mercoledì 26 agosto 2009

l’Unità 26.8.09
Leggi razziali. Il senno di poi e le norme di oggi
Il pacchetto sicurezza agli occhi della storia
di Ernesto M. Ruffini


Non sempre la storia concede il lusso del senno di poi . Un giudizio tardivo, a mente fredda e senza timore di conseguenze, non rende un gran merito a chi lo esprime. All’indomani della caduta del fascismo abbiamo espresso un giudizio di condanna verso la legislazione razziale promulgata durante il ventennio.Quel giudizio è arrivato certamente in ritardo per gli uomini e le donne che furono oggetto di quelle leggi ma ha avuto almeno il merito di interrompere un silenzio che era ormai diventato vergognoso.
La domanda che ha attraversato gli anni è perché? Perché quel giudizio è stato solo tardivo? Perché il silenzio durò così a lungo? Dove era finita la maggior parte degli italiani, brava gente che si limitava ad indignarsi sottovoce? Non può esserci una risposta uguale per tutti, una risposta collettiva che possa giustificare quella triste pagina della nostra storia. Ciascuno rispose allora e risponde adesso alla propria coscienza.
Oggi certamente non è possibile che gli stessi fatti si ripetano. Quando la storia si ripete lo fa con altri volti, altri nomi, altri fatti. Allora le leggi razziali prevedevano che gli ebrei non potessero contrarre matrimonio con gli italiani, che gli italiani non potessero assumere gli ebrei, che gli ebrei stranieri non potessero trasferirsi in Italia, che tutti gli ebrei fossero oggetto di specifiche annotazioni nei registri dello stato civile, che i ragazzi ebrei non si potessero iscrivere nelle scuole pubbliche.
Oggi le leggi non sono razziali, ma di sicurezza, almeno nel nome. Io però non mi sento affatto sicuro nel sapere che queste leggi prevedano che gli stranieri commettano un reato per il solo fatto di venire in Italia per migliorare la propria vita; che a volte, dopo essere sopravvissuti in mare a viaggi drammatici, vengano dapprima soccorsi, poi paradossalmente fermati perché colpevoli del reato di ingresso illegale nello Stato e infine trattenuti in disumani centri di identificazione ed espulsione; che comunque, anche se in regola con il permesso di soggiorno, debbano sottoscrivere un accordo di integrazione con il nostro Stato, qualunque cosa si intenda con una simile bestialità; che, inoltre, qualora presentino domanda di ricongiungimento familiare, gli uffici comunali debbano verificare le condizioni igienico sanitarie dell immobile in cui vivono (come se le condizioni dei centri di espulsione possano essere considerate accettabili); che a noi cittadini regolari, infine, sia data la possibilità di organizzarci in ronde per presidiare il territorio.
Oggi, non domani, ci è data la possibilità di riscattarci come popolo, come Nazione, come Storia. Oggi, non domani, ci è data la possibilità di indignarci per quello che sta accadendo e per ricordare la lezione che abbiamo imparato più di 60 anni fa.

l’Unità 26.8.09
Diritti. Per chi suona la campana
Attacco agli immigrati ma non solo
di Leoluca Orlando


Siamo ridotti- ed è gravissimo - a dover ricordare che gli immigrati sono esseri umani. La perversione etica del governo Berlusconi - accanto e a monte della sistematica mortificazione di valori e di diritti - sta modificando e violando elementari regole di convivenza civile.
Il pubblico si fa privato e il privato si confonde e sfrutta il pubblico, i mezzi e i voli di Stato vengono usati per il trasporto di escort; il diritto al lavoro è considerato favore e merce; per il riconoscimento di diritti e per la soddisfazione di bisogni i cittadini non devono più rispondere alla domanda «chi sei? che sai? che sai fare?», ma alla domanda «a chi appartieni?»; il diritto all’uguaglianza è considerato - per legge - una eventualità in danno di chi non ha casta; il diritto di informare e di essere informati è sepolto da una montagna di veline; la libertà di mercato viene sottomessa a dilaganti conflitti di interesse; la sicurezza viene affidata a ronde private, mentre le forze dell'ordine sono costrette ad operare con strutture inadeguate e con tagli di personale e risorse.
In questo panorama, gli immigrati divengono una fastidiosa presenza, indicati - tutti coloro che risiedono in Italia - come un pericolo da contrastare e - tutti coloro che cercano di immigrare - come nemici da respingere con ogni mezzo. Questo governo ha affidato in appalto alla Libia - in cambio di enormi affari- la gestione di veri lager, nei quali tradurre con la forza esseri umani non necessariamente libici e non necessariamente provenienti da porti libici.
La Ue, l’Onu, le Associazioni internazionali che si occupano di diritti, autorità morali e religiose, intellettuali e giornalisti di tutto il mondo nei confronti di Berlusconi non hanno alcun fatto personale nè sono parte di congiure come ritiene il premier. La realtà internazionale esprime ciò che è diffusa consapevolezza da parte di milioni di italiani liberi: le scelte del governo Berlusconi in tema di immigrazione sono il termometro di un sistema che si fa regime. Tutte le dittature gettano la maschera, svelano le proprie nefandezze quando si occupano degli ultimi, degli emarginati, dei diversi. È accaduto così con il nazismo, con il fascismo, con lo stalinismo, con ogni dittatura.
Ogni dittatura ha bisogno di avere una categoria, una razza,una fede, una classe di esseri umani da elevare a simbolo e a monito per la mortificazione dei diritti di tutti, anche di chi non appartiene a quella categoria, a quella razza, a quella fede, a quella classe. Nessuno si illuda. Qualcuno cerca di distrarre la attenzione ricordando che le scelte riguardano gli immigrati e che, pertanto, chi non è immigrato non ha nulla di che preoccuparsi. No. Non è così. La campana a morte non suona soltanto per i diritti umani degli immigrati, essa suona per tutti e per ciascuno, per i diritti di ogni essere umano.

l’Unità 26.8.09
«È la realpolitik: ovunque gli affari cancellano i diritti»
Intervista a Massimo Salvadori di U.D.G.


La vicenda delle relazioni Italia-Libia è un tipico esempio del fatto che quando gli interessi economici reciproci offrono soddisfazione, allora le questioni ideali, legate al rispetto dei più elementari diritti umani, vengono ignorate o non entrano in gioco. Questo è l’abc della realpolitik». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e scienziati della politica italiani: Massimo Salvadori, professore emerito dell’Università di Torino.
Professor Salvadori, come leggere politicamente le polemiche legate al viaggio a Tripoli di Silvio Berlusconi?
«È l’ennesima dimostrazione del fatto che la realpolitik domina nei rapporti fra gli Stati. Purtroppo, nessuno Stato rinuncia per motivi ideali a presidiare interessi economici consistenti. I rapporti Italia-Libia sono l’esempio tipico di come gli interessi economici reciproci, finiscano per cancellare ogni riferimento a questioni ideali, di rispetto dei più elementari diritti della persona. Questa è l’abc della realpolitik».
In questa specifica vicenda cosa ci mette di suo il presidente del Consiglio?
«Quello che Berlusconi fa in questa operazione, è di “indorare” l’intera vicenda dei rapporti fra Italia e Libia, nascondendo tutti quegli aspetti che non si vuole che emergano in primo piano e che entrino nel circolo del dibattito pubblico. Abbiamo anche qui l’ennesima dimostrazione della “videopolitica”, della politica-propaganda, di cui Berlusconi è un professionista e un abilissimo cultore della materia».
Resta un problema più generale che chiama in causa i fondamenti delle relazioni tra gli Stati.
«Sappiamo benissimo che esiste un lungo elenco di Paesi nei quali i diritti umani, quelli sociali, le libertà politiche e civili, sono sistematicamente violati. Il caso più significativo riguarda la Cina. In Cina le libertà individuali e collettive, i diritti umani e sociali non hanno cittadinanza, eppure tutti gli Stati corrono in Cina per fare affari e si guardano bene di porre come questione pregiudiziale il rispetto dei diritti e delle libertà. Chiudono gli occhi, guardano da un’altra parte, perché convinti che questo è l’unico modo per fare affari convenienti ad ambedue le parti».
Come si concilia questo abc della realpolitik com l’esigenza più volte evocata di una nuova governance democratica globale?
«La governance mondiale fondata su basi democratiche, sul rispetto dei diritti umani, sociali, politici, questa governance virtuosa è un continuo auspicio che non riesce a incardinarsi in istituzioni internazionali davvero efficaci. Né a influenzare le relazioni sovranazionali. Rimane un “sopramondo” che non incontra mai il mondo reale».
C’è un frangente in cui i diritti umani rientrano in gioco nelle relazioni fra Stati?
«Le relazioni fra gli Stati entrano in crisi quando emerge una questione di sicurezza; allora si recuperano, strumentalmente, anche i problemi di libertà, cercando sempre di non pestare i piedi ai Paesi che contano, a cominciare dal Gigante cinese».

Repubblica 26.8.09
Il naufragio infinito di Titti e Hadengai
Il racconto di Titti e Hadengai, due dei cinque sopravvissuti sul gommone maledetto Un anno, 4 mesi e 21 giorni viaggio dalla morte all´Italia
di Ezio Mauro


Ventun giorni alla deriva senz´acqua vedendo i compagni morire

PALERMO. Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell´ospedale "Cervello". Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d´agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all´altro.
I mercanti di uomini che organizzano i viaggi in Europa chiedono 900 dollari tutto compreso: dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, in attesa della barca illegale. Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi
Il gommone è trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi dopo le sigarette, non si vede più nulla Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma
L´acqua è un´ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via e vedi buttare in mare i cadaveri
È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d´istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po´ di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d´acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l´unica donna sopravvissuta - con altri quattro giovani uomini - sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.
Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d´immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna - una vergogna della democrazia - darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l´asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell´Italia che cercavano, e incominciare a vivere.
Un´Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un´amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con "L´Aurora". In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell´Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l´undicesimo anno, e scatta l´arruolamento obbligatorio nell´esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?
Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d´acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l´Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.
Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov´è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d´acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l´indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.
Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l´acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c´è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c´è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l´ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c´è l´Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient´altro.
«Adei», madre, sto andando, pensa senza dormire. «Amlak», dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c´è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d´uomini, ma non c´è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l´elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l´acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.
La notte fa più paura. Non c´è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.
All´inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l´ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: «Giù, giù, vai in mare, vai». Ma il settimo giorno i problemi cambiano.
Muore Haddish, che ha vent´anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr´ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. «Mai», acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete «mai» nella testa, c´è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. «E´ arrivato - dice all´alba Ghenè - noi siamo in viaggio e lui è arrivato». I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.
Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: «Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera». Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. «Meut», la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie «semai», il cielo, verrà dal mare, «bahari». Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.
Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l´acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l´ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l´idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.
Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c´è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l´unica protezione dal freddo, l´unico cuscino, la coperta, l´unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l´ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c´è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po´ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.
L´acqua è un´ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t´importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l´incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d´uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.
Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all´amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all´Italia, non sa dov´è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev´essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l´energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott´acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l´Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, «Adei, Amlak, semai, bahari, meut». Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.
Si accorge dalle urla, all´improvviso, che c´è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.
Dentro c´è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l´acqua l´anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E´ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.
Un giorno e una notte. Poi l´ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c´è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov´è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.
Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d´acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l´altro naufrago ricoverato al "Cervello", Hadengai, in camera non c´è, l´hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l´altra mano, dove c´è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all´Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l´ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po´ di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell´Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po´ più in là. I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un´idea di che cosa sia davvero l´Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l´ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c´è scritto "la vita è un bene prezioso".

Corriere della Sera 26.8.09
Le liturgie padane e i vescovi: il rapporto complicato Chiesa-Lega
di Gian Antonio Stella


«La Chiesa fa il suo mestiere, noi il nostro», ha sbuffato un paio di giorni fa Umberto Bossi facendo spallucce davanti al coro di proteste cattoliche sul modo, i toni e le parole con cui la Lega Nord affronta il problema dell’immigrazione.

Certo è che i contrasti sul te­ma hanno avuto negli ultimi me­si un’impennata mai vista. E ri­schiano di compromettere pe­santemente un rapporto che, do­po anni di scontri ustionanti, sembrava aver preso una piega meno conflittuale.

Che la Chiesa faccia il suo me­stiere (anzi: timidamente, secon­do certi preti più accesi) è diffici­le da contestare. Il versetto 25,23 del Levitico, il terzo libro della Bibbia, dice chiaramente (la tra­duzione è quella ufficiale del Vati­cano) come la pensa quel Dio tira­to sempre in ballo da chi si erge a bellicoso difensore delle tradizio­ni religiose occidentali: «Le terre non si potranno vendere per sem­pre, perché la terra è mia e voi sie­te presso di me come forestieri e inquilini». Tutti. Compresi quan­ti sono insediati nello stesso terri­torio da tempo immemorabile.

Non bastasse, San Paolo nella lettera ai Colossesi chiarisce che nessuno ha la precedenza: «Qui non c’è più Greco e Giudeo circon­ciso, incirconciso, barbaro e Sci­ta, servo e libero, ma Cristo è tut­to e in tutti».

Non bastasse ancora, lo stesso Joseph Ratzinger, prima di diven­tare Papa e dopo una tragedia non troppo diversa da quella de­gli eritrei di questi giorni (l’affon­damento di un barcone carico di clandestini speronato per errore da una motovedetta italiana) spie­gò senza equivoci come la pensas­se: «Si può difendere il patrimo­nio di un popolo ma non si può vivere in un’isola che si separa, og­gi poi, dal resto del mondo. Un chiusura del tipo 'noi stiamo be­ne, non vogliamo quelli che stan­no male' è, per me, una politica immorale». Una posizione netta. Sposata il giorno dopo dall’allora leader dell’opposizione Silvio Ber­lusconi: «Siamo stati chiusi nel­l’egoismo, non possiamo permet­tere che succeda più. Non possia­mo chiudere le porte, 58 milioni di italiani che stanno bene non possono respingere povere perso­ne che vengono qui per cercare un po’ di libertà. Domandiamoci se la tragedia non è anche dovu­ta, almeno in parte, a questo coro di ''gettateli a mare, sono tutti de­linquenti'' » . Il nodo è: se la Lega pensa inve­ce che il suo mestiere sia quello di respingere i barconi arrivando a rifiutare con il Senatur («Se so­no in troppi anche la legge della salvezza in mare non funziona più») perfino la regola di base ri­cordatagli da Avvenire, che «è ben più antica di quella pure codi­ficata dai trattati e ordina: in ma­re si soccorre», fino a che punto i due «mestieri» possono evitare uno scontro frontale?

Sono mesi che la temperatura sale. Mesi. Di qua la Chiesa che, sia pure con qualche distinguo per non invadere troppo le com­petenze dello Stato (vedi le preci­sazioni vaticane dopo i commen­ti di monsignor Marchetto sul «pacchetto sicurezza»), non per­de occasione per sottolineare la necessità di rispettare i diritti de­gli immigrati, clandestini com­presi, a partire dal diritto alla vi­ta (sono 14.600 i morti in questi anni nel Mediterraneo, ha detto monsignor Vegliò) e all’eventua­le asilo politico. Di là gli espo­nenti del Carroccio che ribatto­no colpo su colpo.

Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, usa parole che al Car­roccio sembrano troppo ecumeni­che? Roberto Calderoli, indiffe­rente alla contraddizione di esser­si sposato con matrimonio celti­co, lo liquida dicendo che «il co­munismo sconfitto dalla storia ri­trova bandiere ideologiche pro­prio tra uomini di Chiesa» e che «anche Tettamanzi fa parte del­l’opposizione ». I leghisti di Vare­se stendono uno striscione con scritto «Tettamanzi vescovo di Ka­bul ». E la Padania titola a tutta pa­gina: «Tettamanzi 'regala' mo­schee » . Famiglia cristiana critica certi eccessi della politica di con­trasto all’immigrazione mettendo in guardia dal rischio del razzi­smo? Il deputato e capogruppo della Lega Nord a Milano, Matteo Salvini, attacca il direttore del set­timanale, don Antonio Sciortino, dicendo che «se fosse per lui nel giro di tre anni Famiglia Cristiana si chiamerebbe Famiglia musul­mana ». Monsignor Agostino Mar­chetto dice che il reato di immi­grazione clandestina «porterà do­lore »? Roberto Maroni ribatte: «È la solita liturgia...». Il quotidiano dei vescovi Avvenire paragona la «rassegnata indifferenza se non anche una infastidita avversione» degli italiani per le tragedie dei barconi alla cecità di chi non vol­le vedere i vagoni piombati che portavano gli ebrei ad Auschwitz? Umberto Bossi sbotta che «sono parole troppo forti con poco sen­so ». E via così. Giorno dopo gior­no. Fino alle fratture di ieri e alla decisione di monsignor Vegliò di ribattere bruscamente a Caldero­li, che aveva messo in dubbio la sua autorevolezza, spiegando che, piaccia o non piaccia ai leghi­sti, se lui parla lo fa come Capo Dicastero e dunque quello che di­ce è «a nome della Santa Sede».

Quale possa essere la reazione a questi conflitti dei cattolici che votano Lega è una cosa tutta da vedere. «L’elettorato cattolico la pensa come noi», giurò pochi me­si fa, dopo l’ennesimo scontro, il capogruppo alla Camera Roberto Cota. Si vedrà. Tutto si può dire, però, tranne che il Carroccio inse­gua come tanti altri partiti, anche a sinistra, la benedizione della Chiesa. Prima del recente crescen­do polemico, gli attacchi erano già stati violentissimi. «Noi sia­mo la Chiesa cattolica padana, Ro­ma non ci piace, Roma è la prigio­ne del cristianesimo, vi sono accu­mulate tutte le putrescenze della storia», scriveva sul giornale di partito il «ministro della cultura padano» Gilberto Oneto. Per non dire di Umberto Bossi, che chia­mava il polacco Giovanni Paolo II «papa extra-comunitario», rin­ghiava che il cattolicesimo era una «setta bassa del cristianesi­mo » e prima di riscoprire che «Dio è federalista, perché c’è il Pa­dre, il Figlio e lo Spirito Santo» («Non sapevo che avessimo un te­ologo », rise il cardinale Biffi), si avventurò sul baratro della volga­rità spaziale: «Il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affo­gheranno nel water della storia». Posizioni non semplici, diciamo, per dialogare coi cattolici...

l’Unità Firenze 26.8.09
Rivolta nelle carceri: in 3 in una cella singola
di Francesco Sangermano


Nuove rivolte nelle carceri sovraffollate della Toscana
A Firenze un marocchino s’è cucito la bocca con ago e filo per ottenere il rimpatrio
A Pisa i detenuti hanno appiccato il fuoco per denunciare la mancanza di acqua

Il garante fiorentino per i detenuti Franco Corleone evidenzia i paradossi di quella che definisce una politica «demenziale: in molte strutture della Regione ci sarebbero posti liberi da poter utilizzare».

Una settimana dopo, la protesta continua. Dal 18 agosto niente o quasi è cambiato. E i detenuti delle carceri toscane continuano a cercare di far sentire la loro voce. Il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, si è recato nuovamente a Sollicciano per fare il punto della situazione con il direttore Oreste Cacurri. E il risultato è stato, nuovamente, drammatico. «Ci sono 955 detenuti e 7 bambini a fronte di una capienza massima indicata in 500 persone» denuncia Corleone.
Che aggiunge dettagli ai freddi numeri: «I detenuti sono reclusi in tre nelle celle da un posto e in sei nelle celle da tre. Oltre il 65% è composto da stranieri spesso senza risorse». Anche ieri i carcerati hanno proseguito la loro protesta battendo oggetti sulle sbarre delle celle. E oggi è previsto un incontro dello stesso Corleone con una folta rappresentanza dei detenuti che hanno preparato un documento nel quale elencano le loro richieste tra cui limitare le presenze a 550-600 posti, incontrare i giornalisti ed estendere almeno a due turni (da uno solo come è ora) l’utilizzo del campo sportivo. «Se non ci saranno a breve risposte positive - ha spiegato il garante - non lascerò soli i detenuti e mi impegnerò coinvolgendo associazioni e società civile, parlando col sindaco di Firenze Matteo Renzi e con l’assessore regionale Enrico Rossi».
...E A PISA
Oltre a Firenze, la tensione è però alta anche nel carcere di Pisa. Per protestare contro l'assenza d’acqua, circa 200 dei 400 detenuti hanno appiccato lunedì sera il fuoco a cuscini, stracci, indumenti ed effetti personali e hanno lanciato bottiglie, bombolette del gas ed escrementi nei corridoi. Lo ha reso noto il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. I detenuti, tutti del reparto giudiziario, hanno cominciato la protesta intorno alle 21 sbattendo oggetti contro i cancelli e le inferriate e la calma è stata ristabilita dopo circa due ore. Per evitare che il fumo sprigionato dal fuoco potesse provocare intossicazione, gli agenti di polizia penitenziaria hanno utilizzato gli estintori. «La situazione è sempre più incandescente - afferma nella nota Donato Capece, segretario generale del Sappe - Ogni giorno registriamo manifestazioni e proteste di detenuti sempre più violente».
IL PARADOSSO
Qualche possibilità di migliorare la situazione, però, potrebbe esserci. È lo stesso Corleone a spiegarle. «La questione del sovraffollamento è paradossale - dice - perché a soli 100 metri da Sollicciano c’è il Gozzini o Solliccianino per la custodia attenuata che è semivuoto. Ci sono 40 posti liberi, con due posti a cella sarebbero 80. C’è poi l'ottava sezione di Sollicciano, quella per i tossicodipendenti, dove ci sono altri 40 posti liberi. Inoltre il femminile di Empoli ha liberi altri 50 posti, ci sono liberi 20 posti a Massa Marittima e ci sono spazi nella casa di reclusione della Gorgona e nel penitenziario Forte San Giacomo a Porto Azzurro sull’isola d'Elba. Hanno ragione i detenuti a dire che l’utilizzo delle strutture in Regione è demenziale».
LA PROTESTA
A testimonianza ulteriore della difficile situazione, Corleone ha infine reso noto ieri un episodio accaduto in settimana sempre a Sollicciano. Per protesta contro il mancato rimpatrio, un detenuto marocchino, cui mancavano due anni da espiare, si è cucito materialmente la bocca e così ha ottenuto quanto per legge gli spettava. Solo a questo punto la magistratura ha accolto la richiesta e dopo essere stato medicato sono cominciate le pratiche per tornare in Marocco. «Questo episodio drammatico - conclude Corleone - mette in luce una questione troppo trascurata. Sono molti in Italia i detenuti stranieri che potrebbero usufruire della norma di legge che prevede la possibilità del rientro in patria come misura alternativa quando mancano loro da scontare due anni. È urgente un monitoraggio per capire quanti sono questi casi».

l’Unità Firenze 26.8.09
L’indicibile pena nella pena
di Enzo Mazzi


Agosto in queste nostre orrende carceri. Indicibile pena nella pena. Tortura supplementare nel luogo dedicato al tormento della privazione della libertà, che è giusto quando assolve al suo scopo rieducativo, come vuole la Costituzione.
Roba da Comitato Onu contro la tortura o da Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti inumani, se questi organismi non fossero ridotti a ombre da una politica rozzamente repressiva e punitiva che ha riempito all’inverosimile le carceri italiane di un’umanità la più emarginata e sradicata, diseredati, immigrati, tossici. È inascoltato dalla città il grido che sale dalle carceri. Insufficiente, rispetto alla gravità del problema, l’attenzione dedicata alle proteste dei detenuti di Sollicciano che è esplosa dopo molti anni di silenziosa rassegnazione. La popolazione carceraria, composta per il 70% da detenuti extracomunitari e da molti tossicodipendenti, è poco politicizzata e si è tenuta finora lontana dalle proteste. La mobilitazione iniziata il 18 agosto e ora in corso è il segno che ogni limite è stato superato. Per ammissione della stessa direzione del carcere le proteste sono originate da richieste legate alla mera sopravvivenza. Per il sovraffollamento, il pane ammuffito e il vitto scadente e insufficiente, per poter fare la doccia la domenica, poter accedere al campo sportivo, avere materassi decenti, contattare telefonicamente i familiari. Che rapporto potranno avere in futuro con la società persone che, affidate alla responsabilità dello Stato, sono costrette a vivere in condizioni così disumanizzanti? Quante le possibilità che non tornino a delinquere?
Matteo Renzi ha dichiarato solennemente di voler essere sindaco di tutti e specialmente dei più deboli, sulla scia di La Pira. Molti dei più deboli sono lì. Non sarebbe doveroso porre fra le priorità una serie di iniziative per il ripristino della legalità nel carcere? A cominciare, ma solo come inizio e non come immagine, dalla convocazione di un Consiglio Comunale a Sollicciano? «Una parte della città rompe i silenzi colpevoli, sostiene le richieste dei detenuti e si impegna a riportare l'attenzione sulla questione carcere, che Firenze deve vivere come prioritaria perché tocca i diritti umani fondamentali dei detenuti e in fondo di ognuno di noi»: è scritto in un documento sottoscritto da molte associazioni, da cui sono tratte anche notizie e considerazioni riportate sopra. Firenze già portabandiera dell’abolizione della pena di morte e madrina della legge Gozzini non può ora restare sorda queste sollecitazioni.

Repubblica Firenze 26.8.09
Sollicciano, 15 metri per tre detenuti
Celle sovraffollate, cibo scadente. Le guardie: "Sotto la cenere cova il fuoco"
Se gli ingressi non si fermano si dovrà tornare alle quattro brande per ogni stanza
di Ernesto Ferrara


Ore 12, ottava sezione del carcere di Sollicciano, quella destinata ai detenuti tossicodipendenti. C´è una cella vuota: 5 metri per 3, il bagno 2 metri per 2, il balcone è troppo piccolo, l´aria non ce la fa a passare, si soffoca di caldo. Tre letti uno sull´altro, ma non bastano più: occorre aumentarli perché i detenuti sono arrivati a 960 mentre dovrebbero essere al massimo 470. Serve il quarto letto: il prossimo arrivato dormirà a 30-40 centimetri dal soffitto. Oppure la quarta brandina si dovrà stendere in orizzontale: ma in cella non si potrà più camminare.
Una situazione che il garante per i diritti dei detenuti Franco Corleone definisce «esplosiva» e che il direttore di Sollicciano Oreste Cacurri ammette essere «complicata». I detenuti continuano ad aumentare: sono tornati a sfiorare quota mille, come prima dell´indulto. Si vive in 3 in celle di 15 metri quadri che potrebbero ospitare una persona, oppure in 6 in celle che potrebbero accogliere 3 detenuti. Il comitato per la prevenzione della tortura stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella: a Sollicciano già si vive in 5 metri a testa circa. E si potrebbe peggiorare: se gli ingressi non si fermano si dovrà tornare a quattro letti a stanza. I corridoi per il passeggio sono bui, angusti, stretti. I cortili per l´ora d´aria sono assolati e circondati da muri di cemento alti 7 metri che impediscono di guardare il prato, le case, quel che resta dell´orizzonte: solo uno dei cortili ha su un lato le grate metalliche aperte. Il cibo è scadente ed è proprio questo che qualche giorno fa ha acceso la protesta: ora il direttore, prima dei pasti quotidiani, assaggia sempre il pane dei detenuti per controllare che non sia ammuffito. Non solo: ha anche pensato di distribuire qualche gelato e di dare ai detenuti la possibilità di farsi la doccia anche di domenica. Non basta. La protesta rumorosa ieri si era perlopiù placata: «Ma sotto la cenere cova ancora il fuoco», giurano le guardie che ogni giorno sono a contatto coi detenuti. La disperazione nei giorni scorsi ha portato un detenuto marocchino a compiere un gesto drammatico: si è cucito la bocca con ago e filo per protestare contro il suo mancato rimpatrio. Essendo a meno di due anni dalla fine della pena aveva chiesto, secondo la legge, di tornare in patria: solo dopo la protesta ha ottenuto l´ok. Ci sono altre 14 persone a Sollicciano nella sua stessa situazione. Il sovraffollamento è il dramma. Come risolverlo? Cacurri non vede negativamente l´idea contenuta nel piano carceri del ministro Alfano di costruire un nuovo padiglione da 200 posti. Corleone si oppone: «Mi metterei contro le ruspe: piuttosto devono uscire di prigione i circa 200 tossicodipendenti che ci sono oggi, devono andare in comunità». Non solo: il garante fa anche notare che la struttura di Solliccianino è vuota: «Almeno 100 persone potrebbero andare lì, anche il carcere di Empoli ha 50 posti liberi per donne, 20 posti sono vuoti a Massa Marittima, ci sono spazi anche alla Gorgona e a Porto Azzurro: l´utilizzo della carceri in Toscana è demenziale».
Ma la protesta di Sollicciano ha altre cause: «Spesso manca l´acqua e la luce, i detenuti non possono telefonare a numeri di cellulare, gli stranieri non possono lavorare perché non gli viene rilasciato il codice fiscale», denuncia Corleone che oggi alle 14 incontrerà detenuti e amministrazione penitenziaria per chiedere un primo pacchetto di interventi. «Una cucina in più, l´allargamento dei passeggi e lo spostamento di 15 detenuti affetti da malattie mentali che devono essere presi in carico dalle Asl», annuncia il garante, che se non otterrà certezze promette di coinvolgere anche il sindaco Renzi e l´assessore regionale alla sanità Rossi. C´è anche il problema della sorveglianza. A fronte dei circa 700 agenti di polizia penitenziaria che occorrerebbero ce ne sono solo 500, un centinaio esclusivamente impiegati per il piantonamento e il trasferimento dei detenuti. Inoltre c´è la normale assenza dovuta a malattie e ferie, che si acuisce nel periodo estivo. In alcune sere, vista l´assenza di personale, i posti di controllo alle torrette esterne rimangono completamente scoperti. Il senatore del Pdl Achille Totaro e il consigliere comunale Stefano Alessandri, che ieri hanno visitato Sollicciano con altri esponenti del Pdl, proveranno a convincere il ministro della Difesa La Russa, scettico, ad impiegare i militari che già si usano nelle città come sentinelle nelle carceri: «A Sollicciano così si recupererebbero 50 agenti».

il Riformista 26.8.09
Che dice Veronesi?
Qui è nato un nuovo maschilismo
di Ritanna Armeni


Si è parlato in questo fine agosto della rinascita di un nuovo femminismo. Ne ha scritto Umberto Veronesi in un suo articolo sul Corriere della Sera. Ne hanno sostenuto la necessità e rimarcato l'assenza Lidia Ravera e Concita de Gregorio sull'Unità. Non so francamente che cosa si possa intendere per nuovo femminismo. So che un movimento - nuovo o vecchio che sia - nasce per motivazioni più complesse e culturalmente più profonde di quelle derivate da una polemica politica. O da uno scandalo. E che pretenderne la nascita o la necessità è come voler raddrizzare le gambe ai cani: impossibile e inutile.
Quel che a me invece pare reale ed evidente è oggi la nascita di un nuovo maschilismo, che ha visto la luce proprio in seguito alle avventure del premier e si è rafforzato di giorno in giorno. Come può essere definito questo nuovo fenomeno e quali sono le sue origini o meglio quale è stato il motivo che lo ha promosso?
Le origini stanno nelle note vicende di Silvio Berlusconi. Ampiamente raccontate documentate e discusse, hanno per la prima volta nella storia della politica italiana, riversato nella vita pubblica una vicenda privata. Gli scandali - molti - che hanno spesso accompagnato la vita degli uomini di potere, e non solo italiani, avevano finora confermato una divisione fra pubblico e privato, avevano fatto intravedere figure non coerenti con l'immagine pubblica, ma la vita privata non aveva mai dominato fino al punto di riplasmare l'immagine pubblica. Nel caso di Berlusconi questo è avvenuto. La sua figura di uomo politico non può più prescindere dalle vicende private. Queste hanno ormai soverchiato l'immagine pubblica, l'hanno ridefinita, ridisegnata, e ne hanno fatto emergere caratteristiche precise. L'interruzione traumatica della divisione fra privato e pubblico è avvenuta per colpa, per merito o per responsabilità di alcune donne. E, più in generale a causa della rivelazione del rapporto che un uomo pubblico potente ha avuto e ha con le donne. Le donne, comunque, sono state al centro della vicenda.
Non si può dire che le protagoniste siano femministe. Non lo è Veronica Lario, la moglie che ha chiesto il divorzio e che ha denunciato per prima i vizi privati del marito e il legame fra sesso e potere. Non è femminista la prepotente escort Patrizia D'Addario che, in nome dei suoi interessi non tenuti in conto dal suo importante cliente, ha creato e rafforzato un caso politico e giornalistico. Non lo è la giovane Noemi, inconsapevole e compiaciuta protagonista di uno scandalo più grande di lei. E neppure la figlia di Berlusconi, Barbara, che pure ha dichiarato con chiarezza: «Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». Eppure queste donne hanno fatto a loro modo, con loro criteri, con diverse motivazioni (se nobili o interessate è argomento di altre riflessioni) l'operazione più temuta dal potere maschile, hanno rotto la distinzione fra pubblico e privato e hanno mostrato quanto il primo possa essere determinato dal secondo.
Non è stata poca cosa. Il movimento femminista, quello vecchio, aveva teorizzato la necessità di rompere quella divisione per spezzare il potere patriarcale. Era in quella divisione, che evitava di fare i conti con passioni sentimenti, vizi, desideri, sofferenze, perversioni che si fondava una politica e un ordinamento sociale tutto dominato dagli uomini.
Nella vicenda che ha visto protagonista Berlusconi quella divisione è entrata in crisi. Non per quella via diretta, ideologica e ingenua cui aspirava il vecchio femminismo, non in seguito a manifestazioni di piazza organizzate dalle donne. Ma è entrata in crisi e ha mostrato tutta la sua debolezza e il suo squallore.
Il nuovo maschilismo è la reazione degli uomini politici, giornalisti, manager, coloro insomma che il potere lo hanno sempre avuto, e che oggi temono la fine di quella divisione su cui si è fondata la loro idea del mondo e la loro indiscussa egemonia. Non solo dei fedeli berluscones, ma in modo diverso di un'ampia fetta di opinione pubblica maschile.
La reazione si è espressa in modo tradizionale ed efficace: col tentativo di rimettere le cose al loro posto. E soprattutto di rimettere al proprio posto quelle donne che avevano osato uscire dal privato restituendole a un vecchio ruolo e ricollocandole nello stereotipo. Ed ecco apparire la moglie isterica e interessata, la figlia ingrata e rampante. Ed ecco la riduzione delle giovani donne che cercano di farsi strada nel mondo dello spettacolo a prostitute o quasi. La diciottenne Noemi diventata quasi l'immagine nazionale di questo ruolo. E le prostitute, quelle vere, promosse escort, e poi proposte come donne ingenerose e prepotenti.
L'immagine complessiva delle donne italiane (i giornali stranieri se ne sono accorti e a questo hanno dedicato molta attenzione) a un certo punto è stata colpita. Per quello straordinario e preoccupante gioco autoreferenziale dei mass media per cui ogni singolo fenomeno può essere allargato a dismisura e diventare immagine predominante sono apparse tutte insieme irrimediabilmente corrotte, dannose, pericolose, dominate dal dio denaro, affascinate dal mondo dello spettacolo, subalterne e insieme infide. Il nuovo maschilismo ha tentato di cancellare la verità della donna italiana proponendo un'immagine e un ruolo che non ha nulla a che fare con la realtà e ha a che fare solo marginalmente. E di riportarle a ruoli antichi. Insomma di rimettere le cose al loro posto. Gli uomini, non possono sopportare il disordine che deriva dalla fine di una divisione fra pubblico e privato che fa comodo solo a loro. Per questo reagiscono.
Abbiamo visto in questi mesi estivi la nascita di un nuovo maschilismo. Nell'autunno che sta per arrivare lo vedremo ancora all'opera.

l’Unità 26.8.09
Lo «strappo» di Gianfranco sul testamento biologico


Agli esponenti politici a lui più vicini Gianfranco Fini avrebbe annunciato l’intenzione di compiere un gesto clamoroso: votare contro la legge sul testamento biologico se il testo dovesse rimanere quello licenziato dal Senato. «Ci sto pensando», avrebbe detto il presidente della Camera.
Un gesto che, d’altra parte, sarebbe coerente con quanto Fini disse dopo la sentenza con cui la Consulta bocciò il testo sulla fecondazione assistita: se una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso è sempre suscettibile di censure di costituzionalità. Fu un chiaro altolà proprio al ddl in tema di dichiarazione di volontà anticipata presentato dal governo dopo il no del Quirinale al decreto Englaro. I dubbi costituzionali riguardano il punto più contestato del testo, quello che introduce l’obbligo di idratazione e alimentazione. Esattamente il punto che il ministro Sacconi, pur di ricucire con il Vaticano dopo le note e imbarazzanti vicende, vorrebbe stralciare e tradurre subito in legge. Invece Fini, riprendendo uno dei temi più cari al Colle, ha chiesto di approvare una legge con la più ampia maggioranza possibile. E quindi di modificare il testo che a Palazzo Madama aveva avuto un consenso tutt’altro che bipartisan. Messaggi, i suoi, lanciati alle forze politiche di maggioranza e opposizione. Con effetti per il momento deludenti.
Perché se è vero che nel Pdl i voti in dissenso potrebbero arrivare anche a una ottantina, come taluno ipotizza all’interno della maggioranza, è altrettanto vero che senza una mobilitazione seria di Pd e Idv quella di Fini rischierebbe di diventare una battaglia di testimonianza. Un segnale ieri lo ha mandato una parlamentare del Pdl vicino al presidente della Camera, la senatrice Maria Ida Germontani, dichiarando che è necessario cambiare il provvedimento del Senato «perché votato sull’onda emotiva della tragica vicenda di Eluana Englaro». Ma queste posizioni nel Pdl continuano a essere nettamente minoritarie. E così, almeno per ora, sembra davvero molto difficile che il presidente della Camera possa rendere pubblica l’intenzione di votare contro il ddl. L’ha confidata agli amici per dare un segnale politico. In attesa che altri prendano coraggio ed escano allo scoperto.

Repubblica 26.8.09
Missione europea del premier israeliano: "L’ultima prova della Shoah"
Il premier israeliano in visita a Londra e Berlino "Ecco i piani per Auschwitz" regalo di Merkel a Netanyahu
di Andrea Tarquini


Berlino - La prova inconfutabile e definitiva che l´Olocausto è avvenuto davvero, e che i negazionisti mentono, sarà consegnata domani dal governo federale tedesco al premier israeliano, Benyamin Netanyahu, che dopo Londra è atteso a Berlino. "Bibi" Netanyahu riceverà dai leader tedeschi e dall´editoriale Springer, che li aveva acquistati, dei documenti ritrovati l´anno scorso a Berlino: sono i piani di costruzione di Auschwitz, il più grande e temuto dei campi di sterminio costruiti dal Terzo Reich per sterminare il popolo ebraico.
Nel frattempo, nei suoi colloqui a Londra con il primo ministro britannico, Gordon Brown, Netanyahu si è detto deciso a proseguire e rilanciare il processo di pace in Medio Oriente con l´appoggio degli Stati Uniti, ma soprattutto ha auspicato di trovare finalmente nei palestinesi "dei partner coraggiosi". Secondo il premier israeliano, uno Stato palestinese potrà esistere, «ma dovrà essere smilitarizzato e riconoscere pienamente lo Stato d´Israele». Ai leader britannici, e in generale ai governanti occidentali, che gli chiedono il blocco degli insediamenti dei coloni ebraici, ha risposto con dei netti distinguo. A cominciare da Gerusalemme, «che non è un insediamento, è la nostra capitale, che costruiamo da tremila anni».
A Berlino il premier israeliano incontrerà la Cancelliera Angela Merkel, poi visiterà la villa sul lago Wannsee, a sudovest della capitale tedesca, dove nel gennaio 1942 i massimi gerarchi della tirannide nazista si riunirono per studiare e pianificare la "Soluzione finale", l´Olocausto, l´annientamento del popolo ebraico. In questo senso, i documenti che verranno consegnati dalla Germania a Netanyahu, e che sono destinati allo Yad Vashem, il memoriale dell´Olocausto, «sono unici, di un´importanza storica straordinaria», ha affermato il direttore dell´Archivio storico federale tedesco, Hans-Dieter Kreikamp. I piani di costruzione di Auschwitz precisi e dettagliati, dimenticati per decenni, sono stati ritrovati l´anno scorso a Berlino e acquistati dal gruppo editoriale conservatore Springer.cere? A cominciare, ma solo come inizio e non come immagine, dalla convocazione di un Consiglio Comunale a Sollicciano? «Una parte della città rompe i silenzi colpevoli, sostiene le richieste dei detenuti e si impegna a riportare l'attenzione sulla questione carcere, che Firenze deve vivere come prioritaria perché tocca i diritti umani fondamentali dei detenuti e in fondo di ognuno di noi»: è scritto in un documento sottoscritto da molte associazioni, da cui sono tratte anche notizie e considerazioni riportate sopra. Firenze già portabandiera dell’abolizione della pena di morte e madrina della legge Gozzini non può ora restare sorda queste sollecitazioni.

Corriere della Sera 26.8.09
I conti con la Storia: sessant’anni dopo
Germania anno zero: restituito l’onore ai «traditori» di Hitler
Il Parlamento riabilita tutti i ribelli
di Mara Gergolet


BERLINO — Cancellare tutte le sen­tenze dei tribunali militari di Hitler. Ria­bilitare i «traditori di guerra». Restitui­re, almeno dopo la morte, l’onore a quei soldati o ufficiali che si sono ribellati, o hanno anche solo dubitato, della guerra di Hitler, e che per questo sono stati fuci­lati.

Il Parlamento di Berlino voterà setti­mana prossima una legge che finalmen­te riabilita — dopo 60 anni — le vittime militari del terrore nazista. Saranno an­nullate, simbolicamente, 100 mila sen­tenze di condanna ai lavori forzati e 20mila condanne a morte. L’atto finale di una battaglia, iniziata negli anni ’90. Perché prima, nella repubblica federale, i disertori e i «traditori» erano ritenuti, non solo di fronte alla legge (dove anco­ra per pochi giorni lo sono) ma anche al­l’opinione pubblica, dei criminali.

«Per me — dice Ludwig Baumann — è un sogno che si realizza». Parla piano, ha 87 anni, ed è il presidente dell’associa­zione delle «Vittime della giustizia milita­re nazista». È la sua vittoria. Era un ragaz­zo ventenne quando a Bordeaux decise di disertare con l’amico Kurt Olden­bruck. Destinazione America, attraverso l’Africa del Nord. «Volevo vivere, non vo­levo uccidere». Aveva la rivoltella carica, ma non sparò, quando lo presero al confi­ne. Quaranta minuti di processo, la con­danna alla fucilazione. La pena fu poi tra­mutata in 12 anni di lavori forzati al la­ger di Turgau, quindi l’arruolamento nel battaglione «per il fronte dell’Est», un bi­glietto di prima fila, sola andata, per Sta­lingrado. L’amico Kurt morì nell’assedio, lui miracolosamente tornò a casa.

Un ritorno che, per disertori come lui e per i «traditori di guerra» sopravvissu­ti, fu una seconda persecuzione. «Erava­mo, penalmente, dei pregiudicati, per cui tanti lavori ci erano preclusi». Un de­stino di povertà e la gente che ti insulta «Kameradenschwein» (camerata di m.) perché ti sei salvato.

Il fisico distrutto dal­le catene, le malattie prese nel lager, il blackout delle emozioni. Bau­mann, racconta, cominciò a bere e ebbe la forza di smettere solo quando la mo­glie morì, lasciandolo con una figlia di 6 anni. «Eravamo dei reietti».

L’aria cambia appena negli anni No­vanta. I sondaggi mostrano che il 90 per cento dei tedeschi era pronto a «perdo­nare » i disertori, il governo Schröder si impegna, poi la guerra del Kosovo nel ’99 — la prima alla quale Berlino prende parte del 1945 — blocca tutto. «Perché fu così difficile? Perché assolvere noi si­gnificava condannare tutti gli altri solda­ti che erano rimasti a combattere con Hi­tler ». Nel 2002, finalmente, una legge riabi­lita i disertori. Ma non i traditori di guer­ra.

Chi erano, veramente, questi ultimi? Dopo la dichiarazione di «guerra totale di Hitler» che non distingueva tra mezzi militari e civili, bastava poco per «tradi­re » il Paese (il cosiddetto reato di Krieg­sverrat ): procurarsi un foglio di viaggio, confessare durante una licenza a una donna o in un’osteria che le cose sul fronte andavano male, aiutare un ebreo. Baumann ricorda il caso di un ufficiale di cui diven­ne amico nel lager di Turgau, Johann Lukaschitz: fu fucilato con i suoi 76 uomini, perché non rivelò che teneva­no riunioni in stile sovietico.

Eppure, ancora nel 2007, nei loro con­fronti c’è molto sospetto. «Anche secon­do i canoni attuali si sono comportati in modo riprovevole — disse un importan­te politico della Csu, Norbert Geis —. Hanno danneggiato i propri compagni con comportamenti illegali». Profanatori del vincolo solidale tra ca­merati, opportunisti che pensavano solo a salvare la propria pelle: molti, nel campo conservatore, la pensano così. E «la messa in pericolo dei commilito­ni » è la motivazione con cui, ancora nel 2008, il mi­nistro della Giustizia, Bri­gitte Zypries (Spd), rifiu­ta la loro riabilitazione. Una convinzione falsa, per gran parte degli storici. «Non c’è nep­pure un caso documentato — dice l’auto­revole storico militare, Manfred Messer­schmidt — in cui sia stata veramente messa in pericolo la vita di altri soldati». Invece, dice, si può fare il nome di più di un soldato fucilato perché sul diario ave­va scritto che la guerra era persa.

l’Unità 26.8.09
A Cortona quaranta volumi che furono proibiti tra il 1500 e il 1900
Eretici sovversivi o «soltanto» indecenti
di Valeria Trigo


Cortonantiquaria è dedicata agli appassionati dell’antico e dell’antiquariato. Propone pezzi rari selezionati da specialisti, oltre 1000 pezzi importanti di vario genere e piccoli oggetti da collezione. Tra le curiosità, le litofanie di note manifatture europee, una conchiglia tibetana dei primi dell’Ottocento, un filo di perle di 1 metro Gli italiani I nomi di alcuni finiti all'Indice: Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gabriele D'Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Ada Negri, Girolamo Savonarola, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo e Pietro Verri

Eresia, sommossa, indecenza. Queste sono le tre grandi accuse che hanno condotto libri (e spesso autori) al rogo, alla soppressione o alla mutilazione. Un’ovvia ironia storica ha in realtà assicurato l’immortalità a questi testi, gli strumenti di repressione (liste e denunce) trasformatisi in pubblicità di opere da possedere.
Molti studi e mostre hanno raccontato la storia della censura libraria. Ora a questi si aggiunge I libri proibiti, che espone fino al 6 settembre, nell’ambito di CortonaAntiquaria, quaranta libri che sono stati oggetto di censura dal 1500 al 1900 provenienti dalla libreria antiquaria di Londra Quartich e dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Libri che furono soppressi o nascosti, dei quali l’esposizione narra le storie a tratti curiose, sempre scandalose, violente, buffe.
Tra le proposte: un viaggio tra le «colonne d’Ercole» del pensiero superate da Bacone, la prima biografia di Hobbes che bruciò alcune delle proprie carte per difendere il resto della sua opera, l’eretico alchimista Barnaud che elencò in un novello Satyricon «l’esatto numero» di prostitute, eunuchi, figli illegittimi e servi al seguito degli ecclesiastici di ogni diocesi della Francia del Cinquecento e venne perseguito per l’esattezza delle sue informazioni; e ancora un censore che scrive nel Seicento una apologia dell’attività repressiva, Machiavelli e i suoi eredi, le meravigliose anatomie rinascimentali, frutto proibito della pratica «immonda» della dissezione, un «empio» Corano inglese del Seicento, Hume, Voltaire e i philosophes negatori di miracoli e autorità, adattamenti attenuati dell’Ars amatoria di Ovidio, Ludovico Muratori che supera la censura ecclesiastica ma viene fermato da quella civile, la secolare semiclandestinità del Manifesto di Marx ed Engels,
Strutturata per temi, la mostra tocca episodi di censura «illustre», quella ecclesiastica o governativa della prima età moderna. Il percorso suggerisce i nessi tra produzione erotica e sedizione politica, traccia lo sforzo di emancipazione della scienza e del pensiero dal dogma, propone «finestre» su episodi di censura colti sull’atto, mostra come una lettura antologica dell’Index librorum prohibitorum diventi quasi l’indice di un qualunque moderno manuale del pensiero occidentale, con gli stessi protagonisti: Galileo, Campanella, Copernico o Darwin solo per citare alcuni esempi, ma anche Dante, Boccaccio, o la stessa Bibbia.
Ci sono, nella rassegna, anche esempi di autocensura, libri occultati per decenni dagli stessi autori, si osserverà la dialettica sette-ottocentesca tutta italiana tra pensatori cattolici «liberi» e ortodossia dei ranghi ecclesiastici, e si proporranno documenti vicinissimi ai nostri tempi, come quelli provenienti dal Fondo Perestrojka e dalla collezione di materiali di Piazza Tiananmen della Fondazione Feltrinelli.

l’Unità 26.8.09
L’Indice. Dal 1558 al 1966: la Chiesa elenca le letture troppo pericolose...


L’Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) venne creato nel 1558 dalla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione (o Sant’Uffizio), sotto Paolo IV. Fu soppresso solo nel 1966. Lo scopo era quello di ostacolare la possibile contaminazione della fede e la corruzione morale attraverso la lettura di scritti il cui contenuto veniva considerato dall’autorità ecclesiastica non corretto sul piano strettamente teologico, se non addirittura immorale. L’elenco, sterminato, comprendeva autori di letteratura, scienza e filosofia, tra i quali Francesco Bacone, Honoré de Balzac, Henri Bergson, George Berkeley, Cartesio, D’Alembert, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas padre e figlio, Gustave Flaubert, Thomas Hobbes, Victor Hugo, David Hume, Immanuel Kant, Jean de La Fontaine, John Locke, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Émile Zola. Tra gli ultimi ad entrare nella lista sono stati Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre e Alberto Moravia.

l’Unità 26.8.09
Non solo tema
Prof e studenti e il rebus dell’italiano
di Tobia Zevi


In Europa I nostri ragazzi dimostrano di avere competenze linguistiche insufficienti
Un libro esplora il divario tra Nord e Sud, licei e istituti tecnici. E tra immigrati e non

Si chiama «Scritti sui banchi» l’indagine sul livello espressivo degli studenti italiani di Serianni & Benedetti in libreria per Carocci. Già, ma questo livello come si misura? C’era una volta, e c’è ancora, il «tema»...

Lo scrittore americano Frank McCourt (Le ceneri di Angela), recentemente scomparso, ricordava così il suo insegnamento a scuola: «Avrebbero dovuto avvertirmi. Ehi, Mac, la tua vita sarà tutta così: giornate e nottate intere a leggere storie, poesie, diari, biglietti d’addio di aspiranti suicidi, invettive, giustificazioni, commedie, temi, perfino romanzi, tutti frutto del lavoro di migliaia - e dico migliaia - di adolescenti». Montagne di carta accumulate sulla scrivania del professore, ore di fatica e mani sudate per studenti di tutte le età. Ecco a voi il tema d’italiano, oggetto del bel saggio di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti Scritti sui banchi (Carocci, pp. 215, euro 19,50). Denso di esempi concreti, il libro descrive vizi e virtù linguistiche degli studenti, ma anche le difficoltà degli insegnanti, pratiche e teoriche, a definire criteri equi per correggere e valutare.
Il tema, cuore del percorso formativo e simbolo di una cultura nazionale prevalentemente umanistica, è da sempre tacciato di due peccati: artificiosità e arbitrarietà. Una prova scritta che rimane confinata nella pratica scolastica senza alcuna comunicazione con la vita reale: «la cultura scolastica (…) formava un sistema coerente, artificiato e indiscusso. (…) lo sbaglio era il centro stesso del sistema (…) si finiva col credere che esistesse una specie di teologia del rosso (veniale) e del blu (mortale). In generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose» (Meneghello). E in più un’esibizione di potere da parte dell’insegnante. La celebre Lettera a una professoressa di don Milani lo riteneva classista, addirittura razzista, come la stessa nozione di voto. Una denuncia democratica e pedagogica alla base di non poche esagerazioni («non esistono gli errori»).
E oggi? Le indagini internazionali non sembrano incoraggianti: i ragazzi italiani scrivono peggio dei loro coetanei europei. Non si giudicano gli studenti per la conoscenza di quanto appreso a scuola, ma per le «competenze» esportabili nell’orizzonte extrascolastico. In effetti, scorrendo le varie performance, colpiscono non tanto gli strafalcioni, ortografici o morfo-sintattici, ma la frequente incapacità di organizzare logicamente un testo imperniato su connettivi e coesivi linguistici. Con differenze abissali tra Nord e Sud e tra licei e istituti tecnici.
CORREGGIAMO GLI ERRORI
In prima linea ci sono i professori, sviliti frequentemente da una concezione burocratica e aziendalista dell’insegnamento: a loro spetta misurarsi con la realtà individuale di ogni studente coi suoi specifici problemi. Serianni, storico della lingua, nota che in alcune situazioni il collasso delle strutture logiche e linguistiche non si può affrontare con la semplice correzione degli errori. È il caso per esempio degli studenti stranieri: prima di dedicarsi al tema occorrerebbero specifici esercizi di natura più tecnica. Gli insegnanti, quelli bravi, vanno in questa direzione: compiti che sviluppano specifiche competenze grammaticali o stilistiche e una valutazione - il più possibile chiara ma sempre soggettiva! - che non si riduce al voto, ma che cerca un dialogo con il ragazzo anche attraverso il confronto con le prove precedenti (senza sconfinare nel ridicolo «Devi fare meglio, Giulia»). Ma non mancano quelli pigri, che segnalano gli errori in fretta e furia, non li commentano, spesso ne dimenticano parecchi (per esempio il costante deficit di punteggiatura) o addirittura ne aggiungono di propri.
In generale sembra essersi affermata l’idea che un titolo come «La vita… dietro questa parola si celano tante emozioni e tanti aspetti del proprio carattere. Parla di tutto ciò che significa per te questa parola» induca alla prolissità, alla genericità e ai luoghi comuni più corrivi, e che dunque sia preferibile elaborare tracce più puntuali. Quello a cui invece i docenti non sembrano rinunciare è l’italiano asettico e irreale della scuola, ricco di «il quale», «egli» invece di «lui», e in cui le ripetizioni sono un delitto. Dove non ci si «arrabbia», ci si «inquieta», una sorellina non può essere «in gamba» (ma «sveglia», sì!), un giocatore non «si mette» in attacco, ma «ricopre il ruolo di attaccante», e in cui non «si va» ma ci «si reca». Gli insegnanti affibbiano raramente voti sotto 4 e sopra 8, penalizzando spesso gli studenti più brillanti e mostrando una tendenza livellatrice. In una società in cui si predica continuamente il merito, bisogna stare attenti. A non fare come descritto ancora da McCourt: tre punti per la presenza. Due o tre punti in più per la bella calligrafia. Altri due per la struttura, guarda che rientri! Diamogli due punti per il padre morto nel canale. Perché non gli diamo altri punti? In fondo è un bravo ragazzo, e poi suo fratello Stan l’hanno mandato in Vietnam…

l’Unità 26.8.09
Più scienza per tutti
Come resuscitare il Paese di Galileo e Dulbecco
di Luca Landò


Pietro Greco e Vittorio Silvestrini in un libro affrontano il paradosso di un sistema che produce cervelli ma li fa emigrare. In un’epoca in cui la ricerca è la chiave per tutto: sviluppo, sostenibilità, democrazia.

Dimenticate Galileo, salutate Marconi, accantonate Rubbia. Non vi basta? Allora archiviate Dulbecco, cancellate Fermi e impacchettate Natta, quello del Moplen. Benvenuti in Italia, il Paese che sforna ricercatori ma non crede nella ricerca. Non lo fa nemmeno adesso, che la ricerca è diventata l’oggetto del desiderio di qualunque Paese abbia ancora voglia di guardare al futuro. Chiedetelo alla Finlandia che nel giro di pochi anni è diventata leader tecnologico nel campo dei cellulari, a India e Brasile, passati da paesi in via di sviluppo a nuove economie galoppanti. E pensate alla Cina, oggi secondo Paese per investimenti in ricerca (175 miliardi di dollari nel 2007) alle spalle del gigante americano (353 miliardi).Il messaggio è semplice: la ricerca non è un optional ma la chiave per rimettere in moto la macchina e uscire dalla palude della crisi globale. A una condizione, che si prenda nota degli errori commessi e si cambi strada. Ed è su questo tema, gli errori commessi, che si esercitano Pietro Greco e Vittorio Silvestrini ne La risorsa infinita appena pubblicato da Editori Riuniti-University Press. La lista è lunga e inizia con i giganteschi errori ideologici, come l’illusione che lo Stato possa regolare tutto o, al contrario, che non debba governare nulla. Che siano entrambi sbagliati lo dimostrano le macerie del Muro di Berlino e quelle, recenti, di Wall Street. Nel museo degli errori non ci sono solo le grandi ideologie sociali ma anche piccole vicende individuali, come pensare che la scienza sia un’avventura per soli scienziati, anziché un bene per tutti. E qui spunta l’esempio paradossale dell’abate Mendel, che scoprì le leggi dell’ereditarietà ma le tenne rinchiuse nei cassetti della propria scrivania. Tra questi due tipi di errore, la gestione della società e la scarsa diffusione della scienza, si nasconde la soluzione per entrare in una dimensione nuova, quella che Greco e Silvestrini definiscono la gestione democratica della conoscenza. Ma che richiede due punti fermi. Il primo, riconoscere che il mondo non sta più cambiando: è già cambiato. E la grande crisi globale è lì a dimostrarlo. Se aggiungiamo che le risorse fossili su cui basiamo il nostro sviluppo sono destinate a finire (per il petrolio si è già accesa la spia rossa) è chiaro che il futuro ha i giorni contati. Non c’è bisogno di scomodare il catastrofico effetto serra per capire che è bene tentare un’altra strada. Greco e Silvestrini indicano una via ancora in costruzione: la strada della conoscenza e della condivisione del sapere, un sentiero in cui tutti, cittadini e scienziati, dovranno imparare a camminare con uguale passo. Ed ecco il secondo punto: comprendere che la scienza è un bene collettivo. E qui, forse, si trova la parte più delicata della proposta, perché richiede un cambiamento profondo, tale da coinvolgere la scuola, le aziende, i media. Scienza e società, insomma, non possono continuare a muoversi lungo strade parallele: devono iniziare a incrociarsi. Lo dimostra l’ormai famoso referendum sulla legge 40 dove milioni di cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su una vicenda della quale sapevano ben poco. Come spiegano Greco e Silvestrini la conoscenza è un’attività sociale, collettiva. Quello che gli scienziati apprendono deve diventare un bene prezioso per tutti. Per far questo, occorre ripensare la scuola dalle fondamenta, rivedere il ruolo stesso degli studenti (attori e non semplici comparse) e magari, come dice il fisico Giorgio Parisi, spingere gli scienziati a superare quella pigrizia che li spinge a studiare molto ma comunicare poco. Significa rivedere il ruolo dei media,. E significa spingere il mondo politico a porre la scienza in cima a ogni programma. Non potrà esservi alcuno sviluppo «equo e giusto» fino a che questa risorsa infinita, la conoscenza, non apparterrà realmente a tutti. Questione di economia. E di democrazia.

Corriere della Sera 26.8.09
Dalla circolazione del sangue all’elettrone: le indagini dei grandi scienziati che hanno riprodotto in laboratorio le «invenzioni» del mondo
Se il mistero della vita si nasconde nei numeri
Ignorati o contestati, sono la chiave per capire la Natura
di Edoardo Boncinelli


Nel celebre film di Ingmar Bergman, Il Settimo Sigillo, il nobile cavaliere Antonius Block, al ritorno dalle Crocia­te, s’imbatte nella Morte che è venuta a prenderlo e la sfida a una emblematica partita a scacchi. Che perderà, natural­mente, ma di sua volontà, per compie­re un gesto d’amore. Mi è venuta di re­cente in mente questa partita simboli­ca, con le sue diverse fasi, pensando al­l’operato di uno scienziato, grande o piccolo, consapevole o inconsapevole, e al suo lavoro sperimentale. Non la Morte, ma la Natura, è Colei che ogni sperimentatore invita spesso a un in­contro ravvicinato e a un serrato dialo­go, nel corso del quale tenterà di carpir­le qualche segreto — parziale, va da sé, e a prezzo di grandi sforzi — in un’este­nuante partita a due.

Ogni esperimento è infatti un’osser­vazione di uno o più fenomeni naturali in condizioni particolarmente favorevo­li per lo sperimentatore, perché questi si è preparato un terreno di osservazio­ne che gli si addice particolarmente e che gli facilita il compito, e dopo aver sistemato tutto alla meglio vi ha invita­to la Natura in persona, allo scopo di catturare qualche suo segreto o qualco­sa che a lui appare come un segreto. Non sempre ci riesce, ma qualche cosa gli rimane pur sempre in mano, se ha fatto bene i conti e se sa almeno appros­simativamente cosa chiedere, cioè se ha già un barlume di risposta. Sono so­lo quattro secoli che l’uomo ha comin­ciato a mettere in atto tale strategia, ma si direbbe che i risultati non sono mancati. I dieci esperimenti più belli da Galileo a Millikan di George John­son (Bollati Boringhieri, pp. 176, e 20, traduzione di Franco Ligabue) racconta appunto dieci di questi tentativi di capi­re qualcosa di importante, realizzati da altrettanti grandi sperimentatori del passato, da Galileo a Millikan, passan­do per Harvey, Lavoisier, Galvani e Vol­ta, Joule, Pavlov... Un libretto agile e svelto — pieno di fatti, di idee stantie da abbandonare e di nuove illuminazio­ni da corroborare — una vera boccata d’aria fresca in un mondo di chiacchie­re e di fosche elucubrazioni. L’autore avverte che gli esperimenti esposti potrebbero anche essere com­pletamente diversi — ogni classifica contiene inevitabilmente molto di arbi­trario — ma ciascuno degli esperimenti descritti è di eccezionale interesse e por­tatore di una grossa carica di novità, dal­la circolazione del sangue alla natura della combustione (e dell’ossigeno), dal­l’equivalenza fra energia meccanica e ca­lore alla determinazione della carica elettrica elementare dell’elettrone, dal­la natura dei colori che i nostri occhi rie­scono a percepire alla scoperta dell’elet­tricità animale. Su che cosa questi si­gnori hanno interrogato la Natura? Fon­damentalmente su due aspetti del rea­le, affini tra loro ma distinti: cioè su co­me «funziona» l’universo e su che cosa di particolare questo si è inventato nel tempo. Come dire fisica e chimica da una parte e biologia dall’altra.

Sul primo piano, ampiamente rap­presentato nella serie degli esperimen­ti scelti dal nostro autore, si cercano le leggi eterne in obbedienza alle quali il mondo è quello che è. Sul secondo, me­no rappresentato per evidenti ragioni storiche — la biologia è una scienza molto più giovane — si cerca di raffigu­rarsi, anche sulla base di disegni e illu­strazioni, come procede questo o quel fenomeno biologico, dalla circolazione del sangue appunto al funzionamento dei nervi e dei circuiti nervosi. Nel pri­mo caso le leggi sono universali ed eter­ne, nel secondo particolari e contingen­ti, oggetto della nostra autentica curio­sità e meraviglia. Determinare come ca­dono i gravi, qui o in qualsiasi altra par­te dell’universo, non è la stessa cosa di descrivere come circola il sangue, un’entità molto particolare presente con modalità diverse in gruppi di esse­ri viventi specifici.

La scienza moderna è nata con il me­todo sperimentale e con la pretesa di misurare, contando (come fece Mendel con i piselli o Newton con gli anelli di colore), pesando (come fecero i primi chimici degni di questo nome per indi­viduare la legge delle proporzioni defi­nite o come fece Galileo con il tempo) o calcolando a partire dai risultati di molte misure diverse (come fece Mil­likan per determinare la carica di un singolo elettrone utilizzando una stru­mentazione che oggi definiremmo pri­mordiale). Il paradosso della misurazio­ne — che il mondo antico aveva sostan­zialmente ignorato e che qualcuno an­che oggi tende a biasimare in omaggio all’assunto che «qualitativo è bello» e che la misura uccide il fenomeno — è che così si riesce a dare corpo a entità insospettate: gene, atomi, particelle ele­mentari. Il quantitativo diviene così qualitativo contribuendo a enucleare nuove entità fondamentali e discrete, la cui esistenza si poteva prima solo so­spettare. L’esperimento ideale è quello nel quale lo sperimentatore pone una domanda diretta alla Natura: «Le cose stanno così oppure in quest’altra ma­niera? ». Ciò non è sempre possibile — essenzialmente perché non sappiamo neanche noi bene che cosa chiedere— e può essere allora utile aggirare la pe­rentorietà della domanda chiedendo gentilmente se si può prendere qual­che misura. In un caso e nell’altro oc­corre farsi un’idea preliminare, imma­ginare come questa idea possa essere messa alla prova e farlo, in mezzo a mil­le difficoltà teoriche e pratiche, utiliz­zando i nostri sensi e il nostro cervello che non era certo stato concepito per questo, e sfidando scetticismi e gelosie di tutti i tipi. Perché quando un albero è ancora una piccola piantina tutti ten­tano di svellerlo e calpestarlo, mentre quando è divenuto grande tutti cerca­no di salirci su. E non ci sono sconti per nessuno. Nonostante tutto, poche cose sono affascinanti come un tête-à-tête con la Natura, per una notte o per la vita, senza contare che il cava­lier Block del film gioca per la propria vita, mentre lo sperimentatore gioca per la vita, o per la vita piena, di molti altri uomini, cosa di cui spesso non si rende conto nemmeno lui. 

Corriere della Sera 26.8.09
Venezia prima di Venezia
La fortuna bizantina di Torcello riscrive la storia della Laguna
di Arturo Carlo Quintavalle

Provate a immaginarlo il fi­lo della costa Adriatica at­torno al III o IV secolo, quando il delta del Po non sporge come oggi sul mare, quan­do il porto di Classe, presso Ra­venna, è affollato di navi anche se basterà un secolo, dal VI al VII, per rendere l’approdo di fatto im­praticabile. E poi c’è Torcello, un’isola della laguna, e poi c’è Gra­do, sempre sul mare, e poi ci sono in Istria Parenzo e Pola, e poi, qua­si alla fine della costa dalmata, c’è Spalato, palazzo-città costruito al­la fine del III secolo dall’imperato­re Diocleziano. La storia della zo­na settentrionale dell’Adriatico, fi­no alla Dalmazia è complessa e, per capire, bisogna ripercorrerla brevemente. Tutto inizia con la oc­cupazione romana del territorio che si consolida all’epoca di Augu­sto e che punta su alcuni centri, Ravenna col porto di Classe, Aqui­leia, Pola; poi la crisi dell’Impero determina per le città momenti difficili, dall’invasione di Alarico (401) a quella di Attila (452).

Intanto la chiesa cristiana modi­fica la struttura delle città coi suoi edifici religiosi nel IV, V e VI seco­lo, come provano il complesso di Parenzo e le basiliche di Aquileia, ma presto cominciano tensioni di­verse. Da una parte Teodorico, re dei goti, che domina a Ravenna dal 493 al 526, ariano, di fatto de­termina la duplicazione degli edi­fici di culto; dall’altra la presa del potere, con Giustiniano, dei bizan­tini che conquistano Ravenna e la costa dalmata; infine la venuta dei longobardi (568-569), invaso­ri ariani che recano con sé le fami­glie, in tutto forse 300.000 perso­ne, e che si stanziano nel territo­rio in modo permanente organiz­zandolo in ducati, uno a Cividale, nell’entroterra. Il rischio delle in­vasioni stimola il rafforzarsi di strutture urbane periferiche, dicia­mo da Grado ad Aquileia e a Tor­cello, dalle quali sembra sia sorta la stessa Venezia.

Finora le città, gli insediamenti cristiani, nascono quasi sempre su strutture romane, e basta ricordare Trieste o Pola per scoprire la forma romana della città nella quale si in­tegrano le grandi basiliche paleo­cristiane. Per Venezia i problemi so­no diversi. Secondo la ipotesi tradi­zionale la città, fondata, secondo la leggenda, nel 421, si sviluppa forte­mente nel IX secolo quando il doge Giovanni Partecipazio costruisce la prima chiesa di San Marco fra 829 e 832 chiudendovi le reliquie del santo rapite ad Alessandria d’Egitto; l’altra ipotesi, di Wladimi­ro Dorigo, è che Venezia abbia ori­gini romane e quindi sia stata da al­lora sempre abitata, come del resto mostrerebbero, nel suo tessuto, tracce delle insulae romane.

Gli insediamenti lungo la costa adriatica settentrionale usciti dal­la colonizzazione romana e, dopo, dal confronto con l’invasione lon­gobarda e dal dialogo con l’Impe­ro bizantino, raccontano le vicen­de di una storia complessa che sembra dividersi in due età diver­se, prima e dopo la conquista di Ravenna e delle zone costiere fino alla Dalmazia da parte di Giustinia­no nel VI secolo. Dunque vengono prima le basiliche di Aquileia e di Parenzo coi loro pavimenti musi­vi, con il sistema simbolico delle loro raffigurazioni legate alla tradi­zione dei pavimenti romani.

Le città della costa adesso sono fortificate: il mosaico del VI seco­lo a Sant’Apollinare Nuovo a Ra­venna mostra la città chiusa da mura che formano un cerchio, for­se simbolico, mentre altre mura circondano anche il porto di Clas­se con le grandi navi bizantine; e sono chiuse da mura tutte le città, fino a Pola e Zara e Spalato. Den­tro Ravenna Giustiniano propone una struttura a pianta centrale, il San Vitale, che evoca gli spazi sim­bolici degli edifici di Costantino­poli legati alla filosofia neoplato­nica, chiesa dunque come segno del cosmo, come la nuova Santa Sofia voluta dallo stesso Giustinia­no che sostituisce quella a pianta basilicale edificata nel IV secolo da Costantino. Dunque l’imperato­re bizantino propone una nuova riflessione sull’immagine che mo­difica la precedente tradizione tar­doantica. E dopo?

I longobardi abbandonano il credo ariano e si fanno adepti del­la chiesa di Roma ma saranno sconfitti da Carlo Magno nel 774, quando la penisola sarà annessa all’Impero, al rinato impero cri­stiano d’occidente del quale Carlo diventa sovrano nel Natale del­l’ 800 a San Pietro a Roma. Proprio Carlo però saccheggia Ravenna portando via marmi antichi, co­lonne, capitelli, per trasferirli ad Aquisgrana, la nuova capitale; e da Ravenna viene spostato anche il grande monumento di Teodori­co a cavallo che sarà collocato da­vanti al palatium nella nuova se­de dell’Impero. Adesso, nel IX se­colo, la prima chiesa di San Mar­co, forse già a pianta centrale, è stata edificata; l’altra, che vedia­mo, si data dal 1063, con modifi­che e trasformazioni ulteriori.

Venezia cresce, Torcello, forse fondata nel 452 dalle popolazioni di Altino che vogliono sfuggire agli Unni, progressivamente resta sempre più ai margini, ma non prima di avere lasciato prove di qualità altissima, come i mosaici del XII e XIII secolo nella contro­facciata e nell’abside della catte­drale.

Repubblica 26.8.09
Impotenza addio così il maschio trova la nuova giovinezza
Risolto il 99 per cento delle disfunzioni
"Ormai possiamo dire che è iniziata la rivoluzione sessuale anche per gli uomini"
di Anais Ginori


PARIGI - La rivincita del maschio. Come lui si vorrebbe: virile, potente, naturalmente infallibile. Le donne hanno avuto la loro rivoluzione sessuale negli anni Settanta, ora tocca a loro. Il diritto alla prestanza assoluta è mio, e me lo gestisco io. «Stiamo vivendo un momento storico, che definisce un´era». Philippe Brenot, psichiatra dell´associazione sessuologi francesi, non ha dubbi. Le manchevolezze maschili sono finite. Mai più quel silenzio imbarazzato condiviso con la partner insoddisfatta, in una camera da letto dalla quale si vorrebbe soltanto scappare. Adesso, annuncia Brenot, le terapie a disposizione arrivano a risolvere «il 99% delle disfunzioni sessuali». La brutta figura sotto le lenzuola è in via d´estinzione. «Fino a quarant´anni fa - ricorda lo studioso - si privilegiava un approccio psicologico nelle cure. Poi finalmente sono apparse le cure farmacologiche».
Senza scomodare Priapo, le danze propiziatorie, o le pozioni di alchimisti e ciarlatani del Medioevo, si sa che è la paura più ancestrale che esista. Nelle grotte, gli uomini preistorici disegnavano fino all´ossessione simboli fallici. Alla fine, torniamo sempre lì. Ma ora, ci dicono gli esperti, la medicina è in grado di cancellare quella insopportabile ansia che accompagna, in modo più o meno grave, un uomo su due. Dapprima furono le punturine a base di oppiacei inventate da un chirurgo francese con cognome premonitore: Ronald Virag. Nel 1982 pubblicò la sua scoperta sulla rivista scientifica "Lancet". Titolo, senza bisogno di traduzione: «Intracavernous injection of papaverine for erectile failure». Sedici anni dopo, Pfizer lanciò il Viagra. Oggi basta entrare in una farmacia (con prescrizione) per scegliere tra una vasta gamma di prodotti, con effetti secondari sempre meno fastidiosi. Anche le protesi in silicone sono state perfezionate al punto da «diventare invisibili e non condizionare la sensibilità», sempre secondo Brenot.
Forse ha davvero ragione Le Monde quando titola «Addio impotenza» sulla copertina del suo magazine in un lungo servizio, molto particolareggiato, sul funzionamento delle varie tecniche. «Di solito non parliamo così esplicitamente di sesso - spiega l´autorevole giornale francese - ma abbiamo pensato che fosse una buona notizia ed era giusto condividerla». L´altra buona notizia contenuta nell´imponente dossier è che gli uomini sono diventati infallibili a letto, ma non sono ancora dei robot. Il sesso, avvertono gli stessi esperti, non è un atto meccanico e serve quella scintilla erotica ancora misteriosa.
«Le pillole non bastano», sintetizza Marc Galliano, andrologo dell´ospedale Montsouris. Da qui, un paradosso di stretta attualità. L´antica fragilità sessuale degli uomini è stata finalmente risolta, ma il numero di giovani che bussano agli studi di andrologi è in continuo aumento. Ragazzi «iper-potenti», ma spaventati da un immaginario femminile mutato, con coetanee disinibite che non devono più fingere graziosamente. I medicinali fanno la loro parte, ma spesso si è comunque costretti a ricorrere a terapie psicologiche per superare la paralisi emotiva. «La verità - conclude Galliano - è che dopo queste due rivoluzioni sessuali, servirebbe una nuova educazione erotica». Non tutto è riducibile a una questione di vasodilatatori e testosterone. Non si sa ancora fino a quando, ma le donne restano il più grande afrodisiaco in circolazione. Per fortuna.

Repubblica 26.8.09
Vincenzo Mirone, urologo: attenzione "al fai da te"
"Ma senza il desiderio quei farmaci non funzionano"
L’effetto non si manifesta alla prima somministrazione, ma dopo aver preso sette-otto dosi
di Mario Reggio


ROMA - «Addio all´impotenza? L´affermazione è condivisibile, ma con equilibrio. I tre farmaci di cui disponiamo sono straordinari, ma non vanno assunti senza raziocinio, potrebbero non avere alcun effetto. Se non c´è il desiderio non funzionano».
Vincenzo Mirone è presidente della Società Italiana di Urologia e ordinario alla Federico II di Napoli.
È la vittoria del maschio?
«Io sarei molto cauto. È vero che Viagra, Cialis e Levitra hanno percentuali di successo attorno all´85 per cento e con le altre tecniche, quella chirurgica o le iniezioni di prostaglandine la percentuale si avvicina al 100 per cento. Ma ci sono alcuni aspetti da chiarire».
Quali?
«Inutile assumere il Viagra una volta sperando nel miracolo. L´effetto si manifesta dopo 8 o 10 somministrazioni. E sono numerosi i casi nei quali il maschio abbandona la terapia perché non vede effetti immediati».
Cosa serve allora?
«La disfunzione erettile è ormai una patologia definita e curabile in senso terapeutico. Ma prima serve una diagnosi medica. Perché spesso l´impotenza è causata da diabete, bassa percentuale di testosterone o ipertensione. Se non si individuano e non si curano prima le cause il miracolo non avviene. Quindi dopo i cinquanta anni un check-up andrologico è necessario».

martedì 25 agosto 2009

Repubblica 25.8.09
La complicità del silenzio
di Adriano Prosperi


Titi Tazrar è una dei cinque sopravvissuti al viaggio dei disperati. Ha 27 anni. E´ ricoverata all´ospedale di Palermo. La attende, lei e gli altri sopravvissuti, l´incriminazione per il reato di immigrazione clandestina.
I procuratori competenti per territorio non hanno alternative: non possono ignorare l´art. 10 bis del decreto sicurezza. Né possono ignorarlo gli italiani che vanno per mare. Sono le leggi che creano i reati; creano anche l´omertà, la volontà di chiudere gli occhi, la capacità di non sentire le grida di aiuto, di chi non vedeva i convogli di deportati del Terzo Reich e di chi navigando oggi nel mar di Sicilia ignora i barconi africani. Dietro la paura c´è il potere. Noi tutti dimentichiamo volentieri quanto l´opera del potere sia efficace nel modellare la pasta morale dell´umanità. Oggi in Italia il decreto sicurezza produce paura, produce morte, cancella le reazioni umanitarie. Bisogna cancellare il decreto, denunziarlo davanti al mondo, sperare nell´intervento di autorità esterne visto che non possiamo sperare in una rivolta del paese. Ma per ora, aspettando il processo e l´espulsione, Titi Tazrar è ancora in Italia. I giornalisti la cercano, lei risponde in uno stentato inglese. Una cosa ha detto che ci interroga tutti: «Sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia, ma in Italia. Voglio restare qui». A questa domanda si deve dare una risposta. Una sola. Titi deve restare qui, con gli altri superstiti. Perché al disopra della legge scritta c´è la giustizia, senza di che la legge è arbitrio, violenza, suprema ingiustizia. Chi ha attraversato l´inferno di quei pochi chilometri di mare senza trovare fra gli infiniti natanti che lo affollano un briciolo di umanità, chi ha visto finire a mare prima i bambini abortiti poi le loro madri poi tutti gli altri, non può essere rimandato al punto di partenza. Se accettassimo in silenzio questo esito saremmo complici di un infame gioco dell´oca. Titi e i quattro sopravvissuti con lei hanno conquistato un diritto.
Lei è partita per venire proprio qui da noi. E noi italiani scopriamo all´improvviso nella sua frase la risposta al problema che da giorni è al centro del confuso discorrere sul se e sul come celebrare il centocinquantesimo anniversario dell´unità d´Italia. Lo ha capito subito con una dichiarazione che gli fa onore il Presidente della Camera Fini quando ha detto che bisogna far sentire «l´Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani». Patria è la parola giusta. Oggi se ne parla guardando solo al passato. Ritengono alcuni che si tratta di ritrovare o di ribadire una specie di identità collettiva che avremmo ereditato perché qui siamo nati; argomento non di qualità diversa da quello di chi propone invece di sostituire all´Italia la sua piccola patria locale, il pezzo di suolo dove gli fa comodo vivere e di cui vorrebbe chiudere le porte agli altri. Ebbene, in questione non è l´indiscutibile appartenenza di fatto e di diritto della popolazione italiana a uno fra gli stati europei; né lo è il dovere delle nostre istituzioni di esplorare e commemorare e far conoscere le ragioni e i caratteri storici e culturali dell´esistenza del paese. Tutto questo è doveroso, ma non sufficiente.
Ciò che abbiamo ricevuto - dice una famosa massima di Goethe - dobbiamo conquistarlo perché possiamo dirlo nostro. Da noi la passività dell´eredità ricevuta è moltiplicata dagli abissi di ignoranza di un paese in preda all´analfabetismo di ritorno. Oggi il problema è ancora quello antico: la nazione come volontà e speranza di futuro. Un plebiscito di tutti i giorni, diceva Ernest Renan. A questo plebiscito aderisce oggi Titi Tazrar quando affronta il deserto e l´orrore in nome di una speranza e di un desiderio che ha nome Italia. Quanto a noi italiani, con lei e con tutto il suo popolo abbiamo un grande debito storico, una promessa non mantenuta. Titi è figlia di un popolo che fu unito a quello italiano nelle sofferenze e nelle miserie delle nostre guerre coloniali. Accanto agli eritrei hanno vissuto e combattuto tanti italiani, poverissimi come loro, spediti in guerra da una patria che stava nel cuore di uomini come il siciliano Vincenzo Rabito, autore dell´indimenticabile Terra matta, che come lui non riconobbero più la patria in quella "porca Italia" fascista che li mandava a combattere altri disperati come loro, ma che si riconciliarono poi con la riconquistata libertà del paese.
La storia della patria italiana è quella dei processi di integrazione che hanno portato le masse a diventare coscienti del loro essere l´Italia. Processi lunghi, difficili, spesso bloccati e rovesciati da scelte sbagliate. Se Cavour ebbe chiara coscienza del fatto che una volta creata l´Italia bisognava creare gli italiani, le lacerazioni e le violenze di una storia più che secolare hanno attraversato e ostacolato quel progetto, lasciando alla polemica clericale il facile compito di seminare tra le classi popolari delle campagne il discredito verso lo scomunicato Stato liberale. E si può ben capire che non fosse vissuto come patria uno stato che mandava l´esercito nel Mezzogiorno a piegare i cosiddetti briganti e nelle pianure padane la polizia a incarcerare gli scioperanti. Come disse Camillo Prampolini nel 1894, replicando in Parlamento all´accusa di Crispi ai socialisti di essere "senza patria", il problema era precisamente quello di dare una patria alla massa dei diseredati, ai braccianti di Molinella come ai contadini veneti guidati dai parroci che si affollavano sulle banchine di Genova. L´integrazione di quelle masse nella vita del paese richiese lotte durissime, passò attraverso lacerazioni profonde, costò l´immane bagno di sangue della prima guerra mondiale.
Oggi i loro nipoti non raccolgono più i pomodori nell´agro napoletano e loro eredi non sono costrette a lavori domestici e ad assistere vecchi e malati: sono liberi, liberi di studiare, viaggiare, sviluppare attività creative e produttive. Al loro posto sono subentrati quelli che sono per ora degli schiavi, dei ribelli, dei fratelli in spirito di Vincenzo Rabito, tentati come lui dalla ribellione allo sfruttamento disumano ma tentati ancor più dalla speranza di diventare i nuovi italiani. Davanti a noi c´è una alternativa: taglieggiarli con le sanatorie, chiuderli in centri di espulsione, oppure tentare la scommessa dell´integrazione. Con le plebi senza diritti del nostro passato, con quei contadini e operai tentati da una speranza che si chiamava rivoluzione proletaria e cancellazione delle patrie borghesi, l´integrazione è avvenuta: una imprevedibile svolta della storia ha portato un´Italia scalciante e urlante nel mezzo dello sviluppo civile del 900. È sulla base di questa consapevolezza storica che oggi si può dare un senso alla celebrazione dell´unità d´Italia guardando avanti, a una nuova e più coraggiosa integrazione.

domenica 9 agosto 2009

Il Tempo 7.8.09
“Il feto non può provare affetti il neonato sì”
Di Carlo Patrignani
(Agi)
Tutte le risposte del feto alle varie stimolazioni, come rumori e suoni, cui viene sottoposto a scopi sperimentali, sono tutte riconducibili solo a riflessi neurologici sottocorticali, in quanto la sua neurofisiologia è sostanzialmente differente da quella del neonato: il feto sia che muova una gamba o le braccia, lo fa solo per un riflesso neurologico, senza alcun contenuto affettivo. A parlare è la neonatologa dell'Azienda Ospedaliera Universitaria di Siena, Maria Gabriella Gatti, rimasta ‘molto colpita e perplessa’ di fronte ai risultati di un recente studio uscito sulla rivista 'Child Devolopment', a cura di un gruppo di ricercatori olandesi dell'Universita' di Maastricht, in base al quale il feto sarebbe in grado di 'memorizzare', dalla 30esima settimana di gestazione, uno stimolo esterno e con ciò di ricordare e quindi, ‘prima di nascere’, prenderebbero forma i ricordi. Così almeno si è letto circa i risultati dello studio: il punto è se la paternità dei risultati è dei ricercatori o se invece essi siano frutto di libere interpretazioni. Forse è più reale la seconda, che la prima ipotesi. Perché? "Ormai i più importanti studiosi di neonatologia - sostiene infatti la Gatti - concordano nel ritenere che la corteccia cerebrale sia deconnessa per la presenza di neurormoni con effetto inibitorio. Non solo in utero, ma anche nel passaggio del canale del parto, nonostante la compressione fortissima, non ci sono modificazioni elettroencefalografiche, come riportato da M.I.Levene in 'Fetal And Neonatal Neurology'. Ed il fenomeno dell'abituazione – nota ancora - cioè la modificazione dell'intensità del riflesso in seguito alla ripetizione del medesimo stimolo, è un fenomeno sottocorticale che non ha niente a che vedere con l'apprendimento, che richiederebbe la sincronizzazione e la cooperazione di molteplici aree cerebrali". Tradotto vuol dire che, secondo gli studi acquisiti, il feto reagirebbe ad ogni stimolo esterno per riflessi neurologici sottocorticali: sarebbe, nel pancione della mamma, ‘esistente’ ma non ‘vivo’. Tant’è che una compressione come quella che subisce il feto nel passaggio del canale del parto, sarebbe insopportabile se non letale per un adulto! "Le fasi Rem e Nrem che si delineano nel feto verso la 28esima settimana (lo dimostrano Spitzer White in 'Sleei And Brain Development - Clincis Perinatology') hanno - precisa la Gatti - la sola funzione di favorire la maturazione strutturale del cervello e la cosiddetta sinaptogenesi: la morfologia Rem e Nrem è specie specifica e diversa da individuo a individuo, quindi è del tutto arbitrario qualsiasi accostamento tra l'essere umano e l'animale". Bisogna attendere la nascita insomma per parlare di reazione ad uno stimolo che non sia riflesso neurologico sottocorticale? "Sì ci vuole la nascita per parlare di vita o meglio di vita umana - conclude la Gatti - quando, per reazione allo stimolo luminoso, attraverso la retina si attiva la corteccia cerebrale fino ad allora inibita e inizia la vita psichica, il pensiero ed una creatività legata alla memoria ed alla formazione delle immagini, come ha teorizzato lo psichiatra Massimo Fagioli".
(Il testo per come apparso pubblicato sulle pagine del quotidiano romano era privo dell'ultima frase: "come ha teorizzato lo psichiatra Massimo Fagioli".

lunedì 3 agosto 2009

Repubblica 3.8.09
Addio a Jervis
Lo psicoanalista e studioso è morto ieri, aveva settantasei anni
Negò il mito della devianza
L'antimaestro
Le sue critiche all'antipsichiatria e alle ideologie sessantottine sulla malattia mentale
Ha saputo studiare le complessità della scienza dell'anima senza dogmatismi
di Antonio Gnoli



Se penso a Giovanni Jervis immagino uno di quei volatili agili e maestosi che un tempo si vedevano nei documentari sulla natura. Era magro, alto, ossuto. La voce tagliente e controllata. Dotato di un´intelligenza che si staccava dalle cose per meglio cogliere i nessi, e decifrare i segni del nostro apparire. Cos´è stato Giovanni Jervis ora che è morto, ora che il suo pensiero sembra restituirci tutta l´inquietudine, la fantasia, l´impegno verso un oggetto, una disciplina, un sapere che in lui prese molte forme rigorose e nessuna inclinazione dogmatica? Se la scienza dell´anima ha molti padri, a cominciare da Freud, Jervis seppe coglierne la grandezza e i limiti, senza mai subire il fascino acritico dell´autorità. Era vigile ma non ossessivo, distaccato senza apparire disinteressato. Tutto quello che analizzava doveva e poteva essere passato al vaglio della ragione.
Questo vago sentore di fede illuminista non inganni: Jervis fu attratto dalla diversità, ma non fino al punto da esaltarne la condizione estrema del disagio. Dopo una laurea in medicina e la specializzazione in psichiatria e neurologia, Jervis iniziò, nella prima metà degli anni Sessanta, una stretta collaborazione con l´etnologo Ernesto De Martino. Gli piaceva immergersi in quel mondo magico fatto di irrazionalità e di credenze. Ma non per sentirsene parte integrante e gratificata, piuttosto per descrivere quanto complesso e sedimentato appare ciò che abbiamo dentro e che a volte chiamiamo inconscio altre ancora coscienza oscura. Fu a suo modo un singolare antimaestro. Schivo e ironico.
Ricordo che qualche anno fa pubblicò un volumetto che si intitolava Contro il relativismo, ne discutemmo pubblicamente. Gli dissi che mi aveva colpito il lungo ricordo personale di De Martino. Ed era come se egli avesse voluto riconoscere la grandezza del maestro e insieme prenderne le distanze postume, vedendo nel grande etnologo un campione di quel relativismo che Jervis criticava. Mi rispose che i maestri vanno amati e seguiti, ma senza trasformarli in miti ingombranti che offuscano la nostra intelligenza critica.
Così si comportò con Freud e la psicoanalisi, i cui effetti a un secolo di distanza riteneva fossero diventati più culturali che scientifici. E con lo stesso metro reagì nei riguardi di Franco Basaglia, col quale collaborò a tempo pieno nella comunità terapeutica di Gorizia nella seconda metà degli anni Sessanta. Fu quella una stagione rivoltosa, di grandi utopie psichiatriche, di "istituzioni negate", come recitava un fortunato titolo di un libro che avrebbe dovuto cambiare il mondo del disagio psichico e invece portò a una esaltazione della diversità, e della malattia mentale. Su questo versante Jervis criticò aspramente anche Michel Foaucault che aveva fatto della follia il più incredibile monumento alla devianza sociale. Lo definì "cattivo maestro", rilevando in quella definizione senza appello quanto di ideologico ci fosse nelle sue analisi.
All´antipsichiatria, era il 1975, Jervis reagì con un Manuale critico della psichiatria. Il libro non fu accolto favorevolmente da Basaglia, che si sentì chiamato in causa. Parole come "delirio" o "psicosi" andavano sfrondate dagli arbitri culturali e calate nella dura e tragica realtà degli individui che ne soffrivano. Trent´anni dopo sarebbe tornato su quegli argomenti con un libro scritto insieme a Gilberto Corbellini e dal titolo eloquente: La razionalità negata. Trent´anni dopo il giudizio su quel passato che non passava, su quel mondo ancora intriso di aria sentimentale e giustificativa, fu ancora più duro. Seppellendo l´antipsichiatria, Jervis seppellì anche il Sessantotto.
Eppure, egli non nacque "rivoluzionario" per finire conservatore. Negli anni che ha vissuto e che lo hanno visto spesso protagonista, Jervis si portò dietro il peso della ragione e le responsabilità che essa innesca, sotto forma di controllo e verifica dei fatti. Egli fu il risultato tardivo di un illuminismo alleggerito dalla fede per il progresso e dall´esaltazione dell´uomo.
Nel frattempo, molte cose ai suoi occhi erano precocemente invecchiate, molti miti tramontati. Per questo Johnny - così lo chiamavano gli amici - guardò con disincanto la fine del secolo e la nascita del nuovo. Non perse mai il gusto della discussione e dell´autocontrollo che ogni analista - esercitò anche questa professione - deve saper conservare. Il dolore non gli fu estraneo. Seppe mascherarlo. C´era stata la morte di un figlio e, come appresi anni dopo, quella tragica del padre partigiano, torturato e ucciso nel 1944 dai nazifascisti. Johnny aveva undici anni. Non imparò a odiare. Ma quella scena di violenza estrema e tutto ciò che agli occhi di un ragazzo poteva rappresentare, la raccontò in un piccolo e straordinario libro scritto "sottovoce".

Repubblica 3.8.09
L'incontro scontro con Basaglia
di Massimo Ammaniti


Si è purtroppo concluso il percorso umano e professionale di Giovanni Jervis, psichiatra e psicoanalista che ha rappresentato una figura critica nel panorama culturale e scientifico italiano. Jervis ha iniziato il suo lavoro di saggista nei primi anni ´60, quando si avvicinò alla psichiatria sociale americana che introdusse in Italia. Nel mondo asfittico della psichiatria italiana l´approccio della psichiatria sociale americana aprì una nuova prospettiva: il malato mentale non doveva essere recluso nei manicomi ma la sua condizione umana e psicopatologica doveva essere collocata all´interno del contesto sociale, che influiva sull´evoluzione del suo disturbo e ancora di più sulla cura. Naturalmente il bagaglio culturale di Jervis era ben più ampio della psichiatria e della sociologia americana, per intenderci quella legata all´effetto dell´etichettamento medico e sociale sulla condizione del malato mentale: aveva in precedenza collaborato con l´etnologo Ernesto De Martino, che aveva affrontato la malattia mentale in termini antropologici.
Partendo da questo retroterra era inevitabile che Giovanni Jervis si incontrasse con lo psichiatra Franco Basaglia che in quegli anni aveva iniziato il lavoro anti istituzionale all´Ospedale di Gorizia. Due personalità molto diverse, Basaglia e Jervis, che proprio recentemente, con Corbellini, aveva riletto in termini estremamente critici questa fase della psichiatria italiana.
Era più comprensibile che Jervis incontrasse successivamente la psicoanalisi, verso cui era stato inizialmente piuttosto negativo. Qui inizia un altro capitolo della sua vita, lasciato il mondo delle istituzioni psichiatriche inizia a insegnare all´Università, vaccinando i suoi studenti contro le affrettate conclusioni spesso dettate dall´entusiasmo. Sono anni in cui si avverte la crisi della psicoanalisi e Jervis si confronta da una parte col lavoro clinico che lo avvicina alla sofferenza dei pazienti e dall´altra con i vari modelli e con la sua affermazione come disciplina con una forte risonanza sociale. I suoi libri sulla psicoanalisi, non sempre condivisibili, sono sempre estremamente stimolanti soprattutto perché Jervis non cerca il consenso, anzi tende sempre a smascherare le facili illusioni anche teoriche a cui si ricorre per autorassicurarsi. Con spirito illuministico, nonostante il suo riconoscimento dell´importanza dell´inconscio, Jervis ha continuato a scrivere contribuendo a distinguere fra "pensare dritto" e "pensare storto", dal titolo di un suo libro recente.

lunedì 20 luglio 2009

Terra 19.7.09
Fa soffrire tanti curare per fiction
di Mariopaolo Dario


Su Repubblica si legge: «Grazie a Basaglia i malati sono persone», in relazione alla fiction che la Rai sta preparando. Appare alquanto singolare che si sia deciso di far divenire un'icona un personaggio che alla luce di una valutazione storica più equilibrata appare molto più controverso di quello che l'agiografia ufficiale voglia far apparire. In questo caso le forzature sono già annunciate: ad esempio la 180 non è opera di Basaglia che non voleva i reparti di degenza, i malati avevano già riacquistato il loro diritti con la legge Mariotti del 1968. Se rivediamo il programma Acquario del 1978 di Maurizio Costanzo, Basaglia dichiara che andando in manicomio non aveva visto nulla di quello che aveva studiato all'università. Come a dire che la schizofrenia, la depressione, i deliri, le allucinazioni, le crisi maniacali fossero un artefatto della psichiatria e non realtà drammatica sotto gli occhi di tutti. Il movimento di ridimensionamento dei manicomi era un fenomeno internazionale sia per un problema di costi che per la tendenza alla ricerca in psichiatria di nuove risposte terapeutiche. Solo in Italia si è arrivati all'abolizione totale anche se poi rimangono le strutture convenzionate con le loro lungodegenze a testimoniare quello che è ovvio e cioè che non sono i manicomi a creare la malattia mentale, né la cronicità, perché a più di trentanni dalla loro chiusura in Italia i due fenomeni non sono diminuiti ma anzi aumentati. La malattia mentale esiste e si porta appresso il suo carico di dolore, violenza, fallimento e ripetitività che spesso esita in cronicità. Basta soltanto leggere i giornali per rendersi conto che, prima dell'atto violento, nella storia del soggetto quasi sempre c'era un episodio di malattia psichiatrica mal diagnosticato o addirittura misconosciuto. Allora è necessario, tramite la forza della tv, "inventare" immagini buone da adorare acriticamente e non fatti storici da esaminare con rigore per mettere a fuoco i grandi limiti e i numerosi fraintendimenti della vicenda dell'antipsichiatria. I malati sono persone ma, se le situazioni di malattia non vengono diagnosticate, e poi possibilmente superate, se nessuno li cura, i malati rimangono malati, perché la malattia mentale non guarisce "sua sponte" e non individuata ed affrontata quasi sempre peggiora.