Corriere della Sera 18.7.06
Partito democratico, Ds divisi La Margherita: radici cristiane
di Maria Teresa Meli
ROMA - Si svolgono in contemporanea, l’assemblea federale della Margherita e il consiglio nazionale Ds. L’obiettivo è identico: definire il percorso che porterà al partito democratico. L’esito è diverso. Seppur tra mille distinguo, Francesco Rutelli riesce a far votare all’unanimità la sua relazione e a fissare per la primavera del 2007 il congresso che darà vita al nuovo soggetto politico. Per Piero Fassino, invece, la strada è più accidentata. Il segretario della Quercia non solo non ottiene il consenso di tutto il partito, perché le minoranze votano contro la sua relazione, ma deve constatare che nella stessa maggioranza ci sono delle prese di distanza. Clamorosa, quella di Gavino Angius, che si astiene sull’ordine del giorno che recepisce la relazione del leader, e annuncia: «È scontata la nascita del partito democratico, ma non è scontata la mia adesione». E si astiene anche Valdo Spini, mentre Gianni Cuperlo, fatto fuori dalla segreteria perché in odore di eresia, spiega a una platea che al termine del suo intervento si spella le mani: «Costruire qualcosa di più grande perdendo pezzi sarebbe una stonatura logica». Dunque, quel che riescono a strappare i vertici della Quercia è un Consiglio nazionale in autunno e un congresso su un non meglio identificato tema entro il 2007. Niente di più. Eppure sia Fassino che D’Alema le hanno provate tutte.
Il segretario ha ricordato che la nascita del «partito dell’Ulivo» non rappresenta «nessuna mutazione genetica», anzi, è una «scelta coerente» con la svolta della Bolognina. E anche D’Alema si è speso non poco. Ieri a Bruxelles era prevista una riunione dei ministri degli Esteri della Ue, ma il titolare della Farnesina ha preferito occuparsi della guerra interna al suo partito. È rimasto al tavolo della presidenza dei lavori del consiglio nazionale. E, al momento del voto, nelle stesse ore in cui i suoi colleghi europei stigmatizzavano l’atteggiamento dell’Iran, lui evitava che fosse messo in votazione l’ordine del giorno delle minoranze. Ha combattuto con le unghie e con i denti, in casa sua, Massimo D’Alema, attaccando il leader del Correntone Fabio Mussi, che fa «ragionamenti asfittici e fanciulleschi», e polemizzando con le minoranze che «vogliono mettere le mutande al mondo», con tesi e parole «inquietanti». Ma poi anche lui ha ammesso che il percorso che porterà al Pd non sarà breve.
Non avrebbe potuto fare altrimenti. Perché il leader del Correntone, Mussi, su questo è stato chiarissimo: «Non credo che arriveremo tutti al partito democratico», ha detto, e Cesare Salvi, capo dell’altra componente di minoranza, è stato duro anche lui. A dir la verità ad aiutarli sono stati anche gli echi degli interventi che si sono tenuti nel corso dell’assemblea della Margherita. «Dico no - ha sottolineato il ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni - a un dibattito sul partito democratico che veda la Margherita non come protagonista ma come ospite. Altrimenti si rifà la Cosa due. E dico no anche allo zapaterismo». E il rutelliano Renzo Lusetti, rivolto ai Ds, ha affermato: «Il futuro del partito democratico non può esser nel Pse. Questo partito deve avere nella sua identità le radici cristiane». E la senatrice Paola Binetti ha insistito su questo punto: «Il Pd - ha osservato - deve avere a fondamento i valori cristiani». Anche Pierluigi Castagnetti è convinto che «il pensiero dei cattolici democratici» sia «indispensabile per il partito democratico». Mentre per Rosy Bindi «i cattolici non devono essere residuali nella nuova formazione». Tutto ciò ha permesso a Mussi di dichiarare: «Vogliono rifare la Dc».
Certo, nella Margherita, c’è sempre il monito di Ciriaco De Mita, che avverte: «Non vi darò pace con le mie perplessità». Perplessità che, secondo Arturo Parisi, potrebbero essere più vaste, perché, «molte sono nascoste dal silenzio». Ma è chiaro che in questo contesto Rutelli ha gioco facile nel rassicurare tutti: «Ci sono in parte dello schieramento postumi di una cultura egemonica, ma non ci sono le condizioni perché essa possa rivelarsi vincente». E il consiglio nazionale Ds sembra confermare le parole del leader della Margherita.
Corriere della Sera 18.7.06
REVISIONI
Lo storico Federigo Argentieri accusa gli studiosi vicini ai Ds di aver ignorato importanti documenti Togliatti, la via italiana allo stalinismo
«Invocò la repressione in Ungheria e favorì la caduta di Kruscev»
di Antonio Carioti
L’affondo è pesante, di quelli che lasciano il segno. Secondo Federigo Argentieri, alcuni documenti fondamentali sull’opera di Palmiro Togliatti nel periodo successivo alla morte di Stalin, emersi nel corso degli anni Novanta, «sono stati tutti minimizzati o caparbiamente ignorati dagli studi post 1991 provenienti dall’area politico-culturale vicina ai Ds». E gli autori di matrice postcomunista, continua, hanno agito così «di proposito, semplicemente allo scopo di evitare di mettere in discussione le proprie posizioni, consistenti soprattutto nel reiterato tentativo di accreditare Togliatti come il vero capofila del riformismo italiano». Una denuncia che l’autore ha inserito nella nuova e più polemica edizione del suo libro Ungheria ’56. La rivoluzione calunniata (pagine 192, 10), appena uscita da Marsilio nella collana «I libri di Reset», con prefazione di Giancarlo Bosetti. Togliatti, afferma Argentieri, non solo approvò in pieno l’intervento sovietico a Budapest, ma lo invocò in sede riservata presso il Cremlino e agì sistematicamente per frenare le conseguenze della destalinizzazione: lungi dal mettersi alla testa del rinnovamento nel mondo comunista, fu il più astuto e autorevole tessitore della restaurazione, infine sfociata nella caduta di Nikita Kruscev, l’uomo che aveva denunciato i crimini di Stalin, e nell’ascesa di Leonid Breznev.
Molti gli episodi citati a suffragio di questa tesi. La lettera spedita ai vertici del Cremlino il 30 ottobre 1956, in cui Togliatti auspicava l’invasione dell’Ungheria («Razza di incapaci, vi volete decidere o no?» è la frase con cui Argentieri ne riassume il contenuto). L’assenso del «Migliore» alla condanna a morte di Imre Nagy, il primo ministro comunista riformista che era stato riportato al potere dall’insurrezione di Budapest. La sua denuncia circa la presunta «attività sobillatrice» svolta dal filosofo ungherese György Lukács. L’invito alla prudenza da lui rivolto ai compagni cecoslovacchi nel 1963, quando a Praga si parlava di riabilitare le vittime dei processi staliniani.
Infine l’accusa più grave di Argentieri: nel 1964 Togliatti era in sintonia con coloro che tramavano contro Kruscev e per questo si recò in Unione Sovietica, dove morì improvvisamente nell’agosto di quell’anno. Il famoso Memoriale di Yalta , destinato a rimanere riservato ma reso pubblico dopo la scomparsa dell’autore, non era affatto (come in seguito venne affermato) un documento volto a rimarcare l’autonomia del Pci da Mosca. In realtà le critiche mosse da Togliatti all’Urss in quel testo, con le relative «preoccupazioni per l’unità del movimento comunista internazionale», facevano parte di un gioco di sponda per mettere in difficoltà Kruscev e favorirne il siluramento. A tal proposito Argentieri richiama e ripubblica in appendice al suo libro un intervento dello studioso russo Enrico Smirnov, testimone diretto dei fatti, secondo il quale Breznev si rallegrò per la pubblicazione del Memoriale in Italia, in quanto «poteva essere utilizzato contro Kruscev». Non a caso poi l’ultimo scritto di Togliatti uscì anche sulla Pravda , organo del Pcus, alla vigilia del ribaltone al Cremlino che, nel successivo autunno, avrebbe portato all’ascesa di Breznev.
Insomma, Argentieri sostiene che Togliatti non fu il padre di una genuina via italiana al socialismo, perché non poteva in alcun modo rinnegare il suo passato stalinista. A suo avviso nel Pci un autentico revisionismo «sarebbe nato veramente solo nel 1964 con Luigi Longo», che per primo avrebbe preso apertamente le distanze dall’Urss, deplorando l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e aprendo la strada alle successive mosse di distacco da Mosca attuate da Enrico Berlinguer.
Di qui il giudizio fortemente critico espresso da Argentieri sugli autori ancora propensi a difendere la figura di Togliatti. È tutta una corrente storiografica, legata soprattutto alla Fondazione Istituto Gramsci, che viene direttamente chiamata in causa: dai più accesi sostenitori del «Migliore», Aldo Agosti e Giuseppe Vacca, ai più tiepidi Adriano Guerra e Silvio Pons.
C’è poi un bersaglio ancora più autorevole, arcinoto a livello internazionale. Si tratta dello storico marxista inglese Eric Hobsbawm, del cui itinerario intellettuale Argentieri rivela un particolare piuttosto imbarazzante.
Nella sua autobiografia Anni interessanti (Rizzoli), il celebre studioso ricorda di aver sottoscritto all’epoca della rivolta di Budapest, con altri intellettuali di sinistra, una lettera molto critica verso l’invasione sovietica. Non fa cenno però a un suo precedente intervento, che uscì il 9 novembre 1956 sul Daily Worker , quotidiano del Partito comunista britannico. In quel testo Hobsbawm paventava il pericolo di un’Ungheria dominata da forze conservatrici di destra, che sarebbe diventata un focolaio della controrivoluzione nell’Est europeo. E, pur auspicando un ritiro dell’Armata rossa che avvenisse al più presto possibile, affermava: «Se fossimo stati nella posizione del governo sovietico, saremmo intervenuti; se fossimo stati nella posizione del governo ungherese, avremmo approvato l’intervento».
Argentieri riprende la citazione da un libro di Peter Fryer, all’epoca corrispondente del Daily Worker da Budapest, che ruppe con il partito dopo la rivoluzione ungherese. Un uomo che del suo comportamento in quei giorni tragici, a differenza di Hobsbawm, oggi non ha nulla da nascondere né da rimuovere.
Corriere della Sera 18.7.06
E Hitler arruolò Rembrandt. Il caso ricordato nell’anniversario del pittore
di Stefano Bucci
Si racconta che il Führer vide «L’uomo con l’elmetto dorato» e immediatamente decise: il grande Rembrandt era «un vero ariano» e poteva diventare un’icona utile alla causa del nazismo. Soprattutto in quel particolare frangente, con il regime tedesco impegnato «ad accattivarsi la simpatia degli olandesi dopo l’invasione del 1940» (un saggio tedesco del 1890 già aveva, a suo tempo, parlato di Rembrandt come di un ipotetico «archetipo tedesco»). L’operazione non riuscì, per l’opposizione degli olandesi, ma a testimoniare l’insano tentativo di «riscrivere la storia» (Hitler cercò addirittura di rimpiazzare la festa nazionale con un «Rembrandt Day») rimangono ancora numerosi documenti (in particolare manifesti e francobolli) ora esposti, fino al 2 ottobre, al Verzetsmuseum (il Museo della Resistenza) di Amsterdam, nell’ambito della mostra Rembrandt nella propaganda . Tra le tante occasioni (e contraddizioni) proposte nell’ambito dei festeggiamenti per i quattrocento anni della nascita del grande pittore (15 luglio 1606 - 4 ottobre 1669) c’è così anche questa: affiancare ad una mostra su Rembrandt nazista, un’altra su Rembrandt ebreo (al Museo storico ebraico, dal 10 novembre al 4 febbraio). Mostra ispirata dal fatto che «molti dei suoi dipinti illustrano scene bibliche, che in alcuni di essi sono spesso inserite parole in lingua ebraica, che Rembrandt visse e operò nel cuore del quartiere ebraico».
Rembrandt e Caravaggio, l’essenza del genio, tutti i disegni, i paesaggi e persino la madre di Rembrandt sono soltanto alcuni dei temi proposti dal programma (che prevede una rivisitazione della Ronda di notte firmata da Peter Greenway) e qualche polemica è già nata proprio da certi accostamenti forzati (come quello con Caravaggio). I quattrocento anni di Rembrandt, dunque, tra luci e ombre. Le stesse luci e ombre che si ritrovano nel libro di Stefano Zuffi (Lo specchio infranto, Longanesi, pagine 160, 12,60) dedicato agli ultimi tredici anni del pittore: anni travagliati, di degrado economico e morale, divisi tra il ricordo della prima moglie e l’affetto per la seconda. Anni che furono, però, assai fervidi artisticamente nonostante le grandi difficoltà (non guadagnava più come in passato, ma continuava a dilapidare il proprio patrimonio). Anni comunque affollati da un esercito di collezionisti, eruditi, notai, capitani che finiranno poi tra i protagonisti dei suoi capolavori.
il manifesto 18.7.06
Afghanistan. Il Professore confida in un voto unanime
Franco Giordano «Chi vota no rompe l'unità del partito e apre a maggioranze neocentriste».
di R. Pol.
Roma. «Una coalizione discute ma il suo vero valore è quando esprime il voto». Dal G8 in Russia Romano Prodi ostenta fiducia sulla tenuta della sua maggioranza davanti la stampa internazionale, invitando a ricordare che finora al dunque si è sempre andati avanti con un «voto unanime» di tutti i partiti dell'Unione: il premier confida a chiare lettere che sarà così anche stavolta. Ma sia chi anela sia chi teme le «maggioranze variabili» in parlamento - o peggio, addirittura l' «allargamento» dell'Unione a forze estranee come la Lega e l'Udc - avrà le idee più chiare alla fine di questa settimana parlamentare. Come si sapeva da mesi, la prima prova di compattezza il centrosinistra dovrà darla sull'Afghanistan. Domani la camera voterà sia la mozione che il ddl sulle missioni all'estero mentre i «dissensi» nei partiti tracimano sempre di più in «tossine» che non verranno metabolizzate facilmente.
L'attesa direzione di Rifondazione comunista sul voto in parlamento ha approvato con una maggioranza schiacciante la linea della segreteria, che ha visto lievitare il suo consenso fino al 73% (19 voti contro 6) grazie ad alcune significative defezioni soprattutto dell'area di minoranza dell'Ernesto. «Un voto contrario non può rovesciare la linea che il partito ha democraticamente scelto», avvisa in avvio il segretario Franco Giordano, addossando sui «dissidenti» la responsabilità di spianare la strada a chi pregusta ipotesi neocentriste «che metterebbero a rischio la coalizione».
Alla fine il segnale che arriva dalla direzione è netto: «Chi vota no compie un atto violento di rottura della fiducia verso questa comunità politica», avvisa Giordano, che chiede a tutti di «far prevalere le ragioni unitarie», perché «non può accadere che si usino poltrone e una condizione privilegiata di visibilità per mettere in discussione il percorso scelto dal partito». Giovanni Russo Spena, capogruppo in senato e dirigente che il movimento per la pace lo conosce bene, mette in guardia dalle divisioni di questi giorni: «Nella radicalizzazione delle posizioni sul decreto - dice - vedo una deliberata e strumentale strategia di spaccatura del movimento», una distinzione storica tra «pacifisti» e «antimperialisti» in cui i «dissidenti» agirebbero di sponda con questi ultimi a scapito di «obiettivi che sono comuni a tutti noi».
Le due minoranze, Sinistra critica e l'Ernesto, hanno presentato insieme il documento bocciato dalla direzione. Ma Claudio Grassi, coordinatore della seconda area del Prc, non demorde: «Il ddl è insoddisfacente, non contiene una discontinuità con la politica di Berlusconi visto che sarà approvato in modo 'bipartisan' e non prepara l'exit strategy dall'Afghanistan». Anche Salvatore Cannavò esclude ripensamenti, anche se la decisione finale sul voto in aula non è ancora stata presa. Se è quasi scontato il sì alla mozione è difficile che il no al ddl si trasformi in astensione. Ogni atteggiamento, si spiega, sarà concertato con il senato, arena dove il ddl arriverà la settimana prossima. Mauro Bulgarelli dei Verdi chiede a Prodi di mediare ancora: se si respinge «chi predica scomuniche» esistono «ampi margini» per arrivare al voto con «una maggioranza coesa e autosufficiente».
Le parole di Prodi (e di Enrico Letta) abbassano le quotazioni di un voto di fiducia che congelerebbe uno status quo non certo sereno. Visto anche che dopo Napolitano, Marini e Bertinotti, a gamba tesa contro i «pacifisti dissidenti» interviene anche Massimo D'Alema. Polemizzando con Cesare Salvi, il vicperemier afferma che andare via dall'Afghanista sarebbe una manifestazione di «unilateralismo pacifista suicida»: «Nella lotta al terrorismo non si può escludere l'uso della forza e solo un paese che si assume le sue responsabilità può avere un peso internazionale».
il manifesto 18.7.06
La seduzione dell'inatteso
Di fronte alle scoperte scientifiche e alle innovazioni tecnologiche, tra paura e conoscenza. Remo Bodei, Giulio Giorello, Pietro Corsi e Massimiano Bucchi a Spoletoscienza
di Franco Voltaggio
Un frammento di Archiloco, poeta greco attivo nella prima metà del VII secolo a.C., suona così: «all'improvviso arriva la paura». Non sappiamo a quale fatto si riferisse Archiloco, né di quale testo, ormai irrecuperabile, facesse parte, ma poco importa. Come spesso accade nei lirici greci, il frammento acquista la suggestiva perentorietà di un adagio che ci dice come la paura nasca da un fatto inaspettato, di cui si stenta a trovare causa e spiegazione, ma di cui si vorrebbe trovarle. Nell'originale, che la versione italiana un po' opacizza, «all'improvviso» è espresso da ex aélptou che significa alla lettera «dall'inatteso». Oggi sono inattesi, nella percezione della società, diversi fatti, dal riscaldamento del pianeta alle trasformazioni attuate in agricoltura dalle biotecnologie, novità che alimentano, frammezzo a qualche speranza, parecchi timori. Del nuovo tipo di realtà planetaria hanno già parlato a Spoletoscienza, lo scorso sabato quattro scienziati (due climatologi, un biologo e un demografo) invitati a dire la loro sul clima, sugli ogm e sulla «bomba demografica», dalla Fondazione Sigma Tau e dalla rivista «Limes». Diverse e lucide le spiegazioni fornite e molti, altresì, gli interrogativi sospesi e le preoccupazioni non sopite tra il pubblico presente all'evento che la mattina di domenica è ritornato per ascoltare con attenzione quelli che una convenzione secolare vede quali depositari del sapere critico e del dubbio, cioè i filosofi, nelle persone di Remo Bodei (della Università di California, Los Angeles). Giulio Giorello (dell'Università Statale di Milano), Pietro Corsi (ora alla Sorbona di Parigi), coadiuvati dal sociologo Massimiano Bucchi della facoltà di sociologia di Trento. Studiosi che hanno preso molto sul serio il loro compito, rivestendo, in qualche modo, l'abito di bonari pedagoghi miranti a spiegare, sulla scorta di una sofisticata ricostruzione storica del passato e del presente, che i timori sono in parte ingiustificati, in parte male espressi, specie da parte di intellettuali come Habermas, che se ne fanno portavoce. Ciò non di meno la paura resta e forse non sarebbe il caso di demonizzarla più che tanto, contribuendo, a dispetto di ogni intenzione contraria, a creare un conflitto, a nostro parere non meno inopportuno che pericoloso, tra scienza e tecnologia, da un lato, e società umana, dall'altro.
Che la paura - quando non si risolve in una condotta aggressiva, quella della «Reazione di evitamento e fuga» (Fluchtsund vermeidungs reaktion) di cui parlava Konrad Lorenz - sia un affetto potente, non privo di risvolti positivi, ce lo dicono la scienza e la sapienza greca. Maarten Chrispeels, biologo di rara intelligenza speculativa, intervenendo nel dibattito seguito alle relazioni dei filosofi, ha ricordato come la paura sia una fondamentale pulsione evolutiva che ha condotto la nostra specie sulla via della conoscenza e della tecnica. A modo loro i Greci avevano detto la stessa cosa. Archiloco, illustrando da par suo - in versi per nostra fortuna pervenutici - l'eclisse totale di Sole della primavera del 648 a. C., affianca a una sorta di indignazione per uno stravolgimento dei fenomeni naturali (un atteggiamento, il suo, che ricorda da vicino lo sconcerto e quasi il dispetto espresso da Voltaire per il terremoto di Lisbona) meraviglia e curiosità, due sentimenti che, più tardi riassunti da Aristotele nel thaumazésthai (meravigliarsi e domandarsi) sarebbero, per il grande filosofo, all'origine della passione conoscitiva dell'uomo. Alla fine, gli interventi del pubblico hanno in qualche modo «snidato» i filosofi e, insensibilmente, reso decisamente più fruibili i loro discorsi, mettendo in scacco una loro, sia pure innocente, «boria di dotti», e restituendo alla paura della «gente» i suoi diritti. Vediamo come e perché, analizzando alcuni dei temi discussi.
Giorello, filosofo della scienza, ha messo in evidenza la confusione che regna nella divulgazione immediata nell'uso di taluni concetti chiave della scienza moderna, come caos, complessità, catastrofe. A riguardo di questa ultima ha precisato come, a differenza di quanto pensa il senso comune, catastrofe non è affatto sinonimo di sventura. E' piuttosto una figura geometrica, come, oltre cinquant'anni ebbe a mettere a punto il matematico francese René Thom, che riproduce e consente, con ciò stesso, di calcolare gli stati di incertezza di un sistema, il quale può essere riguardato alla stregua di un percorso evolutivo che prevede linee consuete e necessitate (creodi) e linee alternative di assetto. In biologia, ad esempio, un embrione, nel suo sviluppo, può replicare un percorso ampiamente prevedibile, dando origine a un feto che presenta, nell'articolazione delle sue parti, le stesse caratteristiche del ceppo parentale o, per contro, andare incontro ad anomalie che ne condizionano, quando non la stravolgano come nel mongolismo, la forma definitiva. E' possibile, come fece a suo tempo l'embriologo Conrad Waddington lavorando sulle tesi di Thom, configurare il punto cruciale in cui viene a trovarsi l'embrione nel suo sviluppo nei termini di una soglia catastrofica o di competenza. Il fatto che, nello sviluppo dell'embrione in feto, il livello di incertezza sia modesto è irrilevante. Rilevante è piuttosto che la transizione in forma definitiva, il punto finale della morfogenesi, possa essere suscettibile di calcolo, il che non potrebbe darsi se non fossero contemplati gli stati di incertezza e la cosa certa e definitiva non fosse, in qualche misura, una modalità speciale dell'incertezza. Come dire che il certo è una forma dell'incerto, così come il semplice è una speciale figura della complessità. A fronte di alcune grandi scoperte scientifiche o di innovazioni tecnologiche di immensa portata, come gli ogm, è opportuno sostituire alla paura l'incertezza. Convivere con essa - sono parole di Giorello - è il prezzo da pagare per il progresso. Sotto questo aspetto, il principio di precauzione, tenacemente sostenuto da Habermas avverso ogni forma di ingegneria genetica parrebbe il colmo della futilità. Solo che la paura resta e non ci sembra affatto futile che Habermas se ne faccia carico. Che fare allora? Stimolato dal pubblico, Giorello ha finito con il riconoscere che la cautela può essere presa in considerazione, declinandola come un calcolo, certo legato a un altissimo grado di incertezza, di rischi e benefici associati al nuovo. In definitiva la matematica come cura della paura, come soccorso alla perplessità. In fondo non diceva qualcosa di simile Leibniz, quando affermava il suffit le calculer (basta calcolare)?
Esiste una cura filosofica della paura, che non si affidi unicamente a un calcolo rischi-benefici, cui l'uomo comune, fuori delle contingenze del proprio vissuto quotidiano, pare difficilmente propenso? A quanto pare sì, almeno stando al coltissimo censimento delle paure passate e presenti fatto da Bodei. Occorre tornare alla riflessione e farne ancora una volta, come nell'antichità, l'abito dell'uomo comune, magari riportando al centro dell'attenzione l'umanità e non l'incombente Gaia. La riflessione ci insegna, come ebbe a dire una volta Keynes, che l'inevitabile non accade mai, l'inatteso sempre. Come dire che fatti davvero epocali, quale «Il Sole nano» - il progressivo spegnimento di quello che Dante chiamava il «gran pianeta» - o la possibile scomparsa del genere umano sono fuori della nostra portata di previsione, mentre lo sono eventi inattesi, ma prevedibili, dei quali bisogna aver paura. Ha ragione Corsi quando afferma che il riscaldamento del geoide non è necessariamente imputabile soltanto alle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera - il che certo non esclude il nostro dovere di puntare quanto meno a una stabilizzazione delle emissioni - e che, per contro, è necessario preoccuparsi dell'opzione nucleare pensata dai neocons Usa e da alcuni grandi paesi emergenti che vogliono porre fine alla sessantennale vacanza della bomba atomica. Comunque c'è ancora qualcosa da fare e ce lo dice con forza il sociologo Bucchi, secondo il quale «bisogna uscire dalla visione di un rapporto a somma zero tra teconoscienza da un lato e società e politica dall'altro, dove ogni concessione alla partecipazione democratica è percepita come una diminuzione e una contaminazione del ruolo della conoscenza esperta». Dobbiamo certo uscire dalla paura e mirare, «salvando i fenomeni», a una società della conoscenza che, tuttavia, oggi «non può esistere senza una società davvero democratica in tutti i suoi ambiti, inclusa la governance della conoscenza» (Scegliere il mondo che vogliamo, Il Mulino 2006). Che la paura possa diventare la speranza che in un futuro non lontano possa davvero essere così?
Il Messaggero Pescara 18.7.06
Vite spezzate
Musicarte parla di carcere con Curcio
A Villa Sabucchi storie di isolamento negli ospedali giudiziari psichiatrici
di Paolo Vercesi
Non è la prima volta che viene, anzi molti pescaresi hanno imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo in qualità di conferenziere: perchè soprattutto quando c’è da presentare libri o iniziative legate alla casa editrice “Sensibili alle foglie”, per la quale lavora, lui non si tira mai indietro, neppure se come stavolta deve sobbarcarsi otto ore di treno all’andata e altrettante per tornare a casa. Proprio per presentare tre volumi - per discutere ed approfondire i delicati temi trattati, di isolamento, di sofferenza, storie di un’Italia che esiste e che a volte ci si rifiuta di vedere - Renato Curcio ha accettato di tornare oggi a Pescara per uno degli appuntamenti di “Musicarte nel parco”, la rassegna coordinata da Gabriella Castiglione. Curcio sarà alle 21,15 al parco di Villa Sabucchi con tre libri sul tavolo. Il primo s’intitola “Mimmo De Simone-I due volti dell’innocenza”, firmato da Massimo Caponnetto e Anna Maria Sgarra, della comunità Le Piagge, e racconta la drammatica storia di un uomo che ha vissuto più di metà della sua vita in cella, attraversando gli ultimi 30 anni della storia italiana fra carceri e ospedali psichiatrici giudiziari. Un risvolto inquietante di una realtà vissuta da dentro e di cui poco si parla.
Il secondo libro è a cura di Francesco Maranta, “Vito il recluso”, altra storia sugli ospedali psichiatrici giudiziari: «una istituzione da abolire», recita ancora il titolo, ed il protagonista, Vito De Rosa, è uno che in una struttura del genere ci è stato rinchiuso per 50 anni.
La storia di Annino Mele, “Mai-L’ergastolo nella vita quotidiana”, è la terza che sarà raccontata questa sera. Una pubblicazione dell’ottobre 2005 che Renato Curcio ha già presentato a Pescara, nell’aula consiliare, qualche mese fa. Una narrazione sulle condizioni di vita in carcere per chi alla voce “fine pena” trova scritta la parola «mai». In tempi in cui si discute di sbarchi clandestini e di centri di prima accoglienza in Italia, in cui si dibatte sul caso Sofri e in cui sempre più voci condannano posti come Guantanamo chiedendone la chiusura, dibattere sulle condizioni delle carceri del nostro Paese attraverso drammatiche storie di vita vissuta o vita spezzata può aiutare a schiarire le idee. O a non cambiarle.
l'Unità 18.7.03
Di santa ragione
di Paolo Serra
HO VISTO che la Curia, su «Bologna Sette» (inserto di «Avvenire»), ha gratificato di «gregariato spirituale e stretto settarismo ideologico» l'assessorato alla Cultura del Comune di Bologna. Questo perché nel ciclo di 4 incontri «Di santa ragione» nell'ambito di Bologna Estate 2006 sono stati chiamati personaggi del calibro di Giulio Giorello, Margherita Hack, Sebastiano Vassalli ed altri, definiti «un manipolo di intellettuali dediti alla causa del più trito anticlericalismo» (i cattolici, quando vogliono, non peccano certo di mancanza di icasticità), senza un adeguato contrappeso fornito, per dire, da Pera e Buttiglione. Vien proprio da dire da che pulpito viene la predica..., perché da almeno 15 anni si susseguono ininterrottamente in città convegni di ogni tipo sul tema (sacrosantamente necessario peraltro) del «Dialogo interreligioso» nei quali sentiamo eternamente parlare di tolleranza fra cattolici, islamici, ebrei, buddisti ed ogni altra confessione ma mai, dico mai, che sia stata data la parola a chi, per caso, si senta non dico ateo, ma anche solo razionalista agnostico. Ebbene, per una volta che abbiamo il piacere di sentire anche la voce di chi si dichiara «di nessuna chiesa» parte un attacco di una durezza non proprio degna di chi dovrebbe predicare un dio d'amore. La tolleranza si applica solo fra chierici?
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
lunedì 17 luglio 2006
Corriere della Sera 17.7.06
L’appello di Bertinotti divide il centrosinistra
I «ribelli»: è incauto dire che siamo fuori dalla politica
Sì dai riformisti. Pardi: non si può far cadere il governo
di Livia Michilli
ROMA - Sull’Afghanistan non si può mettere a repentaglio la vita del governo, ammonisce Fausto Bertinotti e nell’Unione subito il clima si surriscalda. Perché se tanti a sinistra applaudono al richiamo del presidente della Camera, i "dissidenti" che minacciano il voto contrario al rifinanziamento della missione (molti dei quali schierati proprio nelle file di Rifondazione) non intendono fare passi indietro. E non risparmiano critiche. Per Bertinotti è una questione di lealtà: bisogna rispettare il «patto con gli elettori» altrimenti «si esce dalla sfera della politica», bisogna «andare avanti per cinque anni» per risanare il Paese, anche instaurando un’alleanza con «i borghesi buoni», spiega al Corriere . Concetti ribaditi ieri dal Portogallo, dove il presidente della Camera è tornato a parlare anche della questione mediorientale: i diritti del popolo palestinese vanno difesi ma, sottolinea, al contempo «deve esserci una battaglia contro ogni insorgere di antisemitismo». Di fronte ai richiami del presidente della Camera come pure del Capo dello Stato, che sulla Frankfurter Allgemeine critica i «piccoli gruppi anacronistici», i parlamentari dissidenti però tengono il punto e, anzi, reagiscono con irritazione.
«L’appello di Napolitano è inopportuno, mentre Bertinotti si comporta da capo partito», attacca Salvatore Cannavò, sottolineando che «la sopravvivenza del governo non c’entra nulla con l’Afghanistan e comunque la tenuta della maggioranza non dovrebbe essere anteposta al merito dei problemi». Lui e Claudio Grassi, i leader delle due minoranze del Prc, rivendicano il successo dell’Assemblea pacifista di sabato, perciò «affermare che siamo fuori dalla politica è una cosa pesante e incauta - protesta il secondo -. Molta gente lo diceva di Bertinotti quando nel ’98 cadde il governo Prodi». Altro che alleanza coi borghesi buoni, «bisognerebbe farla coi lavoratori che sono sotto attacco», ribatte ancora Grassi, criticando pure la «grave interferenza» di Napolitano. L’accusa di rompere il patto con gli elettori? «Sulla guerra la nostra posizione è in sintonia col popolo di sinistra», obietta Gigi Malabarba, mentre il verde Mauro Bulgarelli attacca: «Noi chiediamo di discutere e loro ci insultano. Chi è allora che vuol far cadere il governo?».
Dissidenti a parte, le parole del presidente della Camera riscuotono ampi consensi nell’Unione: Franco Monaco parla di «positivo approdo a una cultura di governo», Alfonso Pecoraro Scanio definisce l’intervento «molto lucido e apprezzabile» ed estende il richiamo alla lealtà alle forze riformiste. Ugo Intini loda «lo sforzo di ammodernamento e pragmatismo che accresce la statura politica di Bertinotti. Ormai è difficile considerarlo un comunista, anzi forse non lo è mai stato». Plaudono alle sue parole anche il diesse Migliavacca, Fabris dell’Udeur e pure Pancho Pardi: «Non si può usare la politica estera per far cadere il governo, bisogna votare a favore della missione in Afghanistan - spiega il Professore dei Girotondi -. E l'alleanza con la borghesia buona è un atteggiamento giusto, se si adopera un po’ di cautela».
Con il presidente della Camera e contro i compagni ribelli si schiera ovviamente il Prc: «Va bene il dissenso, ma non possiamo passare da un partito plurale a uno singolare», avverte il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore. «Sull’Afghanistan Bertinotti ha fatto un’affermazione di assoluta saggezza», concorda il ministro del Lavoro Cesare Damiano. E la teoria dei borghesi buoni, è piaciuta pure questa a Rifondazione? «In giro ne vedo pochi - ragiona il sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni - però il principio è corretto: per risalire dal declino serve una pluralità di forze e poi così si ampliano gli orizzonti culturali della sinistra».
Corriere della Sera 17.7.06
Diliberto: Fausto? Fu lui a far cadere Prodi, non io
«Il suo discorso sembrava rivolto a se stesso». E su Napolitano: critiche sbagliate
di Maria Teresa Meli
ROMA - Onorevole Diliberto, il presidente della Camera Fausto Bertinotti propone un patto con i «borghesi buoni». «Veramente quel patto lo propose Palmiro Togliatti nel ’49. È un’acquisizione del movimento operaio da 60 anni, non mi sembra una grande novità che Bertinotti ci arrivi nel 2006 dopo aver vinto con una maggioranza sostenuta dal Corriere della Sera e dal Sole 24 Ore . Lo dico senza nessun intento polemico».
Possibile voi del Pdci dobbiate sempre distinguervi da Rifondazione comunista?
«Ma io dico che Bertinotti è bravo ad averlo capito, anche se ci è arrivato solo adesso. Comunque il suo mi sembrava un discorso più rivolto a se stesso, visto che il governo Prodi l’ha fatto cadere lui nel ’98, e al suo partito che oggi ha una difficile direzione. Certo, dopo che ha detto che centrosinistra e centrodestra erano uguali, ora deve fare una conversione a 180 gradi. Comunque saluto positivamente questa sua svolta e gli propongo di riprendere insieme un cammino d’unità».
Un cammino d’unità litigando?
«Io avevo già fatto questa proposta alle scorse europee. Comunque, tornando al patto: quello vero bisogna farlo per la Finanziaria. Siccome il nostro obiettivo deve essere quello di invertire il modello di sviluppo dobbiamo rinegoziare in sede politica i vincoli economici di Maastricht. Invece di una drastica riduzione del debito puntiamo alla sua stabilizzazione per cinque anni».
Bertinotti sostiene anche che la linea della politica estera italiana sull’Afghanistan è cambiata.
«Non sono d’accordo. La politica estera è veramente cambiata per quel che riguarda il rapporto con gli Usa, la posizione che abbiamo preso nei confronti dell’Iran - con la contrarietà alle sanzioni -, la decisione di ritirarci dall’Iraq. Insomma ora abbiamo una chiara politica europeista. Tutto è cambiato tranne la politica sull’Afghanistan, anche se ci sono state delle modifiche migliorative».
Per essere conseguenti dovreste votare «no» al decreto.
<> «Decideremo stasera, ma non metteremo in difficoltà il governo».
A proposito della politica estera, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha criticato i piccoli gruppi anacronistici della sinistra radicale. Si riferiva a voi?
«Non credo proprio, perché un partito che prende 900 mila voti, come il Pdci, non può essere considerato piccolo. Penso si riferisse a settori marginali interni ad altri partiti. Comunque è stata una caduta di stile che si poteva risparmiare».
E come definirebbe lei la posizione che avete assunto sulla crisi mediorientale? Avete chiesto persino il ritiro del nostro ambasciatore da Israele...
«Vorrei fare alcune precisazioni e la ricostruzione di quel che è successo in Medio Oriente sennò non ci intendiamo. I palestinesi hanno fatto delle libere elezioni, ma siccome ha vinto Hamas che non piace a Israele allora questo voto non dovrebbe contare. Una concezione bizzarra della democrazia. Poi è successo che due settimane fa Israele ha arrestato metà governo palestinese e questo ha esacerbato gli animi. Quindi ha attaccato il Libano provocando una quantità di morti civili. È stato un vero e proprio atto di guerra contrario a tutte le regole del diritto internazionale».
Il vostro responsabile Esteri Jacopo Venier è arrivato al punto di dire che Israele fa terrorismo.
«Non mi appassionano le questioni lessicali».
<> Questione lessicale?
«Io so solo che ora le accuse rivolte alla Siria e all’Iran rivelano qual è il vero obiettivo a cui puntano gli Usa tramite Israele: del resto sono due anni che gli Stati Uniti minacciano l’Iran, prima ancora dell’elezione di Amadinejad. Temo che ci possa essere un’ escalation in quell’area».
E questo sarebbe un esempio di equivicinanza?
«Chi ha a cuore la sicurezza di Israele deve avere una visione a 360 gradi. E criticare il suo governo quando sbaglia. Ciò detto, è ovvio che gli Hezbollah devono rilasciare gli ostaggi ma chiedere loro di andare via dal Sud del Libano, di abbandonare i villaggi in cui vivono, è inaccettabile».
Lei dice di avere a cuore la sicurezza d’Israele, ma non sarà un caso se spesso siete stati criticati dagli ebrei italiani per le vostre posizioni, molto più del Prc.
«Perché noi siamo quelli che più ci battiamo per la causa palestinese. Noi non abbiamo cambiato opinione, al contrario di altri...».
Corriere della Sera 17.7.06
«Il presidente della Camera è fuori dal marxismo»
ROMA - Ormai è fuori dal marxismo. Quasi una scomunica per Fausto Bertinotti, da parte di Marco Rizzo, esponente dei Comunisti italiani: «Sono stato spesso critico con lui quando, parlando del Novecento e del comunismo, ha, come si dice, buttato "il bambino con l’acqua sporca", cancellando una storia di giustizia e solidarietà, certo con molte contraddizioni». Secondo Rizzo, con l’intervista al Corriere «Bertinotti è entrato nell’agone del pensiero unico della globalizzazione capitalistica. Ogni scelta è legittima, nessuno può dare i voti, ma Bertinotti mi pare non stia proprio più dentro al messaggio di Marx, a lui tante volte ben caro, del comunismo come "superamento dello stato di cose presente". Che per noi comunisti, invece, è ancora più attuale».
Corriere della Sera 17.7.06
Il cardinale aveva sostenuto che l’istruzione di Stato è superata «La scuola è di tutti»
Fioroni replica a Scola
Bertinotti: il patriarca sbaglia. Applausi dal Polo
di G. Ben.
ROMA - «La scuola italiana è di tutti e per tutti». Il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, prende le distanze dall’idea di scuola espressa dal cardinale Angelo Scola in un’intervista al Corriere della Sera . «Lo Stato - questo in estrema sintesi il pensiero del Patriarca di Venezia - deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici e universitari per lasciare questo compito alla società civile». La proposta è rivoluzionaria e il ministro Fioroni non la rinvia al mittente: merita «riflessione e approfondimento. «Ma la riflessione - precisa - va fatta nell’interesse della scuola italiana, che è la scuola di tutti e per tutti». Ovvero non una scuola di tendenza. Il ministro, in buona sostanza, dice no a quanti ritengono, come il cardinale, che lo Stato in materia di educazione debba ritirarsi e lasciar fare alla società civile, senza tuttavia condividere la posizione opposta, secondo cui la scuola deve essere soprattutto di Stato. Le reazioni alla tesi di Scola non si sono fatte attendere. Per Albertina Soliani, capogruppo dell’Ulivo nella commissione Cultura, «il proliferare di scuole al di fuori di un impegno della Repubblica per l’istruzione porterebbe a una deriva dannosa per il Paese». «Mi preoccupa l’idea di prevedere scuole di tipo islamico - continua la senatrice -. Molto più utile una scuola di tutti, laica, aperta alle diverse religioni e culture». Per la maggioranza il rischio implicito nella visione del cardinale è quello di una proliferazione di scuole di tendenza: religiosa e politica. Lo teme Franco Monaco della Margherita: «È l’opposto di ciò di cui abbiamo bisogno». Preoccupato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti: «Penso che la scuola in una società che diventa sempre più meticcia debba essere unitaria e cioè pubblica per comprendere tutte le etnie, le religioni e i punti di vista, in una costruzione unitaria che è quella della convivenza in cui ognuno rispetti l’altro ma si confronti con lui quotidianamente». Non è la scuola che piace alla Cdl, che difende il patriarca di Venezia. Riccardo Pedrizzi (An) condivide l’impostazione di Scola: «Bisogna passare dalla scuola dello Stato alla scuola della società civile». Per Maurizio Sacconi (FI) «la considerazione del patriarca deve indurre una riflessione meditata». La Compagnia delle Opere, infine, si dice perfettamente d’accordo con quanto affermato da Scola: «Un sistema regolato che consenta una competizione virtuosa tra i soggetti dell’istruzione è la migliore garanzia per lo sviluppo del capitale umano in Italia».
Corriere della Sera 17.7.06
La classe operaia ha ancora un suo paradiso (nelle nostre teste)
di Pierluigi Battista
E ravamo ancora tutti marxisti, e non ce ne eravamo nemmeno accorti. Assegnavamo mentalmente alla classe operaia uno statuto speciale nel divenire della storia, un ruolo morale unico e incomparabile, una tipologia storica del tutto peculiare, e invece volevamo immaginarci a tutti costi post-qualcosa, postmoderni più che moderni, postideologici anziché ideologici. No, la «classe», la mitologia, il lessico, gli automatismi culturali della «classe» permangono in qualche segreta nicchia del nostro pensare sociale e culturale. Ce ne accorgiamo solo quando entrano in scena altre «classi», i tassisti, gli avvocati, i commercianti, i piccoli imprenditori, i medici e così via, che però non essendo «classi» come la classe operaia non sappiamo più come definirle. Ceti? Corpi? Gruppi sociali? Lobbies ? Ogni definizione è buona. Purché contenga una sfumatura negativa e attiri su di sé un robusto venticello di deplorazione sociale. Certo, nessuno qualificherebbe la classe operaia di «rude razza pagana», come fece Mario Tronti una quarantina d'anni fa. Nessun gruppo dissidente ed estremista si chiamerebbe più «Potere Operaio», nelle strade non si dice più che «la classe operaia deve dirigere tutto» e nessun film manda con amara ironia la classe operaia in Paradiso. Ma resta la percezione che mai un corteo operaio potrebbe essere sospettato di ottuso corporativismo, di bieca difesa di interessi particolari, di meschina e occhiuta tutela di minoranze sorde al bene di tutti. Se un corteo operaio fa impazzire il traffico, non diventerà mai oggetto di veemente riprovazione sociale come il blocco del traffico provocato da un manipolo di tassisti esacerbati. Il blocco dei binari da parte dei ferrovieri in lotta è sgradevole e fonte di risentiti borbottii sociali, ma una pattuglia di celerini che sgomberasse le stazioni con la forza verrebbe considerata brutale e ingiustificabile. I conducenti di taxi che paralizzano il traffico sembrano invece meritevoli della più severa sanzione repressiva. Lo sciopero operaio contiene in sé qualcosa di un fascino antico e trattiene i riflessi di una storia nobile e grandiosa come quella della lotta di classe. Lo sciopero dei ceti, dei corpi, delle lobbies è, senza possibilità di redenzione, serrata, jacquerie dei ceti medi, disordine. Reazione.
La classe operaia è stata immaginata come titolare di una funzione salvifica, la classe universale che liberando se stessa avrebbe liberato tutta la società. Può sbagliare, ma sempre nel nome di un torto subìto e di una ragione che è sempre dalla sua. La sociologia può decretarne il ridimensionamento numerico, ma non il valore simbolico. Il disagio del ceto medio è invece per sempre e per definizione ribellismo corporativo, visceralità dimentica dell'interesse, difesa gretta di interessi inconfessabili. Marx aveva pronosticato l'estinzione di tutto ciò che si collocava nel mezzo del conflitto irriducibile tra capitale e proletariato. Una previsione clamorosamente smentita dai fatti, la piccola borghesia si è storicamente vendicata, le società mature sono diventate il terreno fertile di un immenso ceto medio. Ma sul piano simbolico e dei valori, il ceto medio resta pur sempre condannato a un ruolo negativo. Se se ne sta ordinato e nei ranghi, il piccolo borghese è il filisteo senza luce, il portabandiera dell'ordine, del conformismo, della piccineria culturale destinato a morire di vergogna, seppellito dal sarcasmo di tonnellate di letteratura. Se si ribella diventa feroce, sordidamente attaccato alla sua «roba», incivile, pericoloso, persino eversivo. Ragioniamo ancora tutti così, in modo trasversale, in modo quasi inavvertito. Non si sa perché, ma deve essere una questione di classe.
Repubblica 17.7.06
Parla Giordano, leader del partito che ospita i "gruppi anacronistici" indicati dal Quirinale
"Chi vota no tradisce i patti e sarà fuori da Rifondazione"
Sinistra critica e L'Ernesto fanno il contrario di quello che la base ha deciso con un percorso democratico
Questi compagni si rendono conto che aprono la strada ai moderati dell´Unione sulle ipotesi neocentriste?
di Claudia Fusani
ROMA - Segretario Giordano, chi sono secondo lei i "piccoli gruppi anacronistici e con scarso seguito" di cui parla il Presidente della Repubblica?
«Stamani (ieri ndr) prima ancora di leggere i giornali sono stato chiamato dal Quirinale che ha precisato che ovviamente il presidente Napolitano non si riferisce al partito della Rifondazione comunista ma ad alcune posizioni e ad alcune realtà che sono anche nel mio partito».
Il suo giudizio su queste "posizioni e realtà" coincide con quello del Presidente?
«Ci sono forze nel mio partito che avevano fin dall´inizio una forte contrarietà rispetto alla partecipazione al governo... «.
Quali forze?
«Sinistra critica e L´Ernesto, cioè le minoranze di Rifondazione. I nomi dei deputati e senatori di queste correnti sono noti, Claudio Grassi e Salvatore Cannavò per fare un esempio. Oggi queste stesse forze tentano di usare una posizione di visibilità per determinare una propria soggettività politica e fare il contrario di quello che la base del partito ha deciso con un percorso democratico».
Sfruttano il partito per avere un ruolo? Francesco Caruso, vostro parlamentare, dice che nel partito c´è "uno scontro di potere" e non un problema etico.
«Quando parlo di soggettività politiche intendo dire che non è in discussione la pratica pacifista ma ragioni esterne ad essa».
Stamani c´è la direzione di Rifondazione. Ci saranno provvedimenti disciplinari per chi voterà no rischiando di mandare sotto la maggioranza al Senato?
«La direzione discuterà e chiederà a tutti un mandato politico, cioè di votare secondo la linea e l´orientamento espressi dal partito. Chi vota no va contro la linea del partito e produce un atto violento di rottura della fiducia politica verso una comunità di compagni e di compagne che hanno scelto con passione un percorso democratico che ci ha portato ad approvare il ddl e la mozione. Sono, quelli che dicono di voler votare no, gli stessi da cui sento rimbalzare affermazioni su alleanze a geometrie variabili».
Cioè di far passare il ddl con i voti dell´opposizione?
«Appunto. Si rendono conto, questi compagni, che così facendo si apre la strada alle forze più moderate dell´Unione per lavorare all´ipotesi neocentrista? Peggio ancora, poi, se qualcuno gioca a far cadere il governo Prodi».
Perché le missioni militari sono state inserite in un unico provvedimento vincolando il ritiro dall´Iraq alla permanenza in Afghanistan, quando la sinistra radicale ha sempre chiesto il contrario?
«E´ stato un errore del governo non concederlo. Ma c´è anche, tra la sinistra radicale, chi ha pensato subito al voto di fiducia per salvarsi l´anima ed evitare di lavorare per trovare un punto di mediazione».
In cosa consiste la discontinuità in politica estera di questo governo? Il ritiro dall´Iraq era già previsto e la missione afgana resta in piedi.
«Tutto il movimento pacifista, e non solo Rifondazione, ha ottenuto importanti risultati. Le differenze tra i due governi sono fondamentali. Dall´Iraq ce ne andiamo senza lasciare neppure un soldato mentre Berlusconi aveva fatto un accordo con Washington per lasciare là una parte dei nostri soldati almeno per un altro anno. In Afghanistan abbiamo ridotto gli uomini, abbiamo stoppato l´invio di mezzi da guerra e delle nostre truppe nel sud dove si combatte. Non solo: abbiamo anche ottenuto di utilizzare non il codice militare di guerra ma quello di pace. La mozione poi non è solo parole: supera Enduring freedom, chiede la verifica della missione in sede Onu e Nato. Ripristina il significato dell´articolo 11 della Carta, l´Italia ripudia la guerra e partecipa a missioni militari sotto il comando Onu e non per produrre azioni offensive. Chiediamo l´intervento in Darfur e nel conflitto israelo-palestinese. Ho sofferto umanamente in queste giorni per l´utilizzo meschino a fini di politica interna di un quadro drammatico di politica estera».
Giordano, in Afghanistan c´è o no la guerra?
«C´è la guerra, ha ragione Gino (Strada ndr). Ed è per questo che deve riprendere la mobilitazione pacifista».
Ci sarà rottura con le minoranze di Rifondazione?
«Non voglio rompere. Il mio è un appello a far prevalere le ragioni unitarie».
Repubblica 17.7.06
Partito democratico e questione cattolica
di Pietro Scoppola
Sul partito democratico si moltiplicano i convegni, le proposte, le interviste. Ma all´intensificarsi del dibattito non corrisponde la chiarezza delle idee: il partito democratico è sempre più un oggetto misterioso. È evidente che un partito che nascesse da una costituente, formata sulla base di primarie, come propone Paolo Prodi su MicroMega, sarebbe del tutto diverso da un partito che nascesse dalla fusione dei due maggiori partiti esistenti.
La procedura è come sempre sostanza e incide sui contenuti.
Il problema di fondo è quello di come le diverse identità culturali e politiche contribuiranno a definire la fisionomia del costituendo soggetto politico. Il problema vale per le componenti della sinistra gelose della loro identità ma vale anche per la componente cattolica. Il tema della partecipazione cattolica è di importanza strategica e dà luogo a un malessere cui hanno dato voce gli ex popolari in un loro incontro del 6 luglio scorso.
Una operazione di vertice non potrebbe alla fine che rispecchiare, nonostante le migliori buone volontà, il diverso peso organizzativo raggiunto nel passato recente dai vari soggetti politici senza dare garanzie sul coinvolgimento di nuove energie. L´esito sarebbe quello di un partito socialdemocratico aperto a nuovi e diversi contributi anche di ispirazione cattolica: in sostanza quella che Walter Veltroni ha definito, in una sua recente intervista sulle pagine di questo giornale, la «grande casa del campo riformista che si chiama partito socialista europeo». Ma è proprio questa prospettiva, certo generosa e illuminata nelle intenzioni di chi la formula, che suscita perplessità e disagio in campo cattolico. Non senza buoni motivi legati alla nostra storia troppo spesso dimenticata.
In sostanza in Italia la tradizione del cattolicesimo democratico ha avuto uno spessore politico maggiore e diverso rispetto ad altri paesi europei.
In Francia vi è stata sul piano culturale una ricchissima tradizione di un cattolicesimo aperto ai valori della libertà e della democrazia, da Ozanam a Marc Sagnier, a Maritain e a Mounier, ma questa tradizione non ha avuto forti e compiute espressioni politiche. L´esperienza dell´Mrp, parallela alla nostra Democrazia cristiana nel secondo dopoguerra, si esaurisce rapidamente, come è noto, nel quadro della forte iniziativa di De Gaulle. Il comunismo d´altra parte rimane un corpo sostanzialmente estraneo alla cultura di governo francese, mentre il socialismo, con Mitterrand, raggiunge con fatica, dopo anni di divisioni, una posizione egemone nel quadro della sinistra.
In Germania la collocazione moderata della Cdu in un sistema bipolare fu subito definita dal cancelliere Adenauer, e quella scelta contribuì a far evolvere la posizione della socialdemocrazia che a Bad Godesberg, fin dal 1958, decise di tagliare ogni ponte con il comunismo.
Nella Spagna democratica più recente la Chiesa è stata decisiva per la sopravvivenza della monarchia e per evitare una dolorosa resa dei conti, ma nulla ha potuto, o ben poco, rispetto all´affermazione di un partito popolare conservatore e di un partito socialista tra i più massimalisti di Europa.
Tutto è stato diverso in Italia. La tradizione democratico cristiana esprime prima, con Sturzo, una concezione originale e innovativa del partito e dello Stato stesso. Sconfitta sul piano politico dal fascismo, quella concezione ispira poi, ad opera di De Gasperi, anche se in forme parzialmente diverse, la ricostruzione democratica del paese.
Anche il comunismo in Italia non solo non è un corpo estraneo ma, grazie all´opera di Gramsci e di Togliatti, ha radici profonde nella cultura del paese. Il partito socialista rimane a lungo subalterno ai comunisti e il partito socialdemocratico rappresenta fin dalle sue origini una componente minore della politica nazionale.
Proprio per queste ragioni non è possibile immaginare per il nostro paese un approdo tardivo al modello europeo di una presenza cattolica rilevante e significativa in un partito sostanzialmente socialdemocratico.
È difficile realizzare in questo contesto, se non vi sarà una netta inversione di tendenza, quella ipotesi di pieno coinvolgimento della componente cattolica democratica nella nascita di un nuovo partito, non confessionale, che abbia la pretesa di fondere in un´unica casa l´eredità di una storia politica tanto complessa come quella italiana. E sarà sempre più difficile recuperare alla sinistra il voto di molti elettori che, delusi dalla destra, non ritengono di dover rinunciare alle proprie convinzioni per una indistinta prospettiva socialdemocratica. Insomma è possibile e a nostro avviso auspicabile una confluenza della presenza cattolica in un partito che raccolga le altre tradizioni democratiche solo a condizione che si tratti di un partito del tutto nuovo, che assuma fra l´altro forme adeguate alla crisi che la forma partito tradizionale attraversa, non solo in Italia.
La parte cattolica della democrazia italiana è portatrice di un decisivo spirito di alleanza che non è ancora stato interpretato e sfruttato pienamente. Questa disponibilità a farsi partecipe di un disegno più ricco non può tuttavia essere ridotta a semplice valore di scambio, a merce politica, perché vive o muore, cresce o si immiserisce, nella misura in cui trova una proposta politica degna di quei valori metapolitici che rappresentano un riferimento irrinunciabile per i credenti.
Il sentimento politico dei cattolici italiani è in questo momento reattivo al superamento di quella brutale secolarizzazione di cui si è fatta esperienza nel declino della stagione democristiana ed è alla ricerca di proposte politiche che contengano un valore aggiunto. Si tratta di una situazione rischiosa, facilmente preda di cortocircuiti o di manipolazioni che tuttavia ha in sé molteplici potenzialità.
Non si può escludere l´approdo socialdemocratico testimoniato oggi dalla scelta individuale di cattolici di sicura sensibilità cattolica democratica; ma sembra difficile che questa scelta possa rappresentare la via maestra per la conquista del consenso di larghi settori della base cattolica e per la riconquista oggi quanto mai necessaria della Chiesa gerarchica a posizioni politiche meno legate a simpatie verso la destra.
I singoli cristiani possono prendere coscienza, per rifarsi alla classica immagine evangelica, di dover essere lievito nella grande e variegata pasta della democrazia italiana possono accettare come condizione stabile quella di rinunciare ad avere una propria identità e visibilità politica.
Ma questa scelta esige adeguate condizioni storiche. È ambigua se compiuta solo da parte dei cattolici che si collocano sul versante del centro sinistra e implica d´altra parte il rischio del rifluire della presenza pubblica dei cattolici, tutta e solo, nella azione pastorale della Chiesa.
Come sfuggire in questo caso a un duplice esito: da un lato, sul piano dei rapporti pubblici, alla contrapposizione laici-cattolici, credenti-non credenti, con il riemergere degli storici steccati; dall´altro, dentro la Chiesa, al riflusso verso una concezione preconciliare del ruolo del laicato e della gerarchia, chiamata in questo caso a gestire essa stessa in linea diretta il rapporto con la politica?
Oggi si richiede forse una nuova assunzione di responsabilità pubblica, esigente sul piano morale, competente su quello economico, svincolata dalle vecchie forme, capace di stabilire un rapporto con la Chiesa gerarchica fondato su una piena assunzione di responsabilità laicale e perciò sollecitatore di riforma per la Chiesa stessa, sempre tentata dalle logiche dello scambio, radicata nella tradizione e al tempo stesso aperta alla partecipazione delle nuove generazioni e capace di farsi carico di nuove forme di collaborazione fra generazioni diverse.
Sarà in grado il partito democratico di raccogliere queste esigenze?
Repubblica 17.7.06
Caspar David Friedrich
Il pittore melanconico che voleva parlare con Dio
A Essen una retrospettiva che per la prima volta mostra oltre settanta tele del maestro che Goethe amava collezionare
I suoi paesaggi di montagna sono pervasi da una forte volontà di assoluto
Nessuno come lui coniugò le luci della notte con quelle del tramonto e dell´alba
ESSEN. Il destino lega gli uomini, mi veniva di pensare, ponendo attenzione alla data di nascita di Caspar David Friedrich: 1774. Nello stesso anno veniva pubblicato I dolori del giovane Werther di Goethe, manifesto di un nuovo sentimento della natura, della vita e della morte: il poeta di Weimar fu un appassionato ammiratore e collezionista del pittore. Caspar, nato nella piccola cittadina di Greifswald sul mare Baltico, perde la mamma a sette anni e poi uno dei nove fratelli annega per salvarlo dal furia del mare.
Un´infanzia non fortunata lo segna. A vent´anni il suo primo maestro di pittura l´induce a iscriversi all´Accademia di belle arti di Copenaghen: fa il suo tirocinio e si fa apprezzare dal maestro Nicolai Albidgaard, pittore colto, legato al gruppo letterario di quello che viene indicato come il Rinascimento nordico: la poesia di Klopstock, le saghe nordiche, il mito gaelico di Ossian sono temi comuni al gruppo. Sono queste letture e questi riferimenti a formare la vena melanconica del giovane.
Così come la severa educazione pietista è parte della sua poetica intimista. In esordio infatti esegue i ritratti di molti familiari e autoritratti a penna o a matita, sono assai belli al pari degli esercizi di calligrafia gotica. Nel 1798 si trasferisce all´Accademia di Dresda, ma sono le magnifiche collezioni pubbliche della Gemäldegalerie a sollecitarlo: più che la scuola preferisce osservare van Ruysdael, Poussin e Dughet, frequentare i boschi e i paesaggi che circondano questa piccola Atene del nord.
Cespugli, mulini, giganteschi alberi, piccole case, ponti e cippi tornano nei suoi album che poi, spesso, finisce in studio ad acquerello: dipinge talune scene per I Masnadieri di Schiller. Altro nume della cultura romantica. Nulla ancora sembra presagire che dalla crisalide stia per nascere una farfalla, che comincerà a volare nell´isola di Rügen nella primavera del 1801: i miti dei bardi nordici sono di casa, la memoria di Philipp Hackert che da giovane aveva amato e dipinto quest´isola perduta nei mari del nord. Ma Hackert, come Reinhart e Koch dopo di lui, erano fuggiti in Italia. Friedrich resta nell´isola e incomincia dipingere paesaggi: campagne, coste, navi alberate, barche affondate alle deriva, grandi massi.
Per la prima volta si vedono assieme circa 120 disegni e una settantina di tele al Folkwang Museum (fino al 20 agosto) in collaborazione con la Kunsthalle di Amburgo, per una retrospettiva che non ha uguali e che ha per sottotitolo l´invenzione del Romanticismo: ma nel saggio d´apertura dello splendido catalogo Werner Hoffman, decano degli studi, fa seguire ad «eine erfindung» (un´invenzione) un bel punto interrogativo. Questione delicatissima che non si può neppur sfiorare in questa sede.
Lentamente Caspar comincia a sperimentare la pittura ad olio ed intento ad una tela di grandi dimensioni lo raffigura nel suo atelier l´amico Georg Friedrich Kersting (1811), con lui intraprende un viaggio nelle montagne del Rienergesbirge a sud di Dresda. Inizia il suo lungo peregrinare: i suoi paesaggi di montagna sono pervasi da una volontà di assoluto e la filosofia della natura di Schelling e dei fratelli Schlegel sono il retroterra della sua poetica panteista, così come la poesia di von Kleist e, più tardi, i Lieder di Franz Schubert sono il sottofondo sommesso della pittura di Friedrich. Non c´è tra i pittori della sua generazione qualcuno che abbia saputo coniugare con splendida pulitezza e pari intensità, le luci della notte, i riverberi delle stagioni sui monti e le diverse ore del giorno dall´alba al tramonto. Cime acuminate emergono possenti e silenziose in tante sue tele. Poche figure umane, qualche croce. Una fredda vena mistica attraversa la pittura di Friedrich: non ci sono fervori controriformistici in questo panteismo religioso, quanto la vocazione ad una dimensione dell´uomo che esprime una profonda nostalgia, una Sehnsuscht verso l´infinito. Paesaggi avvolti nella nebbia e tra le nuvole o bagnati dalla coltre bianca delle nevi sono i mezzi attraverso cui il pittore prova a comunicare con l´Assoluto, con Dio stesso. E´ un monologo o un dialogo? Non saprei dire. Celebre tra questi dipinti d´ispirazione religiosa è la Croce sul Monte (1807-8): è un paesaggio con la luce del tramonto e quel Cristo lì in alto, infisso nella solida roccia, è simbolo della fede che non conosce tramonto. La critica s´è sempre industriata a decifrare e le metafore e i simboli della sua pittura: commentati dai suoi contemporanei Brentano, Goethe, Kleist, Tieck, Arnim. Nei suoi pochi scritti sull´arte e nelle lettere (una selezione fu edita da SE, 1989, con una bella prefazione di Roberto Tassi) Caspar talvolta ci aiuta, altre volte divaga e complica le cose. Non credo che sia questa la via per godere a fondo della sua arte, direi persino che tali decifrazioni e spiegazioni sono uno schermo se non un impedimento.
Qui si vedono i capolavori più famosi del pittore come l´Abbazia nel querceto dove una rovina gotica convive con alberi scheletriti, ma il migliore Friedrich è quello delle rocce di Rügen che sprofondano in un mare azzurro: un paesaggio che assomiglia in modo impressionante a quello che si vede dal belvedere della Migliara a Capri. Negli anni della maturità emergono paesaggi lunari con uomini che stanno in silenzio accanto a immense rovine di architetture gotiche. Numerosi i paesaggi di mare: quasi sempre notturni con banchine, poche desolate sagome umane, velieri, battelli e barche. Il mare lo seduce con la sua tremenda malia non meno dell´alta montagna: gli estremi si toccano e Friedrich dipinge il sublime. Il Naufragio della Speranza (1823 - 4) è uno dei vertici della sua pittura: una vera nave dal nome simbolico naufraga trai ghiacci dei mari del nord. Il pittore è sconvolto dalla notizia del naufragio e lo raffigura drammaticamente. La zattera della Medusa di Géricault (1819) da il senso di come due grandi pittori possano vivere in modo radicalmente diverso un dramma del mare.
Che io lo ami questo pittore è persino fin troppo evidente: quando pubblicai il mio secondo romanzo La dimenticanza volli in copertina a campo pieno La donna alla finestra (1822): la dama è vista di spalle, con un abito verde scuro, in un interno Biedermeir e guarda un porto, di cui si scorgono solo gli alberi di una nave. L´immagine è sospesa nel tempo, c´è un senso d´attesa di qualcuno che non sapremo mai se arriverà. La malia di Caspar è questa, ci tiene sospesi in balia del mare e delle montagne, ma sa anche dirci i pensieri di una donna sola che attende qualcosa alla finestra. La sua lunga e lenta malattia mentale gli impedisce di intraprendere quel viaggio in Italia che aveva progettato cento volte: ma la sua intimità poetica non aveva bisogno di vedere il Bel Paese, un suo paese ideale l´aveva già trovato fra i monti e il mare del nord.
L’appello di Bertinotti divide il centrosinistra
I «ribelli»: è incauto dire che siamo fuori dalla politica
Sì dai riformisti. Pardi: non si può far cadere il governo
di Livia Michilli
ROMA - Sull’Afghanistan non si può mettere a repentaglio la vita del governo, ammonisce Fausto Bertinotti e nell’Unione subito il clima si surriscalda. Perché se tanti a sinistra applaudono al richiamo del presidente della Camera, i "dissidenti" che minacciano il voto contrario al rifinanziamento della missione (molti dei quali schierati proprio nelle file di Rifondazione) non intendono fare passi indietro. E non risparmiano critiche. Per Bertinotti è una questione di lealtà: bisogna rispettare il «patto con gli elettori» altrimenti «si esce dalla sfera della politica», bisogna «andare avanti per cinque anni» per risanare il Paese, anche instaurando un’alleanza con «i borghesi buoni», spiega al Corriere . Concetti ribaditi ieri dal Portogallo, dove il presidente della Camera è tornato a parlare anche della questione mediorientale: i diritti del popolo palestinese vanno difesi ma, sottolinea, al contempo «deve esserci una battaglia contro ogni insorgere di antisemitismo». Di fronte ai richiami del presidente della Camera come pure del Capo dello Stato, che sulla Frankfurter Allgemeine critica i «piccoli gruppi anacronistici», i parlamentari dissidenti però tengono il punto e, anzi, reagiscono con irritazione.
«L’appello di Napolitano è inopportuno, mentre Bertinotti si comporta da capo partito», attacca Salvatore Cannavò, sottolineando che «la sopravvivenza del governo non c’entra nulla con l’Afghanistan e comunque la tenuta della maggioranza non dovrebbe essere anteposta al merito dei problemi». Lui e Claudio Grassi, i leader delle due minoranze del Prc, rivendicano il successo dell’Assemblea pacifista di sabato, perciò «affermare che siamo fuori dalla politica è una cosa pesante e incauta - protesta il secondo -. Molta gente lo diceva di Bertinotti quando nel ’98 cadde il governo Prodi». Altro che alleanza coi borghesi buoni, «bisognerebbe farla coi lavoratori che sono sotto attacco», ribatte ancora Grassi, criticando pure la «grave interferenza» di Napolitano. L’accusa di rompere il patto con gli elettori? «Sulla guerra la nostra posizione è in sintonia col popolo di sinistra», obietta Gigi Malabarba, mentre il verde Mauro Bulgarelli attacca: «Noi chiediamo di discutere e loro ci insultano. Chi è allora che vuol far cadere il governo?».
Dissidenti a parte, le parole del presidente della Camera riscuotono ampi consensi nell’Unione: Franco Monaco parla di «positivo approdo a una cultura di governo», Alfonso Pecoraro Scanio definisce l’intervento «molto lucido e apprezzabile» ed estende il richiamo alla lealtà alle forze riformiste. Ugo Intini loda «lo sforzo di ammodernamento e pragmatismo che accresce la statura politica di Bertinotti. Ormai è difficile considerarlo un comunista, anzi forse non lo è mai stato». Plaudono alle sue parole anche il diesse Migliavacca, Fabris dell’Udeur e pure Pancho Pardi: «Non si può usare la politica estera per far cadere il governo, bisogna votare a favore della missione in Afghanistan - spiega il Professore dei Girotondi -. E l'alleanza con la borghesia buona è un atteggiamento giusto, se si adopera un po’ di cautela».
Con il presidente della Camera e contro i compagni ribelli si schiera ovviamente il Prc: «Va bene il dissenso, ma non possiamo passare da un partito plurale a uno singolare», avverte il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore. «Sull’Afghanistan Bertinotti ha fatto un’affermazione di assoluta saggezza», concorda il ministro del Lavoro Cesare Damiano. E la teoria dei borghesi buoni, è piaciuta pure questa a Rifondazione? «In giro ne vedo pochi - ragiona il sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni - però il principio è corretto: per risalire dal declino serve una pluralità di forze e poi così si ampliano gli orizzonti culturali della sinistra».
Corriere della Sera 17.7.06
Diliberto: Fausto? Fu lui a far cadere Prodi, non io
«Il suo discorso sembrava rivolto a se stesso». E su Napolitano: critiche sbagliate
di Maria Teresa Meli
ROMA - Onorevole Diliberto, il presidente della Camera Fausto Bertinotti propone un patto con i «borghesi buoni». «Veramente quel patto lo propose Palmiro Togliatti nel ’49. È un’acquisizione del movimento operaio da 60 anni, non mi sembra una grande novità che Bertinotti ci arrivi nel 2006 dopo aver vinto con una maggioranza sostenuta dal Corriere della Sera e dal Sole 24 Ore . Lo dico senza nessun intento polemico».
Possibile voi del Pdci dobbiate sempre distinguervi da Rifondazione comunista?
«Ma io dico che Bertinotti è bravo ad averlo capito, anche se ci è arrivato solo adesso. Comunque il suo mi sembrava un discorso più rivolto a se stesso, visto che il governo Prodi l’ha fatto cadere lui nel ’98, e al suo partito che oggi ha una difficile direzione. Certo, dopo che ha detto che centrosinistra e centrodestra erano uguali, ora deve fare una conversione a 180 gradi. Comunque saluto positivamente questa sua svolta e gli propongo di riprendere insieme un cammino d’unità».
Un cammino d’unità litigando?
«Io avevo già fatto questa proposta alle scorse europee. Comunque, tornando al patto: quello vero bisogna farlo per la Finanziaria. Siccome il nostro obiettivo deve essere quello di invertire il modello di sviluppo dobbiamo rinegoziare in sede politica i vincoli economici di Maastricht. Invece di una drastica riduzione del debito puntiamo alla sua stabilizzazione per cinque anni».
Bertinotti sostiene anche che la linea della politica estera italiana sull’Afghanistan è cambiata.
«Non sono d’accordo. La politica estera è veramente cambiata per quel che riguarda il rapporto con gli Usa, la posizione che abbiamo preso nei confronti dell’Iran - con la contrarietà alle sanzioni -, la decisione di ritirarci dall’Iraq. Insomma ora abbiamo una chiara politica europeista. Tutto è cambiato tranne la politica sull’Afghanistan, anche se ci sono state delle modifiche migliorative».
Per essere conseguenti dovreste votare «no» al decreto.
<> «Decideremo stasera, ma non metteremo in difficoltà il governo».
A proposito della politica estera, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha criticato i piccoli gruppi anacronistici della sinistra radicale. Si riferiva a voi?
«Non credo proprio, perché un partito che prende 900 mila voti, come il Pdci, non può essere considerato piccolo. Penso si riferisse a settori marginali interni ad altri partiti. Comunque è stata una caduta di stile che si poteva risparmiare».
E come definirebbe lei la posizione che avete assunto sulla crisi mediorientale? Avete chiesto persino il ritiro del nostro ambasciatore da Israele...
«Vorrei fare alcune precisazioni e la ricostruzione di quel che è successo in Medio Oriente sennò non ci intendiamo. I palestinesi hanno fatto delle libere elezioni, ma siccome ha vinto Hamas che non piace a Israele allora questo voto non dovrebbe contare. Una concezione bizzarra della democrazia. Poi è successo che due settimane fa Israele ha arrestato metà governo palestinese e questo ha esacerbato gli animi. Quindi ha attaccato il Libano provocando una quantità di morti civili. È stato un vero e proprio atto di guerra contrario a tutte le regole del diritto internazionale».
Il vostro responsabile Esteri Jacopo Venier è arrivato al punto di dire che Israele fa terrorismo.
«Non mi appassionano le questioni lessicali».
<> Questione lessicale?
«Io so solo che ora le accuse rivolte alla Siria e all’Iran rivelano qual è il vero obiettivo a cui puntano gli Usa tramite Israele: del resto sono due anni che gli Stati Uniti minacciano l’Iran, prima ancora dell’elezione di Amadinejad. Temo che ci possa essere un’ escalation in quell’area».
E questo sarebbe un esempio di equivicinanza?
«Chi ha a cuore la sicurezza di Israele deve avere una visione a 360 gradi. E criticare il suo governo quando sbaglia. Ciò detto, è ovvio che gli Hezbollah devono rilasciare gli ostaggi ma chiedere loro di andare via dal Sud del Libano, di abbandonare i villaggi in cui vivono, è inaccettabile».
Lei dice di avere a cuore la sicurezza d’Israele, ma non sarà un caso se spesso siete stati criticati dagli ebrei italiani per le vostre posizioni, molto più del Prc.
«Perché noi siamo quelli che più ci battiamo per la causa palestinese. Noi non abbiamo cambiato opinione, al contrario di altri...».
Corriere della Sera 17.7.06
«Il presidente della Camera è fuori dal marxismo»
ROMA - Ormai è fuori dal marxismo. Quasi una scomunica per Fausto Bertinotti, da parte di Marco Rizzo, esponente dei Comunisti italiani: «Sono stato spesso critico con lui quando, parlando del Novecento e del comunismo, ha, come si dice, buttato "il bambino con l’acqua sporca", cancellando una storia di giustizia e solidarietà, certo con molte contraddizioni». Secondo Rizzo, con l’intervista al Corriere «Bertinotti è entrato nell’agone del pensiero unico della globalizzazione capitalistica. Ogni scelta è legittima, nessuno può dare i voti, ma Bertinotti mi pare non stia proprio più dentro al messaggio di Marx, a lui tante volte ben caro, del comunismo come "superamento dello stato di cose presente". Che per noi comunisti, invece, è ancora più attuale».
Corriere della Sera 17.7.06
Il cardinale aveva sostenuto che l’istruzione di Stato è superata «La scuola è di tutti»
Fioroni replica a Scola
Bertinotti: il patriarca sbaglia. Applausi dal Polo
di G. Ben.
ROMA - «La scuola italiana è di tutti e per tutti». Il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, prende le distanze dall’idea di scuola espressa dal cardinale Angelo Scola in un’intervista al Corriere della Sera . «Lo Stato - questo in estrema sintesi il pensiero del Patriarca di Venezia - deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici e universitari per lasciare questo compito alla società civile». La proposta è rivoluzionaria e il ministro Fioroni non la rinvia al mittente: merita «riflessione e approfondimento. «Ma la riflessione - precisa - va fatta nell’interesse della scuola italiana, che è la scuola di tutti e per tutti». Ovvero non una scuola di tendenza. Il ministro, in buona sostanza, dice no a quanti ritengono, come il cardinale, che lo Stato in materia di educazione debba ritirarsi e lasciar fare alla società civile, senza tuttavia condividere la posizione opposta, secondo cui la scuola deve essere soprattutto di Stato. Le reazioni alla tesi di Scola non si sono fatte attendere. Per Albertina Soliani, capogruppo dell’Ulivo nella commissione Cultura, «il proliferare di scuole al di fuori di un impegno della Repubblica per l’istruzione porterebbe a una deriva dannosa per il Paese». «Mi preoccupa l’idea di prevedere scuole di tipo islamico - continua la senatrice -. Molto più utile una scuola di tutti, laica, aperta alle diverse religioni e culture». Per la maggioranza il rischio implicito nella visione del cardinale è quello di una proliferazione di scuole di tendenza: religiosa e politica. Lo teme Franco Monaco della Margherita: «È l’opposto di ciò di cui abbiamo bisogno». Preoccupato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti: «Penso che la scuola in una società che diventa sempre più meticcia debba essere unitaria e cioè pubblica per comprendere tutte le etnie, le religioni e i punti di vista, in una costruzione unitaria che è quella della convivenza in cui ognuno rispetti l’altro ma si confronti con lui quotidianamente». Non è la scuola che piace alla Cdl, che difende il patriarca di Venezia. Riccardo Pedrizzi (An) condivide l’impostazione di Scola: «Bisogna passare dalla scuola dello Stato alla scuola della società civile». Per Maurizio Sacconi (FI) «la considerazione del patriarca deve indurre una riflessione meditata». La Compagnia delle Opere, infine, si dice perfettamente d’accordo con quanto affermato da Scola: «Un sistema regolato che consenta una competizione virtuosa tra i soggetti dell’istruzione è la migliore garanzia per lo sviluppo del capitale umano in Italia».
Corriere della Sera 17.7.06
La classe operaia ha ancora un suo paradiso (nelle nostre teste)
di Pierluigi Battista
E ravamo ancora tutti marxisti, e non ce ne eravamo nemmeno accorti. Assegnavamo mentalmente alla classe operaia uno statuto speciale nel divenire della storia, un ruolo morale unico e incomparabile, una tipologia storica del tutto peculiare, e invece volevamo immaginarci a tutti costi post-qualcosa, postmoderni più che moderni, postideologici anziché ideologici. No, la «classe», la mitologia, il lessico, gli automatismi culturali della «classe» permangono in qualche segreta nicchia del nostro pensare sociale e culturale. Ce ne accorgiamo solo quando entrano in scena altre «classi», i tassisti, gli avvocati, i commercianti, i piccoli imprenditori, i medici e così via, che però non essendo «classi» come la classe operaia non sappiamo più come definirle. Ceti? Corpi? Gruppi sociali? Lobbies ? Ogni definizione è buona. Purché contenga una sfumatura negativa e attiri su di sé un robusto venticello di deplorazione sociale. Certo, nessuno qualificherebbe la classe operaia di «rude razza pagana», come fece Mario Tronti una quarantina d'anni fa. Nessun gruppo dissidente ed estremista si chiamerebbe più «Potere Operaio», nelle strade non si dice più che «la classe operaia deve dirigere tutto» e nessun film manda con amara ironia la classe operaia in Paradiso. Ma resta la percezione che mai un corteo operaio potrebbe essere sospettato di ottuso corporativismo, di bieca difesa di interessi particolari, di meschina e occhiuta tutela di minoranze sorde al bene di tutti. Se un corteo operaio fa impazzire il traffico, non diventerà mai oggetto di veemente riprovazione sociale come il blocco del traffico provocato da un manipolo di tassisti esacerbati. Il blocco dei binari da parte dei ferrovieri in lotta è sgradevole e fonte di risentiti borbottii sociali, ma una pattuglia di celerini che sgomberasse le stazioni con la forza verrebbe considerata brutale e ingiustificabile. I conducenti di taxi che paralizzano il traffico sembrano invece meritevoli della più severa sanzione repressiva. Lo sciopero operaio contiene in sé qualcosa di un fascino antico e trattiene i riflessi di una storia nobile e grandiosa come quella della lotta di classe. Lo sciopero dei ceti, dei corpi, delle lobbies è, senza possibilità di redenzione, serrata, jacquerie dei ceti medi, disordine. Reazione.
La classe operaia è stata immaginata come titolare di una funzione salvifica, la classe universale che liberando se stessa avrebbe liberato tutta la società. Può sbagliare, ma sempre nel nome di un torto subìto e di una ragione che è sempre dalla sua. La sociologia può decretarne il ridimensionamento numerico, ma non il valore simbolico. Il disagio del ceto medio è invece per sempre e per definizione ribellismo corporativo, visceralità dimentica dell'interesse, difesa gretta di interessi inconfessabili. Marx aveva pronosticato l'estinzione di tutto ciò che si collocava nel mezzo del conflitto irriducibile tra capitale e proletariato. Una previsione clamorosamente smentita dai fatti, la piccola borghesia si è storicamente vendicata, le società mature sono diventate il terreno fertile di un immenso ceto medio. Ma sul piano simbolico e dei valori, il ceto medio resta pur sempre condannato a un ruolo negativo. Se se ne sta ordinato e nei ranghi, il piccolo borghese è il filisteo senza luce, il portabandiera dell'ordine, del conformismo, della piccineria culturale destinato a morire di vergogna, seppellito dal sarcasmo di tonnellate di letteratura. Se si ribella diventa feroce, sordidamente attaccato alla sua «roba», incivile, pericoloso, persino eversivo. Ragioniamo ancora tutti così, in modo trasversale, in modo quasi inavvertito. Non si sa perché, ma deve essere una questione di classe.
Repubblica 17.7.06
Parla Giordano, leader del partito che ospita i "gruppi anacronistici" indicati dal Quirinale
"Chi vota no tradisce i patti e sarà fuori da Rifondazione"
Sinistra critica e L'Ernesto fanno il contrario di quello che la base ha deciso con un percorso democratico
Questi compagni si rendono conto che aprono la strada ai moderati dell´Unione sulle ipotesi neocentriste?
di Claudia Fusani
ROMA - Segretario Giordano, chi sono secondo lei i "piccoli gruppi anacronistici e con scarso seguito" di cui parla il Presidente della Repubblica?
«Stamani (ieri ndr) prima ancora di leggere i giornali sono stato chiamato dal Quirinale che ha precisato che ovviamente il presidente Napolitano non si riferisce al partito della Rifondazione comunista ma ad alcune posizioni e ad alcune realtà che sono anche nel mio partito».
Il suo giudizio su queste "posizioni e realtà" coincide con quello del Presidente?
«Ci sono forze nel mio partito che avevano fin dall´inizio una forte contrarietà rispetto alla partecipazione al governo... «.
Quali forze?
«Sinistra critica e L´Ernesto, cioè le minoranze di Rifondazione. I nomi dei deputati e senatori di queste correnti sono noti, Claudio Grassi e Salvatore Cannavò per fare un esempio. Oggi queste stesse forze tentano di usare una posizione di visibilità per determinare una propria soggettività politica e fare il contrario di quello che la base del partito ha deciso con un percorso democratico».
Sfruttano il partito per avere un ruolo? Francesco Caruso, vostro parlamentare, dice che nel partito c´è "uno scontro di potere" e non un problema etico.
«Quando parlo di soggettività politiche intendo dire che non è in discussione la pratica pacifista ma ragioni esterne ad essa».
Stamani c´è la direzione di Rifondazione. Ci saranno provvedimenti disciplinari per chi voterà no rischiando di mandare sotto la maggioranza al Senato?
«La direzione discuterà e chiederà a tutti un mandato politico, cioè di votare secondo la linea e l´orientamento espressi dal partito. Chi vota no va contro la linea del partito e produce un atto violento di rottura della fiducia politica verso una comunità di compagni e di compagne che hanno scelto con passione un percorso democratico che ci ha portato ad approvare il ddl e la mozione. Sono, quelli che dicono di voler votare no, gli stessi da cui sento rimbalzare affermazioni su alleanze a geometrie variabili».
Cioè di far passare il ddl con i voti dell´opposizione?
«Appunto. Si rendono conto, questi compagni, che così facendo si apre la strada alle forze più moderate dell´Unione per lavorare all´ipotesi neocentrista? Peggio ancora, poi, se qualcuno gioca a far cadere il governo Prodi».
Perché le missioni militari sono state inserite in un unico provvedimento vincolando il ritiro dall´Iraq alla permanenza in Afghanistan, quando la sinistra radicale ha sempre chiesto il contrario?
«E´ stato un errore del governo non concederlo. Ma c´è anche, tra la sinistra radicale, chi ha pensato subito al voto di fiducia per salvarsi l´anima ed evitare di lavorare per trovare un punto di mediazione».
In cosa consiste la discontinuità in politica estera di questo governo? Il ritiro dall´Iraq era già previsto e la missione afgana resta in piedi.
«Tutto il movimento pacifista, e non solo Rifondazione, ha ottenuto importanti risultati. Le differenze tra i due governi sono fondamentali. Dall´Iraq ce ne andiamo senza lasciare neppure un soldato mentre Berlusconi aveva fatto un accordo con Washington per lasciare là una parte dei nostri soldati almeno per un altro anno. In Afghanistan abbiamo ridotto gli uomini, abbiamo stoppato l´invio di mezzi da guerra e delle nostre truppe nel sud dove si combatte. Non solo: abbiamo anche ottenuto di utilizzare non il codice militare di guerra ma quello di pace. La mozione poi non è solo parole: supera Enduring freedom, chiede la verifica della missione in sede Onu e Nato. Ripristina il significato dell´articolo 11 della Carta, l´Italia ripudia la guerra e partecipa a missioni militari sotto il comando Onu e non per produrre azioni offensive. Chiediamo l´intervento in Darfur e nel conflitto israelo-palestinese. Ho sofferto umanamente in queste giorni per l´utilizzo meschino a fini di politica interna di un quadro drammatico di politica estera».
Giordano, in Afghanistan c´è o no la guerra?
«C´è la guerra, ha ragione Gino (Strada ndr). Ed è per questo che deve riprendere la mobilitazione pacifista».
Ci sarà rottura con le minoranze di Rifondazione?
«Non voglio rompere. Il mio è un appello a far prevalere le ragioni unitarie».
Repubblica 17.7.06
Partito democratico e questione cattolica
di Pietro Scoppola
Sul partito democratico si moltiplicano i convegni, le proposte, le interviste. Ma all´intensificarsi del dibattito non corrisponde la chiarezza delle idee: il partito democratico è sempre più un oggetto misterioso. È evidente che un partito che nascesse da una costituente, formata sulla base di primarie, come propone Paolo Prodi su MicroMega, sarebbe del tutto diverso da un partito che nascesse dalla fusione dei due maggiori partiti esistenti.
La procedura è come sempre sostanza e incide sui contenuti.
Il problema di fondo è quello di come le diverse identità culturali e politiche contribuiranno a definire la fisionomia del costituendo soggetto politico. Il problema vale per le componenti della sinistra gelose della loro identità ma vale anche per la componente cattolica. Il tema della partecipazione cattolica è di importanza strategica e dà luogo a un malessere cui hanno dato voce gli ex popolari in un loro incontro del 6 luglio scorso.
Una operazione di vertice non potrebbe alla fine che rispecchiare, nonostante le migliori buone volontà, il diverso peso organizzativo raggiunto nel passato recente dai vari soggetti politici senza dare garanzie sul coinvolgimento di nuove energie. L´esito sarebbe quello di un partito socialdemocratico aperto a nuovi e diversi contributi anche di ispirazione cattolica: in sostanza quella che Walter Veltroni ha definito, in una sua recente intervista sulle pagine di questo giornale, la «grande casa del campo riformista che si chiama partito socialista europeo». Ma è proprio questa prospettiva, certo generosa e illuminata nelle intenzioni di chi la formula, che suscita perplessità e disagio in campo cattolico. Non senza buoni motivi legati alla nostra storia troppo spesso dimenticata.
In sostanza in Italia la tradizione del cattolicesimo democratico ha avuto uno spessore politico maggiore e diverso rispetto ad altri paesi europei.
In Francia vi è stata sul piano culturale una ricchissima tradizione di un cattolicesimo aperto ai valori della libertà e della democrazia, da Ozanam a Marc Sagnier, a Maritain e a Mounier, ma questa tradizione non ha avuto forti e compiute espressioni politiche. L´esperienza dell´Mrp, parallela alla nostra Democrazia cristiana nel secondo dopoguerra, si esaurisce rapidamente, come è noto, nel quadro della forte iniziativa di De Gaulle. Il comunismo d´altra parte rimane un corpo sostanzialmente estraneo alla cultura di governo francese, mentre il socialismo, con Mitterrand, raggiunge con fatica, dopo anni di divisioni, una posizione egemone nel quadro della sinistra.
In Germania la collocazione moderata della Cdu in un sistema bipolare fu subito definita dal cancelliere Adenauer, e quella scelta contribuì a far evolvere la posizione della socialdemocrazia che a Bad Godesberg, fin dal 1958, decise di tagliare ogni ponte con il comunismo.
Nella Spagna democratica più recente la Chiesa è stata decisiva per la sopravvivenza della monarchia e per evitare una dolorosa resa dei conti, ma nulla ha potuto, o ben poco, rispetto all´affermazione di un partito popolare conservatore e di un partito socialista tra i più massimalisti di Europa.
Tutto è stato diverso in Italia. La tradizione democratico cristiana esprime prima, con Sturzo, una concezione originale e innovativa del partito e dello Stato stesso. Sconfitta sul piano politico dal fascismo, quella concezione ispira poi, ad opera di De Gasperi, anche se in forme parzialmente diverse, la ricostruzione democratica del paese.
Anche il comunismo in Italia non solo non è un corpo estraneo ma, grazie all´opera di Gramsci e di Togliatti, ha radici profonde nella cultura del paese. Il partito socialista rimane a lungo subalterno ai comunisti e il partito socialdemocratico rappresenta fin dalle sue origini una componente minore della politica nazionale.
Proprio per queste ragioni non è possibile immaginare per il nostro paese un approdo tardivo al modello europeo di una presenza cattolica rilevante e significativa in un partito sostanzialmente socialdemocratico.
È difficile realizzare in questo contesto, se non vi sarà una netta inversione di tendenza, quella ipotesi di pieno coinvolgimento della componente cattolica democratica nella nascita di un nuovo partito, non confessionale, che abbia la pretesa di fondere in un´unica casa l´eredità di una storia politica tanto complessa come quella italiana. E sarà sempre più difficile recuperare alla sinistra il voto di molti elettori che, delusi dalla destra, non ritengono di dover rinunciare alle proprie convinzioni per una indistinta prospettiva socialdemocratica. Insomma è possibile e a nostro avviso auspicabile una confluenza della presenza cattolica in un partito che raccolga le altre tradizioni democratiche solo a condizione che si tratti di un partito del tutto nuovo, che assuma fra l´altro forme adeguate alla crisi che la forma partito tradizionale attraversa, non solo in Italia.
La parte cattolica della democrazia italiana è portatrice di un decisivo spirito di alleanza che non è ancora stato interpretato e sfruttato pienamente. Questa disponibilità a farsi partecipe di un disegno più ricco non può tuttavia essere ridotta a semplice valore di scambio, a merce politica, perché vive o muore, cresce o si immiserisce, nella misura in cui trova una proposta politica degna di quei valori metapolitici che rappresentano un riferimento irrinunciabile per i credenti.
Il sentimento politico dei cattolici italiani è in questo momento reattivo al superamento di quella brutale secolarizzazione di cui si è fatta esperienza nel declino della stagione democristiana ed è alla ricerca di proposte politiche che contengano un valore aggiunto. Si tratta di una situazione rischiosa, facilmente preda di cortocircuiti o di manipolazioni che tuttavia ha in sé molteplici potenzialità.
Non si può escludere l´approdo socialdemocratico testimoniato oggi dalla scelta individuale di cattolici di sicura sensibilità cattolica democratica; ma sembra difficile che questa scelta possa rappresentare la via maestra per la conquista del consenso di larghi settori della base cattolica e per la riconquista oggi quanto mai necessaria della Chiesa gerarchica a posizioni politiche meno legate a simpatie verso la destra.
I singoli cristiani possono prendere coscienza, per rifarsi alla classica immagine evangelica, di dover essere lievito nella grande e variegata pasta della democrazia italiana possono accettare come condizione stabile quella di rinunciare ad avere una propria identità e visibilità politica.
Ma questa scelta esige adeguate condizioni storiche. È ambigua se compiuta solo da parte dei cattolici che si collocano sul versante del centro sinistra e implica d´altra parte il rischio del rifluire della presenza pubblica dei cattolici, tutta e solo, nella azione pastorale della Chiesa.
Come sfuggire in questo caso a un duplice esito: da un lato, sul piano dei rapporti pubblici, alla contrapposizione laici-cattolici, credenti-non credenti, con il riemergere degli storici steccati; dall´altro, dentro la Chiesa, al riflusso verso una concezione preconciliare del ruolo del laicato e della gerarchia, chiamata in questo caso a gestire essa stessa in linea diretta il rapporto con la politica?
Oggi si richiede forse una nuova assunzione di responsabilità pubblica, esigente sul piano morale, competente su quello economico, svincolata dalle vecchie forme, capace di stabilire un rapporto con la Chiesa gerarchica fondato su una piena assunzione di responsabilità laicale e perciò sollecitatore di riforma per la Chiesa stessa, sempre tentata dalle logiche dello scambio, radicata nella tradizione e al tempo stesso aperta alla partecipazione delle nuove generazioni e capace di farsi carico di nuove forme di collaborazione fra generazioni diverse.
Sarà in grado il partito democratico di raccogliere queste esigenze?
Repubblica 17.7.06
Caspar David Friedrich
Il pittore melanconico che voleva parlare con Dio
A Essen una retrospettiva che per la prima volta mostra oltre settanta tele del maestro che Goethe amava collezionare
I suoi paesaggi di montagna sono pervasi da una forte volontà di assoluto
Nessuno come lui coniugò le luci della notte con quelle del tramonto e dell´alba
ESSEN. Il destino lega gli uomini, mi veniva di pensare, ponendo attenzione alla data di nascita di Caspar David Friedrich: 1774. Nello stesso anno veniva pubblicato I dolori del giovane Werther di Goethe, manifesto di un nuovo sentimento della natura, della vita e della morte: il poeta di Weimar fu un appassionato ammiratore e collezionista del pittore. Caspar, nato nella piccola cittadina di Greifswald sul mare Baltico, perde la mamma a sette anni e poi uno dei nove fratelli annega per salvarlo dal furia del mare.
Un´infanzia non fortunata lo segna. A vent´anni il suo primo maestro di pittura l´induce a iscriversi all´Accademia di belle arti di Copenaghen: fa il suo tirocinio e si fa apprezzare dal maestro Nicolai Albidgaard, pittore colto, legato al gruppo letterario di quello che viene indicato come il Rinascimento nordico: la poesia di Klopstock, le saghe nordiche, il mito gaelico di Ossian sono temi comuni al gruppo. Sono queste letture e questi riferimenti a formare la vena melanconica del giovane.
Così come la severa educazione pietista è parte della sua poetica intimista. In esordio infatti esegue i ritratti di molti familiari e autoritratti a penna o a matita, sono assai belli al pari degli esercizi di calligrafia gotica. Nel 1798 si trasferisce all´Accademia di Dresda, ma sono le magnifiche collezioni pubbliche della Gemäldegalerie a sollecitarlo: più che la scuola preferisce osservare van Ruysdael, Poussin e Dughet, frequentare i boschi e i paesaggi che circondano questa piccola Atene del nord.
Cespugli, mulini, giganteschi alberi, piccole case, ponti e cippi tornano nei suoi album che poi, spesso, finisce in studio ad acquerello: dipinge talune scene per I Masnadieri di Schiller. Altro nume della cultura romantica. Nulla ancora sembra presagire che dalla crisalide stia per nascere una farfalla, che comincerà a volare nell´isola di Rügen nella primavera del 1801: i miti dei bardi nordici sono di casa, la memoria di Philipp Hackert che da giovane aveva amato e dipinto quest´isola perduta nei mari del nord. Ma Hackert, come Reinhart e Koch dopo di lui, erano fuggiti in Italia. Friedrich resta nell´isola e incomincia dipingere paesaggi: campagne, coste, navi alberate, barche affondate alle deriva, grandi massi.
Per la prima volta si vedono assieme circa 120 disegni e una settantina di tele al Folkwang Museum (fino al 20 agosto) in collaborazione con la Kunsthalle di Amburgo, per una retrospettiva che non ha uguali e che ha per sottotitolo l´invenzione del Romanticismo: ma nel saggio d´apertura dello splendido catalogo Werner Hoffman, decano degli studi, fa seguire ad «eine erfindung» (un´invenzione) un bel punto interrogativo. Questione delicatissima che non si può neppur sfiorare in questa sede.
Lentamente Caspar comincia a sperimentare la pittura ad olio ed intento ad una tela di grandi dimensioni lo raffigura nel suo atelier l´amico Georg Friedrich Kersting (1811), con lui intraprende un viaggio nelle montagne del Rienergesbirge a sud di Dresda. Inizia il suo lungo peregrinare: i suoi paesaggi di montagna sono pervasi da una volontà di assoluto e la filosofia della natura di Schelling e dei fratelli Schlegel sono il retroterra della sua poetica panteista, così come la poesia di von Kleist e, più tardi, i Lieder di Franz Schubert sono il sottofondo sommesso della pittura di Friedrich. Non c´è tra i pittori della sua generazione qualcuno che abbia saputo coniugare con splendida pulitezza e pari intensità, le luci della notte, i riverberi delle stagioni sui monti e le diverse ore del giorno dall´alba al tramonto. Cime acuminate emergono possenti e silenziose in tante sue tele. Poche figure umane, qualche croce. Una fredda vena mistica attraversa la pittura di Friedrich: non ci sono fervori controriformistici in questo panteismo religioso, quanto la vocazione ad una dimensione dell´uomo che esprime una profonda nostalgia, una Sehnsuscht verso l´infinito. Paesaggi avvolti nella nebbia e tra le nuvole o bagnati dalla coltre bianca delle nevi sono i mezzi attraverso cui il pittore prova a comunicare con l´Assoluto, con Dio stesso. E´ un monologo o un dialogo? Non saprei dire. Celebre tra questi dipinti d´ispirazione religiosa è la Croce sul Monte (1807-8): è un paesaggio con la luce del tramonto e quel Cristo lì in alto, infisso nella solida roccia, è simbolo della fede che non conosce tramonto. La critica s´è sempre industriata a decifrare e le metafore e i simboli della sua pittura: commentati dai suoi contemporanei Brentano, Goethe, Kleist, Tieck, Arnim. Nei suoi pochi scritti sull´arte e nelle lettere (una selezione fu edita da SE, 1989, con una bella prefazione di Roberto Tassi) Caspar talvolta ci aiuta, altre volte divaga e complica le cose. Non credo che sia questa la via per godere a fondo della sua arte, direi persino che tali decifrazioni e spiegazioni sono uno schermo se non un impedimento.
Qui si vedono i capolavori più famosi del pittore come l´Abbazia nel querceto dove una rovina gotica convive con alberi scheletriti, ma il migliore Friedrich è quello delle rocce di Rügen che sprofondano in un mare azzurro: un paesaggio che assomiglia in modo impressionante a quello che si vede dal belvedere della Migliara a Capri. Negli anni della maturità emergono paesaggi lunari con uomini che stanno in silenzio accanto a immense rovine di architetture gotiche. Numerosi i paesaggi di mare: quasi sempre notturni con banchine, poche desolate sagome umane, velieri, battelli e barche. Il mare lo seduce con la sua tremenda malia non meno dell´alta montagna: gli estremi si toccano e Friedrich dipinge il sublime. Il Naufragio della Speranza (1823 - 4) è uno dei vertici della sua pittura: una vera nave dal nome simbolico naufraga trai ghiacci dei mari del nord. Il pittore è sconvolto dalla notizia del naufragio e lo raffigura drammaticamente. La zattera della Medusa di Géricault (1819) da il senso di come due grandi pittori possano vivere in modo radicalmente diverso un dramma del mare.
Che io lo ami questo pittore è persino fin troppo evidente: quando pubblicai il mio secondo romanzo La dimenticanza volli in copertina a campo pieno La donna alla finestra (1822): la dama è vista di spalle, con un abito verde scuro, in un interno Biedermeir e guarda un porto, di cui si scorgono solo gli alberi di una nave. L´immagine è sospesa nel tempo, c´è un senso d´attesa di qualcuno che non sapremo mai se arriverà. La malia di Caspar è questa, ci tiene sospesi in balia del mare e delle montagne, ma sa anche dirci i pensieri di una donna sola che attende qualcosa alla finestra. La sua lunga e lenta malattia mentale gli impedisce di intraprendere quel viaggio in Italia che aveva progettato cento volte: ma la sua intimità poetica non aveva bisogno di vedere il Bel Paese, un suo paese ideale l´aveva già trovato fra i monti e il mare del nord.
domenica 16 luglio 2006
Corriere della Sera 16.7.06
Intervista al presidente della Camera
«Alleanza con i borghesi buoni sulle riforme, ma il conflitto di classe resta»
Bertinotti: rispettare il patto dei 5 anni
di Antonio Macaluso
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, in un’intervista al Corriere propone un patto per le riforme tra governo e «borghesia buona», fermo restando i conflitti di classe: «Il banco di prova di questo nuovo dialogo potrà essere il Dpef: dal prossimo anno dovrà contenere un programma di vasto respiro». Sull’Afghanistan, il presidente della Camera pensa che non si possa mettere a rischio la vita del governo, pena la rottura di quel preciso patto con il popolo della sinistra che prevede cinque anni di governo per risanare il Paese. Bertinotti ritiene che l’Europa debba intervenire subito e pesantemente in Medio Oriente, dove ormai è guerra vera e propria. Anche con una forza di interposizione? «Sì - risponde - a patto che con i soldati arrivi un grande progetto politico ed economico».
Ritiene che l’Europa non se la possa più cavare con qualche richiamo generico, ma debba intervenire subito e pesantemente in un Medio Oriente dove ormai è guerra vera e propria. Anche con una forza di interposizione? «Sì – risponde il presidente della Camera Fausto Bertinotti – a patto che con i soldati arrivi un grande progetto politico ed economico». Ritiene anche che sull’Afghanistan non si possa mettere a repentaglio la vita del governo, pena la rottura di quel preciso patto con il popolo della sinistra che prevede cinque anni di governo per risanare il Paese. Ritiene, infine, che questo risanamento possa realizzarsi anche con una sorta di alleanza con quei "borghesi buoni" che «hanno capito che è il momento di dare loro un contributo, perché non si possono chiedere solo sacrifici agli altri». Presidente Bertinotti, in Medio Oriente è guerra. Ma l’Europa dov’è?
«Effettivamente finora abbiamo visto un orientamento geopolitico tutto giocato in una dimensione atlantica. Un’Europa così rivolta verso ovest da essersi dimenticata del suo sud, che però è il suo cuore pulsante. Anche per questo, ogni volta che israeliani e palestinesi hanno dovuto trovare un interlocutore terzo, sono andati negli Stati Uniti. E’ arrivato il momento di svolgere una nuova funzione. Anche sotto una pressione che arrivi dal nostro Paese, che ha una vocazione geopolitica e non di schieramento su questa area del mondo».
Secondo Lei esiste e in che misura un uso sproporzionato delle forze da parte di Israele?
«Esiste, non c’è dubbio. Con il che non nego minimamente che la minaccia terroristica venga percepita da un Israele che sente crescere le propensioni a mettere in discussione la sua esistenza. E che perciò ritiene che quelle propensioni vadano combattute a fondo. Ma il governo israeliano dà una risposta sproporzionata, che colpisce cioè obiettivi il cui danno a vite umane e alla comunità diventa un elemento di crisi nella crisi. Questo susseguirsi di terrorismo-replica sovradimensionata porta a una spirale che aggrava la crisi e rischia di portarla in un vicolo cieco, cioè a una diffusione della disperazione e dell’impotenza. Si rischia il non ritorno. Ne è espressione, anche, la tentazione del governo israeliano di andare a una soluzione unilaterale del problema. Lo dico sia quando c’è il ricorso alle armi, sia quando si ricorre a un gesto – pur positivo – come il ritiro dei coloni da Gaza. Due misure opposte ma entrambe iscritte a un’idea di unilateralità, di pensare di poter fare a meno del negoziato. Questo non esiste. Così non se ne esce. Solo il negoziato, il riconoscimento reciproco, possono risolvere la situazione».
E’ però difficile riconoscere un governo, come quello di Hamas, che fa della distruzione di Israele uno dei suoi punti fondamentali. Neanche l’Europa ha potuto far diversamente.
«E’ giustissimo avere una inquietudine e una critica su Hamas. Ma sarebbe sbagliato fissare questa critica in una sorta di fissità e inamovibilità che impedisca di lavorare alla sua modifica. Così anche i piccoli passi non potranno mai essere apprezzati. E’ come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: si può scegliere di investire sul mezzo pieno oppure di sottolineare il mezzo vuoto. E’ a quel punto che la propensione negoziale diventa una grande chance, perché è l’unica che scommette sull’evoluzione dei soggetti in campo. Il negoziato è l’unica carta».
L’idea di una forza di interposizione ha un senso in questa situazione?
«Ha un senso se è legata a un grande protagonismo politico. Una forza di interposizione dovrebbe essere l’espressione di una volontà interventista sul terreno del progetto politico – fondato sui due Stati per i due popoli – sul quale l’Europa si spenda politicamente e con investimenti economici. Facendo di quel bacino il trampolino di lancio del suo nuovo protagonismo politico. E che serva a riprendere e rilanciare lo spirito di Ginevra».
C’è un'altra area calda, l’Afghanistan, che rischia di creare contraccolpi interni in vari Paesi. A cominciare dal nostro, dove il governo traballa perché qualche ribelle non vuole vuole rifinanziare la missione. Possibile si debba ricorrere di nuovo alla fiducia?
«Sono già troppo criticato per concepire il ruolo di presidente della Camera come attivo sui temi della politica e quindi non entro nel merito. Se non per osservare che questa polemica rischia di oscurare agli occhi del popolo italiano e in particolare di quello della sinistra il cambiamento che sta intervenendo nella politica internazionale dell’Italia e nella sua ricollocazione come forza di pace. Cito tre elementi: 1) il ritiro dall’Iraq; 2) il rifiuto che si sta manifestando ad operare dove si determinino i rischi e le minacce di nuovi teatri di guerra; 3) un’accentuazione della presenza internazionale come forza di pace e di solidarietà. Non una concezione di una collocazione di pace come di sottrazione ai problemi internazionali, dunque, ma criteri diversi. Uno degli elementi distorcenti del dibattito sull’Afghanistan è proprio l’oscuramento di questo tratto essenziale».
Non c’è in alcuni settori della maggioranza una sottovalutazione del ruolo di governo del Paese? E’ concepibile che un parlamentare di Rifondazione Comunista, Salvatore Cannavò, affermi che «è così divertente vedere Prodi che arriva in Aula senza sapere quali saranno i numeri»?
«Al di là dei casi personali, la questione che si pone a chi, a sinistra, accetta un compromesso programmatico e la ricerca di una larga alleanza per sconfiggere il centrodestra, è quella di andare oltre l’emergenza. Non credo possa vivere mai a lungo una cultura emergenzialista. Mai, anche a sinistra. Non si può pensare di tenere a lungo un’alleanza giustificata solo per sconfiggere Berlusconi. Bisogna andare avanti. Per cinque anni».
Cinque anni… Con l’aria che tira Le pare credibile?
«Nei confronti del Paese abbiamo una precisa responsabilità. I problemi che ha la sinistra sono due: il primo, elementare ma potente, è questa lealtà nei confronti del popolo che l’ha votata per durare cinque anni. Su questo patto, il popolo della sinistra non ammette deroghe. C’è un problema di lealtà così forte che chi non vi tiene fede esce dalla sfera della politica come esercizio della medesima nelle istituzioni. Ci sono mille modi per fare politica, quello dei movimenti, delle associazioni, del volontariato. Non forme minori, ma diverse, accessibili. Questa è accessibile solo all’interno di questo patto di lealtà. Non è questione di disciplina, di espulsioni… No, pongo un problema proprio di statuto della politica».
Il secondo punto?
«E’ strategico. Io penso che per una sinistra alternativa, questo passaggio dei cinque anni sia indispensabile per promuovere anche la competizione con le forze moderate e riformiste. Avendo l’idea di un’Europa integralmente pacifista, capace di realizzare un modello sociale ed economico diverso e per molti versi alternativo rispetto alle grandi coordinate delle politiche neoliberiste, un’Europa della partecipazione. Ma questa alternativa si può realizzare solo in quanto si compia questo attraversamento. Dunque: un patto di lealtà con il Paese e con il tuo popolo e poi la maturazione di un’alternativa di società che può passare solo attraverso il compromesso dei cinque anni. E la penso così perché ritengo che il tema della giustizia sociale e del risanamento economico non stanno insieme in ragione di mediazione di forze politiche e sociali vocate all’una o all’altra delle questioni ma perché la crisi dell’economia e della società italiana chiede una grande operazione di riforma in cui siano coopresenti questi due elementi».
Serve un’alleanza con i «borghesi buoni»?
«Esatto. E quando parlo di borghesi, penso a una borghesia che abbia il senso di sé e del suo ruolo. L’Italia ha problemi gravi. La conformazione sociale del Paese è stata duramente pregiudicata dalle politiche liberiste. Della crisi della coesione sociale, la precarietà è l’elemento fondativo perché non è semplicemente una condizione sociale ma anche civile, tende a diventare la cifra del Paese. Dentro questa, la disuguaglianza è diventata esponenziale. Se guardassi alla realtà solo così, la grande riforma dovrebbe essere essenzialmente sociale. Ma la nostra economia è stata colpita anche dai guasti del liberismo, che ha distrutto potenziali di crescita economica, di sviluppo. Le forze dinamiche della società sono impedite non dai "lacci e laccioli" prodotti ex ante, dal conflitto sociale, ma proprio dalle politiche liberiste. Penso alla crescita esponenziale dell’evasione fiscale, all’elusione sistematica e corrosiva dell’attitudine di cittadinanza, all’economia criminale, alla voragine del sommerso».
Cosa chiede dunque a questi "borghesi buoni"?
«Di fare la loro parte. Perché nei giorni scorsi ho citato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne? Perché parla della risposta ai problemi dell’impresa, non scaricando sui lavoratori e sul sindacato, ma assumendola su di sé. Ancora: il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi parla con un linguaggio che da un punto di vista delle politiche economiche generali mi trova lontanissimo ma dentro cui leggo la spina dorsale di un discorso che si scontra con tutti gli elementi di complicità con i fenomeni degenerativi e anzi propone quasi un’etica protestante. Ho anche apprezzato la parte del discorso del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa all’assemblea dell’Abi dedicata alle corporazioni: ne ha assunto le valenze positive, in quanto però siano in grado di autodisciplinarsi come elementi di selezione dei fattori innovativi e dinamici. Ecco, questi sono casi in cui mi pare di vedere delle tracce, di un emergere di fattori nuovi. Che però non mi fanno minimamente pensare a cancellare il conflitto di classe. Ma nel momento in cui si affacciano, insieme alle ragioni di contrasto, questi elementi, penso che – in termini inediti – vada riprogettata una convergenza di medio periodo per realizzare la grande riforma del Paese».
Insomma, alleanza con i borghesi buoni e i liberali moderati
«Con quella parte delle classi dirigenti e imprenditoriali che si pongono il problema del loro concorso a questa grande operazione in modo diverso dal ventennio precedente. Finora ho sentito parlare solo di flessibilità e riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto. Di privatizzazioni e liberalizzazioni. In altre parole è stato chiesto ai lavoratori di fare sacrifici e allo Stato di ritrarsi. Ora mi interessa che affiori invece nei protagonisti di questa offensiva la presa di consapevolezza che tocca a loro dare un contributo. Attraverso la loro capacità innovativa e di autorisanamento».
Può essere il Dpef il banco di prova di questo nuovo dialogo?
«Potrà diventarlo in futuro. Quest’anno, purtroppo, non può che essere frutto di un fuoco fatto in fretta con la legna che c’è. Quale che sia il giudizio sull’equilibrio raggiunto tra crescita, giustizia sociale e risanamento, bisogna far fronte a un’emergenza. Dal prossimo anno, il Dpef può diventare uno strumento importante a condizione che riacquisti l’identità di un programma di vasto respiro».
Altrimenti, meglio toglierlo di mezzo…
«Certo. Non ci sono vie di mezzo. Se deve rimanere così, tanto vale andare direttamente alla legge Finanziaria. Oppure deve riacquistare la dignità di un programma economico di respiro, partendo da un lavoro che ci dica entro un anno cosa è l’Italia di oggi. Mettiamo insieme, in una sorta di laboratorio allargato, i più grandi centri di ricerca del Paese. Ridiamo un ruolo al Cnel. E costruiamo il quadro analitico più condiviso possibile della realtà economica e sociale del Paese. Una sorta di grande semilavorato sul quale il soggetto politico, Governo e Parlamento, organizzi la propria discussione. Un Dpef così sarebbe davvero il modo di evidenziare il cambiamento di gestione della cosa pubblica».
Corriere della Sera 16.7.06
Per il patriarca serve «una nuova laicità»: insegnamento gratuito e libero per i cattolici e non solo
Il cardinale Scola: «Basta con la scuola di Stato»
di Aldo Cazzullo
Libertà di educazione e superamento del mito della «scuola unica di Stato». Secondo il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, l’Italia ha bisogno di forte innovazione in quest’ambito: «La proposta è: lo Stato smetta di gestire la scuola e si limiti a governarla. Rinunci a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile». La sua non è «una perorazione per la scuola cattolica», ma il tentativo di dare un suggerimento nell’ottica di una «nuova laicità».
Il Patriarca di Venezia: in un contesto di meticciato, com’è il nostro, il sistema unico limita il tasso di libertà e riduce l’istruzione a cenerentola «La scuola di Stato è superata Affidiamola alla società civile» Il cardinale Scola: lo zapaterismo? Alla politica chiedo meno partigianeria
VENEZIA - Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, uno degli uomini più vicini a Wojtyla e a Ratzinger, è alla vigilia della sua uscita pubblica più importante, per la festa del Redentore. L’anno scorso avanzò la proposta, anticipata in un’intervista al Corriere , di una «nuova laicità», cui in autunno dedicherà un saggio per Marsilio. Quest’anno, spiega, affronterà «un contenuto primario della nuova laicità».
Quale, patriarca?
«La libertà d’educazione. Il tema è assolutamente decisivo. Il nostro Paese ha bisogno di innovazione coraggiosa in questo ambito. Su questo diritto fondamentale occorre aprire un dialogo a tutto campo. La mia non è una perorazione per la scuola cattolica, che pure per me riveste un’importanza considerevole; né il solito lamento sulla crisi della scuola e dell’università».
Che cos’è allora?
«È un tentativo di dare qualche suggerimento, a partire dalla preoccupazione pedagogica essenziale per la Chiesa. Di avanzare una proposta che possa entrare nel dibattito culturale. Nell’ottica di una nuova laicità, che esca da un puro schema dialettico del rapporto Stato-Chiesa, e raccolga le istanze profonde di una democrazia fatta di "libertà realizzate", credo che il Paese dovrebbe avere il coraggio di una scelta radicale per la libertà di educazione. Occorre intraprendere una nuova strada, che superi quello che costituisce il fattore di blocco del nostro sistema scolastico e universitario: il mito della scuola unica. L’espressione non è mia ma dell’americano Glenn, che l’ha studiata in vari Paesi, compreso il nostro. Per giunta, in Italia la scuola unica è scuola unica di Stato».
In Italia esistono e sono in crescita le scuole private.
«Ma il mito non è intaccato nemmeno dalla scuola paritaria. Lo stesso concetto di parità indica che il modello resta quello della scuola unica, di cui la paritaria può essere solo una bella o una brutta copia. Interessanti sono invece le scelte dell’autonomia e del decentramento: se la scuola è autonoma e decentrata, allora non è più importante chi la gestisce, se lo Stato o dei soggetti sociali, ma diventa finalmente decisiva la proposta che la scuola avanza. Solo che in Italia autonomia e decentramento scolastici sono per ora timidi vagiti».
Il referendum ha appena bocciato la devoluzione: segno che la scuola è ancora considerata un elemento di unità del Paese.
«Il mito della scuola unica è nato con l’unità d’Italia e con un’istanza giusta - in un Paese in cui solo il 20% parlava la lingua nazionale - di trovare un patrimonio comune che configurasse il cittadino. Sia la destra sia la sinistra storiche hanno perseguito questo intento, cui però si sono mescolate posizioni ideologiche spesso anticattoliche. La riforma Gentile ha fondamentalmente codificato questo stato di cose, e i suoi principi sono stati poi recepiti nella Costituzione. Si è detto che la scuola per essere laica deve essere neutra, indifferente a qualsiasi Weltanschauung; e si è pensato di garantirne la neutralità attraverso l’unicità. Ma lasciamo stare il passato. Ora, a me pare che in un contesto di meticciato di civiltà, com’è il nostro, non soltanto il modello di scuola unica limiti il tasso di libertà del Paese, ma riduca scuola e università a cenerentole: l’ingessatura centralistica non consente di assumere le novità e le contraddizioni che si vanno manifestando nelle nostre scuole ed università. La proposta è: lo Stato smetta di "gestire la scuola" e si limiti "a governarla"».
Non teme il caos che si creerebbe se ognuno si facesse la propria scuola?
«No. Attraverso la moderna figura di un rigoroso accreditamento, già in atto in molti Paesi, lo Stato mantiene il compito di garantire le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto che la scuola sia aperta a tutti, gratuita e di qualità. Ogni scuola libera, indipendentemente dalla opzione pedagogica, deve essere di tutti e per tutti. La Costituzione dice all’articolo 33 che la Repubblica, quindi lo Stato più gli enti locali, deve istituire scuole; non dice che le deve gestire. È tempo che la gestione passi alla società civile, superando la connessione tra laicità, neutralità e unicità della scuola di Stato: un equivoco che tra l’altro ha trasformato la scuola e l’università in terreno di lotta per l’egemonia. Assistiamo a questo paradosso: s’invoca la scuola unica di Stato come la scuola veramente pubblica; ma lo è de iure; de facto diventa privata, perché finisce sempre in mano a gruppi egemonici».
Di chi è l’egemonia in questa fase?
«Preferisco rifarmi alla storia. In Lombardia, al sabato, quand’ero bambino, finite le lezioni il maestro ci metteva in fila per due e ci portava a confessarci. Era chiaro chi aveva l’egemonia. Poi è passata a una certa ala liberale e alla sinistra, che hanno letto strumenti come ad esempio le associazioni d’istituto e i decreti delegati in chiave egemonica; per non parlare delle forme deleterie di accesso all’insegnamento. Non voglio entrare nel discorso delle baronie universitarie. Credo piuttosto di non mancare di rispetto a nessuno se dico che la via "gramsciana" alla rivoluzione è passata attraverso la conquista dell’egemonia nella scuola e nell’università da parte del Pci. Oggi non si tratta di riconquistare l’egemonia ma, in una società veramente plurale e laica, di superare una visione sterilmente dialettica del processo di "riconoscimento sociale" cui si rifà la logica dell’egemonia. Tutti i soggetti e le realtà associate, qualunque sia la loro visione dell’educazione, se soddisfano certe condizioni di accreditamento, devono avere diritto e risorse - effettive, non sulla carta! - per aprire scuole ed università».
Nonostante la premessa, patriarca, molti leggeranno le sue parole come una richiesta di maggiore spazio per la scuola cattolica.
«Sarebbe una lettura miope. Superando la scuola unica e adeguando la scuola ai bisogni della società di oggi si avrebbero vantaggi molteplici: maggiore creatività pedagogica; maggiore libertà quanto ai programmi, ai contenuti, ai metodi di insegnamento; una sana e controllata emulazione; capacità di non escludere l’elemento del rigore nel perseguire l’eccellenza; maggior duttilità nell’assorbire i fenomeni di meticciato, miglior nesso col mondo del lavoro. E ci sarà libertà per tutti, poiché nessuna famiglia e scuola sarebbe costretta a pagare il diritto all’istruzione due volte, con le tasse e poi con le rette scolastiche, e a mendicare attraverso la categoria del diritto allo studio un parziale e inadeguato contributo».
Ci sarà libertà anche per gli islamici?
«Il meticciato di civiltà non è una scelta, è un processo. Non è un’opzione, è un fenomeno. Questo processo ha in sé elementi di ombra, oscuri, di dolore fortissimi, a partire da quello che il "meticcio" sperimenta sulla propria pelle. Però accompagnando criticamente il processo possiamo lavorare perché l’elemento umbratile e doloroso lasci il posto al "nuovo essere", al "nuovo popolo". Per questo la grande risorsa di cui disponiamo è la società civile, e nella società civile la scuola è decisiva. Se rispetta tutti i criteri di accreditamento, che lo Stato dovrà garantire, non vedo perché un gruppo di islamici non possa aprire una scuola. Così penso che in una scuola gestita da cattolici si possa insegnare la cultura islamica o ebraica. Cosa che del resto da qualche parte già avviene».
Si può pensare anche a scuole senza l’ora di religione?
«Una scuola libera che in Italia rinunciasse all’ora di religione secondo me sbaglierebbe. L’educazione è "traditio" aperta all’ad-ventura, al futuro. Per aver cura dell’educazione, che poggia sulla traditio , non posso non considerare le traditiones . Ed in Italia il peso del cattolicesimo».
Quindi non condivide la legge francese che vieta il velo in classe.
«Non mi piace quel modello di neutralità radicale, perché ricorda la notte in cui tutte le vacche sono nere, e non si distingue più nulla. Lo Stato non può pretendere di sostituirsi al dinamismo della società civile. Il meticciato impone un lavoro sofferto di chi con cuore largo si lascia ferire dalla ferita del meticcio e la trasforma, con un appassionato confronto amico, in un positivo personale e sociale. Il vangelo della festa di oggi, quella del Redentore, è il vangelo del buon pastore. Il buon pastore si prende cura di tutti e ciascuno contemporaneamente. Questo è educare. Genialmente don Milani, in Lettera ad una professoressa, diceva: I care. Non è senza significato che un grande studioso come Foucault abbia notato come il modello di governo dello Stato moderno si sia andato configurando sulla dottrina pedagogica della pastorizia: l’idea del pastore nasce in Mesopotamia, è presente nell’Antico Testamento, ma è soprattutto nell’Occidente cristiano che viene sviluppata».
Patriarca, mi scusi il passaggio da Foucault a Fioroni, ma il nuovo ministro ha già detto che non ci sono soldi, neppure per il bonus scuola.
«Non entro negli aspetti tecnici. Ma se una Repubblica non fa tutto per la scuola e per l’università, è persa. Quand’io ero ragazzo mi colpì un’affermazione di don Giussani: "Mandateci in giro con le pezze nei pantaloni, ma dateci la libertà di ricercare, insegnare e studiare". Ne ha bisogno il Paese, non i cattolici. Bisogna evitare che le esigenze della giusta crescita e del giusto risanamento economico sacrifichino da una parte la libertà e l’iniziativa, imprescindibili in una democrazia sostanziale, e dall’altra la sussidiarietà e la solidarietà. Per questo mi auguro che, sulla scia delle iniziative degli ultimi governi, ci sia il coraggio di pensare a una riforma sostanziale del sistema scolastico e universitario».
Che impressione le ha fatto invece Zapatero?
«Un primo ministro che snobba la presenza di un milione di suoi cittadini con il Papa e dimentica le radici del suo Paese a mio avviso commette un errore. Poi in futuro si potranno anche rivedere i cerimoniali. Non credo che il Papa abbia levato lamenti nel vedere al posto di Zapatero un suo ministro. È anzi possibile che se ne sia fatto rapidamente una ragione».
Esiste uno zapaterismo anche in Italia?
«Alla politica chiedo meno partigianeria e più passione. Visitando capillarmente le parrocchie e le comunità, vedo che nel Paese sono all’opera molti soggetti popolari e creativi: la politica dovrebbe sostenerli nel loro impeto generativo di nuova società. Inoltre, la politica dev’essere sagace nel compromesso nobile: cum-promitto. A chi promettono le parti? Al popolo, che è l’arbitro. Lo Stato deve gestire di meno e governare di più. E tutti dobbiamo avere stima della verità, della bontà, della bellezza, da qualunque parte provengano, e, aggiungerei, del pudore; altrimenti non si riesce a essere giusti, e si oscilla tra il giustizialismo giacobino e il permissivismo immorale».
Corriere della Sera 16.7.06
Il nodo del «diritto di difesa»
Colombo, lite con Sansonetti e critiche a Staino
ROMA - ( l. mi. ) Prima quel titolo, «fermiamo Israele», comparso venerdì sulla prima pagina di Liberazione, poi la vignetta «di sarcasmo anti israeliano» firmata lo stesso giorno da Sergio Staino sull’Unità. Furio Colombo è amareggiato per la posizione assunta dai quotidiani del Prc e dei Ds sulla vicenda mediorientale. Una posizione che, spiega, costituisce «un doppio regalo offerto alla destra, che in ogni sede si dà da fare per far sapere che tutta la sinistra è ostile a Israele». Invece non è così, «non è vero», ribatte il senatore ulivista che ieri, insieme a Emanuele Fiano, ha scritto una lettera ai due giornali per smentire questo «cliché», per contrastare la disinformazione che induce a «credere che sia Israele a portare la guerra e non a reagire a una guerra». Un rovesciamento della realtà, perché Israele è invece un Paese sotto assedio, attaccato su più fronti, sottolinea Colombo, criticando l’Europa che parla «con voce flebile e distratta», ma soprattutto la sinistra italiana, «giudice prevenuto e all’oscuro dei fatti». Gli risponde subito Piero Sansonetti: «Non so perché i miei amici Furio ed Emanuele ignorino che questa crisi è nata dall’attacco israeliano a una spiaggia di Gaza», dice il direttore di Liberazione , che in un editoriale rinnova le critiche all’atteggiamento «irresponsabile» di Israele e ribadisce che «la rappresaglia non è un diritto». Insomma, su chi sia l’aggredito e chi l’aggressore nella complicata partita mediorientale la sinistra continua a dividersi: «Il giorno che avrete voglia di pronunciare le parole occupazione militare e illegalità internazionale - scrive ancora Sansonetti a Colombo e Fiano - il discorso tra noi sarà molto più facile».
Corriere della Sera 16.7.06
Dispute
Quell’Heidegger non è da buttare
di Pierluigi Panza
Una «H» con i baffetti sta dividendo l’Europa: il suo nome non è Hitler ma Heidegger. Francia e Germania si affrontano, l’Italia media.
Dopo lo storico libro di VictorFarias del 1987, Heidegger et le nazisme, lo scorso autunno l’editore francese Albin Michel ha pubblicato l’ancor più radicale testo di Emmanuel Faye, Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie, dove si ricorda che ancora nel ‘38 il filosofo sosteneva politiche di annientamento degli ebrei e che si conclude invitando a liberarsi di lui «per evitare che il nazismo continui a propagarsi attraverso gli scritti di Heidegger».
La risposta tedesca, pur indiretta, appare esplicita: in occasione del trentennale della scomparsa ha inserito come obbligatorio lo studio delle opere di Heidegger nel programma per l’abilitazione all’insegnamento della filosofia nella sezione 2006.
La controrisposta francese è arrivata su Le Point della scorsa settimana con La double face de Heidegger nel quale, Roger-Pol Droit - pur considerando una pluralità di posizioni - lascia intendere che ci furono compromissioni profonde e durature a partire dalla «professione di fede» del ‘33.
E l’Italia? La posizione è di mediazione. Bruno Gravagnuolo su l’Unità (recensendo il libro intervista L’ultimo sciamano a cura di Antonio Gnoli e Franco Volpi) parla di una compromissione «indubitabile», lasciando intendere che ciò non annulla la validità del suo pensiero. Anche Marco Filoni, su il Riformista, è sulla stessa linea e ricorda che il filosofo ebreo Eric Weil invitava alla lettura del Mein Kampf. Insomma: sopravvalutato sì ma non da cancellare. Come dire: con l’acqua sporca non buttiamo anche Essere e tempo.
Il Messaggero 16.7.06
Nel nome del Padre
di Doriano Fasoli
«DIREI, con Lacan, che i miei studi sono in funzione della mia pratica quotidiana: quella di psicoanalista», afferma Antonio Di Ciaccia (membro dell'École de la Cause freudienne de Paris, della Scuola Europea di Psicoanalisi e presidente dell'Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma), il quale ha curato due importanti conferenze inedite del medico, psichiatra e psicoanalista francese raccolte in un unico volume (di prossima pubblicazione presso Einaudi): I nomi del padre, seguito da Il trionfo della religione. «Ho comunque la fortuna - prosegue Di Ciaccia - di essere attualmente il curatore delle opere di Lacan in Italia: posso dire che entro la fine dell'anno invierò all'editore uno se non due seminari di Lacan in italiano. È difficile tradurre Lacan, ma quando si arriva a percepire la sua logica, si rivela di una chiarezza impressionante».
Di Ciaccia è uno dei 700 studiosi provenienti da tutto il mondo intervenuti al Congresso lacaniano che si conclude oggi a Roma sul tema Il Nome del Padre: farne a meno, servirsene
“Nomi del Padre”: cosa intendeva precisamente Lacan, uno dei protagonisti della cultura del Novecento e della storia della psicoanalisi del dopo Freud, con questa nuova formulazione?
«Lacan, con il Nome del Padre, espressione che riprende dalla religione, intende ciò che serve da perno all'essere umano e che egli identifica con il simbolico. Il Padre non è quindi una figura ma una funzione. Da qui, il Padre ha altrettanti Nomi quanti sono i supporti che sorreggono tale funzione. Come possono essere, per esempio, per taluni, l'arte, la musica o la scrittura».
Perché il seminario, di cui “I Nomi del Padre” è la prima lezione, fu bruscamente interrotto? Cosa accadde?
«La sera precedente la prima lezione del seminario venne notificato a Lacan che l'Associazione Psicoanalitica Internazionale lo aveva destituito dal ruolo di “didatta”. Non avrebbe più potuto né insegnare né formare psicoanalisti. Lacan chiamò questa decisione una “scomunica”, simile a quella che aveva colpito Baruch Spinoza da parte delle autorità rabbiniche dell'epoca».
E qual è lo spirito che informa il testo successivo, “Il trionfo della religione”?
«Per essere precisi il volumetto pubblicato da Einaudi contiene quattro testi: il primo, Il simbolico, l'immaginario e il reale del 1953, anno in cui Lacan inizia il suo insegnamento; la lezione di cui sopra sui Nomi del Padre del '63; due conferenze sull'etica tenute a Bruxelles in un'Università cattolica, chiamate Discorso ai cattolici, del '60; e infine l'intervista fatta a Roma il 29 ottobre 1974 chiamata da Jacques-Alain Miller, a cui Lacan affidò tutta la sua opera, Il trionfo della religione. Perché “trionfo”? Perché siamo in un'epoca in cui l'uomo, più è angosciato dalle scoperte della scienza, più si rivolge alla religione, che si rivela l'unica capace di dare senso a tutto».
“Il n'y a des faits que des faits de discours” (Non c'è realtà, non ci sono fatti, se non di discorso): questo aforisma di Lacan le sembra sempre attuale, un messaggio capitale, un principio di gravità su cui è sempre bene insistere?
«Gli aforismi di Lacan si prestano a grossi equivoci. Basti pensare al linguaggio che viene spesso confuso con il verbale. Anche l'aforisma che lei cita si presta a equivoci. Che cosa intende Lacan con discorso? Intende ciò che nell'essere umano fa legame sociale. Ora, tutti i fatti, nell'uomo, non sono mai solo naturali, ma sono sempre ripresi e rielaborati nella cultura e nel sociale, nel discorso dunque. Per esempio, un bambino, quando viene al mondo, non è determinato unicamente dalla sua anatomia nell'assunzione del suo essere maschio o femmina, ma è determinato anche, e potremmo dire soprattutto, dalle identificazioni, da quello che si dice di lui, addirittura ancora prima di nascere, da parte della madre, del padre, della famiglia, della società...».
L'attività clinica era ritenuta fondamentale da Lacan?
«Sì. Non è l'idea che molti hanno di lui, ma Lacan era un grande clinico, erede della grande tradizione psichiatrica e di quella psicoanalitica. Del resto la sua ricerca teorica aveva la sola funzione di chiarire la pratica clinica».
In cosa consiste la distanza che Lacan prende da Freud, al quale tuttavia si richiamerà esplicitamente sino alla fine dei suoi giorni?
«Fin dagli inizi Lacan ha promosso il ritorno a Freud. Egli riteneva tuttavia che Freud non riuscisse a dare uno status logico alla scoperta da lui fatta, e cioè all'inconscio. E questo è stato il compito che Lacan si è dato. Per lui l'inconscio non era un sacco in cui sono riposti ricordi, traumi e quant'altro dimenticati o rimossi, ma era ciò che articola traumi, ricordi, sogni, lapsus, atti mancati, sintomi. Ora, questa articolazione ha una logica. Ed è cogliendo questa logica che l'analista potrà intervenire con l'interpretazione. Tutto questo Lacan lo riassunse nell'aforisma “l'inconscio è strutturato come un linguaggio”».
Quali altre culture entravano in gioco nel suo pensiero?
«Per chiarire la pratica clinica della psicoanalisi, in altre parole per rendere conto della possibilità che la parola abbia un effetto sul sintomo, che è quello che tenta di fare l'analista tramite l'interpretazione, Lacan ha fatto ricorso a tutto lo scibile umano, dalla psichiatria alla letteratura, dalla filosofia alla matematica, dalla linguistica alla topologia e ha interrogato tante culture diverse, dal giudeocristianesimo al buddismo, dal cinese al giapponese. Uno studioso, senza dubbio, universale».
Agi 26.7.06
Governo / Rizzo (Pdci): Bertinotti è entrato nel "pensiero unico"
Scelta legittima, ma mi pare abbia abbandonato messaggio Marx
Milano, 16 lug. (Apcom) - "C'è già qualcuno che ha applaudito, con questa intervista al Corsera di oggi, all'entrata definitiva di Fausto Bertinotti nell'agone del pensiero unico". Lo afferma in una nota Marco Rizzo, capodelegazione del Pdci al parlamento Ue, dicendosi "spiaciuto" e aggiungendo: "Ogni scelta è legittima, nessuno può dare i voti, ma Bertinotti mi pare non stia proprio più dentro al messaggio di Marx, a lui tante volte ben caro, del comunismo come 'superamento dello stato di cose presente'. Che per noi comunisti, invece, è ancora più attuale".
Rizzo ricorda di essere stato "spesso critico ultimamente con Fausto Bertinotti quando, parlando del Novecento e del comunismo, ha, come si dice, buttato 'il bambino con l'acqua sporca', cancellando una storia di giustizia e solidarietà, certo con molte contraddizioni. E poi, ancora, quando - prosegue - ha proposto la sostituzione della sfera individuale ai diritti collettivi". Per l'esponente del Pdci nella intervista rilasciata al Corriere della Sera "dalle questioni sociali, a quelle economiche, a quelle internazionali, alle problematiche di principio, tutto il discorso di Bertinotti è attraversato da una totale accettazione del recinto in cui il pensiero unico della globalizzazione capitalistica lo sussume, pur consentendogli ancora qualche 'vorrei ma non posso'".
Agi 26.7.06
Libri: i viaggi nel tempo secondo Gödel ed Einstein
(AGI) - Roma, 15 lug - Per chi ama fantasticare sulla possibilita' di viaggi temporali , "Un mondo senza tempo- L'eredita' dimenticata di Godel e Einstein", e' il libro adatto. Scritto per "Il Saggiatore" da Palle Yourgrau, docente di filosofia alla Brandeis University, il saggio narra dell'amicizia tra due grandi scienziati, Einstein e Gödel, esuli ambedue, durante la seconda guerra mondiale, a Princeton, centro elitario del pensiero scientifico. "Princeton - scrisse Einstein - e' un pezzo di terra meraviglioso ed al tempo stesso e' un recesso cerimoniale estremamente divertente di piccoli semidei dalle gambe lunghe e sottili". Ma Gödel vi si trovo' bene anche perche' la sua ipocondria, la sua paranoia e le sue eccentricita' furono ben tutelate dai colleghi ed in primo luogo dallo stesso Einstein.
Il libro di Yourgrau e' una miniera di aneddoti riguardanti l'amicizia tra i due scienziati ma il punto focale della narrazione e' la teoria di Gödel, pubblicata nel 1949, che suscito' scalpore anche perche' Einstein riconobbe in essa "un importante contributo alla teoria della relativita' generale e specialmente all'analisi del concetto di tempo". Premesso che nei mondi possibili ipotizzati in base alla teoria della relativita' einsteniana il tempo non esiste, Gödel dimostro' che il tempo non esiste neppure nel nostro mondo.
Egli prese spunto dalle sue letture filosofiche preferite (gli idealisti da Parmenide a Platone, a Leibniz, a Kant) che mettevano in discussione la realta' ultima del tempo e si servi' della relativita' ristretta per dimostrarlo. In breve, in una sottoclasse di universi rotanti, la geometria a grande scala del mondo e' incurvata cosi' fortemente che esistono curve dello spazio-tempo che si chiudono su se stesse fino a tornare al loro punto di partenza. Ora, secondo Gödel , un'astronave che viaggiasse su tale traiettoria chiusa tornerebbe a rivivere nel passato ma se cio' fosse possibile vorrebbe dire che il passato esiste ancora nello spazio e quindi il tempo su larga scala non esiste. Quando mori' il suo amico Michele Besso, Gödel scrisse ai familiari: "Egli mi ha preceduto di un poco nel congedarsi da questo strano mondo. Non significa niente. Per noi che crediamo nella fisica, la divisione fra passato, presente e futuro ha solo il valore di un'ostinata illusione". Una posizione filosofica molto simile a quella teologica ma, nonostante Gödel si spingesse fino al tentativo , per quanto formale, di dimostrare l'esistenza di Dio, finche' fu in vita non volle pubblicarne i risultati "perche' - come scrisse alla madre nel 1961 - il 90% dei filosofi contemporanei vede il proprio compito primario nel bandire la religione dalla testa degli uomini". Per non parlare dei fisici e dell'ambiente di Princeton! Eppure, come Platone nel Timeo, anche Gödel credeva che "comunque il mondo avesse avuto origine" fosse basato su un modello divino. "Se cosi' non fosse - disse - la matematica sarebbe solo un ornamento ed il mondo reale come un brutto corpo in un bel vestito". (AGI) Ale 151435 LUG 06 -
151505 LUG 06
Intervista al presidente della Camera
«Alleanza con i borghesi buoni sulle riforme, ma il conflitto di classe resta»
Bertinotti: rispettare il patto dei 5 anni
di Antonio Macaluso
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, in un’intervista al Corriere propone un patto per le riforme tra governo e «borghesia buona», fermo restando i conflitti di classe: «Il banco di prova di questo nuovo dialogo potrà essere il Dpef: dal prossimo anno dovrà contenere un programma di vasto respiro». Sull’Afghanistan, il presidente della Camera pensa che non si possa mettere a rischio la vita del governo, pena la rottura di quel preciso patto con il popolo della sinistra che prevede cinque anni di governo per risanare il Paese. Bertinotti ritiene che l’Europa debba intervenire subito e pesantemente in Medio Oriente, dove ormai è guerra vera e propria. Anche con una forza di interposizione? «Sì - risponde - a patto che con i soldati arrivi un grande progetto politico ed economico».
Ritiene che l’Europa non se la possa più cavare con qualche richiamo generico, ma debba intervenire subito e pesantemente in un Medio Oriente dove ormai è guerra vera e propria. Anche con una forza di interposizione? «Sì – risponde il presidente della Camera Fausto Bertinotti – a patto che con i soldati arrivi un grande progetto politico ed economico». Ritiene anche che sull’Afghanistan non si possa mettere a repentaglio la vita del governo, pena la rottura di quel preciso patto con il popolo della sinistra che prevede cinque anni di governo per risanare il Paese. Ritiene, infine, che questo risanamento possa realizzarsi anche con una sorta di alleanza con quei "borghesi buoni" che «hanno capito che è il momento di dare loro un contributo, perché non si possono chiedere solo sacrifici agli altri». Presidente Bertinotti, in Medio Oriente è guerra. Ma l’Europa dov’è?
«Effettivamente finora abbiamo visto un orientamento geopolitico tutto giocato in una dimensione atlantica. Un’Europa così rivolta verso ovest da essersi dimenticata del suo sud, che però è il suo cuore pulsante. Anche per questo, ogni volta che israeliani e palestinesi hanno dovuto trovare un interlocutore terzo, sono andati negli Stati Uniti. E’ arrivato il momento di svolgere una nuova funzione. Anche sotto una pressione che arrivi dal nostro Paese, che ha una vocazione geopolitica e non di schieramento su questa area del mondo».
Secondo Lei esiste e in che misura un uso sproporzionato delle forze da parte di Israele?
«Esiste, non c’è dubbio. Con il che non nego minimamente che la minaccia terroristica venga percepita da un Israele che sente crescere le propensioni a mettere in discussione la sua esistenza. E che perciò ritiene che quelle propensioni vadano combattute a fondo. Ma il governo israeliano dà una risposta sproporzionata, che colpisce cioè obiettivi il cui danno a vite umane e alla comunità diventa un elemento di crisi nella crisi. Questo susseguirsi di terrorismo-replica sovradimensionata porta a una spirale che aggrava la crisi e rischia di portarla in un vicolo cieco, cioè a una diffusione della disperazione e dell’impotenza. Si rischia il non ritorno. Ne è espressione, anche, la tentazione del governo israeliano di andare a una soluzione unilaterale del problema. Lo dico sia quando c’è il ricorso alle armi, sia quando si ricorre a un gesto – pur positivo – come il ritiro dei coloni da Gaza. Due misure opposte ma entrambe iscritte a un’idea di unilateralità, di pensare di poter fare a meno del negoziato. Questo non esiste. Così non se ne esce. Solo il negoziato, il riconoscimento reciproco, possono risolvere la situazione».
E’ però difficile riconoscere un governo, come quello di Hamas, che fa della distruzione di Israele uno dei suoi punti fondamentali. Neanche l’Europa ha potuto far diversamente.
«E’ giustissimo avere una inquietudine e una critica su Hamas. Ma sarebbe sbagliato fissare questa critica in una sorta di fissità e inamovibilità che impedisca di lavorare alla sua modifica. Così anche i piccoli passi non potranno mai essere apprezzati. E’ come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: si può scegliere di investire sul mezzo pieno oppure di sottolineare il mezzo vuoto. E’ a quel punto che la propensione negoziale diventa una grande chance, perché è l’unica che scommette sull’evoluzione dei soggetti in campo. Il negoziato è l’unica carta».
L’idea di una forza di interposizione ha un senso in questa situazione?
«Ha un senso se è legata a un grande protagonismo politico. Una forza di interposizione dovrebbe essere l’espressione di una volontà interventista sul terreno del progetto politico – fondato sui due Stati per i due popoli – sul quale l’Europa si spenda politicamente e con investimenti economici. Facendo di quel bacino il trampolino di lancio del suo nuovo protagonismo politico. E che serva a riprendere e rilanciare lo spirito di Ginevra».
C’è un'altra area calda, l’Afghanistan, che rischia di creare contraccolpi interni in vari Paesi. A cominciare dal nostro, dove il governo traballa perché qualche ribelle non vuole vuole rifinanziare la missione. Possibile si debba ricorrere di nuovo alla fiducia?
«Sono già troppo criticato per concepire il ruolo di presidente della Camera come attivo sui temi della politica e quindi non entro nel merito. Se non per osservare che questa polemica rischia di oscurare agli occhi del popolo italiano e in particolare di quello della sinistra il cambiamento che sta intervenendo nella politica internazionale dell’Italia e nella sua ricollocazione come forza di pace. Cito tre elementi: 1) il ritiro dall’Iraq; 2) il rifiuto che si sta manifestando ad operare dove si determinino i rischi e le minacce di nuovi teatri di guerra; 3) un’accentuazione della presenza internazionale come forza di pace e di solidarietà. Non una concezione di una collocazione di pace come di sottrazione ai problemi internazionali, dunque, ma criteri diversi. Uno degli elementi distorcenti del dibattito sull’Afghanistan è proprio l’oscuramento di questo tratto essenziale».
Non c’è in alcuni settori della maggioranza una sottovalutazione del ruolo di governo del Paese? E’ concepibile che un parlamentare di Rifondazione Comunista, Salvatore Cannavò, affermi che «è così divertente vedere Prodi che arriva in Aula senza sapere quali saranno i numeri»?
«Al di là dei casi personali, la questione che si pone a chi, a sinistra, accetta un compromesso programmatico e la ricerca di una larga alleanza per sconfiggere il centrodestra, è quella di andare oltre l’emergenza. Non credo possa vivere mai a lungo una cultura emergenzialista. Mai, anche a sinistra. Non si può pensare di tenere a lungo un’alleanza giustificata solo per sconfiggere Berlusconi. Bisogna andare avanti. Per cinque anni».
Cinque anni… Con l’aria che tira Le pare credibile?
«Nei confronti del Paese abbiamo una precisa responsabilità. I problemi che ha la sinistra sono due: il primo, elementare ma potente, è questa lealtà nei confronti del popolo che l’ha votata per durare cinque anni. Su questo patto, il popolo della sinistra non ammette deroghe. C’è un problema di lealtà così forte che chi non vi tiene fede esce dalla sfera della politica come esercizio della medesima nelle istituzioni. Ci sono mille modi per fare politica, quello dei movimenti, delle associazioni, del volontariato. Non forme minori, ma diverse, accessibili. Questa è accessibile solo all’interno di questo patto di lealtà. Non è questione di disciplina, di espulsioni… No, pongo un problema proprio di statuto della politica».
Il secondo punto?
«E’ strategico. Io penso che per una sinistra alternativa, questo passaggio dei cinque anni sia indispensabile per promuovere anche la competizione con le forze moderate e riformiste. Avendo l’idea di un’Europa integralmente pacifista, capace di realizzare un modello sociale ed economico diverso e per molti versi alternativo rispetto alle grandi coordinate delle politiche neoliberiste, un’Europa della partecipazione. Ma questa alternativa si può realizzare solo in quanto si compia questo attraversamento. Dunque: un patto di lealtà con il Paese e con il tuo popolo e poi la maturazione di un’alternativa di società che può passare solo attraverso il compromesso dei cinque anni. E la penso così perché ritengo che il tema della giustizia sociale e del risanamento economico non stanno insieme in ragione di mediazione di forze politiche e sociali vocate all’una o all’altra delle questioni ma perché la crisi dell’economia e della società italiana chiede una grande operazione di riforma in cui siano coopresenti questi due elementi».
Serve un’alleanza con i «borghesi buoni»?
«Esatto. E quando parlo di borghesi, penso a una borghesia che abbia il senso di sé e del suo ruolo. L’Italia ha problemi gravi. La conformazione sociale del Paese è stata duramente pregiudicata dalle politiche liberiste. Della crisi della coesione sociale, la precarietà è l’elemento fondativo perché non è semplicemente una condizione sociale ma anche civile, tende a diventare la cifra del Paese. Dentro questa, la disuguaglianza è diventata esponenziale. Se guardassi alla realtà solo così, la grande riforma dovrebbe essere essenzialmente sociale. Ma la nostra economia è stata colpita anche dai guasti del liberismo, che ha distrutto potenziali di crescita economica, di sviluppo. Le forze dinamiche della società sono impedite non dai "lacci e laccioli" prodotti ex ante, dal conflitto sociale, ma proprio dalle politiche liberiste. Penso alla crescita esponenziale dell’evasione fiscale, all’elusione sistematica e corrosiva dell’attitudine di cittadinanza, all’economia criminale, alla voragine del sommerso».
Cosa chiede dunque a questi "borghesi buoni"?
«Di fare la loro parte. Perché nei giorni scorsi ho citato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne? Perché parla della risposta ai problemi dell’impresa, non scaricando sui lavoratori e sul sindacato, ma assumendola su di sé. Ancora: il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi parla con un linguaggio che da un punto di vista delle politiche economiche generali mi trova lontanissimo ma dentro cui leggo la spina dorsale di un discorso che si scontra con tutti gli elementi di complicità con i fenomeni degenerativi e anzi propone quasi un’etica protestante. Ho anche apprezzato la parte del discorso del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa all’assemblea dell’Abi dedicata alle corporazioni: ne ha assunto le valenze positive, in quanto però siano in grado di autodisciplinarsi come elementi di selezione dei fattori innovativi e dinamici. Ecco, questi sono casi in cui mi pare di vedere delle tracce, di un emergere di fattori nuovi. Che però non mi fanno minimamente pensare a cancellare il conflitto di classe. Ma nel momento in cui si affacciano, insieme alle ragioni di contrasto, questi elementi, penso che – in termini inediti – vada riprogettata una convergenza di medio periodo per realizzare la grande riforma del Paese».
Insomma, alleanza con i borghesi buoni e i liberali moderati
«Con quella parte delle classi dirigenti e imprenditoriali che si pongono il problema del loro concorso a questa grande operazione in modo diverso dal ventennio precedente. Finora ho sentito parlare solo di flessibilità e riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto. Di privatizzazioni e liberalizzazioni. In altre parole è stato chiesto ai lavoratori di fare sacrifici e allo Stato di ritrarsi. Ora mi interessa che affiori invece nei protagonisti di questa offensiva la presa di consapevolezza che tocca a loro dare un contributo. Attraverso la loro capacità innovativa e di autorisanamento».
Può essere il Dpef il banco di prova di questo nuovo dialogo?
«Potrà diventarlo in futuro. Quest’anno, purtroppo, non può che essere frutto di un fuoco fatto in fretta con la legna che c’è. Quale che sia il giudizio sull’equilibrio raggiunto tra crescita, giustizia sociale e risanamento, bisogna far fronte a un’emergenza. Dal prossimo anno, il Dpef può diventare uno strumento importante a condizione che riacquisti l’identità di un programma di vasto respiro».
Altrimenti, meglio toglierlo di mezzo…
«Certo. Non ci sono vie di mezzo. Se deve rimanere così, tanto vale andare direttamente alla legge Finanziaria. Oppure deve riacquistare la dignità di un programma economico di respiro, partendo da un lavoro che ci dica entro un anno cosa è l’Italia di oggi. Mettiamo insieme, in una sorta di laboratorio allargato, i più grandi centri di ricerca del Paese. Ridiamo un ruolo al Cnel. E costruiamo il quadro analitico più condiviso possibile della realtà economica e sociale del Paese. Una sorta di grande semilavorato sul quale il soggetto politico, Governo e Parlamento, organizzi la propria discussione. Un Dpef così sarebbe davvero il modo di evidenziare il cambiamento di gestione della cosa pubblica».
Corriere della Sera 16.7.06
Per il patriarca serve «una nuova laicità»: insegnamento gratuito e libero per i cattolici e non solo
Il cardinale Scola: «Basta con la scuola di Stato»
di Aldo Cazzullo
Libertà di educazione e superamento del mito della «scuola unica di Stato». Secondo il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, l’Italia ha bisogno di forte innovazione in quest’ambito: «La proposta è: lo Stato smetta di gestire la scuola e si limiti a governarla. Rinunci a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile». La sua non è «una perorazione per la scuola cattolica», ma il tentativo di dare un suggerimento nell’ottica di una «nuova laicità».
Il Patriarca di Venezia: in un contesto di meticciato, com’è il nostro, il sistema unico limita il tasso di libertà e riduce l’istruzione a cenerentola «La scuola di Stato è superata Affidiamola alla società civile» Il cardinale Scola: lo zapaterismo? Alla politica chiedo meno partigianeria
VENEZIA - Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, uno degli uomini più vicini a Wojtyla e a Ratzinger, è alla vigilia della sua uscita pubblica più importante, per la festa del Redentore. L’anno scorso avanzò la proposta, anticipata in un’intervista al Corriere , di una «nuova laicità», cui in autunno dedicherà un saggio per Marsilio. Quest’anno, spiega, affronterà «un contenuto primario della nuova laicità».
Quale, patriarca?
«La libertà d’educazione. Il tema è assolutamente decisivo. Il nostro Paese ha bisogno di innovazione coraggiosa in questo ambito. Su questo diritto fondamentale occorre aprire un dialogo a tutto campo. La mia non è una perorazione per la scuola cattolica, che pure per me riveste un’importanza considerevole; né il solito lamento sulla crisi della scuola e dell’università».
Che cos’è allora?
«È un tentativo di dare qualche suggerimento, a partire dalla preoccupazione pedagogica essenziale per la Chiesa. Di avanzare una proposta che possa entrare nel dibattito culturale. Nell’ottica di una nuova laicità, che esca da un puro schema dialettico del rapporto Stato-Chiesa, e raccolga le istanze profonde di una democrazia fatta di "libertà realizzate", credo che il Paese dovrebbe avere il coraggio di una scelta radicale per la libertà di educazione. Occorre intraprendere una nuova strada, che superi quello che costituisce il fattore di blocco del nostro sistema scolastico e universitario: il mito della scuola unica. L’espressione non è mia ma dell’americano Glenn, che l’ha studiata in vari Paesi, compreso il nostro. Per giunta, in Italia la scuola unica è scuola unica di Stato».
In Italia esistono e sono in crescita le scuole private.
«Ma il mito non è intaccato nemmeno dalla scuola paritaria. Lo stesso concetto di parità indica che il modello resta quello della scuola unica, di cui la paritaria può essere solo una bella o una brutta copia. Interessanti sono invece le scelte dell’autonomia e del decentramento: se la scuola è autonoma e decentrata, allora non è più importante chi la gestisce, se lo Stato o dei soggetti sociali, ma diventa finalmente decisiva la proposta che la scuola avanza. Solo che in Italia autonomia e decentramento scolastici sono per ora timidi vagiti».
Il referendum ha appena bocciato la devoluzione: segno che la scuola è ancora considerata un elemento di unità del Paese.
«Il mito della scuola unica è nato con l’unità d’Italia e con un’istanza giusta - in un Paese in cui solo il 20% parlava la lingua nazionale - di trovare un patrimonio comune che configurasse il cittadino. Sia la destra sia la sinistra storiche hanno perseguito questo intento, cui però si sono mescolate posizioni ideologiche spesso anticattoliche. La riforma Gentile ha fondamentalmente codificato questo stato di cose, e i suoi principi sono stati poi recepiti nella Costituzione. Si è detto che la scuola per essere laica deve essere neutra, indifferente a qualsiasi Weltanschauung; e si è pensato di garantirne la neutralità attraverso l’unicità. Ma lasciamo stare il passato. Ora, a me pare che in un contesto di meticciato di civiltà, com’è il nostro, non soltanto il modello di scuola unica limiti il tasso di libertà del Paese, ma riduca scuola e università a cenerentole: l’ingessatura centralistica non consente di assumere le novità e le contraddizioni che si vanno manifestando nelle nostre scuole ed università. La proposta è: lo Stato smetta di "gestire la scuola" e si limiti "a governarla"».
Non teme il caos che si creerebbe se ognuno si facesse la propria scuola?
«No. Attraverso la moderna figura di un rigoroso accreditamento, già in atto in molti Paesi, lo Stato mantiene il compito di garantire le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto che la scuola sia aperta a tutti, gratuita e di qualità. Ogni scuola libera, indipendentemente dalla opzione pedagogica, deve essere di tutti e per tutti. La Costituzione dice all’articolo 33 che la Repubblica, quindi lo Stato più gli enti locali, deve istituire scuole; non dice che le deve gestire. È tempo che la gestione passi alla società civile, superando la connessione tra laicità, neutralità e unicità della scuola di Stato: un equivoco che tra l’altro ha trasformato la scuola e l’università in terreno di lotta per l’egemonia. Assistiamo a questo paradosso: s’invoca la scuola unica di Stato come la scuola veramente pubblica; ma lo è de iure; de facto diventa privata, perché finisce sempre in mano a gruppi egemonici».
Di chi è l’egemonia in questa fase?
«Preferisco rifarmi alla storia. In Lombardia, al sabato, quand’ero bambino, finite le lezioni il maestro ci metteva in fila per due e ci portava a confessarci. Era chiaro chi aveva l’egemonia. Poi è passata a una certa ala liberale e alla sinistra, che hanno letto strumenti come ad esempio le associazioni d’istituto e i decreti delegati in chiave egemonica; per non parlare delle forme deleterie di accesso all’insegnamento. Non voglio entrare nel discorso delle baronie universitarie. Credo piuttosto di non mancare di rispetto a nessuno se dico che la via "gramsciana" alla rivoluzione è passata attraverso la conquista dell’egemonia nella scuola e nell’università da parte del Pci. Oggi non si tratta di riconquistare l’egemonia ma, in una società veramente plurale e laica, di superare una visione sterilmente dialettica del processo di "riconoscimento sociale" cui si rifà la logica dell’egemonia. Tutti i soggetti e le realtà associate, qualunque sia la loro visione dell’educazione, se soddisfano certe condizioni di accreditamento, devono avere diritto e risorse - effettive, non sulla carta! - per aprire scuole ed università».
Nonostante la premessa, patriarca, molti leggeranno le sue parole come una richiesta di maggiore spazio per la scuola cattolica.
«Sarebbe una lettura miope. Superando la scuola unica e adeguando la scuola ai bisogni della società di oggi si avrebbero vantaggi molteplici: maggiore creatività pedagogica; maggiore libertà quanto ai programmi, ai contenuti, ai metodi di insegnamento; una sana e controllata emulazione; capacità di non escludere l’elemento del rigore nel perseguire l’eccellenza; maggior duttilità nell’assorbire i fenomeni di meticciato, miglior nesso col mondo del lavoro. E ci sarà libertà per tutti, poiché nessuna famiglia e scuola sarebbe costretta a pagare il diritto all’istruzione due volte, con le tasse e poi con le rette scolastiche, e a mendicare attraverso la categoria del diritto allo studio un parziale e inadeguato contributo».
Ci sarà libertà anche per gli islamici?
«Il meticciato di civiltà non è una scelta, è un processo. Non è un’opzione, è un fenomeno. Questo processo ha in sé elementi di ombra, oscuri, di dolore fortissimi, a partire da quello che il "meticcio" sperimenta sulla propria pelle. Però accompagnando criticamente il processo possiamo lavorare perché l’elemento umbratile e doloroso lasci il posto al "nuovo essere", al "nuovo popolo". Per questo la grande risorsa di cui disponiamo è la società civile, e nella società civile la scuola è decisiva. Se rispetta tutti i criteri di accreditamento, che lo Stato dovrà garantire, non vedo perché un gruppo di islamici non possa aprire una scuola. Così penso che in una scuola gestita da cattolici si possa insegnare la cultura islamica o ebraica. Cosa che del resto da qualche parte già avviene».
Si può pensare anche a scuole senza l’ora di religione?
«Una scuola libera che in Italia rinunciasse all’ora di religione secondo me sbaglierebbe. L’educazione è "traditio" aperta all’ad-ventura, al futuro. Per aver cura dell’educazione, che poggia sulla traditio , non posso non considerare le traditiones . Ed in Italia il peso del cattolicesimo».
Quindi non condivide la legge francese che vieta il velo in classe.
«Non mi piace quel modello di neutralità radicale, perché ricorda la notte in cui tutte le vacche sono nere, e non si distingue più nulla. Lo Stato non può pretendere di sostituirsi al dinamismo della società civile. Il meticciato impone un lavoro sofferto di chi con cuore largo si lascia ferire dalla ferita del meticcio e la trasforma, con un appassionato confronto amico, in un positivo personale e sociale. Il vangelo della festa di oggi, quella del Redentore, è il vangelo del buon pastore. Il buon pastore si prende cura di tutti e ciascuno contemporaneamente. Questo è educare. Genialmente don Milani, in Lettera ad una professoressa, diceva: I care. Non è senza significato che un grande studioso come Foucault abbia notato come il modello di governo dello Stato moderno si sia andato configurando sulla dottrina pedagogica della pastorizia: l’idea del pastore nasce in Mesopotamia, è presente nell’Antico Testamento, ma è soprattutto nell’Occidente cristiano che viene sviluppata».
Patriarca, mi scusi il passaggio da Foucault a Fioroni, ma il nuovo ministro ha già detto che non ci sono soldi, neppure per il bonus scuola.
«Non entro negli aspetti tecnici. Ma se una Repubblica non fa tutto per la scuola e per l’università, è persa. Quand’io ero ragazzo mi colpì un’affermazione di don Giussani: "Mandateci in giro con le pezze nei pantaloni, ma dateci la libertà di ricercare, insegnare e studiare". Ne ha bisogno il Paese, non i cattolici. Bisogna evitare che le esigenze della giusta crescita e del giusto risanamento economico sacrifichino da una parte la libertà e l’iniziativa, imprescindibili in una democrazia sostanziale, e dall’altra la sussidiarietà e la solidarietà. Per questo mi auguro che, sulla scia delle iniziative degli ultimi governi, ci sia il coraggio di pensare a una riforma sostanziale del sistema scolastico e universitario».
Che impressione le ha fatto invece Zapatero?
«Un primo ministro che snobba la presenza di un milione di suoi cittadini con il Papa e dimentica le radici del suo Paese a mio avviso commette un errore. Poi in futuro si potranno anche rivedere i cerimoniali. Non credo che il Papa abbia levato lamenti nel vedere al posto di Zapatero un suo ministro. È anzi possibile che se ne sia fatto rapidamente una ragione».
Esiste uno zapaterismo anche in Italia?
«Alla politica chiedo meno partigianeria e più passione. Visitando capillarmente le parrocchie e le comunità, vedo che nel Paese sono all’opera molti soggetti popolari e creativi: la politica dovrebbe sostenerli nel loro impeto generativo di nuova società. Inoltre, la politica dev’essere sagace nel compromesso nobile: cum-promitto. A chi promettono le parti? Al popolo, che è l’arbitro. Lo Stato deve gestire di meno e governare di più. E tutti dobbiamo avere stima della verità, della bontà, della bellezza, da qualunque parte provengano, e, aggiungerei, del pudore; altrimenti non si riesce a essere giusti, e si oscilla tra il giustizialismo giacobino e il permissivismo immorale».
Corriere della Sera 16.7.06
Il nodo del «diritto di difesa»
Colombo, lite con Sansonetti e critiche a Staino
ROMA - ( l. mi. ) Prima quel titolo, «fermiamo Israele», comparso venerdì sulla prima pagina di Liberazione, poi la vignetta «di sarcasmo anti israeliano» firmata lo stesso giorno da Sergio Staino sull’Unità. Furio Colombo è amareggiato per la posizione assunta dai quotidiani del Prc e dei Ds sulla vicenda mediorientale. Una posizione che, spiega, costituisce «un doppio regalo offerto alla destra, che in ogni sede si dà da fare per far sapere che tutta la sinistra è ostile a Israele». Invece non è così, «non è vero», ribatte il senatore ulivista che ieri, insieme a Emanuele Fiano, ha scritto una lettera ai due giornali per smentire questo «cliché», per contrastare la disinformazione che induce a «credere che sia Israele a portare la guerra e non a reagire a una guerra». Un rovesciamento della realtà, perché Israele è invece un Paese sotto assedio, attaccato su più fronti, sottolinea Colombo, criticando l’Europa che parla «con voce flebile e distratta», ma soprattutto la sinistra italiana, «giudice prevenuto e all’oscuro dei fatti». Gli risponde subito Piero Sansonetti: «Non so perché i miei amici Furio ed Emanuele ignorino che questa crisi è nata dall’attacco israeliano a una spiaggia di Gaza», dice il direttore di Liberazione , che in un editoriale rinnova le critiche all’atteggiamento «irresponsabile» di Israele e ribadisce che «la rappresaglia non è un diritto». Insomma, su chi sia l’aggredito e chi l’aggressore nella complicata partita mediorientale la sinistra continua a dividersi: «Il giorno che avrete voglia di pronunciare le parole occupazione militare e illegalità internazionale - scrive ancora Sansonetti a Colombo e Fiano - il discorso tra noi sarà molto più facile».
Corriere della Sera 16.7.06
Dispute
Quell’Heidegger non è da buttare
di Pierluigi Panza
Una «H» con i baffetti sta dividendo l’Europa: il suo nome non è Hitler ma Heidegger. Francia e Germania si affrontano, l’Italia media.
Dopo lo storico libro di VictorFarias del 1987, Heidegger et le nazisme, lo scorso autunno l’editore francese Albin Michel ha pubblicato l’ancor più radicale testo di Emmanuel Faye, Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie, dove si ricorda che ancora nel ‘38 il filosofo sosteneva politiche di annientamento degli ebrei e che si conclude invitando a liberarsi di lui «per evitare che il nazismo continui a propagarsi attraverso gli scritti di Heidegger».
La risposta tedesca, pur indiretta, appare esplicita: in occasione del trentennale della scomparsa ha inserito come obbligatorio lo studio delle opere di Heidegger nel programma per l’abilitazione all’insegnamento della filosofia nella sezione 2006.
La controrisposta francese è arrivata su Le Point della scorsa settimana con La double face de Heidegger nel quale, Roger-Pol Droit - pur considerando una pluralità di posizioni - lascia intendere che ci furono compromissioni profonde e durature a partire dalla «professione di fede» del ‘33.
E l’Italia? La posizione è di mediazione. Bruno Gravagnuolo su l’Unità (recensendo il libro intervista L’ultimo sciamano a cura di Antonio Gnoli e Franco Volpi) parla di una compromissione «indubitabile», lasciando intendere che ciò non annulla la validità del suo pensiero. Anche Marco Filoni, su il Riformista, è sulla stessa linea e ricorda che il filosofo ebreo Eric Weil invitava alla lettura del Mein Kampf. Insomma: sopravvalutato sì ma non da cancellare. Come dire: con l’acqua sporca non buttiamo anche Essere e tempo.
Il Messaggero 16.7.06
Nel nome del Padre
di Doriano Fasoli
«DIREI, con Lacan, che i miei studi sono in funzione della mia pratica quotidiana: quella di psicoanalista», afferma Antonio Di Ciaccia (membro dell'École de la Cause freudienne de Paris, della Scuola Europea di Psicoanalisi e presidente dell'Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma), il quale ha curato due importanti conferenze inedite del medico, psichiatra e psicoanalista francese raccolte in un unico volume (di prossima pubblicazione presso Einaudi): I nomi del padre, seguito da Il trionfo della religione. «Ho comunque la fortuna - prosegue Di Ciaccia - di essere attualmente il curatore delle opere di Lacan in Italia: posso dire che entro la fine dell'anno invierò all'editore uno se non due seminari di Lacan in italiano. È difficile tradurre Lacan, ma quando si arriva a percepire la sua logica, si rivela di una chiarezza impressionante».
Di Ciaccia è uno dei 700 studiosi provenienti da tutto il mondo intervenuti al Congresso lacaniano che si conclude oggi a Roma sul tema Il Nome del Padre: farne a meno, servirsene
“Nomi del Padre”: cosa intendeva precisamente Lacan, uno dei protagonisti della cultura del Novecento e della storia della psicoanalisi del dopo Freud, con questa nuova formulazione?
«Lacan, con il Nome del Padre, espressione che riprende dalla religione, intende ciò che serve da perno all'essere umano e che egli identifica con il simbolico. Il Padre non è quindi una figura ma una funzione. Da qui, il Padre ha altrettanti Nomi quanti sono i supporti che sorreggono tale funzione. Come possono essere, per esempio, per taluni, l'arte, la musica o la scrittura».
Perché il seminario, di cui “I Nomi del Padre” è la prima lezione, fu bruscamente interrotto? Cosa accadde?
«La sera precedente la prima lezione del seminario venne notificato a Lacan che l'Associazione Psicoanalitica Internazionale lo aveva destituito dal ruolo di “didatta”. Non avrebbe più potuto né insegnare né formare psicoanalisti. Lacan chiamò questa decisione una “scomunica”, simile a quella che aveva colpito Baruch Spinoza da parte delle autorità rabbiniche dell'epoca».
E qual è lo spirito che informa il testo successivo, “Il trionfo della religione”?
«Per essere precisi il volumetto pubblicato da Einaudi contiene quattro testi: il primo, Il simbolico, l'immaginario e il reale del 1953, anno in cui Lacan inizia il suo insegnamento; la lezione di cui sopra sui Nomi del Padre del '63; due conferenze sull'etica tenute a Bruxelles in un'Università cattolica, chiamate Discorso ai cattolici, del '60; e infine l'intervista fatta a Roma il 29 ottobre 1974 chiamata da Jacques-Alain Miller, a cui Lacan affidò tutta la sua opera, Il trionfo della religione. Perché “trionfo”? Perché siamo in un'epoca in cui l'uomo, più è angosciato dalle scoperte della scienza, più si rivolge alla religione, che si rivela l'unica capace di dare senso a tutto».
“Il n'y a des faits que des faits de discours” (Non c'è realtà, non ci sono fatti, se non di discorso): questo aforisma di Lacan le sembra sempre attuale, un messaggio capitale, un principio di gravità su cui è sempre bene insistere?
«Gli aforismi di Lacan si prestano a grossi equivoci. Basti pensare al linguaggio che viene spesso confuso con il verbale. Anche l'aforisma che lei cita si presta a equivoci. Che cosa intende Lacan con discorso? Intende ciò che nell'essere umano fa legame sociale. Ora, tutti i fatti, nell'uomo, non sono mai solo naturali, ma sono sempre ripresi e rielaborati nella cultura e nel sociale, nel discorso dunque. Per esempio, un bambino, quando viene al mondo, non è determinato unicamente dalla sua anatomia nell'assunzione del suo essere maschio o femmina, ma è determinato anche, e potremmo dire soprattutto, dalle identificazioni, da quello che si dice di lui, addirittura ancora prima di nascere, da parte della madre, del padre, della famiglia, della società...».
L'attività clinica era ritenuta fondamentale da Lacan?
«Sì. Non è l'idea che molti hanno di lui, ma Lacan era un grande clinico, erede della grande tradizione psichiatrica e di quella psicoanalitica. Del resto la sua ricerca teorica aveva la sola funzione di chiarire la pratica clinica».
In cosa consiste la distanza che Lacan prende da Freud, al quale tuttavia si richiamerà esplicitamente sino alla fine dei suoi giorni?
«Fin dagli inizi Lacan ha promosso il ritorno a Freud. Egli riteneva tuttavia che Freud non riuscisse a dare uno status logico alla scoperta da lui fatta, e cioè all'inconscio. E questo è stato il compito che Lacan si è dato. Per lui l'inconscio non era un sacco in cui sono riposti ricordi, traumi e quant'altro dimenticati o rimossi, ma era ciò che articola traumi, ricordi, sogni, lapsus, atti mancati, sintomi. Ora, questa articolazione ha una logica. Ed è cogliendo questa logica che l'analista potrà intervenire con l'interpretazione. Tutto questo Lacan lo riassunse nell'aforisma “l'inconscio è strutturato come un linguaggio”».
Quali altre culture entravano in gioco nel suo pensiero?
«Per chiarire la pratica clinica della psicoanalisi, in altre parole per rendere conto della possibilità che la parola abbia un effetto sul sintomo, che è quello che tenta di fare l'analista tramite l'interpretazione, Lacan ha fatto ricorso a tutto lo scibile umano, dalla psichiatria alla letteratura, dalla filosofia alla matematica, dalla linguistica alla topologia e ha interrogato tante culture diverse, dal giudeocristianesimo al buddismo, dal cinese al giapponese. Uno studioso, senza dubbio, universale».
Agi 26.7.06
Governo / Rizzo (Pdci): Bertinotti è entrato nel "pensiero unico"
Scelta legittima, ma mi pare abbia abbandonato messaggio Marx
Milano, 16 lug. (Apcom) - "C'è già qualcuno che ha applaudito, con questa intervista al Corsera di oggi, all'entrata definitiva di Fausto Bertinotti nell'agone del pensiero unico". Lo afferma in una nota Marco Rizzo, capodelegazione del Pdci al parlamento Ue, dicendosi "spiaciuto" e aggiungendo: "Ogni scelta è legittima, nessuno può dare i voti, ma Bertinotti mi pare non stia proprio più dentro al messaggio di Marx, a lui tante volte ben caro, del comunismo come 'superamento dello stato di cose presente'. Che per noi comunisti, invece, è ancora più attuale".
Rizzo ricorda di essere stato "spesso critico ultimamente con Fausto Bertinotti quando, parlando del Novecento e del comunismo, ha, come si dice, buttato 'il bambino con l'acqua sporca', cancellando una storia di giustizia e solidarietà, certo con molte contraddizioni. E poi, ancora, quando - prosegue - ha proposto la sostituzione della sfera individuale ai diritti collettivi". Per l'esponente del Pdci nella intervista rilasciata al Corriere della Sera "dalle questioni sociali, a quelle economiche, a quelle internazionali, alle problematiche di principio, tutto il discorso di Bertinotti è attraversato da una totale accettazione del recinto in cui il pensiero unico della globalizzazione capitalistica lo sussume, pur consentendogli ancora qualche 'vorrei ma non posso'".
Agi 26.7.06
Libri: i viaggi nel tempo secondo Gödel ed Einstein
(AGI) - Roma, 15 lug - Per chi ama fantasticare sulla possibilita' di viaggi temporali , "Un mondo senza tempo- L'eredita' dimenticata di Godel e Einstein", e' il libro adatto. Scritto per "Il Saggiatore" da Palle Yourgrau, docente di filosofia alla Brandeis University, il saggio narra dell'amicizia tra due grandi scienziati, Einstein e Gödel, esuli ambedue, durante la seconda guerra mondiale, a Princeton, centro elitario del pensiero scientifico. "Princeton - scrisse Einstein - e' un pezzo di terra meraviglioso ed al tempo stesso e' un recesso cerimoniale estremamente divertente di piccoli semidei dalle gambe lunghe e sottili". Ma Gödel vi si trovo' bene anche perche' la sua ipocondria, la sua paranoia e le sue eccentricita' furono ben tutelate dai colleghi ed in primo luogo dallo stesso Einstein.
Il libro di Yourgrau e' una miniera di aneddoti riguardanti l'amicizia tra i due scienziati ma il punto focale della narrazione e' la teoria di Gödel, pubblicata nel 1949, che suscito' scalpore anche perche' Einstein riconobbe in essa "un importante contributo alla teoria della relativita' generale e specialmente all'analisi del concetto di tempo". Premesso che nei mondi possibili ipotizzati in base alla teoria della relativita' einsteniana il tempo non esiste, Gödel dimostro' che il tempo non esiste neppure nel nostro mondo.
Egli prese spunto dalle sue letture filosofiche preferite (gli idealisti da Parmenide a Platone, a Leibniz, a Kant) che mettevano in discussione la realta' ultima del tempo e si servi' della relativita' ristretta per dimostrarlo. In breve, in una sottoclasse di universi rotanti, la geometria a grande scala del mondo e' incurvata cosi' fortemente che esistono curve dello spazio-tempo che si chiudono su se stesse fino a tornare al loro punto di partenza. Ora, secondo Gödel , un'astronave che viaggiasse su tale traiettoria chiusa tornerebbe a rivivere nel passato ma se cio' fosse possibile vorrebbe dire che il passato esiste ancora nello spazio e quindi il tempo su larga scala non esiste. Quando mori' il suo amico Michele Besso, Gödel scrisse ai familiari: "Egli mi ha preceduto di un poco nel congedarsi da questo strano mondo. Non significa niente. Per noi che crediamo nella fisica, la divisione fra passato, presente e futuro ha solo il valore di un'ostinata illusione". Una posizione filosofica molto simile a quella teologica ma, nonostante Gödel si spingesse fino al tentativo , per quanto formale, di dimostrare l'esistenza di Dio, finche' fu in vita non volle pubblicarne i risultati "perche' - come scrisse alla madre nel 1961 - il 90% dei filosofi contemporanei vede il proprio compito primario nel bandire la religione dalla testa degli uomini". Per non parlare dei fisici e dell'ambiente di Princeton! Eppure, come Platone nel Timeo, anche Gödel credeva che "comunque il mondo avesse avuto origine" fosse basato su un modello divino. "Se cosi' non fosse - disse - la matematica sarebbe solo un ornamento ed il mondo reale come un brutto corpo in un bel vestito". (AGI) Ale 151435 LUG 06 -
151505 LUG 06