martedì 25 ottobre 2005

Corriere della Sera 25.10.05
Rina Gagliardi con Bertinotti «Sergio cambi atteggiamento»
L'intervista

ROMA - Rina Gagliardi, dopo gli scontri di Bologna come giudica la linea di Bertinotti? «Fausto - risponde l’editorialista di Liberazione - ha espresso una posizione assolutamente ragionevole ed equilibratissima».
Però si è arrivati agli scontri e ai feriti.
«Rifondazione non vuole certo incendiare gli animi o trasformare il sindaco in un bersaglio della piazza. Ha invitato a una mobilitazione democratica per convincere Cofferati a modificare la linea sui migranti e sul rapporto tra certi strati sociali e la città».
Ma non ritiene che la legalità sia un valore primario?
«Mi pare un’invocazione fuori luogo, qui si tratta di persone che esprimono dei bisogni. L’occupazione delle università come delle case è uno strumento che è stato sempre utilizzato: sotto il palazzo del Comune c’erano ragazzi che vogliono solo discutere del futuro loro e della scuola. La reazione di Cofferati è stata spropositata, assurda. Sta soffiando sul fuoco».
A questo punto, che fare?
«Non riesco ad immaginare una via d’uscita, mi pare una situazione incomprensibile. Spero che si possa ancora instaurare un dialogo, anche perché la città si aspetta dalla giunta che ha eletto una sensibilità diversa su questi temi».

Corriere della Sera 25.10.05
Fischi e striscioni di 200 giovani: siamo tutti meticci Tornano le Farfalle rosse
Il presidente del Senato: la tolleranza senza verità è ipocrisia

di Marco Gasperetti

SIENA - Stavolta l’effetto sorpresa non c’è stato e neppure le Farfalle rosse, il gruppo di «studenti oltranzisti», sono riuscite a creare troppo scompiglio. La contestazione a Marcello Pera, ieri a Siena per presentare con il cardinale Raffaele Renato Martino l’ultimo libro di Benedetto XVI, era stata annunciata da giorni e intercettata dall’apparato di sicurezza, con centinaia di agenti (molti in borghese), carabinieri e vigili urbani ovunque. Anche la sede è stata cambiata: dall’Aula Magna universitaria di fresca occupazione, alla più tranquilla chiesa sconsacrata della Santissima Annunziata, a due passi da Piazza del Campo. E così il presidente del Senato non è stato interrotto come accaduto un mese fa a Camillo Ruini. Ma non è stato risparmiato da una contestazione durissima. Almeno duecento studenti lo hanno accolto con fischi, slogan, striscioni ironici e provocatori. Come quello srotolato dalle Farfalle rosse, i collettivi di estrema sinistra autori della contestazione al presidente della Cei: «Pera cardinale, Ruini deputato. Libera Chiesa in libero Stato». Su un tavolino, una pera e due bottiglie di Peroni. «Le bottiglie di birra sono le guardie del corpo», ha scherzato Alessandro Francesconi, 20 anni, uno dei leader. Poi tutti si sono tinti il volto per camuffarsi da meticci: «Perché noi amiamo il meticciato e non lo contestiamo come ha fatto Pera», hanno urlato le Farfalle. Alle 17,24 ecco il corteo dei 200 studenti. Cori contro la riforma Moratti. Arriva anche il rettore Piero Tosi. Aveva consigliato di rimandare di qualche giorno l’incontro, perché l’ateneo è rovente. Non l’hanno ascoltato.
Marcello Pera, in piazza alle 17,52, entra da una porta secondaria accompagnato da una salva di fischi. Poi il «miracolo». Nella chiesa, un lungo applauso accoglie il presidente. Che ringrazia coloro che «sono qui sfidando l’impopolarità». E poi affronta i temi di L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture , il libro di Ratzinger; dice che la tolleranza senza verità è solo ipocrisia, che non può essere a senso unico, che non vede pericoli di un integralismo cristiano. E si scandalizza per il silenzio «sulla profanazione della chiesa del Carmine avvenuta domenica a Torino» e per chi svaluta la propria religione «che può essere offesa» mentre le altre vanno rispettate.
Una decina di universitari hanno il permesso di entrare, guardati a vista da agenti in borghese con distintivo. Uno studente vuole mostrare una scritta su una t-shirt che tiene sotto la camicia. È un’innocua frase di Thomas Jefferson, uno dei padri della Costituzione americana. Il ragazzo viene allontanato. Alla fine però un piccolo dibattito c’è. Gli studenti leggono un documento e lo consegnano a Pera, che accetta un breve contraddittorio. Alle 20,15 tutti a casa. La giornata finisce con i fischi e gli slogan. Proprio come era iniziata.

Corriere della Sera 25.10.05
Si useranno cellule di feti abortiti, sugli animali ha funzionato Staminali nel cervello
Prima volta su 6 bimbi Stati Uniti: il sì per una rara malattia mortale
di Alessandra Farkas

NEW YORK - Ieri la Food and Drug Administration (Fda) ha dato il via libera ad un’équipe medica della Stanford University che aveva chiesto di effettuare il primo trapianto al mondo di cellule staminali fetali all’interno del cervello umano. La decisione, senza precedenti nella storia della medicina, è destinata ad aprire la porta al trattamento di numerose patologie cerebrali fino ad oggi incurabili come l’Alzheimer e il morbo di Parkinson.
A ricevere le cellule staminali di feti abortiti saranno sei bambini colpiti dal morbo di Batten: una rara e fatale malattia neurodegenerativa causata da un gene difettoso, incapace di creare l’enzima necessario al cervello per disfarsi dei rifiuti metabolici. Nella maggioranza delle vittime l’accumulo di questi rifiuti causa cecità, paralisi e mutismo; la morte arriva prima del decimo anno di età. L’idea del primario di neurochirurgia di Stanford, Stephen Huhn, è di operare aprendo piccoli fori nella calotta cranica di ognuno dei sei bambini, iniettando le cellule staminali pre-neuronali. Una volta innestate nel cervello, queste cellule immature dovrebbero «crescere» e trasformarsi in neuroni «adulti» capaci di produrre l’enzima mancante. Un risultato raggiunto con successo negli esperimenti sui topi.
Se finora a pazienti colpiti da ictus o Parkinson erano state iniettate in via sperimentale cellule staminali cerebrali adulte, quelle trapiantate dai pionieri di Stanford sono staminali fetali, cellule «madri» quasi embrionali, ancora non differenziate. «Sono certo che non esistono minacce per l’identità di nessuno: stiamo solo cominciando a percorrere una nuova via», ha detto Arthur Caplan, direttore del centro di Bioetica dell’università della Pennsylvania, che ha preso atto delle enormi implicazioni etico-morali sollevate sia dal trapianto di cellule cerebrali nel cervello di un’altra persona sia dal fatto che le staminali saranno prelevate per la maggior parte da feti abortiti.
E mentre i test dovranno essere approvati da un comitato interno all’ateneo di Stanford - l’ok dovrebbe arrivare nel giro di qualche settimana -, per evitare attacchi alle persone e alla proprietà, nessuno ha voluto rivelare il nome della fondazione non profit della California che ha messo a disposizione il prezioso e controverso tessuto fetale abortivo.

Corriere della Sera 25.10.05
Lo scrittore canadese Malcolm Gladwell svela i segreti della «prima impressione» La conoscenza in un battito di ciglia
di Livia Manera

Vatti a fidare dei figli e delle cose che vanno a raccontare. «Mio padre è capace di riempirti la testa di teorie sul perché ha agito in un modo piuttosto che in un altro», ha raccontato uno dei figli del genio della finanza George Soros. «Ma io mi ricordo che da bambino lo sentivo parlare così e pensavo, tutte fandonie. Si sa che la ragione per cui cambia posizione sul mercato finanziario è che gli viene mal di schiena. Sente una vera e propria fitta, è il suo segnale di avvertimento». Bernard Berenson non era da meno: davanti a un’opera d’arte falsa si sentiva male, solo che era meno bravo a dare alle proprie reazioni istintive una giustificazione teorica. Tanto che una volta, messo alle strette da un caso che era arrivato in tribunale, dovette confessare al giudice che l’opera in questione gli aveva fatto venire il mal di stomaco. Altre volte gli erano ronzate le orecchie, o improvvisamente si era sentito depresso. Federico Zeri, nel dicembre 1983, davanti al kouros che il Getty Museum di Malibu aveva appena comprato come un originale greco del VI secolo a.C. «provò un’istintiva repulsione» e oggi, dopo attente analisi, nel catalogo del Getty il kouros compare con la seguente dizione: «530 a.C. o falso moderno».
Ora c’è qualcuno che dice che dobbiamo accettare la natura misteriosa di questi giudizi istantanei e imparare a usarla al meglio perché è un grande potenziale. E questo qualcuno, che risponde al nome di Malcolm Gladwell ed è una star della saggistica brillante, lo sa bene perché ha raccolto sull’argomento le più disparate testimonianze scientifiche e personali e ne ha fatto il tema del suo secondo libro, In un batter di ciglia : 800 mila copie vendute solo in America nelle ultime settimane (da oggi nelle librerie italiane per Mondadori), contro il milione del precedente Il punto critico (Rizzoli). Andare a un incontro di Gladwell con i lettori è un’esperienza: teatri costretti a esporre il cartello «tutto esaurito», pubblico di tutte le età che si mette in coda per fare domande intelligenti. Gladwell, un quarantunenne magrissimo e piccolino con l’aria da intellettuale ebreo americano, risponde a tutti con gelida lucidità.
In verità Malcolm Gladwell non è né ebreo né americano, ma canadese e mezzo nero. Quattro anni fa ha deciso di farsi crescere i capelli alla afro, e ha notato che lo multavano più spesso per eccesso di velocità anche se lui guidava esattamente come prima. «Mi sono accorto che l’aver modificato un solo particolare del mio aspetto aveva completamente cambiato il modo in cui la gente mi percepisce al primo sguardo». Di qui l’idea di esplorare le prime impressioni istantanee e i loro effetti, positivi e negativi, porgendoli al lettori in modo seduttivo. «I miei sono libri d’avventura intellettuali», spiega nella hall di un grande albergo di New York dove sta aspettando i genitori in arrivo da Toronto. «Io prendo un’idea e la porto in giro ovunque, come si fa coi personaggi nei romanzi. I miei sono romanzi in cui l’eroe è un concetto».
Ma Gladwell è anche un autore controverso, e chi lo attacca dice in sostanza due cose. La prima è che In un batter di ciglia sostiene che «Le prime impressioni sono affidabili, salvo quando non lo sono». La seconda è un’accusa di razzismo, per avere ribaltato nel suo ultimo libro la lettura popolare della morte di Amadou Diallo, un immigrato nero ucciso nel 1999 dalla polizia solo perché aveva l’aspetto di un rapinatore. «Per me fu un caso di autismo momentaneo». Sarebbe a dire? «Sarebbe a dire che in condizioni di stress elevatissimo i poliziotti hanno travisato le intenzioni dell’uomo».
Ecco dunque un caso di spettacolare fallimento della «cognizione rapida», che quando è contaminata dai pregiudizi tende a rendere la prima impressione inattendibile, vedi il caso della pettinatura afro di Gladwell, o quello, comunissimo, delle assunzioni. Portando a esempio Warren Harding, «uno dei peggiori presidenti della storia degli Stati Uniti» eletto nel 1899 in virtù del suo aspetto presidenziale, Gladwell cita una ricerca secondo cui a pari capacità, in America un uomo alto guadagna 5 mila 525 dollari l’anno più di un uomo di bassa statura. «Vi siete mai chiesti come mai così tante persone mediocri occupino posizioni elevate? Perché anche quando si tratta dei posti più importanti, le nostre decisioni sono molto meno razionali di quello che pensiamo. Vediamo una persona alta e andiamo in estasi».

Corriere della Sera, cronaca di Roma 25.10.05
Malati psichici, i rischi di un abbandono decennale

Sono la sorella di un malato psichiatrico. Presiedo la Fondazione Mario Lugli che da 5 anni si occupa delle problematiche della salute mentale in Italia. La Fondazione è stata costituita dalla mia famiglia ed è attiva nei settori dell'assistenza sociale e sanitaria delle persone affette da malattie psichiche. Essa si pone come scopi il sostegno ai malati psichici e l’organizzazione della loro vita in modo da consentire una riappropriazione di funzioni e capacità psico-fisiche e relazionali sospese, adoperandosi anche per favorire un orientamento lavorativo e lo sviluppo di situazioni formative esterne e interne. Per tale scopo, la Fondazione ha creato strutture di tipo sia diurno che residenziale, per avviare percorsi preparatori finalizzati allo sviluppo del lavoro d'impresa.
Ho letto con vivo interesse gli articoli dei giorni scorsi sul quindicenne che ha ucciso i genitori all’Esquilino. Sono stata colpita anch'io come tutti dalla drammaticità di questo evento, così triste sia per la morte di due persone che per il coinvolgimento di un ragazzo ancora adolescente, ma se devo dire la verità, in tutta la mia lunga esperienza nell'ambito della disabilità mentale, posso assicurare che questi eventi sono diventati da quasi trent’anni, la norma: è chiaro che chi soffre di disturbi mentali e non può curarsi come qualsiasi altro ammalato, soprattutto se viene abbandonato a se stesso, mette a rischio oltre che la sua vita, anche quella degli altri.
Non sto qui ad elencare i momenti durissimi e tristissimi che in trent'anni di attività a favore dei malati psichici gravi ho visto accadere molto spesso, rendendomi purtroppo conto di essere veramente impotente di fronte a queste situazioni. E’ vero, come ho letto negli articoli di Paolo Brogi in questi giorni, che c’è una sesta provincia nel Lazio, una provincia invisibile, fatta da persone che hanno perso la loro dignità perché la società civile, quella bella e sana, gliel’ha tolta, relegandoli ai margini delle strade o facendo finta che questi uomini e donne siano invisibili.
Dirò solo una cosa, per me emblematica di un’intera situazione: a Civitavecchia la ristrutturazione del reparto di psichiatria dell’ospedale San Paolo è partita soltanto dopo che un malato è morto per le gravi ferite riportate in seguito ad un tentativo di fuga dalla finestra della stanza dove era ricoverato.
Per quasi un mese il reparto è rimasto chiuso per ordine dei carabinieri, che dopo un sopralluogo hanno riscontrato delle gravissime carenze strutturali. Solo per questo la ristrutturazione è partita: sono certissima che non è stato per altri motivi.
Potrei andare avanti con gli esempi di mala sanità psichiatrica nel Lazio e in tutta Italia per infinite pagine ma preferisco intanto fare sapere che per questi motivi e per altri ancora ho organizzato per il 22 e 23 novembre un convegno nazionale a roma dove interverranno tutti i nomi più importanti della psichiatria nazionale. Sarà un’occasione importante per discutere e confrontarsi con quanto fatto finora dalla Fondazione Mario Lugli e quanto resta ancora da fare per la psichiatria in Italia.
Dott.ssa Anna Rosa Lugli Andretta
Presidente Fondazione Mario Lugli


Corriere della Sera 25.10.05
Ricerche
Come è nato l’occhio
di Marina Caporlingua


Un gruppo di ricercatori dell'Università di Oxford e della Radboud University (Olanda) ha chiarito uno dei quesiti più indagati dagli evoluzionisti negli ultimi anni: come è nato l'occhio. Per visualizzare le immagini, infatti, i vertebrati possiedono strutture oculari complesse in cui la qualità della visione dipende da alcune proteine dette cristalline. Alcuni invertebrati come le ascidie di mare, invece, non sono in grado di vedere un'immagine, ma sono dotati di fotorecettori per percepire luce e buio. Nelle ascidie i ricercatori hanno scoperto il gene capostipite di quello che codifica le proteine cristalline dei vertebrati. Inoltre, gli embrioni di rana in cui avevano trasferito il tratto di Dna che regola la produzione della proteina sono stati in grado di produrla nel loro sistema visivo.

Il Messaggero 25 ottobre 2005
Il senso della vita. Margherita Hack 83enne scienziata lo vede così
«La vita io non la penso: la vivo»
di Luigi Vaccari

Al senso della vita non i penso mai: la vivo», sorride Margherita Hack, toscana di Firenze, 83 anni, professore emerito di astronomia nell'università di Trieste, accademico dei Lincei. Dice che ha
sempre cercato di fare il suo lavoro nel miglior modo possibile e di andare incontro agli altri: «Sono molto pratica e poco filosofa».
Non le sembra, comunque, che voler rintracciare un significato degno sia un atto di presunzione.
«E' una domanda legittima. Io ci penso ora, perché lei me lo chiede», torna a sorridere. «Ma non ci vedo nulla di arrogante nel riflettere sul perché siamo a questo mondo, e siamo fatti in questo modo, e abbiamo certi rapporti con il prossimo. Serve a qualcosa la nostra vita? Si, c'è il desiderio che serva: a quelli a cui vogliamo bene, agli altri, a noi stessi. E c'è la voglia di lasciare qualcosa che possa essere utile per il futuro».
I suoi studi confortano le aspirazioni, dandole un significato sostanziale?
«Faccio il mio lavoro di ricerca con la curiosità di scoprire qualcosa dell'universo, di capire meglio le leggi che regolano la natura e la vita delle stelle. Mi domando quali sono i grandi problemi ancora aperti per la scienza e quando saranno risolti, non solo nell'astrofisica. Ne esistono molti nella biofisica, nelle biotecnologie. Sono questioni straordinarie: la scienza potrebbe venime a capo nel XXI secolo. Si fanno tanti progressi prodigiosi nella comprensione del meccanismo degli esseri viventi: conosciamo la mappatura del Dna, con le indagini sulle cellule staminali siamo sempre più vicini a comprendere la vita. Forse riusciremo anche a capire come sia stato possibile passare dalle forme più complesse della materia inorganica alle forme vitali più semplici. Mi pare che questo sia il massimo problema che la scienza deve affrontare».
Nel momento in cui si interroga...
«Son curiosità scientifiche, a cui cerco di rispondere».
In modo soddisfacente?
«No. Sono idee. Non posso fare esperimenti in questo campo. Mi posso chiedere qual è stata l'origine dell'universo, perché è cominciata l'espansione dello spazio. Non lo sappiamo: certezze ce ne son molto poche».
Queste domande non hanno a che fare col senso possibile della sua vita?
«L'universo è qualcosa di così enorme, di così infinito, e le sue origini sono così lontane nel tempo... Ripeto: son curiosità scientifiche. Senso della vita, per una come me, è fare ricerca in maniera onesta per indagare al meglio le questioni che sono irrisolte. Nel mio campo ce ne sono tante: in cosmologia, in certi dettagli dell'evoluzione stellare... E' pressante l'interrogativo: "Siamo soli nell'universo? ". Oggi che si scoprono tanti pianeti extra solari, la probabilità che esistano altre forme di vita, anche elevate, è sempre maggiore. E possiamo dare risposte meno azzardate di una volta».
In particolare?
«Conosciamo 163 pianeti extra solari, cioè in orbita intorno a stelle diverse dal sole. La "facilità" di scoprirne altri fa ritenere che, forse, quando si forma una stella, si compone anche un sistema planetario. E i pianeti sono importanti, perché la vita può sorgere solo sui pianeti, non certo sulle stelle, che son troppo calde, né nello spazio interstellare, che è troppo rarefatto. Queste scoperte fanno ipotizzare che i pianeti siano diffusi, nell’universo, e, possibilmente, siano diffuse anche le forme di vita. E quelle elementari saranno molto più copiose di quelle elevate, che richiedono numerose condizioni favorevoli concomitanti. Ai tempi di Tolomeo si pensava che la terra fosse al centro dell'universo, fatta apposta per l'uomo. Pensare ora che essa sia unica e sola a ospitare forme di vita, soprattutto intelligenti, è un indice di egocentrismo, di geocentrismo», sorride Margherita Hack. «E' molto probabile che esistano altre civiltà Ma le distanze sono tali e la velocità della luce è un limite insuperabile: quindi, sarà praticamente impossibile venire a contatto fisico con queste forme di vita. Un giorno, forse, ci riusciremo tramite le onde elettromagnetiche: l'unico modo, non fantascientifico, di avvicinare altri esseri intelligenti. Ma son tutte domande che riguardano la scienza, la struttura dell'Universo: la sua possibilità di ospitare la vita».
Non riconoscono un significato alla sua attività di ricercatrice, in ultima analisi, alla sua esistenza?
«Allora bisogna chiedersi anche il senso dell'universo. Perché l'universo è fatto in questo modo, e ha permesso la formazione delle stelle, delle galassie, dei pianeti, e quindi le condizioni per la vita?».
Riesce a ipotizzare delle risposte?
«Nooo. Penso che sia la struttura naturale della materia, che si aggrega sotto l'azione delle gravità, a formare tutti gli oggetti che poi hanno portato alla nascita delle forme di vita. Che senso ha, perché c'è la gravità? Perché ci son le leggi fisiche? Son tutti interrogativi a cui non sappiamo rispondere».
Un significato alto e compiuto del vivere può nascere soltanto dall’esperienza personale? Sorride:
«Visto che penso che tutto sia originato un po' dal caso o dalla natura della materia, e non certo da un Dio che ci ha creato... Rispondere: un disegno divino, sarebbe molto più facile e più comodo...».
Un utile soccorso?
«La fede religiosa potrebbe spiegare facilmente tutto. Se Dio è onnipotente, se può qualsiasi cosa, se aveva il disegno di fare il mondo in questo modo, si spiega tutto: non ci sono più domande da porsi. Ma è una risposta che non mi piace e non mi soddisfa. Non credo assolutamente in Dio. Preferisco dire che non capisco. Quindi la nostra vita può avere un significato se siamo utili a chi ci circonda, agli esseri viventi, uomini e animali... Ama il prossimo tuo come te stesso: questo può essere il senso alto e compiuto della vita. Non c'è bisogno di Dio».
Un senso alto e compiuto non potrebbe determinarlo la maternità, o la paternità, insomma la procreazione?
«Per chi desidera figlioli, si. Io non ne ho mai desiderati. Non ho mai avuto questa voglia di lasciare un'eredità in carne e ossa».
Non avendo il dono della fede, se la conclusione è la morte, quali significati ultimi potrebbero annullare psicologicamente l'angoscia della fine?
«E' un'angoscia che non ho mai provato: non mi importa nulla che dopo la morte non ci sia più nulla di me. Non capisco questo tormento di volere restare in qualche modo "viventi". Penso che sia, anche questa, una manifestazione di troppo amore per se stessi. lo son convinta che dopo la morte non ci son più, di me resterà la materia: i protoni, gli elettroni, gli atomi, le molecole che hanno composto il mio corpo e potranno andare a formare altri oggetti o esseri viventi o animali che resteranno legati alla terra dalla forza di gravità, incapsulati dentro l'atmosfera. Ma certamente non ci sarà nulla di me. E non me ne frega proprio nulla»,
ride, divertita.
Il senso della vita gli sembra che debba essere circoscritto al periodo in cui si vive:
«In questo spazio di tempo, 80 o 100 anni che siano, si deve cercare, secondo le nostre capacità, le nostre possibilità, di fare bene il nostro lavoro. E di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. E' un senso limitato: non si domanda che cosa ci sarà dopo perché credo che non abbia senso».
Ha realizzato quello che poteva, sottolinea Margherita Hack:
«Non sono stata un Einstein. Non ho fatto grandi scoperte. Ho portato, nel mio campo, un contributo al progresso della scienza. E l'ho fatta conoscere soprattutto ai giovani, che sono molto interessati e contenti di imparare qualcosa. Son riuscita a mettere su una scuola di ricercatori molto bravi. Ho fatto fare un salto di qualità all’Osservatorio astronomico di Trieste, che ho diretto per oltre 20 anni. Con il mio compagno ci siamo sempre integrati, capiti, aiutati. E abbiamo aiutato le persone che avevano bisogno di noi. Sotto questo aspetto credo che non siamo stati del tutto inutili. Punto e basta. Mi sento abbastanza animale da non interrogarmi troppo sul significato della vita: come il mio cane e i miei gatti, che si godono la pappa e il sole», conclude, con un sorriso.

Panorama 21.10.05
Pensare in cinese
di Sandra Petrignani
Cinesi a Shanghai.
Pechino supererà l'Occidente, perché l'uso orientale della ragione è meno dogmatico e più aderente alla realtà. «Noi analizziamo, loro ascoltano. Noi aspiriamo alla vetta, loro restano ai piedi del monte»: parola di uno studioso francese. Che dimostra come il Tao possa insegnare qualcosa anche alla nostra cultura.
«Sindrome cinese», «invasione gialla»: i termini con cui l'immaginario occidentale configura la Cina ha sempre qualcosa di allarmante. «È che la Cina (non l'Islam nostro cugino) è veramente l'altro» dice Renata Pisu, autrice del fortunato La via della Cina (Sperling & Kupfer). «Anche ciò che può apparirci come una rapida occidentalizzazione non è proprio così: confuciani di giorno e taoisti di notte, come si dice semplificando, i cinesi sono difficili da descrivere. Il Tao, l'antica filosofia che ispira il loro comportamento, non è una religione, è una forma mentis, qualcosa di organico che li rende quelli che sono, cioè diversi da tutti».

Un filosofo che dedica la sua opera a descrivere il «pensare cinese» è il francese François Jullien, che al Festival filosofico di Modena quest'anno ha suscitato grande interesse. Già parecchi suoi testi sono stati tradotti in Italia, dagli einaudiani Trattato dell'efficacia e Il saggio è senza idee a Strategie del senso (Meltemi), da Il nudo impossibile (Sossella) all'Elogio dell'Insapore presso Raffaello Cortina, che entro la primavera pubblicherà Nutrire la propria vita.
Partendo da questa espressione, il libro spiega come, al contrario della separazione dei piani (esistenziale, morale, spirituale, materiale) del pensiero occidentale, in quello cinese tutto resti unito e che il saggio non si cura dei risultati, ma solo di «evolvere nel Tao, come un pesce nell'acqua».

«Il pensiero europeo, intimamente platonico» spiega Jullien «separa l'anima dal corpo, il femminile dal maschile, bene e male. Il pensiero classico cinese ragiona per polarità, yin e yang: è un sistema di relazioni». Il suo movimento non è mai frontale, ma laterale, e come si legge in Lao-Tse aspira al paradosso: «Non fare nulla (e che nulla sia fatto)». È l'elogio del non agire per ottenere tutto dall'azione dell'avversario. Uno dei più antichi testi, il Tao Tê Ching, insegna che «il Tao è vuoto» e predica «l'utilità dell'inutile».

«In effetti non esiste assolutamente un quadro comune in cui si possa collocare il pensiero cinese e quello occidentale perché, prima di tutto, non c'è un quadro linguistico comune» conferma Jullien. Ed essendo un filosofo non può evitare di andare al nocciolo della questione: «La nostra filosofia, che discende dall'antica Grecia, ha un problema con la saggezza. E viceversa i cinesi taoisti hanno un problema con la filosofia».

Perché il saggio non parla al filosofo. «Il saggio non discute, ma contiene, e il grande Tao non si enuncia». Insomma, noi applichiamo un modello alla realtà, siamo idealisti, loro sono pragmatici; noi analizziamo, loro ascoltano; noi aspiriamo alla vetta, loro si mantengono in basso, umili come l'acqua. Noi siamo epici, loro prudenti. Noi abbiamo fretta, loro attendono «le trasformazioni silenziose» insite nelle cose. Noi cerchiamo l'evento, loro lo temono.

Come venire a capo di tanta distanza e come non fomentare con questo la paura che il miracolo economico cinese suscita in Occidente? La parola all'economista, Romeo Orlandi, direttore dell'Osservatorio Asia di Bologna: «In realtà di miracoloso non c'è nulla. Ci sono 25 anni di straordinario sviluppo, mai visto prima, in cui il paese si è mosso collettivamente verso i risultati di oggi».
C'entra il Tao con questo? «Il Tao c'entra sempre perché è dentro ogni cinese» risponde il sinologo Giorgio Trentin che ha curato il recentissimo La Cina che arriva (Avagliano).

«È un pensiero individualista che curiosamente (per noi) spinge ad adeguarsi in vista del risultato, a non opporre resistenza all'energia del mondo. Però non bisogna dimenticare che quel reddito straordinario è prodotto dai pochi (350 milioni di persone) che si sono arricchiti, mentre gli altri 800 milioni vivono in condizioni al limite della fame». Questo potrebbe inasprire un conflitto di classe interno capace di cambiare sensibilmente l'espansionismo cinese attuale e nella vita quotidiana produce una sintomatica scissione.

La illustra la dottoressa giapponese Etsuko Kakui, che pratica a Roma medicina tradizionale cinese ed è insegnante di Tai chi: «Oggi va di moda fra i ricchi orientali essere occidentalizzati. Preferiscono le palestre alle arti marziali nei prati. E succede che Tao e medicina tradizionale siano seguiti dai poveri che non possono permettersi le costose cure occidentali. Salvo poi, fallita la guarigione, tornare alla tradizione».

Lo storico Guido Samarani, autore di La Cina del '900 (Einaudi), amplia la visione. «La Cina di oggi è un incrocio di varie filosofie, pensieri, stili di vita. Tradizione e occidentalizzazione, più la matrice marxista socialista, formano un impasto complesso e di difficile decifrazione. La storia ci insegna la cautela».
E così il Tao. Tornando a Jullien: «Se il nostro mito è Ulisse, eroe dell'astuzia, del rischio e della tecnica, il pensiero cinese misconosce il rapporto teoria-pratica. È prudente e insinuante, non s'impone, non è dogmatico, lascia accadere. Il saggio cinese trae profitto non dalla propria iniziativa, ma dalle cose stesse e dalla loro naturale evoluzione».

E così è il cinese medio, probabilmente. Basta pensare alle Chinatown di tutto il mondo, quell'emigrazione discreta, a gruppi familiari, senza integrazione, ma senza dare fastidio, con la tipica capacità di approfittare degli interstizi, di sfruttare i cedimenti dell'altro, offrendo beni esotici e appetibili. Insomma, hanno tutte le carte per vincere la partita? «La nostra chance è resistere alla fascinazione che senza dubbio è grande» avverte il filosofo Sergio Givone, ultimo libro pubblicato Il bibliotecario di Leibniz (Einaudi).

«A noi sfugge il senso delle cose per cui ci affascina ciò che ci sembra loro abbiano conservato: il segreto dell'essere, il suo enigma. Ma la nostra non è una cultura solo biecamente scientista. Non abbiamo bisogno di innamorarci del vuoto del Tao, quando il nulla heideggeriano è qualcosa di molto simile. Cerchiamo di non farci immagini caricaturali, dove Occidente è sinonimo di cattivo e Oriente di buono. Sarebbe un errore grossolano e davvero perdente».

Corriere della Sera 25.10.05
I dati di Eurostat si riferiscono al 2004 nei 25 Paesi dell'Unione europea
Ue, il 31% delle nascite fuori dal matrimonio
Nel 1980 percentuale inferiore al 9%. Scandinavia e Paesi baltici in testa. Cipro, Grecia e Italia i più fedeli all'istituzione matrimoniale

BRUXELLES - Quasi un bambino su tre. La percentuale di figli nati al di fuori del matrimonio nel 2004 nei 25 Paesi dell'Unione europea è stata del 31,6%. Lo riporta l'Eurostat nell'ambito di una ricerca sui cambiamenti
Il presidente della Regione Lazio Marrazzo si è sposato lunedì al Comune di Roma (Veltroni celebrante) con Roberta Serdoz, presenti i tre figli della coppia (Adnkronos)
demografici in Europa. Nel1980 la percentuale di figli di coppie non sposate era dell'8,8%.
I Paesi baltici e le nazioni del Nord Europa hanno i tassi di nascite extraconiugali più alti: il 57,8% in Estonia (nel 2003), il 55,4% in Svezia, il 45,4% in Danimarca e il 45,3% in Lettonia. Le coppie italiane, dopo quelle cipriote e greche, sono invece le meno propense d'Europa a far figli fuori dal matrimonio: nel 2004 solo il 14,9% dei bambini italiani sono nati da genitori non sposati. Nettamente più basse le percentuali di Cipro e Grecia, rispettivamente del 3,3% e del 4,9%.

lunedì 24 ottobre 2005

Le Scienze 21.10.05
La risposta infiammatoria agli stati emotivi
Osservate differenze nei livelli di due biomarcatori dell'infiammazione

Recenti scoperte suggeriscono che l'esaurimento psicofisico causato dal lavoro possa condurre allo sviluppo di processi infiammatori che svolgono un ruolo importante nell'insorgere e nella progressione di malattie cardiovascolari e di altri disturbi. Alcuni ricercatori hanno ora scoperto che gli uomini e le donne differiscono nelle reazioni infiammatorie allo stress e alla depressione sul posto di lavoro.
Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista "Journal of Occupational Health Psychology", le donne che sperimentano un esaurimento nervoso e gli uomini soggetti a depressione presentano un maggior livello di due noti biomarcatori dell'infiammazione, il fibrinogeno e la proteina C reattiva (CRP). Entrambi questi marcatori, in passato, sono stati associati al rischio di malattie cardiovascolari e di ictus.
Nel primo studio su larga scala che mostra una differenza fisiologica nel modo in cui i due sessi reagiscono agli stati emotivi, i ricercatori Sharon Toker dell'Università di Tel Aviv e colleghi hanno esaminato i marcatori di micro-infiammazione nel sangue e i livelli di esaurimento psicofisico, depressione e ansia in 630 donne e 933 uomini sani per determinare quali condizioni costituissero i maggiori fattori di rischio per ciascun sesso. Per misurare i livelli di infiammazione sono stati usati le concentrazioni di fibrinogeno e la quantità di CRP nel sangue. La depressione è stata definita come uno stato di angoscia generalizzato e relativo a tutti gli aspetti della vita, mentre l'esaurimento psicofisico è stato definito come un calo delle risorse energetiche di un individuo al lavoro.
I risultati indicano che le donne "esaurite" e gli uomini "depressi" sono a maggior rischio di future malattie legate all'infiammazione, come il diabete, gli attacchi cardiaci e gli ictus, rispetto alle loro controparti non soggette a esaurimento o depressione. Tutti i collegamenti sono stati determinati dopo aver tenuto conto anche dei fattori fisiologici di cui è nota l'associazione con i livelli di fibrinogeno e di CRP.
Lo studio ha importanti implicazioni per la gestione dello stress sul posto di lavoro per prevenire i disturbi cardiovascolari e altri problemi di salute legati all'infiammazione.

Sharon Toker, Arie Shirom, Itzhak Sharpira, Shlomo Berliner, Samuel Melamed, "The Association Between Burnout, Depression, Anxiety, and Inflammation Biomarkers: C-Reactive Protein and Fibrinogen in Men and Women". Journal of Occupational Health Psychology, Vol. 10, No. 4 (2005).

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Corriere della Sera 24.10.05
Anche il vescovo Vecchi difende il sindaco: quando persegue la legalità non si può contestare, l’accoglienza ha bisogno di regole
Bologna, la Chiesa appoggia Cofferati
(...) di Gian Guido Vecchi

MILANO - La questione non è «chiedere scusa» ai romeni sgomberati a Bologna, come dicono quelli che da sinistra, Bertinotti in testa, flagellano il sindaco Sergio Cofferati. La solidarietà e la carità cristiana prima di tutto, certo, «ma proprio per questo, insomma, un intervento pubblico ci voleva, vivevano in condizioni pietose tra baracche di legno e cartone, anche di recente abbiamo avuto delle piogge che hanno allagato la pianura tutt’intorno: e se ci fosse stata una piena nel Lungoreno, se fosse morto qualcuno? Tutti avrebbero dato la colpa al sindaco, chiaro che non potevano restare lì...». Paolo Mengoli, 66 anni, sceglie le parole con la misura del matematico, già ricercatore dell’Enea, che l’arcivescovo Carlo Caffarra ha nominato in maggio direttore della Caritas bolognese. In questi giorni si sentono spesso, chiaro. Monsignor Caffarra, che proprio ieri ha celebrato in San Petronio il decimo anniversario della sua ordinazione episcopale, segue la faccenda con preoccupazione «perché se il governo di una città è diviso ad andarci di mezzo sono i più poveri e i più deboli», spiega Mengoli. «Ora bisogna pensare a dove alloggiare queste persone: come si dice dalle nostre parti, non bisogna sbolognarli ».
Nel mondo cattolico non mancano malumori ma sulla questione del rispetto della legge lo stesso vescovo Ernesto Vecchi, vicario generale della diocesi, è stato netto: «È chiaro che quando un sindaco persegue la legalità non lo si può contestare». Del resto, «quando dietro c’è un problema di solidarietà, di accoglienza, va risolto non schierandoci gli uni contro gli altri ma cercando di collaborare, ciascuno secondo il proprio compito istituzionale, per far sì che Bologna sia una città accogliente». Attenzione, però: «Accoglienza non significa nessun controllo, occorre avere delle regole: Dio ci ha dato i comandamenti per vivere la nostra vita umana in modo dignitoso e così una democrazia, una città ben amministrata, ha bisogno di legalità ma anche di strutture per rispondere a questi bisogni impellenti».
Così bisogna tenere assieme leggi e solidarietà, contro le xenofobie e le confusioni: «Mandare via chi occupa le case è anzitutto un atto di giustizia nei confronti di chi sta in fila per un alloggio, questa è sicuramente una cosa positiva che il sindaco ha fatto», spiega il direttore della Caritas. Cofferati però deve guardarsi dagli accessi di zelo, «la vicenda dei controlli sui lavavetri è stata una buccia di banana, un errore: ci sono situazioni ben più gravi, a Bologna, e io conosco stranieri che si sono regolarmente inseriti, hanno aperto attività e botteghe, e nei primi anni si erano arrangiati con questi lavoretti: non hanno rubato, non hanno fatto i lenoni, non erano criminali».
Ora occorre unità, «bisogna pensare a un piano strategico: dieci anni fa, davanti a una situazione del genere, il sindaco Vitali e il prefetto coinvolsero tutti i Comuni della provincia, trovando alloggio alle persone». Senza dimenticare quanto diceva monsignor Vecchi: «Ci sono bisogni che molte volte vanno oltre la responsabilità di un sindaco, un prefetto, un questore, un vescovo, e devono in qualche modo essere prevenuti con una politica verso l’uomo che sia un po’ più attenta di quello che non succede in chi ci governa. E qui parlo sia dei governi di destra come di sinistra».

l'Unità 24.10.05
Allarme psicanalisti
(ricordate il dolore?)
di Luigi Cancrini

Stefano Cardarelli:
Caro Cancrini,
due questioni sul rapporto tra psicoterapia e disagio sociale: 1) com'è possibile cercare di affrontare e risolvere, a livello individuale, problemi di ansie, nevrosi, depressioni ecc quando tutti noi, più o meno, siamo costretti a vivere in un contesto collettivo che sistematicamente produce ansie, nevrosi e depressioni perchè ansiogeno, disumano, fasullo e alienante? 2) ho l'impressione che in questi ultimi anni la psicanalisi abbia accentuato la propria autoreferenzialità, concentrandosi sull'individuo e rigettando ogni implicazione sociale e ambientale come fattore di patologie e ciò proprio mentre la morsa di una società organizzata secondo criteri sempre più alienanti e disumanizzanti, si stava facendo via via più stretta e insostenibile. Siamo passati da un estremo all'altro: fino a qualche decennio fa tutto era colpa del sistema, oggi vi è un azzeramento e un disconoscimento pressoché totale di ogni concausa ambientale nell'insorgere del disagio psicologico anche quando queste sono palesemente evidenti.


Credo che tu faccia riferimento, con queste tue osservazioni al convegno che è stato organizzato dal partito dei Comunisti Italiani nel tentativo di proporre al futuro (speriamo) presidente Prodi idee forti per un programma di governo nell'ambito del sociale debole: psichiatria e dipendenze patologiche, minori ed handicappati, carcere ed ospedale psichiatrico giudiziario. Dicendo in sostanza che l'intervento dello Stato in questi settori è ancora oggi del tutto insufficiente e che un governo progressista deve impegnarsi ad aumentare, oltre che il livello delle risorse, anche la qualità degli interventi. Sottolineando il ruolo delle competenze psicologiche e psicoterapeutico che è fondamentale, per tutti gli interventi che si svolgono in tutti questi settori se davvero si vuole passare dall'idea dell'assistenza caritativa ai più deboli a quella del diritto di chi sta male a cure in grado di attivare le sue risorse. Cure che debbono essere portate avanti da professionisti esperti, competenti, capaci di assicurare risposte di buon livello a chi più degli altri ne ha bisogno e, appunto, diritto. Superando una situazione, quella attuale, in cui il diritto alla psicoterapia viene riconosciuto soltanto ai parlamentari, ai dirigenti d'azienda e, in parte, ai giornalisti e assicurandone l'estensione a tutti. Anche a coloro che fanno parte, appunto, delle fasce deboli.
È all'interno di un discorso di questo genere che bisogna ragionare sulla utilità sociale e politica della psicoterapia. Che deve essere considerata, a mio avviso, non tanto un modo di spiegare le origini del disagio o della devianza basato sulla sottolineatura delle cause che lo determinerebbero dall'interno delle persone quanto un modo di aiutare quelli che non ce la fanno ad affrontare i problemi che la vita sta ponendo loro. Attivando risorse cui essi non hanno e potrebbero invece avere accesso.
Quello da cui vorrei partire per proporre il senso di questo mio discorso è il più semplice dei paradigmi su cui si basa la ricerca psicoterapeutica. Ragionando sul lutto o su quella che oggi è denominata correntemente sindrome post-traumatica, quello cui ci si trova regolarmente è il dato per cui l'essere umano (e, a loro modo, molti animali più evoluti) reagiscono alla perdita arrivando a dei comportamenti autodistruttivi solo se quello che viene a mancare, intorno a loro, è una disponibilità all'accoglimento (che, per gli esseri umani, è soprattutto «ascolto») sufficiente a permettere la consolazione e la condivisione del dolore. Guardarlo e sostenerlo, il dolore, è possibile solo se non si è soli e se l'altro ti è vicino. Quello che si verifica se ciò non accade è il crollo della persona o lo sviluppo di una situazione in cui le difese cui si ricorre sono soprattutto quelle basate sul tentativo di non pensarlo (tecnicamente di «negarlo»). Con l'aiuto, oggi tanto diffuso, delle sostanze da cui finisce tanto spesso per dipendere, oppure, su versanti opposti, dell'abulia o dell'attivismo frenetico. Psicoterapia è, se guardi le cose da questo punto di vista, proposta di ascolto empatico fatta nelle immediate vicinanze di un evento traumatico che ingombra la mente di una persona e che è evidentemente collegato al crollo cui la persona è andata incontro o, in altre situazioni, lavoro utile alla costruzione di una relazione che si dà, fra i suoi obiettivi, quello di aiutare la persona a rientrare in contatto con la sua vita e con la sua storia. Costruendo una situazione in cui quello che deve sciogliersi è il ghiaccio più o meno spesso della negazione ed in cui il problema successivo è, spesso, quello di aiutare la persona a riorganizzare la sua vita uscendo dalla solitudine in cui si è costretto.
Quella che risulta chiara e naturale da tutto questo, mi pare, è la indispensabilità del processo psicoterapeutico in un progetto di aiuto reale per una persona che vive un disagio importante. Cui è purtroppo utopico (o inutile) dare risposte solo sintomatiche (con i farmaci) anche se esso si manifesta, in termini di droga o di depressione, di bulimia o di impulsività, di disagio non specifico della persona che vive male, di comportamenti antisociale, ossessivo-compulsivo o dipendente. Lungo tutta la gamma, insomma, di quelle che sono le manifestazioni della sofferenza degli esseri umani che hanno bisogno d'aiuto. Psicanalisti e psicoterapeuti si rendono conto tutti sino in fondo di questo problema? Probabilmente no.
Molti ve ne sono che tendono a ritagliarsi spazi di lavoro privilegiato e di autoreferenzialità più o meno colta. È soprattutto da questo punto di vista, forse, che la tua lettera propone un allarme che anch'io condivido. Quello di cui sono sicuro, tuttavia, è che una grande massa di persone giovani c'è che arriva e continuerà ad arrivare con entusiasmo e voglia di fare all'esercizio di una attività che deve essere insieme professionalmente competente e socialmente utile. Persone giovani che hanno il dovere e il diritto di dare il loro contributo di passione, di idee e di lavoro concreto alla costruzione di una società in cui chi soffre da una condizione di debolezza abbia il diritto e la concreta possibilità di essere aiutato davvero. Nel migliore dei modi possibile.

Reuters 23.10.05
Invenzioni inglesi:
dal cerotto del desiderio per donne alla bici laterale

LONDRA (Reuters) - Da un cerotto profumato che aumenta il desiderio sessuale femminile ad una bicicletta che viaggia di traverso: lo strano, il meraviglioso e il pazzoide sono in mostra alla fiera britannica delle invenzioni.
Liz Paul sostiene che il suo "Scentuelle" -- un piccolo cerotto trasparente che trasuda dopamina e può essere indossato da una donna sui fianchi per ricaricare la sua batteria sessuale -- è quello di cui le femmine stressate hanno bisogno.
"Gli uomini hanno il Viagra, ora noi donne abbiamo questo", ha detto a Reuters alla fiera, nel londinese Alexandra Palace. "Le ricerche mostrano che il 35% delle donne ha problemi con la propria libido".
Ha inventato anche un cerotto che blocca il desiderio per il cioccolato, considerato però da molte donne migliore del sesso.
Nella fiera si trova anche una ingombrante invenzione chiamata "l'uovo", che offre un massaggio al corpo completo e allo stesso tempo un'aroma terapia e musica rilassante.
"Parti stressato ed esci 15 minuti dopo come una nuova persona", spiega Cathy Morris. "Abbiamo avuto richieste da aziende e anche da alcune persone interessante a installarne uno a casa".
Ma forse l'invenzione più strana è la SidewaysBike di Michael Killian: una contrazione con una sola parte di manubrio e una sella nel mezzo che è l'equivalente su due ruote di uno snowboard.
"La sua bellezza è che non ha assolutamente nessuno scopo se non il divertimento", spiega lui con un gran sorriso.

Il Giornale 24.10.05
La melanconia che può vincere la depressione
di Giuseppe Cantarano

Per i Pitagorici la filosofia era una medicina mentis. Lo studium ad bonam mentem. La sapienza del filosofo è quella che mira a conseguire una condizione mentale felice. Ma in cosa consiste la «salute della mente»? A togliere dalle sue tenebre il disordine, la follia. Il filosofo, in quanto medico della mente, è esperto del suo disordine. Ma la follia può anche essere una condizione che si avvicina a una conoscenza superiore (mantica) oltre a rappresentare una distruzione della stessa conoscenza (accidia-depressione).
C'è tuttavia un pharmachon che può immunizzare la nostra anima dalla depressione: la melanconia. Che è la medicina contro il disordine spirituale, ci dice Pio Colonnello (Melanconia, Guida, pagg. 128, euro 8). Ma il farmaco è comunque un veleno. Contiene in sé una contrapposta possibilità. Che può risultare salutare o letale se supera o meno una certa soglia di tollerabilità. Come dire: per sfuggire alla morte dell'anima siamo costretti a incorporarne il principio. Per poter immunizzarci dalla possibile regressione nella depressione, siamo costretti a contagiarci, in forma preventiva e controllata, con quel male contro cui vogliamo combattere. È il passaggio che conduce, nella batteriologia medica, dall'immunità naturale a quella acquisita. Alla convinzione che una forma attenuata di infezione (la melanconia) possa proteggerci - immunizzarci - da una infezione più virulenta dello stesso tipo (la depressione). Si tratta, all'interno di questo dispositivo immunitario, di includere nella nostra anima ciò che tende a negarla. La melanconia - ci ricorda Colonnello - è quella condizione di abbandono contemplativo in cui avvertiamo l'inutilità del nostro inquieto fare.
Nella nostra società, dove la frenetica accelerazione dei processi comunicativi, produttivi e di consumo sollecita la nostra esperienza a una febbrile «ansia del fare», la quiete contemplativa viene percepita come una condizione patologica. Eppure l'ozio è la radice e il fine del nostro inquieto fare. Nell'inoperosità - che noi traduciamo con «noia», mentre gli psichiatri con «depressione» - risiede la salvezza-salute del nostro fare. Non è forse vero che siamo sempre presi da mille cose per cui spesso la distrazione prende il sopravvento sulla concentrazione?
Le opere a cui ci dedichiamo risultano spesso incompiute, spezzate. In questo senso, siamo tutti un po' malinconici. Perché non riusciamo a portare a compimento le nostre opere. È come se, per poter vivere, dovessimo sacrificare la nostra vita. Immunizzarci, cioè, dal rischio della depressione. Introiettando nella nostra anima un po' di quella depressione (la melanconia) da cui vorremmo proteggerci. Per poter fare cose inutili siamo costretti a immunizzarci, introiettando nella nostra anima, come antidoto, la nostalgia dell'ozio. È questo duplice volto (veleno e medicamento) - «erma bifronte» la chiama Colonnello - della melanconia che gli psichiatri dovrebbero interrogare. Perché la melanconia può venirci talvolta in soccorso. Aiutandoci a prender un momentaneo congedo dal nostro assillante fare. Certo, l'«umor nero» della melanconia è una medicina che può avvelenare la nostra esistenza. Piegandola all'inerzia della depressione. Ma può essere anche una medicina che può impedire l'adattamento della nostra esistenza a un delirante fare spesso percepito come inutile.

Il Giornale 20.10.05
Quegli atei devoti il cui vero Dio si chiama politica
di Ruggero Guarini

L'ultimo grande prodotto culturale di questa sinistra che più appare intontita e ubriaca più si mostra convinta di essere il sale della terra e l'ombelico del mondo è l'interminabile fiume di chiacchiere che in questi giorni sta traboccando dalle pagine delle sue gazzette di riferimento sull'inesauribile tema del ritorno dell'Eterno nel vecchio cuore, magari sempre ateo ma ormai certamente devoto, di tanti suoi autorevoli esponenti.
Non si contano più le articolesse formato lenzuolo con cui i massimi nostri campioni di quel nobile sport che va sotto il nome di «battaglia delle idee» si stanno incoraggiando l'un l'altro a immaginare che il grande problema spirituale del nostro presente momento storico sia quello di stabilire se per la nostra sinistra sia un bene o un male il fatto che tanti suoi big vadano dichiarando apertamente che il diritto di credere in Dio ce l'hanno anche loro.
Ma forse il vero problema non è se loro credano o non credano in Dio. Il vero problema, magari, è se Dio crede in loro. È in ogni caso evidente che le loro sempre più frequenti professioni pubbliche di fede non hanno niente a che fare con il sentimento religioso della vita ma molto coi seguenti strazianti bisogni psico-politici:
1) Il bisogno di superare il grande trauma della loro vita – il collasso del comunismo e il crollo delle loro speranze in esso – sostituendo con nuove certezze quelle che furono loro inculcate fin dalla più tenera infanzia (tutto è storia, tutto è politica, tutto è società, tutto è partito, tutto è ragione).
2) Il bisogno di illudersi che civettando goffamente con le gerarchie ecclesiastiche riusciranno a placare lo sgomento procuratogli dall'improvvisa e un po' tardiva scoperta del fatto evidente che la vita è e resterà sempre, come diceva Leopardi, un arcano mirabile e spaventoso.
3) Il bisogno di estrovertirsi completamente e senza residui nel progetto di un'azione al tempo stesso politica, ideologica, culturale, passionale, esistenziale, pubblica, privata eccetera eccetera, ossia in una prassi onnivora e totalizzante, tale da permettere loro di tenere eternamente a cuccia un qualche grande, inestinguibile cruccio segreto, evitando con cura il sospetto che esista una dimensione dell'esperienza umana che non ha niente a che fare con il loro vanaglorioso, perpetuo sdottoreggiare.
4) Il bisogno di porre tutti i loro rapporti umani al servizio di questo progetto e perciò di giudicarli utili o inutili e vantaggiosi o dannosi sempre e soltanto in funzione di esso.
5) Il bisogno di immaginare di essere sempre, in ogni momento della loro vita, dei capi e delle guide, il che li condanna a poter avere soltanto due tipi di relazioni: quelle del capo coi gregari della sua banda (basate sul dominio psicologico assoluto del primo sui secondi e sull'assoluta sudditanza dei secondi verso il primo) e quelle coi capi delle altre bande (basate su una gamma di passioni che va dal rispetto al sospetto, dall'ammirazione all'invidia, dalla soggezione alla complicità, dall'infatuazione all'astio, e così via ondeggiando fra l'affettuosità e l'ostilità.
Questi nuovi credenti scambiano insomma la fede in Dio con la loro fede in se stessi e nel primato della politica, che è il solo articolo della loro vecchia fede al quale, a quanto sembra, non possono rinunciare a nessun costo.
guarini.r@virgilio.it

domenica 23 ottobre 2005

Corriere della Sera 23.10.05
Bologna, l’assedio di Bertinotti a Cofferati Il segretario del Prc ai suoi: iniziative sconcertanti, mobiliteremo sfrattati, fuori sede e ambulanti
di R. Zuc.

ROMA - È come un’onda lunga. Inarrestabile. La polemica sulla linea «dura» di Sergio Cofferati nei confronti delle baraccopoli abitate dagli stranieri, unita a quella sui lavavetri e sulla «legalità» in generale, è ormai diventata un caso nazionale. Per la sinistra prima di tutto. Ieri un autorevole esponente di Rifondazione comunista, come Giuliano Pisapia, ha sparato a zero contro l’ex segretario della Cgil: «La legalità di Cofferati è incostituzionale: come può un rappresentante degli enti locali ritenere che non sia fuori legge in uno Stato democratico la presenza di persone senza casa e senza un’accoglienza degna di un Paese civile?».
MANIFESTAZIONI CONTRO - Ma più di lui aveva detto il giorno prima Fausto Bertinotti durante una combattuta direzione del Prc, un’assemblea che ovviamente non poteva ignorare la vicenda bolognese. Da una parte la minoranza del partito all’attacco: «Caro Fausto, se non usciamo ora dalla giunta, quando?». Dall’altra lo stesso segretario, deciso a portare avanti una nuova strategia contro la linea del compagno Sergio: «Come definire se non sconcertanti le prese di posizione di un sindaco che interpreta la legalità con lo sgombero di povere persone che non sanno dove andare?». E via, l’annuncio della controffensiva: «Certo, sta alla federazione di Bologna decidere cosa fare. Ma a mio giudizio più che andare via o restare in giunta il problema è creare una mobilitazione tale da creare ostacoli alla realizzazione di certi disegni».
In altre parole: il 2 novembre Cofferati decide di discutere della legalità in consiglio comunale? «Allora noi facciamo una manifestazione degli sfrattati sotto le finestre del Comune». E così dicendo. «Faremo lo stesso» con i fuori sede che non hanno alloggio e con gli ambulanti che non riescono a regolarizzarsi. Insomma, «creiamo una dialettica tra le istituzioni e il movimento». Vista anche la buona accoglienza incassata da Bertinotti a Bologna durante la campagna per le primarie.
MALDIPANCIA A SINISTRA - Ce n’è abbastanza per alimentare una guerra senza esclusione di colpi, tutta interna alla sinistra. Là dove non è solo il Prc a contrastare la nuova linea cofferatiana. Venerdì l’ex sindaco diessino, Guido Fanti, è stato durissimo: «Dovremo chiedere scusa ai rumeni del Lungoreno». E tutta la Quercia bolognese è in fibrillazione. I cattolici si inquietano e le associazioni che si occupano di «diritto alla casa», come l’Iai, esigono «l’immediata rilocazione, concordata e adeguata, delle persone sgomberate».
Lo scrittore Edmondo Berselli difende il sindaco: «Ha un suo disegno e lo realizza senza lasciarsi condizionare dai veti dei partiti». L’Arci invece protesta: «È sbagliato risolvere i problemi sociali con misure repressive». Conclude il verde Paolo Cento citando Nanni Moretti: «Il sindaco di Bologna dica finalmente qualcosa di sinistra. O almeno di centrosinistra».

La Stampa 23.10.05
Theodor W. Adorno
Frequentava bordelli e strane signore
oppure infliggeva condanne a morte
di Alessandro Melazzini

MONACO. LA vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio?». Chissà cosa avrebbe risposto Theodor W. Adorno se Marzullo fosse riuscito a propinargli il suo famigerato tormentone.
Perché il funambolico Teddie, intellettuale coltissimo e poliedrico, filosofo, sociologo, oltre che musicologo e compositore, se durante il giorno era solito arrovellarsi cerebralmente, erigendo raffinatissimi edifici teorici, di notte concedeva briglia sciolta alla fantasia, sognando a getto continuo. La mattina poi, «subito dopo il risveglio», anziché fare piazza pulita del suo personalissimo circo ipnagogico, correva ad annotare meticolosamente quanto la propria fantasia aveva escogitato durante il sonno. Chi volesse sbirciare nel mondo onirico del filosofo, può ora consultare i suoi Verbali di sogni, editi in Germania dalla Suhrkamp di Francoforte.
Se allo studio del poderoso apparato teorico dell'Adorno diurno è bene accostarsi armati d'impegno e pazienza, queste sue pagine notturne e dionisiache non sono consigliate agli animi più sensibili e pudichi. Frequenti sono ad esempio i sogni a sfondo erotico. Come quello in cui una splendida signora dell'alta società impone al filosofo, prima di concederglisi a certe pratiche orali, l'acquisto di una macchina lava-pene. Adorno, sbalordito e irritato da tanta sfrontatezza, si sveglia scoprendo che in realtà la gran dama è un'interessata rappresentante della ditta produttrice dell'aggeggio. Numerose sono poi, quantomeno in sogno, le visite del filosofo alle case equivoche. Nel marzo del 1937 sogna di trovarsi in un «bordello particolarmente elegante» di Parigi. Ma, scarseggiando il personale femminile, l'unico piacere della carne a cui si concede è un'ottima bistecca «che mi rese così felice, da farmi dimenticare tutto il resto».
In effetti, con i bordelli Adorno non sembra avere fortuna. A Los Angeles nel '43 sogna di frequentarne uno grandissimo. Prima di realizzare lo scopo della visita, tuttavia, il poveraccio è costretto ad assolvere un'infinita serie di pratiche burocratiche e riempire innumerevoli formulari. L'apparato amministrativo dell'enorme casa di tolleranza è talmente sviluppato che relega le donne di piacere in un'unica misera stanzetta. Ma il colmo è quando, qualche anno dopo, frequentando in sogno un'altra casa di tolleranza parigina, peraltro accompagnato dalla mamma che si mostra sorprendentemente esperta di certi ambienti, Adorno è costretto a imbattersi in una maîtresse così goffa che, per invogliare i clienti a concludere, ha la bella idea di tenere un discorso sulla filosofia di Martin Heidegger. Leggendo di tali avventure viene da chiedersi cos'abbia provato la diligente Gretel mentre batteva a macchina le mattutine annotazioni del marito.
Lo strampalato - e inappagato - erotismo è solo uno dei due aspetti ricorrenti dei sogni adorniani, che sembrano voler riproporre in forma onirica il classico binomio di «amore e morte». Il filosofo sogna infatti spesso di trovarsi a dover infliggere, contro voglia, la pena capitale a qualcuno. Talvolta devono schiattare dei prigionieri politici, altre volte ragazzi innocenti. Una volta sogna persino una ghigliottina self-service, che permette ai condannati di ammazzarsi da soli in modo pratico ed efficiente. Ancor più angoscioso è quando a dover tirare le cuoia è lui stesso. Bollito, maciullato o addirittura crocefisso, un po' alla Fantozzi, nei pressi dell'università: ciò che importa è che l'agonia sia lunga e dolorosa. Forse sulla base di queste spiacevoli scenette Adorno soleva ricordare come «certe esperienze avute in sogno mi danno motivo di pensare che l'individuo avverta la propria morte come una catastrofe cosmica».
Non mancano infine i sogni in cui i due aspetti del binomio appaiono congiunti. Talvolta per via di un «bordello masochista», tal'altra quando Adorno riesce a sventare l'assalto di una nave da parte di agguerrite piratesse, semplicemente con la forza del pensiero. Al desiderio di vendetta dei passeggeri in salvo, egli suggerisce loro di non mettere a morte le donne, bensì di vendicarsi su di esse in modi più piacevoli.
Pur concedendo molto all'inconscio, anche nel sonno Theodor Adorno non cessa comunque di essere un dotto. Quando l'amata zia Agata gli appare in sogno, è per ricordargli come «Karl Kraus sia stato il più arguto e spiritoso di tutti gli scrittori». E quando gli accade di sfoggiare la propria cultura, alla fine tutti indistintamente si rivelano, riporta, «entusiasti del mio profondo sapere».
Ma questo, dopotutto, proprio come nella realtà.

Corriere della Sera 23.10.05
Su «Ok salute» la nuova emergenza e i consigli per sconfiggerla. L’Oms: nel 2020 sarà la seconda patologia più diffusa nel mondo
Da Nixon alla Kidman, così colpisce la depressione Ne soffre un adulto su dieci, soprattutto donne. Le scoperte della genetica e i farmaci mirati
di Adriana Bazzi


Un filo rosso unisce Alain Delon, un mito del cinema che ha appena confessato di soffrire di depressione e di pensare al suicidio, a tante altre persone «normali», piegate dal male di vivere: la genetica. Ricchi e poveri, presidenti americani come Richard Nixon e contadini indiani oppressi dai debiti, pittori famosi come Paul Gauguin, e mamme sconosciute fino a quando non finiscono sui giornali per qualche atto violento contro se stesse o i propri figli. Tutti uguali di fronte a questa malattia. Perché questo male spesso si nasconde nel Dna ed emerge quando stress e conflitti quotidiani diventano insopportabili, o quando squilibri ormonali, come quelli della menopausa, e l’insonnia diventano stimoli scatenanti. Di depressione e di come si combatte parla il numero in edicola di Ok - La salute prima di tutto . L’ultimo gene, legato alla depressione maggiore (la forma più frequente, le altre sono la depressione stagionale, quella bipolare con momenti di euforia e la depressione minore) è appena stato scoperto da un team di ricercatori americani della Myriad Genetics, si chiama Apaf-1 e favorisce l’apoptosi, cioè la morte delle cellule. I ricercatori pensano ora che la scoperta possa portare a nuove cure mirate. Il gene, infatti, produce una proteina che attiva il processo di distruzione di cellule cerebrali ed è proprio questa morte cellulare che porterebbe alla depressione. L’idea, dunque, è quella di bloccare la proteina nel tentativo di controllare la malattia.
La carta di identità genetica della depressione è piuttosto complessa: qualche tempo fa, appena era stata completata la mappa del genoma umano, studiosi americani dell’Università di Pittsburgh avevano identificato ben diciannove zone, presenti su diversi cromosomi e legate alla malattia. Avevano anche notato che alcune alterazioni sono specifiche per il sesso: risultano cioè più frequenti nel sesso femminile che in quello maschile. In effetti le donne sono più colpite dalla depressione rispetto agli uomini.
Tutte queste scoperte potrebbero fornire un aiuto alla diagnosi e portare a nuovi trattamenti farmacologici, più mirati. Ecco un esempio. Uno dei geni della depressione, identificato da un team di ricercatori neozelandesi, è legato alla probabilità di andare incontro a depressione dopo stress particolarmente importanti. Questo gene, chiamato 5-HTT, controlla la serotonina (il mediatore cerebrale che serve per lo scambio di informazioni fra le cellule) e può essere presente in due diverse versioni: la prima renderebbe l’individuo resistente agli effetti negativi di esperienze stressanti, proteggendolo. La seconda, invece, non avrebbe questo effetto protettivo verso la malattia. Si può allora pensare che pazienti con la versione sfavorevole del gene possano ricorre a una prevenzione con psicoterapie o con farmaci, qualora si dimostrasse il loro effetto preventivo.

Repubblica 23.10.05
Adonis e la magia di Damasco
Labirinti d'Oriente
di Alix Van Buren
Alla scoperta della capitale siriana con una guida straordinaria: il più grande poeta arabo vivente che ci accompagna a interrogare minareti, rovistare mercati, esplorare strade e vicoli, sfogliare la storia scritta su archi e colonne. Fino a farci travolgere e spiazzare dai giochi di prestigio di una città dove "l´immaginario si trasforma in realtà e la realtà in immaginario"
"Nessuno parla mai della grandeur della mano araba, che ha creato capolavori meravigliosi come questo luogo"
Damasco. Non si dice no a Adonis, a quella chioma scompigliata da "poète maudit", da Rimbaud siriano. Lui, poeta errante, panteista mistico, cantore massimo del mondo arabo, non contempla un rifiuto. Anche quando, col suo sguardo da sfinge, antico e spericolato, propone di scalare il cielo, perché da lassù - e guarda in alto verso la mezzaluna sfavillante nel cielo sopra Damasco - là dove albergano i semidei, Gilgamesh, Venere Ishtar, Ba´al, gli eroi e la memoria, si osserva con più chiarezza la sorte dell´uomo.
«Alle quattro del pomeriggio, al Caffé al-Nawfara, sotto il minareto grande».
Stargli dietro sarà un´impresa. Lui lo chiama un «gioco edenico». Si tratterà di interrogare minareti, rovistare mercati, sfogliare vicoli, ribaltare archi e colonne, pietre disperse sull´ombelico di Damasco come «lettere di un alfabeto antico». E in ogni piega e fossato rintracciare la presenza dei suoi maestri: Ibn ‘Arabi, il divino mistico andaluso; Al-Niffari, il derviscio ramingo; e sui nostri passi sempre lui, Gilgamesh-Ulisse-Adonis, l´eroe del dubbio, dell´inquietudine universale, che fa svaporare ogni confine fra Oriente e Occidente.
Inutile porre domande. Lui non conversa: scaglia versi. «Qui spesso l´immaginario si trasforma in realtà, e la realtà in immaginario», annuncia il poeta col suo riso argentino e infantile. «Ma questo lo dice il bambino che è in me. L´anziano mi ripete da tempo che i pensieri hanno una vita effimera. Cadono come frutti, senza che alcuno vi presti attenzione».
Il Caffé al-Nawfara
Per raggiungerlo si costeggiano le mura biancheggianti della Cittadella e siepi di fantasmi: emiri morti per difenderla, crociati e mongoli per conquistarla. Si supera la Grande Moschea, una meraviglia del mondo dei califfi. Lasciandosi a destra l´imboccatura del sûq al-Hamîdiyya - i budelli dei mercati coperti da una volta di metallo traforata dai proiettili della rivolta del 1925 contro i francesi - si curva a sinistra fra mercanti di tappeti, di antichi quadranti e astrolabi, facendosi largo fra bottegai accovacciati su sgabelli di cuoio e infervorati nel gioco del tric trac, il backgammon siriano. Ed eccolo: incorniciato dall´arco di Giove compare lui, Adonis, sigaro cubano, jeans e giacca blu. Lo possiede la stessa flemma con cui riceve a Parigi al Flore o ai Deux Magots, esule da quarant´anni coccolato dalla Senna: il suo rifugio dalle tirannidi del mondo arabo.
Soffia il khamassin, lo scirocco, rabbuffa gli alberi, fa volare palloncini e preghiere, e alza muri di sabbia fino a trenta metri. Però l´oasi del Ghouta, che fa da corona alla città coi suoi frutteti, li ferma. Il khamassin vela il cielo, bigio. «Il cielo non è né azzurro né grigio. Non ha colore. Il cielo ha un odore», s´accosta lui, serafico. Sopra al Nawfara il cielo ha l´odore del tabacco di Lattakya bruciato dai narghilè, o del massel speziato alla mela (una moda, lui s´imbroncia, importata dall´Egitto) e degli infusi di fiori. Sa delle pietre millenarie di calcare che troneggiano dai muri della moschea, dei tappeti beduini rossi e neri cotti dal sole, e del kaak bisoumson, i pani tondi al sesamo, caldi di forno, impilati sul vassoio di un garzone che caracolla fra matrone, barbieri e bottegai. Si mescola agli effluvi delle carovane, che dalla Cina, dall´India, dalla Persia arrivavano al Caravanserraglio, dietro l´angolo, per distribuire il carico fino a Venezia. Il rumore dei loro passi, «tenda l´orecchio», fa Adonis, «continua a risuonare nella polvere del sole».
«Oggi il cielo, se vuole, è un nettare. È dolce. Indolente come il tempo, come l´eternità: ha una bocca che non smette di sbadigliare».
«Ma ora sediamoci qui, sieda anche lei. Guardi: s´è seduto anche il sole. Qui, sul bordo delle tazze, sul tavolino di ferro scrostato dalle braci, sul narghilè. E lassù, guardi: s´è seduto anche in cima al minareto». Già, il minareto, quella «parola verticale» che s´innalza nello spazio sopra di noi, a creare il primo spaesamento. Infatti è il minareto di Issâ, cioè di Gesù. Qui, secondo l´Islam, avrà luogo la battaglia apocalittica: Gesù, giunto il Giorno del Giudizio, ridiscenderà da questa torre per combattere l´Anticristo.
Adonis, cantore dell´amore assoluto e testardamente laico, fa spallucce: «Il sacro si mescola al profano», indirizza lo sguardo verso la soglia del ristorante all´ombra della santa cuspide: «Dio è un affare e la religione un grande mercato».
Sussurra: «Noi crediamo tutti in un solo Dio, e però ciascuno pretende che il proprio è migliore, e proclama guerre per difenderlo. Siamo precipitati tutti assieme, musulmani ebrei e cristiani, nei tempi più bui dell´umanità: incolonnati dietro un dio armato, che scaglia missili nel mondo. Questa è una guerra fra dei; anzi, in seno al monoteismo».
Si scalda: «Noi poeti, noi pensatori, noi filosofi abbiamo un compito urgente: immaginare una nuova spiritualità per il terzo millennio. Dobbiamo partire da lontano: da Abramo. Interrogarci se il monoteismo sia stato storicamente un progresso rispetto all´uomo - in termini di pensiero, di filosofia, di arte - o piuttosto una regressione, portatrice di violenza».
Conclude: «Fa tremare quel dio che, in senso religioso, non ha più nulla da dire perché la verità è stata rivelata una volta per tutte, e resta nulla da scoprire. Un mondo sbarrato per sempre. Infatti, dov´è l´uomo? Eccolo, guardi, il capo prostrato a terra. Nel misticismo invece l´invisibile continua a parlare, all´infinito...».
Dal balcone del minareto i muezzin chiamano alla preghiera dell´Asr, del pomeriggio; il coro piomba sul Caffè, dilaga fra i tavolini: «Andiamo, su venga. Prima che s´alzi la sera corriamo a salutare Muawiyah. Poi torneremo, per ascoltare il cantastorie».
Il segreto del Califfo
Muawiyah ibn Abu Sufyan era un califfo; anzi, il primo degli Omayyadi, il quinto dell´Islam, nel 661. Fece Damasco grande e bella, qui fondò il primo Stato arabo, e ne riversò le glorie, la scienza, la poesia, oltre la catena del Tauro, lungo le sponde del Mediterraneo, fino a Cordoba e Siviglia, e a est fino all´India e all´Asia centrale. «Però, vedrà che sorpresa la sua tomba». Con quel mistero ci infiliamo nei vicoli di Haraj Anna Kachate. Fra mura cieche d´argilla, esplodono le risa dei bambini scalzi. Qui avrà camminato Muawiyah. Beveva vino, come i siriani oggi, delle uve dolci di Hawran e di Saidnaya. Riempiva le coppe di nettare al tempo in cui le coppe dell´Islam già si colmavano del fiele dottrinario. Divise l´Islam della vita dall´Islam della morte, in questa città che da più di mille anni oppone al fondamentalismo i versi dei suoi poeti.
Ma cos´è il tempo? «Cosa sono le parole? Non chieda: imiti la rosa, e se deve parlare, pronunci soltanto il profumo». L´oggi si rispecchia tal quale nel passato. Infatti, superata un´ansa, dalla calle affiora una cupola pallida. È la tomba di Muawiyah, solitaria e disadorna. Si direbbe dimenticata. Dietro un cancelletto scardinato sbuca una famigliola che fa da guardia al califfo. «Mamnouo! Vietato!», si scalmana la donna per sbarrare il passo. Cinque bambinelle le sgusciano di sotto le vesti, dai triangoli d´ombra che il sole disegna all´interno della soglia. Le monelle alzano un tale incomprensibile baccano, uno stormo di uccelli starnazzanti, che presto ripieghiamo sui nostri passi. Svanisce il viso ambrato della donna, una Balkis, una regina di Saba. «A Salomone-Suleiman lei domandò: "Di che colore è Dio? ". Lui restò confuso».
«Voilà, ha visto anche lei», commenta Adonis: «Così giace il padre dell´impero: inviso ai tiranni». In realtà attorno alle lastre sconnesse del sepolcro divampa ancora, dopo 1350 anni, l´inconciliabile inimicizia fra sciiti e sunniti: da quando Muawiyah fu nominato califfo al posto di Ali, il genero del Profeta, il quale riparò a Kufa, in Iraq, dove fu assassinato e viene ancora pianto martire. L´autorità nel mondo islamico fu per sempre divisa fra le corti secolari dei califfi-monarchi, e la severa teocrazia degli imam sciiti. Sicché capita che i pellegrini sciiti si rechino a questo misero tumulo per scagliarvi sassi e manciate di terra.
Ora Adonis tuona: «Sì, la mia società è tutta da rifare, dalla A alla Z. Si dice confessionalismo, ma sotto il manto dell´Islam si camuffano le tribù. Il padre tribale e il dio si sono fusi in uno. Tutti i leader arabi sono cattivi padri, piccoli dei: è un dispotismo antichissimo. Però l´Occidente è complice: ama avere di fronte a sé un despota, un oscurantista arabo. Si sente a disagio di fronte a un interlocutore al suo livello. Quasi volesse che il mondo arabo vegeti, al di fuori della Storia».
L´oceano dei sûq
Tra il brontolio di un camion e i richiami dei contadini che vendono pistacchi, sfociamo nel sûq al-Hamîdiyya, tra i più antichi al mondo. Poco distante c´è il sûq Madhat Bâchâ e più in là quello della lana, delle spezie, delle donne coi mercanti d´ambra, e poi ancora dei flauti, delle sete... Camminiamo fra strade, «campi di piante carnivore». I visi, «farfalle senza ali». La faccia di una beduina, «ben più che un giardino da guardare». Un negozio dove propongono piante medicinali, unguenti, fortificanti e stimolanti, sciroppi di saggezza per la testa, sciroppi d´amore per il cuore... «Qui si apprende la saggezza dell´eternità».
Adonis appare e scompare. Si dilegua nelle ombre, la sua voce chiama dal fresco di un antro profumato di gigli. Eccolo, beato, porge il lembo di un tessuto. «È un abito ricamato dalle mani di una donna di Sarakeb, nel nord». Dal lampo che gli attraversa gli occhi si capisce che in quell´arabesco il poeta ha indovinato l´essere umano: «Nessuno parla mai della grandeur della mano araba, che ha creato capolavori meravigliosi. Si parla di cervello creativo, ma la mente ha binari rigidi. Negli arabi la testa è imprigionata, ma la mano è libera. Tutte le ideologie detestano il corpo, ignorano il piacere di quell´essere straordinario che è l´uomo». Ci siamo, si rivela il Sufi: «I mistici arabi dicevano che lo spirito è il corpo, e il corpo è la libertà totale. In particolare, il corpo femminile. Solo attraverso di esso si accede all´invisibile».
L´atelier del pittore
La ricerca dell´"uomo universale" esige un ultimo saluto: qui dietro è nascosto lo studio di Moudarres, pittore, musicista e poeta, astro nell´olimpo dell´espressionismo mondiale, complice di Adonis da sempre. Lo cerchiamo dietro mura in mattoni crudi seccati al sole, fra case aperte verso l´interno su giardini dove fioriscono il limone, l´arancio amaro, il gelsomino d´Arabia. Oltre gli usci tutto è fresco, silenzio e piacere degli occhi: quadrati di basalto e marmi, fontane fruscianti, il canto degli uccelli. «In queste case dubiti del nulla», è soave Adonis: «Quasi che l´uomo sia capace d´abitare i suoi sogni».
E qua e là, lungo la corsa, si schiudono hammâm coi bagni dai nomi profumati: bagno al muschio, alle rose, della bellezza, della porcellana, della regina... unguenti di zenzero e cannella... Naeeman, «che la pienezza del paradiso sia su di te», ti dicono i siriani quando esci dal bagno, anche dalla vasca di casa. Quanto è lontano l´Occidente.
Ed ecco, svicolando in un budello, si apre su via al-Marioud l´atelier di Moudarres. Sulla porta di legno sono scomparsi i foglietti spillati coi suoi aforismi: «L´uomo è più bello della ragione». Qualcuno li ha raccolti per comporne una summa letteraria. Via le fotografie di Sartre e di Moravia, lui cresciuto alla Scuola romana, tornato a Damasco a elaborare la sua corrente di "espressionismo musicale".
Non s´odono più le musiche sufi. Moudarres da cinque anni è sepolto a Bab Assahir. Ma le sue opere, Il Derviscio e i Gitani, I profughi, sono esposte in città alla Galleria Atassi (e a Parigi, Berlino, New York). «Allunghi la mano, tocchi gli spettri che si alzano nel suo spazio»: dalla tela vengono incontro sguardi di sacerdoti, oranti, turiferari, antichi copricapi, i colori della terra di Aleppo. «Da questo si riconosce un capolavoro: quando, appena posati gli occhi, i colori cominciano a cantare». Si naufraga nell´immensa memoria siriana: l´uomo ridiventa assiro, babilonese, mesopotamico, discepolo di Ba´al e Bèl, Ashtar e Adonis, Gilgamesh e Goudèa.
Il cantastorie
S´alza il crepuscolo e dal cielo arriva il coro del Maghrib. Di corsa. Abu Shad, l´ultimo hakawati, il cantastorie pubblico, sta per salire sulla pedana del Nawfara. «Non cerchi di capire: osservi». La sala è calda delle braci dei narghilé. Sotto le lucerne arabe, inizia la lettura delle notti del passato. È un´epopea l´anno divisa in 365 libretti, ogni notte un libretto. Quest´anno, per ironia, è la saga di Saladino e i Crociati. Abu Shad si calca il tarbush in testa, si aggiusta il corpetto e il séroual, poi prende a recitare gli appellativi di Dio.
«D´un sol colpo di spada spiccò cinquanta teste». È il duello fra il crociato Sama´an e l´emiro Assaid. L´emiro si lancia al galoppo, rotea la spada, e andaha... e a quel punto... Abu Shad impugna la sciabola di latta, la rotea, la sbatte con gran frastuono sul piano di metallo.
«Com´è ostinato il sogno della vittoria!», bisbiglia Adonis. Il cantastorie, aggrappato a quel sogno, dice: «Damasco non è mai caduta in mano ai Crociati. Se verranno, mi farò calpestare per fermarli. Meglio un oppressore di casa, che uno straniero». Ma anche il sogno fatuo del cantastorie, come dice Adonis, resta appeso a queste pareti. Dalla Moschea sta per piombare il canto dell´´Isha con il profumo della notte. «La notte, Damasco non dorme», è sereno Adonis. «Si dice: "quando dorme, il suo sonno è leggero come il sogno"».
Arrivederci, as-Salaamu ‘alaykum, Monsieur Adonis, uomo del Mediterraneo, della Senna e dell´Eufrate. «Ci rivedremo, ci rincontreremo. Mi aspettano a Berlino, poi a Madrid, Parigi, Siena e Beirut. Prima o poi tornerò. Ma non so se è così. Quando credi di farti incontro a Cham, Damasco, è lei ad avanzare verso di te, dopo una lunga traversata dei secoli».
«Però si volti, presto»: dalla moltitudine escono due occhi roventi su una giovane faccia a triangolo e un sorriso smagliante. «Visto? Era Gilgamesh anche lui». Il ragazzo guizza via sulla bicicletta, una cesta traboccante di erbe agganciata al sellino. Sulla scia s´alza una sbuffata di menta. E le eterne domande di Gilgamesh/Adonis: cos´è l´universo, c´è ancora spazio in questo mondo per la poesia?

Repubblica 23.10.05
Quando il papa vuole fare le leggi
di Eugenio Scalfari

NEL PORRE due settimane fa il riemergere della questione cattolica nella democrazia italiana identificando nell´azione sempre più politica della Conferenza episcopale e del suo presidente una deriva della Chiesa combattente a detrimento della Chiesa pastorale, avevo concluso con una domanda: il Papa è d´accordo?
La risposta non equivocabile è venuta con la lettera-messaggio di Benedetto XVI ai convegnisti riuniti a Norcia dal presidente del Senato, Marcello Pera: il Papa è d´accordo con Ruini.
Il Papa ha scelto come interlocutore in questo caso l´uomo che riveste la seconda carica dello Stato e che ha già da tempo preso un posto eminente tra i laici-devoti; quelli cioè che, pur non credendo nella verità rivelata cristiana e nei dogmi che la costellano, se ne fanno tuttavia strumento per fornire alla "scatola vuota" della democrazia un fondamento etico discendente direttamente dalla dottrina religiosa, trasformata senza troppo sforzo in "instrumentum regni".
Dico senza troppo sforzo poiché dall´editto di Costantino in poi la Chiesa è sempre stata "instrumentum regni", a volte per estendere la sua presenza nella società e gestirne direttamente le istituzioni; altre volte per ottenere vantaggi dai monarchi. Questi ultimi alla loro volta utilizzarono spregiudicatamente la religione al punto da meritarne la definizione di "oppio dei popoli", polemica e forzata quanto si voglia ma confortata da una pratica che predicava l´obbedienza ai poteri temporali e assoluti emananti dalla volontà divina.
Dall´editto di Costantino alla Rivoluzione francese e alla Costituzione del 1792 sono passati 1500 anni. Il potere civile conferito per diritto divino cadde ma non vennero meno i tentativi di settori cospicui della cattolicità di rimetterlo in sella insieme all´ostilità della Chiesa di Roma contro la democrazia, monarchica o repubblicana che fosse, liberale o socialista.
Ora siamo a una di queste svolte, soprattutto nella "diletta Italia" dove la cattedra di Pietro ha da sempre la sua sede e che pertanto detiene il privilegiato destino di rappresentare la "costituency" della Chiesa, la sua arca temporalistica anche dopo la caduta del potere temporale dei papi. La Corte vaticana rimase barricata "in gran dispitto" dietro le mura e i portoni serrati della Città leonina per oltre quarant´anni, dopo la breccia di Porta Pia. Poi i portoni furono riaperti, i ponti levatoi abbassati, il "non expedit" ritirato.
Il Concordato del ´29 riconobbe vantaggi e privilegi alla Chiesa concordataria, e la proclamò religione di Stato. A fronte di quei vantaggi e privilegi il governo fascista ottenne in via esclusiva l´esercizio del potere civile. Non era ancora la rimessa in sella del diritto divino, ma certo rappresentò un bel passo in quella direzione. Ben presto però la Chiesa si trovò troppo stretta e sempre più a disagio di fronte ad un regime che si ispirava ad un´etica militarista, totalitaria, infine razzista.
Perciò la caduta di quel regime e l´avvento della libertà democratica furono salutati dai cattolici italiani e dalla Santa Sede come una vittoria per la quale del resto anch´essi avevano lottato, cospirato, sofferto. E la nuova democrazia repubblicana fu concepita, dai cattolici e dalla gerarchia ecclesiastica, come la base ideale per assicurare al potere spirituale dei successori di Pietro una "temporalità" adeguata all´epoca e comunque in grado di fornire strumenti idonei a far penetrare nella modernità il lievito del messaggio evangelico attraverso la democrazia cattolica e una "laicità buona".
Durò cinquant´anni questa laicità buona. Importava relativamente poco, Oltretevere, che fosse gestita da un partito e dai suoi alleati attraverso pratiche di sistematica e diffusa corruttela. Importava anche poco che esistessero ampie zone colluse con organizzazioni mafiose.
Ma importava molto invece che la legislazione e l´amministrazione pubblica fossero inclini e pronti a soddisfare i desideri e gli interessi della Chiesa, la sua dottrina, il suo monopolio religioso, la sua presenza educativa, il finanziamento del clero e delle associazioni collaterali.
La buona laicità andava sottobraccio alla secolarizzazione del costume? All´indifferentismo religioso? Alla caduta delle vocazioni? All´abbandono dei sacramenti? Alla dilagante devozione verso il dio danaro? I cattolici veramente cattolici ne soffrivano. Alcuni se ne disperavano. Nacquero qua e là alcune significative dissidenze, ma non fecero molta presa. Fecero invece presa altrove, in Germania, in Olanda, in Francia e in quasi tutto il cattolicesimo europeo e nel mondo cattolico extraeuropeo. E fu Giovanni XXIII, il Vaticano II e papa Montini, il tormentato. Il tentativo ambizioso, rischioso, ma di grande e coraggioso respiro, fu di confrontarsi realmente con la modernità. Con l´ecumene che non poteva essere soltanto quello delle altre religioni monoteiste e delle altre confessioni cristiane, ma con quella laicità autonoma che fin lì era stata considerata la cattiva coscienza dei laici laicisti.
La risposta fu la scelta del Papa polacco, figura di grandissimo carisma, che stese per ventott´anni il suo manto sui mali della Chiesa, predicò il Vangelo in tutto il mondo, costruì col proprio corpo sofferente un monumento mediatico mai visto prima. Ma lasciò inevasi tutti i problemi che aveva ereditato e tolse energia e spinta propulsiva alle novità del Vaticano II.
Ora è arrivato sulla cattedra petrina l´ex capo del Sant´Uffizio. Non era ancora accaduto che un Papa venisse da quel tipo di esperienza curiale.
Molti, cattolici e non cattolici, hanno sperato che proprio quel tipo di esperienza regalasse alla Chiesa un Vicario capace di attingere dalla Chiesa apostolica le capacità di confrontarsi con la modernità. Apostolica, non romana.
Sarebbe stato un miracolo. Infatti non è avvenuto. Siamo di nuovo alla "buona laicità" con in più qualche cosa di cui non si parlava da parecchio tempo: il potere di Dio, cioè della Chiesa depositaria esclusiva delle verità da lui rivelate, a indicare i diritti che debbono essere sanciti dalle leggi della Città terrena. E poiché nella Città terrena risiedono anche cittadini di altra fede o di nessuna fede, prendano tutti atto dell´esistenza di diritti naturali che ciascun abitante del pianeta porta dentro di sé fin dalla nascita, anzi dal concepimento.
I diritti naturali e innati debbono quindi ispirare la legislazione e fornire allo Stato l´etica di cui ha bisogno. Per un cattolico essi si riconducono al Creatore, ma valgono comunque per tutti in quanto appunto innati.
Questo è stato il messaggio di Benedetto XVI ai convegnisti di Norcia. Il presidente del Senato ne ha preso atto con gioia ed ha, a immediato giro di posta, risposto al Pontefice mettendosi a disposizione.
A quando la nostra Costituzione, le sentenze dei tribunali, i diplomi e i decreti del governo e del Parlamento, porteranno l´iscrizione della dicitura "per grazia di Dio"? Questo non guarirà l´indifferenza, l´adorazione del danaro, il dilagare della violenza e dell´egoismo; ben altro ci vorrebbe. Ma rassicurerà il gregge. Darà senso. Aumenterà il temporalismo religioso. E metterà in soffitta il Vaticano II.
La Chiesa post-Wojtyla chiedeva collegialità. Ma il Sinodo concluso appena ieri ha stabilito che i Sinodi non hanno alcun potere all´interno della gerarchia. Possono soltanto porre domande. La risposta spetta soltanto al Papa il quale sembra aver messo la rotta a ritroso, non sul Vaticano II ma sul Vaticano I, non su papa Giovanni ma su Pio IX e su Pacelli.
* * *
Due parole sui diritti innati e sul diritto naturale. Se ne è scritta nei secoli un´immensa biblioteca e non sarò certo io a risollevare questa questione in un articolo di giornale. Ma soltanto qualche breve riflessione.
Il solo, l´unico diritto innato deriva dall´ente, che esiste e vuole esistere. Nel caso della nostra specie quell´ente si chiama persona, quali che siano i tanti significati che si danno a questa parola. In latino persona significa maschera. Per noi significa individuo, infinitesima parte di una specie, anch´essa individuata tra la moltitudine delle specie.
Il diritto dell´individuo persona ad esistere è innato, proviene dalla natura che lo fornisce anche alle altre specie e agli individui che le compongono, ciascuno dei quali, dall´albero al falcone alla persona dotata di mente, vuole, disperatamente vuole esistere e adopera tutti gli strumenti che la natura gli ha forniti per esistere.
Per soddisfare questo diritto "biologico" l´individuo entra necessariamente in conflitto con tutto ciò che lo circonda, con l´obiettivo, per lui primario, di guadagnare e preservare lo spazio di cui ha bisogno. Le radici di due alberi nati troppo vicini tra loro si disputeranno il terreno da cui traggono alimento e la luce che gli serve per la fotosintesi senza la quale appassirebbero. E se lo spazio è troppo ristretto uno dei due finirà con morire diventando uno stecco senza più fronde né linfe.
A maggior ragione ciò si vede nel regno animale e in quello degli uomini. Ho sentito l´altra sera il nostro telepredicatore nazionale esaltare l´innocenza dei bambini, il loro candore, la loro innata bontà. L´età dell´oro insomma. Ma è falso. E´ un falso luogo comune. Il bambino è certamente innocente, ha mangiato soltanto i frutti dell´albero della vita e non ancora quelli della conoscenza. Né sa che cosa sia il peccato. Ma la bontà dei bambini non esiste. La predominante necessità d´ogni bambino è quella di conquistare il suo territorio, attirare su di sé l´attenzione di tutti, vincere tutte le gare, appropriarsi di tutto ciò che desidera. Togliendolo agli altri. Vincendo sugli altri. Sottomettendo gli altri.
Questo è l´istinto primordiale, innato, esclusivo. E spetta a chi li educa insegnare a contenere l´istinto primordiale, a rispettare gli altri, la roba degli altri e addirittura a condividere la propria con gli altri.
Questa disponibilità non è affatto innata ma indotta. Dalla cultura, dall´insegnamento degli adulti. E infine, poiché quell´istinto primordiale ci accompagna fino alla morte, educare e al bisogno limitarlo, spetta alle leggi sulle quali si fonda la Città terrena. I cui fondatori e reggitori si imposero sugli altri con la violenza della scaltrezza o con quella della forza per acquistare il potere ed esercitarlo. Nessuno è stato ed è esente da questo peccato originario, fondato sull´unico diritto innato: la sopravvivenza dell´ente e il dispiegarsi della sua potenza.
Il Papa, quando rispolvera il diritto naturale e lo riconduce al Creatore e chiede che le leggi e la gestione della comunità civile siano improntate alle sue indicazioni, non fa che esprimere la volontà di espansione e potenza dell´ente da lui rappresentato. Esprime attraverso comandamenti religiosi la volontà di potenza della sua religione.
Non so perché questo obiettivo sia chiamato "buona laicità". Il termine è relativamente nuovo. Forse si tratta d´un contentino lessicale alla modernità. Ma se un confronto ci deve essere tra la Chiesa e il mondo moderno, il discorso e l´analisi debbono andare molto al di là delle trovate lessicali. La "buona laicità" odora da lontano di teocrazia. Non vorrei che il confronto con l´Islam ci portasse ad imitarlo nel peggio anziché suggerire agli islamici di scoprire il meglio delle loro e delle nostre Scritture.

Liberazione 23.10.05
Direzione nazionale di Rifondazione comunista. Roma, 21 ottobre 2005
Sintesi dell'intervento di Fausto Bertinotti

L'evento delle primarie e il vincolo dell'unità

Dobbiamo fare un ringraziamento sentito al partito, a tutte le sue articolazioni centrale e territoriali, per l'impegno profuso in questa straordinaria vicenda delle primarie. Così come, da parte nostra, vogliamo ringraziare quanti hanno promosso, praticamente in ogni città, comitati per le primarie, le diverse realtà di associazioni e movimenti, il lavoro svolto dagli esponenti che hanno aderito alla Sinistra Europea, il ruolo svolto da varie personalità politiche, sindacali, del mondo della cultura, in particolare quelle, come Pietro Folena, che hanno in Uniti a Sinistra un punto di riferimento importante.

Quello delle primarie, in particolare quanto avvenuto il 16 ottobre, rappresenta un evento. E' difficile avanzare riserve su questo punto. Lì si è visto un fenomeno di partecipazione di massa che ha superato ogni previsione, anche la più ottimistica. Si è affermata la possibilità che l'Unione possa essere vissuta come un'alleanza fondata sulla partecipazione democratica. C'è dentro questo risultato l'onda lunga della rinascita dei movimenti e della partecipazione ma, credo, anche l'onda breve della richiesta di un cambiamento qui e ora, la necessità e l'urgenza di cacciare Berlusconi. In questo senso, il messaggio forte all'unità è stato vissuto come esigenza prioritaria per consentire il cambiamento.

Diverse sono state le reazioni delle forze politiche, con un singolare rovesciamento dei ruoli.

Il campo riformista, nel passato anche recente abbastanza distratto e disinteressato agli elementi di partecipazione, spesso visti addirittura con sospetto e ostilità, ha colto l'importanza di questa prova, anche se con una tendenza a una interpretazione interessata in funzione di una determinata operazione politica.

Il campo della sinistra radicale, nel senso largo delle sue differenti articolazioni, ha avuto, invece, una difficoltà a cogliere positivamente la prova, dimostrando una difficoltà a comprendere questa nuova frontiera. In alcune sue componenti, neanche quelle più marginali, non ha colto il senso politico di questo evento, la sua connessione con una aspettativa di massa.

In realtà, come ha riconosciuto anche Rossana Rossanda sul Manifesto, si è incorsi in un errore che ritengo consista nell'aver astratto queste primarie dal contesto sociale del qui e ora, quasi si trattasse di una copiatura del modello americano.

Invece, una sinistra radicale diffusa, quella delle associazioni e dei comitati, ha dato grande prova di sé. Questa rete è parte importantissima del nostro futuro e del modo in cui noi vogliamo avanzare nella costruzione di una sinistra di alternativa.

Ricostruire, anche attraverso una analisi dettagliata delle forze che si sono articolate centralmente e nei territori, una mappa di questo arcipelago di realtà è parte fondamentale per la costruzione della sinistra di alternativa.

Il nostro risultato
Ripercorrere le tappe di questo percorso è, quindi, fondamentale: fabbriche, università, associazioni dei migranti, comunità gay, lesbiche, transessuali, centri sociali, realtà dell'associazionismo, comitati per i beni comuni e tanto altro ancora.

In questo contesto, abbiamo raggiunto un risultato notevole. Al di là di alcuni commentatori o rappresentanti di forze politiche il cui livore impedisce qualsiasi analisi oggettiva dei dati, l'importanza di questo risultato è universalmente riconosciuta.

Rispetto alla partecipazione straordinaria che si è registrata, il valore del nostro risultato è, quindi, di assoluto rilievo.

Vorrei che fosse chiaro un punto. Noi abbiamo impostata tutta la nostra campagna sull'idea dello spostamento a sinistra dell'Unione. Questa idea non si è confrontata con un'altra che proponeva, simmetricamente, uno spostamento moderato, ma è stata messa a confronto con l'idea dell'unità, come elemento allo stesso tempo sovraordinatore e autosufficiente contro Berlusconi. La precipitazione dello scontro contro il governo nelle ultime settimane, dal colpo di mano sulla legge elettorale alla manifestazione di Piazza del Popolo, ha accentuato questo carattere. Credo che, in questo senso, vada indagata la duplicità della candidatura di Prodi, allo stesso tempo come leader riformista e simbolo dell'unità.

Senza la capacità di progetto, l'articolazione ampia di forze a nostro sostegno e lo svolgimento di una campagna capillare ed efficace, potevamo essere stritolati da questa esigenza di unità, come è avvenuto per altre forze vicine all'area di riferimento della sinistra.

Al contrario, abbiamo raggiunto un risultato straordinario in termini assoluti, oltre 630 mila voti, e di crescita in termini percentuali rispetto al nostro insediamento.

Penso che considerare che il voto del 16 ottobre pregiudichi o indebolisca la nostra iniziativa sul programma, rappresenti un errore madornale, fratello gemello dell'altro errore di giudizio sulle primarie che prima abbiamo evidenziato. Sono tutti e due figli di un giudizio astratto sulla fase in cui le forze appaiono confrontarsi staticamente, in cui, insomma, manca il valore innovativo della partecipazione, che rende del tutto aperta la contesa.

Il doppio vincolo dell'unità
Franco Giordano, giustamente, ha posto recentemente su Liberazione la domanda di dove saremmo se avessimo fatto un'altra scelta, se cioè non ci fossimo presentati a questo appuntamento. La risposta mi sembra chiara e netta: saremmo stati messi fuori gioco.

La sottovalutazione delle primarie di ieri e il considerare, oggi, la sfida del programma già segnata sono due facce della stessa medaglia, espressioni dello stesso errore di valutazione della fase.

Anche l'unità, che emerge con forza come elemento sovraordinatore di questa fase, assume un'ambiguità e una valenza duplice: è un vincolo che si rivolge verso di noi e che ci dice che, oggi, senza l'unità per cacciare Berlusconi si è fuori dalla politica, almeno se intesa come collocazione dentro il sentire delle masse; ma, allo stesso tempo è un vincolo della coalizione verso di noi, nel senso che l'unità assume anche il carattere dell'opportunità di far vivere, dentro uno schieramento appunto unitario, una vera istanza di cambiamento.

Infatti, sul terreno della società puoi uscire dai confini dell'Unione, come nella manifestazione contro la Bolkestein, ed ugualmente guadagnare consensi oltre i confini tradizionali delle forze politiche e sociali senza che questo venga vissuto come rottura e lo puoi fare, proprio perché tu stesso hai, senza ambiguità, scelto l'unità sugli schieramenti.

E' in relazione a questo doppio vincolo che, oggi, l'ipotesi tedesca della grande coalizione è fuori dalla possibilità di guadagnare uno spazio.

Ciò non vuol dire che l'ipotesi neocentrista non rappresenti un pericolo, l'avversario principale contro cui dobbiamo batterci. Anzi, se oggi battere Berlusconi rappresenta l'imperativo imprescindibile per qualsiasi ragionamento ai fini di aprire una prospettiva diversa per il Paese, dobbiamo avere chiaro come l'avversario principale di domani sarà proprio l'ipoteca neocentrista.

Ma, appunto, questa è l'opportunità che il doppio vincolo dell'unità ci offre: quella di condurre, in campo aperto, una sfida per il nuovo corso, la possibilità, cioè, di battere l'ipotesi neocentrista. Opportunità, quindi, non certezza; possibilità, non un dato già acquisito. Ma, chiediamoci: fuori da quello che abbiamo definito il doppio vincolo dell'unità, quale sarebbe il nostro grado di influenza sui processi? Saremmo di fatto azzerati nella capacità di incidere nella società e nei rapporti politici.

Il contrasto nel partito
Credo che si possa affermare come la discussione e il vero e proprio contrasto che si è avuto nel partito sulle primarie e, oggi, sulla valutazione del risultato e della fase, risieda in un punto di fondo, ovvero quello del rapporto tra il partito e la società. Un contrasto che può essere espresso anche nei termini dell'ideologia contrapposta allo "spurio".

Io credo che questo contrasto mostri la sottovalutazione che vi è in parte del Partito del movimento del nostro tempo: le acque spurie sono quelle in cui tu devi nuotare per affermare, dentro l'ambiguità dei processi, la prospettiva della costruzione dell'alternativa di società.

Per questo, sono fino in fondo per cogliere il senso dell'insegnamento delle primarie e portarlo decisamente fino in fondo, estendendolo in tutte le direzioni, da quello del programma a quello della definizione delle candidature per le prossime elezioni amministrative e politiche.

Ritrarsi da ciò che è spurio? No! E se si dice, attenzione, con la partecipazione e il voto popolare possiamo essere sconfitti, io dico che accetto la sfida: è questo l'unico modo in cui accetto di perdere. Ma credo, anche, che rappresenti l'unica opportunità per uscire dalla minorità e proporsi di vincere nella costruzione di una vera alternativa alle destre.

Per questo, noi pensiamo che si possa attraversare il guado del governo e, al tempo stesso, aprire con forza il versante della costruzione della sinistra di alternativa.

Credo quindi che dobbiamo riconoscere come le distanze con le minoranze interne si siano accresciute e che questo dissenso, proprio perché si manifesta non in dibattito politico, ma dentro le dinamiche sociali, sia più pesante.

Io credo che ci sia un'accentuazione delle distanze, una incomunicabilità che rischia di farsi estraneità e che investe direttamente le componenti interne.

Naturalmente, non parlo affatto della legittimità e del valore del dissenso e della possibilità di manifestarlo.

Alcuni fatti, però, sono simbolici di questo rischio: l'assenza degli esponenti delle minoranze interne al Teatro Eliseo, quando abbiamo presentato pubblicamente il nostro programma, l'assenza all'Hotel Nazionale, allorché abbiamo raccolto da tanti esponenti di forze politiche, sociali, comitati, associazioni, il sostegno alla nostra candidatura, la presenza assai modesta al meeting del Palaeur, la stessa assenza la sera del 16 ottobre nell'occasione della raccolta e diffusione dei risultati, la circostanza, che ritengo assai grave, che, negli organismi dirigenti, ferma restando la valutazione differente sulle primarie, non siamo stati in grado di proporre unitariamente un appello al Partito per l'impegno al raggiungimento del massimo risultato possibile.

Questa modalità in cui si svolge il dibattito interno entra in contraddizione con la ricchezza che il partito diffuso ha dimostrato in questa fase, non solo per la generosità dell'iniziativa ma per la capacità di entrare in sintonia con una campagna di ascolto e di stimolo della partecipazione in gran parte innovativa, per il generale apprezzamento nel partito diffuso del risultato conseguito e nel reciproco riconoscimento di questo impegno e del valore di questo risultato.

E' prevalsa una esposizione del partito nella società a cui i gruppi dirigenti delle componenti interne sono rimasti sostanzialmente estranei.

Ma questo elemento di fluidificazione, che dai territori ha preso un abbrivio, può spingere a una rettifica dei comportamenti e per un piano di lavoro che possa essere condiviso come impegno collettivo.

Due punti fondamentali di applicazione:
- La costituente di una sinistra di alternativa che si fondi prevalentemente sulle forze, le realtà associative, i movimenti che si sono attivati nelle primarie;
- Un piano di lavoro che riparta dai movimenti, dentro una analisi della densità della società italiana anche al fine di contribuire al superamento di un deficit, che ci interroga tutti, della solitudine dei movimenti e della necessità, quindi, di una loro unificazione dentro la cornice di una precipitazione del conflitto contro il governo: legge finanziaria, contratti (in particolare quello dei lavoratori metalmeccanici), attacco alla Costituzione, colpo di mano sulla legge elettorale, sviluppo dei movimenti per i beni comuni.

A proposito delle modifiche alla legge elettorale, visto che il problema è stato riproposto da alcune delle nostre minoranze sulla validità della nostra scelta, vorrei confermare la giustezza della nostra impostazione. Noi abbiamo scelto di rifiutare pregiudizialmente il terreno di un confronto di merito sulla legge elettorale perché abbiamo colto il carattere assolutamente avventuristico e strumentale di questa iniziativa. Pensare che questa poteva essere l'occasione di un dibattito vero sul proporzionale avrebbe significato fare una scelta di separazione dai soggetti sociali e dal sentire del popolo delle opposizioni, senza avere alcuna possibilità di minima incidenza sui contenuti reali di una legge che rappresenta il corrompimento del proporzionale dentro il maggioritario. Insomma, avremmo coniugato un vero disastro nella collocazione sociale e politica del partito.

La sfera politica
Sul pericolo del neocentrismo e sul fatto che questo rappresenti il nostro vero avversario su cui incentrare, per l'oggi e ben più per domani, la nostra iniziativa non ritorno, in quanto abbiamo già, in diverse occasioni, svolto un'analisi approfondita.

Sull'area riformista, invece, credo che dobbiamo avanzare una riflessione, anche alla luce del nuovo quadro determinatosi all'indomani delle primarie.

Io credo che noi dobbiamo avere un atteggiamento di rispetto e di non belligeranza rispetto a tutte le liste e le aggregazioni che, dentro il campo dell'Unione, saranno presentate. Ciò vale, anche, per quanto riguarda la lista unitaria dei riformisti.

Altro discorso, invece, riguarda la discussione su dove guarda e dove si dirige il progetto dei riformisti. Io credo che dobbiamo svolgere una critica radicale a quella che possiamo considerare la deriva del partito democratico.

Fassino, in una intervista recente ha detto pressappoco così: «Non ha senso chiederci se siamo socialisti o kennedyani perché siamo, allo stesso tempo, socialisti e kennedyani».

Al di là della difficile proposizione del parallelo tra la densità di una storia, come quella del termine "socialismo", al cui confronto il "kennedysmo" rappresenta una scheggia della storia americane, ciò che va sottolineato è la cancellazione della dimensione europea come elemento costitutivo di una collocazione politica e culturale.

Nella scelta cui uno dei principali leader socialisti, Fabius, ha chiamato i socialisti francesi, tra una deriva liberaldemocratica e un nuovo ancoraggio a sinistra, il partito democratico rappresenta l'approdo verso la prima opzione.

L'abbandono del termine socialista e, va sottolineato, del termine "sinistra" porta a una collocazione sociale e di classe in cui il lavoro viene ridotto a settorialità, come una tra le tante forme dell'attività.

Qui c'è un nodo politico che, anche dal versante della soggettività del Partito della Sinistra Europea, dobbiamo svolgere appieno.

Dentro l'unità dello schieramento, quindi, va aperta e sviluppata una battaglia politica e culturale determinata, che sappia interloquire anche con le culture critiche dentro il campo vasto della sinistra, senza fare le mosche bianche o i maestri di scuola, che né i numeri, né la nostra cultura politica ci permettono, ma svolgendo una critica che parta innanzitutto dai fatti: la costruzione di una vera sinistra di alternativa.

Liberazione 23.10.05
Dimenticare Pasolini
La storia tra il movimento studentesco romano e Pasolini andò, più o meno, così
di Franco Piperno

Subito dopo gli scontri tra studenti e poliziotti a Valle Giulia il primo di marzo del '68, lo scrittore friulano aveva pubblicato sul settimanale l'Espresso un articolo dal titolo raccapricciante: "Io sto con i poliziotti... ". L'argomentazione era, a vero dire, un po' primitiva. Sosteneva il Nostro che tra studenti e poliziotti bisognasse schierarsi con i secondi perché erano d'estrazione popolare o meglio indigente; mentre i primi, al di là degli slogan e delle dottrine, godevano di una condizione di privilegio; e questa era una ragione sufficiente per dar loro torto.

Questo criterio di verità non aveva avuto molto fiato, dal momento che rendeva ancora più oscuro ciò che pure intendeva chiarire.

In effetti, la sortita pasoliniana non ebbe alcun seguito all'interno del movimento, non introdusse alcuna crepa nel largo consenso che ci sosteneva, e noi neppure gli rispondemmo. O meglio, replicammo, a modo nostro, parecchi mesi più tardi, in occasione del Festival del cinema di Venezia.

Alcuni di noi, non più di una ventina in tutto, gli tesero un agguato: lo attesero, all'imbrunire a metà di una calle, lo circondarono e gli lessero tutti insieme Giusti, l'autore di una poesiola ottocentesca (quasi tutti gli italiani scolarizzati la conoscono) dove si parla dei tutori dell'ordine come schiavi adibiti a mutilare e reprimere la libertà degli altri.

Gli studenti, che insorgevano contro quel tedio soddisfatto chiamato miracolo economico o benessere, non piacevano a Pasolini, e questi godeva di una cordiale antipatia tra i militanti del movimento.

Per quelli tra di noi che avevano letto i suoi romanzi sulle borgate romane non era stata propriamente una rivelazione. Il gergo borgataro, attraverso la metabolizzazione letteraria, ne usciva estenuato, sicché gesti estremi apparivano banali, come nei verbali di polizia o nei referti medicali.

Era andata meglio, risalendo all'indietro, con l'opera di Pasolini Le ceneri di Gramsci, meglio, ma appena meglio.

Alcuni di noi, che vivevano a Roma in quegli anni, avevano avuto occasione d'incontrarlo; qualche volta a casa di Moravia, altre volte da Bertolucci, quando Bernardo viveva ancora con Mapi, una donna che sembrava uscita da un quadro di Caravaggio.

Faccia pallida, "pilonigro", denti radi, vestito di scuro, sostenuto da una energia rappresa, avresti detto di Pasolini che si trattava di una replica friulana di Giordano Bruno.

Non sopportava l'idea che si potesse insorgere, tutti insieme; e modificare così le abitudini di intere masse umane. Sembrava ritenere che l'unica ribellione autentica fosse quella virtuale della letteratura e dell'arte. Malgrado vivesse proprio quegli anni formidabili, senza precedenti nella storia del Paese, quando una cattiveria sognante aveva lievitato differenze e passioni rendendo protagonisti milioni di giovani; nonostante questo incontrovertibile dato fattuale, sosteneva caparbio che la ribellione di massa fosse impossibile in linea di principio dal momento che il sistema consumista-edonista aveva omologato ogni cosa.

Le lotte degli studenti e dei giovani operai lo stizzivano perché sembravano smentire la sua fosca teoria e s'industriava a colpevolizzare il movimento, a cercarne una colpa segreta, possibilmente un po' abietta, quale vera causa di quel fenomeno collettivo, destinato, a parer suo, ad accelerare il processo di omologazione, portandolo alle sue conseguenze ultime.

L'anima di Pasolini sembrava fabbricata attorno al sentimento del peccato, della colpa; i suoi occhi sembravano aprirsi solo a scenari di decadenza, corruzione, morte. Spargeva a piene mani, dalla letteratura, dal cinema, dalla pubblicistica una rappresentazione tridentina-spagnolesca della condizione del nostro paese, immerso nel peccato e nella menzogna.

Tutto quel suo estremismo della parola, quel galvanismo fraseologico suonava qualche volta un po' recitato, oserò dire falso. E certo c'era almeno un indizio a favore di questo giudizio: il Pasolini andava lanciando i suoi strali contro il sistema dominante dalle colonne del Corsera, dove uscivano con regolarità i suoi Scritti corsari; il che era un po' come fare il pirata dalla nave ammiraglia.

In quegli articoli si adirava ed imprecava contro la volgarità e la solitudine immensa dell'edonismo consumistico che permette d'accedere all'esperienza solo attraverso il denaro; ma questo non lo tratteneva dal recarsi come un ricco consumatore negli angiporti dell'esclusione e dell'emarginazione, vivendo così l'esperienza della discesa agli inferi della borgata romana, tra travestiti, prostitute e scippatori; dove era possibile acquisire la disponibilità di un corpo umano come si acquista una merce.

Pasolini appartiene interamente alla falsa coscienza di quegli anni; se è stato un maestro lo è stato nel senso che dobbiamo imparare a farne a meno. Storie d'altri tempi sulle quali è meglio che cali l'oblio.

Questo non vuol dire che non vi siano delle verità, qualcosa che vale la pena salvare nel poeta friulano. Ve ne sono di certo, almeno due. La prima è d'aver avuto un'esistenza intensa - lasciando che la vita fosse dilaniata dalle stesse contraddizioni che l'avevano nutrita. L'altra, forse maggiore, è nel suo film Il Vangelo secondo Matteo dove la passione di Cristo ha per scenario una città rurale della Lucania (Matera) - l'occhio del contadino friulano scova l'aura dei giardini nei cortili delle case, come un paradiso a portata di mano, come Gerusalemme appunto.