venerdì 16 giugno 2006

La Stampa 16.6.06
Il segreto di Annamaria
La perizia per il delitto di Cogne: «Forse ha dimenticato»
di Marco Neirotti


TORINO. Brividi e malinconia e poi brividi ancora. E’ questo il mondo delle 267 pagine di perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni. Una spedizione elegante e cauta, ma minuziosa e impietosa, in un deserto affollato, fra ogni carta, ogni parola, ogni sorriso o pianto della signora, in ogni voce che svetta nelle intercettazioni ambientali. Una spedizione dove gli esploratori della mente hanno a lungo riflettuto prima di sottoscrivere quell’affascinante formula psichiatrica che è lo «stato crepuscolare orientato» che in Aula vuole dire molto: «Evenienza di uno stato di infermità con valore di malattia e quindi con potenziale rilevanza agli effetti del vizio di mente».
E c’è un intero percorso di scienza e umanità, di legge e sguardo ampio quando i consulenti concludono: «E’ da ritenersi che lo stato di alterazione non fosse così profondo da determinare una completa esclusione delle capacità di intendere e volere. E’ verosimile, tuttavia, che fosse talmente grave da comportare una significativa diminuzione delle stesse ai sensi dell’art. 89 c.p.».
Annamaria sviscerata senza il suo assenso, ma con delicatezza. Addirittura tutto incomincia con una bibliografia, con i riferimenti di scuola. Poi l’incarico, la formalità e, finalmente, il viaggio. Verbali, deposizioni, annotazioni, tutto rivisto da più angolazioni. E’ questa la perizia in «assenza della periziata». E’ un racconto che mette pena quello di Stefano seduto sulla porta e continua a urlare il nome del figlio e piangere, «buttarsi a terra e urlare», lei che chiede di «farne un altro» e lui che non risponde. Questa non è un’indagine sulle responsabilità. E’ la narrazione di situazioni psicologiche o psichiatriche. Una rassegna continua: i momenti del ritrovamento del piccolo Samuele sono raccontati da tanti diversi punti di vista, da stati emotivi differenti, è una sorta di ricostruzione a tavolino di dati che possono eludersi fino a un certo punto, poi non più: «La donna non era certo sconvolta...». Relazioni dal carcere: «Il pianto che caratterizza l’intero colloquio non sempre corrisponde a un reale vissuto d’angoscia soprattutto nella assoluta mancanza di criticità rispetto al presente e alla detenzione».
Quella di De Leo, Freilone, Galliani, Traverso è la perizia più improbabile in partenza e più solida in conclusione che si sia vista negli anni più recenti. Fanno gli investigatori senza dover decidere colpevolezze, fanno gli investigatori senza collaborazione dell’imputata. E’ possibile davvero? Bastano carte e riprese tv, bastano fuori onda e intercettazioni? Questa è la storia di un’indagine «storica» appunto ma priettata in avanti su una persona che c’è, è lì, non conosci, non vuole partecipare e tu devi raccontarla. Una perizia che è una lezione di lettura di documenti. C’è un approfondimento che, non fosse professionale, sembrerebbe - parlando di psichiatri - maniacale. «Percezione di un fatto grave di cui non conosce la natura»: tanto è meticoloso e delicatamente impietoso, tanto è investigativo della mente il percorso degli specialisti. «Mancanza dei riferimenti ai sentimenti provati in quel momento», «Costante riferimento alla felicità infranta», «Distacco emotivo dalla situazione».
Come si fa a dire tutto questo? Ha senso leggere dati oggettivi senza interagire con chi di quei dati è protagonista? Loro sono sereni. E le 267 pagine sono, in effetti, sempre la spiegazione di se stesse, il perché si è arrivati a una riflessione, a un quesito, a una conclusione. C’è un’osservazione di ogni gesto, parola, contraddizione. Il pianto, per esempio. Dalla cartella clinica del carcere: «Piangendo con dispiacere forte, apparentemente», alle annotazioni su ogni singola manifestazione di tristezza. In queste pagine non c’è un passo, una riga di cinismo. C’è, invece, la caccia a ogni parola, gesto, smorfia per collegarle con tutto il resto. Impassibili, dedicano pagine a spiegare la loro cautela davanti a test, come il Rorschach o l’MMPI-2, che sono stati eseguiti da altri colleghi. Li leggono e ne tengono conto, anche se «non sembra possibile un preciso assessment globale per chi si trovi ad avere un materiale somministrato da terzi».
Poi si arriva a ciò che fa infuriare il difensore Taormina: «Reperti multimediali riguardanti la signora Franzoni»: televisioni, interrogatori in aula, intercettazioni telefoniche e ambientali. E’ un capitolo, questo, che per i periti, per la loro ricerca, ha una rilevanza oggettiva enorme. Siamo al nodo, ai «segreti». Per noi, al di fuori, sarebbe morbosa curiosità, per loro è delicato distacco, pacata freddezza. Non possono domandarle cose che ha già ripetuto, stanno a visionare ogni parola o immagine. E’ soprattutto qui la svolta della perizia. A partire da pagina 126 si entra in un mondo privato di dialoghi, sfoghi, richieste d’aiuto che nessun giornalista ha il diritto di violare, almeno per quanto riguarda la madre che ha perso un figlio e che viene ritenuta colpevole. I periti rilevano il suo stato d’animo: «Non possono esserci accuse contro di lei, perché lei è una donna che soffre e tutti devono comprenderlo».
E’ la «Bimba» delle intercettazioni, la «Bimba» di ogni dialogo, la «Bimba» che, leggendo quelle pagine un poco è coccolata e un poco è un gioiellino cui si impedisce di crescere. Non a caso si parla di «egocentrismo narcisistico di stampo infantile». Pagine e pagine ancora di dialoghi carpiti dalle microspie. Servivano alle indagini, adesso sono servite agli specialisti per leggerci dentro pieghe della personalità. Di lei e di tutti quelli che le stavano intorno. I medici hanno rigirato ogni aspetto della vicenda, ogni attimo, guardandolo da ogni prospettiva, appaiando anche le deposizioni successive di chi è intervenuto sul posto, di chi ha aiutato, comparando le intercettazioni. Sono drammatici certi passaggi: Stefano Lorenzi le domanda «che cosa ti succede?».
Lei risponde «di essere stata male» e poi piange. Nella perizia questo non significa nulla se non un sondino per viaggiare nelle emozioni. Lavorare su documenti non è come guardare negli occhi una persona. Ma quanto raccontano le carte, le voci, i volti in tv. E il cammino dei periti è lento: «Incapacità o grave difficoltà della signora a tollerare le sensazioni e i sentimenti spiacevoli, a fronte dei quali mette in atto meccanismi di difesa drastici di presa di distanza emotiva». Ed è triste per chi lo scrive il monitoraggio di una sofferenza sua e «mai a quella che può aver provato il bambino».
C’è il rigore professionale, ma c’è l’accortezza dell’umanità in queste pagine. Ieri qualcuno ha anticipato una frase estrapolata, ma la «diagnosi» qui si legge come il porto più probabile di chi ha navigato tra scogli di parole e spezzoni di immagine per arrivarci: «All’epoca dei fatti versava in una condizione patologica definibile in termini di sindrome ansiosa in soggetto di personalità connotato da prevalenti componenti di tipo isterico».
I quattro medici ribadiscono che non competono loro giudizi di innocenza o colpevolezza. Anzi, nelle ultime pagine, entrano nel dettaglio del rapporto di Annamaria con se stessa e con la famiglia, con se stessa e con Samuele, scavano nei «due diversi livelli di coscienza». E chiudono un itinerario che la gente si domanda come sia possibile senza che lei si sia fatta vedere. Le 267 pagine raccontano proprio come è possibile una lente di ingrandimento che incrocia ogni nostra parola con ogni nostro gesto. Finendo in quello «stato crepuscolare» che dei manuali fa malinconia.

Corriere della Sera 16.6.06
Melograni: «Marcuse, il più nefasto»
di Dario Fertilio


Che triste compagnia, quella degli Intellettuali con la «I» maiuscola. Non c’è soltanto il troppo celebrato Roland Barthes, fra i «maître à penser» che mettono di cattivo umore lo storico Piero Melograni. Lungo l’asse Francoforte-Parigi, in un’ideale galleria di guru sessantottini, si ritrovano anche Adorno e Foucault, Marcuse e Henri Lévy, Horkheimer e Lacan. E chissà quanti altri. Tutti accomunati da un peccato originale: pretendere di insegnare ai cittadini comuni come e che cosa debbano pensare. Insomma, «a forza di voler sembrare intelligenti, questi maître à penser hanno finito col dire un sacco di stupidaggini». E così Piero Melograni, già in odore di eresia dopo il suo saggio-denuncia Le bugie della storia , si conferma bastian contrario irriducibile, prendendo di mira i maestri spirituali più celebrati. «Quello che conta è l’esperienza diretta del mondo - ricorda - e questa può farsela qualsiasi persona. Tutte le altre sono soltanto libresche e fuorvianti». Concetto che si applica, naturalmente, non soltanto ai francesi. «La cultura italiana soffre dello stesso complesso, si rivolge agli intellettuali con timoroso rispetto e cappello in mano. Per fortuna, da quando si è imposto il potere della televisione, questi mostri sacri sono stati ridimensionati». Per esempio? «Un sacco di personaggi troppo considerati, fin dai tempi del Sessantotto, hanno trovato una collocazione più adeguata quando si è trovato il coraggio d’ammettere che hanno fatto il loro tempo». È Barthes il simbolo perfetto di questa categoria? «Direi piuttosto i tedeschi della Scuola di Francoforte, cominciando dal più nefasto, Herbert Marcuse». E se qualcuno facesse notare a Piero Melograni che anche lui, in fondo, è un maestro di pensiero? Si arrabbierebbe: «Io, un maître à penser, spero di non diventarlo mai».

Liberazione 16.6.06
la risposta di Piero Sansonetti alla lettera di Simone pubblicata oggi:

Non ci sono campagne elettorali in vista, e quindi nessuno cerca voti. Le assicuro, comunque, che schierarsi con la comunità gay non fa aumentare le percentuali elettorali: le fa scendere. È questo il motivo per il quale gli omosessuali non riescono a vedere garantiti i propri diritti: perché sono impopolari, perché i loro diritti sono poco convenienti (sconvenienti). Il passo dell'articolo di Saverio Aversa al quale lei si riferisce è una citazione di Sandro Penna, poeta italiano, di valore, che ha lasciato qualche segno nella nostra letteratura dagli anni '30 ai '70. Lei pensa che sarebbe giusto censurare Penna perché i suoi gusti e le sue passioni sessuali sono diverse da quelle della maggioranza, o da quelle della Chiesa, o da una certa cultura per bene, o dal senso comune? E se censurassimo Sandro Penna, e lo considerassimo scandaloso, non dovremmo poi cancellare i racconti di Thomas Mann ("La morte a Venezia", per esempio, che in modo grandioso racconta l'amore travolgente di un vecchio per Tadzio, splendido giovinetto che ha acceso la fantasia di milioni di donne e uomini), e cancellare quasi tutta l'opera di Pier paolo Pasolini, e mutilare buona parte della letteratura moderna e antica? Mi dia retta, Simone, è meglio di no. Leviamoci dalla testa l'idea dello scandalo, e soprattutto cancelliamo il pensiero che violare - se esiste - la norma sessuale, sia un male dal quale difendersi. La pedofilia è un reato, perché è violenza versoi bambini. Descrivere la propria passione per un corpo di adolescente non è un reato e non ha niente di violento, è solo "peccato"), mite e dolce peccato. Se i peccati diventassero reati, o meritassero censura, sarebbe la fine della nostra libertà. (P.S.)

Liberazione 15.6.06
Sandro Penna, la poesia e il desiderio. Oltre le regole
Il poeta era nato nel giugno del 1906. L’esordio, grazie al sostegno di Umberto Saba, alla fine degli anni Trenta. La “venerazione” da parte di Pier Paolo Pasolini. Infine la morte, in povertà, nel 1977
di Saverio Aversa

Gli italiani leggono poco: giornali, saggi, romanzi, poesie non hanno un grande riscontro nelle vendite, il libro non è un oggetto di consumo diffuso. Di poesia si scrive molto più di quanto si legga, ma soprattutto alcuni autori, considerati veri e propri classici, continuano ad occupare uno spazio che si è esteso alla rete, sui siti internet dedicati ai componimenti in versi. Tra i poeti più amati c’è sicuramente Sandro Penna, di cui è stato celebrato pochi giorni fa il centenario dalla nascita.
Sandro Penna nasce a Perugia il 12 giugno 1906 da una famiglia di commercianti. A ventitre anni, dopo il diploma di ragioniere, Sandro si trasferisce a Roma da dove comincia una lunga corrispondenza con Umberto Saba al cui giudizio sottopone le sue prime poesie. Così gli risponde il poeta triestino: «Lei ha certamente un diritto a scrivere, ed a scrivere versi; più di così non posso dirle, perché l’esperienza mi ha insegnato che pochi sono quelli che promettono, quasi nessuno mantiene. Per resistere alla vita, bisogna avere in noi stessi molto di molte cose, ed anche di disperato dolore».
Penna legge avidamente Wilde, Rimbaud, Poe, Crevel, Baudelaire e si riconosce nell’orrore per la regola, mentre si dibatte nel dubbio e nella sofferenza. Si nutre anche delle opere di Svevo, Soldati, Moravia e Comisso. Questi alcuni dei suoi primi versi, una dichiarazione d’intenti: «La mia poesia non sarà/ un giuoco leggero/ fatto con parole delicate/ e malate. La mia poesia lancerà la sua forza/ a perdersi nell’infinito».
Intanto si abbandona alle attrattive della vita romana: i cinema bui, affollati da ragazzi teneri e attenti, le vie affollate di volti e di voci, le scorribande notturne, le albe attese dal Pincio o dal Gianicolo, «gli imprevedibili incontri e una sensualità immensa e mai placata, un’attesa inquieta e infinita» come ricorda Elio Pecora in Sandro Penna: una cheta follia (Frassinelli). Della propria omosessualità Sandro scrive così: «In me non si tratta di effeminamento, di passività insomma, ma è del tutto un istinto identico a quello di altri uomini per la donna e non viceversa: cioè sento per l’uomo (solamente se è adolescente e, raramente, se è giovanissimo), quello che l’uomo sente per la donna, quando questa è considerata non solo sensualmente ma anche idealmente, e si può dire che l’inversione sta solo nella “persona” che è l’oggetto del desiderio».
Si appassiona alla lettura delle Trenta lezioni di psicoanalisi di Freud e decide di lenire le proprie sofferenze andando in analisi da Edoardo Weiss, allievo del maestro viennese. All’analista svela le sue ossessioni, prima fra tutte la sua necessità di esprimersi e la sua sessualità: precisa di non vedere differenza alcuna fra l’amore omosessuale e quello eterosessuale.
Grazie all’aiuto di Saba (nel 1932 i due si conoscono di persona) nel 1939 Sandro Penna pubblica la sua prima raccolta di versi intitolata semplicemente “Poesie”. Il libretto, edito da Parenti, contiene cinquantasette poesie e la prima è “La vita è ricordarsi di un risveglio” e l’ultima “Io vivere vorrei addormentato/ entro il dolce rumore della vita”. Il successo è istantaneo e conferma la figura di “raro poeta” già riconosciuta anni prima da Saba. Ma sette poesie, considerate scandalose, vengono escluse dalla raccolta (tra queste “Nel fresco orinatoio, alla stazione/ sono disceso dalla collina ardente”): dietro i timori dell’editore di incappare nella censura si intravedono i pregiudizi nei riguardi della diversità sessuale dell’autore. «Ignoro i limiti della tua resistenza davanti ad una disapprovazione di carattere sociale», scriveva Saba al suo giovane emulo.
Francesco Gnerre in L’eroe negato (Baldini e Castoldi) pone la stessa domanda agli altri scrittori omosessuali del secolo scorso: che strategie hanno adottato per occultare contenuti dissonanti dalle convenzioni dominanti? L’omosessualità dell’autore da qualche parte si deve essere nascosta poiché la letteratura non è separata da un’esperienza di vita così importante. Goffredo Parise a proposito di Giovanni Comisso così si è espresso: «Ogni uomo, uno scrittore, un poeta, un artista è quello che è la sua sessualità». Naturalmente lo stesso si può dire di Sandro Penna. Gnerre ci ricorda infatti che è lui il poeta del Novecento che ha cantato a voce spiegata, in una forma limpida e trasparente, l’amore erotico per i ragazzi: «Sempre fanciulli nelle mie poesie! / Ma io non so parlare d’altre cose. / Le altre cose son tutte noiose. / Io non posso cantarvi Opere Pie».
Il suo secondo libro di poesie esce nel 1950 con il titolo Appunti. Nel frattempo la sua esistenza si svolge disordinatamente, senza un lavoro stabile, e con una serie di collaborazioni a giornali e riviste come L’Ambrosiano, Il Giornale d’Italia, Oggi, Corrente e Il Mondo che pubblicano alcune prose raccolte in seguito nel volume Un po’ di febbre. Del 1955 è il racconto Arrivo al mare al quale succedono Una strana gioia di vivere e la raccolta di tutti i suoi versi in Poesie, edita da Garzanti, che ottiene il premio Viareggio del 1957. Nel ’58 Longanesi pubblica Croce e delizia.
Tra i sostenitori di Penna troviamo Pasolini che gli dedica due capitoli del suo volume di saggi Passione e ideologia (1960) e che lo definisce il miglior lirico italiano del secolo: «Io ho fatto un culto di Penna: e come tutti i culti mi dà il rimorso di non essere così forte e fedele da praticarlo degnamente (...) In questa vita lui si è tenuto in disparte, a contemplarla, come un animale buono, che qualche volta deve pur nutrirsi, e allora è costretto a predare, non potendo vivere di pura contemplazione, di “gioia e dolore di esserci” (...) Che ciò abbia fatto di lui - oltre che un santo anarchico e un precursore di ogni contestazione passiva e assoluta - anche forse il più grande, e il più lieto, poeta italiano vivente - è un discorso che si svolge su un piano molto più basso».
Nel 1970 Garzanti cura il libro più corposo di Penna, Tutte le poesie che riceve il premio Fiuggi.
Nel 1974 su Paese Sera appare l’appello a occuparsi del poeta «ammalato e in condizioni di estrema indigenza». Il 24 gennaio 1977 così scrive l’Unità: «Il poeta Sandro Penna è morto nella sua casa di Roma. Aveva 71 anni ed era da tempo sofferente. Solo una settimana fa aveva ricevuto il premio Bagutta per la sua raccolta di poesie Stranezze. I funerali si svolgeranno stamane».

Il Messaggero 15.6.06
Staminali: i primi successi italiani


A distanza di 3 anni dai finanziamenti del Governo, il bilancio sugli studi effettuati con le cellule staminali è positivo. I ricercatori italiani hanno ottenuto molte pubblicazioni sulle più importanti riviste scientifiche: dal modello di lavoro sulla riparazione dei danni al cervello causati dall'Alzheimer (San Raffaele di Milano), alla sperimentazione di una nuova terapia contro la sclerosi laterale amiotrofica attraverso l'attivazione dell'ormone tiroideo (Università di Bologna). Le cellule staminali sono inoltre state usate per combattere il cheratocono (Campus Biomedico di Roma e Fondazione Bietti). Gli scienziati chiedono quindi nuovi finanziamenti per poter continuare le ricerche.

Corriere della Sera 16.6.06
Personaggi / La Francia si interroga sul grande letterato. E sul mito intellettuale che alimentò
Barthes, ascesa e declino dell'ultimo filosofo-guru
Il «maestro dei segni» raccontato da un discepolo
di Elisabetta Ray
Pensatori. Negli anni dell'impegno si affermarono molti maître à penser. Adorno, Foucault, Lacan... Alcuni «hanno finito per dire un sacco di stupidaggini». Di questo ha risentito anche la cultura italiana


Lui era uno studente timido e silenzioso, l’altro il Grande Maestro: non solo un mito per l’intellighenzia parigina, ma «il principe della gioventù» come qualcuno l’aveva definito. L’incontro è casuale, la laurea di una parente del giovane; il maestro nota il ragazzo proprio perché si tiene in disparte; cominciano a parlare di studi e di letteratura, decidono di reincontrarsi. Comincia così quella storia di un’amicizia che costituisce ora la prima parte di un libro che appassiona i francesi: Roland Barthes, le métier d’écrire («Roland Barthes, il mestiere di scrivere», editore Seuil). Il suo autore, Eric Marty, non fa mistero di essersi ispirato, per quel mestiere di scrivere che compare nel titolo, al «mestiere di vivere» con cui Cesare Pavese battezzò il suo diario. Perché per Roland Barthes vivere e scrivere erano la stessa cosa. I ricordi dell’ex studente timido non vogliono essere un omaggio, a un quarto di secolo dalla morte, all’antico maestro, quanto lo spunto per riflettere su un intellettuale che per l’originalità e imprevedibilità della sua traiettoria appare l’icona perfetta dei maîtres à penser degli anni Sessanta e Settanta francesi: quella generazione scomparsa come da un giorno all’altro che, scrive Marty, «aveva dato un senso nuovo all’atto di pensare». Ma il libro è anche una sorta di ritratto privato - autorizzato dalla memoria e dall’amicizia - del celebre signore dei segni, raccontato nella sua intimità, nella sua fragilità sentimentale, nel fondamentale e misterioso rapporto con la madre. Marty, che è il curatore delle opere complete di Barthes e della trascrizione dei suoi ultimi seminari, ha diviso il suo libro in tre parti: nelle ultime due al centro è l’opera di Barthes, nella prima invece campeggia la sua persona, colta nei gesti, nelle posture, negli abiti, nella grana della voce, nelle abitudini della vita quotidiana proprio come si coglie, per frammenti e per lampi nel corpo mobile di un essere umano, l’insegnamento di una guida spirituale.
All’inizio il vecchio e il giovane si vedono per l’aperitivo verso sera, o per cena: Barthes è taciturno, e il giovane che sta imparando a essere un discepolo deve insieme imparare l’arte del silenzio. Ogni tanto al maestro piace lamentarsi, per esempio dell’insegnamento al Collège de France che gli ha proposto Foucault, e che lui non ha rifiutato pur lagnandosi appunto delle lezioni che deve tenere: non gradisce la posizione solitaria dell’oratore nell’anfiteatro e rimpiange il suo seminario ristretto alla «Ecole des Hautes Etudes» dove, seduto tra gli studenti, può dialogare con loro.
A poco a poco l’amicizia tra i due si fa più stretta: il maestro introduce il ragazzo nel gruppo dei giovani brillanti che fanno cerchio intorno a lui, anche nelle eleganti serate a casa di un aristocratico tunisino che sa offrire il piacere di un salotto e di una socialità in cui l’affabilità, la sensualità, il senso del tempo presente cancellano tutti i difetti per Barthes insopportabili della intellettualità parigina, sostituendo una grazia orientale alle dispute, ai conflitti narcisistici, alle eccitazioni politiche, ai decreti ideologici e culturali. E’ un ambiente prevalentemente omosessuale, ma Barthes sembra a Marty del tutto estraneo a quella che oggi si chiama la cultura gay: considerava l’omosessualità una sessualità come un’altra, e non la idealizzava. Nella quotidianità il maestro cerca agio e semplicità: il suo studio ricorda il laboratorio di un antico artigiano e lui allo scrittoio un attento miniaturista; i pranzi sono frugali; in casa indossa una comoda djellaba blu. Qualche volta, quando cenano al Café de Flore, il discepolo pensa che Barthes, così assorto in se stesso, assomiglia a un Budda; altre volte, mentre si muove per casa con la sua veste orientale, gli sembra un vecchio, stoico imperatore romano.
Ma quando, dopo la morte della madre con cui Barthes conviveva in un piccolo appartamento, Marty comincerà a fargli da segretario per la corrispondenza, è qualcos’altro del maestro a palesarsi agli occhi del ragazzo: il suo profondo, immedicabile ennui - parola che non corrisponde alla nostra noia, ma piuttosto al tedium latino e insieme allo spleen inglese. Quell’uomo ammirato, dalla voce che comunica serenità per la padronanza del respiro e dell’intonazione (da giovane ha studiato canto), amato dai suoi amici per il fascino la gentilezza e l’eleganza, è un grande malinconico. In uno dei frammenti del mosaico di Marty, il maestro incarna l’immagine classica della follia introversa e silenziosa dell’umor nero: «particolarmente assente e silenzioso, l’aria profondamente triste, ripiegato in un tempo antidiluviano, quasi preistorico».
Quello di Barthes però è un ennui particolare, così come è particolare la sua etica. Niente di dandystico, in gioco c’è altro: il mestiere di scrivere appunto. «Dal primo giorno che l’ho incontrato fino al giorno della sua morte, mi è sembrato che il solo reale ad appartenergli fosse quello della scrittura»: della sua esistenza, sembra al discepolo, nulla poteva cadere nella trivialità ordinaria della vita, nella sfera profana e grigia della quotidianità. Così, dietro l’apparente leggerezza dei ricordi di Marty, il ritratto dello scrittore da familiare diviene intellettuale. Alla fine il maestro ha trasmesso al ragazzo almeno un insegnamento prezioso: che un uso vero del linguaggio fa accedere alla verità.
Ma qual è stato, per Barthes, l’uso vero del linguaggio? Questo è per l’antico allievo il punto centrale, sul quale insiste nelle tre parti del suo ritratto, e in particolare nell’ultima, dedicata ai Frammenti di un discorso amoro so , il libro che fece del sofisticato saggista francese un autore conosciuto e amato dal grande pubblico, ma che fu circondato dal silenzio imbarazzato e ostile della sua cerchia intellettuale.
Nei «Frammenti» c’è uno scarto, un’impennata rispetto a un inviolabile dogma dell’epoca: con questo libro, spiega Marty, viene abbandonata l’ipotesi che la teoria possa essere il luogo egemonico della lettura del mondo e della produzione delle verità. In quegli anni Sessanta e Settanta tutto era diventato teoria, astrazione, concetto. Anzi, solo al concetto, e ai suoi vocaboli disincarnati, toccava rendere conto delle esperienze soggettive. L’io non aveva diritti, la parola cuore apparteneva al gergo della maleducazione culturale. Con i «Frammenti» (ma non solo) Barthes spodesta il regno della teoria.
Poi, non molto tempo dopo l’uscita del suo imprevedibile best seller, il maestro - sempre più malinconico per la morte della madre, sempre più insofferente dei dogmi della gau che francese come dell’accademismo intellettuale, ma ormai anche oggetto di scherzi crudeli da parte di goliardi e gigolò - di fronte al «Collège de France», dove gli altri celebrano la sua gloria e lui coltiva il suo ennui , viene investito da una macchina. All’ospedale dicono che le ferite non sono mortali. Invece, qualche giorno dopo - è il 26 marzo 1980 - muore. Il racconto di Marty, che è tanto più persuasivo perché non ha mai i toni agiografici e edificanti della devozione, si fa molto grave nel ricordo degli ultimi momenti di Barthes: una sorta di requiem per un uomo che, nel chiaroscuro della modernità, aveva fatto della conoscenza un’arte nobile del desiderio.

giovedì 15 giugno 2006

Corriere della Sera 15.6.06
COGNE «La Franzoni può fare cose che dimentica»
Depositata la perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni, la mamma del piccolo Samuele ucciso a Cogne. La Franzoni soffrirebbe di uno «stato crepuscolare di coscienza» che porta a «un vizio parziale di mente transitorio».
di Cristina Marrone


MILANO - Annamaria Franzoni soffre di uno «stato crepuscolare di coscienza», una psicopatologia che può durare anche solo poche ore e può portare a rimuovere alcuni eventi. Significa che mentre si compiono automaticamente azioni di vita quotidiana, altre possono essere dimenticate. E a differenza del «corto circuito» lo «stato crepuscolare» non lascia inebetiti. Se Annamaria ha ucciso potrebbe averlo rimosso. Per i periti della Corte d’assise d’appello di Torino questo stato porta a «un vizio parziale di mente transitorio» che, secondo il codice di procedura penale «fa scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere». Se, in base a questo lavoro i giudici dovessero dichiararla seminferma di mente, Annamaria Franzoni, in caso di condanna, godrebbe quindi di un cospicuo sconto di pena. Con un giorno di anticipo, dopo vari rinvii, è stata depositata ieri la perizia psichiatrica sulla mamma di Samuele: un lavoro di 267 pagine che i quattro periti (Gaetano De Leo, Ivan Galliani, Giovanni Battista Traverso e Franco Freilone) hanno dovuto stendere basandosi solo «sulle carte» (le altre perizie psichiatriche, interviste a medici e conoscenti, cartelle cliniche e anche i video della trasmissioni tv a cui ha partecipato) perché l’imputata non ha mai accettato di sottoporsi alle sedute e di parlare con gli psichiatri: «Esiste già una perizia, è quella del primo processo che mi ha dichiarata sana di mente. Non vedo perché mi devo sottoporre a una seconda» aveva detto in aula la mamma di Samuele. E ieri in serata, quando sono emerse le prime indiscrezioni, Annamaria ha ripetuto quello che dice dalla prima udienza: «Non ho ucciso mio figlio, voglio essere assolta perché innocente, non perché dichiarata pazza».
I periti si sono concentrati sui «disturbi d’ansia con aspetti isterici» di cui Annamaria ha sofferto prima e dopo il delitto, che la portarono anche a svenire, e che somatizzava con formicolii. All’alba del 30 gennaio 2002, poche ore prima dell’omicidio, era stata male tanto da chiedere l’intervento della guardia medica. Stefania Neri, il medico intervenuto quella notte, risentita dagli psichiatri avrebbe confermato che quei formicolii erano una somatizzazione da ansia. Ma Annamaria era stata male altre volte: in caserma, in ospedale, una volta anche in auto mentre dopo la morte di Samuele stava andando a Bologna. Gli psichiatri, intervistando vari testimoni, hanno studiato e analizzato le reazioni di Annamaria alle crisi e scrivono di una «personalità in cui avvengono micro-fenomeni crepuscolari» che possono sfociare anche in reazioni violente. Crisi solitamente superate grazie alle persone che le stanno attorno. E chi soffre di questi disturbi sa che la presenza dei familiari è un aiuto fondamentale. Tanto che la mattina del delitto Annamaria sperava che il marito Stefano rimanesse con lei e si occupasse dei bambini. Invece la mamma di Samuele, quell’ennesima crisi l’aveva affrontata da sola. Gli psichiatri ipotizzano una «massiccia esplosione di violenza» e riportano una lunga casistica presente in letteratura psichiatrica. Gli esperti spiegherebbero in modo approfondito anche i meccanismi mentali che le avrebbero permesso di affrontare l’evento in modo lucido, spingendola a chiamare rapidamente i soccorsi, rispondere alle domande dei carabinieri, forse anche nascondere l’arma. Dettagli questi che saranno sicuramente oggetto di battaglia nella prossima udienza fissata per il 29 giugno. L’avvocato Carlo Taormina va già all’attacco: «Ritenere transitoria la seminfermità mentale è una bestialità psichiatrica. Il seminfermo di mente è sempre tale e non riacquista mai la sanità mentale che invece la Franzoni avrebbe riacquistato».

Repubblica 15.6.06
I risultati depositati ieri capovolgono le precedenti conclusioni sulla personalità di Annamaria. Si va verso uno sconto di pena. "Franzoni, vizio parziale di mente"
Cogne, nuova perizia. "Stato crepuscolare della coscienza"
Gli esperti ipotizzano un restringimento della consapevolezza all'epoca dei fatti
di Meo Ponte


TORINO - Annamaria Franzoni soffre di uno «stato crepuscolare di coscienza», di un abbassamento e restringimento del campo della consapevolezza che oltre a esprimersi in crisi di ansia con aspetti isterici può culminare in improvvisi e temporanei scatti di violenza. Da ciò ne deriva che soffre di un vizio parziale di mente. E´ questa la conclusione a cui sono giunti i quattro periti (Ugo Freilone, Ivan Galliano, Giovan Battista Traverso e Gaetano De Leo) incaricati dalla Corte di assise di appello di analizzare la personalità della donna accusata di avere ucciso il figlio Samuele la mattina del 30 gennaio 2002. I risultati della perizia psichiatrica sono stati depositati ieri mattina e capovolgono sostanzialmente quelli a cui erano giunti i periti nominati quattro anni fa dal gip di Aosta Fabrizio Gandini. Il team di psichiatri formato dai professori De Fazio, Barale e Luzzago aveva infatti dichiarato Annamaria Franzoni del tutto capace di intendere e di volere. Non solo: inspiegabilmente erano andati oltre arrivando a giudicare la madre di Cogne incapace di uccidere. Più cauto era stato invece Roberto Gianni, lo psichiatra incaricato da Gandini di un accertamento psichiatrico urgente propedeutico alla revoca della custodia cautelare; dopo averla visitata aveva parlato di un´aggressività sotto controllo nell´ambito familiare.
La nuova perizia pare non solo avallare ma approfondire la tesi di Gianni e soprattutto quella di Ugo Fornari, consulente dell´accusa che aveva sempre ribadito la «seminfermità transitoria» di Annamaria Franzoni. I quattro periti nominati dalla Corte d´Assise d´appello un mese fa avevano presentato una prima memoria in cui, elencando diverse patologie, avevano già appuntato la loro attenzione sullo «stato crepuscolare di coscienza». Conclusione a cui erano arrivati esaminando gli atti delle precedenti perizie, le numerose interviste televisive e tutta la documentazione raccolta durante l´inchiesta, dato che Annamaria Franzoni non ha mai accettato di sottoporsi ad un nuovo esame delle personalità. A confermare tale patologia i ricorrenti stati di ansia manifestati dalla Franzoni e i ripetuti malori (la notte prima del delitto, il giorno dopo nella caserma dei carabinieri, tre giorni dopo all´ospedale e poi ancora durante un viaggio verso Monteacuto). Secondo gli esperti lo «stato crepuscolare di coscienza» porta ad un restringimento della consapevolezza dei propri atti anche in uno spazio temporale limitatissimo. E può avere come effetto la rimozione di determinati gesti.
Nella personalità di Annamaria Franzoni, quindi, sarebbero riscontrabili tutti questi microfenomeni. Crisi normalmente contenute dall´ambito familiare. La mattina del 30 gennaio 2002, però, la donna era sola con i figli nello chalet di Montroz. Ora è capace di stare in giudizio ma all´epoca del delitto il suo disturbo sarebbe stato tale da sconfinare nel vizio parziale di mente. Una conclusione che sostanzialmente comporterebbe una forte riduzione di pena rispetto ai trent´anni a cui è stata condannata la madre di Cogne in primo grado, ma che è contestata dalla stessa Franzoni e dal suo legale. «Non esiste compatibilità tra seminfermità e transitorietà del disturbo - sottolinea infatti l´avvocato Carlo Taormina - Si tratta di conclusioni inutili e sbagliate».

Repubblica 15.6.05
L'intervista / Lo psichiatra Luigi Cancrini, esperto di tossicodipendenze: meglio il metadone e la psicoterapia
"Le narcosale non sono la soluzione l'errore è stato tagliare i fondi ai Sert"
di Maria Novella De Luca


ROMA - «Ricordo sempre una ragazza. Veniva alla Pinetina di Ostia, dove c´era il nostro camper che distribuiva siringhe pulite. Arrivava, lasciava sua figlia in macchina, prendeva il kit e andava a bucarsi tra gli alberi. Gli operatori, che si erano accorti di quello che succedeva, piano piano hanno iniziato a chiederle di poter occuparsi della piccola mentre lei si allontanava, e giorno dopo giorno questa ragazza ha instaurato un rapporto di fiducia con i responsabili del camper, da cui è scaturito in un cammino di recupero. Quando si parla di riduzione del danno penso sempre a questa storia...»
Potrebbe citarne centinaia di casi lo psichiatra Luigi Cancrini, una lunga esperienza nella cura dei tossicodipendenti, direttore scientifico della Comunità Saman e deputato del Pdci, da sempre sostenitore di comunità aperte e percorsi non punitivi. Eppure sulle "stanze del buco" Cancrini resta perplesso. E chiede invece al ministro Ferrero il rilancio dei Sert.
Quindi Cancrini, lei ritiene che le "stanze del buco" non siano una priorità.
«No, le priorità sono altre. Le "narcosala" sono un esperimento su cui bisogna riflettere, a me comunicano un senso di impotenza e sconfitta. Non servono, se si applicano bene le strategie di riduzione del danno».
Spieghiamo che cosa è la "riduzione del danno". Altrimenti sembra uno slogan...
«Vuol dire occuparsi di una tossicodipendente anche se non ha deciso di smettere. Vuol dire dargli una mano comunque, impedire che oltre ai danni della droga si ammali di Aids, o rischi di morire per overdose. È offrire siringhe pulite, è utilizzare il metadone, sono le comunità aperte».
E poi?
«Dagli anni Ottanta al 2001, prima che i finanziamenti venissero tagliati, i successi sono stati crescenti. Tra i nuovi consumatori non ci sono casi di contagio, la mortalità è calata in modo radicale. E poi i camper, la distribuzione di siringhe, altro non sono che un ponte».
Un ponte verso il recupero?
«Esattamente. È così che gli operatori entrano in contatto con tossicodipendenti che altrimenti respingerebbero ogni contatto. È stata cieca la politica che ha tagliato i fondi ai Sert».
Ferrero ha detto di volerli rilanciare. Ma il loro ruolo in certi casi è diventato la semplice distribuzione di metadone.
«Non svalutiamo l´uso del metadone, ma accanto ci devono essere la psicoterapia e l´ascolto. Se vengono a mancare, come in alcune grandi città, dove il personale è sempre più scarso, allora è vero che il metadone è soltanto un prolungamento della dipendenza».
Cancrini, il governo ha appena soppresso il Dipartimento antidroga.
«Un errore, perché quel dipartimento coordinava il lavoro di più ministeri. La lotta alla droga infatti riguarda la Giustizia, la Sanità, gli Interni, gli Esteri... «.
Con l´avanzata delle nuove droghe non le sembra anacronistico parlare di eroina?
«No, perché l´eroina tornerà. Le produzioni di oppio in Afghanistan sono troppo fiorenti per non invadere di nuovo il mercato».

Repubblica 15.6.06
Tre tipi di uomini. Le relazioni sociali e il loro futuro
Cultura e natura un binomio da discutere
Esistono gli individui con un loro io imperscrutabile e chiuso agli altri
Poi ci sono le persone legate culturalmente e infine i generici inventori del nuovo
di Marc Augé


Pubblichiamo parte dell´intervento che Marc Augé terrà domani a Rimini nella giornata inaugurale del Festival del Mondo Antico, che si concluderà domenica 18. Augé discuterà intorno all´idea di natura umana con Danilo Mainardi ed Enrico Berti. Sempre domani Aldo Schiavone proporrà al Festival uno studio sulla storia del diritto in Occidente, mentre sabato Massimo Cacciari e il filologo classico Ivano Dionigi commenteranno testi letterari e filosofici considerati "apocalittici". Domenica Franco Volpi presenterà un dialogo tra Noam Chomsky e Michel Foucault del ‘71. Per informazioni www.comune.rimini.it.

Dallo strutturalismo e dagli anni Sessanta si è molto dibattuto di strappo tra natura e cultura e lo si continua ancor oggi a fare, senza però prestare sufficiente attenzione al contesto intellettuale nel quale lo strappo ha avuto origine. In un primo tempo si trattava di contestare il valore euristico del concetto di natura umana come è utilizzato in Rousseau. Le scienze umane o sociali sostenevano di essere scienze, giustamente, e ciò che esse scoprivano osservando le società del mondo non era la natura umana, ma culture diverse. Le culture delle quali l´etnologia degli esordi ha messo in luce le complessità e le raffinatezze erano oggetto e al contempo punto di partenza di ogni studio possibile. Nella ricerca antropologica, tuttavia, vi era un´ambiguità: qualche volta la cultura, più o meno coesistente al concetto di società, era presentata come una razionalizzazione cosciente della natura e la frattura tra cultura e natura come appartenente essa stessa a qualsiasi cultura, nella misura in cui tracciava delle frontiere rispetto a ciò che non era cultura; qualche altra volta la questione di questa linea di demarcazione non era posta, non si poneva, nella misura in cui la diversità culturale era considerata non dissimulare alcun mondo di secondo piano. La questione della natura umana è collegata a quella del binomio natura/cultura: se la sola realtà osservabile è quella delle culture, in effetti, l´idea di natura umana è superflua. O la diversità delle culture è senza appello, è insuperabile e non sottintende alcun universale, oppure le culture sono intellettualmente e logicamente trasformazioni le une delle altre e ciò che conviene studiare sono i sistemi di trasformazione che su piani differenti (la parentela, l´alleanza matrimoniale, i miti) permettono di passare dall´una all´altra, da un sistema culturale all´altro. In un certo senso l´unica natura umana è la cultura, se con questo termine intendiamo non una cultura specifica, ma la capacità umana di condividere un significato simbolico dell´universo. Questa condivisione secondo Lévi-Strauss è concomitante alla comparsa del linguaggio.
Mentre alcuni autori (Althusser, poi Foucault) ne hanno dedotto l´inutilità del concetto di umanesimo, questa non è tuttavia la posizione del padre dello strutturalismo antropologico, Lévi-Strauss, che in Antropologia Strutturale 2 considera, al contrario, che l´etnologia arricchisce la tradizione umanista democratizzandola, perché aggiunge al patrimonio culturale dell´umanità le ricchezze delle società più umili e più trascurate del pianeta.
Questa differenza dipende forse dal fatto che Lévi-Strauss non ha mai rinunciato a tener conto della dimensione individuale nella sua comprensione o quanto meno nella sua definizione degli eventi sociali: «Non possiamo in nessun caso essere sicuri di aver afferrato il significato e la funzione di un´istituzione, se non siamo in grado di riviverne l´incidenza su una coscienza individuale». Ciò che Lévi-Strauss designa così è una tensione tra individuo e cultura, inscindibile dal concetto stesso di cultura.
Di chi parliamo quando sosteniamo di privilegiare lo studio delle relazioni? Parliamo di tre uomini, in effetti, o di tre dimensioni dell´uomo: l´uomo individuale (voi, io, sei miliardi di mondi interiori imperscrutabili gli uni agli altri); l´uomo culturale (quello che condivide con gli altri un certo numero di riferimenti che compongono un insieme riconoscibile di altri insiemi, insiemi ai quali l´etnologia degli inizi ha spesso dato un nome etnico; faccio notare tra parentesi che la distinzione dei generi maschile e femminile e le loro definizioni in termini sociali dipendono dall´evidenza di questa dimensione culturale); e infine l´uomo generico (colui che nel corso dei secoli e dei millenni ha inventato tecniche nuove, che ha mosso dei passi sulla Luna, colui il quale capisce che un nome proprio singolare simbolizza l´esistenza, ma che ognuno di noi si sente in diritto di reclamare altrettanto, per quanto modesto possa essere il suo destino personale).
Alcuni autori negli anni Cinquanta e Sessanta hanno perfezionato in modo rilevante la riflessione sul concetto di cultura, arrivando a ritenerla un sistema di costrizione intellettuale, a partire da una duplice constatazione. Prima constatazione: l´individuo dimostra la propria identità soltanto nell´identità altrui e in rapporto a essa. Seconda constatazione: le regole su cui si costituisce questa relazione gli sono sempre preesistenti. Nella sua opera Introduzione all´opera di Marcel Mauss, del 1950, Lévi-Strauss ha scritto che a voler essere precisi, era colui che noi denominiamo «sano di mente» ad alienarsi, perché accettava di vivere in un mondo definibile soltanto dalla relazione io-altri. Questa accettazione, premessa necessaria a qualsiasi sanità di mente, insensata davvero, sarebbe dunque ciò a cui si pretenderebbe sfuggire.
Pertanto l´uomo sano di mente è necessariamente alienato dal sistema che dà un senso agli avvenimenti della sua vita di individuo. Il senso di cui si tratta, quindi, il senso sociale, non è un senso metafisico e trascendente, è la relazione sociale stessa, in quanto rappresentata e istituita. La chiusura di alcune culture è totale quando esse sostengono di incarnare il tutto dell´umanità, l´uomo generico. Si è più volte notato che il nome che si erano attribuiti alcuni gruppi umani significava «gli uomini», molto semplicemente. Certo, una chiusura totale del sistema senza dubbio è concretamente, storicamente, altrettanto impensabile quanto l´apertura totale.
Diciamo che in ogni società vi è una tensione tra il senso - inteso come l´insieme delle relazioni pensabili - e la libertà, definita come lo spazio lasciato all´iniziativa individuale.
Questa tensione, tuttavia, non gioca sempre e ineluttabilmente a vantaggio del senso. Ed è proprio ciò che ci dimostrano gli specialisti di Grecia antica: l´alienazione al senso sociale non è mai così costrittiva se non nel momento in cui è messa in atto da quella che J. P. Vernant definisce la «ragione retorica», presente in Grecia come in tutte le culture politeiste dell´immanenza, che trova in se stessa la sua legittimazione e legittima al contempo qualsiasi ordine precostituito. In Grecia, tuttavia, non ha impedito la nascita di una tradizione filosofica e scientifica, la comparsa - se si vuole - di una prima modernità. Vernant ricerca la ragione e l´origine di questo miracolo greco nell´esistenza dell´immaginazione. In Grecia - così egli ci dice - oggetto di fede è ciò che si racconta nei miti. Trasmessi in un primo tempo oralmente, i racconti mitici assumono poi forma scritta con Omero ed Esiodo. Da quando esiste una letteratura, si instaura un gioco tra il polo della fede e quello dell´immaginazione. Riconoscendo un grado di libertà al narratore, all´autore, all´ascoltatore e al lettore, egli allenta la pressione esercitata dal sistema simbolico sull´immaginario individuale. Alla fine, la Grecia esce dal mito con la tragedia. Castoriadis in molteplici testi prolungherà quest´analisi sul piano politico mostrando in che modo da Eschilo a Sofocle si sia passati da una riflessione sugli dei a una riflessione sugli uomini, sulla vita politica e sul cambiamento. Ciò che ci mostra l´esempio greco è che la tensione tra individuo e cultura è suscettibile di modificare quest´ultima. (...)
La riflessione sulla natura umana e sulla cultura senza dubbio non è mai stata altrettanto attuale come oggi. Non esiste democrazia senza libertà individuale e questa è minacciata dall´assegnazione dell´individuo umano a una natura pensata come destino, tanto quanto dalla sua chiusura in una cultura concepita come natura. L´avvenire dunque non è nel multiculturalismo, ossia l´inerte coesistenza di universi impermeabili uno all´altro e tendenti a rinchiudere chiunque cerchi di uscirne pur facendone parte, bensì nel trans-culturalismo, l´itinerario individuale attraverso le culture, frutto di educazione e libertà. Come dire che la Storia non è finita.
(Traduzione di Anna Bissanti)

Repubblica Firenze 15.6.06
Torna al Vieusseux, dove cominciò, la passione per Clizia
Le lettere d'amore di Montale
di Beatrice Manetti


Domani al Vieusseux si presenta il volume curato da Rosanna Bettarini
Quell'amore impossibile che ispirò i versi di Montale
Pubblicate le lettere alla "musa" Clizia
L'incontro fatale nel 1933 proprio nelle sale del Gabinetto letterario Una vita di scritti ma il poeta non osò mai lasciare la moglie


E´ stata una delle passioni amorose più celebri del Novecento. Per vent´anni è rimasta chiusa in una cartella di cartone nella cassaforte dell´Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux: 154 lettere, scritte tra il 1933 e il 1939 da Eugenio Montale a Irma Brandeis. Fu la stessa Brandeis, nel 1983, a consegnarle ad Alessandro Bonsanti, con la richiesta che non fossero rese pubbliche prima di vent´anni. Era il penultimo atto di una storia che ha trovato il suo epilogo con l´apertura dei sigilli nel gennaio 2004 e la pubblicazione dell´epistolario uscito in questi giorni da Mondadori con il titolo Lettere a Clizia e per la cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli, che domani presentano il libro nella Sala Ferri del Vieusseux (ore 17, intervengono Cesare Segre e Giuseppe Marcenaro). Così si può riavvolgere il nastro del tempo e risalire all´inizio: a quel 15 luglio 1933, quando la giovane ebrea americana, colta, poliglotta e cosmopolita, bussò alla porta del Vieusseux per conoscerne il direttore, Eugenio Montale, appunto, senza sapere che da quel momento Irma Brandeis sarebbe diventata Clizia. Da quel colpo di fulmine, e più ancora dalla lontananza, dalle difficoltà, dagli ostacoli con cui si scontrerà l´amore, nascerà la figura femminile più importante della poesia montaliana, la mitologica Clizia, protagonista intermittente e tenace da Le occasioni all´ultima stagione degli Altri versi. Di quella poesia, le lettere sono come il lato in ombra. Vi traspare «tutta la debolezza dell´uomo - spiega Rosanna Bettarini - mentre il poeta è forte, cosciente di sé; al momento delle scelte che davvero gli interessano non sbaglia». Le scelte, appunto. Montale è diviso tra due donne, la quasi moglie Drusilla Tanzi, con le sue minacce di suicidio, e l´americana «acuta e beffarda, capace di ferire con strali affilati il suo poco "eroico" poeta - prosegue - Se le sue lettere fossero sopravvissute, e non stracciate da un amante circospetto, potremmo vederla impegnata a strapazzarlo bene bene».
Per sei anni il poeta temporeggia, si dispera, progetta la fuga in America, si rintana in improvvise crisi depressive. E alla fine, coerente col suo «senso della vita filiforme», rinuncia a Irma. Forse era il modo di sopravvivere di un uomo che «scrisse anche "vissi al cinque per cento", ma con Clizia questo cinque per cento pare piuttosto una rendita vitalizia», è la conclusione di Rosanna Bettarini, che nell´introduzione al volume segue da par suo, con la memoria ai propri studi petrarcheschi, la progressiva trasformazione, nelle lettere, di Irma in Clizia, della donna amata nella divinità invocata: «È la tipica situazione d´un poeta che vive assediato dall´assenza-presenza d´una donna lontana. Nei processi lirici dell´assenza, tra le gemme della memoria poetica, forse non c´è differenza tra l´oro e le perle di Laura e le giade e i coralli di Clizia. In fondo, dentro la cornice di questo carteggio quasi settennale, dall´estate del 1933 all´autunno del ‘39, i due implacabili epistolografi si sono visti sì e no per poco più d´un mese. Quanti incontri dobbiamo immaginare per Laura e messer Francesco tra il 6 aprile 1327 e la primavera del ‘48?».
Per il poeta Montale la beatificazione dell´assente è fonte della sua poesia più alta; per l´uomo, il modo di continuare a cullarsi in un amore impossibile: «Certo, le dee non hanno bisogno di appuntamenti e di orari e non si aspettano un mazzo di fiori il giorno dopo: si concedono dopo molto amore per grazia gratis data senza perché. È questo spazio di estasi e di libertà che va cercando il poeta, che spesso si domanda: Era l´Amore? con la risposta in un´ultima poesia del 1980 giustappunto intitolata Clizia nel ‘34: "non era amore quello/ era come oggi e sempre/ venerazione"».
Proprio il 1980 segna un capitolo a sé in questa vicenda. Dopo quarant´anni di silenzio, Montale invia ad Irma una copia dell´Opera in versi, accompagnata da un biglietto in cui la chiama ancora «my Goddes, my divinity». A Irma, o a Clizia?: «Quest´interessante e quasi illeggibile bigliettino, tanto tremanti sono l´anima e la mano, firmato Montale in modo totalizzante, inabissa i varii eteronimi epistolari, Eusebio, Arsenio, Gatu eccetera, a vantaggio del solo autore che ha scritto tanti libri di poesia. Pare che a Irma dispiacesse questa firma, con l´argomento che mai lei l´aveva chiamato così, quasi la sigla d´una perdita d´amicizia e di confidenza. Ma nell´estate del 1980, ad portas inferi, Montale è solo il poeta che ha chiuso un vasto Canzoniere d´amore e pensa ancora con devozione a quell´unica Musa vivente che è Irma Brandeis. Sì, la dedica è a quella Musa che, sotto forma di donna ornata di frangetta e di orecchini, si era miracolosamente incarnata nella biblioteca del Vieusseux a Firenze un giorno d´estate nel ‘33, aprendo nuovi paradisi all´autore di Ossi di seppia, che alla fine però orgogliosamente reclama la sua vera identità».
E proprio al Vieusseux, dove tutto è cominciato, tutto finisce e ricomincia in altra forma. Come è giusto che sia, perché questa è in fondo anche una storia fiorentina, possibile ovunque ma miracolosamente appropriata alla Firenze tra le due guerre: «Il clima letterario di Firenze, in quella stagione di vivacità, era certo un´attrattiva per la giovane e colta studiosa americana. Per Montale è lo sfondo per il libro suo più fiorentino delle Occasioni, dove la città è evocata anche mediante segni e toponimi, dalla Martinella di Palazzo Vecchio alla Costa San Giorgio e a Tempi di Bellosguardo, con quel colle che non porta fortuna ai poeti. Nelle lettere a Clizia la città, al di là del gossip malizioso, è vista con affetto; anche se Montale non è per niente un paesaggista, struggenti sono le rapide immagini dell´Arno al tramonto e la favolosa discesa dal Piazzale Michelangelo "tra scale acque e terrazze": una città persino più bella e più cara se vista attraverso gli occhi di lei tra spirali di fumo e qualche bicchierino».

Repubblica Roma 15.5.05
A Palazzo Odescalchi il capolavoro che non piacque al committente
Quel Caravaggio rifiutato
di Renata Mambelli

Da oggi fino a domenica si può ammirare a palazzo Odescalchi uno dei quadri più discussi e meno visti di Caravaggio, "La conversione di Saulo", rifiutato a suo tempo dal committente, il cardinale Tiberio Cerasi, che lo voleva per Santa Maria del Popolo. Acquistò il quadro il cardinal Sannesio, per il suo palazzo. Da lì il grande dipinto finì a Genova, nella raccolta di Francesco Maria Balbi, e poi, nel 1955, tornò a Roma, a Palazzo Odescalchi. Sono sconosciuti i motivi del rifiuto del cardinale Cerasi, ma la voce del tempo definì il quadro di Caravaggio "inesatto" dal punto di vista dottrinale: Saulo "vede" il Cristo, mentre negli Atti degli Apostoli vede solo una Gran Luce. E nel quadro che Caravaggio dipinse subito dopo introdusse questo cambiamento: San Paolo è a terra investito dalla luce, Cristo è scomparso. L´opera si potrà vedere tutti i giorni, dalle 10 alle 19. L´ingresso è libero.

il manifesto 15.6.06
Il Van Gogh a noi sconosciuto
Circa un migliaio di dipinti e di disegni che appartengono per lo più alla prima stagione dell'artista sembrano scomparsi nel nulla, distrutti o dispersi. Con una singolare operazione editoriale ora queste opere vengono recuperate alla parabola del pittore in un bel volume di Antonio De Robertis e Matteo Smolizza pubblicato da Ilisso con il titolo «Vincent van Gogh. Le opere disperse». Consentendo di sciogliere molti enigmi
di Stefano Chiodi

Dei diversi generi che la letteratura artistica ha inventato e praticato dal Rinascimento all'Ottocento e sino ai nostri giorni, nessuno probabilmente possiede il valore paradigmatico proprio della monografia, la sua capacità di portare allo scoperto i «modi di vedere», di intendere, potremmo dire di «fondare» il processo di creazione artistica come fenomeno storico-culturale e insieme come testimonianza altamente individualizzata e irripetibile. Intrecciando la duplice prospettiva dell'opera e dell'artista, una monografia può utilizzare una grande varietà di metodologie e tonalità espressive: può ambire all'obiettività filologica o tendere a un'eloquenza poetica, può essere imparzialmente cronologica o al contrario epica e romanzesca, può offrirsi in una scrittura evocativa o con l'asciuttezza di un nudo elenco.
In ogni caso, se nello studio di una singola personalità artistica il nesso arte-vita viene esposto nella sua massima flagranza e nel suo enigma (compimento e «sviluppo» armonico in certi casi, catastrofe e negazione in altri), la monografia, come forma sui generis, può essere utilizzata a sua volta come spia, come sintomo rivelatore dei meccanismi nascosti, dei non detti, dei procedimenti impliciti a quel grande edificio di conoscenze, pratiche e teorie che chiamiamo «storia dell'arte» - intesa come disciplina che insieme studia e «costruisce» ideologicamente il proprio oggetto, l'arte appunto - come fa quella che si annuncia come la prima trattazione d'insieme sull'argomento, l'ampio saggio di Gabriele Guercio Art as Existence. The Artist's Monograph and Its Project, in uscita presso l'editore statunitense Mit Press. Nel modello della monografia, dall'età romantica al primo Novecento, sulla soglia cioè della grande crisi moderna, si intrecciano in effetti i diversi piani attivi nell'operazione storico-artistica - l'ideologia storica, i principi estetici, le concezioni psicologiche, i modelli economici e sociali dominanti - mentre d'altro canto la fortuna dell'occhio e della connoisseurship appare strettamente legata al parallelo affermarsi del mercato collezionistico, del quale rappresenta un indispensabile momento di legittimazione e verifica, e del museo come luogo emblematico della gerarchia di «valori» dell'arte. Da una prospettiva contemporanea l'oeuvre di un artista non può essere più, in altre parole, considerata un dato indiscutibile, di natura, ma piuttosto il risultato di un complesso processo di selezione che conduce a ipotesi di lettura rinegoziabili in permanenza; come scrive Guercio nella presentazione del suo lavoro, riflettere sulla forma monografica vuol dire oggi far emergere le sue implicazioni etiche e politiche e insieme ripensare criticamente il ruolo degli artisti nella loro singolarità e immanenza.
Al genere della monografia, nella sua variante più strettamente filologica, appartiene anche il recente volume di Antonio De Robertis e Matteo Smolizza Vincent van Gogh. Le opere disperse (Ilisso edizioni,2006, pp. 228, euro 28), un'impresa piuttosto inconsueta nel panorama editoriale del nostro paese. Per la personalità degli autori, in primo luogo quella di De Robertis, figura atipica di studioso autodidatta e di outsider; il suo sito web (www.vangauguin.da.ru) elenca le tappe della sua carriera, tutta svolta al di fuori dei circuiti accademici o museali, con qualche autentica curiosità, come la vincita all'edizione 1990 di Lascia o raddoppia (argomento delle domande, non c'era da dubitarne, Vincent van Gogh). Ma soprattutto per il contenuto, lontanissimo dalle astuzie mercantili e dalle suggestive convenzionalità che invariabilmente gravano sull'opera dell'artista olandese. Nella sua austera livrea bianconera, il libro propone, in effetti, un sostanzioso ampliamento del catalogo del pittore, rivisitato alla luce di una minuziosa ricognizione della sua corrispondenza e delle testimonianze dei contemporanei, e offre al tempo stesso un utile regesto completo delle opere, una monumentale bibliografia e una raccolta di fonti iconografiche che van Gogh cita nella sua corrispondenza, come i corsi di disegno accademico di Charles Bargue, le tavole anatomiche di John Marshall o l'atlante di Adolf Stieler.
Dal confronto fra le opere citate da Van Gogh nella sua vasta corrispondenza (823 lettere scritte in olandese, francese e inglese, di cui 668 indirizzate al solo fratello Théo) e i cataloghi più autorevoli della sua opera emerge in effetti un dato singolare: circa un migliaio di dipinti e disegni citati dall'artista sembrano scomparsi nel nulla. Distrutte o negligentemente disperse, queste opere non solo ne estendono, sia pure per ora solo virtualmente il catalogo ma costituiscono una base autorevole per sciogliere i numerosi problemi di cronologia e autografia che il corpus del grande artista continua a presentare. De Robertis e Smolizza ripercorrono così l'intero arco dell'attività di van Gogh, dagli anni di apprendistato olandesi, segnati dalle aspirazioni religiose e missionarie, a quelli francesi, con la straordinaria fioritura del periodo trascorso a Parigi e soprattutto dei viaggi nel sud della Francia, sino al tragico epilogo del suicidio nel luglio 1890 a Auvers-sur-Oise. Nel riportare la sua opera alla misura insieme astratta e filologicamente molto concreta di lunghe liste di soggetti, di titoli, di date, di rimandi bibliografici, gli autori convocano quindi indirettamente la parabola creativa di van Gogh, le sue angosce e ossessioni, la sua straordinaria sete di libertà artistica e umana. E inevitabilmente dunque anche il suo mito, impastato di incomprensione, solitudine ed eroismo sacrificale, che fa di van Gogh, come scriveva Marco Senaldi in un suo saggio di qualche anno fa (Van Gogh a Hollywood, Meltemi 2004), il capostipite della leggenda dell'artista moderno, con le sue luci e le sue molte ombre.
È oggi più che mai necessario sottrarre l'opera di van Gogh all'incrostazione mitica che la banalizza e la allontana da noi, che scrutando a fatica la sua fisionomia ne rimaniamo ancora abbagliati: noi, abitanti di quel tempo profetizzato dall'artista in cui i suoi quadri, aveva scritto al fratello Théo poche settimane prima di uccidersi, avrebbero potuto alla fine essere riconosciuti come delle prodigiose e umanissime apparizioni.

diritto.it 15.6.06
VA AL REGISTA MARCO BELLOCCHIO L'EUROPEAN GLOBAL AWARD 2006


Marco Bellocchio riceverà, il 12 luglio al Regina Isabella di Ischia, l’European Global Award. Per il regista emiliano, oltre al consenso del pubblico, entusiasmanti anche i commenti della stampa internazionale sulla sua ultima opera che ha come protagonisti Sergio Castelletto e Donatella Finocchiaro. (qui)

La Stampa 15.6.06
Il giallo di Cogne. Depositate le 267 pagine della relazione degli psichhiatri.
Il 29 in aula è prevista la sfida decisiva tra difesa e accusa
Annamaria e il confine della follia
di Marco Neirotti


TORINO. Di memoria in memoria, di dolore in dolore, nell’aula di Giustizia. E ora, di perizia in perizia, con quest’ombra non del tutto confermata: disturbi della personalità, forse diagnosi di seminfermità mentale. Cioè un possibile specchio in cui riconsiderare una rimossa mattina di sangue a Cogne: un disturbo che divampa, trascina e poi la mente che riesce a imprigionarlo in una innaturale ovatta. Ieri, al Palazzo di Giustizia di Torino - cancelleria della Corte d’Assise d’Appello - sono state depositate 267 pagine di viaggio tortuoso di carta, parole, immagini, riflessioni, studi di psichiatri nella mente di Annamaria Franzoni, accusata di avere ucciso il 30 gennaio 2002 il figlio Samuele, anni tre.

Blindata la presidenza della Corte, blindata la Procura Generale della Repubblica, blindata la cancelleria. Silenzio. Secretato il documento spesso come poco più di metà del «Codice da Vinci» di Dan Brown. Impetuoso il difensore, professor Carlo Taormina: «Non ho ancora letto il testo completo, è ovvio, ma sento parlare con insistenza, con certezza, di personalità borderline, quella sul crinale fra capacità e incapacità di intendere e volere. Ha senso? Se sto sul crinale e scivolo da una parte sono capace, se scivolo dall’altra precipito nell’incapacità». Una sentenza della Cassazione, un anno e mezzo fa, ha stabilito che la personalità borderline può dare luogo a un vizio parziale di mente, alla seminfermità. «La seminfermità è duratura. Non mi risulta che oggi Annamaria abbia disturbi. Dunque non sta in piedi».

Rimane la personalità borderline che scivola per un certo tempo, incapacità temporanea senza che ci sia psicosi grave, schizofrenia, depressione maggiore. Nessuno dice quale sia il responso. Muti i quattro specialisti: Franco Freilone, Gaetano De Leo, Ivan Galliani, Giovanni Battista Traverso. Muti - e al momento ancora ignari delle conclusioni - i consulenti della difesa (professor Nivoli) e dell’accusa (professor Fornari). In inquieta attesa Annamaria, pianti e sorrisi da decifrare, parole da rileggere, un clan familiare intorno a cullarla. E questi signori che hanno navigato nel suo animo senza incontri, perché lei ha rifiutato, sono uno dei perni di questa tornata processuale, l’Appello, contro il quale Taormina sta già predisponendo elementi per il ricorso in Cassazione. Il giallo della perizia, che si dipanerà del tutto all’udienza del 29, è un giro di boa nel dolore, nella difesa e nella sfida di Annamaria, e nella verità.

Seminfermità dunque? E’ possibile, anche se nessuno conferma. Il crinale di quella definizione - borderline - è filo di una lama, puoi scivolare di qua o di là. Sei socialmente accettabile, affidabile, ma dietro certe facciate ci sono disturbi che muovono pensieri, impulsi, metri di giudizio, reazioni, convinzioni, modi di apparire, attimi che sembrano occasionali e invece, lì, sulle carte, sgusciano dal profondo. Non abbiamo certezza - anche se lo stesso Taormina si scaglia con un comunicato contro questa definizione - che così stia scritto nelle ultime delle 267 pagine. Però proprio il legale si batte contro le ipotetiche pagine secretate. Borderline, dicono agenzie e Tg. La cosa più atroce sarebbe sentirsi dire che sei una «vita al confine», ma senza che ciò sia attenuante. L’avvocato: «Se hanno già una sentenza in tasca, con questa perizia ci fanno un regalo». Articolo 9 del Codice Penale: «Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto...». Pena diminuita. Cure.

Termini tecnici ancora da leggere. Disturbi individuati sì, ma c’è un bel confine fra disturbo e psichiatria forense. Di certo questo è un viaggio non nell’innocenza o colpevolezza di una donna. E’ l’analisi della sua vita prima, durante (c’è una condanna di primo grado a 30 anni) e dopo un omicidio. Perizie precedenti (sana di mente, dice una, disturbi non ricercati a fondo dai colleghi dice l’altra), intercettazioni telefoniche e ambientali, comportamento in aula, interviste tv, fuori onda, cartella clinica del carcere. In questo «volume» c’è la signora Franzoni studiata in assenza, senza sue nuove parole e senza test. Dicono gli specialisti che un lavoro del genere è come in una gara di tuffi lanciarsi non dalla piattaforma più alta, 10 metri, ma da due metri più su. Sono le Olimpiadi della perizia forense.

Per questo 267 pagine (per 14 di differenza hanno mancato il programma di Prodi, quota 281). Perché in questi mesi hanno in effetti riscontrato disturbi di personalità della «perizianda», quattro o cinque quadri. Si tratta di valutarne la profondità, l’incidenza sul comportamento, anche il nesso con il gesto. Il «libro» parte dall’analisi dell’incarico, passa alla metodologia, raccoglie l’anamnesi (le notizie precedenti sulla salute), entra nell’analisi clinica e nello studio della psicopatologia eventuale, poi si sposta all’analisi forense dei disturbi riscontrati e alla loro rilevanza. E quell’impennarsi da studiare. Impennarsi e ritrarsi. Il vizio temporaneo, la fuga in avanti di qualcosa che stava sotto le ceneri. Da che parte sta del crinale? Può essere scivolata nel buio completo?

Il documento è segreto, perché il presidente Romano Pettenati vuole sia dibattuto in aula, presenti periti e consulenti di parte, e non diventi un «grande fratello» dei media sulla privata sensibilità di una donna, imputata, condannata ma non in modo definitivo. Sarà una giornata pesante il 29 giugno. Sarà una svolta comunque, per i chiarimenti e per il dolore.

mercoledì 14 giugno 2006

Agi 13 giugno 2006 - 19:54
Bertinotti: vede Borrell e auspica la rivoluzione


Strasburgo. Rimpatriata all'Europarlamento per il presidente della Camera Fausto Bertinotti che, saluta Borrell, abbraccia gli amici del PSE e... auspica la Rivoluzione francese anche in Italia. A far rinascere l'anima di Rifondazione Comunista nella terza carica dello Stato è stato il presidente del Gue, il gruppo delle sinistre unite all'assemblea di Strasburgo, Francis Wurtz, che nel corso di un cocktail organizzato per Bertinotti (a cui hanno partecipato tutti i gruppi politici nonché i giornalisti) ha regalato all'ex deputato europeo alcuni 'classici' sulla Rivoluzione francese, da quelli firmati da Jean Paul Marat a quelli dell'Abate Favre. "Li accetto con deferenza - ha detto Bertinotti - perche vengono da un Paese dove la rivoluzione c'è stata. Spero che tocchi anche a noi". Bertinotti ha oggi incontrato a Strasburgo, per la prima volta da presidente della Camera, il presidente dell'Europarlamento Josep Borrell. (AGI)

Corriere della Sera 14.6.06
Prado e Reina Sofia: In mostra i capolavori di Picasso
di Mino Vignolo


MADRID - Pablo Picasso ritorna a Madrid con tutti gli onori in quella che è stata battezzata, a ragione, «mostra dell’anno» e che ha mobilitato i due principali musei nazionali. Il museo del Prado, di cui il grande pittore è stato effimero direttore durante la Seconda Repubblica, e il museo di arte Reina Sofia accolgono in contemporanea fino al 3 settembre più di cento opere dell’artista, alcune delle quali vengono esposte in Spagna per la prima volta. La mostra, intitolata «Picasso. Tradizione e Avanguardia», celebra il 125mo anniversario della nascita dell’artista e il 25mo anniversario del ritorno in Spagna del «Guernica», commissionato dal governo repubblicano in occasione dell’Expo di Parigi del 1937 dopo la distruzione della città basca di Guernica ad opera degli aerei nazifasisti al servizio di Franco. Il quadro, manifesto universale contro la guerra, rimase al Moma di New York, per volontà dell’autore, in attesa del ritorno della democrazia in Spagna. L’arrivo a Madrid, nel 1981, viene considerato il culmine della Transizione.
La mostra bifronte non è una semplice retrospettiva. Picasso si confronta con i grandi maestri del passato che ne hanno nutrito la vena pittorica. «Al Prado si ammirano opere legate alla sua storia personale - spiega Francisco Calvo Serraller, commissario della mostra - ; al Reina Sofia è storia collettiva». In uno stupendo gioco di specchi viene offerta al Prado la possibilità di ammirare e comparare le opere picassiane con quelle di grandi maestri del passato come Velazquez, Goya, El Greco, Tiziano, Veronese, Zurbaran. È un percorso che culmina nell’incontro fra la «Maja desnuda» di Goya e «El gran desnudo» di Picasso, fra «Las Meninas» di Velazquez e le differenti versioni picassiane. Al Reina Sofia la mostra gira attorno al «Guernica», opera accompagnata da «Los fusilamientos del 3 de Mayo» di Goya, da «L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano» di Manet e dal «Massacro in Corea» dello stesso Picasso.

Il Giornale 14.6.06
A scuola di cinema col regista Bellocchio
di Maria Vittoria Cascino


Le ragioni del fare e del guardare il cinema. Nella Bobbio disegnata di vicoli e votata a San Colombano. Pietra chiara e suggestioni che riportano Marco Bellocchio a casa, a dirigere dal 16 al 30 luglio Farecinema 2006: Festival cinematografico "Incontri con gli autori" e il Masterclass di tecnica cinematografica, promosso da Comune, Provincia di Piacenza, Regione Emilia, FilmAlbatros, Lanterna Magica Bobbio e Fondazione Piacenza e Vigevano.
Ci mettono l'anima a Bobbio per dare una zampata al grande cinema.
S'incontrano con Bellocchio, bobbiese da parte di padre che in paese ambienta alcuni dei suoi film più importanti. Il regista de "I pugni in tasca" e "La Cina è vicina" mette su nel '97 il laboratorio Farecinema in parallelo col Festival. Di giorno il corso, otto ore di lezione che sono approfondimenti, scambi, arte rubata, e il gusto di fare squadra gomito a gomito con i maestri del cinema. La sera la proiezioni dei film, la lettura attraverso la tecnica, il passo successivo condiviso in due settimane di Bobbio-set e sala di regia.
Dal '97 venti giovani cineasti provenienti da tutta Italia hanno partecipato ad un'esperienza unica nel suo genere. L'obiettivo è la realizzazione d'un cortometraggio che esplora tutti gli ambiti della creazione. Dall'idea al montaggio, che passa attraverso sceneggiatura, regia, scenografia, recitazione, riprese e sonorizzazione. Due settimane di pane e cinema, dove l'alfabeto te lo insegna quel Bellocchio che nel '66 sbalordì Venezia e la critica tutta per la forza dirompente del suo "I pugni in tasca", profumato di Bunuel, Rocha e Nouvelle Vague.
A Bobbio la ricerca continua. I cortometraggi realizzati negli anni passati sono stati inviati alle rassegne di Torino Filmfestival, al festival internazionale di Locarno, al Kyoto, al Festival di Salonicco. Accanto al maestro fior di professionisti. Gli stessi che nel corso degli anni hanno accolto l'invito di Bellocchio a partecipare alla rassegna "Incontri con gli autori".
Nel 2005 la rassegna si trasforma in Festival e Bellocchio istituisce il premio Gobbo d'Oro, che verrà assegnato al film giudicato migliore tra quelli proposti. Il riferimento è al simbolo di Bobbio, il medievale Ponte Gobbo che s'annuncia lungo e sottile sul fiume. Un'impronta profonda e calda. Poi il nido, dove fare e godere il buon cinema.

martedì 13 giugno 2006

Repubblica 13.6.06
LE NOSTRE PAZZIE SEGRETE
i misteri della psiche
La mente è una macchina che fabbrica sogni
Intervista / Lucio Russo è l'autore di un nuovo libro di psicoanalisi dal titolo "Le illusioni del pensiero"
"Le illusioni di vita sono benefiche le illusioni di morte diventano delirio"
"Era Bion che parlava di psicotici sani: spesso vivono in una sorta di teatro permanente"
di LUCIANA SICA


Le parti pazze che ha ognuno di noi sono bizzarrie della psiche ben camuffate, follie private, segreti. In pubblico, è meglio far finta di essere sani, adeguati alla realtà, spiritosi, efficienti, magari un tantino crudeli ma va bene lo stesso: non fa parte anche questo della "normalità" dei nostri giorni?
Di queste parti pazze che compongono la nostra mente, per cui uno si stende sul divano pensando di essere un nevrotico e si ritrova a delirare, essendo - secondo la definizione tecnica - un borderline, un caso limite, parliamo con Lucio Russo, "didatta" della Società psicoanalitica italiana, uno studioso sui sessant'anni che non si considera e non è "un freudiano beghino", aperto com'è alle innovazioni: della Klein, di Bion, di Winnicott, di Lacan.
Teorico brillante e clinico appassionato, anni fa ha pubblicato da Borla un saggio sugli stati melanconici (L'indifferenza dell'anima, si chiamava) e ora allo stesso editore ha consegnato un nuovo libro dal titolo Le illusioni del pensiero (pagg. 266, euro 22.50). Illusioni che possono nutrire o devastare la psiche: non a caso Lucio Russo parla di illusioni benefiche e di illusioni maligne che precipitano nella patologia, in forme più o meno gravi di psicosi. Ma la psicoanalisi è "attrezzata" a curarle, o deve invece ammettere una sua difficoltà seria se non proprio un'impotenza? È uno dei temi controversi che si affrontano in questa intervista.
In ognuno di noi ci sono non solo parti nevrotiche ma anche nuclei psicotici: era Bion a dirlo, e certo non è stato il solo. Di sani psicotici - sembra un ossimoro - non è pieno il mondo?
«Bion, che tra i grandi analisti si è occupato moltissimo di schizofrenie, distingueva proprio tra psicotici malati di mente e psicotici sani. Intanto vorrei dire che una grandezza di Freud è stata quella di allargare il concetto di sanità includendo anche elementi di follia necessari per pensare, immaginare, creare - è una follia che dialoga con la ragione, integrata nell'io, che non deve spaventare... Gli psicotici sani invece tendono a cristallizzare le loro idee, a mantenere fisse le loro credenze, a costruire sistemi deliranti che proiettano all'esterno. Molto spesso hanno una personalità "come se", coltivano un "falso sé" che simula un vuoto emotivo profondo. Con questi pazienti la cura non è facile ma neppure impossibile: si tratta di smontare, di decostruire i loro sistemi metafisici, e di riportarli a una loro più autentica soggettività».
È improbabile però che siano così disposti a curarsi, magari si considerano del tutto "normali". Avrà presente quei personaggi narcisisti e anche brillanti, ma del tutto incapaci di dare attenzione agli altri, che sembrano ricoperti da uno strato di ghiaccio: non sarà pericoloso che quel ghiaccio si sciolga?
«Non c'è dubbio, c'è il rischio di una regressione anche molto critica, di un'angoscia frantumante, catastrofica, di un dolore devastante che andrebbe sostenuto in due, in quella condizione che Fédida non esitava a definire animistica. I narcisisti brillanti ricoperti da uno strato di ghiaccio si maniacalizzano in una sorta di teatro permanente che copre un vuoto di riconoscimento, e simulano pseudoaffetti... ».
Anche l'amore?
«I "ghiacciati" fanno sistematicamente finta d'innamorarsi per non cadere nell'abisso del loro vuoto, reiterano finti amori, cambiano "oggetto" di continuo per non crollare... Senz'altro simulano anche l'amore, che difficilmente riescono a vivere - se infatti all'inizio il partner è idealizzato, unico, insostituibile, richiamando quell'oggetto materno che con tutta probabilità non c'è stato, rapidamente la relazione si fa intollerabile, assume l'aspetto di una richiesta non esaudibile, come se il tempo non potesse contenere quell'amore assoluto».
E si danno alla fuga...
«A dirle la verità, se i "ghiacciati" fuggono non fanno male, credo sia una difesa legittima. Fino a quando l'amore è uno pseudoamore giocato sulla simulazione va tutto bene, ma di fronte a un partner più "integrato" che fa richieste anche non stereotipate di realtà interna, pulsionale, o anche di qualcosa di semplicemente più leale e stabile, il panico può essere spaventoso e produrre molta crudeltà».
Siamo già dentro a certe illusioni del pensiero, anche se il filo conduttore del suo nuovo libro è il rapporto tra ragione e follia, certi sconfinamenti della mente spesso estranei alla condizione psicotica più grigia, priva di eros, divorata dalla distruttività. È molto suggestiva la copertina con quel dipinto di Zurcher, Miraggio in Groenlandia. L'ha voluta lei?
«Sì, l´ho scelta tra le immagini di un vecchio libro dell´Adelphi, Lo specchio di Baltrusaitis. Mi è piaciuta anche perché è in bianco e nero: colori adeguati a parlare non solo di certe aree delle illusioni ma anche del lavoro mentale dell'analista che somiglia sempre un po' a una trance. Poi a me piace lavorare in penombra... ».
Tanti libri di psicoanalisi hanno il difetto di essere, oltre che "difficili", eccessivamente compilativi. Il suo saggio semplice non lo è affatto, ma affascinano le incursioni in altri saperi - la letteratura (Conrad, Dick, Mann), la poesia (Coleridge, Wordsworth), la filosofia (Nietzsche). Ma non si tratta ancora di una difesa, per quanto originale, della specificità della psicoanalisi?
«Il mio libro riguarda l'identità dell'analista che non credo debba essere un'identità stabilizzata, fissata sulla ragione, perché al contrario è più vicina a una veglia potenziata dall'immaginazione, sempre oscillante tra razionalità e sogno. Non a caso riporto le esperienze di Kafka, Benjamin, Adorno quando si definiscono "sognatori da svegli" o anche l'esempio dei tre celebri sogni di Cartesio: menti capaci d'interpretare sognando per cui la cesura tra veglia e sogno non è poi così forte, così vigile».
Ma perché il solo sapere psicoanalitico non le basta?
«L'analista, che fa un'esperienza sognante dell'inconscio, ha la necessità di "modellizzarla" per essere poi in grado di parlarne. Ha allora bisogno del mondo culturale circostante, di saperi esterni che nel tempo sono stati capaci di oggettivare la stessa esperienza. L'analista oscilla tra l'isolamento in cui sogna l'inconscio, anche in seduta naturalmente, e il momento in cui ha bisogno di prendere in prestito linguaggi "altri" - come la filosofia dove ci sono state esperienze esemplari: io faccio l'esempio di Nietzsche per dire del rapporto tra follia e psicosi».
Un rapporto rischioso che può travolgere. La follia, come la psicosi, non sta in relazione stretta con un mondo illusorio?
«Sì, ma tenendo conto che la capacità dell'uomo di illudersi deve essere sempre viva, che non si può avere un rapporto brutale con il mondo senza il filtro dell'immaginario perché l'illusione non è altro che il mondo delle immagini: è eros, passione, amore per la vita, ponte verso il pensiero e la conoscenza, capitale affettivo, emotivo, da cui dipartono tutti i grandi legami... Le anime non possono stare senza spettacolo, dice Valéry che cito nell'esergo, e per Bergson l'universo umano è una macchina per fabbricare dèi. Ciascuno di noi ha bisogno - per pensare e vivere - di creare dèi, credenze private... ».
La fonte di ogni nostro progetto nasce dunque da un'illusione?
«Certo, non a caso si dice "devi crederci"! La disillusione è sempre in agguato ma poco alla volta tende a formarsi una nuova illusione, che poi è una protezione fondamentale, in un'altalena sempre dinamica e vitale. È questo che accade alle persone "normali"; quando invece l'illusione tende a fissarsi, si cristallizza, diventa un sistema oggettivo di credenze, può diventare delirio. Io distinguo tra illusioni benefiche, necessarie, e illusioni maligne - tra illusioni di vita e illusioni di morte».
Come si forma questo mondo di illusioni distruttive che porta al dolore mentale?
«Dalla delusione eccessivamente precoce, dal velo sulla crudeltà del mondo reale strappato brutalmente: succede quando il bambino non si è sentito immaginato dalla madre, protetto dallo scudo dell'immaginario materno, e viene catapultato nella ferocia della realtà che gli risulta insopportabile. L'illusione perduta troppo presto dal bambino non ancora organizzato, che - per dirla con Winnicott - per vivere ha bisogno della madre, scatena il pensiero psicotico».
Non parla di psicosi, ma di pensiero psicotico: è soltanto una sottigliezza linguistica?
«Il grande avanzamento che ha fatto la psicoanalisi è di ritenere che la psicosi sia appunto un pensiero, un fatto psichico, un modo molto particolare di funzionare e di comunicare. Da questo a dire che tutte le psicosi possano essere curate il passo è enorme, ma molti grandi analisti dalla Klein in poi - penso a Bion, Winnicott, Meltzer, Rosenfeld, Lacan, Green - hanno tentato di costruire teorie psichiche idonee a capire il pensiero psicotico».
L'analista che, per curare, ha bisogno di un'alleanza con l'io del paziente può far stendere sul divano uno schizofrenico?
«Non sempre, non in ogni caso, e comunque è sempre un lavoro molto difficile. Con lo schizofrenico che può rappresentare e simbolizzare la propria biografia, che ha in qualche misura conservato questa capacità, un trattamento è possibile: la relazione affettiva, attraverso cui empaticamente l'analista offre immagini di sé a un soggetto privo di immagini, può trasformare le sensazioni più brute e solitarie; l'illusione di eternità, la durata temporale della cura, la collusione anche narcisistica della coppia analitica può sostituire carenze primarie; poco alla volta sarà possibile "nominare", offrire un linguaggio affettivizzato all'esperienza del paziente».
Realisticamente con quale risultato?
«È già tanto che uno schizofrenico riesca a stare un po' dentro e un po' fuori dalla pazzia, senza averne un terrore panico: è davvero già un passo avanti notevole».
Ma nei casi veramente gravi?
«In quei casi, non c'è setting che tenga, lì occorre un lavoro di équipe che consenta al malato di mente di sopravvivere almeno un po´ meglio».


Corriere della Sera 13.6.06
La conferenza mondiale sul futuro della scienza voluta da Veronesi, Tronchetti Provera e Bazoli
L’evoluzione del pensiero parte dalla cellula intelligente

di Mario Pappagallo


L’evoluzione può cambiare la scienza, la filosofia e la politica? Se lo sono chiesto gli organizzatori del secondo appuntamento mondiale sul «futuro della scienza» (Venezia, 20-23 settembre prossimi) e lo hanno posto come tema di dibattito a scienziati, filosofi, teologi convocati presso la «Fondazione Cini» (isola di San Giorgio Maggiore). Convocati dai tre promotori della «Conferenza mondiale»: lo scienziato Umberto Veronesi, con la sua Fondazione, l’imprenditore Marco Tronchetti Provera, attraverso la Fondazione che porta il nome del padre, e il banchiere Giovanni Bazoli, alla guida della Fondazione Cini. «Evolution», evoluzione. Umberto Veronesi entra nel merito: «La scoperta del Dna ha confermato la spiegazione darwiniana del processo evolutivo di ogni forma vivente, obbligandoci a rivedere le posizioni scientifiche, filosofiche e teologiche circa i limiti dell’intervento dell’uomo sulla vita. Il genoma di tutti gli esseri viventi è un libro che contiene l’alfabeto per leggerne la biologia». Che cosa insegna all’umanità questo libro? «Innanzitutto che il Dna è identico in ogni organismo e che quindi non c’è differenza, dal punto di vista biologico, fra un virus e un elefante. In secondo luogo che il Dna ha due compiti: sopravvivere a ogni costo e riprodursi (anche il filo d’erba tende a diventare due fili d’erba e così via). La genomica dimostra che siamo tutti uguali (uomo, animali, piante) e che siamo tutti parte di un’unica famiglia, avvalorando l’ipotesi darwiniana nella sua prima parte. Poi, il fatto che dallo stesso Dna si è arrivati dal batterio all’uomo avvalora anche la seconda parte: l’evoluzione biologica è spinta da mutazioni che derivano da radiazioni (cosmiche) e agenti presenti nell’ambiente e nell’universo. Dunque la vita è retta da due forze: casualità (formazione del Dna dal Big Bang) e condizionamento ambientale».
Non resta spazio a interpretazioni metafisiche dell’esistenza umana... «Né alla presenza di un Disegno sovrannaturale e neppure alla centralità dell’uomo nell’universo». Ecco il filo conduttore della prima giornata di Venezia: l’evoluzione della materia. «Più del 20% della materia che ci circonda è sconosciuta - dice Veronesi -. Oggi sappiamo qualcosa di più sulla vita delle stelle: che evolvono e "muoiono"; che si trasformano in supernovae e poi in buchi neri. Sappiamo che il Sole "scoppierà" e sparirà e con lui il suo sistema di cui la Terra è parte. E, con i nuovi telescopi da satellite, abbiamo scoperto nuovi pianeti. Circa 250, un quinto con condizioni simili alla Terra. Sono ipotizzabili altre forme di vita». Quindi? «Nessun firmamento creato a nostro uso e consumo».
Poi (seconda e terza giornata): evoluzione della vita e della mente. Sempre Darwin vincente. Una forma di intelligenza c’è anche nella cellula: di fronte ai pericoli reagisce, si difende, attiva l’istinto di conservazione del suo Dna. Forse c’è anche pensiero. E che cos’è il pensiero, come si determina? «Ancora caso, condizionamento, evoluzione - conclude Veronesi -. Si aprono letture affascinanti della razionalità, delle emozioni, della fantasia; letture dell’anima, della vita dell’uomo e delle sue possibilità di modificarla per... sopravvivere (meglio e più a lungo) e riprodursi».

Corriere della Sera 13.6.06
Gli italiani che dichiarano di frequentare con regolarità le funzioni religiose sono sempre meno. Dalla maggioranza assoluta, il 70%, degli anni ’50, si è scesi oggi al 27%, vale a dire sempre più vicino alla soglia di un quarto della popolazione. Questo trend ha avuto negli anni importanti conseguenze sulla vita politica. Un tempo, la Chiesa esercitava la propria influenza in modo diretto, attraverso il «partito dei cattolici», la Dc. Poi, con l’erodersi della numerosità di quanti si sentono «appartenenti» al mondo cattolico (e con il parallelo allentamento del vincolo tra questa condizione e la scelta di voto), nonché con la crisi della stessa Dc, la Chiesa cambiò strategia. Scegliendo di intervenire in forma più mediata, non tanto sulle singole scelte o tramite indicazioni di voto, quanto in modo indiretto - e trasversale alle varie forze politiche - esercitando un’influenza sulle tematiche generali, sui valori ispiratori dell’azione di governo. Negli ultimi anni, come ha sottolineato Diamanti, ha avuto inizio una terza fase: la Chiesa ha preso posizione esplicita su specifici provvedimenti, specie (ma non solo) se toccano questioni etiche. La fecondazione assistita o la pillola abortiva. Ma anche temi di altra natura come, ad esempio, il voto al referendum: è di venerdì l’appello al no dell’Azione cattolica della diocesi ambrosiana. Questo mutamento è dovuto da un verso - lo nota, ancora una volta, Diamanti - all’invasione da parte della politica di tematiche, come la famiglia o la procreazione, ritenute per molti anni di spettanza esclusiva della Chiesa. Ma, d’altro canto, le stesse autorità ecclesiastiche si sono rese conto che, malgrado la drastica diminuzione dei frequentanti alle messe, esse hanno mantenuto un’estesa autorevolezza e capacità di influenza. Dovute sia all’erodersi di importanza di altre appartenenze e ideologie sia, specialmente, al mantenimento, per gran parte della popolazione, di una «domanda» (e di un’identità) religiosa. Più dell’80% dichiara infatti di pregare. Tra costoro quasi il 60% lo fa almeno una volta alla settimana o tutti i giorni. Beninteso, anche in questo caso c’è un decremento: ad esempio, chi afferma di pregare ogni giorno era il 41% nel 1994 ed è il 34% oggi. Ma l’area di influenza della Chiesa e dei valori che essa propone resta talmente estesa, da non potere non incidere sulla formazione delle decisioni politiche e di governo. Specie se sono le stesse autorità ecclesiastiche a farsi promotrici di questa azione di influenza.

Repubblica Salute 8.6.08
Riposo e salute mentale. Un legame sottovalutato
Psichiatria


Altrettanto evidenti secondo la ricerca scientifica i legami tra sonno e salute psichica. "L'insonnia, specie se di lunga durata, apre la porta a disturbi d'ansia e depressivi", dice Mario Guazzelli, ordinario di Psicologia clinica, Università di Pisa. "Fin dai primi anni '80 si è dimostrato che oltre il 70 per cento degli insonni cronici sono in realtà depressi, d'altra parte l'insonnia affligge circa il 90 per cento degli insonni ed il sonno è senza ristoro anche nel rimanente 10 per cento. Inoltre essa non è solo un sintomo tipico della depressione ma anche un fattore di rischio indipendente per la sua insorgenza".
Eppure quasi 8 psichiatri su 10 pensano che l'attenzione della propria categoria ai disturbi del sonno sia ancora poca. Emerge da uno studio voluto dalla Società italiana di neuropsicofarmacologia che ha coinvolto oltre il 25 per cento degli psichiatri della Società italiana di psichiatria. Molto sensibili all'importanza del sonno, gli psichiatri lo sono anche perché, nonostante l'età media relativamente bassa (47 anni), presentano loro stessi un'alta frequenza di difficoltà nel sonno. "Lo psichiatra costantemente a contatto con la sofferenza mentale è esposto a livelli elevati di stress emotivo fino ai fenomeni di "burn out". Del resto il rischio di suicidio per gli psichiatri è tra i più alti tra le varie discipline mediche" spiega Guazzelli, coconduttore della ricerca. "L'inchiesta deve esortarci a proseguire nell'azione di sensibilizzazione verso il sonno e i suoi problemi" continua Eugenio Aguglia, presidente Sip. Gli psichiatri oggi, in parte insoddisfatti dei farmaci a disposizione - spiegano - hanno la necessità di ricorrere a sostanze attive sul sonno per controllare l'insonnia nei disturbi che trattano, almeno per il tempo necessario affinché le terapie agiscano con efficacia sulla patologia di base, ripristinando gradualmente il benessere sia diurno che notturno. "Se l'insonnia è grave e soprattutto quando dura a lungo, quasi sempre si ha a che fare con un disagio psicologico o addirittura un disturbo mentale. Lo specialista da chiamare in causa dovrebbe allora essere lo psichiatra" precisa Aguglia. "Questo in genere non accade, forse anche perché in Italia l'insonnia per molti anni non ha riscosso particolare attenzione da parte della psichiatria. Un atteggiamento sorprendente, specie se si pensa che le forme di insonnia di natura psichiatrica sono le più frequenti, tanto che raramente, ad esempio, un disturbo d'ansia si presenta senza l'insonnia e questa, a sua volta, è immancabile nella depressione". Lo ha capito la psichiatria nordamericana, che da 20 anni ha fatto dell'insonnia uno dei suoi campi d'interesse. "L'ha inserita tra i disturbi di sua competenza, definendo criteri per la sua diagnosi, in una certa misura diversi e più semplici da quelli nel frattempo proposti dalla medicina del sonno".


La casa editrice Infinito edizioni presenta il libro

I ragazzi di Teheran
di Antonello Sacchetti


prefazione di Siavush Randjabar-Daemi

presso la libreria Bibli, via dei Fienaroli, 28 Roma
mercoledì 14 giugno ore 18


Interverranno: Cecilia Tosi (giornalista), Luca Bonaccorsi (giornalista) e Pino di Maula (direttore Left- Avvenimenti)
Sarà presente l’Autore

Il racconto di un viaggio in un Paese affascinante attraverso gli occhi di giovani così simili ai nostri

Chador e tagli punk, feste clandestine e preghiere del venerdì, musica rock e misticismo religioso, poesia sufi e blog su Internet, disoccupazione e voglia di fuggire all'estero. Il 70% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni e non ha partecipato alla rivoluzione che ha dato origine alla Repubblica islamica. È una generazione nata durante la terribile guerra con l'Iraq e cresciuta in un contesto economico e sociale difficile. Orgogliosi della loro identità culturale e religiosa, ma insofferenti nei confronti di un regime oppressivo, saranno proprio i giovani iraniani a decidere il destino di una nazione giunta a un punto di non ritorno. Il ritratto di un Paese unico attraverso le voci dei ragazzi di una gioventù bella e vivace.

L’autore:
Antonello Sacchetti è nato a Roma nel 1971. Giornalista pubblicista, è fondatore e direttore responsabile della rivista telematica Il cassetto - L'informazione che rimane (www.ilcassetto.it).

Il libro:
Collana: Orienti
Titolo: I ragazzi di Teheran
Autore: Antonello Sacchetti
Pagine: 96
Prezzo: € 10.00
Isbn: 88-89602-01-5
In libreria da: giugno 2006
_______________________

lunedì 12 giugno 2006

Il Mattino 11.6.06
Marco Bellocchio
«Napoli, un mistero non solo al cinema»
Il regista ospite del Film Festival «Sono un autore solitario, la libertà in questo campo ha un prezzo» «Buongiorno, notte» diventa teatro
di Alberto Castellano


Tempo di premiazioni per il Napoli Film Festival, che oggi proporrà al Grenoble una maratona dei film e dei corti vincenti. Ieri, però, c’è stato tempo per un ultimo, prestigioso «incontro ravvicinato» con i protagonisti del cinema. Ad incontrare il pubblico del Warner, intervistato da Antonio Monda prima della proiezione del suo «Buongiorno, notte», il raffinato film sul caso Moro che portò alla Mostra di Venezia, è stato Marco Bellocchio. Il regista piacentino ha cominciato dal suo non-rapporto con Napoli: «Sono sempre stato affascinato dalla città sotterranea, quella più misteriosa, che non conosco e che credo sia stata poco rappresentata nel cinema» ha detto. «Durante la lavorazione de ”Il regista di matrimoni” sono stato sul punto di venire a girare in questa città: una scena notturna richiedeva l’ambientazione in una chiesa che non abbiamo trovato in Sicilia né a Roma. Mentre organizzavamo un sopralluogo a Napoli, però, l’abbiamo trovata a Trastevere». L’accenno al suo ultimo film lo ha portato a ribadire le polemiche lanciate a Cannes («non ho padrini») per la collocazione nella sezione collaterale «Un certain regard»: «Ripeto cose che ho sempre pensato e che di solito non mi creano particolari problemi. Sono un autore fondamentalmente solitario, la libertà individuale in questo campo ha un prezzo, da tempo fa parte della logica dei festival privilegiare prodotti che hanno una maggiore ricaduta mediatica. È chiaro che ”Il Codice da Vinci” era il pezzo forte presentato in anteprima mondiale, ma anche ”Il Caimano” di Moretti, a parte la popolarità di Nanni in Francia, non poteva non essere in concorso, visto che si parla di Berlusconi. ”Il regista di matrimoni” è stato acquistato in Francia, ma non so quando uscirà. A partire da ”La balia”, i miei film escono sempre in Francia». Poi un excursus sulla sua straordinaria carriera, Lou Castel e «I pugni in tasca», il clamore suscitato da «L’ora di religione», quel leit-motiv sibillino de «Il regista di matrimoni»: «In Italia comandano i morti». E ora? Bellocchio sembra intenzionato a continuare ad esplorare le crisi, i conflitti e i dubbi che affliggono l’uomo contemporaneo: «Vorrei riprendere i temi dei miei ultimi film ma sono in una fase di riflessione, devo ancora mettere a fuoco storia e personaggio. A Cannes alcuni giornali un po’ frettolosamente mi hanno attribuito un progetto sul giornalismo per aver semplicemente accennato al mio interesse per la figura del giornalista. Non c’è niente di concreto, ma non è da escludere che prenda in considerazione questa ipotesi: del giornalista mi intriga il conflitto spesso sotterraneo tra ciò che vorrebbe scrivere e l’adeguamento alle regole del giornale e al pubblico al quale si rivolge». Prima, però, potrebbe esserci una trasposizione teatrale di «Buongiorno, notte»: «Mi è stato proposto dalla compagnia Artisti Associati, che da tempo lavora sui possibili incontri tra cinema e teatro. Dovrei curare la regia di uno spettacolo teatrale che consenta di osservare la vicenda più dall’esterno rispetto al film, ma con l’impiego di alcuni monitor per creare un circuito televisivo e osservare i personaggi come in un reality show».

spoletonline.com 11.6.06
Il regista di Matrimoni di Marco Bellocchio Con S. Castellitto,D. Finocchiaro, S. Frey
di Leonardo Moro

Bellocchio costruisce un film retrò. “ Il regista di matrimoni” ha un gusto godardiano, un gusto che si ispira dichiaratamente alla Nouvelle Vaugue, che ormai è solo un pallido ricordo del cinema che fu.
E’ la storia di un uomo in crisi, di un regista in crisi. Il regista si chiama Franco Elica, sta lavorando ad un adattamento dei “ Promessi Sposi”, anche se ancora il progetto è in pre-produzione. Decide di scappare in Sicilia, alla ricerca di qualche verità, o soltanto per il gusto di scappare. Elica fa vari incontri: un regista suo amico che si è finto morto per incassare un premio (Perché in Italia solo i morti vincono, dice ad un esterrefatto Elica), un regista di matrimoni, un principe e una sposa. Il film ha a sua favore una fotografia bellissima, una colonna sonora sbagliata (nel senso che quando non succede niente, in sottofondo c’è la musica di un film di paura), e soprattutto una coppia di attori che funziona alla grande, Castellitto-Finocchiaro.
Il viaggio di Elica è una ricognizione personale su un’Italia allo sbaraglio. Provinciale, finta, vuota. Dominata da una televisione onnipresente che rischia di far diventare il cinema un bene elitario, come ha precisato Bellocchio alla conferenza stampa per il lancio del film. Un film che non è pessimista, certo nemmeno ottimista, ma lascia aperta una porta per la speranza. Quella stessa porta dove si infileranno i due protagonisti nel bellissimo finale, sulle note di “ In cerca di te”, una vecchia canzone del 1945 di Natalino Otto, ricantata in un nuova versione dalla coppia Melato - Arbore. Magnifica.