mercoledì 31 maggio 2017

Repubblica 31.5.17
José Luis Galicia era uno dei confidenti dell’artista: “Era sensibile e curioso, i libri non dicono tutto”
L’ultimo amico di Picasso rivela “Così riportammo Guernica in Spagna”
Borja Hermoso


MADRID. Sarebbe uno dei tanti appartamenti borghesi del nord-est di Madrid, se non fosse per i Picasso. Qui un disegno originale – un ritratto a colori con la dedica “a José Luis Galicia, il suo amico Picasso, 26-5-59” -, più in là, una serie di tratti a matita che compongono magistralmente il volto di Antonio Machado; lungo la scala e al piano superiore, nello studio, un piccolo grande museo dedicato al genio di Malaga: incisioni, serigrafie, acqueforti e altri disegni originali, circondati da innumerevoli libri d’arte. Siamo in casa di José Luis Galicia, pittore, incisore e poeta, conversatore senza freni e senza filtri, nipote e figlio di artisti, nipote del poeta León Felipe, cugino del torero Carlos Arruza. E l’amico spagnolo di Picasso.
Galicia, 86 anni, autore degli affreschi nella cattedrale dell’Almudena di Madrid e protagonista di più di 60 mostre personali, conobbe Pablo Picasso nel 1952. «Dicevano di lui che aveva un bruttissimo carattere, ma non so se è perché io gli ricordavo la Spagna o perché mi rispettava come pittore o per altri motivi, posso dire che con me era perfetto, una persona sensibile. Nessuno dei libri che ho letto su di lui lo descrive così come fu con me. Sono arrivato a pensare una cosa: che quando riceveva delle persone a casa sua, si sentisse in dovere di trasformarsi in... Picasso, nel personaggio. Come un attore», spiega Galicia.
Fu per colpa dei versi di Paul Éluard. L’autore di “Capitale de la douleur” era morto da poco e José Luis Galicia, uno studente spagnolo di 22 anni in cerca di fortuna artistica a Parigi, si recò all’incontro in onore di Éluard che un gruppo di intellettuali aveva organizzato presso la Maison de la Pensée Française.
«Lì, in un grande salone, c’erano tutti, Aragon, i surrealisti, quelli del partito comunista, eccetera, e in un’altra stanza c’era una mostra con tutti i quadri che Picasso aveva regalato a Paul Éluard - ricorda il pittore e poeta madrileno - E siccome non c’era nessuno, perché erano tutti alla cerimonia, decisi di approfittarne per vederla. Improvvisamente, Picasso entra in quella saletta. Mi avvicinai e gli dissi: ‘Lei è Pablo Picasso’. E lui mi disse: ‘Sì, e tu chi sei?!’. ‘Un pittore spagnolo che è appena arrivato a Parigi’. E lui mi risponde: ‘Bene, vediamola insieme’. Io, allora, ero abbastanza sfacciato, e di uno dei quadri feci una piccola critica. Poi, un’altra. E un’altra. Alla terza, si mise a commentare il quadro con me. E quando finimmo, mi disse che gli sarebbe piaciuto vedere che cosa dipingevo. ‘Sai dove ho lo studio?’, chiese Picasso. ‘Certo, in rue des Grands Augustins’ gli dissi. ‘Bene, vieni a trovarmi domani e portami qualcosa di tuo’».
Galicia sarebbe andato a trovare Picasso in diverse occasioni nel sud della Francia, in particolare a La Californie, la villa che l’autore di Les Demoiselles d’Avignon aveva a Cannes e dove viveva con la sua compagna, Jacqueline Roque. Diventò un po’ l’ombra complice e anonima di una persona troppo abituata alle lodi incessanti e all’adulazione interessata. «Era molto gentile con me, e mi faceva un sacco di domande. Ma c’era sempre una pausa perché lui potesse fare la siesta, su questo non transigeva. ‘Vieni più tardi e continuiamo a parlare!’, diceva. E a volte andavamo avanti fino a mezzanotte», ricorda.
Ma c’è un prima e un dopo nella biografia dell’amico spagnolo di Picasso. José Luis Galicia ebbe un ruolo importante - forse fondamentale - nel ritorno in Spagna di Guernica, uno dei capolavori di Picasso, quadro-simbolo del massacro di cui fu vittima la città basca di Gernika il 26 aprile 1937. Secondo la sua testimonianza, fu lui a convincere il pittore a scrivere «quando si ristabiliscano le libertà civili» invece di «la Repubblica» nella clausola imposta da Picasso come condizione per riportare il quadro in Spagna.
Galicia ne è l’unico testimone. Racconta: «Quando si parlava del Guernica, gli dicevo sempre che il quadro doveva tornare in Spagna. Ma lui mi diceva che apparteneva alla Repubblica spagnola, che glielo aveva commissionato per il padiglione spagnolo all’Esposizione Internazionale di Parigi. Allora erano tutti convinti che dopo la morte di Franco ci sarebbe stata una transizione di 5 o 6 mesi e poi sarebbe subentrata la Repubblica. Lo pensava anche Picasso. E così, credeva che il ritorno del quadro sarebbe stata una cosa semplice. Finché un giorno gli dissi: ‘Pablo, quando Michelangelo dipinse la Cappella Sistina ebbe anche lui dei problemi tremendi con i papi e con altri artisti... e di tutto questo... oggi... chi se ne ricorda? La gente oggi vede la Cappella Sistina e basta!. Gli dissi che doveva scordarsi un po’ della politica, che il Guernica era per sempre». A quanto pare, Galicia convinse Picasso. «Non l’ho riportato in Spagna io il Guernica, sono stati Javier Tussell e il governo spagnolo... ma io lo convinsi a cambiare quella clausola. E se non lo avesse fatto, forse il quadro sarebbe ancora dov’era, al Museum of Modern Art di New York».

Repubblica 31.5.17
Ezio Bosso racconta a “Repubblica” il potere degli spartiti. E la magia delle note che ci fa tutti più belli
Inno alla gioia
Perché la musica è la sola cura universale
Ezio Bosso


«Dentro una nota c’è tutto il teatro di cui hai bisogno», ho detto una volta a una giovane attrice-cantante. Lei lamentava una difficoltà espressiva, ma in realtà era semplicemente soffocata dai mille gesti che la distraevano dall’unica esigenza che aveva: il suono. E grazie a quell’episodio anch’io ho imparato qualcosa di importante: il valore più profondo delle note. Quella frase detta in maniera spontanea mi ha fatto riflettere, scavalcando quella parte di me che procede quasi in automatico dopo tanti anni di “onorato servizio” e che mi fa andare avanti sicuro della mia conoscenza. E che però mi fa dimenticare un pezzo fondamentale della mia esistenza di musicista, dando per scontato il bello a cui tendiamo. Un po’ co–
me quando scrivi un messaggino: è vero che un cuore emoticon e un cuore in parole hanno lo stesso significato in fondo, ma io continuo a leggere nel secondo caso “grazie di cuore” e nel primo “grazie di disegnino di un cuore”. Quel giorno mi sono reso conto, o meglio ho ricordato, che dentro una singola nota non solo c’è tutto il teatro del mondo, ma c’è tutta la vita. Tutta la vita di una persona, perché troppo spesso dimentichiamo che chi ha scritto quella musica non era un mezzobusto di marmo o un ritratto dall’espressione un po’ trombonesca, ma era una persona. E dentro quella nota c’è tutta la sua vita, il suo tempo, la storia che lo accompagna, la sua ricerca, i suoi sentimenti, ciò in cui crede e anche le sue fragilità e insicurezze. Certo, da tempo il mio approccio interpretativo si basa fortemente sull’approfondimento storico, estetico, filologico: cosa facile, in fondo convivo con uno scrittore di musica da 45 anni e non sono mai riuscito a cacciarlo. Eppure questo era un tassello che avevo forse un po’ trascurato.
In una nota c’è tutto questo e nelle migliaia di note e punti e trattini e cunei che compongono una partitura c’è tutto il percorso. E quando suoniamo, lo liberiamo a noi stessi e a chi ascolta con noi, aggiungen-do lo stesso ammontare di vita che ci ha messo chi lo ha scritto. Per questo abbiamo la responsabilità non solo di rispettare le note suonando impeccabilmente, ma anche di approfondire, studiando ogni aspetto possibile nascosto nelle note che compongono quella mappa meravigliosa che è una partitura. Una mappa da seguire ma anche da cui alzare gli occhi per godersi il paesaggio, senza rischiare di non andare a sbattere contro un muro; da imparare a memoria e ripercorrere in ogni istante che ne sentiamo l’esigenza. La musica ha anche questo potere: fa viaggiare nel tempo e nello spazio, fa vedere senza bisogno di guardare, fa conoscere i luoghi evitando le noiosissime serate di visione di diapositive di un tempo o dell’imbarazzante “guarda qui” in telefoni sempre troppo piccoli per mostrare abbastanza.
Era ciò che già diceva “il mio babbo” Beethoven che definiva la sua settima sinfonia proprio la mappa per l’utopia. O che troviamo in Mendelssohn nella quarta sinfonia e che si intitola “italiana” perché nasconde in ogni nota luci romane, colori veneziani, funerali napoletani e riti di tarantolati come fossero appunti di viaggio. O, meglio, come fosse una mappa aborigena che indica luoghi in cui “nutrirci“ come nelle vie dei canti. Gli aborigeni la sanno molto più lunga di noi.
La musica non è (solo) un momento di intrattenimento o di emozione fugace. La musica è una esigenza, è una magia che noi esseri umani ci siamo andati a cercare sostenendo, presun- tuosi come siamo, di averla inventata. E ogni nota che ci hanno lasciato e che lasciamo scrivendo contiene tutta quella magia. Nella musica io credo fermamente e sono convinto che oggi più che mai tutti dovremmo crederci di più, per credere anche in noi stessi, per ricordarci tra le altre cose che siamo belli, solo un po’ buffi, anche se tendiamo a dimenticarlo.
Tanti fraintendono la mia idea di “musica libera” e pensano che significhi “fai un po’ quello che ti va, esprimiti come vuoi”. Non è così. Io chiamo la musica detta – impropriamente – classica, “libera” perché è scevra dagli ego, dai pregiudizi, dalle manipolazioni e per osmosi libera tutti coloro che partecipano, perché ogni nota, pur contenendo tutto ciò che dicevo prima, non appartiene più a chi l’ha scritta, ma a tutti e diventa Ezio o Maria o Claudio quando la interpretano Ezio, Maria o Claudio, ma anche quando la ascoltiamo, quando tutti diventiamo quella musica, vibriamo nella stessa nota. E le note in qualche modo si legano a tutte le altre note del passato. La musica libera è una catena infinita di vita che attraversa secoli e confini ed è una delle ragioni per cui dopo centinaia di anni continuiamo ad avere bisogno di ascoltare Monteverdi, Bach, Beethoven, Mozart o Brahms. Non perché la musica sia solo bella ma perché le apparteniamo.
Quel vibrare all’unisono in due o in migliaia provoca fenomeni fisici e benefici neurologici. Ha poteri curativi. I nostri neuroni ritrovano un equilibrio e le cellule funzionano nei migliore dei modi. La musica ci rende belli, rende bellino persino me. Ci rende tutti belli nel momento in cui tocchiamo uno strumento o impugniamo la bacchetta – non posso confermare quando prendiamo la matita per scriverla perché non ho elementi, ma se tanto mi dà tanto… Leviga i difetti, ci illumina. Fa sparire persino le ruote della sedia su cui mi muovo. Fateci caso, osservate le foto dei musicisti mentre suonano. O guardatevi quando cantate a casa. La musica libera è basata sul trascendere, noi non esistiamo ed esistiamo. Le apparteniamo quanto ci appartiene.
Ed è per questo che fare musica è una responsabilità che va oltre il dovere di restituire a chi ascolta il tempo che ci regala. È una responsabilità che passa in ogni nota, in quell’eredità eterna che dobbiamo trasmettere e anche per questo credo che tutto il sapere che ci lega ad essa debba essere condiviso. Non per fare i fighetti, ma per condividere l’aiuto che ci ha dato nel comprenderla. Raccontare la musica a chi non la conosce rende liberi perché insegna ad ascoltare anziché a subire.
E che sia negli asili, nei conservatori o nelle scuole, negli ospedali o nelle carceri, nelle sale da concerto, in tv o con le cuffie, bisogna divulgarla, cioè renderla di tutti con ogni mezzo possibile. In ogni momento in cui viene suonata e ascoltata c’è il segreto della sua libertà, e della sua capacità di starci vicino da centinaia e centinaia di anni: perché alla fine una musica per essere davvero libera entra nella pancia, passa per il cuore e fa muovere la testa. E quando queste tre cose si muovono insieme diventiamo davvero liberi. Scrivere musica è un atto d’amore. Chi scrive la musica lo fa per lasciarla a qualcun altro. Un atto di generosità, quello di dedicarsi all’altro ma che come in ogni amore vero non ci annienta. E l’amore è l’unico gesto di coraggio che esista.

Repubblica 31.5.17
L’intervista.
Mario Monti: “Da più di tre anni prevale la logica del consenso, in campagna elettorale il Paese non ripartirà”
“L’Italia non può rischiare solo perché Renzi vuol fare ancora il premier”
Carmelo Lopapa


ROMA. «Io non vedo una sola ragione valida per ricorrere alle elezioni anticipate, in una situazione come quella italiana. Che qualcuno voglia tornare a fare il presidente del Consiglio può essere una legittima ambizione personale, non certo una ragione valida per anticipare il voto quando vi è un governo che lavora con dignità ed è meno incline all’azzardo del governo precedente. L’opinione pubblica italiana, secondo me, accetta troppo facilmente che i politici spesso non agiscano nell’interesse Paese ma mirino al loro potere personale». Il senatore a vita Mario Monti, eccezionalmente in camicia e senza cravatta, parla lentamente, poi si ferma e getta uno sguardo fuori dalla finestra del suo studio, al secondo piano di Palazzo Giustiniani, sotto c’è Piazza Pantheon. In 90 minuti di chiacchierata non citerà mai Matteo Renzi, ma l’evocazione è implicita. Sospira: «L’Italia è in una fase delicata, dopo aver superato l’emergenza finanziaria. E sì che tre anni fa era stato detto al mondo che “l’Italia riparte e ora non ce n’è per nessuno” ».
Presidente Monti, nel 2011 lei viene chiamato dal Colle a guidare il governo dopo le dimissioni di Berlusconi, in una situazione di forte instabilità, proprio per evitare le urne. Cosa pensa dello scioglimento anticipato delle Camere, quasi certo a questo punto?
«La situazione di allora era incomparabilmente più grave rispetto a quella ttuale, la speculazione molto più aggressiva, occorreva un governo in grado di far approvare dal Parlamento in due-tre settimane provvedimenti radicali. Mancava un anno e mezzo alla fine della legislatura. Nessuno chiese seriamente elezioni in quel momento. Se l’Italia fosse caduta, l’euro difficilmente sarebbe sopravvissuto. Oggi per fortuna la situazione è diversa, ma l’imperativo della crescita è diventato urgentissimo. Mai come questa volta occorre che noi italiani resistiamo al suono magico di qualsivoglia pifferaio di Hamelin».
Da economista, pensa sia conciliabile l’autunno elettorale con la stagione della legge di stabilità 2018 che si preannuncia ancor più delicata e impegnativa? Basterà un decreto a stoppare l’aumento dell’Iva?
«Saremo gli osservati speciali della Commissione europea, dei mercati, per tutta la durata della campagna. Al di là del metodo, mi risulta difficile pensare che si provvederà nei prossimi mesi alla messa in sicurezza dei conti dello Stato, al decollo della crescita, al contenimento della disoccupazione, al risanamento delle banche, cioè a tutto quel che non è stato fatto pienamente e tempestivamente negli ultimi tre anni, pur caratterizzati da una invidiabile stabilità politica e da una leadership indiscussa. Purtroppo, nell’uso delle risorse pubblche si è privilegiata una logica politica finalizzata ad accrescere il consenso, risultato per altro conseguito solo in parte».
Siamo ancora un Paese in emergenza?
«Se guardiamo all’Italia in retrospettiva, negli ultimi 5-6 anni, diciamo che l’uscita dall’emergenza c’è stata, siamo meno precari di quanto una certa opinione pubblica internazionale voglia dipingerci. Ma è mancata la ripresa della crescita. Da noi, non negli altri paese europei».
Le piace il sistema elettorale tedesco sul quale c’è accordo?
«Sarebbe meglio chiamarlo italiano alla tedesca. Evoca già il ricorso alle grandi coalizioni».
Sarà quello l’approdo sicuro per questo Paese? In fondo è stata la soluzione Monti.
«Può essere la salvezza o la dannazione. Con una grande coalizione, magari limitata nel tempo, potrebbe essere più facile promuovere riforme radicali, distribuendone i sacrifici. Il timore è che qualcuno pensi di trasformarla nello strumento utile a distribuire risorse che il Paese non ha».
L’Italia dall’autunno rischia di restare in coda alla locomotiva franco-tedesca di Macron e Merkel?
«Penso che un’Europa che ricominci a respirare con due polmoni, tedesco e francese, sarà solo un bene per l’Italia e per tutti i Paesi del Sud del continente. Germania e Francia vogliono un ruolo maggiore per l’Italia. Sta a noi dimostrarci capaci di riempirlo».

Repubblica 31.5.17
Massimo D’Alema.
“Contrari al voto anticipato, ma se il governo continua a fare cose come i voucher ritiriamo il sostegno”
“Io non porto rancore ma Giuliano ora eviti di mettere dei veti”
Matteo Pucciarelli


GENOVA. «In Italia la sinistra c’è, esiste nella società, il nostro compito insieme a Giuliano Pisapia è quello di unirla». Anche passando per delle primarie per individuare il leader della sinistra fuori dal Pd. Il “compagno” Massimo D’Alema” («Tra noi ci chiamiamo ancora così perché non c’è futuro senza passato», dice Ubaldo Benvenuti, una vita nel Pci-Pds-Ds genovese e poi uscito dal Pd) arriva al Porto Antico per sostenere la candidatura a sindaco di Gianni Crivello, appoggiato dai democratici ma anche da Mdp-Articolo 1: «Torno sempre volentieri a Genova, qui ho i ricordi e i rimpianti di gioventù», racconta.
Cosa ne pensa della legge elettorale alla tedesca, proporzionale, con sbarramento al 5 per cento?
«Per quanto mi riguarda avrei preferito una legge elettorale maggioritaria che promuovesse due o tre coalizioni che poi competessero per la guida del governo. Dal momento che questo non sembra possibile, considero la legge di cui si discute il male minore. Però bisogna essere chiari: in Italia la legge tedesca non si può fare, perché comporta la variabilità del numero dei parlamentari, mentre il numero dei nostri eletti è fissato dalla Costituzione. Quindi vorrei vedere com’è l’adattamento italiano, andrebbe valutato il testo».
Campo progressista lancia un appello: no alle larghe intese e sì alla costruzione di un nuovo centrosinistra, che cosa ne pensa?
«Siamo sempre stati contrari alla prospettiva delle larghe intese, la quale in realtà è molto più di una prospettiva, è già un lavoro in corso. Io non ho polemizzato con Matteo Renzi perché c’era un accordo con Berlusconi sulle regole. No, questo sarebbe ragionevole e naturale. Noi polemizziamo su un altro tema, cioè che si cerchi un accordo con il Cavaliere sulla sostanza, sulle scelte concrete di governo. L’esempio lampante è quanto avvenuto con i voucher, grazie al voto di Forza Italia e Lega Nord si sono riportati i buoni lavoro nell’ordinamento italiano prendendo in giro milioni di lavoratori. Si stanno facendo le prove generali di governo con la destra».
Tutto ciò che sta a sinistra del Pd cosa dovrà fare in vista del voto, secondo lei?
«Penso che nel nostro Paese, nella nostra società, la sinistra esista. E anche con Pisapia abbiamo il compito di unirla, naturalmente non mettendo attorno a un tavolo gli stati maggiori delle varie formazioni, ma semmai aprendo un grande confronto con i cittadini innanzitutto sul programma, sulle scelte, sui contenuti. E poi spero che ve ne sia il tempo, perché è folle fare la campagna elettorale ad agosto, di fare delle primarie per scegliere i candidati».
Anche la leadership?
«Sì, il candidato presidente di questa “Alleanza per il cambiamento”. Ma deve essere un processo aperto a tutti quelli che convergono. Non ci possono essere dei veti. Nessuno ha il diritto di porne. Dopodiché vogliamo che siano contenuti di una sinistra di governo seria, che vuole appunto governare e si candida ad essere la vera alternativa al patto con Berlusconi».
Nell’appello di Campo progressista però si dice no alla “sinistra rancorosa”. Le malelingue dicono: “Si riferiva a D’Alema”.
«Io non nutro rancori, non so davvero a chi si riferiscono. Qui a Genova ad esempio convergiamo ad un progetto di centrosinistra che ci convince, per vincere insieme».
Comunque lei è contrario alle elezioni anticipate?
«Noi non siamo favorevoli, perché fa parte di un patto politico e di potere tra Berlusconi e Renzi che, fra le altre cose, “espropria” i poteri del presidente della Repubblica. Aggiungo che anticipare il voto è una scelta che non corrisponde alle esigenze del Paese, visto che si correrebbe il rischio di esporci alla speculazione finanziaria. Certo è che se il governo continua a fare cose come quella dei voucher non avrà il nostro sostegno, non c’è dubbio».
In futuro è possibile che la sinistra fuori dal Pd possa appoggiare un governo M5S?
«Mi sembra fantapolitica. Non sappiamo ancora con che legge elettorale andremo a votare…».

Repubblica 31.5.17
Ha vinto il dibattito tv contro May In un mese ha recuperato 14 punti nei sondaggi E ora in molti sono pronti a scommettere che l’8 giugno sarà lui a trionfare
Corbyn
La rincorsa all’ultimo respiro dell’anima rossa del Labour
Enrico Franceschini


LONDRA. In un mese di campagna elettorale ha recuperato nei sondaggi da meno 20 a meno 6: l’ultimo, pubblicato ieri, dà i conservatori ancora in testa, 43 a 37 per cento, ma con il margine d’errore il distacco potrebbe essere più piccolo. Lunedì sera ha vinto “alla grande” il primo dibattito televisivo con Theresa May, secondo il
Financial Times:
e probabilmente sarebbe stata una vittoria ancora più netta se la premier conservatrice, per timore del confronto, non avesse rifiutato il faccia a faccia, optando per interviste separate. Ora commentatori e opinione pubblica si chiedono se Jeremy Corbyn vincerà anche le elezioni dell’8 giugno, realizzando la terza clamorosa sorpresa degli ultimi 12 mesi, dopo quelle della Brexit e di Trump. E’ presto per prevederlo. Ieri mattina il leader laburista è incappato in un imbarazzante incidente, rivelandosi incapace di dire, durante un’intervista alla radio, quanto costerebbe il suo generoso programma di assistenza all’infanzia. “Lei sta sfogliando il manifesto elettorale e spulciando l’iPad, è evidente che non sa la risposta”, lo ha incalzato l’intervistatrice. Resta il fatto che Corbyn, fino a poche settimane or sono considerato senza scampo, è protagonista di un’incredibile rimonta.
Da dove viene Jeremy Corbyn?
Da 35 anni nelle file dei “back benchers”, i peones del parlamento britannico: un deputato laburista schierato così a sinistra da non avere mai ricevuto un incarico nel governo o nel partito. “La primula rossa”, lo chiamavano i tabloid.
Come è diventato leader?
Dopo le dimissioni di Ed Miliband, sconfitto da David Cameron alle elezioni del 2010, ha vinto le primarie del Labour. «All’inizio i bookmaker mi davano 200 a 1», ama ricordare Corbyn. «Vinse perché era sincero, spontaneo, diverso dai politici tradizionali e diceva finalmente cose di sinistra», afferma il deputato Richard Burgon.
Come la prese il partito?
Malissimo, il gruppo parlamentare: a un certo punto tre quarti del “governo ombra” laburista si è dimesso e 180 deputati su 230 gli hanno votato la sfiducia, convinti che, con le sue posizioni radicali, il Labour fosse destinato all’opposizione per sempre. Un anno dopo la sua elezione a leader, nuove primarie: e le ha rivinte lui. Trascinato dall’entusiasmo della base: con Corbyn gli iscritti sono raddoppiati a 530 mila, più di ogni altro partito in Europa. “«E’ un leader laburista che ha fatto i picchetti degli scioperi insieme agli operai», osserva Tom McTague, columnist di Politico.
Perché aveva 20 punti di distacco nei sondaggi?
«Perché i media, per la maggior parte fedeli ai Tories, gli sono ostili e l’hanno lungamente descritto come troppo vecchio, troppo di sinistra, troppo contestato dal suo stesso partito», dice il regista Ken Loach, che lo sostiene.
In che modo ha rimontato?
Per le leggi elettorali, la tivù ha dovuto dargli pari spazio. «E’ piaciuto alla gente, quando la gente ha potuto conoscerlo», nota David Dimbleby, veterano della Bbc. «E’ genuino, calmo, gentile, riservato», riconosce Kenneth Clarke, padre nobile dei Tories.
Cos’altro ha influito sulla rimonta?
Theresa May in campagna elettorale si è rivelata un disastro. «Più la conosci, meno ti convince », taglia corto Jonathan Freedland, columnist del Guardian.
E’ fredda, innaturale, legnosa. In più il suo programma contiene tagli all’assistenza agli anziani e ai pasti gratis nelle scuole (in parte ritrattati). Quello di Corbyn promette più soldi per sanità, scuola, sicurezza. Promesse forse irrealizzabili, ma il messaggio funziona.
Ci sono dei precedenti nella rimonta di Corbyn?
«Jeremy somiglia a Bernie Sanders», afferma il filologo Noam Chomsky. «Anche il senatore americano veniva dato per spacciato e per un pelo non ha battuto Hillary». Ora i consiglieri di Sanders aiutano gratuitamente i volontari di Momentum, braccio giovanile del Labour, insegnando nuove tecniche di propaganda. Come “text-a-peer”, manda un messaggino a un amico.
Basterà a fargli vincere le elezioni?
Come minimo potrebbe vincere più voti del suo predecessore Miliband.
E se May non otterrà la maggioranza assoluta, Corbyn potrebbe formare un governo di coalizione con lib-dem e verdi, appoggiato dall’esterno dagli indipendentisti scozzesi. «Sarei felice di mettere Jeremy a Downing Street», dice Nicola Sturgeon, premier del governo di Edimburgo.

Repubblica 31.5.17
Teorie scientifiche e vicende belliche. Da Platone a Turing
Matematici sul piede di guerra
Piergiorgio Odifreddi


In “Guerra e pace” (1869) Tolstoj non si limita a raccontare le gesta dell’imperatore francese Bonaparte e dello zar russo Alessandro, perché ritiene che concentrarsi sui grandi personaggi sia un buon modo per prendere abbagli sulla storia. Se ne dilettano gli storici, per comodità o per pigrizia, ma così facendo essi compiono, come dice Tolstoj stesso, l’errore di «riconoscere espressa nell’attività di un solo
personaggio storico la volontà di tutti gli uomini».
In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui.
Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Ma gli economisti l’hanno fatto per il mercato: Léon Walras sviluppò a fine Ottocento una teoria dell’equilibrio generale nella quale gli operatori economici sono visti come le molecole di un gas, la cui temperatura tende automaticamente all’equilibrio termodinamico attraverso gli scambi di interazioni fra le molecole.
La teoria di Walras era una formalizzazione matematica di una famosa metafora di Adam Smith. Nella Ricchezza delle nazioni
(1776) questi aveva infatti supposto che, mentre gli operatori economici agiscono unicamente sulla base dei propri interessi individuali, una “mano invisibile” guida automaticamente i loro comportamenti verso la realizzazione di un utile collettivo. Walras propose di dimostrare che la “mano invisibile” fa tendere il mercato verso l’equilibrio della domanda e dell’offerta delle singole merci: un programma che fu parzialmente realizzato da Kenneth Arrow e Gerard Debreu nel 1954, in un lavoro che contribuì a far vincere il premio Nobel per l’economia al primo nel 1972, e al secondo nel 1983.
Le applicazioni della matematica all’economia non riguardano direttamente la guerra, anche se si potrebbe parafrasare Carl von Clausevitz dicendo che l’economia è la continuazione della guerra con mezzi forse meno cruenti, ma non meno devastanti, scatenati dalla speculazione dei mercati, delle borse e delle banche.
Le applicazioni della matematica alla guerra comunque non mancano, e sono state teorizzate e praticate fin dall’antichità. Platone, ad esempio, scriveva nella Repubblica (VII,525) che la matematica «non va coltivata per tenere la contabilità del dare e dell’avere, come fanno i mercanti e i bottegai, ma per condurre la guerra». Archimede, dal canto suo, fu forse il primo matematico a impiegare il proprio ingegno per sviluppare armi di distruzioni di massa: gli specchi ustori a beneficio del tiranno di Siracusa.
I primi studi di Galileo agli inizi del Seicento, poi sistematizzati nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze (1638), riguardavano la balistica: cioè, il moto dei proiettili, il cui percorso egli riuscì a individuare in una parabola. Dal canto suo, Keplero studiò nella Strenna natalizia sulla neve esagonale (1611) un problema posto dal navigatore e avventuriero Walter Raleigh, riguardante il modo ottimale di impilare le palle di cannone sulle navi. La soluzione al problema non fu ottenuta che nel 1998 da Thomas Hales, attraverso una dimostrazione uomo-macchina che richiese un uso massiccio del computer per effettuare i calcoli necessari.
Più in generale, l’intera branca della matematica chiamata “ricerca operativa” si dedica alla soluzione di problemi di ottimizzazione, dalla distribuzione delle risorse alla dislocazione degli armamenti, ed è nata appunto da esigenze di tipo militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Le prime applicazioni riguardarono il posizionamento dei radar e la caccia ai sottomarini tedeschi, ma in seguito l’ottimizzazione è stata usata dalle imprese industriali e commerciali per risolvere i problemi che vanno dalla distribuzione delle merci alla pianificazione delle reti dei servizi.
L’informatica, dal canto suo, si è anch’essa sviluppata da imprese belliche. In Inghilterra il team di ricercatori radunati a Bletchey Park, nel quale ebbe una parte di rilievo Alan Turing, si dedicò alla decifrazione dei codici nazisti crittati con la macchina che ha dato il titolo al film
Enigma (2001), nei modi narrati anche nel film Imitation game (2014). Negli Stati Uniti, invece, i calcoli necessari alla costruzione della bomba atomica furono effettuati da Los Alamos da un team di scienziati di ogni genere, nel quale ebbe una parte di rilevo John von Neumann.
Turing e von Neumann sono i nomi chiave della storia dell’informatica. Il primo, perché nella sua tesi di laurea del 1936 scrisse nei dettagli il progetto teorico del calcolatore programmabile che oggi chiamiamo computer. E il secondo, perché subito dopo la guerra prese la direzione effettiva del progetto pratico della sua costruzione. Inutile dire che entrambi i progetti erano stati commissionati dai militari, dal Laboratorio di Ricerca Balistica dell’esercito statunitense. La stessa origine ha Internet, che in origine si chiamava Arpanet (Advanced Research Projects Agency Networks). L’agenzia in questione era quella del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e si chiamava appunto Darpa: fu essa a commissionare nel 1968 il progetto della rete, con lo scopo di distribuire la catena del comando in maniera tale da renderla immune ad attacchi locali, che potevano distruggerne una parte senza intaccare il tutto. Un altro centro paramilitare di studi matematici del primo dopoguerra fu la famosa, o famigerata, Rand Corporation (Research and Development Corporation), alla quale collaborarono cervelli quali Arrow e von Neumann. Quest’ultimo fu una delle ispirazioni di Kubrick per il personaggio de Il Dottor Stranamore (1964), insieme ad due altri consulenti della Rand Corporation: il futuro segretario di Stato Henry Kissinger, e lo stratega nucleare Herman Kahn.
I fiori all’occhiello della Rand Corporation furono però i vari matematici che vinsero in seguito il premio Nobel per l’economia per i loro studi sulla “teoria dei giochi”: primo fra tutti John Nash, premiato nel 1994 e protagonista di A beautiful mind (2001). Nonostante il suo apparentemente innocuo nome, la teoria dei giochi è la teoria matematica della strategia economica, politica e bellica, ed è l’erede moderna del vecchio gioco di guerra prussiano del Kriegspiel, creato nel 1812: l’anno stesso dell’invasione napoleonica della Russia che diede lo spunto a Tolstoj per il suo grande romanzo, oltre che per le sue acute osservazioni sull’uso della matematica per una descrizione della guerra, e più in generale di tutte le situazioni di conflitto individuale o collettivo.