mercoledì 13 dicembre 2006

l'Unità 13.12.06
Indulto e tunisino
Ecco il mostro
Strage di Erba: scagionato l’uomo «accusato» da inquirenti e giornali
di Marco Bucciantini


ISTINTI. Il fatto, il sangue, la strage: la colpa è subito degli extracomunitari. E dell’indulto loro amico
Titoli e parole, chi è il vero mostro?

Sono state le parole di un uomo straziato a fermare l’infame corsa senza freni verso i peggiori istinti. Carlo Castagna ha spezzato l’onda di razzismo, qualunquismo, fanatismo che stava montando come si trattasse di una folle competizione fra giornalisti, politici, inquirenti avventati. «Marzouk era in Tunisia. Non è stato lui, non avrebbe mai mosso un dito contro il bambino». L’uomo cui toccherà dividere con il dolore tutto ciò che resta da vivere ha concesso un alibi “umano” a colui che pareva il carnefice della sua figlia e di suo nipote. Una frase semplice, vera. Che ridicolizza il “circo” piombato sul delitto con “religiose” sicurezze e ancestrali paure da assecondare.
Tocca essere duri, ma non c’è da aver scrupoli davanti a questo lancio di agenzia, del mattino di ieri - quando i dubbi sulla dinamica già si facevano largo nelle verità impostate: «Un uomo di estrema pericolosità, violento e senza regole. In sintesi l’identikit di Azouz Abel Marzouk, il 25enne tunisino ricercato in tutta Italia con il sospetto di essere l'autore della strage di Erba dove avrebbe sgozzato la convivente, il figlioletto di due anni, la suocera, una vicina e poi dato fuoco alla casa...Lui con una sfilza di precedenti per droga e rapine, che spesso massacrava la convivente di botte, era stato scarcerato in luglio grazie all’indulto...Un uomo con alle spalle un “curricula-criminis” da brividi. Un uomo tanto cattivo». E cadono anche i condizionali: «Raffaella era diventata mamma di Yousuf nel 2004 e con il piccino e quello che diventerà il suo carnefice, si era trasferita al primo piano della vecchia cascina ristrutturata...Di quel disperato amore restano i corpi carbonizzati, la rabbia della gente contro l’indulto. La sensazione di impotenza».
La vera impotenza è davanti a questi che uno medico fisiologo russo (Ivan Pavlov, lavorando sull’appetito dei cani) chiamava riflessi condizionati. Stimolo e risposta. Quello che condiziona è l'efferatezza del delitto, così sanguinario che è opera degli “altri”. Come già a Novi Liguri (Erika e Omar) o a Brescia (famiglia sterminata in villa), il primo colpevole è sempre il pezzente extracomunitario. Se il convivente non è fra i morti ed è africano, lo stimolo chiama la risposta e la notizia è fatta e commentata: marocchino esce per indulto e fa strage in villa. Questi i titoli delle agenzie di lunedì sera. Poi il marocchino è diventato tunisino. Giusto in tempo per i titoli sui giornali. Dove l’età del tizio variava fra i 24 e i 36 anni.
Attori così governati dai meccanismi primigeni si scagliano quindi contro l’indulto, che è perdono, concessione un po’ distante dagli istinti e troppo vicino ai colpevoli : «L’indulto gli aveva restituito la libertà... Lui, in un gesto tragico di violenza e follia ha tolto la vita a quattro persone». Questo l’attacco di un pezzo su un quotidiano importante. Si eccepirà: tutto remava da quella parte. Alibi che non regge davanti alla ripetuta definizione di «convivente di Raffaella» con cui si indica Marzouk. Per poi scrivere: «Si erano sposati con rito civile». Si chiama matrimonio, e lui diventa marito. O forse una brianzola e un tunisino sono “coppia di fatto” finchè morte non li separi?
Adesso i tg e le agenzie hanno spostato il mirino: tocca ai tossicodipendenti vendicativi. L’unica vendetta - sacrosanta - per ora è in quella frase così umana, così superiore ed evoluta che ha fatto tragica beffa delle nostre disumane convinzioni.
Ps.: l’ordine dei giornalisti non ha ritenuto di intervenire. Ci sono diffamati importanti da tutelare e da indignarsi e diffamati «tanto cattivi» e chi se ne frega.

l'Unità 13.12.06
Castelli, Gasparri, Di Pietro alla cieca contro l’indulto:
«Ecco il risultato... »
Tutti contro Mastella. La Lega: ha le mani sporche di sangue
Ma lo «scarcerato» non c’entra. Solo l’Idv fa retromarcia
di Massimo Franchi

NIENTE DI PIÙ FACILE PER LORO Si alzano, vedono i titoli dei giornali e dettano alle agenzie i loro proclami. «La strage di Erba è il tragico effetto dell’indulto», parte Castelli. «Chi ha votato l'indulto ha contribuito a questo eccidio», continua Gasparri. Pure Di Pietro non perde l’occasione per attaccare il provvedimento di clemenza e chi lo ha firmato: «L'indulto non ha opposto Di Pietro a Mastella, ma il Parlamento al paese, che chiede una società dove c'è maggiore sicurezza. E non si dà sicurezza mettendo fuori decine di migliaia di persone perché non c’è spazio per tenerle dentro». Difficile andare oltre. Ci riescono i senatori della Lega Piergiorgio Stiffoni ed Ettore Pirovano: «Le mani sporche di sangue di una classe politica incosciente e pressappochista di fronte alle conseguenze prodotte dall’indulto». Gasparri va poi avanti: «Bisognerebbe perseguire come favoreggiatori di questa autentica strage quanti dissennatamente hanno votato l'indulto. Un’autentica vergogna. Sappiamo chi ha contribuito a questo eccidio. Basta leggere i resoconti del Parlamento». Non poteva mancare Mario Borghezio: «La spaventosa mattanza cui ha dato luogo a Erba un delinquente spacciatore marocchino (è tunisino, Ndr) ci prospetta uno scenario a cui dobbiamo abituarci. Quel che è successo a Erba può succedere, in ogni momento, dovunque personaggi non integrati semplicemente perché non integrabili, hanno trovato nel nostro territorio e, purtroppo, anche in Padania facile accoglienza, ottusa tolleranza, favoritismi politico-sociali d'ogni genere. È ora di finirla».
Peccato che già da qualche ora si sappia benissimo che Azouz Marzouk, il 26enne tunisino uscito per l’indulto, additato da gran parte della stampa come il mostro, sia già stato scagionato. La demagogia e la strumentalizzazione è lo sport preferito dalla destra forcaiola e vale a poco ricordare come il 14 novembre del 2002 l’intero parlamento in seduta comune (Lega e Alleanza Nazionale comprese) applaudirono Giovanni Paolo II che chiedeva «clemenza per i detenuti». Le cronache, ormai storiche, raccontano: «l’applauso più lungo è stato quello per l’invito ad un atto per le carceri che scoppiano».
La polemica politica monta appena chi è stato accusato ingiustamente legge dalle agenzie che l’indulto con Erba non c’entra niente. I “mastelliani” sono i primi a difendere il loro leader. «Le minacce ricevute dal ministro Mastella segnalano l'ulteriore degrado del clima politica nel paese - sostiene il capogruppo dell’Udeur alla Camera Mauro Fabris -. Pur di dare addosso all'esecutivo si usano tutti i mezzi, compreso quello di criminalizzare i singoli ministri, anche per responsabilità che non hanno. Adesso ci aspettiamo che gli ex ministri Castelli e Gasparri, e tutti coloro che li hanno seguiti su quella strada, quanto meno ritirino le accuse ingiuste che non avevano perso tempo a rinnovare contro il ministro Mastella». Anche il governo alza la voce: «Ancora una volta una tragedia diventa occasione per una “sentenza annunciata” contro l'indulto e le politiche del governo, mentre il ministro Mastella diventa oggetto di intimidazioni inaccettabili», interviene Giulio Santagata, ministro per l'Attuazione del programma. E in serata arriva il “dietrofront” dell’Italia dei valori che con il capogruppo alla Camera Massimo Donadi: «A nome di tutti i deputati esprimo piena solidarietà al ministro della Giustizia Mastella: il riaffiorare di polemiche sull'indulto ci appare in questo momento francamente fuori luogo».

Repubblica 13.12.06
Indulto, la destra accusa e poi frena
Gelo dopo la svolta sulla strage. L´Unione: e ora chiedeteci scusa

L´ex ministro Castelli: l´eccidio è un effetto devastante della legge
Gasparri: una vergogna ma poi si scopre che Marzouk non ha ucciso
Santagata: si usa una vicenda indefinita per emettere una sentenza annunciata

ROMA - L´ex ministro della Giustizia Roberto Castelli sbaglia i tempi giusto di mezz´ora. Sono le 12 e 30 quando detta alle agenzie l´ennesima dichiarazione polemica contro l´indulto e «i suoi devastanti effetti», contro le «conseguenze drammatiche e perverse» che lo sconto di pena continuerà a produrre. Se la prende con il suo successore Clemente Mastella che avrebbe assecondato la misura di clemenza verso i detenuti, mentre lui, inflessibile leghista, s´era sempre opposto. «Il ministro della Giustizia ha una fortissima influenza sul Parlamento su una misura come questa, tanto è vero che, finché sono stato ministro io, le Camere non hanno mai votato questa legge». Le parole sono pietre, e stavolta la frittata è fatta. Passano 25 minuti e il massacro di Erba cambia faccia, le colpe dell´indulto sfumano fino a scomparire perché Carlo Castagna, padre, marito e nonno di tre delle quattro vittime, assolve il genero Azouz Marzouk che lo ha chiamato dalla lontana Tunisia. Non c´entra lui e non c´entra l´indulto di cui ha usufruito.
In via Arenula il Guardasigilli Mastella, che ha appena ricevuto una lettera minacciosa con tanto di bossolo incluso, si prende la rivincita. Che sta nella prima reazione contro Castelli e l´aennino Maurizio Gasparri, un altro parlamentare che non manca occasione per dire tutto il male possibile contro l´indulto. Di buon mattino l´aveva definito «un´autentica vergogna» di cui aveva chiesto debito conto a quanti l´hanno votato. Il primo a segnare il cambio di rotta è Mauro Fabris, presidente dei deputati dell´Udeur, uomo politico vicinissimo a Mastella. Fabris vuole le scuse di Castelli e Gasparri che, quantomeno, dovrebbero «ritirare accuse ingiuste che non avevano perso tempo a rinnovare contro Mastella». Fabris inserisce la chiave politica: l´indulto è un mezzo per «dare addosso all´esecutivo con tutti i mezzi, compreso quello di criminalizzare i singoli ministri, anche per responsabilità che non hanno». Gli ultimi attacchi a Mastella non sono che «il segno del degrado politico».
Da Como giungono notizie che sempre più allontanano i sospetti da Marzouk (come i tabulati telefonici che lo localizzano lontano dal luogo del delitto) e l´Unione riprende fiato nel "proteggere" l´indulto. Parla il ministro per l´Attuazione del programma Giulio Santagata, prodiano doc, che nota come «ancora una volta» sia stata utilizzata una vicenda «i cui contorni sono tutti da definire» per emettere «una sentenza annunciata contro l´indulto e le politiche del governo mentre Mastella diventa oggetto di intimidazioni inaccettabili». Cambia musica anche l´Italia dei valori: se di mattina Silvana Mura, deputata vicina ad Antonio Di Pietro, definiva l´indulto «una scelta sbagliata», a sera il capogruppo alla Camera Massimo Donadi ammette che «le polemiche sullo sconto, in questo momento, appaiono francamente fuori luogo». L´ulivista Nello Palumbo mette in guardia dal rischio di legare «arbitrariamente» all´indulto «fatti di cronaca nera che sono una costante della nostra società». I verdi Paolo Cento e Paola Balducci invitano tutti «a non diffamare l´indulto e chi, in maniera trasversale, lo ha votato». La partita, almeno per questa volta, finisce uno a zero a favore dello sconto di pena.
(l.mi.)

Corriere della Sera 13.12.06
Quel tiro all'indulto
Sarà colpa della fretta, vista la tarda ora in cui la notizia è arrivata. Sarà anche il frutto di indicazioni investigative che si sono dimostrate, nel giro di poche ore, fragili e fuorvianti. O anche, a voler concedere un'ulteriore attenuante, l'aspetto di verosimiglianza che tutta la storia, a cominciare dal profilo del suo protagonista, ha messo in mostra. Fatto sta che colpisce la facilità con cui tutti i telegiornali e i giornali, compreso il nostro, hanno accolto la tesi della colpevolezza del tunisino ingiustamente accusato di aver fatto strage della sua famiglia in provincia di Como. E colpisce anche la reiterata attitudine a caricare il provvedimento di indulto approvato quest'estate di valenze negative che vanno ben al di là della sua reale portata. Come se l'indulto fosse la causa di una criminalità vecchia e nuova che sconvolge l'Italia da ben prima dell'applicazione di quel provvedimento. Discutere dell'indulto è ovviamente lecito e persino doveroso. E' demagogico invece stabilire un nesso logico ed emotivo permanente tra l'indulto e qualunque manifestazione criminale insanguini l'Italia. O gridare all'infamia dell'indulto per ogni omicidio commesso in Italia. E' sbagliato creare mostri, sempre. Ma anche fare di una legge un mostro. Sbagliato. E troppo facile
13 dicembre 2006

l'Unità 13.12.06
37 ANNI FA A Milano la commemorazione
Verità per Piazza Fontana
E Bertinotti ricorda l’anarchico Pinelli


Anche ieri, nel 37° anniversario della strage di Piazza Fontana in cui morirono 17 persone, centinaia di milanesi (assente il sindaco Letizia Moratti, impegnata a New York, non senza malumori e polemiche tra i manifestanti) hanno partecipato al corteo di commemorazione per chiedere alla cultura democratica del Paese ciò che la magistratura ormai non può più dare: verità e giustizia. Tra loro anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti che ha ricordato anche la vittima Giuseppe Pinelli: «Siamo qui con i familiari delle vittime per rendere omaggio e per proseguire con loro l’impegno per la verità. Ci sono ancora tanti punti oscuri, ma noi non abbiamo dimenticato». Alla memoria collettiva spetta ora mantenere e diffondere la verità storica e politica della stagione della tensione avviata dall’eversione fascista, «perchè - ha ricordato il presidente di Montecitorio - l’obiettivo è quello della pace e della convivenza democratica. Con la strage di Piazza Fontana cominciò la fine della prima Repubblica che si concluse con l’assassinio di Aldo Moro, ma ora è cominciato un altro cammino: i giovani non devono dimenticare, ma farsi aiutare dalla memoria di coloro che hanno costruito la Repubblica sui valori della Resistenza». Per questo Bertinotii ha lanciato un appello alla scuola e alla Rai, affinché «aiuti i giovani a diventare cittadini sgombrerando il campo dalla comunicazione degradante. Il servizio pubblico diventi un luogo di inchiesta e di verità».
Tanto più che di educazione e informazione adeguate c’è sempre più bisogno. Secondo una ricerca commissionata dalla Provincia di Milano all’Istituto Piepoli, infatti, la maggioranza degli studenti delle superiori di Milano pensa che siano state le Br a causare le stragi in Italia, piazza Fontana compresa. Tra gli oltre mille alunni intervistati nel sondaggio, la responsabilità è da attribuire per il 43% alle Brigate Rosse, per il 38% dalla mafia, per il 25% dagli anarchici, mentre il 26% ha risposto «non so». Amaro il confronto con un’analoga indagine di sei anni fa: mano a mano che passa il tempo cresce la percentuale di coloro che dicono «mai sentito parlare della strage di piazza Fontana», che nel 2000 era del 3% ed oggi ha raggiunto il 18%. l.v.

il manifesto 13.12.06
incontri
Bellocchio, Garrel, Gitai Kiarostami: conversazioni
di Cristina Piccino


Perugia. Il titolo, «Cinema in pegno» è un po' un gioco, vuole sdrammatizzare, cinema e impegno potrebbe creare improvvise voglie di fuga. Protagonisti: Marco Bellocchio e Philippe Garrel, due universi del cinema politico/poetico, il primo riferimento per i ragazzi del maggio francese più arrabbiati che vedono nel suo I pugni in tasca, come racconta Philippe Garrel, il film di rivolta che aspettavano». Di Garrel, che a batik è ospite abituale, abbiamo appena visto L'enfant secret (1979), l'ispirazione è ancora una volta Nico, il bambino segreto biondo con capelli in dolce caschetto è il figlio che l'artista factory ebbe insieme a Alain Delon. Cinema politico, di rivolta e dolore, desiderio e necessità che stravolgono l'immaginario iniettandovi vissuto. Un modo di fare cinema (e politica) che è personale e collettivo nella sua singolarità. Del resto: non erano I pugni in tasca già storia familiare nella sua dichiarazione di rifiuto?
A distanza di quarant'anni Marco Bellocchio è tornato sui luoghi di quel film (e del suo cinema), la sua città, la famiglia di ieri e di oggi, la figlia nelle ultime sequenze ragazzina e nelle prime bimba (il film è girato in anni diversi e in tre episodi), i laboratori estivi per giovani attori a Bobbio, vicino a Piacenza, Donatella Finocchiaro splendida protagonista del Regista di matrimoni in Sorelle. Ma torniamo ai Pugni in tasca, a quel 1965. Dice ancora Garrel: «Il film di Bellocchio è un riferimento importante per chi come me comincia a fare cinema dopo la nouvelle vague, è l'espressione infatti di ciò che ci unisce, il Sessantotto, il sentimento di ribellione, lo stesso che era nei film di Jean Eustache ... In questo senso I pugni in tasca è proprio delle generazione nate subito prima o subito dopo la seconda guerra mondiale, io sono del 1948, Marco Bellocchio del 1938 come Euustache. I nostri padri credevano nell'antifascismo, noi ci sentivamo uniti nel rifiuto dello stato di polizia come era allora in Italia o in Francia». Da parte sua però Bellocchio confessa che allo stato di polizia, almeno consapevolmente, girando I pugni in tasca ci aveva pensato poco. Punto di partenza per lui è la famiglia (per certi versi la sua attuazione nel germe primario, utile alibi sempre strumentalizzabile come dimostrano in questi giorni le ipocrisie politiche nel centrosinistra intorno ai «pacs»). «La città per me era lontana, erano le letture, qualche film... La mia realtà apparteneva alla provincia, alla dimensione familiare... E la rivolta contro la famiglia nasceva dalla sensazione cercasse di uccidermi, di rendermi una persona 'normale'». «Mi viene in mente un film di Garrel come La cicatrice interieure, la sua spregiudicatezza richiede coraggio e rischi di stile. Nel mio lavoro sono sempre partito dalla storia che volevo raccontare, non mi sono mai posto il problema di rompere con una forma o di lanciare dei messaggi. I miei film nascono da qualche immagine, poi la storia comincia a prendere una sua fisionomia e complessità». Riferimenti cinematografici per Bellocchio Antonioni dell'Avventura, Jean Vigo, Fellini. Per Garrel il maestro è invece JL Godard. «Ha inventato il cinema moderno, tutti noi in qualche modo ne siamo discepoli. Il luogo della rivolta può essere il soggetto, o il modo di fare cinema. Il sabotaggio artistico avviene sempre nel mezzo dell'arte. Se potessi fareisolo film muti e in bianco e nero».
Altre conversazioni, altri confronti. Amos Gitai, Abbas Kiarostami, e il digitale. Un altro gioco in fondo pensando che nel cinema di Gitai la molteplicità dei mezzi, video, pellicola, digitale è cifra fondante dai suoi inizi, mentre per Kiarostami il digitale è scoperta recente, quindi laboratorio ancora tutto da sperimentare. Dice Kiarostami: «É un mezzo molto amichevole, che ti permette di tornare sugli errori. Parlare di una differenza tra mezzi è forse perché facciamo ancora parte della cultura della pellicola, probabilmente tra alcuni decenni non si discuterà più di questo. Nella mia esperienza posso dire che il digitale mi ha permesso talvolta di sparire come regista mentre giravo, e di avere dei rapporti coi personaggi impossibili altrimenti. Mostrare un dialogo come tra il bimbo e la madre in Ten sarebbe stato impossibile con ogni altro supporto tecnico». Gitai: «Non mi piace feticizzare il mezzo, al contrario mi preoccupa la tendenza che c'è oggi all'uniformità, all'uso del video come una moda. Preferisco mantenere un atteggiamento eclettico, non credo che il cinema deve ammirare ogni ulatima invenzione della tecnica, e questo lo dico senza nostalgia della pellicola». Kiarostami: «Il digitale aiuta anche a sfuggire la censura». Gitai: «Credo che sia un po' facile, se è così perché non abbiamo film dalla Brimania o da Darfour? Penso che il fatto che il digitale sia 'leggero' e costi poco non è di per sé una forma di resistenza alla repressione. E non basta da solo a liberare uno spirito critico verso il mondo». C.Pi.

martedì 12 dicembre 2006

Repubblica 12.12.06
COME IL MEZZO CINEMATOGRAFICO HA CAMBIATO IL '900
LA LINGUA IMMAGINARIA CHE NOI PARLIAMO
di PIETRO MONTANI


Nei bazar c'erano macchine automatiche in cui il flusso delle immagini era ottenuto mediante il movimento di una manovella
Dubbi circa la morte di Dio, ne ho molti; sulla morte del Cinema, nessuno
Si va sovente al cinema. Scopro nuovi modi di combattere la guerra con "Ribalta di gloria" e il tip tap di James Cagney
Il cinema stesso è la creazione di un mondo, da cui il creatore ha enormi difficoltà a distaccarsi, e lo spettatore ammirato anche
Svolte. L'esperienza cinematografica ha mostrato di disporre fin dall'inizio di una potenza paragonabile all'invenzione della stampa
Intrecci. La capacità di far dialogare media diversi e diversi regimi di rappresentazione appartiene alla nuova cultura cinematografica

La forza del cinema, quella che gli ha permesso di cambiare molte cose nella nostra cultura e nella nostra esperienza quotidiana, sta tutta nella sua natura ibrida: a mezza strada tra una tecnica di riproduzione del mondo visibile e una forma evoluta dell´espressione figurativa, tra la registrazione dei fatti e la libera invenzione narrativa, tra l´industria e l´arte. Ciò gli valse, all´origine, numerosi sforzi di legittimazione estetica, ma anche, e per converso, la rivendicazione di un potere dissacrante capace di portare lo scompiglio nel sistema delle arti rovesciandone una volta per tutte i rituali della fruizione raccolta e contemplativa. È nell´ambito di questo spazio ibrido, tuttavia, che il cinema è cresciuto, ha brillantemente superato i "traumi" tecnici (il sonoro, il colore, il digitale) che hanno rischiato di pervertirne la natura e, soprattutto, ha saputo attivare la sua forza di penetrazione culturale realizzando un po´ dovunque profondi effetti di "cinematizzazione", come li definirono, usando la stessa parola, due cineasti e teorici degli anni Venti che la pensavano in modo diametralmente opposto: Ejzenstejn, l´artista di genio, attento al prestigio dell´invenzione formale e alla potenza del coinvolgimento emotivo e Vertov, il modesto artigiano, attento alla veridicità testimoniale dell´immagine e al distanziamento critico di chi la riceve.
Osserviamo la cosa dal primo punto di vista. Il cinema, forma evoluta della comunicazione per immagini (il montaggio fu - e resta - la sua arma più efficace), ha avuto l´effetto di "cinematizzare" le arti figurative e la letteratura, ma anche la nostra percezione comune e l´organizzazione della nostra memoria. Se noi guardiamo all´intera tradizione figurativa e narrativa a partire dal cinema possiamo infatti interpretarla come un interminabile tentativo di dar corso, con mezzi tecnici inadeguati, a un desiderio di complessità che il cinema ha a portata di mano: l´introduzione del tempo e della discontinuità nelle immagini fisse della pittura, la pluralità delle prospettive e delle voci narranti in letteratura. Così, la pittura e il romanzo moderni scoprirono questo desiderio inespresso e dovettero elaborarlo in proprio, confrontandosi, spesso in modo diretto e dichiarato, col cinema. Ma c´è di più: l´immagine cinematografica ha mostrato di disporre fin dall´inizio di una potenza mediale paragonabile solo all´invenzione della stampa: la nostra percezione (fu Benjamin a farlo notare) si è modificata sensibilmente dopo la comparsa del cinema (e della vita metropolitana), orientandosi verso una decifrazione sequenziale e discontinua del caotico mondo visibile. Un fatto davvero epocale, questo, che solo le nuove tecnologie dell´immagine, fluide e ipertestuali, stanno oggi mettendo in discussione. Il cinema insomma ci ha coinvolto nel profondo perché fin da sempre, senza saperlo, eravamo predisposti a prolungare la nostra percezione e la nostra memoria, la nostra immaginazione e le nostre emozioni in un artefatto tecnico capace di dispiegarle al meglio. Il cinema come arte si è nutrito precisamente di questa attitudine, e l´ha a sua volta nutrita.
Ma se ora ci volgiamo all´altro senso della "cinematizzazione", quello pensato da Vertov, scopriamo qualcosa di ancor più attuale e inquietante. Cinematizzazione, infatti, è da intendere come il corrispettivo di "alfabetizzazione", come l´istruzione di uno spettatore competente, in grado non solo di ricevere immagini tecniche ma anche di produrle in proprio e di metterle in circolazione. Quando parlava di una "cinematizzazione delle masse", dunque, Vertov stava anticipando un fenomeno che solo oggi è divenuto accessibile e che è sempre più massicciamente praticato grazie all´uso di videocamere digitali, webcam e telefonini palmari collegabili in Rete e aperti a diverse forme di interattività: dal controllo politico e testimoniale (è il caso delle violazioni di diritti perpetrate al G8 di Genova e dei cento occhi elettronici che le hanno restituite alla giustizia) alla vuota chiacchiera esistenziale dei Blog fino al degrado voyeristico (è il caso del materiale pornografico accessibile in rete) e all´espressione inelaborata della pura e semplice barbarie (è il caso delle torture inflitte a un ragazzo autistico in una scuola torinese e poi messe in Rete).
Si dirà che questa cinematizzazione, di cui non riusciamo ancora a valutare la portata antropologica e le conseguenze giuridiche, non ha più niente a che fare col cinema. Ma non è così. Si direbbe, piuttosto, che è proprio in questo inedito - e inquietante - spazio di contaminazione tra la fluidità e l´immediatezza della registrazione digitale e la disciplina di un severo controllo formale che il cinema è oggi tenuto a mettere alla prova, e a far valere, la sua capacità di inventare nuove modalità di esperienza comunicativa e di elaborazione del senso. Gli esempi non mancano: da Abbas Kiarostami a Michael Moore, dall´ultimo Spike Lee all´ultimo Bellocchio. In tutti questi casi, pur nella grande differenza nel trattamento dell´immagine, sembra che l´aspetto comune sia da vedere nella natura intermediale della nuova cultura cinematografica, nella sua capacità, cioè, di far dialogare media diversi e diversi regimi della rappresentazione: la testimonianza e l´invenzione visionaria, la presa diretta sulle cose e la fatica del distanziamento critico. È di questo che la civiltà del cinema, se vuole continuare a espandersi, sembra oggi avere più bisogno.

l'Unità 12.12.06
Bertinotti: la politica deve ripartiredai movimenti di Seattle e Porto Alegre


ROMA «È nella costituzione del movimento altermondista che vedo la possibile rinascita della politica e, dunque, se mi si chiede dove ricomincia la formazione, rispondo che ricomincia da Seattle, Porto Alegre, Genova e Firenze, ricomincia da qui». È quanto sostiene il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, nel messaggio inviato al presidente di Unione a sinistra, Edoardo Sanguineti, e al coordinatore di «Uniti a sinistra», Pietro Folena, per il simposio «Problemi del socialismo».
Una iniziativa «particolarmente utile - rimarca Bertinotti - in un quadro internazionale che vede il capitalismo incamminato nella sua specifica fase della globalizzazione e della conoscenza, quest’ultima anch’essa responsabile dell’acutizzarsi delle disuguaglianze».

l'Unità 12.12.06
Veronesi: «Arrestare la scienza: questa sembra essere la parola d’ordine»


«Arrestare la scienza», sarebbe questa la parola d’ordine e l’effetto di un sistema dei media che «non è in grado di creare conoscenza». Lo denuncia il professore Umberto Veronesi nella “lectio magistralis” tenuta ieri all’università Federico II di Napoli in occasione del conferimento della laurea honoris causa in in Scienze e Tecnologie agrarie. «Senza libertà di pensiero non c’è possibilità di azione» osserva. «C’è qualcosa di più - denuncia, spiegando i condizionamenti esercitati dal potere politico, economico e da quello religioso -, il potere politico ha sempre avuto un po' paura della scienza». Osserva come la ricerca «sia sempre fiorita a ridosso delle crisi della religione». «Lutero inchiodò le sue 95 tesi a Wittenberg, e 26 anni dopo uscì il “De Rivolutionibus Orbium Coelestium” di Nicolò Copernico». Nella sua prolusione lo studioso si è soffermato sulle prospettive dell’ingegneria genetica, che grazie allo studio del dna «può far guardare con fiducia al futuro della lotta ai tumori. «Se tutti abbiamo la stessa conformazione perché non usare questa conformazione per trasferire un gene da un organismo a un altro?» ha continuato lo scienziato. Non si nasconde le perplessità che questo crea. «Possiamo interferire direttamente sulla natura e creare addirittura specie nuove. Se togliessimo da un embrione umano il gene P66- spiega -, in un’operazione brevissima, potremmo creare un bambino che vivrà 120 anni, e così suo figlio. Si tratta di una nuova linea umana». Tuttavia, ha concluso, gli eventuali limiti che si devono imporre alla scienza «devono essere dettati dalla ragione, non dalla paura». Quello che lo preoccupa è che «l’opinione pubblica non ha ancora elaborato la rivoluzione genetica, un evento di portata analoga alla rivoluzione copernicana». Allora l’importante per Veronesi, è conoscere. Per questo insiste sulla «funzione civilizzatrice» della scienza ed invita medici e scienziati ad uscire dalle corsie e dai laboratori e a confrontarsi, alleandosi con i filosofi, arrivando all’opinione pubblica. «Esiste un valore universale che tutti gli scienziati devono diffondere e seguire: la scienza, elemento per allargare i confini del sapere, per la ricerca della verità, e che ha funzione civilizzatrice».

l'Unità 12.12.06
MACALUSO. «Non si fa una nuova forza politica in astratto»


ROMA Emanuele Macaluso risponde a quanti, come Giuliano Amato, invitano ad accelerare con la costituzione del partito democratico, osservando che «non si può progettare la nascita di una nuova forza politica in astratto, ragionando su ciò che sarebbe giusto e bello fare, senza tener conto dei rapporti che le forze politiche hanno con la società». Macaluso cita l'intervista alla Repubblica di domenica, in cui Amato afferma che senza partito democratico «rischiamo un' ondata di antipolitica che può travolgere tutto», e osserva che «neanche i partiti che si autodefiniscono socialisti riescono a trovare in Italia una strada comune». In risposta, Macaluso ricorda che Amato è «la stessa persona che in un non dimenticato congresso dei Ds» aveva illustrato «le virtù del socialismo democratico»; e se oggi non riesce ad unirsi chi si dice socialista, «per quale miracolo», chiede Macaluso, può esserci l'unità «con chi socialista non è, non vuole essere e non vuole convivere nello stesso partito europeo». Per Macaluso, l'operazione partito democratico ormai «non raccoglie nemmeno tutto il consenso dei due apparati, dei militanti, degli iscritti. Fuori di essi non c'è nulla se non delusione e scetticismo ed è difficile risalire la china affidandosi a una chimera».

l'Unità 12.12.06
HANAN ASHRAWI. L’ex ministra dell’Anp attacca Ahmadinejad: cancellare la storia non porterà certamente a una pace giusta fra pari»
«Da palestinese dico all’Iran: sbagliato negare l’Olocausto»
di Umberto De Giovannangeli


«Un futuro di pace non può fondarsi sulla negazione della storia. Una pace giusta, tra pari, nasce anche dall'acquisizione di verità che le ragioni del presente non possono piegare né distorcere. L'Olocausto è una di queste verità. Per questo da palestinese che non ha smesso un solo giorno di battersi per i nostri diritti nazionali dico che la Conferenza di Teheran non aiuta la nostra causa perché non è gettando dubbi sull'Olocausto ebraico che si porterà verità e giustizia in Medio Oriente». A sostenerlo è una delle figure più rappresentative della dirigenza palestinese: Hanan Ashrawi, già ministra dell'Anp, parlamentare, la prima donna a ricoprire l'incarico di portavoce della Lega Araba. Sul presente e le aperture evocate dal primo ministro Ehud Olmert, Ashrawi replica così: «Per ridare spazio alla speranza occorre un atto concreto da parte del più forte. La tregua non basta. Israele deve porre fine all'assedio di Gaza».
A Teheran si è aperta la Conferenza sull'Olocausto indetta dal regime iraniano. Se fosse stata invitata vi avrebbe partecipato?
«Non sono stata invitata e se lo fossi stata avrei detto di no. Quella conferenza non aiuta la causa palestinese perché noi palestinesi non otterremo mai giustizia e non affermeremo mai i nostri diritti negando la storia o ridimensionando tragedie come l'Olocausto ebraico. Chi, come noi, è vittima della storia non può pensare di avere effimere rivincite violentando la storia».
I promotori della Conferenza affermano che Israele ha «usato» l'Olocausto per «comprare» il consenso dell'Occidente, alla sua politica di oppressione verso i palestinesi.
«Se anche fosse così ciò non porta a negare l'Olocausto o a cercare di circoscriverne la portata. Non si ottiene giustizia per sé ferendo la memoria collettiva dell'altro. Altra cosa è la responsabilità delle classi dirigenti israeliane nell'aver inteso riscrivere la storia di questi ultimi 60 anni (dalla nascita dello Stato d'Israele) a proprio uso e consumo. Emblematico in tal senso è l'affermazione di Golda Meir secondo cui la Palestina era "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Cancellare dalla storia il popolo palestinese non è certo un servizio reso alla verità né un incentivo al dialogo. Perché un dialogo, per essere davvero produttivo, deve necessariamente partire dal riconoscimento dell'altro da sé».
Ciò vale anche per i palestinesi…
«Gli accordi sottoscritti dall'Anp così come la Dichiarazione di Algeri dell'Olp (1993) partono dal riconoscimento dello Stato d'Israele. Su questo occorre la massima chiarezza: la grande maggioranza dei palestinesi si sono battuti e continueranno a battersi perché in Medio Oriente nasca uno Stato in più (lo Stato di Palestina) e non perché ve ne sia uno in meno (lo Stato d'Israele)».
Non è questa la posizione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
«Certi proclami fanno parte della propaganda di chi intende accreditarsi come potenza regionale. Per quanto mi riguarda, ho sempre sostenuto che non esistono scorciatoie militari per ottenere i nostri diritti nazionali. Per questo rigetto affermazioni come quelle del presidente iraniano così come mi sono sempre battuta contro la deriva militarista della seconda Intifada, convinta che tra rassegnazione e disperazione violenta esista una terza via: quella della disobbedienza civile, di una rivolta popolare non violenta».
Lei parla di una pace fondata sul principio di due popoli, due Stati. Ma Hamas non è di questo avviso.
«In questi casi occorre essere pragmatici. Puntare ai fatti più che alle proclamazioni di principio. Accettare da parte di Hamas il cosiddetto "Documento dei prigionieri" significa accettare la costituzione di uno Stato di Palestina nei territori occupati da Israele nel 1967. Ciò significa, di fatto, riconoscere lo Stato d'Israele. Partiamo da qui e dalla rinuncia di Hamas ad ogni pratica terroristica per riavviare su basi nuove un percorso di pace, ma allo stesso tempo Israele deve mostrare, nei fatti e non solo a parole, che intende davvero porre fine a quella sciagurata politica unilateralista che è parte fondamentale del conflitto israelo-palestinese e non certo la sua soluzione».
Quali potrebbero essere dei primi atti concreti da parte israeliana?
«Porre fine all'assedio di Gaza, bloccare la colonizzazione della Cisgiordania e dirsi disponibile alla liberazione di prigionieri palestinesi non solo in rapporto allo scambio con il soldato rapito».
Tra questi detenuti da liberare c'è anche Marwan Barghuti?
«Barghuti è un parlamentare palestinese e può dare un contributo importante ad una svolta negoziale. La sua liberazione sarebbe un investimento per la pace. Un investimento produttivo anche per Israele».
Quali dovrebbero essere le novità da apportare rispetto agli accordi di Oslo?
«Definire da subito lo sbocco del negoziato (quello di due Stati) e definire il tempo massimo (non più di un anno o due) per portare a compimento un accordo globale. Sono questi, a mio avviso, i due pilastri su cui fondare una pace giusta, globale, tra Israeliani e Palestinesi. Una pace tra pari».
Si parla di pace intanto però Gaza inorridisce per l'assassinio dei tre bambini figli di un responsabile della sicurezza dell’Anp.
«Si tratta di un fatto orribile, ignobile. Il sangue di quei bambini ricadrà su mandanti ed esecutori di questo crimine. C’è bisogno di una rivolta morale contro questi banditi che vogliono imporre con la forza più brutale la loro logica sanguinaria. Dobbiamo fermarli, prima che sia troppo tardi».

aprileonline.it 11.12.06
Prove di unità a sinistra
di Piero Di Siena


Dalla manifestazione convocata domenica 10 dicembre da Uniti a Sinistra, dall'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dall'Associazione RossoVerde è giunto un messaggio chiaro: principi e valori sono ampiamente convergenti in un'area che va da Rifondazione sino alla sinistra Ds
C'è veramente qualcosa che si muove a sinistra? Può avere un punto di approdo l'aspirazione a unire la sinistra italiana, che molti di noi hanno coltivato in questi quindici anni e più che ci separano dalla fine del comunismo del novecento e dall'implosione dei partiti di massa nel nostro paese?
Dalla manifestazione convocata domenica 10 dicembre da Uniti a Sinistra, dall'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dall'Associazione RossoVerde, e conclusa da Aldo Tortorella, è giunto senza possibilità di smentite un messaggio positivo in questa direzione. L'occasione era quella di sottoporre a discussione il documento che le tre associazioni hanno formulato per dare un contributo di idee alla costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana. E la verifica è stata positiva. Come ha avuto modo di sottolineare Fabio Mussi nel suo intervento, principi e valori sono ormai ampiamente convergenti in un'area che va da Rifondazione sino alla sinistra Ds, e soprattutto animati da una forte ispirazione innovativa.
La sconfitta della sinistra del XX secolo è stata ormai ampiamente introiettata e elaborata per poter porre le basi del futuro del socialismo in termini di forte discontinuità rispetto alle culture e alle esperienze del secolo scorso. E' una scelta alternativa a quella del partito democratico ma la cui formulazione non nasce da una reazione a quest'ultimo, quanto piuttosto dall'autonoma presa di coscienza della necessità storica di una sinistra radicalmente nuova. Una sinistra che, come recita il documento, fa della libertà il principio fondante di un nuovo socialismo, ritrova nel lavoro dell'età della globalizzazione il suo radicamento, individua nello sviluppo della democrazia e nella riforma della politica obiettivi e forme del suo agire politico.
Si tratta di una ricerca che avviene mentre tutta la sinistra italiana è al governo, nell'ambito di una coalizione che deve saper esprimere nell'interesse del paese un compromesso alto tra capitale e lavoro, mentre interrogativi inquietanti si addensano attorno al destino del mondo che oscilla tra crisi ambientale e pericoli di guerra, in un quadro nel quale l'Europa stenta a trovare un ruolo che possa essere all'altezza di una rinnovata sua missione di civilizzazione.
Una sinistra nuova deve essere in grado di rispondere a tutto ciò, producendo un'innovazione teorica che superi i confini dello stesso stato di diritto così come è stato pensato in occidente, ricorda Russo Spena.
E su queste basi, dopo l'iniziativa di domenica, è dunque più agevole sperare che "in tempi ragionevoli" - come ha affermato Cesare Salvi - possa nascere un nuovo soggetto unitario della sinistra italiana.

aprileonline.it 11.12.06
Piazza Fontana non si dimentica
di E.S.


Le ricorrenze che determinano le tappe della storia di un paese spesso assumono le caratteristiche di una retorica populistica fine a stessa, specialmente quando si vuole soltanto evidenziare lo scarto di una differenza, la diversità ideologica e politica tra fazioni contrapposte.
Ma la strage di piazza Fontana, 37 anni dopo, col passar del tempo assume sempre più i contorni di un tragico inizio, la prima testimonianza di un itinerario che non avremmo mai voluto percorrere, trascritto negli annali con la definizione di strategia della tensione.

Per chi non ha vissuto quel periodo, e per coloro che più o meno volontariamente hanno cercato di rimuoverlo, vale la pena ricordare che allora la classe dirigente italiana temeva uno spostamento a sinistra dell'asse politico nazionale, un mutamento fortemente osteggiato perché ritenuto destabilizzante rispetto ai meccanismi di potere già ben oliati dopo vent'anni di gestione democristiana, seguìta alla fine della seconda guerra mondiale. Nel perseguire questo obiettivo, ad un certo punto le vittime causate da stragi orrende sembra essere la strada intrapresa. Fu così messa in atto una strategia che verosimilmente doveva portare, nelle intenzioni degli esecutori, alla realizzazione di un modello (anti)democratico autoritario, gestito dai più alti organi dello stato per mettere fuori gioco gli avversari politici, creando un clima di paura e soggezione che giustificasse agli occhi degli elettori e dell'opinione pubblica l'incontrastata egemonia del partito a capo del governo.

Parte da qui l'idea di un braccio armato, di un esecutore materiale idoneo alla messa in pratica delle meschinità omicide dei mandanti. Una bomba, scoppiata alle 16,30 nel salone centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano, causa sedici morti e ottantasette feriti: la nuova e misteriosa strategia, che coinvolge vittime innocenti e comuni cittadini, rompe gli indugi. Suona da subito strano che le indagini delle forze dell'ordine guardino agli ambienti della sinistra anarchica, così come risulterà sempre più emblematico lo svolgimento lento e involuto dei vari processi che partire della metà egli anni ottanta sino a noi coinvolgeranno nomi noti e meno noti della destra estrema italiana, senza mai riuscire a far piena luce sui responsabili di quel drammatico evento.

Oggi, tornati alla ribalta vecchi e nuovi successori della Democrazia cristiana ufficialmente frammentata, in realtà sapientemente distribuita nelle dinamiche politiche determinate dal falso bipolarismo italico, quel 12 dicembre del 1969 molti vorrebbero farlo tornare nel dimenticatoio, magari insieme a tutte quelle torbide storie che, solo per citarne alcune, da Pinelli all'Italicus, da Moro a Ustica, arrivando sino a noi, continuano a dar testimonianza di un'inquietante anomalia, nel cuore di un paese solo formalmente cresciuto sotto la confortante immagine di una democrazia reale e compiuta.

"Io so, ma non ho le prove", scrisse uno dei poeti più amati e odiati sulla prima pagina del più importante quotidiano italiano. Era il novembre del 1974. Chissà cosa ne scriverebbe oggi, uno come Pier Paolo Pasolini, di un paese ridotto ancora a fare i conti con il proprio passato, per cercare di capire di quale pasta sia realmente fatto.

corriere.it 12.12.06
A 37 anni dalla strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura
Bertinotti a Milano per ricordare piazza Fontana


Alle 17.30 parte il corteo da piazza della Scala, il comizio conclusivo alle 18. Non ci sarà il sindaco Moratti, in missione a New York

Studenti in piazza per ricordare la strage del 12 dicembre '69 (Delbo)
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti nel pomeriggio sarà a Milano per partecipare alla cerimonia in occasione del 37° anniversario della strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969). Le commemorazioni inizieranno alle 16.30, con la sospensione per dieci minuti delle attività cittadine. Alle 16.37, ora in cui scoppiò la bomba, in piazza Fontana verranno deposte le corone sotto la lapide che ricorda le vittime. Alle 17.30 partirà il corteo da piazza della Scala, il comizio conclusivo si terrà alle 18. Non ci sarà il sindaco, Letizia Moratti, in missione a New York, ma verrà inviato un rappresentante del Comune. Alla manifestazione parteciperanno i familiari delle vittime, le associazioni degli ex partigiani e il «Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano», composto tra gli altri da partiti (Ds, Margherita, Rifondazione, Sdi, Pdci), sindacati (Cgil, Cisl, Uil) e Acli. Al termine del corteo, che sarà aperto dai gonfaloni del Comune e della Provincia, si terranno i discorsi commemorativi in piazza Fontana. L'intervento del presidente della Camera è previsto intorno alle 18.
I valori dell'antifascismo e della democrazia, la cultura del pacifismo e del dialogo, la memoria del passato per conoscere il presente: questi i temi al centro della manifestazione organizzata questa mattina dagli studenti delle scuole superiori. Il corteo (2mila partecipanti secondo gli organizzatori) si è svolto senza incidenti e con molta partecipazione. Partito alle 10 da largo Cairoli, si è concluso in piazza Fontana, davanti alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. I ragazzi si sono seduti per terra e sono stati ripercorsi alcuni fatti tragici della storia italiana, per dire «basta con le stragi e con la politica delle tensione che è tornata in forme diverse, come con l'uccisione di Carlo Giuliani a Genova». Annunciate mobilitazioni a partire dalla prossima settimana, con autogestioni e cogestioni di diverse scuole. Nel giardinetto, sulla lapide che ricorda l'anarchico Giuseppe Pinelli, è comparso un mazzo di fiori con un foglietto: «Pinelli assassinato». «La memoria è fondamentale - ha detto Rossella, del liceo Parini - anche perché a scuola non si parla mai della storia degli anni Settanta».

lunedì 11 dicembre 2006

il Riformista lunedì 11 dicembre 2006
Unioni di fatto. Quella dell’Osservatore Romano è proprio un’ingerenza
Caro Piero, perché piuttosto non rassicuri noi?
di Paolo Franchi


Vengo, più o meno, dalla stessa scuola di Piero Fassino, quella dell’articolo sette e della pace religiosa degli italiani che non va turbata perché altrimenti sono guai seri per tutti, credenti e non credenti. E quindi capisco, o almeno mi sforzo di capire, il segretario della Quercia. Persino quando, in un piovoso pomeriggio domenicale, se ne va in tv da Lucia Annunziata a spiegare come e perché, se l’Osservatore Romano scrive che la priorità del governo di centrosinistra è «sradicare la famiglia», non è poi il caso di prender cappello e parlare di «ingerenza». E pure quando giura che non dispera affatto di trovare di qui a gennaio, sulle unioni di fatto, un’intesa con la Binetti, e anche con una parte del centrodestra.
Ti capisco, Piero. O almeno mi sforzo di capirti. Ma non fino al punto di non sentire il dovere di chiederti come andrebbe definito altrimenti, l’attacco dell’Osservatore. E se davvero ci credi, all’idea che, con le vacanze natalizie e l’anno nuovo, teodem e compagnia cantante, quegli stessi che hanno minacciato l’altro giorno di far venir giù il governo sulle successioni, cambieranno idea, e si adegueranno, operosi e felici, a varare una legge che addirittura «non consideri dirimente, al fine di definire natura e qualità dell’unione di fatto, né il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale». Con tutto il rispetto per i maggior nostri, e pure per Eugenio Scalfari, che su Repubblica ci esorta a essere fiduciosi, io, caro Piero, non ci credo, e onestamente non credo di essere il solo.
Mi sbaglio, e si sbagliano tutti quelli che la pensano come me? Fosse vero, sarei il primo a prenderne atto e a esserne felice. Il fatto è però che dovresti essere tu, caro Piero, a spiegarci perché abbiamo torto a essere pessimisti. Fin qui, ogni volta che gli altri hanno puntato i piedi, e lo hanno fatto un giorno sì e l’altro pure, prudentemente i laici dell’Unione e dell’Ulivo (non sembra, forse, ma ci sono anche loro) ne hanno preso atto, rinculando in attesa di tempi migliori, per non mettere in pericolo l’unità del centrosinistra e dello stesso governo. Stavolta, se ho capito bene, a puntare i piedi, seppur previo rinculo sulla successione dei conviventi in finanziaria, dovremmo essere noi, i laici: senza iattanza, senza arroganza, senza esasperati laicismi, ci mancherebbe, e però con serena determinazione. Bene, benissimo, siamo pronti. E però consentirai, caro Piero, che, visti i precedenti, siamo noi, e con noi «tutti quelli che hanno scelto la convivenza secondo criteri di buon senso», che dovremmo essere per primi rassicurati sulle buone intenzioni dell’Unione e dell’Ulivo. Noi. Non il Vaticano, non la Cei, non i teodem, non i crociati della «famiglia tradizionale» e neppure Pier Ferdinando Casini che, proprio mentre rimarca la sua autonomia da Silvio Berlusconi, chiama alla lotta frontale contro le unioni di fatto manifestando tutto il suo orrore per la deriva zapaterista che, auspice Romano Prodi, minaccerebbe i cattolici e, con loro, la società italiana.
A proposito di deriva zapaterista: a me, e credo a molti altri come me, non dispiacerebbe affatto, caro Piero, che qualcuno, magari proprio tu, trovasse la forza e la serenità, queste sì zapateriste, di sostenere apertamente, e anzi di assumere come fondamentale punto di principio, che qui non si tratta di sottrarre dei diritti a qualcuno, ma di darne a chi non ne ha o non ne ha abbastanza; e che questo ha moltissimo da spartire con una moderna politica di sinistra, con un moderno riformismo, e pure con la natura di quel Partito democratico per il quale tu con tanto impegno continui a batterti. Che Partito democratico sarebbe mai quello che non avesse iscritto nel suo codice genetico, assieme alla laicità, l’impegno a estendere i diritti e ad allargare la democrazia? Su questo punto cruciale, temo, le divisioni sono profonde. Più profonde e radicali ancora che sull’adesione o meno al socialismo europeo. E verranno tutte alla luce.


La Voce d'Italia (http://www.voceditalia.it/index.asp)

Grandi appuntamenti anche oggi al palazzo dei Congressi dell´Eur
Più libri più liberi: 2° giorno
Aggiornamenti in tempo reale:
(...) 13.28 - Si è da poco conclusa la presentazione del sesto libro di Massimo Fagioli, “Una Vita irrazionale. Lezioni 2006”, edito da Nuove Edizioni Romane.
Hanno partecipato all’incontro oltre all’editrice, Gabriella Armando, ed all´autore, Massimo Fagioli, David Armando e lo psichiatra Paolo Fiori Nastro.
Fagioli- laureatosi in Medicina all’Università di Roma, poi specializzatosi in Neuropsichiatria- nel suo libro propone un’idea diversa dell’irrazionale, e parla della necessità di scoprire la memoria non cosciente, e le immagini trasformate del pensiero senza coscienza.

Fagioli si occupa anche della percezione delirante. Che spinge le persone a credere una cosa, e non a pensarla. Se la percezione è qualcosa di normale e fisiologico, ed il delirio è la malattia mentale per antonomasia, la percezione delirante fa sì che si manifesti una discrasia nel passaggio dall’immagine dell’oggetto al linguaggio. “Non si tratta di una patologia organica- spiega Fiori Nastro durante l’incontro- perché non si è mai riusciti ad individuare qualcosa di fisiologico, ma di una malattia mentale. Non patologia della coscienza, dunque, ma qualcosa che sta al di là della coscienza. Nell’Inconscio. Viene fuori che la capacità di trasformare l’immagine in linguaggio, consente di legare l’immagine con l’inconscio”. Immagini come dimensione non cosciente. Non ‘Inconoscibile’, ma ‘non conosciuto’ e quindi studiabile e da studiare.

Al termine della presentazione la parola è passata direttamente all’autore Massimo Fagioli, che dopo i dovuti ringraziamenti agli ospiti intervenuti, ha parlato anche del concetto di “diverso” e della necessità di accettare ed apprezzare il diverso (...).

in redazione Federica Giordani e Paola Genovese
Data: 08/12/2006 21.54.09
l’Unità 11.12.06
CONVEGNO UNITI A SINISTRA, ARS, ROSSOVERDE
Mussi: «Le divisioni della sinistra rappresentano un peso per il Paese»


«Una sinistra nuova, per rispondere alla sfide del mondo contemporaneo»: questo il titolo del documento congiunto presentato ieri da tre associazioni della sinistra radicale - Uniti a sinistra, Ars, e associazione Rossoverde - riunite al teatro Piccolo Eliseo di Roma. «Serve un nuovo soggetto politico per una sinistra che già esiste», ha detto Pietro Folena, deputato indipendente del Prc, e tra i promotori dell'iniziativa, che ha aggiunto: «Una sinistra diversa che si metta alle spalle il fallimento del comunismo e quello della socialismo moderato. Una sinistra laica, del lavoro e delle libertà che non si può certo confondere con l'integralismo 'teodem'. Questa sinistra vorremmo costruire con uno sguardo particolare alle sinistre dei partiti socialisti che, in Italia e non solo, si interrogano criticamente sull'esperienza del socialismo moderato».
Fabio Mussi ha definito il documento presentato «un'utile piattaforma politica di forze di sinistra, con in testa un'idea di società alternativa a quella dominante, ma da un punto di vista di governo». A Porto, secondo Mussi, «nessuno, a differenza di quanto si fa in Italia, ha usato mai la parola riformismo». E, citando Ségolène Royal, il ministro della Ricerca e università ha sottolineato: «Ha richiamato la politica al posto di comando rispetto al dominio della Banca europea e della moneta» e ha riservato una forte critica alla «'Left of center' di Blair, che è finita nel mattatoio iracheno». Il leader della minoranza dei Ds ha rilevato la necessità di «prendere di petto la questione di una sinistra divisa, che è un peso nella storia del paese».
Presente all’iniziativa anche Cesare Salvi: «Occorre una sinistra che sappia dare risposte di alternativa e di governo», ha detto il senatore Ds, non risparmiando critiche alla Finanziaria, nella quale è presente «purtroppo l'impronta del monetarismo di Maastricht, anche se in questo quadro abbiamo cercato di fare il meglio possibile». L'esponente della sinistra Ds ha chiuso sottolineando come l'iniziativa in atto possa essere utile per «porre le basi di un grande e unitario soggetto della sinistra italiana, che non nasca da operazioni di vertice».

Repubblica 11.12.06
L'influenza di Pablo oltreoceano
Al Whitney Museum di New York la lezione dell'artista spagnolo


Moltissimi lo ripresero da Pollock a Jasper Johns, da Oldenburg a Lichtenstein
Dallo scrigno picassiano è possibile estrarre altre matrici in risposta alla geometria urbana: così avviene nel caso di Gorky
La mostra mette in risalto il costante bisogno dell'arte statunitense di portare ogni complessità a superficie

NEW YORK. «I giovani artisti dovrebbero appropriarsi delle nostre ricerche per poter reagire con forza contro di noi - c´è un mondo intero prima di noi, ogni cosa aspetta di essere creata, non di essere semplicemente rifatta». Questo afferma nel 1935 il Gran Cannibale dell´arte, Pablo Picasso, che nel corso della sua vita, mozartiana (per precocità) e tizianesca (per longevità creativa), ha gustato i linguaggi della sua epoca, degustato quelli del passato e anche pregustato quelli dei futuro.
In ogni caso P. P. rappresenta per eccellenza l´unico esempio risolto di uno strabismo culturale capace di tenere insieme una polarità global ed una altrettanto no global. Ha influenzato interi continenti dell´arte, compreso quello americano (senza mai essere stato negli Stati Uniti) e, nello stesso tempo, ha sempre marcato la propria identità di artista europeo, portato alla memoria degli stili e alla forma compiuta.
La mostra Picasso and American Art a cura di Michael Fitzgerald al Whitney Museum di New York (fino al prossimo 28 gennaio) sta a dimostrarlo pienamente. Artisti americani in pellegrinaggio a Parigi nei primi decenni del XX secolo ed altri nella seconda metà del dopoguerra sono stati toccati dall´opera del grande Andaluso che ha irradiato eroticamente, si può dire, la propria influenza anche oltre oceano. Tra l´altro furono proprio i collezionisti americani a premiare per primi la sua opera, tra New York, Chicago e la California. La febbre dell´oro é parallela ad un capitalismo che sperimenta nuove condizioni produttive ed una curiosità verso le sperimentazioni dell´arte del XX secolo, in sintonia con lo spirito puritano del grande sistema industriale americano.
L´arrivo dell´opera picassiana negli Stati Uniti avviene nel 1909, nella valigia del pittore Max Weber, la campagna culturale in suo favore di Arshile Gorky e John Graham nel 1930, fino a Roy Lichtenstein e Jasper Johns dagli anni Sessanta in avanti.
La mostra approfondisce la diretta influenza dello spagnolo su Weber, Stuart Davis, Graham, Gorky, Wilhelm De Kooning, David Smith, Pollock, Lichtenstein e Jasper Johns e anche Marsden Hartley, Lee Krasner, Claes Oldenburg, Andy Warhol e Louise Bourgeois.
Il curatore ha incluso nella mostra quegli artisti influenzati da Picasso vivente, prima della sua morte avvenuta nel 1973. Secondo un principio vitalistico, propriamente americano, secondo il quale la forza di relazione (scambio e confronto) é maggiore quando i vari protagonisti sono in vita.
Si desume il rapporto diretto, la conoscenza fisica delle opere di Picasso, la possibilità di ricostruire le mostre più influenti, contenenti sue opere, come quella sull´arte contemporanea europea del 1921 al Brooklyn Museum ed una su Picasso e l´arte africana al Whitney Studio Club del 1923. Sostenuti dal diritto affermato di Picasso di potersi appropriare di ogni ricerca altrui per piegarla nella propria, gli artisti americani furono spinti, se non proprio al saccheggio, sicuramente a partire dal suo fertile deposito linguistico. Cleptomania intenzionale o involontaria, l´arte americana del XX secolo non trova soltanto in Duchamp e nel suo Armory Show (1913) l´unico antenato nobile (l´eredità del ready-made e de l´objet trouvé) ma anche nella tellurica pittura di Picasso. Pure per la scultura, che pratica il famoso adagio «non cerco, io trovo», con l´opera di David Smith.
La mostra mette in risalto un trend all´affioramento dell´immagine, il costante bisogno dell´arte americana di portare ogni complessità a superficie, a vetrinizzare il linguaggio dando evidenza alla pura bidimensionalità della pittura. Questo avviene per Man Ray e più esplicitamente per Max Weber, Jan Matulka, Graham.
Influenzato dal contesto artificiale, consumistico ed urbano, Stuart Davis introietta la lezione scompositiva di Picasso e realizza un´immagine pellicolare che, per gli emblemi riportati, preconizza la Pop Art. La scomposizione cubista, portata all´ordinata disarticolazione della forma, trova una propria unità convergente e cromaticamente squillante nel bisogno di rappresentare la nuova metropoli, la città americana. Ma dallo scrigno picassiano è possibile estrarre altre matrici rivolte alla rappresentazione dell´organico, in risposta alla geometria urbana, come nel caso di Gorky, che trova così fertilità per i suoi giardini della forma, dove la trama pittorica cerca sempre una linea curva per accedere alla metamorfosi. Pollock invece desume da Picasso l´erotismo della sovrapposizione e la forza del gesto netto che fanno corto circuito e fondono un´immagine guerriera, uno spazio corporale dell´arte entro cui poi felicemente precipita l´artista col suo dripping. Sicuramente dietro il figurabile di De Kooning si agita il fantasma di Picasso surrealista, un linguaggio che porta ad ossimoro iconografico la scomposizione cubista e l´affioramento dell´incubo erotico dell´eterno femminino.
Lichtenstein a sua volta porta all´estrema conseguenza l´iconografia picassiana facendone un´offerta di superficie per lo sguardo di una società di massa allenata al fumetto e alla riproduzione dell´immagine. Jasper Johns nella sua opera capovolge il proprio linguaggio aniconico e lo trasferisce in un gioco combinatorio di citazioni di Picasso figurativo. Se Warhol riprende da Picasso la pelle della pittura come idea, la Bourgeois mantiene stretto il contatto col mondo organico del Surrealismo dell´artista spagnolo spostandolo sull´affermazione conflittuale della propria identità, il femminile.
In definitiva la mostra rappresenta una sorta di scena madre di Urano, anticipatore anche di New Dada, Pop Art, Nouveau Realism, Transavanguardia. Dimostrando valida la diagnosi di Paul Valéry: «in Picasso il circolo è chiuso». Il Gran Cannibale ha piegato con la sua arte a venire il mondo presente al suo consenso: Museo e Denaro.

domenica 10 dicembre 2006

l'Unità 10.12.06
Coppie di fatto, il Vaticano guida l’offensiva
L’Osservatore attacca il governo: le unioni civili puntano a sradicare la famiglia
La destra annuncia barricate, crepe nell’Unione dopo il compromesso al Senato


Le coppie di fatto compaiono finalmente nell’agenda del governo e puntuale arriva l’anatema del Vaticano. «Con questo disegno di legge - scrive l’Osservatore Romano - si punta a sradicare la famiglia». L’attacco al governo del quotidiano del Vaticano è durissimo, si parla di «menzogna» e «ipocrisia». Prodi preferisce non replicare: «Non ho nulla da aggiungere». Ma il centrodestra non aspettava altro per rilanciare la sua crociata. Al Senato sarà presentata una mozione con l’obiettivo di dividere il centrosinistra. Con più di una speranza, almeno a giudicare dal fuoco di sbarramento che giunge dai settori più integralisti della Margherita dopo il compromesso raggiunto nei giorni scorsi al Senato.

l'Unità 10.12.06
«Basta ingerenze, le unioni civili si faranno»
Intervista a Mercedes Bresso: «Troppe volte qui in Italia la Chiesa si confonde con lo Stato»
«Nell’Unione compromesso faticoso, non si torna indietro. Al Senato i numeri ci saranno»
di Edoardo Novella


«SULLE COPPIE DI FATTO abbiamo un Programma frutto di un compromesso faticoso e che alla fine tutti abbiamo accettato. Adesso tornare indietro sarebbe inquietante. Si tratta di riconoscere diritti che giudico inalienabili, non possiamo mollare». Mercedes Bresso, presidente Ds della Regione Piemonte, commenta da Oporto - dove ha partecipato al congresso del Pse - sia l’impegno del governo per un disegno di legge sulle unioni di fatto entro fine genanio, sia le polemiche che immediatamente si sono sollevate: «Il no di certi cattolici? Inaccettabile. Soprattutto quello che viene da componenti dell’Unione. Il riconoscimento delle unioni, anche omosessuali, è il minimo che si possa pretendere da una coalizione progressista».
Da Mastella ai teodem, passando per i dipietristi: la strada però sembra in salita...
«Ma sostenere che così si danneggia la famiglia, usare la religione per discriminare, beh, credo sia un clamoroso errore. Dare diritti pubblici alle unioni civili non danneggia nessuno. La levata di scudi contro gli omosessuali è intollerabile».
Ma il governo rischia?
«Credo di no. Semmai si può “ballare” qualche volta in aula al Senato, ma vede, si potrà recuperare di volta in volta pescando nelle file del centrodestra, qualche liberale da quelle parti ci dovrebbe essere ancora... ».
Ma queste divisioni nel centrosinistra non finiscono per proiettare ombre anche sul destino del Partito democratico?
«Se non si è d’accordo su cose così centrali, ma quale Partito democratico... Tutte le formazioni progressiste, in Europa e fuori, hanno o stanno legiferando per riconoscere queste situazioni. No, altri compromessi al ribasso non hanno senso. E ripeto - come dice anche con semplicità Zapatero - : finchè le sfere della libertà si estendono, tanto meglio... ».
Il Vaticano è di parere contrario. Secondo l’«Osservatore romano» il governo vorrebbe addirittura sradicare la famiglia...
«Queste cose accadono solo in Italia. Nel resto dei paesi Ue si legifera tranquillamente, a parte qualche polemica come proprio in Spagna. Da noi il clima è invece questo, di indebita interferenza... no, le parole sono queste, comunque si voglia rigirare la questione. Perchè finchè la Chiesa esprime il proprio convincimento nessuna obiezione: è nella sua piena legittimità. Ma se l’obiettivo è quello di condizionare il legislatore, se vuole imporre il proprio magistero con la legge, beh, allora siamo di fronte ad un inaccettabile fondamentalismo. La si può indorare quanto si vuole, ma è proprio così».
La solita questione dei confini della laicità...
«Il fatto è che troppe volte la Chiesa in Italia è stata abituata a poter confondere se stessa con lo Stato. Io dico che è ora di smetterla».
Presidente, sul piatto della polemica però non ci sono solo le coppie di fatto. L’eutanasia, per esempio...
«No, un momento. Credo che tra un tema come le coppie di fatto e il caso Welby, per essere chiari, c’è differenza. E come. Quello del confine tra vita e morte è un problema molto più complesso. Si tratta di ragionare sul senso del limite, sul confine tra cura e accanimento. E io mi interrogo: quando una persona è attaccata a una macchina ma è in stato vegetativo, chi decide? Accettiamo di dire che la vita finisce quando non c’è più attività cerebrale... ma Welby è lucidissimo. Credo che nel suo caso non si possa nemmeno parlare di eutanasia. Piuttosto lui sta chiedendo aiuto. Aiuto a suicidarsi. Ma alla sua richiesta non so chi possa rispondere».

l'Unità 10.12.06
Il Vaticano: «Vogliono sradicare la famiglia»
Anatema dell’«Osservatore romano» contro il governo: sulle coppie di fatto menzogna e ipocrisia
Prodi: non ho nulla da aggiungere. Intanto la destra prepara le barricate a Palazzo Madama
di Anna Tarquini


«VOGLIONO SRADICARE la famiglia, vogliono costituire una legislazione parallela e mentono». Con un editoriale durissimo sull’Osservatore Romano il Vaticano ha aperto la crociata contro i Pacs, spalleggiato anche dalla Cdl che sta preparando un
contro-disegno di legge e soprattutto da Bondi che ha chiesto l’intervento immediato di Napolitano. Attacco alla Costituzione, dicono. Sovvertimento di tutte le regole, manomissione dei principi che riguardano famiglia, alla salute e alla tutela della vita. E questo nel giorno in cui il Papa mette un altro punto fermo: «La Chiesa ha il dovere di difendere i grandi valori e poi non è sana laicità escludere i simboli religiosi dai luoghi pubblici, da uffici, scuole, tribunali, ospedali, carceri». Nessuna tregua, nessun accordo. Nemmeno l’accettazione - che pure la Chiesa ha sempre sostenuto - del principio che il riconoscimento della reversibilità della pensione, del diritto alla casa, di quello ad essere ammessi in ospedale come i parenti nulla ha a che vedere con la minaccia di un’equiparazione tra matrimonio e coppie di fatto. Sì, perché il Vaticano si è sempre detto favorevole alla regolamentazione di questi semplici diritti, solo che ora - ad arte - il quotidiano della Santa Sede ribalta il problema, accusando il governo di voler far entrare l’equiparazione delle unioni civili al matrimonio dalla finestra. Un voltafaccia che ieri ha preso forma nel durissimo editoriale de l’Osservatore: «Con l'annuncio dell'impegno del governo a produrre un disegno di legge sulle unioni civili - scrive - si è ribadito nuovamente il carattere ipocrita di iniziative che mirano esclusivamente ad accreditare una forma alternativa di famiglia». «Quali che siano le norme - continua l'Osservatore - da inserire in quel disegno di legge, è chiaro che il tutto andrà fatalmente a costituire una legislazione parallela a quella del diritto di famiglia, il quale diventerebbe, come lo stesso matrimonio, un istituto relativo. Chi difende le coppie di fatto, eterosessuali e omosessuali, spesso afferma anche che riconoscere queste unioni non arreca alcun danno alla famiglia. Anche questa è una menzogna». E Avvenire - quotidiano della Cei - minaccia: «Ci impegneremo contro le unioni di fatto come abbiamo fatto per il referendum sulla procreazione».
Nell’Unione, dopo l’altolà di Mastella arriva quello dell’Italia dei Valori («Il disegno di legge Pollastrini? Così come è è irricevibile» dice il capogruppo alla Camera Massimo Donadi), mentre Prodi tiene la barra ferma: «Le polemiche? Non ho nulla da aggiungere».
Dall’altro lato Bondi suona la carica con un appello a Napolitano: il governo fa «sistematica opera di manomissione di alcuni principi fondamentali della nostra Costituzione attraverso atti amministrativi e legislativi illegittimi, assunti dalle regioni e dagli enti locali governati dalla sinistra» ha detto il coordinatore nazionale di Forza Italia. I teocon hanno annunciato una mozione in Senato per «mettere paletti preventivi» a un eventuale Ddl sulle unioni di fatto. Il testo porta le firme - tra le altre - di Mantovano (An) e Buttiglione (Udc) e servirebbe ad «impegnare l’esecutivo, nell’ipotesi di un varo del disegno di legge, a escludere qualsiasi parificazione, anche implicita, fra la convivenza e la famiglia come riconosciuta dall’articolo 29 della Costituzione». E di conseguenza «ad evitare che vi siano identici effetti sul piano delle successioni, degli assegni familiari, del fisco e degli alimenti tra famiglie e convivenze e a escludere convivenze plurime e contestuali». Ma non è tutto. La mozione chiede anche all’esecutivo a non parificare le convivenze omosessuali a quelle eterosessuali su questioni come adozioni e accesso alla fecondazione artificiale. Sulla mozione c’è però l’altolà di Storace: «Fa bene chi nel centrodestra vuole proporre al Senato una mozione su famiglia e unioni civili - ha detto - , ma credo che si farebbe malissimo se non la si discutesse prima di presentarla. A cominciare da Alleanza nazionale».

l'Unità 10.12.06
L’alt teodem: no al riconoscimento di diritti pubblici
In una lettera Binetti & co. denunciano: ostilità contro i cattolici, rischio di violenza
di Maria Zegarelli


Dicono di apprezzare solo alcuni contenuti della bozza di legge presentata dalla ministra Pollastrini, ma di fatto i teodem - i cattolici più intransigenti della Margherita - ne contestano l’«esprit». E non sono piccole sfumature, in questa delicata partita che si sta giocando nella maggioranza. Unioni civili, anziché Pacs - parola invisa oltretevere e sinonimo di «deriva zapateriana» - riconoscimento di diritti individuali privati, anziché suggello di un rapporto di diritto pubblico. In realtà sfumature non sono affatto perché cambiano sostanzialmente i termini della questione. Le armi sono rimaste nel cassetto solo poche ore, dopo lo stralcio dell’emendamento alla Finanziaria che avrebbe esteso ai conviventi le stesse facilitazioni che sono riconosciute ai coniugi. Da una parte la vittoria dei teodem - che in questo modo hanno «stoppato» il tentativo «di riconoscere di fatto le unioni civili», come spiega Paola Binetti -, dall’altra il successo dell’ala più laica della coalizione che è riuscita a far convergere l’intesa su un ordine del giorno che impegna il governo a presentare entro la fine di gennaio un disegno di legge sulla materia. Ognuno continua a scavare trincee. Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato ha avvertito: c’è il rischio che a furia di tirare l’elastico si spezzi. «Ha ragione», risponde Binetti, «per questo bisogna lavorare ad una legge prudente, senza fughe in avanti». Perché alla fine «non possiamo rischiare che questa legislatura venga ricordata per i Pacs, la droga e l’eutanasia». Di un voto trasversale con la destra, dicono, non vogliono neanche parlarne. Purché «ognuno nell’Unione sia disposto a fare un a piccola rinuncia». Ieri insieme ad altri colleghi di «fede» politica e non solo, Binetti ha scritto una lettera denunciando un clima «anticattolico con rischi di violenza», in seguito all’iniziativa dei volantini del «manifesto» al passaggio del Papa. A firmare il documento che sembra un parlare a suocera perché nuora intenda, sono anche stati Luigi Lusi, Giuseppe Caforio, Benedetto Adragna, Emanuela Baio Dossi, Luigi Bobba, Daniele Basone, Fabio Giambrone. Dicono: «C’è un possibile clima di ostilità nei confronti di valori e tradizioni del cattolicesimo con cui alcuni si preparano a seguire l’elaborazione del ddl che dovrebbe riconoscere diritti individuali di quanti vivono in convivenze diverse dal matrimonio. Respingiamo l’atteggiamento adottato ieri da alcuni giornalisti de «il manifesto», così come respingeremo ogni atto di violenza da qualunque parte provenga e a qualsiasi parte indirizzata». La famiglia deve essere una soltanto, ripetono Binetti e Bobba. E in quel gesto contro il Papa vedono il rischio di una conflittualità «tra credenti e non credenti» che potrebbe compromettere il già precario equilibrio su cui si regge la partita. «Ci auguriamo - scrivono - che nessuno voglia seguire questo esempio increscioso, proprio per permettere a chi ne ha la responsabilità di lavorare con serenità su un tema che tocca in modo profondo valori che appartengono a tutti gli italiani». Da parte nostra, dicono, c’è «tutta la disponibilità a muoverci nel solco esigente disegnato dal programma per dire un sì convinto al riconoscimento dei diritti individuali». Ma davanti alle anticipazioni apparse ieri sui quotidiani sui contenuti della bozza di legge sono comparsi i primi maldipancia. «Sono d’accordo sull’assistenza ospedaliera e sanitaria, sull’obbligo morale e materiale per l’educazione e l’istruzione dei figli, ma non sulla reversibilità della pensione», commenta Binetti. I temi previdenziali rientrano nel diritto pubblico. Così come l’obbligo di assegni familiari in caso di separazione. «Io sono pronta a votare una legge che riconosca i diritti individuali dei soggetti coinvolte in un rapporto di convivenza» spiega la senatrice. «Non accettiamo tentativi di riconoscimento di altri tipi di famiglia diversi da quello sancito nella Costituzione», aggiunge Luigi Bobba. Che non condivide il «metodo adottato su questo argomento: o si apre un confronto sereno» o non si va da nessuna parte. Conferma Emanuela Baio Dossi: «Contrasteremo qualsiasi legge che possa mettere in pericolo la famiglia». Sullo sfondo il Cupolone.

l'Unità 10.12.06
Cercando il Socialismo
di Paolo Leon


Stiamo costruendo una fondazione di cultura politica per il socialismo e la democrazia e le abbiamo dato un titolo evocativo - «unasolaterra» - che ricorda quattro grandi campi di discussione: quello dei diritti umani, quello dell'unicità dell’ambiente planetario, quello dei diritti sociali e della solidarietà internazionale, quello della pace. È il declino della cultura politica, la sua afasia, la sua banalità che ci spingono a sollecitare una nuova intelligenza della nostra società.
In parte, questo declino deriva dal trionfo del capitalismo mondiale, ma in parte deriva anche dalla rinuncia ad osservare il cambiamento che quel trionfo sta determinando nella vita individuale e sociale. Il capitalismo ha messo a frutto nuove tecnologie, imponenti progressi scientifici e sconfitto la fame in grandi parti del mondo; ma dovunque cresce la disparità nei redditi e nella ricchezza, aumenta la variabilità dei mercati, si separa la finanza dalla produzione, si moltiplicano conflitti apparentemente insanabili. La politica è messa in disparte, nelle dispute internazionali, e la guerra sembra divenuta un fenomeno endemico. Nel frattempo, aumentano l'incertezza dei singoli e l'esclusione di grandi masse. Il capitalismo sconfigge la concorrenza e privilegia la competizione: crescono giganteschi conglomerati che dettano legge agli Stati e distruggono le regole create dai Parlamenti. L'idea dello sviluppo dell'economia è sostituita da quella della ricchezza proprietaria. L'uguaglianza è vista come un ostacolo al progresso, la giustizia sociale si trasforma in filantropia, la libertà si esaurisce nel successo individuale. Il lavoro, da strumento di dignità, torna ad essere semplice sfruttamento, e la precarietà colpisce giovani e donne, marginalizzando le forze vive della società. Il merito dovrebbe essere premio a se stesso, ma il capitalismo non lo distingue dalla fortuna, dalla violenza, dalla truffa.
La necessità della protezione dei singoli dalla violenza del mercato si traduce in una sete di appartenenza, di esclusività, di riconoscimento. Si travolge la memoria e la storia, pur di proteggersi dalle insidie del mercato universale, e la democrazia s'indebolisce con il declino dello Stato. Più soli, gli individui si rifugiano nelle ideologie: cresce la divisione sociale, riappaiono le classi, si diffondono il populismo, il nazionalismo, il razzismo, ed il terrorismo è la forma estrema di queste involuzioni. Le religioni entrano in conflitto, e si disputano le proprie capacità consolatorie. La repressione, a sua volta, genera un circolo vizioso - che non si corregge finché non s'individuano le cause della solitudine degli esseri umani.
Non è la prima volta che l'espansione del capitalismo genera mostri: ma mentre nella seconda metà dell'ottocento lo sfruttamento e l'alienazione trovavano gli anticorpi nel sindacato e nel socialismo, oggi nel mondo, e anche in Europa, quegli anticorpi sembrano indeboliti. Il sistema politico, anche da noi, si trasforma in ceto politico, la rappresentanza s'indebolisce, e la solidarietà tra i lavoratori nel sindacato è considerata un concorrente dei partiti. Le nuove tecnologie, pur moltiplicando le capacità di comunicazione, non aiutano il formarsi di unità politiche più grandi, e non favoriscono la coesione sociale.
Riteniamo che solo il socialismo, pur nelle sue molteplici variazioni, esprima la necessità di contrastare il liberismo senza libertà. E il socialismo esige la presenza di uno Stato che non solo regoli e controlli i fallimenti del mercato, ma assicuri i diritti non negoziabili della democrazia: dallo Stato sociale universale all'offerta dei beni comuni, dalla considerazione della società nel suo complesso all'attenzione per le future generazioni. Dobbiamo riscoprire il socialismo, superare fratture, ripensare l'ossimoro del «socialismo liberale», perché non è vero che un po' di ingiustizia sociale faccia bene alla libertà.
È dall'Europa che si può partire per la ricostruzione di un mondo di pace e di solidarietà. Ma l'Europa non ha ancora risposto alle esigenze della trasformazione sociale in corso. Lo Stato nazionale è indebolito, ma non si è rafforzato uno Stato europeo: anzi, la moneta unica e la spinta alla liberalizzazione generalizzata, creano un deficit di democrazia e costringono gli Stati a minimizzare i diritti di cittadinanza e a monetizzare ogni forma di intervento sociale. Una dimostrazione dell'insufficienza statuale europea sta nell'abbandono della Costituzione: un effetto della somma di nazionalismo e populismo, frutto a sua volta di un'immagine d'Europa come sede di competizione e di divisione sociale. Del resto, il sindacato è appena tollerato, in Europa, e questo indebolisce anche i partiti di sinistra.
Il socialismo europeo è la sede dei nostri interessi: alla ricerca di uno Stato sociale europeo, della difesa dell'ambiente europeo come premessa per un pianeta sostenibile, della pace come missione europea, non pensiamo che annacquando gli ideali socialisti, si possa combattere l'involuzione del sistema sociale. Ma ciò implica lottare in Europa per quegli ideali, senza adeguarsi al pensiero unico.
Non vogliamo appartenere ad una corrente di partito, ma siamo parte della sinistra e vogliamo operare per correggere la direzione di marcia dei partiti di sinistra, per spingerli ad una rappresentanza vera degli interessi generali, per costringerli a difendere principi anziché poteri. Temiamo che unendo i cosiddetti riformismi, moderati e di sinistra, non si risolva altro che una sistemazione provvisoria del ceto politico. Definirsi riformisti, infatti, è come definirsi liberisti: i termini hanno sempre un doppio significato, e come il liberista, anche il riformista sostituisce il mercato alla democrazia.
Dobbiamo riunirci, in Italia e in Europa, dobbiamo discutere, mettere in campo le diverse esperienze, raccordare tutti quelli che temono il pensiero unico, il nazionalismo, il populismo, il confessionalismo. Il campo da arare è grande, le cose da dire e da fare molte, le persone, i gruppi e le associazioni da legare tra loro numerosi: se ce la facciamo, vogliamo mettere a frutto l'indignazione e superare la delusione, la noia e il distacco.

l'Unità 10.12.06
Vi racconto le Mille e una notte
Mille e una notte per mille e un popolo
di Vincenzo Cerami


NARRAZIONI L’universo al centro della celebre raccolta rappresenta una società in tutti i suoi ranghi e le sue classi. E molti degli episodi del capolavoro della letteratura orientale si apparentano a tanti della mitologia greca e della Bibbia

C’è una poesia in Storia della notte (1977) di Jorge Luis Borges intitolata Metafore delle Mille e una notte dove il poeta mette in fila, alla rinfusa, gioielli che pesca a piene mani in quella che viene unanimemente definita la più importante raccolta novellistica di tutti i tempi. Borges resuscita dal ricordo di uno straordinario, indimenticabile voyage en Orient, la caverna che si chiama Sesamo, visir, spade, scacchiere, re lebbrosi, lampade, carovane, mani lavate nella cenere, geni confinati in un vaso, sceicchi, il lungo vegliare delle stelle, Shahrazad che narra la sua storia, i viaggi di Sindbad. Ogni immagine che compare nel grande libro esotico, una strada, un angelo travestito, un tappeto, un mercante assai ricco… ne chiama a raccolta tante altre, in un gioco, appunto, di metafore, di specchi, di rimbalzi, di inganni, di allusioni. Così, d’incanto, ecco nascere dal nulla un apologo, una chiosa moraleggiante, un fatterello esemplare, una rivelazione, un annuncio, un episodio anodino all’apparenza e invece ricco di arguzia e di saggezza.
Il destino, che di quest’opera è protagonista assoluto, crea gli incroci più improbabili, incongrui, quasi sempre inattesi: il popolo che si muove nel ricco e variegato paesaggio dei racconti va a caccia d’avventure dall’esito incerto e sorprendente. La presenza assente della sorte muove le genti, dà loro voce e silenzi, turbamenti e furie, passioni e meschinità. La vita di ognuno obbedisce a un disegno criptico e iniziatico di Dio, «signore generoso, artefice degli uomini e del creato», che qui è l’oscuro burattinaio di esseri indaffarati e affannati, brulicanti, ritratti mentre creano e combattono prodigi, seducono e si lasciano sedurre, tramano nel caos per intascare pezzi di vita, tra amori casti e sospirosi, e violente scene d’alcova.
L’universo delle Mille e una notte è una società rappresentata in tutti i suoi ranghi, dalla vetta più alta della piramide a lerci bassifondi. Nel popolo sopravvivono, come un residuo della coscienza arcaica, gli spiriti dei jinn, di quella miriade di feticci e simboli pagani cancellati dal monoteismo musulmano, buttati all’aria da Maometto, come fece Cristo con le blasfeme merci del mercato di Gerusalemme. Le paure aleggiano in forma di spiritelli e oggetti incantati, colorando le storie di infantile, favolistico trasognamento e lasciando nel lettore l’impressione di attraversare, sì, il paese delle meraviglie, ma muovendosi lungo una linea di confine tra sincronismo del bambino e diacronia dell’adulto, tra preistoria e storia. Di qui il vitalismo scatenato, dionisiaco, metalinguistico del freudiano principio di piacere, di là l’esistenza codificata del principio di realtà. Nelle Mille e una notte si assiste spesso a forti collisioni tra le categorie dello spirito radicate nell’atavismo creaturale e il tessuto sociale, di arcaica e normale crudeltà. Talvolta a trionfare è l’ovvia giustizia, ma più spesso ha la meglio l’enigmatica, impenetrabile giurisprudenza del destino. Vita e anima sono corpi di uno stesso Io, il quale è felice se le due parti diventano una sola cosa, e rischia di essere infelice se vivono separate.
(...)
È interessante notare come nella mitologia greca esistano episodi che girano intorno agli stessi temi. Basta pensare alle tre mele d’oro che sono servite a Milanione per conquistare la bella Atalanta, cacciatrice velocissima nella corsa. (...) Tre mele compaiono nella sessantanovesima notte, fanno da perno a una vicenda di malanni e infedeltà. E riappare anche, intorno alla settantesima, la figura narrativa dello scrigno-bara che tiene celato un corpo: una bellissima giovane tagliata in diciannove pezzi viene tirata fuori da una cassa pescata con la rete nel Tigri. Quando re Shahriyar e suo fratello Shahzaman, dopo aver scoperto il tradimento della regina (tra l’altro disprezzata dal triviale seduttore Masud che la chiama addirittura «sporcacciona»), se ne vanno in giro per scoprire se nel mondo esistono donne onorate, si imbattono in una fanciulla che invita entrambi a giacere con lei. I due tentano di sottrarsi, ma la ragazza li spaventa minacciando di svegliare l’ifrit, un jinn addormentato sulla spiaggia accanto a lei, che potrebbe ucciderli e gettare i loro corpi in mare. Prima uno e poi l’altro soddisfano la scellerata richiesta della fanciulla. Ma quale è la storia della fanciulla? Vive dentro una cassa di vetro, tenuta sotto chiave da quel demone empio che adesso dorme saporitamente sulla sabbia dopo averla liberata solo per un piccolo lasso di tempo. L’ha rapita il giorno delle nozze e crede di proteggerne la castità segregandola appunto nella cassa. Non sa il mostro che ogni volta che la lascia libera e fa il suo pisolino, lei si accoppia con chiunque passi nei paraggi. Ha già fatto l’amore novantotto volte,e adesso, con i due nobili fratelli, è arrivata a cento. Poi, riferendosi all’ifrit, dice: «Mi ha tenuto protetta sotto chiave, nell’intento di farmi restare casta e pura, senza sapere che niente può mutare o impedire le cose decretate dal destino, e che quando una donna vuole qualcosa non c’è nessuno che possa opporsi».
La figura della cassa che custodisce la castità (simulacro della vita), si trova anche, con diverse varianti, nell’universo mitologico greco e in quello ebraico. Abramo, che non aveva mai avuto rapporti d’amore con Sarah, accortosi della sua bellezza mentre lei si specchiava sull’acqua del torrente che separava l’Egitto da Canaan, sapendo quanto svergognati fossero gli egiziani, nascose la donna dentro una cassa, non prima di averla vestita con i suoi ornamenti più belli e preziosi.
Ma un simile trattamento non è riservato solo alle donne. Subisce lo stesso destino Osiride, chiuso in una cassa sigillata col piombo fuso e gettato nel Nilo. Iside, in preda alla disperazione, va in cerca del suo sposo, e quando lo trova fa ricomporre la salma: si accorge che gli manca il pene. Allora ne prepara uno d’oro (viene in mente il fallo fiammeggiante di Marte, che tolse la verginità a Rea Silvia). Con un incantesimo resuscita Osiride e trascorre con lui una notte d’amore. Anche nella vicenda di Perseo e di sua madre Danae c’è una cassa. Anzi, prima ancora, c’è una cella, nascosta sotto terra, dove la donna viene imprigionata dal padre, re Acrisio. L’oracolo di Delfi ha predetto al sovrano che un nipote lo ucciderà. Siccome Danae è la sua unica figlia, egli la condanna ad eterna sterilità, rinchiudendola in una stanzetta affondata negli abissi. Giove, innamorato della fanciulla, si trasforma in una pioggia d’oro (il seme più prezioso) e, penetrando dalle fessure del soffitto, seduce la vergine. Nasce Perseo. Infuriato, il re fa rinchiudere madre e figlio dentro una cassa, che affida alle onde del mare.
Il mito di Atalanta, cacciatrice cruda e restia, ha molto in comune con il percorso narrativo di re Shahriyar e con il clima favolistico delle Mille e una notte. Quando il padre vuole che Atalanta si sposi, lei pone come condizione che i suoi aspiranti mariti gareggino con lei nella corsa a piedi, dove pensa di essere imbattibile. Il pretendente che accetta la sfida, se perde, deve essere pronto a farsi uccidere da lei. Milanione vincerà la gara grazie a tre mele d’oro: durante la corsa ne getta una alla volta a terra e Atalanta, attratta dallo splendore di quei frutti, si ferma a raccoglierle. Nel frattempo lui taglia da vincitore il traguardo.
Il tesoro di storie dalla forte carica simbolica che è la mitologia greca, basa la sua ricchezza drammaturgica nel politeismo, nelle incessanti e sempre vive conflittualità tra la volontà degli dei e il libero arbitrio degli umani. La stessa parola mito ha come principale significato racconto. Attraverso il fascino della narrazione il sapere riesce a mettere radici nell’uomo. Il racconto mitologico svela il mondo favolistico che si muove di pari passo con quello apparente. L’inganno dell’invenzione serve a smascherare gli inganni delle apparenze. Divinità, maggiori e minori, e creature soprannaturali mettono in scena tensioni sempre vive nelle categorie dello spirito, in quella zona più profonda dell’uomo dove sopravvivono i nostri primitivi impulsi a capire e a dare senso alla vita. Non c’è popolo che non abbia costruito le proprie mitologie, antropomorfizzando i misteri della natura, reificando le paure, popolando la fantasia di mille episodi che, simbolicamente, rappresentano il mondo. Il sole, la luna, la pioggia, i fulmini, la grandine, il fuoco, la vita, la morte… e poi la procreazione, l’amore, la convivenza, la ricchezza, il denaro, il commercio, la forza, la debolezza, le credenze religiose, e così via, sono i veri personaggi, spesso mascherati, degli antichi racconti popolari. Le combinatorie tra tutti questi valori-personaggi sono praticamente infinite. Di qui la ricchezza di ogni mitologia. Su quella greca si poggiano i fondamenti del pensiero occidentale. Il contesto antropologico delle Mille e una notte, seppure più recente (stando ai testi fino ad oggi a nostra disposizione), anche rispetto alla tradizione biblica, si presenta al lettore come costellazione mitologica dell’Oriente. E chi sa quanto materiale mitico politeistico e quanto folclore mediorientale, esclusi dalla Bibbia, sono contenuti nei racconti di Shahrazad.

Repubblica 10.12.06
CHI NON AMA I DIVERSI NON È CRISTIANO
di Eugenio Scalfari


Il fatto nuovo e rilevante di questi giorni è l´accordo tra il governo e la sua maggioranza, per una volta unanime, sul tema delle coppie di fatto. Dopo molti mesi durante i quali i problemi dell´economia e della fiscalità hanno interamente occupato la scena suscitando non piccola confusione ed eccitando egoismi corporativi che hanno messo a rischio ogni sentimento di solidarietà sociale e ogni visione di interesse generale, finalmente si sono cominciate ad affrontare questioni eticamente sensibili.
Sarò magari un laicista vituperando, di quelli contro i quali il Papa non cessa di lanciare ogni giorno il suo monotono anatema, ma a me pare che quell´accordo sulle coppie di fatto rappresenti una svolta positiva della quale si sentiva urgente bisogno. Tanto più positiva in quanto è stata voluta e sottoscritta anche da cattolici militanti di sicuri sentimenti democratici, che professano allo stesso tempo rispettosa attenzione ai valori della loro religione e a quelli altrettanto onorandi della Costituzione repubblicana, alla dignità della famiglia e ai diritti indiscutibili degli individui, al magistero della Chiesa e all´autonoma sovranità dello Stato.
L´accordo sulle coppie di fatto ha suscitato consensi e dissensi di vario tipo e colore. C´è chi l´ha giudicato un pericoloso arretramento dal punto di vista laico, chi una forzatura irritante e controproducente rispetto alla lenta evoluzione del costume e chi vi ha visto addirittura la mano del diavolo col suo puzzo di zolfo e le impronte del suo piede caprino.
Tralascio per il momento quest´ultimo tipo di reazione sul quale bisognerà tuttavia tornare perché coinvolge anche forze politiche di notevole rilievo. Prima conviene infatti esaminare il contenuto e il senso politico di quest´accordo e dell´ordine del giorno che lo contiene, votato all´unanimità dal gruppo senatoriale del centrosinistra e accolto all´unanimità dal governo nel quale siedono i rappresentanti di tutta l´Unione.
***
L´accordo prevede che entro il 31 gennaio sia presentato un disegno di legge sulle coppie di fatto nel quale vengano riconosciuti i diritti degli individui che abbiano deciso di vivere insieme stabilmente ma al di fuori del vincolo matrimoniale. Questi diritti riguardano aspetti rilevanti della convivenza, dall´assistenza reciproca tra i conviventi alle decisioni da prendere in casi di malattie di uno di essi, alla successione ereditaria, alla reversibilità della pensione, al pagamento degli alimenti in caso di separazione, all´uso comune dell´abitazione, ai diritti e doveri verso i figli e la loro educazione. Insomma tutti gli aspetti che configurano i rapporti interpersonali di una convivenza duratura, quale che sia l´età la razza la religione e il sesso dei due conviventi.

Questi i principi e i temi sui quali dovrà applicarsi la normativa della legge; il termine tassativamente indicato è, come s´è detto, quello del 31 gennaio 2007; il ministro incaricato di redigere il testo è la Pollastrini di concerto con la Bindi, ministro della Famiglia. Il Consiglio dei ministri, entro quella data, dovrà discutere e approvare il testo trasmettendolo poi al Parlamento per la sua trasformazione in legge dello Stato. I gruppi parlamentari dell´Unione sono tenuti a votare quel testo sulle cui finalità hanno già dato unanime e favorevole parere.
A me pare, da vecchio e vituperato laicista, che si tratti di un ottimo accordo né mi sembra possa essere criticato lo stralcio d´un articolo della Finanziaria sulla fiscalità successoria che il governo ha ritirato per reinserirlo più coerentemente nel disegno di legge in questione.
Capisco che i laicisti "arrabbiati" temano che il disegno di legge sia stravolto nel suo iter parlamentare sicché le componenti cattoliche del centrosinistra abbiano sottoscritto l´accordo incrociando nascostamente le dita per tradire poi la parola data nel momento conclusivo. Li capisco perché i laici di analoghe delusioni ne hanno sofferte non poche. Penso però che in questo caso il gioco valga la candela. Per due motivi importanti: è stato deciso di presentare una legge sulle coppie di fatto e non di considerarle vincolate soltanto da un semplice contratto privato; si è deciso altresì all´unanimità che la legge e le sue norme regolino tutti i tipi di convivenza indipendentemente dal sesso dei conviventi, riguardino cioè eterosessuali e omosessuali. L´unanimità raggiunta su questi due punti è essenziale. È chiaro che se qualcuna delle forze politiche si ritirasse dall´accordo già sottoscritto – obbedendo agli anatemi lanciati anche ieri dall´Osservatore Romano – ciò segnerebbe la fine dell´Unione e del governo che ne è l´espressione.
* * *
Perché la Chiesa cattolica dovrebbe opporsi ad una legge ispirata a questi principi? Perché non dovrebbe considerarla anzi come parte integrante e conforme al messaggio che emana dalla predicazione evangelica? Non è la tutela dei diritti individuali uno dei cardini di quel messaggio? Non è il rispetto della persona e la sua dignità? Non è l´includere una finalità dell´amore del prossimo e l´escludere un vero e proprio peccato di egoismo e di superbia? Non fu Gesù di Nazareth a salvare la peccatrice, a riscattare gli schiavi, ad amare i diversi e i deboli? Non è l´amore del prossimo ad aver reso grande il Cristianesimo e affidabili i veri cristiani anche da parte di chi non ne condivide la fede?
Ho letto ieri sulle pagine di Repubblica l´intervista di Ferzan Ozpetek, il regista di Fate ignoranti che pone, appunto, queste domande. Le condivido in pieno e penso che dovrebbero condividerle tutti i cristiani e tutti i cattolici. In particolare – e non si dica che è un paradosso – la gerarchia, i vescovi successori degli apostoli, il Papa vicario di Cristo. Dov´è l´amore? Dov´è l´inclusione? Dov´è la pietà?
I sacerdoti con cura di anime dovrebbero far sentire la loro voce su temi così coinvolgenti che arrivano nell´intimo della carne e dell´anima. Il laicato cattolico dovrebbe parlare e agire nella propria autonomia per il bene della Chiesa. Dov´è il coraggio cristiano per la difesa del prossimo?
S´invoca la famiglia, ma una legge equa sulla convivenza non mette a repentaglio alcuna famiglia. Io non credo che le famiglie in quanto tali si sentano in pericolo per la convivenza in quanto tale. Non credo che esista un problema di supremazia sociale tra famiglia e convivenza, tanto più di fronte ad una legge che non pretende di parificare quei due istituti. Non credo che i figli nati o comunque esistenti all´interno d´una convivenza debbano suscitare affetti e diritti minori dei figli nati all´interno d´una famiglia. E perciò pur non essendo cristiano ma apprezzando, rispettando e ammirando il messaggio evangelico, resto stupefatto e dolorosamente colpito dall´egoismo e dalla superbia e dalla sfrontata certezza con cui la gerarchia e coloro che ne seguono le prescrizioni si schierano in battaglia contro il riconoscimento d´un fatto che esiste, è un prodotto d´amore e che è ispirazione del diavolo voler cancellare, disconoscere, discriminare, punire.
* * *
Benedetto XVI parlando ieri ai giuristi cattolici ha pronunciato parole e concetti in gran parte già noti, sui quali ormai ritorna con insistenza.
Ha detto che la religione non può più esser considerata un fatto privato ma ha diritto di esprimersi nello spazio pubblico. Nessun laico dotato di ragione ragionante contesta questa affermazione cui anche di recente il presidente della Repubblica italiana, dichiaratamente non credente, ha dato il suo autorevole avallo.
Ha detto che la religione in quanto Chiesa organizzata e corpo visibile, ha il diritto di propagandare la (sua) verità in tutti i domini dell´etica ed anche della politica laddove essa incrocia temi eticamente sensibili. Nessuno contesta questa sua affermazione. Noi, laicisti vituperati, non solo non impediamo (non lo potremmo e non lo vogliamo) ma anzi desideriamo che la Chiesa parli e i cattolici si esprimano. Ci stupiamo anzi del loro silenzio ostile e del silenzio altrettanto ostile della gerarchia e del clero che cura (dovrebbe curare) le anime per il silenzio e l´ostilità contro i conviventi. Contro i diversi. Non sono anch´essi da considerare figli dell´unico Dio? C´è un´inquietante e ottusa mancanza di amore in questa brutale crociata indetta dalla gerarchia, che mette in dubbio l´autenticità del messaggio cristiano e rischia di trasformarlo in un fondamentalismo della peggiore specie.
Di questo noi non credenti ci rammarichiamo; in questo, lo ripeto, vediamo un peccato mortale di superbia e di orgoglio, una lacuna d´amore, una ferita profonda di quel messaggio che Gesù lasciò come retaggio ai suoi discepoli.
Mi stupisce che questo messaggio così platealmente tradito venga fatto proprio da cattolici che dicono d´esser pervasi dalla fede ancorché l´abbiano a loro volta tradita nei comportamenti della loro vita privata. L´hanno tradita in nome dell´amore e non saremo certo noi laici a censurarli. Tutt´altro. Ma non comprendiamo perché l´amore che li ha ispirati sia da essi stessi negato a tutti gli altri simili a loro. Questo sì, resta incomprensibile a meno di non pensare che la convenienza politica li accechi e getti polvere nei loro occhi.
Così ho ascoltato con stupore l´anatema di Pier Ferdinando Casini contro ogni legge che si occupi delle coppie di fatto e in particolare contro le coppie di fatto omosessuali. Quasi che l´omosessuale sia un reietto, un individuo residuale, una fonte di male per definizione, un aborto biologico da isolare. E tutt´al più da curare e redimere biologicamente.
È questo il preteso leader dei moderati e anzi dei liberali moderati? Se non mi trattenesse la tolleranza che è propria molto più dei laici che non dei cattolici ossessionati, pensando a personaggi che fanno della lotta alla convivenza uno slogan per una vergognosa crociata reazionaria direi "libera nos a diabolo". Non è con questo tipo di fedeli che la religione entrerà in contatto con la modernità e arginerà la secolarizzazione. Non è odiando l´amore diverso che si possa diffondere amore, perché l´amore non sopporta aggettivi come non li sopporta la libertà. L´amore è uno, è un sentimento ineffabile, nasce come e dove nasce e va sempre rispettato. Così come la persona. Avete combattuto per secoli, voi cattolici, contro lo schematismo dei manichei. State dunque attenti a non resuscitarlo nella vostra stessa anima, della quale forse dovreste avere maggior cura.
Post scriptum
Il ministro Livia Turco visiterà nei prossimi giorni Welby che invoca la morte dalla gabbia di dolore in cui da anni è rinchiuso. L´iniziativa del ministro è apprezzabile.
La Turco ha chiesto all´Istituto di Sanità di sapere se la situazione di Welby rientra nella fattispecie dell´accanimento terapeutico o in quella dell´eutanasia. Conoscere prima di decidere. Anche questo è apprezzabile. Ma il ministro Livia Turco ha detto che quando il responso del Consiglio superiore di sanità sarà dato e risultasse conforme ai desideri del paziente Welby, vedrà se sia il caso di proporre al Parlamento una legge in proposito.
Questo, onorevole ministro, non è affatto apprezzabile. È un atteggiamento da Ponzio Pilato. È furbesco, è ipocrita. Non è degno della sua integrità e onestà morale. È un tradimento della politica nel senso alto del termine. Se questo è il suo pensiero si risparmi quella visita al letto di un ammalato ingabbiato e torturato. Sarebbe solo un´esibizione umiliante per lei e una nuova pena per la vittima.