venerdì 10 novembre 2006

l'Unità 10.11.06
Indulto
L’Amnistia Necessaria
di Giovanni Salvi


Di un legislatore che stabilisse improvvisamente di assegnare una stanza singola ad ogni paziente e di buttare fuori dell’ospedale i malati in soprannumero, tutti penserebbero che è fuori di testa. Ecco, ciò non avviene per la giustizia. Qui si è subito tutti d’accordo, trasversalmente, che le conseguenze delle scelte siano irrilevanti. Tutt’al più se ne discuterà dopo, quando gli effetti si saranno verificati e anche allora solo per adottare un nuovo e ancora più incredibile provvedimento. È quanto è accaduto, da ultimo, con l’indulto. La scelta se ricorrere o meno a questo strumento di clemenza è esclusivamente politica. A sostegno dell’indulto vi sono buone ragioni, soprattutto per le condizioni di vita disumane nelle carceri. Se il livello di civiltà di un paese si vede anche dalla maniera in cui tratta i detenuti, dobbiamo riconoscere che questo indicatore non ci favorisce.
Altrettante buone ragioni avrebbero sconsigliato il provvedimento di clemenza, prima tra tutte la richiesta di sicurezza dei cittadini (soprattutto in aree dove la situazione è davvero drammatica) e l’esistenza di un corpo di norme relative alla pena, che ne hanno ridotto drasticamente l'effettiva durata. Non è dunque questo il punto.
Quello che a mio parere è inaccettabile è che una decisione del genere sia stata presa senza aver valutato con attenzione le possibili ricadute e senza avere adottato i provvedimenti conseguenti. Su questo - e non sulla scelta dell’indulto - l’interlocuzione con il Csm e con la magistratura associata sarebbe stata di fondamentale importanza.
I dati che gli uffici giudiziari hanno, di loro iniziativa, posto a disposizione del governo e del parlamento, elaborati dal Csm, sono di straordinaria chiarezza. Non si tratta solo del fatto che una percentuale di coloro che sono stati scarcerati torni a delinquere. Ciò è connaturato a ogni provvedimento di clemenza. È l’aspetto che colpisce di più l’opinione pubblica ma è anche quello che, almeno in una certa misura, non è evitabile. Naturalmente un’accorta politica di assistenza successiva alla scarcerazione ridurrebbe questo rischio, ma l’assenza di politiche di reinserimento è una triste costante, difficile da sradicare.
Il fatto invece del tutto nuovo è che l’indulto sia stato deliberato senza una contestuale amnistia. Ciò si è voluto per evitare indiscriminati benefici e per consentire differenziazioni non solo per gravità dei reati, ma anche sulla base dei precedenti dei condannati.
In realtà, questa pretesa di rigore genera una serie di controindicazioni. La differenza tra l'indulto e l'amnistia è che il primo estingue la pena e il secondo il reato. In altre parole, per applicare l'indulto occorre fare il processo fino in fondo, con tutti i suoi gradi di giudizio e solo alla fine, dopo che la sentenza di condanna sarà divenuta definitiva, la pena sarà cancellata, con un ulteriore provvedimento del giudice. Ma se la pena che potrà essere inflitta nel massimo coincide con quella condonata, l’intero processo sarà inutile. Certo, sul certificato penale sarà comunque annotata una condanna, che sarà considerata un precedente e che impedirà di godere ancora del beneficio. Le vittime del reato, inoltre, potrebbero utilizzare la sentenza per ottenere il risarcimento del danno in sede civile. Quest'ultimo aspetto, in realtà, è molto meno significativo di quanto appaia e anzi, visti i tempi presumibili delle decisioni, potrebbe essere addirittura controproducente.
A fronte di questi vantaggi, veri o presunti, sta l'enorme aggravio di lavoro per l'amministrazione. Ciò che più sconcerta è che da oggi e per almeno due anni l’apparato giudiziario girerà a vuoto, per produrre sentenze in larga parte inefficaci, e perderà così ogni residua possibilità di dare risposta in tempi decenti alla richiesta di giustizia.Non va sottovalutato anche l’effetto demotivante sui magistrati, sulla polizia e sul personale amministrativo, cui già è chiesto di lavorare in condizioni inaccettabili.
D’altra parte è chiaro che l’effetto mediatico negativo dell'indulto si è già realizzato. Se era questo che si voleva evitare, è bene prendere atto che il messaggio politico che ne è risultato è opposto a quello forse immaginato.
Occorre avere coraggio. Se si è scelta la strada dell'indulto, si percorra anche quella parallela dell'amnistia. Si chiarisca subito e senza incertezze che essa riguarderà solo i reati già interamente coperti e con la stessa data dell’indulto.
Non ci sono strade alternative. Certamente non è praticabile quella di far sì che siano gli stessi magistrati, attraverso provvedimenti adottati dai dirigenti degli uffici o dal Csm a stabilire la morte per prescrizione dei reati per i quali si dovrà applicare l’indulto. Ciò scaricherebbe sulla magistratura, una volta di più, responsabilità non sue. Tocca al legislatore assumersi la responsabilità politica di queste scelte. Cercare vie traverse non fa che riproporre antichi metodi di supplenza, con tutte le conseguenze che ne derivano, anche di sovraesposizione.
L'amnistia sarebbe però accettabile dall’opinione pubblica e dagli stessi operatori della giustizia solo se si realizzasse una condizione. L’amnistia dovrebbe essere l’occasione per realizzare finalmente quella svolta, promessa nei programmi di governo, verso un impegno per l’efficienza dell’amministrazione e l’effettività dei diritti, che individui i valori intorno ai quali ricostruire l’idea stessa della giurisdizione.
L’eredità che il Ministro Mastella si trova a gestire è pesante. Il Ministro Castelli nel primo incontro con l’appena eletto Csm, nel 2002, lasciò di stucco l'intera assemblea, affermando che non era sua intenzione investire risorse in un’azienda in decozione e che prima era necessario por mano all’ordinamento giudiziario. Detto, fatto! Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I segnali di ripresa (costituiti ad esempio dalla riduzione dei tempi dei processi, la cui inversione si era per la prima volta realizzata alla fine degli anni 90) sono scomparsi. In cinque anni non si è riusciti nemmeno a completare il reclutamento dei nuovi magistrati, previsti da una legge del 2000. Non meno gravi sono i danni di un sistema penale, divenuto debole coi forti e implacabile coi deboli.Sarebbe dunque ingenuo pensare che sia possibile invertire rapidamente la rotta: la macchina è pesante e molte sono le resistenze corporative, anche all’interno della magistratura. Non è solo un problema di risorse. Si tratta soprattutto di scelte politiche di fondo, per le quali sono necessarie maggioranze solide. È però possibile almeno dare subito segnali chiari e tra questi anche la scelta per porre la giustizia in condizioni di operare.

l'Unità 10.11.06
Socialismo? Troppe dichiarazioni di morte presunta
di Valdo Spini


Di socialismo possiamo parlare in molti modi: come teoria che aspira ad essere scientifica , come fatto politico concreto; come aspirazione etica. Non è utile confondere (a volte anche deliberatamente) i vari piani.
Il socialismo come tale è una parola che si manifesta apertamente nella prima metà dell’Ottocento con Robert Owen e i saint-simoniani. Ma, come disegno filosofico e politico, può essere fatto rimontare addirittura alla cinquecentesca Utopia di Tommaso Moro e ai successivi sviluppi di quel dibattito. Certamente, quel socialismo lì, non si afferma in modo statalista e programmatorio. Ma è con Marx e con i marxisti che il socialismo si propone come “scienza” , sia nell’economia politica elaborando una sua teoria del valore basata sullo sfruttamento del lavoro, sia nelle scienze sociali attraverso una teoria della dinamica sociale basata sull’allargamento crescente del proletariato dipendente . Quest’ultima, per i cambiamenti intervenuti, fu destinata a scontrarsi irrimediabilmente con la realtà sociale nella seconda metà del XX secolo caratterizzata dall’espansione di quello che Sylos Labini classificò come ceto medio.
Che questo significhi una condanna storica di ogni politica socialista interventista, sarebbe peraltro del tutto schematico. Diverso e più articolato per esempio deve essere il giudizio sulle politiche interventiste proprie del socialismo democratico e del laburismo, condotte nella ricostruzione seguita al secondo dopoguerra in vari paesi europei. Queste politiche furono condannate sia dai liberisti che dai comunisti stalinisti (per questi ultimi non si poteva programmare nei regimi capitalistici) , ma, secondo numerosi studi, dettero degli irrefutabili risultati positivi anche rispetto alla ricostruzione liberistica italiana e agli squilibri profondi che essa comportò.
In ogni caso è giusto quanto viene affermato e cioè che il 1989, la caduta del comunismo, avvenuta innanzitutto per motivi economici, si è portato con sé anche quella di un socialismo concepito come scienza, che voleva perseguire gli stessi obiettivi del comunismo con mezzi democratici invece che autoritari.
Oggi poi che la globalizzazione determina la caduta delle barriere di tempo e di spazio nell'economia per effetto della rivoluzione avvenuta nell’informatica, dobbiamo concludere che, in questo contesto, l’idea di programmazioni economiche di carattere nazionale, o comunque di politiche statalistiche nel vecchio senso del termine non sarebbe certo realistica.
Pure, il socialismo democratico, dato tante volte per spacciato ogni volta che subiva una sconfitta, ha tante volte deluso le sue dichiarazioni di morte presunta. Ha saputo adeguare i contenuti della sua azione politica, ma non ha sentito il bisogno di cambiare nome, e cioè l'identità valoriale, ai propri partiti. Ecco allora che il socialismo come fatto politico concreto è tuttora presente.
Infatti, se si va a vedere il sito del partito del socialismo europeo (PSE) vi si trovano le sigle di partiti di forza rilevante di tutti i paesi dell'Unione, che siano al governo o all’opposizione, e che si chiamano con i nomi tradizionali di socialista, socialdemocratico o laburista. Mentre invece, quando si va sul sito del partito democratico europeo (sì, perché un partito di questo nome, il Partito Democratico Europeo nella UE, esiste già e di esso sono copresidenti l’italiano Francesco Rutelli e il francese François Bayrou ) si trovano eurodeputati di soli cinque paesi ,tra cui la Margherita italiana . Questi eurodeputati , va ricordato, in sede di Parlamento Europeo sono andati ad aderire , insieme ai liberali tradizionali, al gruppo Parlamentare dell’ADLE (Alleanza dei democratici e Liberali per l’Europa).
I partiti socialdemocratici socialisti e laburisti europei hanno saputo, infatti muovendosi da sinistra, conquistare il centro sia per la loro capacità di affermare i diritti civili (”Il socialismo dei cittadini”, così lo chiama Zapatero) e le libertà individuali sia , pur nella revisione delle loro tradizionali politiche economiche, praticare nuove politiche di solidarietà e di comunitarismo laico, cui partecipano autorevolmente credenti e non credenti. Hanno saputo cioè rinnovarsi.
Noi italiani possiamo in proposito rivendicare Carlo Rosselli, forse il primo socialista esplicitamente post-marxista che già nel 1929 nello scritto «I miei conti col marxismo” affermava che «tra socialismo e marxismo non vì è parentela necessaria» e che nel “Socialismo liberale” scriveva “Il socialismo è liberalismo in azione”, aprendo una pagina del tutto nuova, che andava oltre il dibattito tra Bernstein e Kautsky.
Per Rosselli il socialismo aveva un contenuto non solo politico ma anche e soprattutto etico. Ed è questo che rende la parola socialismo ancora attuale, perché in essa è insita l'esigenza di una politica programmaticamente rivolta ad includere e a socializzare nel progresso economico, civile sociale e culturale anche chi ne è rimasto escluso; e questo in modo laico, e cioè con le armi della politica stessa. La parola democratico (usata come sostantivo, perché come aggettivo dovremmo condividerla tutti) è una parola nobilissima, ma rappresenta più una scelta sulle regole che devono improntare la dinamica politica e sociale che un ideale e un obiettivo di fondo. Nella parola socialista c'è qualcosa di più, c'è la coscienza che in una dinamica economico-sociale in incessante mutamento, a livello non più solo nazionale o continentale, ma anche a livello planetario, il problema del socialismo , cioè il problema di un'azione politica per la condivisione e per l’inclusione degli svantaggiati nei processi economici e sociali,si presenta e si ripresenta in termini continuamente nuovi ma non per questo meno significativi. Nella parola socialista vi sono dunque le ragioni della sinistra che vivono in una idea dello sviluppo che contiene dentro se stesso, nell'atto in cui si svolge, i meccanismi di regolazione per impedire alle disuguaglianze di diventare insostenibili socialmente, per garantire a tutti l’uguaglianza delle posizioni di partenza nell’istruzione, per assicurare le pari opportunità uomo-donna, per impedire la distruzione dell'ambiente. Senza contare che ogni politica democratica non può essere verticistica, basata su un liberismo cieco, ma di una saggia coniugazione tra spinta individuale ed etica della responsabilità collettiva. Certo, non esiste un'ortodossia in materia, ma direi che tutte le esperienze di governo socialiste, socialdemocratiche e laburiste in Europa (ivi compresa quella di Blair) si collocano dalla parte opposta rispetto allo slogan della destra, "meno tasse -meno stato". Basta vedere gli investimenti nella sanità e nell’istruzione del governo laburista inglese. Potremmo dire quindi, all'inverso di Giddens, che se la sinistra non è morta, non può morire nemmeno il socialismo democratico.
Nel concreto politico, perché oggi dovremmo avere allora un'ansia di rottura col socialismo europeo? Per metterlo in crisi? Non gioverebbe certo al bipolarismo. Per trovare un orgoglioso isolamento del centro-sinistra italiano all’insegna del «Primato morale e civile degli italiani» di giobertiana memoria? Sarebbe antistorico. Per trasformare il centro-sinistra italiano, come sostiene qualcuno, da schieramento prevalentemente laico addirittura a partito ispirato a valori cattolici? Questo significherebbe escludere in partenza una parte importante del centro-sinistra. Forse allora, per tutti noi dell'Ulivo, invece che caratterizzarsi in senso negativo verso il socialismo europeo (non moriremo socialdemocratici!) il problema è come costruire in Italia un moderno partito socialista liberale, veramente democratico nei metodi e nel funzionamento, aperto non a parole ma con i fatti alle varie provenienze, a credenti e non credenti (come avviene in tutta Europa). Un partito che parta da sinistra per allargarsi al centro e non viceversa (operazione quest'ultima che sembrerebbe invero di dubbia riuscita). E in tal modo, partendo dalla costruzione di un partito siffatto, poter dall’Italia influire veramente su uno schieramento, quello socialista europeo, che presenta interessanti esperienze di governo e comunque rappresenta una gran parte di cittadini del nostro continente di valori analoghi ai nostri.
Siamo sicuri che seppellire la parola “socialismo” e il grande significato etico e politico che essa porta con se e uscire programmaticamente e politicamente dall’ambito dei partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti europei possa rappresentare un elemento di stabilità della politica italiana e non, invece, l’'apertura di una fase tormentata e di squilibrio politico in ambito nazionale ed europeo?
Negli interventi di queste settimane non ho trovato molta traccia di questi interrogativi. Mi è parso, al contrario, di cogliere quanto meno un eccesso di disinvoltura nell'affrontare temi e questioni che richiederebbero una ben maggiore ponderatezza ed equilibrio. Allora, cerchiamo invece di sfruttare al massimo le potenzialità del rapporto (e quindi di porre anche problemi) a quel grande patrimonio politico che è il socialismo europeo, come del resto ci ha chiaramente invitato a fare il capogruppo del PSE al Parlamento europeo, Martin Schulz. Questa partecipazione al PSE va vista come una grande chance per l’Ulivo e per tutto l’Ulivo, non come patrimonio esclusivo di chi in Italia già si dichiara socialista europeo. Non facciamoci irretire dai cui prodest nostrali e guardiamo alto, ai grandi fenomeni europei e mondiali. Sarà questo veramente il modo di guardare in avanti e non di guardare indietro.

l'Unità 10.11.06
«Karl Marx sì, aveva visto giusto»
Pensava che il socialismo dovesse venire dopo il capitalismo e non installarsi al suo posto
È tempo di Marx, parola di Jacques Attali
di Bruno Gravagnuolo


BIOGRAFIE Parla l’economista che fu consigliere di Mitterand che ha scritto un volume dedicato al fondatore del socialismo scientifico divenuto un best seller in Francia: «La colpa del totalitarismo non è sua ed è stato frainteso»

Immaginava uno stato con la libera stampa e la giustizia indipendente, ma non erano le istituzioni il suo vero problema

La sua «Questione ebraica» non era affatto antisemita ma intravedeva nell’ebraismo un ruolo progressivo

Quattrocento pagine e passa su Marx, e un titolo che più hegeliano non si può: Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo. Quattrocento, inclusi un colloquio con lo storico Eric Hobsbawm, bibliografia, indice dei nomi e un saggio di Massimilano Panarari, che ha curato l’edizione italiana. Ha del coraggio Jacques Attali, non c’è dubbio, a lanciare in mare questa piccola corazzata. Benché di Marx si torni poi a parlare in tempi di economia globale. Coraggio perché su Marx sono stati versati oceani di inchiostro, prima del 1883, data della morte a Londra, e da allora fino ad oggi. E qual è allora il senso di questo suo «remake»? Presto detto: biografare daccapo un personaggio «impossibile». Ciclopico, maniacale a suo modo, spiritoso, geniale, controverso, enciclopedico, profetico e persino «tenero». Uno di quei personaggi la cui inesausta curiosità divene appunto «spirito del mondo», senso della storia e di un’intera epoca. Catturati dalla provincia di Treviri a metà ottocento in Germania, ma capace di «avvolgere» la mente e le viscere di milioni di persone. Ancora adesso. Una biografia quindi che si inserisce nel solco dei grandi lavori di Mehring e Mac Lellan, e che rimescola la «miniera Karl Marx» per estrarne di nuovo una verità di fondo: Marx tallonatore e ombra critica del capitalismo. Sua verità inconfessata, e diagnosta che lo aspetta al varco. E che nel frattempo però lo celebra, nel darne il «de profundis». Insomma un «corpo a corpo» faustiano quello di Marx, una partita infinita che ancora si gioca, tra il Capitale e il suo contrario, tra il dominio della merce e la critica ribelle a quel dominio. Lotta costellata di errori e tragedie, a cui Marx non fu del tutto estraneo in verità. Ma che ancora continua, non certo tra polverosi volumi in soffitta, bensì nel vasto scenario del mondo. Battaglia non più in suo nome? Sì, eppure di quel nome anche lo «spirito del mondo nuovo» non sembra poter fare a meno. Sentiamo Attali
Professor Attali, l’impressione è che abbia voluto scagionare Marx dalle ricadute totalitarie. È davvero convinto che Marx sia senza colpe a riguardo?
«Il mio non è un saggio teorico, ma una biografia “obiettiva”, senza pregiudizi. Dalla formazione giovanile fino alle interpretazioni che gli hanno fatto dire il contrario di ciò che pensava. E Marx pensava che il capitalismo era molto migliore dei sistemi precedenti. Che il socialismo si sarebbe affermato “dopo” il capitalismo, e non al suo posto. E che il destino del capitale andava lasciato alla mondializzazione, prima di compiersi. E pensava anche che ideologia e cultura non sono determinate dai rapporti economici, e che la rivoluzione tecnologica è più importante della lotta di classe. Per Marx inoltre, la società socialista era talmente spostata in avanti nel tempo, da non poter essere descritta. E andava raggiunta tramite una “dittatura democratica del proletariato” che includeva la libertà di stampa e l’indipendenza della giustizia. Dunque l’opposto di ciò che gli venne attribuito».
La sua idea di democrazia, giacobina e russoiana, era alquanto assembleare e senza alternanza...
«Sì, ed è il vero punto deficitario delle sue idee politiche. A suo giudizio la democrazia connessa alla società soacialista sarebbe stata talmente naturale e conveniente alla maggioranza, da rendere superflua l’alternanza. Perciò non ne parla».
La lacuna è anche nell’analisi di fondo, che tralasciava pluralismo e conflitti a vantaggio di un processo uniforme e polarizzato, non le pare?
«Il punto però è che Marx non indaga le forme politiche e la presa del potere, bensì lo sviluppo del capitalismo che doveva seguire una traiettoria molto lunga e accidentata, prima di sfociare in una società liberata e dell’abbondanza. Capace di risolvere di per sé il problema politico».
Ma Marx non fu anche organizzatore politico instancabile, avversario di Bakunin e teorico della Comune di Parigi?
«La sua Internazionale doveva essere un attore politico mondiale, in parallelo allo sviluppo globale del capitalismo da accelerare. E non un partito o un semplice programma immediato. Ecco la dimensione giusta per capire il suo problema, che non era quello delle forme politiche socialiste, né delle relative istituzioni. Quando si accorse che l’Internazionale non marciava su questi binari, la sciolse».
Da un lato un Marx “alla Trotzky”, rivoluzionario mondiale, dall’altro alla “Kautzky”, sviluppista e scientista. Qual è il vero Marx per lei?
«Senz’altro era più simile...a Trotzky. E tutte le lettere e i documenti privati lo confermano. A suo avviso la rivoluzione era possibile solo in una prospettiva mondiale e non nazionale, e perciò Trotzky era il vero erede intellettuale di Marx. Quanto a Kautzky è uno dei falsificatori di Marx, una vicenda che comincia con Engels, prosegue con Bernstein e da Kautzky arriva a Lenin. Nondimeno anche Trotzky era profondamente segnato da quelle distorsioni, e da una rivoluzione, quella del 1917, che Marx non avrebbe approvato».
Finanza globale, riduzione degli operai, immigrazione mondiale. Su quale di questi punti la prognosi di Marx è stata efficace e su quale no?
«Non era un profeta, ma un analista di lungo periodo su base empirica. Su scala nazionale, le previsioni di Marx hanno fallito. Ma se ci si sporge sul mondo, ci appaiono adeguate. Marx non si applica sistematicamente alla finanza, benché ne intravede il ruolo. E però la finanza è solo un modo di ricostruire i margini di profitto, sempre esposti alla crisi, in un sistema che procede verso la terziarizzazione. Ma la terziarizzazione non soppianta affatto l’industria, bensì la esalta in altre forme. Tutto in altri termini diventa “industriale”. Anche i servizi. E la nostra non è una soacietà post-industriale bensì iper-industriale. In questo senso Marx funziona ancora. Così come funziona sullo scenario globale. Aveva previsto infatti che ci sarebbe stata una forte proletarizzazione dell’agricoltura e un forte travaso tra campagna e città, locale e globale. Ed è quello che accade oggi»
Come si manifesta in questa scenario la vecchia lotta di classe marxiana?
«Accanto ai lavoratori immigrati, ci sono gli addetti ai servizi, una classe operaia disseminata, l’esercito dei lavoratori dipendenti, atomizzati e precari. E dall’altra parte un capitale anonimo, frazionato, delocalizzato, finanziario e astratto. Il conflitto non è più polarizzato e shakespeariano, come lo immaginava Marx. Ma frastagliato e inafferabile, eppure ben presente e all’opera. Individuabile insomma. Oggi il capitale nella sua astrazione, e dentro il conflitto immateriale, risulta vincente».
Per la sinistra moderna deve contare di più la cittadinanza e l’immaterialità dei diritti, oppure la liberazione del lavoro?
«Sono due dimensioni inseparabili. Inscindibili dentro il conflitto più generale tra mercato e democrazia. Nel mercato c’è la lotta tra capitale e lavoro. Nella democrazia, quella tra destra e sinistra. Senza diritti non c’è liberazione del lavoro, e viceversa. Il punto però è che il mercato è globale e che la democrazia necessita di una proiezione altrettanto globale, universalista. Altrimenti non c’è che la regressione, impossibile ormai, alla dimensione nazionale e protezionista. Ecco perché la famiglia politica socialista europea e mondiale non può né deve estinguersi. Ma semmai espandere la propria agenda politica, all’altezza della globalizzazione. Cercando il punto di intesa tra lavoratori del primo mondo e quelli del sud del mondo, i cui interessi convergono: l’altruismo è necessario».
Parliamo del Marx personaggio controverso. Ad esempio era davvero antisemita la sua «Questione ebraica»?
«No. Malgrado esagerazioni Marx assegna all’ebraismo una funzione progressiva, di vessilifero del capitalismo. Il monoteismo ebraico per lui era la quintessenza del “religioso” e in quanto tale andava criticato, non in quanto ebraico. Come alienazione, connessa al capitalismo e al denaro. Dell’ebraismo Marx parlerà pochissimo, anche perché traumatizzato dalla conversione forzata del padre. Alla fine in lui ci sarà un recupero delle radici, attraverso la figlia Eleanor che ricomincia ad occuparsene».
Il nostro insigne economista Paolo Sylos Labini accusò Marx di cinismo machiavellico e sprezzo dell’individuo. Lei è d’accordo?
«Lo si può dire perché Marx era a modo suo un “ mostro”, di intelligenza, cultura, sottigliezza. Un uomo talmente posseduto dal senso della sua missione in terra, da tralasciare tutto il resto. Nulla resiste al fine che ritiene di incarnare. Benché, specie sul finire della vita, riscoprirà certi valori: il ricordo del padre, il dolore per i figli e la moglie morti. La riscoperta insomma del suo microcosmo familiare, su cui ripiega struggentemente prima di morire».
Infine, banale o perspicuo il rilievo di profetismo ebraico rivolto a Marx?
«In parte è banale, ma in Marx c’è senz’altro un’attitudine profetica, una visione scandita da fasi epocali, dal feudalesimo, al capitale, al socialismo e al comunismo. Parla come Ezechiele, ma con tutt’altra genialità scientifica!»

l'Unità 10.11.06
Mussi: nel futuro una sinistra unita e socialista
Il «manifesto» del Correntone: no al Pd
«Il gruppo dirigente dei Ds sta sbagliando»
di Giuseppe Vittori


NON È ANCORA la mozione congressuale ma una tavola di valori, in cui si enunciano i cardini del “nuovo socialismo”, si boccia senza appello il progetto del Partito Democratico e, nel nome di «una forte, autonoma sinistra di ispirazione socialista, parte del socialismo europeo», si fa appello a tutta la sinistra italiana perché «molte delle divisioni del passato non hanno più ragione d'essere».
La sinistra Ds scrive il suo manifesto «Per il socialismo del futuro» e, mentre si prepara all'assemblea nazionale di domani alla Fiera di Roma (con Mussi, Bandoli, Salvi e Spini) guarda già oltre il Partito democratico.
Scritto a più mani, sotto la regia del leader del Correntone Fabio Mussi, il manifesto parte da una critica al gruppo dirigente della Quercia e punta a spiegare che chi è contrario al Partito Democratico è tutt'altro che uno scissionista. «Il documento - è la premessa - nasce dalla consapevolezza delle difficoltà culturali e politiche che attraversano la sinistra italiana e la sua principale forza politica. La proposta del gruppo dirigente dei Ds di dare vita ad una nuova formazione politica che porterebbe al superamento del partito dei Ds ci vede nettamente contrari. Noi vogliamo difendere, sviluppare, rinnovare profondamente i Ds come grande forza di ispirazione socialista pienamente inserita nel Pse». La critica politica lascia il posto a sei pagine in cui si illustrano «i valori del nuovo socialismo: lavoro, pace, libertà, laicità, sostenibilità». Dai valori si passa al progetto politico, partendo dal no al Pd. «L'ipotesi di una “sinistra di centro”, che pure ha attraversato alcune forze del socialismo europeo, appare sempre più inadeguata ed è in discussione negli stessi paesi che l'avevano sostenuta. La proposta del Pd va oltre quell'ipotesi. Un partito che, già nel nome e nel simbolo, perde i riferimenti alla sinistra e al socialismo. Un partito che non ha corrispondenza in Europa».
A chi critica Mussi e compagni di non avere una proposta alternativa, il manifesto dà una risposta: «L’Italia, per oggi e domani, ha bisogno di una forte, autonoma sinistra di ispirazione socialista, parte del socialismo europeo, aperta ai movimenti e alle culture critiche che si sono formate fuori dal campo socialista tradizionale». Una forza di sinistra convinta che «l'Italia si governa con un'alleanza democratica larga», l'Unione, e assicura pieno sostegno al governo Prodi.
L'appello finale «a tutta la sinistra», se ancora non è l'annuncio di scenari futuri, è la porta aperta per l'unità a sinistra. «Ci rivolgiamo a tutto la sinistra italiana - sostengono le minoranze Ds - che condivide oggi la responsabilità di governo. Molte delle divisioni del passato non hanno più ragione d'essere. Occorre radicare in Italia, e offrire alle nuove generazioni una grande forza di sinistra, capace di affrontare la sfida di governo, collegata ad altre grandi forze del socialismo democratico dell'Europa e del mondo». La chiusa è un inizio: «Si può aprire un processo nuovo». E a processi nuovi pensa anche il leader della Quercia Piero Fassino che, dal sud America, dove si è recato per il consiglio dell'Internazionale Socialista, vede la discussione sulla collocazione mondiale ed europea del Pd «viziata da pregiudizi, tatticismi e qualche furbizia precongressuale», chiede pazienza per un processo politico da costruire e rassicura chi, nei Ds, teme un distacco dal Pse e dalla sinistra: «Non è così, vogliamo dar vita ad un Pd che unisca le diverse culture riformiste italiane e concorra a costruire un campo unitario progressista anche in Europa, perseguendo questo obiettivo insieme alla famiglia socialista».

l'Unità 10.11.06
Melandri: «Con gli stilisti combattiamo l’anoressia»
«Cattive modelle»: si cerca una soluzione più
morbida e condivisa rispetto a quella iberica
di Anna Tarquini


Basta con l’analogia magrezza fa bellezza. Anche l’Italia dichiara guerra alla taglia 38. La battaglia contro le modelle anoressiche che è partita dalla Spagna ma che ha coinvolto anche Francia e Inghilterra, adesso arriva da noi. Il ministro Melandri ha deciso di convocare i grandi stilisti e le più importanti griffe di moda per stilare una carta di autoregolamentazione. «Non si tratta di vietare per legge la taglia 38 come ha fatto Zapatero - spiega il ministro -. Le misure restrittive potrebbero rafforzare invece la resistenza e la chiusura delle anoressiche in quanto vissute come interventi punitivi».

VIA LE TAGLIE 38 E 36, ma senza diktat. «Penso più che altro - spiega Melandri - a iniziative simboliche per promuovere modelli estetici ispirati a stili di vita più sani. «Personalmente ritengo che nell’approccio spagnolo ci sia un eccesso di dirigismo, ma senza dubbio l’iniziativa in sè è positiva».
Si dice che la Melandri, prima di annunciare gli «stati generali antianoressia» ieri durante un convegno sulla corretta alimentazione e l’attività fisica organizzato dalla Coop, ne abbia parlato a lungo appena pochi giorni fa con la regina della moda. A New York il ministro ha incontrato Anna Wintour, la potentissima direttrice di Vogue, quella che ha ispirato il film con Meryl Streep «Il diavolo veste Prada». Che deve averla convinta a non seguire linee drastiche, ma a trovare un accordo con gli stilisti più famosi del paese. Il problema anoressia e soprattutto il messaggio che le modelle anoressiche trasmettono alle adolescenti si fa sempre più serio. Alcuni dati. Dice l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che una donna è sotto peso quando il suo Bmi è inferiore a 18,5. La Spagna ad esempio ha deciso che una modella alta 1,75 non dovrà pesare meno di 56 chilogrammi. Giusto per rendere l'idea Gisele Bunchen entra per poco, mentre tra le escluse figurano Kate Moss, Naomi Campbell ed Esther Canadas (che non superano i 14). Se poi si guarda alla Francia dove recentemente - sempre sulla scia di Madrid - il ministro della Sanità ha iniziato un’analoga campagna i numeri fanno ancora più paura. Dice una ricerca ufficiale della Sanità francese che il 2 per cento delle ragazze tra i 12 e i 18 anni soffre di anoressia. Tra queste il 10% appartiene a un ceto sociale elevato e sempre il 10% del totale delle anoressiche francesi muore di questa malattia.
La moda spagnola ha già detto «no» alle modelle scheletriche. A volerlo è stata Concha Guerra, viceconsigliere per l’Economia e l’innovazione tecnologica della comunità di Madrid: un terzo delle modelle che si sono presentate alla Fiera Pasarela Cibeles sono state scartate. In Italia però gli stilisti non sono del tutto convinti. Se il presidente di Alta Roma Stefano Dominella si è detto immediatamente favorevole a una legge che dia regole al settore, gli altri stilisti hanno deciso di fissare un codice etico per le modelle. In questo modo si intende ridimensionare il problema delle modelle troppo magre ma il provvedimento rimane sempre appunto un «codice etico», con parametri fissati dal buon senso, niente a che vedere con una legge. E su questa base che si inserisce l’appello della Melandri che ha annunciato una serie di accordi con stilisti e grandi marchi di moda per adeguare le taglie a quelle realmente indossate dalle donne: mettere da parte, quindi, le taglie 36 e 38 e mettere fine all’analogia fra bellezza e magrezza. «Stiamo lavorando in questa direzione - ha detto il ministro - . Ho detto e ribadisco che desidero chiedere la collaborazione degli stilisti italiani per assumere insieme iniziative utili a contrastare il fenomeno dilagante dell'anoressia nel nostro Paese: lavorando quindi con gli operatori del sistema, sia sul piano dell’iniziativa simbolica, che su quello di una più convinta azione sociale, per promuovere modelli estetici ispirati a stili di vita sani».

l'Unità 10.11.06
EVA CAVALLI
«La malattia non si cura ingrassando le modelle...»
«Se il ministro Melandri ci chiamerà sarà un piacere collaborare con lei anche se non credo che il problema dell’anoressia nasca dal mondo della moda». Eva Cavalli, moglie e collaboratrice numero uno dello stilista fiorentino Roberto, conosce bene le modelle, ragazze giovanissime e magrissime. «Ve l’assicuro, non sono anoressiche. A 16 anni è facile essere magri».
Una vostra campagna pubblicitaria è stata realizzata con Kate Moss, modella magrissima...
Le dirò una cosa, Kate sembra tanto magra ma non lo è. C’erano alcuni nostri vestiti taglia 40 che le stavano stretti.
Quindi non ci sono modelle anoressiche?
Tra tutte le modelle con cui abbiamo lavorato ce ne saranno state una o due. Le altre mangiano, glielo assicuro. Sono magre per costituzione o perché sono poco più che adolescenti, a quell’età se fai sport non è difficile avere un bel fisico.
Lei è stata Miss Universo, aveva il problema della taglia?
No. Ricordo che la finale era a Santo Domingo e c’era un buffet pazzesco e che mi sono abbuffata senza ritegno.
Ci sono state anche sfilate con modelle in carne...
Sì, anche noi qualche volta abbiamo avuto modelle più formose ma non credo che se prendiamo ragazze più grasse l’anoressia sparirà. È una malattia grave e le passerelle temo possano fare ben poco.
Che si può fare allora?
Aiutare i giovani ad avere più fiducia in se stessi. La scuola e la famiglia possono fare la differenza.
Silvia Gigli

l'Unità 10.11.06
Anoressia e bulimia colpiscono due milioni di italiani

Due milioni i giovani italiani, soprattutto ragazze, con disturbi del comportamento alimentare. Con una novità: il picco di incidenza torna a salire tra i quarantenni. Se si esclude l’anoressia classica, che nel corso dei secoli ha interessato costantemente l’1% della popolazione, i casi in assoluto più frequenti sono le forme miste, prevalenti nelle ragazze tra i 12 e i 25 anni (in rapporto 10 a 1 rispetto ai maschi, in cui i disturbi sono in aumento), con una frequenza che oscilla, a seconda delle casistiche, dal 5 al 20%. Anoressia e bulimia nel 25% dei casi diventano cronici e offrono un margine di intervento e una probabilità di relativo successo sempre più ridotti.

l'Unità 10.11.06
In Spagna
Sfilate vietate alle modelle con massa corporea sotto a 18

La Spagna di Zapatero ha vietato (con legge) alle modelle eccessivamente magre di sfilare. Si è individuato un livello di magrezza al di sotto del quale «non si offre un’immagine sana». Il livello di «magrezza accettabile» è rappresentato, secondo il provvedimento spagnolo, da un indice di massa corporea pari a 18. Il che tradotto in cifre, può significare che a questo identikit corrispondano fanciulle alte 1,72 e dal peso di circa 53 kg. Una legge “rivoluzionaria” che ha fatto discutere sul ruolo dello Stato: fino a che punto può indicare un peso idoneo sotto il quale non è possibile - dal punto di vista delle modelle- lavorare?

il manifesto 10.11.06
Il Csm sfida l'Unione: amnistia dopo l'indulto
Approvata dal plenum del Csm una risoluzione sugli effetti dell'indulto. L'80% dei processi finirà nel nulla. Chiamato in causa l'intervento del governo: amnistia e criteri di priorità. Reazioni politiche Il ministro della giustizia Clemente Mastella esprime apprezzamento per il documento del Csm:«Dice cose onestamente corrette». Consolo (An) sbotta: «Era scritto sui muri che l'indulto avrebbe portato alla paralisi». L'Italia dei valori: «non sottovalutiamo allarme Csm».
di Alessio Marri


Il Csm provoca il governo: dopo l'approvazione dell'indulto è necessario un provvedimento di amnistia. Il rischio che corre il paese è il blocco totale della macchina giudiziaria. I procedimenti penali versano in condizioni «drammatiche», mancano risorse e personale. Questo in sostanza l'allarme contenuto del documento approvato all'unanimità durante il plenum del Consiglio superiore della magistratura. Il dibattito è frutto di una richiesta avanzata dal ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella, che sollecitava l'organo autonomo della magistratura ad analizzare le ripercussioni dell'indulto sul sistema giudiziario.
Dopo aver sottolineato che fornire indicazioni al Parlamento non rientra nei ruoli affidati al Csm dalla Costituzione, il vice presidente del Csm Nicola Mancino ha sostenuto che la risoluzione si limita ad evidenziare come «i 17 provvedimenti di indulto della nostra storia repubblicana siano sempre stati accompagnati dall'amnistia». Amnistia e indulto vengono esposti come misure complementari, «un percorso unico che solo in questa occasione è stato diviso». Il Csm lancia quindi un duro monito al mondo politico: con l'indulto l'80% dei processi pendenti rischia di finire nel nulla, creando un impasse nel già fragile sistema giudiziario italiano. «E' strano - dice Mancino - che nonostante in Parlamento ci siano svariati grandi giuristi, nessuno di questi abbia previsto le drammatiche conseguenze dell'indulto sul sistema giudiziario».
Nel corso del plenum diverse sono state le considerazioni in merito alle modalità e agli sviluppi dell'indulto approvato nell'agosto scorso dal ministro Mastella. Secondo il Prof. Mauro Volpi all'estero ha destato molte perplessità l'indifferenza governativa nei confronti della mole di lavoro inutile creata dall'indulto, alla quale non sembra si voglia trovare soluzione. Troppo ampia poi la gamma di reati che possono giovarsi dello sconto della pena. Il Dott. Giulio Romano ha sottolineato invece come il provvedimento abbia colto di sorpresa tutte quelle associazioni e servizi sociali che avrebbero potuto occuparsi in maniera senz'altro più efficiente del reinserimento dei detenuti liberati. Una riflessione, questa, che Romano si auspica possa servire da esperienza per il futuro.
L'altra questione al centro del dibattito nel corso del plenum del Csm è stata la soluzione avanzata dal ministro Mastella per lo smaltimento delle pratiche giudiziarie pendenti: il Guardasigilli aveva infatti posto al vaglio del Csm l'opportunità offerta dall'art.227 del 1998 di istituire «criteri di priorità» per i procedimenti non interessati dall'indulto. L'organo di autogoverno della magistratura ha però constatato che tale indicazione risulterebbe anticostituzionale, poiché in aperto contrasto con l'obbligatorietà dell'azione penale. D'altronde accantonare un processo significherebbe certamente consegnarlo alla prescrizione, creando uno scenario di totale impunità. A questo proposito il Csm invoca un intervento legislativo. Livio Pepino di Magistratura Democratica, prospetta nuovi criteri di priorità, che indicano quali processi iniziare e non quali posticipare, rispettando così il principio di accertamento delle responsabilità. Pepino ha comunque sottolineato come nel documento non ci sia nessuna critica all'indulto, «una misura che il governo ha dovuto prendere coscientemente per contrastare il sovraffollamento delle carceri». Ezia Maccora, presidentessa della settima commissione, ha voluto attirare l'attenzione sulle prossime emergenze: una di queste sarà certamente la riformulazione della prescrizione voluta dalla ex-Cirielli, una norma che non fa altro che abbreviare i tempi di prescrizione senza risolvere le reali problematiche che rendono lentissimi i procedimenti penali italiani.
Nel frattempo dal mondo politico continuano a manifestarsi i malumori per l'approvazione dell'indulto. In merito al pentimento del ministro degli Interni Giuliano Amato, Mancino, ricordando che il provvedimento è stato approvato con l'80% dei consensi dal Parlamento italiano, ha detto: «Chi ha votato l'indulto ha meno titolo per parlare, la sofferenza è comune e proprio perché comune dovrebbe essere più lieve». Nonostante il ministro Mastella abbia espresso in giornata il proprio apprezzamento per il documento del Csm, non sembrano sussistere le premesse politiche per raccogliere i consensi necessari all'approvazione di un provvedimento di amnistia.

lastampa.it 10.11.06
IL DELITTO DI COGNE ALTRA IPOTESI: ANNAMARIA QUELLA MATTINA AVREBBE AVUTO UNA CRISI EPILETTICA CHE LE FECE COMPIERE ATTI AL DI FUORI DELLA COSCIENZA
«La Franzoni può aver ucciso nel sonno»
Ecco la perizia dei neurologi: colpì il piccolo Samuele senza accorgersene. Processo a una svolta
di Marco Accossato


TORINO. Annamaria Franzoni forse dormiva, quando, con tutta la sua forza, si è accanita sul piccolo Samuele. L’unica «registrazione» della sua mente dice che potrebbe essere nel sonno la soluzione al mistero di Cogne: buio totale nel cervello, violenza atroce nei muscoli. E l’ultima ipotesi su cui s’indaga nel mistero di Samuele Lorenzi. Il tracciato non regolare dell’elettroencefalogramma a cui è stata sottoposta la Franzoni a Sassari per conto della difesa potrebbe nascondere una parassonia, ossia un disturbo del comportamento nel sonno. Annamaria, cioè, può aver infierito così tremendamente sul figlio senza rendersene conto, perché «addormentata». Malgrado fosse in piedi e malgrado abbia compiuto un’azione tanto disumana e ripetuta. Esattamente come accaduto alcuni anni fa a Parks, in Canada, dove un imputato sonnambulo si alzò dal letto, uscì nel cuore della notte, guidò fino a casa della suocera e la uccise barbaramente. E fu prosciolto, perché «mentalmente non presente all’azione». Dormiva.

La perizia non è ancora stata depositata. Lo sarà lunedì prossimo. Ma in ambienti giudiziari circola sempre più insistentemente questa ipotesi. Una svolta al giallo. Basterebbe forse sottoporre la Franzoni a una polisonnografia per cercare qualcosa di più nella sua testa, ma lei ha da tempo dichiarato che non accetterà più alcun esame strumentale. L’unico elemento a disposizione è - e resta - così quel tracciato dell’elettroencefalogramma eseguito a Sassari a fine giugno, che il procuratore generale Vittorio Corsi acquisì in originale scatenando l’ira dell’avvocato Taormina: «Viola la privacy».

Il tracciato presenta alcune anomalie. Questo è un fatto. Non è lineare. Non ci sono picchi, ma neppure un andamento armonico. La richiesta di un parere esperto era nell’aria da mesi. Il giudice ha chiesto una perizia neurologica per sapere se il giallo di Cogne possa essere chiarito da ciò che si nasconde, appunto, nel tracciato dell’elettroencefalogramma fatto a Sassari.

Molti verdetti, soprattutto negli Stati Uniti, sono finiti con un imputato «salvato» da un disturbo del sonno. Apnee, insonnia, e parasonnie come il sonnambulismo, le crisi epilettiche e i disturbi del comportamento nella fase del sonno che inizia circa un’ora e mezza dopo l’addormentamento. Uomini e donne che si alzano dal letto, girano per la casa, compiono azioni complesse come preparare una tavola o addirittura accendere il gas, aprire una porta e uscire di casa, tutto e sempre nel sonno. Sonno patologico, sonno che non lascia ricordi. Come in un caso clamoroso, quello di un commercialista che negli Usa ha investito e ucciso una ragazza che aveva bussato al finestrino della sua auto ferma in una piazzola lungo una superstrada: l’uomo si era fermato per riposare, vide la ragazza, mise in moto l’auto, la investì, fece alcuni metri, torno indietro, passò nuovamente sul corpo con la vettura, poi viaggiò alcune miglia prima di essere fermato e arrestato dalla polizia. La polisonnia rivelò che soffriva appunto di disturbi del sonno, e che, mentre investiva la ragazza, era prigioniero di una parasonnia, quindi non cosciente, quindi non punibile.

L’interesse del giudice per il tracciato non regolare della Franzoni riguarda anche una possibile crisi epilettica che può aver colpito Annamaria quella mattina, quando il sangue di Samuele finì ovunque, nella stanza da letto dei genitori, e cominciò un giallo ancora irrisolto. Nelle crisi epilettiche del lobo temporale possono scatenarsi infatti crisi psico-motorie. Si crea un «restringimento della coscienza» e la produzione di automatismi comportamentali. «Stati crepuscolari», per dirla col linguaggio della neurologia: anche nell’epilessia, insomma, si possono compiere atti fuori dalla coscienza e oltre la volontà. Atti che possono essere persino disumani, confusi nello «stato crepuscolare epilettico».

Sono più che ipotesi. Su questo si concentreranno i prossimi interventi in aula, dal 21 novembre. E’ la strada verso la quale spinge il cervello di Annamaria Franzoni.

Apcom 10.11.06
CENTRO DI RICERCA FRANCESE: NEONATI SOMIGLIANO "SOLO" ALLE MAMME


Parigi, 10 nov.(Apcom) - Assomiglia più a mamma o a papà? Questa domanda ricorrente potrebbe presto diventare obsoleta: i neonati assomigliano totalmente alle loro madri, sebbene la maggior parte di loro affermi che il frugoletto è tutto il padre, in una manipolazione inconsapevole che mira a proteggere il bimbo nel momento in cui è chiaramente più vulnerabile: lo sostengono i lavori dei ricercatori del Cnrs, il Centro nazionale per la ricerca scientifica francese.

Che sia maschio o femmina non importa. I neonati fino a 12 mesi "assomigliano in modo marcato alla mamma", affermano i ricercatori dell'Istituto con sede a Montpellier, nel sud della Francia, in un articolo pubblicato questa settimana sul sito della rivista specializzata "Evolution and Human Behavior". Il viso del piccolino presenta "un relativo anonimato paterno", secondo il testo, che lo mette al riparo da eventuali dubbi sulla paternità ed è determinante per la loro sopravvivenza.

Questa rassomiglianza, che si inverte nella maggior parte dei bimbi verso i 2-3 anni di età, sembra essere il risultato di una evoluzione genetica della specie, che rende possibile o impedisce l'espressione dei tratti del viso a seconda che provengano dal patrimonio del padre o della madre in funzione dell'età del bimbo, secondo gli studiosi.

Repubblica 10.9.06
Quella sera a cena con Freud
Lo specchio di una società che sta conoscendo una profonda trasformazione
Escono i diari inediti e le lettere di Arthur Schnitzler: la storia di un grande scrittore

Esce oggi "Diari e Lettere" di Arthur Schnitzler (Feltrinelli, introduzione, traduzione e cura di Giuseppe Farese, pagg.573, euro 35): ne anticipiamo alcuni passi.

24/4/1880
Sabato sera. A primavera voglio del tutto stranamente fare un giuramento, non voglio dilungarmi nella descrizione dei sentimenti. C´est pour ça, que je veux seulement raconter d´une manière bien simple les événements du jour... [.].

28/4/1880. La guerra è dunque una necessità? Sembra quasi che sia così! Triste è però che sempre, da quando esiste il mondo, proliferano nuove generazioni di cattivi elementi e in definitiva la guerra osservata, con occhi liberi da pregiudizi, sarà stata inutile. Quell´altra specie di guerra - per possedere di più - sottoporre quella specie di guerra ad accurata osservazione, mi ripugna. La cosiddetta necessità politica è avidità e inganno ufficialmente sistematizzato. Più di tutto viene ingannato il proprio popolo - defraudato del proprio sangue, dei propri figli, della propria felicità. Ogni militarismo mi ripugna nel più profondo dell´animo. La terza specie di guerra, la rivoluzione - ma sono di nuovo giunto al problema socialista, questa serpe immortale, che si avvolge innumerevoli volte attorno al proprio corpo - ed è velenosa. Ci saranno rivoluzioni fin quando si avverseranno pensiero e sentimento, vale a dire finché esisteranno gli uomini. Mi si mette sempre un peso sul petto se oso affrontare questi enigmi, è l´influsso pernicioso della serpe. «Uno stato ideale sarebbe possibile, se gli uomini fossero macchine o dèi». - [.]

24/2/1881. Giovedì sera. - Da un po´ di tempo mi diverto di nuovo in società, molto bene ai balli e danzo con più passione che mai. [...] A casa alle sei. Ho sfogliato i giornali. Poco dopo sono andato in sala anatomica a fare l´autopsia di una giovane.
Confuso. [.]

30/11/1881. Mercoledì sera. - Secondo Leopardi la noia è «il più nobile di tutti i sentimenti umani», secondo Buffon l´ennui è il tiranno di tutte le anime pensanti... il più nobile sentimento umano... ah sì!. E´ molto comodo essere nobili, quando non si ha nient´altro da fare se non annoiarsi. E tuttavia la frase leopardiana ha un suo senso - poiché sentire veramente significa sentire nobilmente, e quando si sa di essere tormentati dalla noia e lo si confessa onestamente, allora è comunque meglio che ostinarsi a credere che ci si diverte... dal momento che nella peggiore delle ipotesi - abbiamo sempre noi stessi. Certo, se si fosse sempre sicuri di ciò. Ma io neanche mi cerco più veramente - poiché quello che vedo così, a distanza, mi fa sempre più dubitare di quest´uomo. Non aversi del tutto in pugno per nessuna cosa! - Da mesi, forse da anni, trascinarsi di qua e di là, di desiderio in desiderio, in modo costruito fino alla nausea con le parole... andare su è giù soltanto fra inizi... e nonostante le ali svolazzare per la deplorevole indolenza solo sulla polvere della terra. A meno che io - un autentico figlio del secolo - non sia venuto al mondo già con le ali tarpate. - Oh che nausea, che indescrivibile nausea, sempre di nuovo e sempre peggio, poiché sempre più di rado mi rinnovo con... non importa con che cosa. Ho bisogno di libertà... e, com´è naturale, di denaro per divertirmi... e soprattutto di un altro io.[.]

2/6/1889 Domenica. Che malinconia mi avvolge oggi! Un infuocato pomeriggio d´estate, sono solo a casa. - Ho preso in mano vecchie lettere, le lettere di Olga. Questa orribile sensazione che tutto, tutto impallidisce!. [.] Sì! La vita «dorata» si dissolve! Ancora qualche anno e addio giovinezza, da cui fin da piccolo mi ero aspettato chissà che! - E oggi! - Un medico senza ambulatorio! - Uno scrittore di mediocre successo! Un giovane con amoretti, ma senza amore! Le grandi avventure e le piccole stoltezze! Oh no, molto peggio! La grande avventura è svanita, come ogni futilità, solo la piccola stoltezza è diventata grande e non mi molla!.
Molto denaro e qualche donna, altre donne, e poi un po´ di sventatezza, ecco di cosa avrei bisogno! Poiché la cosa nauseante nella mia sventatezza è che essa non è vera!
- E´ malinconia mascherata! Non mi sono mai rallegrato fervidamente per qualcosa senza secondi fini. Sempre si aggiunge tutto il resto possibile! Io sono, no io non sono uno che sa vivere; godo da pasticcione, «entro a passi pesanti nella casa della gioia»; se voglio guardare il sole, ho bisogno di occhiali scuri. La bella idea che questa «disposizione di spirito» sia effetto di una giovinezza fuori della norma è ormai passata! Ho ventisette anni, e non c´è stato davvero alcun miglioramento. [.]

11/9/1894 [.] Ho cenato con Herzl e Ferdinand Gross (e Beraton) al Pschorrbru. In verità non sopporto molto Herzl; mi irrita quel suo parlare autorevole con gli occhi spalancati alla fine di ogni frase. [.]

1/12/1902 Mattina, ho incontrato Herzl. Occorre tutta la mia grande obiettività per non trovarlo del tutto insopportabile e per rimanere imparziale nei confronti del suo grande talento. - Supplemento natalizio, mi chiede se ho letto il suo romanzo (Paese vecchio nuovo), rispondo di no. [.]

19/5/1911 Stanotte è morto Gustav Mahler. Gli ho parlato una sola volta, nel tardo autunno del 1905 dai Rosé. L´ho visto l´ultima volta l´estate scorsa nella Karntnerstrae, l´ho seguito se il mio ricordo non m´inganna, per alcuni passi, perché mi interessava il suo modo di camminare. -

21/5 [.] Mamma a pranzo. Con lei la Quinta di Mahler. Che autobiografia! [.]

5/8/1914 Con Olga nel bosco. Aria magnifica! - In Hotel notizia della dichiarazione di guerra dell´Inghilterra alla Germania! - La guerra mondiale. La rovina mondiale. Notizie immani e mostruose - [.] Con Olga, Leo, Bella, Sankt Moritz. - Sugli avvenimenti. Viviamo un momento immane della storia mondiale. In pochi giorni l´immagine del mondo è completamente mutata. Si crede di sognare! Tutti sono sgomenti. [.]

16/2/1919 Giorno delle elezioni. Con Olga, poco dopo le sette in casuale compagnia degli Schmutzer, andiamo al seggio elettorale. Abbiamo dato il nostro voto ai candidati socialdemocratici - per quanto mi siano diventati antipatici il giornale dei lavoratori e tutto il partito col suo atteggiamento per un verso rivolto all´antisemitismo, per l´altro al bolscevismo. Ma si tratta di tenersi quanto più lontano è possibile dalla destra - e inoltre: procurare al Partito socialdemocratico una consistente minoranza, altrimenti disordini molto probabili. - [.]
16/6/1922 A cena dal professor Freud. (I suoi auguri per il mio compleanno, la mia risposta, il suo invito.) La moglie e la figlia Anna (che l´anno scorso ha impartito per alcuni mesi lezioni private a Lili). - Finora avevo parlato con lui solo qualche volta di sfuggita. - Egli è stato molto cordiale. Conversazione sui tempi dell´ospedale e del servizio militare, primari in comune ecc. - Sottotenente Gustl ecc. - Poi mi ha mostrato la sua biblioteca - opere sue, traduzioni, scritti dei suoi alunni; - diversi bronzetti antichi ecc. - Egli non esercita più la professione, ma forma solo gli allievi, che per questo scopo si fanno analizzare da lui. Mi regala una bella nuova edizione delle sue lezioni. - Mi accompagna a tarda ora dalla Berggasse fino a casa mia. - La conversazione si fa più calda e personale; - si parla dell´invecchiare e del morire; - egli mi confessa certe sensazioni alla Solness (che a me sono del tutto estranee). [.]

16/8/1922 Mattina sul Salzberg. Pensione Moritz; dal professor Freud; torna con figlia, figlio e fratello dal bosco con molti funghi. Altri parenti, la moglie - nel complesso undici. - Nella sua stanza mi parla del suo lavoro L´io e l´Es - che sarebbe stato influenzato da un suo allievo, Groddeck (autore del romanzo Lo scrutatore d´anime) - ; gli racconto il mio sogno; parliamo del mito dei concetti - trovo determinate analogie (relative solo al mito) fra le sue teorie e quelle di Arthur Kaufmann (che egli non conosce). - Mangiamo assieme: sua figlia, la signora Hollitscher; suo marito. - Conversazione tranquilla e divertente. Sulla sua bella terrazza (fa fresco, cielo nuvoloso). si parla di Mahler: egli mi racconta che lo aveva consultato a Leida (Olanda) - posso confermargli, come dopo questa consultazione (per effetto di questa?) l´ultimo anno di matrimonio - (e di vita) di Mahler era stato molto felice. - Racconto il ruolo che gli stagni (laghetti) hanno nelle mie ultime creazioni; - egli dice: «Questo è lo stagno dei bambini» - ; io metto in dubbio la necessità di tale definizione (tuttavia avverto come sempre un che di monomaniacale, anche di giocoso nel suo modo di considerare le cose). - . Con il suo carattere egli mi ha attratto di nuovo, e ho avvertito una certa voglia di intrattenermi con lui su ogni sorta di argomenti profondi della mia creazione (e della mia vita) - ma preferisco astenermi dal farlo.

Repubblica 10.11.06
Che cosa resta di quella tragedia
In Urss ottant'anni fa nascevano i campi
di Anne Applebaum


Nel 1926 il lavoro forzato e la reclusione di massa divennero un sistema
Oggi il mancato confronto con quella realtà agisce da ostacolo alla crescita civile

Dalla sommità del campanile del vecchio monastero Solovetsky, nella Russia settentrionale, si scorge ancora il profilo del campo di concentramento. Salendo lassù in una giornata limpida sono riuscita a vedere al di là dello spesso muro di pietra che circonda gli edifici del monastero del XV secolo, un tempo sede dell´amministrazione centrale del campo. A nord distinguevo la sagoma della chiesa in cima alla collina i cui sotterranei ospitavano le famigerate celle di punizione del campo.
Al di là delle colline e dei dock si estende la vasta superficie del Mar Bianco e il resto delle isole Solovetsky: Bolshaya Muksulmana, dove un tempo i prigionieri allevavano volpi per ricavarne pellicce, Anzer, che ospitava campi speciali per invalidi, donne con bambini ed ex monaci, Zayatskie Ostrov, sede del campo punitivo femminile.
Non a caso lo scrittore russo Alexander Solgenitsyn scelse di chiamare la sua storia del sistema dei campi di concentramento sovietici Arcipelago Gulag. Dopo tutto Solovetsky, primo campo specificamente ideato per i prigionieri politici, era un vero e proprio arcipelago, un carcere che crebbe espandendosi di isola in isola.
Solovetsky fece anche da modello a ciò che in seguito divenne noto come gulag. Anche se Lenin e Trotsky iniziarono a costruire campi di concentramento per prigionieri politici già a partire dal 1918, fu a Solovetsky che si procedette a meccanizzare e riprogettare il campo e fu lì che la polizia segreta sovietica iniziò a sfruttare il lavoro dei prigionieri a servizio dello Stato. E lo Stato ne andava fiero. In un articolo del 1945, un pezzo grosso del Nkvd, la polizia segreta sovietica, scrisse orgoglioso che «il lavoro forzato come metodo di rieducazione» iniziò a Solovetsky nel 1926. Quest´anno cade quindi l´ottantesimo anniversario della fondazione del Gulag.
L´origine del Gulag si può fare almeno in parte risalire al personaggio di Naftaly Aronovitch Frenkel, nato nel 1833 a Haifa, come risulta dalla sua scheda di prigioniero. Nel 1923 le autorità lo arrestarono per «transito illegale alla frontiera» condannandolo a dieci anni di lavoro duro a Solovetsky.
Come Frenkel sia riuscito a realizzare la metamorfosi da prigioniero a comandante del campo resta un mistero. Leggenda vuole che, giunto al campo, rimase sconvolto dalla mancanza di organizzazione che vi regnava tanto da scrivere una lettera in cui indicava con precisione le pecche di ciascuna delle attività produttive del campo, che includevano la selvicultura, l´agricoltura e la fabbricazione di laterizi. A quanto sembra un amministratore inviò la lettera a Stalin che convocò Frenkel a Mosca.
Sappiamo che Frenkel tentò di trasformare il campo in una fonte di profitto istituendo il famigerato sistema che destinava ai prigionieri razioni di cibo differenziate in accordo alla quantità di lavoro portato a termine, realizzando in pratica una selezione dei prigionieri in base alla capacità di sopravvivenza. Relativamente ben nutriti i prigionieri forti si rinvigorivano. Privati del cibo i prigionieri deboli si ammalavano o morivano. Il processo veniva accelerato dall´elevato ritmo di attività imposto.
Frenkel mandava i prigionieri a costruire strade e tagliare alberi fuori dal campo. Nel giro di pochi anni I prigionieri di Solovetsky lavoravano in tutta la regione. Stalin accolse questo corso con enorme entusiasmo e promosse l´espansione del sistema dei campi anche nel momento in cui fu chiaro a tutti che si trattava di un sistema non solo crudele, ma anche antieconomico. Impose l´esecuzione di progetti impraticabili, ferrovie attraverso la tundra, gallerie fino all´isola di Sakhalin, molti dei quali non furono mai completati. Inviò ai campi particolari "nemici" e rifiutò personalmente le loro domande di grazia spesso con la frase «fateli continuare a lavorare».
Oggi, a 80 anni di distanza, sappiamo quale fu il vero costo del sistema dei campi. Tra il 1926 e il 1953, anno della morte di Stalin, circa 18 milioni di prigionieri passarono attraverso il sistema del Gulag. Altri sei o sette milioni furono inviati al confino in località dell´estremo Nord. A milioni si ammalarono, a milioni morirono. I campi contribuirono a creare la paura e la paranoia che caratterizzarono la vita dell´Urss e distorsero l´economia sovietica, concentrando persone e industrie nel nord gelido e inabitabile.
Considerando l´orribile ruolo giocato dai campi nella storia dell´Unione Sovietica, ci si domanda come mai in Russia il retaggio del Gulag sia un tema così scarsamente dibattuto. Perché una data come l´ottantesimo anniversario della fondazione dei campi di Solovetsky non viene ricordata? Sorgono disseminati per la Russia vari monumenti a ricordo delle vittime del Gulag, ma non esiste un monumento nazionale o un luogo di lutto. Peggio, a quindici anni dal crollo dell´Unione Sovietica è assente qualunque dibattito pubblico sul gulag. Non è stato sempre così. Negli anni ‘80, all´inizio della glasnost in Russia, le memorie dei sopravvissuti del Gulag vendettero milioni di copie. Ma negli ultimi tempi i libri di storia che contengono simili "rivelazioni" ottengono recensioni negative o passano semplicemente sotto silenzio.
In un certo senso non è difficile spiegarne il motivo. In Russia, la memoria dei campi convive confusa con quella di un gran numero di altre atrocità: la guerra, la carestia e la collettivizzazione. La gente spesso mi chiede: «Perché i sopravvissuti dei campi dovrebbero godere di un trattamento privilegiato?». C´è chi poi associa il dibattito sul gulag alle riforme economiche e politiche degli anni ‘90, giudicate un pasticcio, e si chiede dove tutto questo abbia portato. Assai più significativo è il fatto che la Russia è attualmente governata da ex funzionari del Kgb, eredi diretti degli amministratori del Gulag. In realtà il presidente Vladimir Putin spesso si definisce un Chekista, il termine infame usato per indicare gli appartenenti alla polizia politica di Lenin, precursori del Kgb. Non è nel suo interesse sottolineare il fatto che era membro di un´organizzazione criminale.
Tragicamente il mancato confronto con il passato sta ostacolando la formazione della società civile russa e dello stato di diritto. Dopo tutto i capi del Gulag hanno mantenuto le loro dacie e le loro cospicue pensioni. Le vittime del Gulag sono rimaste povere ed emarginate. Agli occhi della maggioranza dei russi oggi è stata una scelta saggia collaborare in passato con il regime. Per analogia, quanto più si imbroglia e si mente, tanto più si è saggi.
Alcune delle ideologie del Gulag sopravvivono in senso profondo anche nell´atteggiamento sprezzante e arrogante che la nuova élite russa ha nei confronti dei poveri e della classe media. Se i ricchi non impareranno a rispettare i diritti umani e civili dei loro connazionali la Russia è destinata a restare una terra di contadini impoveriti e di politici miliardari, uomini che conservano i loro patrimoni nei caveau delle banche svizzere e hanno i jet privati in pista, pronti al decollo.
La mancata memoria del passato ha inoltre conseguenze più banali, di tipo pratico. Può servire a spiegare, ad esempio, l´insensibilità dei russi rispetto a determinate forme di censura e alla costante, opprimente presenza della polizia segreta, oggi ribattezzata Fsb. Il fatto che la Fsb possa intercettare conversazioni telefoniche ed entrare in abitazioni private senza mandato non turba più di tanto i russi. Né li turba l´inquietante orrore del loro sistema penale. Nel 1998 mi recai a visitare la prigione centrale della città di Arkhangelsk, un tempo una delle capitali del Gulag. Il carcere, risalente a epoca pre-stalinista, sembrava rimasto pressoché immutato. Le celle erano affollate e mal areate, i servizi igienici primitivi. Il responsabile del carcere si strinse nelle spalle. Era tutta questione di soldi, mi disse. I corridoi erano bui perché l´elettricità costava cara, i prigionieri restavano settimane in attesa di processo perché i giudici erano mal pagati. Non mi convinse. Se le prigioni russe hanno ancora l´aspetto che avevano all´epoca di Stalin, se i tribunali e le indagini penali sono una messinscena è in parte perché il passato non tormenta i giudici, i politici o le élite imprenditoriali russe.
Ma pochissimi nella Russia di oggi sentono il passato come un fardello o un dovere. Il passato è un brutto sogno da dimenticare. Come un grande vaso di Pandora chiuso in attesa della generazione successiva.
© 2006 Cicero
(Distributed by The New York Times Syndicate)


Repubblica 10.11.06
INTERVISTA AD ALEXANDER SOLGENITSYN: I MIEI ANNI NEL GULAG
Come sono diventato testimone dell'orrore
di Daniel Khelmann

Quello che mi toccò in sorte mi fornì una chiara visione su tutto ciò che bolscevismo e comunismo significavano e mi permise di approfondire la nostra esistenza

Il fascino ispiratogli dalla storia russa ha determinato il lavoro e la vita di Aleksandr Solgenitsyn.
Nel corso di una vita dedicata alla lotta contro la censura e all´aperta denuncia dei regimi oppressivi e corrotti, la statura del premio Nobel è diminuita e cresciuta in maniera alterna, con l´ascesa e la caduta dell´Unione Sovietica e seguendo il capriccioso umore del pubblico. Ora appare come un´ironia, ma Solgenitsyn, che adesso ha ottantasette anni, è stato, secondo il suo biografo Michael Scammell, un fervente marxista da giovane.
Lei ha ribadito spesso qualcosa che all´apparenza è paradossale: un sollievo per essere stato spedito al Gulag, per il fatto che il destino le sia, per così dire, stato imposto. Ha scritto di provare terrore al pensiero di quale tipo di scrittore sarebbe diventato senza il gulag. Quale tipo di scrittore sarebbe diventato?
«Mi lasci accennare prima al ruolo decisivo che il Gulag ha avuto nella mia vita di scrittore. Già nel 1936, all´età di 18 anni, desideravo, in effetti, descrivere e commentare in maniera approfondita la Rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione che mise fine al governo autocratico dello zar Nicola II, consentendo ai bolscevichi di prendere il potere poco dopo. Solo questo mi avrebbe già impedito di diventare uno scrittore sovietico leale. Ma quel che mi è toccato in sorte nel Gulag ebbe un grande effetto sulle mie convinzioni e sui miei punti di vista nel corso degli anni. Mi fornì una chiara visione dettagliata su tutto ciò che il bolscevismo significava e sul comunismo sovietico e fu questo, in conclusione, a permettermi di penetrare in maniera approfondita nelle condizioni della nostra esistenza».
In più di un´occasione lei ha scritto che la triste esperienza del ventesimo secolo doveva essere vissuta dalla Russia in qualche modo in quanto rappresentante dell´umanità. Dall´altra parte il suo romanzo La ruota rossa tratta ripetutamente dell´evitabilità della catastrofe e di quanto facilmente la storia avrebbe potuto prendere un corso totalmente differente. Pensa veramente che questa enorme sofferenza sia stata necessaria o sussiste anche la possibilità che sia stata completamente inutile?
«Considerando la storia del mondo nel suo insieme, penso che se la Rivoluzione russa non fosse avvenuta, il mondo sarebbe stato scosso inevitabilmente da una qualche altra rivoluzione analoga, una sorta di seguito della Rivoluzione francese del diciottesimo secolo, che a sua volta innescò rivoluzioni in molti altri paesi europei. Questo perché l´umanità nel suo insieme doveva pagare per aver smarrito un senso auto-imposto dei limiti, una moderazione auto-imposta riguardo ai suoi aneliti e alle sue richieste, per l´avidità assoluta dei ricchi e dei potenti - sia singoli individui sia interi Stati - e per l´inaridimento dei sentimenti di benevolenza umana».
Molti pensatori e scrittori occidentali hanno attivamente sostenuto la dittatura sovietica. Fondamentalmente, sono state soltanto la sua ferma posizione e le ripercussioni che essa ha avuto a livello mondiale a suscitare un cambiamento al riguardo. Anzi, proprio questo fu il motivo che la portò a rifiutare un incontro con il filosofo e scrittore francese Jean-Paul Sartre quando egli visitò l´Unione Sovietica. Ci fu veramente un "tradimento degli intellettuali", come lo ha definito il filosofo francese Julien Benda, un tradimento, dunque, da parte degli intellettuali dei valori dei Lumi?
«L´appoggio diffuso tra i pensatori occidentali alla dittatura comunista iniziato con gli anni Trenta è un segno e una conseguenza della decadenza dell´umanesimo secolare: ne soffriamo ancora e continueremo a soffrirne nel futuro».
Nessun altro scrittore dopo Voltaire, ha avuto, probabilmente, un impatto politico pari al suo... Le fa piacere? Ci sono ancora delle cose che vorrebbe completare?
«In molte occasioni ho sollecitato le potenze occidentali a evitare l´equazione tra il comunismo sovietico da una parte e dall´altra la Russia in quanto Paese e la storia russa. Ma, purtroppo, molte potenze occidentali non si sono preoccupate di fare questa distinzione. E le politiche delle potenze occidentali, anche dopo il crollo della dittatura sovietica, sono poco cambiate nella loro ferocia verso la Russia. Questo è profondamente deludente. Gli eventi in Russia partire dagli anni Novanta hanno, tuttavia, preso un corso anche peggiore. Prima che potesse esserci una ripresa nazionale, sia morale sia economica, le forze occulte hanno immediatamente acquisito una posizione di vantaggio; i ladri più privi di princìpi si sono arricchiti saccheggiando indisturbatamente le ricchezze del Paese e sedimentando il cinismo e il danno morale già perpetrati. Questa è stata una catastrofe per la Russia nel suo complesso.
«Soffro molto di fronte a queste trasformazioni. Come potrei parlare di "soddisfazione"? E ora che ho 87 anni, e in più il mio stato di salute è cagionevole, non ho la forza di esercitare una vera influenza per gli anni a venire».
Infine, la domanda inevitabile: come sarà il futuro della Russia? Democrazia o uno Stato autoritario sul modello cinese?
«Sono molto preoccupato per il futuro della Russia. Non mi azzarderò a fare previsioni. Le sue domande riguardano più che altro l´ordine sociale. Questo è di estrema importanza, anche se l´ordine morale conserva la prevalenza.
«Per quanto riguarda la sperata democratizzazione della Russia, ho presentato il mio modello già nel 1990 in un saggio intitolato La ricostruzione della Russia, un piano per una costruzione graduale di strutture democratiche, cominciando dall´autogoverno locale per finire con il governo centrale.
«L´attività dell´autogoverno locale in molti paesi occidentali è un modello che invito i miei compatrioti a emulare. Il mio paradigma è diverso dal sistema partitico parlamentare che domina in Occidente. Non vedo come una cosa positiva l´esistenza di partiti politici la cui unica preoccupazione è salire al potere, la considero negativamente. La mia proposta non è stata accolta con simpatia finora. Ma anche così, preferirei una futura democrazia russa di questo tipo, piuttosto che una versione presa in prestito dall´Occidente».

© Cicero e Alexander Solgenitsyn, 2006
Distribuzione The New York Times Syndicate
(traduzione di Guiomar Parada)


Repubblica 10.11.06
PERCHÉ NEL REGIME DI PUTIN NON SI FANNO I CONTI CON LA STORIA
NELLE SCUOLE IN RUSSIA DOVE LA MEMORIA TACE
di JURIJ SAMODUROV

Un mese fa un eminente dirigent si è rivolto ai maestri di Mosca con una lezione su ciò che nel nuovo anno scolastico è prioritario nell´insegnamento

La Russia esiste e vive in una strana situazione perché non capisce che cosa le è accaduto. Solo cinque anni fa noi (non la maggioranza del popolo, però in parecchi) pensavamo che nel 1991, nel nostro Paese, si fosse verificata una rivoluzione democratica.
Più tardi si pensava che essa non fosse riuscita. Ora abbiamo il dubbio che gli avvenimenti del 1991 non siano stati affatto una rivoluzione democratica. Ancora più rapidamente, negli ultimi quindici anni, sono cambiate le idee del popolo russo sul periodo sovietico della nostra storia.
Tutto questo ha lasciato un´impronta inconfondibile sull´insegnamento e nello studio della storia dell´epoca sovietica. Nelle scuole dell´obbligo russe, ad esempio, la tragedia umana e politica del Gulag, non esiste. Nei manuali scolastici di oggi non c´è alcun giudizio chiaro sulla società e sullo Stato sovietici. Non vengono nemmeno descritti, non se ne parla: non è chiaro quando emergeranno le prime riflessioni e come saranno le considerazioni di uso generale. Non essendo un insegnante, parlo da esterno: ma il mio parere è abbastanza fondato. È fondato soprattutto sulla mia esperienza di lavoro nella giuria del concorso per maestri di scuola, intitolato "Lezione sul tema: storia delle repressioni politiche e resistenza alla libertà negata nell´Urss", promosso dal Museo e Centro civile "Andrej Sakharov". Il concorso si tiene da quattro anni e vi partecipano 250 maestri di 25 regioni del nostro Paese. Il Centro Sakharov ha promosso e organizzato questo concorso perché in Russia il tema del Gulag e delle repressioni politiche viene ancora sistematicamente nascosto e praticamente non è analizzato.
Basta dire che anche nei programmi scolastici delle superiori, approvati dal ministero dell´Istruzione, a questo tema non riservano più di due ore, mentre nei manuali raccomandati dallo stesso ministero gli si dedicano un paio di generiche paginette.
Come membro della giuria ho visto circa 150 video delle lezioni e posso dire che la maggioranza dei maestri si limita ai racconti di repressioni nell´epoca sovietica le cui vittime furono certe persone, certi gruppi di popolazione e certi strati sociali. In sostanza basano il loro insegnamento sullo studio di documenti che elencano cifre ed episodi del fenomeno e fanno capire agli allievi che le repressioni furono una cosa crudele e disumana. Pochissime però sono state le lezioni in cui è stato posto e analizzato il problema principale: se le repressioni, il sistema del Gulag, fossero legali secondo la Costituzione Sovietica. Nessuna analisi, invece, sull´attività delle strutture del potere di Stato nell´Urss, sulla loro responsabilità giuridica e storica per le repressioni politiche. Nemmeno iniziata, in Russia, una riflessione sulle conseguenze storiche e sugli effetti di lunga durata del sistema del Gulag. Tali domande i docenti russi ancora non le pongono e non le fanno discutere.
Nonostante il concorso si svolga sotto il patrocinio dell´Istituto dell´Istruzione aperta di Mosca, dell´Accademia russa per l´aggiornamento professionale dei lavoratori dell´istruzione pubblica, e in collaborazione con una serie di direzioni regionali dell´Istruzione, l´atteggiamento al tema del concorso, da parte dei presidi e della maggioranza degli insegnanti, è più che ansioso. Alcuni maestri, soprattutto quelli che vengono dalla Siberia, mi hanno chiesto senza equivoci di mimetizzare in qualche modo l´argomento Gulag, eliminando ogni accenno alle repressioni.
Sostengono che la schiavitù comunista, le repressioni politiche e la resistenza alla mancata libertà nell´Urss, scatenino le reazioni negative e l´ostilità dei loro colleghi e dei presidi. È una cosa che non sorprende, vista la situazione politica attuale in Russia.
Un mese fa un eminente dirigente del sistema di aggiornamento professionale degli insegnanti si è rivolto ai maestri di Mosca con una lezione su ciò che nel nuovo anno scolastico deve diventare prioritario per i docenti di storia. Ha concluso che l´essenziale è insegnare ai giovani il patriottismo, basandosi sui modelli positivi della storia dell´Urss. Alla lezione era presente un´addetta al nostro museo. Lei ci ha poi raccontato che cosa intendeva quel dirigente: i progressi nella creazione e nella difesa dello Stato sovietico, la vittoria nella Grande Guerra patriottica e l´eroismo in guerra, i progressi nello sviluppo dell´industria, della scienza e della cultura, il lavoro pieno di abnegazione di ingegneri, operai, scienziati dirigenti industriali, maestri, medici, eccetera. Ignorato l´altro genere di patriottismo civile: gli aiuti agli affamati nella regione del Volga; la solidarietà durante la carestia criminale in Ucraina; la lotta per la sopravvivenza e la conservazione della dignità umana durante gli interrogatori nelle carceri, nei lager e nell´esilio; il sostegno altruistico ai compagni di reclusione; l´eroismo nel corso delle ribellioni e degli scioperi nel Gulag; la lotta eroica dei dissidenti contro il regime sovietico. Tutto ciò, ossia la resistenza umana al sistema Gulag sotto l´Urss, non è stato citato come un modello di comportamento patriottico. Non si è raccomandato di studiare e di parlare di tali storie nelle scuole.
Il grande limite delle lezioni di storia, così come la insegnano oggi nelle scuole dell´obbligo russe, è che fra gli insegnanti ci sono molti specialisti entusiasti dell´elaborazione dei programmi, ma nessuno disposto a fornire una risposta alla domanda fondamentale del presente pedagogico: che cosa i giovani russi devono sapere, e perché, sui crimini contro l´umanità del regime sovietico? In sostanza questo problema non è stato ancora affrontato. Ma senza aver elaborato risposte concrete al "buco nero" del Gulag, la società russa non può aspettarsi progressi nell´insegnamento e nello studio della storia sovietica.
Personalmente, credo che i giovani del mio Paese debbano sapere in che cosa consistevano i crimini contro l´umanità dello Stato e della società sovietica. Solo così possono diventare sostenitori consapevoli e convinti della creazione in Russia di uno Stato democratico fondato sul diritto. Ed essere nemici, responsabili e decisi, del nuovo autoritarismo.

Repubblica 10.11.06
L'ombra del compagno Mao
Esce un saggio di Federico Rampini sul leader cinese
L'ambigua vicenda di un capo carismatico carico di colpe
di Adriano Sofri


Fu enorme il fascino esercitato sugli occidentali
Il suo Libretto fu un bestseller secondo solo alla Bibbia
La povertà condivisa faceva piacere alle masse contadine

La mummia di Mao, tenuta agli arresti nel mausoleo della Tienanmen, impedisce al suo spettro di girare per la Cina, e di tirare i piedi ai suoi successori. I quali si contentano di conservargli una pensione onoraria da Padre della Patria, e sorvolano sul resto. Il resto è il comunismo, salvo il monopolio del Partito, e i milioni di morti che è costato. Ben altre cifre eccitano la Cina di oggi, esaltanti come in una frenetica seduta di Borsa, e i milioni di morti sono anche loro in arresto da qualche parte, senza mausoleo. Fra le cifre iperbolicamente tragiche di ieri e quelle iperbolicamente euforiche di oggi c´è, a far da frontiera e da cerniera, quella che chiameremo la «soluzione trenta per cento» di Deng Xiaoping, sull´operato di Mao: «70 per cento giusto, 30 per cento sbagliato».
Federico Rampini la cita più volte, quella commemorazione percentuale, immutata ormai dal 1981, che serve a tenere insieme un riconoscimento degli "errori" di Mao con la sua consacrazione extraterrestre: innocui l´uno e l´altra. Rampini, che si mostra inesauribile corridore della nuova Cina e amatore appassionato dell´antica, questa volta lega i suoi racconti col filo della presenza e dell´assenza di Mao, con la sua ombra, esorcizzata più che interrogata dai cinesi di oggi. La maggior parte dei quali ha troppo da fare: avere idee, lavorare, arricchirsi, fare con una specie di ingordigia le cose che si fanno in convalescenza da una malattia mortale. Un´attendibile ricerca (americana, del resto) assegna ai cinesi il primo posto nella classifica della soddisfazione per il proprio presente e dell´ottimismo sul futuro.
Ce ne sono (i contadini soprattutto, e i vaganti delle megalopoli) che ricordano con nostalgia il tempo di Mao, se non altro perché la povertà universale è meno insopportabile del confronto con la ricchezza altrui. Gli uni e gli altri trovano però il tempo per il pellegrinaggio al mausoleo o alla casa natale di Shaoshan, attirati da una curiosità o da una venerazione. Non più, secondo la battuta ricordata da Rampini, metà per piangerlo e metà per sincerarsi che sia davvero morto, e non torni più. Non è successo in Cina finora - dunque non succederà più, non allo stesso modo - qualcosa che equivalga al XX congresso del Pcus e al Rapporto segreto di Crusciov sul «culto della personalità e gli errori del compagno Stalin». Il libro di Rampini ("L´ombra di Mao", Strade Blu Mondadori, 15 euro, pagg 291) si interroga su questa differenza, per i cinesi di oggi e per gli occidentali già "filocinesi", essi stessi per lo più evasivi rispetto a quel passato. Fra la morte di Stalin e il XX congresso trascorsero tre burrascosi anni di rese di conti. Mao è morto da trent´anni. Dice Rampini: se un visitatore trovasse sulla mia parete a Pechino un ritratto di Mao si meraviglierebbe poco, o niente: ma sarebbe sconvolto se trovasse su una parete tedesca un ritratto di Hitler.
Una domanda analoga ispirava la pungente biografia di Stalin scritta da Martin Amis, Koba il terribile (Einaudi 2003): com´è possibile che gli intellettuali ricordando il loro passato stalinista ci facciano su una risata, ciò che parrebbe loro inconcepibile a proposito di Hitler? Naturalmente, le biografie delle persone (e delle generazioni) vogliono la loro parte. Chi è passato attraverso la propria speranza, la propria illusione, il proprio errore e la propria colpa sarà riluttante alle comparazioni e ancora più alle assimilazioni, si aggrapperà alle distinzioni. Il nazismo non è il comunismo, il comunismo sovietico non è il comunismo maoista... Hitler non è Stalin, Stalin non è Mao... (Anzi: Mao sembrò l´anti-Stalin). Il lager non è il gulag, il gulag non è - già, come si chiama? Non l´abbiamo ancora imparato abbastanza, vero? Il laogai? Anche il gulag, c´era voluto un bel po´... Questione di tempo, dunque, di attenuanti, di prescrizione?
Dirò fra un momento che cosa ne pensi: dopotutto si tratta anche di me. Rampini non è affatto indulgente né col comunismo cinese del tempo di Mao, né con la sua prosecuzione-capovolgimento nella Cina illiberale di oggi. Ha interrogato molti testimoni delle tragedie, soprattutto della cosiddetta Rivoluzione culturale, e conosce la bibliografia più recente e sfrenata. Il Mao. La storia sconosciuta, di Jung Chang e Jon Halliday (Longanesi 2006, ma l´edizione originale è del 2003), raccoglie novecento pagine di nefandezze e imposture raccapriccianti. Rampini si sottrae alla riduzione di Mao a un mostro. Oltretutto, quella che un tempo era la storia dei grandi uomini - e dei grandi criminali - vista con gli occhi del cameriere, ora è vista con l´occhio del medico curante o con quello ancora più clinico della guardia del corpo. E se nessuno è un grand´uomo per il proprio cameriere, ancor meno può esserlo per la propria guardia del corpo: «imperatore sadico e debosciato, barbone sudicio e impudico»... Tutto vero, osserva Rampini, e però «fino all´ultimo, egli conserva la capacità di rappresentare una pulsione antigerarchica e antiautoritaria, la rivincita della periferia sul centro».
Quali ombre cinesi hanno adescato soprattutto la sinistra occidentale? A parte il fanatismo più liturgico e dogmatico - «Servire il popolo», o i partiti marxisti-leninisti - ne indicherei due: la povertà, e il volontarismo. Rampini li ricostruisce bene: i Piedi Scalzi (quando toccò all´Iran furono anche lì i Senza Scarpe), il pugno di riso, le pantofole, le uniformi per tutti. La povertà rivendicata e vendicata ha una irresistibile forza di seduzione, e ogni rivoluzione popolare si sogna come un ritorno alla povertà originaria. La povertà è l´origine. L´epopea della povertà cinese arrivava in omaggio a quelli di noi che nel ‘62 studiavano le mappe di confine fra Cina e India, con i calendari illustrati e i segnalibro di piume colorate di Guozi Shudian. Esotico e cristiano insieme, come quello dei vietcong coi sandali, il richiamo si sarebbe appannato solo con l´accendersi delle lotte operaie da noi, l´Indocina rimpatriata nell´officina di Agnelli. Tornò, più grave - ma anche più dubbioso e presto spaventato - l´abbaglio della Rivoluzione culturale, l´idea di una ribellione contro autorità e burocrazia, una rivoluzione nella rivoluzione. Si trattò di una infamia senza eguali, della persecuzione universale, della devastazione della memoria e della bellezza.
E veniamo al secondo punto, più trascinante, che Rampini rievoca attraverso la denuncia precoce del sinologo belga Simon Leys: il volontarismo, l´idea che la competenza scientifica e tecnica siano secondarie se non dannose. (Alla testa della Cina di oggi, ricorda Rampini, sono Hu Jintao e Wen Jabao, due ingegneri...). Il volontarismo fu il segno della ribellione giovanile degli anni Sessanta in Occidente, che muoveva dallo scandalo morale: la fame, lo spreco, il razzismo, la guerra, la confusione fra scienza e determinismo. «Mao si rifiuta di ascoltare gli economisti, né vuole importare tecnologie straniere». Quel primitivismo scambiato per umanesimo: rimettere al centro l´uomo, rifarlo nuovo, e il demenziale altoforno da villaggio. Era questo il Mao che piaceva, quello degli inediti, dei pensieri semplici (sono insidiosi i pensieri semplici, possono essere il semplicismo demagogico o la nettezza evangelica: guai a sbagliare). La fede sposta le montagne, e anche il popolo cinese, «se continuerà a scavare». Il Libretto rosso, ricorda Rampini, è il secondo bestseller assoluto dopo la Bibbia. La Cina, come oggi i paesi arabi, sembrava rinnegare il proprio passato. Needham aveva un bel ricordare i primati cinesi nella storia della scienza, era il momento dell´ «energia rivoluzionaria al posto dell´energia elettrica» (Leys). Sono tentato di dire che l´invasamento iconoclasta delle Guardie rosse, ebbe, in nome dell´Ideologia, un significato affine a quello incarnato oggi, in nome della Religione, dal jihad islamista... Si capisce la restaurazione: né bianco né nero, il gatto acchiappa il topo, e si autocertifica rosso.
Un orizzonte si è chiuso, con la fine del comunismo cinese, l´idea di un progresso capace di accorciare chirurgicamente certi passaggi, ma tenuto ad attraversare le fasi successive: schiavitù, lavoro servile, accumulazione originaria e forza lavoro libera e proletaria, capitalismo sviluppato e forze produttive soffocate dai rapporti di produzione, fino alla maturazione del socialismo e all´inconveniente provvisorio della dittatura proletaria, con vista generosa sul comunismo, fine della divisione del lavoro ed estinzione dello Stato. Tutto l´itinerario è andato a quel paese, e in modo travolgente nell´Asia prima giapponese poi cinese. La Cina di oggi non si accontenta di questo carnevale dell´economia, ma sembra smentire la speranza che una libertà del mercato sia destinata a spezzare la camicia di forza del dispotismo politico.
Può darsi che si tratti di una questione di tempo: ma ne è passato già molto, e la Cina è un altro mondo. Sia i suoi capi che certi pensatori "realisti" occidentali proclamano che è la democrazia a non conciliarsi con la realtà cinese. Relativismo oltranzista, se non facesse un po´ ridere l´idea di relativizzare i tic politici del primo paese del pianeta per popolazione, e fra non molto per tutto il resto. All´idea che la democrazia non faccia per la Cina, Rampini non abbocca affatto, e chiama a testimoni i giovani di Tienanmen. Anzi, pensa che la "demaoizzazione", compiuta nei fatti ma elusa di diritto, debba andare insieme a un esame di coscienza del paese intero, qualcosa di paragonabile a ciò cui si è costretta la Germania. Benché la Cina appaia per il momento meno intenzionata a conquistare il mondo che a comprarlo, il maoismo comunista mutato in nazionalista «può diventare rapidamente xenofobo, intollerante, aggressivo... ».
Vivo Mao, si fabbricarono otto miliardi di spille da giacca. Gli studenti di Tienanmen 1989 eressero una specie di statua della Libertà, con una torcia in mano, ricorda Rampini, proprio dirimpetto al faccione di Mao. La chiamarono Dea della Democrazia.
Durò poco, ma chissà. La Cina è vicina. Vicinissima.

Repubblica 10.11.06
La giustizia sull'orlo del baratro
di Giuseppe D'Avanzo


Il governo e la maggioranza hanno davvero una qualche idea per la giustizia? L´Esecutivo è nato sei mesi fa. Al primo vagito si prese subito atto che il neonato accusava un importante deficit culturale. Non comprendeva che, nei labirinti della caotica giustizia italiana, andava dispersa una chance di modernizzazione del Paese. Avremmo dovuto voler integrarci con impegno testardo nello spazio comune di libertà e sicurezza della realtà europea. Al contrario, eravamo e siamo sempre più lontani dalle regole degli altri (che non abbiamo e, quando le abbiamo, non siamo in grado di farle rispettare: le "condanne" europee del nostro sistema giudiziario sono lì a documentarlo).
Bene, niente modernizzazione, niente stagione nuova. Si poteva sperare che nel programma del governo – al di là delle intenzioni di facciata – ci fosse almeno la prospettiva di un tempo migliore, la cocciuta volontà di rendere più effettivi i diritti dei cittadini razionalizzando il sistema (distribuzione delle risorse umane e materiali; modalità del loro impiego; priorità nella destinazione delle risorse; più qualità professionale; riforma di un processo in crisi di efficienza, risultati e credibilità: un ordigno perverso che sanziona prima dell´accertamento delle responsabilità e, quando accerta le responsabilità, non le sanziona). Al contrario, si è preferito soprattutto «creare un clima» che attenuasse il conflitto tra poteri dello Stato (governo, Parlamento, magistratura) e addolcisse i rapporti tra la politica e le toghe. Un obiettivo che Clemente Mastella, politico sapiente e ministro scaltro, ha conquistato in soli cento giorni.
Il dialogo tra politica e magistratura è senza dubbio migliorato. Dopo gli anni tempestosi regalati dal governo Berlusconi, è un buon risultato, una premessa essenziale, un buon punto di partenza per mettersi al lavoro. Ora però, se si fa un passo indietro e, dalla scena dei poteri pubblici, si scende in platea tra i cittadini per vedere il qualcosa che si è fatto, lo spettacolo è deprimente. La giustizia - come funzione dello Stato e servizio al cittadino - appare più scassata. Più impotente. Più insensata.
È stata approvata in fretta e furia, per demagogia e necessità (le carceri scoppiavano), una legge di indulto senza predisporre alcuna misura di accoglienza e reinserimento delle persone scarcerate. Gli "indultati" dovevano essere 13.000, si è scoperto che sono 24.500 (1.570 già di nuovo in carcere). La precipitosa iniziativa parlamentare sollecita ora, in un circolo vizioso, ripensamenti politici, insicurezza pubblica, qualche spirito forcaiolo creando un clima che impedisce scelte politiche utili a correggere una legislazione criminogena (droghe, immigrazione) e garantire il buon esito di quel perdóno con l´associazionismo, il privato sociale, il sostegno a misure di opportunità per chi esce dal carcere. Ma quel che è peggio, l´indulto è sabbia nel già singhiozzante motore della giustizia italiana. Otto processi su dieci saranno inutili (l´indulto cancella la pena e non il reato e, quindi, i processi vanno celebrati lo stesso). Per evitare questo cammino nel nulla bisognerebbe, come suggerisce il Consiglio superiore della magistratura, un parallelo provvedimento di amnistia (sarebbero cancellati anche i reati e quindi gli inutili processi). Quadro ed equilibri politici non sembrano, al momento, consoni ad accompagnare, come si è fatto in altre diciassette occasioni, l´indulto con l´amnistia. La macchina della giustizia girerà così a vuoto. In attesa che si fermi del tutto con i tempi della prescrizione previsti dalla berlusconiana Cirielli. La Corte Costituzionale, come si sa, ha imposto che la "prescrizione dimezzata" debba essere applicata anche ai processi di primo grado e, con ogni probabilità, presto sarà imposta anche nell´appello e in Cassazione. Senza voler essere pessimisti ad ogni costo, si può dire che i giudizi, sopravvissuti all´indulto, moriranno di "Cirielli".
Per evitare che la giustizia diventi un´apparenza e l´Italia un "paradiso penale", converrà che il governo si scuota dalla sua inerzia e inserisca la crisi dell´organizzazione giudiziaria e del processo penale e civile nell´agenda delle sue iniziative legislative. Mastella ha già messo le mani avanti. Riforme di «ampio respiro» non ce ne saranno. Bene (anzi, malissimo), ma che almeno le «limitate innovazioni legislative» a portata di mano vedano la luce. Alcune possono essere "a costo zero" o a costi contenutissimi (Mastella si duole, a ragione, delle scarse risorse). Il processo potrà essere salvato restituendo standard europei alla prescrizione e ritrovare maggiore speditezza con una nuova disciplina delle notifiche, delle impugnazioni, della contumacia. L´organizzazione giudiziaria può recuperare maggiore efficienza con il riordino delle circoscrizioni giudiziarie. Nuove leggi su stupefacenti e immigrazione, anziché creare reati e insicurezza sociale, potrebbero contenerli. Non è molto. Anzi, è quasi niente. È salvare il salvabile. Ma che almeno questo, nel breve-medio periodo, lo si faccia.

Repubblica 10.11.06
Pisapia: il 70 per cento di chi sconta tutta la pena in galera torna a delinquere
"Il carcere spesso non serve pene alternative più efficaci"
di Liana Milella


Per molti reati più utile prevedere i lavori socialmente utili o quelli finalizzati al risarcimento dei danni. Cambieremo la Cirielli

ROMA - Meno carcere, più pene alternative. E la legge Cirielli sulla "prescrizione breve" sostituita da regole che non servano a chi le sfrutta per evitare il processo. Giuliano Pisapia presiede la commissione per la riforma del codice penale e anticipa le soluzioni per garantire la certezza della pena chieste da Amato.
Di Pietro dice sì a «un´amnistia selettiva». È d´accordo?
«Lui lo dice solo adesso, io lo sostengo da anni. Un condono di due anni e un´amnistia per i reati bagatellari erano stati approvati dalla commissione Giustizia della Camera a gennaio. Purtroppo Ds e Margherita hanno fatto marcia indietro sull´amnistia e quindi Forza Italia e Udc hanno detto no all´indulto creando la situazione che poi ha portato a luglio al voto sul solo indulto».
Amato insiste: ci vuole più «certezza della pena». La sua ricetta?
«È indubbio che la certezza della pena elimina il senso di impunità che è il presupposto di nuovi reati. Ma bisogna uscire dalla logica per cui l´unica pena è quella carceraria, e prevedere per i reati non gravi sanzioni diverse. Sono più efficaci, verrebbero effettivamente scontate, porterebbero a una calo dei tempi del processo perché eviterebbero impugnazioni finalizzate solo alla prescrizione».
In concreto?
«Per molti reati è più utile prevedere sanzioni come i lavori socialmente utili, o quelli finalizzati al risarcimento del danno, o ancora misure interdittive come la sospensione della patente di guida piuttosto che della licenza commerciale o dai pubblici uffici. Ciò evita l´ingresso in carcere, ma viene eseguito effettivamente ed è un deterrente efficace rispetto a nuovi reati. In più le vittime verrebbero almeno in parte subito risarcite».
Ma non contrasta con la "voglia di carcere" di molti cittadini?
«La richiesta di carcere è comprensibile ma si è dimostrata effimera e inefficace. Quando si sconta l´intera pena in carcere, il detenuto finisce col ritornare a delinquere. Questo non è buonismo ma una saggia politica contro il crimine che ovunque ha dato esiti positivi. In Italia il 70% delle persone che hanno scontato la pena in carcere hanno commesso nuovi reati, mentre chi ha usufruito di misure alternative ha un tasso di recidiva del 3 per cento».
Il segretario dell´Anm Rossi sostiene che Cirielli e prescrizione sono un´amnistia strisciante. Mastella annuncia cambiamenti. Ci state lavorando?
«Trattiamo il sistema delle sanzioni e di conseguenza interverremo sulla prescrizione eliminando i danni che già ha creato e ancor più creerà la Cirielli, ma senza tornare al passato del codice Rocco che prevedeva un meccanismo tale per cui ogni anno si prescrivevano oltre 200mila reati».
Cosa prevedete di fare?
«Le circostanze attenuanti non possono incidere sui tempi di prescrizione dimezzandone i tempi. Ci vuole un tetto massimo proporzionato all´entità della pena prevista per il singolo reato allungando i tempi fino alla metà in caso di atti interruttivi. La prescrizione dovrebbe essere sospesa per ogni rinvio non motivato da esigenze processuali. Ma la cosa più importante è accelerare i tempi del processo: serve un nuovo codice penale che preveda come reato solo le condotte che offendano concretamente un bene giuridico in modo da far diminuire le impugnazioni dilatorie ed evitare la prescrizione perché a quel punto la sentenza definitiva arriverà in tempi ragionevoli».

Repubblica 10.11.06
Picasso
A Palazzo Grassi da sabato 11 novembre
La pittura la ceramica l'amore gli anni felici di Antibes
di Paolo Vagheggi


Duecentocinquanta opere esposte a Venezia in una rassegna intitolata "La joie de vivre"
Realizzate tra il 1945 e il '48, rievocano un tempo breve ma intensissimo dell'artista

VENEZIA. Il mare, l´assiolo e François Gilot. Picasso amava il mare. L´assiolo è un uccello rapace notturno simile a un piccolo gufo, un amico. François Gilot è la donna di cui s´innamorò alla fine della Seconda guerra mondiale. Il mare, l´assiolo e François Gilot hanno attraversato e segnato la mitica storia di quest´artista tra il 1945 e il 1948
Tutto cominciò nell´estate del 1945. Picasso stanco di stare a Parigi dopo gli anni di clausura della guerra partì per il Sud, s´avviò verso il Mediterraneo con la vecchia Hispano-Suiza, verso la Provenza dove a Ménerbes l´attendeva una casa che non aveva mai visto ma era di sua proprietà, che aveva ricevuto da un negoziante di colori in cambio di una piccola natura morta. Non è un aneddoto. Picasso poteva ottenere tutto ciò che voleva semplicemente disegnando o dipingendo. E in quella villetta cominciò la grande avventura della Costa Azzurra, il tempo dei soggiorni a Cannes, Golfe-Juan, Antibes, gli anni che da sabato 11 a Venezia racconta la mostra allestita nelle sale di Palazzo Grassi, "Picasso, La joie de vivre, 1945-1948".
Fu un periodo felice e assai complicato, segnato dalla fine della relazione con Dora Maar, che l´aveva seguito in quel primo viaggio, e dall´inizio della storia d´amore con François Gilot, da cui ebbe due figli, Claude e Paloma, di poco preceduto dall´iscrizione al Partito comunista francese, avvenuta nell´ottobre del 1944, seguito dall´esecuzione de La colomba, ancor oggi simbolo di pace in ogni angolo del mondo.
Forse per quella colomba una scintilla s´accese davanti al mare di Antibes, in un salone dello Chateau Grimaldi, oggi Musée Picasso, da dove provengono molte delle opere esposte a Venezia, forse nella terrazza del castello, platea spettacolare dove sul finire dell´estate del 1946 maturò La joie de vivre, un dipinto dove il giallo solare, l´azzurro rafforzato dal nero, il marrone bruciato, il verde mediterraneo, evocano le frastagliate scogliere di Cap d´Antibes. Profuma di libertà quest´opera: si alza dalle vele della barca sullo sfondo, dai capelli ondeggianti e dal sensuale corpo femminile, una sorta di "donna fiore" che tra caprette dai sorridenti volti umani danza su un terreno dorato, trascinata dal flauto di un centauro e di un´ambigua creatura azzurra ritta su un´altura.
Quando la realizzò, da pochi mesi Picasso viveva con François Gilot, amore e musa più volte ritratta. Ma era ospite di amici. Le stanze erano piccole. Un giorno, l´8 settembre del 1946, raccontò a un gruppo di amici, fra cui Romuald Dor de La Souchère, direttore del museo Chateau Grimaldi, il disagio che provava per la mancanza di spazi, di grandi superfici per dipingere. «Superfici - esclamò La Souchère - gliene posso offrire io». Le stanze di un intero piano dell´edificio erano vuote. Picasso si trasferì velocemente pur avendo pochi colori e pochi materiali tanto che al posto della tela usò anche il fibrocemento, su cui poi eseguì La joie de vivre.
Fu la prima di una serie. Vi furono molti altri quadri popolati di semidei, esseri cornuti, satiri, ninfe e capre. Non tutta la sua pittura, come attesta l´esposizione di Palazzo Grassi che presenta 250 opere, fu però idillica e pastorale. Oltre al ritratto della Gilot vi sono anche nudi assai geometrici, austere ma armoniche nature morte, alcune ben più grandi di quelle che aveva dipinto fino a quel momento, pescatori, ricci di mare e una civetta. È l´assiolo, il rapace di questa storia. Era penetrato nel castello e si era ferito. Picasso dopo averlo medicato fu beccato a un dito ma riuscì ad addomesticarlo. Si appollaiava sulla sua spalla. E l´artista lo disegnò, lo dipinse, lo modellò.
Fu in quei mesi che Picasso si fece accompagnare a Vallauris, un villaggio a un paio di chilometri da Antibes, famoso per le ceramiche. Visitò le fornaci dei coniugi Ramiés, una coppia che cercava di far rinascere l´antica attività. La prima volta si limitò a modellare qualche figura nella creta lasciando ad altri la cottura. Col trascorrere degli anni esplose una vera passione. Dalle sue mani uscirono centinaia di ceramiche: figure imparentate con le statuette della Grecia arcaica, piatti con fauni, pesci, con i tori, le corride, colombe, civette, gufi, ovvero l´amato assiolo di cui a Venezia sono esposte cinque diverse rappresentazioni.
Quando l´inverno del 1947 costrinse Picasso a rientrare Parigi, dove portò anche l´assiolo, lasciò nel castello 23 dipinti e 44 disegni, il primo nucleo del Museo Picasso ora chiuso per restauri e le cui opere sono per questo a Palazzo Grassi.
Quello di Picasso, come narrano tutti i biografi, non fu un vero regalo. Detestava separarsi dalle sue opere, si irritava davanti alla proposta di una donazione formale. Restarono "temporaneamente" e lì si trovano ancor oggi, in quelle terre che videro i primi passi del figlio Claude, l´esecuzione dell´immenso Ulisse e le sirene, e che furono anche scenario di furibondi litigi coniugali.
Olga, la prima moglie, nell´estate del 1947 comparve a Golfe-Juan. In spiaggia sedeva accanto a Picasso e la Gilot, li seguiva per strada finché un giorno l´artista furibondo, la schiaffeggiò. Forse anche per questi fastidi Picasso cominciò ad allontanarsi dalla spiaggia, tornò a Vallauris per verificare la sorte dei piccoli oggetti che aveva modellato l´anno precedente. Fu preso da un crescente entusiasmo. Se l´inverno parigino era stato marcato dalle litografie eseguite nel laboratorio di Mourlot l´estate lo fu dalle ceramiche. Alla fine della stagione ne aveva modellato duemila. Qualche mese più tardi ne depositò 77 nel castello, cinquantuno delle quali datate 1947 e quattordici 1948.
Anche quelle ceramiche sono una prova della "gioia di vivere" di Picasso, di un momento intenso e felice.

Repubblica 10.11.06
Picasso
Quando la vita diventa arte

L'allegria incantata e sognante delle calde estati in Costa Azzurra
di Fabrizio D'Amico

Una manipolazione eccitata trasforma la materia grezza in figure immaginarie di un mondo popolato da uomini, semidei e animali mai visti
La sua nuova vocazione è la ceramica, una scoperta quasi casuale avvenuta nel 1946 durante una breve visita all´atelier Madoura dei coniugi Ramié
Dopo gli anni della guerra vissuti a Parigi è con Françoise Gilot la nuova compagna che l´artista ritrova quel Sud che aveva da sempre amato
Le foto di Michel Sima, ora a Palazzo Grassi, lo ritraggono al lavoro nel Castello Grimaldi È un uomo solare nel pieno delle sue forze che guarda al futuro

VENEZIA. "Picasso, La joie de vivre, 1945-1948" è la storia di un grande quadro, di un tempo breve ma intensissimo nella vita del maestro di tutte le avanguardie del XX secolo, e di una vocazione nuova che allora lo prese: la ceramica. Aveva più di sessant´anni quando la guerra era finita; ed era finalmente circondato da un successo che proprio quando il conflitto iniziava, nel novembre del ´39, New York, con un grande rassegna che ripercorreva la sua opera dagli esordi a Guernica, aveva definitivamente reso mondiale. Un successo e una fama universali che non erano venuti senza essere fortemente attesi, preparati nel corso degli anni Trenta da una lunga serie di retrospettive allestite quasi ovunque in Europa.
«Un artista ha bisogno del successo. E non solamente per poter vivere, ma soprattutto per realizzare la propria opera», dirà; confessando con queste parole non una vanagloria narcisistica, ma la necessità per lui d´una sorta di continua scossa elettrica che fosse capace di preservarlo dalla stanchezza, dall´abitudine, slanciandolo, ormai non più giovane, verso un nuovo rischio. Le fotografie dell´amico Michel Sima - oggi in mostra a Palazzo Grassi, accanto ai dipinti, ai disegni, alle ceramiche di quel tempo - che lo ritraggono al lavoro in quegli anni nel castello Grimaldi di Antibes, lo dicono d´altronde così: un uomo nel pieno della sua forza, che guarda il futuro.
Aveva allora al suo fianco una giovane e bella donna, pittrice, Françoise Gilot: l´ennesima della sua vita, che aveva conosciuto a Parigi nel ´43, compagna di Picasso dal ´46, madre dei suoi figli Claude e Paloma negli anni immediatamente seguenti. E´ con Françoise (che si separerà nel ´53 da Picasso; il quale, a sua volta, non tarderà ad avviare la sua relazione con Jacqueline Roque) che fa ritorno a quel Sud che aveva da sempre amato, dopo i cinque anni di forzato distacco impostigli dalla guerra (durante la quale era sempre voluto rimanere a Parigi, rifiutando tanti approcci tentati dagli occupanti, e fiancheggiando la resistenza: ed anche di questo si nutrirà il suo mito nell´immediato dopoguerra). Cap d´Antibes, Golfe Juan, finalmente Antibes, dove il conservatore del locale museo gli mette a disposizione quello spazio per dipingere che allora mancava a Picasso. E´ il primo passo per la costituzione, che si realizzerà negli anni seguenti grazie alle generose donazioni dell´artista, di una collezione (che oggi, concessa in prestito nella sua interezza, e integrata da altre opere coeve, costituisce il cuore della mostra di Palazzo Grassi, a cura di Jean-Louis Andral) unica, quella appunto del Castello Grimaldi di Antibes, intitolato poi a Picasso stesso.
La densissima attività di quel suo tempo provenzale si pone come una grande parentesi aperta entro gli anni lunghi del dopoguerra, anni compresi fra i due celebri capolavori più dichiaratamente "politici" di Picasso, il Carnaio del ´45 e il Massacro in Corea del ´51, entrambi legati sul piano anche delle opzioni di stile a Guernica. Una stagione, dunque, segnata dall´impegno politico a fianco del partito comunista francese, e in sostegno delle grandi battaglie, che si speravano combattute per la libertà e la pace fra i popoli, ovunque nel mondo.
Entro quegli anni e quelle vocazioni ad un´arte di impegno e di denuncia che fortemente caratterizzarono allora la figura di Picasso soprattutto in Francia e in Italia (nel ´48, proprio nell´anno che costituisce il limite finale della mostra di oggi, la sua presenza alla Biennale di Venezia che riapriva i battenti dopo la guerra - con una sala personale introdotta in catalogo da Guttuso - ebbe anche il senso di offrir testimonianza dell´azione in tal senso del maestro spagnolo), sorgono, o risorgono, parallelamente - scaldate dal clima dolce del sud della Francia, dove Picasso passava le mattine a "far la lucertola al sole", nei ricordi di Françoise Gilot, e il pomeriggio al lavoro - altre ossessioni, altri fantasmi, altri temi. Il corpo, il nudo, il volto; una mitologia piegata a nuovi sogni; e la storia dell´arte, la vicenda delle immagini infinite che premono dal passato, calando in esse come una sonda, memore; il tema, infine, del "pittore e la modella", che quasi ogni altro sembra assommare in un´ultima allegoria di simbiosi e insieme di conflitto, e che lo accompagnerà sino alla fine.
Picasso, nato nel 1881, s´avvia adesso ai suoi settanta anni: ma ama, ha figli, ha incontinenze, furori, passioni sempre nuove. Fra queste, prima e caratterizzante questo suo tempo, la ceramica: largamente e giustamente rappresentata in mostra. La scopre quasi per caso nel ´46, durante una visita all´atelier Madoura di Suzanne e Georges Ramié, a Vallauris. Tocca allora - ed è quasi, per lui, la prima volta - la terra, modellando alcune statuette di creta. Poi lascia quelle sue prove, non ancora passate al forno, dai Ramié. Ma l´anno dopo, attirato dal loro ricordo, torna sui suoi passi: nasce così un rapporto che durerà lunghi anni, fino ai primi dell´ottavo decennio del secolo, intenso talora, rarefatto qualche altra volta, ma mai in tutto accantonato: un rapporto con un modo e un fare antichissimi (anche questo, certo, l´affascina), con la terra e con gli ingobbi, con gli ossidi e gli smalti. Un´idea governa la ceramica: l´idea della perenne metamorfosi delle cose, dei corpi, dei volti che vi raffigura; della metamorfosi come possibilità di una vita eternamente ridonata alle sue figure ogni volta che in esse sia instillato un senso nuovo e inatteso, una forma o una destinazione d´uso diversi da quelli che ne avevano accompagnato la nascita. Nate dalla contaminazione di forme canoniche (un vaso, una brocca, i suoi manici…), esse diventano, nella manipolazione eccitata di Picasso, corpo e ventre, braccia e collo, coda o becco di cento figure immaginarie di un mondo popolato da uomini, animali mai visti, immaginari semidei.
E´ una contaminazione di forme che tocca parimenti (e ad un suo diapason dopo la stagione surrealista - che anche in questa nuova età lascia peraltro una sua memoria) la pittura, ed ovviamente il disegno. Contaminazione, anche, di vicende secolari o millenarie (precolombiane ed egizie, romane ed etrusche, classiche, espressioniste e barocche: provenienti da ogni secolo e da ogni latitudine) che d´improvviso si ritrovano convocate tutte assieme dallo sguardo vorace di Picasso, senza più ordine e gerarchia, strette a convivere l´una accanto all´altra, a scambiarsi un sorriso complice o ad alzare la voce per sovrastarsi reciprocamente. Con questa foga, questi nuovi talenti e sogni, nella vasta aula che ha finalmente a disposizione al castello Grimaldi, pone mano anche al dipinto cruciale di quegli anni: La joie de vivre che dà titolo, ed è il cuore della mostra di oggi.
E´, in esso, una carola eccitata e gioiosa di esseri a mezzo fra umani ed animali a intrecciarsi attorno alla figura centrale femminile, i lunghi capelli al vento, che attira gli sguardi invaghiti di chi, attorno, suona per lei. Françoise, certo, ancora. Quarant´anni sono passati, mentre Picasso pone mano nel 1946 al suo quadro, dal celebre capolavoro di Matisse che porta lo stesso titolo, e con il quale il maestro francese - l´unico che Picasso sentì sempre come suo pari, e di cui fu a tratti persino geloso - era uscito dalla divisione "scientifica" dei colori, inaugurando la sua più alta maturità. L´abbraccio sensuale dei nudi nella terra dell´oro è, in Matisse, esplicito; ma in Picasso, ora, non è minore la felicità incantata e sognante. E i suoi corpi nati dall´iperbole - spezzati e ricomposti come le forme di uno dei vasi che, negli stessi giorni, Picasso rompeva e riassemblava in cerca di una ancora sconosciuta "figura" - sono traversati dalla gioia: una gioia ogni volta rinnovata dalla sorpresa e dall´incanto della scoperta; senza che mai un sospetto d´accademia, di ripiegamento su modi già usati, venga a sfiorare questi anni di Picasso: che un´altra volta ha trovato la sua immagine, senza la fatica del cercare; che porta sul volto, come sempre, quello che Ramié ha ben descritto allora come «il sorriso della voglia».

Repubblica 10.11.06
L'ipotesi del Max Planck Institute: "I nostri antenati hanno cominciato ad aiutarsi guardandosi"
Negli occhi il segreto dell'Uomo così parliamo con lo sguardo
Gli scienziati: ecco la chiave della nostra evoluzione
di Elena Dusi


"In rapporto al corpo sono enormi, più di quelli di un grande gorilla"
"Per i nostri antenati armati di arco e frecce erano uno strumento di caccia prezioso"

ROMA - Quando un uomo volge lo sguardo alla Luna, un altro uomo lo segue alzando gli occhi al cielo. Lo scimpanzé invece continua a guardare per terra. Alla ricerca di un indizio che riassuma la nostra essenza umana, gli scienziati sono andati a scovarlo dritto negli occhi. Il linguaggio silenzioso degli sguardi, che tanto fa parte del nostro modo di scambiarci messaggi maliziosi e non, per gli antenati armati di arco e frecce rappresentava uno strumento di caccia prezioso. E una chiave (probabilmente non la sola) che ha spinto la nostra evoluzione su un sentiero diverso rispetto a quella dei primati.
«Uno dei misteri centrali dell´evoluzione è quando gli uomini abbiano iniziato a cooperare fra loro» si è chiesto Michael Tomasello, ricercatore del Max Planck Institute per l´antropologia evolutiva. La risposta - pubblicata nel numero di ottobre della rivista Journal of Human Evolution - Tomasello l´ha trovata in quegli occhi «così ben visibili all´interno del viso» e che con il tempo e l´irrobustimento delle relazioni sociali si sono arricchiti di milioni di sfumature espressive.
«Gli occhi umani - spiega il ricercatore tedesco - sono colorati in un modo da rendere evidente sia la loro presenza che la direzione dello sguardo. A differenza dei primati, la sclera è completamente bianca e il contrasto fra l´iride colorata e la pelle chiara è unico fra le specie animali». Gli occhi umani, poi, sono sproporzionatamente grandi in rapporto alle dimensioni del nostro corpo. «La parte esterna e visibile - prosegue Tomasello - è più ampia perfino rispetto a quella del più massiccio gorilla».
L´esperimento condotto al Max Planck ha messo a confronto le abilità visive di un gruppo di bambini di 12 e 18 mesi e di alcune specie di primati (scimpanzé, gorilla e bonobo). Ognuno di essi veniva messo di fronte a un antropologo che alternativamente sollevava la testa verso il soffitto oppure alzava solo lo sguardo, mantenendo fissa la posizione del capo. I primati rivolgevano gli occhi verso l´alto solo nel primo caso, dimostrando di essere in grado di comprendere il linguaggio del corpo, ma non quello visivo. I bambini invece reagivano addirittura con maggiore frequenza quando a spostarsi erano solo gli occhi, rimanendo più indifferenti rispetto ai movimenti della testa.
«Non ci deve stupire: il gioco di sguardi che si stabilisce fra un bimbo e la mamma è uno dei fenomeni più spettacolari del nostro sviluppo» spiega Pier Francesco Ferrari, biologo dell´università di Parma e autore di studi sul linguaggio degli occhi sia nei bambini che nei cuccioli di scimmia. «Già tra 9 e 15 mesi - spiega - i bambini imparano a seguire la direzione dello sguardo altrui. Si tratta di un comportamento semplice e automatico nella nostra specie, su cui si innestano successivamente competenze molto più complesse. Crescendo, gli occhi per noi diventano uno straordinario strumento di dialogo e interazione».
La teoria avanzata da Tomasello - secondo cui il segreto della specie umana è nello sguardo - è stata ribattezzata "ipotesi dell´occhio cooperativo" e spinge l´antropologo tedesco a domandarsi quando, nel corso della nostra storia, si siano sviluppati organi della vista così grandi, orizzontali ed evidenti con la loro iride colorata. Ferrari ci tiene però a restringere il fossato che separa uomini e scimmie raccontando di una specie - i cebi - che «quando si accoppiano si fissano intensamente, suggerendo che il loro atto non abbia come unico scopo la riproduzione».

Liberazione 10.11.06
L’organo di autogoverno dei magistrati: «Impossibile separare i due provvedimenti». Mastella: «Documento apprezzabile». Amato: «Il problema è la certezza della pena»
Il Csm: «Dopo l’indulto l’amnistia». Destra furiosa
di Frida Nacinovich

Se l’indulto scatena terremoti (amplificati da quasi tutto il sistema dei media), figuriamoci l’amnistia. Il Consiglio superiore della magistratura fa un ragionamento semplice semplice: i due provvedimenti sono sempre andati di pari passo nella storia repubblicana. Impossibile separarli, ne va della tenuta del sistema giudiziario nel suo complesso. In un paese normale potrebbe essere l’occasione per sedersi intorno a un tavolo e discutere, confrontarsi, cercare una via d’uscita. Ma l’Italia non è un paese normale, così la destra della Casa delle libertà (o di quel che ne rimane) parte lancia in resta all’attacco dei comunisti che salvano i delinquenti mettendo a repentaglio la sicurezza di un intero paese. E sì che perfino Antonio Di Pietro, uomo di legge ed ordine, da ex magistrato parla di amnistia necessaria. «Amnistia selettiva», s’intende. Secca la replica del guardasigilli Mastella: «Da Di Pietro vorrei sapere una volta tanto quando finisce la Salerno-Reggio Calabria». Ma fra i due colleghi di governo, si sa, non c’è mai stato un gran feeling. Anzi, si trovano vicendevolmente antipatici.

Il plenum del Csm approva all’unanimità una risoluzione che lancia l’allarme sugli effetti dell’indulto, visto che farà finire nel nulla - cioè con sentenze non eseguibili perché riguardanti pene condonate - l’80% dei processi pendenti, e rilancia la questione dell’amnistia, per non far girare a vuoto la macchina giudiziaria. Il documento descrive una «situazione drammatica» emersa dalle audizioni al Csm dei procuratori generali e dei presidenti delle corti d’appello dei principali distretti giudiziari. Solo un numero di procedimenti «esiguo» e che oscilla tra il 3% e il 9% del totale riguarda reati non coperti dall’indulto. Per questo «è ragionevole prevedere - scrivono i consiglieri di palazzo dei Marescialli - che un’aliquota prossima all’80% dei procedimenti attualmente pendenti per reati commessi sino al 2 maggio 2006 si concluderà in caso di condanna con l’applicazione di una pena interamente condonata», cioè con un nulla di fatto.

La risoluzione è in risposta a una sollecitazione del ministro della Mastella, che a settembre aveva chiesto al Csm di verificare la possibilità di indicare ai responsabili degli uffici giudiziari «criteri di priorità per la trattazione dei processi», dando la precedenza a quelli non toccati dall’indulto, proprio per evitare alla macchina giudiziaria di girare a vuoto. Una possibilità che, secondo il Csm, non c’è, perché va al di là dei suoi compiti. L’esigenza posta dal ministro potrebbe essere «stabilmente e correttamente soddisfatta solo mediante un appropriato intervento legislativo». » a questo punto che Palazzo dei Marescialli pone in qualche modo la questione dell’amnistia, ricordando che questo provvedimento ha sempre accompagnato «i 17 indulti concessi nel periodo repubblicano». E non si tratta di un caso.

Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, ci tiene a precisare: «Non abbiamo suggerito la strada dell’amnistia perché non è nostro compito, ma se Mastella si tiene lontano non allontana da sé le problematiche relative all’organizzazione della giustizia». Da parte sua il guardasigilli apprezza il documento dei magistrati: «Dice cose onestamente corrette». La palla però passa al Parlamento che, con l’80%, ha votato l’indulto. Insomma bisognerebbe riflettere, discutere, cercare una via d’uscita. Invece i nazional alleati vedono rosso, caricano come tori infuriati. Ecco Maurizio Gasparri: «Dal grido di allarme del Csm non deve scaturire la possibilità di una amnistia, ipotesi da respingere, ma semmai la riflessione sulle conseguenze catastrofiche dell’indulto, e vedere se non sia il caso di revocarlo. L’Italia ha bisogno di sicurezza. Non di norme pro-delinquenti». Inutile far notare all’ex ministro berlusconiano che i casi di recidività hanno riguardato solo il 5% degli “indultati”. Una percentuale bassissima. Ma da quell’orecchio An proprio non sente. A riprova, ecco Alfredo Mantovano: «Dopo il disastro dell’indulto sarebbe folle fare il bis con l’amnistia». Meglio rilanciare le care vecchie parole di ordine, rigore e disciplina, piuttosto che affrontare i problemi interni al partito. Perché se la Casa delle libertà non c’è più, anche An non sta molto bene. Le ultime raccontano che Francesco Storace ha chiesto al presidentissimo Fini di dimettersi. Niente di meno.

Ormai la litania forcaiola è partita, così bastano tre parole del ministro Amato per scatenare le furiose reazioni dei leghisti. Dice Giuliano Amato: «Davanti all’indulto un ministro dell’Interno se non soffre non è un buon ministro dell’Interno». Ettore Pirovano, senatore del Carroccio, attacca: «C’è poco da soffrire ormai la frittata è stata fatta e rimediare non sarà facile». Figli del dio Po e nazional alleati insieme, secessionisti e ipernazionalisti a braccetto, succedono cose del genere quando in Italia si parla d’indulto. Hanno un altro atteggiamento Forza Italia e Udc, che l’indulto lo votarono. La ex Casa delle libertà sembra essere diventata la casa delle divergenze parallele.

Liberazione 10.11.06
I giudici dicono che l'indulto senza amnistia costringe le procure a lavorare per anni su processi inutili
Il Csm: "Ora serve l'amnistia"
Livio Pepino spiega perché, e critica il governo
di Stefano Bocconetti


Non hanno chiesto il suo varo, ma solo perché l’organismo non elabora proposte. Non dà suggerimenti. Però, se si segue il loro ragionamento lì si arriva: amnistia. Ieri il Csm ha approvato un dettagliatissimo documento che fa il punto sull’indulto. In due parole, l’organo di autogoverno dei magistrati ha spiegato che da qui ai prossimi anni, giudici, avvocati, tribunali dovranno essere impegnati in processi che sono destinati a concludersi con condanne che comunque sono già state condonate. E allora, dice il Csm, non ha molto senso varare un provvedimento che si limita a svuotare le carceri ma costringe la giustizia a fare i processi. La logica vuole che assieme all’indulto sia varata l’amnistia, che estingue il reato oltre che la condanna. Che non obbliga, i magistrati, insomma, a processi inutili. Che così, magari, potrebbero dedicarsi a compiti più importanti. Livio Pepino, ex segretario di Magistratura democratica, giudice a Torino è membro del Csm.

Allora, dottor Pepino, qual è il senso del vostro documento?
Abbiamo denunciato l’inevitabile sofferenza a cui andrà incontro il sistema della giustizia penale, in conseguenza dell’indulto.

E infatti molti avversari di quel provvedimento, si sono rifatti vivi. “attaccandosi” alle vostre parole per l’ennesima campagna contro l’indulto.
Sfido chiunque a trovare nel documento una sola parola critica nei confronti dell’indulto. Noi abbiamo detto un’altra cosa: abbiamo detto che, in base ai nostri dati, l’80, addirittura il 90 per cento dei processi in corso riguardano pene già coperte dall’indulto.

Ottanta/novanta per cento dei processi. In termini di anni, che significa?
Significa che nei prossimi quattro, cinque anni la stragrande maggioranza delle attività giudiziarie sarà svolta per qualcosa che avrà un valore relativo.

Che non servirà a nulla, insomma.
Neanche questo è vero. Perché per esempio credo sia importante in ogni caso arrivare alle sentenze sui processi per corruzione, per esempio. Ci saranno le sentenze anche se le condanne non saranno eseguite. Certo, si lavorerà, bisognerà continuare a lavorare per quei processi che chiamo di interesse sociale. Ma si tratta davvero di poca, pochissima cosa, rispetto alla montagna di attività che abbiamo davanti.

E allora?
E allora ci siamo limitati a constatare che in tutte le precedenti diciassette occasioni in cui è stato varato l’indulto, questo provvedimento è stato accompagnato dall’amnistia. Stavolta no, non è stato così. E chiunque può capire che si apriranno una serie incredibile di problemi.

La vostra scelta per l’amnistia, comunque, ha solo motivazioni “tecniche”, se così si può dire?
Nel Consiglio ci sono state valutazioni diverse, com’è naturale che sia. Ma il documento mi sembra chiaro, inequivoco. Abbiamo segnalato al Parlamento l’incongruenza di un provvedimento. E francamente mi sembra un segnale significativo, assai significativo.

Tanto che qualche vostro critico - da destra - già l’ha definita una posizione “politica”. Cosa risponde?
Vede, io credo che tutte le scelte che riguardano la giustizia siano scelte complesse. Che chiamano in causa una pluralità di attori. Il Csm è ben consapevole di non essere la terza Camera, come pure ci hanno accusato, ma di avere un ruolo diverso. Assai diverso. E nel documento siamo rispettosissimi delle prerogative del Parlamento. Ma questo non impedisce, non deve impedirci di denunciare problemi, di esprimere volontà, pareri. Di entrare in qualche modo nel dibattito pubblico. Sarà la politica, sarà il legislatore, poi, a doverne tenere conto. A decidere.

Lei parla della politica, dei legislatori. Proprio ieri sul nostro giornale, però, il senatore di Rifondazione Di Lello spiegava che «in questo clima forcaiolo sarà difficile tornare a parlare di amnistia». Anche se a suo modo di pensare sarebbe la soluzione più giusta. Che ne pensa?
Non sono d’accordo. Perché si parte da un’affermazione sbagliata. Io invece sono convinto che una volta tanto, in occasione della discussione sull’indulto ci sia stata la possibilità di aggredire il nodo vero: quello di una diversa politica penale. Lasciar cadere il tema dell’amnistia significa rinunciare definitivamente a quell’obiettivo.

Scusi, ma come definirebbe l’obiettivo di una «diversa politica penale»?
Con parole molto semplici: con una politica penale che non abbia più il suo centro tutto e solo nelle logiche repressive.

Questa sua filosofia sembra già ispirare molti atti del governo Prodi. Si metterà mano alla legge Bossi-Fini a quella sulle droghe. Non basta?
Non basta, che cosa? Sono mesi che si parla di mettere mano a queste leggi davanti ad una popolazione carceraria che al 50% è fatta da persone condannate per reati connessi alla droga o alle norme sull’immigrazione. Sono passati sei mesi ma non c’è un disegno di legge che sia uno.

Insomma, è deluso.
Lasci perdere le definizioni che lasciano il tempo che trovano. Anch’io so benissimo quanto sia difficile, complesso il cammino parlamentare - in questo Parlamento - di proposte innovative nel settore della giustizia. So perfettamente quanto sia delicato sostituire meccanismi nel sistema penale. Ma in sei mesi, si sarebbe potuto almeno avviare il progetto, avviare quel percorso. Invece siamo agli annunci, quando va bene. E nelle carceri continuano a restare migliaia di persone legati a piccoli reati per droga e immigrazione.

Le rifaccio la domanda, chiedendole stavolta di essere un po’ più esplicito: è deluso da questi primi sei mesi di centro sinistra sulla giustizia?
Le rispondo così. Molto è cambiato dal punto di vista del clima. E non è poca cosa, dopo quello che i giudici e un po’ tutti gli operatori della Giustizia hanno dovuto subire negli anni scorsi. Non credo di dover ricordare che cosa è stato per noi l’ultimo quinquennio. E il cambiamento di clima, il dialogo con i magistrati è sicuramente qualcosa che tutti abbiamo apprezzato. Ma questo riguarda il metodo. C’è poi il merito. E qui stiamo ancora aspettando il cambio di stagione. E le assicuro: questa non è solo la mia opinione. Ma di tanti colleghi che incontro. Certo, io caratterialmente sarà insofferente, più insofferente degli altri, ma le assicuro: tutti vogliono di più.

giovedì 9 novembre 2006

l'Unità 9.11.06
«Per sempre»� Macché:
un divorzio ogni 4 minuti


Matrimoni sempre più in crisi e boom di separazioni e divorzi. Ogni quattro minuti in Italia c’è una sentenza per un’unione naufragata, mentre anche le nozze sono in picchiata, soprattutto al Sud. Comunque sia, oltre la metà degli italiani sceglie la separazione dei beni (54,3%) e nonostante la crisi 8 matrimoni su 10, se celebrati in chiesa, restano in piedi. In aumento, invece le unioni civili, i secondi matrimoni e le mogli straniere. È quanto emerge dal rapporto Eures 2006, l’Istituto di ricerche economiche e sociali, che ha analizzato le dimensioni e le caratteristiche del matrimonio nel belpaese in rapporto alla situazione europea.
Negli ultimi 30 anni i matrimoni in Italia sono diminuiti di un terzo. Se nel 1975 il 91,6% delle coppie sceglieva il matrimonio con rito religioso nel 2005 si è scesi al 67,6%. Mentre le unioni di rito civile ferme in quegli anni all’8,4% sono balzate al 32,4%. Aumentano le seconde nozze soprattutto tra i divorziati, mentre è costante il calo dei vedovi che scelgono di risposarsi.

l'Unità 9.11.06
Ingrao, una luna di libertà
di Goffredo Bettini


«Volevo la luna», l'ultimo libro di Ingrao, non è propriamente una biografia, né una dettagliata storia politica.
Ci sono vuoti e licenze.
È piuttosto un fulminante e palpitante racconto, un fluire libero, di nuclei emotivo-concettuali della vita di un dirigente politico comunista a fronte degli avvenimenti fondamentali del '900, in Italia e nel mondo. Ed è un indagare, di rara franchezza, sull'identità e le ragioni della propria fede.
Anzi, più nettamente, è il disvelamento delle proprie radici: quasi a cercare la scintilla «prima» umana, psichica di una scelta, e la sua necessità. Sono, infatti, così importanti, e felici, le pagine sulla fanciullezza, sulla famiglia, su Lenola; sulle impressioni, le immagini, le emozioni, gli odori dei primi anni di formazione e di apertura al mondo.
Ne viene subito fuori la feconda contraddizione della personalità di Ingrao. Il suo struggente amore per la vita: quasi una voracità nel nutrirsi del mare, dei prati, della natura, del silenzio delle notti o delle bellezze delle città italiane, del calore degli altri, dell'ebbrezza dell'amore fisico e del gusto del buon mangiare; e poi la consapevolezza così precoce del dolore, la percezione di una fragilità dell'esistere, di una precarietà e di una esposizione alla casualità del male, lo spaesamento (e le domande) fin da giovanissimo sulla innaturalità delle gerarchie tra gli esseri umani, e il carico di violenza che esse irrimediabilmente recano.
Ho l'impressione che nel corso degli anni questa contraddizione diventi il motore centrale dell'azione di Ingrao, e del suo essere comunista. Tanto più egli, maturando, allargherà (come racconta nel libro) le esperienze appaganti, tra le quali il rapporto con la moglie Laura e i suoi numerosi figli, tanto più sarà stringente la domanda sul perché della sofferenza e il rifiuto di qualsiasi mutilazione e offesa tra gli esseri umani; quel volerli ridurre a cosa: vero delitto che produce un insopportabile senso di perdita e di nostalgia per potenzialità che si avvertono irripetibili e svanite per sempre.
Le risposte Ingrao, fin da ragazzo, le cercherà prima di tutto nel «fare» e nel rapporto con gli altri. La calda Lenola sarà subito angusta, un campo troppo stretto da arare.
La relazione ampia con l'altro (tema politico tipicamente «ingraiano») lo muove così giovanissimo alla partecipazione ai littorali, occasione di incontro con masse di coetanei. E poi, nel corso degli anni, l'importanza vitale per lui della dimensione collettiva; quel tornare nel libro, più volte, delle parole: compagni di lotta, fratellanza politica, affettuosa amicizia. Come a sottolineare che senza gli altri non si esiste e non ci si salva.
Il rifiuto dell'Isola, come viene dichiarato da Ingrao, nell'ultimo capitolo, bellissima sintesi di una propria nucleare posizione nel mondo.Seppure sappiamo quanto, nelle dimensioni profonde del dirigente comunista, viaggi il dubbio e si affacci il disincanto. La domanda sul significato delle cose e dell'agire umano, sulle convenzioni e sulle regole. Allora accade che si faccia più forte il richiamo al «convento» e alla solitudine interrogante. In questa «scissione» o dialettica interiore, sta la vera cifra, secondo me, dell'ingraismo, della sua ricchezza e capacità evocativa. Affrontare la lotta, l'oggi, il dovere, i tempi dell'organizzazione, la disciplina (quante volte dovrà dire sì a Togliatti) e contemporaneamente sentirsi fuori da quelle mura: smuovendo nuovi terreni, rinnovando interrogativi, coltivando libertà sconosciute, imprevedibili, difficilmente istituzionalizzabili.
Il libro racconta bene l'approdo dell'autore al comunismo. Fu Hitler a spingerlo a pedate nella lotta; l'impensabile idea (e dolore) di un suo dominio sul mondo. Ecco la febbre del fare, l'urgenza di gettarsi con gli altri compagni, nella mischia.
E tuttavia, questa apertura al mondo è segnata (al contrario di tanti altri dirigenti del Pci) dalla scoperta della grande cultura della crisi del '900. Si va oltre Croce e De Santis . C'è l'amore per Joyce, Kafka, Brecht, Freud, le avanguardie: il pensiero, cioè, che si interroga sul soggetto, sulla civiltà europea, sulla ragione, sulla tecnica, sulla fiducia lineare nel progresso. E che si specchia con più coraggio nell'inaudito «macello» della I° guerra mondiale, che ha indecentemente mischiato, nelle trincee, uomini e topi.
Se non si parte da questa complessità, ho la sensazione che non si comprenda bene neppure cosa sia per Ingrao il comunismo, e come drammaticamente egli abbia vissuto la crisi della sua realizzazione nella storia del secolo. Il comunismo è essenzialmente quell'atto, collettivo, di liberazione degli offesi, degli oppressi, degli sfruttati, in grado di ribaltare i rapporti di forza fra chi sta sopra e chi sta sotto. Quest'atto (emblematico il '17 sovietico) è un fatto pubblico, ma è anche un'esperienza intima di ricomposizione dell'identità, di chi è stato spezzato, frantumato, depauperato nelle sue facoltà umane e individuali, irripetibili e immensamente preziose.
L'operaio non si può ridurre solo ai «soldoni» (sarà un tema della lotta politica dell’XI° congresso del Pci), ma è anche dignità, espressività, creatività. E il fascino e il mistero della vita stanno in questo impasto: di esigenze materiali e di libertà dell'anima. La politica deve sapersi muovere su questo crinale, e continuamente riaprire e articolare sé stessa in rapporto al movimento e alla varietà delle nuove domande. Per questo Ingrao sente l'insufficienza della norma; la quale, inevitabilmente astraendosi dalla vita, ne riduce colori, sfumature, timbri e aneliti.
Ed è per questo che per Ingrao, particolarmente per lui, è apparso paradossale e lacerante il percorso del comunismo realizzato in molti paesi. Dittature sul popolo, sorde e spesso spietate, esercitate in nome del popolo. Ma (questa è una mia impressione) la riflessione ingraiana si allarga, con i suoi dubbi inquietanti, ad ogni forma del potere politico, anche quello che nasce da un mutamento: per la difficoltà di comprendere il confine oltre il quale il conflitto e l'atto di liberazione si trasformano in un nuovo dominio e gli oppressi liberati possono diventare i nuovi oppressori.
Vengono in mente le stupende parole di Pasolini, che rivolgendosi ai proletari del suo tempo, li incitava a battersi per i propri diritti, ma con «grazia». Perché non mutuassero essi stessi i modi, i gesti, i simboli, la cultura, la rozzezza e volgarità dei «padroni» che avevano di fronte: si tratta di una immagine poetica, ma di penetrante sostanza politica. Di una politica lontana dalla torva astrezza del potere. Ingrao pone molte domande, il suo libro anche. Tuttavia, la domanda non è incertezza sulle proprie ragioni di fondo, ma è un metodo di procedere nel cammino: perché la politica è scoperta, ricomposizione continua di ciò che è «frantumato», «aspro», «inespresso».
La domanda chiama al dialogo.
Ingrao racconta l'importanza per lui del comizio. E la comunicazione che si crea tra la piazza e l'oratore, quando in assenza di parole prevale il silenzio e l'attesa. Non sono spazi morti; piuttosto sono i più creativi. In essi, ognuno nell'anima elabora la sua reazione emotiva e politica. Costruisce un suo partecipato e intimo spazio di libertà. E lo rimanda a chi parla, in termini di calore e di forza.
E l'oratore, rassicurato, non può che ridare alla folla pensiero più libero, chiaro, profondamente sentito. Sta tutta qui la differenza tra un discorso pedagogico, burocratico, statico e un comizio riuscito, che è sempre un'esperienza collettiva inedita e così arricchente per tutti.
«Volevo la luna» si conclude con il rapimento di Moro.
Sappiamo che poi, l'89 e il crollo del comunismo realizzato, contribuiranno in modo determinante alla fine del Pci. Ogni comunista italiano, dopo, tenterà vie diverse per tenere fede alla sua speranza di cambiare la società. Ingrao anche; tuttavia testardamente rimanendo attaccato a quella parola «comunismo», come simbolo del primo vero tentativo di liberazione umana e come una pratica della politica e del potere alternativa a quella violenta delle classi dominanti. Su questi punti, tante riflessioni si potrebbero fare; ed anche a me personalmente affiorano domande e dubbi.
Ma resta tutta la grandezza del pensiero di Ingrao. E il debito che la sinistra ha verso di lui. L'autore del libro pare volersi sempre nascondere e immergersi in una vicenda collettiva, più grande della sua persona. Quasi consapevole che siamo tutti poca cosa, e parte della storia. È anche questa una lezione di sostanza politica.
Non nascondo di avere un po' di nostalgia di questi veri protagonisti della vita pubblica, semplici e forti, con le loro case sobrie, i maglioni consumati, le scarpe con i lacci più comode che eleganti, le tavole abbondanti ma dai profumi familiari e robusti. E poi con la loro disponibilità ad insegnare, raccontare, trasmettere.
Adesso pare che nessuno abbia più tempo per nessuno; si divorano le agenzie e si leggono pochi libri, si parla tanto e solo di sé stessi pensando così di emergere, quando invece nella maggior parte dei casi il tutto risulta un buffo annaspare in cerca di un po’ di notorietà.
Ingrao, con elegante misura, ha segnato e attraversato la storia della sinistra e della democrazia italiana, senza schiamazzi e con riserbo ha fatto sentire la sua voce, e ancora alla sua età la ripropone con struggente autenticità.
Dovrebbero ricavarne una qualche lezione i tanti che oggi praticano la chiacchiera urlata, senza capire che le parole restano, non se hanno più forte volume ma se hanno sincerità e pensiero.

il manifesto 9.11.06
Il nulla osta del prete
di Gianni Rossi Barilli


Si chiamano famiglie di fatto. Dovrebbe quindi essere scontato, per chiunque abbia almeno un neurone funzionante e una rudimentale dimestichezza con le nostre convenzioni linguistiche, che sono «di fatto» perché non sono «di diritto», nel senso legale dell'espressione. Invece no. Per i cattolici reazionari e il loro gregge di comari e compari politici che citano a vanvera la costituzione ogni due per tre, non sono famiglie. Caso mai sono «fatti», di quelli sgradevoli che si tacevano obbligatoriamente nei tinelli piccoloborghesi di una volta. In quei tinelli ormai non c'è più tabù che tenga e si sente di tutto, proprio come in tivù, ma nel generale degrado di stile delle buona famiglie il parlamento della repubblica deve restare un baluardo dell'ipocrisia bigotta. Nasce di qui la bagarre organizzata ieri alla camera dalla destra ratzingeriana, con l'assenso politico ma non procedurale dei teo dem ulivisti, contro il diritto-dovere della commissione affari sociali di sentire anche i rappresentanti della Liff (Lega italiana famiglie di fatto) nell'ambito di un'audizione sulla condizione della famiglia in Italia. C'erano il Forum delle famiglie cattoliche, una delegazione delle famiglie numerose ed erano stati invitati pure i genitori democratici. Ma secondo gli esponenti dell'opposizione, tra cui pure divorziati e concubini/e pullulano, i sostenitori etero e omo del more uxorio non potevano essere uditi dalle onorevoli orecchie di Montecitorio. Fin troppo facile concludere che il solo modo che il fan club del papa ha a disposizione per continuare a imporre la propria agenda politica, data l' assenza di argomenti ragionevoli, è cercare di tappare la bocca a chi la pensa diversamente. Se però le cose stanno così, com'è più che evidente, il diritto di cittadinanza concesso nel centrosinistra all'autoritarismo intollerante di certi cattolici è un problema politico di serie A. Ne vogliamo parlare, magari anche spiegando agli elettori come mai la legge sulle unioni civili, promessa dall'Unione, è tuttora insabbiata come ai tempi di Berlusconi? Ieri il parlamento spagnolo ha votato una legge che permetterà alle persone transessuali di cambiare nome anche senza il permesso del medico e del magistrato. Qui da noi per esistere occorre ancora il nulla osta del prete.

il manifesto 9.11.06
Carcere, l'emergenza è un'altra
di Franco Corleone*


C'è un'emergenza evidente, ma non è quella dell'indulto. E' la smisurata mancanza d'intelligenza della classe dirigente del centro-sinistra e del governo. Lo spettacolo che offrono vari cacasenno, cacadubbi e cacasotto è desolante.
Si comprende lo sconcerto di Mastella che in questa vicenda mostra schiena dritta e spessore di statista, di fronte alla fuga dalla responsabilità di un atto votato dalla maggioranza qualificata del Parlamento e che dovrebbe essere rivendicato come un passaggio qualificante nel merito e soprattutto per contestare l'imbarbarimento della cultura politica nei giornali e nell'opinione pubblica anche, se non soprattutto, della sinistra.
L'indulto era una misura dovuta non solo per ragioni di giustizia, umanità ed equità ma soprattutto perché le carceri vivevano sotto un regime di illegalità costante, nella violazione permanente dell'Ordinamento Penitenziario e del Regolamento di esecuzione del 2000 disatteso da Castelli per cinque anni. Altro che certezza della pena! I diritti fondamentali dei detenuti erano calpestati in modo che sarebbe stata comprensibile se non legittima una sollevazione.
Stare dalla parte degli ultimi, dei senza voce è davvero un miracolo per questa classe politica che teme il giustizialismo che si è insinuato nelle viscere di un paese incarognito.
Certo l'indulto ha disvelato molte incapacità che erano in ombra, nascoste dall'ignavia. Una ridotta applicazione delle misure alternative da parte di una magistratura di sorveglianza pigra e pavida: tutti i detenuti usciti con l'indulto erano nei termini di usufruire di programmi di accompagnamento al ritorno in società, ma stavano a marcire ammassati negli istituti di pena. Ancora l'indulto ha reso evidente che chi esce dal carcere è solo con il suo sacco di plastica nera dell'immondizia perché il welfare dei comuni non ha risorse o ha altre priorità.
Ancora. L'indulto ha denunciato la presenza di massa di una detenzione sociale costituita da immigrati colpevoli solo di non essersi allontanati dall'Italia, da tossicodipendenti che non dovrebbero né entrare né stare in carcere, da poveri che la società opulenta riduce ad avanzi di galera.
Quante riflessioni dovrebbe produrre questa vicenda invece del tormentone sulla sicurezza delle nostre città! Tema che esiste, ma a partire dallo stato delle periferie urbane, della esclusione sociale, della violenza diffusa, della volgarità massiccia e che non è certo determinata dal ritorno nella società dei «sani», anticipato di sei mesi o di un anno, di alcune migliaia di «devianti».
E i dati dei rientri in carcere, per recidiva immediata e in alcuni casi per disperazione, dimostrano che pur in condizioni di difficoltà estrema, la generosità dello stato è stata ricompensata.
La sofferenza del dottor sottile non mi turba, sono invece preoccupato che in assenza di scelte politiche che dovevano accompagnare l'indulto, le carceri ricominciano a riempirsi, non dei detenuti usciti, ma di «nuovi giunti» per gli stessi reati marginali.
L'occasione storica di un carcere con 37.000 detenuti, da cogliere per una grande opera di ristrutturazione e per essere in grado di affrontare la sfida del principio costituzionale di una pena destinata al reinserimento rischia di andare perduta.
I dati del carcere di Sollicciano sono eloquenti: dai mille detenuti prima dell'indulto si era passati a 576 presenze, oggi siamo già a 650 ospiti. In questi tre mesi hanno fatto ingresso dalla libertà circa 350 tra uomini e donne (ovviamente non tutti sono restati in carcere) e una analisi della suddivisione per tipo di reato è assai eloquente. Più di cento sono per violazione dell'articolo 73 della legge sulle droghe, una cinquantina per violazione della legge sull'immigrazione, una ventina per resistenza a pubblico ufficiale, un'altra cinquantina per furto, una trentina per ricettazione. Tranquilli però, c'è anche un omicidio, quattro per mafia e una corruzione da colletti bianchi. Se non si abrogano subito le leggi criminogene, gli ipocriti fra un po' diranno che l'indulto è stato inutile. Soprattutto occorre la nomina di un vertice dell'Amministrazione penitenziara che segni una profonda discontinuità. Siamo già in ritardo.
*Garante dei detenuti di Firenze

il manifesto 9.11.06
Csm spaccato: �Ora amnistia�


Ai voti un documento che la giudica «una misura efficace». Critiche dai laici dell'Unione. I Comunisti italiani con Rutelli: «Eravamo contrari all'indulto»
Meglio l'amnistia, una soluzione rapida ed efficace ai problemi causati dall'indulto. Il Csm approverà questa mattina un documento sulle conseguenze del provvedimento di clemenza voluto dal ministro per la giustizia Clemente Mastella in cui si sottolinea che quell'atto «rende superfluo - si legge nella bozza - l'accertamento della responsabilità e quindi il processo». Il tema non è nuovo: l'indulto, pur condonando in parte la pena, non sottrae gli organi predisposti ad accertare le responsabilità provocando in un sistema giudiziario fragile come il nostro un collasso procedurale. E' per questo, si nota nel documento, che «i 17 indulti connessi al periodo repubblicano sono stati tutti accompagnati da corrispondenti amnistie». Non tutti i membri del Csm appaiono convinti dalla prospettiva di un'amnistia: Vincenzo Siniscalchi e Celestina Tinelli, entrambi «laici» in quota Unione si dichiarano contrari. «Non riteniamo assolutamente opportuna una proposta di amnistia».
Il documento, che verrà approvato in mattinata, è stata stilato in risposta alle richieste del ministro pervenute nel settembre scorso dove si sollecitava la magistratura nell'individuare «criteri di priorità» tali da procedere direttamente ai casi giudiziari non interessati dall'indulto. Come evidenziato dal Csm, solo un esiguo numero di procedimenti avrebbero un riscontro in questo senso, creando un blocco della macchina giudiziaria già in forti difficoltà. Nel documento inerente alle conseguenze giuridiche dell'indulto, il Consiglio superiore della magistratura invoca quindi a gran voce un intervento dell'esecutivo. «Quando la giustizia penale è lenta - continua la bozza - la trattazione di tutti i processi per reati interamente condonati finisce di fatto per allontare la definizione di quelli nei quali la pena inflitta è destinata a essere effettivamente scontata». Gravi le conseguenze: «è un grave danno per la collettività».
Mastella, nel settembre scorso, aveva proposto un riutilizzo delle norme contenute nell'art.227 del 1998, che prevedevano particolari criteri di priorità per snellire le pratiche processuali pendenti. Ma il Csm ha fatto notare il carattere transitorio di tali provvedimenti, che non sono in grado di raggiungere l'obbiettivo prefissato: accantonare e non semplicemente velocizzare «una mole consistente di affari». Emerge quindi dal documento la necessità di interventi legislativi rapidi ed incisivi che risolvano la situazione che si prospetta «drammatica» secondo il Consiglio. Il Csm ha comunque assicurato che saranno adottate tutte quelle misure di razionalizzazione delle risorse disponibili e di organizzazione che rientrano nei poteri della categoria.
Nel mondo politico, intanto, non si placano le polemiche. Dopo le dichiarazioni dei ministri Amato e Di Pietro, che hanno in sostanza sconfessato il loro consenso verso l'indulto, il vespaio di critiche non sembra trovare fine. Pino Sgobio dei Comunisti Italiani ricorda l'astensione del proprio partito in sede di approvazione: «Pur giudicando l'indulto una scelta di civiltà per l'insostenibilità delle carceri italiane - ha sostenuto Sgobio - il Pdci con quel voto di astensione, hanno voluto stigmatizzare l'inopportunità di allargare troppo le maglie del condono delle pene». Francesco Rutelli, ministro per i Beni Culturali si unisce al coro di esponenti di spicco del governo che hanno espresso il proprio disagio nel votare l'indulto: «Il provvedimento è stato votato dal centrosinistra e dal centrodestra con maggiori o minori mal di pancia», ammettendo però l'esistenza di una forte necessità nella costruzione di nuove carceri.
«All'inizio fu Di Pietro a definire l'indulto un inciucio - gongola l'aennino Ignazio La Russa - poi è stata la volta di Amato prima («l'ho votato non senza sofferenza») e Mastella poi ( «anche io ho sofferto»); oggi è la volta dei comunisti italiani e di Rutelli. Ma non era allora meglio soffrire di meno e non votarlo proprio come chiedeva Alleanza Nazionale?». E Alfredo Mantovano rincara la dose: «Il parlamento ha votato ignorando i dati reali sulle conseguenze che avrebbe avuto l'indulto. Amato avrebbe dovuto renderli noti». Alessio Marri Roma


il manifesto 9.11.06
Leggere il capitale in laguna
di Roberto Ciccarelli


A Venezia si torna a discutere di Louis Althusser. La città lagunare rappresenta infatti un luogo simbolico per il pensiero althusseriano. Fu qui che, nel novembre 1977, Althusser intervenne in un convegno organizzato da il manifesto dichiarando «Finalmente qualcosa di vitale si libera dalla crisi e nella crisi del marxismo». In un'intervista successiva rilasciata a questo stesso giornale (La questione dello Stato oggi e nella transizione, il 4 aprile 1978), Althusser preannunciò una necessari critica ai partiti comunisti, la confermò negli articoli pubblicati nello stesso mese su Le Monde, poi raccolti in un articolo per l'Enciclopedia Garzanti con il titolo programmatico Ce qui ne peut plus durer dans le parti comuniste. A distanza di trent'anni il convegno internazionale Rileggere Il Capitale. La lezione di Louis Althusser torna a riflettere sull'eredità del filosofo marxista francese. Questo convegno rappresenta, per chi vorrà seguirlo a Venezia da oggi fino all'11 novembre al Palazzo della Malvasia dell'Università Ca' Foscari, un vademecum utile per capire il pensiero di colui che è stato considerato il filosofo marxista che, in Francia e soprattutto altrove, ha suscitato controversie. Non solo perché Althusser ha per lungo tempo ricoperto una posizione centrale nella discussione culturale internazionale, ma anche perché ha «obbligato» gli intellettuali più sensibili della sua stagione a prendere sul serio il marxismo e a farne i conti nei loro contributi filosofici, psicoanalitici, economici e antropologici. Per questa ragione, grazie ad Althusser, il marxismo oggi non può essere considerato un'eredità del passato, oppure un momento della storia delle idee, ma un orizzonte per il «pensiero in atto». L'obiettivo del convegno non sembra essere quello della semplice rivalutazione di un pensatore che ha attraversato alterne fortune nella sua ricezione, ma quello più ambizioso di proporre una lettura della scommessa filosofica lanciata da Althusser nell'ultimo periodo della sua vita, quello meno studiato perché risentiva dell'oblìo in cui era precipitato dopo il tragico assassinio della moglie nel 1980. Una scommessa raccolta dal gruppo promotore del convegno guidato da Maria Turchetto, una delle riconosciute interpreti italiane del pensiero del filosofo francese. A scorrere il programma, consultabile online (www.mercatiesplosivi.com/althusser/conv2006.html), è chiaro l'impegno di tracciare un ritratto complessivo del filosofo che negli anni Sessanta criticava i dogmi imposti dal plumbeo «materialismo dialettico», segnato dall'ipoteca della cultura umanistica e storicista della sinistra di buona parte del XX secolo, mentre negli anni Ottanta percorreva le tracce di un nuovo materialismo che egli individuava nella linea «rivoluzionaria» di pensiero che accomuna Epicuro, Lucrezio, Machiavelli, Spinoza e Marx. Il convegno è organizzato in quattro workshop tematici che indagano le fasi più importanti della produzione di Althusser. Vi partecipano alcuni degli interpreti italiani (Vittorio Morfino, Aldo Pardi, Cristian Lo Iacono, Andrea Cavazzini e Luca Pinzolo), americani (Warren Montag, di cui pubblichiamo la relazione) e francesi (Eric Méchoulan, Etienne Balibar). Il punto forte della tre giorni veneziana è previsto sabato prossimo, quando Etienne Balibar, Yves Duroux, Toni Negri, Augusto Illuminati, Bertrand Ogilvie, Maria Turchetto e Alex Callinicos presenteranno la nuova traduzione italiana di Leggere il capitale (Mimesis , pp.431, euro 30). Il convegno, afferma Maria Turchetto, intende «ricostruire il clima culturale nel quale maturarono i seminari che hanno dato vita ad uno dei testi più importanti del marxismo contemporaneo». Un altro tema importante del meeting veneziano è l'analisi dell'elemento constante dell'ispirazione althusseriana: lo studio dell'epistemologia e dalla psicoanalisi. «Questo sarà un tema importante del nostro incontro - conclude Turchetto - L'interesse per i lavori dei grandi epistemologi francesi come Gaston Bachelard e Georges Canguilhelm e per la psicoanalisi freudiana e lacaniana ha caratterizzato nel profondo il pensiero di Althusser». Il convegno prevede infine una ricognizione sui lavori filosofici pubblicati da Althusser: quello su Montesquieu (ne parlerà Eric Méchoulan) e su Machiavelli (interverrà Filippo Del Lucchese), sui suoi rapporti con Gramsci (Peter Thomas), con Spinoza (Vittorio Morfino) e con Marx (Fabio Frosini).

il manifesto 9.11.06
Lo specialista in totalità è come un personaggio di un cartone animato che corre sospeso in aria. Parla fino a quando non si accorge che è nel vuoto
Louis Althusser Appunti di un guastatore sulla religione della teoria
di Warren Montag

Da oggi a Venezia un convegno sul filosofo francese. Un'anticipazione della relazione dello studioso statunitense Incursioni e svelamenti di una strategia della filosofia Lo studioso francese discute raramente della nozione di «intellettuale». E quando lo fa rinvia spesso alla più cruda ortodossia per giungere però a conclusioni che poco hanno a che fare con essa

La nozione di «intellettuale» è quasi assente nei lavori di Althusser. Un'assenza che colpisce per l'importanza che la nozione riveste, invece, in intellettuali del calibro di Raymond Aron o Jean-Paul Sartre e, naturalmente, Antonio Gramsci. Per i critici «da sinistra» si tratta di un sintomo: non è stata forse l'incapacità di riflettere sulla propria posizione sociale che ha spinto Althusser a produrre questo marxismo così «intellettuale», in cui il pensiero autentico di Marx non si distingue più da quello «accademico» di Freud o, peggio, dell'oscuro Spinoza? Piuttosto che tentare una risposta a tale domanda, è interessante interrogarsi sugli effetti che questa assenza produce. Come e in che misura, cioè, non si tratti di una banale omissione ma di una scelta precisa che caratterizza l'intera teoria.
Nei pochi luoghi in cui discute dell'intellettuale - non tanto l'interruzione di un silenzio, quanto la sua continuazione con altri mezzi - il linguaggio di Althusser rinvia alla più cruda ortodossia e al lessico sterile di quel partito che descriverebbe come un'«Apparato Ideologico di Stato». Nell'intervista rilasciata a Maria Antonietta Macciocchi su L'Unità nel 1968, ad esempio, cita Lenin a proposito degli intellettuali. Alcuni di loro, sosteneva Lenin, presi individualmente possono anche essere dei «coraggiosi rivoluzionari». Ma in maggioranza restano degli incorreggibili piccolo borghesi, chiusi nella loro ideologia. Per diventare ideologi della classe operaia (Lenin) o intellettuali organici (Gramsci), aggiunge Althusser, è necessario un lungo e doloroso lavoro di rieducazione, una «lotta interiore» senza fine. Emerge qui un'auto-critica quasi rituale che sembra forgiata per i due apparati ideologici che, in sequenza, hanno dominato la vita di Althusser: la chiesa cattolica e il partito comunista.
Perfino in questo passaggio, però, affiorano i sintomi di una diversa visione dell'intellettuale. Althusser aveva descritto comicamente la «lotta senza fine» del piccolo borghese contro i propri «istinti di classe» che, come spiega nella stessa intervista, riemergono subito dopo esser stati dominati. In Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, pensando a Samuel Beckett, che ammira profondamente, Althusser evoca un suo personaggio che si rialza dopo esser caduto, per riprecipitare nuovamente in una buca. In questa versione comica non esiste nessun «altro» rispetto a cui misurare la corruzione o l'abiezione del filosofo: nessun peccato, quindi, e nessun orizzonte di redenzione.
Nel campo del nemico
Cerchiamo di interpretare la cruda rappresentazione che emerge da quell'intervista. Althusser, forse più di qualunque altro filosofo che si autodefinisce marxista, ha pensato e scritto sulla «strategia» della filosofia. I suoi modelli sono Lenin, Machiavelli e soprattutto Spinoza. Supremo stratega della filosofia, Spinoza indossa i panni del dogmatico e comincia la sua opera nientemeno che da Dio. Comincia da Dio perché è un ateo! Infiltrandosi nella piazzaforte del nemico, è in grado di rivolgere contro gli avversari i loro stessi cannoni.
Quella stessa condanna della piccola borghesia intellettuale, caratterizza gli scritti dello stesso periodo, come Lenin e la filosofia del '68 o Ideologia e Apparati Ideologici di Stato, del '69. La formazione sociale è qui concepita da Althusser come un sistema la cui coerenza è talmente assoluta che il solo risultato possibile è la sua riproduzione: la sovrastruttura assicura in modo ferreo e deterministico la riproduzione delle relazioni di produzione. Non solo siamo agli antipodi del materialismo dell'incontro, che Althusser stava parallelamente e altrove sviluppando, ma perfino la nozione stessa di sviluppo storico viene messa in questione dalla rigidità di tali conclusioni.
Cosa significa tutto ciò per gli intellettuali? La più parte di essi, naturalmente, ha come unico ruolo quello di celebrare, in piena e buona coscienza, lo stato di cose esistenti. La minoranza, che sceglie invece di unirsi alla classe operaia nella lotta contro il capitale, desidera essere qualcosa di diverso da ciò che è. Il suo rapporto con la classe operaia, immancabilmente, resterà sempre quello di una strutturale e permanente esteriorità. L'intellettuale è eroico in tanto in quanto riesce a resistere all'irresistibile. Si ha la meglio sui propri istinti e sull'appartenenza di classe solo attraverso il sacrificio e la negazione di sé, cioè attraverso la soggezione volontaria alla disciplina di un apparato esteriore.
Brilla qui una specie di moralismo, che saremmo tentati di definire piccolo borghese. Eppure, sebbene espresse nell'idioma della migliore tradizione stalinista, tali conclusioni hanno esiti sorprendenti. Come Althusser sostiene a proposito di Spinoza, il dogmatismo filosofico più estremo riesce a produrre i più straordinari effetti di liberazione. Le sue meditazioni sulla strategia filosofica, non soltanto la propria ma anche quella dei suoi avversari, lo portano alla conclusione che la vera resistenza che il marxismo affronta nell'ideologia dominante non assume principalmente la forma di un attacco proveniente dall'esterno. Il revisionismo, ad esempio, può consistere nel tentativo di importare nel marxismo idee che gli sono estranee, come l'esistenzialismo o la teoria della scelta razionale. Ma può trarre i propri argomenti anche utilizzando l'autorità di Marx, Engels e Lenin. Le tendenze non-marxiste che sorgono al suo interno si alleano così con le filosofie non-marxiste che lo incalzano dall'esterno.
Ora, se come molti critici hanno sostenuto a proposito dello strutturalismo, un'ideologia piccolo borghese può emergere all'interno del marxismo sulla base di un riferimento testuale a Marx, o se un «oggettivo» anti-marxismo può presentarsi come il suo più valido campione, perché non dovrebbe essere vero il contrario? Althusser sembra sostenere così che il marxismo può affermarsi anche all'interno di un pensiero non-marxista, o perfino anti-marxista.
Il marxismo, dunque, può sviluppare una teoria adeguata alla sua pratica solo riconoscendo che non esiste in un vuoto, ma che è circondato da filosofie non-marxiste con cui rimane in costante comunicazione e attraverso cui può condurre la propria lotta. Possiamo spingerci addirittura oltre: se l'attacco più efficace contro il marxismo ha origine al suo interno, il modo più adeguato di combatterlo, in determinate circostanze, può richiedere proprio una deviazione al suo esterno, come suggerisce la prefazione a Per Marx, intitolata «Oggi». Essere comunisti in filosofia, questa la sua conclusione, può essere più utile che tentare di elaborare una filosofia marxista.
Per quanto possa sembrare strano, proprio una lettura approfondita di Lenin sembra aver guidato Althusser verso tali posizioni, inedite e ben poco ortodosse. Althusser aveva in precedenza scoperto la «debolezza teorica» di Lenin. Incomparabile «clinico» e teorico pratico - scrive a Franca Madonia nel '67 - Lenin è debole quando si sporge sulla teoria. Credendo di fare della teoria, in realtà pone e definisce soltanto dei concetti pratici, utili per ingaggiare la lotta. Ora, cinque anni più tardi, il giudizio muta ed è proprio la lettura di Lenin che permette ad Althusser di comprendere per la prima volta gli «effetti» prodotti dalle sue definizioni di filosofia. Che la filosofia sia la «Teoria delle pratiche teoriche», dice molto sul rapporto della filosofia con le scienze, ma non dice niente sul suo rapporto con le ideologie, dove invece si dà lo scontro di classe. È questa la relazione organica che, per Althusser, la filosofia intrattiene con la politica.
Althusser rivede così la sua precedente critica di Lenin, per denunciare la pretesa di elevarsi al di sopra della lotta di classe, di parlare «della» filosofia o di costruire, appunto, una filosofia marxista. Questa sarebbe, nel migliore dei casi, l'ennesima versione (di sinistra nelle pretese e di destra nei risultati) della «negazione teorica della propria pratica», che Althusser vedrà di là a poco come costitutiva della filosofia in quanto tale. Un marxismo paradossale, quindi, che - dematerializzato in una dimensione trascendentale - parlerebbe di una totalità di cui pure non è parte.
In Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, Althusser aveva descritto lo «spettacolo comico» del filosofo che afferma, in tutta modestia, di essere nientemeno che «lo specialista della totalità». Costui, un tempo, era il portavoce dell'universale che trascende gli egoismi individuali. Per gli Habermas di oggi, per gli auto-proclamati eredi del progetto incompiuto dell'illuminismo, questo universale non esiste più come esisteva per Kant o per Hegel. Non si oppone più, cioè, al mondo disgregato degli individui in competizione, ma a quello altrettanto disgregato delle collettività in competizione. Questo intellettuale può così parlare della comunità di tutte le comunità, della sfera di tutte le sfere pubbliche, elevandosi al di sopra delle lotte tra i gruppi e dello scontro tra interessi.
Come il personaggio di un cartone animato, egli corre sospeso in aria. E parla solo fin quando rimane incosciente del suo mancato posizionamento. Svelare l'assurdità di questo parlare da nessun luogo (cioè da ogni luogo), significa far precipitare a terra il filosofo. Precipitarlo sul proprio terreno, sulla propria posizione, la posizione che occupava fino a quel momento e che solo nella sua illusione egli poteva credere di non occupare. Questo il grande merito di Lenin: l'aver mostrato che ogni filosofia è di parte, che prende parte alla lotta per il dominio ideologico e che lo fa tanto più quanto più pretende di negare questo suo ruolo.
La verità storica, dunque, è conoscibile e conosciuta solo a condizione di occupare una certa posizione, piuttosto che un'altra, all'interno del conflitto di una certa epoca. Ciò richiede, a sua volta, che il filosofo sappia di occupare una posizione nello spazio della filosofia. Una posizione contesa, diversa e opposta a quella occupata da altri. Egli non percepisce passivamente, ma pensa attivamente, entro e attraverso la lotta in cui è impegnato.
Se la filosofia «occupa», cioè conquista e difende determinate posizioni di fronte ai suoi avversari, in gioco non è né la verità né la totalità. La filosofia non può reclamare neanche la conoscenza, poiché essa non inventa né scopre alcunché. La filosofia non «parla» nel senso comune del termine, ma piuttosto «agisce», tracciando linee di demarcazione che rendono visibili differenze e antagonismi.
Gli apparati dell'ideologia
L'attacco di Althusser agli intellettuali non è ancora completo. All'interno del marxismo, da Marx stesso a Engels, da Kautsky a Lenin in Che fare?, esiste una nozione di intellettuale come colui che, libero dalle condizioni del lavoro manuale, può sviluppare un sapere attraverso il proprio pensiero libero. Questo sapere potrà essere comunicato al proletariato, limitato invece dalle proprie condizioni materiali di esistenza e dagli imperativi della lotta. Marx e i suoi incauti seguaci hanno direttamente tratto tale nozione da La ricchezza delle nazioni di Adam Smith.
Su questo punto si inserisce il lavoro di Althusser sull'ideologia. Se gli intellettuali sono liberi dal lavoro manuale, essi non sono affatto liberi di pensare o di parlare o di schierarsi dalla parte della classe operaia. L'intellettuale parla e pensa solo entro un determinato apparato, governato dalle sue pratiche e dai suoi rituali. La figura dell'intellettuale è così soppiantata da quella del giornalista o del professore, costretti a parlare dall'interno dell'apparato della comunicazione o dell'accademia (o del partito politico, perfino quello comunista).
La possibilità, per l'intellettuale, di resistere al meccanismo che gli dà la vita e alla disciplina che gli dà la parola, non è determinata dal volere dell'individuo, ma da rapporti di forza in perenne mutamento, che soli possono portare a spezzare l'apparato stesso, cioè a «pensare diversamente». Ma anche questa possibilità sarà sprecata se l'intellettuale si ritira nella religione della teoria. È una tentazione a cui è difficile resistere, quando non solo l'alternativa non offre alcuna sicurezza, ma quando una valutazione lucida dei rapporti di forza significa intravedere che l'orizzonte della sconfitta può durare un'intera generazione. Prendere sul serio Althusser, oggi, significa accettare anche questo. Pensare entro e attraverso la congiuntura non è solo un'alternativa migliore rispetto a tutte le forme di negazione teorica, ma è l'unica alternativa possibile.
Traduzione di Filippo Del Lucchese


il Riformista 9.11.06
REVISIONISMI. UNA LEZIONE PER I MORALISTI
Togliatti contro Lombardi, via Pertini
Gli incroci pericolosi tra politica e soldi
di Fabrizio Cicchitto


Le rivelazioni contenute in un saggio di Andrea Ricciardi di cui ha parlato il Corriere della sera, intorno a un passo di Togliatti presso Pertini contro Riccardo Lombardi nel 1957 perché il leader socialista venisse isolato nel Psi visto che era la punta più avanzata dell'autonomismo socialista, costituiscono una ulteriore conferma di una storia politica della quale abbiamo già parlato sul Riformista. Togliatti aveva scelto bene il suo interlocutore nel Psi. In quegli anni Pertini aveva posizioni assai confuse, ma sentiva in modo fortissimo il richiamo a una unità indifferenziata della sinistra ed era su una posizione “centrista” fra gli autonomisti e i frontisti. Del resto egli fu eletto presidente della Repubblica su suggerimento di Andreotti, con il quale aveva ottimi rapporti, perché era la personalità del Psi più indipendente da Craxi e più gradita al Pci che invece pose un veto su Antonio Giolitti, il vero candidato del segretario socialista.
Fra Sandro Pertini da un lato e Riccardo Lombardi e Fernando Santi dall'altro i rapporti erano pessimi. La rottura fra Pertini e Lombardi risaliva al famoso congresso socialista svoltosi nel 1948 quando Nenni e Morandi furono messi in minoranza da una coalizione di autonomisti socialisti di vario orientamento guidata da Riccardo Lombardi, che diventò direttore dell'Avanti, da Jacometti che fu eletto segretario del partito, da Fernando Santi, Vittorio Foa, Giovanni Pieraccini ed altri.
Nella fase precongressuale Pertini si schierò con gli autonomisti che poi abbandonò clamorosamente durante il congresso, evidentemente influenzato dal Pci. Lombardi e Santi non perdonarono per tutta la vita a Pertini quel voltafaccia e Pertini a sua volta li ripagò con altrettanta durezza. Successivamente da presidente della Repubblica Pertini fu così ingeneroso con Riccardo Lombardi che non lo nominò senatore a vita preferendogli Camilla Ravera. Ma quella vicenda socialista e un'altra avvenuta nel 1964 mettono in evidenza due questioni: il ruolo decisivo svolto dai soldi in politica, il tipo di azione svolta dal Pci per tenere sotto controllo il Psi, il ruolo svolto dal Kgb nella vita politica italiana. Molti anni dopo quegli avvenimenti Riccardo Lombardi ricordava che non appena nel congresso del 1948 si affermò quella maggioranza autonomista essa si ritrovò senza alcun mezzo economico perché i finanziamenti del Psi provenivano tutti dal Pcus e dalle società di import-export con i paesi dell'Est. Per un anno il Psi andò avanti non potendo pagare funzionari, chiudendo sedi, facendo debiti, rischiando il fallimento dell'Avanti. Nel 1949 fu celebrato un nuovo congresso che, sia pure di pochissimo, gli autonomisti vinsero, ma in sede di commissione verifica poteri essi stessi accettarono un ribaltamento del risultato: la sinistra di Nenni e Morandi sconfisse Lombardi, Santi, Jacometti, Pieraccini piegandoli per fame: allora la divisione del mondo era netta e Lombardi e i suoi compagni non avevano a disposizione, sul terreno del finanziamento del partito, una “terza via” fra quelli del Kgb e delle cooperative rosse e quelli della Fiat e degli Usa.
Così essi furono costretti a riconsegnare il partito a Nenni e a Morandi e Riccardo Lombardi, per punizione, fu mandato alla presidenza dei partigiani della pace, una cupa organizzazione internazionale stalinista. Poi nel 1955-56 non appena si riaprì uno spiraglio, Riccardo Lombardi guidò la riscossa autonomista insieme a Pietro Nenni che allora rovesciò tutte le sue posizioni, riconsegnò il premio Stalin, scrisse due bellissimi e preveggenti saggi sul XX Congresso, due saggi che erano agli antipodi della famosa intervista a Togliatti su Nuovi Argomenti. Nenni sosteneva fin da allora che il sistema sovietico era irriformabile. Poi con l'invasione sovietica in Ungheria, che Togliatti non solo giustificò ma che anzi riservatamente sollecitò, la rottura fra Nenni e Togliatti, fra il Psi e il Pci, fu radicale. È nel corso di quella vicenda politica che Togliatti si rivolse a Pertini per colpire e isolare Lombardi, ma ormai era troppo tardi.
Quell'episodio dimostra alle anime belle qual è l'importanza decisiva dei finanziamenti in politica. Qualora Lombardi, Santi, Jacometti e Pieraccini avessero avuto un'autonomia finanziaria il corso della vita politica italiana avrebbe potuto essere diverso perché il Psi avrebbe assunto una posizione autonoma fin dal 1948 con conseguenze imprevedibili: la glaciazione frontista e stalinista del Psi non sarebbe durata fino al 1956.
Il passo di Togliatti nei confronti di Pertini non era una iniziativa isolata.
Quale fosse l'azione del Pci per condizionare gli orientamenti politici del Psi è confermato anche da un colloquio di Agostino Novella, allora ancora nella segreteria del partito, con l'ambasciatore sovietico Kostylev, riportato nel fondamentale libro di E. Aga Rossi e Victor Zaslavsky Togliatti e Stalin. «Alla vigilia del congresso del Psi, per assicurare la maggioranza dei voti a Nenni, il Pci doveva iscrivere nel Psi migliaia di comunisti, o semplicemente comprare la quantità necessaria di tessere socialiste e introdurre i loro numeri tra quelli votati a favore della piattaforma di Nenni. Molti comunisti sono diventati militanti e dirigenti locali del Partito socialista. Dobbiamo avere a ogni costo una direzione del Partito socialista stabile e vicina alla nostra posizione» (pag. 251).
Sempre a proposito dell'importanza dei soldi in politica, vale anche quello che successe nel 1964 quando al decollo del centrosinistra la forza politica del Psi sul terreno delle riforme fu ridotta dalla scissione della corrente di sinistra di Dario Valori, Tullio Vecchietti, Vincenzo Gatto e Luciano Lami. Si dice che Togliatti e Amendola non erano favorevoli alla scissione, mentre lo era Ingrao. Comunque la scissione fu finanziata da un lato dal Kgb, dall'altro lato fu propiziata dalla destra democristiana di Segni che fece avere i soldi dell'Eni a Lelio Basso. Un'operazione da manuale: sinistra filosovietica e destra democristiana alleate contro il riformismo socialista e il riformismo democristiano allora portato avanti con grande capacità e impegno da Amintore Fanfani.
Ricordava a proposito di quell'episodio del 1964 Riccardo Lombardi: «Codignola, Santi e io incontrammo Vecchietti, Valori, Gatto e Lami per convincerli a non fare la scissione. Mi rispose Valori: “Caro Riccardo, troppo tardi, è tutto fatto. Tu conosci bene Lami, sarà il segretario amministrativo del nuovo partito”». Lombardi: «Ma far nascere e mantenere in vita un nuovo partito richiede una grande quantità di soldi. Io ne so qualcosa. Come potete farcela?». Valori:«Riccardo, non ti preoccupare. Ci hanno pensato i compagni sovietici. Il nuovo partito è autosufficiente per i prossimi due anni».
Dedichiamo questo ricordo a due categorie di persone: ai moralisti che sostengono che non deve esserci finanziamento pubblico ai partiti e che comunque i soldi non hanno importanza in politica, e a coloro (comunisti e post-comunisti) che hanno sostenuto e sostengono che il Kgb non ha esercitato un ruolo assai importante nella vita politica italiana. Ma fortunatamente quel po' di archivi sovietici che sono emersi, prima di essere stati richiusi o venduti a chi sa chi, e il rapporto Mitrockin che è un'autentica miniera, con riscontri sempre verificati, stanno lì a dimostrare che è giusto quello che da tempo alcuni storici stanno facendo: essi stanno smontando la lettura della storia italiana dal 1944 in poi quale è stata fatta da altri storici che a suo tempo hanno contribuito a dare proprio un fondamento storiografico all'egemonia culturale del Pci.
Sappiamo che questo nuovo tipo di revisionismo (anche se l'espressione è del tutto impropria ed è già indice di una certa subalternità) fa impazzire alcuni nuovi «socialdemocratici e riformisti» ma ormai si tratta di un lavoro sul campo che le pagine culturali di alcuni quotidiani possono anche occultare, ma alla fine la forza di analisi storiche fondate su documenti si sta affermando malgrado tutto e tutti.

lastampa.it 9.11.06
LA STORIA DEI PARTIGIANI È SUL BANCO DEGLI IMPUTATI, MA GLI STUDIOSI CHE SI RICONOSCONO NELLA TRADIZIONE COMUNISTA TACCIONO. HANNO GETTATO LA SPUGNA?
Resistenza: hanno vinto i revisionisti
di Giovanni De Luna

Nelle turbolenze che periodicamente investono l'«uso pubblico della storia» si combatte per il presente in nome del passato. L’infittirsi dei libri di Giampaolo Pansa e Bruno Vespa sulla Resistenza e sull'Italia repubblicana ha reso più stridenti che mai le contraddizioni tra quanto il mondo della ricerca storica ha prodotto in questi anni e quello che è filtrato sul piano del senso comune. In questa divaricazione si sono accampate una serie di paradossali incongruenze.

1 Sulla Resistenza, ad esempio, la «grande bugia» che si intende smascherare è quella costruita dal vecchio Pci: si sono nascosti i crimini dei comunisti per poter legittimare, nel segno della «Repubblica nata dalla Resistenza», un partito altrimenti troppo schiavo dell'Urss per potersi considerare veramente «italiano». Sul banco degli imputati c'è quindi la storia del Pci; bene, nella lista degli storici accusati di difendere la «grande bugia» dei comunisti, da Bocca in giù, ci sono ex azionisti, ex liberalsocialisti, ex di Lotta Continua, ma nessuno che si sia riconosciuto nei filoni storiografici riconducibili al vecchio Pci. E, nonostante gli eredi di quella tradizione siano oggi ai vertici politici e istituzionali dello Stato repubblicano, il silenzio sui temi che mettono in discussione la loro storia, proponendone una versione quasi caricaturale, è imbarazzante. Ne deriva la bizzarra conseguenza che viene accusato di «difendere il Pci» proprio chi - dagli anni 70 in poi, quando il Pci era veramente forte e non ridotto alle espressioni crepuscolari e minoritarie dei comunisti di oggi - ha più duramente contestato le sue impostazioni storiografiche sulla Resistenza. Ci si scontrò allora su questioni cruciali: la diversa importanza da attribuire alla «spontaneità» e all'«organizzazione» nel passaggio dall'esiguità della cospirazione antifascista alle attive minoranze di massa protagoniste della lotta partigiana; l'accentuazione delle istanze classiste e rivoluzionarie contro la versione patriottica e «nazionale»; l'attribuzione della Resistenza allo slancio delle «minoranze eroiche», contro l'ignavia qualunquistica della «zona grigia» maggioritaria; il peso della «continuità dello Stato» e della transizione indolore di uomini e istituzioni del fascismo nell'Italia repubblicana, opposto all'esaltazione della «rottura» operata dall'avvento dei partiti e del pluralismo politico.

2 Quelli della lista dei difensori della «grande bugia» sono stati dipinti come una sorta di Armata Rossa, pronta a marciare compatta per difendere l'ortodossia ufficiale. Non è così. Con Sergio Luzzatto e Angelo d'Orsi, ad esempio, esiste da parte mia un esplicito dissenso storiografico per quanto si riferisce alle loro posizioni su Calamandrei o sulla politica culturale a Torino tra le due guerre; e con altri si sono consumate dolorose rotture personali. Credo che si debba riconoscere che questa frantumazione sia conseguenza anche di una profonda amarezza di fronte a quanto è successo in questi anni. Nel nuovo senso comune storiografico, le tesi «revisioniste» si sono affermate in modo straripante. Che a cogliere i frutti di questa vittoria siano oggi Pansa e Vespa è però un dato che dovrebbe far riflettere anche gli storici revisionisti.

3 Proprio in questa direzione ci si imbatte in un ulteriore paradosso. Molto del fascino esercitato dalle posizioni scaturite dall'asse Pansa-Vespa è legato a una rappresentazione mediatica che ne esalta il coraggio eretico, quasi si trattasse di un pugno di audaci iconoclasti pronti a lottare contro l'assolutismo del potere politico e accademico. Non è così. Le tesi di Renzo De Felice (da cui derivano le loro argomentazioni, senza però nemmeno una briciola delle imponenti ricerche che sostenevano il lavoro del loro predecessore) sono oggi largamente dominanti nella programmazione televisiva e nei giornali, senza contare l'unanime riconoscimento politico e istituzionale arrivato da sinistra («i ragazzi di Salò» evocati da Violante) e da destra, lungo un percorso che ha visto anche recentemente, con il governo di centro-sinistra e il ministro Parisi, la battaglia di El Alamein (da noi combattuta insieme con i nazisti) affiancarsi all’eccidio di Cefalonia (consumato dai nazisti contro i nostri soldati) nei «luoghi di memoria» della Repubblica.

4 Sarebbe il momento per tutti gli storici «revisionisti» di riconoscere che la loro battaglia ha ormai raggiunto i suoi principali obiettivi politici: cancellare la Resistenza dal paradigma di fondazione della Repubblica e aprire una nuova stagione, con una «rifondazione» che tenga conto anche di famiglie politiche e culturali del tutto estranee all'antifascismo. Purtroppo, fin dai suoi esordi alla fine degli anni 80, il revisionismo ha come interiorizzato nel suo Dna un vittimismo piagnucoloso e aggressivo. Questo fatto, che i vincitori si presentino sempre come perseguitati, alimenta molti dei paradossi che stiamo attraversando. Ci vorrebbe un atto di onestà intellettuale. Sulla Resistenza è stato già scritto moltissimo, dai revisionisti e dagli altri. Da Pavone, ad esempio. Si possono avanzare le tesi più estreme, esplicitare dissensi storiografici, culturali, politici; ma è giunto il momento di abbandonare l'artificio retorico delle «rivelazioni», di presentare sempre le proprie posizioni come se fossero «nuove» e eretiche. Quest'ansia di «smascheramento» è un puro espediente dialettico.

5 Per il libro di Pansa si è fatto un gran parlare dell'assenza di note a piè di pagina, attribuendo i rilievi di D'Orsi a una sorta di impuntatura corporativa. Non è così. Pansa è certamente un giornalista affermato, ma ha anche un curriculum da storico che lo portò, da giovane, a essere uno di quelli che contribuirono a sottrarre le ricerche sulla Resistenza alla dimensione etico-politico allora prevalente («Vecchio e nuovo nella storiografia della Resistenza», in Rivista storica del socialismo, fasc. 7-8, 1959). Le sue considerazioni sulla specificità dell'esercito partigiano e della lotta armata, a distanza di quasi quarant'anni (Guerra partigiana tra Genova e il Po. La Resistenza in provincia di Alessandria, Laterza, 1967), restano acquisizioni importanti, così come le osservazioni sulla guerra civile e sulle violenze partigiane, ribadite - ma in una direzione contraria alle sue tesi più recenti - ancora nel 1998 (per la nuova edizione del volume del 1967). Pansa conosce benissimo l'importanza che le note hanno nel nostro mestiere. È l'unica possibilità per certificare la fondatezza delle nostre argomentazioni, indicando le fonti e i documenti utilizzati nelle nostre ricerche a sostegno delle tesi interpretative. La sua scelta di rinunciare alle note (che invece erano fitte e rigorose negli scritti che ho citato) e di ricorrere all'artificio narrativo del dialogo con un interlocutore immaginario è il frutto di una profonda consapevolezza: le note sono un impaccio per un lettore assetato di semplificazioni manichee, che non chiede di essere rassicurato sulla fondatezza delle pagine che legge ma solo di potervisi «rispecchiare». In questo modo ci si garantisce il successo ma ci si sottrae anche a ogni possibilità di verifica critica.

Liberazione 9.11.06
Il rappresentante Ue per la politica estera Javier Solana: «Stop a simili azioni»
Bertinotti e Giordano: «Deve intervenire la comunità internazionale»


Una strage, l’ennesima. Le cannonate dei carri armati israeliani hanno colpito Beit Hanun, nella striscia di Gaza. Il bilancio è di 19 morti e più di 20 feriti. Una strage di civili, il più alto numero di vittime palestinesi in un solo attacco negli ultimi quattro anni. Un’intera famiglia di tredici persone spazzata via. Il presidente Abu Mazen e il premier palestinese Ismail Haniyeh hanno interrotto le trattative per la formazione di un nuovo esecutivo di unità nazionale, hanno chiesto una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’inviato speciale delle nazioni unite in Medio Oriente ha condannato il bombardamento israeliano e ha chiesto l’immediata cessazione delle operazioni militari israeliane. Il rappresentante Ue per la politica estera Javier Solana è stato esplicito: «E’ tempo che si metta termine al ciclo di violenze attuali che condanno nei termini più forti». «Bisogna lasciare una chance al processo di riconciliazione», ha fatto presente, e «bisogna sostenere il presidente Abbas nei suoi sforzi per formare un nuovo governo».

Anche il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha condannato la strage. A margine di un incontro con il collega del Marocco Taieb Fassi Fihiri, ha sottolineato che per sbloccare la questione palestinese è «fondamentale un’iniziativa internazionale». «Spero - ha detto D’Alema - che queste operazioni militari cessino di fronte alla tragedia accaduta e si possa riprendere la via del rapporto negoziale tra le parti». La strage ha suscitato rabbia e dolore nel resto del mondo arabo. L’ambasciata della Siria a Roma ha condannato in una nota «il feroce massacro» di Beit Hanun e «il terrorismo di stato commesso da Israele», invitando «i fratelli palestinesi, qualunque sia la loro appartenenza politica, all’unità nazionale contro i crimini israeliani».

«Non si può assistere inerti all’aggravarsi della situazione, a scenari di distruzione, a un numero di morti sempre crescente in Palestina», ha dichiarato il presidente della Camera Fausto Bertinotti.

«La comunità internazionale deve intervenire. In particolare l’Europa, che già ha espresso un meditato giudizio sugli avvenimenti, intraprenda una decisa iniziativa politica e diplomatica. Il tempo di una conferenza internazionale, per favorire una soluzione al conflitto israelo-palestinese, costruendo una politica di pace - ha concluso Bertinotti - è ormai non più rinviabile».

«La situazione del Medio Oriente sta diventando sempre più insostenibile. Bisogna affermare la sistematica aggressione nei confronti del popolo palestinese». Lo ha detto il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano. E ancora: «Bisogna prospettare subito una conferenza internazionale di pace e il nostro paese deve diventare promotore di questa iniziativa, che dovrà avere al suo centro la parola d’ordine: “due popoli, due Stati”».

«Il governo si attivi immediatamente ed elevi la sua protesta ai più alti livelli verso quello che è un crimine contro l’umanità». Anche il gruppo del Prc del Senato, con una dichiarazione del presidente Giovanni Russo Spena e di Francesco Martone, capogruppo in commissione Esteri ha protestato per i bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza parlando «dell’ennesima strage di civili nella cittadina di Beit Hanun», che impone «a tutti noi, ma soprattutto al governo, la massima attenzione».

«Esprimiamo la più ferma condanna dell’ennesima strage che ha colpito la già stremata popolazione di Gaza, dove da più di una settimana continua l’offensiva militare israeliana nell’indifferenza e nel silenzio colpevole della comunità internazionale», ha aggiunto Fabio Amato, responsabile esteri del Prc. «Adesso più che mai è necessario manifestare per la pace: il 18 novembre saremo tutti in piazza a Milano per la manifestazione nazionale promossa da diverse realtà pacifiste».

«La continua strage di civili nella striscia di Gaza ferisce coscienze di tutti i cittadini del mondo ed è un crimine verso la popolazione. La comunità internazionale deve dare un’adeguata risposta non solo in termini di condanna, ma anche di avvio di un processo di pace come è stato fatto in Libano». Parole che arrivano dal capogruppo dei Verdi alla Camera Angelo Bonelli. «La violenza va fermata. La comunità internazionale ha il dovere morale ancor prima che politico di fermare la violenza a Gaza».

La segretaria di Stato Condoleezza Rice ha chiamato il presidente palestinese Abu Mazen per esprimergli la sua «profonda tristezza». E in serata arriva la notizia che il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunirà oggi. La comunità internazionale deve intervenire, l’ha detto Bertinotti, tutta Rifondazione, i Verdi, il ministro degli Esteri D’Alema. Bisogna fare qualcosa, subito.

Liberazione 9.11.06
Il ministro Amato manifesta malessere e ripensamenti. Intervista al senatore di Rifondazione comunista
Di Lello: «L’Indulto? Misura giusta e necessaria»
di Davide Varì


«Una soffferenza accettare l’indulto» afferma il ministro degli interni Giuliano Amato. «Non è frutto del mio magazzino, l’ha deciso il Parlamento», fa eco il guardasigilli Clemente Mastella. Insomma, soprattutto dopo le notizie da far west che arrivano da Napoli, sembra di assistere ad una gara di prese di distanza dall’indulto.

Una gara che, paradossalmente, da credito alla tesi, del tutto infondata, secondo cui gli ultimi fatti di cronaca nera siano il frutto diretto dell’indulto.
Ne abbiamo parlato con il senatore di rifondazione comunista Giuseppe Di Lello che, a tal proposito, ha ben pochi dubbi: «quello che sta succendendo a Napoli non ha nulla a che vedere con la decisione di concedere l’indulto».

Amato dice che accettare l’indulto è stata una sofferenza.
Credo che l’indulto sia un irresistibile paravento dietro il quale nascondersi quando ci si sente sotto assedio o quando non si vuole parlare delle difficoltà strutturali del sistema giudiziario e detentivo. Vorrei chiarire che le notizie che arrivano da Napoli hanno ben poca relazione con l’indulto. La gran parte della popolazione carceraria che ha beneficiato di questa decisione era già fuori: era in regime di libertà condizionata, oppure seguiva programmi di pena alternativa. Isomma, erano persone che potevano delinquere già da prima, senza aspettare indulti o indultini.

Il consiglio superiore della magistratura si lamenta del fatto che i detenuti continuano ad uscire.
Certo, è evidente che il numero dei beneficiare sarebbe aumentato. Non dobbiamo dimenticarci che siamo in Italia, dove per chiudere un processo ci vogliono anni e anni. Sono ancora in corso, e ce ne saranno ancora a lungo, processi che giudicano reati contestati anni e anni fa. Reati che rientrano entro i termini previsti dall’indulto. Insomma, l’indulto non produce effetti istantanei, produce effetti sui processi in corso e col passare dei mesi produce nuove scarcerazioni.

Quindi questa nuova, o presunta tale, ondata di crimini nulla ha a che vedere con l’indulto.
Dire di no. Basta dare un’occhiata alle statistiche dei crimini commessi per rendersi conto che i dati sono sostanzialmente stabili. Io in commissione giustizia ho chiesto questi dati proprio per dimostrare che l’indulto non ha nulla a che vedere con quello che sta accadendo in questi giorni. Ho chiesto anche i dati delle pene alternative presenti. Ripeto, dobbiamo avere bene in mente che la gran parte dei beneficiari dell’indulto erano già fuori.

In ogni caso Mastella e Amato sottolineano come la scelta sia stata del Parlamento.
Come se non fosse chiaro a tutti che l'indulto l'ha voluto il Parlamento e quindi tutta la classe politica. Del resto la situazione carceraria era diventata esplosiva e non si poteva attendere.

A questo punto, col clima che si è creato, parlare di amnistia è proibito.
Vero, con questo clima forcaiolo direi che sarà difficile tornare a parlare di amnistia. Io resto convinto che l’amnistia sarebbe la soluzione più logica. Una decisione che eviterebbe perdite di tempo ai magistrati, i quali oggi si trovano a lavorare su reati che saranno indultati. Del resto, storicamente, indulto e amnistia hanno viaggiato insieme proprio per questo motivo: perchè con l’amnistia si evita di fare processi su reati che di certo potranno beneficiare dell’indulto, reati contestati molto tempo prima.

Quindi vale la pena continuare a difendere la decisione del parlamento?
Direi di si, l’indulto è stata una decisione saggia e giusta. Dare una chance a chi ha commesso un reato è una grande questione di civiltà. Visto poi che questo sistema penale ignora, di fatto, il reinserimento e il recupero della persona detenuta - lo ignora per problemi oggettivi dovuti allo stato delle carceri - allora l’unica soluzione è l’indulto. Altro problema poi, è la gestione di queste persone. Offrire loro, una volta fuori, dei percorsi lavorativi e formativi che sono stati finanziati.

Liberazione Lettere 9.11.06
Pena di morte
Di eccezione in eccezione

Cara “Liberazione”, per l’illustre politologo Giovanni Sartori «ogni regola ha la sua eccezione», e l’acuta osservazione è fatta in un’intervista andata in onda sul Tg1 (mi pare) a proposito della pena di morte comminata a Saddam Hussein. E giù a dire che secondo lui sono tanti i personaggi che (volentieri?) avrebbe condannato a morte: Hitler, Pol Pot, Stalin eccetera. Ora, personalmente non so come mi sarei comportato, che so, 40 o 50 anni fa, so solo che, oggi, la mia cultura, la mia coscienza non accetta, in nessun caso - senza eccezione alcuna - la pena di morte. Mi farebbe piacere sapere in quali altri casi lui oggi riterrebbe giusta l’applicazione “eccezionale” della pena di morte. Mi sa tanto che le sue “eccezioni” non coinciderebbero con quelle di altri… Di questo passo ognuno avrebbe le proprie “eccezioni”, e non si sa bene perché quelle di Sartori dovrebbero valere e quelle di altri no… Inviterei Sartori a riflettere sugli effetti - perversi - di quel suo ragionamento.

Domenico Gioia via e-mail


Tiscali notizie 9.11.06
Psicofarmaci ai bambini di 8 anni: è polemica


Giù le mani dai bambini. A pochi mesi dalla decisione dell'Agenzia europea per il farmaco (EMEA) di abbassare da 18 a 8 anni l'età a partire dalla quale sarà possibile somministrare psicofarmaci, Prozac e non solo, è questo il grido d'allarme lanciato da psicoterapeuti, psichiatri ma soprattutto dai genitori che temono per la salute dei propri figli. Se da una parte si sostiene che i vantaggi derivanti dall'assunzione di farmaci siano superiori ai rischi corsi dai minori affetti da una qualche forma di depressione, dall'altra si teme che l'uso/abuso possa scatenare drammatici effetti collaterali, da modificazioni del comportamento, al suicidio, a forme incontrollate di aggressività.
Un timore che tantissimi genitori esprimono con rabbia e che è testimoniato dalle tantissime mail giunte alla nostra redazione. "Quando facevo la mamma - scrive Agnese - ricordo che anche i miei figli a volte, nella loro infanzia e durante l’adolescenza, hanno avuto momenti in cui erano tristi, depressi, come si usa dire adesso, ed i motivi scatenanti erano i più svariati: un voto brutto a scuola, un voltafaccia dell’amico del cuore, l’essere stati lasciati dalla ragazza, una perdita, che causava in loro un temporaneo calo d’interesse nella vita di tutti i giorni, pianti e insonnia; ma io e mio marito, armati di amore, comprensione e tanta pazienza e buona volontà, siamo sempre riusciti a calarci nella loro realtà ed ad aiutarli ad affrontare i problemi che di volta in volta si presentavano, per poi risolverli nel migliore dei modi". "No alla prescrizione degli psicofarmaci ai bambini - conclude la nostra lettrice - Così facendo, uccideremo la loro naturale vitalità". Esprime grande sgomento nei confronti del provvedimento anche Antonella, insegnante e mamma, che denuncia: "Un tempo si faceva la caccia alle strege, oggi il bersaglio è diventato il bambino. E per colpirlo una parte di psichiatria ha coniato delle malattie le cui diagnosi non sono supportate da evidenze scientifiche, ma si basano unicamente sulla catalogazione di soli sintomi. L'uso di farmaci a base di anfetamina negli USA - denuncia l'insegnante - ha già causato vittime fra i piccoli".
Dagli USA all'Italia - Ed è proprio dagli USA che l'allarme è partito. Solo in America, dopo la decisione della Food and Drug Administration, di autorizzare l’uso di antidepressivi, nella cura di bambini e adolescenti, le ricette del Ritalin, altro farmaco nell'occhio del ciclone insieme al Prozac, sono aumentate del 600 per cento ed oggi sarebbero tra i 6 ed i 7 milioni i bambini americani trattati con questo psicofarmaco.
Sotto accusa il provvedimento - L'agenzia europea per il farmaco si è attirata numerose critiche in particolare per quel passaggio nella delibera dove si subordina la somministrazione della molecola sui bambini al fallimento della terapia psicoanalitica protratta per oltre 4/6 settimane: gli addetti ai lavori sostengono, infatti, che alcuna terapia psicoanalitica può riuscire ad ottenere risultati soddisfacenti in così breve tempo.
Perchè la polemica - Il timore è che in futuro ci sarà un sempre più massiccio quanto ingiustificato ricorso agli psicofarmaci, sia nei casi di depressione che in quelli di "semplice" iperattività e disattentenzione. Senza contare che spesso gli stessi medici che li prescrivono, non sempre conoscono a fondo questi farmaci. L'allarme degli psicoterapeuti è anche un altro. Quella del ricorso agli antidepressivi denunciano - è una soluzione considerata "più comoda" rispetto a quella di interrogarsi sulle ragioni vere e profonde che sono all’origine del crescente disagio psicologico dei bambini. Agire sull'effetto, ci si chiede in sostanza, può avere un senso se non si curano le cause?
M.E.P.