto necessario, dunque legittimo. Il dilemma esiste perché sulle conseguenze di un’offensiva nessuno pare avere idee chiare. Neppure sull’obiettivo c’è per la verità chiarezza, il che inquieta ancor più: in nome di quale disegno aggredire Assad? Ed esistono prove credibili che quest’ultimo abbia usato i gas, oppure Kerry ha dedotto le sue certezze consultando, come ammesso lunedì, i social network? È il motivo per cui, anche quando le prove spunteranno (ieri il portavoce di Obama le ha promesse fra breve), non è a una guerra che si pensa in America ma a un gesto simbolico, a un’affermazione di forza. Giusto per dire «Eccoci», e poi andarsene. Evitando, a parole, ilcambio di regime a Damasco.
È quanto fa capire l’ex capo di Stato maggiore Usa, Jack Keane, che da mesi preconizza più decisivi interventi ma che li ritiene improbabili. Intervistato dalla Bbc, dopo le parole di Kerry, il generale ha specificato che un semplice segnale castigatore, uncolpo di avvertimento, lascerebbe le cose come stanno. «Il giorno dopo Assad ricomincerà i bombardamenti sulle popolazioni civili, con armi chimiche o senza. I rapporti di forza fra regime e ribelli nella sostanza non muteranno». La coalizione dei volonterosi che Obama sta provando a raggruppare avrà detto la sua, ma l'ultima parola molto probabilmente non sarà lei ad averla e il controllo su quel che accadrà dopo neppure.
Lo stesso Keane ha detto in passato che la Siria di Assad non è la Libia di Gheddafi. Dispone di armi più sofisticate, le sue truppe di terra e di aria combattono i ribelli con notevole successo da due anni. E ha alleati assai potenti: l’Iran, la Russia, e dietro le quinte la Cina che come sempre sta a guardare, gigante che aspetta infinitamente paziente che l’America si rompa un osso dopo l’altro. Neppure il paragone con il Kosovo è pertinente. È vero, siamo davanti a un disastro umanitario la cui oscenità è evidente. Ma l’osceno avviene per sua natura «fuori scena»: non è visibile come lo fu in Kosovo, e la sicurezza esibita da Kerry è quantomeno labile, per ora.
Gli ispettori dell’Onu sono lì per verificare, come a suo tempo tentarono di verificare in Iraq l’esistenza di armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein. A un certo punto l’America decise di entrare in guerra comunque, e gli ispettori vennero scaricati senza essere ascoltati. Hans Blix, che guidava il team dell’Onu, non cessa di evocare con amarezza la sordità dell’amministrazione Bush. Si parla di un’operazione simile al Kosovo perché cominciò allora la pratica della coalizione dei volonterosi, architettata sotto la guida di Washington per aggirare il Consiglio di sicurezza Onu e quindi Mosca. Ma Milosevic era già vinto quando scattò l’offensiva, mentre Assad no.
Sabato, sul New York Times, è intervenuto con un articolo singolare lo studioso di storia militare Edward Luttwak, a suo tempo difensore delle guerre antiterroristiche. Oggi scrive che meglio stare a guardare la Siria da fuori, aspettando che i contendenti si scannino a vicenda. Meglio lo stallo, prolungato ma tenuto in stato di continua incandescenza: aiutando massicciamente i ribelli anti-Assad, ma smettendo l’aiutonon appena questi diventino troppo forti e stiano per vincere. Il ragionamento si finge astuto, prudente. In realtà è perverso, e palesemente sprovvisto di ambizione politica. «L’America perde in ambedue i casi», conclude Luttwak. Nessun occidentale, e men che meno Parigi e Londra, ha in questa vicenda ambizioni politiche, oltre che intellegibili obiettivi. E quanto bluffano poi Parigi e Londra? Sarebbero pronte a intervenire senza America e a fianco di Israele, ripetendo la rovinosa spedizione contro Nasser a Suez, che Eisenhower provvidenzialmente bloccò nel ’56?
Questo significa che la Siria è un vespaio prima ancora che scatti l’eventuale attacco euro-americano. La questione morale apertasi con l’uso del sarin è innegabile, ma la catastrofe umanitaria non la si può combattere come la si è combattuta in Kossovo, o peggio in Iraq. E non solo perché mancano prove inoppugnabili che attestino le responsabilità di Assad, non solo perché i più forti, tra i ribelli, sono al momento le milizie di Al Qaeda, e la scelta è tra la peste e il colera. Solo forze di interposizione Onu potrebbero proteggere i civili siriani da nuovi attacchi (sferrati da Assad o dai ribelli) e agire in nome del divieto di ricorrere a armi chimiche. La coalizione dei volonterosi è incompatibile con la via dell’Onu, e si propone altro. Cosa, precisamente? Forse per questo il ministro Bonino si mostra dubbiosa: «L'Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu».
L’analista Yagil Levy, studioso del peso esercitato dai militari nell’edificazione dello Stato israeliano, enumera le tre ragioni per cui la questione morale non può esser risolta da interventi militari (Haaretz 26-8). In primo luogo perché farebbe un gran numero di vittime e distruggerebbe le infrastrutture del Paese, come già accaduto in Kossovo e Libia. In secondo luogo perché non placherebbe la guerra fra regime e ribelli ma la acuirebbe. Terzo motivo, cruciale: l’intervento tenderebbe a «favorire un cambio di regime artificiale». Dipendente da aiuti esterni, il futuro potere sarebbe senza radici.
La storia delle guerre negli ultimi 14 anni (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia) conferma le inquietudini di Yagil Levy. Nessuna di esse ha creato nuovi ordini stabili, tutte sono finite in pantani diabolicamente gelatinosi, nei quali non si distinguono le persone fidate dalle inaffidabili. I costi in termini di vite umane, una volta sconfitto Gheddafi, sono già oggi enormi: i morti del dopo-guerra sono quasi equivalenti alla metà dei caduti prima dell’uccisione del rais.
Fanno bene le democrazie, fanno bene Parigi e Londra, a indignarsi per l’uso eventuale di gas. Ma l’indignazione morale suona falsa, quando non calcola le conseguenze delle proprie azioni e neanche sa bene chi sia il colpevole. Quando il passato non insegna nulla, e cadono nell’oblio le false prove date da Colin Powell contro Saddam, e sono senza peso le sconfitte cui sono andate incontro le guerre umanitarie lungo gli anni. Non si esportano la democrazia e la stabilità, quando a uno Stato fallimentare si sostituisce uno Stato ancora più sfasciato di prima. Non si esporta neppure la morale, con attacchi simbolici che soddisfano solo l’orgoglio di chi li sferra e non aiutano i veramente minacciati. Se il pericolo in Medio Oriente è la degenerazione siriana, e al tempo stesso il potere esercitato nell’area dall’Iran o da Hezbollah in Libano, se è la fatiscenza del regno giordano, la rigidità di Israele, il ritorno in Egitto di un regime corrotto che si gloria di abbattere nel sangue l’integralismo dei Fratelli musulmani: se tale e così vasto è il nodo cui si pensa in America ed Europa, non è con un mortifero bel gesto contro Assad che lo si scioglierà.
Corriere 28.8.13
Rimbaud-Verlaine, geni e follia
«Mi ha sparato». «Ero innamorato di lui e sono pazzo»
di Pierluigi Panza
È un ragazzotto di Charleville, ha sedici anni e invia i suoi versi a Paul Verlaine, tra i più affermati giovani poeti di Francia. Come ha già scritto al suo professore, Georges Izambard, anche lui vuole diventare poeta e «veggente». Verlaine, che da mesi ha attaccato il cappello nella casa dei suoceri — dove vive con la moglie Mathilde e il neonato Georges — lo invita a Parigi. Lo incontra... e la sera del 30 settembre 1871 lo presenta a una cena nel mezzanino dei Vilains-Bonshommes a Saint-Sulpice (il salotto buono) dove, dopo il dessert, il ragazzino Arthur Rimbaud declama i suoi versi: «Comme je descendais des Fleuves impassibles...».
Verlaine se ne innamora. Viene colpito dall'esplosione panica che scatena quel giovane fauno dai bei capelli castani, dalle narici tonde e all'insù, dalla bocca carnosa, l'espressione dura e le mani contadine. Un metro e sessanta di sensibilità. Per lui, decide di lasciare la moglie Mauté — che precipita nella disperazione — e si getta in una vita «invasata di malafrenia».
Sono due battelli ebbri, Verlaine e Rimbaud, che ondeggiano nel fondale limaccioso della Francia fin-de-siècle: assenzio, cimiteri, teatri e lupanari. L'ironia borghese subito li addita. Edmond Lepelletier, vedendoli una sera al Théatre Français scrive il giorno successivo sul «Peuple Souverain»: «Tra gli uomini di lettere che assistevano alla rappresentazione della pièce di Coppée si distingueva il noto poeta Paul Verlaine che offriva il suo braccio a una graziosa giovinetta, Mademoiselle Rimbaud».
Voilà! In fuga dalla vita, i due diventano fuggitivi in Belgio e poi su, fino alla perfida Albione. Sono un'esplosione di lirica: Verlaine compone Romances sans paroles e Rimbaud, dopo un litigio, si rifugia dalla mamma nella fattoria di Roche e scrive Une Saison en Enfer: «Amavo… la letteratura fuorimoda, il latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, i romanzi dei nostri avi, racconti di fate...».
Nell'estate del '73 Verlaine abbandona Rimbaud, deciso a tornare dalla moglie: se non mi riaccetta, dice, «mi sparo». Trasloca a Bruxelles, la «capitale delle scimmie» e dei belgi «torbidi» odiati da Baudelaire. Rimbaud lo raggiunge, persuaso che, tanto, non avrebbe il coraggio di spararsi. Ma quando poi se ne vuole andare via la situazione precipita. E qui, il racconto dello scrittore e critico d'arte Giuseppe Marcenaro dedicato al rapporto tra i due (Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud, Bompiani) raggiunge una precisione da entomologo, poiché segue i documenti del processo intentato a Verlaine, il cosiddetto dossier di Bruxelles (per la prima volta in italiano).
Sono le otto di sera del 10 luglio 1873. Rimbaud arriva al commissariato di Bruxelles per denunciare Verlaine. Verbale 746: Rimbaud è stato ferito e «motivo del ferimento — riferisce — è il rifiuto da parte di Verlaine, con il quale e con la mamma di lui convive da un annetto, di lasciarlo tornare a Parigi». Rimbaud racconta che quel giorno, dopo esser stato minacciato da Verlaine («Parti e vedrai»), questi è andato a comprare un'arma verso mezzogiorno. «Siamo poi andati alla Maison des Brasseurs, Grand Place, dove abbiamo seguitato a discorrere della mia partenza; rientrati verso le due al nostro alloggio ha chiuso a chiave la porta e vi si è seduto davanti; poi ha caricato la pistola e ha tirato due colpi dicendo: Prendi! Ti insegnerò io a partire!». Uno dei due colpi lo ferisce, ma non gravemente.
Anche Verlaine è dalla polizia e, per difendersi, punta sulla pazzia: «Vedendomi infelice voleva lasciarmi — riferisce —: ho ceduto a un attimo di follia e gli ho sparato... ma sulle prime non mi ha denunciato... e mia madre gli ha dato venti franchi per il viaggio».
Una storia di stalking con lesioni gravi (oggi sarebbe pena da tre a sette anni), adattissima per i quotidiani up-to-date. Si sentono alcuni testimoni, come la madre di Verlaine che depone il 12 luglio. Dichiarazione strappalacrime: il figlio aveva perso il lavoro a causa dell'adesione alla Comune, riferisce, e dal dispiacere si era messo a bere. «Otto giorni fa», aggiunge, poiché la moglie non gli rispondeva, mi aveva scritto che «si sarebbe ucciso. Lo trovai disperato. Qualche giorno dopo fummo raggiunti da Rimbaud, l'amico di mio figlio che da due anni vive a suo carico... Giovedì scorso, durante una di queste discussioni mio figlio era completamente ubriaco e non sapeva più cosa si facesse; ha tratto fuori dalla tasca una pistola e ha ferito Rimbaud. Gli manifestò subito il più profondo dispiacere...». E per accreditare lo stato d'animo in cui si trovava Verlaine, tira fuori una lettera inviata dal figlio alla madre di Rimbaud nella quale scriveva che voleva uccidersi. Insomma, si punta alla parziale infermità.
La condanna è a due anni. Chi più ama, più ci rimette. Lascia intuire che i sentimenti siano questi anche una nota del 21 agosto 1873 del prefetto di polizia, che tratteggia Paul come una vittima dei comportamenti dell'altro: «Questo Rimbaud non tardò a manifestare i suoi gusti depravati e il suo disprezzo per le persone che, prima, s'erano interessate a lui. Quanto all'incolpato, preso da una passione turpe per il nominato Rimbaud, nel luglio scorso lasciò Parigi con lui, abbandonando la sua giovane moglie e un infante. Altrimenti è descritto senza cattive frequentazioni».
Verlaine entra nel carcere di Petits Carmes, con «ceffi da far paura, molti tedeschi… qualche italiano, com'è giusto» (sic!). Poi lo trasferiscono nel carcere modello di Mons: gli arrivano i pasti dall'esterno pagati dalla madre. Condotta esemplare: esce il 16 gennaio 1875. Primo desiderio? Rivedere Rimbaud. Appuntamento a Stoccarda.
Ma tutto è mutato e Rimbaud scompare dalla sua vita: in amor vince chi fugge. Lui, invece, non lo dimentica... e dopo altri dolori e altre bottiglie, e prima di nuove pene (detentive), nel 1884 pubblica le poesie del ragazzino di Charleville nell'antologia I poeti maledetti. E lo chiana «enfant Sublime».
La documentazione di Bruxelles non era stata resa disponibile per molti decenni. Ancora il 10 maggio del 1968 il Procuratore generale aveva negato al conservatore della Biblioteca reale di Bruxelles di poter prendere visione del dossier.
l’Unità 28.8.13
I cent’anni di Boris Pahor
Una vita nella Storia
Domani Trieste celebra l’intellettuale «resistente», l’uomo in rivolta, il poeta
di Paolo Di Paolo
qui
l’Unità 28.8.13
Non si servono due padroni
Il settimo comandamento (non rubare) nella società dominata dalla finanza
di Enrico Chiavacci, prete e teologo
qui
La Stampa 28.8.13
Lo ius primae noctis? Non è mai esistito
Molti degli stereotipi legati al Medioevo sono un’invenzione dei secoli successivi Nelle testimonianze letterarie e artistiche dell’epoca non se ne trova traccia
di Alessandro Barbero
Il «diritto del signore» Né Boccaccio né le molte raccolte di novelle medievali in cui si parla di sesso con grande franchezza citano mai lo ius primae noctis . Si comincia a parlarne con insistenza a partire dal ’500. Nell’immagine, Lancillotto e Ginevra sorpresi da Artù, in una miniatura del XIV secolo
La paura dell’Anno Mille Folle atterrite, in attesa della fine del mondo? Ma il 31 dicembre 999 il papa Silvestro II confermava i privilegi di un monastero per molti anni a venire... (foglio dell’Apocalisse di San Severo, manoscritto francese dell’XI secolo)
In uno dei primi capitoli di 1984, George Orwell descrive la reinvenzione della storia sotto il regime del Grande Fratello. Al popolo si insegna che nel brutto, lontano passato esistevano creature malvage chiamate i capitalisti, che opprimevano il popolo con le pretese più infami. «C’era anche una cosa chiamata lo ius primae noctis, che probabilmente non si menzionava nei libri di testo per bambini. Era la legge per cui ogni capitalista aveva il diritto di andare a letto con qualunque donna che lavorasse nelle sue fabbriche». Il procedimento immaginato da Orwell, creare un’immagine tenebrosa del passato allo scopo di esaltare il presente, è stato praticato davvero in Europa, dal Rinascimento fino all’Ottocento: vittima designata, il Medioevo. Umanisti e artisti rinascimentali orgogliosi della loro nuova cultura, riformatori del XVIII secolo in lotta contro il feudalesimo, positivisti dell’Ottocento intenti a celebrare il progresso e combattere la superstizione, si sono trovati tutti d’accordo a dipingere con le tinte più nere il millennio medievale.
Sono nate così alcune istantanee, chiamiamole così, che tutti visualizziamo facilmente, tanto sono inseparabili dall’immagine popolare del Medioevo. Le folle atterrite che riempiono le chiese negli ultimi giorni prima dell’anno Mille, nella certezza che il mondo sta per finire; i dotti, in realtà ignorantissimi, che credono che la Terra sia piatta, o comunque non osano insegnare il contrario per paura di essere puniti dalla Chiesa; e naturalmente lo ius primae noctis evocato da Orwell, la legge infame per cui il signore del villaggio ha diritto alla verginità di tutte le ragazze, e biecamente riscuote quel che gli è dovuto la sera di ogni festa di nozze.
Lo storico si sente un po’ un guastafeste quando, dopo lunghe e accurate verifiche, gli tocca sentenziare che tutte queste immagini così pittoresche sono false, e che nulla di tutto ciò è mai accaduto davvero. Eppure è proprio così: se si va a controllare si scopre, con non poco stupore, che di queste cose nel Medioevo non si parlava affatto, e che sono tutte state inventate dopo. I terrori dell’anno Mille? Ma il 31 dicembre 999 il papa Silvestro II su richiesta dell’abate di Fulda confermò i privilegi di quel grande monastero, per lui e per i suoi successori, a patto che in futuro ogni abate, quando veniva eletto dai monaci, si facesse consacrare dal Papa: quei due, almeno, non credevano che il mondo stesse per finire. La terra era piatta? Ma ogni imperatore medievale si faceva raffigurare con in mano il simbolo del suo potere sul mondo: un globo sormontato dalla croce. E lo ius primae noctis ?
Ecco, qui la storia è un poco più complessa. Anche quello, beninteso, non lo incontriamo mai, se lo cerchiamo dove ci aspetteremmo di trovarlo. Il Medioevo ci ha lasciato un’infinità di novelle come quelle del Boccaccio, in cui si parla di sesso con grande franchezza, con realismo e critica sociale, in cui si mettono in scena mariti gelosi e potenti dissoluti, si evocano situazioni scabrose e beffe riuscite attorno al tema di sesso e potere: ma non c’è nemmeno un autore medievale che abbia pensato di trarre profitto da uno spunto così succulento come lo ius primae noctis, di cui oggi sceneggiatori del cinema e autori di romanzi storici si servono continuamente. Il Medioevo ci ha lasciato un’infinità di lagnanze dei contadini contro i loro signori, lunghi elenchi di usi e abusi, resoconti di rivolte e memoriali di avvocati; conosciamo dettagliatamente gli innumerevoli obblighi, imposte e gabelle di cui i contadini si lamentavano e che cercavano di far abolire: un obbligo come lo ius primae noctis non è mai menzionato.
E dunque, quand’è che si comincia a parlarne? Questo diritto imbarazzante comincia a essere citato alla fine del Medioevo, e poi è evocato sempre più spesso a partire dal Cinquecento, secondo uno schema preciso e che è sempre il medesimo: come qualcosa che capitava ai brutti vecchi tempi. Nel Medioevo molte città sono state fondate da gruppi di contadini che in protesta contro i loro signori si sono riuniti, hanno abbandonato i villaggi e edificato un nuovo luogo in cui abitare liberi. In Italia questo fenomeno si è verificato particolarmente spesso in Piemonte: sono nate così Cuneo, Alessandria, Cherasco e tanti altri centri minori. Ebbene, proprio in queste città, nel Rinascimento, gli eruditi locali che a distanza di secoli rievocano quelle origini si divertono a immaginare quanto dovevano essere cattivi quegli antichi signori: ai loro sudditi imponevano ogni sorta di angherie. È qui, nella fantasia di eruditi creduloni che descrivono un passato leggendario, che comincia a circolare questa storia incredibile: quel passato era così barbaro che i signori pretendevano addirittura di godersi le spose dei loro servi nella notte delle nozze.
Il Medioevo, insomma, prima di finire ha fatto in tempo a inventare lo ius primae noctis, ma non come una pratica reale; bensì come una leggenda associata a un lontano passato. Oppure, in alternativa, come qualcosa che esiste tra i selvaggi, e che ne dimostra l’inferiorità rispetto a noi, cristiani e civilizzati. Il Quattro e Cinquecento sono l’epoca delle scoperte geografiche: portoghesi e spagnoli si spingono nell’oceano, circumnavigano l’Africa, scoprono le Americhe. Ovunque i conquistadores riferiscono di aver trovato popolazioni selvagge, barbare, incivili: è logico, bisogna pur giustificare il fatto di averle ridotte in schiavitù. E ovunque, dalle Canarie al Messico, navigatori e conquistatori, per convincere il pubblico che quei popoli sono davvero dei selvaggi, raccontano che son gente senza pudore e senza onore, e praticano usanze ignobili: quando si sposa una ragazza, il capo del villaggio ha diritto a giacere con lei prima del marito. Decisamente è una fortuna che siano arrivati gli Europei a civilizzarli.
Lo ius primae noctis, insomma, è lo stigma dell’altro. Non esiste nessuna testimonianza di qualcuno che affermi di vivere in una società in cui quell’usanza è praticata, e di trovarla normale. Tutti quelli che ne parlano, dalla fine del Medioevo in poi, la associano a un’alterità barbarica, all’esotismo dei nuovi mondi, o a quell’altro esotismo, di gran fascino, che è l’esotismo del passato. Ed è il motivo per cui da queste leggende è così difficile liberarsi. Non importa se da cent’anni nessuno storico serio le ripete più, e se grandi studiosi come Jacques Le Goff hanno insistito tutta la vita a parlare della luce del Medioevo. Nel nostro immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che vivevano allora.
Repubblica 28.8.13
“Gli interessi economici ogni giorno di più rischiano di prevalere sulla cura del malato” La denuncia di un grande oncologo
Soldi e salute
Andreoli: “Avidità e potere nemici della scienza”
di Leonetta Bentivoglio
Tra le aree della nostra vita in cui il tradimento esercita la propria tossica invadenza c’è la medicina, che a parere dell’oncologo Claudio Andreoli «è stata spesso tradita nelle sue regole e nei suoi principi etici e deontologici». Lo afferma con furore e con passione questo grande medico piemontese operativo in Lombardia, e noto come uno tra i massimi esperti internazionali del suo campo, il tumore alla mammella. Già attivo per quindici anni (dall’80 in poi) nell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Andreoli fondò nell’84 con Umberto Veronesi la Scuola Italiana di Senologia, di cui ha preso la direzione dieci anni dopo. Dal 2010 lavora presso il Cancer Center dell’Humanitas nelle strutture ospedaliere di Rozzano (Milano) e di Castellanza (Varese), dov’è responsabile della Breast Unit. Combatte ogni giorno in prima linea sul fronte dell’universo complesso della malattia, con devozione e proiettandosi totalmente nelle proprie responsabilità di medico. Certe zone oscure dei percorsi di alcuni tra coloro che praticano il suo mestiere, certe sacche di compromessi, certi equivoci occultati dall’indifferenza o dalla malafede, tolgono sonno alle sue notti. Perciò sta elaborando un libro-inchiesta dedicato ai tradimenti che avvengono nel mondo della medicina. E ne anticipa gli argomenti in questa conversazione. «Partiamo dal presupposto che negli ultimi anni la medicina è cambiata molto», attacca. «Oggi si è affermata la convinzione che tutto debba basarsi sull’evidenza scientifica».
Non è stato sempre così?
«Prima contava di più l’impostazione personale del medico, e i giudizi erano formulati in base a piccole casistiche. Invece la medicina odierna si basa su terapie ed esami diagnostici che danno risultati sicuri, cioè ottenuti sempre e ovunque a condizione che siano rispettate certe caratteristiche. Ma nell’ambito di tale approccio si verificano numerosi tradimenti».
Può dare qualche esempio?
«Ce ne sono due eclatanti, uno nel passato prossimo e l’altro di questi giorni. Il primo, che risale a fine anni Novanta, è il caso della terapia Di Bella, riguardante la cura dei tumori. All’epoca si scatenarono giornalisti, politici e magistrati. Sull’onda dell’opinione pubblica, condizionata dal clamore mediatico sviluppato intorno alla vicenda, il ministero commissionò uno studio clinico, finanziato con soldi pubblici, che ha finito per dimostrare la mancanza di scientificità della terapia. Il secondo esempio è il caso Stamina, venuto di recente alla ribalta grazie a un servizio televisivo de “Le iene”. Si tratta di una cura che promette d’intervenire su alcune malattie degenerative come la Sla con l’infusione di cellule staminali, e fino a poco tempo fa la proponeva un ospedale di Brescia. Non si basa su alcun presupposto scientifico dimostrato. Ma anche qui è stata così forte la pressione mediatica che in luglio è partita una sperimentazione alimentata dal denaro pubblico. Il sen-sazionalismo e l’enfatizzazione di dati poco controllati rischiano di disorientare i pazienti, alcuni dei quali lasciano terapie utili per infilarsi in trattamenti privi di fondamento scientifico».
La cattiva informazione si allea con i traditori?
«Oggi la cassa di risonanza può essere enorme, il che può ingigantire i danni. Inoltre può succedere che gli studi sperimentali su un farmaco o una terapia non abbiano più, come motore trainante, la forza speculativa, e questo è un altro tradimento».
Si riferisce ai conflitti d’interesse?
«Sì. La questione è spinosa, capillare e molto più estesa di quanto si voglia ammettere nel nostro campo. Capita di anteporre all’onestà della ricerca e al benessere dei pazienti il proprio tornaconto, che sia economico, accademico o di potere politico. Negli ultimi anni si è cercato di arginare il fenomeno introducendo limiti nelle sponsorizzazioni elargite dalle industrie farmaceutiche e imponendo ai medici di dichiarare l’assenza di conflitti quando partecipano a congressi o pubblicano articoli scientifici. Ma per capire le dimensioni assunte dal problema basta considerare che i finanziamenti destinati alla ricerca biomedica dalle industrie sono un terzo della cifra investita dalle aziende nel marketing e nella promozione».
Cosa fa una casa farmaceutica che si rende conto d’aver finanziato una ricerca i cui risultati confliggono con i suoi interessi?
«Si trovano sempre dei piccoli escamotage per nascondere quanto emerge dallo studio, che per esempio viene interrotto con il pretesto dell’esaurimento dei fondi. Oppure i dati vengono pubblicati in ritardo rispetto al momento in cui erano disponibili, così come altre volte, se gli esiti sono favorevoli, li si pubblica con troppo anticipo».
Parliamo di medicine “alternative”. Pensa che rappresentino un tradimento della scienza?
«Non la vedrei così. I veri traditori, secondo me, sono i contestatori a senso unico. Non ho pregiudizi verso alcuna pratica: un prodotto omeopatico, naturale o di sintesi, va valutato per quanto garantisce obiettivamente. Ma non capisco perché certi certe voci critiche, con superficialità retorica e populismo, si scaglino solo contro l’industria del farmaco e non contro i giri d’interessi miliardari dei produttori di medicine alternative. Come se esistesse a priori un mondo buono e uno cattivo. Massiccio, poi, è il tradimento della medicina da parte della politica, che si dimostra interessata più alla gestione dell’apparato sanitario che alla pianificazione di programmi di sviluppo e ricerca riguardanti la salute pubblica».
Ci sono prove concrete di tale tradimento?
«Basta guardare la distribuzione delle risorse economiche che privilegia spesso scelte di morte rispetto a oggetti di vita. Parlo dell’acquisto da parte del governo italiano di novanta aerei caccia F35 per tredici miliardi di euro, cifra con cui si potrebbero rinnovare le apparecchiature diagnostiche della maggioranza degli ospedali italiani. Da questa carenza di fondi statali dipende il fatto che molte ricerche possano essere finanziate solo grazie ai contributi dei sostenitori privati dicharity come Telethon e l’Airc. Senza di loro non si andrebbe avanti. Oppure intervengono le case farmaceutiche, coi rischi che s’è detto. Non dimentichiamo inoltre che la scarsa considerazione dimostrata dalla politica nei confronti della medicina comporta ricaschi gravi sulla situazione della mobilità dei ricercatori».
Sta lamentando l’esodo degli scienziati italiani all’estero?
«Non vorrei essere frainteso: la mobilità è sempre esistita ed è una grande opportunità di crescita e di arricchimento culturale. Ma andrebbe sfruttata meglio agevolando il ritorno dei ricercatori in Italia, il che purtroppo non accade. Quattro vincitori di Nobel per la medicina, Rita Levi Montalcini, Salvatore Lauria, Renato Dulbecco e Mario Capecchi, hanno meritato il premio per ricerche realizzate interamente fuori dai nostri confini».