mercoledì 14 dicembre 2005

Liberazione, 14.12.05
Continua il viaggio ufficiale di Rifondazione nel paese asiatico. Visita guidata alla Yutong officina che produce 20mila pullman l’anno.
L’analisi di Bertinotti: «E’ un modello che prevede salari bassi e relazioni industriali simili al sistema tedesco, nella totale assenza di conflitti»
Cina, nella fabbrica-dormitorio dove il sindacato lo fa il padrone

di Simonetta Cossu

Zhengzhou [nostra inviata]
Negli incontri con i rappresentanti del governo e del partito comunista cinese ti senti ripetere sempre tre parole: Armonia, Sviluppo, Industrializzazione. Sono la chiave della riforma che Deng Xiaoping lanciò 27 anni fa e su cui fa perno il “socialismo cinese”. Tre semplici regole su cui punta la Cina per governare la globalizzazione.
A starli a sentire mentre snocciolano i loro dati del Pil e del commercio estero pensi che forse questi loro obbiettivi non siano totalmente irraggiungibili. Ma quando si passa dalle parole alla realtà il significato di quei termini si perde.
La visita in Cina della delegazione del Prc porta Fausto Bertinotti ancora una volta in fabbrica. Stavolta non entra da sindacalista, né da politico ma quasi da studioso per cercare di capire e vedere cosa succede in un processo di sviluppo che pare inarrestabile. La fabbrica Yutong appare linda e pulita.
Ad accogliere il piccolo drappello di italiani si presenta un vice presidente, anzi come sta scritto sul bigliettino da visita che consegna, un vice manager. Forse anche la parola inglese fa parte del nuovo processo di modernizzazione del Paese. La fabbrica produce pullman. Quelli grossi che circolano nelle città di tutto il mondo. Il nostro tour in fabbrica avviene proprio su un modello ancora tutto impacchettato ed incelofanato probabilmente già destinato ad un acquirente.
Stando ai dati la fabbrica è tra le primi produttrici in Cina, quest’anno ha sfornato 18mila pullman, ma per il prossimo già si annuncia un nuovo record di 20 mila. Oltre alla grandi capacità produttive, la Yutong copre nove aree di mercato cinesi e conta ben 30 punti vendita. Senza contare l’export, quasi tutto verso paesi in via di sviluppo tra questi Cuba, Cile e altre trenta nazioni. Queste le cifre. Ma chi produce? Stando alla hostess che ci accompagna ci sono in tutto 3mila operai impiegati. Un numero che appare un po’ esiguo, ma il drappello italiano per il momento soprassiede. Poi la gentile accompagnatrice spiega che all’interno della fabbrica naturalmente si trova anche un dormitorio. Un dormitorio? Sì, per gli operai.
Fausto Bertinotti di fabbrica ne ha vista molta. Così prende in mano la situazione da “sindacalista” incalzando il restio vice manager con domande precise. Quanti sono gli operai a tempo inderteminato? Quanti a contratto? Quanti fanno parte dell’amministrazione? Alla fine la verità viene a galla. Gli operai addetti alla produzione sono 4mila, di questi 2mila a contratto fisso, altri 2mila a tempo determinato con contratti di un anno. Nei picchi di produzione sono previsti assunzioni “fluttuanti”, a breve termine insomma. Il dormitorio è a disposizione degli operai single, quelli senza famiglia, sia fissi che a tempo indeterminato. Casa e lavoro, per chi non può permettersela. Ma anche un facile sistema di controllo e di coptazione.
L’orario è fisso, sette ore e mezza, senza turni notturni. Il salario è all’incirca di 2mila euro all’anno, il che significa 166 euro al mese. Parranno pochi agli occidentali ma per la Cina sono paghe alte, in pratica il doppio del pil pro capite.
E poi c’è la produzione. L’accompagnatrice porta la delegazione italiana nella zona di assemblaggio finale. Dove i pulman vengono rifiniti prima della consegna. Ma i pullman non sono costruiti alla Yutong. Infatti l’azienda cinese lavora su ordinazioni. Il cliente può scegliere il tipo di telaio, il motore, gli accessori tutti su un catalogo.
Sta poi all’azienda ordinare i pezzi e poi assemblarli. L’unica cosa che si produce è il rivestimento. La parte sicuramente più semplice da fabbricare, dopo l’assemblaggio.
La visita avviene mentre gli operai sono a mensa, si intravedono nel viale dell’officina mentre in fila aspettano il loro turno. Sono giovani, tutti vestiti in tuta e guardano con curiosità questi occidentali che si aggirano per la loro fabbrica.
Bertinotti chiede: «E il sindacato? » Il vice manager sorride e dice di essere anche il presidente del sindacato. Ma al consiglio di amministrazione c’è un rappresentante degli operai? Sì, si premunisce il manager. E’ un operaio eletto dagli altri. Ma non si riesce a saperne di più. Trenta minuti in una fabbrica cinese, non bastano. Molta cortesia ma porte chiuse su cosa veramente accade all’interno. In serata la delegazione del Prc, che oltre a Fausto Bertinotti comprende Gennaro Migliore e Alfonso Gianni, commenta la visita. «E’ una azienda di assemblaggio. Non è un “just in time” al solo fine di eliminare lo stoccaggio come esiste nei grandi produttori, è un Just in time estremo perché dipende dal committente.
Un sistema di produzione che risponde direttamente alla domanda » dice Fausto Bertinotti. «Ci troviamo di fronte a salari cinesi e a relazioni industriali rimodellate sul sistema tedesco, con una totale assenza di conflitti. Le retribuzioni invece rappresentano, almeno per la Cina, un tentativo di dare vita ad una aristocrazia operaia. Se un operaio - prosegue il segretario del Prc - guadagna quanto un laureato impiegato nel pubblico impiego nella capitale mi pare di poter dire che siamo di fronte ad una operazione che attraverso la remunerazione mette in atto un processo di cooptazione della parte più esposta e più coinvolta nel processo di evoluzione industriale dentro al sistema». Un modello di fabbrica modernamente a-conflittuale.
Se l’Europa e l’Italia vorranno competere dovranno decidere come e cosa produrre, modificando i loro assetti economici, altrimenti la partita appare ormai persa. Intanto l’Armonia cinese a noi appare molto lontana.



Liberazione, 14.12.05
In una sua canzone Fabrizio De Andrè cantava di quando “l’amore non era adulto, e ti lasciavo graffi sui seni”
Quei morsi sulla ragazza, inferti dai maschi in attesa

di Monica Lanfranco

Non è la prima volta, e non certo l’ultima, che si viene a conoscenza di un fatto di violenza sessuale e si inorridisce, cala addosso e dentro un cupo senso di frustrazione, di orrore, di impotenza e tristezza. Ti senti sola, anche se stai ascoltando la radio o la tv, o leggi il giornale in casa tua, al riparo, al caldo, per fortuna. Eppure, questa volta, c’è qualcosa in più che ti ferma il respiro; questa cosa l’hai già sentita, c’è un senso di allarme simile solo a quando, anni fa, si seppe dei fatti del Circeo. Izzo, Ghira, Rosaria Lopez. La prima, scioccante trasmissione tv del processo, Tina Lagostena Bassi, allora l’avvocata delle donne, incredula e battagliera mentre ascolta le madri dei violentatori che difendono i loro figli e accusano le puttanelle. La notizia della violenza di gruppo di venti anni dopo, quella degli adolescenti di Lanciano, oltre alla cronaca dello stupro, parla di quei morsi, inferti dai ragazzi in attesa che quello che stava dentro al corpo della loro coetanea finisse la penetrazione, in attesa che arrivasse il loro momento.
Per riempire lo spazio in vista del turno successivo, per avere il pezzo di carne che loro spetta, come i non dominanti in un branco affamato che sbocconcella, sbrana la vittima. Rispettando le gerarchie. Il pasto, dunque: ferino e se volete feroce, ma secondo la legge di natura istintuale per i carnivori l’unico modo di nutrirsi, procacciare il sostentamento a sé e ai cuccioli. Terribile, ma non si tratta di cattiveria, si tratta di sopravvivenza. Qui, rispetto al Circeo, due degli stupratori sono più giovani, sono ragazzi rom, più giovane è la vittima; la narrazione dell’impresa non passa solo di bocca in bocca ma è in internet appena qualche ora dopo l’aggressione, tutto il mondo può leggerla nei dettagli, la si condivide, compresi i morsi, tutto diventa interconnesso. Si ri-stupra, virtualmente, quasi a reiterare quel brivido, quella emozione. E tra i dettagli descritti ci sono, appunto, i morsi. In una sua canzone, struggente e appassionata, Fabrizio De Andrè cantava di quando “l’amore non era adulto, e ti lasciavo graffi sui seni”.
Che il sesso non sia solo carezze e tenerezza è noto, è giusto, è bello: infinite e soggettive sono le variazioni e le sensazioni che reciprocamente sono scambiate dai corpi nella passione. Ma qui, accanto alla ferocia tutta umana e solo umana dello stupro, (perché le bestie non stuprano, né mentono, né rubano, giova ricordarlo sempre, quando si fanno paragoni) c’è l’aggiunta concreta della ferinità che unisce alla violenza carnale quella della oggettivazione del corpo violato che diventa, anche, pasto.
Qui il corpo della femmina è il luogo del soddisfacimento di più pulsioni: il possesso, il piacere sessuale e, seppure a livello simbolico limitatamente al livido, il nutrimento antropofago. Che è successo nella mente di quei ragazzi? Quasi certamente le loro condizioni di vita sono più dure di quelle della maggioranza dei loro amici, ma basta questo a decifrare il loro atto violento? Sono mostri, eccezioni impazzite nelle moltitudine equilibrata degli adolescenti di oggi?
Con che parole, immagini, fantasia e rappresentazioni simboliche stanno crescendo i nostri figli e le nostre figlie rispetto alla sessualità, all’amore, alle relazioni, con l’invasione ormai assodata di tronisti, veline, pezzi di carne disponibile, che nulla ha più a che fare con la bellezza e la gratuità del dono di sé, del libero scambio di piacere, del gioco amoroso che arricchisce e fa crescere e dispone alla condivisione della vita? Che adulti avremo al fianco, quando saremo vecchie e vecchi noi che siamo vissute ponendo, senza ancora oggi avere risposte chiare né nel sociale né nel privato, il conflitto tra i generi come centrale in politica come nella vita privata? Il mio figlio più grande ha ormai quindici anni. Lo osservo, cerco di capire qualcosa in più rispetto a quello che ci diciamo, che sento dire da lui su questi argomenti. So che ogni persona ha i suoi lati d’ombra, mi auguro non di oscurità fitta; fa male ammetterlo, ma a volte ho paura. Come adesso. Mentre leggo di questo stupro non posso evitare di pensare che quei ragazzi hanno l’età di mio figlio; sono nostri figli, se ancora ha un senso pensare alla generazione che stiamo crescendo non solo come a un concetto anagrafico e statistico, ma come ad una nostra responsabilità, individuale e collettiva.
Una minaccia al mio genere sto allevando? Un potenziale pericolo per una giovane donna? Lo guardo, mi sento sola, vorrei uno spazio pubblico per discutere, con altre donne e uomini che sentono il peso e l’importanza della funzione politica della genitorialità consapevole.
La politica è lontana da qui. E quei morsi li sento addosso, troppo vicini.



Liberazione, 14.12.05
Al via l’indagine conoscitiva sulla 194 voluta fortemente dall’Udc. Valpiana
(Prc): dalla Cdl nessun intento conoscitivo solo propaganda elettorale


Aborto, oggi l’audizione di Storace nizierà con l’audizione del ministro della Salute Francesco Storace, in programma per oggi, l’indagine conoscitiva della commissione Affari sociali della Camera sull’applicazione della legge sull’aborto. Ancora nulla di stabilito sul prosieguo dei lavori, vale a dire sulle date delle sedute successive e sugli altri soggetti da ascoltare, considerando che l’indagine dovrà concludersi entro il 31 gennaio. Oltre a quella di Storace, sono state anche decise le audizioni del ministro della Giustizia, Roberto Castelli; di rappresentanti della conferenza delle Regioni e delle strutture sanitarie dove si pratica l'interruzione volontaria di gravidanza; di associazioni di medici e operatori dei consultori; dell’Associazione medici cattolici italiani; della confederazione italiana consultori familiari; del Movimento per la Vita, dell’Aied; dell'associazione Luca Coscioni e dell’Unione centri educazione matrimoniale e prematrimoniale. Ma proprio la calendarizzazione delle audizioni è stato l’oggetto di un vero e proprio scontro politico tra le forze di maggioranza e opposizione per un’indagine che suona solo e ancora come una mera propaganda eletto- I rale, voluta - senza il consenso delle opposizioni - e fortemente solo dagli ex dc. Ieri doveva essere appunto predisposto l’elenco delle associazioni da audire per l’indagine. E quello proposto dalle opposizioni - nota Tiziana Valpiana (Prc) - «non ha davvero alcun intento ostruzionistico, vuole essere - continua - un vero contributo informativo di tutti coloro che da anni lavorano su questo tema e hanno conoscenza dei reali problemi che ogni donna deve affrontare». Ma evidentemente la maggioranza non la pensa così se nelle sue intenzioni vi era solo il fatto di inserire quelle associazioni volute fortemente e solo dalla maggioranza in particolare di quella schierata sulle forti posizioni “ecclesiali” sostenute dai paladini della causa vaticana. «Purtroppo – commenta ancora la deputata Prc - gli esponenti della Casa delle libertà non hanno alcuna idea di come in questi anni di
come sia stata applicata, in ogni sua parte, la legge 194, e continuano a stupirsi del vasto numero di operatori che sono stati esecutivi sul territorio e che dovrebbero essere le fonti principali di una indagine seria. Il movimento femminista - spiega Valpiana - si occupa da trent’anni della salute riproduttiva delle donne, ed ha contribuito a costruire un percorso di conoscenza e prevenzione.
Respingere la richiesta di audire queste donne, dopo aver chiesto a gran voce l’istituzione di una commissione che non era necessaria, è un chiaro sintomo di mancanza di responsabilità».
Del resto proprio la mancata intenzione da parte della maggioranza di ascoltare le tante associazioni e i tanti operatori che da anni si occupano della materia non ne è che un sintomo evidente.
Vale a dire - conclude - che proprio la conoscenza, lo scopo principale dell’indagine conoscitiva, «non corrisponde evidentemente al fine ultimo della Casa delle libertà che sta solo cercando di avviare una campagna elettorale ». E sulla pelle delle donne.
CM




Repubblica.it, 14.12.05
Scoperta per caso in Guatemala. Una volta decifrati, i disegni ci diranno come quella civiltà vedeva la creazione dell'universo
Ecco la 'Cappella Sistina' dei Maya, svelerà i misteri di quel popolo

di LUIGI BIGNAMI

MILANO - E' la 'Cappella Sistina' dei Maya. Lì è scritta, molto probabilmente, la storia della nascita del "mondo" e la storia dei primi Re Maya. L'eccezionale scoperta è stata realizzata - vicino a San Bartolo, in Guatemala - da William Saturno, un archeologo che lavora per la National Geographic Society. Il dipinto è venuto alla luce quando l'archeologo ha scrostato un muro che nascondeva da oltre 2.000 anni quel tesoro.

"Il dipinto copre la parete ovest di una stanza attaccata a una piccola piramide. Le raffigurazioni sono così ben conservate che sembrano essere state disegnate ieri", ha spiegato Saturno. I colori dell'affresco infatti, sono ancora ben conservati nelle loro tonalità primitive. La storia che i disegni raccontano, quando verranno completamente decifrati, spiegheranno come i Maya vedevano la "creazione" dell'universo a loro conosciuto.

L'affresco è stato realizzato nel 100 prima di Cristo, forse da un'unica persona, ma dopo qualche decennio venne misteriosamente ricoperto perché la stanza venne adibita a deposito o a qualcosa del genere. Secondo gli esperti del National Geographic questi affreschi risultano essere i più antichi "murales" dei Maya così ben conservati. Prima d'oggi nessuno sapeva che questa popolazione dell'America Meridionale fosse in grado di avere una così elevata capacità artistica.

La scoperta di questa stanza ha il sapore del romanzo. Saturno, infatti, la identificò per caso nel 2001 quando si rifugiò per riposare in quello che sembrava un antro. Capì di trovarsi all'interno di una camera artificiale e lentamente la riportò alla luce fin quando scoprì che la copertura del muro della parete ovest non era quella primitiva. Dopo averla scrostata è venuto alla luce l'eccezionale dipinto. Che va letto come se fosse un libro. Su di esso appaiono quattro figure, che sono poi la stessa persona che rappresenta il figlio del dio dei raccolti. Saturno li ha così spiegati: "La prima divinità sta nell'acqua e sacrifica un pesce, a indicare la nascita degli oceani. Il secondo sta sulla terraferma e sacrifica un cervo, a indicare la nascita delle terre emerse. Il terzo sta nell'aria ad simboleggiare la nascita dei cieli e il quarto in un campo di fiori ed indica la formazione del Paradiso".

Tuttavia molti degli scritti che si vedono sono ancora da decifrare perché la scrittura è molto antica e diversa da quella che si conosceva finora. Il periodo classico infatti, va dal 250 dopo cristo al 1.000 dopo Cristo. Prima del 250 le conoscenze sono ancora oggi, molto scarse.

A coronare questa eccezionale scoperta c'è anche quella della più antica tomba di un Re Maya. Secondo la datazione essa dovrebbe risalire al 150 Prima di Cristo. La piccola piramide lì vicino è stata anch'essa esplorata e sono venute alla luce ceramiche e ossa di un uomo con alcuni monili di giada, simbolo della regalità Maya.




il Manifesto, 14.12.05
Anticipazione da un inedito di Otto Gross

Nel testo qui anticipato una esemplificazione del pensiero di Otto Gross, secondo il quale la causa dei disagi psichici va ricercata in un ordinamento sociale fondato sull'introiezione, fin dalla prima infanzia, di modelli aberranti. E i pochi che resistono, evitando di adattarsi, pagano il prezzo di un permanente conflitto interiore che si traduce in sofferenza psichica
Il testo di Otto Gross titolato Sul simbolismo della distruzione, che qui anticipiamo parzialmente, fa parte del volume Scritti di metapsicologia, curato da Michele Ranchetti, che uscirà il 15 dicembre nella nuova collana di dieci tomi, appena varata dalla Bollati Boringhieri con il titolo Sigmund Freud. Testi e Contesti, ideata dallo stesso Ranchetti. Il progetto è quello di presentare in una nuova traduzione una scelta di scritti di Freud, corredati da materiali che aiutino a inquadrarne la gestazione nel contesto di quanto, contemporaneamente, andava elaborando il movimento psicoanalitico. Il volume Scritti di metapsicologia - che si è avvalso del contributo di un gruppo di ricerca raccolto intorno al curatore - riporta, oltre a una serie significativa di scritti freudiani degli anni 1911-1917, un testo inedito del 1931, estratti da vari carteggi (con Jung, con Pfister, con Ferenczi, con Salomé, con Groddek e con Abraham) ampi stralci delle discussioni della Società Psicoanalitica di Vienna registrate nei verbali delle sedute, e una serie di scritti psicoanalitici di autori tra cui Otto Rank, Wilhelm Stekel, Sandor Ferenczi, Sabina Spielrein, Wilhelm Reich, strettamente correlati ai temi trattati da Freud. Di particolare interesse la prospettiva offerta da Gross nel testo riportato in questa pagina, che in stretto legame sia con l'orientamento mitologico di Otto Rank che con le tesi di Sabina Spielrein sulla centralità della «distruzione» nei processi della vita psichica e organica, discute le tesi di Freud sulla sessualità infantile. In questo e altri suoi scritti, Otto Gross indaga sul radicamento dei comportamenti psicologici individuali nell'ordinamento sociale, guardando tanto alle questioni sollevate dalla antropologia quanto alle prospettive etiche, o più precisamente politiche, ovvero all'efficacia pratica della critica sociale.

In un breve intervento che comparirà nello stesso volume Gross ricorda come alla sua prospettiva rivoluzionaria, secondo cui la scoperta del «principio psicoanalitico» richiedeva «l'apertura della prospettiva dell'inconscio sul problema complessivo della cultura e sull'imperativo del futuro», Freud avesse opposto una visione riduttiva: «siamo medici e medici vogliamo restare». Sia Gross che Sabina Spielrein anticipano dunque, negli anni 1911-1914, temi che saranno recepite da Freud - all'epoca fortemente critico verso qualsiasi deriva mitologica come anche sociologica della psicoanalisi - solo alcuni anni dopo.



il Manifesto, 14.12.05
Il simbolismo della distruzione
OTTO GROSS

Introduco le considerazioni che seguono con tre casi concreti, avvertendo che essi devono servire soltanto come esemplificazione e non come materiale dimostrativo tratto dall'analisi. 1) Il dottor Neumann del manicomio slesiano di Troppau mi racconta questo caso: una bambina di 6 anni mentre gioca viene improvvisamente buttata per terra da un bambino più grande con uno spintone inaspettato da dietro. La bambina cade su un ginocchio e accusa una ferita superficiale, di poco conto. In seguito le rimane una contrattura del muscolo estensore all'articolazione del ginocchio battuto, che si dimostra chiaramente psicogena e viene risolta attraverso la suggestione.

In questo caso non è stato possibile intraprendere una indagine psicoanalitica. Ma il caso è di così classica semplicità, la costruzione della malattia così evidente e così ovvia per l'esperto, che una discussione più puntuale può aver luogo qui unicamente per ragioni di esposizione.

Se ora richiamiamo i fatti psicologici che Freud ha descritto come «teorie infantili» del coito e della nascita, che attualmente qualsiasi analista considererebbe valide al di là di ogni dubbio, il significato interiore del quadro clinico e dello scopo della malattia si dà da sé. La dottrina freudiana delle «teorie sessuali infantili» afferma che nella rappresentazione dei bambini i rapporti sessuali si riflettono abitualmente nell'immagine di una violenza di qualche tipo compiuta sempre dall'uomo nei confronti della donna, nell'immagine di un atto sadico connotato come di consueto, e che la nascita e la gravidanza si proiettano nella vita rappresentativa infantile sotto forma di malattia, intervento chirurgico, ferita o morte. Il dato di questa simbologia infantile è stato documentato mitologicamente da Otto Rank in modo assai determinato, principalmente a partire dai motivi delle fiabe. (...)

Il caso che ho raccontato contiene la trasposizione immediata di questa concezione infantile della sessualità in un evento di vita. Un bambino mentre gioca butta per terra una bambina, per scherzo, per un impulso immediato. Il bambino agisce in quanto è determinato dall'inconscio, compie un atto sessuale alla sua maniera, così come il suo inconscio comprende la sessualità. E quello che lui fa viene accolto, secondo la stessa disposizione e nello stesso senso, dall'inconscio della bambina, che reagisce all'atto sessuale simbolico con una gravidanza simbolica.

Che la manifestazione patologica della bambina possa davvero essere considerata soltanto un simbolo della gravidanza deriva da un principio che dobbiamo trattare come un assioma psicoanalitico: ogni fenomeno - sintomo o sogno - che muove dall'inconscio deve significare la realizzazione di un motivo simbolico di desiderio, direi quasi di un tropismo. La concezione deterministica di fondo non ci permette di credere ad azioni psichiche prive di causalità, prive di senso, o anche non sufficientemente fondate.

Nel caso descritto il tropismo sessuale è trasposto nella vita in maniera infantile; con la confusione infantile sull'essenza della sessualità e con la sicurezza e la purezza infantile del desiderio sessuale. Resta un problema capire come mai si produca il disconoscimento infantile delle modalità dei fatti sessuali e generativi, e perché questo disconoscimento assuma regolarmente proprio il simbolismo della violenza e della malattia, cioè perché qui si debbano formare regolarmente i simbolismi della «distruzione» nel senso in cui lo intende Sabina Spielrein nel suo studio titolato La distruzione come causa del divenire.

2. Un medico mi racconta il seguente sogno: «Una femmina di animale, all'inizio è una cagna. Distesa per terra, su un fianco, ha vicino a sé un cucciolo appena nato. Io la accarezzo, le parlo e le dico che deve farmi giocare con il suo cucciolo e che io al suo cucciolo non farei alcun male, ma lei è un po' diffidente nei miei confronti. Più avanti l'animale è una scrofa. Accanto si trova una donna; potrebbe essere mia madre, e mi dice qualcosa di questo genere: che all'animale, per alleviargli il dolore, è stato inferto un taglio di distensione. Percepisco oscuramente che è stata ipotizzata un'infezione, si sarà trattato probabilmente di una lussazione inveterata, che è stato commesso un errore, una brutale negligenza, e ne provo orrore. Allora cerco la ferita: è una lesione orribile nella piega dell'inguine, dalla quale si intravede la testa del femore; la ferita non è fasciata, sembra come incisa e squarciata. Fa l'impressione di un animale macellato».

Di questo sogno è stato possibile svolgere un'analisi abbastanza approfondita. Il momento essenziale del sogno, l'espressione del motivo della nascita mediante un simbolismo di distruzione, si manifesta però in modo assolutamente chiaro - con una forza dimostrativa del tutto particolare, perché il motivo della nascita viene formulato qui una volta in modo del tutto scoperto, a partire dalla cognizione che l'adulto ha della realtà, (nell'immagine onirica della femmina di animale con un cucciolo appena nato) e una volta in modo `regressivo', nel simbolismo infantile (l'immagine onirica dell'animale ferito) - in modo del tutto evidente prima nella forma diretta e dopo in quella simbolica. Il carattere infantile del simbolismo di distruzione relativo alle circostanze della nascita viene dissimulato solo in modo superficiale, attraverso l'eleborazione secondaria in immagini tratte dall'esperienza medica.

In quest'ultimo caso restano problematici ancora due elementi: l'essenza del motivo pulsionale del desiderio e il significato del simbolismo animale, cioè della raffigurazione del principio «donna» attraverso i simboli «cagna» e «scrofa». La spiegazione è data da una seconda immagine onirica, che si è data più tardi e separatamente nel corso della stessa notte: l'immagine onirica di una situazione omosessuale. L'indagine psicoanalitica fornisce la soluzione di entrambi i problemi nell'idea spontanea immediata e del tutto inattesa per lo stesso sognatore: «Dal momento che le donne sono così simili alle cagne e alle scrofe da partorire dei bambini, io desidererei essere omosessuale».

Come motivo tropistico centrale della prima parte del sogno si dava dunque una fantasia di delitto sessuale, che andava ricondotta all'ancoraggio dell'inconscio al simbolismo infantile della distruzione per le faccende sessuali e generative. È lo stesso meccanismo del passaggio sessuale dall'inconscio dell'uno all'inconscio dell'altro, l'azione reciproca da una persona all'altra delle forme di inconsapevolezza infantile della sessualità, che qui funge da presupposto nei motivi onirici e che nel caso precedentemente descritto era stato trasposto nella vita. Il fatto che alla pulsione sessuale nella sua forma d'espressione sadica si opponga un fortissimo rifiuto interiore spiega la chiara successione, precedentemente rilevata, di raffigurazione onirica diretta e indiretta dello stesso motivo: il tropismo sessuale nella sua forma simbolizzata sadicamente si afferma con più difficoltà e dunque più tardi rispetto alla sua forma diretta, rettificata e conforme alla realtà. L'autentico desiderio onirico, secondo questo risultato, andrebbe tradotto esattamente: «Preferirei essere omossessuale anziché vivere nella eterosessualità gravata da fantasie di distruzione». In questa formulazione finale la precedente idea spontanea associativa, che inizialmente doveva sembrare un brutale paradosso, si dimostra espressione immediata del profondo conflitto tra il complessivo atteggiamento etico e le forme pulsionali deformate della sessualità che agiscono nell'inconscio.

3. Nel romanzo Kameraden! di Franz Jung una donna riassume l'essenza del suo soffrire di se stessa con queste parole: «Odio tutte le donne. Vorrei essere un uomo ed essere omosessuale». Sono in grado di aggiungere che queste parole, come più in generale la storia della nevrosi contenuta in questo capolavoro di realismo psicologico, sono state riprese direttamente dalla vita.

La dichiarazione di cui parliamo adesso ci porta direttamente al grande problema che Alfred Adler ha posto con il concetto di «protesta virile». Possiamo accennarvi riportando le parole con cui Birstein esprime il principio fondamentale del pensiero di Adler: «Come triste conseguenza del pregiudizio sociale concernente la superiorità dell'elemento maschile, si instaura la seguente contrapposizione schematica e sentimentale: da una parte ciò che è inferiore, il femminile, la debolezza, ciò che sta `sotto'; dall'altra parte ciò che ha valore, il maschile, la forza, ciò che sta `sopra'». Come conseguenza di questo atteggiamento sentimentale che domina inconsciamente si produce nella donna questa rappresentazione finale: «Protesta virile - il desiderio di essere un uomo».

In sé e per sé il fatto che una donna desideri essere un uomo va indubbiamente spiegato a partire dal «pregiudizio sociale della superiorità dell'elemento maschile» - parleremo più tardi di questo fatto di basilare importanza. Ma le parole della donna nel romanzo di Jung a cui facciamo riferimento contengono anche un secondo desiderio, che presuppone meccanismi più complicati e che non può essere spiegato soltanto con la «tendenza alla salvaguardia» nel senso di Adler, cioè dunque con «l'autodifesa della personalità, ovvero l'opposizione all'ingresso del sentimento di inferiorità nella coscienza». L'elemento problematico si trova nella seconda parte della frase: «Vorrei essere un uomo ed essere omosessuale».

È fuor di dubbio che questo secondo desiderio non può essere spiegato con il sentimento di inferiorità della donna per la sua femminilità e con la tendenza a sovracompensare questo sentimento di inferiorità. Da quella tensione puramente egoistica all'affermazione del proprio Io a qualsiasi prezzo, che Adler e la sua scuola ritengono essere l'unico principio efficace della genesi di tutte le manifestazioni del subconscio, in una donna nascerebbe probabilmente soltanto il desiderio di essere un uomo secondo il concetto tradizionale della «virilità», cioè un violentatore di donne.

La motivazione più complicata diventa comprensibile se confrontiamo l'ultimo esempio con il sogno raccontato in precedenza. Comune a entrambi, cioè all'uomo del primo caso e alla donna del secondo, è il desiderio di essere un uomo omosessuale. Alla base di questo desiderio comune deve ovviamente esserci una motivazione comune, possibile allo stesso modo per l'uomo e per la donna. E questo motivo nel caso della donna non è espresso, mentre nel caso del sogno maschile emerge chiaramente come risultato dell'analisi, e può essere ricondotto senza impaccio alla costruzione psicologica dell'ultimo caso. Abbiamo già ricapitolato la formula di questo motivo: è il desiderio di liberarsi dalla eterosessualità gravata nell'inconscio di materiale infantile, cioè di liberarsi dai tropismi del simbolismo di distruzione che gravano l'eterosessualità.

Ora vediamo quanto è emerso dai tre casi e cosa potremmo concludere. Alla base c'è ogni volta - in parte dimostrabile analiticamente, in parte deducibile in maniera univoca - l'ancoraggio dell'inconscio alla formulazione del simbolismo di distruzione per le rappresentazioni della sessualità e della nascita, dove compare come principio essenzale la violenza dell'uomo sulla donna e le cui conseguenze compaiono sotto forma di malattia e sofferenza. Nel primo caso, il caso dei bambini, la sessualità si traspone nella vita in questa forma: nell'età infantile la vitalità del desiderio immediato prevale sulla forza delle inibizioni. Negli altri due casi, che riguardano persone adulte, prevale l'inibizione: in questi due casi si manifesta come desiderio dell'inconscio l'avversione ai tropismi di distruzione. In questi due casi, nell'uomo come nella donna, siamo giunti alla ricostruzione del desiderio di non volere aver niente a che fare, da un punto di vista sessuale, con la donna, perché la sessualità con la donna significa una violenza sulla donna. E questo motivo di desiderio è, secondo la sua natura psicologica, qualcosa di etico.

La letteratura psicoanalitica ci ha reso familiare l'importanza della motivazione morale come componente dei conflitti interiori. Stekel ha chiarito che le motivazioni morali e religiose hanno l'effetto di suscitare i conflitti e Marcinowski ha spiegato con chiarezza insuperabile il carattere dei conflitti interiori che generano la malattia come conseguenza della contraddizione insolubile tra la natura umana e gli attuali giudizi sul valore morale. Ma la tendenza etica di fondo di cui si parla qui non ha niente a che vedere con i giudizi morali di valore, sui quali Marcinowski afferma: «La morale è il terrore di fronte ai demoni vendicatori», mentre io stesso li ho chiamati «la somma di tutte le suggestioni esterne che chiamiamo educazione». Si tratta piuttosto di un istinto primordiale, congenito, conforme alla natura degli uomini, diretto nello stesso tempo alla conservazione della propria individualità e al rapporto erotico-etico con l'individualità degli altri, la cui essenza può essere descritta con questa formulazione concreta: la tendenza a non farsi violentare e a non violentare gli altri.
(traduzione di Alessandro Cecchi)




il Manifesto, 14.12.05
BIOGRAFIA DELL'AUTORE

Otto Gross (1877-1920) era uno psichiatra e psicoanalista austriaco, figlio di Hans Gross, noto professore di criminologia all'Università di Graz. A partire dal 1902 venne più volte ricoverato al Burghölzli di Zurigo per cure disintossicanti da cocaina e morfina, che aveva iniziato ad assumere durante un viaggio in Sudamerica. Conobbe Freud intorno al 1904 e su suo consiglio nel 1908 intraprese una analisi con Jung, ma senza successo. Di simpatie anarchiche prima e di fede comunista poi, visse tra Monaco e Ascona, a stretto contatto con scrittori e artisti espressionisti tra i quali Franz Werfel e Karl Otten, e con anarchici e politici radicali tra cui Erich Mühsam. Nel 1903 sposò Frieda Schloffer, ma si mantenne programmaticamente poligamo: Else Jaffé, Frieda Weekley, Regina Ullmann, Marianne Kuh furono alcune delle sue compagne. Nel 1911 il padre lo fece arrestare e chiudere forzatamente in una struttura psichiatrica austriaca, finché una campagna stampa avviata dai suoi amici non gli guadagnò la liberazione: diventò psichiatra nella stessa struttura che lo aveva internato. Varie sue pubblicazioni uscirono su riviste scientifiche del movimento psicoanalitico, mentre delle progettate riviste che intendevano coniugare psicoanalisi e rivoluzione (una anche con Franz Kafka) si realizzò solo «Die freie Strasse», alla quale Gross lavorò con lo scrittore Franz Jung. Dal 1913 visse a Berlino, esercitando una forte influenza sugli artisti Dada. Nel 1914 si sottopose a un nuovo trattamento analitico con Stekel, ma nel frattempo era divenuto lui stesso un analista molto capace. Nel 1917 tuttavia, una ricaduta gli fece subire di nuovo l'internamento in una clinica psichiatrica. Nel febbraio 1920 venne ritrovato semicongelato e affamato in una strada di Berlino: pochi giorni dopo morì di polmonite.





il Manifesto, 14.12.05
A Siena la scena della nascita

«Nascere a Siena. Il parto e l'assistenza alla nascita dal Medioevo all'Età moderna» esporrà al museo del complesso Santa Maria della Scala, in quello che era l'antico ospedale della città, strumenti medici, incisioni a stampa, antichi biberon, modelli anatomici, opere d'arte, per testimoniare i modi di partorire, di essere assistite durante il parto, di curare i neonati. La mostra si inaugurerà questo venerdì e rimarrà aperta fino al 19 febbraio.




Corriere della Sera, 14.12.05
«Il Governo non modificherà la legge 194»
Storace: dal '78 a oggi 4 milioni di aborti
«Necessaria una politica nazionale di prevenzione». «Se ne sarebbero potuti risparmiare almeno 400mila»


ROMA - «Negli ultimi 26 anni, sono nati in Italia 14,5 milioni di bambini, ma nello stesso periodo ci sono stati 4 milioni 350 mila aborti. E’ un dato davvero sconcertante«. E’ quanto dichiara il ministro della Salute Francesco Storace, durante la commissione affari sociali. «Dal 78 a oggi - ha detto Storace, c’è stata una riduzione degli aborti di oltre il 40 percento e il motivo di certo non è il calo demografico. Questo però non può essere un alibi a non fare prevenzione, necessaria a livello nazionale». Storace ha, inoltre, sottolineato come per fare prevenzione sia fondamentale il ruolo delle Regioni, che devono fornire al Ministero i dati conoscitivi. «Pensate - ha detto Storace - quanti bambini sarebbero nati se fosse stata attuata una politica di prevenzione. Almeno 400 mila bambini in più».
LEGGE 194 - «Il Governo non intende modificare la legge 194 sull'aborto» ha sottolineato il ministro della Salute, che però ha voluto «fare chiarezza per sgombrare il campo da qualsiasi attribuzioni fatta all'Esecutivo», su una eventuale modifica della legge.




La Stampa, 14.12.05
Innamorati e stressati. Lo dice l’Ngf

MOLTO clamore e curiosità ha suscitato la notizia che il «nerve growth factor» (Ngf, fattore neurotrofico di crescita dei nervi, scoperto e caratterizzato nel 1952 da Rita Levi Montalcini, che per questo lavoro ha ricevuto il premio Nobel per la medicina) sia anche coinvolto in fenomeni così "umani" come l’innamoramento romantico. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Pavia coordinato da Pierluigi Politi ha infatti pubblicato su «Psycho-neuro-endocrinology» (rivista culturalmente intrepida che già nel 1998 dedicò un intero fascicolo alla "neurobiologia dell’amore") l’osservazione che durante le prime fasi "romantiche" dell’innamoramento il livello di Ngf nel sangue sale rapidamente. Altre tre neurotrofine (proteine attive sui neuroni) restano invece immutate: l’Ngf, insomma, ancora una volta sembra svolgere un ruolo regolativo specifico su particolari comportamenti sociali. Già nel 1983, osservammo, con Rita Levi Montalcini, come topi maschi adulti che si spartivano il territorio rilasciassero in pochi minuti notevoli quantità di Ngf nel loro plasma sanguigno. Pochi anni dopo dimostrammo che proprio i roditori più stressati e ansiosi, cioè i "subordinati", sfidati da minacciosi "dominanti", ne rilasciavano quantità elevatissime. Nel 1994 dimostrammo che anche i giovani paracadutisti della Brigata Folgore di Pisa, quando - terminato un duro addestramento - veniva loro comunicato che la mattina dopo si sarebbero per la prima volta lanciati nel cielo da un aereo, rilasciavano notevoli quantità di Ngf nel sangue. E questo ben prima dell’esperienza "stressante" del salto nel vuoto: l’Ngf dunque accompagna la preparazione biologica a un evento stressante, che poi orchestra con altri ormoni e neurotrasmettitori. Negli anni successivi, molti laboratori oltre ai nostri del Cnr e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno confermato questo ruolo dell’Ngf come regolatore dello stress sociale e dell’ansia ad esso associata, fenomeni non dissimili dalla fase di eccitato e titubante piacere che si prova nelle prime fasi dell’innamoramento. I livelli di Ngf in circolazione nel sangue vanno incontro a significativi cambiamenti in seguito a particolari comportamenti. L’Ngf aumenta in donne che partoriscono, in particolari sindromi schizofreniche, dopo trattamenti con psicofarmaci, nell’astinenza da droghe o da sigarette e, infine, a causa delle difficoltà esistenziali di gestire un parente stretto con grave handicap mentale. In conclusione, l’Ngf è una molecola che accompagna e regola, adattando il corpo, molti insospettabili aspetti della nostra complicata vita sociale. [TSCOPY](*)Istituto di neurobiologia e medicina molecolare (Cnr/Ebri) e Istituto Superiore di Sanità

Luigi Aloe e Enrico Alleva

martedì 13 dicembre 2005

articoli 08.12.05

AprileOnLine, 08.12.05
Consultori, donne mobilitate in difesa della legge
Società. Per il potenziamento e la piena applicazione della legge sui consultori rinasce, in contrapposizione all’offensiva vaticana, un movimento di donne su tutto il territorio nazionale

Francesca Koch

Alla Casa Internazionale delle donne di Roma di via della Lungara, si è mobilitato da quasi un anno un coordinamento delle donne dei consultori, con l’obiettivo iniziale di contrastare la proposta di legge regionale presentata da Olimpia Tarsia (contro cui sono state raccolte più di 50.000 firme, in breve tempo) ma soprattutto per ottenere il potenziamento e la piena applicazione della legge sui consultori familiari.
Inventati dal movimento delle donne negli anni ‘70, e considerati un modello di prevenzione anche da organismi internazionali, (dall’UNFPA, dall’UNICEF) i consultori sono oggi però fortemente indeboliti.
Gli aspetti salienti, soprattutto la presenza di un’équipe multidisciplinare (assistente sociale, pediatra, ginecologo, medico…) e la conseguente impostazione olistica della salute della donna, la presenza capillare sul territorio, la promozione di una consapevolezza della salute e della sessualità, ne hanno fatto un servizio con uno spiccato taglio di genere e un momento forte dell’empowerment femminile.
Questi aspetti si sono persi nella pratica, e la mancanza di una presenza forte delle donne ha lasciato che i consultori si trasformassero sempre di più in ambulatori, con conseguente medicalizzazione degli interventi e tendenza alla privatizzazione dei servizi.
Per questo il coordinamento romano si è impegnato a chiedere alla nuova giunta regionale, anche in base ad impegni precisi presi dal presidente Marrazzo una applicazione puntuale della legge, e quindi un aumento del numero dei consultori, un potenziamento degli organici e delle strutture in relazione al mutamento delle realtà sociali e culturali, un controllo in particolare della prescrizione del Norlevo (la pillola del giorno dopo) e immediata estensione dell’utilizzo della RU 486.
La legge sui consultori ( 405/75, le leggi regionali e i successivi aggiornamenti, fino al DM aprile 2000 sul progetto materno infantile) e la legge 194/78 rappresentano una sintesi di un modello di cittadinanza, fondata sul riconoscimento della autodeterminazione e della soggettività femminile: sono le stesse donne fonti dell’etica, un’etica della libertà e della responsabilità personale.
Il coordinamento romano stava lavorando ad una riflessione approfondita, su questi temi, a trent’anni dalla legge istitutiva, quando si sono scatenati i nuovi attacchi della destra alla 194, le ingerenze vaticane, le privatizzazioni dei servizi consultoriali, la voglia ancora una volta di controllo sul corpo e sulle scelte delle donne.
E’ chiaro come una stessa linea di inciviltà metta in relazione il fatto che le donne siano praticamente assenti dalla scena pubblica e politica, al moltiplicarsi di violenze e di stupri, all’arroganza e alla volgarità della rappresentazione simbolica nella comunicazione e nei media.
Consapevoli di questo le donne hanno ripreso con più forza e visibilità lo spazio pubblico, e la mobilitazione nel paese è ormai capillare: Milano, Roma, Bologna, Firenze, Palermo....
Domenica 18 dicembre, si svolgeranno in tutto il paese assemblee di donne, anche in vista di una manifestazione nazionale da tenersi in gennaio. In queste assemblee, il livello della riflessione politica si intreccia all’esigenza di mobilitazione, con l’obiettivo di sconfiggere finalmente la disattenzione e la disinformazione sulle pratiche politiche delle donne di cui i media si sono resi complici.



AprileOnLine, 08.12.05
Virtù repubblicane
Dall'educazione sessuale all'immacolata concezione secondo Bush

Stefano Rizzo

Alla vigilia del lungo ponte dell’ “Immacolata”, un settimanale “The Nation” ha compilato, avvalendosi del contributo dei propri lettori, un “Dizionario dei repubblicanismi” che a nostro avviso non solo è illuminante per comprendere la politica degli Stati Uniti nell’era di George Bush II , ma con gli opportuni adattamenti può anche essere di grande utilità nella campagna elettorale che ci attende. Per brevità, citiamo soltanto alcune voci, facendo affidamento sull’intuizione dei nostri lettori, che non stenteranno a riconoscere temi e parole d’ordine che accomunano i nostri due governi ben al di là della comune iniziale del cognome dei due governanti.

educazione sessuale basata sull’astinenza, n.
Educazione sessuale basata sull’ignoranza (per la versione italiana togliere “sessuale”)

bancarotta, n.
Un reato punibile se commesso dai poveri ma non se commesso dalle imprese (ver. it.: omettere la parola “punibile”)

lotta di classe, n.
Qualunque tentativo di alzare la paga minima (vers. it.: aggiungere “in particolare dei metalmeccanici”)

democrazia, n.
Prodotto esportato così diffusamente all’estero che la disponibilità in patria risulta gravemente diminuita

pigrizia, n.
Quando i poveri non lavorano (vers. it.: nessun adattamento)

tempo libero, n.
Quando i ricchi non lavorano (vers. it.: nessun adattamento)

fede, n.
La convinzione radicata che Dio approva i valori morali repubblicani nonostante la preponderante evidenza dei testi biblici in senso contrario (vers. it.: sostituire “repubblicani” con “Chiesa cattolica” oppure con “Casini, Pera, Berlusconi”, a piacimento)
crescita, n. 1. Giustificazione per tagliare le tasse ai ricchi; 2. Quello che succede al debito pubblico quando i repubblicani tagliano le tasse ai ricchi (vers. it.: fate voi)

libero mercato, n.
Contratti assegnati alla Halliburton senza gara d’appalto e a spese dei contribuenti (vers. it.: sostituire “Halliburton” con “società vicine al ministro Lunardi”)

onestà, n.
Bugie affermate con frasi concise e declamatorie (ad es. “La libertà è in marcia”) (vers. it.: “Abbiamo attuato il programma al cento per cento”)
pro-vita, a. Detto di chi attribuisce valore alla vita, ma solo fino alla nascita (vers. it.: nessun adattamento)

donna, n. 1.
Persona cui si può affidare la gravidanza di un bambino, ma di cui non ci si può fidare per decidere se voglia portarla a termine; 2. Persona le cui decisioni riguardanti le proprie funzioni riproduttive debbono essere prese da esponenti del sesso maschile, con i quali lei comunque non vorrebbe mai avere alcun rapporto sessuale (vers. it.: “persona che, per inspiegabile e colpevole debolezza propria, è incapace di Immacolata Concezione”).




Le Scienze, 08.12.05
Il ritratto di una donna Maya
Il ritratto dimostra che le donne ricoprivano posizioni di autorità


Un gruppo internazionale di ricercatori, guidato da un archeologo dell'Università di Calgary, ha scoperto il più antico ritratto conosciuto di una donna Maya. Il ritratto, scolpito nella pietra, dimostra che già all'inizio della storia Maya le donne potevano ricoprire posizioni di autorità, come regine oppure divinità patrone.
La scoperta è stata effettuata in Guatemala presso il sito di Naachtun, una città maya situata nella giungla, circa 90 chilometri a nord della più celebre Tikal. Il volto della donna, scolpito su una stele di pietra con uno stile artistico finora sconosciuto, suggerisce che le donne ricoprissero ruoli significativi nelle prime politiche Maya.
"Lavoro in questo campo da molto tempo e non avevo mai visto niente di simile", ha commentato Kathryn Reese-Taylor, direttrice del progetto Naachtun. "Abbiamo immagini di regine, che hanno regnato sia da sole che insieme ai loro mariti o figli, ritratte a partire dal sesto secolo dopo Cristo. Ma questa stele ha uno stile completamente unico e risale, con ogni probabilità, al quarto secolo".
La donna potrebbe essere una figura della storia dei Maya, ma i ricercatori ipotizzano anche che si possa trattarsi di un personaggio mitico. Le iscrizioni geroglifiche del periodo Tardo Classico (600-900 d.C.) menzionano divinità femminili, ma finora nessuna raffigurazione è mai stata scoperta su una stele. "Se si tratta di una divinità, - aggiunge Reese-Taylor - è qualcosa di estremamente raro. Quando i testi geroglifici menzionano le donne, di solito citano soltanto le mogli o le madri di qualcuno".
La stele misura due metri in altezza, uno in larghezza e cinquanta centimetri in profondità. Era stata sepolta dai Maya all'interno di un antico edificio dopo che la città era stata attaccata. La sepoltura era considerata un atto reverenziale per onorare l'individuo la cui immagine era scolpita sul monumento.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.

articoli 07.12.05

il Manifesto, 07.12.05
Legge 194, l'aborto torna in piazza
«Indagine conoscitiva» Sit-in a Roma contro la commissione di Casini. D'Alema: «Nessun fanatico nei consultori»

IAIA VANTAGGIATO

Gli striscioni sventolano di fronte al ministero della salute e l'effetto è estraniante: «L'utero è mio e lo gestisco io». Sembra di essere tornati indietro di anni. E in realtà si è tornati indietro di anni, costretti e costrette, come siamo, a difendere una legge che pareva ormai conquista acquisita. La manifestazione - promossa dal Coordinamento e dall'Assemblea donne per i consultori, dalla Casa internazionale delle donne di Roma e dalla Cgil funzione pubblica e alla quale hanno preso parte associazioni, collettivi, rappresentanti politici e sindacali - è stata presieduta da centinaia di donne di tutte le età. A nessuna delle quali deve essere andata giù la proposta balsana di costiture una «indagine conoscitiva» sullo stato di attuazione della normativa che regola l'interruzione di gravidanza nonché quella - che va grata al ministro Storace - di inserire nei consultori i volontari del «Movimento per la vita».
Puntuali e quasi ragionieristiche le critiche: «Dovrebbe esserci un consultorio ogni 20mila abitanti - ha spiegato Silvana Pisa dei Ds - mentre attualmente siamo a 0,80 su 20mila. In pratica ne mancano almeno 900. Dove sono andati a finire i 200 miliardi messi a disposizione delle Regioni con la legge 34/96?». «Una iniziativa totalmente inutile - precisa Daniela Livi della Cgil - visto che la legge prevede una relazione annuale sullo stato di attuazione». Un tentativo elettorale con obiettivi ben più ampi, taglia corto la Verde Loredana De Petris. E di ragioni per affermarlo deve averne non poche.
Perché mai, altrimenti, persino l'algido presidente dei Ds Massimo D'Alema avrebbe scelto proprio la giornata di ieri per far visita al reparto maternità e al consultorio dell'ospedale San Camillo di Roma per poi affermare: «Il parlamento è alla vigilia della sua chiusura e quindi siamo alla viglia di una campagna elettorale: non si fanno indagini in campagna elettorale. E' del tutto evidente che si tratta di una iniziativa di carattere elettoralistico». Ma la cosa più grave - precisa D'Alema - è «che si usi strumentalmente una questione delicata come quella dell'interruzione della gravidanza». Quindi il presidente diessino dà il suo via libera al contributo dei volontari «purché non esercitino nessuna attività ideologica: è aberrante che dei fanatici controllino i consultori».
E intanto parte il cosiddetto «ruolino di marcia»: le prime audizione dell'«indagine conoscitiva» sulla 194 sono previste per il prossimo fine settimana e non è detto che - vista l'importanza del tema - i politici della destra decidano di rinunciare alla loro meritata pausa natalizia per continuare a discuterne in un clima festoso e familistico che di certo porterà loro migliori consigli.




il Manifesto, 07.12.05
Storia ingrata dell'uno e del molteplice
Il confronto tra il pensiero di Martin Heidegger e Friederich Nietzsche come momento fondante di una filosofia della storia dove l'autore di «Essere e tempo» considera il movimento dal passato al futuro come riproposizione sistematica dell'origine. «La passione del ritardo», un saggio dello studioso Ferdinando Menga

ULDERICO POMARICI

In un'annotazione del 1953, Hannah Arendt paragonava Heidegger a una volpe e la sua filosofia a una trappola scambiata per tana: «C'era una volta una volpe, ma così priva di scaltrezza che non solo cadeva continuamente nelle trappole, ma non era in grado di percepire la differenza tra una trappola e ciò che non lo è [...] . Nella sua raccapricciante ignoranza su cos'è una trappola e cosa non lo è, e con la sua incredibile perizia in trappole, pervenne a un'idea nuovissima, e tra le volpi inaudita: si costruì come tana una trappola, vi prese dimora, la diede a intendere come una normale tana». Questa annotazione della Arendt sembra calzare per l'interpretazione che Heidegger ci ha lasciato della filosofia di Nietzsche. Nell'affrontare la questione, infatti, sembra che il primo, nel criticare il secondo, abbia voluto edificare una vera e propria filosofia della storia. Una «storia» che parta dal semplice e vi si arresti: l'origine come semplice. L'origine come verità, inattingibile al molteplice, a ciò che viene dopo .
Tra scolastica e misticismo
Sembrano esserci, oggi, proprio in questi nostri anni, tutti gli elementi per ritornare criticamente su questo assunto. Su questa contrapposizione insanabile fra «Uno» e «Molteplice». Forse oggi, avendo guadagnato una giusta distanza, è possibile guardare con altri occhi una filosofia spesso sfociata, nei suoi epigoni, in «scolastica» o in misticismo. Heidegger e Nietzsche: due modi di essere tedeschi o, semplicemente, due modi di essere, due possibilità. Una traccia critica molto fertile in questo senso ci è data dal bel saggio di Ferdinando Menga (La passione del ritardo. Dentro il confronto di Heidegger con Nietzsche, Franco Angeli, pp. 272, € 23) che sfugge alle sirene della filosofia accademica, riuscendo a porre il problema, politico, che nell'interpretazione heideggeriana sembra celarsi. Ma in cosa consiste dunque la questione filosofica, nel confronto fra i due «titani» del pensiero tedesco? Per Heidegger ne va dell'origine come fondamento: tutto è già da sempre in quest'istanza fondativa, anche se pensato in termini di sottrazione. Del darsi della verità nella sottrazione. Ciò che accade è comunque, sempre e solo l'essere, ciò che è. Dunque: in questa filosofia ciò che sembrerebbe venir meno è il senso del futuro.

Tutta l'attenzione heideggeriana - nell'accezione agostiniana della parola - è volta al disastro della dimenticanza di questa discendenza dell'ente dall'essere. Disastro, per l'appunto, che sarebbe secondo Heidegger culminato con Nietzsche. L'esito ultimo del nichilismo occidentale. La differenza fra questi due pensieri è proprio sul senso dell'origine, sul suo valore: alla filosofia di Nietzsche, volta al futuro in ogni sua riga, che guarda a un congedo ormai avvenuto da ogni pensare originario come la cifra stessa dell'Occidente, avversando ogni nostalgia di quell'essere originario nel più fiero dei modi («Fratelli miei, spezzate, spezzate, ve ne prego, le antiche tavole!»), Heidegger contrappone un pensiero religioso: quello della domanda sull'essere. Che egli pone come la prima e l'ultima domanda, insieme. Dunque una domanda che ha la sola necessità di esser posta, di essere fondamento e origine, ma non ha alcun bisogno di risposta, di un'alterità che risponda, perché la risposta equivarrebbe a una ricaduta nella molteplicità dell'ente.

Un pensiero, quindi, che non mostra alcuna necessità dell'altro, di polis. Un pensiero che nell'arrestarsi alla domanda sembra in effetti «chiudere» e non aprire, sembra voler religare, conservare l'essere come fondamento, così da renderlo immune rispetto al possibile, al qualsivoglia che l'esistenza dell'ente «innanzitutto e per lo più» attesta. E in tal senso la folgorante notazione arendtiana sembra proprio cogliere nel segno. Un pensiero, infine, che sembra chiudersi - nell'esaltazione del semplice - alla comprensione del possibile.

Qui emerge, secondo Ferdinando Menga, il significato politico della riflessione heideggeriana: qual è infatti il senso che Heidegger attribuisce all'occidentale dimenticanza dell'essere? Che il pensiero sia rappresentativo, che abbia bisogno di determinazioni, di mediazioni per poter esprimersi, così come testimonia tutta la filosofia di Nietzsche, lungi dal costituire una deminutio mette in primo piano la cifra dell'umano. Questa è la condizione dell'uomo - ci dice Nietzsche -, il suo essere sempre e solo rappresentante, propriamente irredimibile nella relazionalità necessaria che ne delimita l'esistenza. Già Kant, del resto, ancora in pieno Illuminismo, affermava che «da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo non si può fare nulla di completamente diritto». E quando Nietzsche afferma «che l'uomo è un ponte e non uno scopo» non dice, mutatis mutandis, qualcosa di molto diverso.

Attraverso la contaminazione del pensiero della responsività di Bernhard Waldenfels, ma partendo anche da suggestioni del primo Derrida e dell'ultimo Merleau-Ponty, Ferdinando Menga ci mostra in un'analisi serrata come ogni domanda che non attende risposta non possa dirsi tale. Non solo. Ma che essa, implicando necessariamente una risposta, mostra una struttura del domandare che capovolge l'impostazione heideggeriana. La domanda come «ri-chiesta» vuol dire non solo che la risposta è necessaria, ma che è posta prima della domanda. Che ne è all'origine. Così che all'origine non c'è un semplice, ma una mediazione. Così che non è mai possibile riguadagnare un al di qua dell'origine. Che l'origine ci è estranea. Noi saremmo già da sempre, dunque, nella risposta che ci attende, ovvero nell'alterità che tende e provoca - e in cui è posto - ogni nostro domandare. Quell'alterità che è il nostro unico e più proprio essere. Segnata, come nota acutamente Menga, dal fatto che non solo «Dio è morto», ma «resta morto», nelle parole di Nietzsche . Dunque non un evento, ma una condizione di esistenza. Quella che ha abbandonato la terra una volta per tutte e si è messa alla ricerca forse di un'India, «oppure fratelli miei, oppure?». L'esistenza è un indecidibile senza ritorno.
L'ente smarrito
Menga esplicita così l'elemento politico del discorso filosofico: il «legno storto» che rifiuta di rappresentarsi come tale - ignorando non già la domanda, come vorrebbe Heidegger nella sua critica alla metafisica, ma il fatto che noi siamo nella nostra finitezza sempre e solo risposta, risposta che esprime il nostro essere infinitamente, possibilità futura di apertura all'altro, e progetta invece un orizzonte di senso in cui pretende di poter padroneggiare il proprio destino, ponendosi alla sua origine, dis-ponendone - è quello che finisce per costruire la propria dimora dove diventare inafferrabile per gli altri e, assieme, tragicamente, preda di se stesso. L'ente che vuole padroneggiare l'origine come ciò che gli è proprio, arrestandosi in essa, è l'ente che smarrisce il senso del suo possibile, il suo senso futuro avvolgendosi in un gioco filosofico nel quale letteralmente si perde. E' un orizzonte di senso, infatti, in cui gli individui perderebbero la propria perfettibilità, il proprio «poter-essere», a favore del compimento impossibile che deve essere riguadagnato all'indietro, restando «alla guardia della verità dell'essere», sacerdoti dell'origine senza avvenire.


Liberazione, 07.12.05
Perchè i ragazzi di Lanciano dovrebbero pentirsi?
Non vi stupite degli stupri sono il conformismo maschile

di Maria Rosa Cutrufelli

«Tanto, in fondo, le donne ci stanno tutte». Questa è la stupefacente ‘giustificazione’ che i ragazzinistupratori di Lanciano hanno offerto ai poliziotti al momento dell’arresto. Una frase che esemplifica alla perfezione lo stato di profonda inciviltà che ancora caratterizza il rapporto fra i sessi. Un rapporto basato sulla paura, sull’ignoranza, sul sospetto. Come dimostrano le due notizie rimbalzate ieri sulle agenzie: lo stupro di gruppo contro una giovane disabile a Bologna e soprattutto la seconda violenza “di branco” contro un’altra ragazzina di Lanciano scoperta dagli inquirenti. Come dimostra con drammatica evidenza l’altro recente episodio di stupro avvenuto a La Spezia, dove acca- de che una giovane infermiera venga violentata per non aver prestato fede all’avvertimento di un automobilista. «C’è un individuo che ti segue», le aveva detto l’uomo, offrendole un passaggio. Un’avance fantasiosa, avrebbe pensato qualsiasi ragazza. E così ha pensato anche l’infermiera spezzina. Ma purtroppo quell’individuo esisteva davvero e l’automobilista aveva capito giusto. Lanciano, La Spezia: casi fra i tanti riportati dai quotidiani in queste ultime settimane. Stupri avvenuti per strada. Di giorno. Addirittura in pieno centro cittadino. Un’emergenza, hanno scritto in molti. Senza dubbio un impressionante elenco d’insopportabili violenze, spesso accadute nel silenzio complice dei passanti. O degli amici e delle amiche, come nel caso di Lanciano. Amiche (e amici) che quando le ragazzine sono state rapite non hanno nemmeno fatto un numero di telefono per chiedere aiuto ai genitori, se non alla polizia. E dunque: l’emergenza è soltanto lo stupro o non anche questo silenzio agghiacciante? E’ qualcosa che riguarda soltanto dei devianti, degli psicopatici, dei ‘mostri’ (magari immigrati e clandestini), o non è invece qualcosa che ci riguarda tutti, che riguarda il nostro modello di società, le regole della convivenza e in primo luogo del rapporto fra i sessi? Molti anni fa (venti, per la precisione) una sociologa scriveva: «Lo stupro non è esclusivamente l’atto di qualche psicopatico sadico: esso è assai più diffuso di quanto si creda. Anzi, si sta addirittura scoprendo che lo stupro non è un atto tanto deviante, quanto, al contrario, essenzialmente conformista». Perché “conformista”? Proprio perché sarebbe la conferma, per così dire, dell’atteggiamento sessista comune alla stragrande maggioranza degli uomini. Perché, in sostanza, non sarebbe che la riprova violenta di un ordine e di un sistema patriarcale. Questo si diceva venti anni fa. Poi il femminismo ha restituito la responsabilità dello stupro agli uomini, affinché, come ebbe a dichiarare un analista, «se ne facessero carico quelli sufficientemente coraggiosi da guardare dentro di sé». Questo coraggio purtroppo è rimasto prerogativa di pochi. Non è diventato cultura diffusa. Soprattutto, non si è trasformato in gesto politico. A chi è mai venuto in mente che ‘guardare dentro di sé’ potrebbe essere una priorità politica? Ma allora perché stupirsi se i ragazzini-stupratori di Lanciano, come scrivono i giornalisti, non hanno dato segno di pentirsi? Perché dovrebbero? La loro impresa ha una logica sociale. E’ l’attuazione pratica, per quanto estrema, delle idee correnti sul sesso e sulle donne che, dacché mondo è mondo, “devono stare al loro posto”. D’altronde, se le statistiche dicono la verità, la vera emergenza non è quella delle strade. Se tre volte su quattro la violenza non viene commessa in strada ma al riparo delle mura domestiche, allora è lì che si annida il cancro. E’ lì che cresce giorno dopo giorno. E se le cose stanno così, allora è chiaro che le tanto invocate castrazioni chimiche o la chiusura dei confini agli immigrati (sospetti proprio perché immigrati) non sono “rimedi” ma grottesche assurdità. Ciniche, quando gli stupri diventano pretesto per porta- re avanti una linea politica. Fa bene Stefania Giorgi sul “Manifesto” a sottolineare come le parole stupro e aborto «tornino a marciare in sincrono, nell’agenda politica e nel palinsesto dei media». Forse non a caso. Sicuramente non in modo innocente. Perché aborto e stupro sono parole che bruciano come marchi sulla pelle delle donne. Parole che suscitano un dibattito non proprio limpido, che tende sempre e di nuovo a vittimizzare le donne, a espropriarle della coscienza di sé, a spingerle in un’area di marginalità politica e psicologica. A fin di bene, s’intende. “Che occhi grandi hai, nonna”, diceva Cappuccetto Rosso al lupo nascosto sotto le coperte. “Per vederti meglio, bambina mia. ” Tranquille, è per proteggervi meglio, ci dicono i tanti “paladini” delle donne che vogliono leggi che introducano pene corporali ma non vogliono leggi che garantiscano una piena partecipazione delle donne alla politica istituzionale (“tanto a loro non interessa…”). E allora forse è il caso di ricordare a tutte (e a tutti) quello che sosteneva Simone Weil, e cioè che il vero nemico è colui «che dice d’essere il nostro difensore e fa di noi degli schiavi». O delle eterne vittime. Bisognose di perenne tutela. Incapaci di autodeterminarci. Nella procreazione. Nella sessualità. Nella vita.




Liberazione, 07.12.05
Accade a Vicenza, dove un Forum di associazioni femminili, organizza incontri e stampa i lavori
Un collettivo di suore e femministe

di Monica Lanfranco

Di per sé non sarebbe una notizia fuori dal comune, seppure sia prezioso ogni piccolo segno di attività politica in tempi di guerre, violenze e latitanza di luoghi di condivisione collettiva: a Vicenza esiste un Forum delle associazioni femminili che organizza incontri e, almeno una volta all’anno, pubblica gli atti del seminario più importante che ha svolto. A ben guardare, però, arrivano le prime sorprese. Vicenza, ricca e schiva città del problematico nord est, non ha un assessorato alla Cultura, il Comitato per le pari opportunità comunale non funziona, eppure da oltre undici anni esiste questa strana realtà eterogenea di donne che si ostina non solo a continuare a vivere, ma sembra proprio che stia crescendo. Negli ultimi anni i temi trattati, e pubblicati in libretti che hanno come logo un volto di donna asimmetrico che sembra disegnato da una mano infantile composto da due metà differenti, non sono per nulla scontati e leggeri: modelli culturali e identità di genere; dire, ridire: dialogare; la prostituzione coatta, nuova schiavitù; le donne e l’Europa; badanti: come e perché, e, prossimamente, donne, guerra e violenza, con i contributi di attiviste nonviolente, come Giannina Dal Bosco di Donne in Nero e la storica Sonia Residori. Temi forti, mica robetta da salotto. E anche qui, sebbene con sforzo, si potrebbe obiettare che nei collettivi e gruppi di donne italiane si discute di queste cose, dove e come si può. Ma ecco la sorpresa: una delle associazioni più importanti, e di certo più trainanti del Forum è composta da suore, per la precisione suore Orsoline, il cui collettivo si chiama Centro Documentazione e Studi Presenza Donna.
Certo, nel Forum ci sono anche le sindacaliste di Cgil e Cisl, le donne di Acli, del Cif, della Confartigianato, dei centri di aiuto alla vita, assieme a presenze laiche e femministe di lunga data.
Ma, per essere del tutto oneste, non si deve alle laiche la nascita del progetto; nel giugno 1994 furono proprio le Orsoline a chiedere «ai gruppi che, pur rispondendo a valori differenti e a vario titolo, si occupano di donne, di ritrovarsi insieme per riflettere su una tematica comune ed eventualmente organizzare attorno a questa un’iniziativa culturale cittadina», come si legge nel documento che racconta la genesi del Forum.
Suore, dunque, attiviste sugli stessi temi sui quali si impegnano le femministe, le sindacaliste, le laiche: suor Federica, suor Maria Grazia, suor Michela, sono proprio loro a ricordare che è stato un “superiore” del calibro di Pio decimo a stroncare ogni velleità femminile dentro la chiesa: «che la piasa, che la tasa, che la stagga in casa » (in dialetto veneto il ritratto della donna ideale secondo questo pontefice non proprio vicino alle donne: che sia bella, che sia zitta e che stia al focolare.) Giova ricordare che suore, questa volta comboniane, sono le fondatrici, nel web, del prezioso sito Femmis.org, un punto di riferimento fondamentale per chi si occupa dell’impatto della globalizzazione sul genere, in particolare nei continenti africano e latinoamericano. Che succede? Come fanno sostenitrici della legge 194 e acerrime oppositrici della legge 40 a lavorare fianco a fianco con donne dei centri di aiuto alla vita?
«Succede che a stare insieme ci uniscono tre fattori che difficilmente troviamo nei luoghi misti e in quelli della politica tradizionale – spiega Marina Bergamin, segretaria della Cgil di Vicenza- Il piacere, il rispetto e il metodo. Non possiamo nasconderci che nella sinistra è raro trovare l’attenzione e la cura delle relazioni che le nostre amiche suore praticano. Se non ci fosse il piacere di vedersi una volta al mese per lavorare, chi ce lo farebbe fare? Se non ci fosse il rispetto per le differenze come si potrebbe parlare di tutto, come facciamo noi da anni? Credo che il metodo che abbiamo, quello di “testare” prima tra noi i temi che affrontiamo, incontrandoci e discutendo approfonditamente prima di uscire in pubblico, sia la nostra forza. Prima del dibattito sulle badanti, per esempio, ci siamo riunite tutte per mesi invitando anche le “nostre” badanti, le donne straniere che ci aiutano nel quotidiano quando noi non ci siamo perché lavoriamo fuori casa. Ci spelliamo le une davanti alle altre, non facciamo solo teoria, quando proponiamo alla città un argomento».
Suor Michela, dottoranda in teologia con una appassionata ricerca su Elisa Salerno, femminista cristiana, racconta così il motivo del suo impegno nel Forum: «Ci credo, e credo che noi donne siamo una risorsa indispensabile e peculiare. E’ la genialità femminile che riesce ad ascoltare le differenze, senza farle diventare motivo né di guerra né di omologazione. Non cerchiamo di ridurre le asimmetrie all’uniformità; non cerchiamo di scansare i problemi e le distanze sui temi scottanti, cerchiamo di lavorare su quanto ci unisce. Vogliamo suscitare domande, specialmente qui nel nord est dove la cultura è gravemente assente, dove il rischio del silenzio e del disimpegno è un pericolo per la società». Ad ascoltarla viene alla mente il divertente e dissacrante motto di spirito della teologia femminista: “Dio è più madre che padre”. In questo caso è proprio così, con buona pace di Papa Ratzinger.




Liberazione, 07.12.05
Indagateci tutte

Cara “Liberazione”, commissione d’indagine subito, decisa in una domenica di pioggia da Casini, preceduta sabato da una manifestazione nazionale a Roma di 30mila cittadini stranieri, tutti clandestini, come avevamo detto a Genova, per i media tutti invisibili, e poi i dispacci vaticani nelle domeniche che di pace non hanno più niente. Si lavora alla domenica in parlamento, per annunciare che subito si deve passare all’indagine...
Dalla città del Vaticano la parola sempre più violenta dei sostenitori della “vita”, che conta sui suoi alleati moderatamente garbatamente fascisti, razzisti, riformisti che loro sì, hanno possibilità di voce, visibilità ed azione. Non c’è parola più violenta di questo atto nei confronti delle donne e la loro autodeterminazione.
Vergognosa maledetta domenica. Invito tutte dal nord al sud, in questa Italia flagellata dal maltempo e dal malgoverno, ad organizzarsi, ad uscire dal silenzio, noi donne maggioranza invisibile e silenziosa, chiamate a difenderci in questa ennesima guerra che non abbiamo mai dichiarato. Inquisite per conoscerci, bene, meglio.... Noi invisibili, noi indagate. Noi?
Doriana via e-mail



Liberazione, 07.12.05
Jacques Le Goff, in un libro un fascio di immagini
Nella sua ultima fatica, “Eroi & meraviglie del Medioevo”, l’autorevole storico usa l’arte figurativa per parlare di un immaginario eroico e favoloso che si estende temporalmente fino alla rivoluzione industriale

di Daniela Romagnoli

Alice, che non capiva come si potesse leggere un libro “senza le figure”, sarebbe entrata volentieri in questo “libro delle meraviglie”. L’ultima fatica di Jacques Le Goff, Eroi & meraviglie del Medioevo (Laterza, pp. 239, euro 35,00) è quel che si dice un libro “bello”, sia per la veste editoriale elegante (formato, carta, copertina), sia per la ricchezza e varietà delle immagini. Un fascio di immagini, appunto, offerto come uno specialissimo fascio di fiori alla memoria della donna con cui Jacques Le Goff ha condiviso la maggior parte della sua vita, fino al dolore del distacco, un anno fa.
Il libro è costruito come un dizionario, o una mini-enciclopedia, i cui lemmi sono presentati in ordine alfabetico (da Artù alla Walkiria), sicché le voci che appartengono ad entrambi i gruppi - eroi e meraviglie – sono frammischiati in modo casuale, ma non a casaccio: a significare la stretta embricazione dei due ambiti. Nell’introduzione l’autore stesso spiega quel che ha voluto fare: proporre le secolari reincarnazioni della memoria, attraverso «eclissi, risurrezioni, trasfigurazioni di una civiltà in ciò che ha di più brillante, di più brillantemente emblematico».
Immagini, immaginario. Vocabolo di difficile uso, che oltrepassa i limiti della rappresentazione e costruisce miti e leggende. Le Goff propone di definire il campo dell’immaginario come il sistema di sogni di una società, di una civiltà; un sistema che trasforma il reale in appassionate visioni dello spirito. Deve perciò essere distinto tanto dal simbolico quanto dall’ideologico. La storia dell’immaginario non può essere «una storia dell’immaginazione in senso tradizionale; è piuttosto una storia della creazione e dell’uso delle immagini che fanno agire e pensare una società, perché esse (le immagini) discendono dalla mentalità, dalla sensibilità, dalla cultura da cui sono impregnate, animate».
Il libro però non vuole presentare una visione globale dell’immaginario medievale, e nemmeno indagarne la natura, gli aspetti, le manifestazioni. Questi sono temi che Le Goff ha ampiamente affrontato. Proprio a partire da quegli studi (si veda ad esempio L’imaginaire médiéval, del 1985, tradotto in italiano nel 1988), ha potuto scegliere due grandi temi: gli eroi e le maraviglie. I nuovi eroi medievali - nuovi rispetto agli eroi della classicità - sono i santi e i re. Ma gli eroi presentati qui sono piuttosto i massimi esponenti del mito cavalleresco, i “preux”, i prodi cavalieri. Personaggi che, anche quando sono storicamente documentati, appartengono anche all’area del mito o della leggenda. Ecco allora re Artù, Carlo Magno, il Cid, il paladino Orlando - e i loro cantori: i trovieri, di lingua d’oil, e i trovatori di lingua d’oc, autori del romanzo cortese, delle chansons de geste, della grande poesia provenzale e della fin’amor - l’amor cortese, cui si collega il nostro “stil novo”.
Tra gli eroi troviamo anche Robin des Bois (Robin Hood), cantato già nelle ballate dei secoli XIII-XIV. Un personaggio senza alcuna radice storica - al contrario di grandi come Carlo Magno e lo stesso Artù, che un fondamento di realtà forse lo aveva - ma proprio come altri personaggi eroico-meravigliosi, maschi e femmine: da Merlino a Melusina, la donna-fata metà donna e metà serpente, che assume anche la funzione di simboleggiare la dolcezza materna: costretta ad abbandonare il mondo degli uomini per la curiosità del marito, è raffigurata mentre torna ogni notte ad allattare il suo ultimo nato.
Il termine e il concetto di meraviglie, “mirabilia”, hanno un posto importante e di lunghissima durata nella storia delle mentalità. Intorno al 1210 un inglese, Gervasio di Tilbury, scrive una specie di enciclopedia dedicata all’imperatore Ottone IV di Brunswick. Qui troviamo la definizione di “mirabilia”: è meraviglioso ciò che suscita meraviglia, ciò che stupisce perché eccezionale, al di fuori della nostra esperienza abituale. Le meraviglie si differenziano dunque dai miracoli, perché il miracolo appartiene al divino, al soprannaturale, mentre il meraviglioso appartiene all’umano, al naturale, anche se può sfuggire, almeno temporaneamente, alla nostra comprensione.
Accanto ai personaggi - storici, mitizzati o leggendari - incontriamo luoghi del meraviglioso, a loro volta sia reali sia fantastici. Così, accanto al paese di Cuccagna e alla fontana di giovinezza (l’immagine è quella dello straordinario affresco del Castello della Manta, recentemente restituito alla fruizione pubblica dal Fai) ecco gli spazi, ricchi di suggestione e di valenze simboliche, del castello, della cattedrale e del chiostro. Quest’ultimo è immagine della Gerusalemme celeste, incarnazione terrestre del paradiso, spazio chiuso dedicato alla meditazione, alla vita spirituale; ma richiama anche l’idea medievale del giardino come “hortus conclusus”, che nel monastero diviene luogo di coltivazione di piante orticole e soprattutto medicinali. E lo spazio del cuore, dell’uomo interiore, della preghiera individuale.
La cattedrale, in particolare la cattedrale gotica, si impone invece alla sensibilità della gente con la massa delle sue dimensioni, con lo slancio verso l’alto dei suoi pinnacoli, con il fiotto di luce sacrale che penetra dai rosoni e dalle immense vetrate. Immaginario eroico e favoloso di lunga durata, come di lunga durata è il Medioevo di Le Goff, che si estende fin oltre le soglie della modernità, fino alla rivoluzione industriale e per certi aspetti anche oltre. Affascina e incuriosisce il percorso delle immagini che raccontano e trasformano di volta in volta meraviglie ed eroi dalla miniatura antica al fotogramma cinematografico, dalla “chanson de geste” ai pupi siciliani, dalla roccaforte duecentesca ai castelli di Ludwig di Baviera. Sicché incontriamo anche il fenomeno del medievalismo, che comincia con la passione neogotica inglese del Settecento e attraversa il romanticismo, il restauro- ricostruzione alla Viollet- Le Duc, le feste medievali che negli ultimi decenni si sono moltiplicate, non sempre con valore filologico almeno accettabile, malgrado gli sforzi di piccoli gruppi di appassionati dell’archeologia del quotidiano. In uno studio pubblicato nel 2001 erano state rilevate tante feste “medievali”, nella sola regione dell’Emilia-Romagna, da poterne scaglionare una ogni tre giorni!
Un piccolo neo sarà individuato solo dagli appassionati di cinema e in particolare dei Monty Python, il gruppo inglese autore, negli anni Settanta, di uno straordinario film sulla ricerca del Graal. Film di stralunata comicità, ma anche di sicura informazione storica. Proprio per questo, sbaglia la didascalia che indica come re Artù il fotogramma del cavaliere- uomo selvatico: Artù è infatti il campione delle virtù cortesi e cavalleresche, l’assoluta antitesi dell’“homme sauvage”. E’ curioso che in altre edizioni (il libro è uscito contemporaneamente in tutte o quasi le lingue europee, greco compreso) l’errore non compaia. Non sempre un “libro bello” è anche un bel libro. Questo lo è.

articoli 06.12.05

Liberazione, 06.12.05
Storie di atei, negri, barboni e sfollati

di Piero Sansonetti

Nel discorso tenuto domenica mattina a San Pietro, all’Angelus, contro l’agnosticismo e il relativismo, il papa ha sostenuto due concetti. Il primo, chiarissimo, e ripreso ieri da tutti i giornali, è questo: libertà religiosa vuol dire garantire la supremazia della religione cattolica sul pensiero laico. Non c’è libertà religiosa dove non è assicurata la subalternità del pensiero laico.
Il secondo concetto, che non è stato notato da molti, ma che a noi sembra molto importante, è la messa in discussione della natura umana dell’ateo. Proprio così: la “natura umana”. Ha detto Ratzinger: “L’uomo, tra tutte le creature di questa terra, è l’unica in grado di stabilire una relazione libera e consapevole con il suo creatore”. Da questa particolare condizione “deriva la dignità dell’uomo”.
Voi capite bene che se rovesciate il ragionamento si deduce che chi non è in grado di stabilire una relazione con il suo creatore, non ha dignità di uomo. E’ paragonabile agli esseri viventi non umani. La differenza tra uomo e altre specie animali consiste nell’accettazione di Dio. Non è una teoria rassicurante per quel che riguarda la modernizzazione del pensiero cattolico. E neanche per le conseguenze che potrebbe avere nella concreta applicazione. (Speriamo almeno che in Vaticano siano vegetariani...)
La Suprema Corte di Cassazione ha sostenuto, in una solenne sentenza, che dire “sporco negro” a qualcuno - mentre lo si aggredisce e gli si procurano delle lesioni - non è una cosa molto grave e comunque non può essere considerata una espressione di razzismo. In questo modo ha annullato una sentenza di condanna nei confronti di un triestino (bianco), emessa prima dal tribunale e poi dalla Corte d’Assise.
Perché non è razzismo? Perchè il razzismo si basa solo sulla discriminazione razziale, mentre il grido “sporco negro” appartiene alla “pratica del rapporti quotidiani fra soggetti di diversa razza, o etnia, o nazionalità o religione”. Dunque - ha stabilito la Corte - dire sporco negro è un’ingiuria e basta, e - se capiamo bene - l’ingiuria sta nell’aggettivo sporco e non nella parola negro, che in fondo è solo una forma dialettale.
Con questa sentenza la Corte di Cassazione sdogana in modo formale il razzismo. Oltretutto, nella sua motivazione, la sentenza equipara l’idea di razza - idea scientificamente e giuridamente del tutto infondata - con categorie certe, quali sono la nazionalità o la religione. In questo modo, per la prima volta dopo tanti anni, restituisce valore giuridico a tutte le teorie razziste, come quelle che in Italia portarono alle leggi del ’38, che poi furono alla base dello sterminio degli ebrei.
Per quanto ci sforziamo di trovare le parole giuste, non riusciamo a commentare quello che è successo a Ostia a un senza casa polacco. Questo signore si è sentito male per strada, è stato soccorso e accompagnato in ospedale, rapidamente osservato dal personale e sistemato su una barella perchè non poteva stare sulle sue gambe. Probabilmente aveva bevuto troppo ed era ubriaco. Probabilmente ha dato di stomaco. Questa circostanza ha suggerito a qualcuno di spingere la sua barella all’aperto. E all’aperto faceva freddo. E al freddo, questo signore polacco di quarant’anni, non è stato lasciato dieci minuti, o un’ora, o due ore, o tre ore: è stato lasciato per 17 ore consecutive. Poi qualcuno ha deciso di visitarlo: era morto.
Ieri alcune decine di sfrattati hanno occupato la Basilica di San Giovanni. E’ chiaro, non è bello occupare le basiliche, che sono luoghi di culto. Però può succedere. In fondo, fino a qualche secolo fa, nelle Chiese e nella Basiliche si rifugiavano persino i manigoldi, inseguiti dai gendarmi, e trovavano protezione e soccorso. Possibile che dei poveri senza casa - colpevoli di nessun delitto se non quello di essere stati sfrattati - non debbano trovare un po’ di comprensione? Invece nessuno si è occupato di loro. Gli hanno detto di levarsi i cappelli (ai maschi) e di corpirsi il capo (alle donne) e non sono stati scortesi con loro. Questo è bene. Dopo aver letto le notizie di cui vi abbiamo parlato sopra, potrebbe persino risultare un gesto di inaudita civiltà e generosità. Però forse loro, i senza casa, dai sacerdoti si aspettavano qualcosa di più: un po’ di comprensione, un aiuto, l’impegno a sollevare il probelma. A Roma ci sono centinaia di miglia di appartamenti sfitti (sì: centinaia di migliaia; e non solo a Roma) e ciononostante migliaia e migliaia di persone non hanno un tetto. C’è qualcosa di civile in tutto questo? Davvero chiedere che le case vuote siano date agli sfrattati è pericoloso estremismo comunistoide?




Liberazione, 06.12.05
Quale Marx per il XXI secolo. Una risposta polemica ai precedenti interventi e all’opzione del cosiddetto marxismo dell’astrazione
Siate marxisti, non siate impolitici

di Luigi Cavallaro

Il dibattito su “quale Marx per il XXI secolo”, avviatosi su questo giornale grazie agli interventi di Roberto Finelli e Cristina Corradi in replica alla recensione di Tonino Buccial volume collettaneo curato da Marcello Musto (Sulle tracce di un fantasma, Manifestolibri, 2005), ha già evidenziato i nodi dai quali non può prescindere qualunque ripresa della discussione sul lascito teorico e politico del pensatore di Treviri. In primo luogo, infatti, è emersa la necessità di un approccio rigoroso (soprattutto filologicamente), che non soltanto valga a stabilire una volta per tutte “che cosa esattamente ha scritto Marx”, in modo da differenziarlo da quanto è imputabile all’intervento sul Nachlass dei suoi molteplici editori e glossatori, ma soprattutto a fissare qualche limite a quel continuo “sollecitare i testi” che assai spesso inclina a sovrapporre intentio auctoris, intentio operis e intentio lectoris, vale a dire cose che sarebbe bene tener distinte. Sotto questo profilo, ha ragione Corradi a sostenere – richiamando quanto affermato da Roberto Fineschi nell’introduzione ad un volume al quale anche chi scrive ha contribuito (Karl Marx. Rivisitazioni e prospettive, Mimesis, 2005) – che è stato «proprio un malinteso, e apparentemente più rivoluzionario, primato della prassi e della politica» a far saltare «le necessarie mediazioni tra l’analisi del modo di produzione capitalistico e la politica del movimento operaio»; l’importante, aggiungerei, è non illudersi che i frutti, che speriamo copiosi, dello scavo filologico possano poi autorizzare Tizio o Caia a professarsi, che so, “marxiano” invece che “marxista”: l’unico che poteva dire “je ne suis pas marxiste” è stato, appunto, Marx; i suoi interpreti non possono non esserlo (s’intende, ammesso che lo vogliano).
D’altra parte, è pur vero che la discussione odierna su Marx non ha nulla di quel tempo in cui – per dirla con Bucci – le «sottigliezze dialettiche», lungi dal restare «confinate nelle aule universitarie », proiettavano «le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa», né la differenza è dovuta solo al fatto che non ci sono poi così tante aule universitarie dove si discuta di Marx.
Il problema, piuttosto, mi pare costituito dal fatto che, nonostante il “marxismo dell’astrazione” possa senz’altro rivendicare una fedeltà all’intentio operis di Marx di gran lunga superiore al “marxismo del comune” di ascendenza negriana (dominato, all’opposto, da un’intentio lectoris così prepotente da dimenticare i “diritti” del testo), sono o rischiano di essere radicalmente “impolitiche” le implicazioni che da esso si possono derivare.
Provo a spiegarmi. Quale fu l’implicazione politica principale del “marxismo della contraddizione”, cioè di quello che dominò l’epoca della Seconda e Terza Internazionale e che assumeva come proprio perno la contraddizione tra “forze produttive” e “rapporti di produzione”?
Essenzialmente, quella di porre la rivoluzione all’ordine del giorno. Il fatto che quest’ultima non sempre si sia data in forme giacobine e che là dove si diede abbia prodotto risultati talvolta perfino esecrabili nulla toglie alla capacità di questo marxismo di mobilitare milioni di donne e uomini, che avranno magari avuto come obiettivo l’“assalto al cielo”, ma intanto venivano a partecipare per la prima volta alla vita politica e sociale.
E negli anni Sessanta, quando cominciarono a circolare i testi giovanili di Marx, cosa si dedusse dal “marxismo dell’alienazione”? Essenzialmente, che le strutture politiche e sociali che erano emerse dalla guerra civile europea (e poi mondiale) del 1914-1945 erano, all’Est come all’Ovest, ancora profondamente infettate dalla Trennung (scissione, ndr), per cui né i lavoratori abitanti nel “campo socialista” né tanto meno i loro omologhi del “campo capitalista” erano riusciti a sussumersi le condizioni della propria produzione e riproduzione, che continuavano al contrario a dominarli, seppure sotto forma di movimento “politico” (e non più solo “di cose”). E fu la critica al capitale, certo, ma soprattutto ai partiti tradizionali e allo Stato, alle istituzioni universitarie, scolastiche, sanitarie, ecc.
E il “marxismo dell’astrazione”, quali possibilità schiude? Se è vero che, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani, che cose e uomini sopravvivono in superficie mentre tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa e, soprattutto, che questo meccanismo funziona così bene che aumenta sia il numero dei salariati che la durata e l’intensità della giornata lavorativa, cosa ci resta da fare? La domanda non è oziosa. Se il capitale funziona così bene da colonizzare le nostre vite e il nostro immaginario e perfino da aumentare il numero degli occupati, “resistergli” è velleitario e, prima ancora, insensato: e in effetti, il velleitarismo è l’accusa che viene sempre più spesso mossa ai comunisti, che dal canto loro, nella misura in cui riducono il loro essere comunisti ad un generico “anticapitalismo”, di fatto danno ragione ai loro avversari. (Alcuni ecologisti l’hanno capito così bene che, per ovviare al problema, hanno sostituito alla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione quella fra “capitale” e “natura”: ma codesto “ecomarxismo”, come si è voluto chiamare, non ha più titoli per rivendicare la propria discendenza da Marx di quanti ne possa vantare il “marxismo del comune”, cioè nessuno.) Intendiamoci: non vedrei nulla di male (né di “antimarxista”) nell’ammettere che da Marx non possiamo più derivare alcuna “teoria della rivoluzione”. La domanda però è: perché mai dovremmo allora pensare a un “nuovo soggetto rivoluzionario” o alla «costituzione, sociale e politica, di nuove soggettività dell’emancipazione » (Finelli), visto che il capitale funziona benissimo?
A diverse implicazioni potrebbe giungersi qualora considerassimo la crescita costante della disoccupazione negli ultimi trent’anni e, soprattutto, la circostanza che il capitale non riesce più a riprodursi ai tassi di crescita del secolo XIX (se non nelle periferie del pianeta, dove le condizioni della vita sociale ricalcano più dappresso quelle prevalenti due secoli fa in Europa e nell’America del Nord): si tratta, infatti, di evidenze empiriche che dovrebbero farci comprendere che è insensato continuare ad attribuire al capitale un potere che viceversa è solo l’espressione rovesciata di una nostra intrinseca debolezza. Ma non c’è cosa più difficile di convincere i marxisti che oggi il capitale è molto più debole di quanto non fosse ai tempi di Marx: credere in un capitalismo onnipotente è per loro molto più rassicurante, perché dispensa dalla ricerca delle proprie insufficienze teoriche e pratiche e, proiettando in futuro fantastico la plenitudo temporis, permette di eludere la resa dei conti col “comunismo realizzato” (quello statuale) e coi problemi che esso ha posto all’ordine del giorno, in Oriente come in Occidente. Di questi, uno mi pare davvero centrale, ed è quello che troppo banalmente si è definito come “fine del lavoro”. Non se ne può dire qui; c’è spazio solo per avvertire che la sua mancata comprensione fa sì che ancor oggi «il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dal loro intelletto associato» (Marx): la diminuzione del tempo di lavoro necessario, connessa all’enorme sviluppo tecnologico del secolo appena concluso e soprattutto dai nuovi rapporti sociali entro cui esso ha potuto dispiegarsi in modo non distruttivo durante i “trenta gloriosi keynesiani”, trionfa infatti al momento «così come per esempio trionfa con forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa». Non sarà per questo che aumentiamo l’età pensionabile pur essendo pieni di disoccupati e di disperati che premono alle frontiere alla ricerca di lavoro?



AprileOnLine, 06.12.05
L'intransigente Ratzinger chiede piu' libertà religiosa
Vaticano. Il papa rivendica piu' spazio contro l'agnosticismo e il relativismo. Ma, è il primo a negare la libertà di pensiero all'interno della Chiesa

Nane Cantatore

Papa Benedetto XVI, nell’indossare il triregno, si è assunto un impegno serio e profondo: quello di discutere a fondo la questione dell’identità e della prospettiva della cultura europea. Già la scelta di imporsi il nome del santo protettore d’Europa, la cui memoria è legata ai monasteri che preservavano il sapere nel furore delle invasioni e delle continue violenza del primo Medioevo, indicava una scelta forte, che ha fatto dire a molti, francamente un po’ disgustati dallo zuccheroso buonismo "urbi et orbi" del suo predecessore, che almeno ci sarebbe stato confronto.
Un papa non digiuno di filosofia, con un punto di vista intransigente ma schietto, capace di mettere in campo tutte le sue ragioni, potrebbe avere l’indiscutibile merito di promuovere, finalmente, una discussione a tutto campo con chi la pensa in modo diverso, anche perché, al momento, sui dissidenti non pende la minaccia del braccio secolare. Ci potevamo aspettare, insomma, che Ratzinger tenesse fede alla sua fama, e che un uomo della sua tempra filosofica si rendesse conto che, insomma, qualche contraddizione nelle tesi ecclesiastiche c’è, eccome se c’è.
Invece, no: l’Angelus di domenica, forse la dichiarazione più politica uscita finora dalle labbra del capo della chiesa romana, altro non fa che ripetere la solita tiritera a base di bambini non nati e mani cucciole, questa volta condita anche dalla lacrimuccia di rito per i poveri portatori di handicap eliminati dall’eugenetica laicista, per poi inventarsi una straordinaria bestialità concettuale. La libertà religiosa, secondo l’erede di Pietro, sarebbe in pericolo, “negata per motivi religiosi o ideologici; altre volte, pur riconosciuta sulla carta, viene ostacolata nei fatti dal potere politico oppure, in maniera più subdola, dal predominio culturale dell'agnosticismo e del relativismo”. Stupisce che un predominio culturale, peraltro tutto da dimostrare almeno nel Paese delle ventisette fiction su Padre pio, dei preti investigatori, delle dirette fiume dal Vaticano, della genuflessione rituale di ogni potere, politico, economico e mediatico, possa essere visto come una negazione della libertà. Per meglio dire, può pensarlo l’ipotricotico, talmente frustrato dalla mancanza di intellettuali di destra migliori di Marcello Pera da attribuirne la colpa al perfido complotto comunista. Ma la libertà, a quanto ci risulta, viene minacciata solo quando subisce una costrizione da parte dell’autorità, non quando un’opinione si deve confrontare con un’altra, magari anche più forte o più diffusa.
Anzi, diciamocela tutta: ci pare che la libertà sia proprio questo, la coesistenza e il confronto di posizioni diverse, legittimate ad esprimersi ma che, comunque, competono per affermare la forza dei loro argomenti. Questa era la libertà laica che permetteva di salutare con una certa soddisfazione l’avvento del bavarese sul soglio di Pietro. Se oltre-tevere la libertà consiste solo nell’ascoltare la verità rivelata, allora qualche problema c’è, dal momento che per dare legittimità al discorso vaticano si dovrebbero annullare tutti gli altri, e questa non sembrerebbe una così gran libertà.
Ma, in fondo, il nostro non ha tutti i torti, a dire che la libertà religiosa è in pericolo. Basti pensare al caso di padre Rodolfo Zecchini, insegnante di Etica all’istituto teologico san Zeno, “sollevato dall’incarico” dal suo superiore monsignor Flavio Roberto Carraio, perché aveva pubblicamente dichiarato che avrebbe votato sì ai primi tre quesiti dell’ultimo referendum. Ha ragione il papa: in un Paese in cui si viene licenziati per divergenze teologiche, non ci può essere vera libertà religiosa.


La Stampa, 06.12.05
Più che all’aborto pensate ai bambini
di Chiara Saraceno

Ci sono dei grandi assenti nella campagna mediatica e politica scatenata in queste settimane contro l'aborto: i bambini. Nonostante le accuse di assassinio, sterminio, strage di bambini, che vengono sollevate contro la pratica dell'aborto, i bambini effettivamente nati e in crescita sono fuori dall’attenzione. Tutti gli occhi sono puntati sulla pancia gravida delle donne (molto meno sulle donne come tali e non solo come «uteri che camminano»), sugli embrioni, sui feti. Basta che nascano, sembra, e tutto è fatto. Una volta nati, i bambini spariscono dalla preoccupazione collettiva. Come nelle favole, sembra di capire, dopo «vissero tutti felici e contenti».
Così, non crea scandalo che avere un figlio rappresenti ancora per molte donne un handicap grave agli occhi di molti datori di lavoro e che per molte donne immigrate proprio le condizioni di lavoro rendano impossibile avere un figlio, esattamente come avveniva alle domestiche di un tempo. Non preoccupa che con l'espansione dei contratti di lavoro cosiddetti atipici molte donne siano escluse di fatto o di principio dai congedi di maternità. Ma soprattutto non crea altrettanto - se non più - attenzione e scandalo dell'aborto che un quarto dei bambini nel Mezzogiorno viva in povertà e che nel nostro paese se si è poveri da bambini si ha una altissima probabilità di rimanerlo a lungo. Più in generale, non crea scandalo il fatto che il nostro sia uno dei Paesi occidentali e democratici in cui le disuguaglianze di partenza, cioè nelle origini famigliari, hanno maggior peso sul destino degli individui, a prescindere dalle capacità individuali. Perché non vi sono politiche sociali adeguate, sotto forma di trasferimenti di reddito e di servizi, che attenuino queste differenze.
Solo questa disattenzione per i bambini può spiegare la risibilità delle proposte che vengono avanzate sia dalla maggioranza sia, spiace dirlo, anche dall'opposizione, per favorire la scelta di avere un figlio: dai bonus una tantum alla nascita (con esclusione per altro delle immigrate) ad assegni di gravidanza per le donne più povere, che cessano, appunto, alla nascita. Come se il problema, per una donna, fosse solo quello di avere abbastanza soldi per portare avanti una gravidanza e non soprattutto quello di poter mantenere adeguatamente, e per diversi anni, il figlio che nascerà. E come se, appunto, ad un bambino bastasse nascere per diventare un uomo, o una donna. Purtroppo, invece, l'amore basta, anche se è necessario come il pane. Al punto che, se non c'è, forse è meglio non nascere.
Più che di una indagine sull’applicazione della legge 194 ci sarebbe bisogno di una bella indagine parlamentare sulle difficoltà che in Italia si frappongono alla libertà di scelta di procreare, sui costi sostenuti da chi (soprattutto le donne) fa questa scelta e sugli effetti delle disuguaglianze sociali alla nascita. Ma una indagine di questo genere metterebbe in luce troppe contraddizioni negli stessi programmi politici e toccherebbe troppi interessi (nel sistema di welfare, nella organizzazione del lavoro, nella individuazione delle priorità). Meglio quindi trovare qualche capro espiatorio (i consultori, le donne che abortiscono) e fare qualche elemosina una tantum.




Corriere della Sera, 06.12.05
«Sposarsi non più vergini» Le indiane contro il tabù

Sotto tiro campionessa di tennis e attrice Avevano detto sì al sesso prematrimoniale
Il sasso nello stagno lo ha lanciato per prima Khushboo, affascinante attrice di Bollywood. Seguita dalla tennista più famosa del subcontinente, Sania Mirza. E dal (finora) unico pilota di Formula Uno di New Delhi, Narain Karthikeyan. Argomento: il sesso. Tema: possono le donne fare l'amore prima di sposarsi? Khushboo: «Non vedo che cosa ci sia di male per una donna a fare sesso prima del matrimonio, a patto che sia protetto». Sania Mirza: «Non importa se prima o dopo il matrimonio, l'importante è fare sesso sicuro». Narain Karthikeyan: «Rapporti prematrimoniali? Non c'è nulla di sbagliato».
Tema scontato? Forse per il disincantato Occidente. L'India, molto semplicemente, si è infiammata fino a rasentare la rivolta, almeno nel Tamil Nadu, luogo natale della diva trentacinquenne che per prima ha osato infrangere il muro di silenzio e omertà sulla castità delle giovani indiane. Cortei, appelli, minacce. È bastata l'uscita di Khushboo perché la Procura di Chennai, capitale dello Stato, fosse inondata da quaranta e più querele a carico dell'attrice. La quale, per la cronaca, si è vista prima recapitare un ordine di arresto (è libera su cauzione) e poi aggredire in un'aula del tribunale dove era entrata per testimoniare a una delle tante udienze sul caso del momento: urla, spintoni, pomodori e uova marce in faccia, promesse di morte. Tanto che adesso, su ordine delle autorità di polizia, Khushboo gira con la scorta.
Per il resto, il Paese ha accantonato le dispute sul terrorismo o le guerre di religione. Persino il tema della pace con il Pakistan è rimasto nell'ombra mentre giornali e televisioni ospitavano dichiarazioni, smentite, precisazioni e anatemi di stelle dello spettacolo, celebrità varie e, ovviamente, politici. «Khushboo ha offeso l'intera Nazione». «Uno scandalo così non si era mai visto». «Deve essere arrestata». «Basta ipocrisie — ha rincarato Khushboo —. Quale persona istruita, in India, si aspetta che una ragazza arrivi alle nozze ancora vergine?». Persino il primo ministro Manmohan Singh, intervenendo alla giornata mondiale contro l'Aids, si è sentito di affermare che «è ora che gli indiani superino i loro tabù legati al sesso».
Argomento scottante se la tennista Sania Mirza, di religione musulmana (Khushboo è indù), spaventata dalle reazioni, si è affrettata a smentire: «Voglio dire con chiarezza che sono contraria al sesso prematrimoniale, dal momento che per l'Islam si tratta di un peccato molto grave che, ritengo, Allah non potrebbe perdonare». Parola di una sportiva finita nel mirino degli integralisti per il suo abbigliamento in campo. «A nessuno deve importare come mi vesto — si era sempre difesa — almeno finché vinco...». Più coraggioso Karthikeyan. Che a un pubblico dibattito ha difeso Khushboo: «Ha ragione, non c'è nulla di sbagliato nelle sue parole».
La più grande democrazia del mondo si interroga sul sesso. E non è solo una battaglia tra «alta società» con standard di vita occidentali e le caste inferiori più legate alle tradizioni. Per la prima volta, entra nel dibattito la nuova classe media nata dall'imponente sviluppo tecnologico degli ultimi anni. Dunque studenti e giovani professionisti di entrambi i sessi. Che si trovano più a loro agio con telefonini e computer. E che intervengono, per lo più in difesa dell'attrice e del «diritto a una vita emancipata e libera dai lacci del Medioevo», utilizzando il mezzo più semplice e immediato: Internet. Scrive per esempio Murali sul sito di attualità Rediff.com: «Per favore, svegliatevi e guardate il mondo intorno a voi: non possiamo continuare a vivere come nel Medioevo. Una donna dovrebbe scappare da un futuro marito che la sposa soltanto per la sua verginità». Una donna Tamil sottolinea: «Un recente sondaggio ha evidenziato come il 90 per cento delle indiane, anche se in ritardo rispetto ad altri Paesi, perdano la verginità intorno ai 19 anni. Ma solo il 10 per cento della ragazze si sposa prima dei vent'anni. Dunque Khushboo ha perfettamente ragione. Tanto rumore per nulla».
In realtà, l'attrice è intervenuta in un contesto particolare, intendendo mettere l'accento — rispondendo a un'indagine del portale Indiatimes — non tanto sul «sesso prematrimoniale» quanto sul concetto di «sesso protetto». Una questione importante in un Paese, l'India, che denuncia oltre 5 milioni di persone colpite dall'Hiv, il virus che provoca l'Aids. Ovviamente il discorso si è allargato: «Le ragazze — dice Khushboo — sono sempre più emancipate. Vanno al pub, in discoteca. È ora di liberarsi da concetti quali: "Una donna deve arrivare vergine al matrimonio"».
«Siamo il Paese del Kamasutra e dei bassorilievi erotici — chiosa Sethi sul forum aperto su Indiatimes —. Ciò mi fa pensare che l'India antica era più aperta di quella di oggi in fatto di sesso. Che cosa ci è successo? Perché è diventato un simile tabù?».
Paolo Salom


Corriere della Sera, 06.12.05
Quelle con famiglia sono discriminate rispetto agli uomini e alle single
Donna manager? Scordati di fare la mamma
Ricerca su un campione di 1.200 dirigenti: «La maternità è un lusso che non ci possiamo permettere. Le retribuzioni? Più basse»


ROMA - Manager e mamma? Certamente si può. Ma quanto è difficile. Il binomio tra lavoro ad alta responsabilità e impegno famigliare si verifica con grande fatica nel mondo delle imprese italiane. A certificarlo è una ricerca di Federmanager, la federazione nazionale dei dirigenti di aziende industriali, che in occasione dei propri 60 anni di attività ha realizzato una ricerca su un campione di oltre 1.200 donne con ruoli dirigenziali. Che della loro condizione tracciano un quadro tutt'altro che incoraggiante.
DONNE PENALIZZATE - L'aspetto più negativo riguarda i rapporti all'interno della famiglia e, in particolare, la maternità, definita dalle signore di Federmanager «un lusso che non ci possiamo permettere». La ricerca mette infatti in evidenza come nelle aziende le donne con famiglia siano più penalizzate rispetto ai colleghi uomini. Se il 90% dei manager maschi è coniugato o convivente, infatti, la percentuale delle donne che si trovano nella stessa condizione scende al 73%. E mentre solo il 13,9% dei
dirigenti uomini non ha figli, tra le donne sono il 43% quelle che si considerano "obbligate" a non averne.
DISPARITA' ECONOMICHE - La disparità di trattamento si verifica, secondo l'inchiesta, anche a livello economico: le donne separate o single hanno infatti una retrubuzione alle colleghe coniugate o conviventi. «E lo stesso risultato si registra per le donne senza figli rispetto a quelle con figli». La retribuzione media del dirigente italiano è infatti di 95 mila euro lordi l'anno, ma per le dirigenti donne si ferma a 83.340. Le manager single riescono però ad andare oltre la media e a raggiungere i 92 mila, mentre quelle con figli o comunque coniugate non superano gli 81 mila.
SERVONO ASILI - Come è possibile, dunque, arrivare a condizioni di pari opportunità tra dirigenti dei due sessi? Il 75% delle donne interpellate ritiene che le difficoltà oggettive nel percorso di carriera siano legate alla quasi impossibile conciliazione tra impegni professionali e impegni famigliari. Dunque gli interventi dovrebbero essere mirati nella rimozione degli ostacoli con la creazione si strutture di supporto quali asili nido aziendali e assistenza domiciliare per figli minori e anziani. Provvedimenti, questi, già adottati da alcune grandi aziende, ma di difficile applicazione per le imprese medio-piccole che costituiscono la gran parte della realtà produttiva italiana.
L'IDENTIKIT - La ricerca traccia anche un identikit della donna manager italiana: ha un'età media di 45 anni, ed è arrivata al top della carriera a 38. Ha la laurea nel 70% dei casi e almeno 20 anni di lavoro alle spalle, di cui 10 da dirigente. Dati che contrastano con la realtà dei dirigenti maschi: per loro l'età media è di 50 anni e solo il 62% possiede una laurea.




Corriere della Sera, 06.12.05
Scontro aperto tra i poli sulla legge 194
Prodi: «Sull'aborto si fa propaganda»
Il presidente della Commissione, Palumbo: «Al lavoro anche a Natale».
Botta e risposta tra Casini e Fassino


ROMA - L'inchiesta sull'aborto continua a produrre scintille nel Palazzo. Il presidente della Commissione Affari Sociali, Giuseppe Palumbo di Forza Italia, assicura - intervistato da Corriere.it - che l'indagine sul funzionamento della legge 194 sarà rapidissima, come da raccomandazione di Casini. E che produrrà risultati in tempo per non intralciare l'inizio ufficiale della campagna elettorale. «Chiederemo agli onorevoli un sacrificio, di lavorare anche a Natale durante la pausa dei lavori parlamentari», spiega Palumbo che anticipa alcuni contenuti delle audizioni che - osserva - coinvolgeranno diversi soggetti e non si limiteranno al tema dei consultori ma accenderanno un faro anche sulla pillola abortiva, definita dall'onorevole azzurro «un'opportunità per le donne». Nel frattempo continua lo scontro a distanza tra Casini e il centrosinistra.
STOP ALLA PROPAGANDA - Sull'argomento è intervenuto lunedì anche Romano Prodi. Lo ha fatto non per contestare l'indagine conoscitiva sulla 194, ma il fatto che il centrodestra l'abbia promossa sul finale di legislatura, circostanza che dal Professore viene definita una «strumentalizzazione» «In questa decisione non c'è nulla di criticabile dal punto di vista del regolamento parlamentare. Più c'è conoscenza meglio è», ha scandito il Professore in una pausa dei lavori del seminario dell'Unione a San Martino in Campo. Quello che non gli piace è che un problema così delicato come quello trattato dalla legge 194 venga affrontato in una «commissione che durerá 5 minuti. Il fatto che si faccia alla fine della legislatura dà la misura su come ci sia una strumentalizzazione su un fatto tanto delicato, importante e serio. Una strumentalizzazione che andava evitata». Altra stoccata alla Cdl sulla presunta minaccia alla libertà religiosa: «Posso solo assicurare - ha dichiarato Prodi - che non è certamente il caso della nostra coalizione».
BOTTA E RISPOSTA - In precedenza era stato Piero Fassino ad andare giù duro. «E' stato sconcertante», ha sbottato il segretario dei Ds contro il presidente della Camera finito sotto una gragnuola di critiche e sospetti per il suo via libera all'indagine parlamentare. Accuse che Pier Ferdinando Casini ha giudicato ingenerose e viziate da «considerazioni politiche ed elettorali». «È sconcertante - è stata la sua replica a Fassino - quando la polemica politica prevale sull'oggettività dei fatti».

ATTO DOVUTO - «In questa legislatura, ho fatto i calcoli questa mattina, sono state chieste al presidente della Camera 68 commissioni di indagine, il presidente della Camera ha sempre dato il concerto: su 68 richieste, 68 sì. Per cui le polemiche sono evidentemente elettorali, strumentali da parte di chi le fa», si è ribellato la terza carica dello Stato.
«L'idea se fare o meno questa indagine - ha aggiunto Casini - è della Commissione. Può essere un'idea criticabile, ma il mio atto è praticamente un atto dovuto. Vorrei che tutti, lasciando perdere la campagna elettorale, guardassero all'evidenza: 68 richieste, 68 sì». «Sono sereno - ha concluso Casini - perché come al solito ho fatto il mio dovere. Del resto sono polemiche che non mi riguardano».
LE ACCUSE - Ma Fassino non ha mollato la presa e ha rincarato. «Peraltro - ha osservato il leader della Quercia - in queste settimane si fa finta di non sapere, e Casini come presidente della Camera lo deve sapere, che la legge 194 prevede che ogni anno il governo presenti al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione della legge. Da poche settimane Storace ha inviato al Parlamento questa relazione. Allora perché non si discute dello strumento di verifica che è già previsto dalla legge e chi si inventa invece una Commissione dalla dubbia finalità e dalla equivoca efficacia? Siamo in presenza di un comportamento molto scorretto».


Le Scienze, 06.12.05
Un legame fra Alzheimer e sindrome di Down
I livelli elevati di mioinositolo risultano associati a una ridotta capacità cognitiva


Alcuni ricercatori dell'Istituto di Psichiatria del King’s College di Londra hanno identificato una molecola che potrebbe suggerire nuovi trattamenti per i pazienti con la sindrome di Down. Lo studio, pubblicato sulla rivista "Archives of General Psychiatry", ha rivelato che questi pazienti presentano livelli più elevati di mioinositolo nel cervello rispetto ai soggetti di controllo, e anche alti livelli di questa molecola sono associati con una ridotta capacità intellettiva.
Gli scienziati sospettano inoltre che i livelli elevati di mioinositolo possano svolgere un ruolo nella predisposizione dei pazienti con la sindrome di Down allo sviluppo prematuro del morbo di Alzheimer. La molecola, infatti, è nota come promotrice della formazione di placche amiloidi, una caratteristica dell'Alzheimer.
Una volta raggiunti i 40 anni di età, quasi tutti i pazienti con la sindrome di Down esibiscono le caratteristiche formazioni cerebrali del morbo di Alzheimer, anche se non tutti sviluppano la demenza. Secondo Declan Murphy, che ha guidato lo studio, "gli adulti con la sindrome di Down presentano nella regione ippocampale del cervello una concentrazione di mioinositolo significativamente più alta del normale. Questo incremento è associato con una ridotta capacità cognitiva. Stiamo ora effettuando ulteriori studi per vedere se è possibile ridurre terapeuticamente la concentrazione di mioinositolo: forse potrebbe rivelarsi un nuovo modo per trattare questa condizione".

Felix Beacher, Andy Simmons, Eileen Daly, Verinder Prasher, Claire Adams, Maria Luisa Margallo-Lana, Robin Morris, Simon Lovestone, Kieran Murph, Declan GM Murphy, "Hippocampal myo-inositol and cognitive ability in adults with Down Syndrome: an in vivo H-MRS study". Archives of General Psychiatry, Volume 63, No.12 (dicembre 2005).
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.


Le Scienze, 06.12.05
L'efficienza degli impianti cocleari
Possono restaurare alcune caratteristiche strutturali del nervo uditivo


Quando si tratta di ripristinare la funzionalità dell'udito, il tempismo è tutto. Gli impianti cocleari funzionano bene per i bambini con sordità congenita, o per gli adulti che hanno perso l'udito in tarda età, ma possono fare poco per gli adulti sordi dalla nascita. Ora alcuni ricercatori credono di aver scoperto il perché.
Gli apparecchi cocleari bypassano le cellule ciliate danneggiate nell'orecchio interno e stimolano direttamente i nervi uditivi. Ma perché sono più efficaci se impiantati in giovane età? La risposta potrebbe essere fornita dai gatti. Come gli esseri umani, infatti, i gatti congenitamente sordi presentano una struttura anomala del nervo uditivo, con le estremità nervose prive di gran parte delle vescicole sinaptiche che trasportano i trasmettitori chimici da una cellula all'altra. Le poche vescicole presenti, fra l'altro, sono malformate o eccessivamente grandi.
Per scoprire perché gli impianti cocleari sono più efficaci nei mammiferi giovani, il neuroscienziato David Ryugo del Center for Hearing and Balance della Johns Hopkins University di Baltimora e colleghi hanno impiantato i dispositivi in tre gattini di 3 mesi con sordità congenita. Dopo l'operazione, i ricercatori hanno fatto ascoltare ai gatti per tre mesi suoni ambientali e dialoghi in laboratorio. Per assicurarsi che gli impianti migliorassero l'udito dei gatti, gli scienziati hanno registrato le risposte neurali degli animali in seguito a stimolazione elettrica, un test standard che viene usato anche per i pazienti umani. Dopo il periodo di sperimentazione, gli scienziati hanno confrontato il cervello dei gatti trattati con quelli di tre gatti normali e di tre gatti sordi senza impianti. Hanno così scoperto che le strutture sinaptiche in un gruppo di fibre del nervo uditivo dei gatti normali e di quelli trattati erano indistinguibili fra loro. Ciò suggerisce che durante lo sviluppo del sistema nervoso è possibile fare "risorgere" queste sinapsi.
Lo studio, descritto sul numero del 2 novembre della rivista "Science", dimostra che l'impianto di questi dispositivi in giovane età può contribuire a preservare o a restaurare alcune caratteristiche strutturali fondamentali per l'udito. E che i benefici dell'inserzione di impianti cocleari possono essere superiori ai rischi delle operazioni chirurgiche nei bambini.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.



Corriere della Sera, 06.12.05
La ricerca sui neurotrasmettitori che influenzano la socialità e l’affettività
Drogati dall’amore
Gli stessi meccanismi chimici che producono dipendenza e assuefazione inducono la monogamia. Da uno studio sui topi


TALLAHASSEE (Florida) - «Amor è uno desio che ven da core» cantava Giacomo da Lentini, sbagliando. Oggi la scienza ribadisce che viene dal cervello e in particolare da un neurotrasmettitore, la dopamina. A dimostrarlo – spiega la BBC – sarebbe un animale assai poco poetico, un topo. Sì, siamo lontani anni luce dallo Stil Novo di Dante, e precisamente dentro i laboratori asettici della Florida State Univeristy. Qui un gruppo di scienziati ha scoperto che alla base dell’amore, e più specificamente della monogamia, soggiacciono gli stessi meccanismi chimici attivi nel tossicodipendente. Dal balcone di Giulietta al tunnel della droga il passo è dunque breve.
IL TOPOLINO MONOGAMO - La pietra dello scandalo è il Microtus ochrogaster, un topolino di campagna diffuso nel sud degli Stati Uniti che da tempo solletica le fantasie dei ricercatori a causa della sua ferrea, struggente fedeltà al partner. Una caratteristica presente anche nella razza umana, seppur in modo spesso vacillante, che deve aver suscitato l’interesse dell’uomo di scienza: perché per questi mammiferi è così facile l’amore eterno mentre noi siamo a combattere ogni giorno col suo fantasma?
EFFETTO DOPAMINA - Il topino, si è scoperto, ha dalla sua la dopamina. Ogni volta che l’animale maschio si accoppia con una partner, nel suo cervello - e precisamente in un’area che abbiamo anche noi umani, il nucleo accumbens - viene rilasciata della dopamina, il neurotrasmettitore della ricompensa, lo stesso che ci fa sentire bene quando mangiamo una tavoletta di cioccolata o ci iniettiamo una dose di eroina. Lo stesso che alimenta la dipendenza dalla fonte di piacere. La controprova è che bloccando nei roditori la proteina attivata dalla dopamina questi improvvisamente smettono di essere monogami. E anche per loro l’amore torna ad essere tragica illusione. Ecco dunque spiegata tanta fedeltà. Ed ecco individuato forse anche per noi il responsabile, anzi il colpevole, di centinaia d’anni di struggimenti, tormenti romantici, odi et amo dell’umana schiatta. Galeotto fu il neurotramettitore. Averlo saputo prima ci saremmo messi in fila ai Sert per la disintossicazione.
Carola Frediani