martedì 21 settembre 2010

l’Unità 21.9.10
Anniversari A cent’anni dalla nascita, il suo pensiero rimane profetico, inquieto e modernissimo
Sfide Provocatoriamente ottimista, negli ultimi anni mise l’individuo al centro del suo pensiero
Foa, storia di un antifascista che non si sentiva vittima
di Bruno Gravagnuolo

La freschezza del suo pensiero, le sue posizioni sempre un «passo oltre il novecento», la capacità di sfidare le troppe certezze della sinistra italiana. Era nato cent’anni fa, Vittorio Foa: eppure ci pare ancora tanto giovane.

Vittorio Foa lo abbiamo conosciuto a Roma negli anni 90 e andavamo ad incontrarlo a Via degli Avignonesi, stradina parallela della celebre Via Rasella, in una casetta dove abitava con la seconda moglie Sesa Tatò. «Vai a sentire cosa dice Foa», ci
dicevano al giornale, allora diretto dal figlio di Vittorio, Renzo. Invito tante volte reiterato anche dopo che Renzo Foa non fu più direttore, e accolto sempre di buon grado anche perché, era a due passi da Via Due Macelli traversata via del Tritone eri già lì ma soprattutto perché incontrare quel vecchio signore circonfuso di leggenda era un privilegio. Arrivavi e lui già ti squadrava benevolo, con gli occhi chiari dietro quelle spesse lenti, in camicia a scacchi e bretelle.
Quel che ci colpiva di più? La bonomia, l’antiretorica, e l’apertura curiosa verso l’interlocutore, venata di ironia quasi a levigare giudizi a volte anche netti e trancianti, spesso inattesi da un uomo che ai nostri occhi era il simbolo di un radicalismo intransigente e utopico, refrattario al realismo, specie quello togliattiano e comunista. Ad esempio una volta ci stupì quando, nonostante i suoi antichi trascorsi interventisti e gobettiani, rivalutò la saggezza di Giovanni Giolitti. E quando, autocriticò la sua scelta frontista di socialista filo Pci nel 1948. Oppure ancora quando ci dichiarò candidamente che la tradizione del movimento operaio era integralmente finita e che il «lavoro» non era poi così più centrale nella società moderna, lui che del lavoro e della classe operaia «in movimento» aveva fatto l’alfa e l’omega del suo azionismo socialista e sindacal-rivoluzionario (preferiva parlare di «lavoro creativo» in generale). E potremmo continuare all’infinito, sulle tante sorprese, non sempre condivise, che quei dialoghi ci riservavano, dai primi incontri anni novanta all’ultima intervista, l’ultima su questo giornale, domenica 6 luglio 2008, poco prima della morte avvenuta nel suo buen retiro di Formia il 20 ottobre di quell’anno (era nato il 21 settembre 1910 a Torino).
Ad esempio proprio in quell’ultimo rendiconto al telefono ci disse lapidario che l’anomalia italiana («destra profonda» e Berlusconi) nasceva anche dal «ruolo pervasivo della Chiesa e della famosa questione vaticana». Coerente Foa in questo con la sua ebraicità laica di lungo corso, ma in controtendenza rispetto a un Partito democratico che, malgrado la « contaminazione» coi cattolici, egli aveva fortemente voluto e appoggiato (e di questo discutevamo molto...).
E però chi era in realtà quel cocciuto signore piemontese dalle eloquio intriso di «nevvero?», segnato, lo si sapeva, dalle tante sconfitte e disillusioni, eppure da ultimo così provocatoriamente ottimista e antipassatista,o «nuovista»? Era un giovane figlio della buona borghesia ebraica torinese, allievo al D’Azeglio con Bobbio, Giua, Pajetta, Galante Garrone, che avrebbe potuto condurre una tranquilla esistenza da avvocato o da studioso e che invece scelse e fu scelto dall’antifascismo («sono un persecutore -diceva non una vittima del fascismo»). Come scelse? Sul filo del rifiuto etico dell’indifferenza, in quell’Italia ingiusta e antiproletaria. Decisivi quindi gli incontri con Salvemini, Gobetti (solo intellettuale), Rosselli. Lussu, Carlo Levi, Leone Ginzburg, che gli fece da tramite, dopo la galera, verso il Partito d’Azione.
Già, la galera, per una spiata di Dino Segre, alias Pitigrilli: condanna a 15 anni per cospirazione (divenne l’anima dei Quaderni di Giustizia e libertà e dell’ononimo movimento a Torino). E poi in galera Regina Coeli, Civitavecchia, Castelfranco Emilia la sua università: Ernesto Rossi, Massimo Mila, Riccardo Bauer come compagni, e i libri di Croce come compagnia (ma anche Celine, Trotsky, Svevo, Steinbeck). Di quell’esperienza Foa ci regalò il bellissimo «diario» nel 1998. le Lettere della giovinezza (Einaudi). Denso di profezie e idee. Tra le prime, l’intuizione dell’antisemitismo, preconizzata attraverso lo sterminio degli Armeni raccontato da un romanzo di Franz Werfel. E poi la critica al bolscevismo: mistura di volontarismo dispotico e fatalismo storico, diagnosticata attraverso le pagine dell’ammirato Trotzsky. Ed è il carcere la retrovia culturale del suo futuro liberal-socialismo, già assorbito da Rosselli e poi trapiantato con i Nuovi Quaderni di Gl nella «sua» Resistenza, da protagonista del Clnai (con Valiani e Parri).
OLTRE IL NOVECENTO
Quale socialismo il suo? Eccolo: economia mista. Con un forte stato programmatore e welfarista ma non collettivista. E con dentro i consigli di gestione e l’azionariato degli operai nelle aziende private. E ancora: intreccio di democrazia diretta e delegata. Ovvero consigli locali e operai con parlamento e partiti. Su tali basi Foa avrebbe voluto veder conclusa la Resistenza, nel solco della discontinuità antifascista e di una Costituzione libertario-socialista (più che liberal-socialista). E fu questa la cifra etico-politica che marcò tutto il suo impegno da parlamentare, sindacalista Fiom e Cgil, militante e fondatore del Psiup, del Pdup e Dp, fino al ruolo di senatore indipendente per il Pci nel 1987. Insomma «classe operaia e antifascismo». Poi negli ultimi due decenni la sua prospettiva mutò. E al centro, con le autocritiche, balzarono i diritti, l’individuo, la società civile e l’idea di un partito progressista che fosse «oltre» il 900: il Pd. Era per Foa una trasformazione «realista» del suo vecchio Partito d’Azione. Chissà cosa ne direbbe oggi. Ma a modo suo forse gli sarebbe di aiuto, e senza troppi sconti sulle sue divisioni.

Il convegno
Da Bertinotti a Epifani Oggi alla Camera
La Fondazione della Camera per il centenario della nascita, promuove, oggi, una giornata di studio su Vittorio Foa sindacalista, politico, scrittore. L’iniziativa è per oggi alle 11 alla Sala della Lupa di Montecitorio. All’introduzione del Presidente della Fondazione, Fausto Bertinotti, seguiranno le relazioni di Guglielmo Epifani, Pietro Marcenaro ed Ernesto Ferrero. I lavori proseguiranno alle ore 16 alla Sala del Mappamondo con gli interventi di Iginio Ariemma, Luigi Ferrajoli, Federica Montevecchi e Andrea Ricciardi, e con le testimonianze di Giancarlo Bosetti, Anna Foa, Carlo Ghezzi, Elio Giovannini, Guglielmo Ragozzino e Andrea Ranieri. Introdurrà il dibattito Giovanni De Luna. Il convegno sarà trasmesso in diretta sulla webtv di Montecitorio (http://webtv.camera.it). È di questi giorni l’uscita di Vittorio Foa, «Scritti politici», a cura di Chiara Colombini e Andrea Ricciardi (Bollati Boringhieri, pp 284, Euro 18).

l’Unità 21.9.10
Il leader Pd a Taranto: «Da Walter uno sforzo per chiarire, ma basta congressi ogni giorno»
Lavoro al centro «Un salario minimo per chi è senza contratto. Serve un nuovo patto sociale»
Bersani: «Anche tra noi una vena di berlusconismo»
di Simone Collini

Il lavoro al primo posto. Lo dice Bersani alla festa Pd a Taranto, invitando il partito a parlare delle cose che preoccupano la gente. E rilancia le proposte contro il precariato e per il «salario minimo garantito».

La difficoltà del Pd? Per Pier Luigi Bersani è una sola, «riuscire a sfondare il muro del suono»: «Dobbiamo arrivare alle orecchie delle persone parlando delle questioni che stanno loro a cuore, dei problemi che più preoccupano». E il lavoro, dice il leader del Pd, in questa lista occupa il primo posto. Per questo mentre veltroniani e franceschiniani non si risparmiano fendenti, Bersani sbarca a Taranto per l’intervento conclusivo della Festa democratica dedicata proprio al lavoro. I giornalisti che incontra sul cancello della Villa Peripateto, nel cuore della città, gli chiedono dell’iniziativa a cui ha dato vita Walter Veltroni: «All’assemblea del partito a Veltroni dirò che dobbiamo lavorare per l’unità del Pd e ribadirò che dobbiamo concentrarci sull’Italia, sui problemi della gente. Il Pd ha la forza per rispondere alle esigenze dei cittadini e proporsi alla guida del paese».
E così nel giorno delle proteste degli operai Fincantieri e degli arresti di sei ispettori Asl a Capua con l’accusa di aver addomesticato le verifiche sulla sicurezza sul lavoro, Bersani insiste: «I posti giusti per discutere le nostre cose sono la Direzione e l’Assemblea nazionale. Fuori da qui dobbiamo parlare solo dell’Italia. Non accetterò che ci si guardi la punta delle scarpe mentre il paese ha problemi enormi». E il problema numero uno è fatto di crisi economica, restringimento della base produttiva, una globalizzazione che impone sfide sempre nuove e un mercato del lavoro che slitta progressivamente verso i più diversi modelli di precariato.
«Per non farci battere dai cinesi non possiamo diventare noi cinesi», dice con una battuta. «Ci vogliono leggi rigorose».
LA SICUREZZA NON È UN LUSSO
Un discorso che vale per la sicurezza sul lavoro, perché sbaglia profondamente Tremonti a dire che «non possiamo permetterci la 626», ma che deve valere anche sulla più generale regolamentazione del mercato del lavoro: «Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro a tempo indeterminato», dice Bersani iniziando a elencare le proposte del Pd su questa materia. Eliminare i vantaggi di costo dei contratti a tempo determinato è la prima (si parla di «diritto unico al lavoro», mentre Veltroni è sostenitore del contratto unico ipotizzato da Pietro Ichino), ma poi c’è la necessità di garantire un sistema di ammortizzatori sociali anche ai non assunti stabilmente e anche un «salario minimo garantito per legge a tutti coloro che non hanno un contratto nazionale di lavoro»: «In Europa c'è dice Bersani da noi ci sono invece salari che non consentono di arrivare alla sopravvivenza».
Bersani infila una serie di accuse al governo. Non solo perché di fronte alla crisi economica ha fatto finta di niente per mesi, non solo per lo «scandalo» di un ministro per lo Sviluppo economico che doveva essere sostituito nel giro di un paio di settimane e che manca all'appello da 140 giorni («ma neanche Berlusconi crede più a quello che dice, come che durerà tre anni»), ma anche perché da quando ha assunto l’incarico «il governo ha lavorato per dividere il mondo del lavoro». Per Bersani è anche giusto invocare «un nuovo patto sociale», ma sarà impossibile finché il governo punterà a dividere i sindacati.

il Fatto 21.9.10
Guerra epistolare
Caro nemico ti scrivo: lettere da un partito mai nato
di Paola Zanca

Comunicazione importante. Domenica 10 ottobre al Teatro Dal Verme di Milano si terrà la premiazione del Festival delle Lettere, quest’anno dedicato al tema “Lettera a un giornalista”. Per fortuna il termine per l’invio degli elaborati è scaduto il 15 maggio scorso. Altrimenti, i leader del Pd sarebbero riusciti a litigare pure su quel palco. Meglio la prima lettera agli italiani di Veltroni sul “Corriere” o la suonata di campane affidata a “Repubblica” da Bersani? Più comprensibile la seconda lettera agli italiani di Veltroni (stavolta su “Repubblica”) o la lettera-intervista di D'Alema a “La Stampa”? In assenza del verdetto della giuria, non resta che affidarsi al giudizio popolare, in questo caso quello dei commentatori web. Con tutti i rischi del caso. “Signor Veltroni non sono riuscito a leggere oltre la frase: ‘Noi, moderni Ugolino...’” scrive ‘pigmaglione’ sul sito di “Repubblica”. Brutta notizia per il leader del movimento dei 75: quella frase non è nemmeno a metà delle 120 righe messe a disposizione dal quotidiano di Ezio Mauro per il carteggio democratico. Ma tutto sommato, il lettore che ha girato pagina prima di arrivare alla fine, è uno dei più teneri. Contro la lettera dal titolo “Il Papa straniero non sono io” ieri si è scatenato un putiferio. Si va dal sintetico “Consiglio al centrosinistra: ignorate Veltroni” all’interrogativo: “Mi chiedo perché è sempre così inopportuno”. Dal compassionevole: “È in buona fede ma un po’ bamboccione” fino alla bocciatura: “Se foste miei alunni vi direi che non potete neanche aspirare alla licenza media, in quanto sprovvisti di quel minimo di maturità che fa mettere da parte i propri piccoli egoismi per imparare a collaborare”. Un massacro nemmeno troppo imprevedibile, dopo che la stessa “Repubblica” aveva ufficialmente bollato l’uscita di Veltroni come “soccorso rosso” al governo e considerando che la lettera stessa era un replica all’articolo del giorno prima, dove si raccontava la “rabbia” di chi crede che il “contributo” di Veltroni non sia altro che una pista di lancio per sé. Lui giura che non è così, ma insiste con la teoria per cui il candidato premier va cercato fuori dal Pd. Gli risponde Dario Franceschini in un’altra “lettera”, questa volta video, a RepubblicaTv: “L’articolo dello Statuto in base al quale il segretario del Pd è anche il candidato premier lo ha voluto lui. Se vale, vale indipendentemente da chi fa il segretario del Pd”. D’altronde, l’amaro in bocca per quell’esperienza finita troppo presto, Veltroni l’aveva già tirato fuori il 24 agosto, data d’inizio dell’epistolario democratico. Sul “Corriere”, l’ex segretario spiegava: “Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio”. È così che la lettera al giornale diventa lo strumento per riconquistarsi quella visibilità che ti hanno portato via. Non a caso, due giorni dopo, prende carta e penna anche il segretario vero, Pier Luigi Bersani. Non una risposta ufficiale a Veltroni, ma con il lancio del Nuovo Ulivo Bersani ricordava, a chi se ne fosse dimenticato, che la linea, adesso, è lui che la detta. Peccato che non tutti l’abbiano capita. “Caro Pierluigi, ho dovuto leggere 2 volte la lettera (è un po’ lunga). Quello che voglio dirti è sicuramente banale, ma perchè non la ‘traduci’ in un linguaggio ancor più semplice, anche per i ‘tuoi’ militanti, i tuoi simpatizzanti, ecc?”. Aggiunge un altro lettore: “Lettera bella, interessante, condivisibile, etc etc ma se non si recupera un po’ la piazza visto che la televisione ce l’hanno gli altri mi spiegate come si fa a dare al paese la sensazione che ci sia ancora un’opposizione? Queste cose servono, ma vanno seguite da azioni concrete. Altrimenti restano caratteri su un giornale. Mica tutti leggono “Repubblica”, Bersani, dai. Alza un po’ la testa. E il tiro. Fatti sentire”. Poi cominceranno i giorni delle interviste. Renzi il rottamatore, D’Alema in difesa del segretario. Ancora Veltroni su “Gioia” (memorabile il ““Ma la vita è Ma Anche!”). E di nuovo su RepubblicaTv, prima Chiamparino, poi un’altra volta Veltroni. Pare che Bersani abbia deciso di chiudere con le missive. Dopo l’ultima di Veltroni, ha detto: “Alle lettere preferisco le discussioni nelle sedi”, come “la direzione di giovedì”. Non sappiamo questa mattina chi avrà scritto a chi. Ma resta aperta la gara sui documenti. Oggi due “ambasciatori” del documento dei 75 andranno da Dario Franceschini, finora capo della minoranza Pd, a spiegargli che il testo che hanno firmato – e che gli ha provocato “grande amarezza personale e politica” è molto “meno duro” di quello che lui aveva pronunciato a Cortona, durante l’assemblea di area. Franceschini ha chiesto ai 75 di ritirarlo, invitandoli a discuterne nella riunione convocata per mercoledì sera. Ma tra i 75 c’è chi medita di non presentarsi proprio, a quell’appuntamento, visti i toni con cui Franceschini ha reagito al movimento con la m minuscola. Si ammorbidisce, invece, il vicesegretario Enrico Letta: “Mi pare che, dopo giorni caotici, la lettera di Veltroni rappresenti un segnale utile”. Domenica i movimentisti tornano a Orvieto. Oggi, invece, alla presidenza del gruppo Pd della Camera si decide se presentare una mozione di sfiducia a Berlusconi come capo del governo o semplicemente come ministro ad interim dello Sviluppo economico. Il postino è avvisato.

Repubblica 21.9.10
Quel coraggio che manca al pd
di Nadia Urbinati

Dice bene Giancarlo Bosetti: c´è una differenza abissale tra conflitto e litigio. Tradizionalmente, la politica italiana ha temuto il primo e praticato il secondo. I sociologi degli anni cinquanta hanno inventato il termine "familismo" per spiegare questo fenomeno. I litigi sono conflitti in famiglia – fra suocera e nuora, come ci spiega Bosetti con l´autorità del dizionario della lingua italiana – perché mettono in campo emozioni e danno risalto agli individui, fattori che precludono risoluzioni costruttive per il bene di tutti. Perché ogni accordo sarà come mettere cenere sul fuoco col rischio permanente che il litigio si riaccenda. Qui non sono i contenuti che contano – sui quali, per altro, se i litiganti si fermassero a ragionare scoprirebbero che non sono così dissimili tra loro. Come dire che, proprio perché il litigio è fatto per mettere in campo la "presenza" più che le "idee", i litiganti continuano strategicamente a tenere in sordina le "cose" sulle quali sarebbe opportuno discutere.
Affinché ci sia un dibattito dal quale poter costruire un´alternativa vincente al governo Berlusconi occorrerebbe praticare al meglio l´arte del conflitto – per cercare e trovare un candidato che sappia convincere la maggioranza degli elettori, a nord e a sud, che tutto il paese guadagnerà dalla fine dell´egemonia di centro-destra. Il conflitto politico è cruciale nelle primarie e non è la stessa cosa della guerra civile o del litigio, poiché lascia a terra perdenti ma per fare di essi dei cooperatori forti nella battaglia vera, quella contro l´avversario. Si tratta di un´arte difficile da imparare, soprattutto quando il personalismo litigioso è stata la pratica appresa in anni di praticantato, dalle periferie al centro del partito. A leggere i documenti del Pd delle ultime settimane, a partire dalle lettere di Walter Veltroni, il documento dei 75, e le interviste e i commenti dei vari leader del partito, non pare che si riesca ancora a uscire dalla logica del litigio.
Forse la chiarezza nel distinguere tra litigio e conflitto dovrebbe cominciare dall´individuazione del luogo giusto, istituzionalmente giusto, dove intraprendere la discussione e la contesa: questo luogo è il partito, non il Parlamento. In Parlamento siedono rappresentanti eletti, i quali benché godano del sacrosanto libero mandato, sono comunque lì perché appartengono a quella parte con la quale sono andati davanti agli elettori. Se si vuole aprire la discussione sulle "cose", allora un partito dovrebbe farlo nella sua sede. Non solo per non dare all´avversario l´impressione di una divisione nel gruppo parlamentare, ma anche perché se il partito è la sede, allora tutte le sedi periferiche rifletterebbero sul dibattito e, per davvero, la discussione potrebbe diventare utile e positiva, e infine mettere in campo personalità nuove, esterne. Ma se nasce in Parlamento a chi è utile? Se la diatriba si consuma nei luoghi istituzionali, nessuno può ragionevolmente pensare che quella del Pd sia una elite aperta, come si augura giustamente Bosetti. Quella sulla sede opportuna non è una quindi distinzione di lana caprina: se ciò che dovrebbe avvenire nel partito è fatto accadere in Parlamento è segno che solo gli eletti sono i protagonisti del dibattito; è segno che si tratta davvero di un litigio tra persone.
Un altro elemento di questa litigiosità sta nell´oggetto stesso. Nel documento dei 75 si paragona il Pd della fondazione a quello attuale in ragione del coraggio. La misura della differenza è che quel Pd riuscì a ottenere quasi il 34%, mentre oggi riesce a fatica a stare sopra il 25%. Ma in un sistema bipolare, il 34% è una sconfitta. Il Pd è nato e cresciuto con poco coraggio. È nato con l´idea di voler essere il partito unico di tutta la costellazione di idee e associazioni che andavo dal centro alla sinistra radicale, e ha fatto la scelta di combattere da solo contro un avversario che era invece una coalizione. Infine, ha combattuto contro un avversario senza pronunciarne il nome, come se la lotta elettorale non fosse, appunto, un conflitto a viso aperto. E quei limiti pesano nel Pd di oggi: che continua ad avere poco coraggio; restio a usare parole forti e chiare che diano il senso di quello che pesa sul nostro paese: il patrimonialismo, l´uso delle cariche dello Stato e dei sistemi pubblici di informazione per perseguire interessi personali, di famiglia e di affari; per decurtare, lo abbiamo visto, la stessa libertà di stampa e di espressione. Conflitto di interessi: questa parola non compare nei documenti e nei dibattiti, o per lo meno non riceve sufficiente visibilità. E ancora: la campagna sul razzismo (verso gli "altri" ma anche gli italiani del Sud, poiché al razzismo serve sempre un "altro") che va fermata e denunciata ed é gravissima poiché mina alla radici ogni possibile convivenza democratica; la vergognosa strumentalizzazione delle donne che é diventata un segno distintivo del nostro paese; la rinascita dei nazionalismi tribali che sta erodendo la stessa unità europea; la decurtazione dei diritti di contrattazione, ovvero l´espulsione della democrazia dai luoghi di lavoro e dalle relazioni economiche; la demolizione della scuola pubblica con effetti che saranno disastrosi sull´eguale opportunità e sulla formazione e la competizione delle nuove generazioni (di qui occorrerebbe ripartire quando si parla di deficit di produttività); infine, ma non ultimo, l´egoismo anti-sociale di chi evade il fisco, poiché impoverisce tutti e toglie a tutti (anche a chi evade) la possibilità di vivere in una società decente nella quali i servizi ci sono e funzionano. Sono queste le "cose" sulle quali sarebbe importante sapere sentire parlare i democratici, sulle quali la dialettica delle idee e la competizione per la miglior possibile leadership sarebbero davvero auspicabili e utilissime.

l’Unità 21.9.10
Sull’Europa l’onda nera dell’ultra destra xenofoba
Per la prima volta in Svezia entra in Parlamento un partito razzista. E crescono i gruppi «gemelli» che assediano il vecchio continente
di Marco Mongiello

Hanno messo da parte svastiche e saluti nazisti, hanno smesso di rasarsi le teste, hanno cambiato i vecchi giubbotti con degli eleganti vestiti in doppio petto e si presentano con leader giovani e preparati. I partiti xenofobi e di estrema destra d'Europa hanno cambiato pelle e ora siedono numerosi nei Parlamenti del Continente, negoziano coalizioni di Governo o dettano il programma alla destra moderata che tenta di inseguirli. Dimenticate i vecchi tromboni che farneticano di camere a gas alla Jean-Marie Le Pen, lo storico leader del Fronte Nazionale francese. Oggi il volto pulito dell'estrema destra europea è quella del trentunenne svedese Jimmie Åkesson, il giovane capo di «Democratici di Svezia».
Nelle elezioni di domenica del civilissimo Paese scandinavo i «Democratici» hanno sorpreso tutti ottenendo il 6,2% dei voti e portando per la prima volta ben 20 deputati di un partito dichiaratamente xenofobo nel Parlamento di Stoccolma. Quando Åkesson è entrato nel movimento il partito era un gruppuscolo di esaltati guidati da un noto nazista. Poi con lui alla guida il tono è cambiato, gli impresentabili sono stati gentilmente accompagnati alla porta e gli elettori hanno premiato. Quello svedese però non è che l'ultimo esempio di un fenomeno già visto. In uno studio recente sull'estrema destra europea pubblicato dalla fondazione tedesca Bertelsmann si spiega che il classico razzismo «biologico» è sempre più rimpiazzato da una nuova «destra populista che abbraccia un'ideologia che comprende il nazionalismo etnocentrico con un elemento di esclusione su basi religiose». Per conquistare seggi, spiegano gli autori dello studio, i nuovi estremisti hanno abbandonato le vecchie tesi sulla superiorità della razza bianca e giustificano la retorica xenofoba con la necessità di difendere l'integrità della comunità nazionale e le conquiste sociali della modernità, dalle libertà fondamentali ai sistemi di protezione sociale come il welfare svedese. Lo scorso primo luglio a lanciare l'allarme è stata l'organizzazione non governativa internazionale «Minority Rights Group», che ha pubblicato l'edizione 2010 del suo rapporto «Stato delle minoranze e dei popoli indigeni del mondo». «L'intolleranza religiosa è il nuovo razzismo», ha dichiarato il direttore di Mrg, Mark Lattimer, «molte comunità che per decadi sono state discriminate per motivi di razza ora sono nel mirino a causa della loro religione». Nel capitolo dedicato all'Europa si spiega che «la crisi economica ha aumentato la popolarità delle organizzazioni nazionaliste populiste che alimentano il risentimento contro le minoranze».
Sono state le elezioni europee del giugno 2009, secondo il rapporto, il primo test di successo che ha consacrato il cambio di stile della retorica xenofoba. In quell'occasione i partiti xenofobi sono riusciti a portare a casa un risultato a due cifre in Italia (con la Lega Nord), Olanda, Belgio, Danimarca, Ungheria, Austria e Bulgaria, mentre hanno preso tra il 5 e il 10% in altri sei Paesi: Finlandia, Romania, Grecia, Francia, Gran Bretagna e Slovacchia. Non era che l'inizio. Negli ultimi mesi il virus dell'intolleranza si è allargato a macchia d'olio sulla cartina europea e ha premiato gli estremisti di tutti i Paesi in cui si sono tenute le elezioni. Nelle regionali di marzo in Francia il Fronte Nazionale di Le Pen è risalito al 17,8%, convincendo Sarkozy a lanciare la campagna contro i Rom. Ad aprile il partito ungherese anti-rom Jobbik ha ottenuto a sorpresa il 16,7% dei voti. A giugno il partito anti-islamico olandese di Geert Wilders è diventato la terza forza politica del Paese e da allora tiene in ostaggio il Parlamento che non riesce a formare un Governo. Sempre a giugno in Belgio il vecchio partito estremista fiammingo Vlaams Belang ha registrato un calo, ma a fronte dello strepitoso successo del più ripulito partito separatista di Bart de Wever. In Austria il vecchio partito di Jorg Haider, l'Fpo, si è già distinto nella campagna per le elezioni regionali in Stiria di domenica prossima mettendo online un videogioco in cui la regione è invasa dalle moschee. All'appello ormai manca solo la Germania, il Paese più vaccinato contro il risveglio dei vecchi incubi. Ma è solo questione di tempo. Entro la fine dell'anno nascerà un nuovo partito anti-islamico sul modello olandese di Geert Wilders che si chiamerà “Die Freiheit”, (La Libertà), per correre alle elezioni regionali di Berlino nel 2011.

il Fatto 21.9.10
L’imbroglio Rom
di Maurizio Chierici

Anche la Svezia dopo l’Olanda, mentre nella Slovacchia i massacri dei Rom svaniscono nei valzer dei caffè dove nessuna signora vuole essere disturbata dai pogrom del 2000. L’Europa dei diritti umani sceglie la modernità del razzismo. Stoccolma manda in soffitta lo Stato-badante e immagina un futuro da conquistare sul ring. Proibito difendersi a chi non parla come noi. Vittoria degli xenofobi svedesi rafforzata dai deliri di Parigi, eppure proprio a Parigi ricomincia la ragione con l’addio a Sarkozy: due francesi su tre non lo sopportano più. La sua politica ha incendiato le periferie; burqa, sinonimo di terrorismo, e pulizia etnica annacquano la fede di chi lo votava immaginando il ritorno alla grandeur. Due anni fa l’Economist lo presentava sul cavallo di Napoleone. Due anni dopo il Sarkozy dell’Economist è un nano appollaiato fra le piume di Carla Bruni. Per resistere si aggrappa a un tipo di imbroglio che funziona nei popoli dalle tasche quasi vuote: gonfiare la paura per gli stranieri responsabili della nostra infelicità. Facce gialle, facce nere, Rom: immondizie pericolose. Il nemico è un ricostituente storico del nazionalismo (metafora di egoismo) dei leader meschini, ma questa volta nessuno si è lasciato prendere per il naso. In giugno il gradimento era sceso sotto il 50 per cento; dopo burqa e Rom precipita a 30. Un dubbio avvilisce: come mai i francesi respingono il trucco che scarica la crisi su protagonisti marginali della società, mentre gli italiani continuano a bere come le oche delle favole d’infanzia? Bossi, Maroni, Calderoli, Borghezio, perfino il Salvini, smorfia del marò che cantava “ le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera’; perfino Salvini, camicia verde, riceve lettere d’amore. Ma il peggio sta arrivando: lo squinternamento del Cavaliere fa scappare i confusi verso il “buonsenso” della Lega. Le sue radici nel territorio sembrano profonde. I brontolii di Bossi, voce del paradiso. “Ti adoro, ti amo per tutto quello che dici e che fai. Ho 26 anni e sono fiera di te. Bravo Umberto, sogno un marito che abbia le stesse idee. Cristina, Bolzano”. “El gh’a razon, se ne poeu puu de tucc’ sti barbon senza dio, in gir a far nient tucc ‘al di Umberto Marini, Bollate”. Archivio della devozione Padana. E i versetti del Calderoli calzoni corti come Herman Göring, fanciullone nel “Dittatore” di Chaplin, allargano il cuore ai nemici di ogni straniero. Nemici, perché ? Spiegazioni gridate per fare impressione: portano via case, lavoro; rubano, violentano, sporchi e cattivi. Il sangue stanco delle vecchie facce esulta quando l’orgoglio dei politici ne pianifica l’esclusione. E la non cultura impedisce un dialogo appena sensato. Dal dio Po alla battaglia di Lepanto che Bossi giura vinta dai marinai padani mentre i genovesi scappavano davanti ai turchi, nasce la storia inventata dell’Italia dei danè da difendere spargendo disprezzo e paura perché la paura dell’altro è il dogma che rincuora le furbizie dei fantaceltici dal familismo che impallidisce le famiglie del Sud. “Col leghismo trionfa la logica tribale basata sulla gestione del mercato della paura e sull’ossessione della sicurezza armata. Capitalizza le proteste esibendosi come religione civile, settaria e guerriera. A supportarla, il cemento di una rete finanziaria: Lega mescolata a Opus Dei e Compagnia delle Opere. Ed è ciò che spinge alcuni parroci e cattolici padani a tollerare una religione con idee forti: l’identità “della nostra gente” contraria ai vizi della modernità e la funzione di coesione della Chiesa che può sentire omogenee “le comunità organiche” di Bossi e i suoi fratelli. Il leghismo vuole conquistare l’anima popolare, in realtà è la fede cristiana a rischiare di perdere l’anima”. Parole sconsolate di Sandro Paronetto, vicepresidente nazionale Pax Christi. E la gente normale? Guarda, tacendo. Moravia racconta negli Indifferenti la borghesia che non si scompone mentre il fascismo dilaga. Ottant’anni dopo siamo ancora lì.
mchierici2@libero.it

il Fatto 21.9.10
Marino: decessi e cesarei, in Italia ci sono troppi punti-nascita
di Silvia D’Onghia

È troppo presto per parlare di altri due casi di malasanità a Messina. Dovranno essere le inchieste interne e quelle della magistratura a fare luce sui due parti. Certo è che non è la prima volta che dal capoluogo siciliano arrivano notizie di complicazioni in sala parto. E questo pone dei seri interrogativi sulla gestione della sanità, ed in particolare dei punti-nascita in Sicilia. La commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale sta lavorando proprio in questa direzione. Ieri a Messina ha inviato i Nas e ha chiesto, sia alla direzione generale dell’ospedale Papardo che alla Procura, di poter acquisire tutti gli atti (comprese le cartelle cliniche) relative all’episodio del bimbo finito in coma farmacologico.
Presidente Marino, esiste un “caso Sicilia”? Non ho ancora notizie specifiche su quanto accaduto in questi giorni, e quindi non posso pronunciarmi. Ma posso fare qualche valutazione generale su quanto sta accadendo. L’Istituto superiore di Sanità ha svolto un’indagine in sei regioni italiane: Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia. Un’inchiesta che coinvolge il 48 per cento delle donne in età fertile. Si va da una mortalità materna pari a 8 su centomila in Piemonte ed Emilia a una pari a 22 su centomila in Sicilia.
E questo secondo lei da cosa dipende? Va fatta una riflessione generale sui punti-nascita. La situazione è radicalmente cambiata negli ultimi 30 anni. Nel 1980 in pieno baby boom il numero di donne con più di 35 anni che partorivano era pari al 9 per cento; oggi è pari al 30. Allora ci fu una diffusione capillare sul territorio dei punti-nascita. Con un decreto ministeriale del 2000 si decise che il numero minimo di parti annui doveva essere 500 per ogni struttura, questo per poter garantire uno standard di qualità. Oggi ci troviamo con molti punti-nascita che hanno un numero di parti inferiore a 500 ogni anno. Quella rete è dunque più numerosa e capillare di quanto occorrerebbe. In compenso il numero dei parti cesarei è di gran lunga aumentato.
Nel 1980 erano l’11 per cento, oggi sono il 39. Questa tecnica, che è efficace in determinati casi, viene utilizzata in maniera eccessiva e non necessaria. L’indicazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità è di limitare il cesareo al 15 per cento dei parti. Ci sono invece regioni come la Campania in cui questa percentuale raggiunge il 62. È evidente che qualcosa non va. Molto dipende dai medici e dalle direzioni. Faccio un esempio: a Castellammare di Stabia, nel 2003 i cesarei erano il 52 per cento; l’avvento di un nuovo primario ha fatto sì che nel 2009 fossero solo il 16 per cento. A volte, e mi riferisco soprattutto alle strutture private convenzionate, si va incontro alle preoccupazioni delle donne e si arriva a programmare la data del parto. Incide molto, però, anche il rimborso concesso dalle Asl.
È l’aspetto sul quale ci stiamo concentrando. Sicuramente questo può incidere. Tenga conto, però, che la maggior parte delle donne italiane non ha ancora accesso al parto indolore. Questa possibilità è offerta solo nel 15 per cento degli ospedali italiani, mentre Francia o Stati Uniti raggiungono il 70. E con la manovra finanziaria sarà sempre peggio: per cinque anestesisti che andranno in pensione nel 2011, ne verrà assunto uno solo. Quindi potranno partorire senza dolore soltanto quelle donne che potranno pagarsi un professionista.
Arriverete alla decisione di sospendere qualcuno, nel caso in cui le notizie da Messina trovassero una conferma giudiziaria?
Mi auguro non serva il nostro intervento, preferirei un percorso di collaborazione istituzionale.

il Fatto 21.9.10
Porta Pia, festa grottesca
La commistione tra autorità civili e religiose assomiglia
al tentativo di far commemorare gli antifascisti da quelli che erano stati, negli anni ’30 e ’40, alleati con i loro nemici
di Nicola Tranfaglia

Erano le cinque e un quarto del mattino quando il 20 settembre l’artiglieria italiana sparò i primi due colpi di cannone contro le mura di Roma all’altezza di Porta Maggiore e Porta Pia. La resa avvenne verso le undici del mattino dopo che Pio IX ha ordinato ai pontifici di presentare la bandiera bianca. I morti tra i bersaglieri sono 49, tra i pontifici 19. Pio IX, riuniti i diplomatici presso lo Stato Pontificio, definisce l’assalto “un attentato sacrilego” e dovranno passare altri cinquantanove anni prima che Mussolini e Pio XI firmino il Trattato del Laterano e i Patti annessi.
La pace tra Stato e Chiesa
DA QUEL MOMENTO regna, per così dire, la pace tra Stato e Chiesa ma la dittatura fascista lo ha fatto per avere la Chiesa dalla sua parte e non certo per realizzare la formula di Camillo Benso, conte di Cavour, che in anni lontani aveva detto: “Libera Chiesa in libero Stato.” E il Vaticano, a sua volta, ha ottenuto dallo Stato quel che non aveva mai avuto dalla classe dirigente liberale sul piano economico come su quello politico. Ed oggi, nel Ventunesimo secolo dopo che nel 1988 è stato rinnovato con qualche modifica il Concordato del 1929 e la Chiesa cattolica ha messo sull’attenti gran parte della classe politica, di governo e di opposizione, si può dire che la celebrazione del 1870 avviene nelle migliori condizioni possibili per la Santa Sede. Roma diventa Capitale con la legge appena approvata e il sindaco Alemanno che, da fascista che era è diventato un berlusconiano fervente, può celebrare oggi i centoquarant’anni della Breccia di Porta Pia non soltanto con il capo dello Stato ma anche con il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, come se la Chiesa fosse stata anch’essa dalla parte dell’Italia appena unificata piuttosto che contro a rispondere con le cannonate ai bersaglieri che premevano dal di fuori.
Ed è questo il centro della giornata di ieri e il significato che le autorità locali e centrali intendono fornire agli italiani, dimenticando quello che davvero l’arrivo dei bersaglieri aveva significato in quel mattino del 20 settembre 1870.
Non è un caso che oltre cinquanta tra associazioni, movimenti e forze politiche hanno deciso di festeggiare domenica la ricorrenza per non mischiarsi alle celebrazioni ufficiali. Ma se si guarda all’imponente serie di manifestazioni e di occasioni di visite e di mostre previste in questi giorni non si capisce davvero come Stato e Chiesa possano festeggiare insieme un avvenimento così limpido e chiaro. L’Italia liberale del Risorgimento, dopo meno di dieci anni dall’unificazione nazionale, aveva deciso di scegliere Roma come sua Capitale e approfittando di un atteggiamento non negativo di due grandi potenze del tempo come la Francia e l’Inghilterra aveva mandato una spedizione ufficiale di soldati e di bersaglieri per entrare a Roma e far finire il Potere temporale dei Pontefici. E questo significato di fondo non si può rovesciare, celebrando la ricorrenza con la Santa Sede e con quel cardinale Bertone, segretario di Stato, che quando divenne vescovo di Genova si preoccupò immediatamente di chiudere gli archivi della diocesi per impedire che gli storici facessero luce sul ruolo del Vaticano nella fuga in Sudamerica dei criminali nazisti che si trovavano in Italia o che erano appena arrivati dalla Germania. Un amico mi ha detto, in questi giorni, che la commistione tra le autorità civili e religiose assomiglia al tentativo di far commemorare gli antifascisti da quelli che erano stati, negli anni Trenta e Quaranta, alleati con i loro nemici. E si potrebbe dire ancora molto di peggio di fronte a questo spettacolo. A differenza dei francesi, noi non abbiamo nella nostra Costituzione all’inizio un articolo dedicato alla laicità dello Stato ma in vari punti del dettato costituzionale emerge con chiarezza il profilo laico della nostra democrazia parlamentare che riguarda i credenti come i non credenti e che dovrebbe spingere tutte le forze politiche, a cominciare da quelle di centrosinistra, a difendere il significato della Breccia di Porta Pia e la difesa della formula cavouriana. Nella cosiddetta “Prima Repubblica”, e soprattutto da parte di chi aveva partecipato ai lavori dell’Assemblea Costituente, anche tra cattolici come Aldo Moro era centrale la rivendicazione della laicità dello Stato come elemento fondamentale dell’attività politica e istituzionale. Oggi, soprattutto dopo l’89 e la caduta delle grandi ideologie che avevano diviso il mondo negli anni della Guerra fredda, le classi dirigenti italiane e in particolare quelle più vicine e legate alla classe politica, sembrano aver perduto il senso delle distinzioni tra una sfera laica e una sfera religiosa. La destra berlusconiana, così priva di valori etici e politici, ha bisogno dell’appoggio del Vaticano e il papa attuale non ha avuto difficoltà fino a ieri ad appoggiarne l’azione di governo.
La sinistra e il Vaticano
QUANTO alla sinistra, la fine del comunismo ha favorito l’avvicinamento degli ex comunisti al Vaticano e ormai da anni essi si confondono con gli altri esponenti politici devoti alla Chiesa. Pochi di fatto – e noi dell’Italia dei Valori siamo tra questi – ritengono che, al di là della fede cattolica di ciascuno, che sia necessario sostenere con chiarezza una posizione che si riallacci a quella liberale e democratica dell’Ottocento ma anche del Novecento e del nuovo secolo: la parità di tutte le fedi religiose, la difesa della sfera politica dalle intromissioni della Chiesa e delle Chiese. E proprio questa incertezza della politica e il suo degrado evidente conducono alla situazione di oggi che è nello stesso tempo grottesca e paradossale: si vuol ricordare la Breccia di Porta Pia e lo si fa con il sindaco fascista berlusconiano e con il segretario di Stato del Vaticano.

Repubblica 21.9.10
Musicoterapia
Da Mozart ai Pink Floyd le note contro il dolore
di Irma D’Aria

Cinquanta minuti di ascolto ogni giorno per otto settimane associati a psicoterapia e risultano diminuiti i sintomi in pazienti depressi
Riabilitazione post-ictus, rimedio all´ansia e alle paure da sala operatoria Nuove ricerche dal Nordeuropa all´Italia sembrano confermare che ascoltare classica, jazz o sacra possa influenzare corpo e mente Dall´età prenatale fino alla maturità e alla vecchiaia

Guarire le ferite dell´anima anche con l´aiuto della musica si può e a confermarlo arriva ora un nuovo studio apparso sulla rivista Arts in Psycotherapy. I pazienti affetti da sindrome depressiva sono stati divisi in due gruppi: il primo è stato sottoposto a classiche sedute di psicoterapia, mentre per il secondo gruppo alla terapia si è affiancato l´ascolto di musica classica o barocca per 50 minuti al giorno per otto settimane. Al termine della sperimentazione, i pazienti in musicoterapia mostravano meno sintomi depressivi rispetto a quelli trattati solo con la psicoterapia. Nuove evidenze scientifiche arrivano anche sul fronte della riabilitazione post-ictus grazie a uno studio di metanalisi realizzato presso la Temple University di Philadelphia e recentemente pubblicato sulla Cochrane Review. I 184 pazienti sono stati sottoposti a tecniche di stimolazione uditiva ritmica con l´obiettivo di sollecitare le funzioni cerebrali compromesse dall´ictus. L´ascolto di musica ha avuto effetti positivi sulla circolazione sanguigna, sul movimento, sull´umore e anche sul linguaggio e il dolore. E in tema di dolore, un altro recente studio condotto presso il Tabriz Oncology Center in Iran, ha confermato l´efficacia della musicoterapia in cento pazienti sottoposti ad aspirazione del midollo osseo. I pazienti che avevano ascoltato musica durante la procedura operatoria, mostravano minori livelli di ansia e dolore.
Gli ambiti d´intervento abbracciano tutte le varie fasce d´età, dalla vita prenatale alla vita da anziani. Ma in cosa consiste la musicoterapia? «È l´uso del linguaggio musicale in tutte le forme e collegamenti con il corpo e la mente», dice Simona Nirensztein Katz, musicoterapeuta e musicista. «Il suo obiettivo è quello di accompagnare i pazienti in un percorso verso la salute». In Italia, però, i pareri sono diversi. «Ritengo che si possa definire musicoterapia precisa la psichiatra Graziella Magherini, presidente dell´International Association for Art and Psychology soltanto la psicoterapia psicodinamica attuata con la mediazione della musica. Il musicoterapeuta deve avere un´adeguata padronanza del linguaggio musicale e anche una formazione psicologica». Nella maggior parte dei casi, il musicoterapeuta agisce sotto la supervisione di un neuropsichiatra, di un geriatra, un pediatra o di un altro specialista.
Sempre più spesso, inoltre, la musica entra anche nelle corsie d´ospedale. Per esempio, al Bambino Gesù di Roma dove ai piccoli pazienti in terapia intensiva viene fatto ascoltare Mozart. Note terapeutiche anche al pediatrico Meyer di Firenze dove già da anni, anche in reparti particolarmente difficili come quello di oncoematologia e soprattutto in chirurgia serve per aiutare i bambini a sentirsi meno soli di fronte alla paura.
Ma quali sono le musiche più "terapeutiche"? «Non si può dire che un certo brano o tipo di strumento sia più adatto di un altro», chiarisce Giulia Cremaschi Trovesi, presidente della Federazione italiana musicoterapeuti. «Le sedute di musicoterapia si basano soprattutto sull´improvvisazione di note che nasce da un dialogo profondo tra il paziente e il terapeuta». Proprio di recente, però, la Caledonian University di Glasgow ha lanciato un progetto triennale di musicoterapia che per la prima volta analizzerà brani di musica contemporanea e non classica. I risultati potrebbero consentire di sviluppare programmi computerizzati in grado di identificare la musica che ha il miglior effetto sui disturbi dell´umore e la depressione. Dalla pratica clinica, intanto, qualche indicazione arriva. La musica classica domina la classifica delle "note che fanno bene", ma vengono considerate efficaci anche il jazz, la musica New Age, quella indiana e persino Gloria Gaynor e i Pink Floyd.

Repubblica 21.9.10
La voce e il battito del cuore e il primo concerto comincia nel grembo materno

Tutto comincia con la cosiddetta "prima orchestra": quella del grembo materno in cui risuona la voce della mamma, il battito del suo cuore e tutto ciò che ci aspetta fuori. Ecco perché la musica è un elemento fondamentale per la crescita e lo sviluppo somatico, psicologico e sociale. È proprio questo il tema centrale del libro Crescere con la musica. Dal corpo al pensiero musicale, curato da Roberto Caterina, Graziella Magherini e Simona Nirensztein Katz. «La musica», spiega Graziella Magherini, «accompagna lo sviluppo
del bambino dagli aspetti sonori del rapporto con la madre fino alla fase di identificazione del sé e poi via, via nelle varie tappe della crescita». È anche un ponte di comunicazione nella fase adolescenziale quando la chiusura è spesso molto forte. «La musica», sottolinea Simona Nirensztein, «permette al ragazzo in cerca della propria identità di adulto una forma di regressione inconfessabile a parole ma accettabile nel ritorno a musiche che lo portano in contatto con bisogni profondi come la ripetitività ritmica, simile al movimento del cullare, o musiche più intimistiche attraverso cui dà sfogo a emozioni a cui non sa ancora dare un nome».(i. d´a.)

Repubblica 21.9.10
Al centro della contesa la capacità delle donne di fare tante cose insieme Ma un recente libro smonta le ipotesi sessiste. "È un organo misterioso"
Maschi e femmine divisi dal cervello la sfida si gioca sul "multitasking"
"Le differenze sono culturali: ci comportiamo secondo gli schemi"
di Angelo Aquaro

Le ragazze si arrendano: i maschietti hanno un cervello del 9 per cento più grande del loro. Beh, potrebbero giustamente replicare le signorine, dipende dall´uso che ne fanno.. Macché: gli uomini hanno comunque una quantità di "materia grigia" 6 volte e mezzo più grande di quella delle donne. Due a zero? Fosse così semplice: la sfida sul cervello tra uomini e donne è la partita più pericolosa che gli scienziati di tutto il mondo stanno giocando da anni. L´ultima bordata è partita in questi giorni: "Le delusioni del genere" si chiama il libro con cui Cordelia Fine spara a zero contro le teorie che enfatizzano una differenza sostanziale tra i due cervelli. Un atto d´accusa che mette nel mirino le conclusioni di quella corrente rappresentata soprattutto da Louann Brizendine, la dottoressa che pure si dichiara spassionatamente femminista e che ha scritto due libri, "Il cervello maschile" e "Il cervello femminile", schizzati in testa alle classifiche con tanto di polemiche sul politicamente corretto.
Esperta contro esperta: una battaglia tra donne? È proprio contro la generalizzazione dei sessi che si batte "Le delusioni del genere". Prendete la fatica che il New York Post ha fatto per evidenziare almeno cinque/sei punti di differenza tra uomini e donne. I risultati? Le differenze si giocano soprattutto sul ruolo dell´amigdala. È il centro del cervello in cui vengono prese le decisioni di agire. E siccome negli uomini è più grande il sesso cosiddetto forte reagirebbe con più impulsività e violenza di fronte agli eventi insoliti. E ancora. Se è vero che gli uomini, per esempio, hanno più "materia grigia" il che spiegherebbe perché eccellono per esempio nella matematica è pur vero che le donne hanno più "materia bianca", che sarebbe quella che permette di connettere le diverse parti del cervello, esercitando così la funzione oggi comunemente detta multitasking, che poi sarebbe quel miracolo che da sempre ammiriamo in tante mamme: la capacità di badare a più cose nello stesso tempo, dai pianti del bebè allo sbuffo del caffè. Non basta. Le donne sorpasserebbero gli uomini anche nell´ultimo campo di osservazione della neurologia, quei "neuroni specchio" che ci permettono di "sentire" gli altri, rivivere le emozioni, agire insomma empaticamente: risolvendo così anche la sempiterna questione della "sensibilità" femminile problemino mica da poco per tanti maschietti.
Sarà vero? Le differenze, dice ora l´eretica Cordelia, magari esistono: ma sono culturali. E più si creano aspettative su certi comportamenti "maschili" (la capacità di reazione fisica) e "femminili" (la capacità di prendere posizioni più ponderate) e più noi tutti uomini e donne ci sentiamo portati a comportarci secondo lo schema. «Malgrado tantissime scoperte recenti, quest´organo rimane per la maggior parte sconosciuto» dice un´autorità come Anne Fausto-Sterling (un´altra donna!) della Brown University del Rhode Island. E proprio per il mistero che lo circonda, il cervello «rappresenta il mezzo ideale su cui proiettare tutte le nostre ipotesi riguardo al ruolo delle differenze di genere». Sessismo? Cordelia, Anne e le altre non hanno dubbi: «Neurosessismo». In fondo, questo sì, un vecchissimo riflesso del cervello.

Corriere della Sera 21.9.10
L’italiano che cambia: semplificazione o sciatteria?
Il nuovo modo di usare la lingua fra errori e parole in disuso
di Lorenzo Salvia

ROMA — Se me lo dicevi prima ci pensavo io. «Allora, dove sarebbe l’errore?», sbotta Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della crusca. E tanti saluti al congiuntivo («se me lo avessi detto...»), proprio come fanno i calciatori alla tv. «Guardi che scrivevano così anche Manzoni e Bembo, il codificatore supremo della lingua italiana» riprende il professore prima di poggiare la cornetta ed avvicinarsi alla libreria. «Ecco qua, "Promessi sposi", capitolo 34. "Se mi si accostava un passo di più, l’infilavo addirittura il birbone". Niente congiuntivo. Magari di Manzoni possono dire che era uno scapestrato e allora aspetti, prendo le lettere di Pietro Bembo: "Non ti bastavano le ingiurie se tu ancora quella ferita non mi davi". Niente congiuntivo».
L’Accademia della crusca è l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana. Salvaguardia, mica robetta. Ma non vuol dire segnare sempre con la matita rossa i nuovi usi della lingua, quella parlata tutti i giorni nelle case, negli uffici e nei bar, magari distante anni luce da quella immobile nei libri di grammatica. «Soprattutto perché — spiega il professor Sabatini — i cambiamenti più vistosi riguardano l’accettazione di fenomeni di antica data che prima venivano censurati e che invece si sono affermati perché funzionano meglio. Se durano, un motivo ci sarà, no?». L’esempio classico è la frase «Il latte lo compro io». Per anni questa struttura è stata considerata un’inutile ripetizione, una brutta variazione del più limpido «Io compro il latte». E invece no: se già si stava parlando di latte, è proprio quella la forma che funziona meglio. Anche stavolta nella libreria del professore c’è un precedente. È una sentenza del decimo secolo, una lite su alcuni poderi nella zona di Montecassino: «Quelle terre — dicono alcuni testimoni in volgare — le ha posse dute l’abbazia». Nulla di nuovo.
Ma non c’è solo il recupero del passato nei cambiamenti della nostra lingua. Tull i o de Mauro — linguista di fama mondiale e per alcuni mesi anche ministro dell’Istruzione — parla di «legittima autodifesa» dalle regole sulle quali la «scuola ha picchiato più duro». Il passato prossimo al posto del passatore moto? «Tutti noi, se dobbiamo dire che abbiamo cotto qualcosa anni fa, preferiamo cambiare strada e dire "ho cucinato"». Io cossi, tu cocesti, egli cosse... il terribile ricordo dei verbi irregolari ci spinge verso sentieri meno impervi: «ho» più un bel participio facile facile. Ma non può essere solo questo. Il verbo «scoprire» non è perfido né irregolare. Eppure la maggior parte di noi dice «Cristoforo Colombo ha scoperto l’America nel 1492» non «Cristoforo Colombo scoprì l’America nel 1492». Un errore? Il professor Sabatini — che a questo punto sarà diventato simpaticissimo a tutti gli studenti italiani — dice di no: «Bisogna tener conto della dimensione psicologica del tempo, non solo di quella fattuale. E se dico che Cristoforo Colombo ha scoperto l’America vuol dire che nel mio discorso considero ancora attuali gli effetti di quella scoperta». Eccola, forse, la causa della scomparsa del passato remoto: nell’uso vivo della parola siamo abituati a parlare di cose che riguardano il presente, anche quando partono da eventi passati e pure remoti.
Più che gli scrittori ed i linguisti, però, a maneggiare la lingua di tutti i giorni sono gli autori delle fiction tv. Ivan Cotroneo ha scritto la sceneggiatura di «Tutti pazzi per amore» e dice subito che per costruire un personaggio credibile è fondamentale farlo parlare come noi umani. «Digli cosa vuoi, ad esempio. Nei dialoghi usiamo sempre "gli". "Le" per le donne o "loro" per il plurale non esistono più». Lui ne soffre, in realtà. Da scrittore e traduttore è maniaco di queste cose. «Ma una precisione del genere se la può concedere al massimo nonna Clelia, che nella fiction è un avvocato con un gusto della battuta piuttosto ricercato. In bocca agli altri suonerebbe scorretto».
Sempre per costruire storie credibili alcuni suoi personaggi fanno a meno delle sfumature del futuro: «Cristina dice "quando arriverò farò questa cosa". Ma per salvare la grammatica abbiamo Emanuele che la corregge "quando sarai arrivata", futuro anteriore. Attenzione, però: Emanuele non è l’adolescente tipo, è un secchione un po’ rompiscatole». Un trucco usato in ogni puntata per mettere insieme realismo e grammatica. «Finora Emanuele ha ripreso Cristina sul congiuntivo e sulla consecutio temporum. Nella prossima serie la sua battaglia potrebbe essere sul punto e virgola».

Corriere della Sera 21.9.10
Punto e virgola Perché perda chi urla di più
di Silvia Avallone

Dostoevskij racconta così l’attimo seguente a quello in cui Raskolnikov cala l’accetta sulla nuca della vecchia strozzina: «Egli si scostò, la lasciò cadere e subito si chinò verso il suo viso; era già morta». Ora, come riusciremmo a verificare la morte in tutta la sua raggelante pausa, come potremmo trattenere il respiro calandoci anche noi sul volto impietrito dell'assassinata, senza quel geniale, assordante punto e virgola? In via di estinzione, o addirittura già estinto, il punto e virgola possiede una funzione ambigua: denota una pausa più lunga di quella indicata dalla virgola, e più breve di quella indicata dal punto. Una pausa tattica, insomma, di quelle che servono all’avvocato in gamba durante la sua arringa per gettare un’occhiata terrificante al suo uditorio, o al ciclista che risale i tornanti dell’ultima tappa e si volta per controllare se è riuscito a seminare gli avversari. È il segno d’interpunzione dell’apnea mentre ci si cala in profondità all’interno del discorso. In questo senso, è il tipico segno della sfumatura e della complessità, e non a caso si incontra spesso nei dialoghi filosofici. Abbonda dove abbondano i ragionamenti ampi, ovvero in tutte le occasioni in cui è necessaria una pausa di una certa consistenza per seguire il filo della logica o assorbire il patos del racconto. Ma se assistiamo a un dibattito televisivo o navighiamo attraverso gli innumerevoli spazi del web, registriamo esattamente il contrario: mancanza di sfumatura e complessità nei discorsi, mozziconi di frasi o sequenze di esclamazioni, assenza di pause destinate alla comprensione. Pare che non sia più indispensabile ascoltare il nostro interlocutore prima di rispondergli. Superfluo anche dare spiegazioni. Nelle tribune politiche e nei varietà si moltiplicano veloci botta e risposta, serie anarchiche e isteriche di interiezioni, che sfido chiunque a tradurre per iscritto senza sovrapposizioni di frasi e mediante un’interpunzione intelligibile. Ovunque il discorso regredisce al litigio, alla polemica aspra e senza soluzione di continuità. La retorica retrocede allo slogan, alla catena puntiforme degli insulti, alla balbuzie. Con il risultato che l'oggetto della discussione viene oscurato dal linguaggio, anziché chiarificato, frammentato anziché compiuto. E il tempo di voltarci per guardarci intorno? Il tempo delle boccate d’aria per affrontare l'apnea? Non c’è più. Allora perché stupirci se un segno sofisticato come il punto e virgola è scomparso? Dovremmo stupirci piuttosto di come siano venute meno le occasioni di usarlo. Dovremmo preoccuparci. Perché se è vero che la punteggiatura serve a suggerire i silenzi, allora la sua scomparsa significa che vince chi grida più forte, chi la spara più grossa, e si perde il significato delle cose. Il punto è che le cose, nella realtà, sono sfumate e complesse. Non è possibile dire una cosa intelligente ogni due minuti, non è possibile neppure capirla in due minuti. Ci vuole una pausa. Ci vuole il punto e virgola.

Repubblica 20.9.10
Skàrmeta: il mio Postino da Troisi a Domingo
di Antonio Skàrmeta

Il romanzo dello scrittore cileno, che nella versione cinematografica di Michael Radford aveva come protagonista l´attore italiano, debutta il 23 a Los Angeles con Placido Domingo

"Protetto dal mio angelo Troisi riuscirò a vincere anche a teatro"

Quando il 23 settembre, a Los Angeles, si alzerà il sipario per dare inizio alla prima mondiale dell´opera "Il Postino", difficilmente potrò evitare che, in un sol colpo, si uniscano nella mia memoria tutti i momenti che hanno portato la mia opera scritta a questo culmine. "Il Postino" nasce al tempo della dittatura di Pinochet, forse nel 1983.
Nasce come un emozionato ricordo dal mio esilio a Berlino Ovest del Cile democratico che avevo vissuto e goduto finché non venne il golpe del 1973, che fece subire al mio popolo la violazione dei suoi diritti umani, inaugurando un periodo di barbarie e costringendo all´esilio centinaia di intellettuali.
Mentre scrivevo il mio romanzo, "Il postino di Neruda", credo che nel mio cuore pulsasse il bisogno di recuperare nella finzione letteraria il modesto e imperfetto paradiso che avevo perduto: quel Cile in cui il poeta era vicino alla gente e la gente sentiva che il poeta parlava per loro. Un Cile in cui si poteva discutere di democrazia con gioia e immaginazione senza sospettare che all´improvviso molti avrebbero dovuto pagare con la vita questa affettuosa attività.
Fin dal primo momento, l´opera migrò rapidamente ad altri generi. Non avevo ancora finito di scriverla che un produttore tedesco, dopo aver letto qualche capitolo, mi propose di scrivere la storia di Pablo Neruda e del Postino come sceneggiatura cinematografica. Lo feci, tenendo in sospeso il finale del romanzo e quando gli consegnai il copione, con mia grande sorpresa, mi propose di esserne io stesso il regista. Avevo una certa esperienza nel dirigere attori di teatro fin dai miei anni giovanili all´università, e avevo dato prova di essere uno sceneggiatore efficiente. Ma tutto ciò che sapevo su quest´arte, era da spettatore.
Il produttore mi incoraggiò a rischiare: si trattava di un film "low budget" (su questo non mi ingannava) e se io non mi fossi rivelato molto bravo, nessuno se ne sarebbe indignato: lo avrebbero visto come il film di uno scrittore che prova a fare del cinema e fallisce. Il caso volle che il film avesse un successo insospettabile. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrisse, dopo il suo debutto alla televisione tedesca, che si trattava di un film "meraviglioso" e al primo festival in cui venne presentato vinse quasi tutti i premi.
La freschezza dell´ingenuità! Il film si chiamava "Ardiente Paciencia" e ancora oggi appare ogni tanto su qualche televisione europea o in qualche festival cinematografico, sotto l´egida di un curatore o di un produttore che lo ricorda con simpatia. Ho evitato attentamente che questo film si vedesse in Italia, dato che il mio modesto filmetto ha per protagonista un attore cileno, un mio carissimo amico, e ho sempre pensato che sarebbe inopportuno presentare al pubblico italiano un personaggio diverso da quello creato da Troisi. Oggi - lontani ormai dalle emozioni iniziali - sappiamo che Massimo diede la vita per questo film, e si merita il titolo di "Postino per eccellenza". Se un giorno dovessi autorizzare la divulgazione di "Ardiente paciencia" in Italia, voglio che il DVD circoli chiaramente con un grande titolo: "Omaggio a Massimo Troisi".
Da quando il libro fu pubblicato in spagnolo, nel 1983, la storia è stata adattata in numerosi paesi per la radio, per il teatro (più di duecento allestimenti nel mondo) e per il cinema da Michael Radford. Un´équipe di drammaturghi inglesi, composta da Eden Phillips, Michael Jeffrey e Trevor Bentham ha già scritto un musical che andrà in scena a Londra con il titolo "The Postman and the Poet" e l´autore della colonna sonora de "Il postino", Luis Bacalov, è stato contattato da un grande teatro italiano per comporre per loro un balletto ispirato al mio romanzo. Per qualche anno, in molti paesi i giovani hanno indossato una t-shirt con una delle citazioni più famose della mia opera: "La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa".
Mi ero abituato a pensare che, con questa semplice storia sul contrasto tra un grande poeta e un uomo umile, qualsiasi cosa potesse accadere: ma non che sarebbe giunto il giorno in cui sarebbe diventata un´opera e che il ruolo di Neruda lo avrebbe cantato il maestro dei maestri, quel grande artista e splendida persona che è Plácido Domingo. Il compositore è Daniel Catán, un artista messicano che da dieci anni vive a Los Angeles e che ha scritto l´opera su incarico di Plácido Domingo. Catán aveva già adattato per il palcoscenico un testo di García Márquez e da me è stato autorizzato a prendersi tutte le libertà che voleva purché si sentisse in grado di trasportare la mia storia in questo genere dei generi che è l´opera. Catán affronta una sfida che lo esalta: fare opera in spagnolo, una lingua potente che non conta in questo genere molti esempi illustri. Quasi quasi, mantenendo le distanze, appare sotto questo aspetto come Mozart, che si impegna a fare opera in tedesco, quando tutti davano per scontato che l´opera fosse una faccenda assolutamente italiana. La lingua di Cervantes, e quella di Neruda, è per Catán il modo in cui guardiamo la vita, ciò che ne facciamo: «In questo sguardo ci mettiamo davanti a ciò che è veramente importante: l´amore, la felicità e la passione». E´ convinto che una lingua sia un modo di "vedere". L´immensa comunità ispanoamericana di Los Angeles si prepara a un evento che la riempie di orgoglio: per la prima volta si canterà un´opera in spagnolo con sottotitoli in inglese.
Circa quindici anni fa, il film italiano "Il postino" si presentò sul tappeto rosso di Hollywood con cinque nominations ai premi Oscar. Forse era ancora troppo presto per un film italiano (più tardi avrebbe vinto "La vita è bella"), ma la verità è che la nomination postuma per Massimo Troisi come migliore attore non ebbe fortuna. In quell´occasione, i membri dell´Accademia preferirono Mel Gibson e il suo "Braveheart": una pillola amara che non mi è ancora andata giù. Massimo creò un personaggio con un´anima semplice e grande che è incapace di dire tutto quello che sente ma che alla luce generosa di Neruda (Philippe Noiret) comincia a trasformare in scintillanti metafore verbali il suo delizioso e impreciso gesticolio napoletano. Secondo il compositore Catán, nell´opera, il Postino comincerà cantando "male", ma crescendo via via come uomo e come artista arriverà a cantare bene come il suo mentore Neruda (Plácido Domigo). Da parte sua, il regista dello spettacolo, Ron Daniels, ha affermato che quest´opera recupererà molte cose della storia politica cilena e latinoamericana.
In ogni caso, il film italiano è un ricordo vivo negli Stati Uniti e i grandi artisti che saliranno sul palcoscenico del teatro dell´Opera di Los Angeles hanno davanti a sé delle grandi sfide: il ricordo della musica di Bacalov, premiata con un Oscar, la gloriosa performance di Troisi, il solido fascino maturo di Phillipe Noiret, l´attraente turbolenza di Maria Grazia Cucinotta. Nel suo genere, l´Opera di Los Angeles offre un cast eccezionale: Plácido Domingo nel ruolo di Neruda, Charles Castronovo nella parte del Postino, Amanda Squitieri come Beatrice e la grande soprano cilena Cristina Gallardo-Domas come Matilde, la moglie del poeta. L´opera è co-prodotta da Le Chatelet (debutto nel giugno del 2011) e in Austria dall´Opera di Vienna debutto l´8 dicembre di quest´anno).
Pur con un cast di star come queste, una prima mondiale di queste dimensioni ha bisogno di fortuna. E quando si aprirà il sipario raccomanderò con fervore l´opera di Catán a Massimo Troisi - mio angelo custode da tanti anni. Anche in una città che si chiama Los Angeles avrò bisogno del suo aiuto.
(traduzione di Luis E. Moriones)

lunedì 20 settembre 2010

il Fatto 18.9.10
Clinton, Fidel. L’umanità dov’è?
di Massimo Fini

La Fiat trasferirà la produzione della nuova Panda da una fabbrica polacca a Pomigliano, cosa che se risolve i problemi dei lavoratori di Pomigliano ne creerà altri a quelli polacchi. Nel contempo la Fiat dislocherà da Mirafiori, portandola in Serbia, una nuova produzione, il che se farà contenti gli operai serbi, anche quando non dovesse portare alla disoccupazione di quelli di Mirafiori sicuramente renderà molto più difficile l'ingresso nel mercato del lavoro di migliaia di giovani italiani. Il capitale, essendo mobile, non conosce frontiere né amor di Patria, segue solo il suo interesse. Già cinque secoli fa Giovanni Botero ammoniva sul “pericolo che sorge per lo Stato quando la base della proprietà della classe dominante è costituita da beni mobili che in tempi di pubbliche calamità si possono portare al sicuro, mentre gli interessi dei proprietari terrieri sono legati indissolubilmente alla Patria”. Il capitale se nel Paese in cui è stato accumulato trova delle difficoltà va altrove. Sul Corriere della Sera Raffaella Polato ipotizza che se a Marchionne non fossero date le condizioni che chiede risponderebbe: “Il mondo è grande”. Ma se il denaro può andarsi a cercare liberamente il luogo della Terra dove ritiene di esser meglio remunerato, lo stesso dovrebbero poter fare gli uomini. A meno che non si voglia sostenere l'aberrante tesi che il denaro ha più diritti degli uomini. Invece è proprio ciò che accade. Mentre il capitale evoluisce liberamente per l'universo mondo, agli spostamenti delle popolazioni, soprattutto dei Paesi cosiddetti "sottosviluppati", che spesso sono state rese miserabili proprio dall'irruzione di quel capitale che, con le sue dinamiche, le ha sottratte alle "economie di sussistenza" su cui avevano vissuto e a volte prosperato per secoli, vengono posti limiti sempre più ferrei in attesa di prendere i "migranti" a mitragliate. Sulla globalizzazione ci sono solo due posizioni coerenti. Quella dei radicali italiani che sono per una totale libertà di movimento dei capitali ma anche per una altrettanto totale libertà di movimento degli uomini. E quella che sta all'estremo opposto, e che per ora è puramente concettuale, di chi dice no all'immigrazione ma rinuncia anche ad andare a piazzare le sue puzzolenti e devastanti fabbriche in Niger, in Nigeria, in Bangladesh, in Marocco o altrove. Tutto ciò che sta nel mezzo, sì alla globalizzazione dei capitali, no a quella degli uomini, è di una violenza inaudita e ripugnante. Eppure sia la destra che la sinistra sono a favore della globalizzazione. Bill Clinton a un forum del Wto del 1998 ha dichiarato: “La mondializzazione è un fatto e non una scelta politica” e Fidel Castro di rincalzo, nello stesso Forum: “Gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge della gravità”. Ed è vero se al centro del sistema noi mettiamo l'economia: tutto deve adeguarsi ad essa. Ma sarebbe altrettanto vero se al centro del sistema mettessimo uno spillo, tutto dovrebbe girare intorno allo spillo. L'economia non è stata sempre al centro del sistema. In epoca preindustriale era inglobata nelle altre e molteplici esigenze umane al punto che era indistinguibile da esse, e non è un caso che l'economia politica, come scienza, o presunta tale, sia coeva alla Rivoluzione Industriale. Aver puntato tutto sull'economia, emarginando ogni altro bisogno dell'essere umano, si è rivelato un fallimento epocale come ognuno oggi, con gran ritardo, può vedere. È un Moloch che pretende sacrifici umani, massacri, alle popolazioni del Terzo e ora anche del Primo mondo. Io credo che al centro del sistema vada rimesso l'uomo e l'economia riportata al ruolo marginale che ha sempre avuto finché abbiamo avuto una testa per pensare.


l’Unità 20.9.10
È dunque legittimo e forse doveroso che una motovedetta libica, per di più con a bordo alcuni finanzieri italiani, insegua e apra il fuoco ad altezza d’uomo, per uccidere, su una carretta del mare dei poveri immigrati. L’incredibile dichiarazione del ministro dell’Interno, secondo cui i libici hanno sbagliato bersaglio e hanno sparato sui pescatori di Mazara pensando fossero clandestini, ha suscitato la reazione indignata delle forze sane della società italiana e di esponenti della Chiesa. La segretaria confederale della CGIL Vera Lamonica ha definito “incredibili e agghiaccianti” le parole di Maroni. “Purtroppo – ha aggiunto – non sono solo parole al vento. Il ministro, infatti, sa che le regole d’ingaggio previste dall’accordo italolibico prevedono di sparare agli immigrati presunti clandestini, violando tutte le norme internazionali dei codici civili e militari”.

l’Unità 20.9.10
Vita: allarme per l’Unità «Editoria, che fa il governo?» «Dobbiamo fare un sforzo straordinario per salvare l'Unità ed evitare che la sua crisi possa diventare più grave. La sospensione delle redazioni in Toscana ed Emilia-Romagna, dove maggiore è la diffusione del giornale non è un buon sintomo di interesse da parte dell'editore. Anzi, è augurabile che proprio Soru voglia spiegare quali sono le sue intenzioni». Lo dice il senatore Pd Vincenzo Vita. «Tuttavia aggiunge vi è un altro punto da sottolineare: si tratta del taglio del fondo dell'editoria voluto dal governo: ecco i primi frutti. C'era un vago impegno volto a ripristinare almeno in parte le risorse per la stampa non-profit, cooperativa e politica. Esiste ancora?»

l’Unità 20.9.10
Rossi contro Scalfari: Bersani ci fa sognare

«Scalfari, in un colpo solo, fa fuori Bersani e Vendola e tutti gli esponenti del Pd, Renzi compreso. Se ha qualche nome da proporre per la guida del centrosinistra lo faccia, dal suo giornale. Ma poichè un giornale è un giornale e un partito è un partito, noi del Pd un candidato ce lo abbiamo già è scritto nello statuto ed è Bersani, che a Torino ha esposto un programma solido, ci ha fatto sognare e persino commuovere». Lo scrive su Facebook il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, commentando l'’editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica di ieri. «Beninteso aggiunge Rossi -. Io sono convinto che si debbano fare le primarie, ma sostengo che il mio partito ha già il suo candidato. E coloro che militando nel Pd, soprattutto i dirigenti, non lo riconoscono, mancano di rispetto alle regole fissate, impediscono che si consolidi una leadership e frenano la capacità di sognare».

l’Unità 20.9.10
Errani: il Pd che litiga è un regalo alla destra

«Non possiamo regalare a questa destra un Pd che non svolge la sua funzione ovvero quella di costruire l'alternativa». È il messaggio lanciato al suo partito dal presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, che ne ha parlato alla Festa dell'Unità a Bologna.

Repubblica 20.9.10
Ma una sfida vera servirebbe alla sinistra
di Giancarlo Bosetti

Non è vero che nella sinistra italiana ci siano troppi conflitti. È solo una impressione. Falsa. Ci sono invece molte «beghe», parola di origine gotica, che indica fastidiose liti, per le quali il Devoto-Oli esemplifica: tipiche quelle «tra suocera e nuora». È vero che si litiga, ma niente duelli, la lite si ferma sempre prima della minima contusione.
E così la antica compagnia di giro, che guidava la Federazione giovanile comunista quando Berlusconi esordiva nell´edilizia milanese, continua il suo giro. È vero che ogni tanto si affacciano le «primarie», parola truculenta che indica un duello all´ultimo sangue (se uno ha in mente quelle americane), dove c´è chi vince e c´è chi perde. Ma qui da sottolineare è la parola «perde», perché le nostre primarie si tengono generalmente quando si sia messo ben in chiaro, «prima» – un´etimologia alternativa? – chi le vincerà. E dove non c´è mai davvero chi le «perde». Onore al merito per le prestazioni passate di Letta e Bindi, o Marino e Franceschini e altri coraggiosi, ma non furono mai duelli per il primo posto. Non che fossero per questo del tutto inutili, avevano una funzione mobilitante, ma non servivano allo scopo per cui sono state inventate: la «selezione», parola crudele e darwiniana, che – duole constatare – indica la necessità di migliorare la specie, nel nostro caso la leadership, attraverso la lotta.
L´enigma di una sinistra e di un Pd che rimangono «in attesa» e privi di «appeal» (come ben rimarcato ieri da Scalfari) anche quando declinano palesemente i consensi della destra si può spiegare con molte ragioni, ma certo anche con la mancanza di una competizione aperta per la leadership. Questa non avviene e il primato è reso in sostanza non contendibile ad opera di gruppi dirigenti che si sottraggono al duello. Astuzie da vecchi democristiani, i quali però stettero al potere, non all´opposizione, per qualche decennio.
Alle primarie del 2007, che insediarono Veltroni segretario, il possibile candidato dalemiano, Bersani, si sottrasse, in obbedienza alla sua affiliazione, e se ne rammaricò in seguito pubblicamente (una «cavolata», disse centrando pienamente il bersaglio). Se avesse dato battaglia, e se altri l´avessero fatto con lui, avrebbe reso più forte se stesso (allora e oggi) e il Pd. Ha atteso un momento apparentemente più propizio. Ma lo è davvero? L´elettorato apprezza le battaglie aperte e tributa prestigio e consensi a chi appare più capace di lanciare la sfida sia all´interno della sinistra e del centro-sinistra, sia nei confronti dell´altra parte politica, come è apparso chiaro nella vicenda delle candidature di Vendola in Puglia e di Renzi a Firenze. E anche i duelli per interposta persona eludono una vera contesa. Dove porterà ora un nuovo «movimento» guidato da Veltroni che innalzi però l´effigie non dell´ex segretario, ma quella di un altro? Come non vederci un ennesimo tentativo di evitare possibili contusioni? Altro che combattimenti e divisioni del Pd. Beghe.
Una leadership forte e carismatica non arriva come premio di anzianità o di fedeltà gregaria a una corrente, va guadagnata con il coraggio di gettare il guanto in faccia all´avversario. La sistematica elusione del conflitto non fa che prorogare (davanti e dietro le quinte) i soliti in carica, tenacemente legati a una concezione della politica come «posto fisso», con quel che ne segue per il loro entourage e i costi che ne derivano. Il maggiore di tutti i costi è la perdita di credibilità dei leader del centrosinistra come «sfidanti» di Berlusconi: si richiedono capitani coraggiosi per una difficile guerra di movimento e si trovano soltanto gestori di una gloriosa ma insufficiente eredità; si richiede intraprendenza e si offre sopravvivenza, c´è da affrontare un duello e ci si ritrova con specialisti della mediazione. C´è da governare il mondo della flessibilità, del rischio di impresa, della precarietà e della perdita del lavoro. E c´è poca voglia in giro di affidarsi a cultori inamovibili del posto fisso.
Se si ritiene che Bersani non sia in grado di battere Berlusconi davanti all´elettorato, non c´è nulla di offensivo nel dirlo assumendosi in pubblico il peso di una sfida, che servirà anche a misurarne le forze. Una soluzione vincente, se c´è, potrà uscire solo da una competizione dichiarata, nelle prossime primarie per il candidato premier, e non potrà essere il risultato di una ingegneria delle correnti, interne o esterne al Pd. Ha ragione Sergio Chiamparino con il suo libro che si intitola appunto La sfida: è indispensabile una rottura con le vecchie abitudini di gruppi che si autoperpetuano al comando del Pd e che lo hanno consumato fino a renderlo forse inservibile. Il ricambio è ostruito e va liberato. I leader in carica, che stiano in scena in proprio o non, non sono necessariamente i peggiori, ma urgono misurazioni e confronti attraverso quella lotta che è impedita e temuta. Per dare credibilità alle sue tesi, e non abbandonarle in libreria, occorrerebbe che il sindaco di Torino (a proposito di paure, alla festa del Pd non l´hanno neppure chiamato a dare un saluto prima del rituale comizio di chiusura) inizi la sua di battaglia, candidandosi e non rimanendo indefinitamente allo stato di ipotesi. I movimenti in corso, probabilmente innescati anche solo dall´ipotesi e dai sondaggi, tendono a evitare rese dei conti, per sempre.
E invece le democrazie – lo riconoscono anche i più realisti alla Schumpeter – per quanto siano difettose hanno bisogno, per restare tali, di elite competitive e «inclusive», il che significa che si deve potervi entrare e che qualcuno deve accomodarsi fuori, per far posto ai nuovi. La politica italiana soffre già, sulla destra, di «posizioni dominanti» sulle quali non è il caso qui di tornare. Ma uno sguardo dell´«antitrust» farebbe bene anche alla sinistra.

Repubblica 20.9.10
Pd, ancora bufera su Veltroni Vendola: lite personale non politica
Sfiducia a Berlusconi, no dell´Udc: solo demagogia
Critiche alla creazione di una corrente. Ma Morando: parola d´ordine cambiare
di Giovanna Casadio

ROMA - Alcuni non capiscono, altri lo criticano aspramente, una minoranza lo appoggia: il "movimento" di Walter Veltroni scuote sempre il Pd e il centrosinistra. Gelido con l´ex segretario è Nichi Vendola, il leader di "Sinistra e libertà", che si candida alle primarie per Palazzo Chigi volendo sparigliare: «Non si capisce la natura politica della contesa, è preoccupante la disputa tra le persone. Penso che il centrosinistra debba concentrarsi sul paese e guardare alla profondità della crisi, che debba essere la coalizione capace di portare a sepoltura il berlusconismo». Nel Pd a sostenere l´utilità della discussione che il documento di Veltroni-Gentiloni-Fioroni, firmato da 75 parlamentari ha aperto, è Sergio Chiamparino. L´ha detto sabato a Orvieto all´assemblea dei liberal di Enrico Morando e di Giorgio Tonini e Stefano Ceccanti, lo ripete ieri: «Discutere non è spaccare. Io il documento che era riservato ai parlamentari non l´ho sottoscritto - spiega il sindaco di Torino - e la segreteria trovi i modi per una discussione che non sia basata su "va tutto bene madama la marchesa" solo perché c´è stato un congresso».
Non manca l´occasione per ricordare a Veltroni di avere fatto uno sbaglio, Rosy Bindi: «Questa volta penso l´abbia capito, perché il documento è stato percepito come un atto di divisione, e in questo momento il partito non vuole divisioni». Ai 75 "movimentisti", la presidente del partito consiglia di farsi un giro su internet per capire cosa pensa il popolo della sinistra. Non bene. E anche per Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds, dell´area di minoranza democratica, critica Veltroni: «Discutere va bene, ma così è stata organizzata una corrente interna al Pd e questo è meno utile». Davanti alla bufera provocata dai "movimentisti", Pier Luigi Bersani passa alla controffensiva con un questionario tra iscritti e simpatizzanti sulla popolarità sua e del partito che guida da undici mesi.
Mentre il tam-tam su primarie e premiership è sempre più forte, il segretario democratico prepara l´intervento che terrà in direzione giovedì, dove cercherà di sminare il percorso di un Pd con poco appeal e una grande responsabilità davanti alla crisi del paese e della maggioranza. Intanto si concentra sui temi della battaglia politica per far cadere il governo. L´opposizione mette sul tavolo anche la mozione di sfiducia a Berlusconi chiesta da Parisi e da Veltroni e che aveva avuto l´appoggio condizionato di Bersani. Sì alla mozione - aveva detto il segretario - a patto che sia di tutta l´opposizione. Non lo sarebbe. Il leader Udc, Pier Ferdinando Casini boccia infatti l´idea: «Siamo assolutamente contrari. Veltroni e Parisi se vogliono che l´Udc la voti, minimo ne devono parlare prima, non sui giornali». Per il leader centrista la proposta è «demenziale», non ha niente a che vedere con la politica, è «propaganda». Replica a distanza di Chiamparino: «Non è demenziale, un po´ di chiarezza ci vorrebbe, definirla in quel modo non è da Casini».
C´è poi il capitolo-alleanze sempre aperto: è del resto il cuore della linea politica di Bersani. Ottimista il segretario a proposito di Di Pietro. Ne apprezza «il discorso orientato alla convergenza verso il Nuovo Ulivo. Vedremo le condizioni reciproche, però si deve trattare di un patto serio, esperienze come l´Unione non ne facciamo più». I "movimentisti" vogliono invece un Pd forte e ad «ambizione maggioritaria». Morando conclude il seminario di Orvieto affermando che «la parola d´ordine è cambiare» e che i Democratici devono scegliere tra conservazione e cambiamento. Ceccanti avverte del pericolo di «un ritorno alla vecchia sinistra». Tonini giudica «inaccettabili» le reazioni al documento dei 75.

Repubblica 20.9.10
Questionario di 33 domande inviato a 140 mila iscritti ed elettori. Ma è già polemica
Nuovo Ulivo e dirigenti da rottamare Bersani lancia il sondaggio tra la base
di Mauro Favale

ROMA - Premessa: «C´è chi afferma che, dopo Torino, Bersani ha dimostrato di essere un vero leader». Domanda e possibili risposte: «Lei è: del tutto d´accordo; d´accordo; in disaccordo; del tutto in disaccordo; preferisco non rispondere». In statistica si chiama "scala Likert" ed è una delle tecniche più utilizzate nei sondaggi. Di domande come queste ce ne sono 33 e sono state sottoposte da ieri a circa 140.000 simpatizzanti del Pd in tutta Italia, suddivisi tra iscritti e elettori delle primarie. Un questionario lanciato da Pierluigi Bersani, elaborato da Swg, che vuole essere il primo appuntamento della mobilitazione che culminerà a novembre, con il "porta a porta", lanciato dalla segreteria del Pd.
Si risponde su internet, si indica il proprio sesso, l´età, il titolo di studio, il luogo di residenza. Poi si parte. Trenta domande che prendono spunto dal discorso di Bersani alla festa del Pd di Torino. «Direbbe che quel discorso è stato: equilibrato; troppo incentrato sulla critica ai partiti di governo; poco propositivo; preferisco non rispondere». E ancora: «Che giudizio darebbe sulla proposta di dar vita a un nuovo Ulivo?». Segue la classica "scala di atteggiamento", da «del tutto positivo a del tutto negativo». Al centro del sondaggio c´è sempre Bersani, la sua proposta di un governo di transizione per cambiare la legge elettorale, il giudizio sulle proposte affrontate nel discorso di Torino, ma anche la domanda, cruciale, sulla classe dirigente del Pd: «Il sindaco di Firenze Matteo Renzi sostiene che bisogna cambiare il gruppo dirigente, le idee e il linguaggio. Quanto condivide la posizione di Renzi?». Manca la parola «rottamazione», utilizzata dal primo cittadino di Firenze. Ma l´interrogativo viene sottoposto agli iscritti. Insieme alla domanda successiva: «Secondo lei il Pd dovrebbe andare verso: un ampio e rapido rinnovamento della sua classe dirigente; un rinnovamento graduale della sua classe dirigente; va bene così com´è; preferisco non rispondere».
Mentre scorrono le domande, la polemica è già partita. La innesca Pippo Civati, 35 anni, consigliere in Lombardia, considerato tra le nuove leve Pd: «Se si vuole aprire un dibattito se ne discuta nelle sedi opportune. Non serve un questionario, e se proprio si vogliono coinvolgere gli iscritti si fanno i referendum tra i circoli previsti dallo Statuto. Questo modo di fare è inaccettabile. Se vogliono esasperarci ci stanno riuscendo». La risposta della segreteria Pd: «I questionari non escludono la discussione». Bersani, intanto, attenderà i risultati, non meno di tre settimane. Per capire anche le risposte a domande tipo: «A tre anni dalla creazione del Pd lei come si sente?». Oppure: «Sarebbe interessato a contribuire al finanziamento del Pd attraverso il versamento di somme di denaro?».

Repubblica 20.9.10
L’ex segretario: un dovere interrogarsi sulle difficoltà del Pd, ma Bersani non è in discussione
"Il papa straniero non sono io finiamola di dividerci sui nomi"
di Walter Veltroni

Nel pieno della campagna elettorale in Sardegna uscirono duri attacchi contro la mia leadership
Discutere non è dividersi, mai. Solo Berlusconi ha l´idea che un partito sia una caserma
L´accusa di aver fatto un regalo a Berlusconi ha una matrice che giunge da troppo lontano

Caro Direttore,ho letto in un articolo del suo giornale che, secondo i soliti anonimi bene informati (sicuramente esistenti), in realtà il documento firmato da 75 parlamentari del Pd altro non sarebbe che un mio diabolico disegno per diventare il cosiddetto "Papa straniero" che il suo giornale ha indicato come possibilità per dare più forza al centrosinistra e del quale hanno parlato diversi dirigenti del Pd.
Io stesso vi ho fatto riferimento, a Repubblica tv, sostenendo, come Anna Finocchiaro, che non si debba escludere, in caso di elezioni anticipate, di scegliere, come fu nel ´96, una persona della società civile che possa aggiungere apertura e consenso al centrosinistra. Tutto qui. Aggiungo che penso dovremmo smetterla tutti di parlare solo di nomi e di persone, tutte con le loro legittime aspirazioni, visto che Berlusconi è ancora lì e che il rischio peggiore per il paese è che ci resti, coltivando, con l´arroganza della debolezza, i suoi progetti di sfarinamento di una autentica vita democratica. Il primo obiettivo è, per tutti, farlo dimettere al più presto. Ma il secondo è costruire una credibile alleanza riformista, che cambi radicalmente questo paese malato.
Questo è il senso del documento che nasce dalla preoccupazione - e dalla constatazione - che, all´auspicato tramonto del berlusconismo non corrisponda l´alba, come sarebbe naturale in tutti i paese europei, di un nuovo ciclo, questa volta davvero riformista. Un tempo inedito per l´Italia, in cui si possa spezzare la continuità gattopardesca della sua storia politica, e sfidare tutti i conservatorismi per introdurre innovazione ,cultura delle opportunità e spirito di solidarietà in questo sfibrato paese.
Ma no, queste sono balle. Avremmo fatto tutto questo perché io vorrei essere il "Papa straniero". Chi spiffera queste fesserie applica agli altri il proprio modo di ragionare.
Voglio essere chiaro. Sono oggi uno dei pochi dirigenti del Pd che non ha incarichi. Non li ho chiesti, non mi sono stati proposti. Ho solo domandato di andare, come semplice componente, nella commissione antimafia per fare un lavoro difficile, bello, esposto. E spero di aver dato insieme agli altri, in questi mesi, un certo contributo a far tornare il tema della legalità, legato anche alla indispensabile ricerca della verità sulle stragi e sui misteri italiani , in cima all´agenda del centrosinistra.
Ci sono già abbastanza candidati per primarie non fissate, in vista di elezioni non convocate. Io non sarò tra questi, anche per i motivi indicati con chiarezza da Eugenio Scalfari nel suo bell´editoriale di domenica. E credo che chi si riferisce al "papa straniero" come possibilità pensi ad una personalità proveniente dalla società civile. Io sono e resto un dirigente del Pd, partito che ho contribuito a fondare. Dunque smettiamola di parlare di nomi. In questo il centro destra è molto più resistente di noi. Perde elezioni, litiga, si divide. Ma chi sono i leaders di questo schieramento? Gli stessi del ´94: Berlusconi, Fini, Bossi, e ,nella sua nuova posizione, Casini. Noi, moderni Ugolino, ne abbiamo divorati a decine, a cominciare dalla sciagurata interruzione della più bella esperienza riformista Italiana, il primo governo Prodi. Per questo, io che non ho votato Bersani, lo riconosco come leader del mio partito e nel documento, solo ad avere la pazienza di leggerlo, non c´è una parola che metta in discussione la leadership o invochi congressi. C´era una frase che poteva apparire sgradevole, è stata tolta.
Dunque smettiamola di mettere in giro veleni inutili e abituiamoci all´idea che ci sia chi vuole solo discutere di una oggettiva difficoltà non dopo le elezioni, per sacrificare poi un altro agnello, ma prima. Perché se è vero che in questa fase il berlusconismo è in difficoltà, è anche vero che il Pd, in un momento che dovrebbe essere favorevole, è al 24%. Chiedersi perché è un dovere, per chi crede e ama il partito democratico.
Enrico Letta dice che c´è turbamento per il documento. Io ho visto anche molto turbamento per le reazioni al documento. E comunque ne avevo percepito molto, di smarrimento, nel vedere i dirigenti del Partito proporre per tutta l´estate ogni tipo di alleanza, in una escalation figlia di incertezza. Il governo Tremonti, l´alleanza con Fini, che ha correttamente ribadito le sue origini in Almirante, Il rapporto preferenziale con Casini, che mi pare coltivi legittimamente altri progetti, una santa alleanza da tutti gli interlocutori esclusa. Io mi sono attestato sulla linea che avevamo deciso nell´unica riunione tenuta: se cade Berlusconi un governo di emergenza per affrontare crisi sociale e legge elettorale. Anche questa girandola di posizioni e il concentrarsi solo sulla tattica fa smarrire i nostri militanti e i nostri elettori. Perché mostra una sfiducia in un Pd grande, aperto, che possa essere il perno di una alleanza riformista.
C´è un´altra osservazione che mi viene fatta. Quella secondo la quale i settantacinque parlamentari, molti di più dei venti previsti dai soliti spifferatori, avrebbero fatto un "regalo a Berlusconi" scrivendo il documento. Sono sincero. Questa equazione ha una matrice, non rassicurante, che giunge da troppo lontano.
Discutere non è dividersi, mai. Solo Berlusconi ha l´idea che un partito sia una caserma di sua proprietà. Noi no. Noi siamo e dobbiamo essere una grande macchina democratica. E dobbiamo trasformare i malumori in sereno confronto e poi in energia unitaria. Il regalo all´"avversario di classe" rischia di essere un Pd che non riesca a esprimere fino in fondo la carica di disagio e l´ansia di cambiamento. Non dieci cartelle cortesi e unitarie ma un problema che tutti dobbiamo affrontare insieme, collaborando con il segretario, che è segretario di tutti noi. E cercando di nuovo di aprirsi a quel "movimento" della società che fu "Il popolo delle primarie".
Proviamo a sperimentare, è la mia risposta positiva all´invito di Letta che immagino impegni anche il gruppo dirigente, il modello più discussione, più unità. Mi chiedo, se il gruppo dirigente avesse reagito al documento dicendo "E´ un contributo, discutiamone", se questo non sarebbe stato più utile a evitare una drammatizzazione e toni francamente inaccettabili. Mi si permetta solo di dire che nella mia esperienza di segretario del Pd ho fatto i conti, all´interno del partito, con cose più difficili di un corretto documento di parlamentari. Nacquero legittimamente associazioni politiche di deputati e senatori, con tanto di iscrizioni, televisioni, convegni pubblici su temi di attualità. E in piena campagna elettorale per la Sardegna, in uno scontro durissimo con Berlusconi, uscirono interviste e posizioni di dirigenti contro la linea e la leadership. Io non dissi che era un "regalo a Berlusconi" e anzi, dopo la sconfitta, mi dimisi caricandomi, può immaginare con quale dolore, tutte le responsabilità sulle mie spalle.
Discutiamo e stiamo uniti. E´ questo il mio impegno. E la proposta di una iniziativa di tutti i dirigenti del Pd contro la ferita democratica della compravendita dei voti di Berlusconi va in questa direzione. Nella mia vita politica ho sempre cercato di unire. E non cambio.

Corriere della Sera 20.9.10
La solitudine dei numeri due
di Ernesto Galli Della Loggia

C’ è un solo, vero vantaggio strategico che la destra italiana ha sulla sinistra. La destra ha un capo, la sinistra no. Specie quando si tratta di votare, di scegliere un futuro presidente del Consiglio questo si rivela un vantaggio decisivo. Il candidato della destra è il suo capo effettivo, conosciuto e riconosciuto come tale. Il candidato della sinistra, invece, è uno scelto a fare il candidato dai capi veri. La cui autorità quindi è un’autorità delegata, revocabile in ogni momento.
La scelta di Berlusconi come capo della destra, per varie ed ovvie ragioni (ma anche per una meno ovvia e di solito dimenticata: ed è che la destra italiana quale oggi la conosciamo l’ha inventata lui e solo lui) non ha bisogno di spiegazioni. Da che il Cavaliere ha deciso di scendere in campo il fatto che il capo sia lui è qualcosa d’indiscutibile, sul quale Berlusconi per primo non è disposto a transigere. Nessuno del resto ha mai pensato di prenderne il posto. Fini stesso, dopo anni di acquiescenza, si è limitato a chiedere di essere coinvolto in qualche modo nelle decisioni da prendere e di poter esercitare una sia pure insistente libertà di critica. È bastato questo per vedersi cacciato dal Pdl su due piedi.
Ciò che richiede di esser capito e spiegato, dunque, è perché la sinistra invece non riesca lei ad avere un capo . Mi sembrano tre i motivi principali.
Perché, innanzi tutto, non ci riesce quello che è il suo partito di gran lunga più forte, il Pd. Dopo la fine dell’Unione Sovietica non aver scelto l’identità socialdemocratica, preferendole quella furbastra dei «democratici», lungi dal dare al partito ex comunista un’identità più ampia ed onnicomprensiva (come molti evidentemente speravano), gli ha reso impossibile, all’ opposto, avere una qualunque identità. Lo ha condannato ad essere in permanenza un’accozzaglia di gruppi, di storie, di opinioni, ma non un partito. Dunque neppure ad avere una fisiologica e stabile vita interna con un capo riconosciuto. Il «comunismo» italiano, qualunque cosa esso fosse, traeva comunque dal leninismo il divieto ferreo del frazionismo e la conseguente inattaccabilità del segretario generale. Scomparso il «comunismo», non sostituito da niente, sembra svanita l’idea stessa di un capo. Sulla scena sono rimasti una dozzina di leader in lotta tra di loro ed autorizzati dal vuoto d’identità a recitare a turno tutte le parti in commedia.
Il secondo motivo riguarda con ogni evidenza la divisione ideologica della sinistra. Anche la destra è ideologicamente divisa, ma a destra sulle divisioni riesce sempre a prevalere in ultimo la volontà di vincere, e quindi il riconoscimento bene o male di un capo. Sulle passioni, cioè, riesce ad avere la meglio l’interesse politico complessivo. A sinistra, invece, sembra prevalere su tutto la passione del proprio particolare punto di vista (di Rifondazione, Italia dei valori, Grillini, Verdi, ecc. ecc.). Vincere è importante, sì, ma a patto che ogni particolare punto di vista abbia modo di sopravvivere e di poter dire la sua da pari a pari con gli altri. Dunque senza riconoscere alcun capo: al massimo un leader elettorale. A sinistra il principale interesse politico, insomma, non è la vittoria sulla destra ma il mantenimento in vita delle proprie subidentità. In questo senso l’interesse delle varie mini-leadership fa corpo con l’aggressiva suscettibilità, alla base, delle varie sfumature del radicalismo ideologico.
C’è infine un terzo motivo, riconducibile in generale alla cultura maggioritaria nel popolo di sinistra. È il forte elemento antigerarchico presente in tale cultura. Cioè l’ostilità all’idea che specie in politica ci sia, debba esserci, uno che comanda e gli altri che obbediscono. E che dunque non contano solo le cosiddette «forze sociali», non solo «le strutture», ma anche (e come!) la personalità individuale: sicché la cosiddetta personalizzazione lungi dall’essere una patologia della politica è viceversa iscritta da sempre nel suo destino. Come se non bastasse, questo atteggiamento costitutivo della mentalità di sinistra è stato infine enormemente rafforzato dall’enfasi spasmodica posta sull’antiberlusconismo. Berlusconi dipinto incessantemente come «duce», «ras», «boss» ha prodotto l’effetto di squalificare ulteriormente ogni idea di comando, di capo. A ciò si è aggiunto l’altrettanto spasmodico e conseguente pregiudizio antipresidenzialista. Consacrato da una Costituzione la quale, si dice, sancirebbe la suprema ridicolaggine politica che un Paese possa essere governato non da un capo ma da un «primus inter pares».
Una sinistra con molti capetti ma senza un capo è costretta così a inventarsene spasmodicamente uno ad ogni stormir di fronde elettorali. Aprendo ogni volta un gioco al buio nel quale rischia di avere maggiori possibilità di successo, paradossalmente, o chi, tipo Beppe Grillo, in realtà non ha mai avuto a che fare con la politica, o chi, come Vendola, affida il suo richiamo sul pubblico allo stesso vuoto populismo del Grande Avversario da battere.

Corriere della Sera 20.9.10
Veltroni prepara il «movimento» Bersani: il congresso è finito
Bindi: sa di aver sbagliato. Fassino: la sua è una vera corrente
di Monica Guerzoni

ORVIETO (Terni) — Ha ammorbidito i toni, ma non ha cambiato obbiettivi. Walter Veltroni porterà il documento che ha dato la «scossa» al Pd in tutte le province italiane, un tour per placare i militanti e convincerli che non c’è, nel testo, alcuna volontà di rottura. L’intento, assicurano i veltroniani riuniti a Orvieto per la chiusura del convegno di Libertà-Eguale, è contribuire all’innovazione del Pd. La seconda mossa della strategia veltroniana sarà infatti la stesura di un programma che entri nel merito delle proposte. «L’alternativa netta è tra chi ritiene che la parola d’ordine sia difendere e chi pensa che sia cambiare — spiega il senatore Enrico Morando — Modello contrattuale, spesa pubblica, sicurezza...».
Lontano da Orvieto, al vertice del partito, il ritorno di Veltroni non è stato accolto con calore. A partire da Pierluigi Bersani: alla festa democratica di Milano ha ricordato che «non si può fare un congresso al giorno». «Il litigio finirà presto, chi ha iniziato ha capito di aver sbagliato — prevede Rosy Bindi —. Fatevi un giro sui blog e vedrete che il popolo del Pd è contrario». Ma Veltroni pensa che il confronto faccia bene al partito e progetta un sito Internet che rilanci temi e sogni del Lingotto. E mentre Bersani guarda con preoccupazione alle mosse del predecessore, Enrico Letta cerca una tregua in vista della direzione di giovedì, mediatore Beppe Fioroni. I toni restano alti. Piero Fassino contesta all’ex leader di aver messo su una vera e propria «organizzazione correntizia». Giorgio Tonini respinge le «reazioni inaccettabili» e così Veltroni, che su L’Unità le definisce «sproporzionate» e rimprovera a Franco Marini di aver paragonato ai «farisei» i firmatari del documento.
In questo clima i veltroniani meditano di disertare mercoledì la riunione della minoranza convocata da Dario Franceschini. Come dice Salvatore Vassallo, «il documento dei 75 di fatto surroga la funzione di Area democratica». I cattolici sono in grande agitazione tanto che il veltroniano Stefano Ceccanti chiede di non «regalare ad altri i voti di centro».
Una mano a Bersani la tende Pier Ferdinando Casini, bocciando come «demenziale» la proposta di sfiducia al governo proposta da Parisi e accolta dall’ex leader del Pd. Ma Sergio Chiamparino difende l’iniziativa: «Un po’ di chiarezza ci vorrebbe». E ieri si è aperto un altro fronte. La segreteria pd ha spedito agli iscritti un questionario sui temi che lacerano il partito. La cosa non è piaciuta alla minoranza, anche per via di una domanda sulla provenienza: Ds o Margherita? E per Filippo Civati, esponente della direzione, è «inaccettabile» che il Pd chieda «un giudizio sulle affermazioni di Matteo Renzi a proposito della rottamazione dei leader».

Corriere della Sera 20.9.10
La nuova sindrome dello psico-dissenso
di Pierluigi Battista

La scomunica politica si aggiorna con i metodi clinici della psicologia
Fruttero & Lucentini scrissero La prevalenza del cretino. Gli interpreti del pensiero politico delle maggioranze (quella nel Pdl e quella del Pd) potrebbero replicare con La prevalenza dello psicologo. Hanno forse risposto con argomenti all’offensiva di Fini e di Veltroni nei rispettivi accampamenti? No, l’hanno buttata sullo psico-caratteriale: vanitosi, rancorosi, risentiti, livorosi, ambiziosi, astiosi, malmostosi, fatui. È perfino comparso un «civettuoli»: ma qui il plotone psichiatrico d’esecuzione ha mostrato una certa gentilezza d’animo.
Da una parte, a destra, l’insopportazione per il dissenso in un partito il cui programma coincide con la parola carismatica del Capo. Dall’altra, a sinistra, la mistica dell’unità, il Partito come valore supremo, l’irregolarità come pericolo. L’Unità, memore del suo glorioso passato, associa in copertina il nome Veltroni alla parola «vanità». Ma è impressionante come i partiti «leggeri» della Seconda Repubblica si mostrino quasi più intolleranti di quelli, pesantissimi e ideologicamente zavorrati, della Prima. Con una novità: che la personalizzazione della politica trasforma il dissenso in un disturbo della personalità. Che cosa ha detto in fondo Veltroni? Che il Pd rischia di perdere, o forse l’ha già perduta, l’ispirazione originaria alla «vocazione maggioritaria». Ma quando Veltroni era il capo, tutti condividevano la «vocazione maggioritaria»: tutti, senza eccezione. Quando Veltroni dice la stessa cosa, ma da una posizione di minoranza, ecco partire la caccia al risentito, il rimprovero collettivo al vanitoso, la bacchettata al livoroso, il rimbrotto all’ambizioso. Chissà allora come andrebbero definiti quelli che osannavano il Veltroni in sella di ieri mentre danno dello squilibrato rancoroso al Veltroni appiedato di oggi. Psichicamente instabili? Emotivamente volubili? Oppure caratterialmente opportunisti?
La vecchia scomunica si aggiorna con i metodi clinici della psicologia del reprobo. Deve esserci della follia se si sfida il sacro feticcio dell’unità indivisibile, indiscutibile, psichicamente monolitica. Deve esserci una nevrosi, se qualcuno si alza per dire che non tutto va nel migliore dei modi. Non più la vecchia accusa di sabotaggio e di intelligenza con il nemico (anzi no, questa è sopravvissuta), ma quella nuovissima e aggiornata di dissenso caratteriale, di alterazione psicologicamente scissionistica, di predisposizione psicotica al rifiuto dell’uniformità. Chi dissente è una figura bizzarra che nevroticamente parla per seminare zizzania. E chi parlava come Fini e Veltroni prima che fossero disarcionati? Menti finalmente risanate, custodi della normalità psichica e dell’ortodossia politica. I primi a fischiare il riottoso di turno. Sacerdoti del pensiero conforme (e un po’ conformista).

Repubblica 20.9.10
L´intervento del fondatore di "Repubblica" al festival di Pordenone
Scalfari: senza memoria storica viviamo schiacciati dal presente

PORDENONE. I segnali che «sta terminando un´epoca», ci sono tutti. A cominciare dal fatto che «ci stiamo abituando a vivere schiacciati sul presente, con pochissima memoria storica», che per giunta consegniamo alle "macchine" invece che al nostro intelletto. Ma se non riflettiamo attentamente, rischiamo di «non esserne consapevoli». L´analisi del fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, al festival Pordenonelegge, per parlare del suo libro Per l´alto mare aperto (Einaudi), sollecitato da Enzo Golino e Ernesto Franco, è un lungo viaggio che parte da Montaigne, passa per Diderot e Cervantes, tocca Marx e Nietzsche, e arriva a Calvino e Montale.
Oggi invece ci stiamo non solo "imbarbarendo" ma anche "ischeletrendo". Il primo segnale che un´epoca sta finendo, secondo Scalfari, è l´arrivo di una nuova generazione che parla un linguaggio "completamente diverso". Non solo un linguaggio usato «in un modo vergognosamente corrotto dai moderni che si sono imbarbariti», ma un linguaggio più povero, ridotto quasi all´elementarità. Basta pensare all´inglese, che oggi è la lingua globale. Il suo vocabolario contiene ancora mezzo milione di parole, ma nelle università inglesi, secondo una ricerca dell´ateneo di Oxford, se ne usano soltanto diecimila, e per parlare in Internet, o via sms, ancora meno: appena 1.500. «Il vocabolario si è molto ristretto – spiega – ormai manifesta solo bisogni primari, sentimenti basilari, titoli di notizie». Ma un linguaggio scheletrito è pericoloso, «perché suscita anche pensieri scheletrici, elementari».
Di qui il bisogno di «combattere gli inquinatori dei valori della modernità», e di riprendere il senso del viaggio e del mito di Ulisse, che significa «tenere alto il valore della conoscenza». E il pubblico che riempie il teatro Verdi, che ha fatto una lunga coda per entrare, e che applaude con calore, mostra di gradire che si voli più in alto, tanto che fa più domande sulle donne di Ulisse che su quelle di Berlusconi. Non disdegna peraltro qualche accenno all´attualità, come quando Scalfari spiega che «è falso quando Tremonti dice che non abbiamo le risorse», perché «se siamo tra i paesi più ricchi del mondo, le risorse ci sono». Il punto è che noi abbiamo un livello di diseguaglianze «molto maggiore di 30 anni fa», e che bisognerebbe pensare a ridurle all´interno dei paesi ricchi. Invece non succede. «Con la stretta di Tremonti – dice – gente come me non ha pagato un centesimo in più. Lo ritengo ingiusto».

Corriere della Sera 20.9.10
Così Euripide contesta la democrazia
di Luciano Canfora

La scena è ad Eleusi: lì si sono raccolte, all’altare di Demetra, le madri degli argivi caduti dinanzi a Tebe. È con loro il re di Argo, Adrasto: chiedono l’aiuto di Atene, e del re Teseo, per ottenere i corpi dei loro morti. Siamo all’inizio delle Supplici euripidee. Teseo esita dapprima, poi, convinto dalla madre Etra, accede alla richiesta di interferire direttamente nella controversia.
La vicenda si concluderà con una battaglia (puramente fantastica dal punto di vista storico) tra tebani e ateniesi, nella quale questi ultimi conseguono la vittoria e ottengono la restituzione delle spoglie. Ma, inopinatamente, lo sviluppo dell’azione contempla una sorta di «intermezzo»: uno scontro dialettico tra un araldo tebano, giunto ad Atene, e Teseo intorno alla migliore forma di governo. Teseo esalta i pregi della democrazia, l’araldo ne denuncia i difetti strutturali. L’arbitrarietà di questo intermezzo non può sfuggire, per giunta all’interno di un dramma che amplifica liberamente la saga tradizionale creando addirittura una guerra tebano-ateniese come presupposto del saldo riavvicinamento Argo-Atene.
La forza della politica dalla scena sta proprio nella sua duttilità e nella sua non solo apparente, ma effettiva, problematicità: è lì la sua efficacia; né potrebbe essere altrimenti in un teatro così direttamente connesso alla vita pubblica e così direttamente «sorvegliato» dai volenterosi magistrati preposti al funzionamento di quella istituzione. Ed è talmente duttile, eppure immanente nel fare teatro ad Atene, quella sua politicità che, a distanza di un tempo lunghissimo e quando ormai il contesto concreto storico-politico si è inevitabilmente appannato e sbiadito, gli interpreti si interrogano su diverse, talora opposte, letture di quei testi così intenzionalmente e fecondamente «aperti». Il dato macroscopico è che comunque tutti avvertiamo, pur così lontani nel tempo, che, attraverso la mediazione della trama quasi sempre cavata dal mito, quei drammaturghi non fanno che parlare di politica: nel senso alto, dei valori e dei loro effettivi fondamenti, non soltanto della immediata quotidianità, che pure talvolta traspare.
La saga su Teseo, e le Supplici in particolare, rendono, certo, possibile una fruizione immediatamente patriottica, ma anche una presa di coscienza dei problemi insoluti, e capitali, della politica. Il mito di Teseo è diventato, dalla fine del VI secolo a.C., in Atene, un mito politico: una figura necessaria alla retorica da epitaffio, in quanto primus inventor della democrazia, o, più cautamente, della patrios politeia, cioè del cosiddetto e controverso «ordinamento avito», caratteristico degli ateniesi.
Ma il Teseo delle Supplici parla molto, e si scopre molto più di quanto il suo ruolo iconico comporti. E lasciamo qui da parte un altro aspetto che, pure, aiuterebbe a comprendere la abilità di Euripide nel ricreare questo personaggio, che, per alcuni interpreti moderni influenzati dal clima del loro tempo, è volta a volta inteso come «Führer», come «re costituzionale», come leader popolare, quando non, addirittura, controfigura di Pericle, in una Atene dove Pericle comunque è scomparso da anni.
Egli sviluppa un primo intervento di teoria politica nella prima parte del dramma, quando ancora la sua posizione è sfavorevole alle richieste di aiuto di Adrasto: in quel momento Teseo si esprime con durezza contro i demagoghi e più in generale contro i politici egoisti («i giovanotti che godono a mietere gloria e perciò incrementano le guerre senza riguardo alla giustizia»). Quindi si impanca in una summa a carattere sistematico: nella città — spiega — ci sono tre classi sociali: i ricchi che «desiderano avere sempre di più»; i poveri che sono pericolosi perché indulgono all’invidia e non fanno altro che tentare di colpire la ricchezza dei possidenti, e sono preda dei demagoghi poneroi («capi malvagi»); i mediani («la fazione mediana»), unica fonte di possibile salvezza della città e del suo «ordine».
In questa tirata Teseo strapazza il demo avido e feroce persecutore della ricchezza e i capi politici che, al tempo stesso, lo assecondano e lo corrompono in un perver sorapport o di circolarità. Nella seconda parte del dramma invece, quando Teseo ha cambiato linea e ha deciso di intervenire per Argo e di contrastare Tebe (retta da Creonte, rigido negatore della sepoltura dei ribelli), la musica cambia. Si produce lo scontro, del tutto svincolato dallo sviluppo drammaturgico della pièce, e Teseo, provocato dalla domanda dell’araldo tebano («chi è qui il tiranno?» che vuol direinsostanza « chiècheco manda qui?»), reagisce impartendogli una lezione sulla perfetta democrazia ateniese che ricalca ad verbum i passaggi più noti (e più inverosimili) dell’epitaffio pericleo.
Qui il primo e principale scossone allo spettatore viene dal fatto che si metta in discussione la legittimità stessa del sistema democratico. Nulla del genere sarebbe concepibile di fronte all’assemblea popolare. È abile far sollevare il problema da un personaggio che agli spettatori deve apparire odioso, l’araldo tebano — per l’aggressività e perché tebano —, ma il fatto principale che si produce sulla scena è c he quegli a r gomenti pesanti e topici della critica radicale alla democrazia (l’incompetenza del demo e la pessima qualità del personale politico) «restano senza replica e senza confutazione».
Alla critica radicale e penetrante dell’araldo tebano, Teseo oppone l’immagine della democrazia come regno della legge scritta. Ciò che Teseo dice è un agglomerato dei topoi di Otanes nel dibattito riferito da Erodoto (nulla è peggio del tiranno e descrizione convenzionale dei crimini «tirannici») e dell’idealizzazione periclea della prassi democratica (all’assemblea può parlare chiunque abbia qualcosa da dire, nei tribunali il ricco e il povero sono uguali davanti alla legge). Non deve sfuggire che, in un dramma in cui l’oggetto del contendere è la sepoltura di morti in guerra, Teseo mette insieme motivi da epitaffio e l’araldo li manda in pezzi. E sollevando, proprio in un contesto del genere, la questione della scarsa competenza del demo e dell’egoistica ribalderia del personale politico in democrazia, Euripide riesce a far dire davanti al grande pubblico, grazie al gioco scenico, quello che intellettuali in dissenso rispetto al sistema vigente riescono a dire, al più, nelle loro cerchie o conventicole, o eterie.

l’Unità 20.9.10
Chiude il partito dei Verdi Bonelli: «Sarà un movimento»

Verdi, addio. Addio al partito. Benvenuto al movimento, «a una grande aggregazione ecologista che supera il partito. E anche la destra e la sinistra». Angelo Bonelli, presidente della Federazione dei Verdi, sceglie la festa dell’Idv per annunciare il requiem del partito e la nascita di un nuovo soggetto, più snello, meno
pesante, in linea con quello già succede in Francia. L'annuncio ufficiale sarà dato in settimana, «non sarà indolore» si lascia scappare Bonelli alludendo a possibili e immaginabili resistenze. Ma è giunto il tempo di lasciare spazio a una costituente ecologista che «abbia la capacità di riunire tutto il mondo della frammentazione in cui si trovano oggi verdi e ambientalisti». Bonelli ha in mente il modello francese di Cohn-Bendit, un manifesto a cui aderiscono intellettuali e soggetti di varia estrazione. «Quando un cittadino si ammala ai polmoni dice Bonelli quei polmoni non sono nè di destra nè di sinistra. È un problema di inquinamento, emergenza oggi sottaciuta». In Italia questa «forza ecologista che parla a tutti è comunque parte di un’alleanza di centrosinistra». La Federazione dei Verdi è nata nel 1986 e ha sempre avuto vita tormentata. C.FUS.

l’Unità 20.9.10
Vendola: un premier gay? C’è già stato, era Dc

«Un gay è già stato presidente del Consiglio. Era un democristiano». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Sel), intervistato da Enrico Lucci nell' appuntamento speciale con «Le Iene Show» in onda oggi alle 21,10 su Italia 1. Vendola parla a tutto campo delle
primarie, del suo programma, del Pd, di Berlusconi e anche della propria vita privata. Perchè vuoi le primarie nel centrosinistra?, chiede Lucci. «Perchè il centrosinistra spiega Vendola è in uno stato comatoso. possono essere un principio di rivitalizzazione». E ancora: quando si andrà a votare?
«Prossima primavera», E poi: un gay può diventare Presidente del Consiglio? «Lo è già stato». Chi? «Non lo dirò neanche sotto tortura». Di che partito era? «Democristiano». Qualche parola anche su Massimo d'Alema: Tu per lui cosa provi? «Affetto», risponde Vendola.

l’Unità 20.9.10
Ratzinger: essere minoranza non deve spaventarci

Repubblica 20.9.10
La breccia di Porta Pia oppure la beffa di Pio IX?
di Mario Pirani

Dalla «breccia» alla «beffa». Parlo del 140º anniversario della presa di Roma che verrà oggi celebrato a Porta Pia dove i bersaglieri il 20 settembre 1870 innalzarono il tricolore che costò loro la scomunica, evidentemente ormai venuta meno, vista la presenza del cardinal Bertone, accanto al presidente della Repubblica. Se parlo di beffa non è, però, per la lodevole compresenza di Stato e Chiesa quanto per la ostentata cancellazione del significato laico della data che coincise con la fine del potere temporale del papato. E cosa altro vuol essere se non un atto di cancellazione la contemporanea orazione in Campidoglio di monsignor Ravasi glorificante Pio IX, «massimo esponente del sovrano potere temporale», nonché papa del Sillabo e responsabile delle ultime condanne alla ghigliottina dei patrioti arrestati dalla polizia pontificia, qualche anno prima del 1870? Così, una volta ancora, un atto positivo stinge nell´equivoco embrassons nous revisionistico: tutti eguali, divisi al più da qualche equivoco di appartenenza, partigiani e repubblichini di Salò, tutti eguali i piumati fanti di Cadorna e gli zuavi pontifici comandati da un generale tedesco. La Storia si tramuta così in una marmellata dolciastra ove tutto si confonde e amalgama, ed alcun valore ispira. Chi, ad esempio, può oggi, in questo clima, capire le parole del re sabaudo, subito dopo il plebiscito che univa l´Emilia (marzo 1860) al nascente Regno d´Italia, quale replica della scomunica maggiore lanciata da Pio IX contro gli «usurpatori delle province ecclesiastiche»? Parole che suonavano testualmente: «Se l´autorità ecclesiastica adoperasse armi spirituali per interessi temporali, io nella sicura coscienza e nelle tradizioni degli avi stessi, troverò la forza per mantenere intiera la libertà civile e la mia autorità della quale debbo ragione a Dio ed ai miei popoli». Ebbene, credo che neanche il più ben disposto fra i cosiddetti liberali di scuola berlusconiana potrebbe oggi raffigurarsi un Cavaliere capace di ispirarsi a Vittorio Emanuele II. Piuttosto non è irriverente immaginarsi che avendo il potere temporale, nella sostanza se non nella forma, frattanto recuperato molti perduti privilegi non costi poi molto al successore di Pio IX plaudire ai bersaglieri.
Ma dietro queste riflessioni estemporanee vi è un fenomeno negativo assai più ampio di cui cominciamo a cogliere il profilo devastante: la cancellazione dalla memoria pubblica e, ancor peggio, individuale, del Risorgimento e dei suoi valori. È appena uscito in proposito un prezioso libretto (poco più di 200 pagine), «Il miracolo del Risorgimento – La formazione dell´Italia unita» di Domenico Fisichella (Carocci ed.). Vi ho ritrovato il «racconto», ripercorso con la vivacità e l´intelligenza critica che contraddistinguono l´autore, della storia della Penisola divisa in tanti staterelli, soggetti, comprati e venduti dalle grandi potenze, l´influenza della Rivoluzione francese, i moti risorgimentali, le guerre d´indipendenza, il ruolo di Cavour, Garibaldi, Mazzini e dei re sabaudi. Infine il «miracolo» dell´unità di una nazione così a lungo dominata e spartita. «La tradizione risorgimentale è, dunque, la tradizione della modernità, mentre la tradizione dell´eccesso regionalistico e localistico è la tradizione della vecchiezza». E qui inizia il discorso che non ho neppure lo spazio per riassumere del perché una coltre di oblio stia facilitando una regressione in fondo alla quale si profila di nuovo la frantumazione dell´Italia unita.
Certo è che la mia generazione si sente tra le ultime che hanno studiato il Risorgimento come storia viva e sentita di una patria appena ritrovata. Dopo di allora sembra quasi che la sinistra assieme a Stalin abbia gettato alle ortiche anche Garibaldi, la destra abbia subito un lavacro dei peggiori ricordi del fascismo ma anche dei valori nazionali che l´accompagnavano, gli elettori di Berlusconi siano sempre al «Franza o Spagna purché se magna»: l´Italia è tutt´altro che desta.

Corriere della Sera 20.9.10
Intervista
Il filosofo Giovanni Reale: «I valori sono una piramide agganciata a Dio»
«Ecco perché combatte il relativismo»
di Armando Torno

Newman ha compreso come la ragione non possa delimitarsi alle scienze, sostenendo la grande tesi della ragionevolezza della fede

Se Giovanni Paolo II è stato il papa che ha saputo combattere il comunismo, Benedetto XVI passerà alla storia probabilmente come il pontefice che ha mosso guerra al relativismo. Ovvero a quella prospettiva che — secondo una lettura cattolica — è figlia dell’illuminismo, nella quale la ragione viene separata dalla fede e i valori che ne derivano sono, appunto, quelli chiamati laici. Per questo la sua visita in Inghilterra, patria di filosofi come John Locke e David Hume, se da un lato ha posto al centro dell’attenzione una figura come il beato John Henry Newman (il più fascinoso e profondo tra gli avversari del relativismo), dall’altro ha dato via a nuove incomprensioni tra il papa teologo e quegli intellettuali — come ha dichiarato ieri su queste colonne Martin Amis — per i quali la religione resta un fatto privato. Di questo abbiamo parlato con Giovanni Reale, che ben ha conosciuto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Professor Reale, perché la religione non potrebbe essere considerata semplicemente un fatto privato?
«È tale soltanto per chi non crede. Per chi ha fede, Dio è verità. E il compito del successore di Cristo non potrebbe essere diverso da quello di Benedetto XVI».
E perché il relativismo è così avversato dall’attuale papa?
«Perché è giunto il momento di dire al mondo che alla base del relativismo c’è il nichilismo mascherato. Una pagina di Camus ricorda che tutti i valori sono come una piramide agganciata nel vertice a Dio. L’illuminismo ha cercato di sganciare questa costruzione avvenuta nei secoli. E cosa è successo? La piramide si è frantumata. Ancora Camus ricorda inoltre che la vita di Napoleone o di uno scaricatore sono eguali. Perché? Lo spiega sottolineando come, senza quei valori che ora hanno perso consistenza, ognuna di esse equivalga a zero. E zero è uguale a zero».
Qualcuno ha creduto che il papa volesse andare in Inghilterra a tenere una lezione e ha reagito...
«Si, ho letto e sentito. Non si è ancora ben spiegato che la nuova forma di razionalismo, che presiede l’illuminismo a oltranza, è un integralismo. E questi laici negano qualunque cosa esca fuori dalla ragione come la intendono loro. Il cardinale Newman, ora beatificato, ha compreso perfettamente come la ragione non possa delimitarsi alle scienze sperimentali e matematiche, sostenendo la grande tesi della ragionevolezza della fede».
Lei pensa che in futuro la ragione degli eredi dell’Illuminismo e quella degli uomini di fede potranno dialogare?
«La speranza, come recita un proverbio, è l’ultima a morire. Ma per instaurare qualunque tipo di dialogo con gli eredi dell’illuminismo a oltranza occorrerebbe in primo luogo far capire loro che la ragione ha due forme molto differenti. La prima è quella che potremmo chiamare scientifica, la seconda filosofica o metafisica. La prima è delimitata dall’ambito dell’oggetto che indaga e dalle leggi determinate che lo riguardano. Questo tipo di ragione non desidera colloquiare. La seconda, quella filosofica, invece, non è chiusa a determinati ambiti del reale ma affronta problemi — dicevano i greci — dell’intero, della totalità del reale. Quest’ultima colloquia con la fede, perché tocca gli stessi problemi».
Restano, secondo lei, delle mosse che la fede può tentare per avvicinarsi alla ragione? E il papa con esse potrebbe...
«La prima risposta a questa e a simili domande la diede Agostino con le seguenti parole, che ebbero molta fortuna nella storia della filosofia: "credo per capire e capisco per credere". È la formulazione del "circolo ermeneutico" in cui fede e ragione hanno un rapporto dinamico strutturale incontrovertibile. Certo, oggi si potrebbe dire che la ragione sia più sorda della fede per dar vita a un dialogo».
Ma per chi non ha fede, e oggi sono in molti, a cosa serve la formula di Agostino?
«Mi ha molto colpito l’epistemologia di Kuhn, il quale ricorda che gli scienziati passano da un paradigma vecchio a uno nuovo in forza di una fede; anzi, si tratta addirittura di una sorta di "conversione". Lo sappiano o no gli eredi dell’illuminismo a oltranza, la fede ha sempre una forza determinante di straordinaria portata»
Ci sono dei «valori che non è possibile discutere» sui quali potrà avvenire quel dialogo che molti attendono?
«Per ora la cosa mi sembra problematica e difficile. Quella piramide, come ricordavo, se si sgancia da Dio produce frammentazione e distruzione dei valori, ossia il nichilismo. Per il quale non esiste la verità e nemmeno un fine: dunque nessuna cosa ha validità. Ma il papa crede nella verità e nei valori. Non potrebbe agire diversamente».

Corriere della Sera 20.9.10
L’anniversario di Porta Pia: protesta radicale
di Ernesto Menicucci

ROMA — È il giorno delle celebrazioni, della cittadinanza onoraria al presidente Giorgio Napolitano, dei 140 anni di Roma Capitale listati a lutto per la morte di Alessandro Romani. Ma sarà anche una giornata storica: stamattina, a Porta Pia per ricordare la breccia del 20 settembre 1870, ci sarà anche il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, che leggerà una preghiera/intervento che — secondo gli addetti ai lavori — «dovrebbe chiudere le polemiche su quella data». Una visita, quella di Bertone, che crea anche qualche apprensione. I Radicali già ieri hanno manifestato con un autobus (ribattezzato il «pullman della laicità») con sui lati le scritte «No Vatican» e «No Taliban», e che è passato per San Pietro suonando la fanfara dei bersaglieri. Questa mattina, per l’arrivo di Bertone, il partito di Marco Pannella è pronto al bis. Operazione top secret, stavolta: «Ma qualcosa — dice Sergio Rovasio, uno degli organizzatori — faremo, proprio mentre parlerà Bertone. Che ci sia il Vaticano a Porta Pia fa cadere i capelli...». Mario Staderini, segretario italiano, aggiunge: «Il sindaco Alemanno, moderno zuavo, ha ridotto a simbolo nazionalista un evento che segnò l’inizio di una nuova libertà di coscienza e di religione». Anche il Grande Oriente d’Italia si prepara: «Saremo a Porta Pia — dice il Gran Maestro Gustavo Raffi — con la nostra storia e i nostri progetti». Raffi, nei giorni scorsi, è andato giù pesante: «La partecipazione di gerarchie ecclesiastiche è uno scempio che va fermato: è come se al 25 aprile andassero anche i repubblichini. E a noi Alemanno ci ha invitato solo dopo un nostro comunicato».

l’Unità 20.9.10
Sistema penitenziario/La mobilitazione Fp CGIL
Carceri: manifestazione a Roma

Una giornata di mobilitazione sulla situazione carceraria. L’hanno indetta oltre 50 organizzazioni del terzo settore per venerdì 24 settembre, con un sit in che si terrà nella mattinata a Roma, davanti a Montecitorio (e un’assemblea nazionale nel pomeriggio). Un’iniziativa cui la CGIL ha aderito formalmente, e con grande convinzione, poiché “mirata a chiedere – spiega Rossana Dettori, segretaria generale della Fp CGIL – interventi urgenti, soprattutto seri, utili e condivisi, con coloro che in carcere lavorano o intervengono a titolo di volontariato, perché il sistema penitenziario italiano ritorni nel suo alveo istituzionale di riferimento: l’articolo 27 della Costituzione”.
La dirigente sindacale si sofferma soprattutto sulla riduzione dei fondi: “Al sovraffollamento e alle gravi carenze strutturali, determinanti già di per sé una miscela esplosiva, si sommano quelle criticità causate dai pesanti tagli alle risorse che hanno ridotto il personale, le attività formative e trattamentali, il lavoro intramurario, le ore d’aria giornaliera dei detenuti: si è annientata, insomma, l’idea di pena come percorso di rieducazione”. I reclusi nelle carceri italiane sono ormai 70 mila, quasi il doppio di quelli che ci dovrebbero stare. Una situazione esplosiva, sia per i detenuti sia per gli agenti penitenziari, che sembra però non suscitare l’attenzione del governo. “Berlusconi prima ha dichiarato lo stato di emergenza illustrando il piano carceri, fatto l’annuncio si è poi disimpegnato” commenta Francesco Quinti, responsabile nazionale Fp CGIL comparto Sicurezza: “Il programma di edilizia penitenziaria richiede investimenti che non ci sono, le 2 mila assunzioni promesse mesi fa non sono arrivate, a fronte di una carenza di 6 mila poliziotti, cui si aggiungeranno almeno 2.500 pensionamenti nei prossimi tre anni”. L’ultima stoccata è per il disegno di legge Alfano, che avrebbe dovuto deflazionare le presenze negli istituti di pena: “Il provvedimento, che dovrebbe concludere il suo iter in ottobre, produrrà effetti molto modesti sul contenimento delle presenze, in un mese la situazione tornerà come prima”.

Corriere della Sera 20.9.10
L’estrema destra in parlamento
Svezia, un segnale all’Europa
di Luigi Ofeddu

La Svezia ha votato. E ora sta sospesa nel vuoto. Come metà del resto d’Europa. Con diversi acrobati a scrutarsi, da una rete all’altra; e con molti trapezi che pendono a destra rendendo più difficile l’insieme delle esibizioni. Fuor di metafora: molte nuove formazioni di destra o estrema destra sono comparse nel circo politico europeo, favorite probabilmente dai malesseri sociali della crisi, hanno conquistato posizioni di spicco nelle elezioni e sono divenute decisive per la formazione dei governi.
Forse è presto per parlare di una marea montante. Ma certo, l’onda c’è e si vede. In Svezia, ieri, con lo stallo fra centrodestra e centrosinistra incapaci di governare da soli, a far da ago della bilancia sono rimasti i Democratici svedesi, gruppo di estrema destra che chiede solidarietà per l’Eurabia violentata dall’Islam, e propugna la cacciata di tutti gli immigrati extracomunitari a meno che non accettino «l’assimilazione culturale». Per la prima volta, guidati dal loro giovane capo Jimmie Akesson, hanno superato lo sbarramento del 4% dei voti che chiude l’accesso al Parlamento.
Nella vicina Finlandia, salgono nei sondaggi i «True Finns» («Veri finlandesi») che propugnano il «rispetto delle tradizioni silvane». Sembrano raccontar fole, ma in tre anni hanno raddoppiato i voti. In Danimarca, il Partito del popolo si è reso famoso per aver diffuso le vignette satiriche su Maometto e da allora ha allargato le campagne a molti altri temi. In Olanda, il Partito della libertà di Geert Wilders ha 24 seggi in Parlamento, e collegamenti sempre più stretti con i colleghi del vicino Belgio: i fiamminghi ultranazionalisti del Vlaams Belang, anch’essi in crescita. E così via: dall’Ungheria, con i nazionalisti di Jobbik in fortissima crescita, alla Romania con quelli di Grande Romania. Tutti costoro si riuniranno a fine ottobre ad Amsterdam, insieme con i club ultras del calcio di tutta l’Europa, per acclamare Geert Wilders.

Repubblica 20.9.10
Rivelazione del "Washington Post": in cinque sotto processo
Ecco lo squadrone della morte Usa ammazzavano civili per divertimento
La denuncia è giunta da un soldato costretto a partecipare alle esecuzioni
di Angelo Aquaro

NEW YORK - Uccidevano gli afgani "per sport". Uccidevano e massacravano per il solo piacere di farlo. Fatti di alcol e di droga. Killing an Arab così per noia: come nella canzone che i Cure rubarono a Camus. Pronti a trattenere e nascondere come uno scalpo quei poveri corpi massacrati. Qui un teschio. Qui le foto dell´ultimo eccidio. E poi le minacce e le ritorsioni verso chi non aveva il fegato di starci. Lo chiamavano il kill team: la squadra per uccidere. Il plotoncino della morte. Una storia dell´orrore che arriva dall´ultimo posto in cui ti saresti aspettato di sentirtela raccontare: la base militare in Afghanistan della Quinta brigata combattente Stryker, seconda divisione di fanteria. Il cuore dell´attacco delle forze Isaf ai Taliban. Il nucleo scelto dei ragazzi born in the Usa finiti laggiù per estirpare i Taliban che proteggevano gli assassini di Al Qaeda. Invece la squadra del sergente Calvin R. Gibbs, 25 anni, da Billings, Montana, aveva trasformato la guerra in un fatto privato. In un gioco assurdo.
La notizia è stata tenuta segreta il più possibile. Nel mondo islamico già in tumulto per le minacce in America di bruciare il Corano ci mancava questa storia incredibile degli assassini per gioco. Il processo che quest´autunno si aprirà alla base di Lewis- McChord, Washington, rischia di replicare per gli americani l´effetto Abu Ghraib. Soprattutto perché la storia portata alla luce dal Washington Post rivela anche un retroscena se possibile ancora più scandaloso: l´esercito non ha fatto nulla per fermare quella strage di cui pure era a conoscenza. Un soldato, Adam C. Winfield, confidato cosa sta succedendo nella sua pattuglia a suo padre Christopher, un ex marine. Una confessione accennata su Facebook, una chat diventata un interrogatorio, l´allarme di un padre per quel figlio che dice di essere in pericolo: quel sergente Gibb gli aveva praticamente ordinato di partecipare ai raid. L´ex marine si attacca al telefono. Ma all centralino dell´Esercito solo una segreteria telefonica. Segreteria telefonica anche all´ufficio di un senatore.
Segreteria telefonica al reparto di investigazione criminale dell´esercito. Finché all´ultimo tentativo un sergente di piantone spiega che non può fare nulla se il figlio non fa denuncia ai suoi superiori.
I poveri afgani morti "per sport" sono almeno tre. Ma tanti altri sono stati assaliti. L´azione è messa a punto all´inizio di quest´anno. Il sergente Gibb è un veterano dell´Iraq e dell´hashish.
Il piano è semplice. Si finge un attacco e si colpisce. La prima vittima si chiama Gul Mudin. E´ il 15 gennaio nel villaggio di La Mohammed Kalay, Kandahar. Gul avanza verso i soldati. Uno di loro, Jeremy N. Morlock, 22 anni, di Wasilla, Alaska, il paese diventato famoso per Sarah Palin, lancia la granata e gli altri reagiscono all´"attacco". Un mese dopo tocca a un altro civile, Marach Agha.
Stessa tecnica, la granata fatta esplodere e l´esecuzione. Ma questa volta nello squadroncino della morte c´è anche il giovane Adam che aveva lanciato l´allarme. Al processo in autunno finirà anche lui che con i familiari si difende: «Sono stato costretto a partecipare e ho sparato in aria». Quello che è certo è che tre mesi dopo il kill team torna a uccidere: e questa volta la vittima è un religioso afgano, Mullah Adahdad.
Lo squadrone della morte non si ferma ma qualcuno lancia un nuovo allarme. Una denuncia anonima. Stavolta scattano gli arresti.
Ufficialmente non c´è una spiegazione degli attacchi. Ma alla vigilia del processo i documenti raccontano la stessa storia: quei soldati erano drogati di hashish e di noia. Uccidevano gli afgani "per sport".

Repubblica 20.9.10
La fine della scuola elementare
Un saggio racconta le colpe di un declino culturale che sancisce la fuga nelle private
Nel 1985 erano stati varati nuovi programmi che insistevano sulla didattica
Era il punto di forza dell´educazione pubblica italiana: ma ora anche l´istruzione primaria è al collasso
di Benedetta Tobagi

Da quei banchi passano tutti i futuri cittadini. Difficile evitare la retorica del "pilastro della democrazia": lo è per davvero. In più la scuola elementare conserva nell´immaginario qualcosa di romantico, dal libro Cuore in poi. Nell´Ottocento il maestro aveva un ruolo sociale definito, accanto al gendarme e al prete. A questa missione civilizzatrice e conservatrice si sovrappone, con l´avvento della Repubblica, l´icona del maestro di frontiera, possibilità di riscatto per i figli dei diseredati, schiacciato tra la Costituzione e le sperequazioni profonde di un paese arretrato, mentre le elementari restano quelle uscite dalla riforma Gentile, verticali e nozionistiche.
E oggi? Nessuno osa discutere la centralità della scuola e la sua missione educativa, tanto più in una società in piena crisi (economica, politica, di valori). Ma in cosa consista questa missione, e su come realizzarla, c´è molta confusione. Chi non ha bambini, difficilmente sa cosa succedesse dietro il portone di una scuola primaria dopo la riforma del ´90. Poi nel 2008 il governo comincia a predicare il "ritorno al passato" come panacea contro tutti i mali. Chi ha più di vent´anni è cresciuto a pane e maestro unico e può rimanere facilmente sedotto dall´effetto-nostalgia: che male c´era nel vecchio sistema? Insegnanti, genitori e dirigenti invece protestano, sono amareggiati, indignati, preoccupati (provate a scorrere le centinaia di testimonianze su Repubblica. it). Sono davvero tutti dei conservatori miopi e politicizzati? Che cosa sta succedendo, davvero, dentro la scuola pubblica dei bambini italiani?
Ci aiuta diradare le nebbie il nuovo saggio di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti (minimum fax, pagg. 338, euro 15) «E´ necessario combattere una battaglia per le "precise parole", per l´esattezza», dichiara. Allora decodifica i "frames" concettuali dietro gli slogan con cui il centrodestra ha mascherato la realtà brutale dei tagli di bilancio alla scuola pubblica e analizza con scrupolo i numeri - solo apparentemente obiettivi - del Ministero e dei rapporti internazionali. Ma soprattutto, inserisce i problemi italiani nel quadro più ampio di una crisi (cioè un momento di potenziale evoluzione, non un´"emergenza") dell´educazione in atto da decenni a livello globale.
La scuola è chiamata all´arduo compito di preparare bambini e ragazzi a muoversi in una società più complessa, fornendo, oltre alle nozioni, metodi per "imparare a imparare", anche fuori dai banchi. Non è più affiancata nell´opera educativa da soggetti forti come parrocchia o famiglia, ma assediata da una "società diseducante" i cui modelli contraddicono valori e comportamenti che l´insegnante cerca di trasmettere. De Michele intreccia questi problemi coi dati allarmanti sull´"analfabetismo funzionale" che affligge 2/3 degli italiani, e li rende prede facilmente manipolabili nella società dell´informazione, o sulla mobilità sociale quasi inesistente per i giovani italiani. Una visione ampia, articolata, che mostra la funzione essenziale della scuola pubblica in una democrazia che voglia essere veramente tale.
In questo discorso, il caso della scuola primaria è illuminante. L´Italia, eterna pecora nera, affrontò costruttivamente la "crisi educativa", con esiti addirittura eccellenti. Dopo decenni di confronti tra politici e specialisti di pedagogia e didattica, nell´85 la scuola elementare si dota di nuovi programmi che mettono al centro il "saper fare" accanto al conoscere, per una "progressiva costruzione delle capacità di pensiero riflessivo e critico e di una indispensabile indipendenza di giudizio", le competenze relazionali, la capacità di ascoltarsi e stare insieme, oltre alla disciplina. Su queste basi, nel ´90 si avvia una riforma, che ha passato il vaglio della Corte dei Conti, la stagione di lacrime e sangue pre-ingresso nell´euro e un rodaggio faticoso, per regalarci una posizione di eccellenza nelle classifiche internazionali (TIMMS 2007 per la matematica e PIRLS 2006 per la lingua). Con buona pace di chi sostiene che servì solo al sindacato per moltiplicare i posti.
Cosa offriva la primaria pubblica del nuovo millennio? "Modulo" o tempo pieno, ossia due o tre maestri, specializzati in aree disciplinari diverse: ben venga un´attenzione specifica per l´area logico-matematica, in cui l´Italia è sempre indietro. Programmazione collegiale, cioè più teste che concordano la didattica e rispondono alle esigenze dei bambini: più sguardi pronti a cogliere i loro disagi come i talenti. Ore di compresenza: indispensabili per gestire la presenza di bimbi stranieri che non padroneggiano l´italiano, per il recupero di chi resta indietro, specie nelle aree più disagiate, ma anche per gite e laboratori.
Tempo scuola più lungo (da 27 a 40 ore) e più ricco: al pomeriggio non c´era più il vecchio doposcuola, merenda e compiti, ma lezioni e laboratori, cioè apprendimento attivo. Una ricchezza per i bambini, una necessità per i genitori che lavorano. A parità di maestri incompetenti e lavativi, che non mancano mai (la Gelmini parla di premi al merito, ma nessuna misura è stata varata), il sistema offre più risorse e garanzie. La primaria pre-Gelmini rispondeva alle esigenze di una società profondamente mutata con spirito democratico: molto per tutti i bambini e speciale cura per i più deboli.
Bello, no? Bene, lo stanno demolendo. Il Ministero raccomanda maestro unico, 4 ore mattutine e taglia i posti. Ma i genitori chiedono le ore e la qualità del tempo scuola lungo e i dirigenti sono chiamati all´impossibile quadratura del cerchio. Regna il caos. Classi affollate, patchwork di maestre per coprire i buchi (alla faccia del bisogno di continuità rassicurante). I maestri, sottopagati e sotto pressione, ancorché occupati, di sicuro non lavorano sereni (si parla di merito e mai di motivazione).
Lo scenario tracciato da De Michele è inquietante: c´è un disegno politico per smantellare la scuola pubblica, per foraggiare il business delle scuole private, perché l´ignoranza rende le persone più controllabili. Anche chi non condividesse questa tesi, sarà costretto a domandarsi il perché di una politica così dannosa. Non è "la solita storia". Disperdono un patrimonio, picconano la base sana della piramide educativa. Danneggiano i bambini e le loro famiglie e la società in cui dovranno vivere, non gli "insegnanti fannulloni". Almeno, la smettano di mentire.

Corriere della Sera 20.9.10
Il declino della lingua (scritta) Vocaboli e congiuntivi: i dieci errori
L’italiano in declino sempre più sconosciuto agli studenti. «Non leggono Dante, lo traducono»
Vocaboli, congiuntivi, apostrofi. Allarme dai test

Vocaboli sbagliati, congiuntivi e apostrofi spariti. E’ il declino dell’italiano sempre più sconosciuto agli studenti. Tanti presidi di scuole superiori stanno organizzando corsi supplementari per ripassare i fondamentali della lingua. Un lavoro considerato indispensabile anche per studiare latino, greco, lingue straniere. Luca Serianni, linguista e filologo, docente a «La Sapienza» di Roma: i ragazzi approdano all’università con un bagaglio linguistico povero. Affrontano Dante esattamente come se si trattasse di una lingua straniera. ROMA — «Tradurre» Dante. Non in inglese: ma in italiano. Luca Serianni, linguista e filologo, ordinario di Storia della lingua italiana a «La Sapienza» di Roma, lo racconta con ironia ma anche con preoccupazione: «I ragazzi approdano all’università con un bagaglio linguistico estremamente povero. Affrontano Dante, diventato per loro inaccessibile, esattamente come se si trattasse di una lingua straniera. Pensano a una "traduzione" in italiano, non a un adattamento alla lingua attuale, quindi ciò che per noi è una parafrasi». Insomma, Dante ormai come un classico inglese o francese.
Gli strumenti grammaticali, sintattici, lessicali e ideativi a disposizione degli studenti italiani di diverso ordine (medie inferiori e superiori, università) sono sempre più scarsi, come dimostrano gli ultimi disastrosi risultati dei test Invalsi. Tanti presidi di scuole superiori stanno approntando corsi supplementari di italiano per ripassare i fondamentali della lingua e solo dopo procedere. Altrimenti studiare latino, greco, lingue straniere diventa impossibile.
Esempi concreti? Valeria Della Valle, docente di Linguistica italiana a «La Sapienza» e autrice con Giuseppe Patota del fortunato «Viva il congiuntivo», saggio di rivalutazione di un modo in disuso ed edito da Sperling e Kupfer (ammette sospirando che «ormai quasi tutti dicono «se lo sapevo non venivo, ma non c’è da drammatizzare», ma si registra una crisi anche del passato remoto a favore del passato prossimo). Dice dunque Della Valle: «Assisto a un costante impoverimento di competenza lessicale in chi arriva dalle medie superiori. Parole come "obsoleto" o "laido" per molti sono incomprensibili. Oppure si attribuisce loro un significato diversissimo. Molte difficoltà sugli apostrofi, si scrive un altro o un’altro? Mi arrivano "piu" senza accento e "un pò" con la o accentata e non con l’apostrofo". Poi la punteggiatura. Resistono i diversi tipi di punti, la virgola ancora non cede ma il punto e virgola e i due punti sono pressoché scomparsi dall’universo giovanile. Magari i ragazzi conoscono tutti i termini legati alla telematica, l’informazione, alla comunicazione. Però sono incapaci di organizzare un ragionamento scritto con una introduzione, uno svolgimento e una conclusione». Valeria Della Valle punta l’indice non contro i ragazzi ma verso le scelte politiche: «Inutile gridare al lupo al lupo quando sono scomparse le scuole di specializzazione in linguistica per insegnanti. Non è detto che chi si laurea in letteratura abbia piena padronanza della lingua e delle sue regole. E ancora: inutile lamentarsi di ciò che sta accadendo quando la recente riforma ha abbassato il numero di ore di insegnamento dell’italiano. Bisognerebbe invece accrescerle, ma dico un’ovvietà».
Concorda Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca: «Siamo uno Stato giovane, scontiamo storicamente un ritardo nell’apprendimento collettivo della stessa lingua, la scuola non è stata aiutata, si è perso troppo tempo dietro a problemi secondari. Per di più i governi, soprattutto quelli recenti, non si sono spesi su un fronte: la formazione degli insegnanti. Non bastano i sacrifici personali di quella categoria per risolvere il problema».
Altri esempi, sempre dovuti all’osservatorio di Luca Serianni: «È verissimo, c’è un problema lessicale. Termini come "dirimere", "esimere", "fatuo", "congruo" non sono più comprensibili se non immessi in un contesto». Serianni segnala poi (come Della Valle) il problema sempre più emergente che mina alle fondamenta l’uso dell’italiano: «C’è sempre più difficoltà a organizzare un testo scritto. Si allontana la prospettiva dell’argomentazione: della spiegazione di ciò che si ha in mente. Fatto grave che evidentemente travalica il semplice problema linguistico che stiamo affrontando. Incide anche sulla forma: i ragazzi non rispettano più i margini dei fogli, anche questo è significativo». Rimedi? Serianni è stato consulente di una parte della riforma Gelmini: «Secondo me bisognerebbe rinunciare a una certa vocazione enciclopedica che spinge allo studio anche dei minori, ormai diventato impossibile. Meglio concentrarsi su alcuni classici, approfondendoli. Così vedremo che Dante non sarà più considerato uno straniero».
Conclude Piero Cipollone, economista, presidente dell’Invalsi, che a luglio ha riesaminato i temi di maturità 2008-2009 ritenendoli insufficienti (63,2% per lessico, 58,9% per competenza ideativa, 54,1% per competenza grammaticale e 58% per competenza testuale): «Il disastro peggiore è quello ideativo, l’incapacità di costruire e "reggere" un ragionamento. Insomma, quando si spiegano non sanno dove vogliono andare a parare... E questo è grave, molto grave».

Corriere della Sera 20.9.10
La morte a Firenze di Francesco Adorno
L’archeologo della filosofia
di Armando Torno

È morto ieri a Firenze Francesco Adorno, uno dei più autorevoli storici della filosofia antica. Era nato a Siracusa nel 1921, ma ha sempre vissuto nel capoluogo toscano, dove, tra l’altro, insegnò per molti anni e fu presidente de «La Colombara», la nota accademia di scienze e lettere. Il suo nome circolò, oltre che nell’ambito universitario, anche tra gli studenti liceali per un fortunato manuale di Storia della filosofia pubblicato da Laterza, che scrisse con Tullio Gregory e Valerio Verra (nel quale era previsto, tra l’altro, un invito alla lettura diretta dei testi). Aveva un passato partigiano e, per quanto è concesso in un Paese come il nostro dove la televisione è dedicata soprattutto a giochi e a intrattenimenti penosi, partecipò a qualche trasmissione della tarda notte per parlare di pitagorici o di Platone. Circola qualche intervista realizzata da Radio Radicale; ma soprattutto il suo lascito è nelle ricerche che ha pubblicato, nei testi curati.
Brillante conversatore pur nella sua semplicità, sapeva mettere chiunque a proprio agio trattando di argomenti alti. Con quale opera dobbiamo ricordarlo? Difficile scegliere. Di certo il lavoro per l’edizione di un Corpus dei papiri filosofici greci e latini (pubblicata in una decina di volumi da Olschki) rimarrà, così come quei testi critici umanistici fiorentini che ha curato nelle sue escursioni lontane dal mondo classico. Ma indubbiamente l’opera che segnò una svolta furono i due tomi de La filosofia antica, che videro la luce da Feltrinelli nel 1961 e nel 1965 (poi ristampati in quattro volumetti), parte fondante di una nuova storia del pensiero mai completata. Nelle intenzioni dell’editore, però, avrebbe dovuto essere laica e lontana dagli schemi cattolici e idealisti (questi ultimi ben testimoniati dall’impresa di Guido De Ruggiero).
Adorno, formatosi nel clima fiorentino degli anni Trenta e di guerra, ebbe quale parte determinante — ma non divenne un’ipoteca — della sua formazione lo storicismo crociano, che lo indusse a concepire la filosofia come riflessione storico-critica mai separata dalla vita. E se il primo tomo dell’opera feltrinelliana non rappresentò una rivoluzione, il secondo conteneva una nuova visione della materia prima della vaste ricerche di Giovanni Reale e dei contributi più recenti. Detto in soldoni, egli ampliò notevolmente lo spazio concesso ad autori e correnti della tarda antichità, soffermando la sua attenzione su molti Padri della Chiesa, sugli uomini di scienza, spingendosi con ricerche dettagliate sino al VI secolo. Tra le caratteristiche, è il caso di ricordare lo spazio che concesse alla reazione dei filosofi pagani durante i primi secoli della nuova fede. Per fare un esempio, egli osò scrivere che Giuliano Imperatore, noto come l’Apostata, estese in materia di religione l’editto di Costantino e che molti autori di trattati anticristiani furono coerenti con una tradizione che faceva perno in Plotino. Il tomo giungeva alla chiusura della Scuola di Atene da parte di Giustiniano (529 d.C.) offrendo storie di correnti poco note o profili di autori come Damascio di Damasco, del quale in Italia circolano tradotte soltanto due o tre pagine (in un’antologia edita da Cortina).
Ma il lavoro di Adorno non si fermò qui. Impegnato nella traduzione di Platone per Laterza (dove collaborò con Gabriele Giannantoni) e per i «Classici» Utet (cominciò con le Opere politiche del sommo ateniese, su incarico di Luigi Firpo), di lui ci restano, tra l’altro, ricerche sulla Sofistica, su Socrate, nonché due saggi dedicati rispettivamente alla cultura ionica e alla filosofia ellenistica. Questi ultimi uscirono in Storia e civiltà dei Greci (Bompiani), diretta da Ranuccio Bianchi Bandinelli. E tutto ciò senza contare le due fortunate Introduzioni a Socrate e a Platone pubblicate nella collana omonima di Laterza e continuamente riproposte. Il suo stile, taluni sospiri che sapeva spendere dinanzi alle questioni amate, vanno cercati negl i Studi sul pensiero greco (pubblicati dalla compianta Sansoni nel 1966).
Spese non poco tempo della vita per ricostruzioni filologicamente rigorose, per inseguire a volte un dettaglio, un termine. Ma non fu un pedante accademico, né tormentò il mondo con questioni di lana caprina. Intuì che il pensiero greco e romano aveva ancora infinite sorprese in sé e che nel mondo antico si celava uno specchio nel quale si riflettono molte nostre idee, marxismo compreso. Seppe forse per tali motivi coniugare una buona divulgazione con un rigore che gli veniva dai «suoi» greci. Ovvero da quei filosofi che quando li conosci — ci confidò in un incontro al quale venne con Giovanni Pettinato — «ti fanno perdere la testa e pensi sempre a loro».