mercoledì 30 settembre 2009

Repubblica 30.9.09
La manifestazione
Libertà di stampa, 300 pullman da tutt'Italia
di Vladimiro Polchi


ROMA - «Trecento pullman e quindicimila manifestanti in arrivo da fuori Roma». Roberto Natale, presidente della Fnsi, fornisce i primi numeri dell´appuntamento fissato per sabato 3 ottobre dalle 15.30 alle 19 in piazza del Popolo a Roma. Cresce infatti il numero delle adesioni alla manifestazione per la libertà di stampa. Tra le organizzazioni, Cgil, Arci, Anpi, Acli, Libertà e Giustizia, Legambiente, Unione cattolica stampa italiana, Emergency. E poi i partiti: Pd, Idv, Pdci, Prc, Partito socialista, Sinistra democratica, Sinistra e Libertà e Bruno Tabacci dell´Udc. «Parleranno Valerio Onida e Franco Siddi - spiega Natale - e suoneranno Teresa De Sio, l´Orchestra di Piazza Vittorio, Niki Nicolai e Simone Cristicchi». In concomitanza con la manifestazione di Roma, anche gli italiani residenti all´estero daranno vita a un sit in a Londra davanti alla sede della Bbc.
E mentre la macchina organizzativa della Fnsi scalda i motori, la diplomazia italiana torna a bacchettare la stampa estera. Dopo la replica al Paìs dell´ambasciatore italiano a Madrid, ora è la volta del suo collega a Parigi, Giovanni Caracciolo di Vietri, che scrive su Libération per chiedere di «smetterla di calunniare l´Italia», con articoli «apertamente denigratori verso il capo del governo italiano, per trarne conclusioni apodittiche in termini di psicologia collettiva del suo popolo e per mettere in discussione il senso dello Stato e l´etica civica di tutta la sua classe politica».
La stampa internazionale torna però a occuparsi di Silvio Berlusconi e delle sue battute. Duro il giudizio del Times di Londra, che titola la corrispondenza di Lucy Bannerman: "Nel caso che qualcuno non l´avesse sentita la prima volta, Berlusconi ripete la gaffe sugli Obama abbronzati". Non solo. Il quotidiano britannico, nell´editoriale firmato da Richard Owen, afferma che nella coalizione italiana di centrodestra c´è «una traccia di razzismo e xenofobia». Sulla stessa linea articoli su Daily Telegraph e El Mundo e sul quotidiano americano Christian Science Monitor. Quest´ultimo in prima pagina titola "Michelle Obama è abbronzata? Le cinque migliori gaffe di Berlusconi" e poi: "Il primo ministro italiano chiama di nuovo il presidente Obama abbronzato e stavolta ci mette dentro anche la first lady". Il settimanale russo Ogoniok dedica un´ampia inchiesta sulla vicenda delle escort (il titolo è "Il bulletto delle donne"), seguita da un´intervista al direttore di Repubblica. Patrizia D´Addario viene poi intervistata dalla Australian Broadcasting Corporation, la principale tv australiana, alla quale ha ripetuto la sua versione degli eventi: «Per Berlusconi, i party erano una maniera di incontrare ragazze»

Repubblica 30.9.09
Scuola, salva-precari. Cgil contro la Gelmini


ROMA - Via libera del ministro Gelmini alle norme applicative del decreto salva-precari: il personale docente e Ata a cui non è stato rinnovato l´incarico quest´anno avrà la precedenza per le supplenze temporanee. Nella nota ufficiale, il ministero ha sottolineato come il provvedimento sia stato condiviso da tutti i sindacati. Ma la Flc-Cgil smentisce: «Il ministro Gelmini è una bugiarda - chiarisce il segretario, Mimmo Pantaleo - La Flc-Cgil non ha condiviso né firmato alcuna intesa relativa ai contratti di disponibilità che sono una vera e propria presa in giro per i precari».

l’Unità 30.9.09
Conversando con Massimo L. Salvadori
«La Germania insegna: se il socialismo è di centro è destinato a perdere»
di Bruno Gravagnuolo


Le socialdemocrazie hanno inseguito un centro che non c’era più e si sono appiattite su posizioni moderate. Perciò sono in crisi. Ma di qui a stilare diagnosi di morte ce ne corre». Giudizio netto quello di Massimo Salvadori, tra i massimi storici del movimento operaio e della socialdemocrazia, oggi professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino. E analisi imperniata su un dato: non è vero che nelle nostre società è sparito il lavoro dipendente, con trionfo di lavoro autonomo e ceti medi. Al contrario, sostiene Salvadori, «c’è stata una polarizzazione sociale, e un aumento delle diseguaglianze, proprio sotto la sferza della bufera finanziaria e liberista, oggi in preda allo tsunami». Una dinamica che i socialisti europei non hanno compreso, fino al punto da smarrire la percezione della realtà, e quella della loro identità. Vediamo come e perché.
Professor Salvadori, «campane a morte per il socialismo europeo», dicono un po’ tutti, progressisti moderati in prima fila. Davvero il socialismo si sta estinguendo, come titola l’«Herald Tribune»?
«Per tutto il 900 hanno risuonato quelle campane, per l’una e l’altra forza politica, salvo assistere a impreviste rinascite. La condizione del socialismo europeo è certo allarmante, ma non sappiamo se siamo in fase terminale. Anche il liberismo fu dato per spacciato e invece è ritornato alla grande. La Spd e il Psf oggi sono alle corde? È vero, ma è già iniziata una forte discussione interna. In Germania comunque c’è il 23 % della Spd, e il 12,7% della Linke: sintomo di una forte richiesta di sinistra. Quindi ci vuole cautela, perché i numeri dicono che una base politico-sociale esiste per un’opposizione programmatica».
Michele Salvati ha scritto: c’è stata l’ondata neoliberista e la socialdemocrazia doveva assecondarla, ma verranno tempi migliori. Condivide?
«Ma allora perché col neoliberismo in crisi non c’è stata la risalita delle forze socialiste? Invece abbiamo visto il contrario. In realtà c’è stato un appannamento del ruolo socialista. Sicché l’Spd, che ha giocato sul fronte moderato, ha perso. Mentre la Linke, che è stata radicale, ha avuto successo. No, non credo che i socialisti dovessero per forza cavalcare l’ondata neoliberista. Credo all’opposto che proprio tale scelta moderata, in Europa, abbia portato alla sconfitta, alla mancanza di presa. Perché se si tratta di fare i “centristi”, questo sanno farlo molto meglio altri partiti. Blair ha trasformato Londra nella seconda Wall Street delle oligarchie finanziarie, illudendosi di espandere il benessere. Così non è stato, e oggi il Labour è allo stremo. I socialisti si sono “confusi” con i conservatori su terreni cruciali, a cominciare dalla deregulation finanziaria, denunciata da Obama. Ne è derivato uno smarrimento di identità, una perdita della ragion d’essere».
E il paradosso è che la destra assume in proprio certe ragioni di sinistra, a cominciare dal governo dell’economia...
«Ovvio. Le forze di centrodestra hanno imbracciato subito l’intervento pubblico, malgrado le maledizioni del passato, e a proposito di campane a morto... Nessun imbarazzo nel salvare le banche, con regole prima reputate mortifere. Ora è evidente che senza catturare il centro non si vincono le elezioni. Però un conto è puntare alla conquista di quella zona sociale, altro appiattirsi su di essa, inseguendo il fantasma di un ceto medio che non c’è più, e che si è impoverito. Dinanzi a questo, dinanzi alla finanza trionfante, la sinistra non ha saputo leggere le “implicazioni di processo”, rinunciando così a un programma che partisse dagli interessi veri: ceto medio minacciato, precarietà, disoccupati, e lavoro dipendente ancora maggioritario. È passata un’analisi falsa, che ha frainteso le diseguaglianze di reddito crescenti, ed enfatizzato la realtà spesso miserevole dello stesso lavoro autonomo, largamente minoritario. Conclusione: la sinistra deve mobilitare e riorganizzare tutte queste realtà. Certo, non secondo una visione vetero-classista e polarizzante che non tiene più la “centralità operaia” ma in base a una geografia sociale aderente alla realtà. Il che significa che i diritti sociali l’altra gamba della democrazia assieme ai diritti politici devono diventare strategici per un programma di governo».
Dunque, governo dell’economia, diritti sociali, redistribuzione, qualità dello sviluppo e democrazia industriale devono ridiventare cruciali per i socialisti?

«Naturalmente. Senza queste ragioni il divario delle socialdemocrazie con il loro retroterra e con quello sociale più ampio inasprito da crescenti diseguaglianze è destinato ad approfondirsi. Fino alla cancellazione del loro ruolo».
C’è una lezione da trarre anche per l’Italia, dove il Pd appare solcato da una discussione proprio su identità e rappresentanza?
«Sono convinto che il Pd manchi di un’identità, sulle questioni di fondo. Ci sono posizioni opposte e minacce di secessione da una parte e dall’altra. È in corso bene o male un congresso, chiamato a dare una risposta. Bersani ha detto con chiarezza due cose: il Pd sarà un partito nuovo, che deve tenersi la propria tradizione di sinistra. E ancora: la categoria della sinistra non può essere esclusa dall’identità del Pd. Sappiamo però quanti nel partito rifiutino una vocazione di sinistra...».
Tenersi quest’identità è un contributo alla crisi italiana, nonché alla crisi delle socialdemocrazie?
«Penso proprio di sì. Anche in virtù di una considerazione più generale, estesa al contesto internazionale più vasto. Ebbene, senza dubbio alcuno, i centrodestra europei sono più moderni e dignitosi di quello italiano. Però dobbiamo chiederci. Se i partiti socialdemocratici sono ormai qualcosa di residuale, davvero il centrodestra è in grado di offrire una risposta ai problemi sul tappeto? Le destre hanno sul serio un programma espansivo, capace di assorbire e includere le domande che vengono da una società a forte disoccupazione, dal ceto medio così impoverito e così bisognoso di sicurezze? C’è nel centrodestra un paradigma di valori, e di cultura economica e politica, stabilizzante, dinanzi alle emergenze presenti, tale da poter far morire la sinistra?».
Francamente questo pericolo esiste, almeno sul piano demagogico immediato, e fino al punto da far smottare la sinistra. Non le pare?
«Il centrodestra potrebbe sfondare, ma solo a condizione che sappia replicare incisivamente a tutti quei problemi che hanno sempre costituito la grammatica della sinistra: dall’immigrazione, al lavoro, alla precarietà, alla sicurezza sociale, all’ambiente. Ma che siano in condizione di farlo, sino a far smottare le basi sociali della sinistra, io non lo credo».
Insisto, il rischio è concreto, e se ne vedono le avvisaglie in Europa
«D’accordo, non sarebbe la prima volta che la sinistra viene messa in ginocchio. Eppure non è morta, ed è risorta. Vedremo come va a finire. In passato si diceva: è il secolo del fascismo, è il secolo del liberalismo, è il secolo della socialdemocrazia, del comunismo. Che questo sia il secolo del conservatorismo e del centrosinistra io non lo credo. Oltretutto nel mondo ci sono realtà progressiste e di sinistra al governo, in India, in America Latina, e c’è Obama. Il che accresce il paradosso europeo, della destra sugli scudi malgrado la crisi liberista. Ma accresce pure le speranze». ❖

La polemica
«Il socialismo sta morendo?» Cosa nasconde il crollo dell’Spd
«Uno spettro si aggira per l’Europa, quello del lento collasso del socialismo». Inizia così l’analisi che l’International Herald Tribune dedica al crollo della Spd. Sotto il titolo in prima pagina («Il socialismo sta morendo?») il giornale si sposta dalla Germania per ricordare la sconfitta di Segolene Royal in Francia e il risultato dei socialisti in Portogallo, che hanno vinto di nuovo le elezioni ma hanno perso la maggioranza assoluta in Parlamento.

l’Unità 30.9.09
Un invisibile muro politico torna a dividere Berlino
Berlino era uniformemente socialdemocratica. Ma domenica i quartieri orientali hanno optato per la Linke, mentre ad ovest è prevalsa la Cdu come nel resto del Paese. Nel centro della città trionfano ancora i Verdi.
di Laura Lucchini


BERLINO. Una linea quasi retta, da nord a sud, divide in due colori i grafici elettorali della città di Berlino. A ovest il nero (della Cdu) con un piccolo punto rosso (della Spd). A est, compatto, il color amaranto, della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi. Solo un cuore verde a cavallo tra ovest e est, nella circoscrizione di Kreuzberg-Friedrichshain, rompe il muro. È la roccaforte del partito ecologista che da tre elezioni consecutive spedisce il suo candidato locale Christian Ströbele direttamente in parlamento con un 46,8% dei voti che gli dà diritto a uno dei cosiddetti «seggi supplementari».
Il fotofinish delle elezioni di Berlino non poteva essere più chiaro e più indicativo di così. I grafici tra est e ovest sono ribaltati. A ovest la situazione riflette la tendenza del paese con la Cdu come prima forza al 27%, i liberali come partito emergente al 14% e l’Spd in calo al 21,6%. A est sembra di stare in un altro paese: Die Linke, mai così forte, si impone con il 33,8% e si lascia dietro l’Spd al 18% e la Cdu al 16.
POVERTÀ E DISOCCUPAZIONE
Si è scritto tanto, in quest’anno che celebra il ventesimo anniversario della caduta del muro, del fatto che la Germania continua ad essere divisa tra est e ovest. Non mancano i dati sulle due marce del paese. La povertà per esempio: in alcune zone dell’est raggiunge il 27%, mentre nel Baden Wüttemberg, a sud ovest raggiunge al massimo il 7,4% della popolazione (dati di Der Paritätische). Lo stesso vale per la disoccupazione che all’est in alcune zone raggiunge il 14%, un dato nemmeno immaginabile all’ovest.
E il fatto è che dopo la caduta del muro molte aziende dell’est non risultavano più competitive, furono chiuse e le città si svuotarono. Quelli che sono rimasti spesso non hanno trovato modo di adattarsi all’economia globale. Tanto che il tema è diventato motivo di scherzo e barzelletta. Nella vigilia delle elezioni Stefan Raab, popolare presentatore del canale Prosieben annunciava: «Signore e signori, domani ci sono le elezioni, le urne apriranno alle 8 e chiuderanno alle 18. Questo significa che gli Ossis (quelli dell’est, ndr.) dovranno svegliarsi presto!». Risate e applausi.
Ma per quanto riguarda il voto a Berlino, i risultati delle ultime due elezioni smentivano questa realtà: nel 2002 la città aveva dato la propria preferenza in modo abbastanza omogeneo alla socialdemocrazia. Die Linke era gia cresciuta, ma non così tanto, nel 2005, mentre nello stesso anno la Cdu si aggiudicava una sola circoscrizione nell’estremo ovest. Domenica scorsa invece il muro è tornato a dividere la capitale.
A unire le due città divise c’è la circoscrizione di Kreuzberg-Friedrichshain, giovane e alternativa che da anni vota verde e quest’anno lo ha fatto con un appoggio di tre punti in più, riconsegnando il testimone all’anziano Christian Ströbele, padre fondatore dei verdi tedeschi, che per la terza elezione consecutiva viene eletto con un mandato diretto (si ottiene con la preferenza nominale in modo indipendente dal partito). «Sono orgoglioso del risultato e sono veramente felice che la fiducia nel lavoro svolto mi permette di ottenere un nuovo mandato», ha detto uno Ströbelele commosso domenica sera. «Lunedì inizia il lavoro in Germania per ricostruire una maggioranza di sinistra».
NEGOZI BIO E BICICLETTE
E la ricetta segreta dei verdi in questa circoscrizione la si capisce passeggiando per l’Oranienstrasse e la Adalbertstrasse. Negozi bio, mercati di frutta, bicilcette ammucchiate a ogni angolo di strada, verde pubblico, giovani madri con i bambini che corrono intorno, ragazze turche che gestiscono negozi di moda giovane (i turchi a Kreuzberg sono 20.000). Martina, una giovane donna seguita da due bambini in bicicletta fornisce l’identikit dell’elettore dei verdi: «In genere sono giovani, diciamo tra i 25 e i 45 anni. Evitano, se possibile, di usare la macchina. Fanno spesa in modo consapevole e tendono ad avere bambini presto. Come me!».
A volte però sono anche i delusi dalla politica del leader dell’Spd Steinmeier: «Ho sempre votato per l’Spd, ma questa volta ho preferito i Verdi. È stato un voto per esprimere il mio malcontento», spiega Maren seduta al tavolo del Micheladen, un negozio bio nell’Oranienplatz. «Ma il vero problema è che nel mezzo della crisi la gente vota liberale. Un’idiozia!». ❖

Il 2% dei Pirati vale 700mila euro di contributi statali
Il partito dei Pirati tedesco non ce l’ha fatta a entrare in Parlamento, ma è diventato la sesta forza politica del Paese e, con il suo 2% alle legislative di domenica, ha ampiamente superato la soglia prevista per accedere ai finanziamenti pubblici. Il partito, che vuole rendere internet completamente accessibile a chiunque e liberare la rete da ogni forma di censura, ha totalizzato 850 mila voti, superando di slancio la soglia dello 0,5% necessaria per ottenere i fondi statali. In Germania, i partiti ricevono fondi pubblici in rapporto alla loro performance alle urne e, nel caso dei Pirati, questo si tradurrà secondo le prime stime in 700 mila euro all’anno.

Repubblica 30.9.09
Escono di scena i leader della Spd
Dimissioni a catena, la sinistra interna vuole la guida del partito
di Andrea Tarquini


Cresce l´astro di Klaus Wowereit, borgomastro di Berlino, che governa la città con la Linke Congresso a novembre

BERLINO - Precipita la crisi nella socialdemocrazia tedesca, la Spd messa ko dalla disfatta elettorale di domenica, mentre il centrodestra vincitore si prepara al difficile negoziato per una coalizione di governo tra la nuova star politica europea, il leader liberale Guido Westerwelle, trionfatore del voto, e la cancelliera Angela Merkel (Cdu-Csu, democristiani) confermata ma indebolita e condizionata da "Guido". Nel più antico partito della sinistra europea, la Spd appunto, è il terremoto. Salgono le stelle dei massimalisti, il popolarissimo governatore-borgomastro di Berlino Klaus Wowereit e la giovane vicepresidente Andrea Nahles, entrambi aperti a una collaborazione con la Linke, la sinistra radicale.
Klaus Wowereit leader futuro della sinistra contro Guido Westerwelle astro nascente del centrodestra? Un possibile duello tra qualche anno tra due giovani, dinamici leader di talento, entrambi gay dichiarati ed entrambi cresciuti politicamente nel dopo-guerra fredda, si proietta nel futuro della democrazia tedesca. Nella Spd si chiude forse per sempre un´era, quella dei riformatori, degli schroederiani, dei seguaci di Tony Blair in salsa tedesca. Dopo il presidente del partito Franz Muentefering, ha gettato la spugna e si è detto deciso a lasciare ogni ruolo di leadership anche il ministro delle Finanze uscente, Peer Steinbrueck. E Frank Walter Steinmeier, ex vicecancelliere e ministro degli Esteri, sarà solo capogruppo parlamentare, ma sotto il tiro dei "falchi" di sinistra. A questi appare pronto a piegarsi, nel senso di un dialogo con la Linke, anche il ministro uscente dell´Ambiente, Sigmar Gabriel, schroederiano fino a ieri ma pronto a tutto pur di salvare partito e potere.
«La vecchia guardia esce di scena e getta la spugna», titola durissimo ed eloquente Spiegel online (www.spiegel.de, leggibile anche in inglese). La riunione di ieri del gruppo parlamentare è stata una tempesta dolorosa. Al prossimo congresso straordinario, a Dresda in novembre, il partito vuole scegliere come suo nuovo leader nazionale Sigmar Gabriel, ma egli si prepara già di fatto a divenire ostaggio di vicepresidenti come Wowereit e Andrea Nahles. Si prepara una nuova Bad Godesberg della Spd, ma il vento che soffia è quello di una Bad Godesberg rovesciata rispetto alla svolta moderata, riformista e occidentale del 1959. Adesso anche Gabriel, ex pupillo di Schroeder, ha abbandonato le sue ostilità alla Linke. Il tempo sembra giocare per Klaus Wowereit, giovane e popolare borgomastro-governatore gay dichiarato di Berlino, che già governa la città-stato con la Linke e quindi è visto da molti come il gestore futuro di un avvicinamento tra i due partiti della sinistra tedesca.

Corriere della Sera 30.9.09
Paure. Per placare le proprie inquietudini la società non esita a volgere lo sguardo a destra
Figure-chiave In ascesa il sindaco di Berlino e la pasionaria Nahles
Battaglia in casa Spd. Via i discepoli di Schröder
La sinistra azzera il vertice «riformista»
di Danilo Taino


BERLINO — Due giorni do­po il disastro elettorale, è già scoppiata una guerra brutale al vertice della socialdemocra­zia tedesca. Frank-Walter Steinmeier, lo sfidante di An­gela Merkel per la cancelleria, era sulla strada della presiden­za del partito ma ieri si è ritira­to: si limiterà a guidare i depu­tati al Bundestag. Il presiden­te in carica della Spd, Franz Müntefering, non si ricandi­derà. Il segretario Hubertus Heil nemmeno. Il ministro delle Finanze Peer Stein­brück, uno dei vicepresidenti, non assumerà alcuna carica di partito. Il vertice ancora le­gato all'era riformista di Ge­rhard Schröder è azzerato e in Germania la Terza Via chiude i battenti.
Ora la sinistra interna ha la strada aperta per conquistare la guida della Spd: stando alle indiscrezioni che escono da una situazione in evoluzione, alla presidenza andrà per un po' Sigmar Gabriel — figura di compromesso accettata dal­le diverse ali del partito, fino­ra ministro dell'Ambiente — per preparare la svolta e passa­re poi, probabilmente, il vo­lante ad Andrea Nahles, la rap­presentante più conosciuta della sinistra della Spd, che in attesa potrebbe fare la segreta­ria. Klaus Wowereit, popolare sindaco di Berlino, dovrebbe accettare l'incarico nazionale di vicepresidente. Le elezioni di domenica scorsa, nelle qua­li la Spd ha toccato il minimo del dopoguerra ed è finita all' opposizione, hanno aperto il regolamento di conti ben pri­ma del previsto congresso di metà novembre.
Ieri è stata una giornata drammatica. In mattinata, si è mosso per primo Wowereit, uno dei rappresentanti di maggior peso della sinistra del partito: la sua Spd di Berli­no — che è al governo cittadi­no assieme alla Linke, la sini­stra massimalista di Oskar La­fontaine — ha chiesto che tut­te le cariche di vertice nazio­nali fossero azzerate. E che si aprisse una di­scussione sulle strategie «senza tabù», cioè non escludendo la ri­cerca di un rap­porto diretto con la Linke fi­nora rifiutato.
Poi, nel pomeriggio, si è riuni­to il vertice. Steinmeier è sta­to eletto alla guida del gruppo parlamentare. Capita la gravi­tà del dissenso interno, ha pe­rò fatto sapere di non volere candidarsi ad altri incarichi. Steinbrück ha detto che farà solo il parlamentare (probabil­mente la cancelliera Merkel gli offrirà un posto, forse co­me commissario Ue o al Fon­do monetario internaziona­le). Heil si è ritirato. Müntefe­ring aveva annunciato il pas­so indietro già ieri.
A metà novembre, dunque, il congresso socialdemocrati­co arriverà con la sinistra in­terna determinata a dare una svolta alla linea del partito e a usare i prossimi anni di oppo­sizione per ricostruire un'al­ternativa al centro-destra che ha vinto le elezioni di domeni­ca. La signora Nahles, che po­trebbe a quel punto o poco do­po diventare leader, da tempo è convinta che la Spd debba chiudere con la Terza Via rifor­mista di Schröder e Tony Bla­ir. Da mesi, lavora assieme al laburista britannico Jon Crud­das per gettare le basi di una nuova stagione di sinistra in Europa. Dopo la crisi finanzia­ria, hanno scritto in un docu­mento comune, «l'era della Terza Via è finita e le inegua­glianze di classe rimangono la struttura che definisce la so­cietà ». Fallimento completo, secondo loro. Chiedono più tasse per redi­stribuire la ricchezza, l'amplia­mento degli scopi della Banca centrale europea che le affidi compiti sociali e di lotta alla disoccupazione, una politica industriale a scala europea, il salario minimo, il controllo democratico delle multinazio­nali. Tutto su basi ecologica­mente sostenibili. Niente di troppo nuovo. Ma la sfida di sinistra comunque è lanciata e quella di Nahles vorrebbe es­sere la base per aprire la sta­gione del dialogo con la Linke. Sarebbe una traversata lunga. Ammesso che avven­ga: almeno metà partito, ora sotto shock per la sconfitta, vuole i voti del centro e pensa che con Lafontaine non si va­da da nessuna parte.

Corriere della Sera 30.9.09
Germania e Italia
La parola «sinistra» non basta più
di Piero Fassino


Caro Direttore, dal vo­to tedesco viene la dura conferma di quel che già era emerso nel voto eu­ropeo di giugno: le politiche, le parole e gli strumenti della sini­stra riformista manifestano una crescente difficoltà a inter­cettare le ansie e le aspettative del nostro tempo. Quel che an­dava bene ed era efficace nel ’900 non appare in grado di da­re risposte alle domande e ai problemi del nuovo secolo.
È esattamente partendo da questa consapevolezza che, ispirato da Romano Prodi, è na­to il Partito Democratico, con il duplice obiettivo di unificare in un solo partito le diverse cor­renti del riformismo italiano — il riformismo socialista, il so­lidarismo cattolico democrati­co, il pensiero laico liberalpro­gressista — e al tempo stesso andare oltre quelle storie, per mettere in campo un nuovo pensiero per un nuovo secolo, capace di assumere nuove cul­ture e sensibilità di progresso, dall’ambientalismo ai diritti ci­vili.
Il primo Congresso del Pd è l’occasione per verificare quan­to quei due obiettivi siano stati fin qui realizzati e come prose­guire il cammino intrapreso. Quanto all’obiettivo dell’unifi­cazione in un solo partito delle pluralità riformiste italiane, va detto — come ha sollecitato qualche settimana fa sul Corrie­re della Sera il professor Giu­seppe Galasso — che la confi­gurazione del Pd non è compiu­ta. Se, infatti, senza la coraggio­sa decisione di Ds e Margherita di unirsi il Pd non sarebbe mai nato, è altrettanto vero che uni­re il riformismo italiano signifi­ca aprire le porte del nuovo par­tito a tutte le sensibilità. Le scel­te maturate in questi mesi con la segreteria Franceschini dico­no che ciò oggi può avvenire.
La scelta del Pd di essere co­fondatore, al Parlamento Euro­peo, del nuovo Gruppo Progres­sista dei Socialisti e Democrati­ci — primo passo per andare ol­tre le vecchie case anche in Eu­ropa — e le posizioni chiare as­sunte dal Pd in materia di laici­tà — dal caso Englaro alla dife­sa della 194 alla tutela della scuola pubblica — consento­no, a quanti si sono battuti con passione per non disperdere il patrimonio del riformismo so­cialista, di far vivere oggi quel­la cultura a pieno titolo nel Par­tito Democratico. Peraltro il te­ma della laicità, la scelta di un’economia sociale di merca­to che non separi accumulazio­ne e redistribuzione, l’impe­gno per una politica fondata sull’etica pubblica e sulla cer­tezza delle regole e del diritto, consentono a chi si riconosce in un riformismo laico, repub­blicano, «liberale» di poter ri­trovare casa nel Pd. Per altro verso ancora, l’assunzione da parte del Pd della sostenibilità e della green economy come ci­fre programmatiche può con­sentire ai Verdi di unirsi ai tan­ti ambientalisti che fin dalla na­scita sono parte costituente del Partito Democratico. E, infine, coloro che si sono separati dal­l’arroccamento ideologico di Rifondazione Comunista posso­no ritrovare nel Pd il luogo per una militanza politica sottratta al rischio di una nicchia minori­taria.
Certo, unire in un unico par­tito la pluralità delle culture ri­formiste non è esercizio sem­plice, né di breve periodo. Ma è il mondo intorno a noi a solleci­tarci ad andare oltre la parziali­tà di ogni singola storia, per scrivere e narrare una storia nuova, in cui possano ricono­scersi tutti coloro che credono in comuni valori di progresso, di uguaglianza, di giustizia, di libertà. Il Pd è nato per questo e questo deve essere, perché dal presentarsi con un profilo largo, aperto e plurale dipende la possibilità di raccogliere il consenso indispensabile per contendere alla destra la guida dell’Italia.
Non minore coraggio e deter­minazione serve sul fronte del­l’innovazione culturale e pro­gettuale di cui il Pd deve essere portatore. Il nuovo secolo ci mette di fronte a temi — la glo­balizzazione sull’uscio di casa, la flessibilità del lavoro e la sua esposizione alla precarietà, la crisi fiscale dello stato sociale, l’immigrazione e i suoi impatti sulla società, la sicurezza dei cittadini — che non si possono governare riproponendo sem­plicemente ciò che ieri era effi­cace e oggi non lo è più. Né ba­sta evocare la parola «sinistra», perché per essere credibile quella parola ha bisogno di contenuti e proposte nuove, unica strada per intercettare le aspettative di una società che per placare le proprie inquietu­dini non esita a volgere lo sguardo a destra.

Corriere della Sera 30.9.09
Ragioni del socialismo
«L’opposizione sia un punto di riferimento»


ROMA — Il numero di ottobre delle Nuove Ragioni del Socialismo, appena uscito in edicola, lancia un grido di allarme per le sorti dell’Italia, ma anche per quelle dell’opposizione. In un appassionato editoriale si afferma: «Se l’opposizione non è un punto di riferimento per cominciare a costruire il futuro, il Paese è destinato a un ulteriore declino». E punta il dito sulla tormentata fase precongressuale del Pd: «Non so se vi rendete conto, cari compagni, che questo congresso non parla al Paese». Il mensile contiene anche, tra i diversi articoli ospitati, una conversazione con Pierluigi Bersani, un’analisi sul «difficile domani dei socialdemocratici» alle prese con la sconfitta tedesca e una riflessione su come «ricostruire insieme legittimità e consenso» in un Paese dalle difficoltà drammmatiche come l’Afghanistan: «L’alternativa - si sostiene - non è tra il disimpegno e una qualche forma di vittoria militare, ma tra il ritiro e il rilancio della politica di intervento democratico».

Corriere della Sera 30.9.09
Le primarie ora diventano un problema
Lo scontro ripropone l’esistenza di due Pd. Su Bersani l’effetto-Berlino
di Massimo Franco


C’ è sempre il pericolo di soprav­valutare lo psicodramma di un Pd che litiga sulle cosiddette «regole». Eppure, lo scontro di ieri fra il segretario Dario Franceschini ed il probabile successore, Pier Luigi Bersani, dice qualcosa di più. Fa emergere un conflitto sordo fra i «due partiti»: quello degli iscritti e quello delle primarie. Il leader uscente ac­carezza un «bagno di popolo» per rovesciare o al­meno bilanciare l’affermazione di Bersani nei «cir­coli». I sostenitori dell’ex ministro, invece, preferi­rebbero che le primarie si limitassero a consacrare una vittoria data già per avvenuta: quella che evo­ca il braccio destro di Bersani, Filippo Penati, chie­dendo le dimissioni di Franceschini.
La sua uscita è stata corretta dal segretario in pectore e da Massimo D’Alema per placare un se­gretario furibondo. Ma solo in parte: nel senso che Bersani vuole rivedere il meccanismo delle pri­marie. L’episodio rivela le tensioni nel Pd; e con­ferma che di fronte ad un congresso «vero», gli eredi di Prodi e Veltroni rischiano di litigare fino alla rottura. Soprattutto, riemerge l’ambiguità di votazioni «aperte» che funzionavano finché si trat­tava di consacrare il candidato del centrosinistra a palazzo Chigi. Diven­tano invece un’inco­gnita quando si trat­ta di eleggere «solo» il segretario, perché il possibile premier dovrà soddisfare gli alleati.
Il risultato è uno scontro cattivo e in­sieme apparente­mente oscuro; e se­gnato da una sfidu­cia reciproca profon­da. Di colpo, quelle primarie presentate come la sublimazione della democrazia, vengono guarda­te come un rito che Franceschini potrebbe mani­polare. «Dobbiamo garantire», spiega con cando­re Rosi Bindi, alleata di Bersani, «che le primarie si svolgano in modo corretto, senza vantaggi pre­costituiti ». Ad incanaglire la faida contribuiscono, stavolta contro Bersani, anche i risultati delle ele­zioni di domenica in Germania.
Il fronte interno contrario al candidato sostenu­to da Massimo D’Alema sfrutta il disastro della Spd tedesca per bocciare la sua strategia di sini­stra; e per rimettere in discussione l’adesione al gruppo socialista a Strasburgo. Il senso dell’offen­siva è chiaro: stiamo per eleggere un segretario che ci porterà alla sconfitta perché persegue un’identità ed un progetto vecchi, già bocciati in tutta Europa. Si tratta di un tentativo in extremis di invertire l’affermazione di un Bersani che ha ot­tenuto circa i due terzi dei «sì» congressuali. Ed in prima linea si presentano personaggi diversi co­me Walter Veltroni e Francesco Rutelli.
Entrambi sostengono che il Pd si prepara a tor­nare «un partito socialista classico»; e che pagherà un prezzo politico alto. Contano di certo vecchi e nuovi rancori; ambizioni personali; e le tossine depositate nel gruppo dirigente dal fallimento del governo Prodi e dai risultati prima delle politiche del 2008 e delle europee del luglio scorso. Ma al fondo rimane la sensazione che esistano due Pd, difficilmente conciliabili; e che Bersani rischi di es­sere visto dai quasi sicuri perdenti del prossimo congresso come leader di «un» partito, quello de­gli iscritti, e non dell’intero Pd. Anche se bisogne­rebbe domandarsi perché questa ambiguità di fon­do, sempre esistita, rischi di diventare lacerante solo adesso.

Repubblica 30.9.09
Intervista vent'anni dopo
Gorbaciov "Così ho lasciato cadere il Muro"
L´ex capo dell'Urss racconta il suo '89. E rivela: "L'Europa temeva la Germania riunificata. E sperava nell'intervento dei miei tank"
di Fiammetta Cucurnia


L´uomo che era a capo dell´Unione Sovietica nel fatidico 1989 ricorda le prime elezioni democratiche nel mondo comunista, le crepe nei regimi dell´Est, il suo rifiuto di usare la forza. E l´ipocrisia dei governanti occidentali, contrari alla nascita di una Grande Germania
"A Berlino Est mi resi subito conto che il potere aveva perduto il legame con il Paese"

Mosca. Vent´anni dopo, Mikhail Gorbaciov racconta la storia sconosciuta del Muro di Berlino. Seduto nel suo ufficio di Mosca sul Leningradskij prospekt, parla con un filo di voce, con calma. Ma dalle sue parole traspare tutta l´emozione, la soddisfazione, ma anche l´indignazione, per quel che gli capitò di vedere in quell´anno fatale tra il 1988 e il 1989, che piegò per sempre la storia del Ventesimo secolo. Ricorda la gente di Berlino scesa nelle piazze, che gli gridava «Gorby, resta da noi!», «Gorby, freiheit!», libertà! Torna con la mente agli avvenimenti che, davvero, sconvolsero il mondo, le riunioni con i partiti fratelli, ancora incerti e timorosi, gli incontri e le telefonate con Helmut Kohl, «l´inadeguatezza di Honecker», il capo comunista della Germania Est, che non sapeva capire. E poi «la feroce battaglia contro la perestrojka che si svolgeva a Mosca», mentre in Europa i leader occidentali cercavano di impedire la riunificazione tedesca. «Erano tutti ferocemente contrari. Margaret a Londra. Mitterrand a Parigi. Andreotti a Roma. Avevano paura. Volevano fermare i tedeschi. E tutti ritenevano che a farlo dovessimo essere noi, l´Unione Sovietica con i suoi carri armati. Le truppe di Gorby. Negli incontri ufficiali lo dicevano apertamente, e uno dopo l´altro vennero tutti a parlarne. Venne anche Mitterrand, con i suoi modi eleganti, e ci incontrammo a Kiev». «In questa storia», dice Gorbaciov «ci sono solo due eroi: i tedeschi e i russi».
Mikhail Sergheevic, quando ha capito che per la Germania era giunto il momento della riunificazione?
«La storia non si fa in un giorno e una data precisa non potrei indicarla. Il crollo del Muro di Berlino, in effetti, fu solo l´atto finale, il culmine di un processo che andava avanti da tanto tempo. Quando in Urss hanno cominciato a marciare i cambiamenti, si sono tenute le prime elezioni democratiche, e nei Paesi dell´Est europeo sono scoppiate le prime rivoluzioni, di velluto e non; quando è partito anche il processo di disarmo tra Usa e Urss, con lo smantellamento dei missili nucleari, ecco che una triste realtà si è mostrata netta davanti a noi: la Germania, e solo la Germania, restava sul ciglio della grande strada della storia. Loro, i tedeschi, se ne sentivano offesi, amareggiati. Ed io li capivo».
Quale fu, a suo parere, l´atto di nascita della riunificazione tedesca?
«Stiamo parlando del 1988. Fu allora che in Germania si tennero le prime manifestazioni. A Mosca ci arrivava notizia di cittadini tedeschi dell´Est che cercavano di passare nella Repubblica federale attraverso la frontiera ungherese, direttamente o attraverso il varco austriaco. Poi lo stesso accadde con l´ambasciata tedesca in Polonia e in Cecoslovacchia, dove si poteva arrivare più agevolmente e dove ora i tedeschi dell´Est chiedevano di essere aiutati a passare ad Ovest. Erano richieste sempre più massicce e incalzanti, che divennero poi un fiume in piena nell´estate del 1989. Ma erano cominciate molto prima che la stampa ne venisse a conoscenza, molto prima che Hans-Dietrich Genscher (il ministro degli Esteri tedesco, ndr) potesse annunciare nella capitale cecoslovacca l´apertura della frontiera con la Repubblica federale tedesca. La storia si era messa in moto. Inutile cercare di rileggerla oggi in modo primitivo. Gli avvenimenti maturarono nel tempo, finché il loro fluire divenne così impetuoso da lasciare solo due possibili sbocchi: o trovavamo il modo di gestirli e governarli, oppure ci avrebbero travolto».
Quindi le fu subito chiaro che la riunificazione tedesca era imminente?
«Quello che capii già verso la fine del 1988 era che per fermare gli eventi era ormai troppo tardi. I tedeschi non avevano intenzione di abbandonare la piazze e tornarsene a casa, avrebbero resistito fino alla fine, fino alla vittoria. Il 26 gennaio del 1989, mentre a Berlino infuriavano le proteste, decisi di convocare una riunione del Politbjurò, allargata ai militari e ai diplomatici, per sondare gli umori. Tutti si dissero convinti che i tedeschi non si sarebbero arresi. Non ci furono obiezioni».
Il Pcus non temeva la riunificazione tedesca?
«Erano tempi di fuoco. Nel partito infuriava la battaglia, contro di me e contro la perestrojka. Soprattutto in quel momento. C´erano in ballo le grandi riforme politiche, le prime elezioni libere della nostra storia millenaria. Proprio nel 1989, il Politbjurò si riunì subito dopo il voto di marzo. Il risultato era stato sconvolgente: elezioni libere, con liste da sette a 27 candidati, invece dell´unico nome a cui eravamo abituati. Per la prima volta, tutte le organizzazioni avevano presentato i propri candidati e alla fine ben 35 segretari regionali del partito non riuscirono ad essere eletti, pur avendo a propria disposizione tutto il potere e tutti mezzi. A conti fatti, però, l´84 per cento dei deputati eletti erano comunisti. Il Politbjurò non riusciva ad accettare che il nostro Paese, e con lui le nazioni che facevano parte del Patto di Varsavia, decidesse in piena autonomia se cambiare gli uomini al potere. Così, subito dopo, le forze reazionarie del partito cominciarono ad organizzarsi e a coalizzarsi contro i cambiamenti, che percepivano come una minaccia mortale. Furono colpi ferocissimi. Sempre di nascosto, alle spalle, perché non avevano né il coraggio né la forza di uscire allo scoperto. Più d´una volta fui costretto a battere il pugno sul tavolo e dimettermi».
E i dirigenti tedeschi?
«Quell´anno andai in Germania due volte. A giugno ero a Bonn, dove incontrai Kohl. Fu un colloquio caloroso, molto, molto amichevole. I giornalisti mi chiesero poi se avevamo discusso le vicende tedesche. Certo che le avevamo discusse. Ma non avevamo deciso nulla. Non era una cosa che si poteva decidere al tavolino. Sarà la Storia, dissi, a decidere per noi. Quando? Io e Kohl demmo la stessa risposta, come se ci fossimo messi d´accordo: non prima del Ventunesimo secolo. Invece, le cose andarono diversamente. Ben presto fu chiaro che quel che accadeva in Germania non si poteva fermare. Kohl mi chiamò più volte, ormai ci sentivamo spesso: "Che facciamo?". Io gli dicevo: "Stai attento, non fare mosse azzardate, altrimenti saranno guai". Fu allora che lui avanzò i famosi dieci punti per il riavvicinamento tra le due Germanie, che prevedevano una serie di tappe in vista della riunificazione. Noi a Mosca non fummo entusiasti di questa sua uscita, ma le imminenti elezioni tedesche gli imponevano di fare qualcosa».
Cosa trovò, invece, a Berlino?
«Arrivai a Berlino il 6 ottobre del 1989, per i festeggiamenti del quarantesimo anniversario della Rdt. Ricordo che avvertii subito il clima di inquietudine, un fermento nuovo. Mi resi anche subito conto che il potere aveva perduto il suo legame col Paese. Era una realtà diffusa, che non riguardava direttamente la questione del Muro. Era come se i tedeschi stessero dando sfogo alla frustrazione di essere stati abbandonati e lasciati indietro, soltanto loro, mentre ovunque le trasformazioni si imponevano nei palazzi dell´Est. La gente non ci stava. Da mesi le piazze erano piene, piccole e grandi manifestazioni che sfidavano il regime. Quando arrivai, tra gli eventi organizzati per il Quarantesimo c´era anche la Fackelzug, la marcia delle fiaccole, a cui partecipavano i delegati di ventotto regioni. Mi trovai di fronte una massa di giovani e meno giovani, pieni di entusiasmo, che gridavano "Gorbaciov, resta qui per un mese! Gorby, libertà!". Il primo ministro polacco, Tadeusz Mazowiecki, venne da me e mi disse: "Mikhail Sergheevic, lei capisce il tedesco?". "Forse con un trattato avrei qualche difficoltà, ma quello che stanno gridando qui, lo capisco", risposi. E lui di rimando: "Allora capirà che questa è la fine"».
È vero che Honecker di rivelò uno dei suoi maggiori problemi?
«Lo incontrai proprio in quei giorni. Fu un colloquio lungo, di almeno tre ore. Lo osservai bene e mi sentivo a disagio, avevo l´impressione che fosse del tutto inadeguato alla grandezza degli eventi che stavamo vivendo. Come se non avesse la percezione di ciò che realmente avevamo di fronte. Così, per il giorno seguente chiesi di poter incontrare tutta la dirigenza del partito. Non feci recriminazioni né li spronai ad agire. Fedele alla linea che avevo scelto, raccontai della perestrojka, di come, in qualche caso, eravamo arrivati in ritardo con le nostre decisioni e perciò avevamo perduto, e di come, al contrario. altre volte ci eravamo affrettati troppo, finendo col rendere il compito assai più difficile. I processi in corso, dissi loro, esigevano grande intelligenza. Poi questo discorso divenne famoso, riassunto nella formula "Chi arriva tardi, la storia lo punisce"».
Mikhail Sergheevic, come si comportarono i leader europei? È vero che avrebbero volentieri salvato il Muro?
«Questo è un tasto dolente. Ad esclusione degli Stati Uniti, posso dire che erano tutti contro. Margaret si era apertamente schierata per il no. Non lo diceva in pubblico, ma non ne faceva mistero durante gli incontri ufficiali. Era contrario Andreotti ed era ferocemente contrario Mitterrand. Più furbo degli altri, diceva: "Amo talmente la Germania, che preferisco averne due". Tutti i leader europei avevano paura. Ma non facevano proposte su come affrontare la situazione. Mi fu chiaro che avrebbero voluto impedire il crollo del Muro e la riunificazione, ma volevano che a fermarli, materialmente, fossimo noi. Con l´esercito. Le truppe di Gorbaciov. Vennero tutti da me, uno dopo l´altro, a chiederlo, apertamente. Con Mitterrand andammo a Kiev, e ne parlammo. Solo dopo, quando tutto precipitò e si trattò di decidere, tutti firmarono».
Ha dei rimpianti?
«Ci ho pensato mille volte, in questi anni. Che cosa sarebbe accaduto? I carri armati e i soldati fuori dalle caserme in marcia su Berlino. Sarebbe scorso tanto sangue. L´Europa in mano ai militari da Oriente e Occidente, armati fino ai denti, due milioni per parte. Si sarebbe potuto arrivare alla Terza guerra mondiale. Sono certo che sia stato giusto così. E del resto, lo avevo detto sin dall´inizio, ai dirigenti dei Paesi del Patto di Varsavia, che non ci saremmo più intromessi nelle loro vicende interne. Forse non mi credettero, ma io ho mantenuto la parola. Non siamo mai intervenuti nelle loro faccende. Ed è stata questa la loro tragedia».
Quindi lei trovò da subito legittime le aspettative dei tedeschi?
«La prima volta che andai in Germania era il 1966. Avevo ancora nel cuore il ricordo del dolore, delle distruzioni, delle vittime e degli orrori del nazismo. Ma quanta strada hanno fatto i tedeschi nel dopoguerra! Sia ad Est che ad Ovest. Si sono umiliati, hanno chiesto perdono, hanno fatto una grande opera di purificazione antinazista e democratica. Non si può immaginare che essi dovessero rispondere per Hitler fino alla fine dei tempi. Oggi tutti sembrano pensarla così. Ma in questa storia ci sono soltanto due eroi: i tedeschi e i russi».

il Riformista 30.9.09
Vent’anni fa. Erano le diciotto e cinquantotto dell'ultimo giorno di settembre
Il Muro cadde a Praga
di Tonia Mastrobuoni


Su quel balcone c'era anche l'ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner

Su quel balcone c'era anche l'ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner. A pochi centimetri dal ministro degli Esteri della Germania ovest, Hans-Dietrich Genscher. «Un'ombra sulla foto», sorride oggi, a distanza di vent'anni.
Allora, il 30 settembre del 1989, le telecamere di tutto il mondo immortalarono l'annuncio dell'emissario del governo Kohl. Alle 18.58 Genscher apparve sul balcone dell'ambasciata tedesca di Praga e informò gli ottomila rifugiati della Germania orientale, ammassati in modo inverosimile da settimane in ogni angolo di Palazzo Lobkowitz, che erano liberi.
«Sono venuto da voi oggi - esordì Genscher con voce tonante - per dirvi che il vostro espatrio…» - ma non finì la frase. Sotto di lui, la folla esplose in un boato. Urla, pianti, applausi. La tensione di settimane si sciolse in un istante, ottomila tedeschi stremati dall'attesa capirono che potevano raggiungere finalmente la Germania ovest, capirono che era finito un incubo. Ma Genscher aveva annunciato solo una parte della notizia. Chi udì il resto, rimase di pietra.

CREPE. L'ambasciatore Steiner rievoca la giornata «più emozionante della mia carriera», quando si trovò sul balcone di Palazzo Lobkowitz dal quale Hans-Dietrich Genscher annunciò a 8000 rifugiati della DDR che erano liberi. Ma la loro esplosione di gioia spezzò a metà la frase del ministro degli Esteri tedesco. Chi udì il resto, rabbrividì.
Quel primo istante, racconta Steiner al Riformista, quella mezza frase di Genscher inghiottita dalle urla di felicità dei rifugiati, «è stato il momento più emozionante della mia carriera». Allora era capo ufficio stampa e consigliere politico dell'ambasciatore a Praga. «In quel momento ho sentito un brivido lungo la schiena. Ho capito istintivamente, come se mi avesse attraversato un fulmine, che quella era la fine della DDR. Era una cosa totalmente istintiva, nulla di razionale - me lo ricordò anche mia madre, che mi venne a trovare poco dopo. E da allora sostengo una tesi poco ortodossa. Per me il Muro non è caduto a Berlino, ma in Europa. Più precisamente, il Muro è caduto a Praga, il 30 settembre del 1989».
Da giugno di quell'anno, da quando l'Ungheria aveva aperto la frontiera verso l'Austria nei pressi della cittadina magiara di Sopron, da quando migliaia di tedeschi si erano diretti verso quel buco nella Cortina di ferro per scappare in Occidente o si erano rifugiati nelle ambasciate tedesche in Cecoslovacchia e in Ungheria per chiedere asilo, «il Muro di Berlino era ormai un scheletro, un simulacro. Resistette ancora un po', divise in due l'Europa ancora fino al 9 novembre, ma in realtà era già una finzione, una mummia. Lo si poteva aggirare».
L'opportunità di oltrepassare la frontiera tra la DDR e la Cecoslovacchia senza bisogno di un visto d'ingresso, fu sfruttato da un'ondata crescente di tedeschi in fuga dal regime di Erich Honecker e desiderosi di raggiungere la Germania occidentale. L'Ostblock, il blocco dei paesi del Patto di Varsavia, cominciava a mostrare le prime, profonde crepe causate dalla perestrojka di Gorbaciov. Decine, poi centinaia, infine migliaia di tedeschi avevano cominciato dall'estate a dirigersi verso la capitale ceca con ogni mezzo (spesso con le famose Trabant, le automobili tipiche della DDR che formarono poi a Praga un vero e proprio cimitero di macchine soprattutto nei pressi di Palazzo Lobkowitz) per chiedere asilo a Bonn. E sono passate alla storia le foto di molti di loro, strattonati o tirati per i piedi dalla polizia ceca mentre cercano di scavalcare il recinto.
Su una di quelle foto c'è anche Steiner che dall'altro lato delle sbarre tentava di aiutare un rifugiato a sfuggire alla presa dei poliziotti. «In più di una occasione, gridando "giù le mani!", quelli mollavano», ricorda. «Una volta corsi addirittura fuori dal cancello, ero letteralmente terrorizzato che la polizia reagisse ma gridati lo stesso "lo lasci stare!" e trascinai un ragazzo per il braccio lungo il recinto con il cuore che mi batteva all'impazzata. Un'altra volta avevano ammanettato un ragazzo alle sbarre. Mi avvicinai e abbaiai "liberatelo!" e i poliziotti obbedirono! In quelle occasioni capì molto presto una cosa, compresi cos'era davvero il potere. Compresi che era una cosa puramente psicologica. Che non basta possedere il carrarmato, ma che bisogna avere il potere su chi lo guida e lo arma e spara. Quei poliziotti cechi dell'autunno del 1989, quelle guardie di un paese che si stava sgretolando assieme a tutti i regimi dell'est - la rivoluzione di velluto avvenne a novembre, poco dopo la caduta del Muro - erano più impauriti di me».
All'ambasciata, il giorno che arrivò Genscher, c'erano dunque «ottomila rifugiati», spiega Steiner. Ancora scuote la testa, quando ripensa a quei giorni, come per spazzare via il ricordo di «fatiche immense». Ma furono anche momenti «carichi di emozioni». Dopo tre mesi di flusso ininterrotto di tedeschi orientali «eravamo stravolti dalla stanchezza. Soltanto nel mio ufficio dormivano duecento persone. Avevo fatto mettere dei letti a castello ovunque e le tende in giardino e nel cortile. Ma bisogna considerare che in una struttura pensata per ottanta persone, a fine settembre ne erano accampate più di ottomila. Più che diplomatici, eravamo diventati degli albergatori. Ci occupavamo dalla mattina alla sera di come nutrirli e di come mantenere condizioni igieniche decenti. Il fatto è però che in quei giorni dovevo anche occuparmi dei media. La stampa orientale era molto aggressiva, sosteneva che sfruttavamo i rifugiati per scopi di politica interna. Dunque, camminavamo sul filo del rasoio, dovevamo dimostrare sempre che non li avevamo incoraggiati noi a venire. Ma eravamo anche fermamente intenzionati a non cacciarli. Per farle un esempio di come tentassimo sempre di tenere un profilo bassissimo: per l'annuncio di Genscher avevo chiesto di non accendere troppi fari, di non illuminare troppo il balcone, di non rendere la cosa troppo spettacolare. Ecco perché le immagini di quel momento sono così scure».
A giugno, quando Steiner era arrivato da poco da New York («e pensare che mi avevano mandato dagli Stati Uniti a Praga per farmi stare più tranquillo...»), l'ambasciatore Huber organizzò una grigliata nella sua residenza: una sorta di "passività attiva" fu decisa proprio in quell'occasione. «Ospitavamo già alcune famiglie e alcuni rifugiati nella mansarda di Palazzo Lobkowitz. Huber mi chiese: "lei che ne pensa, Genscher vorrebbe che ci attivassimo per far arrivare i tedeschi dell'Est in ambasciata, o vorrebbe che li lasciassimo fuori?". Io gli risposi, ancora una volta d'istinto, che secondo me Genscher voleva che non facessimo nulla, assolutamente nulla. Che lasciassimo accadere le cose, che la storia prendesse il suo corso. Che accogliessimo tutti, ma senza incoraggiare nessuno». E quella fu la linea adottata dalla diplomazia di Bonn nella capitale boema in quei mesi convulsi.
È chiaro anche alle sette del 30 settembre, che in quella situazione di attesa corrosiva, di tensione micidiale, non fu percepita la seconda parte della frase di Genscher. Ma i pochi rifugiati sotto il balcone che riuscirono a sentirla, nonostante l'esplosione di gioia collettiva, le urla e i pianti, rimasero pietrificati. Il ministro degli Esteri del governo Kohl era arrivato il giorno prima da New York. A margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva incassato il via libera per gli ottomila dal suo omologo russo Edward Shevardnaze. Ma il vero osso duro del negoziato non era il ministro di Gorbaciov. Era Erich Honecker. Alla fine, il 29 settembre, l'immarcescibile dittatore della Germania orientale acconsentì telefonicamente a far passare i rifugiati di Praga da est a ovest soltanto perché temeva un danno di immagine in vista delle celebrazioni del 40° anniversario della fondazione della DDR, previste per il 7 ottobre. Ma diede il via libera a denti stretti e a una condizione. Di umiliare i suoi concittadini un'ultima volta.
Honecker accettò di liberare i rifugiati dell'ambasciata a condizione che attraversassero in treno la Germania est, prima di varcare la frontiera per la Repubblica federale. Voleva che gli ottomila vivessero un'ultima angoscia, prima di lasciarsi alle spalle uno dei regimi più oppressivi dell'Est. «Fu quella la seconda parte della frase di Genscher: i rifugiati dovevano attraversare in treno la DDR. Voleva essere un'ultima dimostrazione di forza, ma si rivelò un vero e proprio boomerang per il regime», osserva Steiner.
Il pomeriggio del 30 settembre e la sera, dopo l'annuncio, «vedemmo il ministro Genscher poco e niente. Era sempre al telefono per trattare sui garanti». Il responsabile degli Esteri del governo di Bonn «voleva ottenere da Berlino di poter viaggiare personalmente con i rifugiati». Invece, il regime gli consentì solamente che fossero degli alti funzionari tedeschi ad accompagnare i fuggiaschi. Steiner era tra loro. «E lì successe una cosa incredibile. Attraversando in treno la DDR, capimmo quanto il paese fosse sul punto di esplodere. E quanto poco ne fossero consapevoli Honecker e la dirigenza del partito della SED. Ma intanto, partimmo con i rifugiati che erano letteralmente terrorizzati all'idea di dover passare per il loro paese. Non si fidavano affatto. Quelle furono ore di tortura, per loro. E il fatto è che appena entrammo nella DDR, i treni cominciarono a rallentare». (1. segue)

il Riformista 30.9.09
Walesa racconta
«Quando saltarono i denti all'Orso»
di Anna Momigliano


PRECURSORI. Il leader di Solidarnosc ricorda che la prima picconata al Muro di Berlino la diede il suo movimento nel 1980, in Polonia. Poi ci vollero altri nove anni per farlo cadere. Il Nobel per la pace si chiede ora se ne è valsa la pena.

«Tutto è cominciato dalla Polonia». Vent'anni dopo la caduta del Muro di Berlino, Lech Walesa, lo storico leader di Solidarnosc, primo presidente della Polonia democratica e premio Nobel per la Pace, ripercorre insieme al Riformista la storica rivoluzione che nel 1989 portò al crollo del regime comunista a Varsavia. Una rivoluzione pacifica, nata dal basso, nel mondo sindacale e cattolico, che per prima innescò la fine del comunismo nell'Europa orientale: «Siamo stati noi a fare saltare i denti all'orso russo», ricorda Walesa con un pizzico d'orgoglio. «Gli altri Paesi hanno seguito il nostro buon esempio. Anche il Muro di Berlino è caduto grazie alle trasformazioni in Polonia». Ma poi aggiunge: «Ne vado molto fiero, anche se a volte mi chiedo se ne sia valsa la pena».
Perché?
È la domanda che mi faccio quando vedo che solo il 20 per cento dei cittadini partecipa alla vita pubblica. Gli altri non vanno a votare, non si mettono in gioco, adducendo mille ragioni diverse. Detto questo, poi però mi dico che nonostante tutto ne è valsa la pena, perché con la nostra lotta il sogno di molti polacchi si è avverato. Anche se ci è costato così tanto!
Quali sono le più grandi difficoltà che avete incontrato?
Per noi di Solidarnosc la sfida più grande è stata rimanere uniti, nonostante in tanti abbiano provato a dividerci. Il governo e i servizi di sicurezza hanno utilizzato i mezzi più incredibili, ma non ce l'hanno fatta. Hanno provato a indebolirci con gli interrogatori, e noi abbiamo accusato il colpo. Ma alla fine abbiamo ottenuto la libertà. Forse questo risultato non sembra un granché, però abbiamo costruito una giovane democrazia e, tra le difficoltà, un sistema capitalista.
E il successo più grande?
Il fatto che milioni di polacchi, insieme ai nostri amici all'estero, si siano uniti dietro un'unica bandiera. È solo così che siamo riusciti a cambiare il sistema senza spargimento di sangue. Non era mai accaduto prima che un muro fosse abbattuto così pacificamente. Anche il Muro di Berlino è caduto grazie alle trasformazioni in Polonia. Tutto è cominciato dalla Polonia.
Un raro caso, quello polacco, di rivoluzione che ha unito tutte le fasce della popolazione.
Nel 1980 al cantiere navale di Danzica, per la prima volta gli operai, gli intellettuali, i contadini e gli studenti si sono uniti sotto la bandiera di Solidarnosc. Vecchi e giovani, credenti e non credenti. Da quel momento, abbiamo sempre marciato insieme. Nelle precedenti rivolte in Polonia - nel 1956, nel 1968, nel 1970 e 1976 - si erano sollevati o gli operai, o gli studenti, oppure gli intellettuali, senza riuscire a fare fronte comune. Solidarnosc ha cambiato tutto questo.
Come?
Solidarnosc ha cambiato molte cose, era un movimento che inseguiva il proprio obiettivo attraverso il dialogo e l'attività pacifica. Era un'attività paziente, che si svolgeva alla base della società. Forse non era così efficace come le manifestazioni di piazza. Ma dopo le esperienze dolorose nel 1970, quando i comunisti uccisero tanti manifestanti innocenti durante le proteste, ho capito che la lotta doveva andare avanti con una buona pianificazione, con strategia. E questo approccio ha portato risultati nel giro di qualche anno.
Cos'altro ha reso unico il caso della lotta di liberazioni in Polonia?
Beh, gli altri Paesi dell'Europa orientale hanno avuto la vita più facile, perché noi abbiamo dato il buon esempio. Siamo stati noi a fare saltare i denti dell'orso. Gli altri non avevano in sostanza molta scelta, hanno seguito il cammino che noi abbiamo tracciato. Nei tempi più bui del comunismo, Solidarnosc ha chiesto le libertà più basilari, esigeva la dignità umana, i diritti della gente comune: il diritto al pane, al lavoro, alla democrazia.
È così che abbiamo superato i tempi difficili della legge marziale, che ha messo in ginocchio così tanti. Ma nel 1989 alla fine ce l'abbiamo fatta. A questo punto Solidarnosc non era più lo stesso movimento. Siamo riusciti a risollevarci, ad aprire le porte alla vera libertà e alla democrazia. La lotta polacca si è svolta in modo molto saggio, ed è per questo che ha avuto successo, anche grazie alle esperienze storiche.
Recentemente lei, da credente, ha detto che l'Europa ha bisogno di valori, «cattolici e laici».
Non è una contraddizione?
Io parlo di valori universali, che devono essere il punto di riferimento per chiunque voglia costruire
un nuovo mondo diverso. I valori che ci hanno aiutato nella lotta contro il comunismo possono
essere un buon punto fermo. Erano alla base di un'idea di Europa come coesistenza degli Stati nazione, nella sicurezza e nel benessere. Prima, ai tempi della Guerra Fredda, l'ostilità era prevalente, l'idea di competizione e confronto era la politica dominante nelle relazioni internazionali. Oggi dobbiamo cambiare questo modo di pensare, dobbiamo pensare nello spirito della cooperazione e della solidarietà.
Non sembriamo a buon punto...
A volte penso che abbiamo bisogno di generazioni per cambiare questo modo di pensare. Posso
vederlo nei nostri figli e nei nostri nipoti. Per loro è più facile pensare in questi termini. È come se stessero partendo da un altro aeroporto, adesso. Eppure non possiamo permettere che queste nuove generazioni partano senza i valori fondamentali. Senza di essi il mondo non può andare avanti.

il Riformista 30.9.09
Ungheria
Il funerale tardivo e il picnic agostano che fecero tremare la Cortina di ferro
di Anton Nagy


AUTORIFORMA. In Ungheria la transizione dell'89 verso la democrazia avvenne senza sparare un colpo. Merito della capacità delle élite di aprirsi al cambiamento. Gli episodi chiave furono due: le esequie postume dell'eroe del '56, Imre Nagy. E il primo buco nel filo spinato che divideva Est e Ovest.

Il 1989 dell'Ungheria è cominciato nel 1956. Non solo perché l'evento più simbolico della transizione pacifica che venti anni fa riportò Budapest in Occidente furono i funerali postumi del leader della rivoluzione democratica magiara, la romantica figura di Imre Nagy, ma perché lo "spirito del '56" ha pervaso tutti gli eventi dell''89.
All'Ungheria è attribuito il merito anticipatore d'aver tolto «la prima pietra dal muro di Berlino», come disse il cancelliere tedesco Helmut Kohl quando, un anno dopo, celebrò la riunificazione della Germania. Ma per l'Ungheria, il 1989 è arrivato in ritardo di oltre trent'anni. Il 1956 è infatti il vero spartiacque per Budapest. Lo stesso stalinismo non poté cavarsela con la semplice repressione e con le impiccagioni. I sovietici portarono al potere Janos Kadar, il cui regime - durato fino al 1988 - dovette concedere aperture, schiacciato tra le pretese sovietiche e un popolo che chiedeva libertà.
L'Ungheria, insomma, era stata la prima a mettere in discussione il primato di Mosca e sarebbe stata la più lesta a uscire dal comunismo, attraverso un percorso, che deve qualcosa anche alla capacità dei membri più avanzati del Partito socialista dei lavoratori ungheresi (Mszmp) d'intepretare lo spirito dei tempi.
Quando ancora il resto dell'Europa dell'Est era ingessata nell'era brezneviana, alla fine degli anni '70, l'Ungheria già tentava, cautamente, di avviare alcune riforme, che poi avrebbero assunto maggiore velocità negli anni '80 di Mikhail Gorbaciov e della sua Perestroika. Proprio nell'ultimo decennio del comunismo, riuscirono a coagularsi gruppi d'opposizione che, alla fine degli anni '80, imposero la transizione. Sulla sponda comunista, d'altro canto, una parte consistente dell'élite era consapevole che il regime monopartitico e l'appartenenza al blocco sovietico avevano i giorni contati. A maggio 1988 Kadar fu rimosso e il nuovo segretario Karoly Grosz e il nuovo premier Miklos Nemeth promisero riforme.
A fine gennaio 1989, parlando alla radio, uno dei leader del partito, Imre Pozsgay, definì il 1956 non più "controrivoluzione", ma "rivolta di popolo". Il 10-11 febbraio il Mszmp decise di accettare il sistema multipartitico e le elezioni democratiche. Il 15 marzo una folla invase piazza Szabadsag, occupando l'edificio dove, allora come oggi, c'è la televisione pubblica magiara. I gruppi d'opposizione si riunirono attorno a una piattaforma e crearono la Tavola dell'opposizione. Il 13 giugno partirono i negoziati per una cornice legale per la transizione alla democrazia. Il 16 giugno, nella Piazza degli Eroi di Budapest, una folla commossa prese parte ai funerali postumi di Nagy. Il 6 lugliola Corte suprema stabilì definitivamente l'innocenza di Nagy e, nello stesso giorno, Janos Kadar morì. Il 18 settembre fu firmato l'accordo per la nuova cornice costituzionale, che avrebbe portato il 23 ottobre 1989 alla nascita della Repubblica d'Ungheria, con la sua costituzione democratica.
Intanto, però, Budapest non stava aprendo la via solo alla propria libertà. Già da marzo, il primo ministro Nemeth aveva informato Gorbaciov che intendeva smantellare la cortina di ferro con l'Austria e da Mosca non c'era stato un "niet". Il 27 giugno 1989, i due ministri degli Esteri - Gyula Horn per l'Ungheria e Alois Mock per l'Austria - attraversarono simbolicamente il confine, anche se in realtà lo smantellamento del filo spinato era iniziato già da settimane. Il 19 agosto 1989 fu organizzato nelle vicinanze di Sopron, sempre al confine con l'Austria, il "Picnic paneuropeo". Vi affluirono centinaia di tedeschi dell'est, che si trovavano in Ungheria nella speranza di poter passare in Occidente. In teoria, la frontiera sarebbe dovuta restare aperta per tre ore e sarebbe dovuta passare solo una delegazione ufficiale. Invece, centinaia di "Ossies", di tedeschi orientali, ne approfittarono e il comandante del posto di controllo, il tenente colonnello Arpad Bella, dovette decidere in pochi secondi se tentare di chiudere col suo dito il tappo che s'era aperto nella diga, ordinando ai suoi pochi sottoposti di usare le armi, o seguire il corso della Storia. Prese la decisione giusta.

il Riformista 30.9.09
La nuova legge sugli immigrati
Cittadini italiani in cinque anni. Perché è meglio
di Alessandro Campi


Le condizioni della politica italiana sono tali che nessuna discussione, pacata e civile, sembra oggi possibile su alcun tema.
Gli ultimi sei mesi - lasciamo perdere per colpa di chi - hanno visto il clima incarognirsi oltre ogni limite accettabile: s'è persa ogni residua cavalleria nel confronto tra schieramenti, sono volate accuse sempre più grosse, tutti ormai diffidano di tutti. La cattiveria dilaga: non c'è parola, frase, discorso, presa di posizione o proponimento che non venga equivocato, che non si presti a un malinteso personale o a una polemica tra opposte fazioni. E purtroppo, a dispetto degli inviti alla calma che i volenterosi non smettono di lanciare, c'è chi si diverte a buttare quotidianamente benzina sul fuoco, nella convinzione che il caos generalizzato produrrà alla fine un qualche ordine.
Ma così, con ogni evidenza, non può continuare. La confusione genera confusione, in un crescendo che rischia alla lunga di sfuggire di mano. Occorre dunque una svolta, bisogna tornare a ragionare di politica con strumenti e modalità più appropriati, accettando ognuno di sotterrare l'ascia di guerra. Il che vuol dire continuare, se occorre, a dividersi e a confliggere, ma nel rispetto reciproco e sulla base di argomenti concreti, lasciando perdere la propaganda e gli insulti.
Serve una svolta, ma per produrla c'è bisogno di una giusta occasione. Quale quella offerta, ad esempio, dalla recente proposta di legge che mira a riformare i criteri di concessione della cittadinanza italiana. Appena presentata - lo scorso 23 settembre - è stata subito oggetto di scomuniche e strumentalizzazioni. Il centrodestra l'ha accolta con un fuoco di sbarramento, ritenendola sbagliata e pericolosa. Il centrosinistra ha pensato di poterla utilizzare come un cuneo per dividere l'attuale maggioranza. Un errore duplice e speculare. Si tratta in realtà di una proposta ragionevole (ancorché imperfetta nell'attuale formulazione, e dunque da discutere per cercare di migliorarla) su un tema divenuto nel frattempo spinoso e ineludibile: come subordinare la concessione della cittadinanza a criteri in grado di misurare l'effettiva l'integrazione - politica, sociale, culturale - degli stranieri regolari presenti sul nostro territorio, invece di affidarsi, come capita con l'attuale normativa, soltanto a parametri burocratici e formali. Una volta stabilito che gli immigrati, come insegna la storia, hanno la tendenza ad insediarsi nel luogo che li ospita, a mettere radici in modo permanente, si tratta di capire come vogliamo considerare nel prossimo futuro questi "nuovi italiani": degli ospiti tenuti ai margini della vita collettiva, destinati a vivere nel chiuso delle loro comunità di origine, e a coltivare perciò sentimenti di rancore verso il prossimo, o dei cittadini pienamente inseriti nella polis, con diritti e doveri regolati dalla legge?
La proposta di legge avanzata da Fabio Granata (del Popolo della libertà - vedi foto) e Andrea Sarubbi (del Partito democratico), sottoscritta da una cinquantina di deputati appartenenti ai diversi schieramenti, suggerisce, come si legge nella relazione introduttiva che l'accompagna, un cambio di paradigma rispetto al meccanismo vigente: il passaggio da un'ottica «concessoria e quantitativa», che attualmente consente di diventare cittadino, dopo dieci anni di permanenza sul suolo nazionale, anche a chi, ipoteticamente, del nostro Paese non conosce neppure la lingua, a una «attiva e qualitativa», il che significa che può diventare italiano - dopo cinque anni di residenza, su richiesta e a precise condizioni, sulla base cioè di un vero e proprio esame - solo chi abbia dimostrato di essersi adeguatamente inserito nel suo tessuto civile, conoscendone l'idioma, la storia e la cultura e avendo accettato con un giuramento di rispettarne le leggi e la Costituzione.
Ma la proposta contiene anche dell'altro: l'integrazione (non la sostituzione, come qualcuno ha equivocato) del principio cosiddetto dello "ius sanguinis" (è italiano solo chi nasce da genitori italiani) con quello dello "ius soli": ottiene automaticamente la cittadinanza anche il minore nato in Italia da genitori stranieri «di cui almeno uno legalmente soggiornante da almeno cinque anni», oppure lo straniero che, nato in Italia o arrivatovi prima di aver compiuto i cinque anni di età, vi ha legalmente soggiornato sino al raggiungimento dei diciotto anni.
Potrebbe sembrare, se letta in modo distratto, una normativa lassista e permissiva. Il che forse spiega l'alzata di scudi della Lega, che la ritiene un attentato alla sovranità popolare e all'identità nazionale. In realtà, l'impianto complessivo è più rigido e restrittivo di quello attualmente vigente. Nel senso che "costringe" gli immigrati a una scelta dirimente: consente loro di acquisire la cittadinanza in tempi più celeri, in linea con quelli già stabiliti da altri Paesi europei, ma al tempo stesso li impegna a diventare italiani con la testa e con il cuore, non solo in ragione di un pezzo di carta. Ciò che si chiede loro, in cambio della cittadinanza, è insomma un patto politico vincolante: diritti in cambio di doveri, una piena integrazione nel tessuto civile nazionale in cambio dell'accettazione esplicita e responsabile dei valori e delle regole di vita che sono storicamente dominanti in Italia. Il che significa che una simile legge, una volta affinata in modo da rendere ancora più cogenti i criteri attraverso i quali misurare l'effettiva integrazione dello straniero che intende acquisire la cittadinanza, potrebbe risultare il miglior antidoto contro le derive del multiculturalismo, contro il rischio che anche in Italia, come è capitato in altre nazioni, si creino con il passare degli anni delle enclaves etnico-religiose che rappresenterebbero, esse sì, un pericolo per la nostra vita democratica.
Non si tratta, insomma, di spalancare le porte ai barbari. Non è in corso nessuna subdola manovra per alterare gli equilibri elettorali a danno dell'attuale maggioranza. Non si vuole cancellare l'identità italiana. Questa legge è solo il tentativo di affrontare un grande problema con un minimo di razionalità e lungimiranza. Magari un tentativo discutibile. Ma vogliamo provare a discuterne invece di gridare sempre al lupo?

il Riformista 30.9.09
Quale responsabilità penale si profila per i trattamenti inumani subiti nelle prigioni?
Carceri, i detenuti vittime del reato di maltrattamenti
Integra la fattispecie dell'articolo 572 del codice penale detenere persone nel degrado e nel sovraffollamento
di Tullio Padovani


Su questa stessa pagina, mercoledì scorso, Riccardo Arena affrontava un tema grave e complesso, la cui premessa è peraltro di una semplicità lineare. Il sistema carcerario italiano ha di recente ricevuto dalla Corte europea dei diritti dell'uomo una sorta di certificazione di indegnità. Le implicazioni e le prospettive della sentenza di condanna pronunciata dalla Corte appaiono evidenti: il caso esaminato (concernente lo "spazio" in cui un certo detenuto era stato confinato) non rappresenta una pur deplorevole eccezione; corrisponde anzi ad una "regola" tanto comune quanto arbitraria, i cui contenuti antigiuridici si estendono peraltro ad una serie di aspetti fondamentali della detenzione: dai servizi igienici ai presidi sanitari, dall'alimentazione alle condizioni ambientali. Basta seguire questa rubrica per averne un'idea e restare basiti tra orrore e indignazione.
A questo punto, una domanda si impone con la forza di un grido, che Riccardo Arena non esita a lanciare. A fronte di situazioni che fanno della carcerazione un trattamento contrario al senso di umanità e in positiva contraddizione con le regole internazionali e la legislazione interna, si profila o non si profila una responsabilità personale? In effetti, chi è detenuto in una situazione di promiscuità degradante, in ambienti malsani e fatiscenti, subendo condizioni igieniche vergognose, non solo non riceve nulla del "trattamento" compuntamente delineato da leggi e regolamenti, ma è al contrario vittima di maltrattamenti corrispondenti a quelli previsti e puniti dall'art. 572 del codice penale. Basta leggere la disposizione e scorrere un po' di giurisprudenza per rendersi conto che il quadro di vita delineato dalla fattispecie è anche il nostro e che le sofferenze patite dalla persona detenuta costituiscono un evento antigiuridico.
Dovrà farsene carico qualcuno? Subito si staglia all'orizzonte il tipico meccanismo giustificativo delle organizzazioni burocratiche complesse che mira a sgretolare la colpa e a farla morir fanciulla. Il procedimento destinato a sfociare nel trattamento inumano e degradante è la risultante di una serie articolata e ripartita di passaggi che tende a rendere ogni soggetto agente "cieco" al prima e al dopo: rotella di un ingranaggio. C'è chi ordina, chi assegna, chi ammette, chi dispone e chi organizza. Posso io - dirà il pubblico ministero - non emettere l'ordine di carcerazione imposto dalla legge? Posso io - dirà il funzionario dell'amministrazione - non assegnare il detenuto? Posso io - dirà il direttore - non accoglierlo in carcere? Posso io - dirà il magistrato di sorveglianza - liberare il detenuto maltrattato? E così ciascuno avrà alle proprie spalle il rassicurante sostegno di un dovere funzionale che lo estrania dall'esito finale e lo rende istituzionalmente indifferente alla riduzione di un uomo in belva carcerata.
E' con questi meccanismi che le istituzioni immunizzano i propri agenti: l'esito criminoso si nutre di frammenti sparsi di legalità. E mentre questi dispensano giustificazioni personali, il crimine che ne risulta perde l'autore, e si colloca nelle placide secche della politica, dove la deplorazione per quanto accade si condisce di propositi sempre rinnovati e sempre vani. Salmi senza gloria, mentre il filisteo sogghigna dietro l'angolo: in fondo, si tratta solo di detenuti, scarti sociali o nemici della società. Così discendiamo feroci - noi sì come belve - verso la barbarie che tolleriamo e giustifichiamo.
Senza vie d'uscita, dunque, salvo le condanne internazionali che pioveranno e di fronte alle quali faremo spallucce? Forse non è così. Anzi, non può essere così. C'è una strada da percorrere e una soluzione da elaborare. Chi scrive il suo "debol parere" - come quello di Perpetua a don Abbondio - ce l'avrebbe anche. Ma lo spazio è finito: sarà per la prossima volta.

Corriere della Sera 30.9.09
Testamento biologico, la soluzione possibile
La zona grigia tra vita e morte
di Angelo Panebianco


Una legge liberale. Occorre lasciare spazio alla discrezionalità e al giudizio del medico, in accordo col paziente o con i suoi familiari, sul caso singolo

Approvato nel marzo scorso dal Senato, il dise­gno di legge sul fine vita dovrebbe approda­re alla Camera entro qual­che settimana. Il testo vara­to dal Senato risente pesan­temente dei violenti scon­tri ideologici esplosi a feb­braio, in occasione della tragica conclusione della vicenda di Eluana Englaro. La scelta di interrompe­re, in ottemperanza a una sentenza di tribunale, l’ali­mentazione artificiale alla Englaro spaccò il Paese in due, diede luogo a una con­trapposizione feroce fra due visioni (su questo pun­to è già intervenuto sul Cor­riere della Sera Giovanni Sartori), due concezioni della vita e della morte, e del diritto di ciascuno (ri­vendicato dagli uni, nega­to dagli altri) a decidere della propria morte.
Oggi, a distanza di mesi, placate (ma fino a quan­do?) le passioni ideologi­che, sembra essersi aperto uno spazio di manovra per uscire dal cul de sac in cui la vicenda Englaro aveva sospinto il Paese. Un certo numero di deputati del Po­polo della Libertà (molti dei quali vicini al presiden­te della Camera Gianfran­co Fini) ha mandato una lettera aperta al presidente del Consiglio, pubblicata dal Foglio (23 settembre), proponendo una revisione del testo approvato dal Se­nato.
Si chiede che la legge si limiti a fissare dei paletti, ad affermare principi gene­rali (il rifiuto sia della euta­nasia che dell’accanimen­to terapeutico) abbando­nando però «l’iper-regola­mentazione giuridica» che caratterizza l’attuale testo. Si tratta, dice la lettera, di fare una legge ispirata alla «persuasione che il rappor­to con la malattia, con le cure e con la morte (…) ap­partenga a uno spazio per­sonale di cui la legge può prudentemente fissare i confini 'esterni' ma non i contenuti 'interni', che so­no interamente affidati al­le relazioni morali e profes­sionali che legano il mala­to al suo medico e ai suoi congiunti». Questa lettera, portando alla luce il disa­gio di alcune componenti della maggioranza, ha ria­perto una discussione che sembrava ormai chiusa.
Per capire i termini del­la questione occorre fare uno sforzo di immagina­zione, fingere che sulla vi­cenda non pesi, come inve­ce pesa, la «politica». Per politica intendo cose co­me la preoccupazione del governo di garantirsi, tra­mite la legge sul fine vita, un solido rapporto con la Chiesa, la fronda di Gian­franco Fini all’interno del Pdl, l’interesse dell’opposi­zione ad allargare le divi­sioni nella maggioranza, i conflitti, che fanno da sfon­do a tutta la vicenda, fra clericali e anticlericali, fra berlusconiani e antiberlu­sconiani, eccetera. Convie­ne mettere in parentesi tut­to ciò e ragionare solo sul­la questione del fine vita.
Un buon punto di par­tenza può essere la teoria (che ha apparentemente poco a che fare col tema) formulata dall’economista Friedrich von Hayek sul rapporto fra la conoscenza e il mercato. Per dimostra­re che i sistemi di mercato sono superiori ai sistemi di pianificazione Hayek so­stenne che i pianificatori falliscono sempre per difet­to di conoscenza.
Il pianificatore centrale, nonostante i suoi deliri di onniscienza, difetta delle conoscenze «localizzate», relative alle specifiche situazioni «locali», sempre diversissime le une dalle altre, in cui sono quotidianamente coinvolti gli attori economici (produttori e consumatori) e che solo essi possono conoscere. Da qui la superiorità dei sistemi economici decentrati (di mercato) rispetto ai sistemi economici pianificati.
Applichiamo la teoria al tema del fine vita. Le situazioni estreme con cui si confrontano i medici sono fra loro diversissime: dal punto di vista clinico e dal punto di vista del rapporto con ciascun paziente, i suoi familiari, eccetera. L’altissima variabilità delle situazioni rende la legge (l’equivalente del pianificatore centrale di Hayek) uno strumento inadatto a regolamentare nel dettaglio i casi: una disposizione di legge che va bene per un caso non va bene per un altro. Da qui la necessità che (come, tacitamente, si faceva prima che il tema venisse politicizzato) sia lasciato spazio alla discrezionalità e al giudizio del medico, in accordo col paziente o con i suoi familiari, sul caso singolo. Perché solo la conoscenza che essi (e non la legge) hanno del caso singolo, può permettere di fare le scelte più appropriate, di muoversi nel modo migliore nel terreno accidentato che separa l’eutanasia da una parte e l’accanimento terapeutico dall’altra. A febbraio, deplorando la politicizzazione del tema che il caso Englaro aveva provocato, chi scrive si espresse sul Corriere (9 e 23 febbraio) a favore del mantenimento di una «zona grigia» da preservare contro le intrusioni dello Stato (e la violenza che sui casi singoli quella intrusione avrebbe sicuramente provocato). La si chiami zona grigia o in un altro modo, di questo si tratta. Il problema è evitare «l’iper-regolamentazione giuridica».
Come sostengono, giustamente, gli estensori della lettera sopra citata.
C’è però una possibile obiezione. L’ha formulata l’on. Alfredo Mantovano, sostenitore dell’attuale testo di legge. Dice Mantovano (sul Foglio , 25 settembre): attenzione, il caso Englaro è nato da sentenze della magistratura, ideologicamente orientate, che forzavano le leggi vigenti nella direzione dell’eutanasia. Lasciare discrezionalità e decisione ai medici e ai familiari significa, in realtà, rimettere nelle mani dei giudici le scelte ultime in tema di vita e morte. Se non vogliamo che siano i giudici a decidere, deve essere il Parlamento a farlo. La preoccupazione di Mantovano è legittima. Osservo però che egli manifesta una eccessiva sfiducia nella capacità di auto-organizzazione della società (riferita in questo caso, al rapporto fra medici e pazienti). Il ricorso al giudice ci sarebbe solo nelle situazioni in cui quella capacità di autorganizzazione venisse meno. Per ogni singolo caso che approdasse in tribunale ce ne sarebbero moltissimi altri che non ne avrebbero bisogno. Che poi ci siano settori della magistratura che spesso pretendono di legiferare sostituendosi al Parlamento è vero ma è un problema generale, che di sicuro non riguarda solo la questione del fine vita.
Visto che una legge sembra a questo punto necessaria, che almeno essa sia il più possibile «liberale». Intendendo per tale una legge che lasci alle persone spazi di autonomia «dallo Stato» e che scommetta sulla responsabilità degli informati e competenti sul caso singolo.
Accettando anche quelle possibilità di errore che, come sempre nelle umane cose, accompagnano la responsabilità e la libertà.

Repubblica 30.9.09
Sanità Usa, stop al piano di Obama
Bocciata in Senato la creazione di un´assicurazione di Stato
Avrebbe garantito assistenza a 43 milioni di cittadini che restano senza polizze private
di Federico Rampini


NEW YORK - È una battuta d´arresto per la riforma Obama. È un errore fatale, secondo la sinistra del partito democratico. Non passa la "opzione pubblica" nel nuovo piano per la sanità: gli americani non avranno la scelta di assicurarsi con lo Stato, per sfuggire alle rapaci compagnie private. Questo almeno è il verdetto della commissione Finanze del Senato, che ieri ha approvato la sua versione della nuova legislazione sull´assistenza medica.
Il presidente della commissione, Max Baucus, è un democratico del Montana. Ma da tempo è sotto il tiro dei repubblicani che hanno accusato l´opzione pubblica di introdurre una "medicina socialista" in America. La campagna dell´opposizione di destra, foraggiata dalle lobby del capitalismo sanitario (in testa le assicurazioni) ha fatto breccia anche sui democratici più moderati. L´anno prossimo si vota per le elezioni di mid-term e i parlamentari il cui seggio è in bilico temono di alienarsi potenti interessi economici, i cui finanziamenti sono essenziali in campagna elettorale. Così ieri, quando il senatore progressista John Rockefeller (democratico della West Virginia) ha introdotto un emendamento con l´opzione pubblica, la sua proposta è stata affondata: 15 no contro 8 sì. E poco dopo è stato bocciato, 13 a 10, anche l´emendamento (simile, ma meno dispendioso) del newyorchese Chuck Schumer. Una débacle interna ai democratici, che hanno la maggioranza sia in commissione che in aula. Un cedimento che in qualche misura coinvolge il presidente. Obama nel suo discorso a camere riunite difese il principio dell´opzione pubblica. Non propose un´assistenza medica sul modello europeo – cioè un servizio sanitario nazionale accessibile a tutti i cittadini – per non esporre il fianco alle accuse di "socializzazione". Obama spiegò tuttavia che con la possibilità di scelta tra pubblico e privato la concorrenza aumenterebbe. L´offerta di un´assicurazione statale può calmierare le tariffe delle polizze private, salite a livelli insostenibili per molti privati cittadini e per le imprese (che spesso acquistano la copertura per i dipendenti). L´obiettivo primario della riforma è quello di estendere l´assistenza medica alla popolazione che ne è sprovvista: 47 milioni di cittadini; anche se Obama si accontenta per il momento di fissare il suo traguardo a 30 milioni di assistiti in più. Per arrivarci è indispensabile abbassare i costi.
Molti americani sono privi di assistenza perché le polizze private sono troppo care; o perché lavorano per piccole imprese che non possono permettersi quell´onere; o infine perché le compagnie private rifiutano pazienti che abbiano avuto problemi di salute. Perciò l´opzione pubblica è stata considerata una componente essenziale della nuova legislazione dall´ala più progressista del partito democratico. Due disegni di legge in discussione alla Camera continuano a contenere quell´opzione. Ma la bocciatura al Senato rischia di essere un ostacolo insormontabile. Anche perché mette a nudo profonde divisioni tra i democratici, che Obama non ha saputo ricucire.

il Riformista 30.9.09
Aborto primo ostacolo alla riforma sanitaria
Molti deputati hanno scritto alla speaker della Camera, Pelosi, chiedendo che non vengano dati fondi pubblici per le interruzioni volontarie di gravidanza.
di Maria Teresa Cometto


New York. «Non vogliamo pagare per uccidere!», gridavano in agosto gli attivisti pro-vita alle assemblee cittadine sulla riforma sanitaria. Nel loro mirino c'era la possibilità che la nuova legge finanzi con soldi pubblici i piani assicurativi che coprono anche le spese per gli aborti. Ora il tema dell'aborto entra di forza nel dibattito parlamentare sulla riforma sanitaria, spaccando verticalmente il partito Democratico del presidente Barack Obama.
Secondo il New York Times - che ieri ha dedicato alla questione un servizio in prima pagina - almeno una trentina di deputati Democratici hanno firmato varie lettere indirizzate alla presidente della Camera Nancy Pelosi per chiederle di votare una misura che impedisca l'uso di sussidi pubblici per pagare pratiche abortive. In una di queste lettere 25 Democrats figurano insieme a 100 Repubblicani. E il deputato Democratico del Michigan Bart Stupak, convinto anti-abortista, ha dichiarato di avere altri 40 colleghi di partito d'accordo a bloccare qualsiasi legge che non preveda espliciti limiti a quei sussidi.
Hanno avuto effetto, evidentemente, le campagne delle organizzazioni pro-vita Family Research Council e National Right to Life Committee, che durante la pausa estiva dei lavori parlamentari hanno fatto pubblicità alla radio e in tv nei distretti elettorali dove i deputati e senatori Democratici rischiano il posto alla prossima tornata del novembre 2010. La loro richiesta è di applicare alla riforma sanitaria il divieto, deciso 30 anni fa dal Congresso, di usare i soldi dei contribuenti per pagare aborti volontari: succede già per i piani pubblici di assistenza sanitaria riservati ai dipendenti federali, ai militari e ai bisognosi (Medicaid), che ammettono solo aborti richiesti per stupro, incesto o pericolo di vita della madre.
Obama in campagna elettorale si era detto a favore del diritto di scelta delle donne sull'aborto. Ma sulla riforma sanitaria ha anche ripetuto più volte di non voler indirizzare soldi federali agli aborti volontari. Nelle attuali bozze di legge - che da ieri sono in discussione alla Commissione finanze del Senato - si chiede agli assicuratori di separare in conti ad hoc i sussidi che riceveranno dal governo per rendere accessibili le polizze sanitarie anche ai pazienti meno abbienti, permettendo però agli stessi pazienti di pagare di tasca propria per un'extra copertura valida anche in caso di aborto. Ma questa sottile linea di demarcazione non basta, per gli attivisti e per i politici pro-vita, secondo cui comunque i sussidi pubblici aiuterebbero la gente a procurarsi polizze che pagano per gli aborti.
Ma introdurre un divieto totale, ribatte il fronte pro-scelta, indurrebbe gli assicuratori a cancellare le polizze "private" che coprono le spese per aborto, per non essere tagliati fuori dai sussidi pubblici. «Le donne che hanno già questa copertura la perderebbero», sostiene Nancy Keegan, presidente di Naral Pro-Choice America.
In campo è scesa anche la Conferenza dei vescovi cattolici negli Usa: ha sempre sostenuto la necessità di allargare l'assistenza sanitaria a tutti gli americani, ma ha anche precisato di opporsi alla riforma se non comprende il divieto di finanziare le polizze che risarciscono gli aborti. «Le nostre preoccupazioni (sugli incentivi agli aborti) non sono trattabili», ha detto il portavoce della Conferenza Richard Doerflinger.
La lotta sull'aborto rende quindi ancor più difficile l'iter parlamentare della riforma sanitaria cominciato ieri con lo scoppio di un'altra grave divisione fra i Democrats: i liberal sono tornati all'attacco sulla necessità di creare il piano pubblico in competizione con i privati, l'idea inizialmente lanciata da Obama, poi ritrattata e poi resuscitata in una serie di giravolte che hanno disorientato la sua base. Il presidente della Commissione finanze del Senato, Max Baucus, ha proposto come compromesso di creare cooperative non profit, indipendenti dal governo e in concorrenza con gli assicuratori "for-profit". Ma i gruppi liberal Democracy for America e Progressive Change Campaign Committee hanno lanciato una campagna in tv e via Internet accusando il senatore di essere troppo "amico" dell'industria assicurativa che ha generosamente finanziato la sua campagna elettorale. E al Senato due importanti Democratici, Jay Rockefeller e Chuck Schumer, hanno tutte le intenzioni di spingere sulle proprie proposte per un piano assicurativo pubblico. La battaglia insomma è appena cominciata, e Obama deve al momento stare più attento alle risse interne del suo partito che all'opposizione Repubblicana.

Corriere della Sera 30.9.09
In arrivo due libri dell’autore più volte candidato al Nobel. «Sono stato tradotto tardi perché racconto l’oppressione di noi sloveni»
Io, coscienza scomoda per l’Italia
Boris Pahor: «Tutti gli uomini, se ne hanno l’occasione e la possibilità, sono cattivi»
di Isabella Bossi Fedrigotti


PROSECCO PROSEK (Trie­ste) — È un omino asciutto e ironico lo scrittore di citta­dinanza italiana e lingua slo­vena, Boris Pahor, lucido e perfettamente memore di ogni dettaglio della sua tor­mentata vita nonostante gli anni siano 96. Poiché il bar Lucsa, nel quale «riceve» di so­lito, è chiuso per turno, aspetta in strada, lì accanto, impermeabile addosso e cartella in mano, l’aria di un austero professore di scuola, cosa che in realtà egli è stato per cir­ca vent’anni.
È contento perché il visitatore non si dà arie come temeva («Ne arrivano tanti di pomposi», dice) e si meraviglia quasi quan­do viene a sapere di essere lo scopo princi­pale del viaggio e non un secondo piccione — minore — da prendere con una sola fa­va. Ed è anche contento di apprendere che il visitatore è di Rovereto, in quanto è di Ro­vereto il primo editore italiano (Nicolodi, ora Zandonai) che ha infine creduto in lui, da molti anni conosciuto, pubblicato, invi­tato e premiato in Paesi come la Francia e la Germania.
Dopo la pubblicazione da Nicolodi del ro­manzo Il petalo giallo nel 2004 — una qua­rantina d’anni dopo la sua stesura — è stata una valanga. Sono stati tradotti Il rogo nel porto, Necropoli, Qui è proibito parlare e il 7 ottobre escono altri due libri di Pahor: da Rizzoli una lunga memoria in forma di in­tervista (condotta da Mila Orlic), intitolata Tre volte no, per intendere la sua opposizio­ne a fascismo, nazismo e comunismo; e da Zandonai il romanzo Una primavera difficile, che narra del ritorno alla vita fisica e sen­timentale di un reduce dei Lager, alter ego dello scrittore. «E il telefono nel mio studio — aggiunge lo scrittore —, che taceva sem­pre, ormai suona anche sei volte in un po­meriggio! Vogliono interviste, vogliono rac­conti, vogliono portarmi in giro per conve­gni, conferenze, incontri, per promuovere i libri. Adesso poi che ho un indirizzo di po­sta elettronica, l’unica cosa moderna che io abbia, arrivano messaggi di invito anche lì, ma li apro solo ogni tanto quando vado a Trieste da un amico editore, perché il computer da me non ha posto. Questa notorietà non mi piace tanto perché mi fa sentire co­me una specie di Lollobrigida senza reggi­petto che tutti vogliono vedere da vicino. Vi­ceversa, però, sono orgoglioso per la rivinci­ta della mia lingua e della mia cultura in passato così dolorosamente sprezzate. 'Bruti s-ciavi' ci chiamava­no».
Perché l’Italia la scopre so­lo ora? «A causa delle cose che scrivo, naturalmente, che ancora oggi non si vo­gliono conoscere e ricono­scere realmente. Di come, per esempio, il nazionali­smo italiano abbia vessato e oppresso la minoranza slo­vena, non solo durante il fa­scismo ma anche negli anni che lo hanno preceduto, su­bito dopo la Grande Guerra.
Ci sono stati maestri che sputavano in bocca ai bam­bini sorpresi in classe a par­lare sloveno, ci sono stati li­cenziamenti e umiliazioni di ogni sorta. Gli impiegati pubblici di origine slovena venivano trasferiti d’ufficio in luoghi lontani e mio pa­dre, impiegato comunale, fu costretto a dimettersi per­ché rifiutò di spostarsi in Si­cilia. Ripiegò sul mestiere del nonno, vendere burro in piazza, e fummo perciò costretti a traslocare in un sottoscala. Arresti, botte e condanne a morte erano al­l’ordine del giorno, eppure il mito degli italiani brava gente è sempre vivo e caso mai si parla delle foibe, mai di quello che è toccato a noi. Se penso che ab­biamo dovuto aspettare il 2000 perché ve­nisse riconosciuto il bilinguismo in queste zone e addirittura il 2009 perché il discorso del presidente della Repubblica nel giorno della Memoria ricordasse anche ciò che il fascismo aveva fatto alla popolazione slove­na».
I romanzi e i racconti di Pahor riportano fedelmente le vicissitudini della sua lunghis­sima vita: l’unica cosa che inventa — assicu­ra — sono i nomi dei personaggi e i dialo­ghi, e soltanto perché non se li ricorda più. «Avendo così tante cose da raccontare non vedo perché dovrei inventare. Io invento soltanto dal vero e mi fido di più di quegli scrittori che fanno altrettanto». Nato nel 1913, ha fatto in tempo a vi­vere sulla sua pelle di scola­ro la chiusura degli istituti sloveni e l’italianizzazione forzata, esperienze narrate, per esempio, ne Il rogo nel porto e in Qui è proibito par­lare.
Poi il liceo nel semina­rio di Capodistria — l’unica maniera di continuare gli studi per un quasi analfabe­ta di ritorno al quale era sta­ta portata via la lingua ma­dre — e la guerra in Libia, della quale porta nella me­moria una delle date più im­portanti della sua vita: «Quella in cui a Bengasi, sot­to le bombe, passai l’esame di maturità, visto che quello del seminario non era rico­nosciuto. Quando andai a ve­dere i risultati fui apostrofa­to in corridoio da un profes­sore che mi chiese chi fossi. Boris Pahor. Ah, Pahor, fece con un sorriso, l’autore del migliore tema d’italiano! E fu grazie a quel tema che eb­bi sei anche in greco, mate­ria in cui avevo fatto scena muta a una domanda sui lirici visto che lì in Africa non ero riuscito a trovare il libro».
Necropoli, considerato il suo libro mag­giore, narra invece l’esperienza di deporta­to politico in vari Lager tedeschi, ultima sta­zione Bergen-Belsen. Un viaggio di quindi­ci mesi attraverso una serie di città dei mor­ti, appunto, imprigionato dai fascisti per i suoi legami con i resistenti sloveni e poi «passato» ai nazisti. Viaggio al quale pensa di essere sopravvissuto per due ragioni: «Perché oltre al tedesco parlavo sloveno e qualche parola di francese, per cui un medi­co norvegese, internato politico a sua volta, mi prese come interprete-infermiere; e per­ché mi concentravo al massimo per vivere solo nel presente: non pensare al passato e nemmeno al futuro, solo oggi, adesso e cer­care di non soccombere. Ho ricordato do­po, scrivendo. Raccontare a voce era infatti impossibile, non aveva senso perché chi non è passato per quell’esperienza, anche se ci mette buona volontà, non può capire, non può. Forse è per questo che molti so­pravvissuti si sono poi uccisi. E la cosa più terribile della vita nel Lager — spiega anco­ra — non era il freddo, la fa­me, la dissenteria bensì l’as­suefazione all’orrore. L’uo­mo è fatto così, per fortuna e per disgrazia. Perciò i ca­daveri, gli innumerevoli, quotidiani cadaveri dei compagni di prigionia non erano più corpi che conser­vavano il ricordo di un es­sere umano, ma soltanto materia morta da buttare via».
L’assuefazione ha però anche un’al­tra faccia, per cui se qualcosa giunge all’im­provviso a interrompere una situazione di­ventata normale nonostante la sua tragicità, la si percepisce come uno strappo violento, come l’inizio di una nuova era. Per Pahor, la nuova era cominciò — ricordo vivo e incan­cellabile — con le lenzuola fresche di buca­to della Croce rossa di Lille, nelle quali dor­mì per la prima volta dopo un’eternità, l’in­domani della liberazione.
E cosa le ha insegnato la sua lunga vita? «Che l’uomo, tutti gli uomini, donne com­prese, se ne hanno l’occasione e la possibili­tà, sono cattivi. Per questo ho sempre paura che tutto possa ricominciare. L’altra paura, lo confesso, è molto più terra terra, e riguar­da il modo in cui andrò all’altro mondo. Ma è più che altro una lieve preoccupazione, perché ne ho visti così tanti andarci».

Repubblica 30.9.09
Se il capitalismo è una malattia
La catastrofe finanziaria che ha sconvolto i mercati non è un fatto occasionale È l´effetto insito nella natura stessa di un meccanismo economico. Il nuovo saggio del sociologo polacco
"I vizi di un sistema parassitario"
Va alla ricerca di "terre vergini" attirando frotte numerose di avventurieri
Prospera come tutti i virus. Poi si sposta su un organismo sano e lo aggredisce
di Zygmunt Bauman


Anticipiamo un brano da Capitalismo parassitario, il nuovo libro di , in uscita in questi giorni (Laterza, pagg. 66, euro 8)

Come il recente «tsunami finanziario» ha dimostrato, «al di là di ogni ragionevole dubbio», ai milioni di individui che il miraggio della «prosperità ora e per sempre» aveva cullato nella convinzione che i mercati e le banche del capitalismo fossero i metodi garantiti per la risoluzione dei problemi, il capitalismo offre il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli. Il capitalismo, proprio come i sistemi di numeri naturali dei famosi teoremi di Kurt Gödel (anche se per ragioni diverse...), non può essere simultaneamente coerente e completo; se è coerente con i suoi princìpi insorgono problemi che non è in grado di affrontare (voglio ricordare che l´avventura dei «mutui subprime», sbandierata all´opinione pubblica come la via per mettere fine al problema dei senzacasa, quella piaga che il capitalismo, come è risaputo, produce sistematicamente, ha invece moltiplicato il numero dei senzacasa attraverso l´epidemia di pignoramenti...); e se cerca di risolverli non può riuscirvi senza cadere nell´incoerenza con i propri presupposti di fondo. Molto prima che Gödel stilasse il suo teorema, Rosa Luxemburg aveva scritto il suo studio sull´«accumulazione del capitale», dove sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere senza le economie «non capitalistiche»: esso è in grado di progredire, seguendo i propri princìpi, fintanto che vi sono «terre vergini» aperte all´espansione e allo sfruttamento; ma non appena le conquista per poterle sfruttare, le priva della loro verginità precapitalistica e così facendo esaurisce le fonti del proprio nutrimento.
Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l´ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza. Scrivendo nell´era dell´imperialismo rampante e della conquista territoriale, Rosa Luxemburg non prevedeva e non poteva immaginare che i territori premoderni di continenti esotici non erano gli unici potenziali «ospiti » di cui il capitalismo poteva nutrirsi per prolungare la propria esistenza e avviare una serie di periodi di prosperità. In tempi recenti, abbiamo assistito a un´altra dimostrazione concreta della «legge di Rosa», ossia il famigerato affaire dei «mutui subprime» all´origine dell´attuale depressione: l´espediente di breve respiro, deliberatamente miope, di trasformare in debitori individui privi dei requisiti necessari per la concessione di un prestito, salvo che per la speranza (scaltra, ma in ultima analisi vana) che l'aumento dei prezzi delle case stimolato da una domanda gonfiata ad arte potesse garantire, come un cerchio che si chiude, che questi «nuovi acquirenti» avrebbero pagato gli interessi regolarmente (almeno per un po´)...
Oggi, a distanza di quasi un secolo da quando Rosa Luxemburg rese pubblica la sua intuizione, noi sappiamo che la forza del capitalismo sta nella straordinaria ingegnosità con la quale esso cerca e scopre specie ospitanti nuove ogni volta che le specie sfruttate in precedenza diminuiscono di numero o si estinguono; e nell´opportunismo e nella velocità, simili a quelle di un virus, con le quali si riadegua alle idiosincrasie dei suoi nuovi terreni di pascolo. Nel numero del 4 dicembre 2008 della New York Review of Books, in un articolo intitolato The Crisis & What to Do About It, George Soros, brillante analista economico e praticante delle arti del marketing, presentava il percorso delle avventure capitalistiche come una successione di «bolle» che regolarmente si espandono al di là della propria capacità di tenuta e scoppiano non appena raggiungono il limite della resistenza.
L´attuale stretta creditizia non è il segnale della fine del capitalismo, solo dell´esaurimento di un altro pascolo... La ricerca di un nuovo pascolo partirà quanto prima, alimentata, proprio come in passato, dallo Stato capitalistico attraverso la mobilizzazione forzata di risorse pubbliche (usando le imposte invece che il potere di seduzione, deficitario e temporaneamente non operativo, del mercato); si andrà alla ricerca di nuove «terre vergini» e si farà in modo, di riffa o di raffa, di renderle sfruttabili, fino a quando anche la loro capacità di rimpolpare i profitti degli azionisti e le gratifiche dei dirigenti non sarà stata spremuta fino in fondo. E come sempre – l´abbiamo imparato nel XX secolo da una lunga serie di scoperte matematiche, da Henri Poincaré a Edward Lorenz – un minimo scarto laterale può condurre al precipizio e far concludere l ´avventura in una catastrofe; perfino minuscoli passi in avanti possono scatenare un´inondazione e concludersi con un diluvio... L ´annuncio di un´altra «scoperta», di un´isola che ancora non era segnata sulle mappe, attira frotte di avventurieri molto più numerose rispetto alle dimensioni e alla capienza del territorio vergine: frotte che in men che non si dica dovranno tornare alle proprie navi per scampare al disastro imminente, sperando contro ogni speranza che le navi siano ancora intatte, al sicuro nel porto...
La grande domanda è quando si esaurirà l'elenco delle terre assoggettabili a «verginizzazione secondaria», e quando le esplorazioni, per quanto frenetiche e ingegnose, non garantiranno più un sollievo temporaneo. Non saranno quasi certamente i mercati, dominati come sono dalla «mentalità del cacciatore» liquido-moderno che ha preso il posto dei due approcci precedenti – quello premoderno del guardacaccia e quello solido-moderno del giardiniere – a porre questa domanda, loro che vivono passando da una battuta di caccia fortunata all´altra, fintanto che riescono a scovare un´altra occasione per rimandare il momento della verità, non importa se per breve tempo e non importa a quale costo.
Copyright 2009, Gius. Laterza & Figli. Traduzione di Fabio Galimberti

Repubblica 30.9.09
La lezione magistrale di Telmo Pievani a "I Dialoghi di Trani"
Ecco come Darwin inventò l’evoluzione
di Telmo Pievani


Leggendo uno scritto minore, i "Taccuini della trasmutazione", si segue la scoperta scientifica in presa diretta, tra il 1837 e il ´38
Pubblichiamo parte della lezione magistrale tenuta da a "I Dialoghi di Trani" su "CoScienza e Democrazia"

Un geologo non ancora trentenne scrive i suoi diari privati. È appena tornato da un viaggio attorno al mondo che gli ha cambiato la mente, come in un romanzo di formazione. Sta accarezzando un´idea importante, e lo sa. Improvvisamente, scrive "Hurrah!": ha capito. Poche settimane prima aveva annotato "I think" e disegnato il primo albero della vita. Ora ha trovato la linfa che lo nutre: la selezione naturale.
Questa scoperta, che rimarrà per vent´anni sepolta nei cassetti del giovane naturalista Charles Darwin, ha rivoluzionato il nostro modo di intendere la natura. Ma in che cosa consiste il miscuglio di rigore e immaginazione, di pazienti osservazioni e slanci teorici, che porta a una scoperta? Spesso si è preferito sorvolare su questa dimensione elusiva dell´impresa scientifica, apparentemente priva di logica: materia solo per psicologi, si è detto, qualcosa di troppo vicino all´intuizione o all´irrazionalità. Il problema è che la scoperta, quando la si vuol studiare, è già passata: gli scienziati spiegano come ci sono arrivati, ma con il senno di poi, pescando nella memoria narrazioni edificanti e leggende di subitanee illuminazioni.
Talvolta capita però di avere fra le mani quegli scritti interstiziali, cosiddetti minori, che per lo storico sono un tesoro inestimabile. È il caso dei Taccuini della trasmutazione di Darwin, dialogo interiore in presa diretta da cui si vede scaturire la scoperta scientifica mentre succede, fra il 1837 e il 1838. Lì tramonta il mito romantico della creatività come avventura di un genio solitario: Darwin ha ben impresse le immagini di ciò che ha osservato sul campo, ma è attraverso gli occhi degli altri, degli esperti londinesi a cui affida i suoi reperti, che capisce davvero ciò che ha visto. Letture disordinate e scambi epistolari si infittiscono, producendo quel sottofondo rimuginante di conversazioni che farà da brodo di coltura "sociale" per la scoperta.
Nell´Autobiografia, quarant´anni dopo, Darwin si dipinge come un raccoglitore di umili dettagli, alimentando così negli avversari l´equiparazione polemica fra naturalisti e collezionisti di farfalle. Ma raccontava solo una parte della storia. Nei taccuini lo vediamo innalzare dai fatti empirici un´architettura di generalizzazioni sempre più ardite. Arriva alla descrizione potente e sintetica dell´albero della vita, ma non gli basta: sta cercando, dice, la grande "legge della vita". La trova pochi mesi dopo e la chiamerà selezione naturale. Ma ancora non basta: torna indietro e alla luce delle ipotesi generali di quella che ora definisce "la mia teoria" rilegge gli schemi osservativi precedenti, talvolta li rinnega, ne deduce di nuovi. (...)
È interessante che durante il processo di scoperta lo scienziato stia riflettendo razionalmente sul proprio metodo. In un corpo a corpo incessante, vede "connessioni tra fatti sparsi", armato delle quali torna poi alle osservazioni, e poi di nuovo alla teoria in un andirivieni di revisioni, errori rivelatori, congetture e confutazioni, fino all´hurrah finale. Più che un´epifania, sembra una lotta, la scalata di una vetta controintuitiva, così poco inconscia che ne coglie subito le implicazioni filosofiche: se ho visto bene, nota quasi impaurito, vuol dire che non vi è finalità intrinseca nella storia naturale, occorre rivoltare "l´intera metafisica". Il genio non sarà solitario, ma tormentato sì: comincia qui la riluttanza a esporre le sue idee che resisterà per due decenni. Sarebbe "come confessare un omicidio", ammette a un amico nel 1844.
L´euristica di Darwin, però, in privato non si ferma affatto. La sua mente libera è indifferente agli steccati disciplinari. Getta ponti concettuali fra fenomeni prima scollegati, come nell´analogia fra la selezione artificiale degli allevatori e quella naturale. Affina le parole: "evoluzione" no, troppo teleologica, meglio "trasmutazione". Quando sente la necessità di chiarire, usa la metafora: le "guerre silenziose" dei viventi, alberi e "coralli della vita". Analogie, metafore, esperimenti mentali, astuzie della ragione, la ricerca di una semplicità esplicativa: ecco l´armamentario della scoperta, momento "evolutivo" esso stesso dell´impresa scientifica. Specificità e fortune dei peculiari manufatti che chiamiamo "teorie" dipendono anche da come sono state costruite.

Repubblica 30.9.09
Assalto al Risorgimento
Gli eredi della grande tradizione liberale hanno difeso l´Italia nata nel 1861 e lo Stato che venne creato. Di quel periodo non si può presentare una versione localistica
La classe dirigente del dopoguerra si impegnò in una visione di ampio respiro
Alcuni dei problemi di allora ci sono ancora. Come la questione meridionale
di Claudio Pavone


All´uscita dal fascismo e dalla guerra ci si chiedeva: povera Italia, chi ti ridusse a tale? Oggi di fronte al potere del berlusconismo e della Lega molti italiani si pongono analoga domanda, ma risposte adeguate stentano ad arrivare.
Naturalmente le differenze fra le due situazioni sono tante, grandi ed evidenti. Ma il timore, sacrosanto, di appiattire il nuovo sul vecchio, precludendosi così la possibilità di comprenderlo, non deve impedire di porre a confronto le due esperienze più negative attraversate dall´Italia dopo l´unità. Il 150° anniversario di quest´ultima potrebbe offrire l´occasione di una riflessione di medio e lungo periodo che collochi in un più ampio orizzonte le iniziative in corso per ricordare l´evento. Per quello che se ne sa, sembra invece che si oscilli fra affermazioni generiche e derive localistiche (si vedano le osservazioni critiche di Simona Colarizi nel suo commento alla riunione degli storici garanti delle celebrazioni pubblicato su Repubblica del 17 settembre).
Subito dopo la guerra si manifestò la spinta, non solo fra gli addetti ai lavori, a ri-considerare la storia d´Italia partendo dal Risorgimento, dalle dominazioni straniere, dalla Controriforma. Molti avvertivano che fra quel passato più o meno remoto e il presente un nesso c´era, che poteva proiettarsi anche sul futuro, e che andava indagato per amore di conoscenza, amore di patria e amore di libertà. Il migliore pensiero antifascista si era sempre affaticato attorno a questi problemi, da Gramsci a Rosselli, da Croce a Salvemini.
Allora la riflessione, dopo le dure esperienze patite e l´albeggiare di nuove speranze, circolava in una più vasta area di coscienza pubblica. Essa peraltro aveva in sé il rischio, che esiste anche oggi provocato da un malessere che sembra senza via d´uscita, di sboccare in un rassegnato pessimismo: e se l´Italia fosse davvero incapace di diventare un paese libero e democratico? Il fascismo affermava di essere il provvidenziale punto di arrivo della intera storia d´Italia da Augusto a Mussolini, passando per la Roma onde Cristo è romano. Ma la interpretazione di questo cammino poteva essere rovesciata. Tre libri che ebbero allora una notevole eco potrebbero essere raggruppati, invertendo la formula vichiana, sotto il titolo di De antiquissima Italorum insipientia: Golia. Marcia del fascismo, di Giuseppe Antonio Borgese; Antistoria d´Italia, di Fabio Cusin; Storia degli Italieschi dalle origini ai giorni nostri, di Giorgio Fenoaltea.
La classe dirigente impegnata a costruire un´Italia democratica non poteva accettare questo malinconico punto di vista. La Resistenza e la Costituzione apertamente lo sfidavano. La politica, la storiografia e un vasto settore della pubblica opinione si sentirono impegnati a collocarsi entro una visione di ampio respiro e non catastrofica della storia d´Italia. Le differenze di interpretazione erano molte, ma un presupposto condiviso rimase comunque, al contrario di oggi, il giudizio positivo sull´unità d´Italia. Era un comune sentire, prima ancora che un comune pensare.
Gli eredi della grande tradizione liberale - penso soprattutto ad Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Rosario Romeo - difesero non dogmaticamente l´Italia del Risorgimento e lo Stato allora creato. Omodeo attribuì a Cavour il grande merito di non aver voluto fare dell´Italia "un grasso Belgio della Valle padana". Chabod scrisse che non si dovevano scambiare i germi di una malattia, il fascismo, con il pieno divampare della malattia stessa.
Si cominciarono contemporaneamente a studiare le forze rimaste fuori dai governi prefascisti, i socialisti e i cattolici, e a vedere in questa esclusione la tara principale dell´Italia unita. Divenne corrente la formula che era venuto il momento di inserire finalmente quelle forze nello Stato, dopo il disastroso tentativo fascista di inserirle per via autoritaria.
Sotto la spinta della Resistenza, della Costituzione, di una acquisita coscienza delle proprie manchevolezze e di una nuova fiducia nel futuro l´Italia cominciò allora a fare grandi passi avanti sulla strada della democrazia e della modernizzazione. Peraltro gli anni di sviluppo e di euforia fecero troppo frettolosamente considerare risolti problemi che l´Italia si trascinava dietro fin dall´unificazione e che affondavano le loro radici ancora più lontano.
Oggi quei problemi sono più che mai presenti. Si pensi innanzi tutto al Mezzogiorno, nonostante gli evidenti passi avanti compiuti e i ripetuti allarmi dei meridionalisti e dei loro sempre meno ascoltati eredi. Si pensi alla anomalia della "capitale morale" oltre che economica d´Italia dalla quale invece sono nati, a distanza di settant´anni, i due movimenti più retrivi che abbia conosciuto l´Italia contemporanea. Che avesse avuto ragione Gramsci, quando considerava la borghesia italiana non ancora pienamente uscita dalla fase corporativa, come anche il successo della Lega induce a pensare?
Nella storia dell´Italia repubblicana i partiti, in particolare quelli di massa, socialisti, comunisti e democristiani, pur nelle loro aspre contese e nei loro limiti, avevano svolto un importante ruolo di educazione alla democrazia del popolo italiano. Le recenti vicende del nostro paese mostrano peraltro che essa è stata meno profonda e diffusa di quanto fosse lecito sperare. Una parte notevole del popolo italiano - non tutto, non va mai dimenticato - sembra essersi rapidamente adeguata alla volontà berlusconiana e leghista di scardinare, come è sempre più chiaro, i fondamenti istituzionali ed etici della libertà e della democrazia. L´involgarirsi del costume pubblico, che di quello scardinamento costituisce a un tempo il prodotto e il sottofondo, va dall´altra metà degli italiani combattuto con particolare risolutezza.
Se berlusconismo e leghismo vanno analizzati sia sul breve che sul lungo periodo, i rapporti fra Stato e Chiesa non possono rimanere fuori del nostro discorso. Dopo l´avvento del berlusconismo essi sono notevolmente cambiati. Va ricordato che il carattere degli italiani, sul quale le pagine di Leopardi sono sempre illuminanti, si è formato soprattutto con la Controriforma ed è stato una pur duttile costante della storia d´Italia trapassando da epoca a epoca e da regime a regime.
Molti dei liberali, cattolici e laici, che presero a cannonate la capitale del papa auspicavano che la scomparsa del potere temporale avrebbe finalmente favorito, con giovamento per l´intero paese, una renovatio Ecclesiae liberata dagli impacci mondani. Come sappiamo le cose non sono andate in questo modo. La saggia Legge delle Guarentigie, emanata dopo la breccia di Porta Pia e che il papa non volle mai riconoscere preferendo fingersi prigioniero in Vaticano, verrà dal fascismo sostituita dal Concordato che negava il principio della eguale libertà di tutte le coscienze di fronte allo Stato. L´articolo 7 della Costituzione ribadirà quella negazione, ma lo stesso partito cattolico che lo aveva fortemente voluto e l´aveva ottenuto con l´appoggio dei comunisti, praticherà una politica di mediazione fra potere vaticano e potere statale.
Scomparsa la Dc e trovatisi fronte a fronte i due poteri, quello ecclesiastico ha alzato il tiro e ha preteso e vieppiù pretende nuovi spazi non già per la libertà religiosa, che mai sono stati alla Chiesa negati nell´ambito della libertà di tutti, ma di poteri pubblici, cioè esercitabili nei confronti anche dei non cattolici: insomma, dei privilegi. Tutto questo avviene mentre la società va sempre più scristianizzandosi, ed è una riprova della crescente distanza che corre fra la coscienza religiosa e la Chiesa come istituzione. Il berlusconismo dà un sostanzioso contributo a questo processo. Assistiamo così a un costante arretramento rispetto alle aperture conciliari, suscitatrici di tante speranze fra i cattolici democratici che auspicavano - basti pensare a Scoppola - rapporti fra Stato e Chiesa ben diversi da quelli attuali.
Molti sono oggi i cittadini che patiscono per le umiliazioni che debbono subire e perché non vedono una chiara e decisa azione politica e culturale volta a scrollarsele di dosso.

Corriere della Sera 30.9.09
Dalla Genesi all’Apocalisse
di Armando Torno


Un manuale informato, comprensibile e scritto con passione: possiamo definire in questi termini l’ultima fatica di Giuliano Vigini, la Guida alla Bibbia (Paoline, pp. 536, e 21) che ha come sottotitolo «Tutto quello che c’è da sapere a portata di mano». Opera divisa in tre parti, offre nella prima e seconda una essenziale presentazione dei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, nella terza concede spazio alle cronologie, a un glossario dei termini tecnici delle discipline bibliche, nonché a una serie di preziosi indici. Non mancano cartine e tabelle, dedicate tra l’altro alle parabole o ai miracoli di Gesù. Si potrebbe dire che Vigini ha raccolto una notevole massa di informazioni ricche qua e là di sorprese, in perfetta sintonia con la gloriosa metodologia che fu dei «Manuali Hoepli». E questo suo lavoro sarà utile un po’ a tutti. A cominciare da chi studia, giacché qui troverà quelle indicazioni sicure che Internet non sempre offre; poi l’opera dovrebbe stare sul comodino di taluni predicatori, che riempiono le omelie domenicali di errori e imprecisioni.

il Riformista 30.9.09
L'intellettuale è causa del suo male. Pianga se stesso
di Ritanna Armeni


In un libro recentemente pubblicato e dal significativo titolo "Il grande silenzio", Alberto Asor Rosa pone la questione della estinzione degli intellettuali. Sono scomparsi - questa la tesi sostenuta e argomentata in un'intervista a Simonetta Fiori - coloro che nei decenni passati hanno avuto un ruolo insostituibile nella costruzione del Paese e, con essi, è finito il pensiero critico e il nesso fra cultura e politica. Non è una affermazione da poco. Il ceto intellettuale ha avuto nella costruzione della storia dell'Italia unitaria un ruolo importante. Un ruolo che è andato oltre l'ideologia di appartenenza e la collocazione politica, anche se - senza dubbio - la cultura italiana e i suoi protagonisti dopo la Seconda guerra mondiale e la Resistenza erano perlopiù collocati a sinistra e in una sinistra marxista.
Perché questo silenzio, questa estinzione o - a voler essere più buoni - questo ridimensionamento? E perché - questione finora pudicamente taciuta - si è rotto quel nesso di comunicazione, fino a qualche tempo fa sostanzialmente esistente, fra gli intellettuali e il popolo? Un nesso che - si badi bene - non significava egemonia autoritaria dei primi e acritica acquiescenza del secondo, ma reciproco ascolto e vicendevole riconoscimento. Perché oggi, invece, dobbiamo constatare nei confronti degli uomini di cultura un distacco e una noncuranza, quasi fossero entità inutili, poco produttive se non dannose? Una "sovrastruttura" lontana dal popolo quanto il popolo è lontano da loro.
Naturalmente a questa domanda e a queste osservazioni si possono dare - e sono state date - risposte sensate e convincenti. Il ridimensionamento dell'intellettuale del Novecento va di pari passo con il crollo delle ideologie, di quei sistemi e insiemi di idee e di valori riconosciuti dai più, che sono stati il fondamento del secolo appena passato e di cui l'uomo di cultura appariva portavoce, custode ed elaboratore insieme. Ed è entrato in forte crisi, con la fine dei partiti di massa (che erano lo strumento di contatto e di riconoscimento fra il ceto colto e le classi popolari) il nesso fra cultura e politica.
Ma il problema del rapporto tra intellettuali e Paese rimane. Proprio in questo mondo cambiato, scomposto, travolto dalla globalizzazione, dove l'immagine domina sulle idee, e i tempi dei mass media su quelli della riflessione il maître à penser avrebbe o potrebbe avere un ruolo almeno ordinatore, di lettura e riflessione critica, di costruzione di senso se non di indirizzo. Un ruolo tanto più utile e importante perché viviamo sotto il segno della complessità, in una realtà molteplice e contraddittoria in cui, ad esempio, appare già superata la figura di intellettuale interna allo "Stato nazione" e tutta da costruire una figura che abbia una dimensione internazionale e globalizzata.
Non resta allora che cercare di capire il perché dell'attuale situazione. E azzardare alcune ipotesi.
Il distacco, la scarsa considerazione, a volte il disprezzo nei confronti dell'intellettuale, ha in parte origine nella perdita di autorevolezza di una figura che proprio nella autorevolezza trova il suo fondamento e il suo riconoscimento. Molti intellettuali l'hanno persa perché sono apparsi quasi annullati nell'appartenenza a questo o a quello schieramento politico, privi cioè di autonomia, di reale spirito di ricerca e di senso critico. Non si riconoscono più, per capirci, la solitudine di un Pasolini o di uno Sciascia. Le parole e le idee degli uomini di cultura sembrano prima di tutto attente all'ascolto che queste potranno avere, alle scelte politiche di chi ci governa o di chi è all'opposizione. Ma è evidente che anche in una società fluida, che ha perso le ideologie e non ama gli steccati, le parole di un intellettuale di destra hanno ascolto in una donna o un uomo di sinistra solo se questi si fidano della sua autonomia culturale e morale, se le sue parole, i suoi libri, le sue idee aiutano la loro diversa riflessione. Possono essere in disaccordo, ma gli possono riconoscere la capacità di aver fornito strumenti utili che aiutano ad approfondire. Lo stesso ovviamente vale per una donna o un uomo di destra che possono ascoltare un intellettuale di sinistra e trovare riflessioni e idee se pensano che quel che lui o lei dicono non è uno strumento usato a favore del proprio schieramento, ma nasce da una reale analisi della realtà.
Il secondo motivo del distacco e del conseguente silenzio sta forse nel rapporto che gran parte dei protagonisti della cultura (che in Italia hanno avuto una matrice di sinistra) hanno col popolo. Un rapporto che è connotato da un atteggiamento elitario. Il fatto che parte considerevole delle classi popolari negli ultimi anni si sia spostata su posizioni di destra o di centrodestra, trascurando i partiti e le organizzazioni di sinistra, ha accentuato gli elementi elitari nei confronti di un "popolo bue" , che appare affascinato dal berlusconismo e dalle sue televisioni e che abbandona ogni idealità e ogni senso civico o solidaristico. Questi intellettuali (ci sono sempre ovviamente le eccezioni) tendono a giudicare prima di indagare, a condannare prima che a comprendere, così come tendono a demonizzare la figura di Berlusconi prima di comprendere le ragioni della sua forza. In questo modo negano il proprio ruolo e mortificano la propria figura. Dovrebbero, infatti, spiegare, cercare le ragioni di un distacco che indubbiamente c'è stato. Se non lo fanno, se il loro atteggiamento rimane quello della scarsa considerazione e del disprezzo, della condanna o dell'irrisione il divario aumenta. E diventa - sta già inevitabilmente diventando - un divario difficilmente colmabile fra la cultura e il popolo. Fra il mondo delle idee sempre più astratto e velleitario e il mondo del fare, del produrre e magari dell'arricchirsi. Nel quale attecchiscono facilmente i populismi vecchi e nuovi, di destra e di sinistra.

Repubblica 30.9.09
L’ultimo segreto di Roma ecco la sala rotante di Nerone
La "coenatio rotunda" è un esemplare unico dell´architettura di quell’epoca
di Carlo Alberto Bucci


Scoperto sotto il Palatino il salotto citato da Svetonio: girava giorno e notte, imitando il movimento della Terra Trovata la torre centrale che sosteneva una sorta di "giostra". Da lì i commensali potevano ammirare il panorama

Sono partiti per rinforzare un muro. E hanno scoperto un capolavoro. Nella Domus aurea sul Palatino gli archeologi hanno messo piede nel "salotto girevole" di Nerone. La meraviglia attraverso cui l´imperatore mostrava agli ospiti la sua Roma a 360 gradi, trasformata dal rogo da lui appiccato nel 64 d. C. Un paesaggio mozzafiato ammirabile dalla «sala da pranzo rotonda - ricorda Svetonio - che girava giorno e notte su se stessa, imitando il movimento della terra». E i soffitti «erano fatti di tavolette d´avorio mobili, percorsi da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori o profumi». Racconta Françoise Villedieu, l´archeologa dell´École Française che dall´85 scava sul Palatino: «Che emozione quando a fine luglio ci siamo trovati di fronte il cilindro centrale della struttura di sostegno, probabilmente il fulcro della "macchina rotante". La rotonda di Nerone è un sogno proibito per gli archeologi». E il soprintendente di Roma Angelo Bottini: «La struttura e la rotazione si collegano alla figura del sole intorno al quale faceva perno l´ideologia di Nerone. Ora vediamo se vengono alla luce le condutture d´acqua che spiegherebbero come girava il piano superiore in legno: come la ruota di un mulino o una giostra».
Numerose le prove a carico dell´ipotesi che si tratti proprio della coenatio rotunda. Svetonio dice che quella rotante era la «sala principale», quindi era sul Palatino, proprio dove si trova la stanza ritrovata. Il pilastro e gli annessi archi su due piani, poi, sono un unicum nell´architettura romana e non hanno funzione apparente. Le superfici murarie non erano affrescate, ossia erano nascoste. E non ci sono segni di muri, quindi la ruota in muratura serviva come base per il piano rotante che ospitava cene, festini, spettacoli. L´edificio è in asse con gli altri ambienti della Domus aurea. «E ci sono tre incassi circolari a terra - spiega l´archeologa Mariantonietta Tomei, direttrice del Palatino - forse la sede di sfere usate come cuscinetti per la rotazione del piano». La scoperta è avvenuta durante gli scavi preventivi per il rinforzo del costone che guarda la valle. Vespasiano e i suoi figli cancellarono memoria e forme della Domus aurea sul Palatino. La "sala rotante" la inglobarono nelle fondazioni della nuova terrazza con vista sul Colosseo, costruito prosciugando l´ameno laghetto di Nerone. Il "motore" della coenatio rotunda è ancora per lo più avvolto nel rinterro. «Per completare lo scavo metteremo subito a disposizione 200mila euro» annuncia il commissario speciale per l´archeologia di Roma, Roberto Cecchi. Intanto il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro guarda verso la valle. E dice: «Per il Colosseo abbiamo stanziato 5 milioni di euro: ne servirebbero almeno 50».

Repubblica 30.9.09
Adriano La Regina, archeologo e autore di numerosi studi sul Palatino
"Ipotesi suggestiva, ma non è l'unica"


«Senz´altro la scoperta nella vigna Barberini è di straordinario interesse per le particolari architetture venute alla luce. E la possibilità che si tratti della coenatio rotunda di Nerone citata da Svetonio è suggestiva. Ma attenzione, non è l´unica strada da seguire» spiega l´archeologo Adriano La Regina, autore di studi sul Palatino.
Infatti in passato era stata identificata con la sala ottagona nella Domus aurea sul Colle Oppio.
«Quella è una vecchia ipotesi. La coenatio di Nerone era di certo sul Palatino, cuore della dimora imperiale. E Alessandro Cassatella, 20 anni fa, ha proposto di identificarla nella struttura trovata sotto il triclinio fatto costruire da Domiziano, la coenatio Jovis».
Le misure sono identiche?
«No, la struttura neroniana precedente a quella domizianea misura 35 metri di diametro, il doppio del cerchio ritrovato adesso che mi pare un po´ piccolo visto che Svetonio parla della principale sala da pranzo del palazzo».
Gli scavi con vista sul Colosseo vanno però avanti.
«Certo, e potranno chiarire meglio forma e funzioni della struttura rinvenuta. Ma un primo, importante risultato è stato ottenuto: mettere in discussione l´identificazione sotto il triclinio di Domiziano. Così ora è riaperta la partita intorno alla misteriosa, meravigliosa sala rotante di Nerone».
(c. a. b.)

Repubblica 30.9.09
È scontro su Polanski tutto il cinema lo difende
Cohn-Bendit: non si può ignorare uno stupro
di Maria Pia Fusco


ROMA. Ora l´arresto di Roman Polanski in Svizzera diventa un caso internazionale: da una parte il mondo del cinema schierato compatto a difesa del regista, dall´altro giornali e intellettuali che hanno un atteggiamento più problematico sulle cause del fermo, uno stupro, sia pur risalente a 30 anni fa. Perché proprio adesso?, si chiedono in molti. «Questione di opportunità. È arrivato nel momento e nel posto giusto», ha dichiarato il portavoce del procuratore di Los Angeles. Ma non è una risposta, secondo i tanti cineasti che hanno aderito alla richiesta del produttore Harvey Weinstein di mobilitarsi per impedire l´estradizione di Polanski negli Usa, e tra loro Allen, Scorsese, Lynch, Ardant, Bellucci, Almodovar, Wenders. Non è una risposta perché, dice il suo agente americano Jeff Berg, «per anni Roman ha viaggiato apertamente almeno in dieci paesi diversi dalla Francia, di opportunità per fermarlo ce ne sarebbero state parecchie».
Se negli Usa e in Francia - a parte Cohn-Bendit che critica la difesa incondizionata del ministro Mitterrand («è una storia gravissima perché c´è stato uno stupro su una ragazzina di 13 anni») e Luc Besson («la giustizia dev´essere uguale per tutti») - prevale la solidarietà, parte della stampa britannica si è schierata contro. Il Times parla di "sorpresa" per l´interessamento di Sarkozy, rilevando che «Polanski resta sempre un pedofilo, un condannato e un fuggitivo». E se il Daily Telegraph è più conciliante - «Il crimine è da condannare, ma gli anni ´70 sono un´altra epoca...Se tutte le rockstar inglesi che hanno sedotto minorenni durante una tournée in Usa dovessero essere arrestate forse il settore sarebbe decimato» - l´Independent chiede ai difensori di Polanski: «Se fosse stata la loro figlia di 13 anni ad essere stata drogata e sodomizzata, potrebbero ancora pensare che l´autore possa essere effettivamente una vittima?».
In una ricostruzione del L.A.Times, a provocare involontariamente l´arresto sarebbe stato il legale del regista, Chud Hummel, che il 7 luglio scorso presentò una richiesta di archiviazione delle accuse di stupro affermando che «la procura in trent´anni non aveva mai cercato davvero di arrestare Polanski altrimenti avrebbe dovuto rispondere alle accuse di violazioni processuali nella gestione del caso». Il procuratore si sarebbe sentito preso in giro e avrebbe preparato il blitz. Ieri l´avvocato francese, Hervé Temime, ha avanzato l´istanza di scarcerazione.

il Riformista 30.9.09
Allen e Lynch tifano Polanski
Bendit bacchetta Mitterrand
di Stefano Ciavatta


Petizione. Firmano anche Scorsese e Tornatore. Il leader del 68 critico contro la Francia. Per Besson «la giustizia è uguale per tutti». La Svizzera precisa: «Poco tatto, ma dovevamo farlo». La procura di Los Angeles rivela i tentativi di arresto. L'ex Miramax Weinsten mobilita Hollywood. Wikipedia blocca la pagina.

Dopo l'arresto di Polanski non c'è pace per gli svizzeri. Il ministro degli esteri Micheline Calmy-Rey prova ad indorare la pillola all'Europa che è insorta: «L'arresto era inevitabile, ma forse si è proceduto con poco tatto. Gli Stati Uniti avevano fatto richiesta di estradizione e la Svizzera non aveva altra scelta. La Svizzera rispetta gli accordi. Ma è una mancanza di sensibilità approfittare di un invito per arrestare Polanski». Da Parigi, il ministro dell'Economia svizzero, Doris Leuthard, respinge l'illazione che l'arresto di Polanski sia stato fatto per ingraziarsi gli Usa dopo le tensioni sul segreto bancario e l'evasione fiscale che hanno coinvolto la banca Ubs, il cosiddetto «l'osso svizzero» di cui parlavano due giorni fa due redattori dell'Associated Press, in una nota privata finita sciaguratamente in rete.
Il regista resta in carcere, in detenzione preventiva in attesa di estradizione ma il braccio di ferro legale non promette una veloce risoluzione. Tanto che l' estradizione del 76enne franco-polacco potrebbe richiedere degli anni. Il legale svizzero Lorenz Erni fa sapere che «nonostante la vita in carcere sia dura, Polanski sta bene». Il console generale francese Jean-Luc Faure-Tournaire gli ha fatto visita: «Roman ringrazia tutte le persone che gli hanno espresso supporto».
Dopo l'indignata e innocentista mobilitazione di artisti e personalità dello spettacolo sui giornali europei, si registrano oggi editoriali più equilibrati. Suona come un'autocritica il commento da sinistra dell'ex leader del Maggio 68, Daniel Cohn-Bendit che ha criticato il sostegno della Francia a Polanski, perchè si tratta di «una storia gravissima, un problema di giustizia e c'è stato uno stupro su una ragazzina di 13 anni e lei stessa ha detto di non aver sporto denuncia perchè aveva ricevuto molto denaro». Nel mirino di Cohn-Bendit il ministro della cultura Frederic Mitterand, che aveva definito «semplicemente spaventoso» l'arresto per «una vecchia storia che non ha più molto senso. Penso che un ministro della cultura, anche se si chiama Mitterand - ha continuato l'eurodeputato dei Verdi - avrebbe dovuto dire: aspetto di vedere i fascicoli giudiziari». Ma anche Cohn Bendit, durante la campagna elettorale per le europee, era stato accusato da Francois Bayrou, presidente dei centristi francesi, per degli scritti controversi sulla sessualità dei bambini in un opera apparsa nel 1975. Sempre dalla Francia, il regista Luc Besson esprime «affetto nei confronti di Polanski» ma sostiene pure che «la giustizia deve essere la stessa per tutti».
Cosa che pensa anche l'ufficio del procuratore distrettuale di Los Angeles che ha infatti divulgato ieri una cronologia dei precedenti tentativi di arrestare Polanski dopo la fuga del 1978, quando il regista partì da solo in fretta e furia, lasciando la macchina del suo avvocato «in preda alle multe del parcheggio dell'aereoporto». Il 3 febbraio del 1978 la sezione dei Servizi di Estradizione Usa apre un fascicolo dopo la conferma avuta dalle autorità federali che Polanski vive in Francia. Nel maggio dello stesso anno viene preparata una richiesta di arresto provvisorio, quando arriva la notizia che Polanski è in Inghilterra. Segue la comunicazione di richiesta formale di estradizione. Nel 1981 viene ribadito l'interesse a perseguire Polanski. Nel dicembre 1986 vengono presi contatti con il Canada, per un altro viaggio. Due anni dopo, per un lungo tour del regista tra Germania, Danimarca, Svezia, Polonia e Brasile, viene verificato che il mandato di arresto sia ancora attivo. Nel 1994 una richiesta simile viene inoltrata alla Francia. Nel 2005 l'Interpol è interpellata per un viaggio del regista in Thailandia, ma Polanski non viene arrestato. Nel 2007 mentre le autorità israeliane chiedono dettagli ulteriori per procedere, Polanski riesce a lasciare Israele prima dell'arresto. Poi Zurigo, l'ultima tappa di un lungo inseguimento.
Quali le prospettive per Polanski nell'immediato? La libertà su cauzione, approfittando anche del cottage di Gstaad, secondo un portavoce del ministero della Giustizia, è molto improbabile. Inoltre se Polanski fa ricorso la procedura di estradizione è complessa e lunga, come rivelano fonti giudiziarie Usa. Ora gli Stati Uniti hanno fino a 60 giorni per presentare la richiesta esplicita, ma il regista può presentare appello ad un tribunale elvetico. La Corte penale federale elvetica, laconica, rinvia la decisione «alle prossime settimane».
Perplessità è stata espressa dal celebre avvocato californiano Mark Geragos (che difese anche Michael Jackson dalla accuse di pedofilia), secondo cui sarà difficile far tornare Polanski negli Usa e sara ancora più arduo metterlo dietro alle sbarre: «È improbabile che un giudice condanni Polanski ad una pena supplementare di carcere, viste le irregolarità commesse, il patteggiamento, la sua età avanzata, il sovraffollamento delle carceri e soprattutto la richiesta della vittima di porre un termine a questa saga». La petizione internazionale «per l'immediata liberazione di Polanski», lanciata in Francia già domenica, registra intanto altre grandi firme americane: Woody Allen, Martin Scorsese e David Lynch. Ha sottoscritto la petizione anche il neo candidato all'Oscar Tornatore: «Sono davvero addolorato per lui. Posso capire quelli che dicono che la giustizia è la giustizia ma credo che a un uomo della sua età vada risparmiata la sofferenza. E poi mi sembra che quella donna lo abbia perdonato per il suo delitto. Spero che tutto si risolva».
Tacciono invece oltreoceano le bibbie del pettegolezzo come Perez Hilton e People, ma non Tmz che annuncia «Roman Polanski Arrested ... Finally». Profetico E! Online che mesi fa sintetizzava: «Roman Polanski vuole rimanere dov'è. Il suo caso giudiziario farà altrettanto».
A Hollywood le reazioni sono però caute. Non una parola è uscita finora dalle Directors Guild of America e dalle grandi star americane che hanno lavorato con il regista in passato. Deciso invece a intervenire Jeff Berg, l'agente americano di Polanski e soprattutto il produttore Harvey Weinsten (Il Pianista, Inglourious Basterds), ex numero uno della Miramax. In una lettera aperta chiede a tutti i registi americani di muoversi per impedire l'estradizione. Infine l'enciclopedia di Wikipedia ha bloccato la pagina online dedicata al regista a causa di modifiche giudicate intempestive: «La pagina sarà protetta fintanto che i conflitti non saranno risolti». Sapranno i posteri?.

Liberazione 29.9.09
La lezione tedesca
di Paolo Ferrero



L 'affermazione della Linke e il crollo dei socialdemocratici nelle elezioni tedesche ci parlano con chiarezza del fallimento della sinistra moderata e della possibilità di costruire una sinistra anticapitalista in Europa. Il voto tedesco viene confermato dalle elezioni Portoghesi dove i socialisti che erano al governo perdono la maggioranza assoluta e le forze della sinistra di alternativa, Bloco de Esquerda e CdU (unione elettorale dei comunisti con i verdi), sorpassano il 17% crescendo di tre punti percentuali.
Dopo il crollo delle socialdemocrazie nelle elezioni europee, l'Spd esce sconfitta dall'esperienza della coalizione con la Cdu. Non si tratta di una sconfitta tattica: è l'impianto strategico che ha guidato le socialdemocrazie nella costruzione dell'Europa, da Maastricht in avanti, che cade sotto i colpi della crisi. E' la linea politica della sinistra moderata degli ultimi vent'anni che con ogni evidenza non regge più. Dentro la crisi, larghi strati di lavoratori chiedono di farla finita con le politiche moderate che vengono giustamente ritenute le responsabili della crisi e del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
Parallelamente cresce la sinistra di alternativa che, come afferma Oskar Lafontaine a proposito della Linke «è l'unico partito contro il sistema attuale». Non quindi una sinistra appiattita sulla socialdemocrazia o incapace di pronunciarsi in termini chiari contro la guerra: cresce una sinistra vera, che pone un'alternativa di sistema a partire da un proprio disegno strategico anticapitalista. La stessa cosa vale per il Portogallo, dove la polemica tra la sinistra e il governo socialista ha caratterizzato la campagna elettorale. 
Vi è un terzo aspetto da sottolineare. Da queste elezioni esce sconfitta l'idea di riorganizzare le forze politiche attorno ad uno schema bipolare. In Germania oggi vi sono cinque partiti al di sopra del 10% e la stessa Cdu che ha vinto le elezioni lo ha fatto perdendo voti. Se l'alternanza tra simili o la grande coalizione - con il corollario dei tentativi di distruzione della sinistra - erano formule per noi sbagliate ma che corrispondevano ad un sentire comune nella fase della crescita economica, la crisi sta mettendo in crisi questo progetto. Parti significative dalla popolazione non si riconoscono più nel "buonsenso" delle classi dominanti. Ovviamente, affinché questa perdita di credibilità delle ipotesi centriste possa dare risultati positivi è necessario costruire una sinistra degna di questo nome, in grado di rappresentare un punto di riferimento serio e credibile. Altrimenti la strada è quella della delusione, del non voto, della ricerca a destra di una alternativa.
Queste elezioni mettono anche la parola fine ad una discussione tutta italiana sulla persistenza o meno delle due sinistre e sulla validità di questa divisione. Non solo in tutta Europa abbiamo due sinistre, ma è del tutto evidente che la socialdemocrazia non è in grado di fuoriuscire per linee interne dal suo indirizzo socialiberista. Questa è precisamente l'illusione che abbiamo coltivato noi in Italia quando siamo andati al governo ed è questo errore grossolano che ci ha portato alla sconfitta. Le elezioni tedesche ci parlano quindi della possibilità e della necessità di costruire una sinistra di alternativa su scala nazionale e continentale, come hanno saputo fare i nostri compagni latinoamericani. Autonomia dalle forze moderate e progetto strategico alternativo al socialiberismo sono i pilastri su cui costruire questa sinistra.
Da queste brevi considerazioni derivano a mio parere anche i nostri compiti. In primo luogo la necessità di costruire la federazione della sinistra di alternativa, dei comunisti, della sinistra vera. Un polo della sinistra, autonomo e strategicamente alternativo al Pd. Vogliamo costruire questa federazione coinvolgendo tutti i compagni e le compagne disponibili, iscritti o non iscritti ai partiti, attivi nei sindacati, nei comitati, nelle associazioni, nei movimenti. Proponiamo di cominciare da subito e dal basso, in ogni quartiere, in ogni città, questo processo costituente di uno spazio pubblico della sinistra non pentita. La costruzione della federazione è tutt'uno con la costruzione di un movimento di massa per l'uscita da sinistra dalla crisi capitalistica, contro il berlusconismo ma anche contro le politiche padronali e moderate decise al G20 di Pittsburgh.
In secondo luogo dobbiamo rilanciare la battaglia contro il bipolarismo. Questo sistema elettorale garantisce a Berlusconi una rendita di posizione enorme: pur essendo minoranza nel paese ha la maggioranza assoluta dei parlamentari; inoltre il sistema bipolare è finalizzato a stritolare la sinistra. Non è un caso che Germania e Portogallo abbiano sistemi elettorali proporzionali, ove la sinistra è potuta crescere al di fuori del ricatto del voto utile. La campagna contro questo bipolarismo degli affari deve essere ripresa con forza e diventare un tratto costitutivo della nostra proposta politica.

Liberazione 29.9.09
Con il 12% diventa il quarto partito del Paese: «Faremo opposizione ovunque»
La cavalcata della Linke sulle macerie della Spd
di m.al.


Un boato. Quando sui maxischermi appaiono i primi exit-poll l'esplosione di gioia è incontenibile sotto la tenda che la Linke ha montato nella Kulturbrauerei - ex birrificio, ora diventato il "culturificio" di Prenzlauerberg, quartiere chic-alternativo di Berlino.
Ci saranno più di mille persone, accalcate ed esultanti, sotto i riflettori delle telecamere e davanti alle decine di microfoni aperti per registrare che rumore fa il successo. E non c'è dubbio che quello raggiunto ieri sia un vero, strepitoso successo per il partito di Gysi e Lafontaine, i due mattatori della campagna elettorale. Per la prima volta nella sua giovane storia, la Linke scardina il muro del 10% e strappa il primo risultato a due cifre in un'elezione nazionale, piazzandosi al quarto posto tra i cinque partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%, stabilmente sopra i Verdi. Alla fine non sarà - un peccato - il 13% del primo exit-poll, ma l'11,9% guadagnato a sinistra della Spd fa sciogliere il partito in larghi sorrisi. «Da che percentuale si può inziare a considerare "di massa" un partito», scherza Gysi dal palco evocando le critiche subite.
La Linke ha fatto registrare un incremento del 3,2% rispetto al già ottimo risultato del 2005 - quando si presentò come Linkspartei, con le sue due anime di Pds, a est, e Wasg, a ovest, ancora non fuse nel partito che è diventato dal 2007. Nella prossima legislatura sui banchi della sinistra siederanno 76 deputati. E la misura della crescita della Linke sui suoi diretti concorrenti emerge anche dal numero di deputati eletti col maggioritario, primi nei loro collegi: ben 16, cioè 13 in più rispetto a quattro anni fa, tutti a est, specialmente nel Brandeburgo e nella Sassonia-Anhalt.
L'analisi regionale del voto per il Bundestag offre risultati sorprendenti, come il sorpasso in diversi collegi dell'est e, soprattutto il successo nel sud del paese: «Klaus Ernst (leader sindacalista bavarese della Linke, ndr) mi ha sussurrato all'orecchio che in Baviera siamo sopra al 6%», dice soddisfatto Oskar Lafontaine dal palco, con Gysi da una parte e Lothar Bisky, capogruppo della Sinistra europea, dall'altra. Con l'ingresso, nelle concomitanti elezioni regionali di domenica, nel parlamentino dello Schleswig-Holstein e la riconferma nel Brandeburgo - a un'incollatura dalla Spd, ancora primo partito - la Linke è stabilmente nei parlamenti regionali di sei Länder dell'ovest del paese. Oltre ai sei dell'est, naturalmente, dove il partito è ancora molto più forte. «La Linke non è più solo un partito dell'est. E ora», ha detto ieri Gysi, «puntiamo a entrare nel parlamento del Nordreno-Vestfalia», ex roccaforte Spd, nel cuore della Ruhr, dove a maggio si terranno le regionali.
«Adesso partirà una durissima fase di opposizione alla maggioranza di centrodestra», ci dice la neoeletta deputata della corrente di sinistra del partito, la comunista Sahra Wagenknecht. «Faremo opposizione dentro e fuori al parlamento, con i sindacati, e con tante altre associazioni della società civile». Ieri nessuna traccia di divisione. Il partito ci tiene a farsi vedere unito: «Non date retta alle voci: non ci sono fratture all'interno del partito», assicura dal palco il candidato governatore in Turingia Bodo Ramelow, che lotta da settimane per arrivare al primo governo rosso-rosso-verde a livello regionale.
Interessanti sono i movimenti tra i partiti attribuiti agli elettori della Linke: sono, ovviamente, molto più consistenti i guadagni delle perdite, che però ci sono, e che sono finite soprattutto nel calderone degli astenuti. Ben 350mila ex elettori della Linke non sono andati a votare, mentre si stima che circa 20mila voti siano passati ai liberali della Fpd - a cui la Linke ne avrebbe strappati altrettanti. Il guadagno maggiore viene dalla rovina della Spd. Un milione e centodiecimila elettori della Spd sono passati dalla parte della giustizia sociale, contro la guerra in Afghanistan, al socialismo predicato e alla socialdemocrazia sostanziale. Molti di più dei 130mila voti che pure la Linke ha strappato ai Verdi. La Linke, ha detto il responsabile per la campagna Dietmar Bartsch, è il partito più forte tra i disoccupati. C'è da augurarsi che riesca a far qualcosa per loro, contro le forbici della larga maggioranza di centrodestra, che banchetta sui resti della Spd.

Liberazione 29.9.09
Il socialista Socrates vince ma non ha maggioranza Anche in Portogallo
Vittorie nette per sinistra e comunisti
di Simonetta Cossu


Vittoria risicata per i socialisti che nelle elezioni di domenica si sono confermati primo partito con il 36,5% ma hanno perso la maggioranza assoluta. Il premier socialista uscente, Josè Socrates, non si è sbilanciato se intenda formare un governo di coalizione o un esecutivo di minoranza. Ma il vero esploit è a sinistra dove il Blocco di sinistra (Be) e la coalizione di comunisti e verdi (Cdu) raddoppiano quasi i voto. Bloco de Esquerda dell'ex-trotzkista Francisco Loucà, passato infatti dal 7% al 9,8% diventando il quarto partito, ottenendo 16 seggi e 200mila voti in più. Ottimo risultato anche per l'alleanza rosso-verdi della Cdu guidata da Jeronimo da Sousa che ottiene un 7,86%, registrando 15 seggi e 30mila voti in più rispetto al 2005.
Socrates ha parlato di «Grande vittoria. I portoghesi hanno fatto una scelta chiara. Hanno indicato che il Ps continui a governare il Portogallo». Il problema per i socialisti è con chi lo faranno, visto che con i 96 deputati conquistati hanno perso la maggioranza assoluta in Parlamento e che se il Ps vuole governare avrà bisogno dell'appoggio del Bloco de Esquerda (Be), o della Coalizione democratica e unitaria (Cdu) che mette insieme comunisti e verdi, due formazioni che hanno assorbito il 9% circa perso dai socialisti.
Socrates ha pagato (meno di quel che si pensava prima di una campagna elettorale dove partiva come sconfitto) l'austerità dei conti pubblici e la decisione di portare l'età pensionabile a 65 anni.
Non a caso il leader si Blocco di Sinistra Francisco Louçã, ha subito rivendicato la necessità di «Ricostruire il sistema di protezione sociale e applicare un'imposta sopra le grandi fortune per finanziare la sicurezza sociale e per conseguire la convergenza delle pensioni in relazione ai salari minimi». Per appoggiare un governo Ps Louçã ha chiesto che l'attuale ministro dell'educazione, Maria de Lurdes Rodrigues, non faccia parte dell'esecutivo: «Nessun altro partito è salito tanto in termini percentuali come il Bloco de Esquerda. Niente sarà possibile al partito socialista senza maggioranza assoluta».
Per il segretario del partito comunista (Pcp) Jerónimo de Sousa il risultato elettorale è «Un segnale stimolante di crescita per la coalizione rosso-verde della Cdu» e potrebbe portare ad una rottura politica. «La Cdu è una forza profondamente legata ai problemi dei lavoratori e del popolo. Il risultato è un solido elemento di fiducia per la lotta contro le ingiustizie sociali e per la costruzione di una nuova politica e costruire un Portogallo più giusto, ma uguale e sovrano». Per de Sousa il Ps ha poco da gioire: la perdita della maggioranza assoluta è «Una condanna politica dell'attuale governo che si è caratterizzata come ingiusta ed imposta da una maggioranza arrogante».
L'affermazione di Socrates sulla rivale conservatrice Manuela Ferreira Leite, ferma al 29,3% con il suo Psd, non ha quindi chiuso la partita. La "dama di ferro" ha subito ribadito il no a qualsiasi ipotesi di Grande coalizione e ha confermato che il Psd sarà all'opposizione nella nuova legislatura. La riedizione di un governo di minoranza come quello che negli anni '90 guidò un altro premier socialista, Antonio Guterres, esporrebbe Socrates a grandi rischi in Parlamento.
Lunedì prossimo il presidente Anibal Cavaco Silva avvierà le consultazioni e tra il 18 e il 19 ottobre dovrebbe riunirsi il nuovo Parlamento.