venerdì 31 marzo 2006

aprileonline.info 31.3.06
Il ragazzo del secolo in corso
I 91 anni di Pietro Ingrao festeggiati a Roma da una “lectio magistralis”di Edoardo Sanguineti, che in questa intervista ci racconta di come è nata l’idea di questa giornata
di Emiliano Sbaraglia



Parafrasando l’ultimo romanzo autobiografico di Rossana Rossanda (“La ragazza del secolo scorso”, Einaudi), che continua a far discutere per l’inaspettata attenzione ricevuta dal lettore non-militante, e per la tipologia delle confessioni umane e politiche contenute, Pietro Ingrao può essere definito un ragazzo del nostro secolo, proprio ieri giunto al compimento dei suoi 91 anni.
Una bella occasione per festeggiare colui il quale può essere senza dubbio considerato la testimonianza vivente e irrinunciabile di gran parte della storia e della politica italiana del Novecento, è stata senza dubbio l’iniziativa svoltasi ieri mattina a Roma presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (Palazzo S. Macuto), dove il professor Edoardo Sanguineti ha tenuto una lectio magistralis in onore di Ingrao. E proprio a Sanguneti abbiamo rivolto qualche domanda, nel corso di una mattinata tutta particolare.
Allora professore, innanzi tutto ci dica come è nata l’idea di questa “lectio magistralis”...
Il Crs, (Centro per la Riforma dello Stato), di cui è presidente lo stesso Ingrao, d’ora in poi ha deciso, partendo proprio da oggi (ieri, ndr), di invitare ogni anno un esponente della cultura, sempre in data 30 marzo, così da celebrare in maniera dovuta la ricorrenza. A me è dunque toccato il gradito compito di rompere il ghiaccio, per una tradizione che spero duri molto a lungo.
Quale è stato l’argomento da lei scelto per la prolusione?
In verità l’input è arrivato sempre dal Crs, e in particolare da Mario Tronti, che mi ha sollecitato su degli argomenti, ai quali ho risposto proponendo il titolo interrogativo “Come si diventa materialisti storici?” Nel mio intervento ho provato a rispondere alla domanda, dato che il tema nasce dal problema per cui, secondo la tradizione di sinistra, il proletariato non ha coscienza di classe; naturalmente esistono anche operai conservatori o indifferenti, ma al di là di questo la risposta tradizionale è che sono i gruppi intellettuali che prendono coscienza per primi, e che deve essere l’intellettuale organico a esporre un progetto politico, prendendo origine dal materialismo storico. Allora mi sono chiesto chi trasmette al cosiddetto intellettuale la coscienza a sua volta da trasmettere al proletario. Anche qui appare facile rispondere: con i libri, scegliendo la filosofia come prassi, e simili. Ma oltre il materialista ci può essere il filosofo cristiano, o quello fascista; da qui il mio riferimento a Gyorgy Lukacs, e in particolare al suo saggio “Storia sulla coscienza di classe” del 1967, nel quale racconta le origini e lo sviluppo della sua formazione. Prendendo il testo quale esempio di come si è svolto il suo “apprendistato del materialismo”, guardare come Lukacs, partendo da idee borghesi arrivi al materialismo storico e dialettico, secondo me significa individuare un percorso in tal senso molto interessante. Da qui sono passato a parlare di Adorno, e di Benjamin, per discutere di problemi sull’appartenenza e la coscienza della propria condizione di classe. La conclusione l’ho affidata alla lettura di una poesia di Brecht, dall’emblematico titolo “Lode del Comunismo”, scritta nel 1933, anche perché Pietro Ingrao scrive poesie, è poeta egli stesso.
Nell’introdurre questa intervista abbiamo parlato di Ingrao come di un ragazzo del secolo in corso. In effetti, rispetto a ciò che pensa e che dice, l’età per lui sembra quasi un optional...
Ingrao è così e rimarrà così, conserva una grande lucidità oltre la qualità, di solito (ma non sempre) comune tra i giovani, di porsi i problemi e le questioni essenziali della politica e della cultura. Il mondo muta, e mantenendo la linea di una certa coerenza, avere il coraggio di ricominciare da capo, di rimettere continuamente in discussione le proprie certezze, è un atteggiamento prezioso per tutti. Ho citato una mia poesia, dove nel passaggio da una posizione di formazione a quella di materialista affermo di non aver mai creduto in niente, di non aver mai avuto convinzioni aprioristiche, astratte, dal sapore di verità assoluta. Mai riposarsi su una fede, seppur orientata nella “filosofia della prassi”, come direbbe Gramsci; va ogni volta ricreata, dopo essere stata nuovamente problematizzata.
Se le cose stanno così, mi chiedo quali siano i programmi futuri dei ragazzi Ingrao e Sanguineti...
Per ora siamo coinvolti insieme in questo progetto di incontri e discussione, proposto in primis da Pietro; nei prossimi tempi, vorremmo riprendere i problemi molto intricati, soprattutto nel mondo contemporaneo, che hanno praticamente distrutto il concetto di proletariato. Perché il mondo è ancora pieno di proletari e sottoproletari, e anche se nessuno si riconosce più in questo tipo di definizione, la maggior parte del genere umano è in condizioni di sfruttamento, non soltanto in Africa, o in Asia: basti pensare all’occidente (selvaggiamente) capitalistico. Il fatto è che, nel mondo “civilizzato”, spesso non ci accorgiamo di ciò che realmente siamo e viviamo quotidianamente.

lunedì 27 marzo 2006

Corriere della Sera 26 marzo 2006
Enrico Ghezzi: «Il Caimano, film deprimente, la sinistra non esiste più»
di Paolo Conti


Enrico Ghezzi, padre di Blob e Fuori orario su Raitre; un tempo era amico di Nanni Moretti, ora si dichiara «simpatizzante con la sua antipatia»: un giudizio sul Caimano, Ghezzi? «Teneramente orrendo, intensamente depresso e deprimente; Sscero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d'ali di cinema».
Addirittura nulla da salvare?
«È un film di "quadratezza" televisiva come tutto l'ultimo Moretti. Dopo tanta depressione e assenza di cinema, l'aspetto cinematograficamente più "eccitante" è il finale quando Moretti "finge" di impersonare Berlusconi.
Momento quasi trash, versione bruta e "brutta" di un Dino Risi.
Penso al bellissimo finale di "In nome del popolo italiano".
Mi era già venuto in mente quando Nanni aveva proposto a Raitre di cofinanziare Il portaborse di Luchetti nel 1991.
Angelo Guglielmi non era convinto. Infatti non lo producemmo.
Ci pareva, a noi del gruppo di Raitre, una commedia politica all'italiana in ritardo e senza mordente, flebile già rispetto a ciò che la tv mostrava.
Certo, ci dicemmo, se lui avesse assunto il ruolo "negativo" principale... Cosa che poi generosamente fece, sdegnato per il no di Guglielmi».
Giuliano Ferrara giubila: Nanni Moretti sostiene la stessa tesi del Foglio, cioè che Berlusconi ha comunque già vinto.
«Ma questo è scontato da anni. Basta vedere di cosa parla la sinistra. La questione della tv non è secondaria.
Nanni l'aveva già affrontata in quel geniale e sbilanciato film che è "Sogni d'oro" del 1981: per me il migliore, con un finale stupefacente: la mutazione horror di uno sdoppiamento da lupo mannaro.
"Il Caimano", pur volendo essere una strenua resistenza alla volgarità berlusconiana, è invece a sua volta la dimostrazione che quella tv e quella forma hanno vinto.
Un po' come già stradimostrato nel Muccinema (il cinema di Muccino, ndr) ».
Ma piacerà questo film ai morettiani?
«Non credo che li entusiasmerà, privati di battute memorabili e di altri woody-allenismi. Ma se lo faranno piacere.
La parte più oscura e depressiva è la prima, appunto orribile e fascinosa.
Non un solo personaggio si "salva" né consola.
Le fisionomie sono tutte esasperate e mostruosizzate, ben oltre quella di Berlusconi.
La sinistra stessa non esiste più, in nessuna delle generazioni: forse una pallida ombra girotondina nella giovane regista.
C'è solo una estesa vita sinistra. Qualcosa di sinistra, o alla sinistra, può dirla solo Moretti-Berlusconi in un doppio identico narcisismo, quello di Moretti e l'altro di Berlusconi.
Direi che l'urlo insieme improvvisato e pensato di Nanni in piazza Navona contro i vertici della sinistra si rivela una cupa, disperante invettiva quasi bossiana».
Lei è un cinefilo. E nel «Caimano» c'è tanto cinema.
«Cinema ce n'è poco. Ma Moretti, parlandone molto, troppo, nel "Caimano", con molta sincerità e rischiando di sfatare l'impostura del suo stesso cinema d'autore, mostra i limiti di un cinema che non si apre all'incertezza rosselliniana».
Vogliamo farci capire dai non addetti ai lavori, Ghezzi?
«È già curioso e indicativo il modo in cui, ribadisco, teneramente si appoggia al Pasolini della Ricotta e all'ultimo Fellini citato per ben tre volte con Roma, La voce della Luna, Prova d'orchestra.
Ovvero: non un cinema che si limita a dire o a filmare quel che si vuole dire.
Ma un cinema in sé politico proprio per l'autonomia rispetto alle forme abituali della comunicazione.
Quella comunicazione alla quale Moretti tributa i debiti onori andando da Fabio Fazio mentre, alla stessa ora, Ciprì e Maresco su La7 tentano di resistere.
Questo aderire al mercato della comunicazione, e i tempi stessi del lancio, fanno de "Il Caimano" un'ultima, drammatica, ennesima occasione perduta per la sinistra di raccogliere la chance Berlusconi».
Di nuovo: cioè?
«Parlo della possibilità di confrontarsi con un esponente insieme selvaggio e preciso della deriva mondiale, diciamo alla Putin, del capitalismo spettrale e globale basato sul potere-denaro nero e sul luccichìo della comunicazione del desiderio».
corriere.it 26.3.06
Ghezzi: "Il film di Moretti dimostra che la sinistra non esiste più"
Enrico Ghezzi, padre di Blob e Fuori orario su Raitre. Un tempo era amico di Nanni Moretti. Ora si dichiara «simpatizzante con la sua antipatia».
di Paolo Conti

Un giudizio sul Caimano, Ghezzi?
«Teneramente orrendo. Intensamente depresso e deprimente. Sincero, anche nel suo essere sempre costruitissimo e sorvegliatissimo, senza un battito d'ali di cinema».

Addirittura nulla da salvare?
«È un film di "quadratezza" televisiva come tutto l'ultimo Moretti. Dopo tanta depressione e assenza di cinema, l'aspetto cinematograficamente più "eccitante" è il finale quando Moretti "finge" di impersonare Berlusconi. Momento quasi trash, versione bruta e "brutta" di un Dino Risi. Penso al bellissimo finale di "In nome del popolo italiano". Mi era già venuto in mente quando Nanni aveva proposto a Raitre di cofinanziare Il portaborse di Luchetti nel 1991. Angelo Guglielmi non era convinto. Infatti non lo producemmo. Ci pareva, a noi del gruppo di Raitre, una commedia politica all'italiana in ritardo e senza mordente, flebile già rispetto a ciò che la tv mostrava. Certo, ci dicemmo, se lui avesse assunto il ruolo "negativo" principale... Cosa che poi generosamente fece, sdegnato per il no di Guglielmi».

Giuliano Ferrara giubila: Nanni Moretti sostiene la stessa tesi del Foglio, cioè che Berlusconi ha comunque già vinto.
«Ma questo è scontato da anni. Basta vedere di cosa parla la sinistra. La questione della tv non è secondaria. Nanni l'aveva già affrontata in quel geniale e sbilanciato film che è "Sogni d'oro" del 1981: per me il migliore, con un finale stupefacente: la mutazione horror di uno sdoppiamento da lupo mannaro. "Il Caimano", pur volendo essere una strenua resistenza alla volgarità berlusconiana, è invece a sua volta la dimostrazione che quella tv e quella forma hanno vinto. Un po' come già stradimostrato nel Muccinema ( il cinema di Muccino, ndr) ».

Ma piacerà questo film ai morettiani?
«Non credo che li entusiasmerà, privati di battute memorabili e di altri woody-allenismi. Ma se lo faranno piacere. La parte più oscura e depressiva è la prima, appunto orribile e fascinosa. Non un solo personaggio si "salva" né consola. Le fisionomie sono tutte esasperate e mostruosizzate, ben oltre quella di Berlusconi. La sinistra stessa non esiste più, in nessuna delle generazioni: forse una pallida ombra girotondina nella giovane regista. C'è solo una estesa vita sinistra. Qualcosa di sinistra, o alla sinistra, può dirla solo Moretti-Berlusconi in un doppio identico narcisismo, quello di Moretti e l'altro di Berlusconi. Direi che l'urlo insieme improvvisato e pensato di Nanni in piazza Navona contro i vertici della sinistra si rivela una cupa, disperante invettiva quasi bossiana».

Lei è un cinefilo. E nel «Caimano» c'è tanto cinema.
«Cinema ce n'è poco. Ma Moretti, parlandone molto, troppo, nel "Caimano", con molta sincerità e rischiando di sfatare l'impostura del suo stesso cinema d'autore, mostra i limiti di un cinema che non si apre all'incertezza rosselliniana».

Vogliamo farci capire dai non addetti ai lavori, Ghezzi?
«È già curioso e indicativo il modo in cui, ribadisco, teneramente si appoggia al Pasolini della Ricotta e all'ultimo Fellini citato per ben tre volte con Roma, La voce della Luna, Prova d'orchestra. Ovvero: non un cinema che si limita a dire o a filmare quel che si vuole dire. Ma un cinema in sé politico proprio per l'autonomia rispetto alle forme abituali della comunicazione. Quella comunicazione alla quale Moretti tributa i debiti onori andando da Fabio Fazio mentre, alla stessa ora, Ciprì e Maresco su La7 tentano di resistere. Questo aderire al mercato della comunicazione, e i tempi stessi del lancio, fanno de "Il Caimano" un'ultima, drammatica, ennesima occasione perduta per la sinistra di raccogliere la chance Berlusconi».

Di nuovo: cioè?
«Parlo della possibilità di confrontarsi con un esponente insieme selvaggio e preciso della deriva mondiale, diciamo alla Putin, del capitalismo spettrale e globale basato sul potere-denaro nero e sul luccichìo della comunicazione del desiderio».

domenica 26 marzo 2006

Corriere della Sera 26.3.06
IL COLLOQUIO
«Nel 2001 Moretti mi attaccò per le scelte del 1998: era un’invettiva. E le invettive oscurano l’intelligenza»
Bertinotti: Nanni? Lodo il regista, non il politico
«Ecce Bombo il suo film più riuscito. Ma io preferisco Clint Eastwood»

di Paolo Conti


ROMA - Fausto Bertinotti è in Calabria per la campagna elettorale e scruta il mare parlando del Caimano . Ha già definito «manicomiale» il dibattito sul film. Ora approfondisce la questione. Un primo pensiero alla frase di Romano Prodi piena di dubbi («speriamo che il film sia utile e non dannoso alla campagna elettorale»): «Sono paure assolutamente infondate, Romano dovrebbe capirlo. Siamo di fronte all’incredibile idea di una politica capace di assorbire ogni attività umana. Per fortuna c’è un limite alla politica, c’è il trascendimento dell’opera artistica. Insomma, sotto il cielo esistono più pezzi di realtà di quanto la nostra famosa politica possa immaginare». Bertinotti già l’ha detto, per lui Il Caimano non sposterà un voto, di qui il «manicomiale»: «È un errore attribuirgli quel potere. Perché nessun film può farlo: è un rozzo pregiudizio nato da un clamoroso abbaglio. Chi sostiene che con l’arte si possa esercitare in qualche modo una influenza sulle scelte politiche, dovrebbe almeno evocare un dubbio. Céline non mi spingerà mai a una conversione antisemita, però siamo di fronte a un grandissimo letterato».
E ritorniamo al tentennamento di Prodi: «Il primato assoluto della politica è un vizio culturale. Invece esiste lo specifico filmico. Prendiamo Il grande dittatore di Chaplin. Il fatto che alcune sequenze richiamassero Hitler è alla fine questione del tutto secondaria. Un’opera trascende sempre l’oggetto investito dalla produzione artistica». Anche quando si tratta di Berlusconi? «Non ho visto il film, ma non capisco perché dovrebbe fare eccezione». Fatto sta, Bertinotti, che in molti ci hanno visto un manifesto politico... «Moretti ha parlato da regista. Se avesse voluto analizzare l’Italia di Berlusconi, avrebbe convocato un comizio o scritto un saggio. Il cittadino Moretti non è diverso dagli altri. E poi, seguendo questa logica, che facciamo? Per tutta la campagna elettorale sospendiamo la lettura di libri, la visione di film, i dibattiti culturali?»
Dunque bisogna distinguere il Moretti regista dal Moretti politico, quindi dal leader dei primi Girotondi. Meglio il primo o il secondo? «Non c’è paragone. Meglio di gran lunga il regista. Mi pare persino un’ovvietà. Ho conosciuto altri cineasti impegnati politicamente. Ricordo un’appassionata assemblea con Ingrao in cui dissi a Marco Bellocchio che all’uomo politico preferivo senza dubbio l’autore de "I pugni in tasca", una delle opere più pregnanti del cinema italiano del dopoguerra». Da che dipende questo voto basso al Moretti politico? «La politica è una vocazione democratica ma richiede applicazione sistematica, professionismo, approfondimento specifico». Visto che ora siamo nel famoso specifico, a lei piace il Moretti cineasta? «Lo ritengo un protagonista della cinematografia italiana sempre molto interessante. I suoi film vanno visti con curiosità. Evidentemente gli esiti stilistici sono diversi da film a film». Un giudizio freddino, diciamo così, che suscita una riflessione successiva: «Mi sento forse più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby , o alla Ken Loach: sono estetiche che mi incuriosiscono, come quella del grande portoghese Manuel de Oliveira». Il film meglio riuscito di Moretti? «A mio avviso Ecce bombo ».
A questo punto bisognerà ricordare che il blocco di ghiaccio tra i due risale al 16 maggio 2001 quando Nanni Moretti al festival di Cannes, poco dopo la vittoria del Cavaliere alle elezioni, attaccò duramente Bertinotti per la fine del governo Prodi nel 1998: («Un irresponsabile. Non capisco perché il Cavaliere perda tempo a ringraziare gli italiani di avergli dato il voto. Basterebbe un solo grazie, a Fausto Bertinotti... Ora avrà altri dieci anni assicurati al Maurizio Costanzo Show»)
Come lo giudica a cinque anni di distanza, Bertinotti? «Un episodio spiacevole, una grave sgrammaticatura di un artista». Rancore? «Non ne porto mai per principio. Ma mi sembrò una caduta di stile. Una scarsa capacità di lettura dei fenomeni politici da parte di un intellettuale. Ma punto, finita lì». Forse lei, Bertinotti, non avrà sopportato l’analisi proposta da Moretti: «Attenzione. Non era un’interpretazione ma un’invettiva. E le invettive oscurano l’intelligenza. Purtroppo l’elenco delle aggressioni che ho subito è lungo». Mai più rivisto Moretti dopo quella «invettiva»? «Mai avuta più occasione. Ma non credo ci sia pregiudizio reciproco. Resta, per me, la distinzione tra cittadino e artista. Se vogliamo davvero discutere di politica, scegliamo un luogo qualsiasi e individuiamo armi pari. Ma se vado a vedere un suo film, sono assolutamente privo di qualsiasi influenza determinata da una posizione politica». Lei è proprio sicuro che Moretti non volesse dire qualcosa di più proprio su Berlusconi con questo film? «Ricordo una meravigliosa risposta di de Oliveira a un giornalista: "Ciò che dovevo dire, l’ho detto col mio film". Perfetto.»

venerdì 24 marzo 2006

Corriere della Sera 24.3.06
Prodi e il Caimano: spero non sia dannoso
Il leader dell’Unione: i film di Moretti si vanno a vedere. Berlusconi: io non lo farò
di Monica Guerzoni


ROMA - Quattro anni dopo l’urlo di Piazza Navona, «con questi dirigenti non vinceremo mai!», Nanni Moretti ripiomba sulla scena politica e fa tremare, ora come allora, i leader del centrosinistra. Il Caimano sarà nelle sale solo questa sera, Romano Prodi ancora non lo ha visto, ma già fa gli scongiuri. Intervistato da Rtl 102,5, il capo dell’Unione scandisce per due volte lo stesso, preoccupato concetto: «I film di Moretti si vanno a vedere, poi vedremo se è utile o dannoso alla campagna elettorale». E ancora: «Sarà un film politico, parla certamente di Berlusconi. Come? Non lo so... Ripeto, spero che sia utile e non dannoso alla campagna elettorale». Chi ha paura del Caimano ? Molti, nel centrosinistra. «Rischia di fare danno - teme Beppe Fioroni della Margherita - è intelligenza con il nemico, è un gioco con le carte truccate e io coi falsari non ci gioco». Quindi, onorevole, non andrà a vederlo? «Non ci penso proprio, il premier invece sarà il primo ad andarci». Sbagliato. Il Cavaliere non ci tiene affatto a vedere la parodia di se stesso. Quando la domanda arriva, il premier la gela così: «Assolutamente no».
EFFETTO BOOMERANG - Ma è dentro l’Unione che Il Caimano divide, appassiona, allarma. E se fosse un boomerang? E se avesse le stesse nefaste conseguenze del Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, il documentario contro Bush uscito nelle sale americane prima delle elezioni perse dal democratico Kerry? E se, come dice con arguzia un internauta di Forza Italia, «il caimano si mangiasse la mortadella?».
L’azzurro Sandro Bondi non ci trova nulla da ridere, per lui il film di Moretti non è che «il frutto di una cultura fascista e di una cultura comunista fuse insieme». Sul fronte opposto, anche Renzo Lusetti della Margherita vede nero: «Andiamoci cauti, mandare nelle sale un film così sotto elezioni non mi pare opportuno. Più noi rendiamo Berlusconi vittima, più lui ci sguazza dentro». Francesco Rutelli invece vuol mostrarsi politicamente corretto. Ci andrà, ma solo dopo il 9 aprile. Il suo stato d’animo il presidente della Margherita lo rivela citando uno dei collaboratori di Bill Clinton, quando disse che tra Michael Moore e il repubblicano Tom Delay «c’è di mezzo l’America». Cosa voleva dire? «Che le elezioni si vincono sul sentimento prevalente dei cittadini e non sulle posizioni minoritarie di sinistra o di destra».
AUTOCENSURA - Uno che non ha paura del Caimano è Walter Veltroni, che ieri sera si è infilato al Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti, con girotondini del calibro di Paolo Flores D’Arcais, Marco Travaglio e «Pancho» Pardi, allibito per le «preoccupazioni pazzesche» di Prodi e degli alleati: «Quando la smetteremo di autocensurarci? Tutte queste cautele non hanno mai fatto bene alla sinistra». Eh, sì, concorda Sandro Curzi, «questa sinistra ha paura di tutto». E il comunista Marco Rizzo teme che un’alleanza tanto cauta una volta al governo «saprà cambiare poche cose».
Fausto Bertinotti è sbigottito, per lui il dibattito uscita sì, uscita no è «un cattivo segno dei tempi». Altrettanto rilassati nei confronti del Caimano sono Giovanna Melandri, ansiosissima di vederlo, Enrico Letta, convinto che non influenzerà il voto, Fabrizio Morri, «non me ne frega niente». Per la libertà di espressione si schierano Dario Franceschini e il prodiano Franco Monaco. E tre donne dell’Ulivo, Rosy Bindi, Livia Turco e Marina Magistrelli, invitano i colleghi a «non perdere il senso della realtà» e a «occuparsi dei problemi veri della gente».
L’APPELLO - Daniele Capezzone della Rosa nel pugno, invece, è preoccupatissimo. Un mese fa si appellò a Moretti perché rinviasse l’uscita e ora scuote la testa: «Mi fa piacere sapere che Romano Prodi è sulla linea Capezzone... Temo proprio che abbiamo lanciato una ciambella di salvataggio a Berlusconi».

mercoledì 22 marzo 2006

il manifesto 22.3.06
INTERVISTA - Faccia a faccia con il segretario di Rifondazione comunista e i suoi progetti

«Comunisti oltre il comunismo»
Il segretario di Rifondazione racconta la sfida di governo e il progetto della Sinistra europea: «Con Marx oltre Marx». Perchè nella storia della sinistra «l'uguaglianza ha prevalso sulla libertà» della persona umana
di Valentino Parlato


In questi giorni si è scritto molto delle svolte di Fausto Bertinotti e del suo modo innovativo e anche audace di affrontare i problemi della sinistra. Così, ieri verso mezzogiorno, siamo andati a trovarlo in tre (per curiosità e per amicia). Eravamo Gabriele Polo, Cosimo Rossi e io. Si è sviluppata una conversazione a quattro voci (ma era difficile frenare Fausto), che qui abbiamo cercato di sintetizzare. Ci assumiamo la responsabilità di tutti gli errori, Però la convcersazione si è riveltata utile e provocatoria, sopratutto ricca di sconfinamenti. Forse però è tempo di cercare nuovi percorsi, contro il veccio provocatorio «chi lascia la via vecchia per la nuova....». Cerchiamo di dividere la discussione in due piani. Un piano è quello che si è letto sui giornali, la persona in sostituzione della classe e l'addio al simbolo: la svolta, o la svolta delle svolte. Un altro piano è cosa succede dopo il voto: queste elezioni si dovrebbero vincere, ma dopo, com'è che Rifondazione sta nel governo? Sul primo aspetto c'è un elemento totalmente forviante in alcuni titoli. Il ragionamento, sul terreno della cultura politica, non è nient'altro che uno sviluppo e un'attesa di accelerazione che ancora manca. Questa cosa della svolta delle svolte, comunque, possiamo assumerla? Se si intende come completamento di una fase. Lo è in quanto partito della sinistra europea. Non è la svolta delle svolte sul terreno della cultura politica: lì c'è ancora l'attesa di un salto. Certo è la precipitazione in un'idea di soggettività poltica: la svolta è nel senso che dà luogo a un processo costituente di questo che chiamiamo puntigliosamente sezione italiana del partito della sinistra europea. La parte di cultura politica è lo sviluppo dei nostri punti di discontinuità. L'ispirazione è sempre quella: ricavare dal nocciolo duro della critica anticapitalista il fondamento per la ricostruzione di una cultura e di una teoria politica della trasformazione: cioè del superamento del capitalismo. Quindi, in primo luogo, la rottura con lo stalinismo. Perché? Perché è un ingombro... Ma la rottura con lo stalinismo è anacronistica... Questo le pensi tu, io penso che invece sia attualissima: perché penso che lo stalinismo è una modalità che si autoriproduce e che insidia permanentemente la politica. Ogni volta che ti affacci al cambiamento incombe costantemente la cosa che più è stata introiettata in un secolo, cioè la conquista del potere, l'alterità e l'autonomia della politica. Maè un fatto che ogni qual volta ci si trova a un passaggio vero lo scontro si fa duro... Vabbè, non vuol dire che debba essere affrontato in maniera militare, come invece c'è una propensione a fare. Ed è così vero che ciò che tende a prendere la forma dell'eco stalianiana si chiama ortodossia. Se guardo all'Europa ci sono partiti assai consistenti: moltissime delle formazione dell'est, dove l'Europa si sta allargando, ripetono questo schema. Ma non lo sento solo fuori, lo sento dentro di noi. E' un vizio fortissimo. Ma a un certo punto può essere una necessità... Penso di no. Penso che quella cosa sia la catastrofe. penso che si debba avere un'idea della trasformazione come elemento processuale. E' l'idea consiliare che va ripresa, è l'idea della partecipazione critica anziché del dominio della grandi forze organizzate. Diciamo così: democrazia anziché comunismo. Diciamo piuttosto democrazia per la trasformazione. Quindi, in ultima analsi, sì: non democrazia invece che, ma verso il comunismo. Poi viene la questione della nonviolenza... Anche su quella, però, io dissento. Nel senso che la violenza è nella società, è nelle cose. Anche il capitalismo, Perciò lo voglio superare. Ma mica viviamo in unmondo di buoni. D'accordo. Noi però bisogna essere diversi. D'accordo. Ma una volta al governo, messo in relazione a forza che la violenza la praticano dal punto di vista dello stato e militare, questa scelta nonviolenta come la fai viviere? Penso che, insieme allo sfruttamento e all'alienazione, quella che sta montando sia una vera e propria crisi di civiltà. Che poi per me è la crisi di un capitalismo vocato all'assolutizzazione della competizione e al rischio d'implosione. Di fornte a questo penso sia fondamentale l'idea dell'Europa, di un Mediterrano come contaminazione di civilità e di culture. Per cui la guerra va bandita strutturalmente, trasformata in tabù. Belle parole. Ma la politica che fa? Intanto bisogna avere un'idea della politica che proponi al tuo partito e quella che proponi al governo. Io scelgo per me un'opzione pacifista, ma non dico che debba essere assunta dai miei alleati. Il governo che fa? Al governo chiedo il ritorno al valore fondante dell'articollo 11 della Costituzione e il rifiuto a praticare la guerra. Cioè, non gli chiedo un'opzione che va dalla nonviolenza alla guerra come tabù. Prodi dice che con l'Onu si può intervenire. E' una condizione necessaria ma non sufficiente. Il genocidio è un terreno praticabile di intervento con il consenso di tutti? Sì. Il consenso di tutto è sufficiente a intervenire? No. Anche perché troppo spesso l'Onu è sotto schiaffo. Quindi, vinte le elezioni... ...Si ritirano le truppe italiane dall'Iraq, e non è una piccola cosa. E' importante. Perché, francamente, anche questa è una cosa che comincia a disturbarmi. Faccio tre anni di lotta, ma nel momento in cui sono per conseguire il risultato chi se ne frega. Ma che cavolo! Il ritiro dall'Iraq cambia la faccia del paese. O no? O ci siamo sbagliati per tre anni? Non ci siamo sbagliati. Quello che volevo chiedere, però, è questo: dato che nel futuro governo ci saranno conflitti, come si gestisce questa cosa? Prodi dice che con l'Onu si interviene, tu no. Non è così. Leggiamo i documenti: nel programma c'è scritto che siamo per il disarmo. Se poi ci sarà una contesa, l'affronteremo. La cosa originale, comunque, è che possano esserci contese gestite senza arrivare all'aut aut. Se ci spostiamo su questo terreno, io le difficoltà maggiori non le vedo sul terreno della politica internazionale, bensì su quello della politica economica. Perché sul piano della politica internazionale ravviso una discontinuiotà profonda rispetto a Berlusconi e ai precedenti governi dell'Ulivo, quando noi per altro aveva avevamo prodotto una rottura prima della guerra nel Balcani. Non so però se ci viene suggerita la riproduzione di questo caso: se qualcuno dice che dobbiamo fare il braccio di ferro a rischio della rottura, verrei fosse esplicito... Ma no... Ecco: non è la mia ipotesi. La mia ipotesi è quella di avere costruito un programma perché penso che ci sia stata una discontinuità nel paese. Penso che dal 2001 a oggi il paese sia cambiato: in peggio per ciò che ci ha messo dall'alto Berlusconi, in meglio per ciò che ci hanno messo dal basso i movimenti. Ma non c'è una rappresentanza politica di quest'onda dei movimenti. Penso che il problema sia duplice: non c'è solo la rappresentanza, ma anche il contributo che i soggetti organizzati forniscono alla capacità di affrontare in avanti i problemi del movimento. Quello della ricomposizione unitaria del movimento è un problema, non solo dei movimenti ma anche della sinistra. Che a sua volta non si ridefinisce senza il movimento. E questa, per me, è la svolta delle svolte: la politica di oggi non si ridifinisce se non in un lavoro politico prioritariamente concentrato sul movimento. Cosa interegasce con questi movimenti? Prima che una forza organizzata, una cultura politica. Questa è la sfida forse più importante e più interessante interessante di Rifondazione. Noi veniamo da comunismo: questo nostro armamentario ha perduto di efficacia ma le sue finalità sono ancora valide... Anche di più. C'è un elemento che di quella storia è imprescindibile, ed è il peso decisivo della questione del lavoro nella vita degli uomini e nella società. Per quello dico Marx, l'impianto marxiamo è sencondo me necessario ma non sufficiente. Per questo mi pare giusta la formula «oltre Marx», perché lo comprende. Penso che quello che ci hanno sollecitato ormai da anni il femminismo, l'ecologismo, le culture critiche e della differenza mi pongano un problema: non posso rispondere che uno più uno fa due. Insomma: né l'assembleaggio dell'organizzazione né l'assemblaggio dlele culture... Devi partirte da questi elementi per costruire una nuova cultura politica. E' per questo che dico che il rappoerto tra uguaglianza e libertà torna in maniera clamorosa. Ha sempre prevalso la libertà sull'uguaglianza. Nel socialismo realizzato per niente. In realtà ha prevalso l'uguaglianza fino a sterminare la libertà. Ed è accaduto persino nella nostra storia più bella: anche nelle forme di democrazia diretta abbiamo fatto prevalere l'uguaglianza, la rappresentanza dell'omogenietà anziché delle diversità. Noi abbiamo sacrificato l'idividualità, quindi la persona. Contro il travisamento, la vulgata del superamento di una visione di classe, che io invece ritengo una chiave di lettura fondamentale del capitalismo del nostro tempo, penso che tuttavia questa dimensione non possa essere ritenuta totalizzante. Detto questo, allora, come riporti a unità tutte queste differenze? Guardiamo anche al movimento: quello che ha fatto di buono, come l'ha fatto? con il meccanismo del comitato centrale o con quello degli insiemi: decidendo insieme. In questo modo i partiti esistenti dovrebbero essere completamente rimessi in discussione e trasformati,.. Certmamente. Ma sempre attraverso la contaminazione. Prendiamo noi. C'è il Prc e ci sono forze con cui c'è una condivisione su tre punti esenziali: il no alla guerra, il no al politiche neoliberiste e la democrazia partecipata. Però hanno in antipatia il Prc: o perché partito o perché rifondazione o perché comunista. Io, per me, proseguo nella rifondazione. A questi altri che sono interessati non posso chiamarli, ma posso proporre loro la fondazione di un nuovo soggetto politico in cui c'è chi pensa di rifondazione un partito comunista e c'è invece chi pensa di fondare questo nuovo soggetto a cui pure noi partecipiamo. Secondo lo schema del movimento: tutti dentro, alla pari. Ma qaunto di riflesso al processo di costruzione di un partito democratico che rischia di soffocare tutto il resto del campo? Ci sono due cose che pesano. La prima, non lo nego, è l'attraversamento del governo.... Hai bisogno di acqua per traversare il deserto... Penso che non si possa fare con la dotazione politica che abbiamo, perché in quel modo siamo sempre attratti dall'aut aut tra accetazione e rottura. Per poterlo spezzare bisogna ricostruire un'autonomia dei progetti politici. Qual è invece il peso del partito democratico? Ci tengo a dei distinguo. Sono contrario al partito democratico perché è un'idea che mette fuori dalla politica uno degli elementi costitutivi della medisima nel mondo contemporaneo, cioè il lavoro. E sono contrareio anche perché è in fondo enfatizzazione della coalizione rispetto al radicamento del partito nella società. Perciò non sono nemmeno sicuro che sarà questo lo sviluppo delle cose. Anzi, sono assai incredulo. Però è una cosa seria. Appunto perciò, nel caso predesse corpo, penso che un atteggiamento aristocratico sarebbe disastroso. Perché in una società in cui il conflitto di classe, pur essendo cruciale, non ascende alla politica, può diventare attraente un'idea del partito grande contenitore, che in politica fa quel che può e consente di recuperare degli spazi nella società civile. Perciò facciamo male a sottovalutarla. E chi lo sottovaluta: lo avversiamo. Con un po' di snobbismo, però. Mentre, secondo me, invece di scegliere la linea del contrasto bisogna scegliere la linea della competizione. Noi siamo un'altra cosa, un'altra forma di aggregazione. Penso che così possiamo attrarre parte della società civile e politica. Anche rispetto al rischio, concretissimo, che tra partito democratico e ortodossia della sinistra vinca il primo a mani basse.
Corriere della Sera 22.3.06
Ingrao: si può rinunciare al simbolo comunista
A 17 anni dalla Bolognina, l’ex dirigente del Pci apre alla svolta Prc: ma i tempi sono lunghi
di Gianna Fregonara


ROMA - Rinunciare al comunismo? «Si può». Parola di Pietro Ingrao, che a diciassette anni dallo strappo contro la Bolognina, oggi è disponibile a ragionare sul cambio di simbolo e di ragione sociale del partito a cui ha aderito qualche anno fa: Rifondazione comunista. L’occasione è un commento sulla svolta annunciata - e poi attenuata - da Fausto Bertinotti: nasce la sezione italiana della Sinistra europea - aveva spiegato domenica scorsa - con l’ambizione di riunificare in un contenitore nuovo Rifondazione comunista e il movimento, dando l’addio definitivo all’ideologia e a Marx sull’onda di un nuovo slogan, «il socialismo della persona». Poi ieri, incontrando il mondo della cultura e dello spettacolo, il segretario di Rifondazione ha un po’ frenato: «Il comunismo? Non ci abbiamo rinunciato quando eravamo sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso».
Ma a sorpresa è proprio l’anziano leader del Pci, ospite d’onore accolto con una standing ovation al Residence Ripetta, a spiegare, a margine del convegno, che lui di dubbi ne ha meno. La premessa è che comunque «il partito della Sinistra non è vicino»: «Penso che dobbiate ancora attendere - sorride -, perché finora si sono messi d’accordo solo su alcune questioni immediate elettorali e di governo, ma non vedo un confronto profondo che possa portare a risultati a breve». Insomma, la svolta non sembra a Ingrao così vicina come aveva fatto immaginare Bertinotti, annunciandola per il dopo elezioni. Ma sui simboli e sul «nuovo partito», Ingrao non ha pregiudiziali: «Se si trattasse di una nuova unità, di un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome e al simbolo... E lo dico io che, voi sapete, che cosa significhi per me il comunismo».
E infatti è proprio Ingrao a invocare per il 9 aprile «una risposta proletaria, che rimetta al centro il soggetto di classe», mentre Bertinotti, nelle conclusioni, propone una versione nuova del «proletariato» del secolo scorso: il «movimento».
Il dibattito è comunque aperto dentro il partito e la strada imboccata: «Sarà in questo soggetto che si incontreranno le culture critiche che hanno animato la scena politica di questi anni», ha spiegato Bertinotti, rispondendo anche alle osservazioni di Ingrao che aveva invitato a non abbandonare il «proletariato». E Rina Gagliardi su Liberazione ha tracciato i confini della svolta bertinottiana in un editoriale dal titolo: «La sinistra da una svolta a sinistra». «Nei prossimi mesi - scrive - non ci sarà soltanto sulla scena il partito Democratico, sbocco obbligato del cammino iniziato nell’89, incarnazione di una collocazione neocentrista. Ci sarà un partito che rappresenta l’opzione di una società socialista per il ventunesimo secolo» in un processo «in cui nessuno si scioglie e nessuno rinuncia ad essere se stesso».


Repubblica 22.3.06

IL CASO
Il no di Fausto, ma il vecchio Pietro dice: "Se nascesse un nuovo contenitore..."
"Dire addio al comunismo" e Ingrao medita la svolta
L´ex presidente della Camera: "Forse si può rinunciare a nome e simbolo"
Il leader di Rifondazione: "Un suicidio rinunciare ai nostri simboli"
di Giovanna Casadio


ROMA - Non è un'abiura: «Sapete cosa significhi per me il comunismo...». Ma Pietro Ingrao, il leader storico dei comunisti italiani, è pronto alla svolta: «Rinunciare al comunismo? Se nascesse una nuova unità, un contenitore innovativo, non avrei preclusioni: si può rinunciare al nome "comunismo" e al simbolo». Il convegno di Rifondazione comunista sulla cultura si è appena concluso: sala gremita; viavai di intellettuali, registi, attori. Il «compagno Pietro» - accolto da una standing ovation a cui lui risponde abbandonando il bastone e alzando il pugno - alla vigilia dei suoi novantun'anni, con i cronisti lancia il cuore oltre l'ostacolo. Al contrario del segretario Fausto Bertinotti che sul comunismo ha appena precisato: «Rinunciare al comunismo? No, non ci abbiamo rinunciato quando essere comunisti significava essere sotto schiaffo, non vedo perché dovremmo farlo adesso. Dobbiamo ritrovare le radici ma anche andare oltre, dopo gli anni difficili sarebbe oggi un suicidio rinunciare alla nostra idea di rifondare il comunismo».
Una frenata. Che arriva dopo il dibattito acceso dei giorni scorsi sul progetto del Partito della sinistra - sezione italiana di quello europeo - che Rifondazione individua come il progetto politico all'orizzonte. Rina Gagliardi in un editoriale sul quotidiano del partito, Liberazione, proprio ieri ha sintetizzato: «Nei prossimi mesi non ci sarà sulla scena della politica italiana soltanto il progetto del Partito Democratico... Ci sarà una nuova forza della sinistra». Ecco a parlarne - tra un applauso a Mario Monicelli in platea, e gli interventi di Vladimir Luxuria, Luisa Boccia, Leo Gullotta, Marcello Cini - la coppia Bertinotti-Ingrao. In un reciproco passarsi il testimone. Convergendo e divergendo. Ingrao sul Partito della sinistra dirà poi ai cronisti: «Non è ancora vicino, penso che dobbiate ancora attendere perché finora si sono messi d'accordo su alcune questioni immediate. Ma non vedo un confronto profondo». Bertinotti durante il dibattito aveva invece ammonito sul Partito della sinistra: «È un progetto importante», senza rinunciare alle radici comuniste. Cambiamo ma per ora restiamo comunisti: è lo slogan di Bertinotti che individua nei «movimenti» il nuovo soggetto della trasformazione come il proletariato lo era per il marxismo.
Pressing invece di Ingrao affinché nella campagna elettorale entrino le sfide della sinistra e «il proletariato» torni protagonista della politica: «Nell'ultimo secolo abbiamo maturato l'idea dell'operaio come eroe, fulcro della mutazione sociale. Oggi questa idea mi sembra impallidita. Vorrei capire quanto e se è entrato nella campagna elettorale il tema della liberazione del lavoro. Fausto - si rivolge al segretario - sono preoccupato, mi sembra che non si parli per niente di lavoro. Mi piacerebbe che nei dibattiti tv ci fosse anche una faccia di operaio». Replica di Bertinotti: «Caro Pietro, sul proletariato sono d'accordo con te. Però noi dobbiamo guardare la realtà, questo proletariato è una "bestia", siamo in una fase di transizione e oggi il proletariato riguarda il movimento dove ci sono diverse realtà che si confrontano».
Altra frecciata quindi dell'ex presidente della Camera contro la guerra in Iraq: «Ti chiedo un favore, Fausto: tu che hai una relazione con Prodi, io non ce l'ho, digli che dovrebbe affermare chiaramente che lo stesso giorno in cui l'Unione vince le elezioni sarà finita la guerra dell'Italia in Iraq». Ricorda l'articolo 11 della Costituzione che spetta al capo dello Stato far rispettare. Un duetto. Quindi il comune affondo anti Berlusconi: «Che cosa sarebbe l'Italia in caso di vittoria elettorale del centrodestra? - attacca il segretario - Saremmo una provincia povera degli Usa». E ancora: «Berlusconi sta dimostrando un estremismo populista che inonda il paese di un'aggressività per la necessità di individuare nemici esterni. Fa quello che fa Le Pen all'opposizione, paradossale che lo faccia Berlusconi al governo». Sulla campagna elettorale: «È schizofrenica, perché ci troviamo di fronte a una campagna mediatica e a una reale». Annuisce Ingrao.

Il Riformista 22.3.06
EDITORIALE
RIFONDAZIONI
Bertinotti può scuotere l'inerzia dei riformisti


Chi pensa che la politica non sia solo una gestione più o meno onorevole dell'esistente, ma anche (soprattutto?) progetto e quindi futuro, è già all'opra intento per costruire un nuovo panorama nella prossima legislatura. Ci si muove a destra. Ed è un movimento che non va letto solo come il volo dei corvi sulle spoglie del berlusconismo. Lo ha scritto ieri su queste colonne Gennaro Malgieri, rilanciando il «partito dei moderati». Nello schieramento opposto, il progetto di un partito riformista è congelato fino a dopo le elezioni, ma potrebbe avere un suo primo punto di partenza nella lista unitaria. Intanto, Fausto Bertinotti ha (ri)lanciato la sua idea di un nuovo partito, la Sinistra europea, che superi Rifondazione e metta insieme un'area oggi frastagliata in partitini in conflitto tra loro, «nella pari dignità “assoluta” delle diverse soggettività che partecipano a questa impresa», come ha scritto Rina Gagliardi, ieri, su Liberazione. Non si tratta di sciogliere quel che c'è ma di procedere per «contaminazione reciproca», cogliendo la lezione dei movimenti di questi anni. Un progetto non facile. In primo luogo perché si scontra con gli egoismi partitici che il sistema proporzionale ha esaltato. Eppoi perché le basi culturali e politiche di una rifondazione di Rifondazione sono complicati, anzi pasticciati.
Al di là di una diffusa radicalità, cosa tiene insieme la sinistra dell'Unione? Già l'articolo della Gagliardi mette le mani avanti. Superamento del classismo? Questa «categoria fondativa» può essere «archiviata, in una fase storica come questa che ci parla quasi quotidianamente di un durissimo scontro di classe nel mondo?». Se Bertinotti, dopo aver detto addio al comunismo e alla violenza, vuole gettare alle ortiche (mettere in soffitta, si diceva un tempo) anche la classe, allora si guardi bene le spalle. La Gagliardi avverte anche che «un partito come il Prc, con la sua storia e i suoi vissuti così intensi» non può «diventare come un cono di gelato, scioglibile ad alta temperatura». È un dibattito solo all'inizio e lo lasciamo volentieri ai protagonisti. Ma è un percorso che a noi piace, per almeno due motivi. Il primo è che semplificare il quadro politico è una operazione salutare per la trasparenza democratica e la funzionalità del sistema. Il secondo è che ogni spinta che viene dalla sinistra e dalla destra può scuotere l'inerzia di chi al partito riformista forse pensa, ma evita di parlarne.

Il Riformista 22.3.06
CONVERSAZIONE
IL COMPAGNO AKEL BATTEZZA L'ULTIMA MOSSA DEL LEADER DI RIFONDAZIONE
Occhetto elogia Bertinotti: «Bravo, hai rifatto la Bolognina»

martedì 21 marzo 2006

Virgilio Notizie 21.3.06
SINISTRA EUROPEA
BERTINOTTI: SCIOGLIERE PRC? ASSOLUTAMENTE NO
Ce la teniamo stretta ma con associazioni lavoriamo al 'nuovo'


Roma, 21 mar. (Apcom) - "No, assolutamente. Ce la teniamo ben stretta". Ai microfoni di Gr Parlamento, Fausto Bertinotti smentisce così qualunque ipotesi di sciogliere Rifondazione Comunista a fronte della nascita della sezione italiana della Sinistra Europea. "Lavoriamo alla rifondazione - continua il segretario del Prc - e insieme ad altri lavoriamo alla costruzione di un nuovo soggetto politico in cui ci sarà il Prc con associazioni costruire una soggettività politica unitaria".
Si tratta di un soggetto diverso dal Partito Socialista Europeo, prosegue Bertinotti, "in quanto noi siamo contro la guerra", mentre i socialisti in Europa sono stati "divisi" su questo tema. Inoltre, "noi esprimiamo una critica al neoliberismo e abbiamo un'idea della democrazia come 'partecipata'".
"Di fronte alla prospettiva del governo", aggiunge Bertinotti, la sezione italiana della Sinistra Europea ha una "ambizione: non solo sostenere il governo, ma trascenderlo e proporsi una trasformazione della società, l'idea di un'altra Europa e altri rapporti nel Mediterraneo. Un'idea che non può essere esaurita da un governo di coalizione". Il programma dell'Unione contiene una "chiara spinta riformatrice", conclude il segretario del Prc, ma "bisogna evitare che prenda corpo l'ipotesi delle forze moderate di annacquarlo".

La Stampa 20.3.06
POLITICA
L’ANNUNCIO. VENGONO MESSI IN DISCUSSIONE ALTRI
FONDAMENTI DELLA TEORIA E DELLE PRATICHE COMUNISTE
Bertinotti: basta con le classi
mettiamo al centro la persona
Il segretario: Rifondazione sparirà,
entreremo nel Partito della sinistra europea
di Riccardo Barenghi


ROMA. «Dopo le elezioni politiche, proprio subito dopo, avvieremo la fase costituente della Sezione italiana del Partito della sinistra europea». Il nome è un po' lungo, troppo per stare in una scheda elettorale e anche per avere quella forza di impatto mediatico indispensabile ai giorni nostri. Ma la notizia non è il nome, uno più sintetico si troverà, la notizia è che subito dopo il voto e con il nuovo governo (possibilmente quello di Prodi) appena nato, Rifondazione comunista non sarà più lei. O meglio sarà una sorta di corrente dentro questo nuovo partito o soggetto politico o Sezione italiana (allusione alla vecchia Internazionale comunista) o chiamatelo come volete. E non è azzardato prevedere che quando torneremo a votare per le amministrative o per le politiche non troveremo sulla scheda il suo nome, il suo aggettivo (comunista) e la sua falce e martello ma qualcos'altro.

«Questa è la svolta della svolte», ci dice Fausto Bertinotti quando ormai è sera. «Le altre - racconta - sono state la rottura con lo stalinismo (Livorno, gennaio 2001, settantesimo anniversario della nascita del Pci), la scelta della non violenza (2003) e adesso questa». Nel frattempo c'è stata ovviamente quella (databile al congresso di Venezia nel 2005) che ha portato il partito di Bertinotti nel centrosinistra, nell'Unione e che, se tutto andrà bene, lo porterà al governo tra poche settimane.

Il cambio
Ma la svolta di ieri - alla manifestazione romana in cui sono stati presentati i candidati del Prc - è più svolta delle altre non solo perché prelude a un cambio di nome ma proprio perché mette in discussione altri fondamenti della teoria e delle pratiche comuniste. Tanto che il segretario di Rifondazione non ha nessun problema a dire che «dobbiamo a mettere al centro non più il lavoro ma i lavoratori», che si deve sostituire il concetto di «classe con quello di persona», che «abbiamo bisogno di una forte ipotesi revisionistica, ovvero ripensare tutto l'impianto culturale della nostra storia». Non a caso cita il Concilio Vaticano II «quando fece scandalo il fatto che la Chiesa per la prima volta nella sua dottrina utilizzasse il termine popolo». E se non ce ne fosse abbastanza, Bertinotti aggiunge che «nella nostra storia troppo spesso l'uguaglianza ha fatto premio sulla libertà». E invece, spiega, «la nuova cultura politica di questo partito della sinistra europea deve saper conciliare le due cose molto di più e meglio di quanto in passato abbia fatto il movimento operaio. La libertà della persona non è una concessione all'avversario ma un concetto fondamentale per qualsiasi sinistra moderna».

La persona
Una sinistra che «dovrà magari recuperare il Marx della critica allo sfruttamento e all'alienazione che negli ultimi venticinque anni è stato rimosso», ma che poi dovrà «oltrepassarlo. E immettere dentro si sé elementi nuovi, la comunità, la persona, la libertà appunto». Se non è una fuoriuscita dal comunismo poco ci manca (questione di tempo), non a caso Bertinotti cita modelli come la Linkespartei tedesca, partito nato dalla confluenza degli ex comunisti della Germania est (la Pds), di una costola dell'Ig-metal (la nostra Fiom) e di quei socialdemocratici più radicali che hanno seguito Oskar Lafontaine. «Io mi rendo conto che il mio Partito, Rifondazione comunista, non basta. E allora mi apro al meticciato con associazioni, movimenti, persone che in questi anni si sono appunto mosse a sinistra, contro la guerra, contro il liberismo, sull'ambiente, sui diritti civili, ma che in un partito che si chiama comunista non entrerebbero mai. E allora sono io che mi dichiaro disposto a entrare in un nuovo soggetto politico, un partito che si dia l'obiettivo di creare una Sinistra alternativa europea». Naturalmente, il leader del Prc ci tiene a sottolineare che la sua «svolta delle svolte» non è una svolta a destra. «Anzi, semmai il contrario. Oggi si discute del Partito democratico, ipotesi che mi trova in dissenso ma di cui riconosco il fascino perché la crisi della politica è così grave che la ricerca del nuovo è molto forte: dunque è un'idea suggestiva, non è un bidone. Ma proprio per questo penso che ci sia bisogno di un'operazione analoga a sinistra. Analoga ma alternativa».

La Costituente
La scommessa non è irrilevante, anche perché mentre Rifondazione, le associazioni, i movimenti, la stessa Fiom (il suo segretario Gianni Rinaldini è infatti intervenuto all'assemblea di ieri) daranno vita alla Costituente del nuovo partito, il vecchio partito e i suo annessi saranno impegnati in una sfida di un certo peso. Quella del governo, ammesso che le elezioni vadano bene per l'Unione. «Tanto più - dice Bertinotti - dobbiamo riuscirci. Riuscire cioè a dotarci di una nuova armatura teorica, culturale, politica che ci consenta di guardare non solo al domani ma anche al dopo. Per la sinistra il governo è un passaggio difficile, potremmo definirlo una traversata nel deserto. Più acqua ci portiamo dietro, meglio la facciamo».

ilgiornale.it 20.3.06
Bertinotti avvisa già Prodi: i veri nodi dopo le elezioni
di Roberto Scafuri


da Roma. Un lusso, lo definisce Fausto Bertinotti. Immaginare il futuro mentre infuria la battaglia elettorale e la Carovana di Rifondazione è in procinto di partire - lo farà a fine giornata da piazza Farnese - per il suo tour lungo lo Stivale. Un lusso e una ripartenza: usare il pensiero critico di Marx e «andare oltre Marx, non pretendere di indagare il mondo con gli occhiali dell'ortodossia». Il lusso di un altro «strappetto»: per due giorni il partito si è dedicato alla Sinistra europea, alla costruzione della sua sezione italiana, estraniandosi dalle diatribe politiche e dal «raccogliere voti, che sarebbe pure il mestiere di un partito...», come dice Bertinotti.
Ma oggi il mondo non tiene più, «bisogna coltivare e riformare il rapporto con i movimenti», «revisionare» l'impianto culturale delle origini, aprirsi alle altre culture, come «Se» vuole fare. «Noi che veniamo da storie toste, abbiamo imparato non solo da grandi barbe, ma anche da piccoli uomini...», spiega il leader.
Oggi così è possibile la non-violenza e «riflettere a fondo» sui termini di «uguaglianza e libertà», scoprendo che «molto spesso il primo ha fatto premio sulla seconda, mentre andrebbero pensati in maniera convergente». Il futuro è alle porte, la Sinistra europea si propone già in una prospettiva continentale, lo spazio minimo di intervento per trasformare i rapporti e lottare contro le dinamiche di «un capitalismo che ha fallito». Ma se l'ortodossia è «un cane morto da cui vogliamo liberarci», e la Sinistra europea raggruppa partiti e individui provenienti da esperienze differenti, si possono liberare «tanta parte delle idee che sono parte della nostra storia, ora bloccate». Un orizzonte che potrebbe essere definito come «Socialismo del XXI secolo», per il quale al centro «non c'è più il lavoro, ma le lavoratrici e i lavoratori». Tanto da poter parlare di «Socialismo della persona».
Immaginare il futuro mentre imperversano le polemiche elettorali. «Un'originalità», ci scherza su il leader rifondatore.
Al termine dell'assemblea che vara la Carta dei principi del futuro soggetto politico, si torna al presente. Qualche considerazione sulla marcia della pace, disertata da Ds e Margherita per il rischio incidenti che «naturalmente non si sono verificati, poiché il movimento è concretamente nonviolento», spiegherà Bertinotti, evitando di fare critiche. «Però si è persa un'occasione per essere ancora di più... Non facciamo drammi, nel programma dell'Unione la pace e la richiesta di ritiro dall'Irak ci sono».
Il problema in fondo è sempre lo stesso, «ci sono pressioni da parte dei poteri forti per annacquare il nostro programma», ma guai se il futuro governo Prodi producesse «elementi di disillusione, sarebbe un disastro politico per tutti». Il Paese ha bisogno di un'«impronta fortemente riformatrice», spiega il leader rifondatore, e «noi siamo realisti e lavoreremo perché i problemi vengano risolti». Ma «se vinciamo le elezioni, il giorno dopo avremo problemi e difficoltà rispetto ai quali quelli che abbiamo vissuto fin qui sono rose e fiori...». L'antidoto «ai rischi interni che esistono non è quello dello scontro interno alla coalizione, ma invece la costruzione della partecipazione della società».
Bertinotti ricorda che bisogna lavorare «all'unità della coalizione»: piuttosto che litigare, «dare una qualificazione veramente riformatrice ai programmi: le differenze ci sono e a volte sono anche molto nette, ma anche se siamo tanti e diversi, l'importante è che troviamo una convergenza, un compromesso dal chiaro profilo riformatore».
Lavorare alla «partecipazione democratica, fondata sulle autonomie» sembra essere l'alchimia giusta, a ogni livello, sull'esempio del sindacato, che «non può avere un governo amico, in quanto può essere amico solo dei lavoratori». Come ribadirà anche il leader della Fiom, Gianni Rinaldini, presente all'assemblea, «se Prodi chiederà ancora sacrifici ai lavoratori, il malessere sociale anti-Berlusconi può rivoltarsi contro anche a un nuovo governo».

Il Tempo lunedì 20 marzo 2006
«I POTERI FORTI» vogliono cambiare il programma dell’Unione.
di LUIGI FRASCA


Vogliono annacquarlo. Renderlo meno combattivo dal punto di vista sociale. Neutralizzarlo nei suoi aspetti più radicali, quelli cari alla sinistra del centrosinistra. È l’allarme lanciato da Bertinotti alla luce del convegno di Confindustria a Vicenza. «Bisogna essere realisti, noi lavoreremo perchè i problemi siano risolti e in questo senso il programma dell'Unione è un elemento forte. È però evidente, e questi giorni ne sono l'esempio, che ci sono pressioni da parte dei poteri forti del Paese per annacquare il nostro programma», ha detto il segretario di Rifondazione durante un'iniziativa della sezione italiana del partito della sinistra europea. Se Bertinotti si riferisca al programma fiscale o alle annunciate modifiche della legge Biagi da parte di un eventuale governo prodiano non è chiaro. Ma sicuramente il suo è un modo di «tirare per la giacca» il Professore. Un «avvertimento» trasversale per la gioia dei suoi sostenitori più radicali, per impedire che considerino Rifondazione come un «alleato subordinato» al resto della coalizione e la puniscano alle urne per un atteggiamento non sufficientemente «rivoluzionario», cioè incoerente con il suo passato. «Io penso - ha detto ancora il segretario del Prc facendo appello all’unità interna - che l'Italia ha bisogno di un'impronta riformatrice e penso che l'antidoto al rischio di queste pressioni non sia quello dello scontro interno alla coalizione, ma la costruzione di una partecipazione di tutta la società. Lavoriamo all'unità e, anche se abbiamo dei punti di vista diversi, dobbiamo dare al Paese la garanzia di un governo unitario e di alternativa a Berlusconi». Anche se la parola giustizia non sarebbe «garanzia» ma invece «illusione», visto lo stato dei fatti, Bertinotti ci tiene a sottolineare che «ci sono differenze tra di noi anche nette, ma possiamo trovare una convergenza che si può chiamare compromesso programmatico dal chiaro profilo riformatore». Una sorta di piccolo «compromesso storico» all’interno della sinistra, insomma. Che, tuttavia, non può far dimenticare le divergenze: «Io sono in radicale dissenso dal Partito democratico - ha infatti aggiunto Bertinotti - però penso che potrebbe avere un appeal perchè la crisi della politica è così grave che la ricerca del nuovo è molto forte. Noi lavoriamo per costruire un'alternativa a sinistra rispetto al Partito democratico e il nostro progetto si chiama sezione italiana del partito della sinistra europea. Una nuova forza che può mettere insieme tutte le realtà che in questi anni si sono unite contro la guerra e contro le politiche neoliberiste». Sull’atteggiamento nei confronti del sindacato da un lato e di Confindustria dall’altro, il leader dei «rifondisti» ha le idee chiare: «Il Professore esprime un programma in cui ci sono punti di convergenza con il sindacato e in cui ci sono scritti anche i punti di distacco da Confindustria dice - Nel programma dell'Unione si può leggere che noi siamo per la ridistribuzione del reddito e per colpire la rendita finanziaria. C'è anche scritto che siamo per il superamento della legge 30 e per la riconquista della centralità del contratto a tempo indeterminato». Secondo Bertinotti, «quello che è sicuro è che il programma dell'Unione è un'alternativa alle politiche del governo Berlusconi che ha fallito». Tornando poi a commentare la giornata di sabato, il leader del Prc aggiunge: «La Confindustria ha cambiato la sua direzione dopo il fallimento delle politiche della destra. Il governo ha aggredito l'articolo 18 e per opposizione ha avuto la più grande manifestazione sindacale degli ultimi cinque anni. La Confindustria in un primo tempo aveva pensato di accompagnare le politiche di Berlusconi ma poi di fronte al fallimento non ha potuto che dissociarsi. Il riassunto di tutto ciò - conclude Bertinotti - è che tutte le parti sociali sono contro Berlusconi e il nuovo governo Prodi dovrà avere la capacità di riorganizzare il consenso». Infine, dopo l’annuncio dell’approvazione all'unanimità della «Carta dei principi della sinistra europea», nuova tappa nel cammino che porta alla nascita della «sezione italiana del Partito della sinistra europea», Fausto Bertinotti ha sottolineato come per il nuovo soggetto politico sia «fondamentale il rapporto con i movimenti senza però tralasciare l'importanza delle radici. Non dobbiamo dimenticare Marx ma dobbiamo partire dalla critica marxista dell'economia per poi considerare la critica del produttivismo riscoprendo l'alienazione a cui ci ha portato la società capitalista». Insomma, il nuovo soggetto politico che il segretario del Prc ha in mente deve pensare a una «ricostruzione della società con al centro non il lavoro ma i lavoratori, cioè, le persone con le loro soggettivistà».

ragionpolitica.it 21.3.06
Tutta la sinistra al potere
di Gianni Baget Bozzo

Bertinotti getta il comunismo alle ortiche? Siamo abituati ai cambiamenti di linea culturale del leader di Rifondazione, ma questo certamente è il più significativo di tutti. Bertinotti butta il Capitale di Marx in soffitta, come Giolitti; si attacca al «giovane» Marx - linea comune a tutti i revisionismi; abbandona il concetto di classe e si rifà all'idea di persona. Sembrerebbe una rivoluzione culturale, ma essa è fatta con un tratto di penna del segretario.
In realtà, tutto rimane come prima: l'idea fondamentale rimane quella dell'antagonismo, sostenuto questa volta in nome dei diritti individuali invece che dell'identità collettiva. Ma l'idea forza è quella di portare il movimento e i movimenti dentro il governo, quella cioè di spostare stabilmente a sinistra l'asse dell'esecutivo incidendo con la chiave anti-occidentale e anti-liberale tutte le sue politiche. Bisogna che il nome cambi perché la cosa rimanga come prima.
Ciò significa che l'asse del governo sarà tra il Ds e il nuovo partito della sinistra europea, visto questa volta come una forza parallela al partito democratico promosso da Ds e Margherita e come suo bilanciamento a sinistra. Le politiche fiscali, dell'immigrazione, dello Stato sociale, del ruolo dei sindacati saranno un elemento permanente della posizione di Bertinotti, che potrà contare sull'identità culturale della tradizione comunista che è anche nelle radici del Ds. Avremmo il governo più a sinistra mai esistito nella storia d'Italia e nella storia d'Europa.
Prodi cercherà di mantenere la barra a sinistra e di mediare tra Ds e Bertinotti - quest'ultimo nella nuova veste di leader dell'erigendo partito della sinistra europea. L'idea di un ribaltone e di una nuova maggioranza sognata dai post-democristiani di entrambi gli schieramenti è destinata a cadere in questo spostamento di Bertinotti verso il governo come prima finalità dell'estrema sinistra. Infine, la vocazione comunista è sempre il controllo del potere e il segretario di Rifondazione può usare l'antagonismo come sua presenza all'interno del potere ma mai come causa di esclusione dal governo. La Margherita è marginalizzata da questa intesa profonda tra sinistra e sinistra, e sarà Prodi stesso a garantire la sua emarginazione.

venerdì 10 marzo 2006

Panorama n.11 10.3.06 pag.67
Psicoanalisi politica Ritorna Massimo Fagioli
Metto la sinistra sul lettino
«L’opposizione soffre ancora per la morte del comunismo.
E per curarsi deve tornare ai valori della Rivoluzione francese»
di Valeria Gandus


Negli anni settanta incantò migliaia di giovani convogliando i loro sogni rivoluzionari in grandi sedute psicoanalitiche di massa. I colleghi lo chiamarono eretico. Ma ben presto come tutte le polemiche. anche quelle sullo psicoanalista Massimo Fagioli si esaurirono. Per riaccendersi qualche anno dopo. quando il suo nome tornò alla ribalta accanto a quello del regista Marco Belloccbio: il rapporto psicoanalista-paziente si era infatti esteso ai set dei film diretti dal regista fino a far parlare di plagio. «Menzogne. Stupidità» replica ancora oggi stizzito Bellocchio.
Il diavolo in corpo fu l’ultimo film che il regista girò in collaborazione con lo psicoanalista. Ma il rapporto fra loro continua. Cosi come non sono mai cessate le grandi sedute collettive, che oggi si tengono a Roma nella sala (120 metri quadrati) approntata all’uopo. E tutto sarebbe andato avanti così, senza clamore, se nelle ultime settimane altri nomi noti, questa volta della politica (Fausto Bertinotti) e dell’editoria (Ivan Gardini), non fossero stati accostati al suo. Così Fagioli è tornato a essere il guru che con il suo carisma influenza, se non determina, la svolta non violenta del leader di Rifondazione. Lo stesso che pochi giorni fa ha provocato l’allontanamento, dopo appena un numero, di Adalberto Minucci e Giulìetto Chiesa, direttore e condirettore di Left, settimanale di sinistra nato dalle ceneri di Avvenimenti.
Fagioli, ci risiamo è tornato il guru….
Si, purtroppo il Corriere della sera è tornato a definirmi così. Ma è stata l’unica sbavatura: questa volta, a differenza del passato. mi ha trattato con rispettosa attenzione. Chissà perché.
Non è difficile da capire: qui non siamo sul set dl un film ma in piena campagna elettorale.
Già, un momento cruciale per la sinistra; in preda a sbandamenti pericolosi. invece di risorgere rischia di prendere strade che la porterebbero all’estinzione.
Facciamo che la sinistra italiana sia una sua paziente. Faccia la diagnosi e dia la cura.
Ma non è una cosa seria!
Diciamo che è un gioco serio. Per esempio: la sinistra sembra soffrire della sindrome di personalità multiple...
In effetti la morte del comunismo (e che sia defunto sono d’accordo tutti, anche Bertinotti) ha causato reazioni diverse. Dopo questo fallimento, tutti vorrebbero fare risorgere la sinistra. Ma la maggioranza, e cioè gli ex comunisti diventati Ds, sembra orientata ad andare verso la fondazione del cosiddetto partito democratico, che avrebbe molto in comune con i valori del Cristianesimo e poco o nulla con quelli della sinistra. Gli altri, quel 7 per cento di Rifondazione e quel 2,5 per cento dei Comunisti italiani, vorrebbero invece tenere ferma la barra a sinistra, ma ciascuno a suo modo. Poi c’è l’altro 2,5 per cento dei radicali, che a sinistra hanno voluto tornare ma con valori diversi da quelli di Francesco Rutelli o Clemente Mastella e pure di Bertinotti e Oliviero Diliberto.
E qui arriva il suo turno: come si cura questa sinistra divisa?
E che c’entro io? Posso solo offrire idee a chi, come Bertinotti, Piero Sansonetti o Rina Gagliardi, ha espresso interesse per le mie teorie. Per esempio quella che denuncia la truffa storica di Sigmund Freud con la sua «scoperta» dell’inconscio: l’ha chiamato così in quanto, appunto, inconoscibile. Io sostengo invece che è conoscibilissimo perché non è anima spirituale e non è oggetto di fede ma di ricerca. E quel che manca a sinistra è proprio la ricerca di nuove strade utili a perseguire gli ideali della rivoluzione francese.
Libertà, uguaglianza, fraternità, siamo sempre lì.
Sì, perché quei principi fondamentali sono stati affrontati da un punto di vista giuridico. E l’irrazionale del sogno utopistico che diventa razionale è fallito. Quindi bisogna ricominciare da capo, ritrovare lo spinto del socialismo delle origini.
Non l’aveva già detto Bettino Craxi, qualche decennio fa. quando teorizzò il ritorno al socialismo utopistico di Pierre Joseph Proudhon?
Brava. Ma, com’è noto, di buone intenzioni è lastricata la storia italiana. Craxi ha avuto l’intuizione, ma non la teoria. È’ quello che dico sempre a Bertinotti.
Lei una teoria ce l’ha?
La mia teoria della nascita dice che tutti gli esseri umani nascono uguali, con la propria immagine e il proprio pensiero. Non si diventa uguali grazie al comunismo o alla fede. Per creare una società di uguali, e dove la parola libertà non stia a significare solo libertà commerciale, bisogna confrontarsi con la realtà umana, dove ogni soggetto, unico e originale, si confronta dialetticamente con i diversi sulla base del fondamentale rapporto uomo-donna, ignorato dall’illuminismo e dal marxismo.
A sinistra nessuno s’è mai occupato della realtà umana?
Purtroppo no. Se n’è occupata, invece, la Chiesa, ma appellandosi a valori diversi. Valori che una parte consistente della sinistra, in mancanza di un’elaborazione originale, vuole fare propri: che cos’è il partito democratico se non uno strisciante ritorno a don Luigi Sturzo e alla Dc? Per contro, il vecchio comunismo ufficialmente ateo, quello che considerava reato essere cristiani, non ha mai affrontato la dimensione religiosa della realtà umana. Il principio «siamo tutti fratelli, siamo tutti uguali» dovrebbe essere una concezione d’amore. Amore cristiano, cioè assistenza, per i credenti. Un amore che riesca a far realizzare a tutti gli esseri umani la propria identità per i laici.
Ma nell’Unione non a sono anche i radicali di Marco Pannella. I primi e per lungo tempo solitari paladini del primato della non violenza?
Sì, e condivido le loro battaglie per i di-ritti civili: ieri il divorzio e l’aborto, oggi l’abolizione del Concordato e la difesa della scuola pubblica. Ma quando si tratta di socialità, di riscatto delle classi più deboli, non ci stanno. Sono diversi, hanno un’origine liberale che non si concilia con il socialismo.
Nessun cedimento alla Chiesa, al liberalismo, al comunismo: ma a chi e a che cosa deve guardare il «paziente», cioè la sinistra, per guarire?
Alla realtà umana, ai rapporti fra uomini e donne. Con uno sguardo rigorosamente laico. Si può, si deve. Anche chi è credente può farlo. Prodi, per esempio, è molto più laico di tanti politici più a sinistra di luì.

L’espresso n.10 10.3.06 pag.88
Attualità Personaggi / Lo psicoanalista d'assalto
Fagioli alla Bertinotti
C’è un nuovo capitolo della pirotecnica vita del guru dell’anima: il colpo di fulmine con il leader comunista
di Stefania Rossini


Chi l’avrebbe detto che Massimo Fagioli avrebbe ritrovato la strada della politica in così tarda età e con tanto fracasso mediatico? Chi poteva immaginare che il suo incomprensibile carisma avrebbe compromesso il rilancio del settimanale “Left-Avveninenti”, consumato nel giro di due numeri in livide battaglie intestine, risolto con il licenziamento dei due direttori e con il suo personale trionfo?
Erano almeno vent’anni che Fagioli operava quasi in clandestinità, dimenticato dai giornali, ignorato come sempre dal mondo scientifico, venerato soltanto da un fedelissimo gruppo di adepti, che si componeva via via di reduci dei movimenti giovanili in cerca di senso, di cineasti in cerca di pace, di architetti in cerca di ispirazione. Lui, psicoanalista eretico che si era conquistato la notorietà dando dell’imbecille a Freud e conducendo mastodontiche assemblee di cosiddetta “analisi collettiva”, non aveva perso la grinta, ma certo non aveva più trovato la presa su un pubblico vasto.
Finita la stagione dei movimenti, dove gli era sembrato possibile dirigere le anime di affaticati reduci della sovversione, logorata dall’abitudine la lunga unione con Marco Bellocchio, che aveva tallonato sul set di tutti i film, lo psichiatra si era dato alle arti varie, firmando mobili, sculture, piazze, fontane e disegnando persino un edificio a uso abitativo. Come Leonardo da Vinci, lo consolavano i fedeli, ma lui vivacchiava: la grandeur dei giorni migliori sembrava persa per sempre.
Poi, l’incontro fatale che gli cambia la vita e lo riporta in orbita. È uno di quegli incontri che non ti aspetti più e che proprio per questo sono più intensi, come gli amori tardivi che riaccendono i perduti sensi. In casa di amici, una sera dcl 2004, Fagioli conosce Fausto Bertinotti. I due si annusano un po’, scrutano le idee reciproche, si piacciono. Sono due grandi seduttori e si seducono a vicenda. Bertinotti, alle prese con il mutamento della politica e con la meditazione sui testi di San Paolo, ha grande sensibilità per i nuovi linguaggi. Fagioli gliene fornisce a iosa, da apparentemente nuovi, come ‘l’inconscio mare calmo” di sua personale invenzione (una specie di fantasia ricordo originata dal rapporto del feto con il liquido amniotico) alle triade Liberté, Égalité, Fraternité, che proprio sua non è, ma che lui ha risciacquato in acque psichiche.
Per qualche tempo la nuova talpa scava in silenzio nella coscienza del leader comunista. Poi, a novembre dello stesso anno, i primi frutti. Davanti a un’affollata pia-rea di fagiolini (così vengono chiamati i seguaci dello psichiatra) in cui è stato coinvolto anche il vecchio Pietro lngrao, Bertinotti presenta un suo libro ed esalta per la prima volta la non violenza, senza alcuna riserva per la propria tradizione politica. 11 dado è tratto e lo psichiatra già ne gongola.
Ma il compimento dell’incauto salto dalla “Lettera ai romani” alla “Teoria della nascita e castrazione umana” (fondamentale e indecifrabile saggio di Fagioli del 1971) si consuma a luglio del 2005, quando il leader comunista sceglie l’elegante libreria al centro di Roma Amore e Psiche, disegnata dallo stesso Fagioli e suo luogo di culto personale, per annunciare con linguaggio desiderante la partecipazione alle primarie dell’Ulivo. Al termine Fagioli lo abbraccia e lo spinge verso la folla gridando: «Votatelo! E vostro!». Ai cronisti dirà più pacatamente: «Lui stesso lega la scelta della non violenza alle mie teorie».
La confusa vicenda di “Left-Avvemmenti” è così la quasi inevitabile conseguenza di questo incontrastato amore. Un nuovo editore, Ivan Gardini, che non si dice fagiolino, un nuovo direttore editoriale, Luca Bonaccorsi, che scriveva su “Liberazione”, organo del partito di Bertinotti, e che ritiene Fagioli «una delle voci più originali nel dibattito sui valori della nuova sinistra» mettono in pagina senza avvertire il direttore Adalberto Minucci, né il condirettore Giulietto Chiesa, una rubrica del vecchio psichiatra. Vi si parla di politica e religione, ma ci sono anche pillole di teorie personali, come quella che colloca l’inizio della vita nel momento in cui la luce stimola la retina. Ne nasce uno scandalo di modi e contenuti da cui escono scontenti tutti. I due direttori che si dimettono, sospettando una segreta liaison con Rifondazione comunista, ma anche i due editori che difendono la qualità del pensiero fagiolìano senza convincere nessuno e vedono scappare collaboratori come Vauro, Emergency, Nando dalla Chiesa e Marco Travaglio.
L’unico vincitore è proprio il vecchio guru che mantiene la rubrica e rivendica esplicitamente la paternità del rinnovamento del settimanale: «Certo, il progetto editoriale è loro, ma si lega alla mia ricerca psicoanalitica, è chiaro». Anche l’acronimo Left gli apparterrebbe, come riferimento alle parole chiave della Rivoluzione francese, più la “T” che sta per trasformazione e che viene da Marx, il quale però ultimamente non gode più i suoi favori. In verità, anni fa gli aveva attribuito l’inedito merito di «aver intuito la psicoanalisi», ma la caduta del Muro deve aver rimescolato i principi.
Ora, per capire se Bertinotti è davvero nei guai psicoideologici e se gli riuscirà facile sciogliersi dall’abbraccio di questo curioso affabulatore del secolo scorso, vale la pena di ripercorrere brevemente le tappe del suo pensiero e del suo istrionico cammino. Non è impresa difficile perché, arrivato all’età di 75 anni, Fagioli ha ripetuto all’infinito i punti chiave della sua ricerca, mentre è di questi giorni il suo quinto saggio intitolato semplicemente, come si addice ai grandi, “Lezioni 2002”.
I primi saggi, quelli fondativi, avevano invece titoli più fantasiosi come “Istinto di morte e conoscenza” o “La marionetta e il burattino”. Contenevano formule di non sense psicoanalitici e picconate così forti all’edificio freudiano che, nel 1975, gli costarono l’espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, insieme al discepolo Antonello Armando. Troppa severità, si disse, ma non doveva esser facile per i paludati psicoanalisti dell’epoca tenersi uno che chiamava Freud lo scemo che non aveva capito niente e che spiegava così la “pulsione di annuIlamento” sua scoperta fondamentale: «Fa di ciò che è ciò che non è, cioè non esiste, e fa di ciò che è stato ciò che è».
L’espulsione segnò però l’inizio della fortuna mondana di FagioIi. Essere invisi al cosiddetto «potere borghese e normalizzante» era già una patente di sinistra e il nostro ne fece un’arma di seduzione per anime erranti orfane di ideologia. Riempì così mastodontiche assemblee dove distribuiva interpretazioni alla ventura su sogni, lapsus e manchevolezze, fustigando con violenza quelle che considerava «le tre streghe»: l’invidia, la bramosia e la fantasia di sparizione. Tutti sembravano capire quello che diceva, tremavano e invocavano salvezza e verità attraverso un continuo grido ritmato “Massimo, Massimo!”, che stringeva il cuore all’osservatore non incantato.
Trent’anni dopo, le ideologie sono ormai parolacce, ma i seminari, che lui paragona a «scopate liberatorie», sopravvivono anche se più quieti, mentre il nostro fa incursioni in altre discipline. Con Bellocchio scrive sceneggiature e si insinua nelle regie, come durante le riprese del “Diavolo in corpo” quando si rende inviso alla troupe per via di suggerimenti invasivi e troppo sboccati persino nel mondo del cinema. Con Paola Rossi, architetto, firma una palazzina romana a forma di prua. Con altri architetti prepara il restyling di una piazza romana e ne disegna la fontana. Ma quando prova a far tutto da solo, come nel caso del film “il cielo della luna”, da lui scritto, diretto, interpretato e musicato nel 1998, è un flop imbarazzante. Fagioli ha bisogno di una spalla per esprimere al meglio la sua poliedrica creatività. Così ora tocca a Bertinotti. Che San Paolo gliela mandi buona.

domenica 26 febbraio 2006

Liberazione, 23.02.06
“Liberazione”
Sessualità e realtà umana
Simona, Roma


Caro Sansonetti, la settimana scorsa leggendo l’articolo di Vladimir Luxuria intitolato “Noi transgender non siamo contronatura; vi racconto di chiocciole, iene e galline”, per poco non ho avuto un mancamento! Mi dico, ma come si fa a paragonare la sessualità dell’uomo a quella della gallina, come si può essere così miopi da non vedere la ricchezza e la complessità della realtà umana, fatta non solo di biologia ma anche di pensiero, affetti, creatività, immagini? Poi oggi ho comprato “Liberazione”, ed è stata per me una boccata di ossigeno trovare il bell’articolo di Lidia Menapace. Qui, con mio grande sollievo, viene affermato con estrema chiarezza che uomo ed animale non sono uguali; nonostante l’unione dei genitali sia simile all’accoppiamento animale, la sessualità umana è qualcosa di completamente diverso. Adesso sì, questa impostazione di pensiero mi piace, e penso sia assolutamente giusto ribellarsi a Ratzinger che ci vorrebbe ridurre a bestiame da riproduzione. Ma non mi basta. Voglio cercare di capire quale è, dov’è questa differenza dell’umano che va oltre il funzionamento del corpo. Continuo a leggere l’articolo della Menapace, e tra i tanti termini che la giornalista utilizza due mi hanno colpito in particolar modo; piacere e desiderio. Sembrano simili, ma in realtà credo che abbiano un significato completamente diverso... Non so, penso che ci sia ancora molta confusione, molta nebbia che può essere diradata solo se continuiamo questa ricerca; mi sembra l’unica strada da percorrere se vogliamo costruire una politica di sinistra veramente nuova, che tenga conto del benessere non solo materiale di uomini e donne. Un saluto affettuoso
Simona, Roma

Sì, va bene, Simona, è giusto continuare la ricerca. Però guarda che l’articolo di Vladimir era pieno di ironia. Serviva solo a contrastare una parola usata in genere a mo’ di clava dagli omofobi: “contronatura”. Cioè “pervertito”. Cioè “malvagio”. Un saluto affettuoso anche a te. (p. s.)











Liberazione, 22.02.06
Sesso per piacere non per natura
Lidia Menapace


Se si vuole essere attenti a quanto dice Ratzinger, anzi in questo caso papa Benedetto XVI (perché parla in quanto papa e non in quanto re assoluto dello stato della città del Vaticano) e ci si domanda: che cosa è una sessualità “secondo natura”? Per rispondere in modo da non ricominciare a dire che l’omosessualità è una perversione o una malattia, tesi ambedue respinte dalla scienza e anche dall’Oms, per poco che si sappia che cosa è natura, si può dire che sessualità secondo natura è un genere di rapporto tra organismi di diverso genere che riproduce la specie. Questa definizione vale per tutti i viventi, ha specificità per le varie forme della vita ecc. Comunque, se ci fermiamo ai mammiferi (stranamente definiti al maschile, anche se mammelle utili le hanno solo le femmine mammifere, appunto) è un rapporto tra un mammifero e una mammifera attraverso gli organi genitali.

Gli Umani tra tutti i mammiferi (per quanto ne sappiamo) si riproducono così, anche se hanno perso circa diecimila anni fa un indicatore“naturale” specifico della riproduzione cioè l’estro delle femmine: non è stata una diabolica invenzione di scienziati cattivi, nemmeno una malizia di noi femministe, bensì, a quanto se ne sa, un evento “naturale”. Da quando comunque le femmine umane non hanno più l’estro, nella specie umana la riproduzione non è più governata dall’istinto e dal fatto che la femmina quando è feconda emette odori suoni movenze ecc. che eccitano i maschi della stessa specie (che in ogni altro momento lasciano tranquille le femmine e non si accorgono nemmeno di loro). Nella specie umana quel segnale non c’è più e il rapporto sessuale può esercitarsi in ogni momento, per “natura”. Ciò significa che nella specie umana la sessualità non è mai o non più da circa diecimila anni una attività appoggiata a “leggi” naturali, come sarebbe la gravità, bensì una attività libera. Essa continua a rispondere all’imperativo di riprodurre la specie, ma questo non è né il solo né il suo principale fine, dato che non vi è più obbligo biologico bensì scelta gusto desiderio piacere anche nel mettere al mondo bambini e bambine. Nella specie umana la sessualità attiene al piacere e alla sua sperirmentazione, che la Bibbia chiama “conoscenza”. Si ricorderà che Maria all’angelo che le dice che avrà un figlio non risponde: «Non sono mai stata a letto con nessuno», ma invece di usare l'eufemismo del letto usa quello molto profondo «non conosco l’uomo».

Il piacere che è legato al rapporto tra sessi (in qualsiasi forma libera) è una importantissima componente degli esseri umani e delle essere umane e ha prodotto sessualità sensualità desiderio passione erotismo amicizia amicizia amorosa, una serie infinita di affettività e di relazioni non offensive né legate solo all’utile.

Il massimo frutto del piacere senza altri fini è l’arte, che non ci sarebbe se tra gli umani la sessualità fosse ancora “naturale” come se la immagina Benedetto XVI, cioè come quella tra animali: violento scontro tra maschi che competono per accaparrarsi il maggior numero di femmine feconde. Non vi sembra che guerra e competizione economica assomiglino molto a tale sessualità e questo spieghi l’alleanza tra capitalismo e patriarcato? Arrivano parole selvagge dalle sedi del potere religioso assoluto (che non ha niente a che fare con la fede sincera, beninteso) arcaiche, indegne di ascolto. Naturalmente pericolose, e da rifiutare con secco piacere.









Liberazione, 21.02.06
Uomo, donna e ordine “naturale”.
Il Vaticano usa la differenza per attaccare i gay
Angela Azzaro


L’istituto “Giovanni Paolo II per la famiglia” ha organizzato un seminario che fa ulteriore chiarezza sulle basi ideologiche e sugli obiettivi politici della crociata vaticana contro gay, lesbiche, transgender, contro gli uomini e le donne etero che non si riconosco più nei ruoli tradizionali. L’incontro, che dura fino a venerdì, ha l’intento esplicito di «oltrepassare l’ideologia gay» per sostenere che «l’omosessualità è un’alterazione dell’identità sessuale», «una perturbazione della personalità, che dipende dai conflitti intrapsichici non risolti». Il termine malattia viene evitato, ma la condanna del desiderio omosessuale è altrettanto forte. Ne deriva la negazione di una cittadinanza piena, a partire dal no sui Pacs che condiziona le posizioni e le scelte della politica italiana.

Ma qual è la base ideologica che muove il ragionamento di studiosi, psicoanalisti, teologi, che in questi giorni si trovano riuniti per il seminario rivolto agli operatori pastorali? La base di discussione è la Lettera ai vescovi dell’allora cardinale Ratzinger “sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, in cui c’è una forte affermazione della differenza tra i sessi. Nell’estate del 2004, appena resa nota, fu al centro di un dibattito, anche molto aspro, dentro il femminismo. C’era chi, rallegrandosene, sosteneva che finalmente Ratzinger riconosceva l’importanza del pensiero della differenza sessuale. Si trattava, cioè, di una grande apertura culturale e politica. Molte affermavano il contrario: il tentativo era quello di riproporre i ruoli tradizionali, un’idea del femminile e del maschile legata alla biologia, che schiaccia le donne sull’identità di madre, moglie, figlia. La Lettera pastorale dell’attuale papa era cioè l’esplicazione di un’idea delle identità sessuali basata su un presunto ordine naturale di cui dio e la chiesa si farebbero difensori.

Oggi quel documento e quell’ordine cosiddetto naturale viene ripreso per attaccare il desiderio omosessuale, per dire che è un perturbamento della personalità, per spiegare che chi ama una persona dello stesso sesso o non si riconosce in un solo genere ha problemi. E quindi non ha diritti.

Sarebbero affermazioni ridicole, catalogabili come residuali rispetto alla libertà con cui tante persone vivono oggi la loro sessualità. Sono, però, pericolose perché dettano l’agenda politica italiana, rischiano di riportare indietro le conquiste ottenute, continuano a formare il senso comune. Resta il problema di come contrastare questa tendenza. Oltre a garantire a tutti e tutte una piena cittadinanza, qualsiasi sia l’identità o l’orientamento sessuale, c’è un passaggio da fare che viene prima. E’ il passaggio più difficile: mettere in discussione un’ideologia basata su un ordine naturale che è invece culturale e che è servito storicamente ad affermare un unico modello di sessualità e di relazioni, quello della famiglia tradizionale, cioè patriarcale. E’ uno sforzo che riguarda in primo luogo noi. E’ una domanda che interroga il dibattito nel femminismo e il ruolo che ha avuto in Italia il pensiero della differenza sessuale. E’ una domanda che la sinistra non può evitare: pena l’essere in balia del Vaticano e della sua morale che riporta indietro di un secolo.










Liberazione, 20.02.06
Violenza sulle donne. Il corpo di Maria
di Ritanna Armeni


Una svista? Un errore? Una smagliatura in un sistema giuridico e culturale oramai contrario alla violenza sulle donne? Possiamo dire questo dopo le decine di prese di posizione nei confronti della sentenza della terza sezione penale della Cassazione che definisce meno grave lo stupro di una ragazzina di 14 anni da parte del suo patrigno perché lei aveva già avuto rapporti sessuali? Certo non è da sottovalutare ed è sicuramente positiva questa levata di scudi dell’opinione pubblica nei confronti di una sentenza così evidentemente ingiusta, così indiscutibilmente maschile, così priva di comprensione e di pietà nei confronti di una vittima di violenza. Ma viene da chiedersi se questa sentenza va semplicemente considerata una svista che poco ha a che fare con quel sistema sociale, giuridico e politico che oggi diffonde a piene mani così tanto stupore e indignazione. Perché - questo è il dubbio - forse non è così. Questa sentenza appare “un segno dei tempi”, l’indizio preoccupante di un umore profondo e diffuso, di valori maschili sempre presenti, di una convinzione che è difficile estirpare, l’espressione visibile di convinzioni che ancora guidano la società.
La convinzione è quella - antica quanto il mondo - secondo cui corpo di una donna è un oggetto da usare. E l’oggetto - ovviamente - se è vecchio, se è stato già usato, ha minor valore. Oggi l’opinione pubblica si concentra sul quel “minor valore” che viene dato al corpo di Maria, 14 anni, stuprata da un patrigno perché lei aveva già avuto rapporti sessuali. Ma esso - va sottolineato - è la conseguenza logica e necessaria del fatto che esso è solo “un oggetto”.
Se è così, è doveroso e legittimo chiedersi se questa società, l’insieme di relazioni e di valori che la guida e che oggi protesta contro l’ingiustizia perpetrata ai danni di Maria, ha davvero cancellato l’idea alla quale il femminismo si è ribellato, del corpo della donna come puro oggetto e strumento del piacere e del potere degli uomini.
Direi di no. A rischio di apparire provocatoria direi che a dimostrarlo c’è la storia di questi ultimi anni e almeno due fatti politici. L’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita e l’attacco alla libera scelta di abortire sancita 25 anni fa dall’approvazione della legge 194.
Perché, nel primo caso - giova ricordarlo - si è deciso che il corpo della donna che vuole diventare madre sia sottoposto ad un insieme di controlli e di regole che ricordano come esso non possa essere che lo strumento, il luogo fisico nel quale “altri” esercitano il potere della prosecuzione della specie. Nel secondo, a fianco di una più che condivisibile affermazione del valore della vita, si è manifestata con forza una battaglia tutta ideologica e tesa alla colpevolizzazione della donna che si è riappropriata faticosamente della propria libera scelta e si è detto che questa corrisponde ad un assassinio se porta ad eliminare il frutto “non voluto” del suo ventre.
In entrambi i casi al corpo della donna è stata riconosciuta solo la possibilità di essere ricettacolo passivo, luogo della fecondazione, i cui tempi e metodi vengono decisi da altri.
Non stiamo affermando - sia ben chiaro - che c’è un legame diretto fra quella sentenza e questi due fatti politici. Stiamo solo dicendo che quella sentenza non è una stranezza, la stravagante affermazione di una cultura arretrata che ci riporta a tempi in cui esisteva il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e lo stupro era un reato contro la morale. Essa vive purtroppo in una nuova e moderna “oggettualizzazione” del corpo femminile. In una temperie culturale in cui le conquiste delle donne sono messe in discussione e in cui i ritorni indietro sono sempre in agguato. Questa moderna oggettualizzazione e questa temperie culturale revanscista va combattuta tutta. Nelle leggi, nelle sentenze e nei comportamenti.









Corriere della Sera, 19.02.06
Secondo la rivista «New Scientist» è meglio delle anfetamine
Ecco la pillola che cancella la stanchezza
Negli Usa ha conquistato il mercato. Chi la prende riesce a non dormire per 48 ore di fila. Ma i medici accusano: è pericolosa


Quarantott’ore di non-sonno filate. E senza neanche sentirsi un po’ stanchi. Si può. Artificialmente certo. Ma è possibile. Un sogno per chi considera il dormire uno spreco di tempo, la soluzione ideale per chi vorrebbe una giornata lunghissima, senza fine. Basta una pillola. Si chiama modafinil ed è capace di dimezzare il bisogno di sonno.
INSOSTITUIBILE - Lanciata nel ’98 negli Stati Uniti, per moltissimi americani è diventata insostituibile. Basti pensare che il fatturato delle vendite è passato dai 25 milioni di dollari del ’99 ai 575 milioni nel 2005. Un fenomeno di cui si è accorto il settimanale scientifico Usa New Scientist che al modafinil ha dedicato la copertina e un lungo articolo. «Il modafinil è il simbolo di un nuovo stile di vita che promette di fare per il sonno quello che la pillola contraccettiva fece per il sesso: da secoli gli esseri umani hanno strutturato le loro vite intorno al sonno; in un futuro molto vicino, per la prima volta adegueremo il modo di dormire al nostro stile di vita». Non solo. «Tra 10 o 20 anni - sostiene il biologo Russell Foster - saremo in grado di spegnere farmacologicamente il sonno», arrivando a stare svegli per 22 ore al giorno e a dormirne solo due. Il tutto, assicurano gli esperti, senza effetti collaterali: «Al massimo un mal di testa», sostiene Jeffrey Vaught, dirigente della Cephalon che produce il farmaco.
SENSAZIONE DI RIPOSO - Perché la pillola anti sonno riesce a fornire al fisico la stessa sensazione di riposo data da 8 ore di sonno. Ma è diversa da tutte quelle sostanze che si usano per mantenersi svegli come la caffeina o le anfetamine, perché, scrive New Scientist , «il modafinil ha cambiato le regole del gioco, il farmaco è quello che si può chiamare un "buon risveglio": dà una sensazione naturale di allerta e mancanza di sonno senza il potente sbalzo fisico e mentale dei precedenti stimolanti». E lascia senza debito di sonno: «Di solito, se stai sveglio per 48 ore - scrive il settimanale -, il fisico ha bisogno di almeno 16 ore per riprendersi, con il modafinil ne bastano 8». Sarà per questo che già dal 2003, i piloti dell’Air Force statunitense ne fanno uso per combattere la stanchezza.
PERICOLI - Nonostante tante rassicurazioni, i dubbi sono molti. «Non possiamo dire che il modafinil non sia stato studiato, però bisogna essere estremamente prudenti», interviene il professor Gianni Benzi, farmacologo all’università di Pavia, consulente scientifico del pm Raffaele Guariniello e rappresentante italiano all’Emea, l’Agenzia europea di valutazione del farmaco. «Questi farmaci - spiega - agiscono sul sistema nervoso centrale, sulla parte anteriore dell’ipotalamo, rilasciano dopamina, inibiscono lo stop alla noradrenalina, il tutto con effetti molto lunghi: si tratta di modificazioni così violente e durature che non mi convincono». In più, spiega Benzi, «innalzano la ricerca del piacere, cioè il soggetto che ne fa uso si sente molto bene perché agiscono sull’umore». Il che può diventare pericoloso. Secondo Benzi, il modafinil sarebbe da usare «sempre sotto stretta tutela di un medico e solo in gravissime patologie, come l’Alzheimer o la narcolessia». Il rischio è che queste pillole, conclude il farmacologo, «possano sfuggire di mano e finire nella Coca Cola dei ragazzi». Meglio farsi un bel sonno.
Claudia Voltattorni