venerdì 1 novembre 2013

l’Unità 1.11.13
Mercato del lavoro a senso unico: non si entra, si esce soltanto
L’Istat certifica: siamo ancora in piena crisi.
La disoccupazione è al 12,5%, quella giovanile al 40,4%, dati record dal 1977
Per i sindacati ci vuole una terapia d’urto. Pressing perché il lavoro sia al centro della legge di Stabilità
Riduciamo l’orario Solo così si può creare nuova occupazione
di Nicola Cacace


DISOCCUPAZIONE RECORD PER TUTTI AL 12,5% E PER I GIOVANI AL 40,4% SONO LE ULTIME MAZZATE CHE L’ISTAT CI COMUNICA. Niente di nuovo sotto i cieli. Con questi bassi tassi di crescita del Pil solo i Paesi industriali che fanno politiche pro labor di modernizzazione terziaria e di redistribuzione del lavoro riescono a mantenere alta la loro occupazione.
35 ore in Francia, Kurtarbeit, contratti di solidarietà e banca delle ore in Germania, part time volontario incentivato in Olanda, flexsecurity in Danimarca e Paesi scandinavi. Oggi siamo all’assurdo che i Paesi europei più in crisi sono quelli con orari di lavoro più lunghi. L’orario annuo di lavoro era (dati Ocse dei lavoratori full timer, relativi al 2010) 1554 in Francia, 1419 in Germania, 1377 in Olanda, 2100 in Grecia e quasi 1800 in Italia. In Italia l’orario annuo è del 23% superiore a quello medio di Francia, Germania ed Olanda, che significa 4 milioni di posti lavoro in meno.
La morale è che, nelle attuali condizioni di bassa crescita, anche dopo aver avviato la ripresa o ripresina, si crea lavoro solo se si fanno politiche di flessibilizzazione e riduzione degli orari annui, altrimenti si ha una ripresa senza occupati come rischia l’Italia se continua nelle politiche di orario anti occupazione. Oggi l’Italia è l’unico Paese europeo dove l’ora di straordinario, grazie alla fiscalizzazione, costa meno dell’ora di lavoro ordinaria. Eppure la storia italiana dell’orario è diversa. Nel secolo tra il 1900 ed il 2000 la produttività oraria è aumentata del 2,8% annuo e la produzione solo del 2,6%. Se gli orari annui non si fossero ridotti da 3000 a 1700 ore e sabato libero, settimana di 40 ore, pause, maternità di 15 settimane, 4-5 settimane di ferie, gli occupati sarebbero diminuiti invece di aumentare da 15 a 21 milioni. Poiché da 20 anni il processo di riduzione dell’orario si è invertito, è successo che il tasso di occupazione –occupati su popolazione in età da lavoro è rimasto sempre molto basso, intorno al 56%, 10 punti meno della media europea. L’uso antioccupazione degli orari si è verificato per carenze culturali di politici, imprenditori e sindacalisti. Anche l’ultimo documento di concertazione di Genova tra Confindustria e sindacati non contiene alcun riferimento al problema degli orari.
I tedeschi, allo scoppio della crisi, sono stati i primi a imboccare la via dei contratti di solidarietà scambiando alla Daimler la dismissione di 2000 lavoratori con una riduzione di orario per 20mila. VW, Opel e altre fabbriche hanno seguito e nel 2009, col Pil negativo del 5%, l’occupazione tedesca non cala. Anche la sinistra italiana ha un ritardo culturale grave sulla questione tempi di lavoro. La sconfitta più recente risale al primo governo Prodi, quando ad affossare la proposta di legge sulle 35 ore fu Bertinotti con la pretesa, sbagliata, di volere una legge prescrittiva e non di orientamento della contrattazione alla francese, come voleva Prodi. In Italia sono maturi i tempi per estendere le negoziazioni dei contratti di solidarietà -rifiutati anche da Marchionne a Pomigliano alla luce del fatto che presentano un costo unitario minore. Se un’azienda di 4 operai deve ridurre il monte ore del 25% ha due vie, o mette in Cig un operaio con un costo pubblico di 1500 euro al mese (1000 di salario e 500 di oneri figurativi) o riduce orario e salario del 25% per tutti. In questo caso, applicando il contratto di solidarietà , lo Stato, che compensa la metà delle perdite salariali da minor orario, spende solo 500 euro, cioè 125 euro per ciascuno dei 4 operai. Questa solidarietà non solo costa meno a parità di risultati produttivi, ma salva anche la dignità degli operai che non restano inattivi, e riduce il mercato del lavoro nero che la Cig alimenta. Fare politiche pro labor significa puntare anzitutto alla modernizzazione dei servizi che oggi nei Paesi industriali pesano il 75% di Pil ed occupazione, contro un misero 68% in Italia; e questo significa almeno 2 milioni di posti lavoro che mancano. E poi fare politiche intelligenti di redistribuzione del lavoro, necessarie sia per ridurre la disoccupazione che per aumentare la qualità delle produzioni e la stessa produttività oraria, che come è noto si riduce quando gli orari si allungano. Tertium non datur.

l’Unità 1.11.13
Aborto, scontro Renzi-Civati


Pippo Civati, intervistato da RepubblicaTv, non sottovaluta la guerra delle tessere (del resto è stato uno dei primi a sollevare il problema) spiegando che così si danneggia l’immagine del Pd, che già di suo non è particolarmente brillante.
Il deputato lombardo però deve incassare una dura (seppur indiretta) replica da Renzi sulla questione del cimitero per i non nati, istituito dal Comune di Firenze, che aveva criticato. Nella sua enews di ieri, Renzi (pur senza mai citarlo) la mette così: «Hanno cercato di fare polemica in queste ore per un’iniziativa del comune di Firenze, doverosa e semplice: la possibilità per i genitori dei bimbi nati morti di seppellire i propri figli anziché, letteralmente, considerarli “rifiuti speciali”. Si è cercato addirittura di trasferire questo dibattito in un’occasione di polemica congressuale. Possiamo fare politica senza strumentalizzare il dolore di una madre, o di un padre, che perde un figlio prima che questi veda la luce? La vergogna, in questo caso, è tutta per qualche professionista dell’ideologia». La replica dello staff di Civati è secca: «È lui che strumentalizza, la nostra è solo un’opinione diversa dalla sua».

La Stampa 1.11.13
Congressi: Pd nel caos
E Renzi ammette “Sono esterrefatto”
Cuperlo scrive alla Commissione: stop alle degenerazioni
di Fe. Ge.


A chi gli chiede cosa ne pensi, Matteo Renzi risponde: «Sono esterrefatto». E a chi ipotizza che ci sia anche la sua mano dietro certi sconcertanti boom nel tesseramento pd, replica a brutto muso: «Ma che vogliono da me? Io qui a Firenze ho tranquillamente votato per la segreteria un sostenitore di Cuperlo, senza fare troppe storie... E visto che ci siamo, ripeto che a me di questa faccenda di piantare delle bandierine qui e lì non importa niente. Motivo per il quale se c’è qualcuno che fa il furbo va individuato e fermato, a qualunque area appartenga».
Matteo Renzi è arrabbiato, dunque. Ma Gianni Cuperlo non lo è da meno, perchè questa faccenda del «tesseramento gonfiato» dei presunti brogli, insomma oltre a gettare pessima luce sul Pd, rischia di esser poi pagata pesantemente da chiunque risulterà vincitore della accesissima sfida: e lo è a tal punto arrabbiato, intendiamo da chiedere a gran voce l’intervento della Commissione nazionale per il Congresso e delle Commissioni regionali affinchè si fermi «ogni degenerazione della vita democratica interna al partito».
C’è un punto, scrive Cuperlo nella lettera inviata alle Commissioni congresso, che dovrebbe veder d’accordo tutti i candidati alla segreteria pd: «Non possiamo accettare la moltiplicazione abnorme del numero degli iscritti a ridosso delle procedure di voto e, talvolta, durante le stesse... La soddisfazione per aver avviato un processo così importante non può farci tacere le distorsioni, le anomalie e le violazioni anche gravi che si stanno verificando in diverse parti d’Italia... Bisogna preservare la lealtà e l’onestà della competizione congressuale, certo. Ma qui c’è in gioco qualcosa di più importante... Qualcosa che ha a che fare con la dignità di migliaia di democratiche e democratici italiani». È così. Ma invocare il rispetto di principi democratici fondamentali e perfino l’onore dei militanti e degli iscritti non basta, di per sè, ad arrestare il deprimente fenomeno. Dopo i casi dei giorni scorsi, infatti, ieri in altre due province c’è stato il patatrac. A Frosinone i tre candidati alla segreteria provinciale si sono sospesi dalla competizione chiedendo l’annullamento del congresso: «Lo svolgimento ha subito gravissime scorrettezze che ne hanno inficiato la validità». E pasticcio simile deve esser accaduto in provincia di Avellino dove in qualche comune (a Teora, per esempio) schede già utilizzate sono state trovate nell’urna prima ancora che fosse aperto il seggio per l’elezione del segretario provinciale pd: e così, anche in Irpinia la richiesta è quella di annullare il Congresso.
E non è che nelle grandi città vada meglio. A Roma, per esempio, Lorenza Bonaccorsi (deputata e coordinatrice della mozione Renzi) denuncia episodi singolari: «I risultati di alcuni circoli, che eufemisticamente vengono chiamati congressi, fanno male al Pd e a Roma. Infatti, nei congressi di Osteria Nuova, Metalmeccanici, Regione Lazio, Policlinico e altri il risultato finale e al 100% per Cosentino e 0 agli altri tre candidati. Percentuali del genere fanno sorridere... Prendere il 100% dei voti in sette circoli diversi è forse la cartina di tornasole di qualcosa che non va».
Alcune cose non vanno, dunque (per continuare con gli eufemismi...). Altre invece vanno: e vanno in maniera perfino sorprendente rispetto a certe previsioni. Si prenda, ad esempio, il sondaggio on-line lanciato da Europa, quotidiano di area democratica, che ha chiesto ai lettori «chi voteresti dei candidati al Congresso Pd?». Pippo Civati batte anzi: doppia tutti: 861 voti contro i 443 di Cuperlo, i 441 di Renzi e i 27 di Pitella. Come a dire che tra brogli, annullamento dei congressi e baruffe varie, nulla è ancora deciso. Almeno per quel che riguarda il responso dei Circoli... [FE.GE.]

il Fatto 1.11.13
Boom delle tessere gonfiate, degenerazione democrat
Congresso Pd: allarme gazebo vuoti l’8 dicembre
di Wanda Marra


FROSINONE, I CANDIDATI CHIEDONO LA SOSPENSIONE DEL CONGRESSO COSENZA, LO SFIDANTE RENZIANO DENUNCIA: “IMPEDITO VOTO AI NUOVI ISCRITTI”

A Frosinone i tre candidati alla segreteria hanno chiesto la sospensione del congresso per anomalie nella gestione del tesseramento e scorrettezze nella convocazione e nelle modalità di svolgimento. A Cosenza, l'ex deputato Franco Laratta, candidato segretario provinciale per l’Area Renzi, ha presentato ricorso perché molti nuovi iscritti non hanno potuto neanche votare. I congressi di circolo sono in corso per eleggere i segretari provinciali. E questi sono solo i casi di ieri, ma la lista si allunga ogni giorno, e già può contare su una casistica imponente. A Caserta il congresso non s’è ancora svolto, ufficialmente per ritardi nelle “procedure” (ma molti esponenti della vecchia guardia lo vogliono bloccare), a Catania, dopo l’arrivo dell’“osservatore” Nico Stumpo, è stato sospeso, ad Avellino sono partiti i ricorsi, così come a Rovigo. Al centro di tutto, il boom sospetto delle tessere, che stanno crescendo esponenzialmente un po’ ovunque in Italia. In maniera quanto meno sospetta. Le denunce in genere partono a livello locale e poi arrivano a Roma, alla Commissione del congresso o a quella di garanzia. A Torino è stato Stefano Esposito a raccontare di aver visto due anziani ricevere i soldi per il tesseramento: da lì è partito il caso delle tessere pagate. Ad Asti la stragrande maggioranza degli iscritti è albanese. Vecchi trucchetti. Nelle primarie napoletane, quelle che finirono commissariate, in fila c’era una stragrande maggioranza di cinesi. A Lecce il boom delle tessere ha fatto mettere sotto osservazione l’intero svolgimento dei congressi di circoli, a Catanzaro si denunciano alternativamente il boom delle tessere e l’impossibilità di iscriversi.
IL MECCANISMO è impazzito. Qualche giorno fa era tutto un pullulare di accuse reciproche. Un bersaniano di chiara fede denunciava: “Al sud Renzi ha fatto iscrivere mafiosi, camorristi, ’ndranghetisti”. E i renziani a loro volta tiravano in ballo l’apparato come vero artefice del tesseramento gonfiato, tentativo di fermare la corsa del sindaco di Firenze, condizionandolo a livello locale. Ormai a mezza bocca ammettono un po’ tutti: “Le operazioni poco trasparenti sono state fatte da entrambe le parti”. Si racconta di perdita del controllo da parte dei due candidati favoriti, Cuperlo e Renzi, di emissari che sul territorio operano per loro e imbarcano chissà chi. Tant’è vero che si prova a gettare acqua sul fuoco. Se è per Nico Stumpo, che sta con Cuperlo, l’accusa è velata: “Si è parlato tanto di brogli, poi loro vogliono portare chiunque a votare per le primarie”. Se è per il renziano Guerini: “Il fenomeno non sarà così imponente. Per esempio a Milano, dove i congressi di circolo si sono conclusi, il tesseramento complessivo è stato inferiore a quello del 2012”. Tutto questo rischia di rivelarsi un boomerang imprevedibile. Anche perché poi che la politica conta poco si capisce dal fatto che nella maggior parte delle città i candidati provinciali sono frutto di accordo tra gli sfidanti a livello nazionale. A Bologna è stato eletto Raffaele Do-nini, ufficialmente cuperliano, ma con il sostegno di molti renziani. A Napoli e Firenze i candidati sono ufficialmente condivisi. I congressi di circolo finiscono il 6 novembre: per adesso il comitato Cuperlo canta vittoria. I segretari ottenuti sarebbero 49 a 25. Ma il dato è confuso. Dopo il 6 comincia il voto dei circoli per il leader nazionale e lì si vedrà davvero quanto contano le logiche di appartenenza. Intanto ieri Cuperlo è corso ai ripari, con una lettera ai garanti: “Non possiamo accettare la moltiplicazione abnorme del numero degli iscritti a ridosso delle procedure di voto. Ci sono, in tutta evidenza, regole da rivedere ma intanto va sanzionata la distorsione di gruppi organizzati che dimostrano scarso o nullo interesse per il confronto interno. Ogni degenerazione della vita democratica interna al partito va fermata”.
Perché poi il tema è anche un altro: quali entusiasmi può evocare un congresso combattuto così? Renzi stesso ha messo le mani avanti: altro che i tre o i 4 milioni del passato, ha fissato l’asticella della partecipazione a 2. Dove si sa che più si scende, più scendono i voti per lui.

il Fatto 1.11.13
Osservatore a Lecce Roberto Morassut
“È tutta una guerra tra cordate per il potere”
di wa. ma.


Siamo dentro un delirio parossistico delle cordate, pezzi di partito che lottano per conquistare spazio”. Così Roberto Morassut racconta quello che sta succedendo nei congressi di circolo, il primo atto delle assise del Pd. Parlamentare democratico, ex segretario del Lazio, membro della Commissione per il congresso, Morassut è stato mandato a Lecce come “osservatore”, dove il balzo in avanti delle tessere è quanto meno sospetto.
Onorevole, com’è andata la missione a Lecce?
Sono andato, ho riunito la commissione provinciale, dalla quale sono emersi dati piuttosto preoccupanti sulle procedure del congresso. In ogni circolo secondo regolamento bisognerebbe istituire un ufficio adesioni, un piccolo gruppo che verifica le iscrizioni e istituisce un'anagrafe. Invece in molti circoli questo non è stato fatto, e non si è tenuta neanche una riunione.
Quali anomalie ci sono state?
C’è stata una crescita della quantità di iscritti. Nella provincia di Lecce ci sono 96 comuni di piccola e media dimensione. Nel 2012 le tessere erano 4700, da marzo a oggi ne sono state distribuite ai segretari di circolo 15mila. Non sappiamo ancora quanti iscritti effettivi ci sono stati. A Lecce come in tante altre parti dell’Italia c’è stata una modalità d’afflusso molto discutibile: nessun dibattito, il seggio aperto alla fine, gente che si iscrive, vota e se ne va.
Il congresso è stato sospeso?
Io l’ho proposto, ma la Commissione nazionale ha deciso di aspettare questa settimana per vedere come va a finire.
Lecce non è un caso isolato.
No, è il sintomo di un andazzo, che ci impone di non girarci dall'altra parte. Le cose stanno andando in una direzione che per il Pd potrebbe essere assai dannosa. È un’infezione che può rischiare di riprodursi.
Ci sono contromisure da prendere?
Dieci giorni fa ho proposto una circolare, che poi è stata approvata, in cui si diceva che se il tesseramento superava del 20% quello dell’anno scorso, il congresso o si ferma o si sospende. Si devono studiare delle sanzioni. Questo schifo deve avere fine.
Chi sono i padroni delle tessere?
Siamo dentro un delirio parossistico delle cordate, neanche delle correnti, che avrebbero dignità politica. Sono pezzi di partito che lottano per ottenere prima spazio, poi postazioni istituzionali e che grazie a questi meccanismi saranno poi in grado di condizionare le preferenze alle comunali, alle regionali e casomai alle nazionali. Per questo, modificando la legge elettorale, sarebbe sbagliato reintrodurre le preferenze.
Dietro ci sono i cuperliani o i renziani?
Non sono Renzi e Cuperlo che orchestrano, ma le componenti ormai lanciate in maniera folle alla conquista del massimo consenso possibile, senza rendersi conto che andando avanti così si arriva solo al crollo. Io continuo a sentire militanti che rischiano di restituire la tessera schifati e veder entrare al loro posto persone che si iscrivono al Pd in cambio di qualcosa.
I congressi sono partecipati?
A me risulta che la politica sia totalmente assente, in alcuni circoli di Roma il dibattito è stato addirittura impedito. Nella maggior parte dei casi non ci sono neanche documenti da discutere. I candidati di circolo fanno un discorsetto e poi si apre il seggio
Dunque, bisogna dar ragione a Renzi, che dice che conta solo l’8 dicembre?
No, attenzione è un virus. Non si risolve solo con le primarie, ma con i padroni del partito, che sono in realtà fuori dal Pd, che rischiano di condizionarne la vita e condizionare anche lo stesso Renzi. Perché tanti circoli storici chiudono? Non hanno soldi per l’affitto, per i volantini, per niente. Ma poi durante i congressi i soldi arrivano. Quando il convento è povero e i frati sono ricchi la situazione è quantomeno malata.

Corriere 1.11.13
Caso tessere, Cuperlo attacca: «È in gioco la nostra dignità»
Accuse tra i candidati. Renzi: non le addebitino a noi
di Ernesto Menicucci


ROMA — Era partito come un fatto locale, episodico, di alcuni «signorotti» che gestiscono pacchetti di voti. Ma, dopo una serie di segnalazioni a macchia di leopardo, il caos sul tesseramento del Pd sale di livello. Ed arriva ad «investire», direttamente, i due principali sfidanti delle primarie dell’8 dicembre: Gianni Cuperlo da una parte, Matteo Renzi dall’altra. Il primo chiede «di mettere un argine: bisogna fermarsi, tutti». Il secondo ribatte: «Le tessere gonfiate? Non ce le addebitassero a noi...». Uno scontro in piena regola, fatto di accuse, veleni, sospetti, che coinvolge i rispettivi «schieramenti» sui territori. Con nuovi episodi: a Frosinone viene annullato il congresso, a Roma ci sono sette seggi «dove Lionello Cosentino prende il 100% dei voti», dice Lorenza Bonaccorsi, renziana.
Cuperlo esce allo scoperto e scrive alla Commissione di garanzia del Pd: «Non possiamo — si legge nella sua lettera — accettare la moltiplicazione abnorme del numero degli iscritti a ridosso del voto. Ci sono regole da rivedere ma va sanzionata la distorsione di gruppi organizzati che dimostrano scarso o nullo interesse per il confronto interno. Ogni degenerazione della vita democratica interna al partito va fermata».
Il rivale di Renzi parla di questa fase, riservata agli iscritti, come «di una straordinaria occasione per affermare la voglia di esserci e di contare dei nostri militanti», di «soddisfazione per un processo così importante», ma insiste: «Non possiamo tacere distorsioni, anomalie, violazioni anche gravi che, in alcune realtà, hanno condotto all’annullamento e al rinvio dei congressi locali. Episodi di assoluta gravità, intollerabili in una comunità, come la nostra, che si propone di unire, rinnovare, rilanciare il Paese. La moralità, il rigore, la serietà sono condizioni irrinunciabili del nostro agire personale e collettivo». Cuperlo chiede alla commissione di «valutare con massima cura ricorsi e denunce che pervengono: bisogna preservare la lealtà e l’onestà della competizione congressuale» anche perché «qui c’è in gioco qualcosa di più importante: la dignità di migliaia di democratiche e democratici italiani».
Ma con chi ce l’ha, Cuperlo? «Ah no, non voglio entrare nel merito, anche se è una situazione che parla da sé... Il problema è un altro: qui ci stiamo giocando la reputazione...». I suoi uomini, però, sono più espliciti: «In molti circoli i dati dei renziani sono schizzati in maniera incredibile...».
Ma anche Renzi, dall’altra parte, si sfoga coi suoi: «Il giochino delle bandierine, su chi vince i congressi locali, mi interessa talmente poco che a Firenze ho fatto votare uno che appoggia Cuperlo... (si tratta di Fabio Incatasciato, sindaco di Fiesole, ndr ). Se poi c’è qualcuno che fa il furbo in giro per l’Italia deve pagare e il partito deve vigilare». Renzi, però, in una giornata in cui interviene su tutto (dalla decadenza di Berlusconi sulla quale «i senatori devono metterci la faccia», alla «vergogna per qualche professionista dell’ideologia», fino alle banche «che non possono vincere sempre: se vogliamo ridurre il contante, bisogna abbassare le commissioni bancarie») non ci sta ad essere chiamato in causa: «Non ci rompessero le scatole a noi. Se ci sono problemi, leggendo i giornali, mi pare siano di più di là...». E aggiunge, il sindaco di Firenze: «Io ero per le primarie aperte anche al livello locale, e per fare i congressi provinciali dopo il nazionale. Non mi hanno detto retta... Che devo fare di più?». Nel suo comitato fanno anche notare «che per gonfiare le tessere serve che ci sia un segretario d’accordo. E noi, l’ultima volta, ne avevamo appena 2 su 108...».

Repubblica 1.11.13
Il Partito democratico
Tessere finte, appello di Cuperlo “Il partito fermi la degenerazione” Renzi: per me contano le primarie
Frosinone, stop al congresso. Caos a Avellino e Cosenza
di Annalisa Cuzzocrea


ROMA — Matteo Renzi si dice «esterrefatto». Pippo Civati raccoglie denunce sul suo blog. Gianni Cuperlo scrive ai garanti del partito per chiedere un intervento deciso contro una «degenerazione» che mette a rischio la dignità del Pd. Dopo il giorno dei casi eclatanti, e dei commissari mandati a verificare cosa stia accadendo - da nord a sud - tra liti nei circoli, tesseramenti gonfiati e file di stranieri in cerca di iscrizione, è venuto quello della presa di distanza da parte dei candidati alle primarie dell’8 dicembre. Perché molte di queste illecite battaglie sono fattein loro nome, ma non - ci tengono a dire - per conto loro.
La segreteria di Guglielmo Epifani non vuole prendere posizione: c’è la commissione congresso a lavoro, si stanno verificando i casi più gravi, i problemi vengono considerati fisiologici, vista la fretta con cui si sono dovuti organizzare i congressi dei circoli e la decisione di tenere le iscrizioni aperte fino all’ultimo. E però, è proprioGianni Cuperlo a chiedere un intervento al partito: «Non possiamo accettare la moltiplicazione abnorme del numero degli iscritti a ridosso delle procedure di voto scrive ai garanti - va sanzionata la distorsione di gruppi organizzati che dimostrano scarso o nullo interesse per il confronto interno». Parla di episodi «intollerabili» e «di assoluta gravità». Chiede tolleranza zero su ricorsi e denunce.
Così, mentre arrivano nuove segnalazioni da Frosinone - dove tre dei quattro candidati provinciali hanno chiesto di invalidare il congresso - e da Roma, dove la coordinatrice renziana lamenta strani plebisciti in alcuni circoli a favore del candidato cuperliano Cosentino, Pippo Civati fa un po’ di conti: «Le tessere in circolazione da marzo sono quasi un milione, di queste almeno la metà è inbianco. Sono in contestazione, o sospesi, o rinviati, congressi in federazioni del Piemonte (Asti e Torino), Veneto (Rovigo), Toscana (Livorno e Siena), Lazio, Campania (Caserta, Avellino e Napoli), Basso Molise, Puglia (Foggia e Lecce), Calabria (Cosenza), Sicilia (Catania, Ragusa e Trapani). In alcuni casi si tratta di singoli circoli o città, in altri dell’intera federazione». La corsa alle tessere serve a stabilire gli equilibri dei congressi di circolo (che si terranno dal 7 al 17 novembre): una sorta di prova di forza tra i candidati nazionali sul territorio, ma anche una guerra per stabilire piccoli potentati locali da far pesare al momento giusto. «È una cosa fuori dalla grazia di Dio», dice Matteo Renzi ai suoi. Nonostante qualche caso, come quello di Asti, sia attribuito anchea persone che lo sostengono, il sindaco ricorda di aver «votato e sostenuto a Firenze un segretario provinciale che vota Cuperlo». Non capisce questa «corsa sfrenata », perché «la conta si fa il giorno delle primarie, a noi non deve interessare mettere delle bandierine ». Il senso dei congressi di circolo, per il sindaco, dovrebbe essere quello di cercare il candidato giusto per il territorio. Non ha nulla a che fare con quello che avverrà nei gazebo l’8 dicembre. «Che localmente ci sia gente che vota Renzi, Cuperlo, Civati o Pittella che fa porcate può darsi, ma io non c’entro nulla, sto lontano mille miglia ». Quindi, «la vigilanza sia massima e se qualcuno tenta di inquinare i congressi paghi». Questi giochini - ragionano i suoi - ci sono sempre stati, anche alle primarie nazionali. Per questo è importante che siano in tanti a votare: perché su tre milioni di persone gli imbrogli di bassa lega sono ininfluenti.

Repubblica 1.11.30
L’amaca
di Michele Serra


“Se dove prendiamo 50 voti si iscrivono in 150 è chiaro che c’è qualcosa che non va”, dice il responsabile dell’organizzazione del Pd, Davide Zoggia. Effettivamente. Nel Pd, ogni volta che ci si avvicina alle primarie, le tessere girano a mazzi, come carte da poker. Difficile immaginare che a quei pingui pacchetti corrispondano scelte individuali non dico meditate, non dico sofferte, ma almeno somiglianti a una scelta politica importante come l’iscrizione a un partito.
Come è tipico della storia recente della sinistra, si è passati piuttosto repentinamente da un eccesso di solennità (la tessera del Pci te la facevano sudare, prima di averla dovevi appiccicare un bel po’ di manifesti ai muri, e in certe sezioni dovevi allegare anche una piccola biografia per far capire meglio chi eri e da dove venivi); da un eccesso di solennità, dicevo, a un eccesso di svacco. Era sbagliata – perché severa e occhiuta – la solennità, è umiliante lo svacco, che trasforma le tessere di un partito in fiches per giocarsi posti e posticini di comando. Si presume che almeno alcuni dei nuovi iscritti siano autorizzati a riflettere sulla celeberrima battuta di Groucho Marx: non mi iscriverei mai a un club che avesse tra i suoi iscritti uno come me.

Repubblica 1.11.13
L’ex Psi La Ganga si schiera per Matteo “Ha carisma, come Bettino Craxi”


ROMA — «Sostengo Renzi perché vuole aderire ai socialisti europei e perché il centrosinistra in questi vent'anni non ha dato grandi prove, bisogna voltare pagina. Renzi ha carisma come ne aveva Craxi». Lo afferma Giusy La Ganga, ex socialista e oggi consigliere comunale a Torino per il Pd. La Ganga durante Tangentopoli ha patteggiato una condanna a un anno e otto mesi per finanziamento illecito ai partiti.

Repubblica 1.11.13
Civati a Repubblica Tv: né Cuperlo né Renzi hanno fatto davvero i conti con quel che è successo con i 101 anti-Prodi
“Io l’unico in campo contro le larghe intese”
intervista di Michela Scacchioli


ROMA — Sul voto palese Pippo Civati non cambia idea. Per il candidato alla segreteria del Pd quella votata in giunta al Senato è «una forzatura tecnica» che consente al Pdl di strepitare. Non cambia idea nemmeno sul governo delle larghe intese: «Un problema politico gigantesco». Intervistato daRepubblica Tv ne ha per gli sfidanti in corsa. Attacca Matteo Renzi, che è tutto proiettato sul futuro e dimentica quel che è accaduto dopo le elezioni. E punzecchia Gianni Cuperlo: «A differenza sua io non ho D’Alema come principale sponsor».
Civati, lei era in aula a Montecitorio mentre fuori i movimenti per il diritto alla casa hanno manifestato in pieno centro a Roma.
«Quello che è successo fuori dal Parlamento è un fatto di estrema gravità perché c’è un problema clamoroso di disagio sociale in questo Paese. Il governo dovrebbe aprire un confronto meno emotivo con i movimenti in lotta per la casa. Purtroppo una delle prime priorità è stata la questione dell’Imu, perché è stato Berlusconi a imporcela. Forse quando si parla di politiche per la casa bisogna andare in una direzione diversa».
Se alle primarie vince Renzi, lei dopo unisce la propria proposta politica a quella di Cuperlo?
«Al massimo sarà Cuperlo a unirsi alla mia. Il motivo per cui siamo lontani non è solo che io non ho D’Alema come principale sponsor, che mi sembra comunque decisivo, ma anche per una certa lettura acritica rispetto a quello che è successo, ad esempio a proposito dei 101… Comunque, andiamo fino in fondo, dopo collaboreremo».
Sulla decadenza da senatore di Berlusconi lei era per il voto segreto.
«Il voto palese dal punto di vista tecnico è una forzatura. Se qualcuno dall’altra parte strepita, qualche argomento ce l’ha. Per me, dal punto di vista sostanziale, Berlusconi è decaduto all’inizio di agosto. È stato condannato per frode fiscale. Punto. Eccepisco dal punto di vista tecnico. Questa è la stagione del decadentismo, come in letteratura. Sono quattro mesi che parliamo della decadenza di Berlusconi.Non se ne può più. Se andiamo avanti così, decadiamo prima noi».
Perché il 2 ottobre non ha votato la fiducia a Letta?
«Se non riusciamo nemmeno a fare la riforma elettorale, che senso hanno le larghe intese? La realtà è che il Pdl non vuole la riforma. Il Pd, invece, potrebbe trovare una mediazione e il congresso potrebbe essere utile anche per questo. Io voterò pure la fiducia al governo, se il mio partito me lo chiede. Ma il problema politico è gigantesco, perché stiamo facendo cose molto lontane da quelle che abbiamo promesso agli elettori. Noi siamo figli di quella notte, la notte dei 101, dopo la quale siamo piombati in un precipizio».
C’è chi le chiede di rivelare i nomi dei 101 che hanno fatto cadere Romano Prodi candidato al Quirinale.
«I nomi dei 101? Gli altri soprassiedono perché il tema è imbarazzante. Solo io ne parlo, nella mozione congressuale. Io non ne ho nessuno dei 101, e se vinco io nel gruppo dirigente non ce ne sarà neanche uno. Farò fare delle perizie calligrafiche, dovranno scrivereProdi».

Repubblica 1.11.13
La nebbia che circonda il Pd
di Guido Crainz


NON può esser sottovalutato il pessimo messaggio che viene dalle pratiche segnalate in alcuni congressi locali del Pd: tessere triplicate, risse, denunce, elezioni fantasma e così via.
Un danno vero per l’immagine stessa di una democrazia, non solo di un partito: di qui l’urgenza di prese di posizione concrete, drastiche ed esemplari da parte di tutti i candidati alla segreteria nazionale. L’urgenza di dissolvere ogni nebbia: senza se e senza ma, e senza accuse reciproche che malamente maschererebbero un problema collettivo. Non è lecita nessuna minimizzazione. Quegli episodi mostrano che siamo ben lontani dal rispondere alla crisi della politica con una vera inversione di tendenza, con un colpo d’ala in zona estrema: questa però doveva provare a fare un Pd giunto dopo il voto di febbraio al punto più basso della sua pur breve e tormentatastoria. In realtà col passar del tempo la speranza è diventata via via sempre più flebile, e dalla sua vita interna sono venuti segnali sempre più sconfortanti. Lo conferma l’andamento stesso delle iscrizioni, dimezzate in un anno, ed era difficile immaginare un rovesciamento così drastico rispetto alle primarie di appena un anno fa: rispetto alla vitalità che avevano messo in luce, alle passioni e alle speranze che avevano riacceso. Mancò certo dopo di esse la capacità di aprirsi realmente alla società, di muovere alla conquista di incerti e delusi: delusi anche dal funzionamento sempre più appannato della nostra democrazia. Mancò la capacità, se non la volontà, di prender atto del frastuono d’allarme che era venuto dal voto in Sicilia, con l’astensione oltre il 50% e il Movimento 5 Stelle primo partito dell’isola. Allarme presto rimosso: è sembrata prender cor-po semmai l’idea nefasta che possa esservi una “democrazia al 50%”: che si possa cioè governare un paese non conquistando nuovi consensi ma perdendone meno del proprio antagonista, e considerando irrilevante il tasso e la qualità della partecipazione. Già tempo fa Ilvo Diamanti segnalava che per una metà degli italiani era possibile anche una democrazia senza i partiti, e da allora questa convinzione si è ulteriormente diffusa. E si è diffusa ancor di più l’idea che non vi possa essere una vera democrazia con questi partiti: un giudizio terribile. Eppure non erano mancati in tempi relativamente recenti segnali di vitalità e di speranza, e si pensi solo alle elezioni amministrative o ai referendum di due anni fa. Sembra purtroppo un’immagine lontana la lunga fila di cittadini in coda a Milano per stringer la mano al neosindaco Pisapia: quei segnali non hanno trovato a livello nazionale una sinistra capace di accoglierli, capace di lasciarsene ispirare. Capace di frenare le derive che investono ormai in modo aperto il rapporto fra cittadini e istituzioni: ma non può esservi oggi nessuna sinistra se non pone al centro la riforma radicale della politica e l’inversione di quella sfiducia che sembra aver superato ogni argine.
Si legga in questa chiave quel che è avvenuto in questi mesi nel Pd, dal non dissolto mistero dei “101” che hanno affondato la candidatura di Romano Prodi al non eccelso livello dei suoi dibattiti, o dei suo scontri, interni: si capirà meglio allora quanto la situazione si sia aggravata. Essaè stata poi ulteriormente, e inevitabilmente, appesantita dallo scenario delle larghe intese e dalla scarsa chiarezza con cui ci si è mossi all’interno di esse: con cedimenti sui contenuti che hanno peggiorato la situazione concreta e offuscato gravemente la direzione di marcia, come è avvenuto sull’Imu; e con l’assenza di priorità capaci di identificare il centrosinistra e il suo progetto di futuro. Un panorama sconsolante, e anche per questo gli episodi di questi giorni, per limitati che possano essere (e non lo sembrano più di tanto), non fanno che ingrossare una valanga di sfiducia già avviata: una valanga che rischia di travolgere qualcosa di molto più importante di un “partito di micronotabili” (sembra difficile oggi dissentire da questa impietosa analisi). Ove le derive non fossero drasticamente e immediatamente frenate rimarrebbero davvero pochi argomenti a chi si oppone all’ipotesi di un “partito personale”: cioè a chi crede ancora ad un’organizzazione politica basata su modalità collettive e continue di progettazione e di azione. E gli stessi contorni di un “partito personale” verrebbero minati alla radice dal molteplice agire di tarli e termiti. Per molti versi dunque quel che è avvenuto in questi giorni sta mettendo preventivamente alla prova la reale idea di partito di ognuno dei candidati alla segreteria del Pd. Di qui l’urgenza di atti concreti, esemplari e drastici: in primo luogo nei confronti dei propri sostenitori che si fossero resi responsabili di quelle inaccettabili pratiche.

Vendola...
Repubblica 1.11.13
Il comunista di mondo
di Gad Lerner


Nichi Vendola definisce l’accusa di concussione mossagli dalla Procura di Taranto per il disastro ambientale dell’Ilva come «la più grande ingiustizia della mia vita». Può darsi. Non sarà facile alla magistratura dimostrare che il presidente pugliese boicottasse l’operato della sua Agenzia per la protezione ambientale, al fine di favorire i padroni dell’acciaieria; tanto più che a negarlo è lo stesso responsabile dell’Arpa, Giorgio Assennato, cioè il presunto concusso. Ma il dramma umano di questo dirigente della sinistra impegnato nell’ardua impresa di far coesistere produzione industriale e bonifica del territorio, ben prima dell’indagine giudiziaria si era già consumato nella sconfitta politica che l’ha preceduta. Vendola ha sbagliato valutazione sulla natura del suo interlocutore: i Riva non erano capitalismo illuminato, bensì imprenditori rapaci e spregiudicati.
Questo dato di fatto emerge inequivocabile dall’inchiesta tarantina, con i suoi 53 indagati: una ragnatela pervasiva tessuta dai fiduciari di questa famiglia bresciana che dall’Ilva ha tratto profitti miliardari e che con pochi spiccioli addomesticava il consenso dei poteri locali. Amministratori, sindacalisti, funzionari, parroci indotti a considerare un male minore la violazione delle norme antinquinamento, e a fare pressione per l’ottenimento di sempre nuove deroghe e autorizzazioni benevole.
Cosa c’entra Vendola con tutto questo? Certo non gli si può addebitare il degrado della classe politica tarantina, guidata per anni dal malavitoso Giancarlo Cito e poi da una giunta di destra che ha portato il Comune alla bancarotta. Ma è stato in quel contesto disastrato che Vendola si è illuso di trovare nella potenza dei Riva, forse nel loro interesse al risanamento degli impianti, una via d’uscita. Così ai tarantini che cominciavano a ribellarsi, dentro e fuori la grande fabbrica, è parso come se la sua necessità di mediare con la grande impresa del Nord, e di garantirle la continuità produttiva, costringesse anche Vendola a tessere relazioni informali col potere aziendale; perfino a dichiararsi infastidito dagli eccessi di severità della magistratura e dell’Agenzia per la protezione ambientale (Arpa). Nessuno insinua che fosse mosso da convenienze illecite. Semmai che sovrastimasse le sue capacità di relazione, mentre a Taranto le condizioni di vita degeneravano fuori controllo. La spasmodica ricerca di un compromesso, ai margini della legge, fra garanzia di continuità produttiva e rispetto delle norme sulle emissioni, concedeva ai Riva una rispettabilità che i tarantini più avvertiti non potevano più riconoscere loro. Questo è l’errore che ha isolato Vendola dai movimenti di protesta cresciuti in città a sostegno dell’azione della magistratura. E siccome in precedenza un errore simile Vendola lo aveva già compiuto assegnando a don Luigi Verzè, senza gara pubblica d’appalto, l’incarico di costruire un nuovo ospedale a Taranto, tale reiterazione sollecita un interrogativo: non avrà pesato nelle sue scelte il bisogno di presentarsi come “comunista di mondo”, capace di intrattenere buoni rapporti con la controparte? So bene che il suo stile di vita è integerrimo, e che in lui la virtù della gentilezza non si è mai tramutata in mondanità salottiera. Ma temo che la reciproca incomprensione fra Vendola e la protesta di Taranto scaturisca proprio da questa esibizione velleitaria di impotenza della sinistra di governo. Non a caso alle elezioni del febbraio scorso nella città dell’Ilva sia la destra che i grillini hanno sorpassato il centrosinistra.
La situazione è precipitata quando la magistratura tarantina ha sequestrato l’area a caldo dell’acciaieria e ha imposto la chiusura delle lavorazioni fuorilegge, rifiutando, in nome dell’obbligo costituzionale della tutela della salute, le sollecitazioni a rinviare e a soprassedere che le giungevano dall’alto. Ricordo il titolo di un giornale di destra, dedicato in quei giorni dell’agosto 2011 alla gip Patrizia Todisco: “La zitella rossa che licenzia 11 mila operai Ilva”. Sempre allora la direzione aziendale incoraggiò le maestranze a manifestare in difesa degli impianti, esasperando la spaccatura interna ai sindacati così come la lacerazione fra lavoratori impauriti e cittadini ormai consapevoli dell’alto tasso di mortalità tumorale. Ma in quel frangente drammatico fu l’intero establishment nazionale a esecrare la Procura di Taranto come un covo di irresponsabili. Solo perché applicava la legge. Tanto che il recente congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato «l’ideologia del mercato quale unica salvezza» con cui si è preteso di calpestare la «effettività dei diritti».
Sono sicuro che Vendola condivide questa amara constatazione dell’Anm. Ma allorquando il dilemma si è posto in tutta la sua drammaticità a Taranto, la sua leadership era già compromessa.

l’Unità 1.11.13
Grillo ai suoi: dobbiamo guardare a destra
Il capo dei 5 Stelle spiega perché il loro posto non è affatto a sinistra
E cita sondaggi su immigrazione e diritti In pieno stile leghista
di Toni Jop


Cronaca e teoria, teoria e cronaca. Gli orizzonti di Grillo se saranno anche del M5S lo vedremo si chiariscono in un dato di cronaca, segno dei tempi. Usciamo da un'era geopolitica in cui la disposizione sul campo di partiti e movimenti era legata ad una massa di saperi vecchi e nuovi, ad una elaborazione collettiva intellettualmente faticosa, ad una o più analisi della realtà. Grillo, con Berlusconi, crea invece sul campo e passo dopo passo i propri orizzonti: con lui non decade banalmente la modellistica (l'idea di una società organizzata in questo o in quel modo), decade il pensiero, decade la proiezione del pensiero, e non è poco, per far posto alla pulsionalità della «pancia», alla soggettività della «pancia del popolo» che il Movimento deve rappresentare, interpretare, anticipare in uno slancio iper-romantico che abbassa il centro di gravità delle cose dal vecchio «cuore» all'intestino, vissuto con passione militante, decisamente anti-illuminista.
LA VIA TELEVISIVA
È la via televisiva della politica, lo si ammetterà senza cedere le armi, e Grillo la rilancia in quell'ampia trascrizione della seduta che un paio di giorni fa ha messo assieme il Megafono e i suoi parlamentari e di cui ha riferito “Il Fatto”. Nel corso di questo meeting, Grillo ha o avrebbe detto «Se andiamo a sinistra siamo rovinati». Non è forse tenero in questa dichiarazione così appesa ad un modesto, doloroso, aggiornamento ragionieristico della rotta da seguire? Quasi un fuori-onda pescato in casa da «Amici», uno di quei laboratori «madre» in cui si confezionano la teoria del percorso e insieme si celebrano i soli «dei» dotati di «pronta cassa»: la Furbizia, l'Opportunità, l'agilità nell'avvertire il profumo dei tempi, l'orientamento delle relazioni di potere, la palestra in cui si allena la divina Immobilità del potere. Grillo ha detto ai suoi che se vanno a sinistra sono rovinati.
Era quello che volevano sentirsi dire, dopo che con uno scatto di reni davvero interessante i senatori Cinque Stelle avevano promosso la mozione contro il reato di clandestinità e lui li aveva fatti a pezzi? Dubitiamo: una pacca sulla spalla e una raccomandazione di questo genere non possono ricucire lo strappo, anzi. Il leader padrone si è giustificato; ha raccontato di un sondaggio di cui nessuno sapeva nulla che avrebbe avvisato: il 75% dei votanti grillini vuole il reato di clandestinità. Perfetto: questo sì che si chiama dare pane al pane e vino al vino. Che senso ha parlare di target di civiltà se la pancia degli elettori spinge in direzione opposta e contraria? Non si rischia nulla, è l'addome che detta la linea, grazie, e la linea è solo quella che ti garantisce di vincere. Corretto, Grillo: ma è indecente protestare se poi ti si accosta a Bossi e a Berlusconi, non c'è tendenziosità in questa sintesi storica che mette assieme i «cadaveri putrefatti» e l'anatomo-patologo che vuole liberarsene prima che sia troppo tardi. Almeno, ora si comprende la stitichezza di Grillo in materia di «ius soli», al quale, pure, nella stessa riunione concede qualche chance opportunamente «palettata», ma dopo lunghi silenzi e anche brusche virate di sapore leghista.
Ed ecco a cosa gli serve dichiararsi né di destra né di sinistra: è, nei suoi calcoli, indispensabile per stare a destra senza giocarsi troppo rapidamente i sostenitori di sinistra; anche se ora sembra disposto a liberarsene perché deve aver intravvisto fantastici giacimenti di destra sui quali vuole mettere le mani. Del resto, non ti puoi inventare un centro miracoloso che non collimi con la astuzie di un gioco politico centrista ben più grande e dotato di te. Grillo è poco, questo il danno; ragiona usando, così come facciamo tutti, con quel poco che abbiamo raccolto tra scuola e strada, ma nessuno di noi dispone del suo potere.
Non si accorge, ad esempio, che quel «poco» urla vendetta anche di fronte ai suoi parlamentari ai quali spiega, ed è pazzesco non si accorga della propria pochezza, che «l'impeachment di Napolitano che ha issato sulle sue picche più alte, ndr è una finzione politica. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione, però....».
Bravo, Grillo, ora anche i suoi sanno di che pasta è fatto il Megafono.

La Stampa 1.11.13
Becchi, filosofo grillino “Silvio moderno, Pd morto”
“Mi ha telefonato perché s’interessa al M5S”
intervista di Andrea Malaguti


ROMA Si è parlato in questi giorni di una insolita telefonata tra Silvio Berlusconi e
Paolo Becchi, docente di filosofia del diritto a Genova e intellettuale di riferimento del M5S, spesso ospitato dal blog di Beppe Grillo.
«Vuole sapere la verità?».
Magari professor Becchi.
Qual è la verità?
«Che Gianroberto Casaleggio è come Adriano Olivetti».
Si fa condizionare dalla tv?
«Si figuri. È proprio così. Solo che Olivetti aveva la fabbrica come luogo per allargare il suo Movimento Comunità e Casaleggio usa la rete per i Cinque Stelle. Cambiano i tempi, ma lo schema è lo stesso».
Gli uomini di Olivetti avrebbero parlato con Berlusconi?
«Anche lei con questa storia? Discutiamo di cose serie».
Berlusconi non le ha telefonato per contattare Grillo e Casaelggio?
«Ma che senso hanno queste domande? Sono cose private, che non hanno niente a che fare con la politica».
Ha senso sapere se il leader del centrodestra si interessa all’esperienza Cinque Stelle?
«Messa in questo modo sì. Diciamo allora che Berlusconi è più moderno del Pd».
Spieghi meglio.
«Ha capito che oggi la battaglia è tra il vecchio e il nuovo. Tra la tv e la rete. Tra la radio e i blog. Tra l’oggi e il domani».
C’è Berlusconi nel domani?
«No. Politicamente è finito. Però ha capito l’aria. Il prossimo scontro elettorale sarà tra il rinnovamento di Grillo e la conservazione del berlusconismo».
EilPd?
«Il Pd è morto. Bersani con noi voleva fare scouting. Ma dai».
Dimentica Renzi.
«Non lo dimentico. Semplicemente dico che è il nulla. Una figurina. Slogan, parole, un bel faccino, ma nessun contenuto. È un prodotto dei giornali e delle tv. Lo zero assoluto».
I contenuti di Grillo invece quali sono?
«Basta guardarsi il blog. Le cinque stelle. E i venti punti del programma».
La politica come giudizio sintetico a priori. Poi arriva il dibattito sul reato di clandestinità e salta il banco.
«Guardi, io sono per la depenalizzazione di un sacco di reati. Ma la gestione parlamentare di questa storia è stata sbagliata. Serviva un confronto più largo. Resta che un Paese civile non può consentire quello che è successo a Lampedusa con le donne e con i bambini».
Giusto. Comunque lo Zero Assoluto è in testa ai sondaggi.
«I sondaggi mi interessano poco. Dicono anche che il M5S è in calo solo perché a Trento e a Bolzano le percentuali sono state basse. Aspettate le elezioni europee e vedrete».
Che cosa vedremo?
«Che porteremo e Bruxelles almeno venti parlamentari Cinque Stelle. I movimenti euroscettici stanno crescendo. Rivolteremo il parlamento europeo come un calzino».
Dicevate così anche del parlamento italiano.
«Alcuni risultati li stiamo ottenendo. Ad esempio il voto palese sulla decadenza di Berlusconi». Un voto contra personam?
«No, un voto per la trasparenza. Berlusconi o un altro non avrebbe fatto differenza. Il Paese deve sapere come si muovono i suoi rappresentati».
Berlusconi vuole il voto anticipato. Voi anche. Ma non eravate contro il porcellum?
«Lo siamo ancora. Ma se quelli non lo cambiano, votare è inevitabile. Mica è un golpe. Si chiama democrazia. Una legge elettorale alla fine esiste».
E se vince ancora il Cavaliere?
«Ce ne faremo una ragione».

il Fatto 1.11.13
Dario Fo: “Il Vaticano proibisce Franca Rame”
di Silvia Truzzi


“Gli hanno detto no grazie, lei qui non è gradito. Dario Fo è stato “allontanato” dall’Auditorium della Conciliazione, dove tra un paio di mesi avrebbe dovuto portare In fuga dal Senato, pièce tratta dal libro di Franca Rame, uscito dopo la scomparsa dell’attrice. Un’opera che racchiude, scrive Fo, “un’esperienza di vita e di azioni spesso contrastate perfino quando si trattava di carceri, di lotta alla droga, di opposizione alla guerra e ai massacri dietro i quali spesso si intravvedono chiaramente interessi giocati nell’affare e nel profitto”. Nel libro, molto profeticamente, la Rame aveva anche previsto le “larghe intese”. A proposito di partiti: se ve lo state domandando, la risposta è sì, l’Auditorium della Conciliazione è lo stesso in cui nel 2010 Gianfranco Fini fu bandito dal Pdl, teatro del famoso “che fai, mi cacci?” rivolto a Silvio Berlusconi. Un altro esilio, dunque in un luogo che porta la pacificazione nel nome. Lo racconta lo stesso premio Nobel, in una lettera aperta: “La Santa Sede – proprietaria della struttura – non ci autorizza a procedere con la rappresentazione del testo di Franca”.
LA COSA STRANA è che sul quel palco Franca Rame aveva presentato il suo celebre monologo su Adamo ed Eva e, insieme al marito, Mistero buffo. Ed è un mistero anche come possa risultare più sgradita la recita di un Premio Nobel del congresso di un partito pieno di inquisiti e condannati.
Scrive Dario Fo: “Abbiamo tutti gridato di gioia per l’apparizione di Papa Francesco. Il fatto è che la sua elezione è qualcosa di davvero straordinario poiché questo Papa è il simbolo eccezionale del rinnovamento della Chiesa. L’evoluzione del rapporto tra il Vaticano e le persone comuni ci giunge non soltanto dal nome del nuovo pontefice, ma dalle sue azioni quotidiane: egli non si limita a un diverso linguaggio ma si muove andando verso la gente, prima ancora che la gente venga verso di lui. Tutti però si rendono conto che in questo contesto il cambiamento è frenato soprattutto dall’interno della Chiesa”. Dal Vaticano, tuttavia, si ricorda che l’Auditorium della Conciliazione, di proprietá della Santa Sede, non è gestito “nè direttamente nè indirettamente da societá che possano essere ricondotte al Vaticano”.
LA MESSA in scena (che debutterà la prossima settimana a Genova e poi farà tappa in molte città italiane) “narra anche delle violenze che i miseri debbono subire ogni giorno e degli sbarchi di clandestini che spesso perdono la propria vita in cerca di una vita degna e civile”. Tutto molto evangelico. “Il direttore del teatro”, ci spiega Dario Fo al telefono, “era costernatissimo. Mi ha detto che era sicuro di riempire la sala e lo penso anch’io, perché abbiamo messo prezzi popolarissimi, 10 euro. In quella cifra è incluso anche uno sconto sul libro, se qualcuno desidera eventualmente comprarlo”. Più che costernato, Fo è incredulo: “Esplicitamente hanno dichiarato ‘Niente palcoscenico per Dario Fo e Franca Rame’. Come può una Chiesa continuare con gli ostruzionismi da guerra fredda che in Italia abbiamo subito nell’ultimo mezzo secolo, ancora con la censura e il divieto? E ciò significa buttare un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che Papa Francesco ci sta regalando”. Chissà se il pontefice interverrà in qualche modo, magari con una delle sue famose telefonate? “Non so se chiamerà, ma so una cosa: lui è sempre informatissimo”, spiega Fo prima di salutare. Di certo c’è che ogni censura trova sempre il proprio antidoto.

Repubblica 1.11.13
“È la follia dei soliti prelati mentre il Papa cambia tutto loro guardano al passato”
Lo sfogo del premio Nobel: ma così mi fanno un favore
intervista di Anna Bandettini


ROMA — «Non ci si può credere, io e Franca ancora censurati dal Vaticano come cinquant’anni fa, quando i preti chiudevano i teatri pur di non farci andare nelle sale parrocchiali o come quando la Santa Sede fece denuncia allo Stato Italiano per non far mandare in ondaMistero Buffo.È incredibile. Ma qualcuno li fermi, questi prelati, faccia loro ascoltare le parole del Papa che vanno in tutt’altra direzione». Dario Fo è arrabbiato e divertito, stupito e rassegnato: a 87 anni suonati, per il più grande attore e autore italiano, Nobel della letteratura nel ‘97, vedersi chiudere in faccia la porta di un teatro di proprietà del Vaticano è troppo. «Chiaro che il diniego non è di un tirapiedi qualunque — dice — né può essere un cardinale impazzito che si mette a urlare “Basta con questo Fo”. È chiaramente una decisione consapevole».
Di chi, secondo lei?
«Di quale persona fisica non lo so. Il nostro organizzatore Fabrizio Di Giovanni mi ha detto di aver ricevuto una mail dalla Murciano Iniziative che organizza parte dell’attività dell’Auditorium della Conciliazione dove in gennaio avrei dovuto recitare brani del libro di Franca “In fuga dal Senato”. Nella mail si dice che l’amministratore della società di gestione della sala, tale Valerio Toniolo, gli ha riferito che la Santa Sede non ha dato l’autorizzazione a procedere per il nostro spettacolo».
Perché questa censura? Ci sono pagine nel libro di Franca contro la Chiesa?
«Ma no, il libro racconta l’esperienza di Franca senatrice. Non ci sono discorsi legati alla Chiesa, semmai alla politica, al continuo rinvio di leggi importanti per i cittadini, all’indifferenza per l’interesse comune, ai giochini di potere che si consumano nei luoghi dove bisognerebbe governare. Forse questa censura è un regalo che qualcuno in Vaticano ha voluto fare ai politici incavolati per quello che Franca racconta».
Quali politici?
«La destra, sicuramente, dal libro non ne esce bene, ma anche parte della sinistra, come l’allora ministro Livia Turco: liquidò Franca che le chiedeva un intervento per un caso umano disperato».
Secondo lei dunque è l’intreccio tra Santa Sede e politica italiana?
«Questa è la follia, questo è quello che mi stupisce. Che nella Chiesa ancora si consumino queste trame, mentre dall’altra parte c’è un Papa che sfugge alla consueta politica vaticana, un Papa che sta trasformando culturalmente la Chiesa, che ci dice di non prendere per oro colato le parole del rappresentante di Dio in terra, o che denuncia il denaro come lo sterco del diavolo... Evidentemente in Vaticano, con il Papa che va avanti per la sua strada, c’è chi sta perdendo la testa».
Qualcuno dice che in Vaticano non hanno ancora digerito la serata diMistero Buffo di due anni fa, con le sue ironia sulla Chiesa ufficiale: all’Auditorium una seconda volta no, pare che abbiano detto.
«Era stato un tale trionfo che lì per lì volevano farci fare la replica. Se ne sono accorti in ritardo, a quanto pare, così stavolta hanno agito preventivamente: bloccare uno spettacolo due mesi prima, non s’era mai visto. È che si sono spaventati vedendo che le prenotazioni dei biglietti fioccavano. Fate in modo che i contadini non sappiano e non conoscano, dicevano i proprietari terrieri siciliani dell’800...».
Non ha pensato di scrivere al papa?
«No, mi sembrerebbe di speculare. Se ho sollevato il caso è per un problema civile, legato alla democrazia, al rispetto del diritto di parola che è ancora un vulnus pesante in questo paese. E poi secondo me c’è lo zampino di Franca: la censura ci ha dato una gran pubblicità, a Roma già mi hanno offerto un altro teatro. Sarà entrata nottetempo nel sogno di qualche vescovo e lui atterrito ha fatto l’autogol».

Corriere 1.11.13
Le squillo bambine
Noi genitori smarriti di adolescenti misteriosi
di Maria Laura Rodotà


Per reagire con equilibrio alle notizie sulle prostitute adolescenti di Roma Nord, una mamma deve essere cresciuta, come minimo, a Roma Nord. Aver fatto la Prima Comunione col parroco di Mamma Ebe (giuro; comunione precedente all’arresto). Aver frequentato la gloriosa scuola media statale Tor di Quinto, conoscendo un paio di belle ragazze un po’ ripetenti che venivano viste a volte battere sul viale omonimo (anni dopo, il nome dell’istituto è stato cambiato; nel frattempo Tor di Quinto non era più sinonimo romano di prostituzione di strada, però le femmine della mia generazione, nei tornei interscuola, si son sentite dire di tutto). Aver incrociato fanciulle diafane ed eleganti — di zona Giochi delfici — che facevano il liceo dalle suore e potevano uscire solo il pomeriggio e si producevano, in quelle poche ore, in performance leggendarie (così ci veniva raccontato).
Questo per dire che nelle nostre città, tra le persone che conosciamo, casi come quello delle giovani escort ci sono sempre stati. Che non è colpa della disgregazione familiare (alcune delle leggendarie erano rampolle di clan solidissimi). Né degli smartphone e dei social network (succedeva di tutto anche quando c’era un telefono fisso per sei persone). Che non è necessariamente colpa — al netto della genitrice arrestata — dei papà e delle mamme (anche se molti dei nostri figli spenderanno una fortuna raccontando agli psicoterapeuti quanto ci detestano). Che è una nuova versione di una vecchia e brutta storia con altri mezzi (ma gli stessi luoghi-tipo; le due ragazzine davano appuntamento al Bioparco di Villa Borghese a un trentenne con la Smart, secoli fa si appartavano dietro lo Zoo, allora si chiamava così, con trentenni con la Golf, per dire). Che si può tentare di fare del proprio meglio (tutti pensiamo di farlo, anche se poi). Che a volte il possibile non basta (figlie e figli spariscono senza motivo, anche se vanno a studiare matematica, per non farsi tampinare da noi; e l’unico modo per sapere se sono vivi è controllare il loro stato su WhatsApp, vedere se sono online o si sono collegati da poco, e sentirsi degli stalker, ovvio).
Che forse, oggi, il problema è capovolto. Un tempo, un genitore doveva mettere in guardia contro il sesso; ora, forse, non si fa abbastanza per spiegare ai teenager quanto fare sesso possa essere bello, appagante, e pure formativo se lo si desidera veramente; se non è una merce di scambio. La frangia più frivola della popolazione adolescente sembra banalizzarlo parecchio, e in casi estremi sembra usarlo per ottenere borse e scarpe. Neanche prestigio sociale e fidanzati ambiti, proprio borse e scarpe. Succede in Bling Ring di Sofia Coppola, dove solo una delle protagoniste ha una sporadica frequentazione maschile, le altre pensano solo agli oggetti. Succede a Roma, e ora si parla di ragazzine che andavano con «brutti panzoni» per comprare accessori di lusso e andare nei privé dei locali ganzi (quelli che se lo possono permettere senza darsi via, a Milano, sono detti «paganti», ambosessi; e definire così, in base alla capacità di spesa serale, quelli che un tempo sarebbero stati i figli/e della borghesia produttiva non è una buona notizia, neanche questa, per niente).

Corriere 1.11.13
Alitalia, schiaffo di Air France
“La compagnia vale zero”
Quel sogno di comprare un grattacielo a New York
di Sergio Rizzo


La sede faraonica della Magliana, le 600 stanze vuote in un albergo di Malpensa pagate per un anno La chiamavano in gergo «biglietteria speciale». Perché davvero speciali erano i biglietti che emetteva. Intanto il costo: zero. E poi i destinatari: tutti Very important person. E tutti rigorosamente in prima classe. Politici, giornalisti, manager.... Ma anche amici e parenti. Perché a un certo punto il privilegio prese a scendere democraticamente i gradini della scala sociale. Quando nel 2004 Giancarlo Cimoli arrivò all’Alitalia per il suo certo non indimenticabile passaggio al timone della compagnia di bandiera scoprì che la «biglietteria speciale» aveva staccato in sette anni almeno quattromila di quegli specialissimi biglietti. Quattromila.
Capiamoci: l’Alitalia non è affondata per un pugno, anche se bello grosso, di biglietti di favore. Ma per capire come una compagnia per cui nel 1987 il presidente dell’Iri Romano Prodi poteva senza suscitare ilarità immaginare una fusione alla pari con British Airways sia ridotta oggi a malato terminale senza più nemmeno «l’unica clinica disposta ad accoglierlo», per ricordare la frase con cui Tommaso Padoa-Schioppa spiegò l’accordo con Air France poi saltato, e dal quale fuggono perfino coloro che avevano giurato di salvarla, si deve partire da qua. Da come la politica, alleata di gestioni talvolta scandalose e sindacati indifferenti alle angosce del conto economico, anno dopo anno prima contribuì a spolparla. Poi a usarla come randello elettorale.
Negli anni in cui l’Iri aveva seicentomila dipendenti e controllava il 70 per cento della capitalizzazione di borsa non era un andazzo tanto raro. Basterebbe ricordare come il progetto di comprare un grattacielo a New York dove piazzare lussuose sedi delle holding di Stato sfumò soltanto per i contrasti fra i vari boiardi. Chi sarebbe finito al primo piano? E a chi, invece, sarebbe toccato l’attico con vista sull’Empire, il Chrysler e le Torri gemelle?
Ma quanto a grandeur, l’Alitalia non la fregava nessuno. Chiamato a officiare la sepoltura della vecchia compagnia di bandiera che aveva passato il marchio a Roberto Colaninno e ai «capitani coraggiosi che lo affiancavano», il commissario Augusto Fantozzi ebbe un ufficio nella gigantesca sede della Magliana, a venti chilometri da Fiumicino, che sarebbe stata troppo grande anche per la General Motors. L’avevano pagata 250 miliardi di lire (quando i miliardi erano miliardi) dopo aver venduto per 90 il palazzo dell’Eur. Una rimessa secca di 160 miliardi, con in più i costi faraonici di un complesso faraonico. Ma quella era solo una tessera del mosaico. Da lì Fantozzi scoprì che c’erano 60 (sessanta) sedi all’estero. Rimaste aperte per anni, nonostante gli scali coperti dalla compagnia italiana si fossero negli anni miseramente ridotti a una quindicina. Non parliamo di quella londinese di Heathrow, arrivata a stipendiare trecento persone. Ma per esempio di un ufficio in Libia. O in Senegal. O delle due sedi indiane, Mumbai e Delhi. Oppure degli uffici di Hong Kong, dove non arrivavano più da tempo nemmeno i cargo con il tricolore stampato sulla coda ma c’erano ancora 15 dipendenti e un conto da 1200 dollari da pagare ogni giorno all’hotel Hyatt. Del resto, davanti ai conti degli alberghi l’Alitalia non ha mai fatto una piega. Come quando pagò per un anno intero seicento stanze negli hotel intorno a Malpensa destinate agli equipaggi che avrebbero dovuto fare base nello scalo varesino. Rimaste ovviamente vuote. E pagò con leggerezza. La stessa leggerezza con cui volava sugli ostacoli il cavallo montato dall’esperto fantino Giuseppe Bonomi: il manager più amato da Umberto Bossi, che quando era presidente dell’Alitalia gareggiava nei concorsi ippici sponsorizzati dalla compagnia di bandiera.
Non l’unica sponsorizzazione, sia chiaro. Il logo dell’Alitalia era stampato sui pettorali dei concorrenti delle marce podistiche di Ostia, campeggiava negli stadi di pallavolo del varesotto, sul giornalino dell’Eur di Roma… Anche quando la crisi era ormai diventata nera, nerissima. Era allora, anzi, che i geni della comunicazione aziendale riuscivano a dare il meglio di sé. Fu pochi mesi prima del tracollo che venne sventata per miracolo la sponsorizzazione di una mostra di abiti di sposa a Tokyo. Mentre nulla riuscì ad arrestare l’inevitabile doppio restiling della costosissima rivista di bordo Ulisse 2000, famosa per le illustri collaborazioni (non gratuite, immaginiamo) di alcune delle firme giornalistiche più note. Il primo assegnato a una società dell’ex collaboratrice dell’ex gran maestro della massoneria Armando Corona, compensata per il disturbo con 10 mila euro al mese. Il secondo affidato a una ditta di cui era proprietario per metà l’attore Pino Insegno, che partecipò anche uno spettacolo alla Sala Umberto di Roma con tanto di attori e attrici vestiti da piloti e hostess per festeggiare i sessant’anni dell’Alitalia. Ideona poi replicata a New York, stavolta senza Insegno, per i cinquant’anni del primo volo da Roma. Il tutto, giusto poche settimane prima che saltasse la vendita ad Air France, che Silvio Berlusconi rivincesse le elezioni e che i suoi «capitani coraggiosi» scendessero in campo per «salvare» la compagnia di bandiera. Di lì a poco, la società di Insegno per il restiling di Ulisse 2000 si sarebbe trovata nella lista dei creditori della vecchia Alitalia, con 77 mila euro. Fianco a fianco con Peccati di Capri, la pasticceria napoletana che forniva i cioccolatini di benvenuto offerti ai passeggeri dell’Alitalia: 3.852 euro. Fossero almeno serviti ad addolcire la pillola...

il Fatto 1.11.13
La sanità non taglia l’ente inutile
Il governo finanzia l’Ime gestita dai potenti
Che poi girano i soldi al San Rafaele
di Emiliano Liuzzi


Nel bagno di sangue per il settore della sanità perseguito dai governi negli ultimi anni, c’è una fondazione che, invece di decrescere, incassa di più: parliamo dell'Ime, l’istituto mediterraneo di ematologia, diretto dal fu senatore Valentino Martelli, cardiochirurgo, noto per presentarsi in aula con un quadrante dell’orologio che raffigurava il duce e a bordo di una vecchia Rolls Royce, di sua proprietà. Alle elezioni del 2001, nel collegio di Cagliari, ottenne 64.241 voti e una percentuale del 38,9. Stravagante, sì, ma stimato. Non c'è dubbio. Almeno dagli elettori.
L’IME, CHE NELLA spending review di montiana memoria era scomparsa, riappare nella legge di stabilità del governo Letta con tre milioni e mezzo di euro di finanziamenti pubblici. Per la gioia di tutto il mondo cattolico, visto che la stessa fondazione è anche uno dei tre grandi sponsor del San Raffaele. In sostanza i soldi partono dal governo, vengono girati sui conti Ime che poi li trasferisce al San Raffaele. Un gioco delle tre carte al quale siamo abituati. La fondazione Ime, per lo svolgimento delle sue attività di cooperazione sanitaria, ricerca e cura, ha ricevuto finanziamenti dal ministero in abbondanza nel corso degli anni. Il primo venne regolamentato dal decreto del 2003, quindici milioni di euro nel 2003. A seguire ricevette, tra il 2004 e il 2005, diviso in più “rate”, qualcosa come 59 milioni di euro. Tutti soldi pubblici. “Le modalità di erogazione dei fondi concessi sono state sempre collegate al rispetto dei programmi di attività e spesa elaborati periodicamente e sottoposti alla approvazione degli organi della fondazione”, disse in risposta a un'interrogazione l’ex ministro della Sanità, Fazio. Risposta che dice tutto e niente. Sappiamo che la fondazione rappresenta un'eccellenza, certo. Ma come mai abbia ricevuto negli ultimi anni così tanti soldi non è mai stato spiegato. E non è mai stato spiegato come e in quale forma i soldi venivano girati al San Raffaele di Milano.
Nel 2012 il governo era pronto a chiuderlo, perché considerato ente inutile. Poi ci fu un dietrofront: "L’Ime”, annunciò il senatore finiano Mario Baldassarri, all'epoca presidente della commissione Finanze, “non è un ente inutile: la sua chiusura non avrebbe fatto risparmiare un centesimo”.
NESSUNA CHIUSURA, ma il dimezzamento delle erogazioni: da 6 milioni a tre. Buon compromesso. Poi arriva Letta e l'Ime (che è presieduto dall'ex ambasciatore Giancarlo Aragona) guadagna addirittura mezzo milione di euro. Mistero? No, una scelta del governo. Sicuramente oltre a Martelli e Aragona, l'Ime ha un altro personaggio illustre nei suoi organi dirigenti: è il professor Renato Lauro, magnifico rettore dell'università di Tor Vergata, l'uomo che Luigi Bisignani, nel racconto ai pm, chiama zio. La stessa persona che Angelo Balducci, prima di essere arrestato, chiama alla ricerca di un attestato che certifichi la malattia.

Corriere 1.11.13
Seconda dopo l’Australia
La Germania riconosce il terzo sesso, una legge con effetto boomerang
di Adriana Bazzi


La Germania riconosce il terzo genere. Oggi entra in vigore la legge che consentirà ai genitori di non registrare sul certificato di nascita il sesso del proprio figlio quando è «indeterminato». Si potrà lasciare la casella vuota oppure mettere una X, invece di maschio o femmina.
La Germania è il primo Paese europeo ad adottare una norma del genere, la seconda dopo l’Australia.
I bambini che nascono con un problema di ambiguità sessuali non sono tantissimi: il disturbo interessa, a seconda delle statistiche, una persona su ogni 3-5 mila nati. Ed è legato a anomalie dei cromosomi o a difetti genetici: un individuo ha, per esempio, sembianze femminili, ma i suoi cromosomi sessuali sono XY, cioè maschili.
Per molti la nuova legge tedesca è una conquista perché lascia la possibilità a una persona di scegliere il sesso quando diventa adulto (di solito, invece, un individuo tende a scegliere il sesso che gli è stato assegnato alla nascita) ed evita ai genitori di dover decidere, subito dopo la nascita, il sesso del proprio figlio e di ricorrere a interventi chirurgici che, anche se raramente, potrebbero non essere corretti.
In effetti i chirurghi oggi, sia europei che americani (anche se negli Stati Uniti non esiste per ora alcun riconoscimento formale di queste condizioni) tendono a non intervenire immediatamente per assegnare un determinato genere a un bambino con «genitali ambigui», ma aspettano che cresca.
Per alcuni, però, la nuova legge tedesca potrebbe avere un effetto boomerang.
Alcuni genitori, infatti, potrebbero temere lo stigma legato al fatto che il figlio «non ha sesso» e di conseguenza richiedere, con ancora maggiore urgenza, un intervento chirurgico correttivo. Così la legge, invece di evitare a padri e madri decisioni affrettate, finisce per accelerarle.
E poi c’è tutta la questione etica: secondo alcuni attivisti non essere né maschio né femmina significa essere «it» che nella lingua inglese è il pronome riferito alle cose.

La Stampa TuttoScienze 30.10.13
Riscopriamo Pitagora
Il futuro ha bisogno della fantasia esatta
di Stefano Rizzato

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La Stampa TuttoScienze 30.10.13
Godel e Dio: la dimostrazione adesso c’è
di Elena Rinaldi

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Repubblica 1.11.13
Galante Garrone e gli ultimi Mohicani
Un convegno a Torino ricorda il giurista e partigiano morto 10 anni fa
di Massimo Novelli


In una lettera a Giorgio La Malfa, che lo aveva invitato a un incontro politico, l’8 maggio del 1989 Alessandro Galante Garrone, il “mite giacobino” (come si definì) della Resistenza, coglieva l’occasione per riaffermare con orgoglio e passione che «qualcosa di quelle idee, di quella fede, di quei propositi», incarnati da Giustizia e Libertà e dal partito d’azione, «è rimasto vivo» e ha dato «qualche frutto alla storia italiana di questi quarantacinque anni». Lo storico e magistrato vercellese, uomo di punta del Comitato di liberazione del Piemonte, protagonista di tante battaglie per un’Italia civile, diceva al figlio del suo amico Ugo La Malfa che «l’essere stato nel partito d’azione, e l’aver partecipato alla Resistenza, mi ha segnato per sempre». Poi, avviandosi a concludere, uno degli «ultimi mohicani» dell’azionismo, come si descriveva con la consueta ironia, non rinunciava a enunciare i problemi «che più mi stanno a cuore».
Ne venne fuori un manifesto politico significativo. Da «vecchio gobettiano, Gielle, e azionista», Galante Garrone indicava intanto a LaMalfa la questione costituzionale, da affrontarsi con «limitate e realistiche riforme della Costituzione che non ne intralcino la struttura fondamentale, la ispirazione e i principi scaturiti dalla lotta antifascista». Proseguiva ribadendo «il saldo ancoraggio all’Europa », la «imperterrita difesa della laicità dello Stato e della libertà religiosa e di coscienza», la «indipendenza della magistratura contro qualsiasi indebita pretesa degli altri poteri». E terminava rammentando la necessità di una «inflessibile battaglia a ogni forma di criminalità organizzata » e una «severa moralizzazione della vita pubblica, non a parole». Scriveva queste cose da quasi ottantenne, qualche mese prima della caduta del Muro di Berlino. Scritte più di vent’anni fa, sono parole di oggi, di attualità evidente.
La lettera a La Malfa è una delle migliaia di documenti, più di 70 mila, che fanno parte dell’archivio del “mite giacobino”, del quale si ricorda con un convegno a Torino, il 14 novembre, il decennale della morte, avvenuta il 30 ottobre del 2003. Riordinato da Riccardo Marchis e dallo staff dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea intitolato a Giorgio Agosti, uno degli amici e dei compagni più cari di Galante Garrone, a fine mese verrà trasferito al Centro studi Piero Gobetti e presto sarà consultabile online. Suddiviso fra le carte di lavoro e la corrispondenza, il fondo rispecchia in modo esemplare le quattro stagioni della vita dello studioso nato a Vercelli nel 1909, lo stesso anno di Norberto Bobbio, di Leone Ginzburg, di Rita Levi Montalcini e di Dante Livio Bianco. Quattro fasi che compendiano il magistrato, l’antifascista e il partigiano, lo storico «per passione civile», come è stato detto,dei radicali italiani e dei giacobini; fino all’opinionista sulle colonne de La Stampa, sul fronte delle battaglie per l’affermazione dei diritti civili e sociali.
Dalle sue carte emerge con forza anche un aspetto poco noto, almeno finora, della personalità e dell’umanità dello studioso di Filippo Buonarroti e di Felice Cavallotti. Nella sezione della corrispondenza, oltre agli scambi epistolari con alcuni dei maggiori intellettuali del Novecento, da Benedetto Croce a Piero Calamandrei, Delio Cantimori, Federico Chabod, Arturo Carlo Jemolo, Adolfo Omodeo, Luigi Salvatorelli, Gaetano Salvemini, Leo Valiani, Franco Venturi, a George Lefebvre e ad Albert Soboul, ci sono numerose lettere con persone cosiddette comuni che gli sottoponevano i loro travagli. Sono vicende di figli nati fuori dal matrimonio, di persone disabili, di «legioni di cittadini nascosti e dimenticati». Sandro Galante Garrone rispondeva a tutti, facendo seguire alle parole il suo impegno per risolvere i problemi.

Repubblica 1.11.13
Slavoj Zizek
Il pensatore sloveno torna con un’opera sull’idealista tedesco. E si racconta
“Io, Elvis della filosofia, credo ancora che Hegel ci salverà
intervista di Giulio Azzolini


«Scusi, ho parlato troppo». All’improvviso Slavoj Zizek tace. Aveva rotto il ghiaccio con una storiella sulle sottili differenze che tormentano la sinistra. Il suo inglese prorompe scandito da un’inconfondibile esse blesa, il tono è grave, il volume alto. È appena tornato dalla Corea, ma rimarrà nella sua Lubiana solo qualche giorno. «Ora mi toccano gli Stati Uniti, poi la Bolivia. Adoro viaggiare e tutto ciò che mi serve sta nel mio computer. Per divertirmi inoltre guardo un sacco di film, anche se oggi sono stanchissimo per il trasloco...». I libri ingombrano. «No, è che un mesetto fa mi sono sposato». Il primo matrimonio? «Il quarto. Lei è più giovane di me, fa la giornalista culturale». Bene. «Con le mogli precedenti, però, conservo un ottimo rapporto». Zizek è «misantropo», dice. E pure «un vecchio stalinista», aggiunge scherzando a metà. Detesta le filosofie del dialogo, ma chiacchiera con entusiasmo e garbo impeccabile.
Esce in Italia la prima parte di Meno di niente (ed. Ponte alle Grazie), il suo monumentale saggio dedicato a Hegel. «La più grande impresa della mia vita», ha dichiarato. Perché?
«Oddio, in effetti messa così suona abbastanza grottesco. Volevo soltanto dire che ricapitola, in qualche modo, tutto il mio lavoro. Provo a chiarire le mie posizioni filosofiche e ontologiche fondamentali, anche se qui e là non manca qualche barzelletta sporca. Non riesco a sopravvivere senza».
È strano, perché i suoi libri sono talmente divertenti e ricchi di aneddoti da averle assicurato l’epiteto di “Elvis della filosofia”, ma il suo pensiero affonda le radici nei classici: la dialettica di Hegel, la critica dell’economia politica di Marx, le categorie psicoanalitiche di Lacan...
«Assolutamente. Mi fa piacere lo abbia notato. La gente crede che io mi diverta a giocare al postmoderno. Nulla di più falso. Il relativismo storicista postmoderno mi annoia parecchio e, anzi, è il mio nemico numero uno. Oggi tutto è diventato analisi del discorso e quasi nessuno si azzarda più a porre i grandi interrogativi, metafisici se vuole. Tanto che, aimiei occhi, la miglior filosofia del dopoguerra rimane lo strutturalismo di Althusser, Deleuze, Lacan... Non parliamo dell’arte, dove le vere conquiste dell’Europa risalgono a un secolo fa, o più: Mallarmé nella poesia, Stravinskij e Schönberg nella musica, Kandinskij e Malevic nella pittura. E la stessa nostalgia la provo nella musica rock, sono un reazionario dei primi anni Settanta».
Nel 1906 Benedetto Croce distingueva «ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel»; nel 1945 Karl Popper presentava Hegel come il profeta del totalitarismo. Lei, invece, riabilita l’idea di totalità e si chiede come essere hegeliani oggi. Perché?
«Che la nozione filosofica di totalità sia il germe del totalitarismo politico è un’idiozia che ha contagiato anche Lévinas e Adorno. Io penso il contrario. Se si esamina scrupolosamente ciò che Hegel intende per totalità, si capisce che non indica affatto un ordine ideale dove ogni cosa è in pace con se stessa. Osservare un fenomeno nella sua totalità significa, all’opposto, abbracciare nel suo concetto tutte le lacerazioni, i fallimenti, i conflitti. Per cui, essere hegeliani oggi significa includere nell’analisi del capitalismo contemporaneo le crisi, gli orrori, le guerre. Fa tutto parte della stessa totalità».
Eppure Hegel passa ancora per il filosofo della fine della storia, della riconciliazione...
«Riconciliazione non è sinonimo di armonia globale. Ogni lettore attento sa che la riconciliazione hegeliana non annulla la dialetticità del mondo, ma sancisce piuttosto il suo costitutivo antagonismo. Hegel non è un razionalista da quattro soldi, è al contrario il grande filosofo della contingenza. E, paradossalmente, è anche più concreto di Marx, perché, a differenza di quanto fa costui col proletariato, non attribuisce ad alcun soggetto sociale il potere di conoscere la direzione della storia e agire come suo strumento. Hegel lo dice chiaro e tondo: “La nottola di Minerva spicca il volo al tramonto”. E oggi ci troviamo esattamente in questa condizione: radicalmente aperta, impenetrabile alla teleologia, insomma, molto più hegeliana che marxiana».
La storia non ha placato l’antagonismo, d’accordo, ma come interpreta la diffusione dei governi di larga coalizione in Europa?
«È l’esito prevedibile del vecchio bipolarismo. Oggi tutti i grandi partiti, di destra e di sinistra, sono le due facce di un unico centro. E la tragedia è che l’unica opposizione all’ideologia liberaldemocratica è incarnata dai partiti populistici di una destra nazionalista».
Come mai nemmeno una fase di spaventose disuguaglianze procura consenso alla sinistra?
«La sinistra manca di visione globale e, se non bastasse, non ha uno straccio di programma alternativo alla spesa pubblica. La gente protesta ovunque e l’unica risposta è la promessa di un revival neo-keynesiano. Invece, sarebbe proprio questa l’occasione di reinventare una politica di larga scala. Abbiamo disperato bisogno di re-inventare la politica per confrontarci sui nuovi grandi temi che trascendono gli Stati: l’ecologia, la regolazione della finanza, la biogenetica... Ecco perché la sinistra non può che lottare per una diversa integrazione politica europea. Se l’Unione si disgregasse in un manipolo di Stati nazionali, ciascuno di loro sarebbe subito spazzato via dal mercato mondiale».
La miopia, però, non è solo programmatica e istituzionale. Lei un anno fa ha scritto e recitato nel film Guida perversa all’ideologia: ritiene che esista una “questione culturale”?
«L’ideologia dell’edonismo liberale non ha rivali, bilanciata solo leggermente da un ridicolo buddismo new age... E così, tra il “goditela” e lo “scopri te stesso”, uno dei pochi spazi di emancipazione sembra, lo dico da ateo, la Chiesa di Papa Francesco. Ma sa, quando sento ripetere la favola che le ideologie sono scomparse, di solito rispondo: siete matti? Guardate gli Stati Uniti. Sulla riforma sanitaria Obama ha dovuto combattere il cuore dell’ideologia americana, un individualismo sregolato. Lo sa che il sessanta per cento degli elettori repubblicani crede ancora che Obama sia musulmano? Una follia. Per non dire della crisi: sulle sue cause l’imbroglio è continuo».
Nel 1990 si candidò alle presidenziali in Slovenia. Ha chiuso con la politica attiva?
«Sono troppo stanco. Partecipo ancora alla vita pubblica, ma adesso il mio interesse fondamentale è la filosofia. Perciò, tranne le lezioni in giro per il mondo (sempre meno all’università, non le sopporto), passo tutto il giorno a leggere e scrivere. Se pensa che mi pagano pure per farlo, beh, sono molto fortunato».
Che libri legge?
«Forse è il momento di deluderla. A parte le nuove uscite su Hegel, sulla psicoanalisi e un po’ di teoria cinematografica, leggo molti romanzi polizieschi, anche italiani ovviamente. E non solo Camilleri. Mi piace Carofiglio, per esempio».
I suoi gusti cinematografici – Hitchcock su tutti – sono noti. Quelli letterari?
«Sono molto tradizionali. Mi piace il grande modernismo. Per me gli scrittori del Novecento sono tre: Kafka, Beckett e Andrej Platonov. Lo scrittore italiano che amo di più, invece, è Italo Svevo.
La coscienza di Zeno dovrebbe essere obbligatorio a scuola, specie oggi che qualunque idiota apra bocca se la prende contro il fumo ».
Appassionato di fiction, dunque, ma politicamente realista.
«In politica non sono né un idealista né un costruttivista postmoderno. La gente è così stupida che a volte mi prende sul serio per uno stalinista ortodosso. In realtà, odio lo pseudo-radicalismo e sono, semplicemente, un pessimista pragmatico. Credo che il compito di un intellettuale sia cogliere un problema e descriverlo radicalmente, senza offrire soluzioni a buon mercato».
«Seminare dubbi, non raccogliere certezze», diceva Norberto Bobbio.
«Bisogna fare le domande giuste. Spesso discutiamo di problemi reali, ma il modo stesso in cui li formuliamo è mistificato. Oggi più che mai è importante fare le domande giuste».

Il libro Meno di niente Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (vol. 1) di Slavoj Zizek (Ponte alle Grazie, trad. di W. Montefusco e C. Salzani pagg. 700, euro 29)