Corriere della Sera, 03.04.06
«Feto senza il primo respiro non è mai nato»
La procura di Milano archivia il caso di una donna che aveva partorito senza accorgersene in un water: «Non costituisce reato»
MILANO - Un feto che muore, subito dopo il parto, senza riuscire a fare il primo respiro, si deve considerare in senso giuridico come «mai nato». È quel che sostiene la consulenza medico legale chiesta dalla Procura di Milano e finita agli atti di un caso, oggi archiviato dal gip, di una donna obesa che, mai accortasi di essere rimasta incinta, circa un anno fa, inconsapevolmente, partorì sulla tazza del water un bimbo già all'ottavo mese facendolo morire annegato.
Il piccino, completamente formato e attaccato al cordone ombelicale, perse la vita in acqua per asfissia per le modalità del parto: dopo l'espulsione e prima di finire, con la testa sommersa, in acqua «il feto percorreva - scrivono i medici legali - un brevissimo tratto, del tutto insufficiente, a consentire l'inizio dell'attività respiratoria».
La donna, una 36enne dell'hinterland milanese e moglie di una guardia giurata, inizialmente accusata di omicidio volontario, reato derubricato in omicidio colposo, è stata oggi prosciolta. Il giudice Marco Maria Alma, che ha disposto l'archiviazione del caso perché il fatto non costituisce reato, ha accolto la tesi del pm Elio Ramondini, cioè «l'assenza di colpa in capo all' indagata», anche in relazione alla consulenza tecnica disposta, «e prima ancora, probabilmente, della capacità di intendere e volere» quando partorì.
La Stampa, 03.04.06
MILANO I MEDICI FORENSI: QUEL PICCOLINO ERA ANCORA UN FETO E NON UN BAMBINO
«Mai nato» senza il primo respiro
Assolta una donna per la morte del piccolo partorito da sola in bagno
Paolo Colonnello
MILANO. Una storia di ignoranza e degrado ma anche al limite dell’assurdo: una donna, obesa, non si è accorta di essere incinta e ha partorito sulla tazza del water, causando la morte del suo bambino. Per mesi è rimasta indagata con l’accusa di omicidio volontario, poi derubricata in omicidio colposo. Infine, ieri, è stata prosciolta. I periti nominati dalla procura infatti hanno stabilito
che non solo era compatibile la versione della donna - inconsapevole delle proprie condizioni - ma che il bambino appena partorito, seppure vivo, era tecnicamente «non vitale», cioè non respirava. Ed essendo ancora attaccato al cordone ombelicale quando la donna - grazie ai soccorritori di un’ambulanza - si è accorta di averlo messo al mondo, era come se non fosse «mai nato».
«Occorre ricordare - scrivono i medici forensi - che, perchè un soggetto possa essere dichiarato “nato vivo”, è necessario che autonomamente si sia insaturata la funzione respiratoria». Circostanza che in questo caso non si sarebbe verificata sebbene il feto avesse le funzioni cardiocircolatorie perfettamente funzionanti. Il caso ovviamente solleva più di una perplessità ed è forse destinato a far discutere.
Ma sembra di capire che il pm Elio Remondini, abbia accertato soprattutto l’assoluta mancanza di volontà della donna di voler sopprimere una vita (sul corpicino non è stato riscontrato alcun segno di violenza) di cui nemmeno conosceva l’esistenza. E sulla base di ciò abbia soprattutto deciso. I fatti risalgono al marzo del 2005, quando la giovane donna, affetta da una grave forma di obesità (pesa oltre 100 chili per un’altezza che non supera il metro e cinquanta) avverte dei forti dolori all’addome. In quel momento si trova in casa da sola, un appartamento alla periferia di Milano, e chiama al telefono il marito. Poi va in bagno e in preda a dolori lancinanti si siede sulla tazza del water dove partorisce «in uno stato di momentanea incapacità d’intendere e volere».
Forse, dicono gli inquirenti, nemmeno si accorge di quanto le sta accadendo. Il marito quando torna a casa, dopo un paio d’ore, la trova ancora in bagno, nella stessa posizione in uno stato di chock e «in un mare di sangue». È solo quando arrivano i soccorritori che la donna viene sollevata e si scopre così che nella tazza c’è il corpicino ormai senza vita del neonato. Possibile che la donna non si fosse mai accorta di essere in uno stato “interessante”? Sofferente di disfunzioni ormonali, pare non si fosse sottoposta nei mesi precedenti ad alcun controllo ginecologico. Aveva fatto diverse analisi mediche ma i valori alterati degli esami erano stati ricondotti all’obesità. Così come nausee e disturbi vari. Nessuno insomma, e non solo la donna, si era accorto che fosse incinta.
Tantomeno, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, lei si è resa conto che stava partorendo: «Ho pensato - ha detto - a una colica tremenda e niente più». Infine le perizie eseguite sul neonato, hanno stabilito che il feto non era mai nato perchè non aveva mai emesso il primo respiro. Del resto, finendo nell’acqua di scarico con la testolina non avrebbe potuto fare diversamente. Eppure l’autopsia non ha rilevato acqua nei polmoni. Dunque per i periti, il neonato era giuridicamente «mai nato». Considerazioni che potrebbero far storcere il naso a qualcuno. Ma si tratta più probabilmente di definizioni pietose per un caso che lo stesso magistrato ha definito «doloroso» inducendolo a decidere, insieme al gup, per il proscioglimento della donna.
La cui «innocenza» per i magistrati è stata provata per la mancanza di volontà di uccidere, per l’assenza, sincera, di quell’elemento soggettivo che va sotto il nome di «volontà» e che, viceversa, ne avrebbe determinato l’incriminazione.
DAL CONCEPIMENTO
Per la Chiesa l'aborto è sempre l'assassinio di un essere umano. Non viene accettato neanche quando la madre è in pericolo di vita. Lo scorso novembre i vescovi hanno chiesto che la legge 194 fosse «pienamente attuata» nella parte che riguarda la tutela della maternità e l'aiuto alle donne che in difficoltà durante la gravidanza.
DAL TERZO MESE
L'articolo 12 della legge 194 varata dal Parlamento nel 1978 prevede che l'interruzione di maternità entro tre mesi della gestazione, oltre solo se c'è pericolo di vita per la madre. Per una minorenne senza il consenso di consenso dei genitori è possibile quando vi siano «seri motivi» che ne impediscano o sconsiglino la consultazione.
DAL PRIMO VAGITO
La sentenza del Tribunale di Milano considera la relazione dei periti forensi per i quali il bambino appena partorito, seppure vivo, era tecnicamente «non vitale», cioè non respirava. Ed essendo ancora attaccato al cordone ombelicale quando la donna si è accorta di averlo messo al mondo, era come se non fosse «mai nato».
Corriere della Sera, 04.04.06
Il sogno della vita extraterrestre
Edoardo Boncinelli
Chi sa se mentre noi guardiamo il cielo c'è qualcun altro lassù che guarda verso di noi? Serissime ragioni di simmetria porterebbero a rispondere di sì, ma noi per secoli abbiamo pensato di no, probabilmente perché come dice Leopardi «anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie». Come potremmo sapere se lassù c'è qualcun altro? Frank Drake, fisico e spirito dell'omonimo corsaro, buttò giù quasi per scherzo una formula che permettesse di stimare il numero dei possibili mondi abitati. Non era una scoperta e nemmeno una valutazione certa, ma è diventata una delle formule più famose degli ultimi decenni e un must per la comunità dei cercatori di alieni. Come si fa a determinare il numero dei possibili mondi in grado di inviare segnali radio intelligenti?
Il numero può essere calcolato in una prima maniera moltiplicando tra di loro due valori assai diversi: il numero dei mondi esistenti e la probabilità che in un mondo qualsiasi sia comparsa una forma di vita intelligente. Si tratta di moltiplicare un numero enorme per uno piccolissimo: il primo noto, almeno approssimativamente; il secondo assolutamente sconosciuto. Il prodotto può dare qualsiasi risultato: può dare soltanto 1 — non zero perché noi almeno ci siamo — 10, 100 o un miliardo e più. Nessuno può saperlo. Il merito della formula di Drake è stato quello di entrare nel dettaglio di tale calcolo, introducendo almeno sette termini diversi:
1) il numero delle stelle create in ogni istante (R);
2) la frazione di queste che può avere un pianeta (fp);
3) il numero medio di pianeti abitabili per stella (n);
4) la probabilità che ognuno di questi abbia albergato la vita (fv);
5) la probabilità che la vita sia arrivata a sviluppare un'intelligenza (fi);
6) la probabilità che si sia giunti a una civiltà tecnologicamente avanzata tanto da poter comunicare (fc) e infine
7) la durata media della vita di una civiltà tecnologica (V).
Sembra che sia stato previsto proprio tutto. Il punto è che ognuno può inserire per ogni termine i valori che più gli aggradano, ottenendo così tutti i risultati possibili. Con i primi valori ottimistici che vi furono introdotti negli anni Sessanta, si otteneva un numero totale compreso fra mille e cento milioni. C'era quindi di che sperare e molti si misero al lavoro... L'incognita maggiore è data, come abbiamo visto, dal fattore che esprime la probabilità di forme di vita. Negli anni Sessanta tale probabilità venne stimata addirittura il 100 per cento, cioè la certezza. Successivamente questa stima è caduta di moltissimo e ha trascinato con sé il totale generale che è così crollato al di sotto di un'unità, che significa nemmeno una possibile sorgente di radio-onde intenzionali in tutto l'universo.
Possiamo immaginare un mondo senza uomini? Leopardi ci provò nel «Dialogo di un folletto e di uno gnomo». Gli uomini sono tutti morti e i due protagonisti parlano dell'evento, definendolo un «caso da gazzette». Ma «la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi». Ma noi non ci saremo.
Corriere della Sera, 03.04.06
Tecnologia intelligente. Se il computer funziona «a mente»
Scrivere una mail con la sola forza del pensiero? Sarà possibile grazie a un progetto di un centro di ricerche newyorchese
NEW YORK – E se alla comunicazione non occorresse più la voce per parlare, la mano per scrivere, o il corpo per la gestualità? È quello che potrebbe accadere se il progetto portato avanti dal centro di ricerche Wadsworth Center avesse successo. Si tratta di un'apparecchiatura in grado di comandare un computer con la sola forza del pensiero: per usarlo basterebbero le onde cerebrali. Nessun muscolo deve essere scomodato per scrivere un testo, né per scegliere foto o icone, né per le più svariate attività immaginabili. E immaginare è lecito, anzi, doveroso quando si è proiettati in avveniristici progetti. Attualmente i ricercatori stanno per avviare le sperimentazioni del progetto, e sperano di trovare dai cinque ai dieci volontari per avviare i test in giugno.
UNA INNOVATIVA INTERFACCIA – Se, per diletto o per costrizione, si volesse scrivere una mail con la sola forza del pensiero, sarebbe possibile farlo con l'uso di questo innovativo dispositivo chiamato BCI (brain-computer interface) che consiste in un'apparecchiatura in grado di cogliere l'attività cerebrale attraverso un sistema analogo a quello utilizzato per l'elettroencefalogramma. Tale apparecchiatura è in grado di registrare le informazioni provenienti dalla materia grigia mentre è impegnata in un processo di selezione. L'utente, infatti, attraverso uno schermo sul quale sono proiettate cicli di immagini e lettere in modo rapido e casuale, può scegliere gli elementi di cui ha bisogno per comporre – in questo caso – la mail che desidera inviare. Il sistema, quindi, legge l'attività della corteccia cerebrale mentre l'utente si sofferma e si concentra su uno degli oggetti apparsi sul display, decidendo qual è quello da selezionare. La scelta è quindi del tutto mentale: la focalizzazione del cervello su un determinato elemento provoca un picco nell'andamento dei processi cerebrali. Se il picco sarà confermato anche nel ciclo successivo, il sistema provvederà a passare l'impulso al computer, realizzando così materialmente la scelta effettuata dal soggetto.
ALCUNE PERPLESSITÀ – Le possibili applicazioni sono molte, ma le aspettative più alte si concentrano in ambito medico. Effettivamente un dispositivo di questo genere potrebbe rivelarsi rivoluzionario per molte persone affette da patologie con forti impedimenti fisici, paralisi, lesioni alla spina dorsale. Gli studi di mercato rilevano che almeno 170 mila persone potrebbero avvalersi del dispositivo: la loro vita quotidiana ne sarebbe ampiamente migliorata, nonostante alcuni sostanziali problemi tutti ancora da sbrogliare, a cominciare dalla lentezza del sistema usato. La scrittura, infatti, richiede dai due ai quattro minuti per la composizione di ogni parola. Non ultimo, perché questa novità possa davvero entrare a far parte della vita quotidiana, deve prima raggiungere delle cifre commerciabili; invece attualmente il costo si aggirerebbe fra i 10 e i 13 mila dollari. È vero che con questo progetto i rapporti fra uomo e tecnologia appaiono sempre più intimi, c'è però ancora da attendere perché diventino anche più popolari.
Serena Patierno
Liberazione, 31.03.06
Il discorso ai deputati europei del partito popolare. Su vita, famiglia ed educazione impossibili le mediazioni. E’ una specie di chiamata alle armi per un partito trasversale cristiano che risponda non alle istituzioni democratiche ma al Vaticano
Il papa sogna lo stato confessionale e indica tre dogmi non negoziabili
Rina Gagliardi
Nella campagna elettorale, a poco più di una settimana dal voto, irrompe il fattore C: la Chiesa Cattolica, nella sua figura più alta e rappresentativa, il papa Benedetto XVI. L’occasione era solenne: un incontro in Vaticano con una folta delegazione, circa cinquecento persone, del Partito Popolare Europeo.
Ad essi il pontefice (che sta per celebrare il suo primo anno di pontificato) ha dettato un vero e proprio programma in tre punti: tre posizioni su vita, famiglia ed educazione riproposte come «non negoziabili», ovvero non discutibili e non mediabili con altri e diversi punti di vista. Idee che certo appartengono da sempre al patrimonio della Chiesa, ma che, in questa circostanza, assumono una fisionomia di straordinaria rigidità, come fossero veri e propri dogmi.
In sostanza, l’iniziativa di ieri, nei fatti e forse anche nelle intenzioni, va assai al di là delle indicazioni di principio che la Chiesa dà, tradizionalmene, agli elettori cattolici. Essa configura, appunto, non solo una dottrina morale, ma un’ipotesi politica organica. Implica conseguenze molto concrete, in fatto di leggi e di normative. Punta a modellare i costumi e i comportamenti della società in senso universalistico. In breve: rilancia con forza e autorevolezza lo Stato etico, lo Stato confessionale.
Questa operazione non passa, dicevamo, attraverso novità assolute. Da tempo, la Chiesa ribadisce, quasi ossessivamente, la sua crociata contro la modernità e contro l’autonomia delle donne: vale a dire la condanna dell’aborto e dell’eutanasia, l’intolleranza nei confronti dell’omosessualità, la difesa della famiglia tradizionale, rappresentata come l’unica «naturale», la rivendicazione del diritto delle scuole cattoliche a ricevere consistenti finanziamenti dallo Stato.
Dove stanno le novità? Intanto, nella centralità, nel carattere ossessivo e prescrittivo, pressoché esclusivo, che esse hanno assunto. Qui scompare la svolta relativa - ma politicamente molto rilevante - rispetto al lungo regno di Wojtyla: Giovanni Paolo II era certo un pontefice antimoderno e reazionario, ma aveva il mondo come suo “naturale” teatro. Assumeva certo la morale cattolica tradizionale su vita, morte, libertà femminile e formazione, ma si schierava con forza contro la guerra e lo sterminio dei popoli. Ribadiva, con grande frequenza, la condanna dell’aborto, ma riservava toni apocalitici alla condanna del mercato, delle diseguaglianze e della povertà. E compì alcune scelte - come il memorabile viaggio a Cuba - che resteranno a lungo nella memoria per il loro impatto simbolico.
Papa Ratzinger, invece, in quasi un anno, non ha pronunciato un solo discorso solenne sullo stato del pianeta: Iraq, Palestina, Africa gli sono pur passate accanto, senza un autentico cenno di attenzione. Lo spazio si è fatto italiano e, al massimo eurocentrico. Lo stile ha perduto ogni vigore mistico e ogni volontà profetica - si è fatto “minimal”, come dicono i vaticanisti, rigido, teologico. E la «difesa della vita» non è quasi mai stata richiamata per dire no alla violenza, alla fame, alla guerra, agli stermini.
Anche in conseguenza di questo suo temperamento, nonché di una scelta politica interna di “decentramento”, cioè di ricostruzione di un potere diffuso delle gerarchie vescovili e cardinalizie, il papato di Benedetto XVI tende a caratterizzarsi per una forte ingerenza negli affari italiani. Il monarca Giovanni Paolo II, dicevamo, si occupava del pianeta - l’Italia lo interessava relativamente poco. L’oligarca Ratzinger opera sulla scena italiana ed europea - in Italia in perfetta sintonia con la Cei.
Ed ecco l’altra vera novità: l’aggettivazione. Benedetto XVI dichiara che la dottrina cattolica non è «negoziabile». I cattolici che stanno per andare a votare, ed i cattolici che stanno per diventare o ridiventare parlamentari, sono avvertiti: su queste cruciali questioni, non è pensabile andare a un qualche tipo di accordo o di compromesso con lo schieramento laico. Chi lo farà, o chi sarà tentato di farlo, si troverà in contraddizione, nientemeno, che con il Papa - un prezzo comunque pesante da pagare.
Qui il nesso con il voto del 9 aprile si rivela stringente. Alla fine, è pur vero che il Papa non ha dato specifiche indicazioni elettorali (in verità, una dichiarazione così diretta è proprio impensabile). E’ vero piuttosto che si è riferito ad un possibile «partito trasversale» cattolico - le forze politiche italiane che aderiscono al Ppe - che, nel prossimo Parlamento potrebbe contare sugli eletti della Margherita, dell’Udeur, dell’Udc, di Forza Italia. Un blocco massiccio, che travalica i confini tra centrodestra e centrosinistra e, quantomeno potenzialmente, è “indifferente” al risultato elettorale: nel senso che punta a condizionare il prossimo governo, qualunque esso sia. Il governo Prodi, per intenderci.
Liberazione, 31.03.06
Religioni. A proposito di apostasia
Gabriele Barabino, Tortona (Al)
Cara “Liberazione”, la insolita vicenda del musulmano afgano colpevole di apostasia perché convertitosi al cristianesimo ha fatto molto rumore in occidente, soprattutto per i gravi rischi, addirittura di morte, che quell’uomo ha corso nel suo Paese. Infatti quelle pesanti minacce qui da noi sono parse quasi incomprensibili. Però, per un peccato che parrebbe meno grave del cambiare religione, cioè “soltanto” essere pubblicamente in disaccordo con la religione sua propria, e quindi colpevoli di eresia, sarebbe corretto ricordare che anche dalle nostre parti tempi addietro non si scherzava, ad esempio strappando letteralmente la lingua (e poi uccidendo) chi si permetteva di contraddire in buona fede certi principi delle Scritture (ad esempio il filosofo Vanini) o accatastando con sacro zelo fascine purificatrici, che cuocevano a fuoco lento e fino alla morte chi osava contrastare i sacri dettami (Giordano Bruno e quanti altri). Certo, si obietterà come sempre che “quelli erano i tempi” ma per una religione che si è sempre detta messaggera di pace, libertà e perdono, e che dovrebbe ricordare il chiaro quinto comandamento - non uccidere - ben pensando alle relative richieste di perdono, dire che sono cose del passato è una giustificazione che lascia amarezza.
Liberazione, 31.03.06
Ratzinger riceve i parlamentari del Partito popolare europeo e li «apprezza». «Ma non è ingerenza»
Papa, «Non si tratta su aborto e famiglia»
Fulvio Fania
Per Berlusconi è stato uno spot mancato. La protesta di preti, religiosi, fedeli cattolici nonché i prudenti e segreti consigli delle sacre stanze, lo avevano convinto che era meglio abbandonare il proposito di sfilare davanti al Papa a pochi giorni dal voto. E così è andata anche per Casini e Mastella. Per Ratzinger invece l’udienza ai parlamentari del Partito popolare europeo è stata un’occasione da sfruttare con cura, senza guardare troppo per il sottile alle inevitabili ricadute politiche nel nostro Paese, benché non rappresenti certo un dettaglio sulla scena europea. Del resto il cardinale Ruini nei giorni scorsi era stato esplicito circa i “contenuti irrinunciabili” che dovrebbero guidare le scelte elettorali dei cattolici.
«Vita, famiglia, educazione sono valori non negoziabili», ha detto Benedetto XVI ricevendo nell’aula delle benedizioni uno stuolo di esponenti del Ppe. Poiché l’uditorio era composto da politici è proprio alla politica che il Papa chiede di non transigere su aborto, eutanasia, pacs e scuola. Una linea più rigida di quella solitamente raccomandata ai legislatori cattolici, di adoperarsi per “ridurre il danno” provocato da leggi non condivise. Ed è un discorso preciso che ripete formule ormai classiche: «Protezione della vita dal concepimento alla morte naturale», «riconoscimento e promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, respingendo i tentativi di equipararla giuridicamente a forme di unione che sono radicalmente diverse, la danneggiano e contribuiscono a destabilizzarla oscurandone l’insostituibile ruolo sociale». Infine, «la protezione del diritto dei genitori all’educazione», un concetto apparentemente innocuo che però significa richiesta di maggiori spazi e finanziamenti per le scuole private e confessionali.
Le parole che Ratzinger ha pronunciato in inglese vengono riportate a tutta prima pagina dall’Osservatore romano. Segno evidente che nelle intenzioni del Vaticano non si è trattato di un semplice incontro di cortesia. Benedetto XVI seleziona le udienze. In questi giorni, ad esempio, non riceverà le teologhe che stanno svolgendo un convegno internazionale dedicato appunto all’Europa.
Il vecchio continente è in cima ai pensieri del nuovo pontefice ed è qui che la Chiesa ratzingeriana cerca di rovesciare quello che considera un pericoloso relativismo «sconfiggendo - ha affermato il Papa - quella «cultura che relega alla sfera privata e soggettiva la manifestazione delle convinzioni religiose» «ripudiando il ruolo pubblico del cristianesimo».
L’affermazione delle radici cristiane d’Europa, anche sul Trattato dell’Unione, è una vecchia battaglia delle gerarchie, fin dai tempi di Wojtyla. Benedetto XVI si inoltra in un ragionamento più complesso: non riconoscere la «tradizione» in tutta la sua «polifonia», negarla oppure opporvisi sarebbe un atteggiamento «nemico della tolleranza e di una sana visione secolare dello Stato e della società». Da qui la polemica contro chi accusa la Chiesa di ingerenze ai danni della laicità. «Gli interventi della Chiesa nell’arena pubblica non sono intolleranza o interferenza - sostiene il Papa - perché sono volti solo a illuminare le coscienze». Ciò che segue è in contrasto aperto con la cultura laica, tranne che per i teo-con: il Papa ribadisce infatti che su famiglia, vita ed educazione i principi sostenuti dal cattolicesimo sono «iscritti nella natura umana» e questa è appunto la ragione per cui l’azione della Chiesa «non è confessionale ma si indirizza a tutti».
E’ questo il cuore del discorso di Ratzinger. Un editoriale fresco di stampa di “Civiltà cattolica”, la rivista dei gesuiti che passa al vaglio della Segreteria di Stato vaticana, è illuminante. Si tratta di una dura polemica contro l’ex presidente della Corte Costituzionale Zagrebelsky a proposito del concetto di democrazia. Paventando tra l’altro che il ricorso all’aborto contribuisca a fare dell’Europa un paese sempre più musulmano, gli scrittori della “Civiltà cattolica” negano che la democrazia «sia essenzialmente relativistica», ma soprattutto sostengono che «nel campo etico» non deve applicarsi la regola della maggioranza. «Non si può parlare - scrivono - di diritto oggettivo all’aborto, all’eutanasia
o a unioni omosessuali». Secondo la rivista dei gesuiti non c’è maggioranza parlamentare che possa legittimare norme in questa direzione perché sarebbero contrarie non solo all’ordine religioso ma anche a quello «razionale». Dunque, impedire quelle leggi non sarebbe affatto un’ingerenza della Chiesa. Al contrario «sono oggi i cattolici che devono accettare aborto e divorzio in contrasto con la loro coscienza». Una bella giravolta logica, come se la legge imponesse a tutti di divorziare o abortire.
Quella di ieri non è stata la prima udienza per il Ppe, che ha comunque intascato «l’apprezzamento» del Pap» per l’impegno nella difesa della «eredità cristiana». Un bel complimento per uno schieramento di forze che nei diversi paesi non sembrano nemmeno tanto fedeli agli indirizzi vaticani.
Benedetto XVI ha sottolineato la «lunga serie» di incontri di Giovanni Paolo II con «movimenti politici di ispirazione cristiana». Di Wojtyla si ricorda addirittura un Giubileo dei governanti nel 2000 e, quanto ai Popolari europei, le udienze del 1986 e del 1997.
Nessuna contraddizione sui temi della morale naturale e della “difesa della vita” tra i discorsi di allora e quelli attuali. Colpisce piuttosto la maggiore varietà di argomenti trattati dal vecchio pontefice. Negli anni 80 raccomandò alla delegazione del Ppe di mettere il progresso economico al servizio dell’uomo e citò gli immigrati. Dei «poveri, bisognosi e indifesi» parlò ancora dieci anni dopo. E rivolgendosi ai politici di tutto il pianeta denunciò un mondo in cui «i ricchi diventano sempre più ricchi» per colpa di «un mercato selvaggio».
Liberazione, 31.03.06
Il filosofo sulle tesi del Papa e sulla forte presenza della Chiesa nella vita politica italiana. «La discriminante è tra chi si crede infallibile e chi è tollerante»
Giorello: «Occorre più decisione e più laicità»
Antonella Marrone
Professor Giorello, in questo clima chiesastico, viene voglia di confessarsi: mi sento turbata ed inquieta, niente a che fare con la ragione, ma insomma... come elettrice di sinistra, mi sembra che la risposta dei laici al Papa sia debole, le parole misurate...
La passione ha la stessa dignità della ragione. Anzi, Hume diceva che la razionalità è al servizio della passione. E’ il mondo laico che non trova le parole. Il fenomeno dei ”devoti“ laici o atei che siano, non è cosa così recente come potrebbe evincere qualche lettore del Foglio di Giuliano Ferrara. Nel 1988 sul
“Corriere della Sera“ Giuliano Amato stigmatizzando l’ egocentrismo ed egoismo degli anni 80 caldeggiava il ritorno a quei valori incarnati dei credenti che, cito Amato “avrebbero una marcia in più“. Ad Amato rispondeva sulla Stampa sempre nel 1988 tal Marcello Pera con un articolo intitolato ”L’apocalisse di San Giuliano“ in cui Pera accostava le idee di Amato a quelle dell’allora cardinale Ratzinger, ritenendo le une e le altre antimoderne e apocalittiche. Vuol dire che bisogna datare Pera come si datano i vini, a seconda dell’annata... Dunque i laici cambiano ed hanno tutti la bizzarra convinzione che i credenti abbiano una marcia in più. Quando si dice questo la partita è già un po’ persa.
Forse perché gli italiani, come si sente dire spesso in questo periodo, si sentono tutti di origine cattolica...
A parte il fatto che ci sono degli italiani che sono di altri origini (ebraiche o puritane, come me per esempio), ma non serve dirsi cattolici. La discriminante non è fra credenti e non credenti. Una persona seria come Carlo Maria Martini che non mi sembra un ateo, ricordava con una metafora come il confine tra credente e non credente passi in ciascuno di noi, come se fossimo di fronte a un ring, anzi il ring è dentro di noi e ogni giorno queste due figure si affrontano.
La questione non è, allora, tra fede e ragione, credere o non credere?
La questione importante è la questione etico politica e riguarda la discriminante tra persone che sono disposte a un atteggiamento fallibilistico e tollerante da una parte, e coloro che si ritengono dotati di un sapere e magari di un potere infallibile dall’altra. La protervia di certi scientisti non è, in linea di principio, molto diversa dalla protervia di coloro che ritengono, in nome dei loro valori, cristiani o meno, di poter legiferare anche per chi cristiano non è o ha un modo di vivere l’esperienza cristiana diverso dal loro.
Da qui al fondamentalismo di cui tanto si parla oggi, anche se solo in ”versione“ musulmana, il passo è breve...
Sì certo, anche se il fondamentalismo è una parola curiosa che noi non usiamo più alla lettera. Lo usiamo come termine traslato per indicare un attegggiamento letteralistico nella lettura di un libro sacro, ma anche per indicare alcune forme di adesione fanatica a questo o a quel tipo di rivelazione. Anche se devo dire che, come fondamentalismo, certi protestanti degli Stati Uniti ci potrebbero mettere in difficoltà... Dalle nostre parti questo fondamentalismo oggi si esprime con la pretesa che, nelle carte della Costituzione europea, si accenni alle radici ebraico-cristiane. A parte il fatto che ci sono intellettuali ebrei molto più intelligenti che sono i primi a rifiutare sia la menzione, sia quell’insidioso trattino (ebraico-cristiano) come se ci fosse tra le due religioni una pacifica continuità che non c’è stata: ci è stata invece l’accusa di deicidio agli ebrei e le persecuzioni, volute e pianificate dai cristiani (cattolici, protestanti e ortodossi). Ma non la vogliono - la menzione - neanche alcuni cristiani che sono stati una linfa preziosa per la democrazia, penso ai valdesi, che ritengono che un vero atteggiamento cristiano si riconosce dai comportamenti e non dalla menzione di un nome. Queste cose interessano le gerarchie
Le gerarchie, a cominciare dal Papa, sembrano molto interessate, oggi, alle elezioni del 9 aprile. Il Papa ai politici del Ppe ha detto che ci sono valori ”non negoziabili“. Ha usato proprio questa espressione. Come dovrebbero comportarsi i cattolici che fanno politica a sinistra?
I cattolici grazie a Dio sono tanti e non la pensano tutti come Ratzinger, che sarà infallibile in materia di fede, ma non certo in materia politica. Questa storia della non negoziabilità è storia antica, per esempio i Quaccheri nel 1776 sostenevano che non era negoziabile minimamente la loro non violenza e quindi si tirarono fuori da quella agitazione politica militare che poi portò alla ribellione nelle colonie e alla guerra d’indipendenza. Si tirarono addosso l’attacco di uno dei maggiori radicali amercani che è Thomas Paine che li prese di mira nel libretto piuttosto famoso Common sense (ripresentato in italiano recentemente con il titolo Senso comune): li attaccò per la mescolanza indebita di politica e religione.
Mi sembra di capire che non considera abbastanza ”radicale“ la politica del centrosinistra che si propone di governare l’Italia....
Occore che le donne e gli uomini che sono in questo momento discriminati - mi riferisco alla vicende matrimonio e famiglia - siano più decisi. Altro che Pacs. I Pacs sono semplicemte una forma di mediazione. E questo vale anche per la scuola e l’ora di religione. Vanno benissimo tutte le scuole religiose, ma se le paghino loro, lo Stato deve fare le sue scuole. Il diritto all’espressione pubblica non deve diventare pressione politica. E non va bene che i rappresentati dello Stato si ritrovino nei confronti di una particolare religione in ginocchio. Il laico deve avere la forza di reagire e di attaccare.
il Manifesto, 31.03.06
Benedetto l'inflessibile
FILIPPO GENTILONI
Quasi ogni giorno il papa ripete le sue prese di posizione con crescente rigidità: come se temesse di non essere stato abbastanza chiaro. Questa volta con una solennità anche maggiore, di fronte ai dirigenti del Partito Popolare e alla vigilia del voto italiano. Le posizioni di Ratzinger sono ormai note. Esiste una vasto pericolo - europeo e non solo - di tradimento dei valori fondamentali della società. Valori che avevano trovato casa nella storia europea, ma che l'Europa di oggi rischia di dimenticare. La chiesa cattolica li difende. Il grande nemico è il relativismo e contro di esso la chiesa cattolica conduce la sua grande battaglia soprattutto sul matrimonio e sulla famiglia. Perciò la difesa della vita dal concepimento alla morte, con la condanna dell'aborto e delle leggi che lo permettono. Perciò la condanna di tutte le forme di convivenza che non siano quella classica del matrimonio fra uomo e donna. La difesa delle posizioni cattoliche deve riguardare tutti, non soltanto i cattolici: il loro fondamento e la loro giustificazione, infatti, non risale ai sacri testi ma a quella famosa «legge naturale» che riguarda tutti e della quale la chiesa - cattolica - è custode. Posizioni ormai ben note. Il papa precisa che non sono negoziabili. O prendere o lasciare: su questi punti il Vaticano non tratta e rivendica il suo diritto «a intervenire in politica». Forte anche di quel consenso che i partiti popolari gli assicurano nei vari parlamenti europei. Un consenso che, comunque, è tutt'altro che unitario e universale. Non la pensa così una buona parte del mondo extraeuropeo, fra l'altro non la pensano così tutti quei paesi africani ed asiatici - musulmani e non solo - con i quali il Vaticano continua a dire di volere il dialogo. E non la pensa così anche buona parte del mondo europeo più moderno, quello che ha accettato la grande lezione della laicità e la sa distinguere bene dal relativismo. Dai segnali e da molte voci che si fanno sentire, anche se sommessamente, si può affermare che la rigidità di Ratzinger non è bene accolta neppure da tutto il mondo cattolico. Per non parlare dei protestanti. Non che alle rigide posizioni di Ratzinger manchino alleati. Anche se non credenti del dio di Gesù Cristo (i vari Pera, Fallaci, ecc.) ma credenti in una identità europea - italiana - da imporre a chiunque voglia prendere casa in mezzo a noi. Nonostante quell'universalismo che, fin dagli inizi, il cristianesimo ha cercato di diffondere in un'Europa riluttante, egoista, superba. Ricca non tanto di un'identità etica quanto dei suoi denari.
il Manifesto, 31.03.06
Tutti in ginocchio da Benedetto
Il papa chiude il negoziato su embrioni e Pacs e rivendica le radici cristiane di tutta la politica europea. Centrodestra in delirio, l'Unione non fa una piega e prova solo a disinnescare la bomba B16. La Rosa sale da sola sulle barricate
MATTEO BARTOCCI
Il papa chiude unilateralmente il suo negoziato con il resto del mondo sulla «struttura naturale della famiglia » e la «difesa della vita dal concepimento alla fine». E subito la politica italiana si inginocchia devota pensando alla fine imminente della campagna elettorale. L'appello di Benedetto XVI, a dieci giorni dal voto, è una bomba per i palazzi profani della politica. Solo dopo mille polemiche i leader italiani dei partiti membri del Ppe (Berlusconi, Casini e Mastella) avevano rinunciato a presenziare al discorso del pontefice. Ma anche se l'erudizione di Ratzinger non è la dettagliata elencazione di Ruini la sostanza politica del risoluto interventismo ecclesiastico non cambia di molto. Il centrosinistra, Rosa nel pugno esclusa, ha un obiettivo solo: disinnescare la bomba B16. Il centrodestra, invece, urla come un sol uomo: «Santità, già fatto. E' tutto scritto nel nostro programma ». Se si legge lo striminzito volantino fatto in Casa in effetti su famiglia, tutela della vita nascente e radici cristiane dell'Europa (cioè. dell'Occidente), non manca proprio nulla. I cori sono impressionanti entrambi. La destra sembra uno stadio: «L'Udc è col papa, non con il dio Po o la dea Luxuria », avvisa gli astanti il centrista Luca Volonté, mentre tutto intorno a lui i condomini sgomitano per dimostrare la propria fede(ltà) al soglio di Pietro. Ma anche l'Unione non è da meno. Tra il distratto e il pudibondo è Massimo D'Alema, non certo un ateo devoto, a dire che «non solo è giusto ma è doveroso che la chiesa intervenga sui grandi temi della vita sociale, però se interferisse nella legislazione dello stato sarebbe improprio». Tutti i commenti insomma sono rivolti alla Cdl e non rispondono su nulla all'articolato progetto politico papale (che nell'occasione proprio a politici europei parlava). Piero Fassino critica gli osanna della destra: «Chi rispetta il papa non lo usa in campagna elettorale». Francesco Rutelli, a Dopo il Tg1, non si cura del fracasso fondamentalista, promette «tanta concretezza e poca retorica»: «Le parole del papa sono condivise dalla stragrande maggioranza degli italiani. In concreto dobbiamo fare qualcosa di utile per la nostra famiglia. Dobbiamo aiutare le donne ad avere figli e a non abbandonare il lavoro, aiutarle anzi a lavorare di più anche creando più asili nido». Romano Prodi è preoccupato. E in una nota prova a tenere la rotta: «Le parole del santo padre richiamano ancora una volta le nostre coscienze di cristiani a promuovere i valori della vita e della famiglia. Un richiamo che responsabilizza anche quanti sono impegnati in politica a tradurli in azioni finalizzate al bene comune. È in questo senso - conclude il Professore - che la voce della chiesa si fa legittimamente sentire nel rispetto della reciproca autonomia e libertà». In mattinata, a Radio anch'io, però era stato "leggermente" più fermo e aveva cercato di rassicurare un incerto ascoltatore: «Sono profondamente cattolico e i principi fondamentali della chiesa sono per me un ammonimento veramente importante. Ma lo stato laico è un punto fermo della nostra coalizione». Non per tutti. La margheritata in Lombardia Paola Binetti (Opus Dei, Scienza e Vita) martella da giorni assieme all'altro candidato cattolico Luigi Bobba sull'impossibilità di modificare la legge 40 e, soprattutto, sulla necessità di inserire volontari cattolici nei consultori. Offrendo così più di una sponda nell'altro polo ai fondamentalisti di An e Udc. La Quercia e i «cattolici adulti» della Margherita iniziano a dare segni di vera insofferenze: Fassino liquida le opinioni della Binetti come «strettamente personali» e precisa che la linea dell'Ulivo prevede modifiche sostanziali alla legge sulla fecondazione e un parere negativo alla presenza dei volontari cattolici. Ma le sortite degli ultrà «pro-life» infastidiscono anche qualche petalo della Margherita. I prodiani, per esempio, sono più loquaci del loro leader: «Non comprendo la rigidità e il protagonismo della Binetti, che non rappresenta certo la sensibilità di tutto il partito», dice Mario Lettieri. Fausto Bertinotti si tiene alla larga da un dibattito simile. Non commenta di una virgola le parole papali e punta tutto sull'economia reale e il fisco. Così a far da contraltare alle voglie confessionali nell'Unione restano in pochi. Franco Grillini, Ds e presidente onorario dell'Arcigay giudica del tutto «non condivisibile » l'appello papale: «Sono le persone a decidere se la loro relazione costituisce una famiglia. Lo stato deve semplicemente prenderne atto». In un clima così la Rosa nel pugno prepara le barricate per il prossimo parlamento: «Siamo alla chiusura della campagna elettorale e ormai è evidente che il papa e Ruini hanno scelto di intervenire a gamba tesa addirittura con dei comizi finali - dice il radicale Daniele Capezzone - l'attivismo della chiesa è sconcertante anche perché non c'è un solo paese al mondo in cui le gerarchie da una parte godono di privilegi e dall'altra entrano direttamente nella contesa politica. Le due cose insieme non sono possibili: la chiesa scelga o l'una o gli altri».
il Manifesto, 31.03.06
Il pontefice che fa le leggi
«La religione non può restare nel privato, i governi provvedano» Embrione, famiglia, Europa B16 chiede ai dirigenti del Ppe un impegno «non negoziabile»: struttura naturale uomo-donna, niente Pacs, difesa assoluta della vita e radici cristiane dell'Occidente
MIMMO DE CILLIS
Questa volta papa Ratzinger ha parlato fuori dai denti. All'udienza concessa ai membri del Partito popolare europeo, in assemblea a Roma - dopo le polemiche per la ventilata presenza dei leader politici italiani, che poi hanno rinunciato - riafferma con granitica fermezza i principi basilari «non negoziabili » che qualsiasi stato o comunità civile deve rispettare. Benedetto XVI indica ai politici i loro doveri e i principi universali. Parla a tutti, non solo ai credenti. Lo si comprende anche per la scelta di esprimersi in inglese, raro alle udienze generali fatte in Vaticano dove la lingua ufficiale è quella italiana. Parla perché «se la chiesa interviene nel dibattito pubblico non lo fa per interferire, ma per illuminare le coscienze ». Para il colpo della «presunta interferenza» e stabilisce il ruolo chiave della santa Sede, che compie la sua missione di «luce del mondo» insegnando la verità assoluta. Che significa: «Difesa della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento fino alla morte naturale; riconoscimento e protezione della naturale struttura della famiglia, quale unione tra un uomo e una donna, basata sul matrimonio, e la sua difesa dai tentativi di equipararla giuridicamente a forme radicalmente differenti di unione che in realtà la danneggiano e la destabilizzano, oscurandone lo specifico carattere e il suo ruolo sociale irripetibile; protezione dei diritti dei genitori di educare i loro figli». Cari politici, sembra dire Ratzinger, su questi tre punti, non si transige. Siate cattolici o laici, credenti o non credenti, questa è materia che nessuna maggioranza di governo, nessuno «stato etico» può toccare, arrogandosi il diritto di violare quella che è chiamata «legge naturale». Il perché lo ha spiegato il cardinale Angelo Sodano in un telegramma inviato al convegno, che chiarisce il rapporto tra chiesa e società: «Le realtà temporali, seppur rette da norme proprie, non sono sottratte ai riferimenti etici derivanti dalla legge di natura posta dal creatore in ogni persona umana». Sono posizioni note, comprensibili in quanto derivanti da un riferimento «assoluto». Sono, in altre parole, le stesse cose che il cardinal Ruini aveva ribadito dieci giorni fa, quando aveva detto che «la chiesa non si schiera ma indica contenuti », come la tutela della vita e della famiglia. Ma l'effetto delle parole di Ratzinger è deflagrante per la sua rappresentatività universale, per il suo stile dottorale di maestro che impartisce lezioni a tutti i politici d'Europa, e soprattutto perché Benedetto XVI, nel pieno della campagna elettorale italiana, si addentra in una materia contesa specificando il «no» alle unioni di fatto. Sceglie, insomma, di indicare deliberatamente agli elettori una applicazione pratica - il rifiuto ai Pacs - di quei «principi non negoziabili». Un passo che, invece, la chiesa e le gerarchie dovrebbero lasciare alla coscienza dei cittadini, dei singoli cattolici, dei «laici» (inteso in senso ecclesiale) che sono chiamati a tradurre i principi evangelici nella prassi sociale, economica, politica, nelle strutture temporali dove vivono. Ma il pontefice non si è limitato a indicare le priorità che nessun governante dovrebbe lasciar cadere. Ha anche avuto la ghiotta opportunità di andare a monte del problema sottolineando ai 500 congressisti come la religione non possa e non debba «essere relegata alla sfera privata». Le politiche che partono da questo principio «escludono il coinvolgimento dell'Europa dalla sua tradizione religiosa, minacciando in tal modo la stessa democrazia, la cui forza dipende dai valori che essa promuove». Ratzinger chiede dunque che la Costituzione della Ue delinei «una relazione con le comunità religiose, riconosca la loro identità e il loro contributo». In particolare, com'è ovvio, si vuole il riconoscimento delle radici dell'eredita cristiana «che ha forgiato l'identità del continente» E i politici del Ppe, come scolaretti, ad ascoltare e applaudire.
il Manifesto, 31.03.06
Vis-à-vis tra due vite parallele
Ieri a Roma la «Lectio Magistralis» di Edoardo Sanguineti dedicata a Pietro Ingrao. L'avventura ostinata di costruire una «cosa semplice»
ROBERTO CICCARELLI
«Odio», «Vendetta», «Rivoluzione». Sono le parole forti, cariche di un certo fascino desueto ma quantomai attuali, che ieri Edoardo Sanguineti non ha avuto alcun timore a pronunciare nella sala del Refettorio della Camera davanti a centinaia di persone durante la sua lectio magistralis organizzata dal Centro per la Riforma dello Stato in onore dei 91 anni di Pietro Ingrao. Parole che hanno indicato una «linea di condotta »: «In un mondo in cui il 98 per cento delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria - ha detto il poeta e intellettuale genovese - il vero lusso è quello di permettersi ancora di essere gentili con gli altri. No, oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano ». Questo è stato l'inizio sconcertante della lezione del teorico più famoso del «Gruppo 63», autore di un recente Il chierico organico. Scritture e intellettuali (2000) e dell'ultima antologia Microcosmos (2005), che raccoglie la sua opera poetica dal 1951 ad oggi.Ma sono bastati pochi istanti per chiarire che l'odio per chi detiene le più grandi ricchezze del pianeta, la necessità di vendicare non solo le sofferenze dei padri ma anche quelle attuali dei figli, non risponde soltanto ad un'elementare esigenza etica o, peggio, ad un risentimento per chi non ha nulla ed aspira ad avere un credito illimitato per fare shopping tra le vetrine luccicanti dell'Impero. Essere sgarbati, oggi, non significa essere violenti. Almeno fino a quando non sarà viva l'esigenza di dare giustizia alle nuove generazioni, e non solo a quelle dei loro padri. Che hanno potuto permettersi il lusso, ha detto Sanguineti, di seguire una educazione intellettuale e sentimentale che non separava l'attività mentale della ricerca teorica da quella della pratica politica. Un itinerario che in quel secolo grande e terribile che è stato il Novecento ha prodotto un pensiero - quello del «materialismo storico» - che Sanguineti ha usato come sinonimo di «marxismo» - che non si è mai fermato alla constatazione dei dolori biografici degli intellettuali, ma si è proiettato su uno scenario infinitamente più largo, quello «della condizione oggettiva della lotta di classe». Oggi anche le nuove generazioni dovrebbero godere di quello stesso lusso che ha permesso di rispondere alla domanda, che alla lezione magistrale ha dato anche il titolo, «come si diventa materialisti storici?». Storie personali e storie politiche si sono intrecciate in platea. Antonio Bassolino seduto accanto a Alfredo Reichlin, dietro c'era Luciana Castellina, e ancora Goffredo Bettini, Giuseppe Vacca, Alfonso Gianni e Gianni Ferrara, Massimo Serafini e Walter Tocci. Più dietro il gruppo de «la voce della luna» del dipartimento di salute mentale della Asl Roma E, oltre ad una serie di giovani e meno giovani legate alla storia politica ed intellettuale di Ingrao. «Una buona abitudine». Così Mario Tronti, seduto accanto a Sanguineti, ha definito la lezione dedicata a Ingrao che, a partire da quest'anno, sarà tenuta ogni 30 marzo. Sanguineti ha poi raccontato la storia della sua conversione politica da «giovane anarchico radicale» a «materialista storico » ripercorrendo il proprio itinerario intellettuale e politico. Un lungo apprendistato che non si è ancora concluso, ma che si è giovato di una lunga serie di incontri. Il primo è stato a Torino nel 1940. Siamo in Corso Porto, oggi Corso Matteotti. Un gruppo di ragazzi tira calci ad un pallone. Sanguineti entra per la prima volta in contatto con un altro mondo, quello operaio, quando un giovane di nome Felice si avvicina e propone di giocare insieme. Era il primo avvistamento della rude razza pagana, ma anche la scoperta di un mondo ancora lontano per quei ragazzi, quello della sessualità. Seguì la scoperta della politica, avvenuta grazie ad un compagno di scuola che indicava al «giovane anarchico radicale qual'ero» la strada per una solidarietà umana «che allora ignoravo ». «Era pieno di quell'attenzione verso la debolezza di coloro che non erano conquistati alla causa del partito - ha raccontato Sanguineti - Sono stato stalinista, filo- cinese in polemica contro gli eccessi di burocratismo dei partiti di sinistra, fino all'ultimo approdo l'euro-comunismo di Berlinguer quando feci il deputato dal 1979 al 1983». «Se fossi oggi in politica - ha continuato Sanguineti - consiglierei a Prodi di tornare ad applicare i principi di quel capolavoro che è la Costituzione italiana: diritto al lavoro, alla scuola e alla sanità pubblica, innanzitutto». In un momento in cui un'intera generazione europea reclama il proprio diritto al futuro, questo non sarà rivoluzionario, ma almeno risponde ad un criterio minimo di giustizia. «Non è follia ma invece/fine della follia. Non è il caos ma/ l'ordine, invece./ E' la semplicità/ che è difficile a farsi» scriveva Bertolt Brecht, nella sua Ode al comunismo del 1933. Oggi, come ieri, ha ricordato Sanguineti, si sa che questa semplicità è il risultato di una lunga ostinazione.
Liberazione, 31.03.06
In un impietoso pamphlet Fulvio Abbate attacca le convenzioni culturali, i luoghi comuni e le mode che affollano l’immaginario di certa sinistra di oggi e di ieri e ne indirizzano le pratiche quotidiane
Il conformismo di chi aspira solo ad un “paese normale”
Matteo Di Gesù
Una sindrome diffusa, quasi una vera e propria nevrosi collettiva patita dalla sinistra riformista italiana, e più specificamente dagli eredi del Pci, dalle sue classi dirigenti ma anche (e forse soprattutto, comunque più di quanto non si ritenga di solito) dai suoi militanti ed elettori, è stata la fatale soggezione intellettuale, finanche morale, rispetto alle critiche e ai giudizi provenienti, per così dire, “da destra”. Se si dovesse ripercorrere retrospettivamente la trasformazione (o meglio: la vera e propria mutazione genetica) occorsa a parte della sinistra italiana negli ultimi trent’anni, del resto, se ne potrebbero fissare le tappe proprio nel progressivo accoglimento di quei rimbrotti autorevoli e di quelle lezioncine severe e nell’affanno suicida a voler somigliare a tutti i costi a quello che professori accigliati ed esigenti editorialisti illustravano doveva essere la sinistra “leggera”, moderata e rassicurante del terzo millennio.
Ripensando a quegli assai edificanti modelli, fa un effetto stridente e spiazzante leggere Sul conformismo di sinistra di Fulvio Abbate (Gaffi editore, pp. 78, euro 4,00), snello e feroce pamphlet sulle convenzioni sociali e culturali, sulle mode e sui luoghi comuni che affollano l’immaginario di certa sinistra di oggi e di ieri e ne indirizzano le pratiche quotidiane. Per prima cosa perché questo è un libro scritto “dal di dentro”: Abbate non è certo un neomoderato dell’ultim’ora, sebbene abbia avuto un passato di militanza nel Pci come molti degli odierni terzisti di casa nostra; semmai uno scrittore con una spiccata vocazione civile e insieme grottesca, cocciutamente libertaria e anticonformista, come sanno i lettori della rubrica che tiene sulle pagine de L’Unità, di romanzi come Teleduruti o di racconti documentari come Il ministro anarchico o C’era una volta Pier Paolo Pasolini. In secondo luogo proprio perché lo scrittore, nel suo scanzonato libretto, demolisce a colpi di sberleffi proprio quei modelli culturali da sinistra “per bene” e salottiera che hanno sostituito molti dei vecchi valori e principi che ispiravano, un tempo, la visione del mondo e delle cose di chi soleva professare aspirazioni di rivolta e di trasformazione dello stato presente. Ma non si creda che si tratti di uno scritto nostalgico sui bei tempi che furono (l’autore non dimentica le radici antiche di certo bigottismo da militante modello del Grande Partito), né di una pletorica dichiarazione di schieramento nelle file antagoniste (non vengono lesinate frecciate anche ai conformismi disobbedienti): piuttosto di una divertita e sardonica rassegna di luoghi comuni, di un lungo e spassoso sghignazzo polemico sulle banalità condivise dal progressista postmoderno italiano.
Il “conformismo di sinistra” è esemplificato dal disprezzo sussiegoso per i programmi televisivi, che tuttavia risparmia lo spot con Tonino Guerra perché nel poeta si dovrebbero riconoscere i tratti dell’umanità ruspante e strapaesana della Romagna rossa; si incarna nell’arruolamento della bellissima Carla Bruni, già indossatrice ora raffinata cantautrice, ricca borghese di buone letture, nella gauche di casa nostra (proprio perché raffinata, elegante e di buone letture) o nell’indignazione per il mancato rinnovo, da parte di una casa di cosmetici, del contratto pubblicitario alla compagna Isabella Rossellini; si rivela nel riconoscere in Veronica Lario una quinta colonna infiltrata nella villa di Arcore, per la quale vale la pena spendere slogan come “Veronica, non ti merita” o giù di lì; si manifesta nella difesa acritica di qualunque cosa faccia o dica Roberto Benigni contro quelli che ne dicono male o nel dover farsi piacere, a tutti i costi, La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana riconoscendosi perfino nel suo film; si rintraccia nell’ammirazione per scrittori italiani i cui romanzi sono riassumibili in una sola battuta: «Mamma, ha telefonato nessuno per me? No, nessuno»; si conferma nell’individuare in Franco Battiato un eroe per il suo prendersi sul serio «come concessionario di Buddha e dei dervisci per Catania», e con lui il filosofo conterraneo Sgalambro, che non ha mai trovato il tempo per denunciare l’esistenza della mafia; trova la sua apoteosi nell’immaginario girotondino fatto di «tisane, torte alle carote, l’ultimo romanzo di Rosetta Loy, le inserzioni di case (“possibilmente con terrazzo”), baby sitter, rivestimenti per i divani, la collina di Ansedonia, l’ingresso del cinema Nuovo Sacher».
Abbate si è di certo divertito a scrivere il suo piccolo libro, sciorinando le sue idiosincrasie, e con lui si diverte chi legge. Tuttavia, la sua denuncia è irriverente quanto circostanziata, ed è rivolta a chi ha rinunciato al pensiero critico, anticonformista, radicale; a chi, a sinistra, aspira soltanto a un “paese normale” senza più “né rabbia né incanto”. E trova, questa sua accusa ghignante, un controcanto “grave” nella dedica finale «ai poveri che non hanno mai sognato di diventare ricchi, a quella che Pasolini, insieme a Volponi, chiamava “l’umile Italia”... Gli stessi che semmai furono conformisti, fu soltanto per eccessiva fiducia nel futuro e nelle parole dei loro compagni - come dire? - più istruiti, più importanti, più garantiti».
Liberazione, 31.03.06
Le polemiche della RnP con Rifondazione
I dolori e le angosce di Marco Pannella
Piero Sansonetti
Marco Pannella è molto arrabbiato con Bertinotti. Dice che da tempo lo sfida per un duello televisivo, ma Fausto fugge. Fausto - probabilmente - nemmeno conosce questo grande desiderio di Pannella. Lo informeremo. Chissà perché Marco Pannella vuole fare un duello con Bertinotti in Tv. Forse nessuno gli ha detto che il suo partito - e per sua scelta - dopo anni di vagolare incerto e dubbioso è approdato allo schieramento del centrosinistra, ed ha un ruolo importante nel centrosinistra. E che anche Rifondazione è un pezzo essenziale - noi, presuntuosamente, diciamo: il “più” essenziale... - di questa alleanza. Dunque non bisogna fare duelli. In una campagna elettorale a schieramenti contrapposti, i duelli si fanno tra avversari. Per esempio l’altra sera, a “Ballarò”, Emma Bonino e Fausto Bertinotti hanno evitato di entrare in conflitto (se ne sono presentate molte occasioni) perché l’obiettivo della loro presenza non era quello di combattere tra loro ma di mettere in difficoltà Berlusconi. E ci sono riusciti bene.
Ma allora perché Marco Pannella - che di tutto può essere accusato, proprio di tutto: tranne che di essere un ingenuo in politica... - se la prende con Bertinotti, fino a definirlo (cito dal Riformista di ieri) «compagno di merende di Berlusconi» (frase assai volgare, oltre che un po’ stupida e così palesemnte infondata)?
Naturalmente un motivo c’è, ed è giusto discuterne. Cerchiamo di spiegarlo. L’ingresso del partito radicale nella alleanza del centrosinistra - ne abbiamo già scritto su questo giornale - è la conseguenza di una crisi profondissima e devastante dello schieramento liberale e liberista. Il berlusconismo è stato un tentativo di dare uno sbocco populista e personalistico al liberismo (e al liberalismo) che ha spaccato la borghesia italiana e ha fatto saltare il blocco sociale che avrebbe dovuto essere l’ancoraggio sicuro e tradizionale del centrodestra. Questa rottura, questa crisi della borghesia classica, ha avuto vari contraccolpi politici. Uno dei quali è stato l’allontanamento dal centrodestra, rapido (e anche iroso), di quel pezzo di mondo politico, rappresentato dal vecchio partito radicale di Pannella e Bonino, che invece per molti aspetti (politica economica, sindacale, estera, militare, eccetera) era del tutto organico a quel blocco politico.
Badate che queste crisi, e questi spostamenti netti e veloci, di pezzi di mondo politico ed economico, all’interno degli schieramenti politci, non sono piccole cose: sono, talvolta, gli elementi determinanti di scomposizioni e ricomposizioni che portano a oscillazioni rilevanti nell’asse politico del paese. In questo caso l’oscillazione è a sinistra. Perché è la destra che si indebolisce e che perde una fetta importante della propria identità e della propria cultura.
Naturalmente, però, l’assimilazione di un partito nuovo, in qualunque schieramento politico - in qualunque alleanza, crea problemi. Più vasta è l’alleanza più vasti e complicati sono i problemi. I radicali non possono che stare nel centrosinistra, ma naturalmente soffrono. Per due ordini di ragioni. La prima è il contrasto con la componente cristiano-moderata dello schieramento, dovuta al fatto che i radicali sono molto laici, e anzi - se si può usare la parola senza offesa - anticlericali. Ed è vero che su queste posizioni trovano l’appoggio e la solidarietà soprattutto della parte più radicale del centrosinistra, ma è anche vero che con questa parte della coalizione (cioè, fondamentalmente, con Rifondazione) il conflitto è nettissimo sulla politica economica. E questo è, appunto, il secondo ordine di problemi. Proprio riducendo tutto in pillole, possiamo dire che il partito radicale, ora Rosa nel Pugno dopo l’alleanza con lo Sdi, è ultraliberista e Rifondazione è antiliberista; e che la Rosa nel pugno è interventista in politica estera (e abbastanza filo-americana) e Rifondazione è pacifista e molto critica con l’America.
E’ evidente che tutto questo provoca una sofferenza. E Marco Pannella non può pensare - anche per la sua visione sempre movimentista e molto attiva, moderna, della politica - di lasciare sopire questa sofferenza. Lui la pungola, la esalta, la mette in evidenza. Il modo che gli è più semplice per far questo è accendere la polemica con Bertinotti, con Rifondazione. E’ comprensibile: faccia pure. Se però evita di essere insolente è meglio. E’ più elegante...
il Manifesto, 01.04.06
Bertinotti: no alla sfida Pannella: «Komunisti»
A.MAN.
Anche senza il confronto tv Marco Pannella cerca di trascinare in uno scontro Fausto Bertinotti, che invece si sottrae. La posta in gioco sono i voti, chissà quanti, di chi intende contrastare o almeno condizionare le forze clericali dell'Unione sui temi che investono la laicità delle istituzioni, dai Pacs alla scuola e a mille altri, sui quali la Rosa nel pugno ha mostrato fin qui una linea più intransigente del Prc.
Da giorni Pannella chiede un confronto televisivo con Bertinotti. E lui gli fa rispondere di no. Ieri mattina il no è stato ribadito un editoriale del direttore di Liberazione: «I dolori e le angosce di Marco Pannella». Toni un po' imbarazzati: «Fausto - scriveva Piero Sansonetti - forse neppure conosce questo desiderio di Pannella».... E accuse di «insolenza» e «ineleganza» al vecchio leader radicale che a più riprese, con il consueto stile del martello pneumatico, aveva definito Bertinotti nientemeno che «compagno di merende di Berlusconi» - proprio lui che amoreggiava con il Polo e solo qualche tempo fa era pronto ad andare con l'uno e con l'altro schieramento, ma oggi è quasi l'incubo del Prc e della sinistra cosiddetta «radicale».
Anche ieri Pannella, fin dal mattino su Radio Radicale, ha insistito. Anzi ha annunciato che c'era stato almeno un primo contatto per l'agognato confronto con Bertinotti. Poi Massimo Bordin, direttore della radio, ha detto di aver saputo dal portavoce del segretario del Prc che «ufficialmente fino al voto Bertinotti si ritiene impegnato a misurarsi con gli avversari e, ritenendo Pannella un alleato, intende datare la sua disponibilità al confronto a dopo il 10 aprile». Un perfetto assist per il suo leader: «Questa impostazione - si legge nell'ultimo comunicato di Pannella - coincide perfettamente (e altrettanto la serve) con quella di Berlusconi. Gli 'avversari' di Bertinotti usano tutto il loro potere, la loro potenza e prepotenza per mostrare e dimostrare agli italiani che lo scontro effettivo è fra la Cdl da una parte, e 'i komunisti' dall'altra. Sicché questi 'komunisti', in primo luogo Bertinotti e Rifondazione, dispongono di tali tempi radiotelevisivi, di propaganda, di 'confronto' con il governo Berlusconi e la sua maggioranza, da rendere plausibile la tesi per la quale l'Unione e soprattutto Prodi non sarebbero altro che mera facciata, per convincerne l'elettorato».
Liberazione, 01.04.06
Concordato, Fassino: va rispettato
«Il Papa parla al mondo intero e i suoi messaggi vanno considerati in questa chiave: come capo della Chiesa cattolica è del tutto legittimo. Altra cosa è utilizzare nella politica italiana le sue parole». Lo ha detto il segretario dei Ds, Piero Fassino. Sul Concordato il leader della Quercia ritiene che non sia una priorità rivederlo: «Il problema è rispettarlo».
Liberazione, 01.04.06 Festa ieri al X municipio. Ed è polemica. Margherita e Udc: «Una vergogna».
I Dl: «Siamo per la famiglia»
Unioni civili, a Roma la prima volta di tre coppie
Castalda Musacchio
«Ma quali polemiche? Inviterei tutti coloro che le stanno sollevando a venire qui per conoscere le persone che hanno compiuto come dicono loro il “fatidico” passo». Sergio Cherubini (Rc) del decimo municipio non avrebbe mai immaginato che la notizia dell’iscrizione delle unioni civili compiuta ieri per la prima volta a Roma avrebbe sollevato un tale vespaio. A sentire Claudio Moscardelli (vicecoordinatore della Margherita nel Lazio) quello che è accaduto ieri addirittura «confonderebbe l’elettorato». «E’ stata una vera forzatura - continua Moscardelli - e una forzatura che non aiuta il centrosinistra nella difficile competizione elettorale. I pacs o i vari surrogati del matrimonio sono fuori - secondo Moscardelli - dal programma dell’Unione che pone al centro la famiglia e la dignità delle persone». Sarà, eppure, ieri, al decimo municipio, non vi è stata alcuna cerimonia in pompa magna, nessun altare, solo tanti giornaliti - quelli sì - a presenziare un semplice gesto fatto da tre coppie. Di fatto. Che hanno chiesto di iscriversi al registro delle unioni civili inaugurato appunto ieri dopo l’approvazione della delibera municipale da parte del consiglio comunale. Parliamo di Serena e Roberto, Gabriele e Silvia, Daniele e Katia che hanno compiuto il fatidico gesto davanti alle telecamere. A presenziare la cerimonia lo stesso presidente Sandro Medici che prima di accompagnare gli invitati a un buffet ha regalato a ciascuno di loro un bel libro di poesie d’amore. «Forse - suggerisce Cherubini - sarebbe il caso di sfatare tutti i miti che circondano questa questione che pare sia diventata un caso nazionale. Perché non parliamo di loro? Si tratta di persone che hanno voluto essere semplicemente riconosciute come coppie e hanno compiuto una scelta di libertà ma anche di diritti. Possibile che non si riesca a capire questo?». E allora accogliamo l’invito di Sergio Cherubini e parliamo di loro. Serena e Roberto per esempio. Lei 48 anni, lui 51, una vita insieme. Da oltre venti anni. Hanno due fgli di 14 e 10 anni, oltre - come ci tengono a precisare - a «due cani e due criceti». «La nostra? - dice Serena - E’ una scelta di libertà. Non crediamo nell’istituzione del matrimonio ed è per questo che non ci siamo mai sposati. Quello che abbiamo voluto fare è stato un atto simbolico e speriamo davvero che si continui su questa strada. In una coppia ciò che conta - continua Serena - è il dialogo quotidiano, il rispetto, la crescita dei figli». Accanto a Serena e Roberto ci sono anche Gabriele e Silvia. Lui 44 lei 42 anni. Hanno firmato il registro perché lei è in attesa di divorzio. Vivono insieme da dieci anni. «Noi? - spiega Gabriele - Abbiamo deciso di iscriverci al registro delle unioni civili perché pur salvaguardando ciò che la nostra Costituzione intende per matrimonio e che non è da intaccare, è la possibilità di estendere diritti a chi non li ha e a chi non può o non vuole sposarsi. Noi non abbiamo proprio nulla contro l’altro tipo di famiglia, ma crediamo in una società basata sui diritti più civile e più giusta». Di fronte a queste parole chi parla di «vergogna per la città» come fa Luciano Ciochetti (Udc) in realtà dovrebbe per lo meno impallidire. Ma è il caso di specificare quanto detto dal segretario regionale dell’Udc del Lazio per capire davvero ciò che una certa destra pensa. «La gente - ha tuonato Ciocchetti - deve sapere e capire che cosa c’è dietro a quella che la sinistra chiama battaglia per i diritti civili: un attacco vero e proprio alla famiglia che si cerca in tutti i modi di delegittimare. «L’iniziativa intrapresa dal X municipio - continua Ciocchetti - assume contorni ancora più sconcertanti se si pensa che proprio ieri il “Santo Padre” aveva fatto un richiamo ai valori della famiglia e in difesa del matrimonio. Ecco la risposta che un municipio governato dalla sinistra ha voluto dare. Una vergogna». «Domani - aggiunge - con la sinistra al potere avremo pacs, unioni tra persone dello stesso sesso, bambini adottati da coppie omosessuali». Verrebbe quasi spontaneamente da dire: «Magari».
Ma in verità ieri al decimo municipio si è celebrata una vera festa. E all’appello mancava inoltre l’unica coppia omosessuale: Claudio e Alfredo. Nessun ripensamento da parte di uno dei due. E’ stata solo colpa del traffico nel quale è rimasto imbottigliato Alfredo ad impedire la fatidica firma sul registro. Claudio e Alfredo potranno comunque recuperare già dalla prossima settimana quando verranno aperti gli uffici per richiedere l’iscrizione nel registro. E a loro - per lo meno noi - facciamo i più sinceri auguri.
Liberazione, 02.04.06
Stupro.Come attenuante ... il degrado
Caro direttore, non bastava la verginità... ancora una sentenza della Corte d’Appello che mi fa sobbalzare dalla sedia. Sono state date attenuanti e addirittura uno sconto di pena a due “persone” che hanno violentato per anni una ragazzina poco più che adolescente. E perché sono stati dati attenuanti e sconto di pena? Per l’ambiente degradato, come se questo potesse “giustificare” una violenza. Uno dei due violentatori era il convivente della madre e l’altro addirittura è il marito di un’amica al quale la ragazzina si era rivolta. Sono disgustata e a volte di sembra di vivere in un Paese di barbari. Una violenza è una violenza, soprattutto se perpetrata a una ragazzina che si sta affacciando solo allora alla vita. E che c’entra se vive in un ambiente povero? I valori e il rispetto sono dovunque, in una villa megagalattica come in una stamberga. I valori e il rispetto abitano dentro di noi, non dentro una casa!
Daniela via e-mail
Liberazione, 02.04.06
Rese pubbliche le motivazione della sentenza di corte d’appello. Intanto negli Usa, condannato l’uomo che aveva fatto firmare un “contraro” da schiava d’amore alla moglie
Violenza sessuale su una 13enne, sconto di pena per «l’ambiente degradato in cui si sono svolti i fatti»
Ieri si sono potute leggere le motivazioni che hanno portato i giudici della corte d’appello di Roma alla concessione delle attenuanti generiche e uno sconto di pena a due imputati accusati di aver violentato nel ’98 e nel ’99 una ragazzina prima e dopo il compimento dei suoi 14 anni. La sentenza di primo grado (2003) si era conclusa con la condanna di un anno e mezzo di reclusione per G. N. (all’epoca convivente della madre della ragazza, poi costretto a lasciare la casa dopo la denuncia alla magistratura) e a due anni («per la maggiore gravità degli atti di libidine compiuti») per G. C., marito della donna cui la ragazzina si era rivolta per confidarle di essere stata oggetto in più occasioni di attenzioni di natura sessuale. Poi la difesa del patrigno aveva presentato ricorso in Cassazione. E a febbraio, con una sentenza choc, la Suprema Corte aveva deciso che lo stupro di una minorenne era meno grave se la ragazzina aveva già avuto rapporti sessuali. Accogliendo il ricorso, la Cassazione aveva dunque rimesso gli atti al giudice di secondo grado perché fosse riesaminato il diniego di un’attenuante («fatto di minore gravità») invocata dall’imputato. Nelle motivazioni della sentenza di secondo grado il collegio, presieduto da Afro Maisto, ha ricordato che «le degradatissime condizioni di vita nell’ambiente in cui i fatti sono maturati non coinvolgono, evidentemente, soltanto la parte offesa e sua madre ma anche gli stessi imputati, ai quali non possono essere negate le attenuanti generiche».
Nessuna attenuante invece è stata concessa a Travis Frey, 33 anni. L’uomo è stato infatti condannato per violenza sessuale e maltrattamenti domestici nei confronti della moglie. Frey durante il processo che, in un primo tempo, lo vedeva imputato per sequestro di persona e violenze, ha continuato a sostenere che i loro rapporti sessuali erano sempre stati consensuali. Prova mostrata in suo favore un vero e proprio contratto da «schiava d’amore» firmato dalla moglie ed esibito nel processo come «una fantasia sessuale ideata da entrambi i coniugi». Ma i giudici dello Stato dello Iowa (Usa) non si sono lasciati convincere dalle “giustificazioni contrattuali” avanzate di Frey, tanto da averlo condannato.
il Manifesto, 02.04.06
L'angelo Tommy
MARIUCCIA CIOTTA
È stato ucciso perché piangeva, Tommaso, Tommy per tutta l'Italia, incollata alle tv per scrutarne il sorriso, non tornerà nei tg per dare un happy end alla tragedia del suo rapimento. La macchina mediatica in questi giorni ha proposto un doppio racconto dell'Italia, quello della politica, dei plastificati faccia a faccia elettorali, delle scaramucce, sgarbi, insulti e quello di un paese fatto di corpi, pulsioni indecifrabili, orrori e dolori. Ma adesso che Tommy è morto ci appare immenso l'abisso che separa queste due Italie. L'una non interpreta l'altra, è muta e sgomenta.
La sovraesposizione televisiva con le sue luci accecanti ci nasconde quel che c'è nell'ombra, ci informa ma ci nega la conoscenza. Cosa può spiegare l'inconcepibile? Quale linguaggio è adeguato per farci ritrovare la ragione di fronte all'assassinio di un bambino di 18 mesi? La politica dovrebbe fare salti da gigante per rassicurarci che domani sarà un giorno diverso. Una cosa è certa, quel giorno non può che nascere da quell'amato bambino, che adesso tutti nei messaggi inviati nell'etere chiamano angelo.
«Ciao, angelo, mandiamoli sulla forca». «Angelo, aiutaci tu, pena di morte», «Angelo, quei bastardi devono morire» molti sms mandati in onda dicono questo. Parole che sprigionano e diffondono mostri, che li moltiplicano e infettano l'aria. L'onda emotiva che sale in queste ore dice di vendetta, di linciaggi, e segue la spinta delle indiscrezioni e degli abusi mediatici che hanno descritto un set morboso, spietato, dove Tommy era fuori campo. Volgiamo lo sguardo altrove. È solo in quel corpicino, cercato lungo il fiume, che possiamo ritrovare un senso, il desiderio di sconfiggere gli orchi, di essere dalla sua parte. Dalla parte dei più piccoli, di chi non ha voce e che non può neppure piangere.
La Stampa, 03.04.06
Sartori: «In Italia la destra è raccogliticcia
e la sinistra non ha idee»
di Alessandro Barbera
«Centro contro centro. L’Italia in declino, il bipolarismo in crisi» è il titolo della raccolta di interviste pubblicate da Alessandro Barbera, giornalista de La Stampa per Johan&Levi editore, con la prefazione di Lucia Annunziata. «Le interviste raccolte in questo libro - spiega l’autore - sono state realizzate fra il Natale del 2005 e il febbraio del 2006. L’idea era quella di descrivere, attraverso la testimonianza di politologi, economisti, uomini delle istituzioni e politici, alcune delle grandi questioni che attendono risposta a partire dal 10 aprile 2006. Pubblichiamo uno stralcio del colloquio con il politologo Giovanni Sartori:
Giovanni Sartori«I politici di oggi sono preoccupati solo di cosa scrivono i giornali il giorno successivo. Non sanno più niente di niente. Vivono di sospetti. Spesso dicono bufale o stupidaggini. Dovrebbero parlare meno e leggere di più». Giovanni Sartori non perde mai il piglio tagliente del toscanaccio. Quello del professore di lungo corso che ha osservato e insegnato la politica al di qua e di là dell’Atlantico. Sartori, come sempre, ne ha per tutti. Destra e sinistra. «Una coalizione raccogliticcia» la prima, «senza identità» la sinistra. «Con quale sistema elettorale si voterà dopo il 2006 Dio solo lo sa. Lui, Prodi, dice che il centro-sinistra vuole tornare al sistema uninominale, cioè al Mattarellum, perché darebbe maggiore governabilità. È già stupido che lo dica, la tragedia è che lo pensa»
Professor Sartori, cosa sono oggi la destra e la sinistra in Italia? Come le rappresenterebbe?
«C’èuna destra raccogliticcia nata attorno alla stella di Berlusconi, una specie di armata Brancaleone senza storia il cui pedigree politico, salvo pochi casi, è ancora povero. La sinistra invece ha troppa storia. I sessantenni e i settantenni hanno ancora in testa il Pci di matrice togliattiana e le lezioni delle Frattocchie. Nella vecchia Dc se non venivi dall’Azione Cattolica, se non avevi studiato alla Cattolica, ti tenevano alla larga. Il Pci invece ha fatto tesoro della lezione gramsciana dell’egemonia. Per questo, anche se come indipendenti, a sinistra hanno accolto Guido Rossi e Luigi Spaventa, Gianfranco Pasquino e Furio Colombo. Ma non a caso il nucleo dirigente è ancora costituito da chi proviene dall’apparato di partito».
Quali sono i loro punti di riferimento ideali?
«La destra un’identità vera non l’ha mai avuta, e forse non la cerca nemmeno. I suoi punti di riferimento restano sempre gli stessi: il libero mercato, la concorrenza, la libertà, la fede nell’individuo. Tutte cose di cui però i suoi dirigenti non sanno granché e nelle quali credono solo fino a un certo punto. La destra, intellettualmente, rischia poco. Invece la sinistra è in gravissima difficoltà: ha perso il suo ideale vivente, l’Unione Sovietica. Checché se ne dica, e fino a dopo la vicenda dei missili di Comiso, il Pci ha sempre sostenuto la politica di conquista sovietica. Oggi si arrabatta per cercare un’identità, in un modo a mio avviso stravagante. Dicono “viva i matrimoni gay”; ma si vogliono identificare con i gay? Sia chiaro: io non mi scandalizzo, ma non riesco a capire quale sia il nesso fra omosessualità e la sinistra. Si dicono terzomondisti. Anche in questo caso si tratta di una scelta politica che rischia di identificarli con l’Islam. È di sinistra dire “viva i musulmani”?»
Insomma, per usare una metafora si potrebbe dire che secondo lei la sinistra vaga per il bosco senza bussola. Quale dovrebbe essere la stella polare?
«Per molti anni la sinistra ha avuto una guida sicura in Norberto Bobbio, il quale ha sempre individuato il fattore identificante della sinistra nell’eguaglianza. Aristotele disse che le eguaglianze sono di due tipi: l’eguaglianza aritmetica e quella proporzionale. Se significa “a tutti lo stesso” allora è addirittura il comunismo primitivo, letterale, che si spera archiviato. Se invece si parla di eguaglianza proporzionale allora passiamo a quella di matrice liberale: a tutti le stesse opportunità. Sono d’accordo, ma non lo vedo come vero fattore connotante. Ciò che caratterizza la sinistra è piuttosto l’istanza etica. La giusta società, la difesa dei deboli, la moralizzazione della politica. Mentre la destra capitalistica “tira al soldo”, pensa soltanto alla crescita dell’economia, insomma è sorda alle istanze morali perché non fanno parte del suo patrimonio genetico, la sinistra dovrebbe puntare essenzialmente su questo. L’istanza morale è la sua vera ragion d’essere».
Dai finanziamenti illeciti dell’Unione Sovietica fino alla vicenda Unipol sembra un’istanza un po’ appannata.
«Io cominciai a scrivere di finanziamenti alla politica ai tempi del Corriere di Spadolini. Proposi che ci fosse solo il finanziamento pubblico e che quello in “nero” fosse severamente punito. E invece, nella buona tradizione lassista dell’Italia, si sono sempre fatte entrambe le cose. Finanziamento pubblico e privato, ufficiale e sottobanco».
Però la sinistra italiana ha una tradizione di buongoverno a livello locale.
«Il politologo americano Robert Putnam la elogiava negli anni sessanta. Ma ho la sensazione che si stia perdendo anche quella».
E il tema dell’ecologia? Non potrebbe essere un elemento caratterizzante l’azione della sinistra?
«Lo vado dicendo da tempo. La situazione ecologica è grave, gravissima. Rischiamo il collasso globale. La destra in tutto il mondo ha una fiducia illimitata nel mercato e nelle sue terapie. Compito della sinistra dovrebbe invece essere quello di non crederci. Non capisco perché non sposa fino in fondo la battaglia ecologica. E non è nemmeno vero che sarebbe una battaglia difensiva, contro il progresso. Ripulire la terra è un investimento più importante di quello di sporcarla. Anche la politica ecologica produce stipendi e posti di lavoro. Se la sinistra capisse che la destra su questo tema si è imbottigliata guadagnerebbe popolarità e un sacco di voti. Invece la sua adesione all’ecologismo è marginale. Lo si lascia ai Verdi – che sono ecologisti da quattro soldi– o ammiccando alle battaglie dissennate dei no-global come quella contro la Tav.
Le Scienze, 03.03
La vera scienza. Natura e modelli operativi della prassi scientifica
di Ziman John
Tra i personaggi di La lentezza di Milan Kundera, c’è un entomologo ceco che, epurato durante la repressione della Primavera di Praga, ha appena ripreso la propria attività scientifica a seguito dei fatti del 1990. Quando, a un convegno internazionale, prende la parola, è talmente entusiasta di raccontare la propria vicenda umana e politica (reale motivo dell’interesse nei suoi confronti), da dimenticare la sua relazione sulla mosca, ragione ufficiale della sua presenza al convegno. Troppo tardi - quando ormai scrosciano gli applausi - si accorge della dimenticanza. Lo smacco del personaggio è tutto racchiuso in quell’uditorio che lo applaude senza curarsi del suo lavoro. Ogni scienziato vive in un mondo della produzione scientifica, a sua volta parte di un più ampio «mondo della vita». Non si può capire la scienza, sostiene Ziman, a prescindere dalle sue istituzioni, pratiche e rituali, nonché dai legami con le altre sfere del mondo della vita, dal quale gli studiosi traggono, peraltro, le proprie motivazioni esistenziali, il proprio «senso comune» e l’ immagine di se stessi in quanto scienziati. Ignorando tali aspetti, gli epistemologi hanno spesso fornito immagini della scienza estranee all’esperienza dei ricercatori. Ciò detto, Ziman cerca di descrivere il mondo della prassi scientifica e di avanzare qualche congettura sul futuro della scienza «post-accademica», su cui, complici Internet e i settori «Ricerca & Sviluppo», ci staremmo a suo dire affacciando.
Alfredo Agustoni
La vera scienza. Natura e modelli operativi della prassi scientifica
di Ziman John
Dedalo, Bari, 2002
pp. 490 - euro 20,00
Le Scienze, 04.06
Maschi Bestiali. Basi biologiche della violenza
di Richard Wrangham e Dale Peterson
Il titolo originale del libro è Demonic Males. Apes and the Origin of Human Violence: non c’è traccia di quel «basi biologiche» presente invece nell’edizione italiana. La precisazione potrebbe sembrare oziosa, ma sul concetto di basi biologiche del comportamento umano il dibattito tra gli scienziati di diversa estrazione assume anche toni pesanti. Soprattutto negli Stati Uniti, dove può capitare di veder litigare ferocemente professori universitari. Da una parte i sostenitori della teoria del gene egoista, secondo cui ogni nostro comportamento è determinato dalla volontà del DNA di essere trasmesso di generazione in generazione. Dall’altra coloro che sostengono l’importanza dell’ambiente, della società, nel plasmare il nostro comportamento. Nella terra di nessuno si trovano personaggi come Richard Wrangham, uno dei primatologi più autorevoli a livello mondiale, e libri come questo, che tenta di analizzare le basi della violenza umana. La tesi è che esista una forte componente biologica, selezionata dall’evoluzione, in grado di spiegare i nostri comportamenti violenti. Secondo gli autori, questa spiegazione poggia sulle solide basi fornite dal comportamento nostri cugini scimpanzé, simili anche nei comportamenti bestiali. Siamo dunque destinati all’ineluttabile violenza della nostra specie, a meno di interventi che eliminino i geni del male? No, perché nel libro si fornisce anche una radice sociale della violenza, che lascia aperte le porte a interventi di carattere culturale. Insomma, lo stupro, uno degli esempi di comportamento bestiale, non è una tattica di fecondazione dettata dal DNA ma un atto volontario da cui ci si difende con norme sociali. Così come ci dovrebbe difendere dalle guerre, figlie terribili sia di un richiamo ereditario sia di una precisa volontà di dominio, con la forza degli strumenti culturali. Basi biologiche, certo, ma senza esagerare.
Giovanni Spataro
Maschi Bestiali. Basi biologiche della violenza
di Richard Wrangham e Dale Peterson
Franco Muzzio Editore, Roma, 2005
pp. 280 - euro 18,00
Le Scienze, 29.03.06
Intelligenza e sviluppo del cervello
La corteccia si ispessisce nell'infanzia e si assottiglia nella tarda adolescenza
I giovani con un alto QI si distinguono per la velocità con cui si trasforma – ispessendosi o assottigliandosi – la corteccia cerebrale. Lo hanno scoperto i ricercatori statunitensi dei National Institutes of Mental Health. Le scansioni effettuate con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno mostrato infatti come la corteccia cerebrale, soprattutto di quella prefrontale, raggiunga la sua massima velocità di ispessimento durante l’infanzia, raggiungendo il suo picco più tardi rispetto ai coetanei meno dotati. Tale meccanismo, spiegano i ricercatori nell’articolo pubblicato sulla rivista “Nature” a firma di Philip Shaw, Judith Rapoport e Jay Giedd, sarebbe il riflesso di una più lunga finestra di sviluppo dei circuiti nervosi che sovraintendono al pensiero di alto livello. Durante la tarda adolescenza, per contro, ha luogo un assottigliamento, probabilmente dovuto a un indebolimento di connessioni neurali non utilizzate via via che il cervello si abitua a ottimizzare il proprio funzionamento.
“Precedenti studi - ha spiegato - hanno dimostrato che i soggetti con un QI più alto non hanno necessariamente un cervello di dimensioni maggiori. Grazie alla tecnologia di imaging del cervello, ora possiamo vedere che la differenza può essere nel modo in cui esso si sviluppa.”
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Le Scienze, 28.03.06
Sonno o veglia, per il cervello pari sono
Il risultato è stato raggiunto grazie a tecniche di risonanza magnetica funzionale
Il sonno rafforza la memorizzazione delle informazioni: a questa nozione risaputa se ne aggiunge ora un’altra, frutto delle ricerche svolte presso l’Università di Liegi, in Belgio. A quanto risulta in base ai test con l’ausilio della risonanza magnetica funzionale (fMRI), un meccanismo simile è attivo anche di giorno. In definitiva, il cervello non smette mai di elaborare e strutturare ciò che dovrà ricordare in futuro.
Philippe Peigneux, primo firmatario dell’articolo che è apparso sulla rivista PloS Biology ha monitorato, in due sessioni separate di alcune settimane, l’attività cerebrale di un gruppo di volontari mentre essi erano impegnati in un compito di attenzione uditiva. In ciascuna sessione ogni compito durava 10 minuti e, tra uno e l’altro, trascorreva una mezz’ora, durante la quale i volontari dovevano imparare qualcosa di nuovo: nella prima sessione un itinerario in una città virtuale; nella seconda alcune sequenze di rappresentazioni visivo-motorie.
L’attività cerebrale durante il secondo e il terzo monitoraggio dei compiti di attenzione uditiva erano sistematicamente modificati, rispetto al primo, dal tipo di esperienza di apprendimento che aveva luogo nella mezz’ora di pausa. I risultati della risonanza magnetica funzionale, inoltre, hanno permesso di concludere che nel corso dei compiti di attenzione aveva luogo l’elaborazione delle tracce mnemoniche appena formate.
Più in generale, lo studio dimostra per la prima volta come il cervello umano non agisca semplicemente mettendo in stand by le nuove informazioni acquisite finché vi è un periodo di calma o di sonno che consentano di rafforzarle. Piuttosto, sembra che continui a elaborarle dinamicamente non appena ha fine l’episodio cognitivo, anche se deve affrontare una serie ininterrotta di attività differenti.
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Le Scienze, 23.03.06
L'apprendimento linguistico comincia a 10 mesi
Nel corso di un test, anche sotto l'anno di vita i soggetti hanno imparato due parole nuove per ogni sessione
I bambini cominciano ad ascoltare e a imparare le prime parole fin dall’età di 10 mesi, ma apprendono solo le parole che designano gli oggetti che sono di interesse per loro, non di colui che parla. È questa la conclusione di uno studio svolto dai ricercatori della Temple University, dell’Università del Delaware e dell’Università di Evansville il cui resoconto è pubblicato sulla rivista “Child Developement”.
Nel corso dello studio, i ricercatori hanno mostrato ai bambini due oggetti separati, uno per loro “interessante” e uno “noioso” per insegnare loro nuove parole e per capire in che modo fossero influenzati, utilizzando poi una specifica misura del loro grado di comprensione linguistica. Si è così trovato che anche i bambini molto piccoli possono imparare due nuove parole peroogni sessione di test, ma seguendo il proprio gusto.
“Ciò che abbiamo rilevato è che lo sperimentatore può guardare un oggetto, prenderlo in mano, e anche muoverlo, ma il bambino naturalmente assume che la parola che proferite sia associata al loro oggetto di interesse, e non all’oggetto verso il quale voi mostrate interesse”, ha spiegato Leftkowitz, docente di psicologia e direttore dell’Infant Lab della Temple University.
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Le Scienze, 16.03.06
C'è movimento e movimento
L'esperimento mostra quanto siano radicati nell'uomo i rapporti sociali
In un articolo apparso sul numero odierno di Neuron, Marius Peelen e colleghi dell’Università del Galles a Bangor riferiscono i risultati di una serie di esperimenti in cui, grazie all’uso della risonanza magnetica funzionale, hanno potuto scoprire che per il nostro cervello non tutti i movimenti sono uguali. In particolare, se si osserva un “movimento biologico” si attivano aree altrimenti silenti.
I ricercatori hanno fornito ai loro soggetti solo informazioni relative al movimento e non alla forma umana, mostrando su uno schermo un’animazione di pochi punti luminosi che mimavano un movimento umano di salto o di corsa.
In altre sedute mostravano invece punti che seguivano le stesse traiettorie, ma senza essere disposti in un modo da suggerire l’analogia.
Hanno così notato che mentre in quest’ultimo caso venivano attivate solamente le regioni destinate a identificare il movimento in generale, nell’altra situazione entravano in funzione immediatamente anche le aree che si attivano in risposta alla visione di corpi umani o facce, mobili o immobili che siano.
Secondo i ricercatori questi risultati mettono in evidenza quanto sia basilare nella nostra specie la funzione svolta dai rapporti sociali.
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Le Scienze, 09.03.06
Uomo-scimpanzé: la differenza è nell'espressione dei geni
Forse è stata determinante l'abitudine alla cottura degli alimenti
Le differenze fra esseri umani e scimpanzé non è tanto dovuta a singoli geni in sé, quanto a variazioni nei meccanismi di regolazione dei geni: è quanto risulta da uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Yale e dello Hall Institute a Parkville, nello Stato di Victoria, in Australia.
Lo studio conferma l’ipotesi più accreditata, che era stata avanzata dopo la scoperta che scimpanzé ed esseri umani condividono il 99 per cento circa dei geni.
Per ottenere il risultato Yoav Gilad e Kevin White hanno messo a punto il primo dispositivo in grado di misurare le variazioni nell’espressione dei geni in specie differenti, che essi hanno poi applicato al confronto fra essere umano, scimpanzé, orango e macaco reso. Hanno così potuto confrontare i livelli di espressione simultanea di 1000 geni. "Se guardiamo all’espressione dei geni – ha detto Gilad – troviamo pochissimi mutamenti nei 65 milioni anni dell’evoluzione di macachi, oranghi e scimpanzé, seguiti da rapidi cambiamenti lungo la linea evolutiva che in 5 milioni di anni ha portato all’uomo. Il nostro studio mostra che questi cambiamenti hanno interessato un piccolo, specifico gruppo di geni. Da quando questa linea evolutiva si è allontanata dal primate ancestrale comune, la probabilità di un cambiamento nei geni per i fattori di trascrizione, ossia quelli che regolano l’espressione di altri geni, è diventata quadrupla rispetto alla probabilità di un mutamento nei geni che essi regolano. Questo rapida evoluzione nei fattori di trascrizione è avvenuta soltanto nell’uomo.”
La grande questione aperta riguarda quali cambiamenti nell’ambiente o nello stile di vita possano aver determinato questo rapido cambiamento nell’uomo ma non negli altri primati. Secondo gli autori della ricerca – pubblicata sul numero odierno di Nature – un ruolo essenziale può essere stato svolto dal cambiamento di dieta e, in particolare, dall’acquisizione del fuoco e dell’uso di cibi cotti. "Forse qualcosa nel processo di cottura ha alterato le esigenze biochimiche per lo sfruttamento massimale dei nutrienti, o la necessità di una metabolizzazione naturale delle tossine presenti negli alimenti animali e vegetali."
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Corriere della Sera, 03.04.06
Dai laboratori del MIT
Gli occhiali che tradiscono le emozioni
E' un dispositivo che, attraverso un paio di lenti, è in grado di leggere gli stati d'animo. Studiato per gli autistici
MASSACHUSSETTS, (Usa) - Decisamente frustrante comunicare con una maschera che non tradisce emozioni, due occhi che non dicono nulla, nessuna mimica facciale in grado di fornire indicazioni sullo stato d'animo. Dedicato alle persone con problemi di autismo, l'emotional social intelligence prosthetic, attraverso una micro-telecamera fissata sugli occhiali, è in grado di elaborare le espressioni facciali dell'interlocutore, cogliendone disinteresse, disappunto o tedio. Ma secondo la madre dell'invenzione, Rana El Kaliouby del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, potrebbe anche aprire nuove frontiere tecnologiche nell'insegnamento o nelle scienze sociali.
AUTISMO - Il disturbo autistico si sviluppa entro il terzo anno di età, e si manifesta come una netta diminuzione delle capacità del bambino nelle aree di interazione sociale e del linguaggio. Per la medicina l'autismo è «una condizione psichica di distacco dalla realtà e di prevalenza del mondo interiore. … porta al progressivo ritiro degli interessi e degli affetti del mondo esterno, per cui il soggetto vive in un mondo proprio: mondo che può essere popolato da deliri e allucinazioni, o caratterizzato da un completo isolamento mentale…». Non tutti sono concordi con questa definizione e ancora non è chiaro se all'origine della patologia ci siano cause ambientali o genetiche. Certo l'interazione con una persona autistica è difficile, talvolta impossibile. Non c'è contatto oculare, non c'è palesamento delle emozioni, qualcosa che dica se al di là di quella cortina di ferro c'è gioia, noia, irritazione, confusione.
L'APPARECCHIO - Questo congegno fresco di laboratorio, come spiega New Scientist , avvisa il suo utilizzatore attraverso vibrazioni del palmare collegato a un paio di occhiali ogni qual volta sorge un nuovo stato d'animo. Al software, basato su un algoritmo, sono stati «mostrati» più di cento videoclip, da 8 secondi ciascuno, in cui una serie di attori simulavano differenti emozioni. Una volta registrato questo archivio, l'applicazione ora è in grado di rilevare le condizioni emotive da impercettibili movimenti delle palpebre o del naso. Nel caso di espressioni non memorizzate il margine di errore è del 10 per cento se simulate da attori e del 36 per cento se raccolte da persone sconosciute. Solita vecchia dialettica tra intelligenza umana e artificiale. Forse la macchina può arrivare laddove non arriva l'uomo persino nel terreno più umano che ci sia: le emozioni.
Emanuela Di Pasqua
La Stampa, 25.03.06
Che parto difficile, la psicoanalisi
Al di là delle polemiche, l’edizione antologica delle opere di Freud e dei suoi allievi e seguaci, ideata da Ranchetti, ha il merito di documentare il lento e contraddittorio formarsi di una disciplina che aspirava a divenire scienza, il dibattito interno, le origini di un movimento con ortodossi e eretici
AL pari della teologia, la psicoanalisi è un sapere infondato. Entrambe cercano di conciliare una fede con la ragione. Entrambe aspirano a una validità universale delle leggi individuate, siano esse leggi generali dello sviluppo psichico o leggi di natura, dimenticando che anch’esse, almeno così come le veniamo scoprendo, sono storicamente determinate. Entrambe si valgono di ingegnosissimi accrocchi concettuali e mettono in campo topologie affascinanti, movimenti dialettici del pensiero, nuovi linguaggi che poi diventano, spesso a sproposito, koiné. Entrambe accompagnano gli adepti lungo un cammino di salvezza, trascendente o immanente, e si contendono la nostra anima. Di entrambe è dubbia l’efficacia. Però sono tra le più meravigliose macchine di senso finora inventate. Una inserisce Dio l’uomo il mondo e l’universo tutto in un grandioso orizzonte di eternità sul cui sfondo si agita una vicenda storica di caduta e di redenzione; l’altra compone i frammenti sparsi e insensati della nostra esistenza in una storia dotata di significato; e poco importa che a uno sguardo scientista entrambe le costruzioni poggino sul nulla. O sul tutto della fede, che però è un’esperienza personale, difficilmente partecipabile a chi non abbia percorso il medesimo cammino. Di tutto ciò è ben avvertito Freud se si sente in dovere di chiedere scusa per il suo procedere senza corda di sicurezza: «Spero che il lettore (…) sarà ora indulgente se per una volta la critica si ritira di fronte alla fantasia e se verranno esposte cose non sicure, semplicemente perché sono stimolanti e permettono di guardare lontano». Ora una brillante iniziativa editoriale (merito di Michele Ranchetti, che l’ha ideata e curata, e della Bollati Boringhieri che l’ha accettata e prodotta) ci mette sotto gli occhi il lavoro che ha istituito il più recente dei due saperi, la psicoanalisi. Sono infatti appena usciti, e già hanno suscitato furibonde polemiche nell’ortodossia, due dei 10 volumi previsti che riproporranno la parte più significativa delle opere di Freud: il terzo, Scritti di metapsicologia, curato da Michele Ranchetti, e il quinto, Sulla storia della psicoanalisi, a cura di Martin Dehli. Ogni volume della serie accompagna i testi canonici (ma ci sono anche inediti preziosi: nel terzo, a esempio, c’è una prima mondiale assoluta, un Frammento inedito che è uno straordinario compendio di psicoanalisi, oltre che una sorprendente interpretazione del rapporto tra cristianesimo e omosessualità) con documenti che contestualizzano la ricerca, spesso drammatica sempre appassionante, di Freud. Abbiamo quindi lettere, verbali di riunioni, regole di iniziazione e di formazione, recensioni, articoli o estratti di opere dei seguaci e allievi: si delinea in tal modo il lento e contraddittorio formarsi di una disciplina che aspira a darsi rango e statuto di scienza, a inventarsi il suo lessico e a formare i suoi accoliti. In una bella veste grafica, che innova richiamando però la tradizionale eleganza della Boringhieri, ogni volume è poi ricco di apparati: una introduzione generale, introduzioni alle singole sezioni interne, note, bibliografie, fortuna editoriale dei testi presentati: insomma, un modello che sarebbe bello diventasse un prototipo per iniziative analoghe in altri campi. E’ affascinante, anche per i non addetti, seguire il dibattito interno, le tattiche e le strategie verso l’esterno, soprattutto verso l’ambiente medico, ovviamente, e l’elaborazione di una paideia di gruppo. Non solo si definiscono particolareggiati piani di studio, ma ci si preoccupa anche dell’analista che si trova a operare da solo in una città sconosciuta come fosse un giovane monaco bisognoso di una guida, un famulus o «garzone», come viene definito. La costruzione del movimento psicoanalitico è molto simile al costituirsi di una Chiesa, con ortodossi ed eretici. Esemplare in proposito il distacco e la radiazione di Jung, l’allievo prediletto. Il moto, come accade, è duplice: allontanamento da parte sua e anatema da parte del gruppo, qui preparato a freddo da una sconfessione di Abraham, che recensendo La libido scrive : «Jung non ha più alcun diritto di chiamare con il nome di “psicoanalisi” le opinioni da lui sostenute». Analogo il trattamento riservato all’altro grande eretico, Adler. E’ inoltre ora possibile, grazie ai testi diciamo accessori, dare nuovo senso a quelli canonici, che si spogliano dell’aura della genialità intangibile acquisendo in compenso una dimensione concreta: la psicoanalisi non è come Minerva che esce tutta armata dalla testa di Giove ma è frutto di un paziente lavoro su un’intuizione che matura accumulando dati, tra ripensamenti e giri a vuoto, confronti e scontri e frustrazioni, nella difficoltà di dire ciò che al tempo era indicibile (ma ancora oggi, nonostante il, o forse proprio a causa del, libertinismo coatto). Proprio qui sta forse l’utilità maggiore di questa edizione del corpus freudiano: esso si mostra nel suo divenire, incrociato con altri interessi culturali (l’etnologia, l’antichità classica, la mitologia ecc.), percorso da mille rivoli, frastagliato in direzioni diverse, in una continua apertura di nuove costellazioni di senso. E soprattutto nella consapevolezza, ben presente in Freud, di non possedere una verità definitiva, ma di avvicinarsi a essa per approssimazioni successive, in un cammino sempre asintotico.
Sigmund Freud
Scritti di metapsicologia
a cura di Michele Ranchetti
Bollati Boringhieri, pp. 534, e
Sulla storia della psicoanalisi
a cura di Martin Dehli Bollati Boringhieri, pp. 324, e
22 SAGGI Gianandrea Piccioli
La Stampa, 18.03.06
Bollati Boringhieri: sarebbe un errore ingessare Freud
Intorno al dibattito sulle traduzioni degli «Scritti di metapsicologia» Il direttore editoriale Cataluccio: «Polemica fuori luogo, auspichiamo una discussione serena sulla terminologia freudiana, alla luce dei nuovi studi»
di Mirella Appiotti
CHE li abbia seccati è inevitabile. Manca comunque qualsiasi astio, almeno per telefono, a Francesco Cataluccio, direttore editoriale di Bollati Boringhieri, in relazione alla polemica innescata da Umberto Galimberti su Repubblica a proposito delle traduzioni di Michele Ranchetti degli Scritti di metapsicologia, terzo volume, secondo in ordine di uscita, dei dieci tomi previsti per la collana «Sigmund Freud-Testi e contesti», impegno notevolissimo che si concluderà entro i prossimi tre anni (prima comunque del 2009, anno in cui Freud uscirà dai «diritti») e che, come sottolinea Ranchetti nella sua risposta al filosofo non «intende assolutamente sostituirsi ai 12 volumi dell'Opera di Freud, vanto della casa editrice cui anzi idealmente si riferisce...». Mentre Stefano Mistura su «L'Indice» elogia il lavoro di Ranchetti, certo non l'ultimo venuto nel mondo psicoanalitico, Galimberti aveva messo in dubbio la versione italiana di alcuni capitali termini freudiani individuando poi più d'un refuso (il piccolo Hans passato dai suoi 5 anni a 15...). «Alla base della polemica c'è un equivoco - sottolinea Cataluccio - anzi la polemica dovrebbe qui essere fuori luogo. Invece una discussione serena sulla terminologia di Freud, alla luce dei nuovi studi, sarebbe quanto mai necessaria». Insomma andare avanti rivedendo se necessario il passato è pressochè una tautologia per case editrici di progetto, le poche rimaste, come la Bollati che si muove su terreni sempre impegnativi (vedi uno dei titoli più importanti e imminenti La fantasia delle immagini-Aby Warburg e la storia dell'arte di George Didi-Huberman), anche quando decide di rivolgersi ad un lettore non accademico (vedi in arrivo nella narrativa delle «Varianti» il romanzo «cinese» di Maurizio Ciampa; la inquietante Vera della von Arnim; lo smarrimento tra i labirinti del passato e le «meraviglie» del Nuovo Mondo Flessibile in Piove all'insù di Luca Rastello); ad un lettore in lotta con il tempo, proprio quel tempo materiale per leggere quanto mai risicato, frammentato, divenuto schizofrenico. Così nasce «Incipit» Centopagine o anche meno, libriccini a non più di 10 euro (a prezzi di copertina equi rinasce anche la Universale Bollati Boringhieri entro cui segnaliamo i due volumi di Una guerra civile di Pavone, indispensabile specie per i più giovani) per «offrire quell'affascinente genere di testi che stanno a metà strada tra l'informazione e la letteratura: i saggi. Non studi ponderosi, con molte note, né divagazioni letterarie con molti aggettivi: un genere che scommette sulla scrittura per arrivare a chiarire meglio ciò che l'argomentazione scientifica stenta a mettere a fuoco. «Incipit» è l'inizio, l'attacco,la prima nota che fa capire quale sarà la composizione...». Non per nulla l'autore del primo titolo Sui sogni è Adorno, filosofo e anche musicista, ma nei nove che usciranno tra maggio e giugno, i temi spaziano in tutti i campi del sapere rivelando lo spirito della piccola collana che l'editore riassume in una parola: curiosità. Per palati fini, naturalmente poichè si va dalle riflessioni Sulla malattia di Viginia Woolf, «uno dei saggi più rivoluzionari, più ambiziosi e meno noti» dove l'autrice di «Gita al faro» lamenta «che la letteratura non abbia rivolto alla malattia fisica altrettanta attenzione che alle attivtà della mente», all'ultima stazione del lungo viaggio dell'husserliano Günther Anders (primo marito di Hannah Arendt, di lui la Bollati pubblica a settembre Contro Heidegger) sull'obsolescenza delle emozioni e dei sentimenti schiacciati dalla Tecnica che ha reso «l'uomo antiquato» e dove, in questo «incipit», anche L'odio è antiquato diventato «un sovrappiù per occasioni speciali...»; dal Jackie Derrida. Ritratto a memoria di Maurizio Ferraris, «una chiave nuova per leggere il pensiero e la vita del filosofo, a cominciare perfino dal suo nome: Jackie e non Jacques, questo solo uno pseudonimo, poichè «gli ebrei d'Algeria non amavano dare nomi troppo cattolici ai figli...», al Diario americano dell'economista Giulio Sapelli, a La nascita del fascismo di Angelo Tasca, a La prova matematica dell'esistenza di Dio dimostrazione del grande logico non credente Kurt Gödel. Poi Roberta De Monticelli, Herman Strobel e, dall'autunno, Kant, Dostoevskij, Bialik, Barrie, Ivan Illich con il suo «Elogio della bicicletta». Piccoli saggi nei quali - è l'idea di Cataluccio - sta il futuro della comunicazione culturale e del sapere non universitario. Ma in essi sta anche, forse, una delle prospettive più interessanti di una letteratura che non vuole essere di puro intrattenimento».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
venerdì 31 marzo 2006
Il Gazzettino 31.3.06
"ALICE"
Il premier non va al confronto con Bertinotti e la conduttrice Anna La Rosa si infuria
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha partecipato alla trasmissione «Alice», condotta da Anna La Rosa (nella foto), dove sarebbe dovuto essere ospite ieri sera, insieme al segretario di Rifondazione, Fausto Bertinotti. Al posto del premier, al confronto con il leader del Prc è andato Pier Ferdinando Casini.
Il forfeit di Berlusconi sembra sia stato comunicato nel primissimo pomeriggio alla conduttrice di Alice, Anna La Rosa, e motivato con l'impossibilità di abbandonare i lavori del congresso del Ppe, in corso all'Hotel Hilton.Anna La Rosa, assicura chi ha avuto modo di parlarle, non si aspettava che saltasse questo appuntamento fissato da una decina di giorni, anche perché fino a ieri sera aveva avuto assicurazioni che tutto era a posto. La giornalista non ha quindi preso per niente bene la notizia che tutto saltava. Anzi, la si descrive furente. La direttrice delle Tribune politiche avrebbe così rifiutato la proposta di sostituire il premier con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, e avrebbe scritto un biglietto per manifestare il suo disappunto facendolo pervenire a mano direttamente a Berlusconi.Si è quindi aperto il problema di trovare un esponente della Cdl da contrapporre al leader del Prc Fausto Bertinotti, che per partecipare alla puntata di ieri aveva rinunciato ad una serie di appuntamenti elettorali in Piemonte e in Liguria. Anna La Rosa si è così rivolta al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, anche lui impegnato al congresso del Ppe, che ha subito accettato.
"ALICE"
Il premier non va al confronto con Bertinotti e la conduttrice Anna La Rosa si infuria
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha partecipato alla trasmissione «Alice», condotta da Anna La Rosa (nella foto), dove sarebbe dovuto essere ospite ieri sera, insieme al segretario di Rifondazione, Fausto Bertinotti. Al posto del premier, al confronto con il leader del Prc è andato Pier Ferdinando Casini.
Il forfeit di Berlusconi sembra sia stato comunicato nel primissimo pomeriggio alla conduttrice di Alice, Anna La Rosa, e motivato con l'impossibilità di abbandonare i lavori del congresso del Ppe, in corso all'Hotel Hilton.Anna La Rosa, assicura chi ha avuto modo di parlarle, non si aspettava che saltasse questo appuntamento fissato da una decina di giorni, anche perché fino a ieri sera aveva avuto assicurazioni che tutto era a posto. La giornalista non ha quindi preso per niente bene la notizia che tutto saltava. Anzi, la si descrive furente. La direttrice delle Tribune politiche avrebbe così rifiutato la proposta di sostituire il premier con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, e avrebbe scritto un biglietto per manifestare il suo disappunto facendolo pervenire a mano direttamente a Berlusconi.Si è quindi aperto il problema di trovare un esponente della Cdl da contrapporre al leader del Prc Fausto Bertinotti, che per partecipare alla puntata di ieri aveva rinunciato ad una serie di appuntamenti elettorali in Piemonte e in Liguria. Anna La Rosa si è così rivolta al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, anche lui impegnato al congresso del Ppe, che ha subito accettato.
aprileonline.info 31.3.06
Il ragazzo del secolo in corso
I 91 anni di Pietro Ingrao festeggiati a Roma da una “lectio magistralis”di Edoardo Sanguineti, che in questa intervista ci racconta di come è nata l’idea di questa giornata
di Emiliano Sbaraglia
Parafrasando l’ultimo romanzo autobiografico di Rossana Rossanda (“La ragazza del secolo scorso”, Einaudi), che continua a far discutere per l’inaspettata attenzione ricevuta dal lettore non-militante, e per la tipologia delle confessioni umane e politiche contenute, Pietro Ingrao può essere definito un ragazzo del nostro secolo, proprio ieri giunto al compimento dei suoi 91 anni.
Una bella occasione per festeggiare colui il quale può essere senza dubbio considerato la testimonianza vivente e irrinunciabile di gran parte della storia e della politica italiana del Novecento, è stata senza dubbio l’iniziativa svoltasi ieri mattina a Roma presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (Palazzo S. Macuto), dove il professor Edoardo Sanguineti ha tenuto una lectio magistralis in onore di Ingrao. E proprio a Sanguneti abbiamo rivolto qualche domanda, nel corso di una mattinata tutta particolare.
Allora professore, innanzi tutto ci dica come è nata l’idea di questa “lectio magistralis”...
Il Crs, (Centro per la Riforma dello Stato), di cui è presidente lo stesso Ingrao, d’ora in poi ha deciso, partendo proprio da oggi (ieri, ndr), di invitare ogni anno un esponente della cultura, sempre in data 30 marzo, così da celebrare in maniera dovuta la ricorrenza. A me è dunque toccato il gradito compito di rompere il ghiaccio, per una tradizione che spero duri molto a lungo.
Quale è stato l’argomento da lei scelto per la prolusione?
In verità l’input è arrivato sempre dal Crs, e in particolare da Mario Tronti, che mi ha sollecitato su degli argomenti, ai quali ho risposto proponendo il titolo interrogativo “Come si diventa materialisti storici?” Nel mio intervento ho provato a rispondere alla domanda, dato che il tema nasce dal problema per cui, secondo la tradizione di sinistra, il proletariato non ha coscienza di classe; naturalmente esistono anche operai conservatori o indifferenti, ma al di là di questo la risposta tradizionale è che sono i gruppi intellettuali che prendono coscienza per primi, e che deve essere l’intellettuale organico a esporre un progetto politico, prendendo origine dal materialismo storico. Allora mi sono chiesto chi trasmette al cosiddetto intellettuale la coscienza a sua volta da trasmettere al proletario. Anche qui appare facile rispondere: con i libri, scegliendo la filosofia come prassi, e simili. Ma oltre il materialista ci può essere il filosofo cristiano, o quello fascista; da qui il mio riferimento a Gyorgy Lukacs, e in particolare al suo saggio “Storia sulla coscienza di classe” del 1967, nel quale racconta le origini e lo sviluppo della sua formazione. Prendendo il testo quale esempio di come si è svolto il suo “apprendistato del materialismo”, guardare come Lukacs, partendo da idee borghesi arrivi al materialismo storico e dialettico, secondo me significa individuare un percorso in tal senso molto interessante. Da qui sono passato a parlare di Adorno, e di Benjamin, per discutere di problemi sull’appartenenza e la coscienza della propria condizione di classe. La conclusione l’ho affidata alla lettura di una poesia di Brecht, dall’emblematico titolo “Lode del Comunismo”, scritta nel 1933, anche perché Pietro Ingrao scrive poesie, è poeta egli stesso.
Nell’introdurre questa intervista abbiamo parlato di Ingrao come di un ragazzo del secolo in corso. In effetti, rispetto a ciò che pensa e che dice, l’età per lui sembra quasi un optional...
Ingrao è così e rimarrà così, conserva una grande lucidità oltre la qualità, di solito (ma non sempre) comune tra i giovani, di porsi i problemi e le questioni essenziali della politica e della cultura. Il mondo muta, e mantenendo la linea di una certa coerenza, avere il coraggio di ricominciare da capo, di rimettere continuamente in discussione le proprie certezze, è un atteggiamento prezioso per tutti. Ho citato una mia poesia, dove nel passaggio da una posizione di formazione a quella di materialista affermo di non aver mai creduto in niente, di non aver mai avuto convinzioni aprioristiche, astratte, dal sapore di verità assoluta. Mai riposarsi su una fede, seppur orientata nella “filosofia della prassi”, come direbbe Gramsci; va ogni volta ricreata, dopo essere stata nuovamente problematizzata.
Se le cose stanno così, mi chiedo quali siano i programmi futuri dei ragazzi Ingrao e Sanguineti...
Per ora siamo coinvolti insieme in questo progetto di incontri e discussione, proposto in primis da Pietro; nei prossimi tempi, vorremmo riprendere i problemi molto intricati, soprattutto nel mondo contemporaneo, che hanno praticamente distrutto il concetto di proletariato. Perché il mondo è ancora pieno di proletari e sottoproletari, e anche se nessuno si riconosce più in questo tipo di definizione, la maggior parte del genere umano è in condizioni di sfruttamento, non soltanto in Africa, o in Asia: basti pensare all’occidente (selvaggiamente) capitalistico. Il fatto è che, nel mondo “civilizzato”, spesso non ci accorgiamo di ciò che realmente siamo e viviamo quotidianamente.
Il ragazzo del secolo in corso
I 91 anni di Pietro Ingrao festeggiati a Roma da una “lectio magistralis”di Edoardo Sanguineti, che in questa intervista ci racconta di come è nata l’idea di questa giornata
di Emiliano Sbaraglia
Parafrasando l’ultimo romanzo autobiografico di Rossana Rossanda (“La ragazza del secolo scorso”, Einaudi), che continua a far discutere per l’inaspettata attenzione ricevuta dal lettore non-militante, e per la tipologia delle confessioni umane e politiche contenute, Pietro Ingrao può essere definito un ragazzo del nostro secolo, proprio ieri giunto al compimento dei suoi 91 anni.
Una bella occasione per festeggiare colui il quale può essere senza dubbio considerato la testimonianza vivente e irrinunciabile di gran parte della storia e della politica italiana del Novecento, è stata senza dubbio l’iniziativa svoltasi ieri mattina a Roma presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (Palazzo S. Macuto), dove il professor Edoardo Sanguineti ha tenuto una lectio magistralis in onore di Ingrao. E proprio a Sanguneti abbiamo rivolto qualche domanda, nel corso di una mattinata tutta particolare.
Allora professore, innanzi tutto ci dica come è nata l’idea di questa “lectio magistralis”...
Il Crs, (Centro per la Riforma dello Stato), di cui è presidente lo stesso Ingrao, d’ora in poi ha deciso, partendo proprio da oggi (ieri, ndr), di invitare ogni anno un esponente della cultura, sempre in data 30 marzo, così da celebrare in maniera dovuta la ricorrenza. A me è dunque toccato il gradito compito di rompere il ghiaccio, per una tradizione che spero duri molto a lungo.
Quale è stato l’argomento da lei scelto per la prolusione?
In verità l’input è arrivato sempre dal Crs, e in particolare da Mario Tronti, che mi ha sollecitato su degli argomenti, ai quali ho risposto proponendo il titolo interrogativo “Come si diventa materialisti storici?” Nel mio intervento ho provato a rispondere alla domanda, dato che il tema nasce dal problema per cui, secondo la tradizione di sinistra, il proletariato non ha coscienza di classe; naturalmente esistono anche operai conservatori o indifferenti, ma al di là di questo la risposta tradizionale è che sono i gruppi intellettuali che prendono coscienza per primi, e che deve essere l’intellettuale organico a esporre un progetto politico, prendendo origine dal materialismo storico. Allora mi sono chiesto chi trasmette al cosiddetto intellettuale la coscienza a sua volta da trasmettere al proletario. Anche qui appare facile rispondere: con i libri, scegliendo la filosofia come prassi, e simili. Ma oltre il materialista ci può essere il filosofo cristiano, o quello fascista; da qui il mio riferimento a Gyorgy Lukacs, e in particolare al suo saggio “Storia sulla coscienza di classe” del 1967, nel quale racconta le origini e lo sviluppo della sua formazione. Prendendo il testo quale esempio di come si è svolto il suo “apprendistato del materialismo”, guardare come Lukacs, partendo da idee borghesi arrivi al materialismo storico e dialettico, secondo me significa individuare un percorso in tal senso molto interessante. Da qui sono passato a parlare di Adorno, e di Benjamin, per discutere di problemi sull’appartenenza e la coscienza della propria condizione di classe. La conclusione l’ho affidata alla lettura di una poesia di Brecht, dall’emblematico titolo “Lode del Comunismo”, scritta nel 1933, anche perché Pietro Ingrao scrive poesie, è poeta egli stesso.
Nell’introdurre questa intervista abbiamo parlato di Ingrao come di un ragazzo del secolo in corso. In effetti, rispetto a ciò che pensa e che dice, l’età per lui sembra quasi un optional...
Ingrao è così e rimarrà così, conserva una grande lucidità oltre la qualità, di solito (ma non sempre) comune tra i giovani, di porsi i problemi e le questioni essenziali della politica e della cultura. Il mondo muta, e mantenendo la linea di una certa coerenza, avere il coraggio di ricominciare da capo, di rimettere continuamente in discussione le proprie certezze, è un atteggiamento prezioso per tutti. Ho citato una mia poesia, dove nel passaggio da una posizione di formazione a quella di materialista affermo di non aver mai creduto in niente, di non aver mai avuto convinzioni aprioristiche, astratte, dal sapore di verità assoluta. Mai riposarsi su una fede, seppur orientata nella “filosofia della prassi”, come direbbe Gramsci; va ogni volta ricreata, dopo essere stata nuovamente problematizzata.
Se le cose stanno così, mi chiedo quali siano i programmi futuri dei ragazzi Ingrao e Sanguineti...
Per ora siamo coinvolti insieme in questo progetto di incontri e discussione, proposto in primis da Pietro; nei prossimi tempi, vorremmo riprendere i problemi molto intricati, soprattutto nel mondo contemporaneo, che hanno praticamente distrutto il concetto di proletariato. Perché il mondo è ancora pieno di proletari e sottoproletari, e anche se nessuno si riconosce più in questo tipo di definizione, la maggior parte del genere umano è in condizioni di sfruttamento, non soltanto in Africa, o in Asia: basti pensare all’occidente (selvaggiamente) capitalistico. Il fatto è che, nel mondo “civilizzato”, spesso non ci accorgiamo di ciò che realmente siamo e viviamo quotidianamente.
lunedì 27 marzo 2006
Corriere della Sera 26 marzo 2006
Enrico Ghezzi: «Il Caimano, film deprimente, la sinistra non esiste più»
di Paolo Conti
Enrico Ghezzi, padre di Blob e Fuori orario su Raitre; un tempo era amico di Nanni Moretti, ora si dichiara «simpatizzante con la sua antipatia»: un giudizio sul Caimano, Ghezzi? «Teneramente orrendo, intensamente depresso e deprimente; Sscero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d'ali di cinema».
Addirittura nulla da salvare?
«È un film di "quadratezza" televisiva come tutto l'ultimo Moretti. Dopo tanta depressione e assenza di cinema, l'aspetto cinematograficamente più "eccitante" è il finale quando Moretti "finge" di impersonare Berlusconi.
Momento quasi trash, versione bruta e "brutta" di un Dino Risi.
Penso al bellissimo finale di "In nome del popolo italiano".
Mi era già venuto in mente quando Nanni aveva proposto a Raitre di cofinanziare Il portaborse di Luchetti nel 1991.
Angelo Guglielmi non era convinto. Infatti non lo producemmo.
Ci pareva, a noi del gruppo di Raitre, una commedia politica all'italiana in ritardo e senza mordente, flebile già rispetto a ciò che la tv mostrava.
Certo, ci dicemmo, se lui avesse assunto il ruolo "negativo" principale... Cosa che poi generosamente fece, sdegnato per il no di Guglielmi».
Giuliano Ferrara giubila: Nanni Moretti sostiene la stessa tesi del Foglio, cioè che Berlusconi ha comunque già vinto.
«Ma questo è scontato da anni. Basta vedere di cosa parla la sinistra. La questione della tv non è secondaria.
Nanni l'aveva già affrontata in quel geniale e sbilanciato film che è "Sogni d'oro" del 1981: per me il migliore, con un finale stupefacente: la mutazione horror di uno sdoppiamento da lupo mannaro.
"Il Caimano", pur volendo essere una strenua resistenza alla volgarità berlusconiana, è invece a sua volta la dimostrazione che quella tv e quella forma hanno vinto.
Un po' come già stradimostrato nel Muccinema (il cinema di Muccino, ndr) ».
Ma piacerà questo film ai morettiani?
«Non credo che li entusiasmerà, privati di battute memorabili e di altri woody-allenismi. Ma se lo faranno piacere.
La parte più oscura e depressiva è la prima, appunto orribile e fascinosa.
Non un solo personaggio si "salva" né consola.
Le fisionomie sono tutte esasperate e mostruosizzate, ben oltre quella di Berlusconi.
La sinistra stessa non esiste più, in nessuna delle generazioni: forse una pallida ombra girotondina nella giovane regista.
C'è solo una estesa vita sinistra. Qualcosa di sinistra, o alla sinistra, può dirla solo Moretti-Berlusconi in un doppio identico narcisismo, quello di Moretti e l'altro di Berlusconi.
Direi che l'urlo insieme improvvisato e pensato di Nanni in piazza Navona contro i vertici della sinistra si rivela una cupa, disperante invettiva quasi bossiana».
Lei è un cinefilo. E nel «Caimano» c'è tanto cinema.
«Cinema ce n'è poco. Ma Moretti, parlandone molto, troppo, nel "Caimano", con molta sincerità e rischiando di sfatare l'impostura del suo stesso cinema d'autore, mostra i limiti di un cinema che non si apre all'incertezza rosselliniana».
Vogliamo farci capire dai non addetti ai lavori, Ghezzi?
«È già curioso e indicativo il modo in cui, ribadisco, teneramente si appoggia al Pasolini della Ricotta e all'ultimo Fellini citato per ben tre volte con Roma, La voce della Luna, Prova d'orchestra.
Ovvero: non un cinema che si limita a dire o a filmare quel che si vuole dire.
Ma un cinema in sé politico proprio per l'autonomia rispetto alle forme abituali della comunicazione.
Quella comunicazione alla quale Moretti tributa i debiti onori andando da Fabio Fazio mentre, alla stessa ora, Ciprì e Maresco su La7 tentano di resistere.
Questo aderire al mercato della comunicazione, e i tempi stessi del lancio, fanno de "Il Caimano" un'ultima, drammatica, ennesima occasione perduta per la sinistra di raccogliere la chance Berlusconi».
Di nuovo: cioè?
«Parlo della possibilità di confrontarsi con un esponente insieme selvaggio e preciso della deriva mondiale, diciamo alla Putin, del capitalismo spettrale e globale basato sul potere-denaro nero e sul luccichìo della comunicazione del desiderio».
Enrico Ghezzi: «Il Caimano, film deprimente, la sinistra non esiste più»
di Paolo Conti
Enrico Ghezzi, padre di Blob e Fuori orario su Raitre; un tempo era amico di Nanni Moretti, ora si dichiara «simpatizzante con la sua antipatia»: un giudizio sul Caimano, Ghezzi? «Teneramente orrendo, intensamente depresso e deprimente; Sscero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d'ali di cinema».
Addirittura nulla da salvare?
«È un film di "quadratezza" televisiva come tutto l'ultimo Moretti. Dopo tanta depressione e assenza di cinema, l'aspetto cinematograficamente più "eccitante" è il finale quando Moretti "finge" di impersonare Berlusconi.
Momento quasi trash, versione bruta e "brutta" di un Dino Risi.
Penso al bellissimo finale di "In nome del popolo italiano".
Mi era già venuto in mente quando Nanni aveva proposto a Raitre di cofinanziare Il portaborse di Luchetti nel 1991.
Angelo Guglielmi non era convinto. Infatti non lo producemmo.
Ci pareva, a noi del gruppo di Raitre, una commedia politica all'italiana in ritardo e senza mordente, flebile già rispetto a ciò che la tv mostrava.
Certo, ci dicemmo, se lui avesse assunto il ruolo "negativo" principale... Cosa che poi generosamente fece, sdegnato per il no di Guglielmi».
Giuliano Ferrara giubila: Nanni Moretti sostiene la stessa tesi del Foglio, cioè che Berlusconi ha comunque già vinto.
«Ma questo è scontato da anni. Basta vedere di cosa parla la sinistra. La questione della tv non è secondaria.
Nanni l'aveva già affrontata in quel geniale e sbilanciato film che è "Sogni d'oro" del 1981: per me il migliore, con un finale stupefacente: la mutazione horror di uno sdoppiamento da lupo mannaro.
"Il Caimano", pur volendo essere una strenua resistenza alla volgarità berlusconiana, è invece a sua volta la dimostrazione che quella tv e quella forma hanno vinto.
Un po' come già stradimostrato nel Muccinema (il cinema di Muccino, ndr) ».
Ma piacerà questo film ai morettiani?
«Non credo che li entusiasmerà, privati di battute memorabili e di altri woody-allenismi. Ma se lo faranno piacere.
La parte più oscura e depressiva è la prima, appunto orribile e fascinosa.
Non un solo personaggio si "salva" né consola.
Le fisionomie sono tutte esasperate e mostruosizzate, ben oltre quella di Berlusconi.
La sinistra stessa non esiste più, in nessuna delle generazioni: forse una pallida ombra girotondina nella giovane regista.
C'è solo una estesa vita sinistra. Qualcosa di sinistra, o alla sinistra, può dirla solo Moretti-Berlusconi in un doppio identico narcisismo, quello di Moretti e l'altro di Berlusconi.
Direi che l'urlo insieme improvvisato e pensato di Nanni in piazza Navona contro i vertici della sinistra si rivela una cupa, disperante invettiva quasi bossiana».
Lei è un cinefilo. E nel «Caimano» c'è tanto cinema.
«Cinema ce n'è poco. Ma Moretti, parlandone molto, troppo, nel "Caimano", con molta sincerità e rischiando di sfatare l'impostura del suo stesso cinema d'autore, mostra i limiti di un cinema che non si apre all'incertezza rosselliniana».
Vogliamo farci capire dai non addetti ai lavori, Ghezzi?
«È già curioso e indicativo il modo in cui, ribadisco, teneramente si appoggia al Pasolini della Ricotta e all'ultimo Fellini citato per ben tre volte con Roma, La voce della Luna, Prova d'orchestra.
Ovvero: non un cinema che si limita a dire o a filmare quel che si vuole dire.
Ma un cinema in sé politico proprio per l'autonomia rispetto alle forme abituali della comunicazione.
Quella comunicazione alla quale Moretti tributa i debiti onori andando da Fabio Fazio mentre, alla stessa ora, Ciprì e Maresco su La7 tentano di resistere.
Questo aderire al mercato della comunicazione, e i tempi stessi del lancio, fanno de "Il Caimano" un'ultima, drammatica, ennesima occasione perduta per la sinistra di raccogliere la chance Berlusconi».
Di nuovo: cioè?
«Parlo della possibilità di confrontarsi con un esponente insieme selvaggio e preciso della deriva mondiale, diciamo alla Putin, del capitalismo spettrale e globale basato sul potere-denaro nero e sul luccichìo della comunicazione del desiderio».
corriere.it 26.3.06
Ghezzi: "Il film di Moretti dimostra che la sinistra non esiste più"
Enrico Ghezzi, padre di Blob e Fuori orario su Raitre. Un tempo era amico di Nanni Moretti. Ora si dichiara «simpatizzante con la sua antipatia».
di Paolo Conti
Un giudizio sul Caimano, Ghezzi?
«Teneramente orrendo. Intensamente depresso e deprimente. Sincero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d'ali di cinema».
Addirittura nulla da salvare?
«È un film di "quadratezza" televisiva come tutto l'ultimo Moretti. Dopo tanta depressione e assenza di cinema, l'aspetto cinematograficamente più "eccitante" è il finale quando Moretti "finge" di impersonare Berlusconi. Momento quasi trash, versione bruta e "brutta" di un Dino Risi. Penso al bellissimo finale di "In nome del popolo italiano". Mi era già venuto in mente quando Nanni aveva proposto a Raitre di cofinanziare Il portaborse di Luchetti nel 1991. Angelo Guglielmi non era convinto. Infatti non lo producemmo. Ci pareva, a noi del gruppo di Raitre, una commedia politica all'italiana in ritardo e senza mordente, flebile già rispetto a ciò che la tv mostrava. Certo, ci dicemmo, se lui avesse assunto il ruolo "negativo" principale... Cosa che poi generosamente fece, sdegnato per il no di Guglielmi».
Giuliano Ferrara giubila: Nanni Moretti sostiene la stessa tesi del Foglio, cioè che Berlusconi ha comunque già vinto.
«Ma questo è scontato da anni. Basta vedere di cosa parla la sinistra. La questione della tv non è secondaria. Nanni l'aveva già affrontata in quel geniale e sbilanciato film che è "Sogni d'oro" del 1981: per me il migliore, con un finale stupefacente: la mutazione horror di uno sdoppiamento da lupo mannaro. "Il Caimano", pur volendo essere una strenua resistenza alla volgarità berlusconiana, è invece a sua volta la dimostrazione che quella tv e quella forma hanno vinto. Un po' come già stradimostrato nel Muccinema ( il cinema di Muccino, ndr) ».
Ma piacerà questo film ai morettiani?
«Non credo che li entusiasmerà, privati di battute memorabili e di altri woody-allenismi. Ma se lo faranno piacere. La parte più oscura e depressiva è la prima, appunto orribile e fascinosa. Non un solo personaggio si "salva" né consola. Le fisionomie sono tutte esasperate e mostruosizzate, ben oltre quella di Berlusconi. La sinistra stessa non esiste più, in nessuna delle generazioni: forse una pallida ombra girotondina nella giovane regista. C'è solo una estesa vita sinistra. Qualcosa di sinistra, o alla sinistra, può dirla solo Moretti-Berlusconi in un doppio identico narcisismo, quello di Moretti e l'altro di Berlusconi. Direi che l'urlo insieme improvvisato e pensato di Nanni in piazza Navona contro i vertici della sinistra si rivela una cupa, disperante invettiva quasi bossiana».
Lei è un cinefilo. E nel «Caimano» c'è tanto cinema.
«Cinema ce n'è poco. Ma Moretti, parlandone molto, troppo, nel "Caimano", con molta sincerità e rischiando di sfatare l'impostura del suo stesso cinema d'autore, mostra i limiti di un cinema che non si apre all'incertezza rosselliniana».
Vogliamo farci capire dai non addetti ai lavori, Ghezzi?
«È già curioso e indicativo il modo in cui, ribadisco, teneramente si appoggia al Pasolini della Ricotta e all'ultimo Fellini citato per ben tre volte con Roma, La voce della Luna, Prova d'orchestra. Ovvero: non un cinema che si limita a dire o a filmare quel che si vuole dire. Ma un cinema in sé politico proprio per l'autonomia rispetto alle forme abituali della comunicazione. Quella comunicazione alla quale Moretti tributa i debiti onori andando da Fabio Fazio mentre, alla stessa ora, Ciprì e Maresco su La7 tentano di resistere. Questo aderire al mercato della comunicazione, e i tempi stessi del lancio, fanno de "Il Caimano" un'ultima, drammatica, ennesima occasione perduta per la sinistra di raccogliere la chance Berlusconi».
Di nuovo: cioè?
«Parlo della possibilità di confrontarsi con un esponente insieme selvaggio e preciso della deriva mondiale, diciamo alla Putin, del capitalismo spettrale e globale basato sul potere-denaro nero e sul luccichìo della comunicazione del desiderio».
Ghezzi: "Il film di Moretti dimostra che la sinistra non esiste più"
Enrico Ghezzi, padre di Blob e Fuori orario su Raitre. Un tempo era amico di Nanni Moretti. Ora si dichiara «simpatizzante con la sua antipatia».
di Paolo Conti
Un giudizio sul Caimano, Ghezzi?
«Teneramente orrendo. Intensamente depresso e deprimente. Sincero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d'ali di cinema».
Addirittura nulla da salvare?
«È un film di "quadratezza" televisiva come tutto l'ultimo Moretti. Dopo tanta depressione e assenza di cinema, l'aspetto cinematograficamente più "eccitante" è il finale quando Moretti "finge" di impersonare Berlusconi. Momento quasi trash, versione bruta e "brutta" di un Dino Risi. Penso al bellissimo finale di "In nome del popolo italiano". Mi era già venuto in mente quando Nanni aveva proposto a Raitre di cofinanziare Il portaborse di Luchetti nel 1991. Angelo Guglielmi non era convinto. Infatti non lo producemmo. Ci pareva, a noi del gruppo di Raitre, una commedia politica all'italiana in ritardo e senza mordente, flebile già rispetto a ciò che la tv mostrava. Certo, ci dicemmo, se lui avesse assunto il ruolo "negativo" principale... Cosa che poi generosamente fece, sdegnato per il no di Guglielmi».
Giuliano Ferrara giubila: Nanni Moretti sostiene la stessa tesi del Foglio, cioè che Berlusconi ha comunque già vinto.
«Ma questo è scontato da anni. Basta vedere di cosa parla la sinistra. La questione della tv non è secondaria. Nanni l'aveva già affrontata in quel geniale e sbilanciato film che è "Sogni d'oro" del 1981: per me il migliore, con un finale stupefacente: la mutazione horror di uno sdoppiamento da lupo mannaro. "Il Caimano", pur volendo essere una strenua resistenza alla volgarità berlusconiana, è invece a sua volta la dimostrazione che quella tv e quella forma hanno vinto. Un po' come già stradimostrato nel Muccinema ( il cinema di Muccino, ndr) ».
Ma piacerà questo film ai morettiani?
«Non credo che li entusiasmerà, privati di battute memorabili e di altri woody-allenismi. Ma se lo faranno piacere. La parte più oscura e depressiva è la prima, appunto orribile e fascinosa. Non un solo personaggio si "salva" né consola. Le fisionomie sono tutte esasperate e mostruosizzate, ben oltre quella di Berlusconi. La sinistra stessa non esiste più, in nessuna delle generazioni: forse una pallida ombra girotondina nella giovane regista. C'è solo una estesa vita sinistra. Qualcosa di sinistra, o alla sinistra, può dirla solo Moretti-Berlusconi in un doppio identico narcisismo, quello di Moretti e l'altro di Berlusconi. Direi che l'urlo insieme improvvisato e pensato di Nanni in piazza Navona contro i vertici della sinistra si rivela una cupa, disperante invettiva quasi bossiana».
Lei è un cinefilo. E nel «Caimano» c'è tanto cinema.
«Cinema ce n'è poco. Ma Moretti, parlandone molto, troppo, nel "Caimano", con molta sincerità e rischiando di sfatare l'impostura del suo stesso cinema d'autore, mostra i limiti di un cinema che non si apre all'incertezza rosselliniana».
Vogliamo farci capire dai non addetti ai lavori, Ghezzi?
«È già curioso e indicativo il modo in cui, ribadisco, teneramente si appoggia al Pasolini della Ricotta e all'ultimo Fellini citato per ben tre volte con Roma, La voce della Luna, Prova d'orchestra. Ovvero: non un cinema che si limita a dire o a filmare quel che si vuole dire. Ma un cinema in sé politico proprio per l'autonomia rispetto alle forme abituali della comunicazione. Quella comunicazione alla quale Moretti tributa i debiti onori andando da Fabio Fazio mentre, alla stessa ora, Ciprì e Maresco su La7 tentano di resistere. Questo aderire al mercato della comunicazione, e i tempi stessi del lancio, fanno de "Il Caimano" un'ultima, drammatica, ennesima occasione perduta per la sinistra di raccogliere la chance Berlusconi».
Di nuovo: cioè?
«Parlo della possibilità di confrontarsi con un esponente insieme selvaggio e preciso della deriva mondiale, diciamo alla Putin, del capitalismo spettrale e globale basato sul potere-denaro nero e sul luccichìo della comunicazione del desiderio».
domenica 26 marzo 2006
Corriere della Sera 26.3.06
IL COLLOQUIO
«Nel 2001 Moretti mi attaccò per le scelte del 1998: era un’invettiva. E le invettive oscurano l’intelligenza»
Bertinotti: Nanni? Lodo il regista, non il politico
«Ecce Bombo il suo film più riuscito. Ma io preferisco Clint Eastwood»
di Paolo Conti
ROMA - Fausto Bertinotti è in Calabria per la campagna elettorale e scruta il mare parlando del Caimano . Ha già definito «manicomiale» il dibattito sul film. Ora approfondisce la questione. Un primo pensiero alla frase di Romano Prodi piena di dubbi («speriamo che il film sia utile e non dannoso alla campagna elettorale»): «Sono paure assolutamente infondate, Romano dovrebbe capirlo. Siamo di fronte all’incredibile idea di una politica capace di assorbire ogni attività umana. Per fortuna c’è un limite alla politica, c’è il trascendimento dell’opera artistica. Insomma, sotto il cielo esistono più pezzi di realtà di quanto la nostra famosa politica possa immaginare». Bertinotti già l’ha detto, per lui Il Caimano non sposterà un voto, di qui il «manicomiale»: «È un errore attribuirgli quel potere. Perché nessun film può farlo: è un rozzo pregiudizio nato da un clamoroso abbaglio. Chi sostiene che con l’arte si possa esercitare in qualche modo una influenza sulle scelte politiche, dovrebbe almeno evocare un dubbio. Céline non mi spingerà mai a una conversione antisemita, però siamo di fronte a un grandissimo letterato».
E ritorniamo al tentennamento di Prodi: «Il primato assoluto della politica è un vizio culturale. Invece esiste lo specifico filmico. Prendiamo Il grande dittatore di Chaplin. Il fatto che alcune sequenze richiamassero Hitler è alla fine questione del tutto secondaria. Un’opera trascende sempre l’oggetto investito dalla produzione artistica». Anche quando si tratta di Berlusconi? «Non ho visto il film, ma non capisco perché dovrebbe fare eccezione». Fatto sta, Bertinotti, che in molti ci hanno visto un manifesto politico... «Moretti ha parlato da regista. Se avesse voluto analizzare l’Italia di Berlusconi, avrebbe convocato un comizio o scritto un saggio. Il cittadino Moretti non è diverso dagli altri. E poi, seguendo questa logica, che facciamo? Per tutta la campagna elettorale sospendiamo la lettura di libri, la visione di film, i dibattiti culturali?»
Dunque bisogna distinguere il Moretti regista dal Moretti politico, quindi dal leader dei primi Girotondi. Meglio il primo o il secondo? «Non c’è paragone. Meglio di gran lunga il regista. Mi pare persino un’ovvietà. Ho conosciuto altri cineasti impegnati politicamente. Ricordo un’appassionata assemblea con Ingrao in cui dissi a Marco Bellocchio che all’uomo politico preferivo senza dubbio l’autore de "I pugni in tasca", una delle opere più pregnanti del cinema italiano del dopoguerra». Da che dipende questo voto basso al Moretti politico? «La politica è una vocazione democratica ma richiede applicazione sistematica, professionismo, approfondimento specifico». Visto che ora siamo nel famoso specifico, a lei piace il Moretti cineasta? «Lo ritengo un protagonista della cinematografia italiana sempre molto interessante. I suoi film vanno visti con curiosità. Evidentemente gli esiti stilistici sono diversi da film a film». Un giudizio freddino, diciamo così, che suscita una riflessione successiva: «Mi sento forse più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby , o alla Ken Loach: sono estetiche che mi incuriosiscono, come quella del grande portoghese Manuel de Oliveira». Il film meglio riuscito di Moretti? «A mio avviso Ecce bombo ».
A questo punto bisognerà ricordare che il blocco di ghiaccio tra i due risale al 16 maggio 2001 quando Nanni Moretti al festival di Cannes, poco dopo la vittoria del Cavaliere alle elezioni, attaccò duramente Bertinotti per la fine del governo Prodi nel 1998: («Un irresponsabile. Non capisco perché il Cavaliere perda tempo a ringraziare gli italiani di avergli dato il voto. Basterebbe un solo grazie, a Fausto Bertinotti... Ora avrà altri dieci anni assicurati al Maurizio Costanzo Show»)
Come lo giudica a cinque anni di distanza, Bertinotti? «Un episodio spiacevole, una grave sgrammaticatura di un artista». Rancore? «Non ne porto mai per principio. Ma mi sembrò una caduta di stile. Una scarsa capacità di lettura dei fenomeni politici da parte di un intellettuale. Ma punto, finita lì». Forse lei, Bertinotti, non avrà sopportato l’analisi proposta da Moretti: «Attenzione. Non era un’interpretazione ma un’invettiva. E le invettive oscurano l’intelligenza. Purtroppo l’elenco delle aggressioni che ho subito è lungo». Mai più rivisto Moretti dopo quella «invettiva»? «Mai avuta più occasione. Ma non credo ci sia pregiudizio reciproco. Resta, per me, la distinzione tra cittadino e artista. Se vogliamo davvero discutere di politica, scegliamo un luogo qualsiasi e individuiamo armi pari. Ma se vado a vedere un suo film, sono assolutamente privo di qualsiasi influenza determinata da una posizione politica». Lei è proprio sicuro che Moretti non volesse dire qualcosa di più proprio su Berlusconi con questo film? «Ricordo una meravigliosa risposta di de Oliveira a un giornalista: "Ciò che dovevo dire, l’ho detto col mio film". Perfetto.»
IL COLLOQUIO
«Nel 2001 Moretti mi attaccò per le scelte del 1998: era un’invettiva. E le invettive oscurano l’intelligenza»
Bertinotti: Nanni? Lodo il regista, non il politico
«Ecce Bombo il suo film più riuscito. Ma io preferisco Clint Eastwood»
di Paolo Conti
ROMA - Fausto Bertinotti è in Calabria per la campagna elettorale e scruta il mare parlando del Caimano . Ha già definito «manicomiale» il dibattito sul film. Ora approfondisce la questione. Un primo pensiero alla frase di Romano Prodi piena di dubbi («speriamo che il film sia utile e non dannoso alla campagna elettorale»): «Sono paure assolutamente infondate, Romano dovrebbe capirlo. Siamo di fronte all’incredibile idea di una politica capace di assorbire ogni attività umana. Per fortuna c’è un limite alla politica, c’è il trascendimento dell’opera artistica. Insomma, sotto il cielo esistono più pezzi di realtà di quanto la nostra famosa politica possa immaginare». Bertinotti già l’ha detto, per lui Il Caimano non sposterà un voto, di qui il «manicomiale»: «È un errore attribuirgli quel potere. Perché nessun film può farlo: è un rozzo pregiudizio nato da un clamoroso abbaglio. Chi sostiene che con l’arte si possa esercitare in qualche modo una influenza sulle scelte politiche, dovrebbe almeno evocare un dubbio. Céline non mi spingerà mai a una conversione antisemita, però siamo di fronte a un grandissimo letterato».
E ritorniamo al tentennamento di Prodi: «Il primato assoluto della politica è un vizio culturale. Invece esiste lo specifico filmico. Prendiamo Il grande dittatore di Chaplin. Il fatto che alcune sequenze richiamassero Hitler è alla fine questione del tutto secondaria. Un’opera trascende sempre l’oggetto investito dalla produzione artistica». Anche quando si tratta di Berlusconi? «Non ho visto il film, ma non capisco perché dovrebbe fare eccezione». Fatto sta, Bertinotti, che in molti ci hanno visto un manifesto politico... «Moretti ha parlato da regista. Se avesse voluto analizzare l’Italia di Berlusconi, avrebbe convocato un comizio o scritto un saggio. Il cittadino Moretti non è diverso dagli altri. E poi, seguendo questa logica, che facciamo? Per tutta la campagna elettorale sospendiamo la lettura di libri, la visione di film, i dibattiti culturali?»
Dunque bisogna distinguere il Moretti regista dal Moretti politico, quindi dal leader dei primi Girotondi. Meglio il primo o il secondo? «Non c’è paragone. Meglio di gran lunga il regista. Mi pare persino un’ovvietà. Ho conosciuto altri cineasti impegnati politicamente. Ricordo un’appassionata assemblea con Ingrao in cui dissi a Marco Bellocchio che all’uomo politico preferivo senza dubbio l’autore de "I pugni in tasca", una delle opere più pregnanti del cinema italiano del dopoguerra». Da che dipende questo voto basso al Moretti politico? «La politica è una vocazione democratica ma richiede applicazione sistematica, professionismo, approfondimento specifico». Visto che ora siamo nel famoso specifico, a lei piace il Moretti cineasta? «Lo ritengo un protagonista della cinematografia italiana sempre molto interessante. I suoi film vanno visti con curiosità. Evidentemente gli esiti stilistici sono diversi da film a film». Un giudizio freddino, diciamo così, che suscita una riflessione successiva: «Mi sento forse più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby , o alla Ken Loach: sono estetiche che mi incuriosiscono, come quella del grande portoghese Manuel de Oliveira». Il film meglio riuscito di Moretti? «A mio avviso Ecce bombo ».
A questo punto bisognerà ricordare che il blocco di ghiaccio tra i due risale al 16 maggio 2001 quando Nanni Moretti al festival di Cannes, poco dopo la vittoria del Cavaliere alle elezioni, attaccò duramente Bertinotti per la fine del governo Prodi nel 1998: («Un irresponsabile. Non capisco perché il Cavaliere perda tempo a ringraziare gli italiani di avergli dato il voto. Basterebbe un solo grazie, a Fausto Bertinotti... Ora avrà altri dieci anni assicurati al Maurizio Costanzo Show»)
Come lo giudica a cinque anni di distanza, Bertinotti? «Un episodio spiacevole, una grave sgrammaticatura di un artista». Rancore? «Non ne porto mai per principio. Ma mi sembrò una caduta di stile. Una scarsa capacità di lettura dei fenomeni politici da parte di un intellettuale. Ma punto, finita lì». Forse lei, Bertinotti, non avrà sopportato l’analisi proposta da Moretti: «Attenzione. Non era un’interpretazione ma un’invettiva. E le invettive oscurano l’intelligenza. Purtroppo l’elenco delle aggressioni che ho subito è lungo». Mai più rivisto Moretti dopo quella «invettiva»? «Mai avuta più occasione. Ma non credo ci sia pregiudizio reciproco. Resta, per me, la distinzione tra cittadino e artista. Se vogliamo davvero discutere di politica, scegliamo un luogo qualsiasi e individuiamo armi pari. Ma se vado a vedere un suo film, sono assolutamente privo di qualsiasi influenza determinata da una posizione politica». Lei è proprio sicuro che Moretti non volesse dire qualcosa di più proprio su Berlusconi con questo film? «Ricordo una meravigliosa risposta di de Oliveira a un giornalista: "Ciò che dovevo dire, l’ho detto col mio film". Perfetto.»
venerdì 24 marzo 2006
Corriere della Sera 24.3.06
Prodi e il Caimano: spero non sia dannoso
Il leader dell’Unione: i film di Moretti si vanno a vedere. Berlusconi: io non lo farò
di Monica Guerzoni
ROMA - Quattro anni dopo l’urlo di Piazza Navona, «con questi dirigenti non vinceremo mai!», Nanni Moretti ripiomba sulla scena politica e fa tremare, ora come allora, i leader del centrosinistra. Il Caimano sarà nelle sale solo questa sera, Romano Prodi ancora non lo ha visto, ma già fa gli scongiuri. Intervistato da Rtl 102,5, il capo dell’Unione scandisce per due volte lo stesso, preoccupato concetto: «I film di Moretti si vanno a vedere, poi vedremo se è utile o dannoso alla campagna elettorale». E ancora: «Sarà un film politico, parla certamente di Berlusconi. Come? Non lo so... Ripeto, spero che sia utile e non dannoso alla campagna elettorale». Chi ha paura del Caimano ? Molti, nel centrosinistra. «Rischia di fare danno - teme Beppe Fioroni della Margherita - è intelligenza con il nemico, è un gioco con le carte truccate e io coi falsari non ci gioco». Quindi, onorevole, non andrà a vederlo? «Non ci penso proprio, il premier invece sarà il primo ad andarci». Sbagliato. Il Cavaliere non ci tiene affatto a vedere la parodia di se stesso. Quando la domanda arriva, il premier la gela così: «Assolutamente no».
EFFETTO BOOMERANG - Ma è dentro l’Unione che Il Caimano divide, appassiona, allarma. E se fosse un boomerang? E se avesse le stesse nefaste conseguenze del Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, il documentario contro Bush uscito nelle sale americane prima delle elezioni perse dal democratico Kerry? E se, come dice con arguzia un internauta di Forza Italia, «il caimano si mangiasse la mortadella?».
L’azzurro Sandro Bondi non ci trova nulla da ridere, per lui il film di Moretti non è che «il frutto di una cultura fascista e di una cultura comunista fuse insieme». Sul fronte opposto, anche Renzo Lusetti della Margherita vede nero: «Andiamoci cauti, mandare nelle sale un film così sotto elezioni non mi pare opportuno. Più noi rendiamo Berlusconi vittima, più lui ci sguazza dentro». Francesco Rutelli invece vuol mostrarsi politicamente corretto. Ci andrà, ma solo dopo il 9 aprile. Il suo stato d’animo il presidente della Margherita lo rivela citando uno dei collaboratori di Bill Clinton, quando disse che tra Michael Moore e il repubblicano Tom Delay «c’è di mezzo l’America». Cosa voleva dire? «Che le elezioni si vincono sul sentimento prevalente dei cittadini e non sulle posizioni minoritarie di sinistra o di destra».
AUTOCENSURA - Uno che non ha paura del Caimano è Walter Veltroni, che ieri sera si è infilato al Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti, con girotondini del calibro di Paolo Flores D’Arcais, Marco Travaglio e «Pancho» Pardi, allibito per le «preoccupazioni pazzesche» di Prodi e degli alleati: «Quando la smetteremo di autocensurarci? Tutte queste cautele non hanno mai fatto bene alla sinistra». Eh, sì, concorda Sandro Curzi, «questa sinistra ha paura di tutto». E il comunista Marco Rizzo teme che un’alleanza tanto cauta una volta al governo «saprà cambiare poche cose».
Fausto Bertinotti è sbigottito, per lui il dibattito uscita sì, uscita no è «un cattivo segno dei tempi». Altrettanto rilassati nei confronti del Caimano sono Giovanna Melandri, ansiosissima di vederlo, Enrico Letta, convinto che non influenzerà il voto, Fabrizio Morri, «non me ne frega niente». Per la libertà di espressione si schierano Dario Franceschini e il prodiano Franco Monaco. E tre donne dell’Ulivo, Rosy Bindi, Livia Turco e Marina Magistrelli, invitano i colleghi a «non perdere il senso della realtà» e a «occuparsi dei problemi veri della gente».
L’APPELLO - Daniele Capezzone della Rosa nel pugno, invece, è preoccupatissimo. Un mese fa si appellò a Moretti perché rinviasse l’uscita e ora scuote la testa: «Mi fa piacere sapere che Romano Prodi è sulla linea Capezzone... Temo proprio che abbiamo lanciato una ciambella di salvataggio a Berlusconi».
Prodi e il Caimano: spero non sia dannoso
Il leader dell’Unione: i film di Moretti si vanno a vedere. Berlusconi: io non lo farò
di Monica Guerzoni
ROMA - Quattro anni dopo l’urlo di Piazza Navona, «con questi dirigenti non vinceremo mai!», Nanni Moretti ripiomba sulla scena politica e fa tremare, ora come allora, i leader del centrosinistra. Il Caimano sarà nelle sale solo questa sera, Romano Prodi ancora non lo ha visto, ma già fa gli scongiuri. Intervistato da Rtl 102,5, il capo dell’Unione scandisce per due volte lo stesso, preoccupato concetto: «I film di Moretti si vanno a vedere, poi vedremo se è utile o dannoso alla campagna elettorale». E ancora: «Sarà un film politico, parla certamente di Berlusconi. Come? Non lo so... Ripeto, spero che sia utile e non dannoso alla campagna elettorale». Chi ha paura del Caimano ? Molti, nel centrosinistra. «Rischia di fare danno - teme Beppe Fioroni della Margherita - è intelligenza con il nemico, è un gioco con le carte truccate e io coi falsari non ci gioco». Quindi, onorevole, non andrà a vederlo? «Non ci penso proprio, il premier invece sarà il primo ad andarci». Sbagliato. Il Cavaliere non ci tiene affatto a vedere la parodia di se stesso. Quando la domanda arriva, il premier la gela così: «Assolutamente no».
EFFETTO BOOMERANG - Ma è dentro l’Unione che Il Caimano divide, appassiona, allarma. E se fosse un boomerang? E se avesse le stesse nefaste conseguenze del Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, il documentario contro Bush uscito nelle sale americane prima delle elezioni perse dal democratico Kerry? E se, come dice con arguzia un internauta di Forza Italia, «il caimano si mangiasse la mortadella?».
L’azzurro Sandro Bondi non ci trova nulla da ridere, per lui il film di Moretti non è che «il frutto di una cultura fascista e di una cultura comunista fuse insieme». Sul fronte opposto, anche Renzo Lusetti della Margherita vede nero: «Andiamoci cauti, mandare nelle sale un film così sotto elezioni non mi pare opportuno. Più noi rendiamo Berlusconi vittima, più lui ci sguazza dentro». Francesco Rutelli invece vuol mostrarsi politicamente corretto. Ci andrà, ma solo dopo il 9 aprile. Il suo stato d’animo il presidente della Margherita lo rivela citando uno dei collaboratori di Bill Clinton, quando disse che tra Michael Moore e il repubblicano Tom Delay «c’è di mezzo l’America». Cosa voleva dire? «Che le elezioni si vincono sul sentimento prevalente dei cittadini e non sulle posizioni minoritarie di sinistra o di destra».
AUTOCENSURA - Uno che non ha paura del Caimano è Walter Veltroni, che ieri sera si è infilato al Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti, con girotondini del calibro di Paolo Flores D’Arcais, Marco Travaglio e «Pancho» Pardi, allibito per le «preoccupazioni pazzesche» di Prodi e degli alleati: «Quando la smetteremo di autocensurarci? Tutte queste cautele non hanno mai fatto bene alla sinistra». Eh, sì, concorda Sandro Curzi, «questa sinistra ha paura di tutto». E il comunista Marco Rizzo teme che un’alleanza tanto cauta una volta al governo «saprà cambiare poche cose».
Fausto Bertinotti è sbigottito, per lui il dibattito uscita sì, uscita no è «un cattivo segno dei tempi». Altrettanto rilassati nei confronti del Caimano sono Giovanna Melandri, ansiosissima di vederlo, Enrico Letta, convinto che non influenzerà il voto, Fabrizio Morri, «non me ne frega niente». Per la libertà di espressione si schierano Dario Franceschini e il prodiano Franco Monaco. E tre donne dell’Ulivo, Rosy Bindi, Livia Turco e Marina Magistrelli, invitano i colleghi a «non perdere il senso della realtà» e a «occuparsi dei problemi veri della gente».
L’APPELLO - Daniele Capezzone della Rosa nel pugno, invece, è preoccupatissimo. Un mese fa si appellò a Moretti perché rinviasse l’uscita e ora scuote la testa: «Mi fa piacere sapere che Romano Prodi è sulla linea Capezzone... Temo proprio che abbiamo lanciato una ciambella di salvataggio a Berlusconi».
mercoledì 22 marzo 2006
il manifesto 22.3.06
INTERVISTA - Faccia a faccia con il segretario di Rifondazione comunista e i suoi progetti
«Comunisti oltre il comunismo»
Il segretario di Rifondazione racconta la sfida di governo e il progetto della Sinistra europea: «Con Marx oltre Marx». Perchè nella storia della sinistra «l'uguaglianza ha prevalso sulla libertà» della persona umana
di Valentino Parlato
In questi giorni si è scritto molto delle svolte di Fausto Bertinotti e del suo modo innovativo e anche audace di affrontare i problemi della sinistra. Così, ieri verso mezzogiorno, siamo andati a trovarlo in tre (per curiosità e per amicia). Eravamo Gabriele Polo, Cosimo Rossi e io. Si è sviluppata una conversazione a quattro voci (ma era difficile frenare Fausto), che qui abbiamo cercato di sintetizzare. Ci assumiamo la responsabilità di tutti gli errori, Però la convcersazione si è riveltata utile e provocatoria, sopratutto ricca di sconfinamenti. Forse però è tempo di cercare nuovi percorsi, contro il veccio provocatorio «chi lascia la via vecchia per la nuova....». Cerchiamo di dividere la discussione in due piani. Un piano è quello che si è letto sui giornali, la persona in sostituzione della classe e l'addio al simbolo: la svolta, o la svolta delle svolte. Un altro piano è cosa succede dopo il voto: queste elezioni si dovrebbero vincere, ma dopo, com'è che Rifondazione sta nel governo? Sul primo aspetto c'è un elemento totalmente forviante in alcuni titoli. Il ragionamento, sul terreno della cultura politica, non è nient'altro che uno sviluppo e un'attesa di accelerazione che ancora manca. Questa cosa della svolta delle svolte, comunque, possiamo assumerla? Se si intende come completamento di una fase. Lo è in quanto partito della sinistra europea. Non è la svolta delle svolte sul terreno della cultura politica: lì c'è ancora l'attesa di un salto. Certo è la precipitazione in un'idea di soggettività poltica: la svolta è nel senso che dà luogo a un processo costituente di questo che chiamiamo puntigliosamente sezione italiana del partito della sinistra europea. La parte di cultura politica è lo sviluppo dei nostri punti di discontinuità. L'ispirazione è sempre quella: ricavare dal nocciolo duro della critica anticapitalista il fondamento per la ricostruzione di una cultura e di una teoria politica della trasformazione: cioè del superamento del capitalismo. Quindi, in primo luogo, la rottura con lo stalinismo. Perché? Perché è un ingombro... Ma la rottura con lo stalinismo è anacronistica... Questo le pensi tu, io penso che invece sia attualissima: perché penso che lo stalinismo è una modalità che si autoriproduce e che insidia permanentemente la politica. Ogni volta che ti affacci al cambiamento incombe costantemente la cosa che più è stata introiettata in un secolo, cioè la conquista del potere, l'alterità e l'autonomia della politica. Maè un fatto che ogni qual volta ci si trova a un passaggio vero lo scontro si fa duro... Vabbè, non vuol dire che debba essere affrontato in maniera militare, come invece c'è una propensione a fare. Ed è così vero che ciò che tende a prendere la forma dell'eco stalianiana si chiama ortodossia. Se guardo all'Europa ci sono partiti assai consistenti: moltissime delle formazione dell'est, dove l'Europa si sta allargando, ripetono questo schema. Ma non lo sento solo fuori, lo sento dentro di noi. E' un vizio fortissimo. Ma a un certo punto può essere una necessità... Penso di no. Penso che quella cosa sia la catastrofe. penso che si debba avere un'idea della trasformazione come elemento processuale. E' l'idea consiliare che va ripresa, è l'idea della partecipazione critica anziché del dominio della grandi forze organizzate. Diciamo così: democrazia anziché comunismo. Diciamo piuttosto democrazia per la trasformazione. Quindi, in ultima analsi, sì: non democrazia invece che, ma verso il comunismo. Poi viene la questione della nonviolenza... Anche su quella, però, io dissento. Nel senso che la violenza è nella società, è nelle cose. Anche il capitalismo, Perciò lo voglio superare. Ma mica viviamo in unmondo di buoni. D'accordo. Noi però bisogna essere diversi. D'accordo. Ma una volta al governo, messo in relazione a forza che la violenza la praticano dal punto di vista dello stato e militare, questa scelta nonviolenta come la fai viviere? Penso che, insieme allo sfruttamento e all'alienazione, quella che sta montando sia una vera e propria crisi di civiltà. Che poi per me è la crisi di un capitalismo vocato all'assolutizzazione della competizione e al rischio d'implosione. Di fornte a questo penso sia fondamentale l'idea dell'Europa, di un Mediterrano come contaminazione di civilità e di culture. Per cui la guerra va bandita strutturalmente, trasformata in tabù. Belle parole. Ma la politica che fa? Intanto bisogna avere un'idea della politica che proponi al tuo partito e quella che proponi al governo. Io scelgo per me un'opzione pacifista, ma non dico che debba essere assunta dai miei alleati. Il governo che fa? Al governo chiedo il ritorno al valore fondante dell'articollo 11 della Costituzione e il rifiuto a praticare la guerra. Cioè, non gli chiedo un'opzione che va dalla nonviolenza alla guerra come tabù. Prodi dice che con l'Onu si può intervenire. E' una condizione necessaria ma non sufficiente. Il genocidio è un terreno praticabile di intervento con il consenso di tutti? Sì. Il consenso di tutto è sufficiente a intervenire? No. Anche perché troppo spesso l'Onu è sotto schiaffo. Quindi, vinte le elezioni... ...Si ritirano le truppe italiane dall'Iraq, e non è una piccola cosa. E' importante. Perché, francamente, anche questa è una cosa che comincia a disturbarmi. Faccio tre anni di lotta, ma nel momento in cui sono per conseguire il risultato chi se ne frega. Ma che cavolo! Il ritiro dall'Iraq cambia la faccia del paese. O no? O ci siamo sbagliati per tre anni? Non ci siamo sbagliati. Quello che volevo chiedere, però, è questo: dato che nel futuro governo ci saranno conflitti, come si gestisce questa cosa? Prodi dice che con l'Onu si interviene, tu no. Non è così. Leggiamo i documenti: nel programma c'è scritto che siamo per il disarmo. Se poi ci sarà una contesa, l'affronteremo. La cosa originale, comunque, è che possano esserci contese gestite senza arrivare all'aut aut. Se ci spostiamo su questo terreno, io le difficoltà maggiori non le vedo sul terreno della politica internazionale, bensì su quello della politica economica. Perché sul piano della politica internazionale ravviso una discontinuiotà profonda rispetto a Berlusconi e ai precedenti governi dell'Ulivo, quando noi per altro aveva avevamo prodotto una rottura prima della guerra nel Balcani. Non so però se ci viene suggerita la riproduzione di questo caso: se qualcuno dice che dobbiamo fare il braccio di ferro a rischio della rottura, verrei fosse esplicito... Ma no... Ecco: non è la mia ipotesi. La mia ipotesi è quella di avere costruito un programma perché penso che ci sia stata una discontinuità nel paese. Penso che dal 2001 a oggi il paese sia cambiato: in peggio per ciò che ci ha messo dall'alto Berlusconi, in meglio per ciò che ci hanno messo dal basso i movimenti. Ma non c'è una rappresentanza politica di quest'onda dei movimenti. Penso che il problema sia duplice: non c'è solo la rappresentanza, ma anche il contributo che i soggetti organizzati forniscono alla capacità di affrontare in avanti i problemi del movimento. Quello della ricomposizione unitaria del movimento è un problema, non solo dei movimenti ma anche della sinistra. Che a sua volta non si ridefinisce senza il movimento. E questa, per me, è la svolta delle svolte: la politica di oggi non si ridifinisce se non in un lavoro politico prioritariamente concentrato sul movimento. Cosa interegasce con questi movimenti? Prima che una forza organizzata, una cultura politica. Questa è la sfida forse più importante e più interessante interessante di Rifondazione. Noi veniamo da comunismo: questo nostro armamentario ha perduto di efficacia ma le sue finalità sono ancora valide... Anche di più. C'è un elemento che di quella storia è imprescindibile, ed è il peso decisivo della questione del lavoro nella vita degli uomini e nella società. Per quello dico Marx, l'impianto marxiamo è sencondo me necessario ma non sufficiente. Per questo mi pare giusta la formula «oltre Marx», perché lo comprende. Penso che quello che ci hanno sollecitato ormai da anni il femminismo, l'ecologismo, le culture critiche e della differenza mi pongano un problema: non posso rispondere che uno più uno fa due. Insomma: né l'assembleaggio dell'organizzazione né l'assemblaggio dlele culture... Devi partirte da questi elementi per costruire una nuova cultura politica. E' per questo che dico che il rappoerto tra uguaglianza e libertà torna in maniera clamorosa. Ha sempre prevalso la libertà sull'uguaglianza. Nel socialismo realizzato per niente. In realtà ha prevalso l'uguaglianza fino a sterminare la libertà. Ed è accaduto persino nella nostra storia più bella: anche nelle forme di democrazia diretta abbiamo fatto prevalere l'uguaglianza, la rappresentanza dell'omogenietà anziché delle diversità. Noi abbiamo sacrificato l'idividualità, quindi la persona. Contro il travisamento, la vulgata del superamento di una visione di classe, che io invece ritengo una chiave di lettura fondamentale del capitalismo del nostro tempo, penso che tuttavia questa dimensione non possa essere ritenuta totalizzante. Detto questo, allora, come riporti a unità tutte queste differenze? Guardiamo anche al movimento: quello che ha fatto di buono, come l'ha fatto? con il meccanismo del comitato centrale o con quello degli insiemi: decidendo insieme. In questo modo i partiti esistenti dovrebbero essere completamente rimessi in discussione e trasformati,.. Certmamente. Ma sempre attraverso la contaminazione. Prendiamo noi. C'è il Prc e ci sono forze con cui c'è una condivisione su tre punti esenziali: il no alla guerra, il no al politiche neoliberiste e la democrazia partecipata. Però hanno in antipatia il Prc: o perché partito o perché rifondazione o perché comunista. Io, per me, proseguo nella rifondazione. A questi altri che sono interessati non posso chiamarli, ma posso proporre loro la fondazione di un nuovo soggetto politico in cui c'è chi pensa di rifondazione un partito comunista e c'è invece chi pensa di fondare questo nuovo soggetto a cui pure noi partecipiamo. Secondo lo schema del movimento: tutti dentro, alla pari. Ma qaunto di riflesso al processo di costruzione di un partito democratico che rischia di soffocare tutto il resto del campo? Ci sono due cose che pesano. La prima, non lo nego, è l'attraversamento del governo.... Hai bisogno di acqua per traversare il deserto... Penso che non si possa fare con la dotazione politica che abbiamo, perché in quel modo siamo sempre attratti dall'aut aut tra accetazione e rottura. Per poterlo spezzare bisogna ricostruire un'autonomia dei progetti politici. Qual è invece il peso del partito democratico? Ci tengo a dei distinguo. Sono contrario al partito democratico perché è un'idea che mette fuori dalla politica uno degli elementi costitutivi della medisima nel mondo contemporaneo, cioè il lavoro. E sono contrareio anche perché è in fondo enfatizzazione della coalizione rispetto al radicamento del partito nella società. Perciò non sono nemmeno sicuro che sarà questo lo sviluppo delle cose. Anzi, sono assai incredulo. Però è una cosa seria. Appunto perciò, nel caso predesse corpo, penso che un atteggiamento aristocratico sarebbe disastroso. Perché in una società in cui il conflitto di classe, pur essendo cruciale, non ascende alla politica, può diventare attraente un'idea del partito grande contenitore, che in politica fa quel che può e consente di recuperare degli spazi nella società civile. Perciò facciamo male a sottovalutarla. E chi lo sottovaluta: lo avversiamo. Con un po' di snobbismo, però. Mentre, secondo me, invece di scegliere la linea del contrasto bisogna scegliere la linea della competizione. Noi siamo un'altra cosa, un'altra forma di aggregazione. Penso che così possiamo attrarre parte della società civile e politica. Anche rispetto al rischio, concretissimo, che tra partito democratico e ortodossia della sinistra vinca il primo a mani basse.
INTERVISTA - Faccia a faccia con il segretario di Rifondazione comunista e i suoi progetti
«Comunisti oltre il comunismo»
Il segretario di Rifondazione racconta la sfida di governo e il progetto della Sinistra europea: «Con Marx oltre Marx». Perchè nella storia della sinistra «l'uguaglianza ha prevalso sulla libertà» della persona umana
di Valentino Parlato
In questi giorni si è scritto molto delle svolte di Fausto Bertinotti e del suo modo innovativo e anche audace di affrontare i problemi della sinistra. Così, ieri verso mezzogiorno, siamo andati a trovarlo in tre (per curiosità e per amicia). Eravamo Gabriele Polo, Cosimo Rossi e io. Si è sviluppata una conversazione a quattro voci (ma era difficile frenare Fausto), che qui abbiamo cercato di sintetizzare. Ci assumiamo la responsabilità di tutti gli errori, Però la convcersazione si è riveltata utile e provocatoria, sopratutto ricca di sconfinamenti. Forse però è tempo di cercare nuovi percorsi, contro il veccio provocatorio «chi lascia la via vecchia per la nuova....». Cerchiamo di dividere la discussione in due piani. Un piano è quello che si è letto sui giornali, la persona in sostituzione della classe e l'addio al simbolo: la svolta, o la svolta delle svolte. Un altro piano è cosa succede dopo il voto: queste elezioni si dovrebbero vincere, ma dopo, com'è che Rifondazione sta nel governo? Sul primo aspetto c'è un elemento totalmente forviante in alcuni titoli. Il ragionamento, sul terreno della cultura politica, non è nient'altro che uno sviluppo e un'attesa di accelerazione che ancora manca. Questa cosa della svolta delle svolte, comunque, possiamo assumerla? Se si intende come completamento di una fase. Lo è in quanto partito della sinistra europea. Non è la svolta delle svolte sul terreno della cultura politica: lì c'è ancora l'attesa di un salto. Certo è la precipitazione in un'idea di soggettività poltica: la svolta è nel senso che dà luogo a un processo costituente di questo che chiamiamo puntigliosamente sezione italiana del partito della sinistra europea. La parte di cultura politica è lo sviluppo dei nostri punti di discontinuità. L'ispirazione è sempre quella: ricavare dal nocciolo duro della critica anticapitalista il fondamento per la ricostruzione di una cultura e di una teoria politica della trasformazione: cioè del superamento del capitalismo. Quindi, in primo luogo, la rottura con lo stalinismo. Perché? Perché è un ingombro... Ma la rottura con lo stalinismo è anacronistica... Questo le pensi tu, io penso che invece sia attualissima: perché penso che lo stalinismo è una modalità che si autoriproduce e che insidia permanentemente la politica. Ogni volta che ti affacci al cambiamento incombe costantemente la cosa che più è stata introiettata in un secolo, cioè la conquista del potere, l'alterità e l'autonomia della politica. Maè un fatto che ogni qual volta ci si trova a un passaggio vero lo scontro si fa duro... Vabbè, non vuol dire che debba essere affrontato in maniera militare, come invece c'è una propensione a fare. Ed è così vero che ciò che tende a prendere la forma dell'eco stalianiana si chiama ortodossia. Se guardo all'Europa ci sono partiti assai consistenti: moltissime delle formazione dell'est, dove l'Europa si sta allargando, ripetono questo schema. Ma non lo sento solo fuori, lo sento dentro di noi. E' un vizio fortissimo. Ma a un certo punto può essere una necessità... Penso di no. Penso che quella cosa sia la catastrofe. penso che si debba avere un'idea della trasformazione come elemento processuale. E' l'idea consiliare che va ripresa, è l'idea della partecipazione critica anziché del dominio della grandi forze organizzate. Diciamo così: democrazia anziché comunismo. Diciamo piuttosto democrazia per la trasformazione. Quindi, in ultima analsi, sì: non democrazia invece che, ma verso il comunismo. Poi viene la questione della nonviolenza... Anche su quella, però, io dissento. Nel senso che la violenza è nella società, è nelle cose. Anche il capitalismo, Perciò lo voglio superare. Ma mica viviamo in unmondo di buoni. D'accordo. Noi però bisogna essere diversi. D'accordo. Ma una volta al governo, messo in relazione a forza che la violenza la praticano dal punto di vista dello stato e militare, questa scelta nonviolenta come la fai viviere? Penso che, insieme allo sfruttamento e all'alienazione, quella che sta montando sia una vera e propria crisi di civiltà. Che poi per me è la crisi di un capitalismo vocato all'assolutizzazione della competizione e al rischio d'implosione. Di fornte a questo penso sia fondamentale l'idea dell'Europa, di un Mediterrano come contaminazione di civilità e di culture. Per cui la guerra va bandita strutturalmente, trasformata in tabù. Belle parole. Ma la politica che fa? Intanto bisogna avere un'idea della politica che proponi al tuo partito e quella che proponi al governo. Io scelgo per me un'opzione pacifista, ma non dico che debba essere assunta dai miei alleati. Il governo che fa? Al governo chiedo il ritorno al valore fondante dell'articollo 11 della Costituzione e il rifiuto a praticare la guerra. Cioè, non gli chiedo un'opzione che va dalla nonviolenza alla guerra come tabù. Prodi dice che con l'Onu si può intervenire. E' una condizione necessaria ma non sufficiente. Il genocidio è un terreno praticabile di intervento con il consenso di tutti? Sì. Il consenso di tutto è sufficiente a intervenire? No. Anche perché troppo spesso l'Onu è sotto schiaffo. Quindi, vinte le elezioni... ...Si ritirano le truppe italiane dall'Iraq, e non è una piccola cosa. E' importante. Perché, francamente, anche questa è una cosa che comincia a disturbarmi. Faccio tre anni di lotta, ma nel momento in cui sono per conseguire il risultato chi se ne frega. Ma che cavolo! Il ritiro dall'Iraq cambia la faccia del paese. O no? O ci siamo sbagliati per tre anni? Non ci siamo sbagliati. Quello che volevo chiedere, però, è questo: dato che nel futuro governo ci saranno conflitti, come si gestisce questa cosa? Prodi dice che con l'Onu si interviene, tu no. Non è così. Leggiamo i documenti: nel programma c'è scritto che siamo per il disarmo. Se poi ci sarà una contesa, l'affronteremo. La cosa originale, comunque, è che possano esserci contese gestite senza arrivare all'aut aut. Se ci spostiamo su questo terreno, io le difficoltà maggiori non le vedo sul terreno della politica internazionale, bensì su quello della politica economica. Perché sul piano della politica internazionale ravviso una discontinuiotà profonda rispetto a Berlusconi e ai precedenti governi dell'Ulivo, quando noi per altro aveva avevamo prodotto una rottura prima della guerra nel Balcani. Non so però se ci viene suggerita la riproduzione di questo caso: se qualcuno dice che dobbiamo fare il braccio di ferro a rischio della rottura, verrei fosse esplicito... Ma no... Ecco: non è la mia ipotesi. La mia ipotesi è quella di avere costruito un programma perché penso che ci sia stata una discontinuità nel paese. Penso che dal 2001 a oggi il paese sia cambiato: in peggio per ciò che ci ha messo dall'alto Berlusconi, in meglio per ciò che ci hanno messo dal basso i movimenti. Ma non c'è una rappresentanza politica di quest'onda dei movimenti. Penso che il problema sia duplice: non c'è solo la rappresentanza, ma anche il contributo che i soggetti organizzati forniscono alla capacità di affrontare in avanti i problemi del movimento. Quello della ricomposizione unitaria del movimento è un problema, non solo dei movimenti ma anche della sinistra. Che a sua volta non si ridefinisce senza il movimento. E questa, per me, è la svolta delle svolte: la politica di oggi non si ridifinisce se non in un lavoro politico prioritariamente concentrato sul movimento. Cosa interegasce con questi movimenti? Prima che una forza organizzata, una cultura politica. Questa è la sfida forse più importante e più interessante interessante di Rifondazione. Noi veniamo da comunismo: questo nostro armamentario ha perduto di efficacia ma le sue finalità sono ancora valide... Anche di più. C'è un elemento che di quella storia è imprescindibile, ed è il peso decisivo della questione del lavoro nella vita degli uomini e nella società. Per quello dico Marx, l'impianto marxiamo è sencondo me necessario ma non sufficiente. Per questo mi pare giusta la formula «oltre Marx», perché lo comprende. Penso che quello che ci hanno sollecitato ormai da anni il femminismo, l'ecologismo, le culture critiche e della differenza mi pongano un problema: non posso rispondere che uno più uno fa due. Insomma: né l'assembleaggio dell'organizzazione né l'assemblaggio dlele culture... Devi partirte da questi elementi per costruire una nuova cultura politica. E' per questo che dico che il rappoerto tra uguaglianza e libertà torna in maniera clamorosa. Ha sempre prevalso la libertà sull'uguaglianza. Nel socialismo realizzato per niente. In realtà ha prevalso l'uguaglianza fino a sterminare la libertà. Ed è accaduto persino nella nostra storia più bella: anche nelle forme di democrazia diretta abbiamo fatto prevalere l'uguaglianza, la rappresentanza dell'omogenietà anziché delle diversità. Noi abbiamo sacrificato l'idividualità, quindi la persona. Contro il travisamento, la vulgata del superamento di una visione di classe, che io invece ritengo una chiave di lettura fondamentale del capitalismo del nostro tempo, penso che tuttavia questa dimensione non possa essere ritenuta totalizzante. Detto questo, allora, come riporti a unità tutte queste differenze? Guardiamo anche al movimento: quello che ha fatto di buono, come l'ha fatto? con il meccanismo del comitato centrale o con quello degli insiemi: decidendo insieme. In questo modo i partiti esistenti dovrebbero essere completamente rimessi in discussione e trasformati,.. Certmamente. Ma sempre attraverso la contaminazione. Prendiamo noi. C'è il Prc e ci sono forze con cui c'è una condivisione su tre punti esenziali: il no alla guerra, il no al politiche neoliberiste e la democrazia partecipata. Però hanno in antipatia il Prc: o perché partito o perché rifondazione o perché comunista. Io, per me, proseguo nella rifondazione. A questi altri che sono interessati non posso chiamarli, ma posso proporre loro la fondazione di un nuovo soggetto politico in cui c'è chi pensa di rifondazione un partito comunista e c'è invece chi pensa di fondare questo nuovo soggetto a cui pure noi partecipiamo. Secondo lo schema del movimento: tutti dentro, alla pari. Ma qaunto di riflesso al processo di costruzione di un partito democratico che rischia di soffocare tutto il resto del campo? Ci sono due cose che pesano. La prima, non lo nego, è l'attraversamento del governo.... Hai bisogno di acqua per traversare il deserto... Penso che non si possa fare con la dotazione politica che abbiamo, perché in quel modo siamo sempre attratti dall'aut aut tra accetazione e rottura. Per poterlo spezzare bisogna ricostruire un'autonomia dei progetti politici. Qual è invece il peso del partito democratico? Ci tengo a dei distinguo. Sono contrario al partito democratico perché è un'idea che mette fuori dalla politica uno degli elementi costitutivi della medisima nel mondo contemporaneo, cioè il lavoro. E sono contrareio anche perché è in fondo enfatizzazione della coalizione rispetto al radicamento del partito nella società. Perciò non sono nemmeno sicuro che sarà questo lo sviluppo delle cose. Anzi, sono assai incredulo. Però è una cosa seria. Appunto perciò, nel caso predesse corpo, penso che un atteggiamento aristocratico sarebbe disastroso. Perché in una società in cui il conflitto di classe, pur essendo cruciale, non ascende alla politica, può diventare attraente un'idea del partito grande contenitore, che in politica fa quel che può e consente di recuperare degli spazi nella società civile. Perciò facciamo male a sottovalutarla. E chi lo sottovaluta: lo avversiamo. Con un po' di snobbismo, però. Mentre, secondo me, invece di scegliere la linea del contrasto bisogna scegliere la linea della competizione. Noi siamo un'altra cosa, un'altra forma di aggregazione. Penso che così possiamo attrarre parte della società civile e politica. Anche rispetto al rischio, concretissimo, che tra partito democratico e ortodossia della sinistra vinca il primo a mani basse.
Corriere della Sera 22.3.06
Ingrao: si può rinunciare al simbolo comunista
A 17 anni dalla Bolognina, l’ex dirigente del Pci apre alla svolta Prc: ma i tempi sono lunghi
di Gianna Fregonara
ROMA - Rinunciare al comunismo? «Si può». Parola di Pietro Ingrao, che a diciassette anni dallo strappo contro la Bolognina, oggi è disponibile a ragionare sul cambio di simbolo e di ragione sociale del partito a cui ha aderito qualche anno fa: Rifondazione comunista. L’occasione è un commento sulla svolta annunciata - e poi attenuata - da Fausto Bertinotti: nasce la sezione italiana della Sinistra europea - aveva spiegato domenica scorsa - con l’ambizione di riunificare in un contenitore nuovo Rifondazione comunista e il movimento, dando l’addio definitivo all’ideologia e a Marx sull’onda di un nuovo slogan, «il socialismo della persona». Poi ieri, incontrando il mondo della cultura e dello spettacolo, il segretario di Rifondazione ha un po’ frenato: «Il comunismo? Non ci abbiamo rinunciato quando eravamo sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso».
Ma a sorpresa è proprio l’anziano leader del Pci, ospite d’onore accolto con una standing ovation al Residence Ripetta, a spiegare, a margine del convegno, che lui di dubbi ne ha meno. La premessa è che comunque «il partito della Sinistra non è vicino»: «Penso che dobbiate ancora attendere - sorride -, perché finora si sono messi d’accordo solo su alcune questioni immediate elettorali e di governo, ma non vedo un confronto profondo che possa portare a risultati a breve». Insomma, la svolta non sembra a Ingrao così vicina come aveva fatto immaginare Bertinotti, annunciandola per il dopo elezioni. Ma sui simboli e sul «nuovo partito», Ingrao non ha pregiudiziali: «Se si trattasse di una nuova unità, di un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome e al simbolo... E lo dico io che, voi sapete, che cosa significhi per me il comunismo».
E infatti è proprio Ingrao a invocare per il 9 aprile «una risposta proletaria, che rimetta al centro il soggetto di classe», mentre Bertinotti, nelle conclusioni, propone una versione nuova del «proletariato» del secolo scorso: il «movimento».
Il dibattito è comunque aperto dentro il partito e la strada imboccata: «Sarà in questo soggetto che si incontreranno le culture critiche che hanno animato la scena politica di questi anni», ha spiegato Bertinotti, rispondendo anche alle osservazioni di Ingrao che aveva invitato a non abbandonare il «proletariato». E Rina Gagliardi su Liberazione ha tracciato i confini della svolta bertinottiana in un editoriale dal titolo: «La sinistra da una svolta a sinistra». «Nei prossimi mesi - scrive - non ci sarà soltanto sulla scena il partito Democratico, sbocco obbligato del cammino iniziato nell’89, incarnazione di una collocazione neocentrista. Ci sarà un partito che rappresenta l’opzione di una società socialista per il ventunesimo secolo» in un processo «in cui nessuno si scioglie e nessuno rinuncia ad essere se stesso».
Repubblica 22.3.06
IL CASO
Il no di Fausto, ma il vecchio Pietro dice: "Se nascesse un nuovo contenitore..."
"Dire addio al comunismo" e Ingrao medita la svolta
L´ex presidente della Camera: "Forse si può rinunciare a nome e simbolo"
Il leader di Rifondazione: "Un suicidio rinunciare ai nostri simboli"
di Giovanna Casadio
ROMA - Non è un'abiura: «Sapete cosa significhi per me il comunismo...». Ma Pietro Ingrao, il leader storico dei comunisti italiani, è pronto alla svolta: «Rinunciare al comunismo? Se nascesse una nuova unità, un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome "comunismo" e al simbolo». Il convegno di Rifondazione comunista sulla cultura si è appena concluso: sala gremita; viavai di intellettuali, registi, attori. Il «compagno Pietro» - accolto da una standing ovation a cui lui risponde abbandonando il bastone e alzando il pugno - alla vigilia dei suoi novantun'anni, con i cronisti lancia il cuore oltre l'ostacolo. Al contrario del segretario Fausto Bertinotti che sul comunismo ha appena precisato: «Rinunciare al comunismo? No, non ci abbiamo rinunciato quando essere comunisti significava essere sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso. Dobbiamo ritrovare le radici ma anche andare oltre, dopo gli anni difficili sarebbe oggi un suicidio rinunciare alla nostra idea di rifondare il comunismo».
Una frenata. Che arriva dopo il dibattito acceso dei giorni scorsi sul progetto del Partito della sinistra - sezione italiana di quello europeo - che Rifondazione individua come il progetto politico all'orizzonte. Rina Gagliardi in un editoriale sul quotidiano del partito, Liberazione, proprio ieri ha sintetizzato: «Nei prossimi mesi non ci sarà sulla scena della politica italiana soltanto il progetto del Partito Democratico... Ci sarà una nuova forza della sinistra». Ecco a parlarne - tra un applauso a Mario Monicelli in platea, e gli interventi di Vladimir Luxuria, Luisa Boccia, Leo Gullotta, Marcello Cini - la coppia Bertinotti-Ingrao. In un reciproco passarsi il testimone. Convergendo e divergendo. Ingrao sul Partito della sinistra dirà poi ai cronisti: «Non è ancora vicino, penso che dobbiate ancora attendere perché finora si sono messi d'accordo su alcune questioni immediate. Ma non vedo un confronto profondo». Bertinotti durante il dibattito aveva invece ammonito sul Partito della sinistra: «È un progetto importante», senza rinunciare alle radici comuniste. Cambiamo ma per ora restiamo comunisti: è lo slogan di Bertinotti che individua nei «movimenti» il nuovo soggetto della trasformazione come il proletariato lo era per il marxismo.
Pressing invece di Ingrao affinché nella campagna elettorale entrino le sfide della sinistra e «il proletariato» torni protagonista della politica: «Nell'ultimo secolo abbiamo maturato l'idea dell'operaio come eroe, fulcro della mutazione sociale. Oggi questa idea mi sembra impallidita. Vorrei capire quanto e se è entrato nella campagna elettorale il tema della liberazione del lavoro. Fausto - si rivolge al segretario - sono preoccupato, mi sembra che non si parli per niente di lavoro. Mi piacerebbe che nei dibattiti tv ci fosse anche una faccia di operaio». Replica di Bertinotti: «Caro Pietro, sul proletariato sono d'accordo con te. Però noi dobbiamo guardare la realtà, questo proletariato è una "bestia", siamo in una fase di transizione e oggi il proletariato riguarda il movimento dove ci sono diverse realtà che si confrontano».
Altra frecciata quindi dell'ex presidente della Camera contro la guerra in Iraq: «Ti chiedo un favore, Fausto: tu che hai una relazione con Prodi, io non ce l'ho, digli che dovrebbe affermare chiaramente che lo stesso giorno in cui l'Unione vince le elezioni sarà finita la guerra dell'Italia in Iraq». Ricorda l'articolo 11 della Costituzione che spetta al capo dello Stato far rispettare. Un duetto. Quindi il comune affondo anti Berlusconi: «Che cosa sarebbe l'Italia in caso di vittoria elettorale del centrodestra? - attacca il segretario - Saremmo una provincia povera degli Usa». E ancora: «Berlusconi sta dimostrando un estremismo populista che inonda il paese di un'aggressività per la necessità di individuare nemici esterni. Fa quello che fa Le Pen all'opposizione, paradossale che lo faccia Berlusconi al governo». Sulla campagna elettorale: «È schizofrenica, perché ci troviamo di fronte a una campagna mediatica e a una reale». Annuisce Ingrao.
Il Riformista 22.3.06
EDITORIALE
RIFONDAZIONI
Bertinotti può scuotere l'inerzia dei riformisti
Chi pensa che la politica non sia solo una gestione più o meno onorevole dell'esistente, ma anche (soprattutto?) progetto e quindi futuro, è già all'opra intento per costruire un nuovo panorama nella prossima legislatura. Ci si muove a destra. Ed è un movimento che non va letto solo come il volo dei corvi sulle spoglie del berlusconismo. Lo ha scritto ieri su queste colonne Gennaro Malgieri, rilanciando il «partito dei moderati». Nello schieramento opposto, il progetto di un partito riformista è congelato fino a dopo le elezioni, ma potrebbe avere un suo primo punto di partenza nella lista unitaria. Intanto, Fausto Bertinotti ha (ri)lanciato la sua idea di un nuovo partito, la Sinistra europea, che superi Rifondazione e metta insieme un'area oggi frastagliata in partitini in conflitto tra loro, «nella pari dignità “assoluta” delle diverse soggettività che partecipano a questa impresa», come ha scritto Rina Gagliardi, ieri, su Liberazione. Non si tratta di sciogliere quel che c'è ma di procedere per «contaminazione reciproca», cogliendo la lezione dei movimenti di questi anni. Un progetto non facile. In primo luogo perché si scontra con gli egoismi partitici che il sistema proporzionale ha esaltato. Eppoi perché le basi culturali e politiche di una rifondazione di Rifondazione sono complicati, anzi pasticciati.
Al di là di una diffusa radicalità, cosa tiene insieme la sinistra dell'Unione? Già l'articolo della Gagliardi mette le mani avanti. Superamento del classismo? Questa «categoria fondativa» può essere «archiviata, in una fase storica come questa che ci parla quasi quotidianamente di un durissimo scontro di classe nel mondo?». Se Bertinotti, dopo aver detto addio al comunismo e alla violenza, vuole gettare alle ortiche (mettere in soffitta, si diceva un tempo) anche la classe, allora si guardi bene le spalle. La Gagliardi avverte anche che «un partito come il Prc, con la sua storia e i suoi vissuti così intensi» non può «diventare come un cono di gelato, scioglibile ad alta temperatura». È un dibattito solo all'inizio e lo lasciamo volentieri ai protagonisti. Ma è un percorso che a noi piace, per almeno due motivi. Il primo è che semplificare il quadro politico è una operazione salutare per la trasparenza democratica e la funzionalità del sistema. Il secondo è che ogni spinta che viene dalla sinistra e dalla destra può scuotere l'inerzia di chi al partito riformista forse pensa, ma evita di parlarne.
Il Riformista 22.3.06
CONVERSAZIONE
IL COMPAGNO AKEL BATTEZZA L'ULTIMA MOSSA DEL LEADER DI RIFONDAZIONE
Occhetto elogia Bertinotti: «Bravo, hai rifatto la Bolognina»
Ingrao: si può rinunciare al simbolo comunista
A 17 anni dalla Bolognina, l’ex dirigente del Pci apre alla svolta Prc: ma i tempi sono lunghi
di Gianna Fregonara
ROMA - Rinunciare al comunismo? «Si può». Parola di Pietro Ingrao, che a diciassette anni dallo strappo contro la Bolognina, oggi è disponibile a ragionare sul cambio di simbolo e di ragione sociale del partito a cui ha aderito qualche anno fa: Rifondazione comunista. L’occasione è un commento sulla svolta annunciata - e poi attenuata - da Fausto Bertinotti: nasce la sezione italiana della Sinistra europea - aveva spiegato domenica scorsa - con l’ambizione di riunificare in un contenitore nuovo Rifondazione comunista e il movimento, dando l’addio definitivo all’ideologia e a Marx sull’onda di un nuovo slogan, «il socialismo della persona». Poi ieri, incontrando il mondo della cultura e dello spettacolo, il segretario di Rifondazione ha un po’ frenato: «Il comunismo? Non ci abbiamo rinunciato quando eravamo sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso».
Ma a sorpresa è proprio l’anziano leader del Pci, ospite d’onore accolto con una standing ovation al Residence Ripetta, a spiegare, a margine del convegno, che lui di dubbi ne ha meno. La premessa è che comunque «il partito della Sinistra non è vicino»: «Penso che dobbiate ancora attendere - sorride -, perché finora si sono messi d’accordo solo su alcune questioni immediate elettorali e di governo, ma non vedo un confronto profondo che possa portare a risultati a breve». Insomma, la svolta non sembra a Ingrao così vicina come aveva fatto immaginare Bertinotti, annunciandola per il dopo elezioni. Ma sui simboli e sul «nuovo partito», Ingrao non ha pregiudiziali: «Se si trattasse di una nuova unità, di un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome e al simbolo... E lo dico io che, voi sapete, che cosa significhi per me il comunismo».
E infatti è proprio Ingrao a invocare per il 9 aprile «una risposta proletaria, che rimetta al centro il soggetto di classe», mentre Bertinotti, nelle conclusioni, propone una versione nuova del «proletariato» del secolo scorso: il «movimento».
Il dibattito è comunque aperto dentro il partito e la strada imboccata: «Sarà in questo soggetto che si incontreranno le culture critiche che hanno animato la scena politica di questi anni», ha spiegato Bertinotti, rispondendo anche alle osservazioni di Ingrao che aveva invitato a non abbandonare il «proletariato». E Rina Gagliardi su Liberazione ha tracciato i confini della svolta bertinottiana in un editoriale dal titolo: «La sinistra da una svolta a sinistra». «Nei prossimi mesi - scrive - non ci sarà soltanto sulla scena il partito Democratico, sbocco obbligato del cammino iniziato nell’89, incarnazione di una collocazione neocentrista. Ci sarà un partito che rappresenta l’opzione di una società socialista per il ventunesimo secolo» in un processo «in cui nessuno si scioglie e nessuno rinuncia ad essere se stesso».
Repubblica 22.3.06
IL CASO
Il no di Fausto, ma il vecchio Pietro dice: "Se nascesse un nuovo contenitore..."
"Dire addio al comunismo" e Ingrao medita la svolta
L´ex presidente della Camera: "Forse si può rinunciare a nome e simbolo"
Il leader di Rifondazione: "Un suicidio rinunciare ai nostri simboli"
di Giovanna Casadio
ROMA - Non è un'abiura: «Sapete cosa significhi per me il comunismo...». Ma Pietro Ingrao, il leader storico dei comunisti italiani, è pronto alla svolta: «Rinunciare al comunismo? Se nascesse una nuova unità, un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome "comunismo" e al simbolo». Il convegno di Rifondazione comunista sulla cultura si è appena concluso: sala gremita; viavai di intellettuali, registi, attori. Il «compagno Pietro» - accolto da una standing ovation a cui lui risponde abbandonando il bastone e alzando il pugno - alla vigilia dei suoi novantun'anni, con i cronisti lancia il cuore oltre l'ostacolo. Al contrario del segretario Fausto Bertinotti che sul comunismo ha appena precisato: «Rinunciare al comunismo? No, non ci abbiamo rinunciato quando essere comunisti significava essere sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso. Dobbiamo ritrovare le radici ma anche andare oltre, dopo gli anni difficili sarebbe oggi un suicidio rinunciare alla nostra idea di rifondare il comunismo».
Una frenata. Che arriva dopo il dibattito acceso dei giorni scorsi sul progetto del Partito della sinistra - sezione italiana di quello europeo - che Rifondazione individua come il progetto politico all'orizzonte. Rina Gagliardi in un editoriale sul quotidiano del partito, Liberazione, proprio ieri ha sintetizzato: «Nei prossimi mesi non ci sarà sulla scena della politica italiana soltanto il progetto del Partito Democratico... Ci sarà una nuova forza della sinistra». Ecco a parlarne - tra un applauso a Mario Monicelli in platea, e gli interventi di Vladimir Luxuria, Luisa Boccia, Leo Gullotta, Marcello Cini - la coppia Bertinotti-Ingrao. In un reciproco passarsi il testimone. Convergendo e divergendo. Ingrao sul Partito della sinistra dirà poi ai cronisti: «Non è ancora vicino, penso che dobbiate ancora attendere perché finora si sono messi d'accordo su alcune questioni immediate. Ma non vedo un confronto profondo». Bertinotti durante il dibattito aveva invece ammonito sul Partito della sinistra: «È un progetto importante», senza rinunciare alle radici comuniste. Cambiamo ma per ora restiamo comunisti: è lo slogan di Bertinotti che individua nei «movimenti» il nuovo soggetto della trasformazione come il proletariato lo era per il marxismo.
Pressing invece di Ingrao affinché nella campagna elettorale entrino le sfide della sinistra e «il proletariato» torni protagonista della politica: «Nell'ultimo secolo abbiamo maturato l'idea dell'operaio come eroe, fulcro della mutazione sociale. Oggi questa idea mi sembra impallidita. Vorrei capire quanto e se è entrato nella campagna elettorale il tema della liberazione del lavoro. Fausto - si rivolge al segretario - sono preoccupato, mi sembra che non si parli per niente di lavoro. Mi piacerebbe che nei dibattiti tv ci fosse anche una faccia di operaio». Replica di Bertinotti: «Caro Pietro, sul proletariato sono d'accordo con te. Però noi dobbiamo guardare la realtà, questo proletariato è una "bestia", siamo in una fase di transizione e oggi il proletariato riguarda il movimento dove ci sono diverse realtà che si confrontano».
Altra frecciata quindi dell'ex presidente della Camera contro la guerra in Iraq: «Ti chiedo un favore, Fausto: tu che hai una relazione con Prodi, io non ce l'ho, digli che dovrebbe affermare chiaramente che lo stesso giorno in cui l'Unione vince le elezioni sarà finita la guerra dell'Italia in Iraq». Ricorda l'articolo 11 della Costituzione che spetta al capo dello Stato far rispettare. Un duetto. Quindi il comune affondo anti Berlusconi: «Che cosa sarebbe l'Italia in caso di vittoria elettorale del centrodestra? - attacca il segretario - Saremmo una provincia povera degli Usa». E ancora: «Berlusconi sta dimostrando un estremismo populista che inonda il paese di un'aggressività per la necessità di individuare nemici esterni. Fa quello che fa Le Pen all'opposizione, paradossale che lo faccia Berlusconi al governo». Sulla campagna elettorale: «È schizofrenica, perché ci troviamo di fronte a una campagna mediatica e a una reale». Annuisce Ingrao.
Il Riformista 22.3.06
EDITORIALE
RIFONDAZIONI
Bertinotti può scuotere l'inerzia dei riformisti
Chi pensa che la politica non sia solo una gestione più o meno onorevole dell'esistente, ma anche (soprattutto?) progetto e quindi futuro, è già all'opra intento per costruire un nuovo panorama nella prossima legislatura. Ci si muove a destra. Ed è un movimento che non va letto solo come il volo dei corvi sulle spoglie del berlusconismo. Lo ha scritto ieri su queste colonne Gennaro Malgieri, rilanciando il «partito dei moderati». Nello schieramento opposto, il progetto di un partito riformista è congelato fino a dopo le elezioni, ma potrebbe avere un suo primo punto di partenza nella lista unitaria. Intanto, Fausto Bertinotti ha (ri)lanciato la sua idea di un nuovo partito, la Sinistra europea, che superi Rifondazione e metta insieme un'area oggi frastagliata in partitini in conflitto tra loro, «nella pari dignità “assoluta” delle diverse soggettività che partecipano a questa impresa», come ha scritto Rina Gagliardi, ieri, su Liberazione. Non si tratta di sciogliere quel che c'è ma di procedere per «contaminazione reciproca», cogliendo la lezione dei movimenti di questi anni. Un progetto non facile. In primo luogo perché si scontra con gli egoismi partitici che il sistema proporzionale ha esaltato. Eppoi perché le basi culturali e politiche di una rifondazione di Rifondazione sono complicati, anzi pasticciati.
Al di là di una diffusa radicalità, cosa tiene insieme la sinistra dell'Unione? Già l'articolo della Gagliardi mette le mani avanti. Superamento del classismo? Questa «categoria fondativa» può essere «archiviata, in una fase storica come questa che ci parla quasi quotidianamente di un durissimo scontro di classe nel mondo?». Se Bertinotti, dopo aver detto addio al comunismo e alla violenza, vuole gettare alle ortiche (mettere in soffitta, si diceva un tempo) anche la classe, allora si guardi bene le spalle. La Gagliardi avverte anche che «un partito come il Prc, con la sua storia e i suoi vissuti così intensi» non può «diventare come un cono di gelato, scioglibile ad alta temperatura». È un dibattito solo all'inizio e lo lasciamo volentieri ai protagonisti. Ma è un percorso che a noi piace, per almeno due motivi. Il primo è che semplificare il quadro politico è una operazione salutare per la trasparenza democratica e la funzionalità del sistema. Il secondo è che ogni spinta che viene dalla sinistra e dalla destra può scuotere l'inerzia di chi al partito riformista forse pensa, ma evita di parlarne.
Il Riformista 22.3.06
CONVERSAZIONE
IL COMPAGNO AKEL BATTEZZA L'ULTIMA MOSSA DEL LEADER DI RIFONDAZIONE
Occhetto elogia Bertinotti: «Bravo, hai rifatto la Bolognina»
martedì 21 marzo 2006
Virgilio Notizie 21.3.06
SINISTRA EUROPEA
BERTINOTTI: SCIOGLIERE PRC? ASSOLUTAMENTE NO
Ce la teniamo stretta ma con associazioni lavoriamo al 'nuovo'
Roma, 21 mar. (Apcom) - "No, assolutamente. Ce la teniamo ben stretta". Ai microfoni di Gr Parlamento, Fausto Bertinotti smentisce così qualunque ipotesi di sciogliere Rifondazione Comunista a fronte della nascita della sezione italiana della Sinistra Europea. "Lavoriamo alla rifondazione - continua il segretario del Prc - e insieme ad altri lavoriamo alla costruzione di un nuovo soggetto politico in cui ci sarà il Prc con associazioni costruire una soggettività politica unitaria".
Si tratta di un soggetto diverso dal Partito Socialista Europeo, prosegue Bertinotti, "in quanto noi siamo contro la guerra", mentre i socialisti in Europa sono stati "divisi" su questo tema. Inoltre, "noi esprimiamo una critica al neoliberismo e abbiamo un'idea della democrazia come 'partecipata'".
"Di fronte alla prospettiva del governo", aggiunge Bertinotti, la sezione italiana della Sinistra Europea ha una "ambizione: non solo sostenere il governo, ma trascenderlo e proporsi una trasformazione della società, l'idea di un'altra Europa e altri rapporti nel Mediterraneo. Un'idea che non può essere esaurita da un governo di coalizione". Il programma dell'Unione contiene una "chiara spinta riformatrice", conclude il segretario del Prc, ma "bisogna evitare che prenda corpo l'ipotesi delle forze moderate di annacquarlo".
La Stampa 20.3.06
POLITICA
L’ANNUNCIO. VENGONO MESSI IN DISCUSSIONE ALTRI
FONDAMENTI DELLA TEORIA E DELLE PRATICHE COMUNISTE
Bertinotti: basta con le classi
mettiamo al centro la persona
Il segretario: Rifondazione sparirà,
entreremo nel Partito della sinistra europea
di Riccardo Barenghi
ROMA. «Dopo le elezioni politiche, proprio subito dopo, avvieremo la fase costituente della Sezione italiana del Partito della sinistra europea». Il nome è un po' lungo, troppo per stare in una scheda elettorale e anche per avere quella forza di impatto mediatico indispensabile ai giorni nostri. Ma la notizia non è il nome, uno più sintetico si troverà, la notizia è che subito dopo il voto e con il nuovo governo (possibilmente quello di Prodi) appena nato, Rifondazione comunista non sarà più lei. O meglio sarà una sorta di corrente dentro questo nuovo partito o soggetto politico o Sezione italiana (allusione alla vecchia Internazionale comunista) o chiamatelo come volete. E non è azzardato prevedere che quando torneremo a votare per le amministrative o per le politiche non troveremo sulla scheda il suo nome, il suo aggettivo (comunista) e la sua falce e martello ma qualcos'altro.
«Questa è la svolta della svolte», ci dice Fausto Bertinotti quando ormai è sera. «Le altre - racconta - sono state la rottura con lo stalinismo (Livorno, gennaio 2001, settantesimo anniversario della nascita del Pci), la scelta della non violenza (2003) e adesso questa». Nel frattempo c'è stata ovviamente quella (databile al congresso di Venezia nel 2005) che ha portato il partito di Bertinotti nel centrosinistra, nell'Unione e che, se tutto andrà bene, lo porterà al governo tra poche settimane.
Il cambio
Ma la svolta di ieri - alla manifestazione romana in cui sono stati presentati i candidati del Prc - è più svolta delle altre non solo perché prelude a un cambio di nome ma proprio perché mette in discussione altri fondamenti della teoria e delle pratiche comuniste. Tanto che il segretario di Rifondazione non ha nessun problema a dire che «dobbiamo a mettere al centro non più il lavoro ma i lavoratori», che si deve sostituire il concetto di «classe con quello di persona», che «abbiamo bisogno di una forte ipotesi revisionistica, ovvero ripensare tutto l'impianto culturale della nostra storia». Non a caso cita il Concilio Vaticano II «quando fece scandalo il fatto che la Chiesa per la prima volta nella sua dottrina utilizzasse il termine popolo». E se non ce ne fosse abbastanza, Bertinotti aggiunge che «nella nostra storia troppo spesso l'uguaglianza ha fatto premio sulla libertà». E invece, spiega, «la nuova cultura politica di questo partito della sinistra europea deve saper conciliare le due cose molto di più e meglio di quanto in passato abbia fatto il movimento operaio. La libertà della persona non è una concessione all'avversario ma un concetto fondamentale per qualsiasi sinistra moderna».
La persona
Una sinistra che «dovrà magari recuperare il Marx della critica allo sfruttamento e all'alienazione che negli ultimi venticinque anni è stato rimosso», ma che poi dovrà «oltrepassarlo. E immettere dentro si sé elementi nuovi, la comunità, la persona, la libertà appunto». Se non è una fuoriuscita dal comunismo poco ci manca (questione di tempo), non a caso Bertinotti cita modelli come la Linkespartei tedesca, partito nato dalla confluenza degli ex comunisti della Germania est (la Pds), di una costola dell'Ig-metal (la nostra Fiom) e di quei socialdemocratici più radicali che hanno seguito Oskar Lafontaine. «Io mi rendo conto che il mio Partito, Rifondazione comunista, non basta. E allora mi apro al meticciato con associazioni, movimenti, persone che in questi anni si sono appunto mosse a sinistra, contro la guerra, contro il liberismo, sull'ambiente, sui diritti civili, ma che in un partito che si chiama comunista non entrerebbero mai. E allora sono io che mi dichiaro disposto a entrare in un nuovo soggetto politico, un partito che si dia l'obiettivo di creare una Sinistra alternativa europea». Naturalmente, il leader del Prc ci tiene a sottolineare che la sua «svolta delle svolte» non è una svolta a destra. «Anzi, semmai il contrario. Oggi si discute del Partito democratico, ipotesi che mi trova in dissenso ma di cui riconosco il fascino perché la crisi della politica è così grave che la ricerca del nuovo è molto forte: dunque è un'idea suggestiva, non è un bidone. Ma proprio per questo penso che ci sia bisogno di un'operazione analoga a sinistra. Analoga ma alternativa».
La Costituente
La scommessa non è irrilevante, anche perché mentre Rifondazione, le associazioni, i movimenti, la stessa Fiom (il suo segretario Gianni Rinaldini è infatti intervenuto all'assemblea di ieri) daranno vita alla Costituente del nuovo partito, il vecchio partito e i suo annessi saranno impegnati in una sfida di un certo peso. Quella del governo, ammesso che le elezioni vadano bene per l'Unione. «Tanto più - dice Bertinotti - dobbiamo riuscirci. Riuscire cioè a dotarci di una nuova armatura teorica, culturale, politica che ci consenta di guardare non solo al domani ma anche al dopo. Per la sinistra il governo è un passaggio difficile, potremmo definirlo una traversata nel deserto. Più acqua ci portiamo dietro, meglio la facciamo».
ilgiornale.it 20.3.06
Bertinotti avvisa già Prodi: i veri nodi dopo le elezioni
di Roberto Scafuri
da Roma. Un lusso, lo definisce Fausto Bertinotti. Immaginare il futuro mentre infuria la battaglia elettorale e la Carovana di Rifondazione è in procinto di partire - lo farà a fine giornata da piazza Farnese - per il suo tour lungo lo Stivale. Un lusso e una ripartenza: usare il pensiero critico di Marx e «andare oltre Marx, non pretendere di indagare il mondo con gli occhiali dell'ortodossia». Il lusso di un altro «strappetto»: per due giorni il partito si è dedicato alla Sinistra europea, alla costruzione della sua sezione italiana, estraniandosi dalle diatribe politiche e dal «raccogliere voti, che sarebbe pure il mestiere di un partito...», come dice Bertinotti.
Ma oggi il mondo non tiene più, «bisogna coltivare e riformare il rapporto con i movimenti», «revisionare» l'impianto culturale delle origini, aprirsi alle altre culture, come «Se» vuole fare. «Noi che veniamo da storie toste, abbiamo imparato non solo da grandi barbe, ma anche da piccoli uomini...», spiega il leader.
Oggi così è possibile la non-violenza e «riflettere a fondo» sui termini di «uguaglianza e libertà», scoprendo che «molto spesso il primo ha fatto premio sulla seconda, mentre andrebbero pensati in maniera convergente». Il futuro è alle porte, la Sinistra europea si propone già in una prospettiva continentale, lo spazio minimo di intervento per trasformare i rapporti e lottare contro le dinamiche di «un capitalismo che ha fallito». Ma se l'ortodossia è «un cane morto da cui vogliamo liberarci», e la Sinistra europea raggruppa partiti e individui provenienti da esperienze differenti, si possono liberare «tanta parte delle idee che sono parte della nostra storia, ora bloccate». Un orizzonte che potrebbe essere definito come «Socialismo del XXI secolo», per il quale al centro «non c'è più il lavoro, ma le lavoratrici e i lavoratori». Tanto da poter parlare di «Socialismo della persona».
Immaginare il futuro mentre imperversano le polemiche elettorali. «Un'originalità», ci scherza su il leader rifondatore.
Al termine dell'assemblea che vara la Carta dei principi del futuro soggetto politico, si torna al presente. Qualche considerazione sulla marcia della pace, disertata da Ds e Margherita per il rischio incidenti che «naturalmente non si sono verificati, poiché il movimento è concretamente nonviolento», spiegherà Bertinotti, evitando di fare critiche. «Però si è persa un'occasione per essere ancora di più... Non facciamo drammi, nel programma dell'Unione la pace e la richiesta di ritiro dall'Irak ci sono».
Il problema in fondo è sempre lo stesso, «ci sono pressioni da parte dei poteri forti per annacquare il nostro programma», ma guai se il futuro governo Prodi producesse «elementi di disillusione, sarebbe un disastro politico per tutti». Il Paese ha bisogno di un'«impronta fortemente riformatrice», spiega il leader rifondatore, e «noi siamo realisti e lavoreremo perché i problemi vengano risolti». Ma «se vinciamo le elezioni, il giorno dopo avremo problemi e difficoltà rispetto ai quali quelli che abbiamo vissuto fin qui sono rose e fiori...». L'antidoto «ai rischi interni che esistono non è quello dello scontro interno alla coalizione, ma invece la costruzione della partecipazione della società».
Bertinotti ricorda che bisogna lavorare «all'unità della coalizione»: piuttosto che litigare, «dare una qualificazione veramente riformatrice ai programmi: le differenze ci sono e a volte sono anche molto nette, ma anche se siamo tanti e diversi, l'importante è che troviamo una convergenza, un compromesso dal chiaro profilo riformatore».
Lavorare alla «partecipazione democratica, fondata sulle autonomie» sembra essere l'alchimia giusta, a ogni livello, sull'esempio del sindacato, che «non può avere un governo amico, in quanto può essere amico solo dei lavoratori». Come ribadirà anche il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, presente all'assemblea, «se Prodi chiederà ancora sacrifici ai lavoratori, il malessere sociale anti-Berlusconi può rivoltarsi contro anche a un nuovo governo».
Il Tempo lunedì 20 marzo 2006
«I POTERI FORTI» vogliono cambiare il programma dell’Unione.
di LUIGI FRASCA
Vogliono annacquarlo. Renderlo meno combattivo dal punto di vista sociale. Neutralizzarlo nei suoi aspetti più radicali, quelli cari alla sinistra del centrosinistra. È l’allarme lanciato da Bertinotti alla luce del convegno di Confindustria a Vicenza. «Bisogna essere realisti, noi lavoreremo perchè i problemi siano risolti e in questo senso il programma dell'Unione è un elemento forte. È però evidente, e questi giorni ne sono l'esempio, che ci sono pressioni da parte dei poteri forti del Paese per annacquare il nostro programma», ha detto il segretario di Rifondazione durante un'iniziativa della sezione italiana del partito della sinistra europea. Se Bertinotti si riferisca al programma fiscale o alle annunciate modifiche della legge Biagi da parte di un eventuale governo prodiano non è chiaro. Ma sicuramente il suo è un modo di «tirare per la giacca» il Professore. Un «avvertimento» trasversale per la gioia dei suoi sostenitori più radicali, per impedire che considerino Rifondazione come un «alleato subordinato» al resto della coalizione e la puniscano alle urne per un atteggiamento non sufficientemente «rivoluzionario», cioè incoerente con il suo passato. «Io penso - ha detto ancora il segretario del Prc facendo appello all’unità interna - che l'Italia ha bisogno di un'impronta riformatrice e penso che l'antidoto al rischio di queste pressioni non sia quello dello scontro interno alla coalizione, ma la costruzione di una partecipazione di tutta la società. Lavoriamo all'unità e, anche se abbiamo dei punti di vista diversi, dobbiamo dare al Paese la garanzia di un governo unitario e di alternativa a Berlusconi». Anche se la parola giustizia non sarebbe «garanzia» ma invece «illusione», visto lo stato dei fatti, Bertinotti ci tiene a sottolineare che «ci sono differenze tra di noi anche nette, ma possiamo trovare una convergenza che si può chiamare compromesso programmatico dal chiaro profilo riformatore». Una sorta di piccolo «compromesso storico» all’interno della sinistra, insomma. Che, tuttavia, non può far dimenticare le divergenze: «Io sono in radicale dissenso dal Partito democratico - ha infatti aggiunto Bertinotti - però penso che potrebbe avere un appeal perchè la crisi della politica è così grave che la ricerca del nuovo è molto forte. Noi lavoriamo per costruire un'alternativa a sinistra rispetto al Partito democratico e il nostro progetto si chiama sezione italiana del partito della sinistra europea. Una nuova forza che può mettere insieme tutte le realtà che in questi anni si sono unite contro la guerra e contro le politiche neoliberiste». Sull’atteggiamento nei confronti del sindacato da un lato e di Confindustria dall’altro, il leader dei «rifondisti» ha le idee chiare: «Il Professore esprime un programma in cui ci sono punti di convergenza con il sindacato e in cui ci sono scritti anche i punti di distacco da Confindustria dice - Nel programma dell'Unione si può leggere che noi siamo per la ridistribuzione del reddito e per colpire la rendita finanziaria. C'è anche scritto che siamo per il superamento della legge 30 e per la riconquista della centralità del contratto a tempo indeterminato». Secondo Bertinotti, «quello che è sicuro è che il programma dell'Unione è un'alternativa alle politiche del governo Berlusconi che ha fallito». Tornando poi a commentare la giornata di sabato, il leader del Prc aggiunge: «La Confindustria ha cambiato la sua direzione dopo il fallimento delle politiche della destra. Il governo ha aggredito l'articolo 18 e per opposizione ha avuto la più grande manifestazione sindacale degli ultimi cinque anni. La Confindustria in un primo tempo aveva pensato di accompagnare le politiche di Berlusconi ma poi di fronte al fallimento non ha potuto che dissociarsi. Il riassunto di tutto ciò - conclude Bertinotti - è che tutte le parti sociali sono contro Berlusconi e il nuovo governo Prodi dovrà avere la capacità di riorganizzare il consenso». Infine, dopo l’annuncio dell’approvazione all'unanimità della «Carta dei principi della sinistra europea», nuova tappa nel cammino che porta alla nascita della «sezione italiana del Partito della sinistra europea», Fausto Bertinotti ha sottolineato come per il nuovo soggetto politico sia «fondamentale il rapporto con i movimenti senza però tralasciare l'importanza delle radici. Non dobbiamo dimenticare Marx ma dobbiamo partire dalla critica marxista dell'economia per poi considerare la critica del produttivismo riscoprendo l'alienazione a cui ci ha portato la società capitalista». Insomma, il nuovo soggetto politico che il segretario del Prc ha in mente deve pensare a una «ricostruzione della società con al centro non il lavoro ma i lavoratori, cioè, le persone con le loro soggettivistà».
ragionpolitica.it 21.3.06
Tutta la sinistra al potere
di Gianni Baget Bozzo
Bertinotti getta il comunismo alle ortiche? Siamo abituati ai cambiamenti di linea culturale del leader di Rifondazione, ma questo certamente è il più significativo di tutti. Bertinotti butta il Capitale di Marx in soffitta, come Giolitti; si attacca al «giovane» Marx - linea comune a tutti i revisionismi; abbandona il concetto di classe e si rifà all'idea di persona. Sembrerebbe una rivoluzione culturale, ma essa è fatta con un tratto di penna del segretario.
In realtà, tutto rimane come prima: l'idea fondamentale rimane quella dell'antagonismo, sostenuto questa volta in nome dei diritti individuali invece che dell'identità collettiva. Ma l'idea forza è quella di portare il movimento e i movimenti dentro il governo, quella cioè di spostare stabilmente a sinistra l'asse dell'esecutivo incidendo con la chiave anti-occidentale e anti-liberale tutte le sue politiche. Bisogna che il nome cambi perché la cosa rimanga come prima.
Ciò significa che l'asse del governo sarà tra il Ds e il nuovo partito della sinistra europea, visto questa volta come una forza parallela al partito democratico promosso da Ds e Margherita e come suo bilanciamento a sinistra. Le politiche fiscali, dell'immigrazione, dello Stato sociale, del ruolo dei sindacati saranno un elemento permanente della posizione di Bertinotti, che potrà contare sull'identità culturale della tradizione comunista che è anche nelle radici del Ds. Avremmo il governo più a sinistra mai esistito nella storia d'Italia e nella storia d'Europa.
Prodi cercherà di mantenere la barra a sinistra e di mediare tra Ds e Bertinotti - quest'ultimo nella nuova veste di leader dell'erigendo partito della sinistra europea. L'idea di un ribaltone e di una nuova maggioranza sognata dai post-democristiani di entrambi gli schieramenti è destinata a cadere in questo spostamento di Bertinotti verso il governo come prima finalità dell'estrema sinistra. Infine, la vocazione comunista è sempre il controllo del potere e il segretario di Rifondazione può usare l'antagonismo come sua presenza all'interno del potere ma mai come causa di esclusione dal governo. La Margherita è marginalizzata da questa intesa profonda tra sinistra e sinistra, e sarà Prodi stesso a garantire la sua emarginazione.
SINISTRA EUROPEA
BERTINOTTI: SCIOGLIERE PRC? ASSOLUTAMENTE NO
Ce la teniamo stretta ma con associazioni lavoriamo al 'nuovo'
Roma, 21 mar. (Apcom) - "No, assolutamente. Ce la teniamo ben stretta". Ai microfoni di Gr Parlamento, Fausto Bertinotti smentisce così qualunque ipotesi di sciogliere Rifondazione Comunista a fronte della nascita della sezione italiana della Sinistra Europea. "Lavoriamo alla rifondazione - continua il segretario del Prc - e insieme ad altri lavoriamo alla costruzione di un nuovo soggetto politico in cui ci sarà il Prc con associazioni costruire una soggettività politica unitaria".
Si tratta di un soggetto diverso dal Partito Socialista Europeo, prosegue Bertinotti, "in quanto noi siamo contro la guerra", mentre i socialisti in Europa sono stati "divisi" su questo tema. Inoltre, "noi esprimiamo una critica al neoliberismo e abbiamo un'idea della democrazia come 'partecipata'".
"Di fronte alla prospettiva del governo", aggiunge Bertinotti, la sezione italiana della Sinistra Europea ha una "ambizione: non solo sostenere il governo, ma trascenderlo e proporsi una trasformazione della società, l'idea di un'altra Europa e altri rapporti nel Mediterraneo. Un'idea che non può essere esaurita da un governo di coalizione". Il programma dell'Unione contiene una "chiara spinta riformatrice", conclude il segretario del Prc, ma "bisogna evitare che prenda corpo l'ipotesi delle forze moderate di annacquarlo".
La Stampa 20.3.06
POLITICA
L’ANNUNCIO. VENGONO MESSI IN DISCUSSIONE ALTRI
FONDAMENTI DELLA TEORIA E DELLE PRATICHE COMUNISTE
Bertinotti: basta con le classi
mettiamo al centro la persona
Il segretario: Rifondazione sparirà,
entreremo nel Partito della sinistra europea
di Riccardo Barenghi
ROMA. «Dopo le elezioni politiche, proprio subito dopo, avvieremo la fase costituente della Sezione italiana del Partito della sinistra europea». Il nome è un po' lungo, troppo per stare in una scheda elettorale e anche per avere quella forza di impatto mediatico indispensabile ai giorni nostri. Ma la notizia non è il nome, uno più sintetico si troverà, la notizia è che subito dopo il voto e con il nuovo governo (possibilmente quello di Prodi) appena nato, Rifondazione comunista non sarà più lei. O meglio sarà una sorta di corrente dentro questo nuovo partito o soggetto politico o Sezione italiana (allusione alla vecchia Internazionale comunista) o chiamatelo come volete. E non è azzardato prevedere che quando torneremo a votare per le amministrative o per le politiche non troveremo sulla scheda il suo nome, il suo aggettivo (comunista) e la sua falce e martello ma qualcos'altro.
«Questa è la svolta della svolte», ci dice Fausto Bertinotti quando ormai è sera. «Le altre - racconta - sono state la rottura con lo stalinismo (Livorno, gennaio 2001, settantesimo anniversario della nascita del Pci), la scelta della non violenza (2003) e adesso questa». Nel frattempo c'è stata ovviamente quella (databile al congresso di Venezia nel 2005) che ha portato il partito di Bertinotti nel centrosinistra, nell'Unione e che, se tutto andrà bene, lo porterà al governo tra poche settimane.
Il cambio
Ma la svolta di ieri - alla manifestazione romana in cui sono stati presentati i candidati del Prc - è più svolta delle altre non solo perché prelude a un cambio di nome ma proprio perché mette in discussione altri fondamenti della teoria e delle pratiche comuniste. Tanto che il segretario di Rifondazione non ha nessun problema a dire che «dobbiamo a mettere al centro non più il lavoro ma i lavoratori», che si deve sostituire il concetto di «classe con quello di persona», che «abbiamo bisogno di una forte ipotesi revisionistica, ovvero ripensare tutto l'impianto culturale della nostra storia». Non a caso cita il Concilio Vaticano II «quando fece scandalo il fatto che la Chiesa per la prima volta nella sua dottrina utilizzasse il termine popolo». E se non ce ne fosse abbastanza, Bertinotti aggiunge che «nella nostra storia troppo spesso l'uguaglianza ha fatto premio sulla libertà». E invece, spiega, «la nuova cultura politica di questo partito della sinistra europea deve saper conciliare le due cose molto di più e meglio di quanto in passato abbia fatto il movimento operaio. La libertà della persona non è una concessione all'avversario ma un concetto fondamentale per qualsiasi sinistra moderna».
La persona
Una sinistra che «dovrà magari recuperare il Marx della critica allo sfruttamento e all'alienazione che negli ultimi venticinque anni è stato rimosso», ma che poi dovrà «oltrepassarlo. E immettere dentro si sé elementi nuovi, la comunità, la persona, la libertà appunto». Se non è una fuoriuscita dal comunismo poco ci manca (questione di tempo), non a caso Bertinotti cita modelli come la Linkespartei tedesca, partito nato dalla confluenza degli ex comunisti della Germania est (la Pds), di una costola dell'Ig-metal (la nostra Fiom) e di quei socialdemocratici più radicali che hanno seguito Oskar Lafontaine. «Io mi rendo conto che il mio Partito, Rifondazione comunista, non basta. E allora mi apro al meticciato con associazioni, movimenti, persone che in questi anni si sono appunto mosse a sinistra, contro la guerra, contro il liberismo, sull'ambiente, sui diritti civili, ma che in un partito che si chiama comunista non entrerebbero mai. E allora sono io che mi dichiaro disposto a entrare in un nuovo soggetto politico, un partito che si dia l'obiettivo di creare una Sinistra alternativa europea». Naturalmente, il leader del Prc ci tiene a sottolineare che la sua «svolta delle svolte» non è una svolta a destra. «Anzi, semmai il contrario. Oggi si discute del Partito democratico, ipotesi che mi trova in dissenso ma di cui riconosco il fascino perché la crisi della politica è così grave che la ricerca del nuovo è molto forte: dunque è un'idea suggestiva, non è un bidone. Ma proprio per questo penso che ci sia bisogno di un'operazione analoga a sinistra. Analoga ma alternativa».
La Costituente
La scommessa non è irrilevante, anche perché mentre Rifondazione, le associazioni, i movimenti, la stessa Fiom (il suo segretario Gianni Rinaldini è infatti intervenuto all'assemblea di ieri) daranno vita alla Costituente del nuovo partito, il vecchio partito e i suo annessi saranno impegnati in una sfida di un certo peso. Quella del governo, ammesso che le elezioni vadano bene per l'Unione. «Tanto più - dice Bertinotti - dobbiamo riuscirci. Riuscire cioè a dotarci di una nuova armatura teorica, culturale, politica che ci consenta di guardare non solo al domani ma anche al dopo. Per la sinistra il governo è un passaggio difficile, potremmo definirlo una traversata nel deserto. Più acqua ci portiamo dietro, meglio la facciamo».
ilgiornale.it 20.3.06
Bertinotti avvisa già Prodi: i veri nodi dopo le elezioni
di Roberto Scafuri
da Roma. Un lusso, lo definisce Fausto Bertinotti. Immaginare il futuro mentre infuria la battaglia elettorale e la Carovana di Rifondazione è in procinto di partire - lo farà a fine giornata da piazza Farnese - per il suo tour lungo lo Stivale. Un lusso e una ripartenza: usare il pensiero critico di Marx e «andare oltre Marx, non pretendere di indagare il mondo con gli occhiali dell'ortodossia». Il lusso di un altro «strappetto»: per due giorni il partito si è dedicato alla Sinistra europea, alla costruzione della sua sezione italiana, estraniandosi dalle diatribe politiche e dal «raccogliere voti, che sarebbe pure il mestiere di un partito...», come dice Bertinotti.
Ma oggi il mondo non tiene più, «bisogna coltivare e riformare il rapporto con i movimenti», «revisionare» l'impianto culturale delle origini, aprirsi alle altre culture, come «Se» vuole fare. «Noi che veniamo da storie toste, abbiamo imparato non solo da grandi barbe, ma anche da piccoli uomini...», spiega il leader.
Oggi così è possibile la non-violenza e «riflettere a fondo» sui termini di «uguaglianza e libertà», scoprendo che «molto spesso il primo ha fatto premio sulla seconda, mentre andrebbero pensati in maniera convergente». Il futuro è alle porte, la Sinistra europea si propone già in una prospettiva continentale, lo spazio minimo di intervento per trasformare i rapporti e lottare contro le dinamiche di «un capitalismo che ha fallito». Ma se l'ortodossia è «un cane morto da cui vogliamo liberarci», e la Sinistra europea raggruppa partiti e individui provenienti da esperienze differenti, si possono liberare «tanta parte delle idee che sono parte della nostra storia, ora bloccate». Un orizzonte che potrebbe essere definito come «Socialismo del XXI secolo», per il quale al centro «non c'è più il lavoro, ma le lavoratrici e i lavoratori». Tanto da poter parlare di «Socialismo della persona».
Immaginare il futuro mentre imperversano le polemiche elettorali. «Un'originalità», ci scherza su il leader rifondatore.
Al termine dell'assemblea che vara la Carta dei principi del futuro soggetto politico, si torna al presente. Qualche considerazione sulla marcia della pace, disertata da Ds e Margherita per il rischio incidenti che «naturalmente non si sono verificati, poiché il movimento è concretamente nonviolento», spiegherà Bertinotti, evitando di fare critiche. «Però si è persa un'occasione per essere ancora di più... Non facciamo drammi, nel programma dell'Unione la pace e la richiesta di ritiro dall'Irak ci sono».
Il problema in fondo è sempre lo stesso, «ci sono pressioni da parte dei poteri forti per annacquare il nostro programma», ma guai se il futuro governo Prodi producesse «elementi di disillusione, sarebbe un disastro politico per tutti». Il Paese ha bisogno di un'«impronta fortemente riformatrice», spiega il leader rifondatore, e «noi siamo realisti e lavoreremo perché i problemi vengano risolti». Ma «se vinciamo le elezioni, il giorno dopo avremo problemi e difficoltà rispetto ai quali quelli che abbiamo vissuto fin qui sono rose e fiori...». L'antidoto «ai rischi interni che esistono non è quello dello scontro interno alla coalizione, ma invece la costruzione della partecipazione della società».
Bertinotti ricorda che bisogna lavorare «all'unità della coalizione»: piuttosto che litigare, «dare una qualificazione veramente riformatrice ai programmi: le differenze ci sono e a volte sono anche molto nette, ma anche se siamo tanti e diversi, l'importante è che troviamo una convergenza, un compromesso dal chiaro profilo riformatore».
Lavorare alla «partecipazione democratica, fondata sulle autonomie» sembra essere l'alchimia giusta, a ogni livello, sull'esempio del sindacato, che «non può avere un governo amico, in quanto può essere amico solo dei lavoratori». Come ribadirà anche il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, presente all'assemblea, «se Prodi chiederà ancora sacrifici ai lavoratori, il malessere sociale anti-Berlusconi può rivoltarsi contro anche a un nuovo governo».
Il Tempo lunedì 20 marzo 2006
«I POTERI FORTI» vogliono cambiare il programma dell’Unione.
di LUIGI FRASCA
Vogliono annacquarlo. Renderlo meno combattivo dal punto di vista sociale. Neutralizzarlo nei suoi aspetti più radicali, quelli cari alla sinistra del centrosinistra. È l’allarme lanciato da Bertinotti alla luce del convegno di Confindustria a Vicenza. «Bisogna essere realisti, noi lavoreremo perchè i problemi siano risolti e in questo senso il programma dell'Unione è un elemento forte. È però evidente, e questi giorni ne sono l'esempio, che ci sono pressioni da parte dei poteri forti del Paese per annacquare il nostro programma», ha detto il segretario di Rifondazione durante un'iniziativa della sezione italiana del partito della sinistra europea. Se Bertinotti si riferisca al programma fiscale o alle annunciate modifiche della legge Biagi da parte di un eventuale governo prodiano non è chiaro. Ma sicuramente il suo è un modo di «tirare per la giacca» il Professore. Un «avvertimento» trasversale per la gioia dei suoi sostenitori più radicali, per impedire che considerino Rifondazione come un «alleato subordinato» al resto della coalizione e la puniscano alle urne per un atteggiamento non sufficientemente «rivoluzionario», cioè incoerente con il suo passato. «Io penso - ha detto ancora il segretario del Prc facendo appello all’unità interna - che l'Italia ha bisogno di un'impronta riformatrice e penso che l'antidoto al rischio di queste pressioni non sia quello dello scontro interno alla coalizione, ma la costruzione di una partecipazione di tutta la società. Lavoriamo all'unità e, anche se abbiamo dei punti di vista diversi, dobbiamo dare al Paese la garanzia di un governo unitario e di alternativa a Berlusconi». Anche se la parola giustizia non sarebbe «garanzia» ma invece «illusione», visto lo stato dei fatti, Bertinotti ci tiene a sottolineare che «ci sono differenze tra di noi anche nette, ma possiamo trovare una convergenza che si può chiamare compromesso programmatico dal chiaro profilo riformatore». Una sorta di piccolo «compromesso storico» all’interno della sinistra, insomma. Che, tuttavia, non può far dimenticare le divergenze: «Io sono in radicale dissenso dal Partito democratico - ha infatti aggiunto Bertinotti - però penso che potrebbe avere un appeal perchè la crisi della politica è così grave che la ricerca del nuovo è molto forte. Noi lavoriamo per costruire un'alternativa a sinistra rispetto al Partito democratico e il nostro progetto si chiama sezione italiana del partito della sinistra europea. Una nuova forza che può mettere insieme tutte le realtà che in questi anni si sono unite contro la guerra e contro le politiche neoliberiste». Sull’atteggiamento nei confronti del sindacato da un lato e di Confindustria dall’altro, il leader dei «rifondisti» ha le idee chiare: «Il Professore esprime un programma in cui ci sono punti di convergenza con il sindacato e in cui ci sono scritti anche i punti di distacco da Confindustria dice - Nel programma dell'Unione si può leggere che noi siamo per la ridistribuzione del reddito e per colpire la rendita finanziaria. C'è anche scritto che siamo per il superamento della legge 30 e per la riconquista della centralità del contratto a tempo indeterminato». Secondo Bertinotti, «quello che è sicuro è che il programma dell'Unione è un'alternativa alle politiche del governo Berlusconi che ha fallito». Tornando poi a commentare la giornata di sabato, il leader del Prc aggiunge: «La Confindustria ha cambiato la sua direzione dopo il fallimento delle politiche della destra. Il governo ha aggredito l'articolo 18 e per opposizione ha avuto la più grande manifestazione sindacale degli ultimi cinque anni. La Confindustria in un primo tempo aveva pensato di accompagnare le politiche di Berlusconi ma poi di fronte al fallimento non ha potuto che dissociarsi. Il riassunto di tutto ciò - conclude Bertinotti - è che tutte le parti sociali sono contro Berlusconi e il nuovo governo Prodi dovrà avere la capacità di riorganizzare il consenso». Infine, dopo l’annuncio dell’approvazione all'unanimità della «Carta dei principi della sinistra europea», nuova tappa nel cammino che porta alla nascita della «sezione italiana del Partito della sinistra europea», Fausto Bertinotti ha sottolineato come per il nuovo soggetto politico sia «fondamentale il rapporto con i movimenti senza però tralasciare l'importanza delle radici. Non dobbiamo dimenticare Marx ma dobbiamo partire dalla critica marxista dell'economia per poi considerare la critica del produttivismo riscoprendo l'alienazione a cui ci ha portato la società capitalista». Insomma, il nuovo soggetto politico che il segretario del Prc ha in mente deve pensare a una «ricostruzione della società con al centro non il lavoro ma i lavoratori, cioè, le persone con le loro soggettivistà».
ragionpolitica.it 21.3.06
Tutta la sinistra al potere
di Gianni Baget Bozzo
Bertinotti getta il comunismo alle ortiche? Siamo abituati ai cambiamenti di linea culturale del leader di Rifondazione, ma questo certamente è il più significativo di tutti. Bertinotti butta il Capitale di Marx in soffitta, come Giolitti; si attacca al «giovane» Marx - linea comune a tutti i revisionismi; abbandona il concetto di classe e si rifà all'idea di persona. Sembrerebbe una rivoluzione culturale, ma essa è fatta con un tratto di penna del segretario.
In realtà, tutto rimane come prima: l'idea fondamentale rimane quella dell'antagonismo, sostenuto questa volta in nome dei diritti individuali invece che dell'identità collettiva. Ma l'idea forza è quella di portare il movimento e i movimenti dentro il governo, quella cioè di spostare stabilmente a sinistra l'asse dell'esecutivo incidendo con la chiave anti-occidentale e anti-liberale tutte le sue politiche. Bisogna che il nome cambi perché la cosa rimanga come prima.
Ciò significa che l'asse del governo sarà tra il Ds e il nuovo partito della sinistra europea, visto questa volta come una forza parallela al partito democratico promosso da Ds e Margherita e come suo bilanciamento a sinistra. Le politiche fiscali, dell'immigrazione, dello Stato sociale, del ruolo dei sindacati saranno un elemento permanente della posizione di Bertinotti, che potrà contare sull'identità culturale della tradizione comunista che è anche nelle radici del Ds. Avremmo il governo più a sinistra mai esistito nella storia d'Italia e nella storia d'Europa.
Prodi cercherà di mantenere la barra a sinistra e di mediare tra Ds e Bertinotti - quest'ultimo nella nuova veste di leader dell'erigendo partito della sinistra europea. L'idea di un ribaltone e di una nuova maggioranza sognata dai post-democristiani di entrambi gli schieramenti è destinata a cadere in questo spostamento di Bertinotti verso il governo come prima finalità dell'estrema sinistra. Infine, la vocazione comunista è sempre il controllo del potere e il segretario di Rifondazione può usare l'antagonismo come sua presenza all'interno del potere ma mai come causa di esclusione dal governo. La Margherita è marginalizzata da questa intesa profonda tra sinistra e sinistra, e sarà Prodi stesso a garantire la sua emarginazione.
venerdì 10 marzo 2006
Panorama n.11 10.3.06 pag.67
Psicoanalisi politica Ritorna Massimo Fagioli
Metto la sinistra sul lettino
«L’opposizione soffre ancora per la morte del comunismo.
E per curarsi deve tornare ai valori della Rivoluzione francese»
di Valeria Gandus
Negli anni settanta incantò migliaia di giovani convogliando i loro sogni rivoluzionari in grandi sedute psicoanalitiche di massa. I colleghi lo chiamarono eretico. Ma ben presto come tutte le polemiche. anche quelle sullo psicoanalista Massimo Fagioli si esaurirono. Per riaccendersi qualche anno dopo. quando il suo nome tornò alla ribalta accanto a quello del regista Marco Belloccbio: il rapporto psicoanalista-paziente si era infatti esteso ai set dei film diretti dal regista fino a far parlare di plagio. «Menzogne. Stupidità» replica ancora oggi stizzito Bellocchio.
Il diavolo in corpo fu l’ultimo film che il regista girò in collaborazione con lo psicoanalista. Ma il rapporto fra loro continua. Cosi come non sono mai cessate le grandi sedute collettive, che oggi si tengono a Roma nella sala (120 metri quadrati) approntata all’uopo. E tutto sarebbe andato avanti così, senza clamore, se nelle ultime settimane altri nomi noti, questa volta della politica (Fausto Bertinotti) e dell’editoria (Ivan Gardini), non fossero stati accostati al suo. Così Fagioli è tornato a essere il guru che con il suo carisma influenza, se non determina, la svolta non violenta del leader di Rifondazione. Lo stesso che pochi giorni fa ha provocato l’allontanamento, dopo appena un numero, di Adalberto Minucci e Giulìetto Chiesa, direttore e condirettore di Left, settimanale di sinistra nato dalle ceneri di Avvenimenti.
Fagioli, ci risiamo è tornato il guru….
Si, purtroppo il Corriere della sera è tornato a definirmi così. Ma è stata l’unica sbavatura: questa volta, a differenza del passato. mi ha trattato con rispettosa attenzione. Chissà perché.
Non è difficile da capire: qui non siamo sul set dl un film ma in piena campagna elettorale.
Già, un momento cruciale per la sinistra; in preda a sbandamenti pericolosi. invece di risorgere rischia di prendere strade che la porterebbero all’estinzione.
Facciamo che la sinistra italiana sia una sua paziente. Faccia la diagnosi e dia la cura.
Ma non è una cosa seria!
Diciamo che è un gioco serio. Per esempio: la sinistra sembra soffrire della sindrome di personalità multiple...
In effetti la morte del comunismo (e che sia defunto sono d’accordo tutti, anche Bertinotti) ha causato reazioni diverse. Dopo questo fallimento, tutti vorrebbero fare risorgere la sinistra. Ma la maggioranza, e cioè gli ex comunisti diventati Ds, sembra orientata ad andare verso la fondazione del cosiddetto partito democratico, che avrebbe molto in comune con i valori del Cristianesimo e poco o nulla con quelli della sinistra. Gli altri, quel 7 per cento di Rifondazione e quel 2,5 per cento dei Comunisti italiani, vorrebbero invece tenere ferma la barra a sinistra, ma ciascuno a suo modo. Poi c’è l’altro 2,5 per cento dei radicali, che a sinistra hanno voluto tornare ma con valori diversi da quelli di Francesco Rutelli o Clemente Mastella e pure di Bertinotti e Oliviero Diliberto.
E qui arriva il suo turno: come si cura questa sinistra divisa?
E che c’entro io? Posso solo offrire idee a chi, come Bertinotti, Piero Sansonetti o Rina Gagliardi, ha espresso interesse per le mie teorie. Per esempio quella che denuncia la truffa storica di Sigmund Freud con la sua «scoperta» dell’inconscio: l’ha chiamato così in quanto, appunto, inconoscibile. Io sostengo invece che è conoscibilissimo perché non è anima spirituale e non è oggetto di fede ma di ricerca. E quel che manca a sinistra è proprio la ricerca di nuove strade utili a perseguire gli ideali della rivoluzione francese.
Libertà, uguaglianza, fraternità, siamo sempre lì.
Sì, perché quei principi fondamentali sono stati affrontati da un punto di vista giuridico. E l’irrazionale del sogno utopistico che diventa razionale è fallito. Quindi bisogna ricominciare da capo, ritrovare lo spinto del socialismo delle origini.
Non l’aveva già detto Bettino Craxi, qualche decennio fa. quando teorizzò il ritorno al socialismo utopistico di Pierre Joseph Proudhon?
Brava. Ma, com’è noto, di buone intenzioni è lastricata la storia italiana. Craxi ha avuto l’intuizione, ma non la teoria. È’ quello che dico sempre a Bertinotti.
Lei una teoria ce l’ha?
La mia teoria della nascita dice che tutti gli esseri umani nascono uguali, con la propria immagine e il proprio pensiero. Non si diventa uguali grazie al comunismo o alla fede. Per creare una società di uguali, e dove la parola libertà non stia a significare solo libertà commerciale, bisogna confrontarsi con la realtà umana, dove ogni soggetto, unico e originale, si confronta dialetticamente con i diversi sulla base del fondamentale rapporto uomo-donna, ignorato dall’illuminismo e dal marxismo.
A sinistra nessuno s’è mai occupato della realtà umana?
Purtroppo no. Se n’è occupata, invece, la Chiesa, ma appellandosi a valori diversi. Valori che una parte consistente della sinistra, in mancanza di un’elaborazione originale, vuole fare propri: che cos’è il partito democratico se non uno strisciante ritorno a don Luigi Sturzo e alla Dc? Per contro, il vecchio comunismo ufficialmente ateo, quello che considerava reato essere cristiani, non ha mai affrontato la dimensione religiosa della realtà umana. Il principio «siamo tutti fratelli, siamo tutti uguali» dovrebbe essere una concezione d’amore. Amore cristiano, cioè assistenza, per i credenti. Un amore che riesca a far realizzare a tutti gli esseri umani la propria identità per i laici.
Ma nell’Unione non a sono anche i radicali di Marco Pannella. I primi e per lungo tempo solitari paladini del primato della non violenza?
Sì, e condivido le loro battaglie per i di-ritti civili: ieri il divorzio e l’aborto, oggi l’abolizione del Concordato e la difesa della scuola pubblica. Ma quando si tratta di socialità, di riscatto delle classi più deboli, non ci stanno. Sono diversi, hanno un’origine liberale che non si concilia con il socialismo.
Nessun cedimento alla Chiesa, al liberalismo, al comunismo: ma a chi e a che cosa deve guardare il «paziente», cioè la sinistra, per guarire?
Alla realtà umana, ai rapporti fra uomini e donne. Con uno sguardo rigorosamente laico. Si può, si deve. Anche chi è credente può farlo. Prodi, per esempio, è molto più laico di tanti politici più a sinistra di luì.
L’espresso n.10 10.3.06 pag.88
Attualità Personaggi / Lo psicoanalista d'assalto
Fagioli alla Bertinotti
C’è un nuovo capitolo della pirotecnica vita del guru dell’anima: il colpo di fulmine con il leader comunista
di Stefania Rossini
Chi l’avrebbe detto che Massimo Fagioli avrebbe ritrovato la strada della politica in così tarda età e con tanto fracasso mediatico? Chi poteva immaginare che il suo incomprensibile carisma avrebbe compromesso il rilancio del settimanale “Left-Avveninenti”, consumato nel giro di due numeri in livide battaglie intestine, risolto con il licenziamento dei due direttori e con il suo personale trionfo?
Erano almeno vent’anni che Fagioli operava quasi in clandestinità, dimenticato dai giornali, ignorato come sempre dal mondo scientifico, venerato soltanto da un fedelissimo gruppo di adepti, che si componeva via via di reduci dei movimenti giovanili in cerca di senso, di cineasti in cerca di pace, di architetti in cerca di ispirazione. Lui, psicoanalista eretico che si era conquistato la notorietà dando dell’imbecille a Freud e conducendo mastodontiche assemblee di cosiddetta “analisi collettiva”, non aveva perso la grinta, ma certo non aveva più trovato la presa su un pubblico vasto.
Finita la stagione dei movimenti, dove gli era sembrato possibile dirigere le anime di affaticati reduci della sovversione, logorata dall’abitudine la lunga unione con Marco Bellocchio, che aveva tallonato sul set di tutti i film, lo psichiatra si era dato alle arti varie, firmando mobili, sculture, piazze, fontane e disegnando persino un edificio a uso abitativo. Come Leonardo da Vinci, lo consolavano i fedeli, ma lui vivacchiava: la grandeur dei giorni migliori sembrava persa per sempre.
Poi, l’incontro fatale che gli cambia la vita e lo riporta in orbita. È uno di quegli incontri che non ti aspetti più e che proprio per questo sono più intensi, come gli amori tardivi che riaccendono i perduti sensi. In casa di amici, una sera dcl 2004, Fagioli conosce Fausto Bertinotti. I due si annusano un po’, scrutano le idee reciproche, si piacciono. Sono due grandi seduttori e si seducono a vicenda. Bertinotti, alle prese con il mutamento della politica e con la meditazione sui testi di San Paolo, ha grande sensibilità per i nuovi linguaggi. Fagioli gliene fornisce a iosa, da apparentemente nuovi, come ‘l’inconscio mare calmo” di sua personale invenzione (una specie di fantasia ricordo originata dal rapporto del feto con il liquido amniotico) alle triade Liberté, Égalité, Fraternité, che proprio sua non è, ma che lui ha risciacquato in acque psichiche.
Per qualche tempo la nuova talpa scava in silenzio nella coscienza del leader comunista. Poi, a novembre dello stesso anno, i primi frutti. Davanti a un’affollata pia-rea di fagiolini (così vengono chiamati i seguaci dello psichiatra) in cui è stato coinvolto anche il vecchio Pietro lngrao, Bertinotti presenta un suo libro ed esalta per la prima volta la non violenza, senza alcuna riserva per la propria tradizione politica. 11 dado è tratto e lo psichiatra già ne gongola.
Ma il compimento dell’incauto salto dalla “Lettera ai romani” alla “Teoria della nascita e castrazione umana” (fondamentale e indecifrabile saggio di Fagioli del 1971) si consuma a luglio del 2005, quando il leader comunista sceglie l’elegante libreria al centro di Roma Amore e Psiche, disegnata dallo stesso Fagioli e suo luogo di culto personale, per annunciare con linguaggio desiderante la partecipazione alle primarie dell’Ulivo. Al termine Fagioli lo abbraccia e lo spinge verso la folla gridando: «Votatelo! E vostro!». Ai cronisti dirà più pacatamente: «Lui stesso lega la scelta della non violenza alle mie teorie».
La confusa vicenda di “Left-Avvemmenti” è così la quasi inevitabile conseguenza di questo incontrastato amore. Un nuovo editore, Ivan Gardini, che non si dice fagiolino, un nuovo direttore editoriale, Luca Bonaccorsi, che scriveva su “Liberazione”, organo del partito di Bertinotti, e che ritiene Fagioli «una delle voci più originali nel dibattito sui valori della nuova sinistra» mettono in pagina senza avvertire il direttore Adalberto Minucci, né il condirettore Giulietto Chiesa, una rubrica del vecchio psichiatra. Vi si parla di politica e religione, ma ci sono anche pillole di teorie personali, come quella che colloca l’inizio della vita nel momento in cui la luce stimola la retina. Ne nasce uno scandalo di modi e contenuti da cui escono scontenti tutti. I due direttori che si dimettono, sospettando una segreta liaison con Rifondazione comunista, ma anche i due editori che difendono la qualità del pensiero fagiolìano senza convincere nessuno e vedono scappare collaboratori come Vauro, Emergency, Nando dalla Chiesa e Marco Travaglio.
L’unico vincitore è proprio il vecchio guru che mantiene la rubrica e rivendica esplicitamente la paternità del rinnovamento del settimanale: «Certo, il progetto editoriale è loro, ma si lega alla mia ricerca psicoanalitica, è chiaro». Anche l’acronimo Left gli apparterrebbe, come riferimento alle parole chiave della Rivoluzione francese, più la “T” che sta per trasformazione e che viene da Marx, il quale però ultimamente non gode più i suoi favori. In verità, anni fa gli aveva attribuito l’inedito merito di «aver intuito la psicoanalisi», ma la caduta del Muro deve aver rimescolato i principi.
Ora, per capire se Bertinotti è davvero nei guai psicoideologici e se gli riuscirà facile sciogliersi dall’abbraccio di questo curioso affabulatore del secolo scorso, vale la pena di ripercorrere brevemente le tappe del suo pensiero e del suo istrionico cammino. Non è impresa difficile perché, arrivato all’età di 75 anni, Fagioli ha ripetuto all’infinito i punti chiave della sua ricerca, mentre è di questi giorni il suo quinto saggio intitolato semplicemente, come si addice ai grandi, “Lezioni 2002”.
I primi saggi, quelli fondativi, avevano invece titoli più fantasiosi come “Istinto di morte e conoscenza” o “La marionetta e il burattino”. Contenevano formule di non sense psicoanalitici e picconate così forti all’edificio freudiano che, nel 1975, gli costarono l’espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, insieme al discepolo Antonello Armando. Troppa severità, si disse, ma non doveva esser facile per i paludati psicoanalisti dell’epoca tenersi uno che chiamava Freud lo scemo che non aveva capito niente e che spiegava così la “pulsione di annuIlamento” sua scoperta fondamentale: «Fa di ciò che è ciò che non è, cioè non esiste, e fa di ciò che è stato ciò che è».
L’espulsione segnò però l’inizio della fortuna mondana di FagioIi. Essere invisi al cosiddetto «potere borghese e normalizzante» era già una patente di sinistra e il nostro ne fece un’arma di seduzione per anime erranti orfane di ideologia. Riempì così mastodontiche assemblee dove distribuiva interpretazioni alla ventura su sogni, lapsus e manchevolezze, fustigando con violenza quelle che considerava «le tre streghe»: l’invidia, la bramosia e la fantasia di sparizione. Tutti sembravano capire quello che diceva, tremavano e invocavano salvezza e verità attraverso un continuo grido ritmato “Massimo, Massimo!”, che stringeva il cuore all’osservatore non incantato.
Trent’anni dopo, le ideologie sono ormai parolacce, ma i seminari, che lui paragona a «scopate liberatorie», sopravvivono anche se più quieti, mentre il nostro fa incursioni in altre discipline. Con Bellocchio scrive sceneggiature e si insinua nelle regie, come durante le riprese del “Diavolo in corpo” quando si rende inviso alla troupe per via di suggerimenti invasivi e troppo sboccati persino nel mondo del cinema. Con Paola Rossi, architetto, firma una palazzina romana a forma di prua. Con altri architetti prepara il restyling di una piazza romana e ne disegna la fontana. Ma quando prova a far tutto da solo, come nel caso del film “il cielo della luna”, da lui scritto, diretto, interpretato e musicato nel 1998, è un flop imbarazzante. Fagioli ha bisogno di una spalla per esprimere al meglio la sua poliedrica creatività. Così ora tocca a Bertinotti. Che San Paolo gliela mandi buona.
Psicoanalisi politica Ritorna Massimo Fagioli
Metto la sinistra sul lettino
«L’opposizione soffre ancora per la morte del comunismo.
E per curarsi deve tornare ai valori della Rivoluzione francese»
di Valeria Gandus
Negli anni settanta incantò migliaia di giovani convogliando i loro sogni rivoluzionari in grandi sedute psicoanalitiche di massa. I colleghi lo chiamarono eretico. Ma ben presto come tutte le polemiche. anche quelle sullo psicoanalista Massimo Fagioli si esaurirono. Per riaccendersi qualche anno dopo. quando il suo nome tornò alla ribalta accanto a quello del regista Marco Belloccbio: il rapporto psicoanalista-paziente si era infatti esteso ai set dei film diretti dal regista fino a far parlare di plagio. «Menzogne. Stupidità» replica ancora oggi stizzito Bellocchio.
Il diavolo in corpo fu l’ultimo film che il regista girò in collaborazione con lo psicoanalista. Ma il rapporto fra loro continua. Cosi come non sono mai cessate le grandi sedute collettive, che oggi si tengono a Roma nella sala (120 metri quadrati) approntata all’uopo. E tutto sarebbe andato avanti così, senza clamore, se nelle ultime settimane altri nomi noti, questa volta della politica (Fausto Bertinotti) e dell’editoria (Ivan Gardini), non fossero stati accostati al suo. Così Fagioli è tornato a essere il guru che con il suo carisma influenza, se non determina, la svolta non violenta del leader di Rifondazione. Lo stesso che pochi giorni fa ha provocato l’allontanamento, dopo appena un numero, di Adalberto Minucci e Giulìetto Chiesa, direttore e condirettore di Left, settimanale di sinistra nato dalle ceneri di Avvenimenti.
Fagioli, ci risiamo è tornato il guru….
Si, purtroppo il Corriere della sera è tornato a definirmi così. Ma è stata l’unica sbavatura: questa volta, a differenza del passato. mi ha trattato con rispettosa attenzione. Chissà perché.
Non è difficile da capire: qui non siamo sul set dl un film ma in piena campagna elettorale.
Già, un momento cruciale per la sinistra; in preda a sbandamenti pericolosi. invece di risorgere rischia di prendere strade che la porterebbero all’estinzione.
Facciamo che la sinistra italiana sia una sua paziente. Faccia la diagnosi e dia la cura.
Ma non è una cosa seria!
Diciamo che è un gioco serio. Per esempio: la sinistra sembra soffrire della sindrome di personalità multiple...
In effetti la morte del comunismo (e che sia defunto sono d’accordo tutti, anche Bertinotti) ha causato reazioni diverse. Dopo questo fallimento, tutti vorrebbero fare risorgere la sinistra. Ma la maggioranza, e cioè gli ex comunisti diventati Ds, sembra orientata ad andare verso la fondazione del cosiddetto partito democratico, che avrebbe molto in comune con i valori del Cristianesimo e poco o nulla con quelli della sinistra. Gli altri, quel 7 per cento di Rifondazione e quel 2,5 per cento dei Comunisti italiani, vorrebbero invece tenere ferma la barra a sinistra, ma ciascuno a suo modo. Poi c’è l’altro 2,5 per cento dei radicali, che a sinistra hanno voluto tornare ma con valori diversi da quelli di Francesco Rutelli o Clemente Mastella e pure di Bertinotti e Oliviero Diliberto.
E qui arriva il suo turno: come si cura questa sinistra divisa?
E che c’entro io? Posso solo offrire idee a chi, come Bertinotti, Piero Sansonetti o Rina Gagliardi, ha espresso interesse per le mie teorie. Per esempio quella che denuncia la truffa storica di Sigmund Freud con la sua «scoperta» dell’inconscio: l’ha chiamato così in quanto, appunto, inconoscibile. Io sostengo invece che è conoscibilissimo perché non è anima spirituale e non è oggetto di fede ma di ricerca. E quel che manca a sinistra è proprio la ricerca di nuove strade utili a perseguire gli ideali della rivoluzione francese.
Libertà, uguaglianza, fraternità, siamo sempre lì.
Sì, perché quei principi fondamentali sono stati affrontati da un punto di vista giuridico. E l’irrazionale del sogno utopistico che diventa razionale è fallito. Quindi bisogna ricominciare da capo, ritrovare lo spinto del socialismo delle origini.
Non l’aveva già detto Bettino Craxi, qualche decennio fa. quando teorizzò il ritorno al socialismo utopistico di Pierre Joseph Proudhon?
Brava. Ma, com’è noto, di buone intenzioni è lastricata la storia italiana. Craxi ha avuto l’intuizione, ma non la teoria. È’ quello che dico sempre a Bertinotti.
Lei una teoria ce l’ha?
La mia teoria della nascita dice che tutti gli esseri umani nascono uguali, con la propria immagine e il proprio pensiero. Non si diventa uguali grazie al comunismo o alla fede. Per creare una società di uguali, e dove la parola libertà non stia a significare solo libertà commerciale, bisogna confrontarsi con la realtà umana, dove ogni soggetto, unico e originale, si confronta dialetticamente con i diversi sulla base del fondamentale rapporto uomo-donna, ignorato dall’illuminismo e dal marxismo.
A sinistra nessuno s’è mai occupato della realtà umana?
Purtroppo no. Se n’è occupata, invece, la Chiesa, ma appellandosi a valori diversi. Valori che una parte consistente della sinistra, in mancanza di un’elaborazione originale, vuole fare propri: che cos’è il partito democratico se non uno strisciante ritorno a don Luigi Sturzo e alla Dc? Per contro, il vecchio comunismo ufficialmente ateo, quello che considerava reato essere cristiani, non ha mai affrontato la dimensione religiosa della realtà umana. Il principio «siamo tutti fratelli, siamo tutti uguali» dovrebbe essere una concezione d’amore. Amore cristiano, cioè assistenza, per i credenti. Un amore che riesca a far realizzare a tutti gli esseri umani la propria identità per i laici.
Ma nell’Unione non a sono anche i radicali di Marco Pannella. I primi e per lungo tempo solitari paladini del primato della non violenza?
Sì, e condivido le loro battaglie per i di-ritti civili: ieri il divorzio e l’aborto, oggi l’abolizione del Concordato e la difesa della scuola pubblica. Ma quando si tratta di socialità, di riscatto delle classi più deboli, non ci stanno. Sono diversi, hanno un’origine liberale che non si concilia con il socialismo.
Nessun cedimento alla Chiesa, al liberalismo, al comunismo: ma a chi e a che cosa deve guardare il «paziente», cioè la sinistra, per guarire?
Alla realtà umana, ai rapporti fra uomini e donne. Con uno sguardo rigorosamente laico. Si può, si deve. Anche chi è credente può farlo. Prodi, per esempio, è molto più laico di tanti politici più a sinistra di luì.
L’espresso n.10 10.3.06 pag.88
Attualità Personaggi / Lo psicoanalista d'assalto
Fagioli alla Bertinotti
C’è un nuovo capitolo della pirotecnica vita del guru dell’anima: il colpo di fulmine con il leader comunista
di Stefania Rossini
Chi l’avrebbe detto che Massimo Fagioli avrebbe ritrovato la strada della politica in così tarda età e con tanto fracasso mediatico? Chi poteva immaginare che il suo incomprensibile carisma avrebbe compromesso il rilancio del settimanale “Left-Avveninenti”, consumato nel giro di due numeri in livide battaglie intestine, risolto con il licenziamento dei due direttori e con il suo personale trionfo?
Erano almeno vent’anni che Fagioli operava quasi in clandestinità, dimenticato dai giornali, ignorato come sempre dal mondo scientifico, venerato soltanto da un fedelissimo gruppo di adepti, che si componeva via via di reduci dei movimenti giovanili in cerca di senso, di cineasti in cerca di pace, di architetti in cerca di ispirazione. Lui, psicoanalista eretico che si era conquistato la notorietà dando dell’imbecille a Freud e conducendo mastodontiche assemblee di cosiddetta “analisi collettiva”, non aveva perso la grinta, ma certo non aveva più trovato la presa su un pubblico vasto.
Finita la stagione dei movimenti, dove gli era sembrato possibile dirigere le anime di affaticati reduci della sovversione, logorata dall’abitudine la lunga unione con Marco Bellocchio, che aveva tallonato sul set di tutti i film, lo psichiatra si era dato alle arti varie, firmando mobili, sculture, piazze, fontane e disegnando persino un edificio a uso abitativo. Come Leonardo da Vinci, lo consolavano i fedeli, ma lui vivacchiava: la grandeur dei giorni migliori sembrava persa per sempre.
Poi, l’incontro fatale che gli cambia la vita e lo riporta in orbita. È uno di quegli incontri che non ti aspetti più e che proprio per questo sono più intensi, come gli amori tardivi che riaccendono i perduti sensi. In casa di amici, una sera dcl 2004, Fagioli conosce Fausto Bertinotti. I due si annusano un po’, scrutano le idee reciproche, si piacciono. Sono due grandi seduttori e si seducono a vicenda. Bertinotti, alle prese con il mutamento della politica e con la meditazione sui testi di San Paolo, ha grande sensibilità per i nuovi linguaggi. Fagioli gliene fornisce a iosa, da apparentemente nuovi, come ‘l’inconscio mare calmo” di sua personale invenzione (una specie di fantasia ricordo originata dal rapporto del feto con il liquido amniotico) alle triade Liberté, Égalité, Fraternité, che proprio sua non è, ma che lui ha risciacquato in acque psichiche.
Per qualche tempo la nuova talpa scava in silenzio nella coscienza del leader comunista. Poi, a novembre dello stesso anno, i primi frutti. Davanti a un’affollata pia-rea di fagiolini (così vengono chiamati i seguaci dello psichiatra) in cui è stato coinvolto anche il vecchio Pietro lngrao, Bertinotti presenta un suo libro ed esalta per la prima volta la non violenza, senza alcuna riserva per la propria tradizione politica. 11 dado è tratto e lo psichiatra già ne gongola.
Ma il compimento dell’incauto salto dalla “Lettera ai romani” alla “Teoria della nascita e castrazione umana” (fondamentale e indecifrabile saggio di Fagioli del 1971) si consuma a luglio del 2005, quando il leader comunista sceglie l’elegante libreria al centro di Roma Amore e Psiche, disegnata dallo stesso Fagioli e suo luogo di culto personale, per annunciare con linguaggio desiderante la partecipazione alle primarie dell’Ulivo. Al termine Fagioli lo abbraccia e lo spinge verso la folla gridando: «Votatelo! E vostro!». Ai cronisti dirà più pacatamente: «Lui stesso lega la scelta della non violenza alle mie teorie».
La confusa vicenda di “Left-Avvemmenti” è così la quasi inevitabile conseguenza di questo incontrastato amore. Un nuovo editore, Ivan Gardini, che non si dice fagiolino, un nuovo direttore editoriale, Luca Bonaccorsi, che scriveva su “Liberazione”, organo del partito di Bertinotti, e che ritiene Fagioli «una delle voci più originali nel dibattito sui valori della nuova sinistra» mettono in pagina senza avvertire il direttore Adalberto Minucci, né il condirettore Giulietto Chiesa, una rubrica del vecchio psichiatra. Vi si parla di politica e religione, ma ci sono anche pillole di teorie personali, come quella che colloca l’inizio della vita nel momento in cui la luce stimola la retina. Ne nasce uno scandalo di modi e contenuti da cui escono scontenti tutti. I due direttori che si dimettono, sospettando una segreta liaison con Rifondazione comunista, ma anche i due editori che difendono la qualità del pensiero fagiolìano senza convincere nessuno e vedono scappare collaboratori come Vauro, Emergency, Nando dalla Chiesa e Marco Travaglio.
L’unico vincitore è proprio il vecchio guru che mantiene la rubrica e rivendica esplicitamente la paternità del rinnovamento del settimanale: «Certo, il progetto editoriale è loro, ma si lega alla mia ricerca psicoanalitica, è chiaro». Anche l’acronimo Left gli apparterrebbe, come riferimento alle parole chiave della Rivoluzione francese, più la “T” che sta per trasformazione e che viene da Marx, il quale però ultimamente non gode più i suoi favori. In verità, anni fa gli aveva attribuito l’inedito merito di «aver intuito la psicoanalisi», ma la caduta del Muro deve aver rimescolato i principi.
Ora, per capire se Bertinotti è davvero nei guai psicoideologici e se gli riuscirà facile sciogliersi dall’abbraccio di questo curioso affabulatore del secolo scorso, vale la pena di ripercorrere brevemente le tappe del suo pensiero e del suo istrionico cammino. Non è impresa difficile perché, arrivato all’età di 75 anni, Fagioli ha ripetuto all’infinito i punti chiave della sua ricerca, mentre è di questi giorni il suo quinto saggio intitolato semplicemente, come si addice ai grandi, “Lezioni 2002”.
I primi saggi, quelli fondativi, avevano invece titoli più fantasiosi come “Istinto di morte e conoscenza” o “La marionetta e il burattino”. Contenevano formule di non sense psicoanalitici e picconate così forti all’edificio freudiano che, nel 1975, gli costarono l’espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, insieme al discepolo Antonello Armando. Troppa severità, si disse, ma non doveva esser facile per i paludati psicoanalisti dell’epoca tenersi uno che chiamava Freud lo scemo che non aveva capito niente e che spiegava così la “pulsione di annuIlamento” sua scoperta fondamentale: «Fa di ciò che è ciò che non è, cioè non esiste, e fa di ciò che è stato ciò che è».
L’espulsione segnò però l’inizio della fortuna mondana di FagioIi. Essere invisi al cosiddetto «potere borghese e normalizzante» era già una patente di sinistra e il nostro ne fece un’arma di seduzione per anime erranti orfane di ideologia. Riempì così mastodontiche assemblee dove distribuiva interpretazioni alla ventura su sogni, lapsus e manchevolezze, fustigando con violenza quelle che considerava «le tre streghe»: l’invidia, la bramosia e la fantasia di sparizione. Tutti sembravano capire quello che diceva, tremavano e invocavano salvezza e verità attraverso un continuo grido ritmato “Massimo, Massimo!”, che stringeva il cuore all’osservatore non incantato.
Trent’anni dopo, le ideologie sono ormai parolacce, ma i seminari, che lui paragona a «scopate liberatorie», sopravvivono anche se più quieti, mentre il nostro fa incursioni in altre discipline. Con Bellocchio scrive sceneggiature e si insinua nelle regie, come durante le riprese del “Diavolo in corpo” quando si rende inviso alla troupe per via di suggerimenti invasivi e troppo sboccati persino nel mondo del cinema. Con Paola Rossi, architetto, firma una palazzina romana a forma di prua. Con altri architetti prepara il restyling di una piazza romana e ne disegna la fontana. Ma quando prova a far tutto da solo, come nel caso del film “il cielo della luna”, da lui scritto, diretto, interpretato e musicato nel 1998, è un flop imbarazzante. Fagioli ha bisogno di una spalla per esprimere al meglio la sua poliedrica creatività. Così ora tocca a Bertinotti. Che San Paolo gliela mandi buona.