Rina Gagliardi con Bertinotti «Sergio cambi atteggiamento»
L'intervista
ROMA - Rina Gagliardi, dopo gli scontri di Bologna come giudica la linea di Bertinotti? «Fausto - risponde l’editorialista di Liberazione - ha espresso una posizione assolutamente ragionevole ed equilibratissima».
Però si è arrivati agli scontri e ai feriti.
«Rifondazione non vuole certo incendiare gli animi o trasformare il sindaco in un bersaglio della piazza. Ha invitato a una mobilitazione democratica per convincere Cofferati a modificare la linea sui migranti e sul rapporto tra certi strati sociali e la città».
Ma non ritiene che la legalità sia un valore primario?
«Mi pare un’invocazione fuori luogo, qui si tratta di persone che esprimono dei bisogni. L’occupazione delle università come delle case è uno strumento che è stato sempre utilizzato: sotto il palazzo del Comune c’erano ragazzi che vogliono solo discutere del futuro loro e della scuola. La reazione di Cofferati è stata spropositata, assurda. Sta soffiando sul fuoco».
A questo punto, che fare?
«Non riesco ad immaginare una via d’uscita, mi pare una situazione incomprensibile. Spero che si possa ancora instaurare un dialogo, anche perché la città si aspetta dalla giunta che ha eletto una sensibilità diversa su questi temi».
Corriere della Sera 25.10.05
Fischi e striscioni di 200 giovani: siamo tutti meticci Tornano le Farfalle rosse
Il presidente del Senato: la tolleranza senza verità è ipocrisia
di Marco Gasperetti
SIENA - Stavolta l’effetto sorpresa non c’è stato e neppure le Farfalle rosse, il gruppo di «studenti oltranzisti», sono riuscite a creare troppo scompiglio. La contestazione a Marcello Pera, ieri a Siena per presentare con il cardinale Raffaele Renato Martino l’ultimo libro di Benedetto XVI, era stata annunciata da giorni e intercettata dall’apparato di sicurezza, con centinaia di agenti (molti in borghese), carabinieri e vigili urbani ovunque. Anche la sede è stata cambiata: dall’Aula Magna universitaria di fresca occupazione, alla più tranquilla chiesa sconsacrata della Santissima Annunziata, a due passi da Piazza del Campo. E così il presidente del Senato non è stato interrotto come accaduto un mese fa a Camillo Ruini. Ma non è stato risparmiato da una contestazione durissima. Almeno duecento studenti lo hanno accolto con fischi, slogan, striscioni ironici e provocatori. Come quello srotolato dalle Farfalle rosse, i collettivi di estrema sinistra autori della contestazione al presidente della Cei: «Pera cardinale, Ruini deputato. Libera Chiesa in libero Stato». Su un tavolino, una pera e due bottiglie di Peroni. «Le bottiglie di birra sono le guardie del corpo», ha scherzato Alessandro Francesconi, 20 anni, uno dei leader. Poi tutti si sono tinti il volto per camuffarsi da meticci: «Perché noi amiamo il meticciato e non lo contestiamo come ha fatto Pera», hanno urlato le Farfalle. Alle 17,24 ecco il corteo dei 200 studenti. Cori contro la riforma Moratti. Arriva anche il rettore Piero Tosi. Aveva consigliato di rimandare di qualche giorno l’incontro, perché l’ateneo è rovente. Non l’hanno ascoltato.
Marcello Pera, in piazza alle 17,52, entra da una porta secondaria accompagnato da una salva di fischi. Poi il «miracolo». Nella chiesa, un lungo applauso accoglie il presidente. Che ringrazia coloro che «sono qui sfidando l’impopolarità». E poi affronta i temi di L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture , il libro di Ratzinger; dice che la tolleranza senza verità è solo ipocrisia, che non può essere a senso unico, che non vede pericoli di un integralismo cristiano. E si scandalizza per il silenzio «sulla profanazione della chiesa del Carmine avvenuta domenica a Torino» e per chi svaluta la propria religione «che può essere offesa» mentre le altre vanno rispettate.
Una decina di universitari hanno il permesso di entrare, guardati a vista da agenti in borghese con distintivo. Uno studente vuole mostrare una scritta su una t-shirt che tiene sotto la camicia. È un’innocua frase di Thomas Jefferson, uno dei padri della Costituzione americana. Il ragazzo viene allontanato. Alla fine però un piccolo dibattito c’è. Gli studenti leggono un documento e lo consegnano a Pera, che accetta un breve contraddittorio. Alle 20,15 tutti a casa. La giornata finisce con i fischi e gli slogan. Proprio come era iniziata.
Corriere della Sera 25.10.05
Si useranno cellule di feti abortiti, sugli animali ha funzionato Staminali nel cervello
Prima volta su 6 bimbi Stati Uniti: il sì per una rara malattia mortale
di Alessandra Farkas
NEW YORK - Ieri la Food and Drug Administration (Fda) ha dato il via libera ad un’équipe medica della Stanford University che aveva chiesto di effettuare il primo trapianto al mondo di cellule staminali fetali all’interno del cervello umano. La decisione, senza precedenti nella storia della medicina, è destinata ad aprire la porta al trattamento di numerose patologie cerebrali fino ad oggi incurabili come l’Alzheimer e il morbo di Parkinson.
A ricevere le cellule staminali di feti abortiti saranno sei bambini colpiti dal morbo di Batten: una rara e fatale malattia neurodegenerativa causata da un gene difettoso, incapace di creare l’enzima necessario al cervello per disfarsi dei rifiuti metabolici. Nella maggioranza delle vittime l’accumulo di questi rifiuti causa cecità, paralisi e mutismo; la morte arriva prima del decimo anno di età. L’idea del primario di neurochirurgia di Stanford, Stephen Huhn, è di operare aprendo piccoli fori nella calotta cranica di ognuno dei sei bambini, iniettando le cellule staminali pre-neuronali. Una volta innestate nel cervello, queste cellule immature dovrebbero «crescere» e trasformarsi in neuroni «adulti» capaci di produrre l’enzima mancante. Un risultato raggiunto con successo negli esperimenti sui topi.
Se finora a pazienti colpiti da ictus o Parkinson erano state iniettate in via sperimentale cellule staminali cerebrali adulte, quelle trapiantate dai pionieri di Stanford sono staminali fetali, cellule «madri» quasi embrionali, ancora non differenziate. «Sono certo che non esistono minacce per l’identità di nessuno: stiamo solo cominciando a percorrere una nuova via», ha detto Arthur Caplan, direttore del centro di Bioetica dell’università della Pennsylvania, che ha preso atto delle enormi implicazioni etico-morali sollevate sia dal trapianto di cellule cerebrali nel cervello di un’altra persona sia dal fatto che le staminali saranno prelevate per la maggior parte da feti abortiti.
E mentre i test dovranno essere approvati da un comitato interno all’ateneo di Stanford - l’ok dovrebbe arrivare nel giro di qualche settimana -, per evitare attacchi alle persone e alla proprietà, nessuno ha voluto rivelare il nome della fondazione non profit della California che ha messo a disposizione il prezioso e controverso tessuto fetale abortivo.
Corriere della Sera 25.10.05
Lo scrittore canadese Malcolm Gladwell svela i segreti della «prima impressione» La conoscenza in un battito di ciglia
di Livia Manera
Vatti a fidare dei figli e delle cose che vanno a raccontare. «Mio padre è capace di riempirti la testa di teorie sul perché ha agito in un modo piuttosto che in un altro», ha raccontato uno dei figli del genio della finanza George Soros. «Ma io mi ricordo che da bambino lo sentivo parlare così e pensavo, tutte fandonie. Si sa che la ragione per cui cambia posizione sul mercato finanziario è che gli viene mal di schiena. Sente una vera e propria fitta, è il suo segnale di avvertimento». Bernard Berenson non era da meno: davanti a un’opera d’arte falsa si sentiva male, solo che era meno bravo a dare alle proprie reazioni istintive una giustificazione teorica. Tanto che una volta, messo alle strette da un caso che era arrivato in tribunale, dovette confessare al giudice che l’opera in questione gli aveva fatto venire il mal di stomaco. Altre volte gli erano ronzate le orecchie, o improvvisamente si era sentito depresso. Federico Zeri, nel dicembre 1983, davanti al kouros che il Getty Museum di Malibu aveva appena comprato come un originale greco del VI secolo a.C. «provò un’istintiva repulsione» e oggi, dopo attente analisi, nel catalogo del Getty il kouros compare con la seguente dizione: «530 a.C. o falso moderno».
Ora c’è qualcuno che dice che dobbiamo accettare la natura misteriosa di questi giudizi istantanei e imparare a usarla al meglio perché è un grande potenziale. E questo qualcuno, che risponde al nome di Malcolm Gladwell ed è una star della saggistica brillante, lo sa bene perché ha raccolto sull’argomento le più disparate testimonianze scientifiche e personali e ne ha fatto il tema del suo secondo libro, In un batter di ciglia : 800 mila copie vendute solo in America nelle ultime settimane (da oggi nelle librerie italiane per Mondadori), contro il milione del precedente Il punto critico (Rizzoli). Andare a un incontro di Gladwell con i lettori è un’esperienza: teatri costretti a esporre il cartello «tutto esaurito», pubblico di tutte le età che si mette in coda per fare domande intelligenti. Gladwell, un quarantunenne magrissimo e piccolino con l’aria da intellettuale ebreo americano, risponde a tutti con gelida lucidità.
In verità Malcolm Gladwell non è né ebreo né americano, ma canadese e mezzo nero. Quattro anni fa ha deciso di farsi crescere i capelli alla afro, e ha notato che lo multavano più spesso per eccesso di velocità anche se lui guidava esattamente come prima. «Mi sono accorto che l’aver modificato un solo particolare del mio aspetto aveva completamente cambiato il modo in cui la gente mi percepisce al primo sguardo». Di qui l’idea di esplorare le prime impressioni istantanee e i loro effetti, positivi e negativi, porgendoli al lettori in modo seduttivo. «I miei sono libri d’avventura intellettuali», spiega nella hall di un grande albergo di New York dove sta aspettando i genitori in arrivo da Toronto. «Io prendo un’idea e la porto in giro ovunque, come si fa coi personaggi nei romanzi. I miei sono romanzi in cui l’eroe è un concetto».
Ma Gladwell è anche un autore controverso, e chi lo attacca dice in sostanza due cose. La prima è che In un batter di ciglia sostiene che «Le prime impressioni sono affidabili, salvo quando non lo sono». La seconda è un’accusa di razzismo, per avere ribaltato nel suo ultimo libro la lettura popolare della morte di Amadou Diallo, un immigrato nero ucciso nel 1999 dalla polizia solo perché aveva l’aspetto di un rapinatore. «Per me fu un caso di autismo momentaneo». Sarebbe a dire? «Sarebbe a dire che in condizioni di stress elevatissimo i poliziotti hanno travisato le intenzioni dell’uomo».
Ecco dunque un caso di spettacolare fallimento della «cognizione rapida», che quando è contaminata dai pregiudizi tende a rendere la prima impressione inattendibile, vedi il caso della pettinatura afro di Gladwell, o quello, comunissimo, delle assunzioni. Portando a esempio Warren Harding, «uno dei peggiori presidenti della storia degli Stati Uniti» eletto nel 1899 in virtù del suo aspetto presidenziale, Gladwell cita una ricerca secondo cui a pari capacità, in America un uomo alto guadagna 5 mila 525 dollari l’anno più di un uomo di bassa statura. «Vi siete mai chiesti come mai così tante persone mediocri occupino posizioni elevate? Perché anche quando si tratta dei posti più importanti, le nostre decisioni sono molto meno razionali di quello che pensiamo. Vediamo una persona alta e andiamo in estasi».
Corriere della Sera, cronaca di Roma 25.10.05
Malati psichici, i rischi di un abbandono decennale
Sono la sorella di un malato psichiatrico. Presiedo la Fondazione Mario Lugli che da 5 anni si occupa delle problematiche della salute mentale in Italia. La Fondazione è stata costituita dalla mia famiglia ed è attiva nei settori dell'assistenza sociale e sanitaria delle persone affette da malattie psichiche. Essa si pone come scopi il sostegno ai malati psichici e l’organizzazione della loro vita in modo da consentire una riappropriazione di funzioni e capacità psico-fisiche e relazionali sospese, adoperandosi anche per favorire un orientamento lavorativo e lo sviluppo di situazioni formative esterne e interne. Per tale scopo, la Fondazione ha creato strutture di tipo sia diurno che residenziale, per avviare percorsi preparatori finalizzati allo sviluppo del lavoro d'impresa.
Ho letto con vivo interesse gli articoli dei giorni scorsi sul quindicenne che ha ucciso i genitori all’Esquilino. Sono stata colpita anch'io come tutti dalla drammaticità di questo evento, così triste sia per la morte di due persone che per il coinvolgimento di un ragazzo ancora adolescente, ma se devo dire la verità, in tutta la mia lunga esperienza nell'ambito della disabilità mentale, posso assicurare che questi eventi sono diventati da quasi trent’anni, la norma: è chiaro che chi soffre di disturbi mentali e non può curarsi come qualsiasi altro ammalato, soprattutto se viene abbandonato a se stesso, mette a rischio oltre che la sua vita, anche quella degli altri.
Non sto qui ad elencare i momenti durissimi e tristissimi che in trent'anni di attività a favore dei malati psichici gravi ho visto accadere molto spesso, rendendomi purtroppo conto di essere veramente impotente di fronte a queste situazioni. E’ vero, come ho letto negli articoli di Paolo Brogi in questi giorni, che c’è una sesta provincia nel Lazio, una provincia invisibile, fatta da persone che hanno perso la loro dignità perché la società civile, quella bella e sana, gliel’ha tolta, relegandoli ai margini delle strade o facendo finta che questi uomini e donne siano invisibili.
Dirò solo una cosa, per me emblematica di un’intera situazione: a Civitavecchia la ristrutturazione del reparto di psichiatria dell’ospedale San Paolo è partita soltanto dopo che un malato è morto per le gravi ferite riportate in seguito ad un tentativo di fuga dalla finestra della stanza dove era ricoverato.
Per quasi un mese il reparto è rimasto chiuso per ordine dei carabinieri, che dopo un sopralluogo hanno riscontrato delle gravissime carenze strutturali. Solo per questo la ristrutturazione è partita: sono certissima che non è stato per altri motivi.
Potrei andare avanti con gli esempi di mala sanità psichiatrica nel Lazio e in tutta Italia per infinite pagine ma preferisco intanto fare sapere che per questi motivi e per altri ancora ho organizzato per il 22 e 23 novembre un convegno nazionale a roma dove interverranno tutti i nomi più importanti della psichiatria nazionale. Sarà un’occasione importante per discutere e confrontarsi con quanto fatto finora dalla Fondazione Mario Lugli e quanto resta ancora da fare per la psichiatria in Italia.
Dott.ssa Anna Rosa Lugli Andretta
Presidente Fondazione Mario Lugli
Corriere della Sera 25.10.05
Ricerche
Come è nato l’occhio
di Marina Caporlingua
Un gruppo di ricercatori dell'Università di Oxford e della Radboud University (Olanda) ha chiarito uno dei quesiti più indagati dagli evoluzionisti negli ultimi anni: come è nato l'occhio. Per visualizzare le immagini, infatti, i vertebrati possiedono strutture oculari complesse in cui la qualità della visione dipende da alcune proteine dette cristalline. Alcuni invertebrati come le ascidie di mare, invece, non sono in grado di vedere un'immagine, ma sono dotati di fotorecettori per percepire luce e buio. Nelle ascidie i ricercatori hanno scoperto il gene capostipite di quello che codifica le proteine cristalline dei vertebrati. Inoltre, gli embrioni di rana in cui avevano trasferito il tratto di Dna che regola la produzione della proteina sono stati in grado di produrla nel loro sistema visivo.
Il Messaggero 25 ottobre 2005
Il senso della vita. Margherita Hack 83enne scienziata lo vede così
«La vita io non la penso: la vivo»
di Luigi Vaccari
Al senso della vita non i penso mai: la vivo», sorride Margherita Hack, toscana di Firenze, 83 anni, professore emerito di astronomia nell'università di Trieste, accademico dei Lincei. Dice che ha
sempre cercato di fare il suo lavoro nel miglior modo possibile e di andare incontro agli altri: «Sono molto pratica e poco filosofa».
Non le sembra, comunque, che voler rintracciare un significato degno sia un atto di presunzione.
«E' una domanda legittima. Io ci penso ora, perché lei me lo chiede», torna a sorridere. «Ma non ci vedo nulla di arrogante nel riflettere sul perché siamo a questo mondo, e siamo fatti in questo modo, e abbiamo certi rapporti con il prossimo. Serve a qualcosa la nostra vita? Si, c'è il desiderio che serva: a quelli a cui vogliamo bene, agli altri, a noi stessi. E c'è la voglia di lasciare qualcosa che possa essere utile per il futuro».
I suoi studi confortano le aspirazioni, dandole un significato sostanziale?
«Faccio il mio lavoro di ricerca con la curiosità di scoprire qualcosa dell'universo, di capire meglio le leggi che regolano la natura e la vita delle stelle. Mi domando quali sono i grandi problemi ancora aperti per la scienza e quando saranno risolti, non solo nell'astrofisica. Ne esistono molti nella biofisica, nelle biotecnologie. Sono questioni straordinarie: la scienza potrebbe venime a capo nel XXI secolo. Si fanno tanti progressi prodigiosi nella comprensione del meccanismo degli esseri viventi: conosciamo la mappatura del Dna, con le indagini sulle cellule staminali siamo sempre più vicini a comprendere la vita. Forse riusciremo anche a capire come sia stato possibile passare dalle forme più complesse della materia inorganica alle forme vitali più semplici. Mi pare che questo sia il massimo problema che la scienza deve affrontare».
Nel momento in cui si interroga...
«Son curiosità scientifiche, a cui cerco di rispondere».
In modo soddisfacente?
«No. Sono idee. Non posso fare esperimenti in questo campo. Mi posso chiedere qual è stata l'origine dell'universo, perché è cominciata l'espansione dello spazio. Non lo sappiamo: certezze ce ne son molto poche».
Queste domande non hanno a che fare col senso possibile della sua vita?
«L'universo è qualcosa di così enorme, di così infinito, e le sue origini sono così lontane nel tempo... Ripeto: son curiosità scientifiche. Senso della vita, per una come me, è fare ricerca in maniera onesta per indagare al meglio le questioni che sono irrisolte. Nel mio campo ce ne sono tante: in cosmologia, in certi dettagli dell'evoluzione stellare... E' pressante l'interrogativo: "Siamo soli nell'universo? ". Oggi che si scoprono tanti pianeti extra solari, la probabilità che esistano altre forme di vita, anche elevate, è sempre maggiore. E possiamo dare risposte meno azzardate di una volta».
In particolare?
«Conosciamo 163 pianeti extra solari, cioè in orbita intorno a stelle diverse dal sole. La "facilità" di scoprirne altri fa ritenere che, forse, quando si forma una stella, si compone anche un sistema planetario. E i pianeti sono importanti, perché la vita può sorgere solo sui pianeti, non certo sulle stelle, che son troppo calde, né nello spazio interstellare, che è troppo rarefatto. Queste scoperte fanno ipotizzare che i pianeti siano diffusi, nell’universo, e, possibilmente, siano diffuse anche le forme di vita. E quelle elementari saranno molto più copiose di quelle elevate, che richiedono numerose condizioni favorevoli concomitanti. Ai tempi di Tolomeo si pensava che la terra fosse al centro dell'universo, fatta apposta per l'uomo. Pensare ora che essa sia unica e sola a ospitare forme di vita, soprattutto intelligenti, è un indice di egocentrismo, di geocentrismo», sorride Margherita Hack. «E' molto probabile che esistano altre civiltà Ma le distanze sono tali e la velocità della luce è un limite insuperabile: quindi, sarà praticamente impossibile venire a contatto fisico con queste forme di vita. Un giorno, forse, ci riusciremo tramite le onde elettromagnetiche: l'unico modo, non fantascientifico, di avvicinare altri esseri intelligenti. Ma son tutte domande che riguardano la scienza, la struttura dell'Universo: la sua possibilità di ospitare la vita».
Non riconoscono un significato alla sua attività di ricercatrice, in ultima analisi, alla sua esistenza?
«Allora bisogna chiedersi anche il senso dell'universo. Perché l'universo è fatto in questo modo, e ha permesso la formazione delle stelle, delle galassie, dei pianeti, e quindi le condizioni per la vita?».
Riesce a ipotizzare delle risposte?
«Nooo. Penso che sia la struttura naturale della materia, che si aggrega sotto l'azione delle gravità, a formare tutti gli oggetti che poi hanno portato alla nascita delle forme di vita. Che senso ha, perché c'è la gravità? Perché ci son le leggi fisiche? Son tutti interrogativi a cui non sappiamo rispondere».
Un significato alto e compiuto del vivere può nascere soltanto dall’esperienza personale? Sorride:
«Visto che penso che tutto sia originato un po' dal caso o dalla natura della materia, e non certo da un Dio che ci ha creato... Rispondere: un disegno divino, sarebbe molto più facile e più comodo...».
Un utile soccorso?
«La fede religiosa potrebbe spiegare facilmente tutto. Se Dio è onnipotente, se può qualsiasi cosa, se aveva il disegno di fare il mondo in questo modo, si spiega tutto: non ci sono più domande da porsi. Ma è una risposta che non mi piace e non mi soddisfa. Non credo assolutamente in Dio. Preferisco dire che non capisco. Quindi la nostra vita può avere un significato se siamo utili a chi ci circonda, agli esseri viventi, uomini e animali... Ama il prossimo tuo come te stesso: questo può essere il senso alto e compiuto della vita. Non c'è bisogno di Dio».
Un senso alto e compiuto non potrebbe determinarlo la maternità, o la paternità, insomma la procreazione?
«Per chi desidera figlioli, si. Io non ne ho mai desiderati. Non ho mai avuto questa voglia di lasciare un'eredità in carne e ossa».
Non avendo il dono della fede, se la conclusione è la morte, quali significati ultimi potrebbero annullare psicologicamente l'angoscia della fine?
«E' un'angoscia che non ho mai provato: non mi importa nulla che dopo la morte non ci sia più nulla di me. Non capisco questo tormento di volere restare in qualche modo "viventi". Penso che sia, anche questa, una manifestazione di troppo amore per se stessi. lo son convinta che dopo la morte non ci son più, di me resterà la materia: i protoni, gli elettroni, gli atomi, le molecole che hanno composto il mio corpo e potranno andare a formare altri oggetti o esseri viventi o animali che resteranno legati alla terra dalla forza di gravità, incapsulati dentro l'atmosfera. Ma certamente non ci sarà nulla di me. E non me ne frega proprio nulla»,
ride, divertita.
Il senso della vita gli sembra che debba essere circoscritto al periodo in cui si vive:
«In questo spazio di tempo, 80 o 100 anni che siano, si deve cercare, secondo le nostre capacità, le nostre possibilità, di fare bene il nostro lavoro. E di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. E' un senso limitato: non si domanda che cosa ci sarà dopo perché credo che non abbia senso».
Ha realizzato quello che poteva, sottolinea Margherita Hack:
«Non sono stata un Einstein. Non ho fatto grandi scoperte. Ho portato, nel mio campo, un contributo al progresso della scienza. E l'ho fatta conoscere soprattutto ai giovani, che sono molto interessati e contenti di imparare qualcosa. Son riuscita a mettere su una scuola di ricercatori molto bravi. Ho fatto fare un salto di qualità all’Osservatorio astronomico di Trieste, che ho diretto per oltre 20 anni. Con il mio compagno ci siamo sempre integrati, capiti, aiutati. E abbiamo aiutato le persone che avevano bisogno di noi. Sotto questo aspetto credo che non siamo stati del tutto inutili. Punto e basta. Mi sento abbastanza animale da non interrogarmi troppo sul significato della vita: come il mio cane e i miei gatti, che si godono la pappa e il sole», conclude, con un sorriso.
Panorama 21.10.05
Pensare in cinese
di Sandra Petrignani
Cinesi a Shanghai.«Sindrome cinese», «invasione gialla»: i termini con cui l'immaginario occidentale configura la Cina ha sempre qualcosa di allarmante. «È che la Cina (non l'Islam nostro cugino) è veramente l'altro» dice Renata Pisu, autrice del fortunato La via della Cina (Sperling & Kupfer). «Anche ciò che può apparirci come una rapida occidentalizzazione non è proprio così: confuciani di giorno e taoisti di notte, come si dice semplificando, i cinesi sono difficili da descrivere. Il Tao, l'antica filosofia che ispira il loro comportamento, non è una religione, è una forma mentis, qualcosa di organico che li rende quelli che sono, cioè diversi da tutti».
Pechino supererà l'Occidente, perché l'uso orientale della ragione è meno dogmatico e più aderente alla realtà. «Noi analizziamo, loro ascoltano. Noi aspiriamo alla vetta, loro restano ai piedi del monte»: parola di uno studioso francese. Che dimostra come il Tao possa insegnare qualcosa anche alla nostra cultura.
Un filosofo che dedica la sua opera a descrivere il «pensare cinese» è il francese François Jullien, che al Festival filosofico di Modena quest'anno ha suscitato grande interesse. Già parecchi suoi testi sono stati tradotti in Italia, dagli einaudiani Trattato dell'efficacia e Il saggio è senza idee a Strategie del senso (Meltemi), da Il nudo impossibile (Sossella) all'Elogio dell'Insapore presso Raffaello Cortina, che entro la primavera pubblicherà Nutrire la propria vita.
Partendo da questa espressione, il libro spiega come, al contrario della separazione dei piani (esistenziale, morale, spirituale, materiale) del pensiero occidentale, in quello cinese tutto resti unito e che il saggio non si cura dei risultati, ma solo di «evolvere nel Tao, come un pesce nell'acqua».
«Il pensiero europeo, intimamente platonico» spiega Jullien «separa l'anima dal corpo, il femminile dal maschile, bene e male. Il pensiero classico cinese ragiona per polarità, yin e yang: è un sistema di relazioni». Il suo movimento non è mai frontale, ma laterale, e come si legge in Lao-Tse aspira al paradosso: «Non fare nulla (e che nulla sia fatto)». È l'elogio del non agire per ottenere tutto dall'azione dell'avversario. Uno dei più antichi testi, il Tao Tê Ching, insegna che «il Tao è vuoto» e predica «l'utilità dell'inutile».
«In effetti non esiste assolutamente un quadro comune in cui si possa collocare il pensiero cinese e quello occidentale perché, prima di tutto, non c'è un quadro linguistico comune» conferma Jullien. Ed essendo un filosofo non può evitare di andare al nocciolo della questione: «La nostra filosofia, che discende dall'antica Grecia, ha un problema con la saggezza. E viceversa i cinesi taoisti hanno un problema con la filosofia».
Perché il saggio non parla al filosofo. «Il saggio non discute, ma contiene, e il grande Tao non si enuncia». Insomma, noi applichiamo un modello alla realtà, siamo idealisti, loro sono pragmatici; noi analizziamo, loro ascoltano; noi aspiriamo alla vetta, loro si mantengono in basso, umili come l'acqua. Noi siamo epici, loro prudenti. Noi abbiamo fretta, loro attendono «le trasformazioni silenziose» insite nelle cose. Noi cerchiamo l'evento, loro lo temono.
Come venire a capo di tanta distanza e come non fomentare con questo la paura che il miracolo economico cinese suscita in Occidente? La parola all'economista, Romeo Orlandi, direttore dell'Osservatorio Asia di Bologna: «In realtà di miracoloso non c'è nulla. Ci sono 25 anni di straordinario sviluppo, mai visto prima, in cui il paese si è mosso collettivamente verso i risultati di oggi».
C'entra il Tao con questo? «Il Tao c'entra sempre perché è dentro ogni cinese» risponde il sinologo Giorgio Trentin che ha curato il recentissimo La Cina che arriva (Avagliano).
«È un pensiero individualista che curiosamente (per noi) spinge ad adeguarsi in vista del risultato, a non opporre resistenza all'energia del mondo. Però non bisogna dimenticare che quel reddito straordinario è prodotto dai pochi (350 milioni di persone) che si sono arricchiti, mentre gli altri 800 milioni vivono in condizioni al limite della fame». Questo potrebbe inasprire un conflitto di classe interno capace di cambiare sensibilmente l'espansionismo cinese attuale e nella vita quotidiana produce una sintomatica scissione.
La illustra la dottoressa giapponese Etsuko Kakui, che pratica a Roma medicina tradizionale cinese ed è insegnante di Tai chi: «Oggi va di moda fra i ricchi orientali essere occidentalizzati. Preferiscono le palestre alle arti marziali nei prati. E succede che Tao e medicina tradizionale siano seguiti dai poveri che non possono permettersi le costose cure occidentali. Salvo poi, fallita la guarigione, tornare alla tradizione».
Lo storico Guido Samarani, autore di La Cina del '900 (Einaudi), amplia la visione. «La Cina di oggi è un incrocio di varie filosofie, pensieri, stili di vita. Tradizione e occidentalizzazione, più la matrice marxista socialista, formano un impasto complesso e di difficile decifrazione. La storia ci insegna la cautela».
E così il Tao. Tornando a Jullien: «Se il nostro mito è Ulisse, eroe dell'astuzia, del rischio e della tecnica, il pensiero cinese misconosce il rapporto teoria-pratica. È prudente e insinuante, non s'impone, non è dogmatico, lascia accadere. Il saggio cinese trae profitto non dalla propria iniziativa, ma dalle cose stesse e dalla loro naturale evoluzione».
E così è il cinese medio, probabilmente. Basta pensare alle Chinatown di tutto il mondo, quell'emigrazione discreta, a gruppi familiari, senza integrazione, ma senza dare fastidio, con la tipica capacità di approfittare degli interstizi, di sfruttare i cedimenti dell'altro, offrendo beni esotici e appetibili. Insomma, hanno tutte le carte per vincere la partita? «La nostra chance è resistere alla fascinazione che senza dubbio è grande» avverte il filosofo Sergio Givone, ultimo libro pubblicato Il bibliotecario di Leibniz (Einaudi).
«A noi sfugge il senso delle cose per cui ci affascina ciò che ci sembra loro abbiano conservato: il segreto dell'essere, il suo enigma. Ma la nostra non è una cultura solo biecamente scientista. Non abbiamo bisogno di innamorarci del vuoto del Tao, quando il nulla heideggeriano è qualcosa di molto simile. Cerchiamo di non farci immagini caricaturali, dove Occidente è sinonimo di cattivo e Oriente di buono. Sarebbe un errore grossolano e davvero perdente».
Corriere della Sera 25.10.05
I dati di Eurostat si riferiscono al 2004 nei 25 Paesi dell'Unione europea
Ue, il 31% delle nascite fuori dal matrimonio
Nel 1980 percentuale inferiore al 9%. Scandinavia e Paesi baltici in testa. Cipro, Grecia e Italia i più fedeli all'istituzione matrimoniale
BRUXELLES - Quasi un bambino su tre. La percentuale di figli nati al di fuori del matrimonio nel 2004 nei 25 Paesi dell'Unione europea è stata del 31,6%. Lo riporta l'Eurostat nell'ambito di una ricerca sui cambiamenti
Il presidente della Regione Lazio Marrazzo si è sposato lunedì al Comune di Roma (Veltroni celebrante) con Roberta Serdoz, presenti i tre figli della coppia (Adnkronos)
demografici in Europa. Nel1980 la percentuale di figli di coppie non sposate era dell'8,8%.
I Paesi baltici e le nazioni del Nord Europa hanno i tassi di nascite extraconiugali più alti: il 57,8% in Estonia (nel 2003), il 55,4% in Svezia, il 45,4% in Danimarca e il 45,3% in Lettonia. Le coppie italiane, dopo quelle cipriote e greche, sono invece le meno propense d'Europa a far figli fuori dal matrimonio: nel 2004 solo il 14,9% dei bambini italiani sono nati da genitori non sposati. Nettamente più basse le percentuali di Cipro e Grecia, rispettivamente del 3,3% e del 4,9%.