AdnKronos Salute, 02.12.05
Sant'Internet: quando il proselitismo si fa online
di Ignazio Ingrao
Francesco Diani, 46 anni, ex seminarista: otto anni fa ha lasciato l'incarico di dirigente d'azienda per dedicarsi a tempo pieno al censimento della Chiesa su internet
Con 10 mila siti esplode la spiritualità online. La parte del leone la fanno i siti parrocchiali (circa 2.400) e quelli di movimenti e associazioni (2.000), seguono gli ordini religiosi con oltre 1.200 siti. Mentre sacerdoti, teologi e suore scelgono i blog
I tempi cambiano e la Chiesa italiana sale sul pulpito elettronico per richiamare le pecorelle smarrite. Sono passati appena dieci anni dalla prima benedizione urbi et orbi di Giovanni Paolo II impartita via internet, a Natale 1995, e in questi giorni si festeggia un nuovo traguardo: sono 10 mila i siti cattolici italiani censiti e «certificati».
La parte del leone la fanno i siti parrocchiali (circa 2.400) e quelli di movimenti e associazioni (2.000), seguono gli ordini religiosi con oltre 1.200 siti. Sono 600 quelli di diocesi e istituzioni religiose e altrettanti quelli personali di sacerdoti, teologi, suore, singoli devoti, molti dei quali corredati da blog.
«Negli ultimi due anni abbiamo registrato il boom dei siti dedicati ai musei di arte sacra e alla musica religiosa» aggiunge Francesco Diani, 46 anni, ex seminarista, che otto anni fa ha lasciato l'incarico di dirigente d'azienda per dedicarsi a tempo pieno al censimento della Chiesa su internet.
E con l'aiuto di una speciale commissione dottrinale ha stilato anche una classifica dei siti più visitati, di quelli consigliati e di quelli da evitare (www.siticattolici.it).
I nomi dei portali religiosi più cliccati parlano da soli: Profeta, Totustuus, Noicattolici, La Parola, Korazym, Santiebeati.
Il record continua a detenerlo il portale della Santa Sede (www.vatican.va). Molti siti ospitano chat e forum a contenuto religioso dove si discorre di tutto, dai Vangeli al celibato dei preti.
E non mancano monaci e suore di clausura pronti a fare direzione spirituale online.
È stato anche lanciato il sondaggio su quale santo eleggere a patrono di internet: dopo un lungo testa a testa l'ha spuntata il beato Giacomo Alberione su San Giovanni Bosco.
Corriere della Sera, 02.12.05
Primo trapianto facciale. L'animo non muta
La Francia anticipa gli Usa: intervento su una donna di 36 anni sfigurata dai cani. È probabile che la nuova faccia si modelli sulla vecchia personalità, che questa si modelli sulla nuova faccia
Edoardo Boncinelli
Chi sono io? In che cosa mi identifico? Quale parte di me non è essenziale per la mia identità, e la posso perdere o sostituire senza smettere di essere io? E che cosa è essenziale per riconoscere come tale un'altra persona, compreso un figlio o l'innamorata/o? Domande che l'uomo di tanto in tanto si è posto.
Ma se le è poste in maniera, diciamo così, accademica e talvolta salottiera. Domande che oggi stanno divenendo sempre più attuali e pressanti, dal momento che il trapianto — o la restaurazione capitale — di intere parti del corpo umano stanno divenendo realtà.
In diverse occasioni mi è stato di fatto chiesto, con un tono più o meno apprensivo, se la sostituzione di questa o quella parte del corpo potrebbe alterare o tradire l’identità di chi subisce l’intervento. La risposta è sempre stata, per me, piuttosto facile. Per quale motivo la sostituzione di un rene, di una parte dell’intestino, del cuore o di parte del fegato dovrebbe incidere sulla mia o sull’altrui identità? Io sono io, con i miei ricordi, le mie preferenze e le mie avversioni, le mie spinte interiori e il complesso dei miei affetti. Che cosa c’entra in tutto questo il cuore—quello organico intendo — o un rene. Lo stesso discorso può valere per un dito, per un piede o per un braccio, mentre più complicato si fa il discorso quando si passa — e si passerà presto — a sostituire o riparare completamente qualcosa che ha a che fare con i sensi o con il sistema nervoso.
In questo caso il discorso deve essere un po’ più cauto. Buona parte della nostra identità si appoggia sulla nostra percezione della realtà e sulla sua elaborazione originale e personale operata dal nostro sistema nervoso. Quando si entra in questa sfera indubbiamente si comincia a entrare nella stanza più segreta del nostro io, nel sancta sanctorum della nostra identità. Certo non si può intaccare il grosso del nostro sistema nervoso centrale senza mettere in discussione dalle fondamenta la nostra identità.
Che dire allora della sostituzione completa della faccia, di cui si sta parlando in questi giorni? La faccia è la faccia. È la prima cosa che guardiamo osservandoci in uno specchio. È la prima cosa che guardiamo in un altro. È attraverso quella, e talvolta anche attraverso una piccola parte di quella, che riconosciamo gli altri. Per le persone che conosciamo poco è tutto, per le persone che conosciamo benissimo è il messaggio di benvenuto quotidiano. Conosco a mente il volto di mia moglie, ma ogni volta che lo vedo è un tuffo al cuore. Sono pervaso da un senso di gratitudine: Grazie al cielo lei è qui anche oggi. E con il suo volto. Ogni giorno un po’ nuovo, ogni giorno diversamente ricco, sempre centrato sulla mia immagine di lei e sempre nunzio della sua esistenza e peculiarità. Saprei amarla con un altro volto? «L’amore—dice Elena nel Sogno di una notte di mezz’estate di Shakespeare—non guarda con gli occhi, ma con l’animo». Una bella frase, indubbiamente, e forse anche una frase guida in questa circostanza. L’amore, l’affetto, il rispetto e la deferenza, ma anche l’antipatia e l’odio, si affiggono su un volto, anche perché noi uomini siamo esseri spiccatamente visuali e diamo alla vista un primato unico fra tutti i viventi. Ma se poco poco questi sentimenti si appoggiano su una qualche consuetudine, non amiamo o odiamo più un volto, ma una personalità, un’interezza che comprende certamente il volto ma non solo quello. Se è proprio necessario, se l’alternativa è l’inguardabilità e la non identità, penso che si possa tollerare come extrema ratio anche la sostituzione della faccia, considerando che questa è comunque in buona parte una sorta di plastilina deformabile e «informabile». Esistono anche le espressioni e quei piccoli e perfino impercettibili movimenti di una parte del volto che vogliono dire tanto e che a volte ci conquistano più di un colore o di una forma. È molto probabile che una faccia diciamo così «estranea» acquisti nel tempo le espressioni, i moti e i tic che appartenevano alla faccia originale e che provengono dalla personalità più profonda di chi portava quella e ora porta questa. È molto più probabile che la nuova faccia si modelli sulla vecchia personalità, che questa si modelli sulla nuova faccia. E tutto così ridiventerebbe nel tempo più normale, più usato, più consueto, più familiare. La forma prenderebbe così il sopravvento sulla materia e si affermerebbe come la vera essenza dell’io, mio e altrui.
Corriere della Sera, 03.12.05
Libertà e ragione l’unico passaporto
Amartya Sen
Lo scontro delle civiltà più pericoloso è negare le identità altrui deformando la propria. Per ammazzare i Tutsi si diceva alle reclute Hutu di dimenticare la comune origine africana e del Ruanda. Le scuole etniche o religiose che praticano l’odio si contrastano con un multiculturalismo fondato sulla libertà e la ragione. Così i bambini del futuro impareranno la comune storia delle civiltà
I fatti di violenza e le atrocità di questi ultimissimi anni hanno avviato un periodo non soltanto di conflitti spaventosi, ma anche di notevole confusione. La politica dello scontro globale viene spesso interpretata come corollario delle divisioni religiose o culturali del mondo. C’è la convinzione che la popolazione del pianeta possa essere divisa in categorie.
Categorie definite secondo un metodo di partizione al di sopra di tutto. Una visione a senso unico è un ottimo sistema per riuscire a non comprendere praticamente nessuno al mondo. Nelle nostre vite quotidiane, ci consideriamo membri di svariati gruppi. La stessa persona può essere cittadina britannica, originaria delle Indie Occidentali, d’ascendenza africana, musulmana, vegetariana, socialista, donna, amante del jazz, insegnante e matematica. Ciascuna di queste categorie le conferisce un'identità particolare; sta a lei decidere quale importanza relativa attribuire a ciascuna di queste affiliazioni, in ogni particolare contesto. Nella vita le responsabilità della scelta ragionata sono centrali.
Al contrario, la violenza è alimentata dal senso di priorità che viene data a una pretesa identità. Quando arruolavano gli Hutu per ammazzare i Tutsi, alle reclute potenziali veniva soltanto detto che erano Hutu («odiamo i Tutsi»), e non anche Kigaliani, Ruandesi, Africani ed esseri umani (identità che anche un Tutsi può condividere). Purtroppo, anche parecchi tentativi organizzati per fermare la violenza e il terrorismo hanno il difetto di una visione a senso unico. I tentativi di politicizzare l’Islam non sono venuti solo dai reclutatori di terroristi, maanche da quegli oppositori secondo cui l’identità islamica è l'unica identità di una persona musulmana. Questo ha davvero ingigantito il potere e la voce delle guide religiose, talvolta a spese della società civile.
I problemi globali hanno un effetto rilevante sulla politica interna della Gran Bretagna. Per molti versi, la Gran Bretagna ha avuto grandissimo successo nell’integrare persone di origini e retroterra differenti in confronto a certi altri Paesi europei. Le radici dell’integrazione possono essere trovate nei vari impegni per sostenere le opportunità e le libertà di tutti i residenti legali, immigrati come nativi. Il contributo forse più significativo, la cui importanza spesso non è sufficientemente riconosciuta, viene dalla concessione piena e immediata del diritto di voto a tutti i residenti britannici del Commonwealth, che costituiscono la maggior parte dell’immigrazione non-europea. Questa conquista è stata rafforzata da un trattamento largamente non discriminatorio nella sanità, nell’istruzione e nella sicurezza sociale: tutto ciò ha contribuito ad integrare piuttosto che a dividere.
Fin qui, tutto bene. Ma anche la Gran Bretagna è sempre più minacciata dal pericolo di una visione a senso unico, in particolare per quanto riguarda le religioni e le comunità. Una visione che sta guadagnando terreno anche nella politica ufficiale. Non si tratta di stabilire se il multiculturalismo sia andato «troppo oltre». Il punto è quale direzione debba prendere. Se cioè debba garantire alle persone la libertà di una scelta culturale invece di insistere sulla salvaguardia di un’identità definita dalla comunità religiosa di provenienza, ignorando tutte le altre priorità e affiliazioni.
L’attuale politica statale di promozione attiva delle nuove «scuole della fede» per bambini musulmani, hindu, sikh e anche cristiani non è problematica solo dal punto di vista educativo; incoraggia una percezione frammentata delle aspirazioni di vita dei nuovi cittadini inglesi. Molte tra queste nuove istituzioni sono state create proprio nel momento in cui l’importanza attribuita alla religione era diventata una delle principali fonti di violenza nel mondo. Si ripercorre una strada conosciuta dalla Gran Bretagna con la divisione tra Cattolici e Protestanti nell’Irlanda del Nord che fu causata anche da una scolarità segmentata.
Fa certamente bene il premier Tony Blair a notare che «in queste scuole c’è un senso fortissimo dell’etica e dei valori». Ma l’istruzione non consiste soltanto nel tenere i bambini, anche quelli molto piccoli, immersi in un’etica vecchia, ereditata. Consiste anche nell’aiutarli a sviluppare la capacità di ragionare sulle decisioni che dovranno prendere da adulti. Uno scopo ben più importante del raggiungimento di qualche parità stereotipata rispetto ai britannici.
Le azioni della gente sono influenzate da molte affiliazioni, non solo da quella religiosa. Per esempio, la separazione del Bangladesh dal Pakistan era collegata alla fedeltà manifestata alla lingua e alla letteratura bengalesi, assieme ad altre priorità laiche condivise da tutti gli schieramenti politici del Pakistan prima che il Paese fosse diviso. I musulmani del Bangladesh che vivono in Gran Bretagna o in qualsiasi altro posto possono benissimo essere orgogliosi della loro fede islamica, ma questa non offusca la dignità delle altre affiliazioni. Il multiculturalismo che pone l’accento su libertà e ragione va distinto dai «monoculturalismi plurimi» con rigida cementazione delle divisioni. Alle madrassa, le scuole religiose islamiche, può interessare poco il fatto che quando unmatematico moderno invoca un algoritmo per risolvere un problema di calcolo difficile, aiuta a commemorare il contributo laico del grande matematico musulmano del IX secolo Al-Khwarizmi, dal cui nome deriva quel termine («algebra» viene dal suo libro, Al Jabr wa-al-Muqabilah). Non esiste alcun motivo per cui i vecchi britannici, come i nuovi, non debbano celebrare questi grandi collegamenti. Il mondo non è una federazione di appartenenze etniche religiose. Né lo è, si spera, la Gran Bretagna.
(Traduzione di Laura Toschi)
Apcom, 03.12.05
E' stato lanciato nel corso del IV Congresso dell'Associazione Luca Coscioni, che ieri ha approvato la partecipazione alla Rosa nel pugno, un manifesto politico firmato da alcuni tra i maggiori professori, ricercatori e scienziati italiani a favore della sperimentazione e della libertà di cura su questioni come la ricerca sulle cellule staminali embrionali, l'accesso alla fecondazione assistita per le coppie portatrici di malattie genetiche, la pillola abortiva RU486, la terapia del dolore, la cannabis terapeutica e il ricorso all'eutanasia.
Tra i firmatari: Mauro Barni, Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini, Giulio Cossu, Carlo Flamigni, Antonino Forabosco, Luca Gianaroli, Demetrio Neri, Piergiorgio Strata.
Secondo questo Manifesto "la libertà di ricerca scientifica è obiettivo irrinunciabile di uno stato di diritto democratico e laico. In Italia, purtroppo, tale libertà viene costantemente violata e condizionata attraverso leggi e scelte politiche ispirate da pregiudizi ideologici e dogmi religiosi".
Gli scienziati con il loro Manifesto intendono rivolgersi "ai responsabili politici e istituzionali di ogni partito e schieramento, e in particolare a coloro che in occasione delle imminenti elezioni politiche 2006 si candideranno a governare il nostro Paese, affinché - si legge nel manifsto - si impegnino da subito davanti alle elettrici e elettori italiani per consentire la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali finalizzata alla comprensione e alla cura di malattie che colpiscono centinaia di milioni di persone nel mondo"
E' necessario continuano "garantire la libertà terapeutica, affidata al rapporto tra medico e paziente, nella effettiva somministrazione di farmaci ampiamente testati e autorizzati in tutti i Paesi civili, ma ostacolati (e in alcuni casi proibiti) nel nostro Paese, quali: pillola abortiva RU486, cannabis terapeutica,trattamenti farmacologici per i cittadini tossicodipendenti e oppioidi per il trattamento del dolore".
E infine secondo gli scienziati italiani è necessario "consentire autonomia e responsabilità individuale nelle scelte relative alla fine della vita, innanzitutto per abbattere il fenomeno dell'eutanasia clandestina attraverso il rispetto della volontà individuale liberamente e inequivocabilmente espressa, anche attraverso il riconoscimento delle direttive anticipate di trattamento e forme di regolamentazione dell'eutanasia sul modello olandese, belga, svizzero o secondo l'orientamento che sta assumendo anche il parlamento britannico".
Adnskronos Salute, 03.12.05
FECONDAZIONE: STUDIO, DOPO LEGGE 40 MENO 10% GRAVIDANZE
Cresce, intanto, il numero di coppie italiane che si recano all'estero per sottoporsi alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, senza dover 'sottostare' alle regole, per molti troppo restrittive, della legge 40. ''Ma la scelta del 'turismo procreativo' non è giustificata, nella maggior parte dei casi, da livelli qualitativi superiori - sottolinea Mauro Schimberni, del dipartimento di Scienze ginecologiche, perinatologia e puericultura dell'università La Sapienza di Roma - anzi, una coppia su cinque affronta inutilmente estenuanti trasferte. Questo soprattutto quando ci si sottopone a cicli di fecondazione 'gold standard', cioè di altissima qualità, possibili anche in Italia. Oltre ai costi economici e allo stress psicologico di chi cerca la gravidanza oltralpe, non sempre si ricevono cure di maggior successo''. Gli aspiranti genitori vanno principalmente in Svizzera, Belgio e Spagna, ma, a sorpresa, anche in Tunisia e Albania. ( ... )
LIBRI
Se il disagio si esprime nel corpo
Laura Dalla Ragione
La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi disturbi del comportamento alimentare
Il Pensiero Scientifico Editore, 2005
pp. 158, €16,00
Ordina su Ibs
Quello del comportamento dell'alimentazione è un disturbo "patoplastico", adattabile, flessibile ai decorsi storici. In altre parole l'attenzione esasperata all'immagine del corpo, da parte per esempio degli anoressici, il loro culto della magrezza, non è "la causa" della loro malattia ma piuttosto la forma attraverso cui un malessere profondo, grave, e strutturale si esprime e cerca di risolversi. In altre epoche le strade sarebbero state diverse, avrebbero portato a forme depressive o nevrotiche, a stati isterici o ansiosi, oggi invece che l'immagine della donna è al centro di messaggi pressanti e a volte contraddittori, il disagio si esprime nel corpo. "Anoressia e bulimia appaiono legate a valori e conflitti specifici della cultura occidentale, connessi in particolare alla costruzione dell'identità femminile e al ruolo familiare e sociale della donna", scrive Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile di "Palazzo Francisci" a Todi, l'unica struttura pubblica sul territorio italiano che accoglie questo tipo di pazienti, nel libro in cui descrive la sua esperienza.
Ad aumentare la difficoltà di chi è chiamato a intervenire c'è la comparsa sempre più frequente di disturbi mutanti, come dei virus, di forme di disordini alimentari difficilmente inquadrabili all'interno di una definizione. Tanto che l'ultima versione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali riporta una nuova categoria, quella dei "disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati". Tra anoressia e bulimia quindi si distendono tutta una serie di manifestazioni divise solo da una soglia quantitativa lungo una scala di severità clinica. Il caso da manuale è sempre più una rarità, e le forme ibride allungano le liste di attesa nei centri specialistici.
Palazzo Francisci rappresenta quindi una particolarità, che presto verrà "copiata" anche in Basilicata. Forte, infatti, è il bisogno di residenze del genere: dal momento dell'apertura nel maggio 2003 sono state ricoverate 230 persone, di cui la metà provenienti dall'Umbria, mentre l'altra metà da tutta Italia, in prima battuta da Toscana, Lazio, Marche, dove sono presenti strutture ambulatoriali ma sono assenti strutture residenziali di cura. Il bacino di utenza si è poi allargato al Sud dell'Italia, particolarmente Sicilia e Puglia, dove i pazienti non possono fare affidamento neanche su un ambulatorio dedicati e la situazione si può definire davvero drammatica.
Il modello di cura della Residenza umbra, ben spiegato nelle pagine del libro, è complessivo: garantisce un lavoro di tipo psicoterapico, un attento monitoraggio nutrizionale, e un lavoro con la famiglia della paziente, tanto più necessario quanto più la paziente è giovane. Sull'efficacia terapeutica tutti gli studi più recenti concordano con la maggiore capacità di cura di un trattamento combinato psicologico, nutrizionale, familiare, di un attacco congiunto e sistematico alla patologia, che aggredisca ed eroda su più fronti i fondamenti del disturbo. Nessuno spazio invece per psicofarmaci, sia per motivi etici - la maggioranza delle ospiti è minorenne - sia perché sono deboli secondo i professionisti di Palazzo Francisci le prove di un effettivo vantaggio terapeutico.
Prima che di una terapia le bambine, ragazze, giovani donne descritte in questa pagine sono in cerca di un'identità e di un luogo a cui appartenere. Un luogo che a Todi riescono a costruire e ad amare.
Letizia Gabaglio
Repubblica.it, 03.12.05
Sempre più psichiatri per chi non riesce a staccarsi dalla rete
"E' un problema grave come quello della droga o dell'alcol"
Depresso, solo e abbracciato al pc l'identikit dell'internet-dipendente
Su 189 milioni di utenti americani i "malati" sarebbero
tra il 6 e il 9% Ma non tutti gli esperti sono d'accordo
ROMA - Hanno difficoltà a relazionarsi, provano un forte senso d'attaccamento al computer, mentono su quante ore passano online, spesso sono sovrappeso. E ancora: in alcuni casi sono depressi o ansiosi, hanno frequenti dolori alla schiena e non coltivano hobby e interessi al di fuori della rete. E' questo l'identikit, forse impietoso, dell'internet-dipendente tracciato una corrente di psichiatri americani. Quella che sostiene il costante aumento di questa nuova patologia mentale il cui nome completo è "Internet addiction disorder".
Uno dei medici specializzati in questo tipo di cure, il dottor Cash di Redmond (la città sede di Microsoft), sostiene che gli internet-addicted americani sono tra il 6 e il 9% del totale dei 189 milioni di utenti, e che questa forma di dipendenza non è assolutamente da sottovalutare. Anzi, è grave quanto quella da droga e alcol. Non a caso molti dei metodi utilizzati per combattere questa patologia, come le terapie di gruppo, sono simili a quelli utilizzati per curare gli altri tipi di dipendenza.
Ma accanto a questi allarmi c'è il forte scetticismo nel mondo accademico. La maggioranza degli psichaitri, infatti, non non ritiene assolutamente grave questa patologia poiché non ha ripercussioni nel mondo reale. A questi il dottor Cash risponde argomentando che dall'internet-dipendenza discendono altre forme di ossessioni compulsive, come quella per la pornografia o il gioco d'azzardo online. E che hanno, queste sì, conseguenze da non sottovalutare sul piano familiare.
Sempre secondo gli psichiatri convinti dell'esistenza di questa 'malattia' da rete, i pericoli non vengono solo dal computer. Ci sono anche i nuovi gadget tecnologici come BlackBerry, smartphone e palmari di nuova generazione, visto che allargano le condizioni di questa dipendenza anche alla connessione in rete in mobilità. Per questo il dottor Zehr, del Proctor Hospital di Peoria, afferma: "Non credo proprio che il trend di questo nuovo tipo di dipendenza si fermerà, anzi penso proprio che sarà sempre più marcato".
Le tesi degli psichiatri però non si fermano qui: molti sostengono che anche tecnologie come i telefoni cellulari, gli sms e i programmi di instant messaging provochino dipendenza e possano avere conseguenze negative nella vita di chi ne abusa, specialmente se ragazzi. E portare - anche qui - a forti deficit di attenzione e a difficoltà di socializzazio
Repubblica.it, 30.11.05
Psicologi britannici dimostrano con una ricerca su 425 soggetti
che le persone creative hanno una più intensa vita sessuale
E' l'artista il vero Don Giovanni
L'arma segreta è la creatività
ROMA - Essere artisti dalla spiccata creatività può significare avere un numero doppio di partner sessuali. Quello che in molti avevano intuito leggendo le biografie di celebri poeti e pittori, ora secondo un gruppo di psicologi dell'università inglese di Newcastle è anche una verità scientifica. I ricercatori hanno preso in esame in particolare la vita sentimentale di Pablo Picasso, Lord Byron and Dylan Thomas, giungendo alla conclusione che le loro capacità artistiche agivano sulle donne come un magnete sessuale.
Per realizzare il loro studio gli piscologi Daniel Nettle e Helen Clegg hanno intervistato 452 cittadini britannici di entrambi i sessi, compresi artisti professionisti, poeti e pazienti affetti da schizofrenia, facendo domande sulla loro attività creativa, sulla loro attività sessuale e la loro salute mentale. Alla fine sono giunti alla conclusione, pubblicata sulla rivista The Proceedings of the Royal Society, che artisti e poeti hanno mediamente dai 4 ai 10 partner sessuali, contro i tre delle persone "comuni". Risultato che vale tanto per gli uomini quanto per le donne.
"E' possibile - ha commentato il dottor Nettle - che le persone molto creative conducendo una vita in stile bohemian, agiscano maggiormente sulla base di impulsi sessuali, spesso semplicemente per arricchire il loro campo di esperienze". Un tipo di condotta di vita che secondo Nettle è ben esemplificato da tre artisti come Picasso, Byron e Thomas "famosi per la loro pittura o la loro poesia, ma anche per il fascino che esercitavano sulle donne".
Quali i motivi di tanto successo? Gli psicologi si spingono in varie interpretazioni dei risultati. In primis, arte è un po' follia e questo è un connubio che affascina circondando l'individuo di un'aureola di mistero che diventa il suo asso nella manica, magari supplendo a qualche carenza nell'aspetto fisico. L'artista eccentrico è proiettato al centro dell'attenzione e spicca anche se non ha il corpo scolpito.
D'altra parte però, questa maggiore facilità di rapporti potrebbe semplicemente essere parte di un copione o di stile di vita: il creativo è lontano dagli schemi usuali che di solito sono legati al rapporto di coppia, frequenta ambienti più libertini e quindi ha semplicemente maggiori possibilità di incontri. Inoltre può essere anche meramente più incline a trasmettere questa immagine di sé, cioè a tener vivo lo stereotipo. Viceversa un individuo "medio" tende a non osannare le "scappatelle" perché da lui ci si aspetta maggiore serietà e fedeltà col partner.
E gli psicologi azzardano anche una ragione evoluzionistica del fatto che menti al limite tra salute e follia, o anche personalità tendenzialmente schizofreniche non siano state falcidiate dall'accetta della selezione naturale del più "sano": la loro verve e, quindi, il loro successo sessuale gli avrebbero garantito di perpetuare le basi del disturbo psichico.
L'Unità online e MicroMega, 03.12.05
A chi appartiene la tua vita?
di Paolo Flores D'Arcais
A chi appartiene la tua vita? La stessa formulazione grammaticale e sintattica tradisce l'assurdità della domanda. Per essere tua, la tua vita non può appartenere che a te. Se appartiene ad altri non è più tua, e tu sei semplicemente lo schiavo di colui, o coloro, cui la 'tua' vita appartiene. La risposta alla domanda 'a chi appartiene la tua vita?' non può essere, dunque, che ovvia e scontata. Nella lingua italiana, una domanda la cui risposta è scontata si definisce domanda retorica.
Eppure, dare nei fatti la risposta ovvia e scontata a questa domanda retorica può costare, in Italia, fino a quindici anni di carcere. Tale è la pena massima prevista per il reato di assistenza al suicidio. Se io, tu, lui, lei, vogliono decidere sulla propria vita, e considerandola ormai non più esistenza ma tortura, mero bios di sofferenza inenarrabile, decidono di porvi fine, e in questa decisione chiedono l'aiuto della persona più cara (solo un amore davvero grande sa dare un tale tragico aiuto, sa rispettare fino all'estremo l'autonomia della persona amata, sa sacrificare il proprio egoismo, che spinge a tenere la persona amata comunque in 'vita', anche contro la sua volontà), questa persona dovrà scegliere: o condannare la persona amata al prolungamento della tortura cui la sua 'vita' è ridotta (e se sia insopportabile tortura o meno, solo chi vive la propria sofferenza ha titolo per pronunciarsi) o spingere il proprio amore fino a fornire l'aiuto richiesto. E - in aggiunta al dolore della perdita più cara - rischiare quindici anni di carcere.
Il nostro civilissimo mondo, insomma, non prende affatto sul serio (a parte la veramente civile Olanda) che la tua vita appartiene a te (appartiene: non uso il congiuntivo pour cause), presupposto di ogni tua altra libertà. Nel nostro civilissimo mondo la tua vita appartiene allo Stato e alla Chiesa. Cioè ad altri uomini come te, mortali e fallibili come te, e che mai accetterebbero che sulla loro vita decidessi tu, ma che sulla tua vita si arrogano la sovranità ultima e suprema. Per il 'tuo' bene, ça va sans dire, cioè per il loro bisogno (il loro 'bene'!) di imporre la loro ideologia anche a te che la rifiuti, e riguardo a ciò che ti è esistenzialmente (cioè essenzialmente) più proprio.
Questa pretesa, un tempo, si chiamava totalitarismo. Non ha nessun senso, infatti, replicare che la vita non appartiene a chi la vive ma è un dono di Dio. A parte la circostanza che un dono che non si può rifiutare non è più un dono ma una condanna (una 'condanna a vita' è non a caso l'espressione che si usa per l'ergastolo, non per la democratica 'ricerca della felicità' che la Costituzione americana mette tra i diritti umani imprescrittibili). Se la tua vita non appartiene a te, infatti, appartiene inevitabilmente a qualcun altro, in carne e ossa come te, mortale e fallibile come te. E prepotente su di te.
Cosa significa, infatti, che la vita non appartiene a chi la vive ma appartiene a Dio? A quale Dio? Al Dio di chi lo invoca per decidere sulla tua vita, evidentemente. Ma il suo Dio può non essere il tuo Dio. E il tuo e il suo possano essere lo stesso Dio, ma l'interpretazione della sua parola può essere agli antipodi tra voi che pure lo invocate entrambi (a proposito di suicidio assistito è quanto accade tra cristiani valdesi e cristiani della gerarchia cattolica). Oppure il suo Dio è per te solo flatus vocis, creazione cangiante delle culture umane, poiché il tuo umanesimo radicale non contempla Dio come creatore e la sua parola (sempre pronunciata da un uomo, mortale e fallibile come te, sia esso Profeta o Pontefice) come legge. E in una democrazia il credente e il non credente e il diversamente credente hanno gli stessi diritti.
Ma il primo dei diritti, anzi il meta-diritto che rende possibile qualsiasi altro diritto, è il diritto alla vita, alla propria vita, non alla 'ideologia della vita' di qualcuno. Se in nome di una ideologia 'altruistica' qualcuno volesse porre fine alle tue sofferenze, grideresti giustamente all'orrore: la tua vita appartiene a te (o al Dio che tu hai scelto, il che è equivalente). Eppure, in nome della tua ideologia, vuoi imporre la tortura a chi invece non vuole subirla perché non la considera più 'vita'. Vuoi dunque espropriarlo della sua vita, e della decisione ultima e più propria.
Eppure a scuola leggiamo classici dove farsi uccidere (da uno schiavo, o da un amico) è sublime eroismo, eppure al cinema impariamo che lasciare il commilitone atrocemente ferito e impossibilitato alla fuga, anziché esaudire la sua invocazione al colpo di grazia, sarebbe atroce sadismo, e sadismo sarebbe non equipaggiare di pasticca al cianuro l'agente paracadutato oltre le linee, che rischia, con la cattura, la tortura. Eppure, nessuno ha voluto condannare la decisione dei medici di un ospedale di New Orleans di sopprimere con la morfina malati terminali che sarebbero stati abbandonati (e anzi nessuno ha voluto più parlare dell'episodio, e meno che mai perseguire i medici).
Perché in realtà siamo tutti perfettamente consapevoli che se non si può invocare la sovrana volontà di Dio (e non si può, se non in una teocrazia totalitaria) non resta più un solo argomento per sanzionare penalmente il suicidio assistito, cioè la decisione di chi non vuole più scegliere la tortura anziché la morte. Di questo su MicroMega abbiamo scritto da tempo (sul numero 2/97, e 1/99, e infine - in dialogo con il cardinal Tettamanzi - sul numero 1/2001). Ogni cittadino che scelga il primato dell'uomo in carne ed ossa contro le sopraffazioni totalitarie dell'ideologia (teocratica o meno) deve dunque ringraziare il professor Veronesi, che con il suo libro sull'eutanasia, cioè contro la tortura di Stato e di Chiesa, costringe l'omertà del pensiero unico a venire allo scoperto. Il suo è un libro dalla parte della vita, poiché è purtroppo parte della vita la possibilità di una condanna a morte non preceduta da reato alcuno, e accompagnata da tortura insopportabile. E sarà difficile accusare il clinico italiano forse più famoso nel mondo (e famoso per aver salvato infinite vite) di voler replicare gli orrori nazisti (si è sentita anche questa, e senza vergogna), di voler diffondere una cultura omicida, o anche solo di voler banalizzare la morte.
[Il presente articolo di Paolo Flores d’Arcais apre il numero in uscita di MicroMega]
Liberazione, 03.12.05
Proposta ai Ds: scambiate Turco con Prestigiacomo (e Pininfarina con un metalmeccanico...)
Stefania Prestigiacomo, ministra ed esponente di spicco di Forza Italia, ha proposto, in una intervista a “Repubblica”, di distribuire gratuitamente i preservativi. E’ una buona idea, sia per combattere l’Aids, sia contro le gravidanze non volute. Con queste dichiarazioni, però, la ministra Prestigiacomo ha fatto infuriare le gerarchie ecclesiastiche. Perché il Vaticano - da sempre, e per motivi misteriosi - è contrario, fermamente contrario all’uso del preservativo. E se ne infischia un po’ del fatto che il mancato uso del preservativo aiuti in modo robusto la diffusione dell’Aids tra milioni di donne, uomini e bambini, in Africa e in America latina, e sospinga anche, in modo altrettanto robusto, l’aumento incontrollato della popolazione nei paesi poveri, e quindi l’aumento della carestia, della fame, della sete, della morte. Livia Turco, ex ministra, esponente di spicco dei Ds, ha proposto invece un assegno che premi la gravidanza e induca ad evitare l’abor- to. Badate bene, l’assegno dura solo finché la donna è incinta, poi, quando nasce il bambino - e il rischio di aborto è evitato - l’assegno scompare: il bambino si arrangi. Cantava De Andrè: “Poi la voglia sparisce e il figlio rimane, e tanti ne uccide la fame... ”. La proposta di Livia Turco non ha fatto arrabbiare per niente il Vaticano, che anzi ne è entusiasta. Al Vaticano pare che sia un’ottima idea ricattare le donne, con un po’ di soldi, perché siano fedeli alla dottrina cattolica e rinuncino ad abortire. L’idea di Livia Turco è anche molto piaciuta al ministro Francesco Storace. Logico che gli sia piaciuta: Storace è un feroce anti - abortista. Storace è di destra, come Stefania Prestigiacomo. Stefania Prestigiacomo ha detto che l’aborto non si tocca. Lo hanno detto anche molte deputate diessine (come Gloria Buffo, Katia Zanotti, Grazia Labate) che si sono mostrate un po’ sgomente per l’idea della loro compagna di partito Livia Turco. Ora a noi viene una idea. Per evitare che la politica italiana sia così confusa, e che si accendano lotte fratricide nei partiti, e che la gente vada alle urne per votare contro i preti e si trovi ad eleggere un deputato/ a “ruinista”, o viceversa che vada a votare con spirito clerico-fascista (come si diceva una volta) e finisca per fare eleggere Prestigiacomo, per evitare tutto questo noi proponiamo una semplice misura: lo scambio. I Ds potrebbero cedere Livia Turco in cambio di Prestigiacomo. Alla pari, senza conguagli. Poi si potrebbero fare moltissimi altri scambi (evitiamo l’elenco, sennò si arrabbia troppa gente con noi: Livia ormai è già arrabbiata, perché da un mese l’attacchiamo un giorno si e uno no, e quindi è meglio prendersela solo con lei...). Però, alla fine degli scambi le cose sarebbero più chiare, in tanti campi. Magari anche in campo economico. Per esempio si potrebbe evitare la figuraccia di trovarsi Pininfarina, Confindustria, che parla contro i metalmeccanici alla conferenza dei ds proprio nel giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici.
Liberazione, 03.12.05
Ruini, versione soft. Darwin si salva
di Fulvio Fania
Don Camillo cambia marcia, non direzione. Ieri il cardinale Ruini ha introdotto il VII Forum del “Progetto culturale” della Cei. I cardini del suo discorso restano immutati ma ci si prepara ad una lunga marcia. Il ragionamento di fondo è ormai noto. Secondo il cardinale Ruini, «l’anima cattolica» dell’Italia è emersa più forte di quanto si pensasse nella grande emozione per la morte di Wojtyla e nell’astensione al referendum. La Chiesa, osserva ancora il porporato, ha incontrato una parte dei laici, i vari Pera o Ferrara, ma nel frattempo si è «aperta una non desiderabile fase di tensione» con tutta un’altra parte. Il conflitto Stato-Chiesa, più che «il contenzioso classico» - come il Concordato - riguarda il concetto stesso di laicità e ciò dipenderebbe dal fatto che «stanno emergendo in maniera prepotente le questioni della soggettività personale». Si propone in termini nuovi il tema dell’etica pubblica. Una volta la morale civile e quella cristiana coincidevano largamente, perciò si poteva fare “come se Dio non esistesse”, oggi invece la coincidenza è saltata e la religione non può essere separata dalla vita pubblica. Ha dunque ragione Ratzinger a chiedere alle democrazie di regolarsi “come se Dio esistesse” per tutti. Nella descrizione di Ruini da un lato ci sono fautori del «criterio relativistico», dall’altro quelli di «un’etica d’ispirazione cristiana o di altra matrice religiosa». Ad una razionalità scientifica che pretende di trasformarsi in concezione antropologica ed esclude «le questioni del bene e del male» si contrappone l’incalzante riemergere di grandi interrogativi sull’uomo e sulla vita. A parte la discutibile equazione tra ispirazione cristiana e umanesimo in generale, ciò che conta è la previsione di Ruini: questo conflitto «si protrarrà assai a lungo» e troverà sempre nuovi argomenti di scontro. Ne sappiamo già qualcosa e certo la Cei ci ha messo del suo. Ma ecco che il cardinale fa il buono: «Superiamo a livello pratico - questa è la sua “proposta” - la contrapposizione tra sostenitori e avversari dell’approccio relativistico», prepariamoci «tutti» a rispettare gli esiti democratici del confronto senza «accusarci reciprocamente di oltranzismo antidemocratico». Pronti ad andare in minoranza, benché il termine sia stato bandito dal glossario Cei fin dal giorno in cui lo stesso Ruini si lasciò scappare che il cattolicesimo è ormai minoritario. L’importante per la Chiesa – lascia intendere il cardinale - è che l’etica religiosa penetri e si stabilisca nel campo delle scelte pubbliche. Il resto verrà da sé. Ammesso e non concesso - ma questo pensiero è nostro – che quanti vi si oppongono accettino di essere bollati come relativisti incalliti. Il Ruini del “Forum” vola alto sopra la contingenza politica. E’ solito comportarsi così: quando parla ai Consigli Cei passa in rassegna l’agenda parlamentare e appone un calcolato aggettivo su ogni aspetto; quando invece introduce i convegni pensa alla strategia più che alla tattica, come si direbbe in un linguaggio che appartiene a Peppone più che a Camillo. Stavolta però il presidente dei vescovi aveva qualche altro motivo per mantenersi su altri livelli. Il primo è appunto la lunga marcia che la Chiesa di Ratzinger ha intrapreso. Non c’è più la figura “pastorale” di Wojtyla, ora la battaglia per la “Verità” si combatte sul piano delle visioni antropologiche e dell’etica pubblica. Seconda ragione: i vescovi - lo ha riconosciuto il segretario Cei Giuseppe Betori - cominciano a temere una sovraesposizione politica. Molti cattolici se ne lamentano e di questo passo si finisce a parlar di otto per mille e Concordato. Bisogna moltiplicare le voci fuori dal clero. Non è bastato mobilitare i movimenti cattolici nel comitato anti-referendario per ridare fiato al laicato. Il direttore di “Avvenire” Dino Boffo, non sospettabile di contraddire il cardinale, ha detto ieri che i cattolici hanno praticato poco il «discernimento» con laicità e che non devono esserci solo le prolusioni del cardinale. Terza ragione: il rapporto con la scienza, che per Ruini sarà la protagonista del futuro insieme alla fede. Molte pagine della sua relazione sono dedicate all’evoluzionismo. Non la pensa come i creazionisti e i teo-con americani, nemmeno evidentemente come il cardinale Schönborn. Ricorda infatti che Giovanni Paolo II riconobbe all’evoluzionismo il rango di «teoria», non «mera ipotesi». «Non è certo il caso - afferma - di fare passi indietro». Piuttosto - prosegue - bisogna stare attenti all’ateismo che fa dell’evoluzione una filosofia e con ciò nega un’Intelligenza creatrice. Ma cade nello stesso «sconfinamento» anche chi attribuire alla ricerca scientifica l’obiettivo opposto. Ora che si tratta di fecondazione, di clonazione e di cento altre questioni bioetiche forse è inopportuno lasciare aperti troppi fronti con la scienza; meglio chiuderne qualcuno.
Liberazione, 03.12.05
«Distribuiamo preservativi gratis», propone la ministra. E Storace: «Ma che dice? Meglio i vaccini»
Aborto, il dibattito si fa trasversale. Storace contro Prestigiacomo. E Bondi appoggia Bindi
di Castalda Musacchio
Certo il discorso è più complesso». E’ Tiziana Valpiana (deputata Prc) a inserirsi nell’ultima polemica aperta sul fronte abortista. Ad averla sollevata ieri con una specie di provocazione è niente di meno che il ministro per le pari opportunità Stefania Prestigiacomo (Lega). Sì, proprio lei, la “ministra” delle quote rosa. «Molte donne lo fanno per ragioni di salute, moltissime sono immigrate. E poi ci sono le giovanissime che conducono una vita sessuale da adulte senza conoscere la contraccezione. Anche perché‚ di questi tempi non si parla più di preservativi, ad esempio. Farei una campagna dandoli gratuitamente». E’ proprio così, con un’intervista rilasciata a “Repubblica”, che il ministro leghista ha aperto all’ultimo infuocato dibattito su un tema quanto mai dirimente, l’aborto e la 194, al centro dell’attuale polemica politica. Una polemica che di fatto è diventata assolutamente trasversale all’interno degli opposti schieramenti. Non è un caso che se da un lato sono le dichiarazioni di Livia Turco che a spron battuto torna a difendere l’emendamento “evita aborto” a trovare guarda caso sostegno nella maggioranza, sono quelle della Prestigiacomo a tirarsi addosso l’ira funesta del centrodestra. Certo i “distinguo” sono d’obbligo. Eppure al termine di una giornata convul- sa il dibattito ha assunto toni quanto meno fuorvianti. Come non prescindere del resto da questa annotazione? Che dire di Storace e di Volonté o dello stesso La Loggia che vorrebbero quanto meno mettere il bavaglio a questa donna che a dire poco straparla? «Io? I soldi dello Stato - tuona Storace - vorrei spenderli in vaccini, che è la cosa più importante, altro che preservativi...». E Volonté, il presidente dei deputati Udc, dal canto suo non ci va giù meno duro. «La proposta di Prestigiacomo? Non ha alcun fondamento. Sarebbe ora di finirla con queste ”boutade“ ». Al contrario dal ministro Volonté si attende «una forte campagna mediatica sul “parto in anonimato”. Gli italiani sanno bene dove lasciare un cucciolo di cane, meno, molto meno conoscono la norma sui neonati lasciati in ospedale. Tutti temi e impegni sui quali una parola e un impegno anche di Rutelli sarebbe auspicabile». E La Loggia? Il collega di partito del ministro non è da meno. Il suo commento è lapidario sintetico e ”oscurantista“ quanto basta. «La mia posizione rimane quella espressa da tempo, vale a dire quella della Cei che punta sul lavoro di prevenzione» il che vuol dire se non si fosse capito «evitare rapporti a rischio fuori dal luogo naturale della coppia ». Alla fine, l’unico animo laico del centrodestra pare proprio essere Giorgio La Malfa, il ministro per le politiche comunitarie che nonostante un cauto «non sono esperto della materia» alla fine dice «a me sembra una buona idea». «Il discorso francamente - nota Valpiana (Prc) - personalmente mi sembra più complesso. L’educazione sessuale è un diritto che va tutelato come il resto della salute. E ne fa parte l’educazione nelle scuole, la politica nei consultori e quindi il loro rifinanziamento, così come è vero e sacrosanto che la prevenzione dovrebbe essere gratuita perché tutela una diritto basilare. Insomma - sottolinea – preservativi gratis va bene ma non si può dimenticare di inserirli all’interno di una reale programmazione politica». Sul fronte opposto, guarda caso, alla Turco che «chiede rispetto da parte del quotidiano “Liberazione”» e alla Bindi vanno niente di meno che gli applausi del forzista Bondi. «La proposta di Livia Turco e Rosy Bindi - afferma il coordinatore “azzurro” – va guardata con favore e interesse ». Così come la stessa piace ad An che promuove il cosiddetto “bonus maternità” dei Ds e della Margherita. «An - dice il ministro – dà una valutazione positiva del “bonus maternità” dell’opposizione perché si tratta di un rafforzativo della politica cominciata dalla maggioranza». La stessa che affila le armi ed è pronta a sostenere a spadatratta l’indagine conoscitiva sulla legge 194 voluta fortemente dai centristi contro il parere delle opposizioni. Ad essere pronta è già una lista informale delle audizioni per l’indagine. Ad essere ascoltati per primi saranno - e come non poteva essere altrimenti - i rappresentanti del movimento per la vita, del forum delle famiglie e dell’Aied, oltre che il ministro della Salute e le regioni. «Il tempo è poco - dice Francesca Martini, membro della Lega in commissione - e bisogna ottimizzarlo ». Anche se resta tutta l’assurdità oltre che dal punto di vista politico e ideologico di un’indagine da fare in poco meno di tre settimane e al termine di legislatura. Dal canto suo Cesa, il paladino centrista che attendeva il via libera all’indagine da parte di Rutelli proprio ieri ha ricevuto dal leader Dl una risposta negativa. Una risposta – non ha mancato di replicare il segretario Udc - a dir poco deludente. Sta di fatto che il dibattito ha assunto toni da vera crociata. E ad accorgersene è stato infine il presidente Casini che al decimo congresso del movimento cristiano dei lavoratori ha rilanciato una ferma opposizione «a guerre di religione sulle spalle delle donne». Ogni strumentalizzazione - ha ribadito Casini - è assolutamente inaccettabile ma sta di fatto che nei consultori preferirebbe mettere a sorveglianza i paladini del movimento per la vita. Naturalmente sulla vicenda non poteva alla fine che intervenire anche il presidente del Senato Marcello Pera. «Preservativi gratis? - commenta - non so ma è giusto il richiamo del papa sui diritti della persona». «La 194 - è infine il commento del segretario di Rifondazione - è una delle leggi testimoni della civiltà del Paese. Le donne testimoniano con un’esperienza straordinaria e anche difficile la bontà di questa legge e il lavoro che viene fatto nei consultori, chiunque lo conosca, e sarebbe dovere di tutti i politici conoscerlo, fa che si tratta di un lavoro degno di encomio». Ma - conclude - «qualunque altra cosa è solo un attacco a questa legge di civiltà e va respinto con determinazione».
Liberazione, 03.12.05
Vendola intitola l’aeroporto a Karol Wojtyla
Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola ha deciso di dedicare l’aeroporto di Bari a Papa Wojtyla. Il segretario del pontefice polacco ha espresso viva soddisfazione: «In Polonia abbiamo dedicato l’aeroporto di Cracovia al “nostro” Papa. Dedicare ora anche l’aeroporto di Bari a Giovanni Paolo II è una cosa molto positiva: una dimostrazione del profondo affetto che l’Italia nutre per un Papa che per questa terra ha dato tanto». Il segretario di Papa Wojtyla saluta con soddisfazione la decisione del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola di intitolare l’aeroporto di Bari a Giovanni Paolo II. E ricorda che al Pontefice scomparso il Sindaco di Roma Walter Veltroni avrebbe voluto dedicare la stazione Termini. Una proposta appoggiata all’unanimità dal Consiglio Comunale ma che poi si è arenata. L’aeroporto pugliese invece cambierà ufficialmente nome il 5 dicembre.
AprileOnLine, 03.12.05
"Una preghiera per tutti"
A Montescaglioso (MT) un preside impone il frate cappuccino in classe. Un salto indietro nel tempo contro il progresso e la laicità della scuola pubblica
Leo Palmisano
La ricaduta del dibattito nazionale sull’ingerenza della chiesa cattolica nell’amministrazione quotidiana dello Stato, in tutte le sue manifestazioni materiali e spirituali, sembra cominciare a diffondersi capillarmente sul territorio italiano, a partire dalla scuola dell’obbligo, cioè dalla prima agenzia educativa formalizzata.
È del 18 ottobre una circolare interna alla scuola media statale Salinari di Montescaglioso, in provincia di Matera, che impone a tutti i docenti, segnatamente a quelli di lettere, l’intervento in classe di un cappuccino, tale Padre Flaviano, per “discutere con i ragazzi i valori fondanti della vita”.
In una discutibile premessa alla circolare di otto punti, snocciolando una overdose di senso comune di chiara ispirazione cattolica e nazional popolare, il dirigente scolastico – il ‘preside’ -, Nunzio Nicola Pietromatera, esibisce il suo fermo proponimento a chiamare ogni studente a “motivare il senso della propria vita […] sui valori dell’uomo inteso come persona che interagisce con gli altri”. E come lo fa? Richiamando tutto il collegio docenti a prendere atto della sua ferma volontà: il prete in classe e la preghiera a inizio mattinata “come spinta per avviare la giornata con i migliori auspici”. Già, il cappuccino e la preghiera. Sembrerebbe un’accoppiata sacro-profana, se quel cappuccino fosse, però, non un frate ma una bevanda da bar!
E come se ciò non bastasse, nella stessa circolare il preside, annullando i diritti dell’altro, del non cattolico, concede a chi professa un credo ‘diverso’ di “espletare il proprio dovere con le loro preghiere”. Dove l’assurdo? In tre punti: nell’imporre la preghiera a tutti, senza eccezione, dimenticando che non tutte le fedi pretendono di addolcire la giornata con delle orazioni mattutine; nell’istituire la preghiera come un ‘dovere’, quasi fosse un esercizio utile all’apprendimento come recitare il Cinque Maggio; infine, fatto forse ancora più grave, nel calpestare il diritto al dissenso, al dubbio, al pensiero critico e/o ateo.
Evidentemente, siamo di fronte a una palese violazione della laicità dell’insegnamento pubblico come principio sul quale incardinare la programmazione didattica e l’offerta formativa, non fosse altro per la severità con cui viene imposto dall’alto un provvedimento all’intera scuola, adottando una metodologia clerico-fascista che fa fare un salto indietro di oltre sessanta anni alla scuola pubblica italiana.
Queste sono le premesse con cui si annuncia il nuovo clericalismo di matrice liberale, frutto di un sodalizio politico tra il reazionario Ratzinger e il potere politico. Viene da chiedersi perché non si sia già provveduto a sconfessare questo preside con le armi della Costituzione, di quella carta dei diritti e dei doveri degli italiani che eguaglia tutti i cittadini davanti allo stato e mai davanti a dio, che li sottopone a un rigido rispetto dell’altro nelle sue manifestazioni di civiltà e di progresso. Se questo preside ritiene la ‘lezione’ di un frate cappuccino più utile di quella di un docente di lettere, opera una mistificazione del suo ruolo e snatura quello dell’intera istituzione scolastica. È inammissibile che gli si conceda l’agio di interferire con la programmazione dei suoi docenti e di interrompere il fluire del progresso di un paese verso l’accoglienza, l’integrazione e, soprattutto, verso il rispetto dei valori laici dello stato. Valori per altro condivisi dai padri costituenti, che certamente non erano tutti atei o anti-clericali.
Pertanto, alla luce di questo episodio indecente, intollerante e intollerabile c’è da chiedersi se non sia il caso di rimettere in discussione l’intero impianto dell’autonomia scolastica.
Corriere della Sera, 03.12.2005
«Si facilita l'eliminazione dell'embrione senza guardare a limiti morali»
Il papa: «La scienza non minacci l'umanità»
Benedetto XVI interviene su Pacs e aborto: «Salvaguardare i valori di matrimonio e famiglia. No all'uso arbitrario del progresso»
CITTA' DEL VATICANO - «Tutti gli uomini di buona volontà si devono impegnare per salvare e promuovere i valori e le necessità dela famiglia». È l'appello di Benedetto XVI fatto oggi nel discorso al presidente delle commissioni episcopali per la famiglia e la vita dell'America Latina. In particolare, il papa ha chiesto ai vescovi di impegnarsi nella «salvaguardia dei valori fondamentali del matrimonio e della famiglia, minacciati dal fenomeno della secolarizzazione» e che invece sono come «istituzioni naturali» un «patrimonio dell'umanità».
«In America Latina, come in tutte le altre parti del mondo, i bambini hanno il diritto di nascere e crescere nel seno di una famiglia fondata sul matrimonio, dove i padri siano i primi educatori dei figli e questi possano raggiungere la loro piena maturità umana e spirituale». Figli che, secondo Benedetto XVI, sono «la maggiore ricchezze e il bene più prezioso della famiglia».
Nell'ambito della vita, ha detto il papa, stanno nascendo nuove impostazioni che mettono a rischio «questo diritto fondamentale». Facile leggere un riferimento ai pacs, i patti civili di solidarietà che permetterebbero di ufficializzare le unioni di fatto, anche quelle omosessuali. Ma le parole di Ratzinger hanno affrontato anche il tema della vita e dell'aborto. «Come conseguenza - ha detto nel discorso in spagnolo - si facilità l'eliminazione dell'embrione o il suo uso arbitrario sugli altari del progresso della scienza che, non riconoscendo i suoi limiti e non accettando tutti i principi morali che consentono di salvaguardare la dignità della persona, si converte in una minaccia per lo stesso essere umano, ridotto ad oggetto o mero strumento».
Corriere della Sera, 03.12.2005
Prolusione all'incontro del Progetto Culturale della Cei
Ruini apre ai laici: «Dialoghiamo»
Il presidente dei vescovi: «Mi auguro che le due visioni non si contrappongano sistematicamente»
ROMA - Affidarsi al «libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli». È la «proposta» fatta dal cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, per «superare, a livello pratico» le contrapposizioni tra «laici» e «credentì».
Parlando in apertura dell'incontro del Progetto culturale della Cei, dedicato al «cattolicesimo italiano e futuro del paese», Ruini ha detto che «fortunatamente e nella sostanza, avviene di fatto, «in un Paese democratico come il nostro» questo «confronto di idee», ma «è bene che tutti ne prendiamo più piena coscienza, per stemperare il clima di un confronto che prevedibilmente si protrarrà assai a lungo, arricchendosi di sempre nuovi argomenti».
«I fautori del relativismo - ha aggiunto il presidente dei vescovi italiani - continueranno a pensare che in certi casi siano stati violati i diritti di libertà», mentre i sostenitori di un approccio collegato all'essere dell'uomo continueranno a ritenere che in altri casi siano stati violati diritti fondati sulla natura, e perciò antecedenti ad ogni umana decisione, ma non vi sarà motivo di accusarsi reciprocamente di oltranzismo antidemocratico».
Ansa, 03.12.05
Usa: aperta una citta' del cervello
E' il piu' grande centro di neuroscienze del mondo
NEW YORK, 1 DIC- Aperta negli Usa dal Mit, l'ateneo dei cervelli del Massachusetts una citta' del cervello, il piu' grande centro di neuroscienze del mondo. Il nuovo centro e' da Guinness anche per gli standard dei laboratori di Mit. Sorge su 38 mila metri quadrati in uno degli incroci a piu' alto potenziale cerebrale del mondo. Crocevia di cervelli offre un potenziale interazione con al lavoro 500 scienziati, la maggior parte pionieri nel campo delle scienze del cervello gia' affiliati a Mit.
Il Manifesto, 03.12.05
Preservativi gratis, tutti contro Prestigiacomo
Per il ministro sarebbero un buon metodo per prevenire l'aborto ma per i «suoi» è solo una provocazione
Imbarazzo bipartisan sul condom La proposta del ministro per le Pari opportunità spiazza anche l'Unione. C'è chi preferisce tacere (Turco, Ds), chi si nasconde dietro la complessità dell'argomento (Bindi, Dl) e chi la stronca (Deiana, Prc).
LUCA FAZIO
La legge 194 non si tocca. Piuttosto, preservativi per tutte e per tutti. Gratis. Il ministro per le Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, naturalmente deve vedersela ancora una volta con i suoi colleghi maschi del centrodestra, eppure il suo ragionamento mette in imbarazzo anche la strana coppia Livia Turco e Rosi Bindi, che per non dispiacere troppo il cardinale Ruini ha proposto una specie di mancia per tutte le donne in gravidanza con un reddito non superiore a 25 mila euro annui (oggigiorno una cifra da ceto medio, ma anche questo i parlamentari non lo possono capire, tanto sono distanti dalla vita e dai portafogli dei cittadini). Invece Stefania Prestigiacomo, con molto buon senso, se non altro ha dimostrato di sapere che possono servire anche un euro e un preservativo per evitare una gravidanza indesiderata, e lo ha detto sapendo di scontentare il cardinale Ruini. «Non sono convinta - ha spiegato il ministro - che siano tante le donne che decidono di interrompere la gravidanza per motivi economici. E poi, ci sono le giovanissime che conducono una vita sessuale da adulte senza conoscere la contraccezione. Anche perché di questi tempi non si parla più di preservativi, ad esempio. Farei una campagna dandoli gratuitamente...». Apriti cielo. Quanto al bonus «evita aborto», come è stata battezzata la desolante proposta delle ex ministre dell'Ulivo, Prestigiacomo non ha nulla in contrario, «ma una politica a favore della maternità è fatta soprattutto di servizi efficienti, mi sono battuta perché ci fosse la deducibilità di una parte delle spese per gli asili nido, posto che questi ci siano». Si batte ma sempre da sola e con scarsi risultati, e nella parte sbagliata.
Detto questo, non è certo il caso di invidiare un ministro come Prestigiacomo, spiace però che nessuno nel centrosinistra, non fosse altro che per una mossa propagandistica, abbia pensato che se «i giovani» per fare l'amore con la testa devono spendere un euro alla volta magari avrebbe anche senso agitare l'argomento «preservativi gratis». I giovani? Eh già, troppo lontani dalla politica...E si capisce - ma è solo un esempio - da come l'hanno presa Rosi Bindi e Livia Turco; se per la prima, «il problema della sessualità responsabile nei giovani è un po' più complesso», per la seconda invece l'argomento deve essere troppo delicato: non commenta. Elettra Deiana (Prc), che giustamentamente punta su prevenzione e educazione - e ci mancherebbe - boccia però la proposta dicendo che «ridicolizza la questione». E questo perché, secondo l'ottimista Deiana, «le persone adulte e consapevoli sanno come evitare la gravidanza». Appunto, e gli altri? E così Prestigiacomo, dopo aver fatto arrossire la componente più pesante della politica al femminile dell'Unione, è stata abbandonata al tiro incrociato dei suoi uomini di governo.
Solo il ministro Giorgio La Malfa, che però «non me ne intendo», si è lasciato scappare che i preservativi gratis sono una buona idea. Il ministro della Salute Storace, ha fatto Storace: «I soldi dello stato si usino per i vaccini e non per i preservativi, può essere un consiglio ma non una politica». Tutti hanno bocciato la «provocazione» del ministro Prestigiacomo. E il «pensiero» della Casa delle Libertà sta tra il «non siamo mica in Africa» della leghista Francesca Martini e il ministro Enrico La Loggia che dice «la mia posizione è quella della Cei che punta sul lavoro di prevenzione, di evitare rapporti a rischio fuori dal luogo naturale della coppia». In mezzo sta Pera, il presidente del Senato, lui semina dubbi perché è filosofo e anche un po' fissato, «non so, dovremmo essere cauti perché in molti casi si stanno toccando i principi fondamentali della nostra tradizione cristiana».
L'idea di Prestigiacomo ha ricevuto il pieno sostegno di Chiara Moroni (Nuovo Psi) e di Luana Zanella (Verdi), la quale ha ricordato all'uomo Storace che in fondo è anche ministro della Salute: «Ma lo sa che l'uso dei preservativi è la maggiore forma di prevenzione contro la diffusione dell'Hiv? Le sue sono dichiarazioni ancora più gravi perché pronunciate appena dopo la giornata mondiale contro l'Aids».
Il Manifesto, 03.12.05
ABORTO- I presidenti delle camere in camera da letto
PERA ALLA CONQUISTA DI CIVILTÀ
A Lecce, al secondo convegno su laicità e libertà della fondazione Magna Carta, il presidente del senato Marcello Pera torna sull'aborto: «Non sono d'accordo con chi dice che l'aborto è una conquista di civiltà, perché la civiltà consiste nel tutelare la vita e non nell'autorizzare la morte. E non c'è donna che non testimoni che l'aborto è talvolta una necessità tragica perché, in ogni caso, rappresenta la soppressione di una vita. La civiltà è fare sì che chi si trova in quella condizione sia aiutata, in modo che quella tragica necessità venga eliminata o ridotta al minimo».
Il Manifesto, 03.12.05
CASINI CERCA VOLONTARI
«Bisogna evitare guerre di religione sulle spalle delle donne», dice il presidente della camera Pierferdinando Casini al congresso del Movimento dei lavoratori cristiani. «Le strumentalizzazioni sono inaccettabili, tutti i partiti sono d'accordo che non c'è nessuna alternativa alla 194. Però a volte le madri sono lasciate sole, per cui non si tratta di mettere le guardie svizzere nei consultori ma di trovare dei professionisti dell'accoglienza che aiutino a trovare la soluzione per tutelare la vita».
Il Manifesto, 03.12.05
RUINI BENEDICE E GUARDA OLTRE
«Il confronto tra laici e credenti si protrarrà assai a lungo e si arricchirà di sempre nuovi argomenti, è bene che tutti ne prendiamo più piena coscienza» Il cardinal Camillo Ruini apre così l'incontro sul progetto culturale della Cei dedicato al «cattolicesimo italiano e al futuro del paese». «La proposta per superare le contrapposizioni - dice - è affidarsi al libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli. Ma il grande compito che sta davanti ai cristiani laici è di rendere Dio credibile in questo mondo, proponendo ai laici di vivere `come se Dio ci fosse'».
Associazione Culturale Amore e Psiche
supplemento di "segnalazioni" -
spogli di articoli apparsi sulla stampa e sul web
martedì 13 dicembre 2005
articoli 04.12.05
Corriere della Sera, 04.12.05
Non basta il bello, ci vuole la malattia
La decadenza inventata dagli Scapigliati
«Malati!»: sarà un caso, ma è questa la definizione accusatoria con cui sono costantemente additati coloro che cercano il nuovo o che situazioni politico-sociali portano a optare per espressività ripiegate su se stesse. Era accaduto con gli anni dopo il 1830, quando, in seguito alle sanguinose conclusioni dei moti carbonari, tutta una nuova generazione poetica si era trovata a identificare quale oggetto di poesia non più la patria o l’impegno, ma il proprio Io. Ed ecco allora il virile e risorgimentale Tenca parlare di «capricci individuali» di «giovani che anneghittiscono nella sfiducia», non cogliendo che in quel ricorrere a forme metriche spigliate come a una maschera o a un’ancora di salvezza si celava una certa inquietudine. Trent’anni dopo, con la sospirata Unità, tocca al Prati di Armando (1865-68), in cui si canta il tedio, figlio dell’insoddisfazione e dell’incapacità di cogliere un senso nelle cose e nelle diverse esperienze che si attraversano, frutto anche delle disillusioni intervenute col tradimento e la sepoltura degli ideali indipendentisti da parte del nuovo Stato unitario, a ritrovarsi definito da De Sanctis «ancor più profondamente malato di Armando: perché Armando si sente malato e il Prati si crede sano». Ed è un ritornello destinato a durare a lungo, almeno ogni volta che a pronunciare giudizi è l’esponente d’un pensiero forte, sia esso risorgimentale, filosofico, politico o ideologico: come nel caso di impostazioni critiche marxiste, che vedono Petronio definire «putrefazione» tutta questa lirica riversata sull’Io; che è poi una variante di quanto si leggeva degli scrittori lirico-decadenti negli editoriali di Società nel 1945; o dell’Io sbandierato dopo i furori sessantottini nei ripiegamenti epistolari e narrativi nel 1977. Eppure è proprio in quell’Io, che subito dopo il 1830 si presenta tanto lagnoso e languoroso da cadere in una vera ipertrofia della lagrima e della sensibilità, d’un sentimentalismo vago e indeterminato, che s’annidano i germi d’una inquietudine destinata a fermentare gradualmente, di pari passo con la coscienza della situazione, dapprima nelle varie tendenze dell’arcipelago scapigliato e poi nelle poetiche del Decadentismo. Un Io che con gli Scapigliati sperimenta con pienezza esistenziale la coscienza della propria dissociazione: vissuta come dolorosamente tale in un Praga o un Tarchetti; tesa invece alla ricomposizione degli opposti nel più acculturato Boito, il cui «dualismo» poggia sulla tradizione gnostica della Y pitagorica e della «congiunzione degli opposti». Ma lì la malattia, non più solo clinica ma anche metaforicamente inclinata ad altro (come nella Fosca di Tarchetti), è nell’anima e sono gli Scapigliati stessi a dichiararlo. E a cercare di uscirne con tematiche nuove che «alle regolari leggi del Bello» prediligono «i Quasimodi» e l’«orrendo»; ma anche con modalità stilistiche nuove, che destrutturano la forma romanzo (Praga, Dossi), la forma racconto (con «schizzi a penna», «acquerelli», «figurine», «gocce d’inchiostro») e puntano su un’espressività nuova, bassa, da parlato e dialogato (il Praga poeta) o espressionista (Dossi) o baroccheggiante (Boito). Che son poi le intuizioni ponte che consentono il passaggio dal romanticismo al decadentismo (ed è significativo che il 1892 veda apparire sia Decadenza dello scapigliato Gualdo col suo inetto protagonista Paolo Renaldi sia Una vita di Svevo); così come l’affacciarsi degli Scapigliati democratici, col loro utilizzo politico del romanzo in veste di denuncia, recupera sì la forma romanzo tradizionale, ma puntando a quel realismo ben noto anche al Verga «milanese».
E Pascoli e d’Annunzio e altri minori son lì, pronti a raccogliere quelle eredità. Ma con un Io fattosi ancor più complesso, impalpabile e sfuggente, luogo d’un «torbido universo» in cui il poeta s’«affisa» per coglierlo e chiuderlo «in lucida parola e dolce verso» (Pascoli; la variante ungarettiana sarà «il porto sepolto» col poeta «che torna alla luce con i suoi canti / e li disperde»). Una nuova realtà che gli spiriti più avvertiti della generazione precedente percepiscono e colgono pure, anche magari sbattendoci contro il naso (il panismo dell’ultimo Prati; il Carducci di Nevicata ; l’Oriani di Vortice ): ma con l’ostacolo d’una formazione culturale che non consente loro d’attraversare il traguardo. Un Nuovo - quello espresso da Pascoli, d’Annunzio, Fogazzaro, ma pure Verlaine o Rimbaud - che però, ancora una volta, vien letto come stato di malattia e di rinuncia; come (ed è Croce che parla) «abbassamento verso la carne, l’animalità e la libidine». Ove invece quel Nuovo nasceva positivamente proprio da ciò che veniva additato negativamente: ossia da un’anima giudicata «frammentaria, squilibrata, disgregata, disumana», producente «mere e materialissime oscenità tutt’insieme immorali e stupide e anzi immorali perché stupide». Insomma: uomini malati produttori di una letteratura malata.
E però è sempre la letteratura - quando è vera, «sana» letteratura - a vendicarsi dei suoi giudici e fors’anche dei suoi stessi autori. Nei modi più strani, a volte. Penso ad esempio a Pinocchio (1881-83), che nasce assai meno pedagogico di quanto si dica, visto che è come lo conosciamo solo per costrizione di editore e lettori. Perché certamente ad altro pensava Collodi quando concludeva la sua Storia di un burattino al capitolo XV: con un Pinocchio che muore impiccato con le medesime movenze del Golgota evangelico (vento impetuoso, tre ore; invocazione al babbo), a specchio con analoga sua nascita cristologica; e comunque vendicandosi, dato che il prosieguo, Le avventure di Pinocchio , è ricco come non mai di corse e immagini di morte tentata o effettuata.
E che dire di quel libro insieme educativo e diseducativo coi tanti suoi mutilatini fisici, mentali, sociali e familiari che è Cuore di De Amicis (1886), «dai molti tratti decisamente immorali nonostante le baldanzose intenzioni moralistiche» e dal «contenuto così chiaramente reazionario» (così Giulio Cattaneo)? Perché poi Cuore , presto tradotto nella Russia zarista nel 1889 e 1892, si ritrova una terza versione nel 1898 intitolata Compagni di scuola. Dal diario d’uno scolaro di città , con tre «racconti mensili» sostituiti da tre altri, tra cui uno dell’italiana Cordelia. Una versione che va in molte mani e quanto mai speciali. Mani operaie. E al fine d’una educazione socialista. Il fatto è che la terza traduzione portava il nome della «rivoluzionaria di professione» Anna Ilinichna Ulianova. E a chiedergliene continuamente copie da distribuire in Siberia agli operai era suo fratello minore. Il nome? Lenin, ovviamente.
Corriere della Sera, 04.12.05
MODELLI MASCHILI
Massimo e le lacrime di Piero Duello tra uber ed emo boy
Forse D’Alema in fondo è buono (è possibile) e però quando gli viene una battuta non si tiene (è possibilissimo). Però magari i due sono più avanti di quel che si crede; tipi maschili appena lanciati dagli analisti americani di tendenze. Uno è un ubersexual, l’altro è un emo boy. O qualcosa del genere. Vale a dire: - Secondo l’Urban Dictionary (www.urbandictionary.com) un ubersexual è «un maschio simile al metrosexual ma che mostra qualità tradizionali maschili, come forza e sicurezza di sé», e fin qui ci siamo: Max D’Alema, notoriamente curato (anni fa criticò un cane che mordicchiava le sue scarpe fatte a mano) ha un’identità maschile forte, nervoso-sardonica-velistica, con rigidità rivendicate. A ragione, direbbe l’inventrice del termine, la pubblicitaria Marion Salzman: nel suo libro The Future of Men sostiene che gli uomini «attaccati agli aspetti positivi della mascolinità» creano identificazione «in un segmento demografico significativo», i maschi giovani o quasi. Dissociarsi dalle altrui lacrime avrebbe quindi un suo perché;
- Ma anche l’emo boy ha un suo perché. Lo spiega una ricerca della University of Michigan, secondo cui le donne preferiscono affidarsi a maschi «comprensivi, disponibili, capaci di piangere». In più (Urban Dictionary) gli emo boys sono «generalmente alti e sottili», come Piero Fassino, e sempre aggiornati (Fassino è attento alle mode culturali, da poco si sa che è privatamente credente). Quindi può funzionare in lacrime, l’elettorato femminile può darsi che apprezzi;
- Ovvio: l’uno-due neanche concordato tra l’uber e l’emo è solo una sotto-trama del reality show dell’Unione. C’è un candidato (Prodi) che poveruomo non è neanche metrosexual, e due riserve di complessa definizione: Walter Veltroni (l’emo boy più furbo di tutti, non ha bisogno neanche di mostrarsi pio, ma volendo è attivissimo e cattivissimo come certi santi) e Francesco Rutelli (ubersexual teocon esibito ma con nascoste fragilità-lieti narcisismi da emo boy). Come cast è gustoso; certo funzionerebbe meglio con qualche personaggio femminile - anche non ubersexy - in più, ma questa al solito è un’altra storia.
Maria Laura Rodotà
Corriere della Sera, 04.12.05
CASO UNITA’/ Parla Alessandro Dalai, ex consigliere delegato del quotidiano
«L’inciucio contro l’Unità? Fu un piano targato ds»
«Mi chiamò Veltroni, ma D’Alema era ostile al progetto»
ROMA - Racconta la sua storia coniugando i verbi al presente, come se non fossero passati già due anni da quando è stato rimosso. E si capisce che Alessandro Dalai teneva al progetto della «nuova Unità», che il suo allontanamento da consigliere delegato della società è una ferita non del tutto rimarginata, sebbene oggi - ripensandoci - ritenga sia stato «un errore aver accettato la proposta». Perché secondo l’editore di Baldini Castoldi Dalai , la guerra attorno al quotidiano che portò al dimissionamento del direttore Furio Colombo, non si scatenò dopo il ritorno del giornale in edicola, «ma prima». Sul punto non concorda con la tesi espressa da Peter Gomez e Marco Travaglio nel libro l’ Inciucio : «Il progetto - a suo dire - è minato fin dall’origine». «Quando il banchiere Massimo Ponzellini mi contatta, prospetta l’idea di una public company, e nel disegno i Ds - allora proprietari del quotidiano - cederanno la testata a una nuova società, e non avranno più alcun ruolo». Così lei decise di accettare.
«Mi pare un’idea geniale, un’operazione di mercato con un chiaro intento di aiutare comunque i Ds. L’obiettivo è dar vita a un giornale indipendente, da posizionare alla sinistra di Repubblica . Lì c’è uno spazio, e per occuparlo mi affido a due giornalisti liberal come Colombo e Antonio Padellaro. In quel momento i Ds si tengono lontani, hanno solo l’interesse a evitare il fallimento. L’ Unità è una società in liquidazione con 200 miliardi di debiti. Cosa grave è che la società del quotidiano è la stessa del partito: se fallisse, in qualche modo fallirebbe anche il partito. Il segretario della Quercia Walter Veltroni annuncia ai suoi parlamentari che "l’ Unità non è più nostra, ma di una nuova società e dei suoi nuovi azionisti". La Nie . Tutto sembra andare per il verso giusto».
Invece cambiò tutto.
«Mi accorgo che il partito sta rimettendo le mani sul giornale e già prima di arrivare in edicola il progetto è mutato. L’autonomia - garantita attraverso un solo membro del cda come rappresentante dei soci, e i restanti consiglieri espressi da intellettuali non solo italiani - viene sorpassata dall’ingresso dei soci nel Consiglio. Questo minaccia l'indipendenza di gestione. Forse dovrei lasciare, ma così l’ Unità non vedrebbe la luce. Proseguo ma intravedo un rischio forte, che a discorsi di mercato si risponda con logiche di partito».
Criticavano la linea editoriale?
«Se fossi segretario dei Ds mi potrei rabbuiare, ma la vecchia Unità è fallita, la nuova dev’essere un’altra cosa. E il partito non dovrebbe criticarne la linea».
Poteva chiedere conto a Ponzellini del cambio di programma .
«Lo chiedo più volte anche a Veltroni. Ho la netta sensazione che mi abbia passato il cerino. Il suo ruolo è particolare nella vicenda: si è adoperato per salvare il giornale ma per riuscirci ha chiamato un veltroniano come me inviso a Massimo D’Alema, che fin dall’inizio è contrario al progetto perché erroneamente lo interpreta come una minaccia».
E Veltroni non si mosse per lei?
«Ha già lasciato la segreteria del partito. Quanto ai rapporti tra lui e D’Alema, si sa, sono complicati. Ma siccome ero stato chiamato da Veltroni e Folena, mi ero adoperato, ed ero andato a illustrare il progetto anche a D’Alema, rendendomi però conto della sua ostilità. D’altronde, se penso all’ingresso dell’Unipol nell’ Unità ...».
Cosa vuol dire?
«Appena arrivato, su consiglio di Veltroni, chiedo all’Unipol di far parte della società. L’Unipol rifiuta, tranne entrarci quando esco io. E nella fase che precede la mia rimozione vengo a sapere che dirigenti della compagnia assicurativa partecipano a riunioni per coordinare l’ingresso delle coop rosse».
D’Alema non la voleva?
«Subito dopo la mia uscita, Marialina Marcucci rivela l’esistenza di un accordo tra Veltroni, D’Alema e Folena, in base al quale io sarei rimasto solo per tre anni come consigliere delegato. L’unico a smentire e ad avere verso di me parole di stima è Folena. Dunque...».
Lei era già fuori dall’ Unità quando il giornale ebbe un calo secco di cinquemila copie, su cui persino il cdr volle vederci chiaro.
«Non sono un’amante della dietrologia, ma ricordo un incontro riservato con D’Alema, durante il quale mi venne prospettata una situazione: nel caso il giornale avesse assunto una linea sgradita, il numero delle copie vendute si sarebbe ridotto drasticamente. Non credo che le copie mancanti siano copie "dalemiane", bensì di quanti avvertono che è in atto un processo di normalizzazione, che con Padellaro alla direzione sono certo - in base ai risultati - non avverrà».
Insomma, chi furono gli avversari del vostro progetto, quelli che Colombo chiamava «loro»?
«Non so a chi si riferisce Colombo. Ognuno ha i propri «loro». I miei sono quelli con cui non parlo più, cioè i maggiorenti dei Ds, un partito che ho votato, ma i cui vertici si sono rivelati ostili al progetto della nuova Unità perché lo ritenevano un’usurpazione. Se ci penso, nemmeno Prodi si è speso. Insomma, mi spiace per come sia finita, anche con Piero Fassino, perché lo conosco da sempre. Ricordo persino che pensava di collaborare in Electa, società di cui sono stato consigliere delegato».
Francesco Verderami
Corriere della Sera, 04.12.05
Liberazione : scambio Turco-Prestigiacomo. La diessina: mi deludono
Dopo aver definito il suo emendamento a favore della maternità «politica familista del periodo fascista», Liberazione va di nuovo all’attacco di Livia Turco. E lancia una provocazione: i Ds la diano a Forza Italia e si prendano in cambio Stefania Prestigiacomo «che ha proposto di distribuire gratuitamente i preservativi». Risponde la diretta interessata: «Non sapevo che i preservativi fossero di sinistra. Ad ogni modo se la Prestigiacomo fa politiche di sinistra alzi la voce in Consiglio dei ministri perché il governo istituisca il fondo per le politiche sociali che è stato cancellato nel 2005». Esprime poi la sua delusione verso Liberazione : «Pensavo che per quel giornale la distinzione fra destra e sinistra passasse per cose molto più serie. Ma evidentemente mi sbagliavo».
Corriere della Sera, 04.12.05
Romano risponde
Lei partecipò, insieme ad altri intellettuali, alla ...
Lei partecipò, insieme ad altri intellettuali, alla compilazione di una delle voci presenti nel libro «Bianco, rosso e verde» curato dal giornalista Giorgio Calcagno. In particolare si è occupato della figura del baciapile. Mi piacerebbe sapere se concorda ancora oggi con quello che scrisse in quel libro o se invece i baciapile sono tornati di nuovo alla riscossa!
m.tinti1983@libero.it
Caro Tinti,
per i lettori che non lo conoscono ricorderò che Calcagno, morto nell’agosto 2004, fu una delle persone più affabili e simpatiche in cui mi sia imbattuto negli anni in cui scrivevo per La Stampa e avevo maggiori occasioni di frequentare Torino. Possedeva una virtù, la cortesia, che i piemontesi indossano talvolta come una divisa e che era in lui, invece, una disposizione naturale, l’abito di tutti i giorni. Non era soltanto un eccellente giornalista culturale. Aveva anche spiccate doti di narratore e di poeta che esercitò con grande discrezione e con qualche successo. Dopo avere diretto per alcuni anni le pagine culturali della Stampa e Tuttolibri , divenne uno dei principali animatori della Fondazione Filippo Burzio, creata per onorare l’intellettuale che aveva diretto il giornale torinese dopo la fine della guerra, e contribuì a organizzare interessanti convegni nel vecchio Arsenale militare di Torino.
Una delle sue iniziative più intelligenti fu la pubblicazione del libro che lei ricorda nella sua lettera. Vi sono elencati e descritti da diversi autori alcuni tipi della società italiana: l’ammanigliato, il burino, il campanilista, il Cipputi, il gattopardo, il lottizzato, il mafioso.
A me toccò per l’appunto il baciapile. Scrissi che la parola, nei dizionari, è generalmente sinonimo di bigotto, ma con una importante differenza. Mentre il bigotto può essere severo, rigoroso, intransigente anche e soprattutto con se stesso (oggi diremmo fondamentalista), il baciapile esibisce una devozione untuosa, appariscente, formale. Esiste dappertutto, ma è un personaggio del cattolicesimo latino e in particolare italiano. È l’espressione di una religiosità cortigiana e sensuale che non riesce a immaginare Dio se non sotto la forma di preti, monache, abiti talari, oggetti di culto, santini e reliquie. Mentre il bigotto pensa alla vita eterna, il baciapile ha un orizzonte più ristretto (la sacrestia, l’oratorio, l’anticamera del vescovo, l’udienza papale) e pensa ai vantaggi terreni più che alle gioie celesti.
Esistono ancora i baciapile nella società italiana? Dopo le barricate studentesche, il movimento femminile, i referendum sul divorzio e sull’aborto, l’Arcigay e l’ondata dei culti New Age, ho l’impressione che il loro numero sia considerevolmente diminuito. Credo del resto che i buoni sacerdoti, spesso difficilmente distinguibili dai laici, siano i primi a scoraggiare i comportamenti baciapileschi. Eppure qualche residuo storico di questo vecchio personaggio italiano sopravvive nello stile di una parte della classe politica e nei riti delle istituzioni nazionali. Penso al deferente saluto che i presidenti della Repubblica indirizzano al Papa dagli schermi della televisione in occasione del messaggio di Capodanno. Penso al fervore con cui i leader politici corrono alla proiezione di un film su Giovanni Paolo II. Penso alla udienza semiprivata del presidente del Consiglio con il Sommo Pontefice. Penso alla solennità con cui è stato celebrato il terzo anniversario (che cosa accadrà in occasione del decimo?) della visita che Giovanni Paolo II fece a Montecitorio. E penso alla targa devotamente collocata nel palazzo in memoria dell’evento. Ecco che cosa scriverei, caro Tinti, se dovessi aggiornare la voce «baciapile» nel libro ideato da Giorgio Calcagno.
Famiglia Cristiana n 49, 04.12.05
di Simonetta Pagnotti
QUASI TRE MILIONI DI ITALIANI SONO CORSI DALLO PSICOLOGO ALMENO UNA VOLTA. UN POPOLO SUL LETTINO
Solo per un consiglio, per avere un sostegno o una vera e propria terapia. Una ricerca svela il nostro rapporto con i figli di Sigmund Freud.
A parte l’immagine, è quasi vero. Lettino escluso, richiesto solo nel caso in cui ci si sottoponga ad analisi, lo psicologo è una figura destinata a entrare sempre di più nella nostra vita. Il 6 per cento degli italiani maggiorenni, infatti, nel corso dell’ultimo anno, ha sentito la necessità di rivolgersi a uno psicologo o a una psicologa. In proiezione, sarebbero circa 2.700.000 gli italiani che hanno consultato un professionista per sé stessi o per un familiare. In media, con circa 48.000 psicologi, risulterebbero 56 contatti per professionista. La percentuale dell’utenza cresce fino al 7,3 per cento nei comuni con più di 100.000 abitanti, cala al 4,6 per cento nei centri sotto i 20.000. Inoltre, varia con l’età. Si va dallo psicologo soprattutto dai 35 ai 45 anni (l’8,1 cento), molto meno dopo i 65 (1,8 cento).
I contatti aumentano con il crescere del titolo di studio, passando dall’1,2 per cento (licenza elementare) al 7,4 per cento (diploma di scuola media superiore) e al 14,8 per cento (laurea).
Si tratta di un dato complessivamente importante, se si pensa che solo l’1,3 per cento, nello stesso periodo, ha consultato un pediatra di base e il 3,4 per cento si è rivolto a un day hospital. È un risultato che ha preso un po’ alla sprovvista gli stessi autori della ricerca, la prima indagine completa sulla professione dello psicologo, realizzata dall’Ordine degli psicologi del Lazio, in collaborazione con l’Università La Sapienza, di Roma, partner dell’Osservatorio sul mercato della psicologia. I dati sono stati raccolti a partire dall’utenza, per capire quanti hanno bisogno dello piscologo e perché. «Per noi è stato un modo di sottoporci a verifica», spiega Gianluca Ponzio, psicologo e curatore della ricerca, «siamo stati confortati non solo dal dato quantitativo, ma soprattutto dal livello qualitativo che ci riconosce la maggior parte degli intervistati».
L’indagine è stata realizzata su un campione nazionale di 4.350 persone differenziate per sesso, età, titolo di studio e collocazione geografica. Se il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato di essersi rivolto a uno psicologo nel corso degli ultimi 12 mesi, per esempio, il 23 per cento di questi l’ha incontrato in uno studio o in un centro privato, il 16,4 per cento nella scuola e solo il 14,8 per cento in un ospedale o in una struttura pubblica. Molto al di sotto, nelle percentuali, il rapporto con questa figura professionale per formazione o orientamento al lavoro. Significa che lo psicologo, il buon Freud insegna, è percepito soprattutto come "pompiere" delle situazioni critiche, e molto meno come colui che aiuta a prevenirle. Le cure di tipo clinico superano il 90 per cento delle prestazioni registrate dalla ricerca.
Problemi familiari
Il 39,7 per cento degli intervistati si è rivolto allo psicologo per consultazione e diagnosi, il 29,1 per cento per una psicoterapia breve di sostegno, il 22 per cento ha affrontato un percorso di psicoterapia o di psicoanalisi, il 4,7 per cento ha scelto la strada della psicoterapia di gruppo. Solo un 4,3 per cento vi ha fatto ricorso per questioni legate alla mediazione familiare o a pratiche di affidamento, percentuali ancora minori per prevenzione, orientamento e counseling, psicoterapia di coppia e altre prestazioni che riguardano in genere il mondo della relazione e del lavoro.
A conferma della tendenza a considerare la professione dal punto di vista clinico, il 38 per cento degli intervistati va dallo psicologo per guarire da un disturbo specifico, e il 25 per cento per affrontare un malessere. Solo l’11 per cento ritiene sia utile come «supporto nella gestione dei problemi quotidiani», il 9 per cento per un percorso di crescita personale.
Chi si rivolge allo psicologo non lo farebbe poi in modo avventato. Il 46,1 per cento, infatti, dichiara di avere fatto la sua scelta dietro il consiglio di un medico, il 38 per cento su suggerimento di un parente, amico o collega. Solo il 6,2 per cento si è affidato alle pagine gialle e l’1,1 cento a Internet.
Venendo al livello di soddisfazione e gradimento, anche in questo caso i dati risultano incoraggianti. L’83,5 per cento delle persone che hanno avuto a che fare con lo psicologo, infatti, si dichiarano soddisfatte o molto soddisfatte.
«E questo sarebbe ancora poco», spiega Gianluca Ponzio, «perché la soddisfazione è relativa anche al sentirsi o meno a proprio agio, quasi uno stereotipo quando si ha a che fare con chi esercita la nostra professione. È importante che più del 68 per cento dichiara di avere conseguito un risultato concreto, per il 76,8 per cento sono stati identificati i punti chiave e per il 70,7 per cento l’intervento è stato efficace».
Quei professionisti stimati
Queste le valutazioni di chi effettivamente ha avuto contatti con un professionista. La ricerca ha anche cercato di verificare lo status sociale dello psicologo, confrontando la professione con altri mestieri equivalenti per titolo di studio.
Nell’immaginario collettivo, quella dello psicologo risulta ancora una professione "debole", collocandosi per impegno di studi al terz’ultimo posto, prima di Economia e Commercio e Scienze della comunicazione. Ai primi posti fanno la parte del leone, nell’ordine, i medici, gli ingegneri, i veterinari, i laureati in Giurisprudenza, e biologi e gli architetti. Le cose cambiano quando si parla di fiducia. In questo caso gli psicologi salgono infatti al quinto posto, preceduti dai medici, sempre in testa, dagli ingegneri, dai veterinari e dai magistrati.
Famiglia Cristiana n 49, 04.12.05
di Simonetta Pagnotti
SOCIETÀ
INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO
SCUSI, MI PUÒ DARE UN TRANQUILLANTE?
Per Emanuele Morozzo della Rocca c è ancora molta confusione sul ruolo esercitato da medici e specialisti.
«In realtà c’è ancora molta confusione: c’è chi va dallo psicologo e chiede un tranquillante perché non riesce a dormire». Non ci sono rose senza spine. Se i dati della ricerca sono positivi, Emanuele Morozzo della Rocca, presidente dell’Ordine degli psicologi del Lazio, non ci nasconde le ombre della professione.
• Presidente, perché la gente fa tanta confusione?
«Perché oggi c’è un grande bisogno di psicologia e un grande interesse, ma nel nostro Paese c’è ancora poca cultura psicologica autentica. E la confusione può essere pericolosa».
• Cominciamo a fare chiarezza. Come si diventa psicologi?
«Oggi il percorso è molto chiaro: è necessaria una laurea quinquennale in Psicologia seguita da un anno di tirocinio e dall’esame di Stato. Ci si può iscrivere all’albo anche con la laurea triennale, ma in questo caso non si è psicologi, ma "tecnici di psicologia". In altre parole non si può esercitare la professione di psicologo, ma lavorare nel campo della propedeutica. Le faccio un esempio: il tecnico di psicologia può preparare un test, ma non formulare una diagnosi sui risultati. Devo dire che, sui circa 12.000 iscritti all’albo nel Lazio, abbiamo solo 19 tecnici. Significa che la laurea triennale è un fallimento».
• E per diventare psicoterapeuta?
«Dopo la laurea quinquennale, bisogna frequentare una specializzazione di quattro anni, o presso la stessa università o presso una scuola di psicologia riconosciuta. Chi sceglie una scuola a indirizzo psicoanalitico diventa psicoanalista e può sottoporre il paziente ad analisi. Quella sul lettino, per intenderci. Ma ci sono anche scuole psicoterapeutiche a indirizzo diverso».
• Lo psicologo non è un medico, però voi dividete questa specializzazione psicoterapeutica con i medici...
«Infatti, anche i medici, dopo la laurea, possono diventare psicoterapeuti o psicoanalisti: o frequentando una scuola o specializzandosi in psichiatria. In questo caso diventano medici psicoterapeuti o medici psicoanalisti».
• L’offerta è vasta. Come scegliere?
«Dipende dalle esigenze. L’unico consiglio è di verificare che il professionista cui ci si rivolge sia iscritto all’albo e sia effettivamente psicoterapeuta quando la richiesta è quella della psicoterapia. Per il resto ci sono bravi psicoterapeuti, sia medici sia psicologi. È evidente che chi non è medico non può prescrivere farmaci. L’importante è evitare quanti s’improvvisano ed esercitano senza titolo».
• Perché si va dallo psicologo?
«Negli studi professionali la domanda è molto varia. Uno dei motivi più frequenti riguarda l’attacco di panico, ma in generale parlerei di problemi legati alla fatica di vivere. Chi viene da noi molto spesso non riesce ad avere legami affettivi, si blocca davanti alle decisioni. Ci sono casi di depressione e di anoressia. In generale direi che il panorama è molto più complesso e sfumato rispetto alla classica nevrosi di cui parlava Freud. Nella maggior parte dei casi prevale un senso di vuoto, di desolazione».
• Se per quanto riguarda l’aspetto più "clinico" della professione subite la concorrenza dei medici, per altri aspetti subite la pressione delle cosiddette "professioni brevi". Penso alla mediazione familiare, al counseling. In questi campi esercita anche chi non è psicologo...
«Lei ha toccato un punto dolente: questo è tema di conflitto. Noi stessi, come Ordine degli psicologi, stiamo per uscire con un documento. Abbiamo anche tante cause, in giro per l’Italia. Bisogna chiarire che, quando si tratta di una mediazione familiare o di un counseling di carattere psicologico, questo deve essere fatto da uno psicologo. Diverso è il caso in cui si tratti di altri problemi come, per esempio, di un supporto legale alla coppia. Così, la selezione del personale, quando viene fatta attraverso test che riguardino il profilo psicologico dei candidati, deve vedere presente lo psicologo. È una questione di correttezza e anche di deontologia professionale».
• E per quanto riguarda il futuro della professione?
«Siamo ottimisti, ma dobbiamo anche dire con chiarezza che bisogna porre un limite alle iscrizioni all’università. Attualmente abbiamo 70.000 studenti: una follia. Ci sono numeri programmati gonfiati e si continuano ad aprire corsi in tutte le facoltà, mentre nel nostro mestiere c’è ancora tanto precariato e tanti sono costretti a un doppio lavoro per sbarcare il lunario. Dobbiamo chiederci se vogliamo formare dei professionisti o sfornare degli infelici».
Simonetta Pagnotti
La Stampa Tuttolibri 3, 04.12.05
Pound, la formica solitaria folgorata in una calda estate
Alla riscoperta del poeta: i «Canti pisani», opera poliglotta e barbara; «Carte italiane», letture, impressioni e invettive; «Indiscrezioni», ritorno alla primissima infanzia; una biografia critica
di Massimo Bacigalupo
«LINGUE e persone di Ezra Pound» è il titolo di un convegno internazionale che si è tenuto a Rapallo lo scorso luglio. Oltre sessanta relatori hanno indagato il pluringuismo poundiano e l'abitudine del poeta di parlare attraverso «maschere»: gli innumerevoli personaggi le cui voci poliglotte costellano i Cantos (opera che è poliglotta e barbara fin dal titolo: un plurale all'inglese da un singolare italiano). «Hay aquì mucho catolicismo... y muy poco reliHion» leggiamo sulla prima pagina dello splendido canto 81, culmine dei Canti pisani (recentemente ristampati da Garzanti, pp. 316, e9,50, tradotto da Alfredo Rizzardi, con una prefazione di Giovanni Raboni, certo uno degli ultimi scritti di un poeta che ha sempre avuto una non sospetta fedeltà poundiana). La citazione spagnola, ci informa subito Pound, è dell'amico prete José Elizondo, «nel 1906 e 1917». E la dice lunga sul progetto religioso non confessionale che a suo modo Pound tenta nel poema. Naturalmente Elizondo non è solo una maschera ma una persona vera, una delle tante voci che ci parlano nella babele dei Cantos, non sempre a dire il vero altrettanto saggiamente. Ma nei Canti pisani Pound è molto vicino alla «nota giusta» che il poeta cerca tutta una vita. Randall Jarrell, il critico americano degli anni di mezzo del Novecento, disse che il grande poeta è quello che in una vita di star fuori nei temporali è colpito un paio di volte dal fulmine. E questo indubbiamente capitò alla «formica solitaria dal formicaio distrutto» in quella calda estate pisana rinfrescata d'ogni tanto da «favonus vento benigno» (così nel testo). Dietro stavano gli anni di lavoro e organizzazione culturale a Londra, Parigi, Rapallo, specialmente il ventennio fascista che corrisponde quasi esattamente al primo soggiorno italiano di Pound, e che gli parve rispondere alla sua esigenza tutta americana di impegno sociale. Donde quel notevole breviario di politica poetica che è Jefferson e/o Mussolini (1935), che come tanti instant book di Pound è un diario di letture impressioni invettive, cui manca solo la forma del verso per divenire una pagina dei Cantos. E infatti spesso li leggiamo per trovare la chiave di alcune immagini ermetiche. Gli anni del ventennio videro anche Pound sempre più impegnato a scrivere in italiano, su testate via via più autorevoli: da «L'Indice» di Genova al «Mare» di Rapallo, di cui diresse un «Supplemento Letterario» e per cui scrisse spesso di musica, al «Meridiano di Roma», versione fascistizzata della «Fiera Letteraria». Luca Cesari ha ora raccolto questa mole notevole e preziosa di scritti (ad eccezione di quelli musicali) nel volume Carte italiane 1930-1944. Pound scrive un italiano sapido e emette sentenze non di rado memorabili, racconta la sua storia di cui è sempre l'eroe principale. Eccolo sulla traduzione: «Non si deve accettare parole chiuse. Si deve schiacciare la parola per estrarre la polpa dal guscio. Scrivo interrogando, non pronunciando». E continua: «Quanto perdo io su queste colonne stesse, tentando di scriver una lingua letta invece che intesa dalle labbra della mia nera bambinaia». La poesia infatti per Pound va scritta in una lingua effettivamente parlata, radicata, colloquiale. Uno dei grandi pregi delle pagine dei Canti pisani è che vi si sentono le voci dei soldati del campo militare americano di Metato dove Pound era internato: «Non dirlo a nessuno che ti ho fatto questo tavolo», gli fa una «maschera Baluba» (parola che nel 1945 non aveva il senso deteriore che ha nell'italiano di oggi). Quanto alla «mia nera bambinaia», Pound ne parla nelle pagine autobiografiche di Indiscrezioni, operetta umoristica del 1920, ben tradotta e curata da Caterina Ricciardi. Qui torniamo addirittura nell'Idaho della primissima infanzia del poeta giramondo, nei pressi di Hailey e Ketchum, dove finì l'avventura di uno dei suoi maggiore discepoli, Hemingway. Sicché vide bene quel professore tifoso dell'Idaho che dettò questa lapide ideale del «modernismo» angloamericano: NATO A HAILEY NEL 1885 - MORTO A KETCHUM NEL 1961. Un tuffo nel primo Novecento americano e nelle origini delle avanguardie letterarie ci offre Jacob Korg con “Un amore in inverno”, una biografia critica di Ezra Pound e della sua compagna di avventure sentimentali e poetiche Hilda Doolittle, che Pound ribattezzò definitivamente «H.D.» quando nel 1912 lanciò l'Imagismo. H.D. scrisse poesie brevi in verso libero centrate su poche immagini simboliche, e come Pound passò la vita in Europa, legandosi a vari uomini, fra cui Richard Aldington (che sposò) e D.H. Lawrence, ma soprattutto a donne, ed ebbe un sodalizio stabile con la scrittrice e mecenate Bryher, che praticamente adottò sia H.D. che la figlia di lei Perdita, e si accollò tutte le spese del menage (fra l'altro offrì a H.D. due serie di sedute con Freud a Vienna). Dai brevi cammei imagisti H.D. passò a lunghi poemi a sfondo mitico (Trilogia, Sciascia 1993), sempre decantati e preziosi nella forma, tutto il contrario del coacervo dei canti poundiani, anche se entrambi si dilettavano di esoterismo e di un pantheon personale. Fin da ragazzi, come H.D. ricorda nel tardo memoriale Fine al tormento (Archinto, 1994), si scambiavano libretti di Swedenborg, la Séraphita di Balzac e idilli provenzali e stilnovisti di Morris e Rossetti. Erano «fidanzati» ventenni sotto lo sguardo preoccupato del padre di lei, professore di astronomia a Filadelfia, che in una scena memorabile li sorprese a baciarsi sul sofà di casa Doolittle e tirò le orecchie ad Ezra... Korg ricostruisce tutto ciò con chiarezza e vigore, sempre attento all'opera poetica, e forse questo libro desterà maggiore attenzione in Italia intorno alla poesia di H.D., rivalutata da tempo in America e Inghilterra, anche se forse più in ambiente accademico (femminismo, teorie di genere) che presso il pubblico dei lettori, che continua a ritenerla autrice di poche liriche esili e perfette.
La Stampa Tuttolibri, 04.12.05
DISCORSO AI VESCOVI BENEDETTO XVI SE LA PRENDE CON LA SECOLARIZZAZIONE E I SUOI PERICOLI
Il Papa all’attacco dei Pacs
«Sono un falso matrimonio»
«Se la scienza non riconosce i suoi limiti si può trasformare in una minaccia per l’umanità»
«Pillola Ru486 e aborto, crimini che aggrediscono la società»
di Marco Tosatti
CITTÀ DEL VATICANO - No all’eliminazione dell’embrione e al «crimine» dell’aborto, no a nuove forme di unione che alterano la «natura specifica» del matrimonio, sì a «una coraggiosa e leggibile testimonianza dei valori cristiani» da parte dei credenti, nel quadro di una «legittima autonomia tra stato e chiesa». Ieri Benedetto XVI in diversi momenti, e a interlocutori differenti, ha ribadito la sua «linea» sui temi caldi del momento; un intervento che pur se indirizzato ai latinoamericani e alla Polonia, è valido per tutto il mondo ed entra in pieno nel dibattito politico italiano, centrato proprio in queste ore sulla «pillola del giorno dopo, la Ru486, l’aborto e i «Pacs».
«False concezioni del matrimonio e della famiglia, che non rispettano il progetto originario di Dio»: così, ai presidenti delle commissione episcopali per la famiglia e la vita dell’America Latina Benedetto XVI ha descritto la situazione dovuta alla «secolarizzazione», lamentando la pressione di «leggi ingiuste che disconoscono i diritti fondamentali» della famiglia. Un attacco, secondo il Papa, che mette in pericolo diritti fondamentali. «Come conseguenza, ha continuato, si facilita l’eliminazione dell’embrione o il suo uso arbitrario al servizio del progresso della scienza che, non riconoscendo i suoi limiti, e non accettando i principi morali che permettono di salvaguardare la dignità della persona, si trasforma in una minaccia per l’essere umano stesso, ridotto a oggetto o a mero strumento».
Bisogna inoltre, ha suggerito Papa Ratzinger, «aiutare tutti a prendere coscienza del male intrinseco del crimine dell’aborto, che attentando alla vita umana al suo inizio, è anche un’aggressione contro la società stessa». Per questo motivo politici e legislatori, «come servitori del bene sociale hanno il dovere di difendere il diritto fondamentale alla vita». «In America Latina, come in tutte le altre parti del mondo, i bambini hanno il diritto di nascere e crescere nel seno di una famiglia fondata sul matrimonio, dove i padri siano i primi educatori dei figli e questi possano raggiungere la loro piena maturità umana e spirituale».
Sono toni anche più duri di quelli pronunciati nelle settimane passate dai vescovi italiani, quando si è discusso della pillola Ru486 e di aborto. E naturalmente presuppongono, nella visione del Papa, una presenza attiva nella vita sociale. Il come l’ha spiegato ai vescovi polacchi in visita «ad limina». La Chiesa «non si identifica con nessun partito, con nessuna comunità politica né con un sistema politico». Sono i laici che devono impegnarsi, per dare una «coraggiosa e leggibile testimonianza dei valori cristiani, che vanno affermati e difesi nel caso che siano minacciati. Lo faranno pubblicamente, sia nei dibattiti di carattere politico che nei mass media». I vescovi avranno il compito di appoggiare questo sforzo: «Il dialogo condotto dal laicato cattolico a livello di questioni politiche si dimostrerà efficace e servirà il bene comune quando alla base ci saranno: l’amore della verità, lo spirito di servizio e la solidarietà nell’impegno a favore del bene comune. Vi esorto, cari Fratelli, a sostenere questo servizio del laicato, nel rispetto per una giusta autonomia politica».
Non è un problema solo polacco, ha tenuto a precisare Benedetto XVI, perché, citando Giovanni Paolo II, ha detto che viviamo in tempi «in cui la cultura europea dà l’impressione di una “apostasia silenziosa” da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse». Ma Chiesa e Stato devono operare in maniera distinta: lo ha ricordato il Papa in un messaggio a firma del Segretario di Stato Angelo Sodano. Benedetto XVI ha parlato di «legittima autonomia che deve contraddistinguere le relazioni tra Chiesa e Stato».
La Stampa Tuttolibri, 04.12.05
DOPO IL 2006 BERTINOTTI POTREBBE COSÌ TIRARSI FUORI DALLA MISCHIA POLITICA ED EVITARE NUOVI DUELLI CON PRODI
E Fausto cerca riparo sotto la poltrona di Casini
Un modo anche per portare il «suo mondo» nelle istituzioni
di Riccardo Barenghi
Se vince le elezioni, Prodi farà il presidente del Consiglio, D’Alema il ministro degli Esteri, Fassino il vicepremier restando così anche segretario del suo partito, Rutelli pure o forse sarà ministro dell’Interno, all’Economia ancora non si sa (un tecnico-politico o un politico un po’ tecnico?), seguono tutti gli altri compresi un paio di ministri di Rifondazione comunista. Bertinotti no, lui non entrerà al governo come ha sempre detto. Forse però farà il presidente della Camera. E allora la domanda è: perché Bertinotti vuole fare il presidente della Camera?
Le ragioni ovvie sono appunto ovvie: la terza carica dello Stato è un ruolo di enorme prestigio per chiunque, tanto più per un comunista rifondatore come lui, uno che ha nel sangue la cultura dell’opposizione, del movimento, della lotta aperta su qualsiasi fronte, operaio, ambientale, sociale. Sedersi su quello scranno sarebbe un riconoscimento non solo all’uomo ma direttamente alla sua politica. Sarebbe come se fisicamente quei movimenti e quelle lotte che Bertinotti vuole rappresentare si sedessero lì con lui, diventassero anch’essi la terza carica dello Stato. Aggiungiamoci pure che il primo comunista a occupare quel posto è stato Pietro Ingrao nel ’76, che di Bertinotti è un maestro, e si capisce perché la prospettiva interessi molto al segretario di Rifondazione.
Ma non basta, c’è un’altra ragione che spinge Bertinotti verso la presidenza della Camera. Più politica, o se vogliamo psico-politica. Occupando quel posto, il leader comunista riuscirebbe in un colpo solo a portare il suo mondo fin nei vertici delle istituzioni e nel medesimo istante a staccarsi da quel mondo. Separando se stesso non solo dalla gestione del suo partito ma soprattutto dai conflitti che dentro e intorno a quel partito nasceranno. Conflitti che prenderanno di mira le scelte politiche di un governo che sarà sì di centro-sinistra ma non certo di sinistra-sinistra, di sinistra radicale. Saranno anche scelte impopolari e che quindi provocheranno qualche problema alla Rifondazione di governo. Verrà contestata dalla sua sinistra, contestata - questo almeno è il rischio - proprio da quel mondo che Bertinotti avrà nel frattempo idealmente portato con sé nel cuore delle istituzioni.
E se per il suo partito non sarà un compito facile gestire un conflitto del genere, per un Bertinotti che ne fosse ancora il segretario operativo sarebbe al limite della praticabilità, una scelta dilaniante. Proprio per la sua storia e la sua cultura politica, la terza o quarta volta che si trovasse costretto a scegliere tra il (suo) governo e il suo movimento, la sua lotta, la sua opposizione, è probabile che sceglierebbe questi ultimi. La tentazione sarebbe troppo forte, irresistibile. L’unica maniera per sfuggire al dilemma allora è chiamarsi fuori, salire un gradino più in alto, mettersi in un’altra posizione. E la posizione di presidente della Camera è perfetta, ti consente di vedere e di sentire, anche di parlare ma ti tiene legato, impedisce al richiamo tentatore di trascinarti via. Proprio come Ulisse con le sirene.
La Stampa Tuttolibri, 04.12.05
LA PROVOCAZIONE IL GIORNALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA ALL’ATTACCO DELLA QUERCIA
«Cari Ds, scambiate Turco e Prestigiacomo»
«E potreste anche prendere una tuta blu al posto di Andrea Pininfarina»
Proposta provocatoria ma non troppo, ieri sulla prima pagina del quotidiano di Rifondazione, rivolta ai «cugini» Ds: prendetevi la Prestigiacomo e date la Turco al Polo. Anzi, già che ci siete, scambiate anche il vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina, con un metalmeccanico. Ha scelto un titolo-choc, il giornale «Liberazione», per «bacchettare» con pesante ironia quello che il partito di Bertinotti ritiene uno sfoggio eccessivo di riformismo da parte del partito di Fassino.
All’origine della polemica le ultime proposte della deputata della Quercia e dell’esponente del governo in materia di aborto, oltre all’intervento dell’industriale all’assemblea programmatica dei Ds proprio nel giorno dello sciopero dei metalmeccanici.
«Stefania Prestigiacomo, ministra ed esponente di spicco di Forza Italia - scrive il giornale del Prc - ha proposto di distribuire gratuitamente i preservativi. È una buona idea, sia per combattere l’Aids, sia contro le gravidanze non volute. Livia Turco, ex ministra, esponente di spicco dei Ds, ha proposto invece un assegno che premi la gravidanza e induca ad evitare l'aborto. Badate bene, l’assegno dura solo finchè la donna è incinta, poi, quando nasce il bambino -e il rischio di aborto è evitato- l’assegno scompare: il bambino si arrangi. Cantava De Andrè: “Poi la voglia sparisce e il figlio rimane, e tanti ne uccide la fame...”».
La Stampa, 04.12.05
CALENDARIO CON FOTO LA DENUNCIA CONTRO L’ISOLAMENTO DI COLORO CHE SOFFRONO. LO PSICHIATRA: «SONO PERSONE, NON MATTI»
Disagio mentale, i malati sono in continuo aumento
Barbara Cottavoz
«Anche quelli che appaiono diversi hanno diritto a una vita normale»: lo dice Marzo. Ovvero la didascalia alla foto che rappresenta il terzo mese nella campagna lanciata da Asl 13 e ospedale «Maggiore» in occasione della Giornata dedicata alla salute mentale in calendario lunedì. Questa volta, sarà una Giornata che dura tutto l’anno.
Ogni mese, infatti, sui muri e in alcune scuole del Novarese appariranno manifesti con le immagini scattate da dodici artisti per lanciare un messaggio contro l’isolamento di chi soffre di disturbi mentali. «Non sono matti, sono persone con una storia, un volto e loro problemi. Persone con una vita da vivere e parole da comunicare» ha detto Domenico Nano, psichiatra responsabile del Dipartimento di salute mentale di Novara e Galliate dell’Asl 13.
Di loro, però, si parla poco o se ne parla soltanto in occasione di tragici fatti di cronaca: «Contro lo stigma può l’educazione. Nelle università con i giovani futuri medici - precisa il professor Eugenio Torre, dell’università Avogadro - e fuori attraverso l’attività di collegamento con la medicina generale». E saranno proprio i dottori di base uno degli obiettivi della campagna che la Regione avvierà. Gli altri sono le scuole e i cittadini: «Si parla poco del problema mentale - commenta Michele Vanetti, responsabile del Dipartimento di salute mentale Nord dell’Asl -, nell’opinione pubblica ma anche nel mondo sanitario. Questa Giornata significa l’impegno di riportare a tutti notizie concrete su quanto facciamo».
Collaborano con i Dipartimenti alcuni gruppi di volontari. L’Alsp è l’Associazione lotta contro la sofferenza psichica: supporta le famiglie: ««Il disagio mentale è in crescita e colpisce in modo trasversale - ha commentato la presidente Valeria Neri -. Servono buone cure che si prendano in carico in modo forte e duraturo i problemi di chi sta male. L’insulto peggiore per il malato mentale è la solitudine». Il sodalizio «Aiuta pische» raggruppa familiari di malati di Borgomanero e Arona: «Nella nostra zona mancano gruppi-appartamento e comunità protette - ha denunciato Michele Ventura -. Spesso il fatto di abitare con la famiglia può rendere più difficili le cure». E il vicesindaco Mario Ferullo ha sottolineato: «La salute mentale è anche un problema sociale che crea nuove povertà».Nell’ex ospedale psichiatrico oggi ci sono comunità protette e centri diurni
RICETTE La Stampa, 04.12.05
Successo del «libro delle ricette». Già esaurito, subito si ristampa
Successo! Un successo incredibile: il libro «Le ricette di Saper spendere» in poche ore, giovedì, è andato esaurito. Lo ha avuto chi lo aveva prenotato presso l’edicolante di fiducia quando ancora non era in vendita, ma molti che hanno cercato di acquistarlo in alcuni punti di distribuzione poco dopo mezzogiorno non l’hanno più trovato: esaurito. Non preoccupatevi però: è già stato dato il via alla ristampa e tutto saranno soddisfatti prestissimo. E’ una promessa.
Un consiglio: dite al vostro edicolante di tenerlo da parte per voi. Questo è per tranquillizzare tutte le amiche e gli amici di Saper spendere, che hanno telefonato per sapere dove potevano trovarne una copia (il telefono diretto con Simonetta 011-6568226 è in funzione ogni lunedì e ogni venerdì ore 10,30-14,30). Tutti sarete avvertiti appena tornerà in edicola.
Quei lettori che, purtroppo esclusi dalla vendita in edicola (possibile solo in Piemonte, Liguria Riviera di Ponente, Valle d’Aosta), devono rivolgersi al numero verde de La Stampa 800011959 e in questi giorni lo hanno trovato sempre occupato, non si spaventino: occorre soltanto un po’ di pazienza, come ho detto al telefono a una gentile lettrice di Genova che ci segue «dall’inizio della rubrica nel ‘69», e a due simpatici lettori, uno del Veneto e uno di Milano. In questi giorni le telefonate si sono susseguite a ritmi pazzeschi. Vi assicuro che tutti sarete accontentati.
A tutti va il mio grazie di cuore: quella di Saper spendere è veramente «una grande famiglia» di amici e compagni curiosi e interessati a tanti aspetti della vita quotidiana. Una «grande famiglia» che in occasione dell’uscita del libro «Le ricette di Saper spendere» si è ritrovata compatta e ne ha decretato il successo tanto da dover subito provvedere alla seconda edizione.
Molti hanno telefonato e scritto email per sottolineare che l’iniziativa è piaciuta e per congratularsi con Simonetta; alcune lettrici addirittura sostengono di avere provato la sera stessa di giovedì una delle ricette pubblicate «e con grande soddisfazione per il successo a tavola».
L’email più divertente, tra le tante ricevute, è quella di Grazia da Ivrea (Torino): «Sono Grazia, tempo fa le avevo richiesto una ricetta che avevo perso per fare un budino di arance al moscato e non avendo saputo darle molte indicazioni lei non era riuscita a ritrovarla. Ebbene, stamane (giovedì, ndr) mio marito ha acquistato il libro delle ricette e con mia grande felicità ho trovato la ricetta: è a pagina 188 "Flan di arance al moscato"». Splendido!
A tutti voi, amici, dò appuntamento a presto con la seconda edizione del libro di ricette.
Tra tante lodi, non è mancata una nota di biasimo a Saper spendere. Un lettore ha chiesto notizie di una lettera spedita a ottobre 2004 con foto di un «quadretto» (la parola è sua) alla quale non aveva avuto riscontro. Non è stato soddisfatto della risposta, anzi si è molto irritato. Simonetta chiede scusa, ma ripete, per tutti gli interessati, alcune regole che ci siamo dovuti dare con i periti per poter gestire la marea di richieste: se l’opera per la quale si desidera la stima vale, secondo l’esperto, più di 400 euro, il proprietario che ha firmato la lettera e ha scritto anche il suo numero di telefono sarà chiamato direttamente da Simonetta, appena il perito avrà fornito la risposta. Ma se l’opera vale meno di 300 euro, non ci sarà alcuna telefonata e per valori ancora inferiori, in molti casi, la risposta eventuale non sarà nemmeno pubblicata.
Lo abbiamo riferito anche l’altro giorno a un lettore che ha una tempera, ma lui non si è offeso: «E’ naturale, ne avete troppe, quindi se non ricevo risposta entro un anno, vuol dire che la mia tempera vale poco dal punto di vista venale, anche se ha per me un grande valore affettivo». Lo ringraziamo per la comprensione.
In breve, per Tiziana D.B: purtroppo non abbiamo un esperto di monete per poter rispondere alla sua richiesta.
Per Carlo S. di Saluzzo: ha dimenticato di accludere la fotografia del suo quadro, ma attento, i nostri esperti non rispondono su opere di pittori viventi.
simonetta.conti@lastampa.it
Corriere della Sera, 04.12.05
Particolare sensibilità
Chi sa leggerci negli occhi
La tendenza al pessimismo aiuta a capire gli altri
Ci sono occhi che ridono, occhi che odiano, occhi che piangono anche senza lacrime. Gli occhi sono lo specchio dell'anima, ma non tutti sono capaci di leggere ciò che dicono.
Se riuscite a farlo con facilità, secondo uno studio pubblicato sull'ultimo numero della rivista Cognition Emotion dai ricercatori canadesi della Queen's University dell’Ontario diretti da Kate Harkness, potreste essere un po' depressi e anche un po' ansiosi.
La capacità di leggere le emozioni che trapelano dagli occhi degli altri deriverebbe, infatti, da una condizione chiamata "disforia", in cui si vede tutto nero e si è sempre in allerta, pronti a cogliere gli aspetti peggiori della vita e gli stimoli sociali o gli stati mentali con valenze negative.
Un po' il contrario di quanto avviene nell'innamoramento, che, dal punto di vista della neurochimica cerebrale, assomiglia al "disturbo maniacale" (l’opposto della disforia), in cui tutto va, patologicamente, sempre bene, tant'è che l'innamorato vede dovunque rose e fiori e si rispecchia nel cuore dell'amata attraverso i suoi occhi.
I ricercatori canadesi hanno sottoposto 124 studenti universitari di ambo i sessi a una valutazione utilizzando due questionari-test (Beck Depression Inventory e Mood-Anxiety Symptoms Questionnaire) per individuare il livello del loro umore.
Poi, hanno mostrato agli studenti una serie di facce in cui era visibile solo l'area degli occhi, chiedendo loro d'interpretare lo stato d'animo del volto ritratto nella foto, senza vedere il resto della faccia.
Gli studenti, sia i maschi sia le femmine, risultati disforici ai test, erano poi anche quelli che "leggevano" meglio gli occhi delle foto, soprattutto se si trattava di facce tristi, una interpretazione in cui risultavano enormemente più accurati rispetto agli altri.
Si potrebbe pensare che chi ha dei problemi è più attento e sensibile nel cogliere dallo sguardo degli altri quei tratti di malinconia che è pronto a cogliere in se stesso.
Cesare Peccarisi
Corriere della Sera, 04.12.05
sintomi
I disturbi in tre aspetti
I sintomi dell’autismo possono essere presenti solo in parte come numero e in forme più o meno attenuate. Come per tante malattie psichiatriche, oggi si parla di "spettro" dell'autismo, la diagnosi contempla un continuum che va dalle forme più lievi a quelle più gravi e invalidanti. I sintomi dell'autismo sono raggruppabili principalmente in tre aree
DISTURBO SOCIALE
Non essere teso a - e capace di - condividere le normali esperienze con gli altri
DISTURBIDEL LINGUAGGIO
A volte questi ragazzi non parlano affatto o parlano in modo peculiare; possono ripetere tale e quale quel che gli si dice (ecolalia); incapaci di usare il pronome io, parlano di sé in terza persona
RIPETITIVITÀDEGLI INTERESSI
In genere estremamente limitati. Un bimbo grave può far oscillare un oggetto in mano senza cercarne mai altri e senza tentare di utilizzarlo in alcun modo
Corriere della Sera, 04.12.05
definizione
Chiusi in sé, staccati dal mondo A volte geniali
La parola "autismo", creata dallo svizzero Eugen Bleulel nel 1911, voleva indicare la "fuga dalla realtà" caratteristica di una particolare forma di schizofrenia. All'origine del termine, autòs, in greco sé; dunque, "rinchiuso in se stesso". Il disturbo che intendiamo oggi con quel termine fu individuato molto tempo dopo, quasi in contemporanea ma in modo indipendente, dall'americano Leo Kanner nel 1943 e dal viennese Hans Asperger nel ’44. Il primo si accorse dei bambini con particolari caratteristiche, oggi considerate le più gravi, e scelse "autismo" come nome della nuova malattia individuata; il secondo osservò sintomi analoghi ma in ragazzi tutti padroni del linguaggio e parlò di "Psicopatia autistica nell'infanzia".
Nella comunità scientifica oggi è in uso dire "Asperger's children" - i bambini/ragazzi di Asperger - per indicare i giovani autistici meno gravi e spesso dotati di talenti particolari. Nel film "Rain Man" il bravissimo Dustin Hoffman impersona appunto uno di questi malati, staccato dal mondo, ma con tratti geniali.
lunedì 12 dicembre 2005
articoli 11.12.05
Le Scienze, 11.12.05
L’ormone della fiducia
Agisce indebolendo il circuito cerebrale della paura
L’ossitocina, una sostanza chimica presente nel cervello, sembra favorire la fiducia riducendo l’attività e indebolendo le connessioni del circuito cerebrale che elabora la paura. Lo rivela uno studio di ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti, pubblicato sul numero del 7 dicembre della rivista “Journal of Neuroscience”. Usando immagini di scansioni cerebrali, Andreas Meyer-Lindenberg e colleghi hanno scoperto che l’ossitocina reprime il centro della paura del cervello, l’amigdala, attenuando la sua risposta agli stimoli. Lo studio potrebbe suggerire nuovi approcci per il trattamento delle malattie che coinvolgono disfunzioni dell’amigdala e della paura sociale, come fobia sociale, autismo ed eventualmente schizofrenia.
“Molti studi negli animali - commenta Elias Zerhouni, direttore del National Institutes of Health - avevano rivelato che l’ossitocina svolge un ruolo chiave in alcuni comportamenti emotivi e sociali complessi. Adesso, per la prima volta, possiamo letteralmente vedere all’opera questi meccanismi in un cervello umano. I cambiamenti osservati nell’amigdala ci suggeriscono che una sostanza analoga all’ossitocina, ma con un’azione più prolungata, potrebbe avere un valore terapeutico per i disturbi caratterizzati dalla scarsa socializzazione”.
Ispirati da uno studio svizzero pubblicato la scorsa estate, secondo il quale l’ossitocina aumentava i livelli di fiducia negli esseri umani, Meyer-Linderberg e colleghi hanno utilizzato tecniche di brain imaging per chiarire l’effetto dell’ormone a livello dei circuiti cerebrali. I ricercatori hanno scoperto che nei soggetti che osservano immagini minacciose si innesca una forte attivazione dell’amigdala, ma anche che l’ossitocina attenua la comunicazione dell’amigdala con le altre regioni del cervello coinvolte nel meccanismo della paura.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
ANSA, 11.12.05
Nomi al femminile? E' dibattito
Per l'Academie francaise sono aberrazioni linguistiche
(ANSA) - PARIGI, 11 DIC - Torna alla ribalta, grazie al quotidiano 'Le Figaro', la questione della femminilizzazione dei nomi della lingua francese. L'Academie francaise ha gia' dato il suo verdetto: 'sia l'orecchio sia l'intelligenza grammaticale' dovrebbero evitare quelle che definisce come 'aberrazioni linguistiche'. Ma la lingua - osserva il quotidiano - e' lo specchio di una societa' che vede le donne impegnate in attivita' fino a qualche tempo fa di prerogativa essenzialmente maschile.
L’ormone della fiducia
Agisce indebolendo il circuito cerebrale della paura
L’ossitocina, una sostanza chimica presente nel cervello, sembra favorire la fiducia riducendo l’attività e indebolendo le connessioni del circuito cerebrale che elabora la paura. Lo rivela uno studio di ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti, pubblicato sul numero del 7 dicembre della rivista “Journal of Neuroscience”. Usando immagini di scansioni cerebrali, Andreas Meyer-Lindenberg e colleghi hanno scoperto che l’ossitocina reprime il centro della paura del cervello, l’amigdala, attenuando la sua risposta agli stimoli. Lo studio potrebbe suggerire nuovi approcci per il trattamento delle malattie che coinvolgono disfunzioni dell’amigdala e della paura sociale, come fobia sociale, autismo ed eventualmente schizofrenia.
“Molti studi negli animali - commenta Elias Zerhouni, direttore del National Institutes of Health - avevano rivelato che l’ossitocina svolge un ruolo chiave in alcuni comportamenti emotivi e sociali complessi. Adesso, per la prima volta, possiamo letteralmente vedere all’opera questi meccanismi in un cervello umano. I cambiamenti osservati nell’amigdala ci suggeriscono che una sostanza analoga all’ossitocina, ma con un’azione più prolungata, potrebbe avere un valore terapeutico per i disturbi caratterizzati dalla scarsa socializzazione”.
Ispirati da uno studio svizzero pubblicato la scorsa estate, secondo il quale l’ossitocina aumentava i livelli di fiducia negli esseri umani, Meyer-Linderberg e colleghi hanno utilizzato tecniche di brain imaging per chiarire l’effetto dell’ormone a livello dei circuiti cerebrali. I ricercatori hanno scoperto che nei soggetti che osservano immagini minacciose si innesca una forte attivazione dell’amigdala, ma anche che l’ossitocina attenua la comunicazione dell’amigdala con le altre regioni del cervello coinvolte nel meccanismo della paura.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
ANSA, 11.12.05
Nomi al femminile? E' dibattito
Per l'Academie francaise sono aberrazioni linguistiche
(ANSA) - PARIGI, 11 DIC - Torna alla ribalta, grazie al quotidiano 'Le Figaro', la questione della femminilizzazione dei nomi della lingua francese. L'Academie francaise ha gia' dato il suo verdetto: 'sia l'orecchio sia l'intelligenza grammaticale' dovrebbero evitare quelle che definisce come 'aberrazioni linguistiche'. Ma la lingua - osserva il quotidiano - e' lo specchio di una societa' che vede le donne impegnate in attivita' fino a qualche tempo fa di prerogativa essenzialmente maschile.
sabato 10 dicembre 2005
articoli 09.12.05
Le Scienze, 09.12.05
Depressione ed epilessia
Dopo un'operazione chirurgica migliora anche la salute mentale
Ansia e depressione sono problemi comuni per i pazienti la cui epilessia non può essere controllata con i farmaci. Uno studio pubblicato sul numero del 13 dicembre della rivista "Neurology", però, rivela che dopo un'operazione chirurgica si riscontrano miglioramenti significativi.
Il neurologo Orrin Devinsky dell'Università di New York e colleghi hanno scoperto che i tassi di ansia e depressione possono calare di oltre il 50 per cento nei due anni successivi all'intervento chirurgico. I pazienti che non hanno più avuto attacchi epilettici dopo l'operazione avevano probabilità ancora maggiori di non essere più soggetti ad ansia e depressione.
"Sono risultati molto importanti, - commenta Devinsky - perché la depressione e l'ansia possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Molti studi hanno dimostrato che nei pazienti che soffrono delle forme più ostiche di epilessia la depressione ha un effetto maggiore sulla qualità della vita rispetto agli attacchi veri e propri".
Lo studio ha coinvolto 360 volontari in sette centri di epilessia negli Stati Uniti. I pazienti si sono sottoposti a interventi chirurgici per rimuovere l'area del cervello che produceva gli attacchi. Questo tipo di operazione è riservata di solito a coloro i cui attacchi non possono essere controllati con i farmaci. I ricercatori hanno valutato la salute mentale e gli eventuali sintomi di depressione e di ansia prima degli interventi chirurgici e nei due anni successivi, scoprendo che i tassi di questi disturbi sono sostanzialmente calati.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
il Manifesto, 09.12.05
«Senza peccato, l'uomo si annoia»
Anatemi, citazioni e celebrazioni conciliari: il papa festeggia il suo primo 8 dicembre
Pierferdinando Casini s'inchina e bacia l'anello papale. Ma la nuova papamobile, nera ed austera, non convince i fedeli
IAIA VANTAGGIATO
I nostalgici della candida ed eterea papamobile di wojtyliana memoria saranno rimasta delusi: nera ed austera - come l'uomo che la cavalcava - era l'auto con cui papa Ratzinger ha attraversato, ieri pomeriggio, le strade di Roma diretto a piazza di Spagna per rendere il consueto omaggio pontificio alla statua dell'Immacolata Concezione. «Porto con me - ha detto Benedetto XVI - le ansie e le speranze dell'umanità di questo nostro tempo, e vengo a deporle ai piedi della celeste madre del Redentore». Davanti ai suoi piedi, invece - e più prosaicamente - «inciampano» il sindaco di Roma Walter Veltroni e il prefetto Achille Serra mentre il presidente della Camera Pierferdinando Casini, abbandonato ogni freno, s'inchina e bacia l'anello papale. E' una giornata piena quella di Joseph Ratzinger che, però, ben si destreggia tra celebrazioni conciliari, rimbrotti etico-teologici ed ammiccanti evoluzioni in lingua (e preghiera) araba. Il primo 8 dicembre del nuovo papa inizia infatti con la messa solenne celebrata nella Basilica di san Pietro per ricordare il 40esimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. E le sue parole sono rivolte - più che a Giovanni XXIII che di di quel concilio fu l'anima indiscussa - a Paolo VI: «Resta indelebile nella mia memoria - ha detto durante l'omelia - il momento in cui, sentendo le parole del pontefice - i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio». Era l'8 dicembre del 1965. Un'altra Immacolata di cui tenere conto perché «La Madre del Capo - come ieri ha affermato Ratzinger - è anche la Madre di tutta la Chiesa».
Ma è solo l'inizio. A mezzogiorno, Benedetto XVI si affaccia dalla seconda finestra del Palazzo Apostolico per recitare l'Angelus. Benedice la fiamma olimpica dei Giochi di Torino 2006 che giunge a san Pietro grazie a un alacre tedoforo delle Guardie Svizzere e poi si lancia nel biblico anatema: «Il male avvelena sempre, non innalza l'uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo». Non è chiaro a cosa si riferisca - per una volta ci vengono risparmiati aborto, pacs, unioni di fatto e matrimoni preteschi - ma sono comunque le fiamme dell'inferno a tormentarlo: si fa strada nell'uomo, precisa Ratzinger, «il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa, che manchi qualcosa nella sua vita, che faccia farte del vero essere uomini la libertà di dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé».
Il carico è da novanta. In fondo è quasi Natale e - come da copione - siamo tutti più buoni. Ma il tedesco non demorde e - tanto per marcare la differenza intellettuale coi suoi predecessori italiani che raramente, per la verità, si sono ispirati a Dante - cita Goethe: «Chi si abbandona a Dio non diventa un burattino nelle sue mani ma può esercitare in spazi più ampi la sua libertà per il bene del mondo, come ci racconta la storia di Maria Immacolata a differenza di Mefistofele che ci chiede di patteggiare un pò con il male nell'illusione di trarne un beneficio».
La Madonna, Goethe, Mefistofele e poi il serpente, la lotta tra il bene e il male, le tenebre e l'abisso. Difficile fare cronaca quando a parlare è la Vergine Maria. Unico elemento di realtà di tutta la giornata, uno striscione e mazzi di fiori dei detenuti di Regina Coeli e di Rebibbia: «Indulto, un atto di clemenza negato».
Depressione ed epilessia
Dopo un'operazione chirurgica migliora anche la salute mentale
Ansia e depressione sono problemi comuni per i pazienti la cui epilessia non può essere controllata con i farmaci. Uno studio pubblicato sul numero del 13 dicembre della rivista "Neurology", però, rivela che dopo un'operazione chirurgica si riscontrano miglioramenti significativi.
Il neurologo Orrin Devinsky dell'Università di New York e colleghi hanno scoperto che i tassi di ansia e depressione possono calare di oltre il 50 per cento nei due anni successivi all'intervento chirurgico. I pazienti che non hanno più avuto attacchi epilettici dopo l'operazione avevano probabilità ancora maggiori di non essere più soggetti ad ansia e depressione.
"Sono risultati molto importanti, - commenta Devinsky - perché la depressione e l'ansia possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Molti studi hanno dimostrato che nei pazienti che soffrono delle forme più ostiche di epilessia la depressione ha un effetto maggiore sulla qualità della vita rispetto agli attacchi veri e propri".
Lo studio ha coinvolto 360 volontari in sette centri di epilessia negli Stati Uniti. I pazienti si sono sottoposti a interventi chirurgici per rimuovere l'area del cervello che produceva gli attacchi. Questo tipo di operazione è riservata di solito a coloro i cui attacchi non possono essere controllati con i farmaci. I ricercatori hanno valutato la salute mentale e gli eventuali sintomi di depressione e di ansia prima degli interventi chirurgici e nei due anni successivi, scoprendo che i tassi di questi disturbi sono sostanzialmente calati.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
il Manifesto, 09.12.05
«Senza peccato, l'uomo si annoia»
Anatemi, citazioni e celebrazioni conciliari: il papa festeggia il suo primo 8 dicembre
Pierferdinando Casini s'inchina e bacia l'anello papale. Ma la nuova papamobile, nera ed austera, non convince i fedeli
IAIA VANTAGGIATO
I nostalgici della candida ed eterea papamobile di wojtyliana memoria saranno rimasta delusi: nera ed austera - come l'uomo che la cavalcava - era l'auto con cui papa Ratzinger ha attraversato, ieri pomeriggio, le strade di Roma diretto a piazza di Spagna per rendere il consueto omaggio pontificio alla statua dell'Immacolata Concezione. «Porto con me - ha detto Benedetto XVI - le ansie e le speranze dell'umanità di questo nostro tempo, e vengo a deporle ai piedi della celeste madre del Redentore». Davanti ai suoi piedi, invece - e più prosaicamente - «inciampano» il sindaco di Roma Walter Veltroni e il prefetto Achille Serra mentre il presidente della Camera Pierferdinando Casini, abbandonato ogni freno, s'inchina e bacia l'anello papale. E' una giornata piena quella di Joseph Ratzinger che, però, ben si destreggia tra celebrazioni conciliari, rimbrotti etico-teologici ed ammiccanti evoluzioni in lingua (e preghiera) araba. Il primo 8 dicembre del nuovo papa inizia infatti con la messa solenne celebrata nella Basilica di san Pietro per ricordare il 40esimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. E le sue parole sono rivolte - più che a Giovanni XXIII che di di quel concilio fu l'anima indiscussa - a Paolo VI: «Resta indelebile nella mia memoria - ha detto durante l'omelia - il momento in cui, sentendo le parole del pontefice - i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio». Era l'8 dicembre del 1965. Un'altra Immacolata di cui tenere conto perché «La Madre del Capo - come ieri ha affermato Ratzinger - è anche la Madre di tutta la Chiesa».
Ma è solo l'inizio. A mezzogiorno, Benedetto XVI si affaccia dalla seconda finestra del Palazzo Apostolico per recitare l'Angelus. Benedice la fiamma olimpica dei Giochi di Torino 2006 che giunge a san Pietro grazie a un alacre tedoforo delle Guardie Svizzere e poi si lancia nel biblico anatema: «Il male avvelena sempre, non innalza l'uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo». Non è chiaro a cosa si riferisca - per una volta ci vengono risparmiati aborto, pacs, unioni di fatto e matrimoni preteschi - ma sono comunque le fiamme dell'inferno a tormentarlo: si fa strada nell'uomo, precisa Ratzinger, «il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa, che manchi qualcosa nella sua vita, che faccia farte del vero essere uomini la libertà di dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé».
Il carico è da novanta. In fondo è quasi Natale e - come da copione - siamo tutti più buoni. Ma il tedesco non demorde e - tanto per marcare la differenza intellettuale coi suoi predecessori italiani che raramente, per la verità, si sono ispirati a Dante - cita Goethe: «Chi si abbandona a Dio non diventa un burattino nelle sue mani ma può esercitare in spazi più ampi la sua libertà per il bene del mondo, come ci racconta la storia di Maria Immacolata a differenza di Mefistofele che ci chiede di patteggiare un pò con il male nell'illusione di trarne un beneficio».
La Madonna, Goethe, Mefistofele e poi il serpente, la lotta tra il bene e il male, le tenebre e l'abisso. Difficile fare cronaca quando a parlare è la Vergine Maria. Unico elemento di realtà di tutta la giornata, uno striscione e mazzi di fiori dei detenuti di Regina Coeli e di Rebibbia: «Indulto, un atto di clemenza negato».