Repubblica 5.11.06
l'intervento
IL DOVERE DI ISRAELE SCEGLIERE LA PACE
di David Grossman
Il ricordo diventa una riflessione
Pubblico e privato si incrociano
L''attacco ai leader senza valori
Angoscia per un paese sperduto
Pubblichiamo il discorso pronunciato ieri in piazza a Tel Aviv dallo scrittore israeliano David Grossman
Il ricordo di Yitzhak Rabin è un momento di pausa in cui riflettiamo anche su noi stessi. Quest''anno la riflessione non è per noi facile. C''è stata una guerra. Israele ha messo in mostra una possente muscolatura militare dietro la quale ha però rivelato debolezza e fragilità. Abbiamo capito che la potenza militare in mano nostra non può, in fin dei conti, garantire da sola la nostra esistenza. Abbiamo soprattutto scoperto che Israele sta attraversando una crisi profonda, molto più profonda di quanto immaginassimo, una crisi che investe quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza. Parlo qui, stasera, in veste di chi prova per questa terra un amore difficile e complicato, e tuttavia indiscutibile. Come chi ha visto trasformarsi in tragedia, in patto di sangue, il patto che aveva sempre mantenuto con essa. Io sono laico, eppure ai miei occhi la creazione e l'esistenza stessa di Israele sono una sorta di miracolo per il nostro popolo, un miracolo politico, nazionale e umano; e io non lo dimentico neppure per un istante. Anche quando molti episodi della nostra realtà suscitano in me indignazione e sconforto, anche quando il miracolo si frantuma in briciole di quotidianità, di miseria e di corruzione, anche quando la realtà appare una brutta parodia del miracolo, esso per me rimane tale. "Guarda o terra, quanto abbiamo sprecato" scriveva il poeta Shaul Tchernikovsky nel 1938 lamentandosi del fatto che nel suolo della terra di Israele venivano seppelliti, ragazzi nel fiore degli anni. La morte di giovani è uno spreco terribile, lancinante. Ma non meno terribile è che Israele sprechi in modo criminale non solo le vite dei suoi figli ma anche il miracolo di cui è stato protagonista, l'opportunità grande e rara offertagli dalla storia, quella di creare uno stato illuminato, civile, democratico, governato da valori ebraici e universali. Uno stato che sia dimora nazionale, rifugio e anche luogo che infonda un nuovo senso all' esistenza ebraica. Uno stato in cui una parte importante e sostanziale della sua identità ebraica, della sua etica ebraica, sia mantenere rapporti di completa uguaglianza e di rispetto con i suoi cittadini non ebrei. E guardate cosa è successo. Guardate cosa è successo a una nazione giovane, audace, piena di entusiasmo. Guardate come, quasi in un processo di invecchiamento accelerato, Israele è passato da una fase di infanzia e di giovinezza, a uno stato di costante lamentela, di fiacchezza, alla sensazione di aver perso un' occasione. Com'è successo? Quando abbiamo perso la speranza di poter vivere un giorno una vita migliore? E come possiamo oggi rimanere a guardare, come ipnotizzati, il dilagare della follia, della rozzezza, della violenza e del razzismo in casa nostra? Com'è possibile che un popolo dotato di energie creative e inventive come il nostro, che ha saputo risollevarsi più volte dalle ceneri, si ritrovi oggi, proprio quando possiede una forza militare tanto grande, in una situazione di inerzia e di impotenza? Situazione in cui è nuovamente vittima, ma questa volta di sé stesso, dei suoi timori, della sua disperazione e della sua miopia. Uno degli aspetti più gravi messi in luce dalla guerra è che attualmente non esiste un leader in Israele. Che la nostra dirigenza politica e militare è vuota di contenuto. E non mi riferisco agli evidenti errori commessi nella conduzione della guerra o all' abbandono delle retrovie a se stesse. Non mi riferisco nemmeno agli episodi di corruzione, grandi e piccoli, agli scandali, alle commissioni di inchiesta. Mi riferisco al fatto che chi ci governa oggi non è in grado di far sì che gli israeliani si rapportino alla loro identità e tanto meno agli aspetti più sani, vitali e fecondi di essa; non agli elementi della loro memoria storica che possano infondere in loro forza e speranza, che li incoraggino ad assumersi responsabilità gli uni nei confronti degli altri e diano un qualsiasi significato alla sconfortante e spossante lotta per l'esistenza. La maggior parte dei leader odierni non è in grado di risvegliare negli israeliani un senso di continuità storica e culturale. O di appartenenza a uno schema di valori chiaro, coerente e consolidato negli anni. I contenuti principali di cui l'odierna dirigenza israeliana riempie il guscio del suo governo sono la paura da un lato e la creazione di ansie dall'altro, il miraggio della forza, l'ammiccamento al raggiro, il misero commercio di tutto ciò che ci è più caro. In questo senso non sono dei veri leader. Certo non i leader di cui un popolo tanto disorientato e in una situazione tanto complessa come quella israeliana ha bisogno. Talvolta pare che l'eco del pensiero dei nostri leader, la loro memoria storica, i loro ideali, tutto quello che è veramente importante per loro, non oltrepassi il minuscolo spazio esistente tra due titoli di giornale. O le pareti dell'ufficio del procuratore generale dello Stato. Osservate chi ci governa. Non tutti, naturalmente, ma troppi fra loro. Osservate il loro modo di agire, spaventato, sospettoso, affannato; il loro comportamento viscido e intrigante. Quando è stata l'ultima volta che il Primo Ministro ha espresso un'idea o compiuto un passo in grado di spalancare un nuovo orizzonte agli israeliani? Di prospettare loro un futuro migliore? Quando mai ha intrapreso un'iniziativa sociale, culturale, morale, senza limitarsi a reagire scompostamente a iniziative altrui? Signor Primo Ministro. Non parlo spinto da un sentimento di rabbia o di vendetta. Ho aspettato abbastanza per non reagire mosso dall'impulso del momento. Questa sera lei non potrà ignorare le mie parole sostenendo che: "Non si giudica una persona nel momento della tragedia". è ovvio che sto vivendo una tragedia. Ma più di quanto io provi rabbia, provo dolore. Provo dolore per questa terra, per quello che lei e i suoi colleghi state facendo. Mi creda, il suo successo è importante per me perché il futuro di noi tutti dipende dalla sua capacità di agire. Yitzhak Rabin aveva imboccato il cammino della pace non perché provasse grande simpatia per i palestinesi o per i loro leader. Anche allora, come ricordiamo, era opinione generale che non avessimo un partner e che non ci fosse nulla da discutere con i palestinesi. Rabin si risolse ad agire perché capì, con molta saggezza, che la società israeliana non avrebbe potuto resistere a lungo in uno stato di conflitto irrisolto. Capì, prima di molti altri, che la vita in un clima costante di violenza, di occupazione, di terrore, di ansia e di mancanza di speranza, esigeva un prezzo che Israele non avrebbe potuto sostenere. Tutto questo è vero anche oggi, ed è ancora più impellente. Da più di un secolo ormai viviamo in uno stato di conflitto. Noi, cittadini di questo conflitto, siamo nati nella guerra, siamo stati educati nella guerra e, in un certo senso, siamo stati programmati per la guerra. Forse per questo pensiamo talvolta che questa follia in cui viviamo ormai da cento anni sia l'unica, vera realtà. L'unica vita destinata a noi e che non abbiamo la possibilità, o forse neppure il diritto, di aspirare a una vita diversa: vivremo e moriremo con la spada e combatteremo per l'eternità. Forse per questo siamo così indifferenti al totale ristagno del processo di pace. Forse per questo la maggior parte di noi ha accettato con indifferenza il rozzo calcio sferrato alla democrazia dalla nomina di Avigdor Lieberman a ministro, un potenziale piromane posto a capo dei servizi statali responsabili di spegnere gli incendi. Questi sono anche, in parte, i motivi per cui, in tempi brevissimi, Israele è precipitato nell'insensibilità, nella crudeltà, nell'indifferenza verso i deboli, verso i poveri, verso chi soffre, verso chi ha fame, verso i vecchi, i malati, gli invalidi, il commercio di donne, lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù in cui vivono i lavoratori stranieri e verso il razzismo radicato, istituzionale, nei confronti della minoranza araba. Quando tutto questo accade con totale naturalezza, senza suscitare scandali né proteste, io comincio a pensare che anche se la pace giungerà domani, anche se un giorno torneremo a una situazione di normalità, abbiamo forse già perso l'opportunità di guarire. La tragedia che ha colpito me e la mia famiglia non mi concede privilegi nel dibattito politico ma ho l'impressione che il dover affrontare la morte e la perdita di una persona cara comporti anche una certa lucidità e chiarezza di vedute, per lo meno per quanto riguarda la distinzione tra ciò che è importante e ciò che è secondario, tra ciò che è possibile ottenere e ciò che è impossibile. Tra la realtà e il miraggio. Ogni persona di buon senso in Israele - e aggiungo, anche in Palestina - sa esattamente quale sarà, a grandi linee, la soluzione del conflitto tra i due popoli. Ogni persona di buon senso è anche consapevole in cuor suo della differenza tra sogno e aspirazione e ciò che è possibile ottenere alla fine di un negoziato. Chi non lo sa, arabo o ebreo che sia, non è già più un possibile interlocutore, è prigioniero di un fanatismo ermetico e non è quindi un possibile partner. Consideriamo un attimo il nostro partner. I palestinesi hanno scelto come loro guida Hamas che rifiuta di negoziare con noi e di riconoscerci. Cosa si può fare in una situazione simile? Cos'altro ci rimane da fare? Continuare a soffocarli? A uccidere centinaia di palestinesi a Gaza, per la maggior parte semplici cittadini come noi? Si rivolga ai palestinesi, Signor Olmert. Si rivolga a loro al di sopra delle teste di Hamas. Si appelli ai moderati, a chi si oppone, come lei e me, a Hamas e alla sua strada. Si appelli al popolo palestinese. Non si ritragga dinanzi alla sua ferita profonda, riconosca la sua continua sofferenza. Lei non perderà nulla, e neppure Israele, in un futuro negoziato. Solo i cuori si apriranno un poco gli uni agli altri, e questa apertura racchiuderà in sé una forza enorme. In una simile situazione di immobilità e di ostilità la semplice compassione umana possiede la forza di una cataclisma naturale. Per una volta tanto guardi i palestinesi non attraverso il mirino di un fucile o da dietro le sbarre chiuse di un check point. Vedrà un popolo martoriato non meno di noi. Un popolo conquistato, oppresso e senza speranza. è ovvio che anche i palestinesi sono colpevoli del vicolo cieco in cui ci troviamo. è ovvio che anche loro sono ampiamente responsabili del fallimento del processo di pace. Ma li guardi un momento con occhi diversi. Non solo gli estremisti fra loro. Non solo chi ha stretto un patto di interesse con i nostri estremisti. Guardi la maggior parte di questo povero popolo il cui destino è legato al nostro, che lo si voglia o no. Si rivolga ai palestinesi, signor Olmert, non continui a cercare ragioni per non dialogare con loro. Ha rinunciato all'idea di un nuovo ritiro unilaterale, e ha fatto bene. Ma non lasci un vuoto che verrebbe immediatamente colmato dalla violenza e dalla distruzione. Intavoli un dialogo. Avanzi una proposta che i moderati (e fra loro sono più di quanto i media ci mostrino) non possano rifiutare. Lo faccia, in modo che i palestinesi possano decidere se accettarla o se rimanere ostaggi dell'Islam fanatico. Presenti loro il piano più coraggioso e serio che Israele è in grado di proporre. La proposta che agli occhi di ogni israeliano e palestinese sensato contenga il massimo delle concessioni, nostre e loro. Non stia a discutere di bazzecole. Non c'è tempo. Se tentennerà, fra poco avremo nostalgia del dilettantismo del terrorismo palestinese. Ci batteremo il capo urlando: come abbiamo potuto non fare ricorso a tutta la nostra elasticità di pensiero, a tutta la creatività israeliana, per strappare i nostri nemici dalla trappola in cui si sono lasciati cadere? Proprio come ci sono guerre combattute per mancanza di scelta, c'è anche una pace che si rincorre per "mancanza di scelta". Non abbiamo scelta, né noi né loro. E dobbiamo aspirare a questa pace forzosa con la stessa determinazione e creatività con cui partiamo per una guerra forzosa. Perché non c'è scelta e chi ritiene che ci sia, che il tempo giochi a nostro favore, non capisce i processi pericolosi in cui già ci troviamo. E più in generale, signor Primo Ministro, forse dovremmo rammentarle che se un qualsiasi leader arabo invia segnali di pace - anche impercettibili e titubanti - lei ha il dovere morale di rispondere. Ha il dovere di verificare immediatamente l'onestà e la serietà di quel leader. Deve farlo per coloro ai quali chiede di sacrificare la vita nel caso scoppi una nuova guerra. E quindi, se il presidente Assad dice che la Siria vuole la pace - per quanto lei non gli creda e tutti noi nutriamo sospetti nei suoi confronti - deve offrirgli di incontrarlo subito. Senza aspettare nemmeno un giorno. In fondo, non ha aspettato nemmeno un'ora a dare inizio all'ultima guerra. Si è lanciato nell'offensiva con tutte le sue forze. Con tutte le armi a disposizione e tutta la loro potenza distruttiva. Allora perché quando c'è un segnale di pace lei si affretta a respingerlo, a lasciarlo svanire? Cos'ha da perdere? Nutre forse dei sospetti nei confronti del presidente siriano? Allora gli presenti delle condizioni tali da rivelare la sua macchinazione. Gli proponga un processo di pace che duri qualche anno e alla fine del quale, se tutte le condizioni e le restrizioni verranno rispettate, gli verranno restituite le alture del Golan. Lo costringa al dialogo. Agisca in modo che nella coscienza del popolo siriano si delinei anche questa possibilità. Dia una mano ai moderati, che sicuramente esistono anche lassù. Cerchi di plasmare la realtà, non di esserne solo un collaborazionista. è stato eletto per questo. Esattamente per questo. E in conclusione. è ovvio che non tutto dipende da noi e ci sono forze grandi e potenti che agiscono in questa regione e nel mondo e alcune di loro - come l'Iran e come l'Islam radicale - non hanno buone intenzioni nei nostri confronti. Eppure molto dipende da come agiremo noi, da ciò che saremo. Attualmente non esiste grande disparità tra la sinistra e la destra. La stragrande maggioranza degli israeliani capisce ormai - per quanto alcuni senza troppo entusiasmo - quale sarà a grandi linee la soluzione del conflitto: questa terra verrà divisa, sorgerà uno stato palestinese. Perché, quindi, continuare a sfibrarci in una querelle intestina che dura da quasi quarant' anni?! Perché la dirigenza politica continua a rispecchiare le posizioni dei radicali e non quelle della maggior parte degli elettori? Dopo tutto la nostra situazione sarebbe migliore se raggiungessimo un'intesa nazionale prima che le circostanze - pressioni esterne, una nuova Intifada o una nuova guerra - ci costringano a farlo. Se lo faremo risparmieremo anni di versamenti di sangue e di spreco di vite umane. Anni di terribili errori. Mi appello a tutti, ai reduci dalla guerra che sanno che dovranno pagare il prezzo del prossimo scontro armato, ai sostenitori della destra, della sinistra, ai religiosi e ai laici: fermatevi un momento, guardate l'orlo del baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato. Domandatevi se non sia arrivata l'ora di riscuoterci dalla paralisi, di fare una distinzione tra ciò che è possibile ottenere e ciò che non lo è, di esigere da noi stessi, finalmente, la vita che meritiamo di vivere. (Traduzione di Alessandra Shomroni)
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
mercoledì 8 novembre 2006
repubblica.it 8.11.06
Ogni quattro minuti si sfascia una coppia, in dieci anni incremento del 59%
In netto calo le unioni con rito religioso, resiste solo il Meridione
Matrimoni in crisi profonda: ci si sposa meno e si divorzia di più
La nuova fotografia delle famiglie italiane nel rapporto dell'Eures
ROMA - Sempre meno matrimoni e un divorzio ogni quattro minuti. E' quanto risulta dal rapporto Eures "Finché vita non ci separi...Caratteristiche ed evoluzione dei matrimoni in Italia". In Italia, stabilisce la ricerca, negli ultimi trent'anni i matrimoni sono diminuiti del 32,4 per cento, passando dai 373.784 del 1975 (con un indice pari al 6,7 per mille abitanti) ai 250.974 del 2005 (con un indice del 4,3).
Più matrimoni al Sud. La Campania presenta l'indice di nuzialità più alto (5,3 ogni mille abitanti); ma è il Lazio l'unica regione d'Italia in cui il numero dei matrimoni abbia fatto segnare un incremento rispetto al 1995 (da 4,7 a 5,1), anche per effetto del "turismo matrimoniale": le coppie arrivano da mezzo mondo nella città eterna per convolare a nozze. Al Nord ci si sposa meno della media nazionale, con un picco negativo in Emilia-Romagna (3,5 matrimoni ogni mille abitanti). Napoli è la città in cui ci si sposa di più (17.881 matrimoni nel 2005, pari a 5,8 ogni mille abitanti). L'età media del matrimonio, negli ultimi tre decenni, è salita di 7 anni tra gli uomini e di oltre 5 per le donne. Nel 2006 lo sposo aveva in media 33,7 anni, la sposa 30,6.
Rito religioso in declino. In calo il matrimonio in chiesa, che nel 1975 veniva scelto dal 91,6 delle coppie, contro il 67,6 del 2005. Fa eccezione il Sud, dove otto coppie su dieci ancora vogliono andare all'altare. L'incidenza più bassa delle nozze religiose si registra in Friuli (48,5 per cento). Prudentemente, si preferisce in ogni caso optare per la separazione dei beni, scelta dal 54,3 per cento delle coppie italiane; e la percentuale sale ancora al nord (61,7%). C'è poi anche chi ci riprova: il 7,7 degli sposi e il 6,6 delle spose sono alla seconda esperienza matrimoniale, con un'età media di 45 anni. Ed è pari al 10,5 per cento l'incidenza dei matrimoni con almeno un coniuge non italiano: nella maggior parte dei casi (58,1%) l'italiano è lo sposo, mentre lei è straniera.
Divorzi a ritmo frenetico. Ma quello che salta agli occhi è il dato delle separazioni e dei divorzi, saliti rispettivamente a +59% e +66% per cento negli ultimi dieci anni. E' il Sud a registrare l'incremento più consistente, sia delle separazioni (+84,7 per cento, contro il 46,3 del Nord) sia dei divorzi (+74,7 per cento, contro il +61,3 del Nord). Complessivamente, nel 2004 si contano oltre 128 mila separazioni e divorzi (rispettivamente 83.179 e 45.097), pari a 352 sentenze al giorno: come dire che ogni quattro minuti, in Italia, si spegne un sogno d'amore sancito con le nozze.
Il record in Liguria. A livello regionale, i valori più elevati si registrano in Liguria, con 91,2 separazioni e divorzi ogni cento matrimoni); i legami più solidi sono in Calabria, dove per cento matrimoni si registrano "solo" 24 tra divorzi e separazioni. Più "resistenti" si rivelano i matrimoni religiosi (5,6 divorzi ogni cento matrimoni in chiesa, nel 1975, contro 13,1 divorzi tra chi si era sposato civilmente).
In crisi già dopo tre anni. Il picco delle separazioni si registra fra il terzo e il quinto anno di matrimonio (come dire che alla classica crisi del settimo anno non si fa nemmeno in tempo ad arrivare). E non ci si lascia più per colpa, ma per intolleranza reciproca, e consensualmente: la stragrande maggioranza dei divorzi è concessa a seguito di domanda congiunta dei coniugi, con valori che passano dal 69,4 per cento del 1995 al 78,2 del 2005.
Cambia la famiglia. Dall'aumento delle separazioni scaturisce l'incremento delle famiglie monogenitoriali e dei figli affidati: secondo i dati Istat, il numero dei minori affidati dopo una separazione è pari nel 2004 a 64.292. In oltre la metà delle separazioni (52,9 per cento) è presente almeno un figlio minore; nell'80 per cento dei casi, è la madre che ottiene l'affidamento, mentre si rileva una crescita costante degli affidamenti congiunti, che arrivano nel 2004 al 12,7 dei casi di separazione e al 10% dei divorzi.
l'Unità 11.9.06
SINISTRA EUROPEA
Tortorella: lavoro, libertà, uguaglianza
Un documento per tre associazioni
UNITÀ A SINISTRA. È l’obiettivo di un documento presentato ieri da Aldo Tortorella, presidente dell’associazione per il “Rinnovamento della sinistra” (Chiarante, Mele) e scritto insieme alle associazioni “Uniti a Sinistra” (Folena, Falomi, Rinaldini, Maura Cossutta) e “Rosso Verde”(Pagliarulo, D’Amato). Il documento - lungo 14 pagine e diviso in 16 capitoli - raccoglie 56 tesi che riguardano soprattutto il mondo del lavoro, ma in relazione alle questioni ambientali e al pensiero dela differenza. E verrà presentato ufficialmente a Roma il 10 dicembre in un'iniziativa spiega Pietro Folena «a cui saranno invitate tutte le forze che lavorano per un'unita a sinistra» in prima fila ovviamente Rifondazione e Sinistra Ds.
Nel testo si sottolinea come «una nuova sinistra in Europa deve porsi l'obiettivo di superare le tradizioni delle famiglie del socialismo europeo e la storica divisione tra comunisti e social democratici, tra antagonisti e riformisti».
Per le tre associazioni - la necessità di un soggetto che si faccia promotore di un'unità a sinistra nasce dall'esigenza di invertire «la tendenza di numerosi partiti socialdemocratici di orientarsi verso il centro dello schieramento». E Tortorella spiega: «Una nuova sinistra non può non avere come referente il mondo del lavoro. Si deve creare l'esigenza di un nuovo modello di socialismo fondato sulle libertà ed impegnato sui problemi dei lavoratori». Certo, «il nuovo soggetto della sinistra italiana non può essere la mera sommatoria delle organizzazioni politiche attualmente esistenti a sinistra» anche se «non può certo prescindere da esse, dalla loro evoluzione, in particolare dalla novità politica costituità dal progetto della formazione della “Sinistra europea” promosso da Rifondazione e dall'opposizione della sinistra Ds rispetto alla formazione del Partito Democratico».
Il documento però spiegano gli stessi promotori non è in collisione con il nuovo soggetto promosso da Rifondazione che, sottolinea Folena «ha avuto la generosità di entrarci come “parte” di un soggetto più grande».
l'Unità 8.11.06
Il «j’accuse» del Csm: ci avete deluso
I togati «processano» il Guardasigilli: «Credevamo in una nuova stagione»
Il più duro è stato forse proprio il componente di Magistratura Democratica Livio Pepino: «Abbiamo atteso segnali che per la giustizia cominciasse davvero una nuova stagione, non solo nel clima ma nei contenuti. Attesa in gran parte insoddisfatta. Non vediamo un progetto per la giustizia: navigando a vista non si esce dalla crisi». Il primo incontro tra il Guardasigilli e il rinnovato organo di autogoverno delle toghe non è stato certo tra i più leggeri. Accuse pesantissime, i consiglieri non hanno risparmiato polemiche: hanno attaccato Mastella dicendo che manca un progetto, che sulla Giustizia il Parlamento non c’è. E Mastella ha cercato di difendersi: «Io mi applico per fare il meglio possibile, gioco il mio ruolo. Ma io sono un umile operaio della Costituzione...».«Siamo consapevoli del suo impegno per il dialogo - ha esordito Pepino a nome di Md - ma prevale un senso di delusione e preoccupazione». A denunciare la «mancanza di un programma e di una visione globale» è stato anche il laico di centro-destra Anedda. Nessuno ignora i problemi di bilancio dello Stato, ha fatto eco Ciro Riviezzo per il Movimento per la giustizia, ma «pare che la giustizia non sia una priorità per il governo». Un «grido d'allarme» per la «preoccupante inerzia del Parlamento» di fronte ad una «situazione di evidente crisi» è venuto anche dal laico dei Ds Vincenzo Siniscalchi, fino alla passata legislatura deputato. Mentre il togato di Magistratura indipendente Antonio Patrono ha denunciato il «pessimo segnale» dei tagli agli stipendi dei magistrati e le «ricadute» dell'indulto: «Approvare l'indulto senza l'amnistia per i Tribunali - ha spiegato - equivale a riempire di costoso carburante una macchina per poi farle fare 1.000 volte lo stesso giro dell'isolato». Una situazione che «peggiora il contrasto all'illegalità». Nessuna «impertinenza», ha commentato Mastella dopo aver ascoltato i consiglieri. «Io non so come passerò alla cronaca, spero come colui che ha tentato di modificare un clima». E poi ha aggiunto: «Riforme di ampio respiro sono difficilmente realizzabili. Meglio seguire la strada della riorganizzazione del sistema».
l'Unità 8.11.06
Domande di sinistra (al Partito democratico)
di Gloria Buffo
Non è convincente la descrizione fatta dai giornali sugli affanni del governo Prodi: si tratterebbe, secondo gli opinionisti della grande stampa, di un malessere legato essenzialmente al peso eccessivo della sinistra radicale che condizionerebbe Prodi a discapito dell’agenda suggerita dai «riformisti» di Ds e Margherita. Questi ultimi, in procinto di varare con lo stesso Prodi il Partito Democratico, tentano di corregge la rotta, ricuciono con la Confindustria e i commercianti ma insomma…finché non si alza l’età pensionabile, non si riducono le spese sociali e non si liberalizzano i servizi pubblici locali, il governo Prodi non può che soffrire e tirare a campare: questo scrivono i giornali che contano.
Se non si comprende che questa fotografia del centrosinistra è truccata, non si afferra il vero bandolo della matassa. Sappiamo tutti che quella secondo cui gli impacci della coalizione nascono dalle posizioni della sua parte sinistra è una tesi interessata perché viene da chi altro non brama che un governo composto dai moderati dei due poli, benedetto dalla Confindustria (e magari ben visto da Ruini). Quello che resta in ombra invece è che, se questa tesi è interessata, l’analisi che la precede è fasulla.
In poche parole, non è vero che le difficoltà nascono dal fatto che le richieste dei riformisti sono trascurate nell’agire del governo. La verità, io credo, è un’altra: sono le riforme invocate da Fassino e Rutelli ad essere «deboli», ovvero non in grado di trascinare una coalizione per non dire un intero paese. E questo non solo perché, quando si parla di pensioni, si evocano cambiamenti piuttosto impopolari presso i diretti interessati; ma perché non si prevede quello scambio virtuoso che può far accettare a qualcuno una rinuncia in cambio di un vantaggio per la collettività e i giovani in particolare. Una volta avremmo detto che queste riforme non hanno «qualità trasformatrice».
Veniamo al merito delle posizioni: la richiesta e la promessa di mettere mano nei prossimi mesi a pensioni e pubblico impiego, oltre al federalismo fiscale, è il leit-motiv degli interventi di Fassino e sembrano condivise da Rutelli. Perché risulta così facile dire di no a questa agenda? E perché i militanti dei Ds, della Margherita o i cittadini dell’Ulivo non sono nei mercati e nelle piazze a spiegare quanto decisive sarebbero tali riforme per cambiare il volto dell’Italia? Io penso che la risposta sia semplice e spieghi perché la coalizione non sia affatto trascinata dal miraggio di questi traguardi mentre lo è stata quando Bersani annunciò di voler liberalizzare licenze e aprire fortini ormai ingiustificabili: il fatto è che non corrisponde al vero che l’età pensionabile sia la ragione che mette in pericolo il diritto alla previdenza dei più giovani; non sta qui lo «scambio» tra generazioni che può parlare all’Italia.
Non è che non si debbano fare le riforme e che tutta l’architettura sociale debba restare immobile: al contrario, il centrosinistra lascerà un segno solo se modificherà la piramide sociale non solo con la redistribuzione per via fiscale, che pure è necessaria, ma con un catalogo modificato dei diritti e dei poteri, e ,sopra ogni cosa, con l’impegno strenuo di tutte le forze per creare il «lavoro buono». Come si fa a non vedere che il problema dei problemi per tutti e in particolare per i più giovani, e per le famiglie che patiscono le difficoltà di figli e nipoti, sta nella precarietà lavorativa? Perché allora i «riformisti» non propongono un patto sociale e produttivo nuovo che si fondi sul lavoro di qualità, stabile, corredato di diritti adeguati? Da qui e solo da qui può discendere uno scambio ragionevole sull’età pensionabile (per alcuni, non per la grande maggioranza, e in modo volontario). Perché la realtà è una e una sola: chi è giovane rischia di non avere alcuna pensione perché non ha un lavoro stabile e non perché quelli più anziani sono cattivi ed egoisti (tra l’altro molti di questi anziani non raggiungono nemmeno una pensione dignitosa).
Qui però i nodi vengono al pettine: i fautori del Partito Democratico non perdono occasione per ricordare che la legge 30 non è tutta da buttare, che la flessibilità è indispensabile, che ci vogliono gli ammortizzatori sociali altrimenti occorrerebbe introdurre qualche rigidità nel mercato del lavoro... come si vede siamo molto lontani da un impianto che faccia del contrasto alla precarietà e del «lavoro buono» il cuore di una strategia riformatrice. Nel mio piccolo ho sperimentato nel gruppo dell’Ulivo alla Camera che gli emendamenti alla finanziaria tesi ad invertire nettamente la direzione intrapresa con la legge 30 non vengono assunti dal gruppo. Se viene proposto che l’aumento dei contributi per i co.co.pro. si accompagni per legge a un meccanismo che impedisca di scaricare impropriamente tale aumento sui lavoratori, il gruppo non è d’accordo mentre grande passione mette nel farsi carico e rappresentare le preoccupazioni delle imprese, degli artigiani, dei commercianti…a volte anche a torto.
Molti parlamentari della sinistra Ds hanno presentato emendamenti sul lavoro, compreso quello sul diritto, per l’immigrato che denuncia chi lo tiene a lavorare in nero, a essere regolarizzato restando in Italia: perché l’Ulivo, futuro Pd, non è d’accordo? Abbiamo vinto nel gruppo sulla proposta di riformare l’autolincenziamento in modo da impedire il ricatto del datore di lavoro che assume una donna facendole firmare in anticipo una lettera per licenziarsi se resta incinta. Ci siamo impuntati perché non si sostenesse l’aumento del finanziamento alle scuole private e per bloccare i tagli alla scuola e all’università. Abbiamo riproposto i reddito minimo di inserimento ed il prestito d’onore. Ci siamo battuti perché sia fermato l’aumento delle spese militari... e via dicendo.
Ripresenteremo questi emendamenti in aula ma la piccola verità che si trae da questa discussione nel gruppo unico dell’Ulivo è evidente: nel Partito Democratico chi ha queste idee sulle riforme sociali (e quindi sulla politica economica), sui i diritti e sulle libertà, può certo fare una battaglia, alzare una bandiera ma alla fine il cuore di questo nascente soggetto batte già da un’altra parte. A ben vedere il congresso de Ds sarà anche su questo: vogliamo un partito che intende difendere più i commercianti che non i giovani precari? Perché l’immigrato che denuncia chi lo costringe al lavoro nero non viene aiutato ad uscire dalla sua doppia condizione di clandestino? Perché la lotta alla precarietà si fa, molto parzialmente, con il cuneo fiscale ovvero con risorse pubbliche, e così poco si chiede alle imprese? In fondo si tratta del nocciolo di una politica di cambiamento.
Repubblica 8.11.06
Amato: "Per l'indulto ho sofferto"
"Serve certezza della pena". Mastella: "Difficile anche per me"
Il Guardasigilli: però non bisogna farsi influenzare dall´emotività com´è accaduto a Napoli
Il ministro dell'Interno: troppi delinquenti scarcerati, questo provoca sfiducia in cittadini e forze dell'ordine
di Liana Milella
ROMA - È solo una coincidenza, ma amplifica l´ennesima giornata di critiche contro l´indulto. Alle 15 e 45 il ministro della Giustizia Clemente Mastella sta seduto intorno al tavolo del Csm e parla dello sconto di pena. Lo difende «perché era necessario». Lo "protegge" da chi lo considera la causa prima della recrudescenza criminale di Napoli. Insiste sui dati, quelli degli omicidi, che nella città campana non sono mai stati così bassi come quest´anno. Mastella è solo contro il Csm che, appena poche ore prima, ha approvato un documento che fotografa gli effetti devastanti dell´indulto sui processi: il 90% si svolgerà inutilmente perché le pene saranno coperte e cancellate dall´indulto.
Sarà un caso, ma proprio alle 15 e 45 le agenzie battono l´anticipazione di un´intervista del ministro dell´Interno Giuliano Amato a Polizia moderna, il mensile del Dipartimento della pubblica sicurezza. Parole choc quelle di Amato. Che rivela: «Sull´indulto ho dovuto prendere atto della volontà del Parlamento, ma non senza sofferenza». E ancora: «È chiaro che un provvedimento del genere crea problemi a chi fa il nostro lavoro. Ma ce n´è uno più generale che va affrontato: quello della certezza della pena. Troppi delinquenti arrestati vengono scarcerati per mille motivi. E questo provoca sfiducia nei cittadini e nelle forze dell´ordine».
Non è certo la prima volta che un ministro dell´Interno si contrappone a quello della Giustizia e alla magistratura. Il primo deve garantire gli arresti e la sicurezza, il secondo la celerità del processo e l´effettività della pena, le toghe debbono darsi da fare perché i criminali vengano condannati in tempo. In un sistema già malato gli effetti dell´indulto dovevano e potevano essere previsti. Tant´è che Mastella, già all´inizio di settembre, era pronto a varare un decreto legge per ordinare ai magistrati di fare subito i processi con pene non coperte da indulto. Oggi il Guardasigilli non scarica Amato ma tiene ferma la barra sull´indulto: «Anch´io ho partorito con sofferenza lo sconto di pena, ma era una sofferenza necessaria. Con Amato ho parlato anche ieri, siamo d´accordo sul fatto che ci sono tante cose da modificare, bisogna soprattutto, e in fretta, cambiare la Cirielli e il meccanismo della prescrizione, perché c´è troppa gente in attesa di un giudizio che non arriva».
Ma niente, nell´analisi di Mastella, lascia intendere il minimo dubbio, una marcia indietro, un ripensamento sull´indulto. Anzi, si accalora nel difenderlo: «Non bisogna farsi influenzare da fatti emotivi, com´è accaduto per Napoli. Per quelle emergenze prima era tutta colpa dei clandestini, poi della Gozzini, adesso dell´indulto. Ma prima c´erano cento morti all´anno e adesso gli omicidi sono calati. L´anno scorso c´era la faida di Secondigliano e l´indulto non c´era». Tuttavia non vale neppure l´assunto che solo Mastella ha voluto lo sconto di pena: «Quella legge non è una mia proprietà privata, un mio magazzino personale, io sono solo uno degli 800 parlamentari che lo ha votato». E alle toghe che, in un excursus storico, ricordano come per 17 volte nella Prima Repubblica siano sempre stati approvati assieme indulto e amnistia, Mastella replica: «L´indulto è frutto di un´iniziativa parlamentare, magari anche l´amnistia potrebbe essere votata da 800 tra deputati e senatori».
Ma da qui a farsi sponsor dell´amnistia ce ne corre. Anzi il Guardasigilli lo dice a brutto muso al Csm: «Non ritengo di assumere una simile iniziativa con il rischio di restare isolato personalmente e politicamente com´è avvenuto con l´indulto». E alle toghe che denunciano l´inutilità di lavorare per processi destinati alla spugna dell´indulto Mastella risponde: «Sarò l´ambasciatore in Parlamento delle vostre segnalazioni, mi farò carico delle vostre ragioni, ma l´indulto non è mai stato una legge proposta direttamente dal governo». E mai lo sarà l´amnistia.
Repubblica 8.11.06
Il sindaco di Roma a un giornale cattolico
Veltroni e la religione "La mia ricerca di Dio"
ROMA - Walter Veltroni non si definisce un credente, continua a dire che «crede di non credere». Ma dice che non ha mai perso «il gusto della ricerca di una dimensione ampia, profonda, alta. Quel che posso dire - spiega il sindaco di Roma - è che questo gusto, questo desiderio di ricerca, non è diminuito col passare del tempo, al contrario». Il primo cittadino romano ha consegnato le sue riflessioni sul rapporto con Dio e la religione ad un´intervista pubblicata dall´Eco di San Gabriele, il mensile dei padri passionisti abruzzesi. Un tema che la direzione del giornale richiama sulla copertina del mensile con il titolo "Il desiderio del sindaco di Roma Walter Veltroni: in cerca di Dio".
Veltroni spiega che dietro il suo «desiderio di ricerca» c´è «un´influenza importante» da parte di missionari, suore, sacerdoti conosciuti in Africa. Uomini e donne che definisce «angeli caduti in terra». Così come non dimentica «la luce negli occhi» di Giovanni Paolo II. «Insomma, - spiega il sindaco di Roma - verso chi ha avuto un dono così profondo come quello della fede, e sa a volte regalare così tanto agli altri, provo un´ammirazione grandissima». E alla fine ammette anche, seppur in forma dubitativa: «Il mio insistere molto, anche nella mia attività di sindaco, suo tutto ciò che riesce a rendere concrete le parole solidarietà, altruismo, probabilmente non è estraneo a questa mia ricerca».
Veltroni parla anche del suo rapporto con la famiglia. «Cerco di essere molto attento, sia come padre che come marito», dice. Spiega di perseguire «una qualità nel rapporto» con la sua famiglia. E come tutti i padri orgogliosi afferma che «i risultati si vedono: le mie due figlie, ormai grandi, sono ragazze eccezionali che mi sono sempre molto vicine». E infine non lesina complimenti alla moglie Flavia: «Non ha mai smesso di starmi vicino, nemmeno nei momenti più difficili».
il manifesto 8.11.06
Un indulto e troppi pentiti
di Giuseppe Di Lello
Sarà una coincidenza, ma le pulsioni forcaiole, frenate per breve tempo dal voto quasi unanime delle camere sull'indulto, stanno riemergendo in questi giorni proprio in concomitanza con la condanna a morte di Saddam Hussein. Così in un paese sconvolto da decenni di stragi, di omicidi quotidiani, di estorsioni e di rapine consumate da mafie e gang criminali sparse un po' dappertutto, parlo dell'Italia, si scopre che questa tragedia permanente e strutturale sarebbe da addebitare all'indulto.
Lo danno ad intendere il ministro dell'interno Giuliano Amato e quello della giustizia Clemente Mastella quando annunciano, pur con accenti diversi, di avere in qualche modo subìto la scelta del parlamento per l'indulto. E c'è da temere che anche buona parte dei parlamentari che lo hanno votato, cioè più dei due terzi del parlamento, a questo punto si siano pentiti. Persino lo sfascio storico della giustizia, con una magistratura che si dibatte impigliata nella durata biblica dei processi e nel suo arretrato - che solo la mannaia della prescrizione rende meno astronomico - persino questo disastro sembra ora dovuto all'indulto. Almeno a detta del Consiglio superiore della magistratura.
Romano Prodi a Napoli ha spiegato bene che non c'è relazione tra l'indulto e le ultime, drammatiche notizie di cronaca. Ma per quanto riguarda i processi e quello che ha denunciato il Csm alcuni di noi avevano avvertito per tempo che accanto all'indulto bisognava approvare anche un provvedimento di amnistia. E' persino ovvio ed è sempre stato così: le due leggi marciano insieme, il Csm dovrebbe saperlo. L'amnistia è ancora la cosa da fare. Non per questo bisogna prendersela con l'indulto.
Pensiamo a cosa sarebbe successo se l'estate scorsa non avessimo approvato la legge di indulto. Il numero sempre enorme dei morti ammazzati e delle rapine si sarebbe mantenuto stabile. E a quello si sarebbe aggiunta l'esplosione delle carceri. Magari Amato e Mastella si sarebbero lamentati per il mancato indulto. E all'assenza di un provvedimento di clemenza avrebbero imputato il disordine crescente nel paese. Ai due ministri si sarebbe probabilmente aggiunto il Csm, che avrebbe spiegato la crisi della giustizia con il mancato indulto. Paradossalmente avrebbe avuto un argomento in più.
La verità è che l'indulto ha lenito solo in una piccola parte il disaggio sociale. Mentre la società ha accolto i detenuti liberati come sempre: con nuova esclusione e nuova emarginazione. Pronta a risolvere i problemi con la consueta ricetta: nuove incarcerazioni.
Cosa c'entra la condanna di Saddam Hussein con tutto ciò? Per il rais iracheno, stando ai commenti di casa nostra, la condanna a morte è stata un'esagerazione. Mentre è ben tollerabile l'illegalità complessiva del processo, affidato a una corte formata ad hoc e sostituita quando non obbediva al padrone americano. Una pratica che va contro duemila anni di civiltà giuridica. E così anche con l'indulto. Abbiamo esagerato con il buonismo. Ma ora, con calma, li rimettiamo tutti dentro. E così avremo la pace sociale. Ci credete voi?
Repubblica 8.11.06
L'eutanasia silenziosa e i dati che ho citato
di Luigi Manconi
Sottosegretario alla Giustizia
In un puntuale articolo di Caterina Pasolini, sulla Repubblica di ieri, si legge che il professor Adriano Pessina avrebbe smentito alcuni dati da me citati. Riepilogo: nel corso di una trasmissione televisiva ho riportato quanto qualunque italiano adulto sa: ovvero che in ospedali e cliniche italiane, su richiesta dei pazienti, può accadere che siano praticate, clandestinamente, forme di interruzione delle cure e di eutanasia. Ho aggiunto, poi, che riconoscere l'esistenza di una "eutanasia silenziosa" non significa necessariamente volerla legalizzare. E ho citato i dati di tre ricerche italiane ed europee: e, tra esse, quella coordinata dal professor Adriano Pessina. Esattamente quanto si può leggere a pagina 1906 di Intensive Care Med (2003), in un saggio a firma di Alberto Giannini, Enrico Maria Tacchi e, appunto, Adriano Pessina, dove si legge che il 3,6% degli intervistati "ha ammesso di aver talvolta somministrato deliberatamente dosi letali di farmaci. Tale comportamento viene considerato eticamente accettabile dal 15,8%". Ora, se si vuole sostenere che "somministrare dosi letali di farmaci" non è eutanasia, ma corrisponde semplicemente alla sospensione dell'accanimento terapeutico, siamo in presenza di un uso, come dire?, disinvolto delle parole (e dei fatti).
Repubblica 8.11.06
CHE COSA RESTA DEL PROGRESSO
Anticipazioni / Un saggio di Massimo L. Salvadori sulla crisi di una delle idee forti fra Otto e Novecento
di MASSIMO L. SALVADORI
Esce oggi L'idea di progresso di (Donzelli, pagg. 152, euro 13). Anticipiamo qui parte dell´introduzione.
Il mondo muta con ritmi senza precedenti Eppure vacilla la fiducia nel futuro
Ne risulta un senso di precarietà. Lo sviluppo di scienza e tecnica apre un cammino insicuro
Ora che ci siamo inoltrati nel XXI secolo ci troviamo a dover fare i conti con un grande paradosso, vale a dire che - mentre viviamo in un mondo il quale muta con ritmi che non hanno precedenti, conosce trionfi sempre maggiori delle scienze e delle tecniche, vede cadere ogni giorno vecchi confini e moltiplicarsi in maniera grandiosa i mezzi atti ad assicurare lo sviluppo della società - la fiducia nel progresso complessivo dell´umanità appare come una fede tramontata, un´illusione d´altri tempi. Ne risulta un senso di precarietà che induce a considerare le continue e immense conquiste della scienza e della tecnica e lo sviluppo socio-economico alla stregua di porte oltre le quali si apre un cammino quanto mai insicuro. Tanto che cresce il numero di coloro i quali temono persino che la strada imboccata porti a un peggioramento senza ritorno delle condizioni dell´uomo. Costoro possono aver torto o ragione - ed è naturalmente da augurarsi che il loro sia solo un pessimismo eccessivo e infondato -; ma è certo che un simile atteggiamento costituisce in ogni caso un sintomo assai allarmante e molto significativo dell´indubbio e diffuso malessere contemporaneo.
L´idea del continuo progresso dell´umanità come solida possibilità o addirittura suo destino necessario è stata rovesciata. Essa appare relegata o a un auspicio di cui si è assai poco convinti oppure a un mito consumato d´altri tempi. Perché si operasse un tale rovesciamento, perché si passasse dalla fiducia nel progresso, inteso come sintesi del miglioramento delle condizioni spirituali e morali e di quelle materiali, a un atteggiamento opposto occorreva che quella fiducia - trasformatasi durante un iter che appariva trionfale da ideale regolativo delle azioni umane qual era nel Settecento in vera e propria fede nell´Ottocento - subisse colpi devastanti ad opera dell´evoluzione sia spirituale sia materiale dell´uomo; di più: che essa prima raggiungesse l´apice in quanto aspirazione e credenza dogmatica e dopo subisse duri colpi e drastiche smentite dal corso della storia.
Osservando lo sviluppo dell´idea di Progresso nel vecchio mondo che l´aveva partorita, possiamo dire che questa acquistò nel XIX secolo il carattere e la consistenza di un credo religioso il quale, penetrato dapprima nelle élites laiche borghesi, si estese in seguito, per il tramite essenziale dei partiti socialisti, a grandi masse, fino ad essere portato al culmine dal comunismo novecentesco; e infine, attaccato e irriso dai teorici della politica di potenza, dai nazionalisti e imperialisti, dagli antidemocratici, dai razzisti, dalle correnti culturali antilluministiche, antipositivistiche, antisocialiste, andò incontro a uno scacco via via più profondo tra le due guerre mondiali in conseguenza dei macelli ineguagliati, dei crudeli regimi autoritari e totalitari, delle ideologie e delle pratiche del genocidio, del grave deterioramento dei sistemi rimasti democratici, dell´impiego massiccio delle scienze e delle tecniche poste al servizio delle violenze del potere. Uscito il mondo dall´incubo della seconda guerra mondiale - specchio di tutti i fallimenti dell´epoca precedente - ebbe inizio una fase fitta di contraddizioni stridenti. Per un verso si affermò nei paesi più sviluppati un lungo periodo di forte sviluppo economico, in Occidente la democrazia andò riprendendosi e consolidandosi, si assistette al crollo degli obsoleti imperi coloniali europei e alla nascita di una serie di nuovi Stati. Per l´altro si vide che l´imponente sviluppo economico, mentre era in grado di aumentare in maniera assai consistente i beni materiali complessivamente disponibili innalzando il tenore di vita di componenti significative delle classi lavoratrici, lasciava pur sempre ampi strati negli stessi paesi più ricchi in una situazione di precarietà e di emarginazione, e troppa parte del resto del mondo in preda al sottosviluppo e alla miseria; che le nuove superpotenze dominavano la terra divisa nel quadro di una guerra fredda posta all´ombra del terrore atomico; che il saccheggio indiscriminato delle risorse naturali - fatto di cui si prese una crescente coscienza solo negli ultimi decenni del secolo - aveva assunto il carattere di un attacco senza precedenti alle condizioni che consentono la riproduzione della vita. Sicché l´insieme di questi fattori induceva a concludere che l´evoluzione della società continuava a porsi per molti sostanziali aspetti in un drammatico contrasto con quello che era stato definito il Progresso concepito come combinazione di un miglioramento spirituale e materiale destinato a radicarsi prima nel mondo occidentale e poi ad estendersi da questo al resto del mondo dando vita a una koinè culturale, politica e sociale in grado di aprire le porte alla «rigenerazione universale». (...)
Certo, sia ben chiaro, la storia del Novecento - per attenerci ad essa - non è in alcun modo ascrivibile indiscriminatamente alla categoria del «negativo». A fronte del trend prevalente vi sono stati, come abbiamo già accennato, importanti progressi, quali in primo luogo: la caduta dei regimi totalitari, la fine degli imperi coloniali, il miglioramento delle condizioni di vita di vaste masse nei paesi più sviluppati, l´affermarsi e l´estendersi di nuovi diritti politici e sociali, la marcia delle donne verso la parità con gli uomini.
Sennonché, fatti i conti all´inizio del XXI secolo e valutati come meritano i passi avanti talvolta enormi compiuti in molteplici settori, resta il dato che nessun paese può guardare con tranquilla fiducia al proprio futuro e a quello degli altri. Lo impediscono problemi aperti i quali sollevano grandi interrogativi che - seguendo un elenco che ha il valore di un´enumerazione e non di un´indicazione gerarchica in base a criteri di importanza - potremmo così indicare.
Il primo riguarda la capacità di costituire organi in grado di governare questioni che si presentano con sempre maggiore urgenza a livello mondiale e che richiedono soluzioni che travalicano come mai avvenuto in passato i confini degli Stati esistenti. Il secondo attiene a un modello di sviluppo economico, che, mentre si intensifica e si estende vertiginosamente a immensi paesi quali la Cina e l´India, da un lato innalza lo standard di vita di popolazioni in precedenza escluse, ma dall´altro si fonda su uno sfruttamento via via più massiccio delle risorse che sconvolge l´ambiente al punto da far gravare sull´uomo la minaccia di «ritorsioni» da parte della natura dalle conseguenze che rischiano di risultare catastrofiche. Il terzo è legato ai processi determinati dalle ondate di emigrazione che inducono un numero crescente di poveri e miserabili privi di speranza nei loro paesi a dirigersi verso i paesi più ricchi in cerca di nuove opportunità, portando con sé le proprie diversità etniche, culturali e religiose, e anche creando problemi di integrazione nei contesti di approdo di assai complessa e difficile soluzione.
Il quarto concerne gli effetti del processo di globalizzazione economica relativi sia al forte indebolimento degli istituti del welfare, che nel mondo occidentale erano valsi a costituire un´efficace rete di protezione per gli strati più deboli, sia al diffondersi della precarietà dei rapporti di lavoro creata dall´ondata neoliberista impostasi nell´ultimo trentennio e sia al tipo di sviluppo che ha coinvolto ampie zone dell´America Latina e soprattutto dell´Asia. Uno sviluppo questo, che crea sì numerosi posti di lavoro per settori prima esclusi, ma al tempo stesso introduce condizioni di sfruttamento spesso inumano di grandi masse che ignorano che cosa siano e possano essere i diritti sociali e approfondisce gli squilibri territoriali interni. Il quinto ha a che fare con l´inesorabile tendenza alla crescente accumulazione di immense ricchezze nelle mani di ristrette oligarchie in un contesto che vede accentuarsi il divario tra le quote di reddito riservate agli strati più alti e a quelli medi e più bassi della gerarchia sociale. Il sesto è legato ad un processo di allargamento delle frontiere delle istituzioni democratiche nel mondo che però è intimamente eroso dall´indebolimento della capacità di queste stesse istituzioni di sottoporre ad un efficace, effettivo controllo il potere delle oligarchie economiche e politiche, le quali dispongono di mezzi enormi per influenzare gli strati subalterni a sostegno dei propri interessi. Il settimo è rappresentato dall´emergere degli integralismi religiosi, i quali sfidano le conquiste della concezione laica dello Stato, delle libertà politiche e civili, del pluralismo culturale alla luce di una visione teocratica del potere politico e dei rapporti sociali. L´ottavo è riconducibile all´idea che i più acuti contrasti di interesse e le grandi differenze culturali, politiche e sociali portino inevitabilmente alla contrapposizione e allo scontro di due mondi inconciliabili, quello del «bene» e quello del «male», tra i quali non si possono gettare ponti (di questa idea costituiscono testimonianze tanto il terrorismo islamico quanto l´ideologia delle forze neoconservatrici occidentali orientate a una lotta globale basata sulla forza contro gli «Stati canaglia» e la mappa variegata dell´universo delle «tenebre»).
Repubblica 8.11.06
Pd, la sinistra Ds critica Prodi
Il premier: no al Pse. Poi smentisce. Scelti i saggi del nuovo partito
di Umberto Rosso
Il Professore torna sul tema della collocazione europea della futura forza. Sircana: la sua posizione è nota
Franceschini al sindaco di Roma: hai ereditato l´autolesionismo della sinistra
ROMA - Il nervo è scoperto. Perché basta che Prodi, a margine del convegno del Pse a Berlino, sfiori il capitolo "casa europea" del Pd per scatenare scintille. Anzitutto fra il premier e la sinistra della Quercia. Il Professore parlando in mattinata con i cronisti dà l´impressione di prefigurare un "no" all´ingresso nel Pse, spiegando comunque che «non è assolutamente detto quale sarà il punto di arrivo». Insomma, lavori in corso, il Pd sulla scena europea «è un´opportunità non un problema». Magari è tutto un equivoco, come in serata precisa il portavoce Silvio Sircana, (il no del Professore - ricostruisce la sua nota - non era riferito all´ingresso nel Pse ma alla domanda se il tema fosse oggetto dei colloqui), ma fatto sta che per tutto il giorno le parole di Prodi "ballano" nei commenti politici e accendono uno scontro soprattutto in casa ds. Si leva la sinistra del partito con Cesare Salvi, che chiama in causa Fassino e D´Alema, «ma sono d´accordo con Prodi? Il loro è un silenzio-assenso?». Protesta il correntone, che è alla vigilia della convention della corrente, che con il vicepresidente della Camera Carlo Leoni denuncia «un diktat mortificante a mezzo stampa». E si agitano anche i "terzisti", la terza mozione di Angius, che bocciano come «grave e preoccupante» l´uscita di Prodi e chiedono anche loro a Fassino di chiarire subito. Peppino Caldarola, uno dei principali animatori del gruppo, confida di scorgere nell´affondo del Professore «la tentazione di sferrare il colpo del ko alla Quercia, sfruttando la fase di divisioni interne». Nel frattempo, all´opposto, esultano in casa Margherita dove, dopo il niet pronunciato il giorno prima in direzione da Francesco Rutelli, assaporano quel che sembra la definitiva conferma del Professore. «Apprezzo moltissimo la posizione di Prodi - commenta Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera - e del resto non avevo dubbi: è arrivato il momento di chiudere con le vecchie famiglie ideologiche». Una tempesta. Che, all´altro capo del mondo, in Cile, dove si trova giusto per una riunione dell´Internazionale socialista, anche Piero Fassino segue via via con maggiore allarme. A Luciano Vecchi, il responsabile esteri che si trova con il segretario, viene affidato il compito di diffondere una nota con l´interpretazione "autentica" del messaggio del premier a Berlino, «le sue parole confermano che tra l´Ulivo e il Pse si è aperto un dialogo proficuo, che andrà avanti nei prossimi mesi». Dunque "dialogo" è la parola chiave per i vertici della Quercia, che confermano il grande valore della tradizione socialista. E a Salvi rispondono per le rime: è lui che deve dar conto delle sue scelte sul terreno delle appartenenze internazionali. Perché, come gli contesta Marco Filippeschi, esponente della segreteria vicino a Fassino, se Salvi va con Rifondazione il «campo delle alleanze non è certo il Pse ma la sinistra radicale di Oskar Lafontaine». A sera, infine, la smentita di Sircana, «Prodi non ha detto no al Pse», ma tutta la vicenda lascia comunque il segno. Tanto che Anna Finocchiaro, il capogruppo dell´Ulivo al Senato, invita a dare un taglio al balletto delle dichiarazioni sul tema, «affermare oggi che il Pd in futuro entrerà o meno nel Pse equivale a rendere sempre più complicata la nascita del partito democratico stesso».
Un cammino che procede a strappi. Con Franceschini che polemizza con le riserve di Veltroni sul percorso imboccato, «nel centrosinistra abbiamo ereditato una malattia: si chiama autolesionismo». Il Professore intanto va avanti e annuncia la formazione ufficiale delle squadre per il manifesto, la rivista, la scuola di formazione. Alla carta dei valori lavoreranno in tredici, accanto ai tre relatori di Orvieto (Scoppola, Gualtieri, Vassallo) ci sarà un ampio ventaglio di personalità: dalla Cavani a Rita Borsellino, da Mattarella a Realacci, da Rognoni a Ruffolo, e ancora Salvati, Tonini, Violante. La scuola di formazione coordinata da Filippo Andreatta. La rivista dal professor Vittorio Bo (ne fanno parte fra gli altri Antonio Polito, Lucia Annunziata, Sandra Bonsanti, Gad Lerner). Ma a sinistra si apre un nuovo fronte anti-partitone. Guidato da un gruppo di parlamentari (Folena, Tortorella, Maura Cossutta, Pagliarulo) che punta a fare da cerniera fra Rifondazione e la sinistra ds.
Liberazione 8.11.06
Il documento presentato da Uniti a Sinistra, l’associazione Rossoverde e l’Ars di Aldo Tortorella
Ecco il manifesto di un «nuovo socialismo»
E’ un po’ riduttivo definirlo come un segnale del grande sommovimento di questi anni. Non è solo un segnale come gli altri, non fosse altro che per l’autorevolezza di alcuni dei protagonisti. Ma non è neanche un progetto compiuto, definito. Esattamente perché il loro obiettivo era ed è diverso. In pillole: «Vogliamo aprire uno spazio di discussione, di riflessione, che è a disposizione di chiunque abbia a cuore la ricostruzione della sinistra», per usare le parole di Aldo Tortorella, storico dirigente del Pci, oggi presidente dell’Ars (l’associazione per il rinnovamento della sinistra).
Di che si tratta? In due parole di questo: ieri, tenendo fede ad un impegno preso mesi fa ad Orvieto - sì, proprio in quel seminario dove l’associazione Uniti a sinistra e quella “rossoverde” decisero di entrare nel percorso costituente della Sinistra europea - è stato presentato un lungo documento, un po’ ambizioso, che definisce i tratti di un nuovo socialismo. Di un nuovo socialismo possibile. L’hanno elaborato appunto le tre associazioni: quella che fa capo a Pietro Folena, Uniti a sinistra, quella Rossoverde e quella di cui Tortorella è presidente e Piero Di Siena, senatore diessino, vice presidente.
Quattordici pagine, sedici capitoli, cinquantasei tesi descrivono un obiettivo che deve valere per tutti: «Una nuova sinistra in Europa deve porsi l’obiettivo di superare le tradizioni delle famiglie del socialismo europeo, la storica divisione fra comunisti e socialdemocratici, fra antagonisti e riformisti».
Come? Su questo, sia Tortorella che tanti altri hanno speso molte parole. Nessuna concessione alle nostalgie, nessuna concessione alle ideologie del secolo scorso. Quindi un socialismo «radicato nel principio di libertà», la cui identità sia nei valori della pace, della nonviolenza, della laicità, dell’alleanza con la scienza, la condivisione libera dei saperi, nell’ambientalismo, nel femminismo. Questi i tratti della nuova sinistra che disegnano le tre associazioni, unite alla «riacquistata centralità del lavoro».
Lavoro, lavori. E’ un po’ il tema forte del documento, il capitolo più ricco. Aldo Tortorella, o Tiziano Rinaldini, dirigente sindacale o Gianfranco Pagliarulo, rossoverde hanno raccontato di come oggi il lavoro «non abbia più alcun riconoscimento sul piano simbolico, politico, sociale».
Ripartire da qui, allora. Ripartire dal lavoro, dai lavori (e ha proposito, tutti, a cominciare da Folena, hanno sottolineato l’importanza, il valore della manifestazione di sabato dei duecentomila precari). Per andare dove? In questo caso il documento pone un tema, non offre soluzioni. Dice che «appaiono sempre più mature le condizioni per la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra». Che non metta assieme ciò che già c’è, magari i partiti esistenti ma che punti, scommetta sulla loro capacità di rinnovamento. E qui, lo dice esplicitamente il documento, non si parte da zero. In campo, scrivono proprio così, «c’è la novità costituita dal progetto di formazione della Sinistra europea promossa da Rifondazione comunista». Progetto - «generoso», l’ha definito ancora Folena - al quale molti dei partecipanti alla conferenza stampa di ieri hanno già aderito: da Alessio D'Amato, presidente dell'associazione RossoVerde a Falomi, a Tiziano Rinaldini, ecc. Progetto al quale comunque tutti i firmatari del documento guardano con interesse. Anche se non è il solo in campo: perché il documento cita fra i tentativi di ridisegnare una nuova sinistra anche «l’opposizione presente nei diesse, a cominciare dalle sue componenti di sinistra, rispetto alla formazione del partito democratico».
Percorsi diversi, strade diverse. Che magari s’incontreranno o forse no. O forse non subito. Che comunque dialogano, discutono, riflettono. Sulla sinistra di domani. Ma anche su che cosa fare oggi: «L’esperienza di governo delle forze dell’Unione deve essere sempre più rappresentativa degli interessi dei lavoratori, degli strati più profondi del popolo italiano e delle nuove generazioni sempre più lontano gli uni e le altre dalla politica e dalle istituzioni democratiche». Tutto dice insomma che c’è sempre più bisogno di sinistra.
Ogni quattro minuti si sfascia una coppia, in dieci anni incremento del 59%
In netto calo le unioni con rito religioso, resiste solo il Meridione
Matrimoni in crisi profonda: ci si sposa meno e si divorzia di più
La nuova fotografia delle famiglie italiane nel rapporto dell'Eures
ROMA - Sempre meno matrimoni e un divorzio ogni quattro minuti. E' quanto risulta dal rapporto Eures "Finché vita non ci separi...Caratteristiche ed evoluzione dei matrimoni in Italia". In Italia, stabilisce la ricerca, negli ultimi trent'anni i matrimoni sono diminuiti del 32,4 per cento, passando dai 373.784 del 1975 (con un indice pari al 6,7 per mille abitanti) ai 250.974 del 2005 (con un indice del 4,3).
Più matrimoni al Sud. La Campania presenta l'indice di nuzialità più alto (5,3 ogni mille abitanti); ma è il Lazio l'unica regione d'Italia in cui il numero dei matrimoni abbia fatto segnare un incremento rispetto al 1995 (da 4,7 a 5,1), anche per effetto del "turismo matrimoniale": le coppie arrivano da mezzo mondo nella città eterna per convolare a nozze. Al Nord ci si sposa meno della media nazionale, con un picco negativo in Emilia-Romagna (3,5 matrimoni ogni mille abitanti). Napoli è la città in cui ci si sposa di più (17.881 matrimoni nel 2005, pari a 5,8 ogni mille abitanti). L'età media del matrimonio, negli ultimi tre decenni, è salita di 7 anni tra gli uomini e di oltre 5 per le donne. Nel 2006 lo sposo aveva in media 33,7 anni, la sposa 30,6.
Rito religioso in declino. In calo il matrimonio in chiesa, che nel 1975 veniva scelto dal 91,6 delle coppie, contro il 67,6 del 2005. Fa eccezione il Sud, dove otto coppie su dieci ancora vogliono andare all'altare. L'incidenza più bassa delle nozze religiose si registra in Friuli (48,5 per cento). Prudentemente, si preferisce in ogni caso optare per la separazione dei beni, scelta dal 54,3 per cento delle coppie italiane; e la percentuale sale ancora al nord (61,7%). C'è poi anche chi ci riprova: il 7,7 degli sposi e il 6,6 delle spose sono alla seconda esperienza matrimoniale, con un'età media di 45 anni. Ed è pari al 10,5 per cento l'incidenza dei matrimoni con almeno un coniuge non italiano: nella maggior parte dei casi (58,1%) l'italiano è lo sposo, mentre lei è straniera.
Divorzi a ritmo frenetico. Ma quello che salta agli occhi è il dato delle separazioni e dei divorzi, saliti rispettivamente a +59% e +66% per cento negli ultimi dieci anni. E' il Sud a registrare l'incremento più consistente, sia delle separazioni (+84,7 per cento, contro il 46,3 del Nord) sia dei divorzi (+74,7 per cento, contro il +61,3 del Nord). Complessivamente, nel 2004 si contano oltre 128 mila separazioni e divorzi (rispettivamente 83.179 e 45.097), pari a 352 sentenze al giorno: come dire che ogni quattro minuti, in Italia, si spegne un sogno d'amore sancito con le nozze.
Il record in Liguria. A livello regionale, i valori più elevati si registrano in Liguria, con 91,2 separazioni e divorzi ogni cento matrimoni); i legami più solidi sono in Calabria, dove per cento matrimoni si registrano "solo" 24 tra divorzi e separazioni. Più "resistenti" si rivelano i matrimoni religiosi (5,6 divorzi ogni cento matrimoni in chiesa, nel 1975, contro 13,1 divorzi tra chi si era sposato civilmente).
In crisi già dopo tre anni. Il picco delle separazioni si registra fra il terzo e il quinto anno di matrimonio (come dire che alla classica crisi del settimo anno non si fa nemmeno in tempo ad arrivare). E non ci si lascia più per colpa, ma per intolleranza reciproca, e consensualmente: la stragrande maggioranza dei divorzi è concessa a seguito di domanda congiunta dei coniugi, con valori che passano dal 69,4 per cento del 1995 al 78,2 del 2005.
Cambia la famiglia. Dall'aumento delle separazioni scaturisce l'incremento delle famiglie monogenitoriali e dei figli affidati: secondo i dati Istat, il numero dei minori affidati dopo una separazione è pari nel 2004 a 64.292. In oltre la metà delle separazioni (52,9 per cento) è presente almeno un figlio minore; nell'80 per cento dei casi, è la madre che ottiene l'affidamento, mentre si rileva una crescita costante degli affidamenti congiunti, che arrivano nel 2004 al 12,7 dei casi di separazione e al 10% dei divorzi.
l'Unità 11.9.06
SINISTRA EUROPEA
Tortorella: lavoro, libertà, uguaglianza
Un documento per tre associazioni
UNITÀ A SINISTRA. È l’obiettivo di un documento presentato ieri da Aldo Tortorella, presidente dell’associazione per il “Rinnovamento della sinistra” (Chiarante, Mele) e scritto insieme alle associazioni “Uniti a Sinistra” (Folena, Falomi, Rinaldini, Maura Cossutta) e “Rosso Verde”(Pagliarulo, D’Amato). Il documento - lungo 14 pagine e diviso in 16 capitoli - raccoglie 56 tesi che riguardano soprattutto il mondo del lavoro, ma in relazione alle questioni ambientali e al pensiero dela differenza. E verrà presentato ufficialmente a Roma il 10 dicembre in un'iniziativa spiega Pietro Folena «a cui saranno invitate tutte le forze che lavorano per un'unita a sinistra» in prima fila ovviamente Rifondazione e Sinistra Ds.
Nel testo si sottolinea come «una nuova sinistra in Europa deve porsi l'obiettivo di superare le tradizioni delle famiglie del socialismo europeo e la storica divisione tra comunisti e social democratici, tra antagonisti e riformisti».
Per le tre associazioni - la necessità di un soggetto che si faccia promotore di un'unità a sinistra nasce dall'esigenza di invertire «la tendenza di numerosi partiti socialdemocratici di orientarsi verso il centro dello schieramento». E Tortorella spiega: «Una nuova sinistra non può non avere come referente il mondo del lavoro. Si deve creare l'esigenza di un nuovo modello di socialismo fondato sulle libertà ed impegnato sui problemi dei lavoratori». Certo, «il nuovo soggetto della sinistra italiana non può essere la mera sommatoria delle organizzazioni politiche attualmente esistenti a sinistra» anche se «non può certo prescindere da esse, dalla loro evoluzione, in particolare dalla novità politica costituità dal progetto della formazione della “Sinistra europea” promosso da Rifondazione e dall'opposizione della sinistra Ds rispetto alla formazione del Partito Democratico».
Il documento però spiegano gli stessi promotori non è in collisione con il nuovo soggetto promosso da Rifondazione che, sottolinea Folena «ha avuto la generosità di entrarci come “parte” di un soggetto più grande».
l'Unità 8.11.06
Il «j’accuse» del Csm: ci avete deluso
I togati «processano» il Guardasigilli: «Credevamo in una nuova stagione»
Il più duro è stato forse proprio il componente di Magistratura Democratica Livio Pepino: «Abbiamo atteso segnali che per la giustizia cominciasse davvero una nuova stagione, non solo nel clima ma nei contenuti. Attesa in gran parte insoddisfatta. Non vediamo un progetto per la giustizia: navigando a vista non si esce dalla crisi». Il primo incontro tra il Guardasigilli e il rinnovato organo di autogoverno delle toghe non è stato certo tra i più leggeri. Accuse pesantissime, i consiglieri non hanno risparmiato polemiche: hanno attaccato Mastella dicendo che manca un progetto, che sulla Giustizia il Parlamento non c’è. E Mastella ha cercato di difendersi: «Io mi applico per fare il meglio possibile, gioco il mio ruolo. Ma io sono un umile operaio della Costituzione...».«Siamo consapevoli del suo impegno per il dialogo - ha esordito Pepino a nome di Md - ma prevale un senso di delusione e preoccupazione». A denunciare la «mancanza di un programma e di una visione globale» è stato anche il laico di centro-destra Anedda. Nessuno ignora i problemi di bilancio dello Stato, ha fatto eco Ciro Riviezzo per il Movimento per la giustizia, ma «pare che la giustizia non sia una priorità per il governo». Un «grido d'allarme» per la «preoccupante inerzia del Parlamento» di fronte ad una «situazione di evidente crisi» è venuto anche dal laico dei Ds Vincenzo Siniscalchi, fino alla passata legislatura deputato. Mentre il togato di Magistratura indipendente Antonio Patrono ha denunciato il «pessimo segnale» dei tagli agli stipendi dei magistrati e le «ricadute» dell'indulto: «Approvare l'indulto senza l'amnistia per i Tribunali - ha spiegato - equivale a riempire di costoso carburante una macchina per poi farle fare 1.000 volte lo stesso giro dell'isolato». Una situazione che «peggiora il contrasto all'illegalità». Nessuna «impertinenza», ha commentato Mastella dopo aver ascoltato i consiglieri. «Io non so come passerò alla cronaca, spero come colui che ha tentato di modificare un clima». E poi ha aggiunto: «Riforme di ampio respiro sono difficilmente realizzabili. Meglio seguire la strada della riorganizzazione del sistema».
l'Unità 8.11.06
Domande di sinistra (al Partito democratico)
di Gloria Buffo
Non è convincente la descrizione fatta dai giornali sugli affanni del governo Prodi: si tratterebbe, secondo gli opinionisti della grande stampa, di un malessere legato essenzialmente al peso eccessivo della sinistra radicale che condizionerebbe Prodi a discapito dell’agenda suggerita dai «riformisti» di Ds e Margherita. Questi ultimi, in procinto di varare con lo stesso Prodi il Partito Democratico, tentano di corregge la rotta, ricuciono con la Confindustria e i commercianti ma insomma…finché non si alza l’età pensionabile, non si riducono le spese sociali e non si liberalizzano i servizi pubblici locali, il governo Prodi non può che soffrire e tirare a campare: questo scrivono i giornali che contano.
Se non si comprende che questa fotografia del centrosinistra è truccata, non si afferra il vero bandolo della matassa. Sappiamo tutti che quella secondo cui gli impacci della coalizione nascono dalle posizioni della sua parte sinistra è una tesi interessata perché viene da chi altro non brama che un governo composto dai moderati dei due poli, benedetto dalla Confindustria (e magari ben visto da Ruini). Quello che resta in ombra invece è che, se questa tesi è interessata, l’analisi che la precede è fasulla.
In poche parole, non è vero che le difficoltà nascono dal fatto che le richieste dei riformisti sono trascurate nell’agire del governo. La verità, io credo, è un’altra: sono le riforme invocate da Fassino e Rutelli ad essere «deboli», ovvero non in grado di trascinare una coalizione per non dire un intero paese. E questo non solo perché, quando si parla di pensioni, si evocano cambiamenti piuttosto impopolari presso i diretti interessati; ma perché non si prevede quello scambio virtuoso che può far accettare a qualcuno una rinuncia in cambio di un vantaggio per la collettività e i giovani in particolare. Una volta avremmo detto che queste riforme non hanno «qualità trasformatrice».
Veniamo al merito delle posizioni: la richiesta e la promessa di mettere mano nei prossimi mesi a pensioni e pubblico impiego, oltre al federalismo fiscale, è il leit-motiv degli interventi di Fassino e sembrano condivise da Rutelli. Perché risulta così facile dire di no a questa agenda? E perché i militanti dei Ds, della Margherita o i cittadini dell’Ulivo non sono nei mercati e nelle piazze a spiegare quanto decisive sarebbero tali riforme per cambiare il volto dell’Italia? Io penso che la risposta sia semplice e spieghi perché la coalizione non sia affatto trascinata dal miraggio di questi traguardi mentre lo è stata quando Bersani annunciò di voler liberalizzare licenze e aprire fortini ormai ingiustificabili: il fatto è che non corrisponde al vero che l’età pensionabile sia la ragione che mette in pericolo il diritto alla previdenza dei più giovani; non sta qui lo «scambio» tra generazioni che può parlare all’Italia.
Non è che non si debbano fare le riforme e che tutta l’architettura sociale debba restare immobile: al contrario, il centrosinistra lascerà un segno solo se modificherà la piramide sociale non solo con la redistribuzione per via fiscale, che pure è necessaria, ma con un catalogo modificato dei diritti e dei poteri, e ,sopra ogni cosa, con l’impegno strenuo di tutte le forze per creare il «lavoro buono». Come si fa a non vedere che il problema dei problemi per tutti e in particolare per i più giovani, e per le famiglie che patiscono le difficoltà di figli e nipoti, sta nella precarietà lavorativa? Perché allora i «riformisti» non propongono un patto sociale e produttivo nuovo che si fondi sul lavoro di qualità, stabile, corredato di diritti adeguati? Da qui e solo da qui può discendere uno scambio ragionevole sull’età pensionabile (per alcuni, non per la grande maggioranza, e in modo volontario). Perché la realtà è una e una sola: chi è giovane rischia di non avere alcuna pensione perché non ha un lavoro stabile e non perché quelli più anziani sono cattivi ed egoisti (tra l’altro molti di questi anziani non raggiungono nemmeno una pensione dignitosa).
Qui però i nodi vengono al pettine: i fautori del Partito Democratico non perdono occasione per ricordare che la legge 30 non è tutta da buttare, che la flessibilità è indispensabile, che ci vogliono gli ammortizzatori sociali altrimenti occorrerebbe introdurre qualche rigidità nel mercato del lavoro... come si vede siamo molto lontani da un impianto che faccia del contrasto alla precarietà e del «lavoro buono» il cuore di una strategia riformatrice. Nel mio piccolo ho sperimentato nel gruppo dell’Ulivo alla Camera che gli emendamenti alla finanziaria tesi ad invertire nettamente la direzione intrapresa con la legge 30 non vengono assunti dal gruppo. Se viene proposto che l’aumento dei contributi per i co.co.pro. si accompagni per legge a un meccanismo che impedisca di scaricare impropriamente tale aumento sui lavoratori, il gruppo non è d’accordo mentre grande passione mette nel farsi carico e rappresentare le preoccupazioni delle imprese, degli artigiani, dei commercianti…a volte anche a torto.
Molti parlamentari della sinistra Ds hanno presentato emendamenti sul lavoro, compreso quello sul diritto, per l’immigrato che denuncia chi lo tiene a lavorare in nero, a essere regolarizzato restando in Italia: perché l’Ulivo, futuro Pd, non è d’accordo? Abbiamo vinto nel gruppo sulla proposta di riformare l’autolincenziamento in modo da impedire il ricatto del datore di lavoro che assume una donna facendole firmare in anticipo una lettera per licenziarsi se resta incinta. Ci siamo impuntati perché non si sostenesse l’aumento del finanziamento alle scuole private e per bloccare i tagli alla scuola e all’università. Abbiamo riproposto i reddito minimo di inserimento ed il prestito d’onore. Ci siamo battuti perché sia fermato l’aumento delle spese militari... e via dicendo.
Ripresenteremo questi emendamenti in aula ma la piccola verità che si trae da questa discussione nel gruppo unico dell’Ulivo è evidente: nel Partito Democratico chi ha queste idee sulle riforme sociali (e quindi sulla politica economica), sui i diritti e sulle libertà, può certo fare una battaglia, alzare una bandiera ma alla fine il cuore di questo nascente soggetto batte già da un’altra parte. A ben vedere il congresso de Ds sarà anche su questo: vogliamo un partito che intende difendere più i commercianti che non i giovani precari? Perché l’immigrato che denuncia chi lo costringe al lavoro nero non viene aiutato ad uscire dalla sua doppia condizione di clandestino? Perché la lotta alla precarietà si fa, molto parzialmente, con il cuneo fiscale ovvero con risorse pubbliche, e così poco si chiede alle imprese? In fondo si tratta del nocciolo di una politica di cambiamento.
Repubblica 8.11.06
Amato: "Per l'indulto ho sofferto"
"Serve certezza della pena". Mastella: "Difficile anche per me"
Il Guardasigilli: però non bisogna farsi influenzare dall´emotività com´è accaduto a Napoli
Il ministro dell'Interno: troppi delinquenti scarcerati, questo provoca sfiducia in cittadini e forze dell'ordine
di Liana Milella
ROMA - È solo una coincidenza, ma amplifica l´ennesima giornata di critiche contro l´indulto. Alle 15 e 45 il ministro della Giustizia Clemente Mastella sta seduto intorno al tavolo del Csm e parla dello sconto di pena. Lo difende «perché era necessario». Lo "protegge" da chi lo considera la causa prima della recrudescenza criminale di Napoli. Insiste sui dati, quelli degli omicidi, che nella città campana non sono mai stati così bassi come quest´anno. Mastella è solo contro il Csm che, appena poche ore prima, ha approvato un documento che fotografa gli effetti devastanti dell´indulto sui processi: il 90% si svolgerà inutilmente perché le pene saranno coperte e cancellate dall´indulto.
Sarà un caso, ma proprio alle 15 e 45 le agenzie battono l´anticipazione di un´intervista del ministro dell´Interno Giuliano Amato a Polizia moderna, il mensile del Dipartimento della pubblica sicurezza. Parole choc quelle di Amato. Che rivela: «Sull´indulto ho dovuto prendere atto della volontà del Parlamento, ma non senza sofferenza». E ancora: «È chiaro che un provvedimento del genere crea problemi a chi fa il nostro lavoro. Ma ce n´è uno più generale che va affrontato: quello della certezza della pena. Troppi delinquenti arrestati vengono scarcerati per mille motivi. E questo provoca sfiducia nei cittadini e nelle forze dell´ordine».
Non è certo la prima volta che un ministro dell´Interno si contrappone a quello della Giustizia e alla magistratura. Il primo deve garantire gli arresti e la sicurezza, il secondo la celerità del processo e l´effettività della pena, le toghe debbono darsi da fare perché i criminali vengano condannati in tempo. In un sistema già malato gli effetti dell´indulto dovevano e potevano essere previsti. Tant´è che Mastella, già all´inizio di settembre, era pronto a varare un decreto legge per ordinare ai magistrati di fare subito i processi con pene non coperte da indulto. Oggi il Guardasigilli non scarica Amato ma tiene ferma la barra sull´indulto: «Anch´io ho partorito con sofferenza lo sconto di pena, ma era una sofferenza necessaria. Con Amato ho parlato anche ieri, siamo d´accordo sul fatto che ci sono tante cose da modificare, bisogna soprattutto, e in fretta, cambiare la Cirielli e il meccanismo della prescrizione, perché c´è troppa gente in attesa di un giudizio che non arriva».
Ma niente, nell´analisi di Mastella, lascia intendere il minimo dubbio, una marcia indietro, un ripensamento sull´indulto. Anzi, si accalora nel difenderlo: «Non bisogna farsi influenzare da fatti emotivi, com´è accaduto per Napoli. Per quelle emergenze prima era tutta colpa dei clandestini, poi della Gozzini, adesso dell´indulto. Ma prima c´erano cento morti all´anno e adesso gli omicidi sono calati. L´anno scorso c´era la faida di Secondigliano e l´indulto non c´era». Tuttavia non vale neppure l´assunto che solo Mastella ha voluto lo sconto di pena: «Quella legge non è una mia proprietà privata, un mio magazzino personale, io sono solo uno degli 800 parlamentari che lo ha votato». E alle toghe che, in un excursus storico, ricordano come per 17 volte nella Prima Repubblica siano sempre stati approvati assieme indulto e amnistia, Mastella replica: «L´indulto è frutto di un´iniziativa parlamentare, magari anche l´amnistia potrebbe essere votata da 800 tra deputati e senatori».
Ma da qui a farsi sponsor dell´amnistia ce ne corre. Anzi il Guardasigilli lo dice a brutto muso al Csm: «Non ritengo di assumere una simile iniziativa con il rischio di restare isolato personalmente e politicamente com´è avvenuto con l´indulto». E alle toghe che denunciano l´inutilità di lavorare per processi destinati alla spugna dell´indulto Mastella risponde: «Sarò l´ambasciatore in Parlamento delle vostre segnalazioni, mi farò carico delle vostre ragioni, ma l´indulto non è mai stato una legge proposta direttamente dal governo». E mai lo sarà l´amnistia.
Repubblica 8.11.06
Il sindaco di Roma a un giornale cattolico
Veltroni e la religione "La mia ricerca di Dio"
ROMA - Walter Veltroni non si definisce un credente, continua a dire che «crede di non credere». Ma dice che non ha mai perso «il gusto della ricerca di una dimensione ampia, profonda, alta. Quel che posso dire - spiega il sindaco di Roma - è che questo gusto, questo desiderio di ricerca, non è diminuito col passare del tempo, al contrario». Il primo cittadino romano ha consegnato le sue riflessioni sul rapporto con Dio e la religione ad un´intervista pubblicata dall´Eco di San Gabriele, il mensile dei padri passionisti abruzzesi. Un tema che la direzione del giornale richiama sulla copertina del mensile con il titolo "Il desiderio del sindaco di Roma Walter Veltroni: in cerca di Dio".
Veltroni spiega che dietro il suo «desiderio di ricerca» c´è «un´influenza importante» da parte di missionari, suore, sacerdoti conosciuti in Africa. Uomini e donne che definisce «angeli caduti in terra». Così come non dimentica «la luce negli occhi» di Giovanni Paolo II. «Insomma, - spiega il sindaco di Roma - verso chi ha avuto un dono così profondo come quello della fede, e sa a volte regalare così tanto agli altri, provo un´ammirazione grandissima». E alla fine ammette anche, seppur in forma dubitativa: «Il mio insistere molto, anche nella mia attività di sindaco, suo tutto ciò che riesce a rendere concrete le parole solidarietà, altruismo, probabilmente non è estraneo a questa mia ricerca».
Veltroni parla anche del suo rapporto con la famiglia. «Cerco di essere molto attento, sia come padre che come marito», dice. Spiega di perseguire «una qualità nel rapporto» con la sua famiglia. E come tutti i padri orgogliosi afferma che «i risultati si vedono: le mie due figlie, ormai grandi, sono ragazze eccezionali che mi sono sempre molto vicine». E infine non lesina complimenti alla moglie Flavia: «Non ha mai smesso di starmi vicino, nemmeno nei momenti più difficili».
il manifesto 8.11.06
Un indulto e troppi pentiti
di Giuseppe Di Lello
Sarà una coincidenza, ma le pulsioni forcaiole, frenate per breve tempo dal voto quasi unanime delle camere sull'indulto, stanno riemergendo in questi giorni proprio in concomitanza con la condanna a morte di Saddam Hussein. Così in un paese sconvolto da decenni di stragi, di omicidi quotidiani, di estorsioni e di rapine consumate da mafie e gang criminali sparse un po' dappertutto, parlo dell'Italia, si scopre che questa tragedia permanente e strutturale sarebbe da addebitare all'indulto.
Lo danno ad intendere il ministro dell'interno Giuliano Amato e quello della giustizia Clemente Mastella quando annunciano, pur con accenti diversi, di avere in qualche modo subìto la scelta del parlamento per l'indulto. E c'è da temere che anche buona parte dei parlamentari che lo hanno votato, cioè più dei due terzi del parlamento, a questo punto si siano pentiti. Persino lo sfascio storico della giustizia, con una magistratura che si dibatte impigliata nella durata biblica dei processi e nel suo arretrato - che solo la mannaia della prescrizione rende meno astronomico - persino questo disastro sembra ora dovuto all'indulto. Almeno a detta del Consiglio superiore della magistratura.
Romano Prodi a Napoli ha spiegato bene che non c'è relazione tra l'indulto e le ultime, drammatiche notizie di cronaca. Ma per quanto riguarda i processi e quello che ha denunciato il Csm alcuni di noi avevano avvertito per tempo che accanto all'indulto bisognava approvare anche un provvedimento di amnistia. E' persino ovvio ed è sempre stato così: le due leggi marciano insieme, il Csm dovrebbe saperlo. L'amnistia è ancora la cosa da fare. Non per questo bisogna prendersela con l'indulto.
Pensiamo a cosa sarebbe successo se l'estate scorsa non avessimo approvato la legge di indulto. Il numero sempre enorme dei morti ammazzati e delle rapine si sarebbe mantenuto stabile. E a quello si sarebbe aggiunta l'esplosione delle carceri. Magari Amato e Mastella si sarebbero lamentati per il mancato indulto. E all'assenza di un provvedimento di clemenza avrebbero imputato il disordine crescente nel paese. Ai due ministri si sarebbe probabilmente aggiunto il Csm, che avrebbe spiegato la crisi della giustizia con il mancato indulto. Paradossalmente avrebbe avuto un argomento in più.
La verità è che l'indulto ha lenito solo in una piccola parte il disaggio sociale. Mentre la società ha accolto i detenuti liberati come sempre: con nuova esclusione e nuova emarginazione. Pronta a risolvere i problemi con la consueta ricetta: nuove incarcerazioni.
Cosa c'entra la condanna di Saddam Hussein con tutto ciò? Per il rais iracheno, stando ai commenti di casa nostra, la condanna a morte è stata un'esagerazione. Mentre è ben tollerabile l'illegalità complessiva del processo, affidato a una corte formata ad hoc e sostituita quando non obbediva al padrone americano. Una pratica che va contro duemila anni di civiltà giuridica. E così anche con l'indulto. Abbiamo esagerato con il buonismo. Ma ora, con calma, li rimettiamo tutti dentro. E così avremo la pace sociale. Ci credete voi?
Repubblica 8.11.06
L'eutanasia silenziosa e i dati che ho citato
di Luigi Manconi
Sottosegretario alla Giustizia
In un puntuale articolo di Caterina Pasolini, sulla Repubblica di ieri, si legge che il professor Adriano Pessina avrebbe smentito alcuni dati da me citati. Riepilogo: nel corso di una trasmissione televisiva ho riportato quanto qualunque italiano adulto sa: ovvero che in ospedali e cliniche italiane, su richiesta dei pazienti, può accadere che siano praticate, clandestinamente, forme di interruzione delle cure e di eutanasia. Ho aggiunto, poi, che riconoscere l'esistenza di una "eutanasia silenziosa" non significa necessariamente volerla legalizzare. E ho citato i dati di tre ricerche italiane ed europee: e, tra esse, quella coordinata dal professor Adriano Pessina. Esattamente quanto si può leggere a pagina 1906 di Intensive Care Med (2003), in un saggio a firma di Alberto Giannini, Enrico Maria Tacchi e, appunto, Adriano Pessina, dove si legge che il 3,6% degli intervistati "ha ammesso di aver talvolta somministrato deliberatamente dosi letali di farmaci. Tale comportamento viene considerato eticamente accettabile dal 15,8%". Ora, se si vuole sostenere che "somministrare dosi letali di farmaci" non è eutanasia, ma corrisponde semplicemente alla sospensione dell'accanimento terapeutico, siamo in presenza di un uso, come dire?, disinvolto delle parole (e dei fatti).
Repubblica 8.11.06
CHE COSA RESTA DEL PROGRESSO
Anticipazioni / Un saggio di Massimo L. Salvadori sulla crisi di una delle idee forti fra Otto e Novecento
di MASSIMO L. SALVADORI
Esce oggi L'idea di progresso di (Donzelli, pagg. 152, euro 13). Anticipiamo qui parte dell´introduzione.
Il mondo muta con ritmi senza precedenti Eppure vacilla la fiducia nel futuro
Ne risulta un senso di precarietà. Lo sviluppo di scienza e tecnica apre un cammino insicuro
Ora che ci siamo inoltrati nel XXI secolo ci troviamo a dover fare i conti con un grande paradosso, vale a dire che - mentre viviamo in un mondo il quale muta con ritmi che non hanno precedenti, conosce trionfi sempre maggiori delle scienze e delle tecniche, vede cadere ogni giorno vecchi confini e moltiplicarsi in maniera grandiosa i mezzi atti ad assicurare lo sviluppo della società - la fiducia nel progresso complessivo dell´umanità appare come una fede tramontata, un´illusione d´altri tempi. Ne risulta un senso di precarietà che induce a considerare le continue e immense conquiste della scienza e della tecnica e lo sviluppo socio-economico alla stregua di porte oltre le quali si apre un cammino quanto mai insicuro. Tanto che cresce il numero di coloro i quali temono persino che la strada imboccata porti a un peggioramento senza ritorno delle condizioni dell´uomo. Costoro possono aver torto o ragione - ed è naturalmente da augurarsi che il loro sia solo un pessimismo eccessivo e infondato -; ma è certo che un simile atteggiamento costituisce in ogni caso un sintomo assai allarmante e molto significativo dell´indubbio e diffuso malessere contemporaneo.
L´idea del continuo progresso dell´umanità come solida possibilità o addirittura suo destino necessario è stata rovesciata. Essa appare relegata o a un auspicio di cui si è assai poco convinti oppure a un mito consumato d´altri tempi. Perché si operasse un tale rovesciamento, perché si passasse dalla fiducia nel progresso, inteso come sintesi del miglioramento delle condizioni spirituali e morali e di quelle materiali, a un atteggiamento opposto occorreva che quella fiducia - trasformatasi durante un iter che appariva trionfale da ideale regolativo delle azioni umane qual era nel Settecento in vera e propria fede nell´Ottocento - subisse colpi devastanti ad opera dell´evoluzione sia spirituale sia materiale dell´uomo; di più: che essa prima raggiungesse l´apice in quanto aspirazione e credenza dogmatica e dopo subisse duri colpi e drastiche smentite dal corso della storia.
Osservando lo sviluppo dell´idea di Progresso nel vecchio mondo che l´aveva partorita, possiamo dire che questa acquistò nel XIX secolo il carattere e la consistenza di un credo religioso il quale, penetrato dapprima nelle élites laiche borghesi, si estese in seguito, per il tramite essenziale dei partiti socialisti, a grandi masse, fino ad essere portato al culmine dal comunismo novecentesco; e infine, attaccato e irriso dai teorici della politica di potenza, dai nazionalisti e imperialisti, dagli antidemocratici, dai razzisti, dalle correnti culturali antilluministiche, antipositivistiche, antisocialiste, andò incontro a uno scacco via via più profondo tra le due guerre mondiali in conseguenza dei macelli ineguagliati, dei crudeli regimi autoritari e totalitari, delle ideologie e delle pratiche del genocidio, del grave deterioramento dei sistemi rimasti democratici, dell´impiego massiccio delle scienze e delle tecniche poste al servizio delle violenze del potere. Uscito il mondo dall´incubo della seconda guerra mondiale - specchio di tutti i fallimenti dell´epoca precedente - ebbe inizio una fase fitta di contraddizioni stridenti. Per un verso si affermò nei paesi più sviluppati un lungo periodo di forte sviluppo economico, in Occidente la democrazia andò riprendendosi e consolidandosi, si assistette al crollo degli obsoleti imperi coloniali europei e alla nascita di una serie di nuovi Stati. Per l´altro si vide che l´imponente sviluppo economico, mentre era in grado di aumentare in maniera assai consistente i beni materiali complessivamente disponibili innalzando il tenore di vita di componenti significative delle classi lavoratrici, lasciava pur sempre ampi strati negli stessi paesi più ricchi in una situazione di precarietà e di emarginazione, e troppa parte del resto del mondo in preda al sottosviluppo e alla miseria; che le nuove superpotenze dominavano la terra divisa nel quadro di una guerra fredda posta all´ombra del terrore atomico; che il saccheggio indiscriminato delle risorse naturali - fatto di cui si prese una crescente coscienza solo negli ultimi decenni del secolo - aveva assunto il carattere di un attacco senza precedenti alle condizioni che consentono la riproduzione della vita. Sicché l´insieme di questi fattori induceva a concludere che l´evoluzione della società continuava a porsi per molti sostanziali aspetti in un drammatico contrasto con quello che era stato definito il Progresso concepito come combinazione di un miglioramento spirituale e materiale destinato a radicarsi prima nel mondo occidentale e poi ad estendersi da questo al resto del mondo dando vita a una koinè culturale, politica e sociale in grado di aprire le porte alla «rigenerazione universale». (...)
Certo, sia ben chiaro, la storia del Novecento - per attenerci ad essa - non è in alcun modo ascrivibile indiscriminatamente alla categoria del «negativo». A fronte del trend prevalente vi sono stati, come abbiamo già accennato, importanti progressi, quali in primo luogo: la caduta dei regimi totalitari, la fine degli imperi coloniali, il miglioramento delle condizioni di vita di vaste masse nei paesi più sviluppati, l´affermarsi e l´estendersi di nuovi diritti politici e sociali, la marcia delle donne verso la parità con gli uomini.
Sennonché, fatti i conti all´inizio del XXI secolo e valutati come meritano i passi avanti talvolta enormi compiuti in molteplici settori, resta il dato che nessun paese può guardare con tranquilla fiducia al proprio futuro e a quello degli altri. Lo impediscono problemi aperti i quali sollevano grandi interrogativi che - seguendo un elenco che ha il valore di un´enumerazione e non di un´indicazione gerarchica in base a criteri di importanza - potremmo così indicare.
Il primo riguarda la capacità di costituire organi in grado di governare questioni che si presentano con sempre maggiore urgenza a livello mondiale e che richiedono soluzioni che travalicano come mai avvenuto in passato i confini degli Stati esistenti. Il secondo attiene a un modello di sviluppo economico, che, mentre si intensifica e si estende vertiginosamente a immensi paesi quali la Cina e l´India, da un lato innalza lo standard di vita di popolazioni in precedenza escluse, ma dall´altro si fonda su uno sfruttamento via via più massiccio delle risorse che sconvolge l´ambiente al punto da far gravare sull´uomo la minaccia di «ritorsioni» da parte della natura dalle conseguenze che rischiano di risultare catastrofiche. Il terzo è legato ai processi determinati dalle ondate di emigrazione che inducono un numero crescente di poveri e miserabili privi di speranza nei loro paesi a dirigersi verso i paesi più ricchi in cerca di nuove opportunità, portando con sé le proprie diversità etniche, culturali e religiose, e anche creando problemi di integrazione nei contesti di approdo di assai complessa e difficile soluzione.
Il quarto concerne gli effetti del processo di globalizzazione economica relativi sia al forte indebolimento degli istituti del welfare, che nel mondo occidentale erano valsi a costituire un´efficace rete di protezione per gli strati più deboli, sia al diffondersi della precarietà dei rapporti di lavoro creata dall´ondata neoliberista impostasi nell´ultimo trentennio e sia al tipo di sviluppo che ha coinvolto ampie zone dell´America Latina e soprattutto dell´Asia. Uno sviluppo questo, che crea sì numerosi posti di lavoro per settori prima esclusi, ma al tempo stesso introduce condizioni di sfruttamento spesso inumano di grandi masse che ignorano che cosa siano e possano essere i diritti sociali e approfondisce gli squilibri territoriali interni. Il quinto ha a che fare con l´inesorabile tendenza alla crescente accumulazione di immense ricchezze nelle mani di ristrette oligarchie in un contesto che vede accentuarsi il divario tra le quote di reddito riservate agli strati più alti e a quelli medi e più bassi della gerarchia sociale. Il sesto è legato ad un processo di allargamento delle frontiere delle istituzioni democratiche nel mondo che però è intimamente eroso dall´indebolimento della capacità di queste stesse istituzioni di sottoporre ad un efficace, effettivo controllo il potere delle oligarchie economiche e politiche, le quali dispongono di mezzi enormi per influenzare gli strati subalterni a sostegno dei propri interessi. Il settimo è rappresentato dall´emergere degli integralismi religiosi, i quali sfidano le conquiste della concezione laica dello Stato, delle libertà politiche e civili, del pluralismo culturale alla luce di una visione teocratica del potere politico e dei rapporti sociali. L´ottavo è riconducibile all´idea che i più acuti contrasti di interesse e le grandi differenze culturali, politiche e sociali portino inevitabilmente alla contrapposizione e allo scontro di due mondi inconciliabili, quello del «bene» e quello del «male», tra i quali non si possono gettare ponti (di questa idea costituiscono testimonianze tanto il terrorismo islamico quanto l´ideologia delle forze neoconservatrici occidentali orientate a una lotta globale basata sulla forza contro gli «Stati canaglia» e la mappa variegata dell´universo delle «tenebre»).
Repubblica 8.11.06
Pd, la sinistra Ds critica Prodi
Il premier: no al Pse. Poi smentisce. Scelti i saggi del nuovo partito
di Umberto Rosso
Il Professore torna sul tema della collocazione europea della futura forza. Sircana: la sua posizione è nota
Franceschini al sindaco di Roma: hai ereditato l´autolesionismo della sinistra
ROMA - Il nervo è scoperto. Perché basta che Prodi, a margine del convegno del Pse a Berlino, sfiori il capitolo "casa europea" del Pd per scatenare scintille. Anzitutto fra il premier e la sinistra della Quercia. Il Professore parlando in mattinata con i cronisti dà l´impressione di prefigurare un "no" all´ingresso nel Pse, spiegando comunque che «non è assolutamente detto quale sarà il punto di arrivo». Insomma, lavori in corso, il Pd sulla scena europea «è un´opportunità non un problema». Magari è tutto un equivoco, come in serata precisa il portavoce Silvio Sircana, (il no del Professore - ricostruisce la sua nota - non era riferito all´ingresso nel Pse ma alla domanda se il tema fosse oggetto dei colloqui), ma fatto sta che per tutto il giorno le parole di Prodi "ballano" nei commenti politici e accendono uno scontro soprattutto in casa ds. Si leva la sinistra del partito con Cesare Salvi, che chiama in causa Fassino e D´Alema, «ma sono d´accordo con Prodi? Il loro è un silenzio-assenso?». Protesta il correntone, che è alla vigilia della convention della corrente, che con il vicepresidente della Camera Carlo Leoni denuncia «un diktat mortificante a mezzo stampa». E si agitano anche i "terzisti", la terza mozione di Angius, che bocciano come «grave e preoccupante» l´uscita di Prodi e chiedono anche loro a Fassino di chiarire subito. Peppino Caldarola, uno dei principali animatori del gruppo, confida di scorgere nell´affondo del Professore «la tentazione di sferrare il colpo del ko alla Quercia, sfruttando la fase di divisioni interne». Nel frattempo, all´opposto, esultano in casa Margherita dove, dopo il niet pronunciato il giorno prima in direzione da Francesco Rutelli, assaporano quel che sembra la definitiva conferma del Professore. «Apprezzo moltissimo la posizione di Prodi - commenta Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera - e del resto non avevo dubbi: è arrivato il momento di chiudere con le vecchie famiglie ideologiche». Una tempesta. Che, all´altro capo del mondo, in Cile, dove si trova giusto per una riunione dell´Internazionale socialista, anche Piero Fassino segue via via con maggiore allarme. A Luciano Vecchi, il responsabile esteri che si trova con il segretario, viene affidato il compito di diffondere una nota con l´interpretazione "autentica" del messaggio del premier a Berlino, «le sue parole confermano che tra l´Ulivo e il Pse si è aperto un dialogo proficuo, che andrà avanti nei prossimi mesi». Dunque "dialogo" è la parola chiave per i vertici della Quercia, che confermano il grande valore della tradizione socialista. E a Salvi rispondono per le rime: è lui che deve dar conto delle sue scelte sul terreno delle appartenenze internazionali. Perché, come gli contesta Marco Filippeschi, esponente della segreteria vicino a Fassino, se Salvi va con Rifondazione il «campo delle alleanze non è certo il Pse ma la sinistra radicale di Oskar Lafontaine». A sera, infine, la smentita di Sircana, «Prodi non ha detto no al Pse», ma tutta la vicenda lascia comunque il segno. Tanto che Anna Finocchiaro, il capogruppo dell´Ulivo al Senato, invita a dare un taglio al balletto delle dichiarazioni sul tema, «affermare oggi che il Pd in futuro entrerà o meno nel Pse equivale a rendere sempre più complicata la nascita del partito democratico stesso».
Un cammino che procede a strappi. Con Franceschini che polemizza con le riserve di Veltroni sul percorso imboccato, «nel centrosinistra abbiamo ereditato una malattia: si chiama autolesionismo». Il Professore intanto va avanti e annuncia la formazione ufficiale delle squadre per il manifesto, la rivista, la scuola di formazione. Alla carta dei valori lavoreranno in tredici, accanto ai tre relatori di Orvieto (Scoppola, Gualtieri, Vassallo) ci sarà un ampio ventaglio di personalità: dalla Cavani a Rita Borsellino, da Mattarella a Realacci, da Rognoni a Ruffolo, e ancora Salvati, Tonini, Violante. La scuola di formazione coordinata da Filippo Andreatta. La rivista dal professor Vittorio Bo (ne fanno parte fra gli altri Antonio Polito, Lucia Annunziata, Sandra Bonsanti, Gad Lerner). Ma a sinistra si apre un nuovo fronte anti-partitone. Guidato da un gruppo di parlamentari (Folena, Tortorella, Maura Cossutta, Pagliarulo) che punta a fare da cerniera fra Rifondazione e la sinistra ds.
Liberazione 8.11.06
Il documento presentato da Uniti a Sinistra, l’associazione Rossoverde e l’Ars di Aldo Tortorella
Ecco il manifesto di un «nuovo socialismo»
E’ un po’ riduttivo definirlo come un segnale del grande sommovimento di questi anni. Non è solo un segnale come gli altri, non fosse altro che per l’autorevolezza di alcuni dei protagonisti. Ma non è neanche un progetto compiuto, definito. Esattamente perché il loro obiettivo era ed è diverso. In pillole: «Vogliamo aprire uno spazio di discussione, di riflessione, che è a disposizione di chiunque abbia a cuore la ricostruzione della sinistra», per usare le parole di Aldo Tortorella, storico dirigente del Pci, oggi presidente dell’Ars (l’associazione per il rinnovamento della sinistra).
Di che si tratta? In due parole di questo: ieri, tenendo fede ad un impegno preso mesi fa ad Orvieto - sì, proprio in quel seminario dove l’associazione Uniti a sinistra e quella “rossoverde” decisero di entrare nel percorso costituente della Sinistra europea - è stato presentato un lungo documento, un po’ ambizioso, che definisce i tratti di un nuovo socialismo. Di un nuovo socialismo possibile. L’hanno elaborato appunto le tre associazioni: quella che fa capo a Pietro Folena, Uniti a sinistra, quella Rossoverde e quella di cui Tortorella è presidente e Piero Di Siena, senatore diessino, vice presidente.
Quattordici pagine, sedici capitoli, cinquantasei tesi descrivono un obiettivo che deve valere per tutti: «Una nuova sinistra in Europa deve porsi l’obiettivo di superare le tradizioni delle famiglie del socialismo europeo, la storica divisione fra comunisti e socialdemocratici, fra antagonisti e riformisti».
Come? Su questo, sia Tortorella che tanti altri hanno speso molte parole. Nessuna concessione alle nostalgie, nessuna concessione alle ideologie del secolo scorso. Quindi un socialismo «radicato nel principio di libertà», la cui identità sia nei valori della pace, della nonviolenza, della laicità, dell’alleanza con la scienza, la condivisione libera dei saperi, nell’ambientalismo, nel femminismo. Questi i tratti della nuova sinistra che disegnano le tre associazioni, unite alla «riacquistata centralità del lavoro».
Lavoro, lavori. E’ un po’ il tema forte del documento, il capitolo più ricco. Aldo Tortorella, o Tiziano Rinaldini, dirigente sindacale o Gianfranco Pagliarulo, rossoverde hanno raccontato di come oggi il lavoro «non abbia più alcun riconoscimento sul piano simbolico, politico, sociale».
Ripartire da qui, allora. Ripartire dal lavoro, dai lavori (e ha proposito, tutti, a cominciare da Folena, hanno sottolineato l’importanza, il valore della manifestazione di sabato dei duecentomila precari). Per andare dove? In questo caso il documento pone un tema, non offre soluzioni. Dice che «appaiono sempre più mature le condizioni per la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra». Che non metta assieme ciò che già c’è, magari i partiti esistenti ma che punti, scommetta sulla loro capacità di rinnovamento. E qui, lo dice esplicitamente il documento, non si parte da zero. In campo, scrivono proprio così, «c’è la novità costituita dal progetto di formazione della Sinistra europea promossa da Rifondazione comunista». Progetto - «generoso», l’ha definito ancora Folena - al quale molti dei partecipanti alla conferenza stampa di ieri hanno già aderito: da Alessio D'Amato, presidente dell'associazione RossoVerde a Falomi, a Tiziano Rinaldini, ecc. Progetto al quale comunque tutti i firmatari del documento guardano con interesse. Anche se non è il solo in campo: perché il documento cita fra i tentativi di ridisegnare una nuova sinistra anche «l’opposizione presente nei diesse, a cominciare dalle sue componenti di sinistra, rispetto alla formazione del partito democratico».
Percorsi diversi, strade diverse. Che magari s’incontreranno o forse no. O forse non subito. Che comunque dialogano, discutono, riflettono. Sulla sinistra di domani. Ma anche su che cosa fare oggi: «L’esperienza di governo delle forze dell’Unione deve essere sempre più rappresentativa degli interessi dei lavoratori, degli strati più profondi del popolo italiano e delle nuove generazioni sempre più lontano gli uni e le altre dalla politica e dalle istituzioni democratiche». Tutto dice insomma che c’è sempre più bisogno di sinistra.
s. b.
martedì 7 novembre 2006
l'Unità 7.11.06
Il Csm: «Indulto, il 90% dei processi rischia di finire nel nulla»
Per effetto della legge sull’indulto il 90% dei processi dei prossimi cinque anni sono con sentenze non eseguibili, dunque destinati a «finire nel nulla». Ma non spetta al Consiglio superiore della magistratura chiedere ai capi degli uffici giudiziari di mettere da parte i procedimenti coperti dall’indulto, puntando invece l’attenzione su quelli non coperti dallo sconto di pena. Questo il contenuto del parere che il Csm presenterà oggi al ministro della Giustizia Clemente Mastella nel corso del plenum straordinario. La bozza messa a punto dalla VI e dalla VII commissione del Csm è pronta, dopo che il Guardasigilli lo scorso settembre aveva chiesto ai componenti di Palazzo dei Marescialli di verificare la possibilità di indicare ai responsabili degli uffici giudiziari «criteri di priorità per la trattazione dei processi», privilegiando quelli non coperti dall’indulto. E proprio due settimane fa le due commissioni avevano ascoltato i procuratori generali e i presidenti di Corte d’Appello di Roma, Milano, Napoli, Palermo e Torino. In quell’occasione si era discusso proprio del problema della grande mole di sentenze non eseguibili nei processi coperti dall’indulto. Il documento mette in evidenza come davanti a questa questione l’organo di autogoverno non possa fare molto, visto che la precedenza nella trattazione di alcuni processi rispetto ad altri può essere stabilita soltanto dai responsabili degli uffici. Un’ipotesi per far fronte alla situazione potrebbe essere quella di un intervento del Parlamento. Infatti - come spiegano i consiglieri del Csm - in passato l’indulto è stato sempre accompagnato da un provvedimento di amnistia.
E contro l’indulto e i suoi effetti è tornato subito a tuonare Di Pietro: «Spiace continuare a fare la parte della Cassandra del centrosinistra, ma purtroppo siamo costretti a dire che avevamo ragione quando abbiamo avvertito dei pericoli a una decisione scellerata». Tutto questo, conclude il ministro delle Infrastrutture, richiede che i partiti dell’Unione di riuniscano «urgentemente per discutere di giustizia e per stilare un programma dettagliato su quello che il Governo e la maggioranza intendono fare nel prossimo futuro».
Corriere della Sera 7.11.06
L'allarme del Csm
«Indulto, a rischio il 90 per cento dei processi»
«L'indulto vanificherà il 90 per cento dei processi in corso. Nove sentenze di condanna su dieci saranno cioè non eseguibili». L'allarme viene dal Consiglio superiore della magistratura ed è contenuto nella bozza di risoluzione inviata al ministro della Giustizia Clemente Mastella, atteso oggi alla riunione straordinaria del plenum. Lo scorso settembre, all'indomani delle polemiche scaturite dalla nuova legge, era stato proprio il Guardasigilli a chiedere al Csm di stabilire «criteri di priorità nella trattazione dei processi». La sesta e settima commissione hanno ascoltato i procuratori generali e i presidenti delle corti d'Appello, giungendo alla conclusione che non è possibile indicare i procedimenti da privilegiare, e che una simile decisione spetta solo ai capi degli uffici. I consiglieri di Palazzo dei Marescialli ricordano che in passato è stato il Parlamento a sbloccare situazioni analoghe approvando un'amnistia.
Repubblica 7.11.06
"Nove processi su 10 finiranno nel nulla"
Indulto, allarme del Csm: "Sentenze azzerate". Oggi Mastella al plenum
Confermata la denuncia delle procure
Il ministro Di Pietro, contrario agli sconti, chiede un vertice urgente
Nel 2005 le condanne con pene inferiori a tre anni rappresentavano già il 90 per cento
di Liana Milella
ROMA - Pessima sorpresa per Clemente Mastella al Csm. Oggi alle 15 il ministro della Giustizia approda a palazzo dei Marescialli per il suo primo incontro "di lavoro" dedicato all´organizzazione giudiziaria, ma trova sul tavolo un documento che non potrà fargli piacere e che già scatena la reazione polemica del ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro («Serve un vertice urgente sulla giustizia»). Sei pagine che parlano dell´indulto e dell´impatto che avrà nei tribunali e nelle corti d´appello d´Italia. Un documento che fotografa, con dati aggiornatissimi, le conseguenze sui processi dello sconto di pena di tre anni approvato a luglio. Dopo le polemiche di Napoli e lo scontro con i magistrati i dati del Csm confermano gli effetti devastanti dell´indulto.
Ecco le cifre fornite al Csm, giovedì 26 ottobre, dai capi degli uffici delle cinque città più grandi in Italia: a Roma il 90% dei processi si concluderanno con sentenze interamente coperte dall´indulto. Su 14.439 processi, solo 1.544 non si svolgeranno inutilmente. Lo hanno riferito al Consiglio il presidente della Corte d´appello Lo Turco e il pg Vecchione. Stessa situazione a Milano: in tribunale il 93% dei processi è coperto da indulto e su 6.143 processi se ne salvano 438. Va peggio davanti al gip dove ne viene falcidiato il 95% con 1.719 processi che sopravvivono su 33.275. Dati del presidente Grechi e del pg Blandini. A Torino si registra la percentuale in assoluto più alta, il 99 per cento. In corte di appello su circa diecimila processi restano solo 104 sono destinati a chiudersi con sentenze che non vengono azzerate dallo sconto di pena (dati del presidente Novità e del sostituto pg Beconi). I vertici giudiziari di Napoli Numeroso e Galgano forniscono una cifra complessiva: su 12.135 processi il 93% (11.153) è cancellato dall´indulto. Infine Palermo dove in primo grado viene "indultato" il 97% dei processi e il 94% in appello. Parola del presidente Rotolo e del pg Celesti.
I dati parlano da sé. Del resto, nel 2005, le condanne con pene inferiori a tre anni rappresentavano già il 90 per cento. La relazione che i tre consiglieri del Csm (Ezia Maccora e Livio Pepino di Magistratura democratica, Luisa Napolitano di Unicost) hanno scritto e che domani sarà approvata per passare con urgenza al plenum prende atto dell´allarme documentato solo dieci giorni fa. Due considerazioni spiccano sulle altre: l´impossibilità per il Csm di emanare direttive per far celebrare prima degli altri i processi non coperti da indulto, e il mancato varo contestuale dell´amnistia. Il primo è, nei fatti, un "niet" a Mastella che un mese fa aveva chiesto al Csm se fosse possibile ordinare ai magistrati l´anticipo dei processi le cui condanne andavano al di là dei tre anni condonati dall´indulto. Il Consiglio risponde che un simile input «esula dai suoi compiti istituzionali». Il documento precisa che «il Csm non può dare né imporre criteri di priorità nel trattare i processi» perché non è mai avvenuto in passato. Solo i capi degli uffici, «e solo nell´ambito dell´organizzazione del lavoro», possono impartire direttive per privilegiare alcuni processi. È accaduto a Milano con la circolare del presidente Grechi.
Quanto all´amnistia Maccora, Pepino e Napolitano si limitano a un excursus storico. Nei 16 provvedimenti di clemenza varati durante la Prima Repubblica l´indulto (che cancella solo la pena) non è mai stato scisso dall´amnistia (che cancella anche il reato e quindi anche i processi). Non a caso, a indulto appena approvato, fu proprio il segretario dell´Anm Nello Rossi a chiedere subito «un´amnistia selettiva» per evitare l´inutile lavoro che ora i giudici si apprestano a fare. Un´amnistia oggi politicamente impossibile, mentre Di Pietro definisce «scellerata» la legge sull´indulto che, secondo lui, «ha messo in pericolo lo stato di diritto del nostro Paese».
Corriere della Sera 7.11.06
Il caso Napoli e il limite ignorato tra lecito e illecito
di Dacia Maraini
«Perché siete venuti? Cosa temete, cosa volete?» chiede Edipo ai cittadini accorsi allarmati davanti alla reggia. E il sacerdote risponde: «La tua città, Edipo, è una nave sbattuta dai marosi, non ce la fa a rialzare la prua dagli abissi della tempesta che ha il colore del sangue, e va morendo di infiniti morti. La dea che porta fuoco, la peste, l'assale e la contamina».
Anche da noi, anche in Italia c'è una città che va «morendo di infiniti morti». E non riesce a tirare su la prua dalla «tempesta che ha il colore del sangue». Cosa fare? A chi rivolgersi? C'è un colpevole per la rovina di Tebe? C'è qualcuno che senza saperlo porta in sé il seme del male? Nel mondo dei simboli tutto è lecito, anche paragonare la peste di Tebe alla peste che sta uccidendo Napoli. Malattia contagiosa fra l'altro, che ha in parte già colpito altre grandi e bellissime città del nostro Paese. Dove si nasconde l'arcano di tanta crudele volontà di morte? Ciascuno ha una risposta. Le colpe vengono date agli amministratori, ai politici, ai cittadini, ai magistrati. Tutti in qualche modo colpevoli di non fare abbastanza, e questo è certamente vero. Ma la radice dell'arbitrio dove nasce e dove va a conficcarsi? In quale colpa personale o collettiva?
Come un Edipo sicuro di sé, il nostro Paese sembra brancolare cieco, di fronte al grande tema della responsabilità. Da un delitto sono nati altri delitti, ma già dal primo è mancata la punizione esemplare. Il sentimento di giustizia è stato offeso e umiliato. La verità è stata negata. «L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe», dice Tiresia che vede tutto, nonostante sia cieco. L'irresponsabilità delle classi dirigenti comincia nel Sud d'Italia già nel dopoguerra, quando si è creduto di poter usare i criminali per ottenere voti e controllo del territorio. Si è chiuso prima un occhio e poi l'altro, in nome dell'anticomunismo, su chi faceva man bassa delle leggi in un'Italia che chiedeva giustizia e veniva messa a tacere con permessi di costruzione fuorilegge, speculazioni di ogni genere, rapine del territorio. Una certa presenza di criminali è fisiologica in una metropoli. Ma quando questi criminali allacciano rapporti vischiosi con la politica, la città viene attaccata dalla peste, proprio come Tebe.
La proposta più onesta, anche se drastica, ma necessaria in questo momento così drammatico, sarebbe concludere un patto fra tutti i partiti, fra tutti gli amministratori: che escludano sistematicamente coloro che sono stati o sono tutt'ora accusati di collusioni con la mafia o con la 'ndrangheta. Il vizio sta proprio in quel sottile limite fra lecito e non lecito che con troppa disinvoltura si è pensato di potere tollerare. Troppi scambi, troppe intese sotterranee, troppe intelligenze con chi fa soldi a palate sulla pelle dei cittadini. Il garantismo non può voler dire aspettare dieci anni per avere la certezza che un uomo ha contrattato con le forze più brutali del Paese. Nel frattempo avanzano gli indulti, la legge perdona, accondiscende, dimentica. La città di Tebe, racconta Sofocle, si è ammalata perché ha chiuso gli occhi, perché non ha saputo né voluto vedere le responsabilità di chi l'ha governata per decenni, diventando di fatto connivente con un modo di vita che disprezza la legalità, denigra lo Stato, umilia la verità.
«L'uccisore che cerchi sei tu», dice tristemente Tiresia a Edipo che si infuria: «Come osa accusarmi, io che ho fatto di tutto, ho versato infinite lacrime e amo follemente la mia città?». Ma non si tratta di lacrime. «Verranno alla luce altre sciagure non volute dal caso, ma dall'uomo —, dice saggiamente un testimone a Edipo —. Sono queste le cose che danno più dolore: le sciagure che l'uomo vuole infliggersi da sé».
Nel Sud fin dal dopoguerra classi dirigenti irresponsabili si sono alleate con i criminali
Repubblica 7.11.06
Castellitto: "Io, maestro di strada"
Nel cast del "Professore" Luisa Ranieri e Peppe Lanzetta. "Bisogna salvare la città, merita rispetto"
Perché noi dello spettacolo offriamo ai ragazzi l'idea che i rapporti umani siano quelli proposti dall'"Isola dei famosi"?
Strana sensazione girare un film sull'emergenza Napoli in piena emergenza
Nonostante il degrado si respira bellezza. Fa male
di Silvia Fumarola
NAPOLI - Il set è nel cuore della città assediata. Corso Garibaldi stazione della Circumvesuviana. Via vai di passeggeri frettolosi, facce stanche. «Non qui, per favore, spostatevi dietro, muovetevi normalmente» urla l´assistente. «Che film è?» chiede un signore con la busta di plastica in mano. «Un film con Sergio Castellitto». «Complimenti». Si ferma dietro al monitor, per sbirciare la scena. Come lui, tanti altri. Si forma una piccola folla rispettosa. «Se a Roma c´è un set» racconta divertito Castellitto «il romano si sente invaso: "Chi v´ha dato il permesso?", "Adesso dove parcheggiamo?". A Napoli, nonostante tutto quello che succede, sono disciplinati, affettuosissimi». Nel film di Maurizio Zaccaro, Il professore, che sta girando in questi giorni e che andrà in onda a primavera su Canale 5, interpreta Pietro Filodomini, un insegnante che sceglie di stare dalla parte degli ultimi. Giacca di velluto a coste, mescolato tra i viaggiatori, accompagna una ragazzina al pullman che la porterà verso una nuova vita: lontano dalla camorra che la vuole prostituta, schiava per sempre. Lei mangia una sfogliatella: «Ma queste le trovo a Rimini?». Lui accenna un sorriso. «Non telefonare mai, capito? Non scrivere. Ci faremo vivi noi. Non devono trovarti». La bacia sulla fronte, lei sale, prende posto, le guance rigate dalle lacrime. Saluta con la mano, come se accarezzasse il finestrino. «È una strana sensazione girare un film sull´emergenza Napoli mentre Napoli è in emergenza. Perché l´alta velocità ti porta qui in un un´ora e venti, qui: il Terzo mondo. È ingiusto, questa città meravigliosa merita rispetto. Ovunque, nonostante sporcizia e degrado, si respira la bellezza. Fa ancora più male. Ho sentito un´intervista al professor Marco Rossi Doria, a cui, in qualche modo, il mio personaggio s´ispira: "Non si può pensare di salvare questo paese se non si salva Napoli". È vero, bisogna salvare Napoli, adesso. Siamo nel cuore dell´Europa, a due ore da Parigi, ma questa città sembra Chicago nei film in bianco nero degli anni 40».
Eppure i colori sono abbaglianti quando il tassista, rassegnato ma premuroso, intrappolato in un ingorgo infernale, ti chiede di dirgli con precisione dove vai «perché è meglio non andarsene in giro»; quando spiega che «la corsia preferenziale, vedete?, è tutta intasata dalle macchine, perché i vigili capiscono subito chi guida e non lo fermano proprio, hanno paura di essere sparati». Passando per Corso Umberto, su un cumulo d´immondizia, è posato trionfalmente un materasso matrimoniale. Lungo la Marina, al semaforo rosso, giri lo sguardo su un´aiuola spartitraffico: buste di plastica, stracci. Si muove una massa informe. Un plaid copre un barbone: tre, quattro topi gli camminano addosso. Sgrani gli occhi. «Li vede anche lei?». Sì, il tassista li vede. I topi ora sono diventati otto. «Che volete fare? Ce ne sono tanti».
«Girando un film qui, non si può fare finta di niente» riflette Castellitto «abbiamo portato la macchina da presa a Rione Sanità, a 200 metri dal set un ragazzo è stato ucciso per un regolamento di conti. Sì, "regolamento di conti", come nel Far West. Mi hanno stretto la mano: "Grazie di essere venuto in questo condominio abbandonato da tutti". Quando parlo coi napoletani perbene, e sono tanti, mi spiegano che l´ansia è diventata un affare quotidiano. Sembra di essere a Beirut. Senti quelli della troupe che telefonano: "Sei a arrivato a casa? Tutto bene?". Il professore, anche per lo stile asciutto con cui Zaccaro gira, con la macchina in spalla, fotografa la realtà. Nel cast con gli attori - Luisa Ranieri Pietra Montecorvino, Peppe Lanzetta, Donatella Finocchiaro, ndr - ci sono sette ragazzini presi dalla strada. Hanno negli occhi un´autenticità che ti spiazza. Sento già che avrò nostalgia di loro. Un film così, anche se andrà in onda su Canale 5, è servizio pubblico: per questo vorrei fare un appello a Mediaset, chiedere di non massacrarlo con gli spot, ma di interromperlo in modo diverso, magari in due blocchi, primo e secondo tempo. Sarebbe bello inaugurare un nuovo modo di programmare la fiction che affronta temi civili».
«La cartolina dal terrazzo dell´hotel che mi ospita - Capri, la penisola sorrentina, Castel dell´Ovo - toglie il fiato» sospira l´attore «c´è pure la luna: ma il controcampo sono i morti, le sirene della polizia, la miseria, i motorini che sfrecciano. Ha visto? Qui nessuno porta il casco. Ho chiesto perché. Mi hanno risposto: "Il casco lo portano i killer". Lo so che un film è una goccia nel mare, il professor Pietro mi ricorda l´acchiappatore nella segale del Giovane Holden, s´impegna a fare qualcosa che forse è una pazzia: prende per la collottola questi ragazzini sull´orlo del precipizio. Si fa carico. Non voglio perdere l´occasione, voglio parlare con loro, devono sapere che va ristabilito il rispetto delle regole, la legalità. Altrimenti restano prigionieri della sindrome del neorealismo. Li prendiamo dalla strada e li lasciamo dove li abbiamo trovati, invece anche un film può essere un percorso di crescita. Forse è un desiderio catartico, in fondo cosa facciamo noi dello spettacolo? Gli offriamo l´idea che i rapporti umani siano quelli proposti dall´Isola dei famosi. Non sono per un intrattenimento doloroso, ma il limite non ce l´abbiamo più».
Scritto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, prodotto da Grundy, Il professore racconta la battaglia di un insegnante per portare la classe fino alla terza media. Ogni anno, in provincia di Napoli, quasi diecimila studenti abbandonano la scuola. Nel migliore dei casi scelgono il lavoro nero; nel peggiore, vengono arruolati dalla microcriminalità. «Ho girato Don Milani», continua Castellitto «e mi rendo conto, dolorosamente, che i ragazzi abbandonati del Mugello li ritrovo qui, quarant´anni dopo. Le scene della scuola le abbiamo ambientate alla Sanità, nella comunità La Tenda, dove i volontari sono al fianco delle madri per strappare i figli dall´eroina. A Napoli si fa la fila per andare a prendere la dose nei condomini. Non è accettabile. Poi c´è il fatalismo dei napoletani. Come si può non essere travolti dall´ansia, dalla voglia di andarsene? Qui non c´è lo Stato, mi dispiace, ormai c´è un altro Stato: quello che ti protegge il negozio e ti presta i soldi a strozzo. Qualcuno, del vero Stato, deve rispondere. Non dividiamo l´Italia, è una».
L´autista Alberto, che lo scorta ovunque, cita san Paolo: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia». Il camper è nel garage, a due passi dal set. I ragazzi della troupe vigilano. «Aspetti qui che arrivi la macchina, non esca». Lo spiazzo è buio, a terra qualcuno si è già preparato un letto di fortuna, protetto dai cassonetti, tra i topi e i cani.
l'Unità 7.11.06
Mussi: «L’Italia ha bisogno di una sinistra legata al socialismo europeo»
«Il futuro della sinistra non è dentro il Partito democratico» dice Fabio Mussi, ministro dell'Università ed esponente della sinistra dei Ds: «È impensabile che la sinistra possa guardare al suo futuro priva di un grande partito di sinistra di ispirazione socialista. È una bizzarria. Io penso ad una sinistra che si riunifica, ma sotto le bandiere di un' idea non minoritaria, collegata alle grandi forze europee mondiali e non a forze marginali. Questo è fondamentale. L'Italia ha bisogno di una grande forza di sinistra collegata al socialismo europeo. Io penso ad una variante più di sinistra, più radicale di tanti partiti socialisti democratici europei ed arricchita di esperienze dal femminismo all'ambientalismo che nascono fuori dalla tradizione socialista».
E a Angius risponde: «La federazione riformista c'è già. È già stata fatta un paio di anni fa. È stata solennemente costituita e mai riunita. Gavino Angius dovrebbe chiedersi il perché».
Angius: «Il Pd dovrebbe unire nuove culture politiche. Dimenticate a Orvieto»
«Veltroni dice che si è smarrito il senso del progetto originario dell'Ulivo. Sono d'accordo: quel progetto voleva l'aggregazione non solo di Ds e Dl, non solo di componenti ampie della società civile, ma anche di correnti importanti del socialismo, dell'ambientalismo, del femminismo, senza contare i Radicali». Lo afferma Gavino Angius, senatore dei Ds e vicepresidente dell'assemblea di Palazzo Madama. «Il progetto originario dell'Ulivo - aggiunge - è andato smarrendosi in questi anni: radicali e Sdi sono andati per conto loro, i Verdi sono stati abbandonati a se stessi, Di Pietro si è messo da solo: l'Ulivo ha perso pezzi. Ma se si vuole fare un partito nuovo, allora bisogna recuperare Di Pietro e i socialisti, e consentire alle nuove culture della non violenza, dell'ambientalismo, del femminismo, di potersi riconoscere in questo nuovo partito. Ma ad Orvieto non ho neppure sentito nominarle. O il Partito democratico nasce come qualcosa di nuovo che comprenda anche queste nuove culture, oppure siamo di fronte ad una vera involuzione».
Quant’è leggero il Partito democratico
di Massimo Brutti
«Una moderna forza riformista nel Partito del socialismo europeo». Così abbiamo intitolato il documento redatto da un gruppo di iscritti, di parlamentari e dirigenti dei Ds, per aprire e sollecitare una discussione politica, senza rinvii, sui nodi che saranno al centro del congresso. È una discussione necessaria. Perché essa si allarghi, perché assuma un significato vero e serio, dobbiamo tenerla saldamente ancorata alla vita del paese, alle domande di cambiamento e di giustizia sociale che si manifestano con forza in Italia dopo la sconfitta del berlusconismo.
Le immagini della manifestazione di sabato contro la precarietà del lavoro, contro le leggi volute dalla destra ed ancora vigenti sull’immigrazione e sulla scuola, dimostrano quanto sia forte e diffusa l'aspirazione al cambiamento. Quei giovani chiedono riforme, chiedono un'azione di governo ed un sistema di regole che valgano a rafforzare i diritti, a far progredire la scuola e la ricerca, a rendere più stabili i rapporti di lavoro, assicurando così la libertà e le scelte di vita di chi è appena entrato o aspira ad entrare nel mercato del lavoro ed è penalizzato dall'incertezza. È possibile produrre innovazioni reali, presto, su questo terreno? Come si estende l'area dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato? Quali politiche intraprendere, perché questa estensione si attui davvero, in modo tale da giovare ai lavoratori ed alle imprese? Tocca a noi, tocca ai riformisti rispondere a queste domande, offrire strumenti politici concreti. Non lasciamo che sia la sinistra radicale a rappresentare quei tanti giovani che sfilavano sabato e che sono nostri elettori. Essi si aspettano che i Ds e l'Ulivo stiano al loro fianco. Se questo è vero, allora, lo strumento politico che costruiamo ha un'importanza fondamentale
Le parole-chiave del documento che abbiamo sottoscritto sono «riformismo» e «socialismo».
Siamo convinti della loro attualità. Io credo che dalle idealità del socialismo, dalla sua tradizione, in questi anni arricchita da culture nuove come quella ambientalista o come il pensiero femminile, possa venire una risposta moderna e positiva all'appello che ci hanno lanciato i giovani a Roma. L'obiettivo è vincere la precarietà, e più in generale lavorare per rimuovere gli ostacoli sul cammino dell'uguaglianza. Non è questa l'antica e fondamentale sfida per cui vive la sinistra? Nel congresso dei Ds dobbiamo discutere delle innovazioni di cui il paese ha bisogno. Dobbiamo farlo nel vivo di un dibattito democratico che non sia limitato a pochi, che coinvolga e renda protagonisti i nostri iscritti, che parli agli elettori. Non so e non abbiamo deciso se sulla base del documento che abbiamo elaborato vi sarà una terza mozione al congresso dei Ds. Vorrei intanto che le idee in essa appena abbozzate trovassero ascolto e sviluppo. Le proposte da mettere in campo nel dibattito congressuale dipenderanno poi dal modo in cui esso verrà impostato e potranno definirsi solo dopo la riunione del Consiglio Nazionale. Confrontarci subito significa dire fuori dai denti quel che pensiamo sull'idea del «Partito democratico», così come è emersa dai primi passi compiuti in queste settimane e dal seminario di Orvieto, che giudico unilaterale ed insoddisfacente.
Chi ha firmato il documento condivide l'obiettivo di far progredire il progetto unitario dell'Ulivo, fino alla formazione di un nuovo soggetto, che aggreghi le forze riformiste e sappia richiamare alla partecipazione politica settori della società oggi lontani da essa. Abbiamo lavorato insieme per anni, avendo in mente l'unità dei riformismi (che in Italia hanno storie separate, spesso contrastanti) e perseguendo contemporaneamente il rinnovamento della sinistra. In questo quadro abbiamo vissuto aspre battaglie politiche e momenti difficili. Penso al lungo attraversamento del quinquennio berlusconiano ed agli sforzi compiuti per tenere insieme tutte le componenti dell'Unione e per dare a questa un impianto programmatico volto al cambiamento. Il mio rispetto e la mia stima (che sono anche propri di moltissimi iscritti al partito) per il gruppo dirigente dei Ds nascono dal percorso che abbiamo in comune.
Ma ora come possiamo pensare che il nostro dibattito sulla formazione di un nuovo partito sia limpido e parli al paese, e che anzi esso sia suscitatore di energie, se non usciamo dal chiuso delle riunioni ristrette e delle decisioni di vertice, se non cominciamo subito a confrontare le idee e le proposte, in un dibattito pubblico ed aperto? Ciò significa non dare per scontata alcuna decisione ed investire il congresso della sovranità che gli compete.
Dobbiamo partire da un dato, finora evidente. Una parte (non so dire oggi quanto sia ampia) di coloro che condividono l'obiettivo di dare vita ad un nuovo soggetto politico riformista non è d'accordo sulle tesi prevalenti ad Orvieto e sui primi atti che queste hanno ispirato. Non siamo d'accordo sul partito leggerissimo che si sta disegnando: un vertice, un gruppo di professori (cooptati non si sa bene da chi), che elaborano linee e programmi; una organizzazione ridotta all'osso, una partecipazione politica limitata a pochi momenti, accompagnata dalla retorica delle «elezioni primarie» e dei gazebo. È difficile comprendere come la partecipazione possa svilupparsi se non vi sono idee condivise, se non sono chiari gli interessi che si rappresentano, i programmi per i quali si dà battaglia, e se non vi sono meccanismi democratici stabili per confrontarsi sulle idee-guida (soltanto un esempio: la laicità dello Stato), per definire i programmi e per la selezione dei gruppi dirigenti. Tutto ciò è il contrario della insostenibile leggerezza teorizzata ed applaudita ad Orvieto. Non siamo d'accordo sull'azzeramento delle identità politiche esistenti. Anche qui, poiché le idee non si inventano dal nulla, chi ci propone da anni lo scioglimento dei Ds, non ha niente di meglio da offrirci che una cultura eclettica e superficiale, piena di formule astratte e con una visione del paese che è ingenuamente tecnocratica.
Noi non siamo d'accordo con la tesi, ribadita da Pietro Scoppola, secondo cui il nuovo soggetto politico dev'essere in Europa altra cosa dal Partito del socialismo europeo. Non è sensato né per noi accettabile sostenere che i Ds debbano distaccarsi da questa forza riformista, proprio in un momento storico in cui la dimensione europea conta di più che in passato.
Per questo, proponiamo di far crescere il processo unitario con la gradualità che è indispensabile perché esso prenda vigore, perché coinvolga ed unisca forze nuove, senza umiliare nessuna delle storie che stanno dentro l'Ulivo. Un partito in forma federata, da realizzare entro la primavera del 2008, come noi proponiamo nel documento, servirebbe a questo. Niente salti, niente operazioni a perdere. Noi resteremmo così nel socialismo europeo, lavorando per allargarne i confini, e non vi sarebbe alcuna imposizione verso l'una o l'altra delle forze che costituiranno il soggetto nuovo. Contemporaneamente, la forma federata è quella che meglio può aprirsi all'ingresso di altri soggetti, di partiti (come i socialisti democratici e i verdi, con i quali non sarà facile, ma dobbiamo provare), ed inoltre di associazioni e gruppi di cittadini, tutti indispensabili al salto di qualità che l'Ulivo deve compiere nei prossimi anni.
Per quanto ci riguarda, io credo che noi abbiamo il diritto di portare nella nuova forza unitaria le nostre idee, la storia, le speranze di tanti che sono di sinistra e che sono riformisti. Il nostro impegno è stato ed è decisivo: perciò non vogliamo essere azzerati. È vero d'altra parte che se andremo all'incontro rivendicando il ruolo di protagonisti, le nostre convinzioni e gli obiettivi di giustizia sociale che ci muovono, anche gli iscritti ai Ds, che sono tentati dall’idea di andar via, avranno un motivo in più per rimanere con noi.
Repubblica 7.11.06
Rutelli al question time: contrari anche all'accanimento terapeutico
Manconi: su questo tema ancora troppa ipocrisia
"Eutanasia, il governo è contrario"
Il vicepremier: nessun caso sommerso negli ospedali italiani
di Caterina Paolini
ROMA - L´eutanasia negli ospedali italiani tra dolore e accanimento terapeutico, tra pietà e legge. C´è chi segnala come venga praticata in modo silenzioso, nascosto e chi invece come il vice premier Rutelli nega categoricamente che questo accada. Il tutto tra polemiche e accuse anche all´interno della maggioranza con Giovanardi dell´Udc e Bobba dell´Ulivo che insistono: «Chi sa di episodi li denunci».
A scatenare la bagarre è stato il sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi, tra i primi a presentare un disegno di legge sul testamento biologico negli anni ´90. È stato infatti lui a segnalare i risultati di diverse ricerche mediche, tra le quali quella del centro di bioetica dell´università cattolica di Milano e della Fondazione Floriani, «dove il 3,6% dei medici anonimamente dichiara di aver praticato l´eutanasia e il 15% la ritiene pratica accettabile, mentre il 39% ricorda di aver staccato il respiratore e il 13% ammette l´uso di dosi letali di farmaci in situazioni estreme».
Statistiche importanti in questi giorni in cui cattolici e laici si dividono sul diritto di scegliere come e quando morire, in cui si discute del testamento biologico. Così ieri Rutelli nel question time alle domande di Giovanardi sulle dichiarazioni di Manconi ha ribadito che «al ministero della salute non risulta che venga praticata l´eutanasia negli ospedali», e soprattutto che il governo è contrario alla «dolce morte» come è contrario all´accanimento terapeutico mentre è favorevole al testamento biologico «che non apre in alcun modo la strada all´eutanasia».
«È ovvio che non risulti al ministero della sanità, l´eutanasia è illegale, mica tengono i registri. Il fatto di aver segnalato queste ricerche non significa che io voglia che diventi legale. Ma solo che è ipocrita nascondere la verità, che è su dati reali che bisogna discutere in parlamento», dice Manconi. Un problema complesso visto il sottile crinale che separa il diritto di non voler ricevere cure, previsto dalla costituzione, e l´eutanasia per la quale ora si può essere accusati di omicidio. Ed è su questo che interviene Pessina del Centro Biotetica: «I risultati della nostra ricerca sono stati falsati: non si parlava tanto di eutanasia, piuttosto di sospensione dell´accanimento terapeutico» dice mentre Manconi conferma la sua versione. Non solo. «Nel caso di Welby, tenuto in vita da respiratori e nutrizioni artificiali, non sarebbe eutanasia, ma sospendere l´accanimento terapeutico», dice il sottosegretario alla giustizia. Concorda Chiara Moroni di Forza Italia, che vorrebbe un testamento biologico «vincolante per il medico, perché io sono laica e penso che l´essere umano abbia il diritto quando è ancora cosciente di decidere come vivere e in quali casi questo gli sia insopportabile».
Nuova Agenzia Radicale 07.11.06
Fare l'amore secondo il Corano. Una donna velata tiene lezioni in tv
di Gerardo Picardo
Heba Kotb riceve in un piccolo studio al secondo piano di un palazzo in Sharia Sudani, nel quartiere residenziale di Mohandeseen, al Cairo; alle pareti sono esposti i certificati della sua laurea in medicina e della specializzazione in sessuologia; il telefono, all'ingresso, non smette mai di squillare e la lista d'attesa per un appuntamento è di due mesi.
La dottoressa Kotb, 39 anni, musulmana osservante, sposata e madre di tre figli, è una pioniera della sua materia, considerata tabù in numerosi paesi del Medioriente. Ogni sabato mattina conduce infatti una trasmissione sulla tv di stato egiziana, durante la quale invita personalità anche religiose a parlare della vita di coppia secondo l'Islam e risponde in diretta a domande sul sesso, esponendo sia teorie scientifiche che dettami della morale islamica.
“Il mio è un lavoro che pochi sono disposti a fare nel mondo arabo. Non credo si possa definire difficile, ma diverso. Non sono una persona tradizionale, ho una personalità molto spiccata, ma soprattutto una famiglia che mi sostiene molto - spiega la donna - Penso ai miei genitori, ma anche mio marito, che è un medico e che mi ha sempre appoggiato nelle scelte che ho fatto”. Scelte non facili in un Paese musulmano.
“In un primo momento si rivolgevano a me solo persone delle classi agiate, avevo due, forse tre pazienti alla settimana. Poi invece ho cominciato ad apparire in tv e la gente ha cominciato a conoscermi, a chiamare per un appuntamento, spesso in condizioni di anonimato, e pian piano sono arrivati qui allo studio”. Un percorso, quello verso la consapevolezza sessuale, non facile nemmeno per i pazienti della Kobt. “All'inizio - spiega il medico egiziano - chiedevano tutele sull'assoluta riservatezza degli incontri, non volevano incontrare nessun altro paziente nella sala d'aspetto e molti si preoccupavano di domandare se il portiere del palazzo sapeva di quale tipo di disturbi mi occupavo”.
Una donna indipendente, la dottoressa Kotb, il cui viso è sempre incorniciato dal velo e che da musulmana osservante non dimentica che anche il piacere sessuale, è frutto della volontà di Dio. “Quando ho cominciato a leggere i trattati di sessuologia e di psicologia sessuale mi sono resa conto che non solo non contraddicevano quanto insegnato nel Corano ma, anzi, ripetevano cose che sono assolutamente conformi al messaggio dell'Islam e della Sira, l'insieme dei testi che raccolgono gli atti e le parole del profeta Maometto”.
In particolare, sono due i versetti del Corano che hanno 'ispirato' Heba Kotb. “Uno nella sura Romana, che indica come comportarsi nella vita di tutti i giorni nei confronti della moglie e insegna che l'amore e la passione tra uomo e donna sono frutto del volere divino. E chi non riesce a trovare o a vivere questa passione, deve cercarla perché questa è un dono di Dio. Il secondo nella Sura della vacca, la più lunga tra le sure del libro sacro, che addirittura parla del diritto della donna a provare l'orgasmo”.
Come musulmana, tuttavia, la dottoressa Kotb, non giustifica l'omosessualità, le relazioni extra coniugali e la pornografia. “L'omosessualità esiste in Egitto - dichiara - non ci sono statistiche, perché è proibita per legge, ma non per questo possiamo nascondere la testa sotto la sabbia. Come musulmana e come medico, ritengo si tratti di una malattia. Infatti molti pazienti che sono venuti a chiedermi delle cure contro le tendenze omosessuali si sono riavvicinati alla religione e hanno capito di aver attraversato un periodo di confusione”.
La Kobt ammette poi che “le società arabe stanno cambiando. Ora sono sempre di più le ragazze che decidono di avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Non si tratta della maggioranza, certo, ma di una percentuale di gran lunga superiore a quella di dieci o quindici anni fa”. La dottoressa, alla cui ultima conferenza in Yemen sono intervenute oltre 300 donne, racconta di aver lottato molto per affermarsi nel suo campo ma di avere ricevuto dal suo lavoro più soddisfazioni di quante ne avrebbe mai immaginate.
“Circa due anni fa una signora, con figli già adulti, venne da me lamentandosi del fatto che il marito la desiderava ancora e lei si sentiva troppo vecchia per 'certe cose'. La donna in questione aveva solo 43 anni e suo marito 46. Ho capito che c'era qualcosa in lei che non andava e le ho chiesto se suo marito le facesse provare piacere. E' rimasta a fissarmi per qualche secondo poi mi ha confessato, candidamente, che non sapeva che anche le donne potessero avere un orgasmo. Dopo qualche seduta, a cui ha partecipato anche il marito, si è ripresentata nel mio studio e aveva negli occhi uno sguardo diverso e un vestito dai colori sgargianti”.
“Questi - taglia corto la Kobt - sono i tabù che cerco di rompere, per far capire alle coppie che il buon sesso fa bene al matrimonio e non bisogna privarsene a nessuna età”.
Il Riformista 7.11.06
Ritratti. Il best seller del trend setter del pensiero francese liberal-socialista, il Marx postmoderno di Attali
di Massimiliano Panarari
Spirito del mondo. Il filosofo di Treviri era un difensore delle libertà borghesi, ammiratore della forza intellettuale del capitalismo, convinto della centralità dei diritti politici e mai assertore della dittatura del proletariato o di qualsivoglia totalitarismo
E dopo i lib-lab britannici, vennero i lib-soc francesi… Uno di loro, anzi, il lib-soc transalpino per eccellenza, mette in discussione, senza reticenze ma dando finalmente a Cesare ciò che è di Cesare, il padre del socialismo. E ne viene fuori un volume che in Francia e Spagna è divenuto un bestseller e ha guidato le classifiche di vendita della saggistica, ora in uscita anche nel nostro paese. Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo (Fazi, pp. 420, euro 22, trad. di Eleonora Secchi; in appendice un dialogo tra l'autore e il celeberrimo storico inglese Eric J. Hobsbawm su «Marx per il XXI secolo») di Jacques Attali è una biografia intellettuale e fattuale del genio ottocentesco fondata sull'assunto che solo un liberale (per la precisione, un social-liberale à la française) avrebbe potuto evitare di “gettare il bambino con l'acqua sporca”, criticando sì tutti gli aspetti non condivisibili del pensiero del filosofo di Treviri, ma non sottacendo neppure la sua figura e personalità titanica e rilanciando l'impressionante attualità di quello che pareva, fino a poco fa, un grande inattuale. Attali, un intellettuale versatile e cosmopolita (soprattutto se si pensa al contesto d'Oltralpe) come pochi (economista, saggista, letterato, già consigliere di François Mitterrand e primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, autentico trend setter delle tendenze contemporanee, dal nomadismo alla poligamia sino al microcredito e al “filantropismo versione Ong”, e molto altro ancora) fa, dunque, i conti con uno dei titani della cultura moderna, un maestro della “scuola del sospetto” (insieme a Nietzsche e Freud) che ha segnato in maniera irreversibile il pensiero dell'Occidente, come le sue prassi politiche.
Insomma, da questo corpo a corpo tra le opere del pensatore della modernità per antonomasia e un intellettuale di oggi scopertosi postmoderno in anticipo sui tempi (Attali è una sorta di anti-Bauman ottimista) emerge un ritratto a tinte forti di Marx, difensore delle libertà borghesi, ammiratore della forza intellettuale del capitalismo, convinto della centralità dei diritti politici e mai assertore della dittatura del proletariato o di qualsivoglia totalitarismo. Un Marx marxiano, per così dire, e antimarxista, tutto da scoprire nella lettura del libro e piuttosto “marziano” rispetto alla vulgata che ci viene tramandata da detrattori e corifei. Con alcuni aspetti curiosi e godibili, non adeguatamente conosciuti, cui Attali rende giustizia. Marx è stato, tanto per fare un esempio, uno straordinario giornalista e un eccezionale pamphlettista (e non poteva essere diversamente data la sua inesauribile curiosità). Autenticamente sofferente in occasione della pubblicazione delle sue opere maggiori, da cui, ossessionato da un incredibile perfezionismo, non voleva mai separarsi (al punto da far giacere nel cassetto tonnellate di progetti di libri incompiuti), diede il meglio di sé nel giornalismo e nella “scrittura veloce”, dai periodici democratico-radicali e socialisti tedeschi pre-1848 alle sue corrispondenze e alla column settimanale sul New York Daily Tribune, il quotidiano statunitense più importante del pianeta con le sue 200mila copie, dove, chiamato dal caporedattore Charles Dana, che lo adorava, si occupò di India, Cina, vicende politiche del mondo e tematiche economiche globali, mettendo così a punto, su un foglio giornaliero, quelle che sarebbero divenute le sue categorie interpretative.
Ed è l'intellettuale che, come ricordava in una delle tante missive al suo finanziatore e sodale Friedrich Engels, più studiò il lavoro odiandolo ferocemente (o, come dissero i maligni, non praticandolo mai…), al punto che la speculazione sull'alienazione costituisce una delle vette della sua opera; per non parlare della tematica dell'ozio creativo, elaborata proprio a partire dai suoi scritti, dal genero Paul Lafargue (il marito della figlia Laura).
Un Marx, dunque, che Attali ci restituisce nella sua pienezza di personaggio faustiano e prometeico, ma anche, all'insegna di un'operazione di ermeneutica culturale di grande efficacia e suggestione, come un inesauribile sperimentatore che attraversò tutto il sapere, da Democrito al romanzo gotico, nel tentativo di fornire spiegazioni, mai esaustive, alla complessità del mondo; per comprenderlo assai più che per dominarlo. Nessun monoteismo teoretico fine a se stesso e nessuna monoliticità dottrinaria (questa, davvero, posticcia e frutto velenoso delle diatribe e dei tentativi di appropriazione indebita scatenati dopo la morte dai suoi supposti fedeli), ma una formidabile intelligenza analitica e una grandiosa apertura alla complessità del mondo. Il Marx ritratto da Attali è un avversario ontologico della “linea totalitaria Hegel-Bismarck-Lassalle-Lenin-Hitler”; e, pur tra mille ripensamenti e revisioni, non considerò mai il socialismo quale legge naturale deterministicamente destinata ad affermarsi. E, dunque, pur con alcuni aspetti certamente indigeribili e indigesti, il Karl Marx che ci restituisce Attali è davvero lo “spirito del mondo”, per giunta di ispirazione effettivamente assai più social-liberale che socialistico-reale. Morto il comunismo, viva Marx!
Il Csm: «Indulto, il 90% dei processi rischia di finire nel nulla»
Per effetto della legge sull’indulto il 90% dei processi dei prossimi cinque anni sono con sentenze non eseguibili, dunque destinati a «finire nel nulla». Ma non spetta al Consiglio superiore della magistratura chiedere ai capi degli uffici giudiziari di mettere da parte i procedimenti coperti dall’indulto, puntando invece l’attenzione su quelli non coperti dallo sconto di pena. Questo il contenuto del parere che il Csm presenterà oggi al ministro della Giustizia Clemente Mastella nel corso del plenum straordinario. La bozza messa a punto dalla VI e dalla VII commissione del Csm è pronta, dopo che il Guardasigilli lo scorso settembre aveva chiesto ai componenti di Palazzo dei Marescialli di verificare la possibilità di indicare ai responsabili degli uffici giudiziari «criteri di priorità per la trattazione dei processi», privilegiando quelli non coperti dall’indulto. E proprio due settimane fa le due commissioni avevano ascoltato i procuratori generali e i presidenti di Corte d’Appello di Roma, Milano, Napoli, Palermo e Torino. In quell’occasione si era discusso proprio del problema della grande mole di sentenze non eseguibili nei processi coperti dall’indulto. Il documento mette in evidenza come davanti a questa questione l’organo di autogoverno non possa fare molto, visto che la precedenza nella trattazione di alcuni processi rispetto ad altri può essere stabilita soltanto dai responsabili degli uffici. Un’ipotesi per far fronte alla situazione potrebbe essere quella di un intervento del Parlamento. Infatti - come spiegano i consiglieri del Csm - in passato l’indulto è stato sempre accompagnato da un provvedimento di amnistia.
E contro l’indulto e i suoi effetti è tornato subito a tuonare Di Pietro: «Spiace continuare a fare la parte della Cassandra del centrosinistra, ma purtroppo siamo costretti a dire che avevamo ragione quando abbiamo avvertito dei pericoli a una decisione scellerata». Tutto questo, conclude il ministro delle Infrastrutture, richiede che i partiti dell’Unione di riuniscano «urgentemente per discutere di giustizia e per stilare un programma dettagliato su quello che il Governo e la maggioranza intendono fare nel prossimo futuro».
Corriere della Sera 7.11.06
L'allarme del Csm
«Indulto, a rischio il 90 per cento dei processi»
«L'indulto vanificherà il 90 per cento dei processi in corso. Nove sentenze di condanna su dieci saranno cioè non eseguibili». L'allarme viene dal Consiglio superiore della magistratura ed è contenuto nella bozza di risoluzione inviata al ministro della Giustizia Clemente Mastella, atteso oggi alla riunione straordinaria del plenum. Lo scorso settembre, all'indomani delle polemiche scaturite dalla nuova legge, era stato proprio il Guardasigilli a chiedere al Csm di stabilire «criteri di priorità nella trattazione dei processi». La sesta e settima commissione hanno ascoltato i procuratori generali e i presidenti delle corti d'Appello, giungendo alla conclusione che non è possibile indicare i procedimenti da privilegiare, e che una simile decisione spetta solo ai capi degli uffici. I consiglieri di Palazzo dei Marescialli ricordano che in passato è stato il Parlamento a sbloccare situazioni analoghe approvando un'amnistia.
Repubblica 7.11.06
"Nove processi su 10 finiranno nel nulla"
Indulto, allarme del Csm: "Sentenze azzerate". Oggi Mastella al plenum
Confermata la denuncia delle procure
Il ministro Di Pietro, contrario agli sconti, chiede un vertice urgente
Nel 2005 le condanne con pene inferiori a tre anni rappresentavano già il 90 per cento
di Liana Milella
ROMA - Pessima sorpresa per Clemente Mastella al Csm. Oggi alle 15 il ministro della Giustizia approda a palazzo dei Marescialli per il suo primo incontro "di lavoro" dedicato all´organizzazione giudiziaria, ma trova sul tavolo un documento che non potrà fargli piacere e che già scatena la reazione polemica del ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro («Serve un vertice urgente sulla giustizia»). Sei pagine che parlano dell´indulto e dell´impatto che avrà nei tribunali e nelle corti d´appello d´Italia. Un documento che fotografa, con dati aggiornatissimi, le conseguenze sui processi dello sconto di pena di tre anni approvato a luglio. Dopo le polemiche di Napoli e lo scontro con i magistrati i dati del Csm confermano gli effetti devastanti dell´indulto.
Ecco le cifre fornite al Csm, giovedì 26 ottobre, dai capi degli uffici delle cinque città più grandi in Italia: a Roma il 90% dei processi si concluderanno con sentenze interamente coperte dall´indulto. Su 14.439 processi, solo 1.544 non si svolgeranno inutilmente. Lo hanno riferito al Consiglio il presidente della Corte d´appello Lo Turco e il pg Vecchione. Stessa situazione a Milano: in tribunale il 93% dei processi è coperto da indulto e su 6.143 processi se ne salvano 438. Va peggio davanti al gip dove ne viene falcidiato il 95% con 1.719 processi che sopravvivono su 33.275. Dati del presidente Grechi e del pg Blandini. A Torino si registra la percentuale in assoluto più alta, il 99 per cento. In corte di appello su circa diecimila processi restano solo 104 sono destinati a chiudersi con sentenze che non vengono azzerate dallo sconto di pena (dati del presidente Novità e del sostituto pg Beconi). I vertici giudiziari di Napoli Numeroso e Galgano forniscono una cifra complessiva: su 12.135 processi il 93% (11.153) è cancellato dall´indulto. Infine Palermo dove in primo grado viene "indultato" il 97% dei processi e il 94% in appello. Parola del presidente Rotolo e del pg Celesti.
I dati parlano da sé. Del resto, nel 2005, le condanne con pene inferiori a tre anni rappresentavano già il 90 per cento. La relazione che i tre consiglieri del Csm (Ezia Maccora e Livio Pepino di Magistratura democratica, Luisa Napolitano di Unicost) hanno scritto e che domani sarà approvata per passare con urgenza al plenum prende atto dell´allarme documentato solo dieci giorni fa. Due considerazioni spiccano sulle altre: l´impossibilità per il Csm di emanare direttive per far celebrare prima degli altri i processi non coperti da indulto, e il mancato varo contestuale dell´amnistia. Il primo è, nei fatti, un "niet" a Mastella che un mese fa aveva chiesto al Csm se fosse possibile ordinare ai magistrati l´anticipo dei processi le cui condanne andavano al di là dei tre anni condonati dall´indulto. Il Consiglio risponde che un simile input «esula dai suoi compiti istituzionali». Il documento precisa che «il Csm non può dare né imporre criteri di priorità nel trattare i processi» perché non è mai avvenuto in passato. Solo i capi degli uffici, «e solo nell´ambito dell´organizzazione del lavoro», possono impartire direttive per privilegiare alcuni processi. È accaduto a Milano con la circolare del presidente Grechi.
Quanto all´amnistia Maccora, Pepino e Napolitano si limitano a un excursus storico. Nei 16 provvedimenti di clemenza varati durante la Prima Repubblica l´indulto (che cancella solo la pena) non è mai stato scisso dall´amnistia (che cancella anche il reato e quindi anche i processi). Non a caso, a indulto appena approvato, fu proprio il segretario dell´Anm Nello Rossi a chiedere subito «un´amnistia selettiva» per evitare l´inutile lavoro che ora i giudici si apprestano a fare. Un´amnistia oggi politicamente impossibile, mentre Di Pietro definisce «scellerata» la legge sull´indulto che, secondo lui, «ha messo in pericolo lo stato di diritto del nostro Paese».
Corriere della Sera 7.11.06
Il caso Napoli e il limite ignorato tra lecito e illecito
di Dacia Maraini
«Perché siete venuti? Cosa temete, cosa volete?» chiede Edipo ai cittadini accorsi allarmati davanti alla reggia. E il sacerdote risponde: «La tua città, Edipo, è una nave sbattuta dai marosi, non ce la fa a rialzare la prua dagli abissi della tempesta che ha il colore del sangue, e va morendo di infiniti morti. La dea che porta fuoco, la peste, l'assale e la contamina».
Anche da noi, anche in Italia c'è una città che va «morendo di infiniti morti». E non riesce a tirare su la prua dalla «tempesta che ha il colore del sangue». Cosa fare? A chi rivolgersi? C'è un colpevole per la rovina di Tebe? C'è qualcuno che senza saperlo porta in sé il seme del male? Nel mondo dei simboli tutto è lecito, anche paragonare la peste di Tebe alla peste che sta uccidendo Napoli. Malattia contagiosa fra l'altro, che ha in parte già colpito altre grandi e bellissime città del nostro Paese. Dove si nasconde l'arcano di tanta crudele volontà di morte? Ciascuno ha una risposta. Le colpe vengono date agli amministratori, ai politici, ai cittadini, ai magistrati. Tutti in qualche modo colpevoli di non fare abbastanza, e questo è certamente vero. Ma la radice dell'arbitrio dove nasce e dove va a conficcarsi? In quale colpa personale o collettiva?
Come un Edipo sicuro di sé, il nostro Paese sembra brancolare cieco, di fronte al grande tema della responsabilità. Da un delitto sono nati altri delitti, ma già dal primo è mancata la punizione esemplare. Il sentimento di giustizia è stato offeso e umiliato. La verità è stata negata. «L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe», dice Tiresia che vede tutto, nonostante sia cieco. L'irresponsabilità delle classi dirigenti comincia nel Sud d'Italia già nel dopoguerra, quando si è creduto di poter usare i criminali per ottenere voti e controllo del territorio. Si è chiuso prima un occhio e poi l'altro, in nome dell'anticomunismo, su chi faceva man bassa delle leggi in un'Italia che chiedeva giustizia e veniva messa a tacere con permessi di costruzione fuorilegge, speculazioni di ogni genere, rapine del territorio. Una certa presenza di criminali è fisiologica in una metropoli. Ma quando questi criminali allacciano rapporti vischiosi con la politica, la città viene attaccata dalla peste, proprio come Tebe.
La proposta più onesta, anche se drastica, ma necessaria in questo momento così drammatico, sarebbe concludere un patto fra tutti i partiti, fra tutti gli amministratori: che escludano sistematicamente coloro che sono stati o sono tutt'ora accusati di collusioni con la mafia o con la 'ndrangheta. Il vizio sta proprio in quel sottile limite fra lecito e non lecito che con troppa disinvoltura si è pensato di potere tollerare. Troppi scambi, troppe intese sotterranee, troppe intelligenze con chi fa soldi a palate sulla pelle dei cittadini. Il garantismo non può voler dire aspettare dieci anni per avere la certezza che un uomo ha contrattato con le forze più brutali del Paese. Nel frattempo avanzano gli indulti, la legge perdona, accondiscende, dimentica. La città di Tebe, racconta Sofocle, si è ammalata perché ha chiuso gli occhi, perché non ha saputo né voluto vedere le responsabilità di chi l'ha governata per decenni, diventando di fatto connivente con un modo di vita che disprezza la legalità, denigra lo Stato, umilia la verità.
«L'uccisore che cerchi sei tu», dice tristemente Tiresia a Edipo che si infuria: «Come osa accusarmi, io che ho fatto di tutto, ho versato infinite lacrime e amo follemente la mia città?». Ma non si tratta di lacrime. «Verranno alla luce altre sciagure non volute dal caso, ma dall'uomo —, dice saggiamente un testimone a Edipo —. Sono queste le cose che danno più dolore: le sciagure che l'uomo vuole infliggersi da sé».
Nel Sud fin dal dopoguerra classi dirigenti irresponsabili si sono alleate con i criminali
Repubblica 7.11.06
Castellitto: "Io, maestro di strada"
Nel cast del "Professore" Luisa Ranieri e Peppe Lanzetta. "Bisogna salvare la città, merita rispetto"
Perché noi dello spettacolo offriamo ai ragazzi l'idea che i rapporti umani siano quelli proposti dall'"Isola dei famosi"?
Strana sensazione girare un film sull'emergenza Napoli in piena emergenza
Nonostante il degrado si respira bellezza. Fa male
di Silvia Fumarola
NAPOLI - Il set è nel cuore della città assediata. Corso Garibaldi stazione della Circumvesuviana. Via vai di passeggeri frettolosi, facce stanche. «Non qui, per favore, spostatevi dietro, muovetevi normalmente» urla l´assistente. «Che film è?» chiede un signore con la busta di plastica in mano. «Un film con Sergio Castellitto». «Complimenti». Si ferma dietro al monitor, per sbirciare la scena. Come lui, tanti altri. Si forma una piccola folla rispettosa. «Se a Roma c´è un set» racconta divertito Castellitto «il romano si sente invaso: "Chi v´ha dato il permesso?", "Adesso dove parcheggiamo?". A Napoli, nonostante tutto quello che succede, sono disciplinati, affettuosissimi». Nel film di Maurizio Zaccaro, Il professore, che sta girando in questi giorni e che andrà in onda a primavera su Canale 5, interpreta Pietro Filodomini, un insegnante che sceglie di stare dalla parte degli ultimi. Giacca di velluto a coste, mescolato tra i viaggiatori, accompagna una ragazzina al pullman che la porterà verso una nuova vita: lontano dalla camorra che la vuole prostituta, schiava per sempre. Lei mangia una sfogliatella: «Ma queste le trovo a Rimini?». Lui accenna un sorriso. «Non telefonare mai, capito? Non scrivere. Ci faremo vivi noi. Non devono trovarti». La bacia sulla fronte, lei sale, prende posto, le guance rigate dalle lacrime. Saluta con la mano, come se accarezzasse il finestrino. «È una strana sensazione girare un film sull´emergenza Napoli mentre Napoli è in emergenza. Perché l´alta velocità ti porta qui in un un´ora e venti, qui: il Terzo mondo. È ingiusto, questa città meravigliosa merita rispetto. Ovunque, nonostante sporcizia e degrado, si respira la bellezza. Fa ancora più male. Ho sentito un´intervista al professor Marco Rossi Doria, a cui, in qualche modo, il mio personaggio s´ispira: "Non si può pensare di salvare questo paese se non si salva Napoli". È vero, bisogna salvare Napoli, adesso. Siamo nel cuore dell´Europa, a due ore da Parigi, ma questa città sembra Chicago nei film in bianco nero degli anni 40».
Eppure i colori sono abbaglianti quando il tassista, rassegnato ma premuroso, intrappolato in un ingorgo infernale, ti chiede di dirgli con precisione dove vai «perché è meglio non andarsene in giro»; quando spiega che «la corsia preferenziale, vedete?, è tutta intasata dalle macchine, perché i vigili capiscono subito chi guida e non lo fermano proprio, hanno paura di essere sparati». Passando per Corso Umberto, su un cumulo d´immondizia, è posato trionfalmente un materasso matrimoniale. Lungo la Marina, al semaforo rosso, giri lo sguardo su un´aiuola spartitraffico: buste di plastica, stracci. Si muove una massa informe. Un plaid copre un barbone: tre, quattro topi gli camminano addosso. Sgrani gli occhi. «Li vede anche lei?». Sì, il tassista li vede. I topi ora sono diventati otto. «Che volete fare? Ce ne sono tanti».
«Girando un film qui, non si può fare finta di niente» riflette Castellitto «abbiamo portato la macchina da presa a Rione Sanità, a 200 metri dal set un ragazzo è stato ucciso per un regolamento di conti. Sì, "regolamento di conti", come nel Far West. Mi hanno stretto la mano: "Grazie di essere venuto in questo condominio abbandonato da tutti". Quando parlo coi napoletani perbene, e sono tanti, mi spiegano che l´ansia è diventata un affare quotidiano. Sembra di essere a Beirut. Senti quelli della troupe che telefonano: "Sei a arrivato a casa? Tutto bene?". Il professore, anche per lo stile asciutto con cui Zaccaro gira, con la macchina in spalla, fotografa la realtà. Nel cast con gli attori - Luisa Ranieri Pietra Montecorvino, Peppe Lanzetta, Donatella Finocchiaro, ndr - ci sono sette ragazzini presi dalla strada. Hanno negli occhi un´autenticità che ti spiazza. Sento già che avrò nostalgia di loro. Un film così, anche se andrà in onda su Canale 5, è servizio pubblico: per questo vorrei fare un appello a Mediaset, chiedere di non massacrarlo con gli spot, ma di interromperlo in modo diverso, magari in due blocchi, primo e secondo tempo. Sarebbe bello inaugurare un nuovo modo di programmare la fiction che affronta temi civili».
«La cartolina dal terrazzo dell´hotel che mi ospita - Capri, la penisola sorrentina, Castel dell´Ovo - toglie il fiato» sospira l´attore «c´è pure la luna: ma il controcampo sono i morti, le sirene della polizia, la miseria, i motorini che sfrecciano. Ha visto? Qui nessuno porta il casco. Ho chiesto perché. Mi hanno risposto: "Il casco lo portano i killer". Lo so che un film è una goccia nel mare, il professor Pietro mi ricorda l´acchiappatore nella segale del Giovane Holden, s´impegna a fare qualcosa che forse è una pazzia: prende per la collottola questi ragazzini sull´orlo del precipizio. Si fa carico. Non voglio perdere l´occasione, voglio parlare con loro, devono sapere che va ristabilito il rispetto delle regole, la legalità. Altrimenti restano prigionieri della sindrome del neorealismo. Li prendiamo dalla strada e li lasciamo dove li abbiamo trovati, invece anche un film può essere un percorso di crescita. Forse è un desiderio catartico, in fondo cosa facciamo noi dello spettacolo? Gli offriamo l´idea che i rapporti umani siano quelli proposti dall´Isola dei famosi. Non sono per un intrattenimento doloroso, ma il limite non ce l´abbiamo più».
Scritto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, prodotto da Grundy, Il professore racconta la battaglia di un insegnante per portare la classe fino alla terza media. Ogni anno, in provincia di Napoli, quasi diecimila studenti abbandonano la scuola. Nel migliore dei casi scelgono il lavoro nero; nel peggiore, vengono arruolati dalla microcriminalità. «Ho girato Don Milani», continua Castellitto «e mi rendo conto, dolorosamente, che i ragazzi abbandonati del Mugello li ritrovo qui, quarant´anni dopo. Le scene della scuola le abbiamo ambientate alla Sanità, nella comunità La Tenda, dove i volontari sono al fianco delle madri per strappare i figli dall´eroina. A Napoli si fa la fila per andare a prendere la dose nei condomini. Non è accettabile. Poi c´è il fatalismo dei napoletani. Come si può non essere travolti dall´ansia, dalla voglia di andarsene? Qui non c´è lo Stato, mi dispiace, ormai c´è un altro Stato: quello che ti protegge il negozio e ti presta i soldi a strozzo. Qualcuno, del vero Stato, deve rispondere. Non dividiamo l´Italia, è una».
L´autista Alberto, che lo scorta ovunque, cita san Paolo: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia». Il camper è nel garage, a due passi dal set. I ragazzi della troupe vigilano. «Aspetti qui che arrivi la macchina, non esca». Lo spiazzo è buio, a terra qualcuno si è già preparato un letto di fortuna, protetto dai cassonetti, tra i topi e i cani.
l'Unità 7.11.06
Mussi: «L’Italia ha bisogno di una sinistra legata al socialismo europeo»
«Il futuro della sinistra non è dentro il Partito democratico» dice Fabio Mussi, ministro dell'Università ed esponente della sinistra dei Ds: «È impensabile che la sinistra possa guardare al suo futuro priva di un grande partito di sinistra di ispirazione socialista. È una bizzarria. Io penso ad una sinistra che si riunifica, ma sotto le bandiere di un' idea non minoritaria, collegata alle grandi forze europee mondiali e non a forze marginali. Questo è fondamentale. L'Italia ha bisogno di una grande forza di sinistra collegata al socialismo europeo. Io penso ad una variante più di sinistra, più radicale di tanti partiti socialisti democratici europei ed arricchita di esperienze dal femminismo all'ambientalismo che nascono fuori dalla tradizione socialista».
E a Angius risponde: «La federazione riformista c'è già. È già stata fatta un paio di anni fa. È stata solennemente costituita e mai riunita. Gavino Angius dovrebbe chiedersi il perché».
Angius: «Il Pd dovrebbe unire nuove culture politiche. Dimenticate a Orvieto»
«Veltroni dice che si è smarrito il senso del progetto originario dell'Ulivo. Sono d'accordo: quel progetto voleva l'aggregazione non solo di Ds e Dl, non solo di componenti ampie della società civile, ma anche di correnti importanti del socialismo, dell'ambientalismo, del femminismo, senza contare i Radicali». Lo afferma Gavino Angius, senatore dei Ds e vicepresidente dell'assemblea di Palazzo Madama. «Il progetto originario dell'Ulivo - aggiunge - è andato smarrendosi in questi anni: radicali e Sdi sono andati per conto loro, i Verdi sono stati abbandonati a se stessi, Di Pietro si è messo da solo: l'Ulivo ha perso pezzi. Ma se si vuole fare un partito nuovo, allora bisogna recuperare Di Pietro e i socialisti, e consentire alle nuove culture della non violenza, dell'ambientalismo, del femminismo, di potersi riconoscere in questo nuovo partito. Ma ad Orvieto non ho neppure sentito nominarle. O il Partito democratico nasce come qualcosa di nuovo che comprenda anche queste nuove culture, oppure siamo di fronte ad una vera involuzione».
Quant’è leggero il Partito democratico
di Massimo Brutti
«Una moderna forza riformista nel Partito del socialismo europeo». Così abbiamo intitolato il documento redatto da un gruppo di iscritti, di parlamentari e dirigenti dei Ds, per aprire e sollecitare una discussione politica, senza rinvii, sui nodi che saranno al centro del congresso. È una discussione necessaria. Perché essa si allarghi, perché assuma un significato vero e serio, dobbiamo tenerla saldamente ancorata alla vita del paese, alle domande di cambiamento e di giustizia sociale che si manifestano con forza in Italia dopo la sconfitta del berlusconismo.
Le immagini della manifestazione di sabato contro la precarietà del lavoro, contro le leggi volute dalla destra ed ancora vigenti sull’immigrazione e sulla scuola, dimostrano quanto sia forte e diffusa l'aspirazione al cambiamento. Quei giovani chiedono riforme, chiedono un'azione di governo ed un sistema di regole che valgano a rafforzare i diritti, a far progredire la scuola e la ricerca, a rendere più stabili i rapporti di lavoro, assicurando così la libertà e le scelte di vita di chi è appena entrato o aspira ad entrare nel mercato del lavoro ed è penalizzato dall'incertezza. È possibile produrre innovazioni reali, presto, su questo terreno? Come si estende l'area dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato? Quali politiche intraprendere, perché questa estensione si attui davvero, in modo tale da giovare ai lavoratori ed alle imprese? Tocca a noi, tocca ai riformisti rispondere a queste domande, offrire strumenti politici concreti. Non lasciamo che sia la sinistra radicale a rappresentare quei tanti giovani che sfilavano sabato e che sono nostri elettori. Essi si aspettano che i Ds e l'Ulivo stiano al loro fianco. Se questo è vero, allora, lo strumento politico che costruiamo ha un'importanza fondamentale
Le parole-chiave del documento che abbiamo sottoscritto sono «riformismo» e «socialismo».
Siamo convinti della loro attualità. Io credo che dalle idealità del socialismo, dalla sua tradizione, in questi anni arricchita da culture nuove come quella ambientalista o come il pensiero femminile, possa venire una risposta moderna e positiva all'appello che ci hanno lanciato i giovani a Roma. L'obiettivo è vincere la precarietà, e più in generale lavorare per rimuovere gli ostacoli sul cammino dell'uguaglianza. Non è questa l'antica e fondamentale sfida per cui vive la sinistra? Nel congresso dei Ds dobbiamo discutere delle innovazioni di cui il paese ha bisogno. Dobbiamo farlo nel vivo di un dibattito democratico che non sia limitato a pochi, che coinvolga e renda protagonisti i nostri iscritti, che parli agli elettori. Non so e non abbiamo deciso se sulla base del documento che abbiamo elaborato vi sarà una terza mozione al congresso dei Ds. Vorrei intanto che le idee in essa appena abbozzate trovassero ascolto e sviluppo. Le proposte da mettere in campo nel dibattito congressuale dipenderanno poi dal modo in cui esso verrà impostato e potranno definirsi solo dopo la riunione del Consiglio Nazionale. Confrontarci subito significa dire fuori dai denti quel che pensiamo sull'idea del «Partito democratico», così come è emersa dai primi passi compiuti in queste settimane e dal seminario di Orvieto, che giudico unilaterale ed insoddisfacente.
Chi ha firmato il documento condivide l'obiettivo di far progredire il progetto unitario dell'Ulivo, fino alla formazione di un nuovo soggetto, che aggreghi le forze riformiste e sappia richiamare alla partecipazione politica settori della società oggi lontani da essa. Abbiamo lavorato insieme per anni, avendo in mente l'unità dei riformismi (che in Italia hanno storie separate, spesso contrastanti) e perseguendo contemporaneamente il rinnovamento della sinistra. In questo quadro abbiamo vissuto aspre battaglie politiche e momenti difficili. Penso al lungo attraversamento del quinquennio berlusconiano ed agli sforzi compiuti per tenere insieme tutte le componenti dell'Unione e per dare a questa un impianto programmatico volto al cambiamento. Il mio rispetto e la mia stima (che sono anche propri di moltissimi iscritti al partito) per il gruppo dirigente dei Ds nascono dal percorso che abbiamo in comune.
Ma ora come possiamo pensare che il nostro dibattito sulla formazione di un nuovo partito sia limpido e parli al paese, e che anzi esso sia suscitatore di energie, se non usciamo dal chiuso delle riunioni ristrette e delle decisioni di vertice, se non cominciamo subito a confrontare le idee e le proposte, in un dibattito pubblico ed aperto? Ciò significa non dare per scontata alcuna decisione ed investire il congresso della sovranità che gli compete.
Dobbiamo partire da un dato, finora evidente. Una parte (non so dire oggi quanto sia ampia) di coloro che condividono l'obiettivo di dare vita ad un nuovo soggetto politico riformista non è d'accordo sulle tesi prevalenti ad Orvieto e sui primi atti che queste hanno ispirato. Non siamo d'accordo sul partito leggerissimo che si sta disegnando: un vertice, un gruppo di professori (cooptati non si sa bene da chi), che elaborano linee e programmi; una organizzazione ridotta all'osso, una partecipazione politica limitata a pochi momenti, accompagnata dalla retorica delle «elezioni primarie» e dei gazebo. È difficile comprendere come la partecipazione possa svilupparsi se non vi sono idee condivise, se non sono chiari gli interessi che si rappresentano, i programmi per i quali si dà battaglia, e se non vi sono meccanismi democratici stabili per confrontarsi sulle idee-guida (soltanto un esempio: la laicità dello Stato), per definire i programmi e per la selezione dei gruppi dirigenti. Tutto ciò è il contrario della insostenibile leggerezza teorizzata ed applaudita ad Orvieto. Non siamo d'accordo sull'azzeramento delle identità politiche esistenti. Anche qui, poiché le idee non si inventano dal nulla, chi ci propone da anni lo scioglimento dei Ds, non ha niente di meglio da offrirci che una cultura eclettica e superficiale, piena di formule astratte e con una visione del paese che è ingenuamente tecnocratica.
Noi non siamo d'accordo con la tesi, ribadita da Pietro Scoppola, secondo cui il nuovo soggetto politico dev'essere in Europa altra cosa dal Partito del socialismo europeo. Non è sensato né per noi accettabile sostenere che i Ds debbano distaccarsi da questa forza riformista, proprio in un momento storico in cui la dimensione europea conta di più che in passato.
Per questo, proponiamo di far crescere il processo unitario con la gradualità che è indispensabile perché esso prenda vigore, perché coinvolga ed unisca forze nuove, senza umiliare nessuna delle storie che stanno dentro l'Ulivo. Un partito in forma federata, da realizzare entro la primavera del 2008, come noi proponiamo nel documento, servirebbe a questo. Niente salti, niente operazioni a perdere. Noi resteremmo così nel socialismo europeo, lavorando per allargarne i confini, e non vi sarebbe alcuna imposizione verso l'una o l'altra delle forze che costituiranno il soggetto nuovo. Contemporaneamente, la forma federata è quella che meglio può aprirsi all'ingresso di altri soggetti, di partiti (come i socialisti democratici e i verdi, con i quali non sarà facile, ma dobbiamo provare), ed inoltre di associazioni e gruppi di cittadini, tutti indispensabili al salto di qualità che l'Ulivo deve compiere nei prossimi anni.
Per quanto ci riguarda, io credo che noi abbiamo il diritto di portare nella nuova forza unitaria le nostre idee, la storia, le speranze di tanti che sono di sinistra e che sono riformisti. Il nostro impegno è stato ed è decisivo: perciò non vogliamo essere azzerati. È vero d'altra parte che se andremo all'incontro rivendicando il ruolo di protagonisti, le nostre convinzioni e gli obiettivi di giustizia sociale che ci muovono, anche gli iscritti ai Ds, che sono tentati dall’idea di andar via, avranno un motivo in più per rimanere con noi.
Repubblica 7.11.06
Rutelli al question time: contrari anche all'accanimento terapeutico
Manconi: su questo tema ancora troppa ipocrisia
"Eutanasia, il governo è contrario"
Il vicepremier: nessun caso sommerso negli ospedali italiani
di Caterina Paolini
ROMA - L´eutanasia negli ospedali italiani tra dolore e accanimento terapeutico, tra pietà e legge. C´è chi segnala come venga praticata in modo silenzioso, nascosto e chi invece come il vice premier Rutelli nega categoricamente che questo accada. Il tutto tra polemiche e accuse anche all´interno della maggioranza con Giovanardi dell´Udc e Bobba dell´Ulivo che insistono: «Chi sa di episodi li denunci».
A scatenare la bagarre è stato il sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi, tra i primi a presentare un disegno di legge sul testamento biologico negli anni ´90. È stato infatti lui a segnalare i risultati di diverse ricerche mediche, tra le quali quella del centro di bioetica dell´università cattolica di Milano e della Fondazione Floriani, «dove il 3,6% dei medici anonimamente dichiara di aver praticato l´eutanasia e il 15% la ritiene pratica accettabile, mentre il 39% ricorda di aver staccato il respiratore e il 13% ammette l´uso di dosi letali di farmaci in situazioni estreme».
Statistiche importanti in questi giorni in cui cattolici e laici si dividono sul diritto di scegliere come e quando morire, in cui si discute del testamento biologico. Così ieri Rutelli nel question time alle domande di Giovanardi sulle dichiarazioni di Manconi ha ribadito che «al ministero della salute non risulta che venga praticata l´eutanasia negli ospedali», e soprattutto che il governo è contrario alla «dolce morte» come è contrario all´accanimento terapeutico mentre è favorevole al testamento biologico «che non apre in alcun modo la strada all´eutanasia».
«È ovvio che non risulti al ministero della sanità, l´eutanasia è illegale, mica tengono i registri. Il fatto di aver segnalato queste ricerche non significa che io voglia che diventi legale. Ma solo che è ipocrita nascondere la verità, che è su dati reali che bisogna discutere in parlamento», dice Manconi. Un problema complesso visto il sottile crinale che separa il diritto di non voler ricevere cure, previsto dalla costituzione, e l´eutanasia per la quale ora si può essere accusati di omicidio. Ed è su questo che interviene Pessina del Centro Biotetica: «I risultati della nostra ricerca sono stati falsati: non si parlava tanto di eutanasia, piuttosto di sospensione dell´accanimento terapeutico» dice mentre Manconi conferma la sua versione. Non solo. «Nel caso di Welby, tenuto in vita da respiratori e nutrizioni artificiali, non sarebbe eutanasia, ma sospendere l´accanimento terapeutico», dice il sottosegretario alla giustizia. Concorda Chiara Moroni di Forza Italia, che vorrebbe un testamento biologico «vincolante per il medico, perché io sono laica e penso che l´essere umano abbia il diritto quando è ancora cosciente di decidere come vivere e in quali casi questo gli sia insopportabile».
Nuova Agenzia Radicale 07.11.06
Fare l'amore secondo il Corano. Una donna velata tiene lezioni in tv
di Gerardo Picardo
Heba Kotb riceve in un piccolo studio al secondo piano di un palazzo in Sharia Sudani, nel quartiere residenziale di Mohandeseen, al Cairo; alle pareti sono esposti i certificati della sua laurea in medicina e della specializzazione in sessuologia; il telefono, all'ingresso, non smette mai di squillare e la lista d'attesa per un appuntamento è di due mesi.
La dottoressa Kotb, 39 anni, musulmana osservante, sposata e madre di tre figli, è una pioniera della sua materia, considerata tabù in numerosi paesi del Medioriente. Ogni sabato mattina conduce infatti una trasmissione sulla tv di stato egiziana, durante la quale invita personalità anche religiose a parlare della vita di coppia secondo l'Islam e risponde in diretta a domande sul sesso, esponendo sia teorie scientifiche che dettami della morale islamica.
“Il mio è un lavoro che pochi sono disposti a fare nel mondo arabo. Non credo si possa definire difficile, ma diverso. Non sono una persona tradizionale, ho una personalità molto spiccata, ma soprattutto una famiglia che mi sostiene molto - spiega la donna - Penso ai miei genitori, ma anche mio marito, che è un medico e che mi ha sempre appoggiato nelle scelte che ho fatto”. Scelte non facili in un Paese musulmano.
“In un primo momento si rivolgevano a me solo persone delle classi agiate, avevo due, forse tre pazienti alla settimana. Poi invece ho cominciato ad apparire in tv e la gente ha cominciato a conoscermi, a chiamare per un appuntamento, spesso in condizioni di anonimato, e pian piano sono arrivati qui allo studio”. Un percorso, quello verso la consapevolezza sessuale, non facile nemmeno per i pazienti della Kobt. “All'inizio - spiega il medico egiziano - chiedevano tutele sull'assoluta riservatezza degli incontri, non volevano incontrare nessun altro paziente nella sala d'aspetto e molti si preoccupavano di domandare se il portiere del palazzo sapeva di quale tipo di disturbi mi occupavo”.
Una donna indipendente, la dottoressa Kotb, il cui viso è sempre incorniciato dal velo e che da musulmana osservante non dimentica che anche il piacere sessuale, è frutto della volontà di Dio. “Quando ho cominciato a leggere i trattati di sessuologia e di psicologia sessuale mi sono resa conto che non solo non contraddicevano quanto insegnato nel Corano ma, anzi, ripetevano cose che sono assolutamente conformi al messaggio dell'Islam e della Sira, l'insieme dei testi che raccolgono gli atti e le parole del profeta Maometto”.
In particolare, sono due i versetti del Corano che hanno 'ispirato' Heba Kotb. “Uno nella sura Romana, che indica come comportarsi nella vita di tutti i giorni nei confronti della moglie e insegna che l'amore e la passione tra uomo e donna sono frutto del volere divino. E chi non riesce a trovare o a vivere questa passione, deve cercarla perché questa è un dono di Dio. Il secondo nella Sura della vacca, la più lunga tra le sure del libro sacro, che addirittura parla del diritto della donna a provare l'orgasmo”.
Come musulmana, tuttavia, la dottoressa Kotb, non giustifica l'omosessualità, le relazioni extra coniugali e la pornografia. “L'omosessualità esiste in Egitto - dichiara - non ci sono statistiche, perché è proibita per legge, ma non per questo possiamo nascondere la testa sotto la sabbia. Come musulmana e come medico, ritengo si tratti di una malattia. Infatti molti pazienti che sono venuti a chiedermi delle cure contro le tendenze omosessuali si sono riavvicinati alla religione e hanno capito di aver attraversato un periodo di confusione”.
La Kobt ammette poi che “le società arabe stanno cambiando. Ora sono sempre di più le ragazze che decidono di avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Non si tratta della maggioranza, certo, ma di una percentuale di gran lunga superiore a quella di dieci o quindici anni fa”. La dottoressa, alla cui ultima conferenza in Yemen sono intervenute oltre 300 donne, racconta di aver lottato molto per affermarsi nel suo campo ma di avere ricevuto dal suo lavoro più soddisfazioni di quante ne avrebbe mai immaginate.
“Circa due anni fa una signora, con figli già adulti, venne da me lamentandosi del fatto che il marito la desiderava ancora e lei si sentiva troppo vecchia per 'certe cose'. La donna in questione aveva solo 43 anni e suo marito 46. Ho capito che c'era qualcosa in lei che non andava e le ho chiesto se suo marito le facesse provare piacere. E' rimasta a fissarmi per qualche secondo poi mi ha confessato, candidamente, che non sapeva che anche le donne potessero avere un orgasmo. Dopo qualche seduta, a cui ha partecipato anche il marito, si è ripresentata nel mio studio e aveva negli occhi uno sguardo diverso e un vestito dai colori sgargianti”.
“Questi - taglia corto la Kobt - sono i tabù che cerco di rompere, per far capire alle coppie che il buon sesso fa bene al matrimonio e non bisogna privarsene a nessuna età”.
Il Riformista 7.11.06
Ritratti. Il best seller del trend setter del pensiero francese liberal-socialista, il Marx postmoderno di Attali
di Massimiliano Panarari
Spirito del mondo. Il filosofo di Treviri era un difensore delle libertà borghesi, ammiratore della forza intellettuale del capitalismo, convinto della centralità dei diritti politici e mai assertore della dittatura del proletariato o di qualsivoglia totalitarismo
E dopo i lib-lab britannici, vennero i lib-soc francesi… Uno di loro, anzi, il lib-soc transalpino per eccellenza, mette in discussione, senza reticenze ma dando finalmente a Cesare ciò che è di Cesare, il padre del socialismo. E ne viene fuori un volume che in Francia e Spagna è divenuto un bestseller e ha guidato le classifiche di vendita della saggistica, ora in uscita anche nel nostro paese. Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo (Fazi, pp. 420, euro 22, trad. di Eleonora Secchi; in appendice un dialogo tra l'autore e il celeberrimo storico inglese Eric J. Hobsbawm su «Marx per il XXI secolo») di Jacques Attali è una biografia intellettuale e fattuale del genio ottocentesco fondata sull'assunto che solo un liberale (per la precisione, un social-liberale à la française) avrebbe potuto evitare di “gettare il bambino con l'acqua sporca”, criticando sì tutti gli aspetti non condivisibili del pensiero del filosofo di Treviri, ma non sottacendo neppure la sua figura e personalità titanica e rilanciando l'impressionante attualità di quello che pareva, fino a poco fa, un grande inattuale. Attali, un intellettuale versatile e cosmopolita (soprattutto se si pensa al contesto d'Oltralpe) come pochi (economista, saggista, letterato, già consigliere di François Mitterrand e primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, autentico trend setter delle tendenze contemporanee, dal nomadismo alla poligamia sino al microcredito e al “filantropismo versione Ong”, e molto altro ancora) fa, dunque, i conti con uno dei titani della cultura moderna, un maestro della “scuola del sospetto” (insieme a Nietzsche e Freud) che ha segnato in maniera irreversibile il pensiero dell'Occidente, come le sue prassi politiche.
Insomma, da questo corpo a corpo tra le opere del pensatore della modernità per antonomasia e un intellettuale di oggi scopertosi postmoderno in anticipo sui tempi (Attali è una sorta di anti-Bauman ottimista) emerge un ritratto a tinte forti di Marx, difensore delle libertà borghesi, ammiratore della forza intellettuale del capitalismo, convinto della centralità dei diritti politici e mai assertore della dittatura del proletariato o di qualsivoglia totalitarismo. Un Marx marxiano, per così dire, e antimarxista, tutto da scoprire nella lettura del libro e piuttosto “marziano” rispetto alla vulgata che ci viene tramandata da detrattori e corifei. Con alcuni aspetti curiosi e godibili, non adeguatamente conosciuti, cui Attali rende giustizia. Marx è stato, tanto per fare un esempio, uno straordinario giornalista e un eccezionale pamphlettista (e non poteva essere diversamente data la sua inesauribile curiosità). Autenticamente sofferente in occasione della pubblicazione delle sue opere maggiori, da cui, ossessionato da un incredibile perfezionismo, non voleva mai separarsi (al punto da far giacere nel cassetto tonnellate di progetti di libri incompiuti), diede il meglio di sé nel giornalismo e nella “scrittura veloce”, dai periodici democratico-radicali e socialisti tedeschi pre-1848 alle sue corrispondenze e alla column settimanale sul New York Daily Tribune, il quotidiano statunitense più importante del pianeta con le sue 200mila copie, dove, chiamato dal caporedattore Charles Dana, che lo adorava, si occupò di India, Cina, vicende politiche del mondo e tematiche economiche globali, mettendo così a punto, su un foglio giornaliero, quelle che sarebbero divenute le sue categorie interpretative.
Ed è l'intellettuale che, come ricordava in una delle tante missive al suo finanziatore e sodale Friedrich Engels, più studiò il lavoro odiandolo ferocemente (o, come dissero i maligni, non praticandolo mai…), al punto che la speculazione sull'alienazione costituisce una delle vette della sua opera; per non parlare della tematica dell'ozio creativo, elaborata proprio a partire dai suoi scritti, dal genero Paul Lafargue (il marito della figlia Laura).
Un Marx, dunque, che Attali ci restituisce nella sua pienezza di personaggio faustiano e prometeico, ma anche, all'insegna di un'operazione di ermeneutica culturale di grande efficacia e suggestione, come un inesauribile sperimentatore che attraversò tutto il sapere, da Democrito al romanzo gotico, nel tentativo di fornire spiegazioni, mai esaustive, alla complessità del mondo; per comprenderlo assai più che per dominarlo. Nessun monoteismo teoretico fine a se stesso e nessuna monoliticità dottrinaria (questa, davvero, posticcia e frutto velenoso delle diatribe e dei tentativi di appropriazione indebita scatenati dopo la morte dai suoi supposti fedeli), ma una formidabile intelligenza analitica e una grandiosa apertura alla complessità del mondo. Il Marx ritratto da Attali è un avversario ontologico della “linea totalitaria Hegel-Bismarck-Lassalle-Lenin-Hitler”; e, pur tra mille ripensamenti e revisioni, non considerò mai il socialismo quale legge naturale deterministicamente destinata ad affermarsi. E, dunque, pur con alcuni aspetti certamente indigeribili e indigesti, il Karl Marx che ci restituisce Attali è davvero lo “spirito del mondo”, per giunta di ispirazione effettivamente assai più social-liberale che socialistico-reale. Morto il comunismo, viva Marx!
lunedì 6 novembre 2006
Corriere della Sera 3.11.06
«Uomini e donne», una storia che vuole imitare Woody Allen
Coppie tra sesso e sentimenti ma la psicoanalisi non basta
di Tullio Kezich
Chi non è più giovanissimo ricorda che a suo tempo per bollare certi soggetti di genere melò veniva usato l' aggettivo «ottocentesco». Ebbene, il futuro è già cominciato: fra i commenti su internet intorno al film Uomini & donne spunta come negativa connotazione di anzianità il termine «novecentesco». Evidentemente il riferimento al '900, già vessillo delle avanguardie, appartiene ormai a un passato che invecchia a vista d' occhio. E fuori moda risulta dunque la cinecommedia di Bart Freundlich dove troviamo due coppie impelagate in problemi di sesso e sentimenti che gli shrinks (psicoanalisti) non riescono a sbrogliare. Di fronte a un plot fra amarognolo e dolciastro ambientato a Manhattan il pensiero corre a Io & Annie ed è giocoforza constatare che dal giorno in cui quel classico vinse quattro Oscar sono trascorsi quasi trent'anni. Accertato che la commedia freudiana di ambiente newyorkese è obsoleta viene da chiedersi se è invecchiata anche la psicoanalisi. Sfogliamo l'ultimo nato di quei «libri neri» che deliziano le mezzecalze della cultura, Le livre noir de la psychanalyse a cura Catherine Meyer (edizione les Arènes, 2005). Il sottotitolo Vivere, pensare e stare meglio senza Freud la dice lunga sul carattere «mirato» del voluminoso pamphlet. Ma in mezzo a saltabeccanti divagazioni tendenziose si pescano notizie utili. Come quella, desunta da Time, per cui attualmente negli Usa soltanto cinquemila persone si sottopongono a una cura psicoanalitica, una cifra marginale se rapportata a 265 milioni di americani. E ancora: «La celebre Società Psicoanalitica di New York fatica sempre più a reclutare candidati; e il Myers, il celebre manuale di psicologia che serve di riferimento agli studiosi di psicologia d'oltreoceano, consacra alle teorie freudiane solo 11 delle sue 740 pagine». La curatrice del livre noir si duole però che in Francia la psicoanalisi costituisca ancora il Verbo: e per quanto riguarda l'Italia mi è parso significativa la rivelazione fatta da Bertolucci e Bellocchio, nel loro recente dialogo alla Festa romana del cinema, di essere tuttora in analisi (Bernardo freudiana, Marco fagioliana) dal '69. Tornando al film, se Io & Annie adombrava il vero innamoramento dell'autore per l'effervescente Diane Keaton, anche Uomini & donne svela un'ispirazione autobiografica. Infatti Julianne Moore, incarnante la diva hollywoodiana Rebecca ansiosa di affermarsi sulle scene della Grande Mela, è nella vita la consorte di Freundlich regista del film. Qualcuno ne ha tratto la conclusione che il bizzarro matrimonio con Tom (David Duchovny), il quale babysittereggia i figlioli a casa mentre lei va alle prove, rispecchi la realtà di un rapporto altalenante come sempre quando si mescolano sentimenti, sesso e carriere. Il fatto anomalo è che Rebecca e Tom si baciano magari per la strada, ma non fanno sesso benché lui sia un erotomane frenetico. Né vanno meglio le cose con il tentennante Tobey (Billy Crudup), afflitto dal complesso di Peter Pan che da sette anni gli impedisce di impalmare Elaine (Maggie Gyllenhaal), aspirante scrittrice per l'infanzia. Non indugio sugli sviluppi del copione, che pur garantendo qua e là qualche sorriso, dovuto soprattutto alla bravura degli interpreti, non riservano particolari sorprese. Nemmeno quando Tom partecipa alle riunioni dei sessodipendenti; o quando Tobey si impegna a pedinare il suo analista per scoprirne il tallone d'Achille; o quando un'editrice lesbica bacia a sorpresa Elaine. Tutto culmina la sera della prima sul palco del Lincoln Center, con il quartetto che al momento dei ringraziamenti partecipa strillando gli interni affanni al pubblico plaudente. Ma come mai i coniugi Freundlich, Bart e Julianne, non hanno previsto che fare un film alla Woody Allen senza Woody Allen sarebbe stato come fare la lepre in salmì senza la lepre?
UOMINI E DONNE Regia di Bart Freundlich Con David Duchovny, Julianne Moore, Billy Crudup, Maggie Gyllenhaal
«Uomini e donne», una storia che vuole imitare Woody Allen
Coppie tra sesso e sentimenti ma la psicoanalisi non basta
di Tullio Kezich
Chi non è più giovanissimo ricorda che a suo tempo per bollare certi soggetti di genere melò veniva usato l' aggettivo «ottocentesco». Ebbene, il futuro è già cominciato: fra i commenti su internet intorno al film Uomini & donne spunta come negativa connotazione di anzianità il termine «novecentesco». Evidentemente il riferimento al '900, già vessillo delle avanguardie, appartiene ormai a un passato che invecchia a vista d' occhio. E fuori moda risulta dunque la cinecommedia di Bart Freundlich dove troviamo due coppie impelagate in problemi di sesso e sentimenti che gli shrinks (psicoanalisti) non riescono a sbrogliare. Di fronte a un plot fra amarognolo e dolciastro ambientato a Manhattan il pensiero corre a Io & Annie ed è giocoforza constatare che dal giorno in cui quel classico vinse quattro Oscar sono trascorsi quasi trent'anni. Accertato che la commedia freudiana di ambiente newyorkese è obsoleta viene da chiedersi se è invecchiata anche la psicoanalisi. Sfogliamo l'ultimo nato di quei «libri neri» che deliziano le mezzecalze della cultura, Le livre noir de la psychanalyse a cura Catherine Meyer (edizione les Arènes, 2005). Il sottotitolo Vivere, pensare e stare meglio senza Freud la dice lunga sul carattere «mirato» del voluminoso pamphlet. Ma in mezzo a saltabeccanti divagazioni tendenziose si pescano notizie utili. Come quella, desunta da Time, per cui attualmente negli Usa soltanto cinquemila persone si sottopongono a una cura psicoanalitica, una cifra marginale se rapportata a 265 milioni di americani. E ancora: «La celebre Società Psicoanalitica di New York fatica sempre più a reclutare candidati; e il Myers, il celebre manuale di psicologia che serve di riferimento agli studiosi di psicologia d'oltreoceano, consacra alle teorie freudiane solo 11 delle sue 740 pagine». La curatrice del livre noir si duole però che in Francia la psicoanalisi costituisca ancora il Verbo: e per quanto riguarda l'Italia mi è parso significativa la rivelazione fatta da Bertolucci e Bellocchio, nel loro recente dialogo alla Festa romana del cinema, di essere tuttora in analisi (Bernardo freudiana, Marco fagioliana) dal '69. Tornando al film, se Io & Annie adombrava il vero innamoramento dell'autore per l'effervescente Diane Keaton, anche Uomini & donne svela un'ispirazione autobiografica. Infatti Julianne Moore, incarnante la diva hollywoodiana Rebecca ansiosa di affermarsi sulle scene della Grande Mela, è nella vita la consorte di Freundlich regista del film. Qualcuno ne ha tratto la conclusione che il bizzarro matrimonio con Tom (David Duchovny), il quale babysittereggia i figlioli a casa mentre lei va alle prove, rispecchi la realtà di un rapporto altalenante come sempre quando si mescolano sentimenti, sesso e carriere. Il fatto anomalo è che Rebecca e Tom si baciano magari per la strada, ma non fanno sesso benché lui sia un erotomane frenetico. Né vanno meglio le cose con il tentennante Tobey (Billy Crudup), afflitto dal complesso di Peter Pan che da sette anni gli impedisce di impalmare Elaine (Maggie Gyllenhaal), aspirante scrittrice per l'infanzia. Non indugio sugli sviluppi del copione, che pur garantendo qua e là qualche sorriso, dovuto soprattutto alla bravura degli interpreti, non riservano particolari sorprese. Nemmeno quando Tom partecipa alle riunioni dei sessodipendenti; o quando Tobey si impegna a pedinare il suo analista per scoprirne il tallone d'Achille; o quando un'editrice lesbica bacia a sorpresa Elaine. Tutto culmina la sera della prima sul palco del Lincoln Center, con il quartetto che al momento dei ringraziamenti partecipa strillando gli interni affanni al pubblico plaudente. Ma come mai i coniugi Freundlich, Bart e Julianne, non hanno previsto che fare un film alla Woody Allen senza Woody Allen sarebbe stato come fare la lepre in salmì senza la lepre?
UOMINI E DONNE Regia di Bart Freundlich Con David Duchovny, Julianne Moore, Billy Crudup, Maggie Gyllenhaal