Sinistra radicale. «Anche la Cosa rossa ora deve accelerare»
di Eduardo Di Blasi
La candidatura di Walter Veltroni alla segreteria del Partito Democratico non è ancora ufficiale, ma, anche a sinistra del Pd, è già avvertita come un’accelerazione sulla quale riflettere. Si riflette, ad esempio, su alcuni «errori» commessi (come la lentezza nel mettere in piedi un processo costituente almeno parallelo a quello del Pd), e sulla prospettiva futura, che, con la candidatura di Veltroni, rischia in una qualche misura di erodere il consenso di quella futura costituente rossa.
Così il presidente della Camera Fausto Bertinotti, dopo aver riconosciuto a Veltroni «un grandissimo consenso» e «un profilo politico di un uomo che parla anche un linguaggio di un’innovazione generazionale di cultura politica», avverte: «Il cambiamento dipenderà dai grandi movimenti. Non credo per niente che ci sarà un principe che cambierà l’Italia». Rifondazione è d’altronde compatta su un punto che pare al momento di là da venire: «Non è scontato che il leader dell’Unione sia Veltroni». Pur rispondendo ad una logica evidente (si immagina ci saranno primarie anche in quel caso), il messaggio non è condiviso da diversi esponenti della costituente rossa. Carlo Leoni, vicepresidente della Camera espressione della Sinistra Democratica e amico di vecchia data del sindaco di Roma, afferma: «Walter è abituato a lavorare con uno schieramento ampio di centrosinistra, sa essere un interlocutore attento», per questo «avrei preferito si fosse candidato direttamente a fare il premier, più che come segretario, seppure forte, di uno dei partiti della coalizione». Anche il Verde Paolo Cento, appare favorevole: «La sua capacità di essere un elemento di coesione in una coalizione plurale non preclude la possibilità che da segretario del Pd non possa diventare poi il leader futuro della coalizione». Dall’altro lato, Francesco Caruso, deputato movimentista del Prc, spera «di non dover morire veltroniano».
Poi c’è il secondo punto: l’accelerazione. Il presidente dei Senatori del Prc Giovanni Russo Spena afferma: «Dobbiamo portare a termine in un tempo breve il confronto unitario della sinistra, già con una lista unica già alle elezioni del 2009». Leoni ribadisce: «Sinistra democratica e le altre forze di sinistra dovranno pedalare di più e con più spirito innovativo perché Walter, a differenza di altri, metterà sul Pd una cifra innovativa maggiore e noi non dobbiamo stare a guardare e se vogliamo raccogliere quell’elettorato di sinistra che comunque nel Pd non andrebbe, allora dobbiamo pedalare». Pietro Folena avverte: «Il Pd di Veltroni avrebbe una forza attrattiva molto maggiore di quella che ha oggi».
Repubblica 22.6.07
Garibaldi. Cosa resta del suo mito
A duecento anni dalla nascita
di Massimo L. Salvadori
Tra storia e retorica si è svolto il percorso di un eroe che comunque ha cambiato l'Italia
La sinistra ne ha fatto per lungo tempo un'icona, una bandiera contro l'oppressione
Walter Maturi, uno dei maestri della nostra storiografia e grande storico del Risorgimento, nel celebre saggio del 1930 su La crisi della storiografia italiana metteva in guardia con la sua sapida arguzia dalla "mania dei centenari". Non che avesse nulla contro di essi; ma ne temeva la deriva retorica, l´insinuarsi delle «tendenze agiografiche ed apologetiche, che la critica storica esorcizza con tanta tenacia». Orbene, siamo vicini ad un bicentenario che fa tremare le vene e i polsi: quello dell´eroe dei due mondi, nato a Nizza il 4 luglio 1807.
Come noto, con re Vittorio, Cavour e Mazzini, Garibaldi costituisce una delle massime icone del Risorgimento. Il suo mito personale superò ogni frontiera e si protrasse nel tempo diventando una bandiera contesa dai più acerrimi nemici. Dei quattro l´unico che per questo aspetto gli può essere accostato, pur senza raggiungerlo, è certamente Mazzini, il quale in vita e dopo fu anch´egli oggetto di ammirazione, amore e di culto su scala internazionale. Vittorio Emanuele II rimase un re tra tanti re. Cavour certo lasciò un´orma profonda non solo nel nostro paese; i grandi statisti della sua epoca ne capirono l´altezza, e anche insigni studiosi europei. Ma la stella di Garibaldi brillò come quella di nessun altro.
In un saggio del 1997 compreso nel volume da lui curato I luoghi della memoria. Personaggi e date dell´Italia unita, Mario Isnenghi così ha indicato efficacemente il prorompere del mito: «Quando, ormai quarantenne, torna dal Sudamerica in Italia per esser presente al grande appello del 1848 (...) Garibaldi è già un personaggio di notorietà sovranazionale (....). Le sue memorie corrono il mondo in diverse versioni e lingue. Narratori d´avventura quali Alexandre Dumas hanno già additato in quel combattente per la libertà dei popoli il nuovo vivente "moschettiere". Victor Hugo, Georges Sand e tutta una serie di personalità e leader d´opinione collaborano alla sua fama. Romanzo storico, romanzo d´appendice e teatro d´opera predispongono il secolo dei romantici a inverare i propri sogni in quel marinaio ribelle, condannato a morte dal suo re, ramingo da un continente all´altro, figura vivente di un´epica popolare». Ma quali furono i presupposti, i mattoni dell´immensa popolarità di Garibaldi, "pirata" sudamericano, condottiero di volontari che lo idoleggiavano, dittatore, mazziniano e poi duro critico della strategia di Mazzini, prima considerato dai sabaudi un terrorista e in seguito generale al servizio di re Vittorio, democratico repubblicano accusato da una parte degli stessi suoi di aver abbandonato la causa della democrazia e della repubblica nel momento decisivo del Risorgimento, costruttore della nazione italiana e sostenitore della libertà e dell´indipendenza di ogni popolo oppresso ma al tempo stesso internazionalista e fautore degli Stati Uniti d´Europa, massone e anticlericale, oggetto dei maggiori onori ma sdegnoso di tutte le "patacche" di cui non aveva bisogno, Cincinnato nella sua piccola Caprera ma cittadino del mondo e sostenitore della Prima Internazionale, dei diritti umani e sociali dei più deboli, oggetto di due opposte leggende: l´una quella dei suoi devoti e l´altra "nera" dei suoi denigratori in primo luogo cattolici? Quei presupposti, quei mattoni, il segreto dell´immenso fascino di Garibaldi che oltrepassa il suo tempo e il suo mondo sono da vedersi soprattutto negli atti di una vita spesa con tutte le forze al servizio dell´umanità ch´egli considerava la migliore: l´umanità dei variamente oppressi (e non stupisce perciò che quando venne accolto in trionfo a Londra nel 1864, la regina Vittoria non vedesse l´ora che quel poco di buono se ne andasse).
Garibaldi era ben consapevole di sé, di essere diventato un capitolo della storia universale, uno dei suoi eroi destinato a non tramontare. Quando lo riteneva opportuno, recitava anche la parte del solitario, sdegnoso degli onori del mondo e dei suoi riti. Ma seppe abilmente, con tenacia, contribuire al mito di chi, avendo iniziato come un "povero mozzo" una "vita tempestosa", come disse nelle sue Memorie, aveva visto se stesso divenire lo stendardo incarnato dei combattenti per la loro libertà in Sudamerica, in Italia, in Francia, nei Balcani, in Polonia, in Russia e ancora in altri paesi. Era un esempio e bisognava fare i conti con un´immagine da trasmettere. Assurto per i molti ferventi seguaci al ruolo di eroe per antonomasia, Garibaldi fu fatto oggetto di un vero culto, dando luogo persino a un mercato di cimeli. E vi fu anche chi lo dipinse mescolando i tratti di Gesù con i suoi.
Che dopo la sua morte le parti contrapposte degli italiani sia siano contesi Garibaldi non deve meravigliare. Accadde qualcosa di simile anche a Mazzini, ma non così in grande. Ed è soprattutto emblematico quanto accadde negli anni del fascismo, della Resistenza e dei primi anni della Repubblica. Per Mussolini, che aveva l´appoggio entusiastico di Ezio Garibaldi, l´eroe era uno dei suoi, un costruttore ante litteram dell´Italia risorta. All´opposto per gli antifascisti dell´emigrazione (e avevano ragione) Garibaldi era uno dei padri dell´ideale democratico repubblicano, un alfiere dell´emancipazione politica e sociale delle classi e dei popoli oppressi, un nemico dell´oppressione clericale. I comunisti poi si consideravano i figli prediletti del rosso eroe. La contrapposizione si rinnovò nel corso della guerra civile 1943-45. I comunisti costituirono le loro brigate ponendole sotto l´insegna di Garibaldi, e un´analoga operazione fecero reparti della Repubblica di Salò. Entrambe le parti invocavano un nuovo Risorgimento d´Italia. Dopo il 1945 si rinnovò in grande stile la vicenda, che non aveva mai avuto fine, dell´uso contrapposto dell´icona. Il Fonte popolare costituito da socialisti e comunisti eresse a suo emblema ufficiale la gran testa di Garibaldi e ricoprì con i suoi manifesti i muri del paese. Dallo schieramento avverso si rispose in una duplice chiave: da un lato in luogo del Garibaldi di un tempo che confondeva i tratti del proprio volto con quelli di Gesù i manifesti anti-Fronte mostrarono un Garibaldi i cui tratti si sovrapponevano a quelli di Stalin, dall´altro si raffigurò il condottiero a cavallo che guidava la carica delle vere camicie rosse contro uno spaventato Togliatti, servo dello straniero russo, messo in fuga. Così la vicenda di Garibaldi ha costituito un aspetto assai significativo, uno specchio eloquente delle "divisioni d´Italia".
Siamo, dunque, a celebrare, duecento anni dopo, la nascita dell´eroe dei due mondi. Freschissimi di stampa sono appena apparsi due libri interessanti. Il primo è Giuseppe Garibaldi tra storia e mito, a cura di C. Ceccuti e M.Degl´Innocenti, Lacaita editore, a cui ha collaborato una serie di studiosi e nel quale i temi da me sommariamente indicati vengono ben analizzati; il secondo è Camicie rosse. I garibaldini dall´Unità alla Grande Guerra, di E. Cecchinato, edito da Laterza. Ora seguiranno altri lavori. Ed è da augurarsi che almeno gli studiosi si ispirino all´aurea raccomandazione di Maturi.
Corriere della Sera 22.6.07
Il Secolo Lungo
Dalla Parigi del 1789 al crollo del Muro i nuovi confini della contemporaneità
di Paolo Macry
Probabilmente sarà sempre più difficile rispondere alla domanda che — prima o poi, meglio se nelle chiacchiere del dopocena — ogni storico si è sentito rivolgere: ma quando comincia l'età contemporanea?
Fino a un paio di decenni orsono, l'enigma veniva risolto con rimandi più o meno sbrigativi al 1789, alla rivoluzione industriale, al Congresso di Vienna. E nessuno aveva da ridire. Quelle scansioni cronologiche individuavano le radici del presente nei decenni del tardo XVIII e del XIX secolo, quando l'Europa aveva maturato e talvolta esportato il proprio modello politico e sociale. Ovvero lo Stato-nazione, il sistema rappresentativo, la politica professionale, il mercato, il welfare. Cuore pulsante della contemporaneità era un "lungo Ottocento" compreso tra la Rivoluzione Francese e il 1914. Qui avevano preso forma compiuta le identità occidentali, la potenza della Germania prussiana, l'impero mondiale della Gran Bretagna, il nazional-civismo della Francia, il Risorgimento italiano, la Frontiera americana. Nel grande incubatore erano nate le ideologie politiche del socialismo e del nazionalismo che, dopo lenta mutazione genetica, sarebbero esplose drammaticamente qualche decennio più tardi.
Nell'Ottocento, francesi e tedeschi si erano scontrati sui campi di battaglia, preparando l'interminabile resa dei conti del secolo successivo. Nell'Ottocento, aveva fatto la sua comparsa la società di massa che sarebbe approdata ai raduni nazisti di Norimberga e al consumismo americano.
E, significativamente, è su questa cronologia che hanno insistito alcune delle più rilevanti interpretazioni storiografiche emerse nel secondo dopoguerra. L'idea di Arno Mayer delle due guerre mondiali come estrema reazione antimoderna di un Ancien Régime, ancora forte nell'Europa fin de siècle e deciso a vendere cara la pelle. La critica di Karl Polanyi ad un'utopia liberale che, nata nell'Inghilterra di Smith e Malthus, avrebbe prodotto distruttive lacerazioni sociali e, infine, il ritorno del protezionismo statale. Il dibattito sulle peculiarità della storia tedesca, il Sonderweg. L'indagine di George Mosse sulle origini culturali (ottocentesche) della «nuova politica » hitleriana. E via dicendo.
Oggi, tuttavia, le cose si vanno complicando e rispondere alla classica domanda sulle origini del presente diventa meno scontato. A torto o a ragione, gli avvenimenti di fine Novecento sembrano catapultare il senso comune e gli stessi storici fuori dai recinti abituali. La fine dell'Urss ha permesso di ricucire l'Europa orientale a quella occidentale, riscoprendone caratteri e periodizzazione, dopo decenni di cortina di ferro. La questione musulmana sollecita gli studi su una civiltà islamica assurta a rilevanza mondiale già dai tempi del medioevo europeo. Il protagonismo di India e Cina accende l'interesse per i grandi imperi asiatici, stravolgendo ulteriormente le scansioni cronologiche del Vecchio Continente.
Una geopolitica fluida come non mai sembra in grado di svuotare le tradizionali coordinate occidentali di tempo e spazio, mettendo in crisi l'idea dell'Europa come unità di misura del mondo. Gli studi analizzano ormai territori sconcertanti come l'Afro-Eurasia. Il Mediterraneo viene indagato in quanto luogo di scambi materiali e culturali fra continenti. L'Atlantico diventa il Black Atlantic di Paul Gilroy, popolato da africani e caraibici, frutto di plurisecolari migrazioni. Sebbene indispensabile, «il pensiero europeo è allo stesso tempo inadeguato per riflettere sulle esperienze di modernità politica delle nazioni non occidentali », ha scritto Dipesh Chakrabarty.
Accusata di etnocentrismo, la storiografia europea è assediata dalla world history, dalla global history, dalla storia dell'ambiente, dalle analisi post-coloniali, dai subaltern studies.
Approcci molto diversi che hanno in comune una scala territoriale e una cronologia incompatibili con l'idea otto-novecentesca della contemporaneità. Andando alla ricerca del vantaggio competitivo di cui gode l'Occidente, Jared Diamond finisce per fare una «breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni», come recita il sottotitolo italiano di un suo libro di successo. Analizzando lo «scambio colombiano» di generi alimentari e malattie funeste tra Europa e America, Alfred Crosby costruisce movimenti che si distendono lungo molti secoli e che approdano alle basi biologiche della geopolitica.
Ma questo radicale spostamento di orizzonti può significare cose molto diverse. O che i processi emersi in Occidente tra XVIII e XX secolo si vadano realmente esaurendo. Che, insomma, la grande cesura degli ultimi due decenni sia effettiva e imponga agli studiosi la ricerca di altre radici e di altri nessi. O che un'attualità particolarmente dinamica influenzi l'opinione pubblica e gli stessi storici in modo fin troppo pervasivo, legandoli mani e piedi al presente, amputando di netto ogni lettura storicistica del mondo, enfatizzando eccessivamente le discontinuità. Dopo tutto, si sente dire, cos'ha in comune con Tocqueville, con Saint-Simon o con Mazzini questo nostro mondo della post-democrazia, del post-nazionalismo, del proletariato migrante?
Le suggestioni del presente, tuttavia, non sono mai state un buon viatico per vedere lontano. Oggi sarebbe ingenuo rifiutarsi di aprire il senso europeo del passato a spazi e cronologia di altri popoli, culture e continenti. E nessuno vorrà più indicare nel 1815 del principe di Metternich l'inizio di un'epoca che, nel frattempo, ha spostato a migliaia di chilometri da Vienna l'asse del mondo. Ma questo neppure significa che la stagione sette-ottocentesca del «trionfo europeo» abbia esaurito ogni influenza. Di quella stagione resta l'eredità dei diritti individuali, civili e sociali. Una partita ancora da giocare, in molte parti del globo, e dagli esiti tutt'altro che scontati.
il manifesto 22.6.07
La tentazione Walter e la resistenza degli ex
«Fabio, ci ritroveremo». La profezia di Veltroni non incrocia i progetti di Mussi, Salvi e Angius. A meno che non sparigli
di Andrea Fabozzi
«Cosa cambia per noi con Veltroni alla guida del Pd? Cambia che con Veltroni ci si può parlare. Senza essere intercettati». La battuta è di Cesare Salvi, uno dei due maggiorenti di Sinistra democratica assieme a Fabio Mussi. Ma caduta la linea con Fassino e D'Alema, il problema per gli ex diessini è che stavolta sarà Veltroni a telefonare ai quadri intermedi di Sinistra democratica. I suoi uomini lo stanno già facendo. Potendo contare sul fatto che non pochi di quelli che ora seguono Mussi, in un passato non lontano tifavano Walter.
Può riuscire a Veltroni l'operazione richiamo? Come risponderanno quei compagni che hanno alle spalle meno di due mesi di vita autonoma dalla Quercia? Pietro Folena che lasciò i Ds per Rifondazione due anni fa, al momento teme che il sindaco di Roma possa essere «un concorrente temibile anche a sinistra». Franco Grillini che invece dalla Quercia è uscito da poco per rafforzare con Gavino Angius l'ala destra di Sd denuncia il «fortissimo pressing affinché si torni nel partito democratico guidato da Veltroni». Pressing al quale al momento ufficialmente si resiste. Anche perché «non possiamo fare la politica delle porte girevoli» dice Grillini. La manovra veltroniana può dare risultati a più lungo termine, per trattenere quelli che avevano in animo di abbandonare la Quercia dopo le primarie di ottobre, se si fosse trattato di scegliere tra Bersani e Franceschini. A meno che Veltroni non decida di sparigliare, come può far sospettare il fatto che si sia preso quasi una settimana per preparare il discorso di accettazione della candidatura. Discorso che andrà a fare a Torino. gesto di estrema cortesia per Piero Fassino.
Ieri pomeriggio Fabio Mussi e Walter Veltroni si sono parlati a lungo e in pubblico, in prima fila nell'aula magna della pontificia università lateranense durante un convegno. Su cosa si siano detti gli entourage mantengono il segreto, ma non vuol dire che si siano detti qualcosa di impegnativo. Certo tra i due c'è sempre stato un rapporto affettuoso, meno intenso ma per questo meno spigoloso di quello tra D'Alema e Mussi. «Continuerò ad essere amico di Walter», disse commosso Mussi nel suo discorso di addio al congresso di Firenze dei Ds, due mesi fa. «Caro Fabio ci ritroveremo» profetizzò immediatamente dopo Veltroni. Ma non adesso. Non ancora adesso che Mussi è impegnato a costruire il partito della Sinistra democratica tessera dopo tessera, prima se non di di più dell'unità a sinistra. Quella profezia veltroniana i «mussiani» la ridimensionano: «Ci ritroveremo, certo. Alleati nell'Unione».
«Personalmente non ho mai avuto tentazioni veltroniane», può rivendicare Salvi che nel 2000 contro Veltroni segretario I care fece persino una corrente. E spiega: «A Walter auguro tutto il bene, ma è evidente che per i dirigenti del Pd è la scelta della disperazione. Fanno adesso quello che dovevano fare tre anni fa per tentare di salvarsi dalla crisi dell'Ulivo e del governo. Ma il veltronismo con noi non c'entra niente né in termini di identità né di programmi». A cominciare, nota la deputata toscana di Sd Marisa Nicchi, dall'elezione diretta del premier che Veltroni sembra aver messo addirittura come condizione per accettare la candidatura «mentre noi ci teniamo stretta la vittoria nel referendum costituzionale».
Se a questo punto Veltroni può dare un sollievo a Sinistra democratica è proprio perché rianimerà il Pd, quando già dalle parti della sinistra radicale si temeva di veder fallire quel progetto che resta in fondo la ragione vera dell'unità a sinistra. Nemmeno Gavino Angius che pure nella battaglia congressuale abbracciò tutte le critiche di Veltroni al modo in cui si stava costruendo il Pd è disponibile a fare marcia indietro: «Non risolve i problemi del Pd né sulla laicità e nemmeno sul legame con i socialisti europei». A meno che, aggiunge Alberto Nigra che con Angius è in sintonia, «Veltroni non cambi del tutto il Pd e punti a farne il nuovo Ulivo, allargando il progetto per mirare non al misero 20% messo insieme da Margherita e Ds ma davvero al 40%». A meno che.
Liberazione 22.6.07
Daniel Kahneman: «Seppelliamo l'economia classica con le emozioni»
di Luca Tancredi Barone
I comportamenti umani condizionano anche scelte basate su parametri razionali. Ne parliamo con lo psicologo israeliano, docente a Princeton e Premio Nobel nel 2002 per aver integrato i risultati della ricerca psicologica nella scienza economica
Gira per l'Europa senza uno spicciolo in tasca neppure per la mancia al tassista. All'università non si è mai sognato di fare corsi di economia. In matematica dice di essere stato mediocre. Fin da piccolo la sua vocazione era la psicologia, benché non sappia ancora spiegare se per la «continua esposizione a pettegolezzi interessanti», o se il suo «interesse per il pettegolezzo fosse indice di una vocazione che stava sbocciando».
Come che sia, questo mite e modesto settantatreenne è l'uomo che ha rivelato al mondo il volto umano dell'economia. Si chiama Daniel Kahneman e ha vinto il Nobel per l'economia nel 2002
«per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica». Cioè per aver seppellito per sempre l' homo oeconomicus , l'agente razionale dell'economia classica, con la forza delle emozioni, dei sentimenti e delle paure dell' homo vero .
Questa settimana era a Roma per ricevere una laurea honoris causa (la sua terza in Italia) in psicologia dall'università La Sapienza e per partecipare a un convegno organizzato in suo onore da Mario Bertini (uno dei massimi esperti di psicofisiologia del sonno): «Psicologia ed economia della felicità: verso un cambiamento dell'agire politico».
Nato a Tel Aviv quando ancora Israele non esisteva, di famiglia ebreo-lituana ma residente a Parigi, Kahneman ha avuto una vita molto avventurosa. I primi anni europei furono ovviamente quelli terribili dalle persecuzioni naziste. Dopo aver studiato in Israele, su suggerimento dei suoi professori, si trasferì negli Stati Uniti per farsi le ossa prima di tornare a casa. E alla fine, dopo aver girato per le università di mezzo mondo, oggi è a Princeton, dove insegna economia comportamentale, disciplina di cui è considerato il padre.
Fin da piccolo il giovane Daniel era affascinato dall'imprevedibilità degli esseri umani: a soli sette anni, ad esempio, fu segnato dall'incontro con un soldato delle Ss - le peggiori, gli avevano insegnato - che non si accorse che quel bimbo era un ebreo in giro oltre l'ora del coprifuoco e vedendolo inaspettatamente si mise a piangere, pensando a suo figlio lontano. «Tornai a casa - ricorda - più sicuro che mai che mia madre aveva proprio ragione: gli uomini sono infinitamente complicati e interessanti».
Professor Kahneman, la sua carriera è iniziata con la psicologia.
Ho iniziato a interessarmi degli errori molto presto. A 20 anni facevo lo psicologo nel neonato esercito israeliano. Il mio compito era selezionare i candidati per la scuola ufficiali. Mi accorsi ben presto che, sebbene fossimo conviti di sapere sempre chi sarebbero stati i buoni e i cattivi ufficiali, queste previsioni non corrispondevano mai alla realtà. Ne rimasi molto impressionato e fin da allora chiamai questo fenomeno illusion of validity , l'illusione di sapere qualcosa che non sai: utilizzando un unico elemento ci formiamo un giudizio su una persona. Ma un unico fatto non basta per una previsione a lungo termine.
La cosa interessante è che questo errore lo fanno anche gli esperti.
Infatti. Nel 1971 pubblicammo una ricerca sugli errori commessi dagli statistici. Anche loro ritenevano di poter trarre informazioni affidabili da campioni troppo piccoli di dati, ed io stesso - che ero un esperto di statistica - mi accorsi di commettere lo stesso errore. Grazie a un questionario, dimostrammo che quando ragionano intuitivamente, anche gli statistici commettono errori.
Nella sua autobiografia disponibile in rete, lei dedica al suo grande amico Amos Tversky, morto nel 1996 di cancro, parole molto toccanti, ricordando quanto lavorare assieme a lui sia stato proficuo, gratificante e persino divertente. Come avete iniziato a collaborare?
Per tanti anni abbiamo studiato assieme gli errori che si commettono pensando nell'incertezza, pubblicando nel 1974 su Science una ricerca che divenne piuttosto famosa: ritenevamo che sapere quali fossero gli errori sistematici nelle previsioni intuitive fosse un tema interessante anche al di fuori della psicologia. Amos era un esperto di decision making : lui propose di lavorare su questo tema con lo stesso spirito con cui avevamo studiato gli errori di giudizio. Di nuovo osservammo regolarità molto semplici che fummo tanto fortunati da identificare ma che altri avevano ignorato. Fu questo che ci portò a scrivere un articolo divenuto importante. Decidemmo di pubblicarlo su una rivista di economia, non perché pensavamo di influenzare il campo dell'economia, ma solo perché allora quella era la migliore rivista per pubblicare un articolo sul tema. Alla fine risultò strategico averlo fatto, anche perché gli economisti prendono sul serio solo i lavori pubblicati sulle loro riviste.
Qualcuno allora non capì l'importanza del vostro lavoro, come quel filosofo americano che le disse a un party che non gli interessava "la psicologia della stupidità". Ma fu così che iniziò la sua carriera di economista…
In realtà fu grazie a Richard Thaler, allora un giovane dottorando, il quale pensava che le nostre idee potessero aiutarlo a spiegare i punti deboli della teoria economica standard. Iniziò a lavorarci e nacque quella che oggi si chiama economia comportamentale. Lui è il guru di questa disciplina. Io ho preso il Nobel grazie a lui, perché ha sviluppato le mie idee e le ha rese influenti nel campo dell'economia.
In che modo?
Esisteva una teoria molto potente su come gli esseri umani prendono le decisioni, quella dell' homo oeconomicus , risalente addirittura a un saggio scritto nel 1738 da Daniel Bernoulli. L'ipotesi molto semplice - ma falsa - era che quando le persone prendono una decisione e considerano i possibili risultati, la prendono valutando quanto ricaveranno una volta che venga risolta l'incertezza. Solo che le persone non ragionano davvero così: in realtà tutti noi ragioniamo sui guadagni e sulle perdite, ma non su quanto saremo ricchi. Sembra una differenza piccola, ma è enorme! E la ragione è che non pensiamo ai guadagni e alle perdite in maniera simmetrica: ci bruciano molto più le perdite. E questo rende le persone molto più conservatrici di quanto non preveda la teoria standard.
Però le persone rischiano lo stesso…
Perché succede un'altra cosa: a tutti esageriamo le nostre aspettative di successo. In una parola, siamo ottimisti. L'ottimismo è una delle illusioni cognitive più profonde (ad esempio, più del 90% delle persone pensa di guidare meglio della media). E' la combinazione di questi due errori che regola l'ammontare del rischio accettabile, non la massimizzazione del profitto (come accadrebbe se fossimo pienamente razionali).
Esistono esempi in cui l'economia comportamentale si sta dimostrando affidabile?
Credo che il principale successo sia nel campo dei comportamenti previdenziali in America, dove vige un sistema privatistico: la teoria classica degli agenti economici perfettamente razionali non è in grado di spiegare le scelte degli americani. Thaler ha messo a punto un programma di risparmio non standard in cui si propone di incrementare gli accantonamenti non subito, ma solo a partire dal primo aumento di stipendio: se si vuole si può destinare fin da subito il 2% dell'aumento al fondo di accantonamento. E così ogni volta che si avrà un aumento fino a che non si decida di interrompere. Per effetto di questa proposta, il tasso di accantonamento è passato dal 3% all'11%: impensabile per le teorie economiche standard. L'anno prossimo la metà dei grandi datori di lavoro americani offrirà questo programma.
Recentemente si è interessato anche di politica estera, con un articolo sulla rivista Foreign Policy . Sostenete che nei conflitti i "falchi" hanno molte più chance di farsi ascoltare che le "colombe". Come mai?
Alcuni anni fa feci un elenco delle distorsioni statistiche e degli errori di pensiero studiati dagli psicologi. Fui molto sorpreso: tutti gli errori del mio elenco avrebbero favorito nei conflitti l'approccio più aggressivo e sfavorito quello più propenso alla mediazione. Uno dei più importanti errori commessi dai responsabili delle decisioni politiche è la tendenza ad essere troppo ottimisti: si crede di poter controllare gli eventi su cui invece non si ha alcun controllo. Ogni qual volta che inizia una guerra, si può essere sicuri che ci saranno generali e politici troppo ottimisti in almeno uno dei due campi, se non in tutti e due. E questo ottimismo - la guerra in Iraq è un ottimo esempio, ma succede in tutte le guerre - ha un costo nel conflitto che viene sistematicamente sottostimato da entrambe le parti.
• il documento finale dell'Assemblea costitutiva della SInistra europea in Italia tenutasi il 16 e il 17 giugno:
Ordine del giorno finale della
Assemblea nazionale della Sinistra europea in Italia
Roma, 16-17 giugno 2007
Assemblea nazionale della Sinistra europea in Italia
Roma, 16-17 giugno 2007
L’Assemblea nazionale della Sinistra europea in Italia approva la dichiarazione comune e la carta generale delle regole, sottoposte alla consultazione delle reti e al dibattito di questa Assemblea. Essi costituiscono i documenti posti alla base della nostra assemblea costitutiva.
Dichiara come primi impegni della nuova attività della Sinistra europea in Italia le seguenti campagne:
• per l’accertamento della verità politica sulle responsabilità politiche ed istituzionali nonché le trame internazionali per i fatti di Genova 2001, ovvero la repressione violenta e premeditata contro un grande movimento democratico. In questo senso, ribadiamo che la Commissione parlamentare sui fatti di Genova non è rinviabile. Così come non è accettabile che venga riproposto di svolgere il G8 nel nostro Paese.
• Al fianco dei comitati e della popolazione vicentina contro la nuova base militare. Quella decisione, non condivisa o concordata con le forze di sinistra nella maggioranza, non ci impegna. Tanto più perché non è condivisa dalle popolazioni. Chiediamo, assieme alle cittadine e ai cittadini di Vicenza, una consultazione popolare vincolante e l’apertura di una trattativa. Stessa cosa vale per la TAV, il NO Mose, le altre mille vertenze territoriali. Siamo con il diritto e con le popolazioni, come ieri a Scanzano. Fino in fondo. Fino alla disobbedienza civile. I parlamentari della Sinistra europea, i suoi rappresentanti nelle sedi istituzionali sono impegnati ad essere al fianco dei cittadini di Vicenza, ad essere presenti nei presidi permanenti, a partire dai prossimi giorni.
• Sarà impegno della Sinistra europea contribuire a una iniziativa generale per il superamento dell’attuale modello economico – produttivo verso un modello ecocompatibile, che si ponga come obiettivo primario il benessere dei viventi su tutto il pianeta, senza distinzione di latitudine e garantito nel tempo. Operando per la massima efficienza e sobrietà nell’uso delle risorse naturali e riducendo consistentemente i processi distruttivi come la combustione per affrontare le grandi emergenze climatiche ed ambientali accompagnate dalla mercificazione dei beni comuni primari: aria, acqua, terra, energia. Favorendo la creazione di tanto lavoro buono e compatibile e l’incontro tra i grandi movimenti mondiali per la salvaguardia dell’ecosistema e le vertenze territoriali contro le grandi opere e i megaimpianti finalizzati prevalentemente a favorire le rendite finanziarie.
• Si è svolta ieri una grande manifestazione popolare: il Pride. Questo popolo parla a tutta l’Italia. Parla di un rinnovamento culturale del costume, dei diritti. Parla della laicità, del contrasto ad ogni forma di intolleranza, di discriminazione. Parla del riconoscimento delle differenze, del contrasto ad ogni forma di fondamentalismo o di Stato etico, di controllo sui corpi. Vogliamo rilanciare la sfida per l’estensione dei diritti, le unioni civili, contrastare con forza l’omofobia.
• Riconosciamo nella War On Drugs una strategia fallimentare che in questo decennio ha alimentato guerre e mafie globali senza ridurre né la produzione né il consumo. La Se chiede al governo Prodi di superare così come prevede il programma dell’Unione l’attuale legge in vigore sulle droghe in Italia, e parteciperà alle mobilitazioni che si terranno a Vienna nel 2008/9 per contestare l’operato dell’Onu sulle droghe.
• Intendiamo promuovere una grande campagna di civiltà che riguardi i diritti dei migranti, a partire dall’abrogazione Bossi-Fini, la cancellazione dei CPT, una nuova legislazione, a partire dall’asilo politico e dal diritto di voto passivo e attivo.
• Siamo dentro il conflitto sociale e partecipiamo pienamente alle mobilitazioni per aprire la stagione di risarcimento sociale che il Paese attende: salari, pensioni, lotta alla precarietà, casa, estensione del welfare e modifica nel profondo del suo modello.L’abolizione dello scalone è un impegno del Governo. Va realizzato subito e senza sostituirlo con meccanismi graduali che portano al medesimo risultato. Aumentare pensioni minime e basse è necessario in un Paese come l’Italia dove oltre i 2/3 dei pensionati prende meno di 700 euro al mese. Si vuole l’equità? Si cominci a colpire rendite e privilegi, a partire dalle liquidazioni d’oro e dalle pensioni d’oro dei grandi manager e dai vitalizi dei parlamentari.
E’ strategica la lotta alla precarietà, per il lavoro stabile, la sicurezza del lavoro. L’Italia è il Paese con il più alto numero di morti sul lavoro. Servono controlli e sanzioni. Serve la prevenzione. E la prima prevenzione è modificare le norme che hanno esteso la precarietà, tolti diritti e tutele, intensificato i ritmi e lo sfruttamento. La lotta alla precarietà parla ai giovani di questo Paese impossibilitati ad un progetto di futuro dalla condizione generale della precarietà che riguarda il lavoro tutto, quello manuale, quello intellettuale, quello creativo, la produzione artistica. Intendiamo rilanciare l’iniziativa per il reddito di cittadinanza, il salario sociale, il superamento dei contratti precari, la riduzione dell’orario di lavoro.
• Il salario è poco. E’ stato perso troppo di potere d’acquisto. Sinistra europea lancia una grande campagna a sostegno del rinnovo dei contratti, a partire da quello dei lavoratori metalmeccanici. Nessun accordo al ribasso, nessun accordo senza sentire i lavoratori in maniera vincolante in questa fase cruciale del confronto fra governo e sindacati. Il governo faccia la sua parte. L’extragettito, frutto anche del contrasto all’evasione, vada al risarcimento sociale e non il residuo, dopo aver accontentato le tecnocrazie di Bruxelles e le lobbies di potere in Italia. Con il cuneo fiscale hanno avuto le imprese, oggi tocca ai lavoratori.
• Vogliamo lo smantellamento dell’impianto di fondo dell’autonomia scolastica e per il completo smantellamento della cosiddetta riforma Moratti. Siamo per affermare a tutti i livelli la conoscenza come bene comune, il ruolo pubblico dell’istruzione e il contrasto alla mercificazione del sapere, al sostegno alla privatizzazione della scuola, alla precarietà .
• Vogliamo lanciare una grande campagna per la sicurezza e la legalità. Non la versione securitaria fatta propria da alcuni sindaci, anche di centro-sinistra, i cosiddetti “patti per la sicurezza” che sono la caccia al diverso e l’implementazione dell’emarginazione. Innanzitutto, pensiamo a una grande campagna contro la violenza alle donne, che contrasti il suo dilagare, nell’ambito familiare, così come in quello del lavoro e nella società.
• Rilanciamo la centralità di un nuovo meridionalismo e della sua connessione con i popoli del Mediterraneo, come spazio comune di cooperazione e per una nuova idea della cooperazione, dell’economia, della società.
• Sinistra Europea rilancia l’iniziativa di impegno e solidarietà per la cooperazione internazionale, la diplomazia dal basso, le lotte al fianco dei popoli oppressi e le minoranze. Politiche per il disarmo, uscita dai teatri di guerra, coerente applicazione dell’art.11 della Costituzione. Va organizzata una mobilitazione contro lo scudo stellare.
• Lanciamo una campagna per la causa palestinese.
Abbiamo coscienza dei nostri limiti. Con modestia, ma grande calore chiediamo la cessazione dell’ostilità dentro la comunità palestinese, il dialogo. La partecipazione popolare sostituisca il conflitto interno. Allo stesso tempo, rilanciamo il processo di pace e la fine dell’occupazione militare. Pace, diritti, sicurezza stanno assieme.
• La partecipazione è l’elemento distintivo della Sinistra europea. Decidiamo di proporre un tavolo di confronto permanente con associazioni e movimenti. Proponiamo di aprire una grande consultazione popolare sulle priorità della svolta che il Paese attende. Decidiamo di aprire un portale “Per la Sinistra” aperto a tutte le forze, le associazioni, i comitati, donne e uomini singoli. Ci impegniamo a costruire le case della sinistra e i laboratori sociali come luoghi fisici di condivisione di uno spazio politico pubblico partecipato, di auto organizzazione sociale, del fare cultura.