lunedì 26 settembre 2011

Maiani – unico tra tutti quelli che parlano di capovolgimento del nesso causa-effetto - parla di simultaneità... dipende dai sistemi di riferimento
Repubblica 24.9.11
Un balzo enorme del sapere umano si potrà scardinare il concetto di tempo
Siamo entrati in una nuova era. Eppure tanti colleghi dicevano l´esperimento non sarebbe servito a nulla
di Luciano Maiani


Talvolta, il progresso della scienza avviene a scossoni, balzi in avanti che si sprigionano da un´idea o da un risultato inattesi. Non saprei come meglio definire il risultato annunciato dai Laboratori dell´Infn del Gran Sasso e dal Cern.
L´annuncio di un piccolo eccesso di velocità dei neutrini rispetto alla luce, circa 2 parti su 100mila, proviene da una collaborazione di provata capacità, da laboratori internazionali di tutto rispetto, con l´impiego delle tecnologie più avanzate per la misura di distanze e tempi. La portata del risultato è tale, tuttavia, da consigliare prudenza. Non possiamo ancora dire se si tratta di un falso allarme o di uno scossone capace di modificare la visione di spazio e tempo sviluppata da Einstein e consolidata in più di cento anni di esperimenti. Esperimenti effettuati su particelle elettricamente cariche che siamo capaci di accelerare e misurare nei laboratori (quindi non sui neutrini, privi di carica elettrica).
Con il fascio di neutrini dal Cern al Gran Sasso per la prima volta riusciamo a controllare la partenza e l´arrivo di particelle elettricamente neutre su distanze tali da permettere la misura con una precisione mai raggiunta prima. Neutrini raggiungono la Terra anche dal Sole e dalle grandi stelle che esplodono, le supernove. Nel primo caso, vediamo l´arrivo ma non sappiamo quando è avvenuta la partenza. Delle supernove, conosciamo solo un esempio (del 1987) in cui l´arrivo dei neutrini è avvenuto senza anomalie. Ma anche in questo caso la sorgente era fuori del nostro controllo e i neutrini così pochi da non permettere un test stringente.
La possibilità di inviare al Gran Sasso un fascio di neutrini di alta energia è stata considerata negli anni ´80, quando Antonino Zichichi promosse la costruzione dei laboratori sotto il Gran Sasso, e infatti le sale dei laboratori vennero orientate in direzione del Cern. Solo alla fine del secolo, tuttavia, il progetto venne concretizzato e sostenuto da una collaborazione internazionale che vedeva come protagonisti il Cern, allora sotto la mia direzione, e l´Infn, diretto da Enzo Iarocci.
Cosa cambierebbe se Opera avesse ragione? Secondo Einstein, il tempo che passa tra la partenza e l´arrivo di un segnale dipende dal sistema di riferimento da cui guardiamo i due eventi. Se il segnale viaggia a velocità superiore alla luce, cambiando riferimento, ad esempio guardando da un´astronave a grandissima velocità, potremmo vedere un tempo zero - partenza e arrivo simultanei - o addirittura un tempo negativo - il segnale arriva prima di partire! In entrambi i casi, si perderebbe la relazione causa-effetto tra invio e ricezione del segnale. Per questo, nella teoria della relatività i segnali "superluminali" sono proibiti. È troppo presto per dire come queste idee dovranno essere modificate e quali concetti dovremo abbandonare per rispondere a un eventuale comportamento anomalo dei neutrini (aspettiamo la conferma dai fasci di Stati Uniti e in Giappone). Certo, non sarà cosa dappoco.

La Stampa 26.9.11
“Solo un diversivo per far dimenticare la repressione”
Madawi Al-Rasheed: viviamo in una monarchia assoluta
«Le carceri sono piene di dissidenti, la gente chiede diritti elettorali per tutti»
«Riad sa che all’estero sono molto attenti alla questione femminile e ci scommette»
di Fra. Pac.


L’esperta Madawi Al Rasheed, saudita, insegna antropologia religiosa al King’s College di Londra

L’ eco del discorso del re conferma la ragione per cui è stato pronunciato: se apri alle donne metti a tacere l’Occidente». La saudita Madawi Al-Rasheed, docente di antropologia religiosa al King’s College di Londra, non condivide l’entusiasmo per le notizie che giungono dalla madrepatria. Da profonda conoscitrice di storia femminile del suo Paese ritiene che l’annunciata riforma non affronti i bisogni nazionali ma sia «uno specchietto per le allodole».
Le saudite potranno accedere al Consiglio della Shura e alle elezioni. Non è forse il primo fiore della primavera saudita?
«Dato quanto sta accadendo nel mondo arabo è una concessione minima e tardiva. La regione è scossa da un terremoto eccezionale e la monarchia saudita è fortemente minacciata. Il discorso del re è un diversivo tattico: il disperato tentativo di distogliere l’attenzione mediatica internazionale dalla repressione in corso usando il tema delle donne».
Obiettivamente però, le donne saudite non se la passano benissimo. Non è così?
«Certo, ma stiamo parlando di un Paese dove nel 2011 esiste ancora una monarchia assoluta. Le prossime elezioni municipali, in calendario tra pochi giorni, dovevano tenersi nel 2009 quando, senza ragione, il governo le cancellò. In questo contesto le donne diventano il pretesto utile a far dimenticare i problemi che riguardano tutta la popolazione indipendentemente dai sessi. C’è una leadership vecchia e senza ricambio, ci sono giovani in balia della disoccupazione, non esistono elezioni parlamentari: ecco i motivi per cui, secondo Amnesty International, da mesi le carceri saudite si riempiono di dissidenti. La gente vuole una monarchia costituzionale, protesta come in Egitto e finisce automaticamente in prigione, ma questo fa meno notizia delle donne».
Perché Riad giustifica la discriminazione femminile con il rigore islamico mentre altri Paesi musulmani come il Pakistan hanno avuto donne premier?
«Il Corano non c’entra. Il governo saudita si è servito finora della secondarietà della donna per provare ai conservatori di casa propria e al mondo islamico quanto pio fosse, ma nel momento in cui altri Paesi musulmani, dalla Tunisia alla Turchia, dimostrano la possibile svolta modernista deve aggiustare il tiro. Così, dopo aver appaltato ai fanatici la questione femminile per controllare in cambio la popolazione, la monarchia risponde adesso alle richieste della piazza attraverso l’apertura alle donne. Ma dove non ci sono elezioni parlamentari può bastare un pugno di deputate designate dal re e verosimilmente parenti di burocrati e tecnocrati? Non aiuta l’agenda riformista, senza contare che le donne continueranno ad aver bisogno del tutore per andare dal medico».
L’emancipazione femminile è stata uno dei leitmotiv di tutta la primavera araba. Non crede sia la cifra della democrazia?
«Nel mondo arabo le donne sono l’anello debole, non sfidano le dittature. Pensate alla Libia di Gheddafi dove le donne contavano, alle ministre dei Paesi del Golfo come il Bahrein, alla Siria di Assad e della sua consorte. Sono forse regimi meno autoritari perché si presentano in pubblico con qualche rappresentante femminile? No. Il regno saudita contrasta la protesta internadistribuendo sussidi, finché la crisi non lo travolgerà, alimentando il settarismo sunniti-sciiti e ora sbandierando l’apertura alle donne. Tutto per provare che senza gradualità riformista si rischia il caos. Ma dovremmo guardare alMaroccoper capire che un codice di famiglia serio vale più di un posto garantito in Parlamento laddove il Parlamento non è autonomo».

Corriere della Sera 26.9.11
«Solo propaganda. Lasciateci prima guidare e viaggiare»
di C. Zec.


Iman Al Qathani non è affatto contenta, anzi si stupisce che qualcuno lo sia. Giornalista trentenne saudita esperta di questioni sociali, freelance per scelta dopo un periodo passato nelle redazioni dei quotidiani del Regno (in stanze separate da quelle dei colleghi maschi), al telefono da Riad accetta di commentare la «svolta storica» annunciata da re Abdullah. «Che per prima cosa — dice — non è affatto "storica": chi la definisce così o è molto ottimista o fa parte della propaganda del sistema».
Eppure è un cambiamento, non trova?
«Lo è? Annunciare che tra due anni le donne potranno essere nominate nell'assemblea consultiva, il majlis al shura, e che tra quattro potranno votare ed essere votate alle municipali è molto poco e tra troppo tempo. E il divieto a guidare? A lavorare e a viaggiare all'estero senza il permesso del tutore maschio? Girano già battute del tipo: "Ok, le eleggiamo, ma poi come ci vanno al majlis se non possono guidare? E se devono andare in missione all'estero si porteranno dietro il marito?"».
Per altro esistono già alcune donne al majlis.
«Infatti, ma solo come consigliere, chiuse in una stanza con specchio da cui loro vedono la sala senza essere viste. Tra due anni saranno membri a tutti gli effetti, ma sempre per nomina reale. Invece, i riformisti chiedono un'assemblea eletta, uno dei punti fondamentali delle tre petizioni rivolte al re da intellettuali uomini e donne negli ultimi mesi».
Che altro si chiede?
«Riforma istituzionale e del potere giuridico, libertà per i prigionieri politici, pari diritti per uomini e donne, sciiti e sunniti. Nell'Est gli sciiti sono stati gli unici a protestare, senza risultati. Tra i sunniti nessuno scende in piazza perché esiste un rapporto speciale di lealtà tra le nostre tribù e il sovrano, c'è un contratto sociale che pochi capiscono fuori del nostro Paese. Ma i giovani sono diversi, qualcosa cambia anche qui finalmente».
Il contagio della primavera araba?
«Sì, anche tra i sauditi c'è più voglia di partecipare, meno paura e meno pazienza. Basta andare su Twitter, sui social network, ci sono tantissime campagne. A parte quella più nota per la guida alle donne, una delle ultime si chiama No Intikhàb, no al voto: boicotta le elezioni municipali dei prossimi giorni perché senza donne e poco trasparenti».

Repubblica 26.9.11
I problemi restano. Nuove possibilità
"È solo il primo passo verso la conquista dei nostri diritti"
La gioia dell´attivista Hatoon Al Fassi
La questione femminile non esaurisce il problema del rispetto dei diritti nel Paese
Siamo consapevoli che sono necessarie altre riforme, ma questa ci apre molte possibilità
di Cristina Nadotti


La voce è squillante e tradisce l´entusiasmo, alle risposte per l´intervista alterna ringraziamenti e saluti per chi le si affolla intorno. Hatoon Al Fassi, docente di storia delle donne all´università di Riad e organizzatrice della campagna per il diritto di voto, non ha dubbi, è tempo di festeggiare.
Professoressa Al Fassi, la concessione del re Abdullah è una vittoria senza ombre per il movimento delle donne?
«Sì, ci è voluto tanto, ma abbiamo ottenuto una grande vittoria. Siamo consapevoli che in Arabia Saudita sono necessarie altre riforme, e non solo per le donne, ma poter votare ed essere candidate per le elezioni amministrative e poter essere nominate membri della Shura ci apre molte possibilità».
Le donne potranno votare e candidarsi soltanto nel 2015, giovedì andranno alle urne gli uomini, perché il re ha scelto l´ultimo momento per fare il suo annuncio?
«La cosa importante è che l´abbia fatto, così ora possiamo fare pressione sul ministro perché posticipi la data delle elezioni e ci consenta la partecipazione da subito. Noi vogliamo andare alle urne ora, così come vogliamo ottenere che la Shura sia composta in futuro al cinquanta per cento da donne».
Poter votare non è una vittoria di Pirro se non si può guidare un´auto e si deve chiedere l´autorizzazione scritta a un tutore per lavorare o sottoporsi a un intervento clinico ?
«No, è una conquista fondamentale perché è un primo passo per ottenere tutto il resto. È un momento cruciale delle nostre vite, perché è stata data una risposta alle nostre richieste, significa che siamo riuscite a farci ascoltare. È il primo riconoscimento della nostra piena cittadinanza, le nostre vite cambieranno, ne sono certa».
Quali sono le reazioni nel Paese, l´apertura alle donne voluta dal re è condivisa dagli uomini sauditi?
«Nella nostra società non c´è aspetto della vita quotidiana che non sia sottoposto a una decisione del re. Di fatto, le donne avevano già il diritto di voto, ma era necessaria l´approvazione reale perché potessero esercitarlo, ecco perché averla ottenuta è un passo cruciale verso l´emancipazione. Ho intorno a me persone felici, ma so bene che c´è chi chiede di più, perché la questione femminile non esaurisce il problema del rispetto dei diritti umani nel nostro Paese».
Il re Abdullah bin Abdul Aziz ha 88 anni e c´è apprensione per la sua salute. Il suo probabile successore non viene accreditato di simpatie riformiste, è comunque ottimista?
«Dobbiamo esserlo, dobbiamo essere diplomatiche e non dare per scontato che si tratti di un´iniziativa del tutto individuale. Mi sembra chiaro che quanto fatto da re Abdullah è l´avvio di una nuova politica, un´indicazione precisa a chi verrà dopo di lui perché segua le sue orme».
C´è una connessione tra gli avvenimenti della Primavera araba e la svolta riformista del re?
«Sì, non c´è dubbio. È una pressione di tipo culturale, d´area, che spinge i governi ad agire. Non è detto che le iniziative prese per fare fronte a questa pressione siano tutte positive, né tutte dettate da una visione ampia e chiara del bene e del futuro dei Paesi coinvolti, ma è innegabile. Per quanto ci riguarda direttamente, non c´è alcuna sicurezza sugli esiti che la pressione avvertita in Arabia Saudita potrà avere, né che ci saranno risultati immediati. Però c´è speranza, c´è una spinta nuova per andare avanti nella nostra battaglia».

La Stampa 26.9.11
Opposizione, le grandi manovre
Le divergenze parallele di Udc e Pd
“Via Berlusconi”. Ma Casini vuole votare subito, mentre Bersani punta al governo d’emergenza
di Carlo Bertini


Nel giro di una settimana, Bersani e Casini hanno invertito i ruoli: il primo ora mette l’accento su un «governo di emergenza» per salvare il paese dal baratro, il secondo ha virato sul «votare subito» come soluzione migliore. E il motivo di queste due virate incrociate sta negli ultimi due accadimenti, dentro e fuori il Palazzo. L’ennesima spallata fallita con il voto su Milanese, il flop già messo in conto sulla sfiducia al ministro Romano, insieme alla spada di Damocle del referendum abrogativo del porcellum (che sta per raggiungere il traguardo delle 500 mila firme), producono due diverse considerazioni nei più influenti partiti di opposizione.
Casini ora teme che la minaccia del referendum a giugno possa produrre intese su una nuova legge elettorale all’insegna del bipolarismo con esiti per lui funesti. Se il Parlamento poi non si mettesse d’accordo e il referendum ottenesse il suo scopo, la reintroduzione del Mattarellum con le sfide uninominali nei collegi sarebbe una iattura per i centristi. A questo si aggiunge che l’ultima spallata mancata ha assottigliato la speranza di Casini che nel Pdl vi sia un drappello pronto a rischiare per buttar giù il premier. «Noi abbiamo fatto di tutto per stimolare gli uomini di buona volontà del Pdl ma alle affermazioni private non corrispondono fatti pubblici, quindi meglio lo sbocco elettorale».
Se si andasse a votare in primavera con l’attuale sistema elettorale, il Terzo Polo potrebbe godere delle rendite di posizione attribuite dai sondaggisti (10-13% dei consensi) che ne farebbero l’ago della bilancia per costruire una maggioranza stabile.
Bersani invece non teme il Mattarellum e non ha mai nutrito troppe speranze nella spallata: già il 10 settembre alla festa del Pd aveva disegnato il percorso di una manifestazione nazionale il 5 novembre, stati maggiori delle opposizioni a dicembre per un programma comune, antipasti di una campagna elettorale che è la vera scommessa su cui punta in prima persona il leader Pd. Tanto che Rosy Bindi non esita a dire «noi siamo pronti per andare a votare». Va da sè che mettendo il Pd «a disposizione per un governo di transizione», Bersani intenda rassicurare i moderati e quei mondi che spingono per un cambio di immediato come unico antidoto alla crisi.
«Le dichiarazioni zuccherose di Berlusconi sono a due passi dal delirio», commenta il segretario Pd. «I fatti ci mettono di fronte alla verità, dopo anni di menzogne. Davanti a noi c’è il passaggio più arduo dal dopoguerra a oggi. Di più, le preoccupazioni degli italiani sono diventate preoccupazioni per il mondo. Ci aspettano scelte sempre più difficili per ogni giorno che passa senza un cambiamento. Chi per egoismo lo impedisce si prende una responsabilità storica».
Insomma, è evidente che i vertici di Pd e Terzo Polo, malgrado insistano a chiedere al premier dimissioni immediate, non si facciano illusioni a riguardo e provano a riposizionarsi. «Fa bene Bersani a lanciare questo segnale. E se si va al voto - osserva uno dei leader della minoranza del Pd, Paolo Gentiloni - vuol dire che cercheremo di presentare l’alleanza con Sel e Idv come competitiva al centro, evitando di sbilanciarci troppo a sinistra. Ma speriamo che la crisi finanziaria e la nostra linea responsabile inducano qualcuno dell’altro campo a muoversi prima».
"Il centrista teme che dal referendum elettorale nasca una legge che lo emargini Al segretario Pd (scottato dai voti negativi in Parlamento) va bene il Mattarellum"

La Stampa 26.9.11
Soros-Gao Xiqing L’asse tra Usa e Cina preme su Bruxelles
La ricetta dei due grandi investitori “Eurobond e ministro del Tesoro Ue”
di M. Mo.


Gao Xiqing Guida il fondo sovrano China Investment Corporation, una cassaforte che contiene la bellezza di 332 miliardi di dollari
George Soros Il guru della finanza Usa è celebre per la speculazione con cui nel 1992 mise in ginocchio la Banca d’Inghilterra

Seduto nella galleria del Fondo Monetario a fianco del cinese Gao Xiqing, il finanziere magiaroamericano George Soros veste i panni dell’europeismo più marcato indicando la ricetta che a suo avviso può scongiurare una «crisi peggiore rispetto a quella del 2008». Il dibattito sulla «nuova possibile crescita della zona euro», moderato dal condirettore del Financial Times Wolfgang Munchau, vede Soros e Gao Xiqing nel ruolo di protagonisti in forza degli imponenti fondi di investimento che rappresentano. Se il Soros fund management ha come biglietto da visita la speculazione che nel 1992 investì la sterlina britannica e la creazione di un impero finanziario, la China Investment Corporation di Gao Xiqing è il fondo sovrano da 332 miliardi di dollari che gestisce una parte importante delle riserve in valuta straniera della Repubblica popolare cinese, quelle su cui in molti contano per un sostegno all’euro pericolante.
L’intesa fra i due veterani dei mercati internazionali si evince dalle prima battute, quando Soros sottolinea la «serietà della crisi europea» trovando il palese assenso di Xiqing, che si spinge fino ad affermare: «Per modificare l’attuale situazione di gravità l’Europa deve ripensare il suo intero modo di spendere e vivere, cambiando alcuni degli elementi del suo sistema finanziario che incoraggiano le persone a prendere prestiti superiori ai propri mezzi». Soros prosegue sullo stesso tenore, sottolineando «il rischio che la crisi del debito europeo investa le economie dei paesi emergenti, che oggi producono la metà della crescita globale, frenando lo sviluppo del Pianeta».
E il finanziere cinese annuisce, riconoscendo in tale analisi le posizioni sostenute all’assemblea del Fmi da parte dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) come anche dall’americano Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale. Per Soros ciò significa posizionarsi alla confluenza di interessi economici fra Stati Uniti e Cina, per poi rivolgersi all’Europa con una raffica di consigli che sembrano tratti dai manuali del federalismo comunitario: «Già in passato l’Europa ha più volte sbagliato il percorso politico, l’unica strada che adesso la zona euro può percorrere per salvare la moneta unica è una maggiore integrazione economica» dice, citando come esempi di decisioni da adottare il varo del «ministro del Tesoro europeo», degli «eurobond» ed anche la possibilità che «il fondo di soccorso per gli Stati» creato nel summit del 21 luglio si trasformi «in una istituzione finanziaria» capace di soccorrere le banche in difficoltà.
Se ciò non dovesse avvenire, ammonisce il finanziere, «l’Europa potrebbe trovarsi impreparata davanti al default di 2 o 3 Stati che dovranno rapidamente abbandonare l’euro e ciò potrebbe travolgere i mercati». E’ uno scenario da incubo che, a suo avviso, parte dalla Grecia perché «se questo mese la troika composta da Ue, Fmi e Bce darà ad Atene la nuova tranche di aiuti, in dicembre la situazione sarà ben differente» e «in assenza di un salvataggio europeo avremo il default» ellenico, con il rischio di innescarne altri. Chi conosce Soros sa che investimenti e speculazioni guidano le sue mosse sui mercati più di qualsiasi altro principio, politico o morale, e ciò significa che la scelta di adoperare un linguaggio europeista corrisponde in questo momento ai suoi interessi.
Lo spericolato finanziere che si vantò di aver «svaligiato la Banca d’Inghilterra» teme che il possibile crollo dell’euro possa innescare una tempesta finanziaria ben maggiore di quella scaturita dal collasso di Lehman Brothers e vede come unico argine possibile il coronamento del progetto di unione economica che porta agli Stati Uniti d’Europa.

Repubblica 26.9.11
Il paese dove Mao significa Maometto
di Mario Pirani


L´inizio dell´anno scolastico si è aperto con la riproposizione delle critiche a Mariastella Gelmini. Nella sostanza le polemiche vertono sui tagli che in gran parte, però, ricadono sulla manovra di bilancio e portano la firma di Tremonti. Comunque non vi è dubbio che lo stato della scuola sia nel complesso deplorevole soprattutto se sottoposto al confronto internazionale. Il modo come abitualmente se ne discute è, peraltro, ripetitivo e sostanzialmente inutile. Non c´è ministro dai tempi antidiluviani della Falcucci in poi che non sia stato infilzato nelle innumerevoli okkupazioni e nei manifesti sindacali del settore. Ma se è più che giusto denunciare i miseri stipendi, lo stato fatiscente di gran parte dell´edilizia scolastica, l´affollamento delle classi ed altri guasti evidenti, non va ignorato che paradossalmente la concretezza rivendicativa finisce per allontanare l´attenzione dal catastrofico contesto culturale entro cui la scuola è chiamata ad operare nell´ambito di una «società dal pensiero corto», sempre più aliena dall´amore per il sapere e dagli strumenti per assimilarlo.
La più impietosa e aggiornata analisi in proposito ("L´Italia dell´ignoranza", ed. FrancoAngeli, di Graziella Priulla, docente di Sociologia dei processi culturali a Catania) è un saggio sulla voluta mancanza di una strategia che sostenga la crescita culturale dei cittadini. Per contro " si fa in modo che si riduca il consenso sociale attorno alla cultura e tra le cose ‘sdoganate´ ci sono la rozzezza e l´ignoranza". Sui temi trattati riesco solo a segnalare qualche passaggio, cominciando dalla cosiddetta ‘literacy´ ( cinque livelli di lettura e comprensione di testi, indipendentemente dal livello d´istruzione ) . Dalle indagini comparative internazionali emerge che meno di un decimo della popolazione italiana raggiunge i livelli (4 e 5) per comprendere i contenuti di qualsiasi testo (secondo gli standard internazionali la percentuale di più alta competenza alfabetica oscilla tra il 20 e il 30%). In Italia nella maggioranza dei casi ci troviamo di fronte a una alfabetizzazione apparente: la gente in teoria sa leggere (identifica i segni) ma non capisce bene ciò che legge, fatica a leggere e, di conseguenza smette di leggere. Per contro in quasi tutta Europa il processo formativo è visto come un continuum: circa la metà della popolazione tra i 16 e i 65 anni è in varia misura toccata da attività di educazione. Noi siamo assai sotto il 20%. La scuola non riesce a sradicare le diseguaglianze. Grazie alle analisi sappiamo che le variabili extrascolastiche che incidono di più sulle prestazioni dei ragazzi non sono legate tanto allo status economico quanto al livello culturale dei genitori. Così anche l´approdo all´Università non assicura un minimo di capacità linguistica. Nelle prove di ammissione alla facoltà di Lettere di Roma Tor Vergata il 47% dei candidati non ha risposto correttamente al 50% delle domande di comprensione del testo. Alla facoltà di Lettere di Firenze il 50% non ha superato i test d´italiano. Tra le parole che hanno lasciato più perplessi i giovani si annovera: alacre, bandire, egregio, foriero, giubilo, irretire, ecc. L´autrice del libro ha svolto una ricerca sistematica tra i suoi 122 studenti, aspiranti a una laurea, sulla base della lettura di due quotidiani con risultati disperanti. La metà dei ragazzi ignorava e non riusciva a ricostruire il significato di onere, coercizione, sanzione, recessione, apparato. Le assonanze poi provocano effetti stranianti: il ‘virtuale´ ha molte virtù, i gesuiti sono quelli che amano Gesù, Mao è diminutivo di Maometto, lottizzare equivale a ‘fare le lotte´. La sostanziale estraneità con il linguaggio, la sciatteria con cui ci si rapporta con esso, impediscono di usare il buon senso per ricavare il significato di singoli composti: nemmeno chi è uscito con il massimo dei voti dal liceo classico è in grado di ricostruire l´etimodi ‘genocidio´. Purtroppo non basta accusare la Gelmini di turno.

Repubblica 26.9.11
Ungheria, funerali nazisti per il boia di Novi Sad
Folla di nostalgici e rito solenne per l´ex gerarca
Sandor Kepiro, ufficiale del regime alleato di Hitler era stato accusato di crimini contro l´umanità
di Andrea Tarquini


Berlino - Funerali in pubblico, con simboli e uniformi dei nostalgici del regime alleato di Hitler fino all´ultimo, per un ex militare ungherese accusato dal Centro Simon Wiesenthal di crimini di guerra a fianco dei nazisti, ma assolto nel luglio scorso da un tribunale magiaro. Sandor Képiro, ex ufficiale della Csendorség, la gendarmeria della dittatura di Horthy, è stato sepolto nella sua cittadina natale di Sarkad. Era morto il 3 settembre. In luglio, il processo a suo carico – indetto dopo le denunce del Centro Wiesenthal – si era concluso con un´assoluzione per insufficienza di prove, che aveva causato vive proteste del Centro Wiesenthal stesso. L´ultimo saluto al cimitero si è trasformato in una manifestazione aperta dell´ideologia di odio politico e razziale dell´ultradestra, sullo sfondo del clima creatosi in Ungheria da quando i nazionalconservatori del premier Viktor Orban e del suo partito, Fidesz, sono tornati al potere.
«È stato un vero ungherese fedele alla patria e all´onore», hanno scritto blog e siti online dell´estremismo. Al funerale di Sandor Képiro hanno partecipato circa 500 persone. Inclusi alcuni deputati del partito ultrà e razzista Jobbik (opposizione, perché persino più a destra del partito di governo), veterani della Gendarmeria e delle forze armate collaborazioniste magiare, giovani con l´uniforme nera della Magyar Gàrda, la milizia di Jobbik ufficialmente vietata dal governo di Orban, ma che si fa vedere e agisce ogni giorno indisturbata, con minacce e violenze contro i rom, altre minoranze, avversari politici. Képiro era accusato per la strage di Novi Sad, nell´allora Jugoslavia occupata dall´Asse: i fascisti ungheresi uccisero almeno 1.200 tra ebrei e sospetti partigiani. Il grande regista Miklos Jancsò narrò la tragedia nel film "Hideg napok" (I giorni freddi).

Repubblica 26.9.11
Cédric Villani
"Innamorati delle nostre teorie noi matematici mentiamo sempre"
"La menzogna si nasconde nel riduzionismo: è così potente, che crediamo sia la verità"
di Piergiorgio Odifreddi


"Mi vesto in modo eccentrico, da baronetto. E porto spesso una spilla a forma di ragno"
Lo scienziato francese, medaglia Fields nel 2010, spiega i limiti dei modelli "Sono come ombre proiettate dal mondo. E la realtà continua a sfuggirci"

Chi abbia visto una volta Cédric Villani, difficilmente lo dimentica. E chi lo veda senza conoscerlo, può facilmente scambiarlo per un baronetto uscito da un romanzo di Jane Austin: non solo per il suo aspetto fisico e i suoi lunghi capelli lisci, ma anche per il suo singolare abbigliamento, che consiste sempre di giacca e panciotto, una colorita cravatta Lavallière e una vistosa spilla a ragno.
Chi lo conosce per il suo lavoro, invece, non può che ammirarlo per la sua originalità matematica, premiata nel 2010 con la medaglia Fields. Abbiamo incontrato Villani, classe 1973, alla Milanesiana, organizzata da Elisabetta Sgarbi.
Per cominciare con qualcosa di superficiale, come mai quest´enorme spilla a ragno?
«Deve rimanere un segreto. Da cinque anni ne porto sempre una, e ormai è diventata un mio segno distintivo. Ho scoperto che il ragno ha un grande potere d´attrazione, cattura la curiosità della gente. Anche quando non ero ancora famoso, e non apparivo sui giornali, bastava che andassi da qualche parte, e subito qualche pazzerello arrivava a declamarmi una poesia, o a dirmi che condivideva la mia ribellione».
Indossa sempre la stessa?
«Oh, no! Questa mi è stata regalata da un amico argentino. In genere le compro a Lione, ma ne ho di africane e di serbe, una decina in tutto».
E la cravatta Lavallière, non molto usuale?
«Per niente usuale! Ma uso anche la Ascot. Questa è un´abitudine molto più vecchia, presa già da studente, quando avevo una ventina d´anni».
Cosa ne pensavano i professori?
«Qualcuno mi avrà preso per uno stravagante, ma che importa? Presto divenne il mio stile, e la abbino sempre alla giacca lunga, da baronetto. Eccetto quando faccio sport, ovviamente. Incominciai quando divenni presidente dell´Associazione degli Studenti: a parte il fatto che mi piaceva, notai che serviva a dare un tono da unire alla carica».
Oltre allo stile, lei sembra anche avere una filosofia di vita. Ho notato che non usa l´ascensore, ad esempio.
«Ho dei princìpi, più che una filosofia. E da bravo matematico, quando mi ritrovo a fare qualcosa, mi chiedo se posso o se devo, e perché o perché no. Ha ragione, ad esempio evito gli ascensori o le scale mobili».
Anche a New York?
«A lungo ho vissuto a Lione in un appartamento al sesto piano, senza ascensore. Quand´ero a Berkeley, avevo un ufficio all´undicesimo piano e salivo almeno una volta al giorno a piedi».
E le auto?
«Anzitutto sono pessime per la salute e il portafoglio, perché non ti fanno camminare e ti fanno spendere soldi. Chi va in macchina paga doppio, perché poi gli tocca andare in palestra a fare movimento... ».
C´è una vignetta che mostra due immagini: una è la rappresentazione del mondo com´è, senza sovrastrutture, e l´altra del mondo come lo vediamo noi matematici, con una formula attaccata a ogni cosa. Che ne pensa?
«Bellissimo! Ho sempre sognato un fumetto che mostrasse una bucolica immagine della natura, e poi a uno sguardo ravvicinato rivelasse l´equazione sottostante. La matematica è il linguaggio in cui è scritto il libro della natura: lo diceva già Galileo».
Sì, ma questo non basta a renderlo automaticamente vero. Eugene Wigner chiamava "irragionevole" l´efficacia della matematica nelle scienze naturali.
«Io direi che il mondo è regolato da una forza o da una concezione matematica. E le varie formule, come quelle inserite nel fumetto, sono le ombre che esso proietta. L´ordine globale è troppo complicato da comprendere interamente, come già lo sono gli oggetti multidimensionali: in entrambi i casi, possiamo solo intuirli attraverso proiezioni».
So che lei considera i modelli come una delle "menzogne" della matematica.
«I modelli sono ciò su cui lavoriamo e che capiamo, le cose a cui abbiamo accesso e che possiamo studiare. La realtà, invece, ci sfugge e non sappiamo cosa sia: le apparteniamo, ma non la conosciamo. La menzogna si nasconde nel riduzionismo matematico: è così potente, che finiamo per credere che coincida con la verità. Al punto che, a volte, ci dimentichiamo che il mondo è molto più complesso dei nostri meravigliosi modelli, o dei nostri meravigliosi teoremi».
Il fatto che la matematica funzioni, non è già una prova indiretta che ha a che fare con la realtà?
«Questo è ciò crediamo, infatti, ma spesso ci sbagliamo. Pensiamo, ad esempio, al calcolo di Fourier dell´età della Terra. La matematica era meravigliosa, il modello meraviglioso, la formula meravigliosa, ma il risultato era sbagliato. E lo era, perché la Terra è molto più complicata di una palla, con la sua crosta e i moti convettivi al suo interno».
Ci sono altre menzogne della matematica?
«Certo. La seconda è quella insita nelle dimostrazioni, nel nostro sistema di comunicazione dei risultati. Dalle dimostrazioni non traspaiono il meccanismo e il percorso di pensiero che hanno permesso di arrivare ai teoremi. Si bara approssimando, deformando, illustrando. E più si comunica a gente intellettualmente lontana dal proprio campo di lavoro, più si bara per rendere le cose accettabili. Le menzogne peggiori si dicono sicuramente nelle conferenze divulgative».
Quindi a mentire non è solo la matematica, ma sono anche i matematici.
«Mente la matematica, nei confronti dei matematici. Mentono i matematici, nei confronti degli altri matematici, e degli altri in generale. Ma c´è anche una terza menzogna, del matematico nei confronti di se stesso. Accade quando ci si affeziona talmente a una teoria, o a un´idea, che non si riesce a lasciarla andare: passare a qualcos´altro, sembra un tradimento».
Non si arriva in matematica, come nella vita, a tradire non soltanto un´amata, ma l´amore stesso?
«Immagino che anche nella vita, dopo una crisi della mezza età, possa arrivare una seconda giovinezza, in cui ci si ritrova a saper di nuovo amare, dopo aver pensato di non volerlo o poterlo più fare».
Più che non abbastanza vecchio, lei è abbastanza giovane da aver potuto vincere la medaglia Fields per i suoi lavori sulle teorie cinetiche.
«La vittoria mi ha sconvolto la vita. Perché da allora non è più passato un giorno senza che qualcuno mi chieda un autografo. O un´intervista, se è per questo... ».

Repubblica 26.9.11
La prima volta non è più la stessa
La modernità ha credato il mito dell'esordio
di Franco Cassano


Ogni inizio è una porta che varchiamo, ma ora c´è una perpetua coazione al nuovo
Cosa significa debuttare, nella vita o nelle piccole cose? Il sociologo spiega come oggi l'esperienza nuova sia un obbligo

La prima volta è sempre un esordio. Esordire però non vuol dire, come vorrebbe l´etimologia, ex-ordiri, disegnare in anticipo l´ordito, ma al contrario ex ord(ine)ire, uscire dall´ordine, tuffarsi in un mondo che non si conosce per esperienza diretta, ma solo per sentito dire. È una porta che varchiamo da soli, trattenendo il respiro, e che va difesa dalla folla di coloro che, ovviamente per il nostro bene, vorrebbero sostituire la nostra prima volta con l´edizione riveduta e corretta della loro. Nessuno vuole vivere una vita di seconda mano, anche se la maggior parte lo fa. La prima volta, infatti, è la bellezza dell´in-esperienza, l´aver alle spalle poco passato, l´essere ancora così innocenti da poter fare liberamente i nostri errori. Una vita che ha ancora davanti a sé tante prime volte è un libro che abbiamo appena cominciato a leggere: non sappiamo se è bello o brutto, ma non vogliamo che nessuno ce lo racconti in anticipo, anche perché lo stiamo ancora scrivendo. Gli uomini delle ultime volte pensano di sapere tutto, di poter varare consuntivi, ma spesso la saggezza, che ritiene di poter evitare gli errori, non è che la rivalsa di chi è vecchio nei confronti del tempo in cui poteva permettersi il lusso di sbagliare. Tra il tempo del «prima» e quello del «poi» non è solo una differenza di ora, ma di prospettiva. Nessuno storico riuscirà a cancellare la splendida e terribile cecità di chi va incontro al suo avvenire, quella forza misteriosa del presente che gli fa credere di essere interamente nuovo, il primo che non commetterà gli errori che sta già facendo. Poi, quasi sempre a cose fatte, arriva il logos, che pretende di spiegare a tutti che cosa è successo, ma quando incomincia a parlare il pubblico si è diradato perché la vita è già andata altrove. La spiegazione logica è quasi sempre la versione di chi è arrivato dopo.
Ma la prima volta non è solo l´impulso che spinge in avanti e brucia l´ostacolo, è anche la sua attesa, la vigilia, ovvero il tempo che precede, il lavorio della nostra immaginazione, il suo fantasticare nella penombra e in silenzio su ciò che accadrà, il tempo ricco e prezioso in cui la realtà è ancora solo uno dei tanti possibili che ci aspettano. L´attesa conosce piccole o grandi speranze, possiede quella ricchezza immaginaria che nessun presente, neanche il migliore, sarà mai capace di possedere. Quando finalmente arriva, la prima volta è, infatti, un valico di frontiera, una porta stretta attraverso la quale non è possibile far passare tutto ciò che abbiamo immaginato. Come un doganiere, la realtà trattiene all´ingresso i sogni senza documenti, anche se qualcuno di essi, nascondendosi dietro quelli che sono in regola, riesce clandestinamente a passare. È questa eccedenza del possibile, questa sua ricchezza rispetto alla realtà che fa dell´attesa l´eterno tempo della rivalsa, che ha fatto attendere il regno dei cieli, quello dell´avvenire e, oggi, più modestamente, quando il lotto ha sostituito la lotta, la cinquina su tutte le ruote. Il tempo nostro, quello del tutto e subito, non è riuscito ad impiccare l´attesa e il futuro, ma li ha confinati nel miracolo e nella fortuna (...).
Siamo tutti un po´ come l´oca Martina di Lorenz: c´è un imprinting che fissa le prime immagini che riceviamo e le rende indelebili nel bene e nel male, una corrente che solo l´analisi, quando le ferite sono profonde e rendono difficile la vita, prova a risalire, ben sapendo che si può fallire, che la cura arrivando dopo, fa quel che può.
Ma la prima volta si dà anche quando due idee che pensavi fossero destinate a non incontrarsi, le sorprendi all´improvviso, come amanti clandestini, attraversare abbracciate la tua strada, quando afferri una follia per i capelli, ed essa innesca un´accelerazione del cuore o un corto circuito del cervello, che spezza la giornata e ti chiede di farle il vuoto attorno.
Del resto la prima volta è anche la schiera di coloro che debuttano, quando le opere, individuali o collettive, si buttano nel mondo, precedute da notti insonni di lavoro, dalla paranoia dell´imprevisto, dalla paura dell´errore irrimediabile, dalla lotta tra il desiderio di fuggire e quello di raccogliere tutte le forze per la sfida che viene. Ma è proprio qui, sulla soglia che fa passare dal buio alla luce, che si avverte sulla pelle l´attrito della prima volta: essa significa provarsi, uscire allo scoperto, esporsi al giudizio, agli applausi, alla freddezza, all´ostilità, alla distrazione, ai battimani isolati degli amici.
C´è anche la prima volta dei forti, di quelli che «scoprono» e battezzano terre, come se le avessero create loro, cancellando i nomi che ad esse erano stati dati da chi le abitava da secoli o millenni, fondando nuove città sulle rovine di quelle sconfitte, scrivendo calendari che bruciano tutte le vecchie date.
Altre prime volte sono invece le password segrete di ciò che teniamo nascosto, frasi su diari di adolescenti, date circondate da cuori e punti esclamativi, versi rubati a una poesia o a una canzone e annegati in quello strano delirio che fa sì che un´altra persona all´improvviso inizi a toglierci il fiato, diventando per noi unica ed insostituibile, innescando un´arsura di lei. E poi c´è la prima volta febbrile degli sguardi, la segnaletica complessa dell´intimità con i suoi stop e le sue precedenze, la prima volta del toccarsi e del respirarsi addosso, ma anche, appena dietro l´angolo, la prima volta del malinteso e delle sconfitte, quella dei bruschi risvegli, quando chiamiamo senza risposta e scopriamo che chi era, fino a poco prima, vicino è andato via, e comincia a diventare un ricordo, la prima volta dello scomparire.
Ogni tanto, molto spesso solo per caso, ci accade di ricordarci che al mondo non ci siamo solo noi. E allora, per un attimo, riusciamo a guardarci attorno e rimaniamo storditi e sommersi dallo spettacolo del fiume infinito delle prime volte, dalla loro immensa successione, a partire dalla prima di tutte, dal venire al mondo del mondo. Nessuno del resto può sottrarsi alla prima volta: atomo, molecola, pianeta o stella, albero, cavallo o uomo. Anche la nostra morte sarà per noi la prima, un´ultima volta che porrà fine a tutte le nostre volte. Dopo di noi il lavorio silenzioso di tante altre prime volte continuerà implacabile, il fiume continuerà a scorrere. Eppure, per ogni microscopica singolarità dell´universo, per minuscola e modesta che sia, la prima volta rimane sempre un evento speciale, quella che conta di più e annebbia il peso di tutte le altre (...). È una «bella illusione quella degli anniversari», diceva Leopardi, è la nostra piccola illusione personale, quel frammento di universo tolemaico che, mettendoci al centro, sopravvive in ognuno di noi.
Ma il nostro modo di guardare la prima volta è profondamente cambiato e dipende anche dal nostro mondo sociale. La società tradizionale si appoggiava al valore del sapere tramandato e aveva creato dei meccanismi precisi per neutralizzare l´angoscia della prima volta. Essa combatteva l´incertezza codificando e predisponendo le risposte, disegnando percorsi rituali per evitare che i passaggi aprissero varchi al caos. Con l´avvento della società moderna, le cose sono radicalmente cambiate. La modernità non teme la prima volta, anzi la cerca, affermandosi orgogliosamente come il tempo della discontinuità e della novità. Nella modernità tutto deve sempre ri-cominciare (...).
Il progresso è un cammino in avanti, un formidabile rinnovamento ascendente: andare avanti significa avventurarsi in un territorio dove non ci si era mai spinti, vederlo per la prima volta. Il mondo della perpetua innovazione, il mito fondativo della modernità, non è che una continua e pressante coazione al nuovo, una fabbrica a ciclo continuo di prime volte, una successione di primati, ognuno dei quali divora e cancella quello precedente. Ma proprio perché è diventata un imperativo di sistema, la prima volta nella modernità diventa banale. Certo, essa è sempre l´inizio di un´inebriante libertà, della rincorsa continua dell´esploratore, dello scienziato e dell´artista, è il mito dell´andare oltre, del superare il limite. Ma è proprio qui, in questa ossessione espansiva, che si addensa il problema, è lì che alligna l´angoscia. Non stiamo pensando agli effetti che la passione dell´andare oltre produce nell´ambiente naturale, ma ad un´insidia interna, molto più sottile, quella della ripetizione. L´ossessione della prima volta spinge a ripetere sempre lo stesso gesto, facendo della prestazione una sorta di dovere nell´oceano della competizione universale. Don Giovanni conquista sempre nuove donne, ma si rivela prigioniero di una coazione a ripetere, finisce in un catalogo. Egli, infatti, ripete in modo ossessivo lo stesso atto e questo suo continuo ricominciare gli fa dimenticare il passato. La condanna ad una perpetua innovazione è una forma di ripetizione, una professione: se ci si pensa bene Don Giovanni è molto più ripetitivo delle sue amanti, per le quali cedere al grande seduttore mantiene invece il sapore dell´avventura e della prima volta.
La prima volta è molto più vera quando non figura nel programma.

Repubblica 26.9.11
Sta per uscire in Germania l´epistolario tra i due scrittori durante l´ascesa di Hitler
Le lettere Zweig-Roth "Dio risponde sempre tardi"
di Andrea Tarquini


È uno splendido romanzo dell´esilio narrato in diretta, in cui rivivono gli anni bui dell´Europa e traspare il rimpianto per l´Impero asburgico simbolo del passato multiculturale

BERLINO. Furono due grandi intellettuali-simbolo della Mitteleuropa, entrambi cittadini ebraici dell´Impero austroungarico. Restarono amici in esilio, attraverso la tempesta del nazismo e del fascismo, si confortarono a vicenda con i loro sogni impossibili d´un ritorno a quell´impero multiculturale e tollerante che insieme a patria e casa avevano perduto. Adesso il loro straordinario carteggio sta per uscire, ordinato sistematicamente per la prima volta. Parliamo ovviamente di Joseph Roth e Stephan Zweig. Jede Freundschaft mit mir ist verderblich, cioè "Ogni amicizia con me è deperibile, porta a marcire", s´intitola il bel volume curato da Madeleine Rietra e Rainer-Joachim Siegel, in uscita per i tipi dell´editore Wallstein-Verlag. Pagine eccezionali, in cui l´Europa proprio in questo momento di nuove tempeste rilegge e ricorda la sua Storia e il tesoro sempre vulnerabile della sua civiltà.
«La invito ad Ostenda, qui in Belgio di questi tempi è proibito consumare superalcolici, trovo che questo Schnapsverbot (divieto di bere superalcolici, ndr) sia molto vantaggioso per lei, caro amico». Così scrisse Stefan Zweig a Joseph Roth con una cartolina.
Era il 4 luglio 1936, Mussolini aveva già aggredito l´Etiopia, il Terzo Reich aveva già eliminato i partiti democratici tedeschi nei Lager e la guerra di Spagna stava per cominciare. I due si frequentavano, e l´autore de Il mondo di ieri aveva voglia di rivedere lo scrittore che ricordiamo per La tela di ragno e La leggenda del santo bevitore. Gli mancavano la sua conversazione, la sua compagnia, i suoi consigli. E intanto annotava nei suoi appunti, pensando all´etilismo dell´amico: «La sua tendenza all´autoannientamento si mostra ormai denudata».
Due grandi intellettuali in caduta libera, due tra milioni di vittime designate dell´orrore. Il loro epistolario è un romanzo splendido e triste dell´esilio, narrato in diretta. «Chi dovrei chiamare, se non lei, caro amico? Lei sa bene che Dio risponde molto tardi, il più delle volte dopo la morte», scrive Roth a Zweig. Gli ricorda elogiandolo quel passo del Tempo di ieri che sembrava alludere a una catastrofe annunciata: «Perché libero da ogni radice, e anche dalla Terra che le nutre - oggi sono davvero autentico come raramente accade».
Tra i due, nel carteggio, è l´etilista Roth che appare più lucido nel vedere le nubi nere dell´Olocausto e della guerra all´orizzonte. A Zweig, che gli scrive «la questione ebraica purtroppo si risolve con il venir meno di ogni differenza tra le provette d´Europa», egli risponde: «La Sua saggezza è grande, ma la Sua umanità Le impedisce di vedere il Male. Lei, caro amico, vive di una Fede credendo nel Bene, ma io a volte vedo o sento arrivare segni ingannatori ma in realtà precisi del Male».
Il carteggio fa rivivere gli anni più duri, nella vita dei due esuli e dell´Europa intera che loro narrarono, 73 anni dopo le ultime lettere. Roth e Zweig rimpiangono il passato multiculturale: «Voglio riavere la monarchia (austroungarica, ndr), e voglio dirlo», scrive Roth. Il sogno comune era la vecchia "Cacania" (da K und K, Kaiser und Koeing, le iniziali dell´Impero asburgico, ndr) celebrata da Musil, e insieme qualcosa di più: un´Europa tollerante come e più di quell´Impero perduto, un´Europa in cui viaggiare senza passaporto né controlli, senza odio tra nazioni. Zweig aiuta anche Roth, inviandogli denaro quando egli ne ha bisogno. Roth annota dopo l´incontro a Ostenda, «che bel tempo abbiamo passato insieme». Zweig lo prega di non diluire l´amicizia, «restiamo uniti, noi pochi!». Roth gli risponde duro: «Le mie parole forse non la raggiungono, Lei ascolta solo se stesso, si ritiene la voce del mondo e della ragione». Un lento addio.
L´ultima lettera di Zweig a Roth augura «tutto il meglio, dal cuore, e possa l´anno prossimo non essere peggiore di quello che sta per finire». Data dicembre 1938, il 1939 dell´attacco nazista e sovietico alla Polonia era alle porte.

Repubblica 26.9.11
Tradurre Dante a Teheran
di Vanna Vannuccini



ROMA - Le traduzioni dalle lingue straniere, e in particolare dall´italiano, sono una passione iraniana di cui in Occidente poco sappiamo. Ali Mohammadikhani, vice direttore di Shahr-e Ketab, La Città del Libro - un´organizzazione privata - ha spiegato, in un intervento di qualche giorno fa, alla Casa delle Traduzioni - è in Italia alla ricerca di nuovi progetti di collaborazione. Con le sue traduzioni di filosofia, letteratura classica e moderna, e libri d´arte - spesso con l´originale affiancato alla traduzione - La Città del Libro organizza da anni a Teheran incontri settimanali letterari e filosofici dedicati alla comparazione di autori stranieri e iraniani che poi vengono diffusi nel paese con dvd. Uno dei progetti in corso è la ricerca delle fonti comuni dei viaggi spirituali che accomunano Dante a poeti iraniani come Attar e Sanai. Ma ci sono anche conferenze su autori contemporanei.
In Italia c´è anche il quarantenne Mostafa Mansur, forse lo scrittore più amato oggi in Iran, che è qui per far conoscere il suo primo romanzo tradotto in italiano (presto uscirà la sua ultima opera, sempre per Ponte 33, la giovane casa editrice che traduce esclusivamente letteratura contemporanea di lingua persiana). Nel suo romanzo Osso di maiale e mani di lebbroso racconta di aver affrontato un tema universale: sono uomini e donne sconfitti dalla vita ma che non si rassegnano, e continuano a combattere anche quando interiormente sanno di non avere vie d'uscita.

Corriere della Sera 26.9.11
I cittadini insieme a noi scienziati fermino l'«assassinio di Stato»
di Umberto Veronesi


Non si può tacere di fronte all'assassinio di Stato di Troy Davis, cittadino statunitense di origine afroamericana di soli 42 anni, perché tacere significa acconsentire. Molte istituzioni internazionali hanno espresso il loro sgomento e la loro ribellione di fronte a questa barbarie legalizzata e io voglio unire a questa protesta mondiale la voce della scienza. Nel Convegno appena concluso a Venezia sul «Futuro della Scienza», è stato ampiamente dimostrato che il cervello si rigenera e si riplasma e dunque la persona che è stata uccisa pochi giorni fa, non è la stessa che ha progettato ed effettuato un crimine anni prima, ammesso e non concesso che l'abbia effettivamente perpetrato. Le neuroscienze dimostrano inequivocabilmente l'assurdità della pena di morte, uno strumento barbaro nato in civiltà primitive che avevano conoscenze dell'uomo e del Pianeta infinitamente più limitate e condizioni di vita infinitamente più arretrate. Erano mondi che si reggevano sulla violenza e in cui il valore della singola vita umana era quasi nullo. Possiamo arrivare a capire — senza condividere — che nei Paesi dove ancora oggi sono sistematicamente calpestati i fondamentali diritti umani, possa ancora esistere la pena di morte. Ma è difficile comprendere come lo stesso avvenga negli Usa, che si pongono come faro del progresso e ago della bilancia degli equilibri mondiali. È molto difficile giustificare come la Terra del Futuro, a cui il mondo guarda per comprendere il domani, possa ancora credere in un metodo di controllo della criminalità così primitivo. Oggi, con il bagaglio che abbiamo di conoscenze sul cervello e sulla mente umana, uccidere un assassino risulta un modo per legittimare il principio della vendetta e per legalizzare la cultura della violenza, creando una spirale negativa nella società. Infatti, malgrado dal 1976 (anno in cui la pena di morte è stata reintrodotta negli Usa) siano stati giustiziati 1.043 cittadini, nessun calo di criminalità è stato registrato, anzi: gli omicidi sono 5 volte più frequenti negli Stati Uniti che in Italia.
Inoltre è sempre più ampia fra gli uomini di scienza la schiera dei sostenitori dell'ipotesi ambientale dell'aggressività, in base alla quale la criminalità ha origine appunto nell'ambiente in cui la persona nasce e cresce e dunque soprattutto in modelli educativi sbagliati, o in abusi durante l'infanzia. Se è vero che l'ambiente violento può generare comportamenti violenti, allora è vero anche il contrario: un ambiente non violento può generare comportamenti non violenti. La giustizia ha quindi il dovere di punire e rieducare, ma non ha in nessun modo il diritto di uccidere. Inoltre, cosa ancora più iniqua, il numero di condanne a morte è sproporzionato nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose e non solo in Arabia Saudita, Iran e Sudan, ma anche negli Stati Uniti. L'uccisione di Davis tragicamente lo conferma. In questi giorni gli scienziati e tutti coloro che credono nel valore della vita e lottano quotidianamente per difenderla sono sconsolati, ma va ricordato che il mondo si sta avvicinando all'abolizione della pena di morte: secondo Amnesty International, nel 2010 sono saliti a 96 i Paesi che l'hanno abolita per tutti i reati, e solo 23 condanne sono state eseguite nei Paesi che ancora la mantengono.
C'è una speranza. E in un mondo globale e strettamente interconnesso dal punto di vista economico e culturale, è interesse di tutti che la speranza diventi realtà e ogni forma di violenza venga delegittimata. Per questo la campagna contro l'«uccisione di Stato» deve continuare su ogni fronte. Attraverso Science for Peace io voglio lanciare un nuovo appello a tutti i cittadini perché sostengano insieme ai medici e agli uomini di scienza questo obiettivo, aderendo al movimento. Perché tacere significa acconsentire.

Corriere della Sera 26.9.11
La camera oscura di Aristotele
Dall'antichità a Proust, i pensatori alla prova dell'immagine
di Cesare Segre


Da quando è stata inventata (1838 circa), la fotografia continua a stimolare riflessioni, fantasie, invenzioni. Bloccando un oggetto, più spesso una persona, in un luogo, in un giorno, in un'ora — si parla infatti di istantanea — la fotografia sembra una sfida al tempo che continua, inesorabile, a scorrere. Una sfida particolarmente sensibile quando il soggetto della foto entra nel mondo dei più e la foto continua a renderlo presente, almeno in immagine, possibile oggetto di rimpianto. Ma, a parte la rassomiglianza più o meno spiccata con il suo oggetto, quale realtà ci comunica questa immagine? Il fotografo interviene quasi sempre, dato che sceglie che cosa fotografare, con che angolo fotografare, che cosa mettere in rilievo. Le accentuazioni ottenibili con la luce (per esempio la luce radente) da un lato potenziano dall'altro falsano, perché la natura ha sue luci, di solito più discrete. Alle fotografie vengono apposte talora didascalie, che chiariscono ma possono anche mistificare. Perché, se ci sono foto che denunciano con il loro efficace realismo, ci sono anche foto faziose e ci possiamo trovare a dover sconfessare le nostre iniziali emozioni.
Si può dire che il proprio della fotografia era già stato previsto con secoli di anticipo: per esempio il mondo classico conosceva la «camera oscura», essenziale ancor oggi per la tecnica fotografica; della «camera oscura» Aristotele dà un'esatta descrizione. E ancora oggi la macchina fotografica o cinematografica si chiama, in molte lingue, «camera». Anche nel mito o nella leggenda sembra di cogliere presentimenti di fotografia: la testa di Medusa, sul petto di Atena, pietrificava chi osasse guardarla e Veronica, detergendo con un panno il volto di Gesù che saliva al Calvario, v'impresse i suoi tratti fisici, come ci raccontano appunto le «veroniche», vere icone, oggetto di culto in molte chiese. Anche procedimenti fotografici, soprattutto il rapporto positivo-negativo, sono stati invocati per la Santa Sindone di Torino.
L'argomento è inesauribile; quello che colpisce è la prontezza con cui scrittori e pensatori avvertirono subito le infinite implicazioni della fotografia. Perciò è stato coraggioso Remo Ceserani, ottimo comparatista, a dedicare all'argomento un ricchissimo volume (L'occhio della Medusa. Fotografia e letteratura, Bollati Boringhieri, pp. 390, € 29). Ceserani abbandona subito l'idea di teorizzare il suo argomento; preferisce guidarci tra gli scrittori che hanno conferito una funzione importante alla fotografia in qualche loro scritto, illustrandone le riflessioni. Si vedano nel volume l'Elenco cronologico dei testi, che contiene oltre 300 titoli, dal 1840 al 2010, e le oltre 70 pagine di Riferimenti bibliografici. Dunque, Ceserani affronta gli scrittori che hanno definito e utilizzato più accortamente il loro rapporto con la fotografia: si tratta di autori di primo piano, da Proust a Tournier, dalla Yourcenar a Lalla Romano, da Barthes a Perec, da Bioy Casares a Tabucchi, raggruppati in base all'attenzione per i diversi problemi del rapporto tra immagini e invenzione letteraria.
Abbiamo perciò capitoli su «Il fotografo come personaggio» o su «La memoria, il ricordo, la reliquia», che tutti insieme ci propongono un attraente percorso di lettura. E va detto che le analisi di Ceserani sono molto approfondite, veri saggi su questi scrittori, alla luce dei problemi dell'immagine. Solo come esempio, rinvio alle pagine su Tabucchi, in particolare sul romanzo Il filo dell'orizzonte, dove Ceserani è persino in grado di rilevare nello scrittore reminiscenze di liriche di Rilke (del resto il romanzo Requiem prende proprio il titolo di una raccolta di liriche rilkiane).
Tra gli argomenti trattati, uno dei meno consueti è l'atteggiamento predatorio che hanno talora, come notava Calvino, i fotografi dilettanti: puntano le loro vittime attraverso il mirino, premono lo scatto come un grilletto; catturano la preda, impossessandosi della sua immagine. E spesso, particolarmente fra i primitivi, la vittima di questo atteggiamento cerca di sottrarvisi, talora anche per motivi religiosi, ma talora per istinto. E si capisce che a volte il fotografato non ami far circolare la foto, quasi rifiutasse di immettere la sua immagine in ambienti che non ama. Non dimentichiamo poi che un'immagine può essere oggetto di altre aggressioni, come quelle, potenzialmente letali, messe in atto nella magia nera. Non a caso, il divieto biblico di rappresentare la figura umana è in rapporto con una concezione non idolatrica della divinità: Dio, ineffabile, comunica con noi solo attraverso la parola, che non può essere rappresentata.
Ceserani, è ovvio, fa spesso riferimento all'ambiente culturale in cui si diffonde l'interesse per la fotografia. Abbozza subito un panorama complessivo dei diversi modi d'intendere il procedimento che caratterizza le varie ideologie e mode culturali, partendo dal Positivismo, dal Naturalismo e dal Verismo che videro la sua affermazione. Nota poi che le avanguardie novecentesche mostrarono «uno spiccato interesse per gli aspetti soggettivi e creativi della sperimentazione fotografica», mentre le ideologie tardonovecentesche e postmoderne «si sentirono attratte proprio dalla qualità manipolatoria e artificiosa, da simulacro, della fotografia». Ma poi, nelle pagine successive, questo panorama riappare, via via meglio precisato, come uno sfondo cangiante alle storie che l'autore ci racconta.

Corriere della Sera 26.9.11
Il conservatore che è in tutti noi
di Giulio Giorello


Narra il Vangelo secondo Matteo (27, 52-53) che quando Gesù spirò in croce «i sepolcri si aprirono e molti corpi dei Santi, che dormivano, risuscitarono». Sarà forse per questo che «sino a qualche anno fa i certificati di morte nel Belpaese avevano una scadenza», si chiede tra il serio e il faceto Armando Torno nel suo Paradosso dei conservatori (Bompiani, pp. 102, € 14). Burocrazia è ormai sinonimo di paura di cambiare, di conservatorismo, dunque, sterile e ottuso: che ora minaccia, con la rivoluzione informatica, di sostituire alla «gestione delle carte» un nuovo tipo di controllo capillare.
Lo storico romano Tacito aveva già capito: i burocrati esercitano «poteri di re con animo di schiavi». Ci sentiremmo tutti dei virtuosi rivoluzionari se potessimo sperare di «spazzar via tutti i mostri», come incitava il «Quotidiano del Popolo» di Pechino il 1° giugno del 1966, agli esordi della Rivoluzione culturale voluta dal presidente Mao. Peccato però che anche chi spazza via i mostri possa rivelarsi mostro lui stesso. Meglio allora guardarsi allo specchio e riconoscere che, se non lo si nasce, «si diventa conservatori o ci si ritrova tali senza accorgersene» e ciò soprattutto perché ogni individuo tende il più possibile a conservare se stesso e le sue proprietà.
Migliore di quella di Mao Zedong pare la lezione sull'«egoismo» impartita da Thomas Hobbes o da Baruch Spinoza o magari da Max Stirner: al contrario che nei momenti eroici dell'Occidente, quando «con entusiasmo si correva verso gli anni a venire», oggi «noi cerchiamo di conservare il nostro passato». E infatti vogliamo salvare la Terra, risparmiare nell'uso delle fonti di energia, proteggere l'ambiente, tutelare il patrimonio artistico, immunizzare la scuola (di ogni ordine e grado) da riforme affrettate o cattive, per non dire della ostinata difesa del proprio corpo dagli urti del tempo o la tenace protezione del posto di lavoro fisso nell'epoca della flessibilità globalizzata.
«Conservatore» resta ancora una parolaccia in certi ambienti politici; ma pare sempre di più denotare non una scelta ideologica, bensì una condizione esistenziale, frutto magari perverso della stessa crescita tecnico-scientifica. Il pamphlet di Torno non è indirizzato a una particolare fazione o partito (a differenza di un piccolo classico del genere, il Manifesto dei conservatori del filosofo britannico Roger Scruton, edito in Italia da Raffaello Cortina nel 2007). Costituisce piuttosto una «modesta proposta» alla Jonathan Swift: convivere con quel conservatore che è in noi e spesso si esprime più a livello d'istinto che di ragione, non solo nel contesto sempre più offuscato di quella che una volta si chiamava la bella politica ma anche dell'economia, dell'ecologia, dell'estetica e della morale.
Il conservatore non è necessariamente un reazionario quanto un disincantato osservatore della storia, come annotava nel secolo scorso un rivoluzionario come György Lukács: «L'unica strada "onesta" nella vita non consiste forse nel lasciare appassire le cose e seppellire poi i morti?». Eppure, come insegna il Vangelo, «quante volte risorge dalla propria morte chi è stato sepolto?».
Il paradosso è proprio questo: quando mette in pratica la propria «onestà», il conservatore si trova a innovare, persino controvoglia. Quante rivoluzioni conservatrici ha conosciuto l'Occidente (tra le ultime, quelle di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan)! Ma si è trattato a modo loro sempre di rivoluzioni. Così, nella questione ecologica chi per garantire uno sviluppo sostenibile cerca fonti di energia alternativa si trova ad alterare il paesaggio con pale eoliche o pannelli solari. E chi, nelle grandi tradizioni religiose, vuole «fermare il tempo» contro il dilagare di inquietanti novità, finisce lui stesso col cambiare il dogma e il rito. Armando Torno, insieme musicologo e cultore di scienze esatte, sa bene che la tensione tra innovazione e conservazione innerva sia l'armonia delle note sia quella che lega gli astri. Si tratti di Keplero o di Newton piuttosto che di Händel o di Haydn o magari di Einstein o di Schönberg, l'importante è però che il pensiero resti «deliziosamente permeato di prudenza».

La Stampa 26.9.11
Papa Ratzinger e il monolite della dottrina
di Gian Enrico Rusconi


Basta la simpatia comunicativa per rimettere in moto la fede, per rilanciare un solido dialogo ecumenico, per ricominciare un dialogo con il mondo laico che da tempo si è interrotto?
In realtà il viaggio di Papa Ratzinger in Germania si conclude con il paradosso di un successo mediatico che nella sostanza lascia le cose come stanno.
Rimane infatti l’immobilismo teologico, l’immobilismo dottrinale sui grandi temi dell’etica personale, sessuale e familiare che sono quelli che toccano in profondità milioni di credenti. Non è una curiosità cronachistica che tra le autorità tedesche che hanno ricevuto cordialmente il Pontefice c’è il Capo dello Stato, cattolico, divorziato e risposato, il sindaco di Berlino cattolico, gay dichiarato e impegnato per il pieno riconoscimento giuridico a tutti gli effetti dell’omosessualità, e la cancelliera figlia di un pastore evangelico, a sua volta divorziata e risposata. E tutti sono sinceramente aperti verso la religione, cui riconoscono un decisivo ruolo pubblico - proprio come dice Ratzinger - salvo dissentire su questioni che il Pontefice ritiene cruciali. È tutto un equivoco? O è un punto che merita una riflessione?
In Germania accanto alle voci critiche di semplici cittadini, c’è un forte gruppo di teologi professionali, che da tempo pubblicamente espongono le loro obiezioni e fanno proposte innovative ben argomentate - dalla questione del celibato, alla posizione della donna nella struttura della Chiesa o l’accesso all’eucarestia dei credenti divorziati. Per tacere del dibattito sulle questioni bioetiche che influisce anche sulla legislazione (come ha mostrato la recente risoluzione del parlamento tedesco sulla diagnosi pre-impianto). Ma non mi risulta che Papa Ratzinger in questi giorni abbia riconosciuto, sia pure indirettamente, la legittimità e la rilevanza di queste discussioni.
Si obietterà che il Pontefice non poteva «scendere» sul terreno di questi argomenti. Ma questa è una strana obiezione per chi dice di porre il discorso della fede al centro della vita, del vissuto quotidiano. Diciamo semplicemente che da questo Pontefice, che pure ha mostrato una straordinaria, toccante ed efficace reazione allo scandalo della pedofilia, non ci si può attendere sui temi etici ricordati sopra alcuna innovazione teologica o anche soltanto il minimo scostamento dalla dottrina tradizionale. La percezione della crisi della Chiesa nel mondo occidentale - di cui pure il Papa ha parlato espressamente - richiede secondo Ratzinger «un rinnovamento della fede», non modifiche strutturali o dottrinali. E lo ha ripetuto in Germania che è la nazione europea di tradizione cristiana dove è più viva - anche grazie al pluralismo confessionale - una riflessione teologica e religiosa non conformistica.
In realtà dietro all’immobilismo dottrinale della Chiesa cattolica c’è un intuizione paralizzante: anche i problemi minori (il riconoscimento delle coppie di fatto, un mutamento di atteggiamento verso i credenti in posizioni familiari «irregolari» o l’accettazione della omosessualità) spingono verso una riconsiderazione antropologica della «natura umana» tale che, presa sul serio, fa saltare tutta la costruzione su cui poggia la dottrina tradizionale. Ma su questo punto la Chiesa non è capace di innovazioni che implicherebbero un atteggiamento diverso verso le moderne scienze dell’uomo e un rapporto nuovo verso la laicità. La laicità in particolare, lungi dall’essere riconosciuta nella sua piena legittimità e autonomia, viene declassata nella semplicistica e strumentale distinzione e contrapposizione tra laici (autorizzati dalla Chiesa) e laicisti (tutti gli altri).
Ma torniamo nel campo della fede, ad un tema cruciale della visita papale in Germania: il rapporto ecumenico, in particolare quello tra confessione cattolica e confessione luterana ed evangelica. Anche qui si è rivelata tutta la personalità di Ratzinger. Schietto e convincente nel riconoscere la grandezza spirituale di Lutero, ma insieme intransigente nel mantenere gli insuperabili confini dogmatici che storicamente da quella storica grandezza sono sorti - in modo irreversibile.
Negli incontri tra la Chiesa evangelica e il Papa molti si auguravano ingenuamente un gesto religioso rivoluzionario: la celebrazione comune della Cena eucaristica. Non so come si sia potuta creare questa aspettativa che la dice lunga sulla crescente lontananza di sensibilità tra i semplici fedeli e le gerarchie ecclesiastiche, qualunque motivazione teologica queste possano addurre. Ma non c'è dubbio che una Cena eucaristica comune avrebbe dato un duro colpo a tante altre certezze teologiche su cui la Chiesa cattolica ha costruito storicamente la sua identità.
La reazione degli evangelici, in particolare dei rappresentanti più alti della loro Chiesa, è stata articolata. Molti hanno espresso delusione, altri invece hanno riconosciuto comunque nel comportamento del Pontefice un altro passo avanti verso l’ecumenismo.
Guardando con occhio laico a questa vicenda, non è facile trarre conclusioni. Le Chiese, a prescindere dalla denominazione confessionale, sono spesso solidali tra loro sui grandi temi bioetici, quando ad esempio fanno fronte comune contro quelli che considerano i possibili deragliamenti delle biotecnologie. Ma su altri temi attinenti la sessualità (del tipo di quelli citati sopra) ci sono significative differenze tra loro. Soltanto la Chiesa cattolica si presenta dottrinalmente come un monolite soprattutto nelle sue condanne - quasi esistesse una linea perversa continua che va dalla contraccezione all’uso selvaggio delle biotecnologie, passando per l’omosessualità considerata comunque una patologia. Gli atteggiamenti pastorali più comprensivi e i correttivi tacitamente introdotti nulla tolgono alla sostanziale inadeguatezza dottrinale che deve fare i conti con situazioni insostenibili, con il rischio di mettere a repentaglio gli stessi fondamenti teologici da cui presuntivamente fa discendere la dottrina morale.
Diverso - anche se molto differenziato - è l’atteggiamento delle Chiese riformate che rimangono tuttavia solidamente ancorate al presupposto della centralità e della autonomia della coscienza individuale e della sua responsabilità. Se le cose stanno così il dialogo tra le Chiese in Occidente ha davanti a sé ancora una lunga strada accidentata.

La Stampa 26.9.11
Parigi Anni 20: le follie dell’avanguardia
Picasso, Dalì, Modigliani: tra le due guerre la città fu una fucina di movimenti e creatività. Una grande mostra a Ferrara la racconta
di Marco Rosci


"I nudi di Modì, i primi mobiles di Calder e la nascita del surrealismo Le sperimentazioni negli Anni 30 vedranno gli opposti ostracismi di nazismo e stalinismo"

FERRARA. Prima che New York e l’America prendessero negli Anni 50 il sopravvento, fu Parigi la capitale dell’arte del Novecento. La Ville Lumière tra le due guerre era una sorta di fucina di movimenti e di idee, vide artisti di tutto il mondo accorrervi per capire le nuove forme e i nuovi linguaggi che Picasso, Ray, Léger, Modigliani Dalí andavano sperimentando. A questo irripetibile crogiuolo di creatività è dedicata la mostra «Gli anni folli», che mette in vetrina la città ombelico delle avanguardie artistiche e letterarie fra ritorni all’ordine, eredità cubofuriste, astrattismi e surrealismo (i movimenti che hanno segnato il «Secolo Breve» videro dopo gli Anni 30 gli «opposti ostracismi» del nazismo e dello stalinismo).
A raccontare tutto questo è un’esposizione intelligente nelle scelte e negli accostamenti, curata a Palazzo dei Diamanti da Simonetta Fraquelli, Susan Davidson e Maria Luisa Pacelli. In vetrina in tutto una novantina fra dipinti, sculture e fotografie. Proprio alcune foto d'epoca, che accompagnano i saggi introduttivi, ne illustrano lo spirito di fondo. Tra queste troviamo Silvia Beach e James Joyce nella segreteria della libreria «Shakespeare and Co.», con alle spalle manifesti di conferenze sullo «scandalo Ulysses» (l’opera dello scrittore irlandese ha segnato la letteratura del ‘900 proprio come le opere di Picasso & C. ne hanno segnato l’arte) o la Tour Eiffel notturna, con le luci mobili a spirali e i marchi Citroën, in occasione dell'Expo des Arts Décoratifs nel 1925. Vi sono inoltre gli interni della casa del mercante Léonce Rosenberg con i quadri di De Chirico e di Savinio e Scacchiera di Man Ray, 20 ritratti di artisti e letterati surrealisti su fondi bianchi e neri. Siamo nel ‘34, un anno prima delle rotture interne del gruppo in seguito alla denuncia dello stalinismo da parte di Breton e Eluard. Vi è infine lo stupendo ritratto di profilo di Picasso realizzato da Cecil Beaton nel 1933 nella sua casa di Rue de La Boétie, con lo sfondo flou di un quadro di Bagnante di Renoir.
La mostra si apre proprio con due grandi quadri di vecchi superstiti, La fonte di Renoir e Il ponte giapponese a Giverny di Monet. Quasi a testimoniare come questi abbiano influenzato gli artisti a venire. Il primo salone esibisce sul fondo due Nudi sdraiati contrapposti di Modigliani e di Foujita, vere e proprie insegne ed emblemi delle follie di Montparnasse. Essi serrano al centro la verticale dello S tudio a Montparnasse di Nevinson del 1926, della Tate Gallery. A circondare questi capisaldi ci sono opere non sempre dello stesso livello qualitativo. Lo slancio déco della Rossa di Kisling, con la sorpresa dechirichiana della mezza figura nera dietro alla tenda di spalle, surclassa agevolmente la solita Tamara de Lempicka, che pure era una star dell’epoca. Il Ragazzo con i pantaloni corti di Modigliani da Dallas, il Chierichetto di Soutine, il geniale fil di ferro aereo Senza titolo del giovane Calder parigino sono nettamente più significativi e rappresentativi del Gallo del 1928 di Chagall e del Nudo di Matisse da Lugano.
Viene poi evidenziata, con scelte di ottima qualità, l’alternativa fra l'eredità cubista dei maestri e dei «puristi» e la nascita dell'astrattismo. Da un lato si susseguono Chitarra, bicchiere e fruttiera di Picasso del 1924 da Zurigo, il capolavoro di Braque Il tavolino rotondo del 1928 da Copenhagen, ottime scelte di Léger e di Gris, le eleganze architettoniche puriste delle tele di Ozenfant e di Le Corbusier. Dall’altro due tipici Mondrian del 1922 e 1926 sono abbinati all'ulteriore sorpresa di una tela di Calder della Fondazione Calder di New York.
Di grande fascino scenico è la sala dedicata alle concessioni da parte del Dansmuseum di Stoccolma, intitolato a Rolf de Maré, l’erede di Diaghilev creatore nel 1920-25 dei Balletti Svedesi, con bozzetti di scena e di costumi di Léger, e costumi di Larionov, di Matisse e di De Chirico. Altrettanto affascinante è la sezione fotografica, con il suo incrocio fra la tradizione dell’oggettività documentaria e sociale del mondo urbano e l’innovazione della soggettività anche sperimentale dell'operatore: la Parigi di Atget, di Kertész con gli occhiali e la pipa di Mondrian del 1926, della Krull, della Bing, di Man Ray.
La parte successiva esalta il contrasto, ma anche la profonda inquietudine che c’è nella nuova plasticità del «ritorno all'ordine» postavanguardista. Abbiamo così le due Maternità di Picasso del 1921, il fondamentale Due figure mitologiche di De Chirico del 1927, due Derain del 1923, e le opere di Duchamp del 1919-21, con i rifacimenti del 1974, e Obstruction di appendiabiti del 1920 di Man Ray, anch’esso rifatto nel 1964. Queste icone del trasferimento di Dada da Zurigo, dalla Germania e da New York a Parigi, aprono la strada all’ultimo capitolo dedicato al surrealismo. Le scelte sono giustamente limitate fra gli ultimi Anni 20 e i primi Anni 30: da Arp a un bel Dalí del 1935, con giusto primato pittorico di Ernst, Miró, Masson, Magritte e un bellissimo bronzo di Donna cucchiaio di Giacometti del 1926.

GLI ANNI FOLLI LA PARIGI DI MODIGLIANI, PICASSO E DALÍ 1918-1933 FERRARA PALAZZO DEI DIAMANTI FINO ALL’8 GENNAIO 2012

Corriere della Sera 26.9.11
Parlare con i segni, ora è una lingua
Gli scienziati contro un testo di legge che trascura il carattere identitario dell'idioma usato dai sordi
di Massimo Piattelli Palmarini


P er dimostrare la sottigliezza, la completezza e la rapidità delle lingue dei segni vorrei portare un dato personale. In tre corsi universitari avanzati, da me tenuti all'Università dell'Arizona, avevo costantemente al mio fianco un interprete che rendeva, nella lingua dei segni più diffusa negli Stati Uniti (la Asl, American Sign Language), in tempo reale, per due studenti sordi regolarmente iscritti, tutto quanto dicevo in inglese. Si noti, erano corsi avanzati e non lesinavo termini tecnici, concetti complessi e commenti. Una lingua dei segni, infatti, a dispetto di un pregiudizio assai diffuso, è una lingua a pieno diritto, come l'italiano, l'inglese, il cinese. Non è un rudimentale veicolo di comunicazione a gesti né una serie di pantomime. Qualsiasi pensiero che può essere espresso in una lingua parlata può essere altrettanto bene e rapidamente espresso in una lingua dei segni. Nelle comunità di sordi segnanti, in tutto il mondo, in lingue tra loro tanto diverse quanto lo sono le lingue parlate, si raccontano storielle, si ride dei doppi sensi, si compongono poesie.
Purtroppo tutto ciò non sembra essere chiaro al legislatore italiano, come ha denunciato il professor Rino Falcone, attuale direttore dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, in un articolo sulla rivista web «Scienza in rete» (www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/lingua-dei-segni) fortemente critico verso la nuova legge sulla Lingua dei segni italiana (Lis) in discussione a Montecitorio. «Nel caso il testo dovesse essere approvato — mi dice — le persone sorde verrebbero fortemente penalizzate, in quanto risulterebbe messo in discussione il valore di identità che attribuiscono alla Lis. Una lingua infatti determina ed esprime non soltanto la capacità comunicativa delle persone che la utilizzano, ma è in grado di modulare e rappresentare i fattori psicologici alla base della comunicazione e della cognizione. È anche attraverso una lingua che idee, emozioni e sentimenti assumono lo spessore della condivisione».
La commissione Affari sociali della Camera ha approvato il 26 luglio una versione della legge profondamente modificata rispetto al testo proveniente dal Senato, togliendo molti riferimenti importanti. Per fare degli esempi concreti, è stata cancellata la norma finalizzata a promuovere «l'insegnamento, e l'uso da parte degli studenti, della Lis» a livello universitario e nella formazione post lauream. Mentre è stato aggiunto un riferimento esplicito alla ricerca, dove si promuove la ricerca solo (Falcone sottolinea il «solo») nel campo della tecnologia biomedica e non si fa nessun riferimento alla ricerca linguistica, psicologica, neuropsicologica e pedagogica relativa alla sordità e in particolare alla Lis e al suo uso.
«L'indesiderabilità di questa legge — commenta Falcone — sta nel suo non tener conto di due esigenze fondamentali: la prima è favorire e rispettare le pratiche positive che le comunità hanno costruito al loro interno e con le altre parti di comunità esterne (con l'ovvia eccezione dei casi in cui ci siano potenziali danni o discriminazioni); la seconda è seguire le indicazioni provenienti dalle conoscenze scientifiche più aggiornate».
Un'esperta internazionalmente nota di neuropsicologia cognitiva, Daniela Perani, ha scritto il seguente commento all'articolo di Falcone: «Sostengo assolutamente la Lis come il vero linguaggio delle persone non udenti. La Lis non è un supporto alla sordità, nasce dalle capacità del nostro cervello. Basti pensare che bambini sordi all'età di pochi mesi, come i loro coetanei udenti, hanno la cosiddetta lallazione, ma usano precisi segni delle mani per questo. Inoltre la Lis non è unica ma ogni Paese ha una sua propria lingua dei segni, con sfumature diverse all'interno dello stesso Paese. Se la legge ha i limiti descritti da Falcone, rivela l'ignoranza dei suoi proponenti».
Gli studiosi non hanno dubbi sulla natura delle lingue dei segni. Il massimo linguista vivente, Noam Chomsky, da me interpellato, è lapidario: «Ricerche scientifiche di enorme interesse, in oltre trent'anni, hanno dimostrato che le lingue dei segni sono sotto ogni aspetto identiche alle lingue parlate, salvo ovviamente il diverso canale sensoriale usato per esternalizzarle. Questa identità comprende non solo la loro struttura e il loro design ma anche, molto significativamente e in larga misura, l'uso della lingua e il modo in cui viene acquisita dal bimbo sordo. Queste scoperte si sono rivelate molto sorprendenti, ma non lasciano oramai più alcun dubbio e le lingue gestuali sono da anni fermamente incorporate nell'ambito della teoria linguistica generale».
Se possibile, ancora più lapidarie sono due illustri studiose, ex allieve di Chomsky: Ursula Bellugi del Salk Institute a San Diego in California e Laura Petitto, attualmente direttrice di un centro di ricerche nella più famosa scuola per sordi, la Gallaudet University, a Washington. Ursula Bellugi è tagliente: «Dopo tanti anni di splendide ricerche sulle lingue dei segni, è semplicemente stupido che i legislatori italiani progettino una legge simile».
Laura Petitto mi dice, senza peli sulla lingua: «Negli ultimi 52 anni, accurate analisi linguistiche hanno messo in evidenza la ricchezza delle lingue dei segni, a ogni livello. Esse sono lingue reali sia dal punto di vista pratico sia da quello formale. Le comunità di sordi, minoritarie nei Paesi in cui vivono, hanno la loro lingua, con tradizioni, sfumature, humour, arti, teatri, riviste specializzate, intere filmografie. Esiste anche una particolare espressione musicale e di danza. Tutto questo lega tra di loro i membri di queste comunità».
La Petitto è tra coloro che hanno recentemente dimostrato l'identità delle attivazioni cerebrali nelle aree del linguaggio tra persone udenti esposte a una lingua parlata e persone sorde esposte a una lingua dei segni. Essendo di origine italiana, mi parla con ammirazione della comunità dei sordi nel nostro Paese e degli insigni studiosi che hanno analizzato e promosso la Lis.
Passo, quindi, la parola alla studiosa più nota: Virginia Volterra, autrice non solo di numerosi fondamentali lavori, ma anche grande benemerita della comunità dei sordi in Italia, per la sua opera di sostegno e promozione della loro lingua e della loro cultura. Storicamente tra il 1880 e il 1980, mi spiega, «il metodo di rieducazione strettamente oralista utilizzato con i bambini sordi era ancora dominante in Italia. Tra le motivazioni che avevano portato gli educatori dei sordi a prendere decisioni così risolute contro l'uso dei segni figurava senza dubbio il timore che l'acquisizione della lingua dei segni portasse la persona sorda ad allontanarsi dal mondo degli udenti, isolandosi e diventando irraggiungibile, tanto sul piano delle norme della collettività, quanto sul piano del catechismo e del verbo religioso».
Però, per fortuna, le cose cominciarono a cambiare, in gran parte grazie all'opera della stessa Volterra e di altri suoi colleghi e la piena dignità linguistica delle lingue dei segni fu riconosciuta, anche in Italia. Progressivamente, la comunicazione in segni si inseriva nella società civile. Prima era usata quasi solamente nei circoli, nelle famiglie di sordi, nelle scuole speciali (fuori delle classi), al bar e nelle attività sportive, perché c'era spesso vergogna o reticenza a usare la mimica nei luoghi pubblici. Gli utenti conoscevano sia i segni sia l'italiano parlato e scritto, ma le due forme di comunicazione restavano in qualche modo separate.
La lingua dei segni italiana (Lis) è attualmente oggetto di insegnamento universitario, a Roma, Venezia, Milano, Forlì, Pisa, Siena, Palermo e Trieste. Sono stati pubblicati ampi manuali e dizionari, si formano, nelle scuole interpreti, dei traduttori in simultanea, si scelgono tesi di laurea e gli udenti, in buon numero, decidono di imparare la Lis per proprio arricchimento culturale. Dal 1993 (Tg4) e 1994 (Rai Uno) sono trasmessi i primi telegiornali con l'interprete che traduce in Lis (dal 1995 anche il discorso di fine anno del presidente della Repubblica) e questo, insieme ai dizionari, determina l'inizio di un primo processo di standardizzazione della lingua.
Doverosamente sparisce il tradizionale, ma sbagliatissimo, termine «sordomuti». La Volterra dice che sarebbe come usare il termine «ciecoanalfabeta» per i non vedenti, solo perché si servono dal Braille per leggere e scrivere. «Linguisti, psicologi e filosofi — continua — come Carlo Cecchetto dell'Università Milano-Bicocca, Sandro Zucchi dell'Università degli Studi di Milano, Anna Cardinaletti alla Ca' Foscari a Venezia e Caterina Donati all'Università di Roma La Sapienza stanno indagando gli aspetti grammaticali e sintattici, stimolando l'organizzazione di corsi Lis, la preparazione di tesi di laurea e dottorato. Esplorazioni approfondite dei componimenti poetici in Lis sono state condotte dai compianti Tommaso Russo Cardona ed Elena Pizzuto presso il Cnr. Molto resta ancora da fare, ma gli studi hanno dimostrato ancora una volta che la ricerca teorica può avere importantissime ricadute sul piano applicativo e incidere in ambito sociale ed educativo. Soprattutto, gli studi sulla Lis hanno messo in evidenza il valore di identità che le persone sorde attribuiscono oggi alla loro lingua».

domenica 25 settembre 2011

il Fatto e The Independent 25.9.11
Gerusalemme senza speranza. Nessuno crede nell’Onu
Tutti qui si aspettavano il voto di Obama
i turisti stranieri alzano le spalle di fronte ai soprusi dei soldarti israeliani
di Robert Fisk


Gerusalemme. Sulla “Via Dolorosa” di Gerusalemme mi è capitato di scambiare quattro chiacchiere con un tizio di mezza età che indossava una t-shirt rossa, aveva un filo di barba e un tappeto per la preghiera arrotolato sotto il braccio sinistro.
Ovviamente gli ho chiesto cosa ne pensava del discorso di Barack Obama. Mi ha risposto con una specie di smorfia quasi sapesse che immaginavo cosa stava per dire: “Che potevamo aspettarci?”, mi ha chiesto. Perfetto. Dopo tutto in settimana Haaretz aveva già parlato del “presidente Barack Netanyahu” proprio mentre il ministro degli Esteri razzista di Israele, Avigdor Lieberman, aveva reso noto che avrebbe sottoscritto quel discorso con tutte e due le mani. Forse – riflettevo – Obama voleva veramente essere eletto... alla Knesset. 
Ma quello che più colpiva per le strade di Gerusalemme era la sensazione di rassegnazione, di stanca accettazione. I giornali israeliani avevano parlato del pericolo di gesti di violenza, ma la folla riunitasi di primo mattino a Al-Aqsa per la preghiera si era limitata a srotolare il tappeto e aveva mostrato scarso interesse a commentare il discorso di Obama. Forse il veto degli Stati Uniti all’Onu accenderà qualche reazione più appassionata, ma francamente ne dubito. È un po’ come all’indomani delle foto sulle torture nella prigione di Abu Ghraib quando gli americani limitarono il numero di quelle che potevano essere rese pubbliche nel timore   di scatenare la rabbia degli iracheni. Quel giorno ero a Baghdad e ricordo che nessuno mostrò nè sorpresa nè rabbia. Che mi aspettavo? In fondo gli iracheni sapevano già tutto di Abu Ghraib. La stessa cosa è accaduta a Gerusalemme   . I palestinesi osservano da 44 anni l’acritica accettazione da parte degli americani dell’occupazione israeliana: la più lunga occupazione della storia. Sapevano già tutto. Solo noi occidentali ci lasciamo stupire e scandalizzare dalle foto delle torture e dall’ipocrisia di Obama.
I PALESTINESI hanno persino accettato le regole imposte da Israele riguardo alla preghiera del mattino. Nessuna persona al di sotto dei 50 anni di età è ammessa a pregare sulla spianata delle moschee. Per questa ragione quanti non hanno avuto la possibilità di entrare hanno srotolato il tappeto sull’asfalto e sul selciato dando l’impressione che la spianata delle moschee fosse ancora più grande. Persino la polizia di frontiera   israeliana e gli agenti delle forze dell’ordine si sono comportati come se nulla fosse. C’era una sensazione di normalità interrotta dalle urla isolate di un giovane. Ma un po’ tutti – palestinesi e israeliani – scrollavano le spalle indifferenti   .
Al posto di frontiera il capitano non mi ha nemmeno chiesto il passi che viene rilasciato alla stampa; ha fatto un gesto stanco con il capo e ha alzato la sbarra. Le troupe televisive israeliane hanno ovviamente filmato gli israeliani che impugnavano le armi di assalto e i manganelli. E dal momento che per me la verità è sacra, non faccio fatica ad ammettere che in questo momento non credo ci sianoaltrenazionidelMedioOriente con una polizia disposta a com-portarsi in maniera così indifferente dinanzi alle telecamere. Inutile dire che i coloni israeliani della Cisgiordania, almeno i più esagitati, non amano essere filmati o fotografati. Per questo si coprono il viso con i fazzoletti quando attaccano i palestinesi. E certo imbrattare   il muro della moschea di Qusra, a 30 miglia da Nablus, con la scritta in ebraico “Maometto è un porco” non mi è sembrato un gesto utile a migliorare le relazioni arabo-israeliane. I palestinesi hannocancellato“èunporco”,maovviamente non hanno toccato il nome del Profeta. Lo stesso spettacolo potete ammirarlo sui muri dell’insediamento ebraico di Hebron.
MA ORMAI, come ho detto, una sorta di stanca normalità avvolge tutto come una nebbia, anche il muro che isola Gerusalemme e sfregia il paesaggio e che è una odiosa cicatrice che dovrebbe accecare sia i palestinesi sia gli israeliani. Noi occidentali abbiamo smesso di parlarne. Per questo forse lo chiamiamo “barriera di sicurezza” e non muro. Insomma un problema che, per dirla con le parole di Obama, va risolto “dalle parti in conflitto”. E l’altro giorno è successa una cosa che fa capire meglio di cosa sto parlando. 
Terminata la preghiera sulla spianata delle moschee la polizia era pronta per rientrare in caserma e i negozianti si apprestavano a riaprire le loro botteghe quando una vecchia palestinese vestita di nero si è avvicinata con andatura incerta tenendo in mano due grosse scatole di cartone vuote. Le ha posate in terra e ha cominciato a mettere sopra gli scatoloni la povera merce che aveva da vendere: vestiti per bambini dall’aspetto pacchiano e scarpine di plastica decorate con delle stelline.
A quel punto un soldato le ha ordinato di spostarsi di un metro. Non si capiva il motivo di quell’ordine – forse era annoiato, ho pensato, e voleva divertirsi un po’ – ma la vecchia ha cominciato ad urlare in arabo che “era tutto finito”. Credo volesse dire che era “finito” per i palestinesi o forse per gli israeliani. Il soldato si è messo a ridere e ha ripetuto le parole della vecchia in arabo. “Sì, è tutto finito”, ha detto e forse pensava alla preghiera del mattino.   E mentre il soldato continuava a sbeffeggiare la vecchia e a prendere a calci le scatole di cartone, dalla Via Dolorosa è arrivato un gruppo di turisti. La vecchia si allontanava urlando e i turisti – biondi, occhi azzurri, tedeschi – capivano benissimo cosa stava succedendo.
Senza girare la testa hanno sbirciato in direzione della vecchia che urlava e del soldato che prendeva a calci gli scatoloni di cartone. Sono rimasti impassibili come se quella scena disgustosa fosse un aspetto normale della vita di Gerusalemme. Non hanno avuto il coraggio di guardare apertamente verso la donna e il soldato. E certamente non hanno pensato nemmeno per un attimo di intervenire. Ma hanno tirato dritto indifferenti per la loro strada.
© The Independent Traduzione  di Carlo Antonio Biscotto

Corriere della Sera 25.9.11
«Le difficoltà della Chiesa perché la fede è in crisi»
Benedetto XVI: il nostro male è l'eclissi di Dio
di G.G.V.


FRIBURGO — «La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede». Ci sono parole che dette da un Pontefice suonano come la denuncia di una situazione drammatica. E Benedetto XVI, il Papa che ha lamentato «l'eclissi di Dio» e ha paragonato il nostro tempo a quello del «crollo dell'impero romano», a metà giornata arriva a Friburgo, in una storica enclave cattolica nel Sud della Germania, e parte dai fondamentali. Il problema è la «questione su Dio» che Benedetto XVI ha ricordato l'altro giorno elogiando la «passione» spirituale di Lutero. Così ieri sera, davanti a 35 mila giovani e altrettante fiaccole accese per la veglia di preghiera, ha scandito: «Ripetutamente, nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi».
Nel corso della giornata il Papa torna su alcuni suoi punti fermi: la polemica contro il «relativismo subliminale» e la difesa della vita contro «ogni intervento manipolatore e selettivo», della «integrità e singolarità del matrimonio tra un uomo e una donna» rispetto «a ogni interpretazione sbagliata». È secco sul movimento «riformatore» cattolico «Noi siamo Chiesa», che vorrebbe il sacerdozio femminile o la partecipazione dei fedeli nella scelta dei vescovi: «Non ci può mai essere una maggioranza contro gli apostoli…». Ma la questione essenziale è un'altra: la Chiesa in crisi di fede. In Germania «è organizzata in modo ottimo» eppure non basta, il calo dei fedeli è costante: «Dietro le strutture, si trova anche la forza spirituale, la forza della fede in un Dio vivente?». La domanda retorica del Papa non è solo una sferzata alla Chiesa tedesca. «C'è un'eccedenza di strutture rispetto allo Spirito», dice, ed è tutta la Chiesa dell'Occidente — a cominciare da vescovi e sacerdoti — che dovrebbe pensare anzitutto a «evangelizzare». Perché «se non arriveremo a un vero rinnovamento della fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace».
Arrivava dall'Est, Benedetto XVI. E a Erfurt aveva ricordato la sofferenza della gente sotto il nazismo prima e il comunismo poi: «Nell'allora Ddr avete dovuto sopportare una dittatura "bruna" e una "rossa" che per la fede cristiana avevano l'effetto che ha la pioggia acida». Con la libertà e il benessere, però, non sono finiti i problemi della fede. «Nel nostro ricco mondo occidentale c'è carenza della bontà di Dio». E coi giovani è andato oltre: «A quanto appare il mondo in cui viviamo, nonostante il progresso tecnico, non diventa più buono. Esistono tuttora guerre, terrore, fame e malattia, povertà estrema e repressione senza pietà». Perché «il male esiste».
Si capisce così anche l'urgenza del Papa di mettere insieme le forze, tra cristiani, e l'invito alla Chiesa ortodossa a ristabilire la «piena unità». Per Benedetto XVI è «indispensabile»: si tratta di arrivare a una «giusta comprensione» della «questione del primato» del vescovo di Roma. Una sfida epocale e ardua, dopo lo scisma del 1054 e la frattura tra le due Chiese. Ma non è un momento facile. Tanto che assume un significato quasi simbolico l'incontro privato tra il Papa ed Helmut Kohl, il grande cancelliere (cattolico) della riunificazione tedesca, ormai anziano e molto malato e costretto a una sedia a rotelle.

Corriere della Sera 25.9.11
Putin
«Folle come Ivan il Terribile. Ma il popolo si ribellerà»


MOSCA — A 68 anni Eduard Limonov ama ancora stupire il suo interlocutore, impersonando quel ruolo di dissidente totale che si è cucito addosso fondando il partito nazional-bolscevico o combattendo a fianco di Radovan Karadzic in Jugoslavia. Lo scrittore (Diario di un fallito, Russian Attack), che ora è nell'opposizione con i democratici, non usa mezzi termini: «È come l'ultima follia di Ivan il Terribile. Da presidente a premier, poi di nuovo presidente. Inaudito. Non c'è Paese dove ciò sia possibile».
Se lo aspettava?
«Certo, Medvedev era l'amministratore ad interim e ora il vero padrone, il capo-branco è tornato».
Voi dell'opposizione che ne pensate?
«Io dico che è meglio, Putin è un bersaglio più comodo. Un dirigente odioso che di fatto si sta trasformando in una specie di Duce è più prevedibile dello pseudo-intellettuale Medvedev. Putin è un avversario assoluto».
E i segnali di apertura che Medvedev ha dato in questi anni?
«Sono serviti solo a ingannare una parte degli oppositori, quelli liberali. I flaccidi intellettuali si facevano tentare, ma io non mi sono mai fatto incantare da Medvedev. Non ha mai avuto la statura per un simile incarico».
Qualcuno teme ora una fuga all'estero di intellettuali e scienziati.
«Forse programmatori, tecnici. Ma i professori universitari, gli altri, dove potrebbero mai andare? Niente di grave, comunque. I codardi scapperanno, i forti rimarranno».
La Russia vive un nuovo periodo di stagnazione?
«Da un pezzo. La società è pietrificata. Non c'è più limite alla stagnazione. Ma il popolo forse si ribellerà...».
Cosa porterà la nuova presidenza Putin?
«Intanto aspettiamo, perché non è ancora diventato presidente. Certo, è forte la possibilità che venga eletto in consultazioni falsate, ma tutto è da vedere. Come dicevo, il popolo forse si scrollerà dal sonno. Comunque non credo affatto che Putin riuscirà a reggere fino alla fine del suo mandato. Nei prossimi due anni subirà uno scossone».
Dal basso?
«Intanto le opposizioni potrebbero unirsi. Adesso hanno sputato in faccia al miliardario Mikhail Prokhorov. Lui ha ingoiato il rospo, ma se è un uomo forte, obbedirà per ora e aspetterà il momento opportuno».

Corriere della Sera 25.9.11
I bambini perduti d'Albania murati in casa per sfuggire alle faide
Dal 1991 a oggi sono 10 mila le vittime delle rappresaglie fra clan
di Ettore Mo


SCUTARI (Albania) — Due fratelli di 17 e 15 anni, Darjan e Vladimir (nomi fasulli sotto cui si celano autentiche persone) hanno trascorso l'infanzia e l'adolescenza barricati in casa e non ne sono mai usciti neanche per andare a scuola. Un totale, quasi disumano isolamento dovuto solo in parte alla decisione dei genitori di risparmiare ai figli il contatto prematuro col mondo degli adulti, una comunità particolarmente rissosa e violenta.
Ma non si tratta di un caso isolato. In questi ultimi anni si è fatta sempre più fitta l'emigrazione dei montanari albanesi che, abbandonati case, stalle e ovili sulle alture della regione settentrionale, sono scesi a valle in cerca di lavoro e di pace. Soprattutto di pace. Perché lassù la vita è tutt'altro che idilliaca.
L'intero territorio è conteso dalle faide sanguinose di 20 mila famiglie — l'una contro l'altra armate — che dal 91 ad oggi hanno causato la morte di quasi 10 mila persone e impedito a più di mille bambini di imparare l'alfabeto.
La carneficina è cominciata una notte d'estate del duemila in un villaggio di montagna con una rissa d'osteria, quando secondo la testimonianza di un giornalista inglese un ubriaco — certo Pellumb Morevataj — sparò a un compagno di bisboccia che aveva insultato la sua famiglia, uccidendolo. Negli anni successivi una serie di vendette e controvendette fece altre vittime, tra cui lo stesso Pellumb e i suoi fratelli poiché sta scritto nel Kanun (il codice del 1400 che copre e regola, in Albania, tutti gli aspetti dell'esistenza) «il sangue deve essere pagato col sangue».
Anche nelle copie più recenti del libro, apparse all'inizio del ventesimo secolo, il Kanun sostiene la necessità di mantenere la tradizione della vendetta mentre al tempo stesso viene incoraggiato ogni tentativo nel processo di riconciliazione nazionale, affidato ai cosiddetti Moderatori cui spetta il compito di avviare approcci pacifici tra le due parti con «rituali — scrive un giornale con macabra ironia — dove si bevono bicchieri di brandy, misto al sangue degli uni e degli altri».
Uno di questi mediatori, Alexander Kola, si è dovuto occupare un giorno di un caso che non comportava certo una vendetta mortale: l'uccisione di un gelataio che s'era rifiutato di vendere un cornetto a un bambino. «Per fortuna — dice — questi eventi barbarici sono in diminuzione. Oggi si parla meno di vendetta e assai più di riconciliazione. La gente deve tornare allo spirito del Kanun, che viene dal cuore e si diffonde soprattutto nella nostra provincia: per noi, chi uccide un compagno uccide se stesso. Durante gli anni della dittatura non ci furono vittime perché Hoxha aveva bandito la tradizione della vendetta, che è riemersa, ma più timidamente, dopo la sua morte».
Davanti al mio albergo, al centro della città, si erge la cupola di una moschea mentre appena più in là, a un chilometro circa di distanza, svetta il campanile di una chiesa cattolica: e così, appena sveglio, puoi ascoltare contemporaneamente il canto dei muezzin e i rintocchi delle campane, due linguaggi che non riescono mai a fondersi. «In realtà — commenta Kola — esiste nel Paese una buona armonia nel rapporto tra cristiani e musulmani».
A soffrire punizioni, persecuzioni e vendette non sono soltanto gli autori del crimine ma, quando ve ne siano, i parenti maschi della famiglia ritenuta responsabile: come infatti è accaduto a Samir Zizo, fratello di Sheptim, condannato all'ergastolo per aver violentato e ucciso una ragazzina di 10 anni, che trascorre i suoi giorni in una vecchia fabbrica sovietica di Tirana, da tempo inattiva. Solo, depresso, con il cervello e lo stomaco che funzionano ormai a scartamento ridotto, ha ammesso che preferirebbe essere rinchiuso in carcere come Samir: ma la sua richiesta di perdono o, quanto meno, di cambiamento e riduzione della condanna è stata freddamente respinta dalla famiglia della vittima. Il dramma dei fratelli Darjan e Vladimir, barricati in casa e incollati alle facezie del televisore da mane a sera, è condiviso in Albania da legioni di alunni e studenti che faticano a conseguire un semplice attestato, per non parlare di diploma o di laurea. È quanto emerge dalla conversazione col vicepreside della scuola di Bardhaj, Leke Pjetri, che ha dedicato gran parte della sua vita all'insegnamento, elementari e medie: «Sono tante le famiglie che non mandano i figli a scuola — esordisce — per il timore che vengano aggrediti o rapiti dagli uomini dei clan famigliari più violenti. Di conseguenza, il ministero ha deciso che tocchi agli insegnanti andarli a trovare nelle loro case. È ciò che io stesso faccio gratis con mia moglie, mia figlia e gli altri maestri. Con gli alunni non parliamo mai del fenomeno delle vendette. È una cosa mostruosa e non capirebbero». Non sorprende che sulle pareti nude dell'aula sia stato tracciato a lettere cubitali il messaggio che Pjetri ha impartito ai suoi 15 ragazzi perché lo trasmettano ai genitori, soffocati nell'indifferenza: «Sì alla vita, no alle vendette».
Messaggio che senti vibrare con intensità in una casetta di Tropoja, un villaggio di montagna raggiungibile in sei ore di macchina lungo una strada tortuosissima, tutta sassi e curve. Ci attende Sokol, un vecchietto di 78 anni, alto e un po' curvo, una matassa compatta di capelli bianchi, il pigiama a righe, il sorriso e la parola di chi non è vissuto invano.
«Mi uccisero il papà quando avevo due anni e mezzo — racconta — , esperienza che ha ferito mortalmente la mia infanzia: ma, allo stesso tempo mi ha arricchito nello spirito ed ero ancora un adolescente quando maturai la decisione di impegnarmi nella lotta per fermare il ciclone delle vendette, diventando uno dei Mediatori. Un'altra grande sofferenza avrebbe però turbato la mia vita: quando ammazzarono mio figlio, una cosa atroce che mi è difficile perdonare nonostante l'impegno assunto nel processo di riconciliazione. Ma non poche famiglie mi hanno chiuso la porta in faccia. Grazie anche alla collaborazione del prete e dell'Imam, cioè di cattolici e musulmani, sono riuscito talvolta a combinare incontri tra famiglie dichiaratamente nemiche, a farle sedere allo stesso tavolo e a far loro mangiare il pane del perdono».
In quanto ad Enver Hoxha, il giudizio è netto e tagliente: «Durante il suo "regno" — sentenzia Sokol —, mentre il Kanun e la Bibbia venivano messi al bando, è stato l'unico dittatore a sopprimere la tradizione delle faide e delle vendette. Non ha fatto nient'altro di buono, che io sappia». Toccherà agli storici intervenire sulla valutazione del suo mandato: ma il fatto che la salma sia stata rimossa dal cimitero degli eroi per essere risepolta in un comune camposanto stimola qualche suggerimento. A questo punto, Sokol mi mostra un ritratto con dedica di Madre Teresa di Calcutta con un sorriso d'orgoglio e venerazione, come volesse sottolineare che eroismo e santità sono una merce molto rara.
Come poi il dio della vendetta abbia potuto abbattere in pieno giorno un uomo alieno alle faide quale il pastore evangelico di nome Tani, 34 anni, ce lo spiega la moglie Elona, trentenne, che incontriamo nella sede della Congregazione religiosa del defunto sposo: «Tre anni fa — racconta — lo zio di mio marito uccise un uomo e da quel momento tutti i suoi parenti — 24 uomini — e i bambini maschi scomparvero dalla circolazione e si rifugiarono per 6 mesi in un luogo segreto. Tani era da tempo impegnato nella lotta contro le vendette del sangue, un movimento che aveva adottato come parola l'ordine Fjala e Krishtit, la parola di Cristo».
Tornato dall'Inghilterra dopo un paio di mesi (mentre aveva progettato di trascorrervi tre anni) Tani decise di uscire allo scoperto per continuare la sua battaglia contro le vendette del sangue, che per il governo albanese «non esistevano». «Quella mattina — prosegue la vedova — era uscito dal locale della Congregazione per andare a prendere a scuola in macchina i nostri bambini. Lo ammazzarono nel centro di Scutari».
Quanto segue ha un risvolto meno brutale. «Tani — ha poi rivelato Elona — aveva parlato con suo fratello, al quale aveva detto testualmente: "Se mi uccidono, non voglio che mi vendichiate. È chiaro?". E tre giorni dopo il delitto, il fratello mantenne la promessa e dichiarò solennemente che non l'avrebbe vendicato. All'assassino vennero inflitti 16 anni di detenzione, ma la gente tiene ancora nel cuore il messaggio del mio sposo, che li incita a desistere dalla vendetta».
Sfuggono ad ogni verifica i dati e la quantità dei nuclei famigliari tuttora coinvolti nelle faide di sangue, che in Albania sarebbero più di 3 mila, mentre Alexander Kola riduce il totale a 1.400. A Scutari, secondo la valutazione di Simone, che presiede la casa-famiglia della comunità Papa Giovanni XXIII, sono circa una sessantina le famiglie su cui gravano tuttora le minacce di vendetta, anche se per il sindaco della città «è un problema di cui non si deve parlare perché non esiste».
Per Luigi Mila — segretario generale della Commissione di Giustizia e Pace albanese — «le faide di sangue sono un fenomeno tipico delle società in cui la legge non è abbastanza forte e pertanto la famiglia e i rapporti tra parenti costituiscono la fonte principale dell'autorità». Due, secondo lui, potrebbero essere le soluzioni: la prima, a lungo termine, informando dettagliatamente la popolazione sulla vastità e complessità del problema; la seconda, a breve scadenza, con l'arresto e la punizione immediata delle persone responsabili di questo genere di crimini. «Si tratta di un fenomeno — precisa Mila — che affonda le proprie radici in tempi remoti, fino a duemila anni fa, come risulta da documenti storici, quale il codice di Lek Dukagjin».
Atterrito dalla totale incompetenza sull'argomento storico-scientifico, trovo rifugio nell'abitazione di una gentile signora che finisce per raccontarmi la sua storia: per la verità del tutto simile alle tante che ho raccolto nel mio breve pellegrinaggio sulle montagne albanesi.
Il suocero messo in galera per quattro mesi che se ne esce dopo quattro anni; il fratello del marito che uccide l'uomo che lo ha denunciato; il marito che non esce più di casa per paura d'essere ammazzato; lei che ogni giorno deve accompagnare i figli a scuola, di dodici e sette anni, altrimenti proprio non ci vanno.
Ed ecco infine l'ultimo lamento per la donna albanese, considerata dal sacro codice «come qualcosa di superfluo in famiglia», che se ne sta quasi sempre chiusa in casa anche se il Kanun non glielo impone e, deprivata com'è di qualsiasi diritto, a differenza del più miserabile dei maschi, non è neanche degna del martirio.

Corriere della Sera 25.9.11
Neutrini, il dissenso dei trenta
Gli autori della ricerca divisi: «Uno su 5 non l'ha sottoscritta»
di Giovanni Caprara


MILANO — Nella presentazione della scoperta dei neutrini che viaggiano più veloci della luce non c'è stata unanimità.
Una parte del gruppo dei fisici appartenenti a 30 istituzioni di 11 nazioni non condivideva appieno i passi che si stavano per compiere diffondendo un dato che avrebbe messo a soqquadro le radici della fisica moderna.
«Circa 30 dei 160 scienziati internazionali impegnati nell'impresa — dice Marco Gianmarchi del Cnr, coordinatore della fisica astro-particellare dell'Infn di Milano, responsabile del gruppo Aegis sulle ricerche dell'antimateria al Cern e membro dell'esperimento Borexino al Gran Sasso — non hanno firmato il preprint diffuso prima della conferenza del Cern. Avevano dubbi e avrebbero preferito pubblicarla innanzitutto su una rivista internazionale la quale, prima di accettare il lavoro, lo avrebbe sottoposto al tradizionale vaglio di altri esperti. Ciò mi lascia perplesso, anche se l'esperimento appare fatto bene».
«Sì, alcuni non lo hanno sottoscritto» conferma Antonio Ereditato alla guida del gruppo autore del risultato che sta scuotendo il mondo della scienza per le implicazioni che comporta, capaci di stravolgere la visione dell'Universo. Con questo dissenso di fondo iniziano domani gli esami sui neutrini da record. Contemporaneamente, nei laboratori del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e in Giappone sarà presentata e discussa la clamorosa scoperta.
Ora, dunque, i fisici sono lanciati nella caccia all'errore, unica via per fugare le incertezze. «Prima di gettare nel fuoco le teorie di Einstein vorrei vedere i risultati di altri esperimenti indipendenti» dichiara John Ellis, illustre teorico del Cern. «È possibile che anche se le conclusioni sono accurate, queste non dimostrino che i neutrini viaggiano più veloci della luce — afferma David Kaiser del Mit — ma invece siano la spia di un altro effetto esotico sconosciuto». «Dopo la conferenza al Cern ho ricevuto 650 email di osservazioni — dice Antonio Ereditato — ed è quello che deve succedere. Ciò che abbiamo constatato è choccante. Per questo prima di tutto ci siamo fatti gli esami all'interno del gruppo secondo le regole standard e poi abbiamo messo ai voti il lavoro svolto. Sapevo che l'articolo preparato era particolare e perciò ho chiesto libertà di coscienza nell'esprimere le personali valutazioni. Il consenso è stato grande ma un certo numero di colleghi per una serie di ragioni personali non lo ha condiviso. Dai nuovi incontri di domani mi aspetto nuove idee — aggiunge Ereditato — soprattutto originali non emerse a Ginevra».
L'unanimità tra scienziati è difficile da trovare normalmente e ancor di più quando la materia è scottante. «La prima reazione — dice Stefano Forte, fisico teorico dell'Università di Milano — è che ci sia qualche elemento non considerato che potrebbe far rientrare l'effetto misurato». E nei blogger degli scienziati che si sono scatenati tra i continenti i ricercatori guardano in particolare alla misura del tempo, alla sincronizzazione fra i due orologi tra Cern e Gran Sasso tra i quali c'è una differenza di 2,3 nanosecondi con una tolleranza di 0,9 nanosecondi. Ne abbiamo tenuto conto, rispondono gli autori della scoperta. La sfida della verifica è aperta. «Attendo conferme da altri laboratori» sottolinea Ereditato.

Corriere della Sera 25.9.11
Parole e segnali dalla preistoria ai philosophes
di Carlo Formenti


Perché scarseggiano le storie della civiltà che assumano il fenomeno della comunicazione come punto di vista privilegiato? Perché prima del XIX secolo, caratterizzato dalla nascita della società di massa, la comunicazione è rimasta «invisibile»; non essendosi ancora incarnata in un poderoso apparato tecnologico, essa si presentava come un fenomeno «naturale», scontato in quanto immanente all'essenza di una specie dotata di parola. A sostenere tale tesi è Stefano Cristante, docente di Sociologia della comunicazione presso l'Università del Salento, nel volume Prima dei mass media (Egea editore), in cui siamo invitati a superare la distorsione prospettica per cui la comunicazione appare, alternativamente, tutto (oggi) e nulla (nel mondo premoderno). L'indagine storico-sociologica segue tre assi privilegiati: la creazione di reti sociali, lo sviluppo e la trasmissione delle conoscenze e l'esercizio del potere politico, economico e religioso. Nell'impossibilità di riassumere la notevole mole di materiali raccolti dall'autore, preferisco indicare quelli che sono, a mio giudizio, i temi caratterizzanti dell'opera. Nel primo capitolo l'autore, dopo avere ricordato come lo stesso corpo umano abbia funzionato da dispositivo di comunicazione prima dell'acquisizione del linguaggio articolato, ricostruisce la lunga e complessa transizione dall'oralità alla scrittura. Nel secondo è l'analisi della scrittura come medium della propaganda religiosa a svolgere un ruolo centrale, finché la sua funzione egemonica viene depotenziata dall'espansione delle classi mercantili e delle università come centri laici di trasmissione della conoscenza.
Il terzo e ultimo capitolo descrive l'irresistibile ascesa della stampa (sia in quanto tecnica e settore industriale, sia come comunità in espansione dei cittadini-lettori) fino alla nascita della moderna sfera pubblica borghese, che tiene a battesimo le rivoluzioni inglese, americana e francese. È soprattutto sull'ultima che si concentra l'attenzione di Cristante, attraverso una brillante rilettura degli eventi che precedono e seguono il 1789 come «guerra di propaganda» fra le fazioni in campo (notevoli i paragrafi sulle vicissitudini editoriali della Encyclopédie firmata da Diderot e d'Alembert).

Corriere della Sera 25.9.11
Un nuovo tiranno incombe sulla donna: il bimbo idealizzato
di Rossella Valdrè


Un nuovo tiranno sembra incombere sull'impegnata donna di oggi: no, non è l'uomo, il marito o il capo. È il bambino. O meglio: non tanto il bambino reale in carne ed ossa, ma il bambino immaginario, il bambino idealizzato a cui deve rispondere, e corrispondere, una madre altrettanto idealizzata. Eccolo, dunque, il nuovo insidioso tiranno del terzo millennio: l'idealizzazione. A lanciare l'allarme, non nuova a questi argomenti (si ricordi La strada degli errori del 2004), è la filosofa francese Élisabeth Badinter, il cui ultimo libro Il conflitto. La donna e la madre esce per Corbaccio (pp. 178, 16) in questi giorni (orrenda la traduzione del titolo in italiano, Madri cattivissime). Il «nuovo» paradosso si annida in quella che ci sembrava (che è, anche) una conquista: la libertà. Da quando la maternità da destino obbligato è diventata frutto di libera scelta, le cose si sono complicate: io scelgo, dunque devo essere all'altezza. La Badinter denuncia come, dopo i gloriosi anni del culturalismo e del femminismo nella sua genuina radice di rottura (da De Beauvoir in poi), dagli anni 80 è in corso una strisciante involuzione che ha per oggetto le conquiste di tempo e libertà ottenute in precedenza dalle donne, «un'offensiva» — la definisce — che vede la complicità del neonaturalismo con le politiche neoconservatrici, ma non è estraneo un certo politically correct di sinistra (per il quale bisogna essere buoni). Involuzione insidiosa e ben mascherata, ma pericolosa: si poteva avercela col genere maschile, ma come prendersela col bambino? Il «nemico» contro cui battersi diventa non più l'Altro, ma la donna stessa.
Miscela esplosiva: sotto le cannonate colpevolizzanti del nuovo naturalismo (niente biberon, allattamento al seno, niente pannolini sintentici che «fanno male», ritorni in auge del parto naturale ecc...), unite al taglio al welfare imposto dalla crisi, a farne le spese è sempre, sì, di nuovo la donna, ma con una novità. Sono le donne stesse a volere questo; le neonaturaliste francesi sono giovani che si ribellano alle madri e alle loro conquiste. Cosa è avvenuto? Corsi e ricorsi della storia, o fenomeni che vanno approfonditi?
Dal naturalismo a fare del bambino un piccolo despota, il passo è breve: tutto gli va concesso. Perché cresca senza limiti imposti, secondo la sua natura. Perché non ha scelto di nascere, non gli si può dire di no, bisogna assecondarlo. Sennò, non sei una brava madre: non si può riconoscere l'ambivalenza (l'epoca televisiva non sembra tollerarla, o tutto bello o tutto brutto), il fallimento dell'essere genitori, la delusione che talvolta ci perseguita. Dati e statistiche alla mano, la Badinter non scava nel profondo, ma mette in luce come solo certe nicchie privilegiate, donne istruite e abbienti, si permettano di disobbedire alla legge dell'idealizzazione e a far di testa loro secondo coscienza. Dunque, un altro regresso che non ci aspettavamo: la disuguaglianza non va cercata tra uomo e donna, ma tra donna e donna, quella con gli strumenti economici-culturali, e quella che ne è priva... Ci siamo illusi che la libertà avviasse un circolo virtuoso? Che la libertà, come un file del pc, aprisse altre porticine di libertà? Presto per dirlo forse, ma non sembra essere andata così. Viviamo nell'epoca degli imperativi paradossali, per cui quelle che sembravano conquiste in libertà, si sono rivoltate nel loro contrario. Non solo devi essere una madre perfetta, ma devi godere, divertirti, essere sana, sembrare più giovane. Simpatica Badinter quando rivendica il diritto ad essere stata una madre mediocre! Tre figli, una bella carriera, una vita piena: ha fatto quello che ha potuto... E se ce lo dicessimo un po' più spesso? D'altronde, niente di così nuovo sotto il sole, se già il Grande Inquisitore di Dostoevskij ci aveva avvertiti. Volete rendere un uomo infelice? Complicargli la vita? Dategli la libertà.

Corriere della Sera 25.9.11
«Siamo in ritardo di una generazione». Voci della primavera araba
di Felicew Cavallaro


SALINA (Messina) — La speranza e tante delusioni, il coraggio, la paura e le contraddizioni di cui sono ricche le primavere arabe esplose sotto l'altra riva del Mediterraneo diventano occasione di racconto civile per una schiera di giovani registi che documentano con la macchina da presa rivolte e occupazioni, violenze e grandi prove di umanità.
È una sorta di neorealismo che il cinema scopre uscendo dall'incubo di regimi che hanno trasformato il «potere del linguaggio» in «linguaggio del potere», come spiega inquieto Hichem Ben Ammar, poeta e regista cinquantenne maturato sotto Burghiba e Ben Alì, «quando eravamo muti». Adesso riconquista la parola e propone pure lui le immagini di una storia raccontata dal nuovo cinema egiziano, marocchino, tunisino con decine di attualissimi film e documentari presentati per la prima volta in un festival che dedica la sua quinta edizione interamente a un tema sintetizzato in due parole: «Confini e orizzonti».
Titolo scelto da Giovanna Taviani, figlia d'arte, direttrice del SalinaDocFest, una kermesse che si conclude dopo una settimana di proiezioni stasera nella più verde delle isole Eolie, eletta a laboratorio di analisi di una svolta che segna la nostra epoca, appunto tra confini e orizzonti, «termini antitetici e complementari», come li considera la regista incoraggiata da padre e zio, i fratelli Taviani: «Non si ha percezione di un orizzonte se non a partire da un confine». Pensa a un orizzonte comune che possa unire riva sud e riva nord del Mediterraneo: «I giovani shebab di Tunisi e i precari di Palermo, i ragazzi in rivolta a Bengasi o al Cairo con gli Indignados di Madrid, le donne egiziane che hanno fatto scoccare la scintilla della primavera araba...».
Ci sono le immagini crude di piazza Tahrir al Cairo o di scontri e presidi alla Casbah di Tunisi, ma c'è anche la poesia di affreschi come quello di Anès, a dieci anni musicista prodigio innamorato di Mozart e Beethoven, seguito per tre anni da Tunisi a Londra dall'obiettivo di Hichem Ben Ammar: «La metafora serve a chiedersi se in Europa c'è qualcuno pronto a studiare il liuto classico arabo o i canti berberi. Noi guardiamo all'Europa, ma l'Occidente deve facilitare la nascita di un nuovo mondo per evitare le catastrofi da una parte e dall'altra».
È il tema delle opportunità rivendicate dai giovani, dai figli, come ammette autocritico Ammar, capofila dei registi conquistati dalla documentazione delle primavere: «A differenza di noi hanno avuto il coraggio di dire no, senza richiamarsi a partiti e religioni, usando Facebook e non il Corano, scoprendo una creatività fatta di umorismo, derisione, intelligenza di espressione: eravamo capaci di tutto questo e non lo sapevamo».
Bisogna ascoltare il travaglio interiore di questo poeta che parla mentre a Salina scorrono le immagini e riecheggiano slogan, appelli, paure: il popolo vuole rovesciare il governo, finché il regime non crollerà teniamoci per mano, cercano di corromperci con mille dinari per tornare a casa... E Ben Ammar decodifica riflettendo su se stesso: «La mia generazione ha sperato per decenni e tutto accade ora. Anche se resta una frustrazione. Potevamo agire noi contro Burghiba e Ben Alì. L'hanno fatto loro, i giovani. Ho partecipato col cuore. E poi devo aver somatizzato il passaggio. Anche con un gran mal di schiena. Non riuscivo a camminare. Ci saranno altre ragioni, ma mi sono convinto che a quel punto mi ero sentito mancare qualcosa e che dovevo ricominciare a camminare da solo. Senza appoggiarmi a burocrazia, potere, dittatura, come avevamo finito per fare noi vecchi adattandoci. Adesso io cammino di nuovo...».
Un cammino che il cinema racconta riappropriandosi del linguaggio, dando voce al giovane contadino arrivato dal confine libico a Tunisi: «Sappiamo perché combattiamo, non sappiamo come dirlo». E Salina fa da altoparlante.

Repubblica 25.9.11
Così Artemisia vendicava le donne con la pittura
di Natalia Aspesi

Giaele addormentato, Sisara dalle robuste braccia ficca nella tempia a martellate un grosso chiodo; a Sansone immerso nel sonno, una Dalida molto scollata sta per tagliare i riccioli bruni; ma il maschio cui Artemisia Gentileschi dedica i suoi maggiori furori pittorici è il generale assiro Oloferne, dalla bella testa barbuta, anche se mozzata. Dal tardo Medioevo in su, l´eroina Giuditta che decapita il pover´uomo aveva ispirato una folla di artisti: e Luca Cranach l´aveva ritratta con un vezzoso cappellino, e Botticelli aveva messo la testa tagliata del generale assiro sul capo della domestica come fosse un cesto della biancheria. Caravaggio ne aveva fatto una giovinetta disgustata dal fiotto di sangue che usciva dal collo semistaccato di Oloferne ancora vivo e con occhi e bocca spalancata.
Ma è Artemisia a dare alle bibliche femmine vendicatrici la massima e divampante ira: come si vede nella grande, importante mostra a Palazzo Reale a Milano (sino al 29 gennaio 2012) intitolata Artemisia Gentileschi, storia di una passione, curata da Roberto Contini e Francesco Solinas, con scenografie di Emma Dante, promossa dal ‘Gruppo 24 ore Cultura´ (anche editore del catalogo) e dall´assessorato alla cultura di Milano. Nelle rosse stanze arricchite da giochi di specchi, le opere certe della somma ‘pittora´ sono una quarantina: e osservando il ritratto che le fece Simon Vouet nel 1623, lei trentenne, si capisce che le Susanne e le Cleopatre e le tante Maddalene non sono che autoritratti; e lo sono anche le sue assassine che infieriscono sulle vittime maschio. C´è Sisara, c´è Dalida, e di Giuditte ce ne sono in mostra almeno sei: dipinte dal 1610 (attribuzione incerta), a Roma sua città natale, al 1645, a Napoli, dove morirà attorno al 1654.
In queste donne armate di spada, in questi suoi dipinti meravigliosi, spesso illuminati dal blu acceso ottenuto dal costoso lapislazzulo per cui la pittrice si indebitava, c´è una collera nuova, una violenza cieca, una sete invincibile di vendetta, una calda complicità tra donne (Giuditta e la sua serva), gesti assassini ma sapientemente domestici come trinciare un pollo o affettare un pezzo di carne; oppure l´eroina Giuditta, a macello compiuto, elegantissima in velluti e ricami, i bei riccioli rossi fermati da un gioiello, tiene in mano senza orrore la testa recisa o l´affida alla serva, avvolta in uno straccio o deposta in un cesto casalingo di vimini.
A rendere il suo segno, la sua immaginazione così pieni di rabbia fu la rivalsa di una ragazzina orfana di madre, maltrattata da un padre violento, suo padrone e maestro, quell´Orazio Gentileschi, artista alla moda che diventò poi pittore alla corte di Carlo I, il monarca inglese cui fu tagliata la testa come ad Oloferne? O fu il ricordo dello stupro (definito da Contini e Solinas ‘accadimento amaramente banale´!), subìto a 17 anni da parte di Agostino Tassi, collega di Orazio? O forse fu l´orrendo lungo processo contro il violentatore, durante il quale la ragazzina, esposta al ludibrio pubblico e per sempre rovinata, fu più volte interrogata da giudici implacabili (maschi) in latino, (lei era allora semianalfabeta); ed era tale il disprezzo per le donne, che fu lei, la vittima, per accertarne la sincerità, ad essere sottoposta alla ‘sibilla´, il supplizio che consiste nel legare con cordicelle le dita delle mani sino a stritolarle. O fu anche la delusione per un marito, padre dei suoi quattro figli (tre morti in tenera età) il fiorentino Pierantonio Stiattesi, che per sposare nel 1612 una disonorata, aveva ottenuto dei favori da Orazio, e che pur proteggendola e aiutandola a preparare tele e colori, si faceva mantenere completamente.
A riconciliarla con il mondo degli uomini non era bastato neppure il grande amore, ricambiato, per il nobiluomo fiorentino Francesco Maria Maringhi, ricco uomo d´affari suo coetaneo, che conobbe a 23 anni, con il beneplacito del marito poi abbandonato. Solo recentemente sono state trovate le lettere (cinque sono esposte in mostra) di Artemisia e dello Stiattesi, al gentiluomo fiorentino. Il marito ossequioso tiene informato l´amante e protettore della moglie della vita di famiglia e della di lei arte; Artemisia, sgrammaticata e colta, alterna passione e scenate di gelosia a pressanti richieste economiche.
Nel suo tempo, quello dei caravaggeschi e di Bernini, di Rubens e di Rembrandt, lavorando a Roma, Firenze, Venezia, Napoli, e fuggevolmente a Londra, Artemisia Gentileschi era stata una ‘pittora´ di massima celebrità, richiesta dalle varie corti per la sua originalità. Nell´Ottocento di lei si persero le tracce, come di tante donne di talento che il pensiero patriarcale dominante non poteva accettare. Solo agli inizi del ‘900 si cominciò a riscoprirla, prima come vittima, col ritrovamento degli atti del processo per stupro, poi finalmente come artista geniale, restituendole il giusto valore che aveva conquistato da viva. Per le donne, e il femminismo, è diventata dagli anni ´70 un mito. Per questo l´eccezionale mostra milanese che arriva vent´anni dopo quella fiorentina di Casa Buonarroti, è sponsorizzata da ‘Di Nuovo Milano´ del movimento ‘Se non ora quando´ e da ‘Valore D, Donne al Vertice´. Dice la presidente Alessandra Perrazzelli, responsabile degli affari internazionali di Intesa San Paolo: ‘Per la prima volta ci occupiamo d´arte, in omaggio a un´artista di clamoroso talento, che in quanto donna subì violenze e umiliazioni ma seppe imporsi per il suo genio. Noi crediamo che la gestione aziendale abbia bisogno della cultura, della cultura femminile, per avere davvero un futuro.´

Repubblica 25.9.11
L'Apocalisse che Buñuel non girò mai
di Mario Serenellini


Nel 1978 il regista di "Belle de jour" ha in mente un film che lo ossessiona: la storia di un attentato terroristico e l´avvento di una nuova era. Non farà in tempo a finirlo Oggi Jean-Claude Carrière, che lavorava con lui a quel progetto, ci mostra quegli storyboard rimasti segreti

L´11 settembre era già stato immaginato, programmato, scritto. Oltre vent´anni prima dell´attentato alle Twin Towers. Nell´estate del 1978, due uomini, chiusi per tre settimane in un alberghetto nella Spagna più disabitata e solitaria, avevano preparato grafici e scene del terrore: il disegno di un´apocalisse fastosa e assurda, iperbolica e definitiva, paradossalmente possibile, come l´aveva prospettata al cinema, nel ´64, l´allucinazione comica del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Anche questa nuova ecatombe, che avrebbe avuto per teatro e prima deflagrazione il Louvre a Parigi, era un´ipotesi-cinema: non comica, ma surreale. Perché i due uomini al lavoro si chiamavano Luis Buñuel e Jean-Claude Carrière. Ma il film, Agôn o Agonia, «concepito e scritto in ventitré giorni, dal 4 al 27 agosto 1978», come si legge in una nota manoscritta dello stesso cineasta, non è mai stato realizzato. Sarebbe stato l´ultimo diretto da Buñuel che, quasi ottantenne, si considerava però inadeguato a nuove regie: morirà nel 1983 in Messico.
«Peccato», sospira Carrière, ottant´anni lo scorso 17 settembre, sceneggiatore del regista spagnolo nei suoi ultimi vent´anni di vita, dal Il diario di una cameriera a Quell´oscuro oggetto del desiderio. «Il film, percorso dagli smarrimenti e dalle violenze di fine anni Settanta, avrebbe lanciato segnali profetici su quel che ci allarma oggi, dal terrorismo alla mondializzazione, dalla minaccia nucleare all´intolleranza sempre più diffusa». Infatti, al centro di Agôn (gara, in greco) o Agonia (lotta, in latino), che in Francia si sarebbe intitolato Une cérémonie somptuese (l´attentato, secondo la provocatoria definizione surrealista), c´è il ricatto alla Terra di un gruppo terroristico che fa scivolare sulla Senna verso il Louvre un´imbarcazione imbottita d´esplosivo: inedito bateau-bomba che polverizzerà il museo più famoso del mondo. «Attentatori ultimo grido», glossa Carrière, «fautori d´un terrorismo anti-culturale». Prima che scada l´ultimatum fiammeggiano atti dimostrativi «minori»: l´assassinio d´un arcivescovo, «gesto giudicato da alcuni terroristi un po´ troppo frivolo e démodé», raffiche di mitra sugli astanti dal tavolo della conferenza stampa... Insomma, piccoli attentati tra amici, scoppiettii intimidatori di gravità progressiva, fino all´attentato supremo - la disintegrazione culturale - cui segue quella del pianeta.
È qui che esplode, alla lettera, la trovata più surreale e irridente del cinema di Buñuel: dai fumi della distruzione più cieca e totale, tra le residue nebbioline letali di quel nulla chiamato uomo, ecco apparire il volto di Gesù. «È il fenomeno della parusia universale», spiega l´antico complice del cineasta, «il sogno religioso che la materia si dissolva in spirito, con l´epifania del divino ovunque nell´ex-mondo, nella stupefazione generale di chi non ne aveva mai sentito parlare». Dove s´indovina la perfidia di Buñuel, «ateo per grazia di Dio» come si definiva, che fa coincidere distruzione e benedizione, riscatto dell´aldilà sulla pelle dell´al di qua, suggerendo che il trionfo cosmico del Cristo necessita di un solido incipit terroristico.
«Per avere un´idea del paradosso e del suo effetto grande schermo», avverte Carrière, «basterebbe ripensare il nuvolone immenso di Ground Zero dopo l´attentato di dieci anni fa come ribalta per l´apparizione a sorpresa dell´icona una e trina sui teleschermi dell´intero pianeta. La tragedia dell´11 settembre è stata solo una briciola, una modesta prova generale rispetto al cataclisma concepito da Buñuel ventitré anni prima». «Fantasy realistico, politico-religioso», come il film è definito, giocando sugli opposti, in un appunto a mano degli autori sulla copertina dello script originale, rimasto sceneggiatura - ora edita in Spagna e pubblicata in estratto, con disegni d´allora di Carrière, sui Cahiers du Cinéma - condivide il suo limbo cinematografico con altri due progetti inconclusi, Il monaco, da Lewis, e Là-bas, da Huysmans, «uno dei tre scrittori francesi di fine Ottocento, con Mirbeau e Pierre Louïs, che lo perseguitavano dalla giovinezza, l´unico che non sia riuscito a portare sullo schermo», ricorda Carrière.
Ma è in questo mancato film della fine - della carriera e della vita - che scalpita più che mai uno dei suoi temi più ossessivi: l´incognita del terrorismo. Era il suo refrain avvelenato, insieme a altri due tormentoni prediletti: le sfide dell´eros nella gabbia borghese (Belle de jour) e la cappa di piombo del cattolicesimo (La Via Lattea). «Il terrorismo è stato il suo tarlo», spiega Carrière, «da quando, ragazzo, in Spagna, era stato scioccato dall´uccisione d´un vescovo». L´incubo terrorista segna l´intera parabola del suo cinema, da L´Âge d´or a Quell´oscuro oggetto del desiderio, infarcito di attentati, tra cui, segnala Carrière, «l´esplosione dell´auto ironicamente guidata dal suo fedele produttore Silberman... In Francia, più volte, durante il Sessantotto, Buñuel si faceva sorprendere, smarrito, tra barricate e lacrimogeni, nel Quartiere Latino, dove di solito ci incontravamo».
E dove prendevano corpo, cinematograficamente, le sue ossessioni? «L´elaborazione di una sceneggiatura ci chiedeva ogni volta un lavoro metodico, appartato, monastico», risponde Carrière. «Il ritiro era di norma in Messico o in Spagna, dove andavamo sul finire dell´inverno, in hotel appena riaperti, freddolini, con la neve dintorno. La scrittura ci prendeva due mesi: due mesi di solitudine a due. L´albergo in Spagna era vicino a un convento, dove i frati ci invitavano una volta alla settimana, e mangiavano con noi in silenzio. La giornata era scandita da orari e impegni precisi. I dialoghi, di uomini e donne, li recitavamo insieme, ogni volta, per capire se avrebbero funzionato. Buttata giù la prima stesura, ci ritrovavamo due mesi dopo per rivederla e rimetterla a posto. Ci è capitato spesso di riscrivere la sceneggiatura quattro o cinque volte. Lavorare con Buñuel era vivere con Buñuel: non dovevi avere famiglia, moglie, figli. Ma con lui non si smetteva mai di imparare. Avevo fatto mio il principio di André Gide: bisogna sempre seguire quelli che cercano la verità e fuggire quelli che l´hanno trovata».

Repubblica 25.9.11
Il business della malinconia contemporanea
di Massimo Ammaniti


Nel libro di Gary Greenberg Storia segreta del male oscuro (Bollati Boringhieri) si intrecciano due storie diverse, una più personale ed una scientifico-sociale. La prima riguarda l´autore, uno psicoterapeuta che lavora nel Connecticut, che ha il "primo attacco di depressione" all´età di 30 anni, in occasione della sua crisi matrimoniale. Improvvisamente il suo mondo si oscura, ore ed ore al buio, tormentato da un dolore insanabile. Nonostante i suoi studi psicologici e le conoscenze scientifiche, Greenberg consulta psichiatri che lo sottopongono a test e questionari clinici che confermano la diagnosi di depressione e prescrivono le pillole della felicità, i farmaci che dovrebbero curarla. Ma Greenberg non è un paziente come tutti gli altri, è in grado di capire che la depressione è diventata il grande business negli ultimi 20 anni e che esiste un rituale di iniziazione per cui una persona tormentata diviene un malato. Non più un´esperienza soggettiva d´infelicità, la depressione - secondo la psichiatria attuale - viene legata a molecole cerebrali che regolano il tono dell´umore. Non a caso il percorso curativo di Greenberg inizia con la fine degli anni ´80 quando la depressione viene sancita come una malattia che disturba l´adattamento personale e la vita di relazione.
La seconda storia del libro traccia invece il percorso che - da Freud ai giorni nostri - modifica lo statuto della depressione. Le tappe di questo percorso, dopo le prime ipotesi sull´origine della melanconia, sono contrassegnate dalle scoperte delle amine cerebrali, ossia quei neurotrasmettitori che intervengono anche nella regolazione dell´umore. Da qui si apre il capitolo dei farmaci antidepressivi: ampiamente pubblicizzati, vengono prescritti in misura crescente non solo da psichiatri ma anche da medici generici. Nel 2006 gli antidepressivi rappresentano la classe di farmaci più prescritti negli Stati Uniti, con costi annui pari a 13,5 miliardi di dollari. Una diffusione che avviene in base ad una spregiudicata campagna di marketing che minimizza gli effetti collaterali ed esagera l´efficacia terapeutica.
Questa ricca documentazione rappresenta la parte più interessante del libro, che mette in luce il percorso della malattia depressiva: si fa una diagnosi e si prescrivono farmaci antidepressivi che sono diventati sempre più numerosi, senza chiedersi le origini del malessere individuale che non possono essere identificate con una disfunzione cerebrale. La ricerca ha messo in luce modificazioni cerebrali, anche se non specifiche, che si riscontrano nelle persone che soffrono di depressione, ma è utile distinguere, come metteva in luce il biologo e genetista Ernst Mayr, le cause legate alle disfunzioni dei neurotrasmettitori, da quelle che hanno le loro radici nella storia personale. Questa è anche la conclusione di Greenberg: dopo le cure farmacologiche e i ripetuti trattamenti, ha imparato a convivere col suo male oscuro, che costituisce senz´altro una forte limitazione personale ma può rappresentare, anche, un´occasione di ripensamento e di arricchimento personale.