Il Consiglio dei ministri deroga dalla Costituzione!
Emma Bonino e Andrea Orlando si "salvano l'anima" facendo obiezione, ma poi subiscono!!!
E chi difende la Costituzione?
Repubblica 8.6.13
Rispettare l’articolo 138
di Alessandro Pace
Nella riunione del Consiglio dei ministri di giovedì scorso, dedicata all’approvazione del disegno di legge costituzionale relativo al percorso delle riforme, solo due ministri, Emma Bonino e Andrea Orlando, hanno sollevato obiezioni circa la riduzione da tre mesi ad uno dell’intervallo intercorrente tra la prima e la seconda approvazione del testo delle leggi costituzionali eventualmente modificative della forma di governo, del bicameralismo paritario e dei rapporti Stato-regioni. Entrambi i ministri hanno giustamente fatto notare l’importanza dell’intervallo dei tre mesi previsto dalla stessa Costituzione invitando alla cautela. Quell’intervallo è stato infatti voluto dai Costituenti allo scopo precipuo di poter discutere, prima del voto definitivo (senza possibilità di emendamenti), sulle modifiche approvate in prima lettura. È stato loro replicato che con una legge costituzionale ad hoc – come quella in discussione – si può derogare al procedimento previsto in Costituzione!
È bene allora ricordare alcuni concetti elementari, ma fondamentali.
1. La nostra è una costituzione rigida, che come tale si pone al vertice dell’ordinamento, al di sopra di tutte le leggi, siano esse ordinarie che costituzionali.
2. Il procedimento “speciale” di revisione costituzionale ha la funzione di “adeguare” la Costituzione alle mutate esigenze storiche, sociali e politiche. È quindi esercizio di potere costituito, non costituente. Parlare, con riferimento al momento attuale, di “percorso costituente” è frutto di ignoranza oppure sottende intendimenti eversivi.
3. Per quanto detto, il procedimento di revisione previsto nell’articolo 138 rinviene il suo fondamento giuridico nella Costituzione, di cui deve rispettare i limiti sia formali che sostanziali. Una legge di revisione costituzionale, come quella di cui giovedì scorso è stato approvato il disegno di legge, può quindi modificare l’articolo 138, ma, finché il 138 è in vigore, deve rispettarlo.
4. Nelle costituzioni rigide, il potere di revisione costituzionale incontra però un limite ulteriore. Le modifiche non devono surrettiziamente “flessibilizzare” il procedimento di revisione costituzionale. Il disegno di legge approvato giovedì non ha però la finalità di “modificare” l’articolo 138, bensì di “derogare” una tantum l’articolo 138. Il che è macroscopicamente illegittimo.
5. Siffatta deroga una tantum (sic!) consentirebbe infatti alle eventuali singole leggi modificative della forma di governo, del bicameralismo paritario e dei rapporti Stato-regioni di essere approvate con un procedimento difforme dall’articolo 138. È quindi una deroga, ma illegittima, perché esplica i suoi effetti nel futuro modificando surrettiziamente il procedimento di revisione costituzionale.
Repubblica 8.6.13
“Attenzione al rischio presidenzialismo”
Zagrebelsky: quei camaleonti dietro il presidenzialismo
intervista di Maria Cristina Carratù
IL
POPULISMO, forma di rapporto diretto fra un capo e il “suo” popolo
basato su elementi di emotività e senza altre mediazioni, è sempre
esistito. Oggi però tv e social network sembrano perfezionare questa
ambigua relazione fra governanti e governati, offrendo ai leader
ulteriori strumenti di esercizio della loro “seduzione politica”. Motivo
in più, secondo alcuni, per evitare di facilitare affermazioni
personali attraverso corsie istituzionali, quali presidenzialismo e
semipresidenzialismo. È la tesi del costituzionalista Gustavo
Zagrebelsky, che oggi a Firenze discuterà con Ilvo Diamanti, Stefano
Rodotà e Lucia Annunziata di “Italia post-populista” (ore 19, Salone dei
’500, Palazzo Vecchio).
Professor Zagrebelsky, perché questo timore
riguardo agli esiti del presidenzialismo, da molti invocato come
risposta all’attuale disorientamento politico?
«Perché
presidenzialismo e semipresidenzialismo sono forme di governo che si
potrebbero definire camaleontiche, cioè portate ad assumere il “colore” e
il carattere dell’ambiente politico in cui si instaurano. Date queste
caratteristiche, c’è il rischio che, in un momento di debolezza
democratica, cioè di particolare esposizione di un paese agli effetti
delle forze demagogiche, il presidenzialismo si riveli una forma di
governo funzionale al populismo».
E il populismo, oggi, quale rischio potrebbe racchiudere?
«Il
populismo è una forma di demagogia, ovvero, come dice la parola, una
sollecitazione dei bisogni più elementari del demos, del popolo, tale
per cui il popolo non è messo in condizione di agire, ma è fatto agire,
vale a dire provocato dal leader, che di fatto gli fa fare quello che
vuole».
Sottraendosi così a un vero controllo democratico.
«Il
leader populista punta a identificarsi ideologicamente col popolo: “Io
sono tutti voi”. Una situazione che parla da sola...».
Corriere della Sera 8.6.13
Francesco agli studenti: «Io non volevo fare il Papa»
... non ha voluto abitare nell'Appartamento apostolico «per motivi psichiatrici: è la mia personalità, se vivessi solo non mi farebbe bene». Che spiega: «Una persona che vuole fare il Papa non vuole bene a se stessa, Dio non lo benedice! No, io non ho voluto fare il Papa».
Ma tu volevi fare il Papa?, e Bergoglio sorride divertito: «Ma tu sai cosa significa che una persona non si vuole bene? Una persona che vuole fare il Papa non vuole bene a se stessa! Dio non lo benedice! No, io non ho voluto fare il Papa... ».
il Fatto 8.6.13
Casson, la mozione contro gli F-35 “spacca” il Pd
“SOSPENDERE la partecipazione al programma sugli F-35”, per destinare quei soldi alle vere emergenze del Paese, a cominciare dal lavoro e dalla messa in sicurezza dei territori a rischio idrogeologico. É la richiesta di Felice Casson, vicepresidente della Commissione Giustizia del Senato, con una mozione firmata da altri 17 senatori del Pd. “Non esiste a tutt'oggi alcun impegno all'acquisto di questi velivoli - ha spiegato - e non c'è alcun contratto firmato”. La battaglia anti-governativa sugli F-35 si fa sentire anche alla Camera con il capogruppo Pd della Commissione Difesa alla Camera che ha comunicato l'avvio, a partire dalla settimana prossima, di “un'indagine conoscitiva sugli F-35”. Posizioni opposte a quelle del governo con il ministro della Difesa Mauro che definisce gli F-35 dei “sistemi di difesa avanzati che servono per la pace”. La mozione presentata da Casson al Senato apre quindi una crepa nel Pd: da una parte i 18 senatori che ricordano come molti paesi, compreso la Gran Bretagna, hanno previsto la decurtazione delle spese militari, dall’altra la linea del governo che non sembra, al momento, intenzionato ritornare sui suoi passi.
il Fatto 8.6.13
Sindaco ferito a Terni, video Tg3 smentisce la polizia
L’AVVOCATO EMIDIO GUBBIOTTI, che difende l’operaio delle Acciaierie Speciali Terni indagato per il ferimento del sindaco Leopoldo Di Girolamo, ha depositato stamane una memoria in cui chiede formalmente che vengano acquisiti alcuni filmati del telegiornale regionale della Rai, andati in onda ieri sera, in cui, oltre all’ombrello, che secondo la polizia avrebbe colpito il sindaco Di Girolamo, si vede anche un manganello agitato vicino al sindaco. Oltre al video, il legale chiede che vengano ascoltati lo stesso sindaco Di Girolamo, il senatore Gianluca Rossi, l’assessore regionale Vincenzo Riommi, e due assessori del Comune di Terni, tutti presenti al momento dei tafferugli con la polizia nella stazione di Terni.
il Fatto 8.6.13
Carissimo Epifani, quanto ci costi
Il leader del Pd si aumenta lo stipendio in Cgil per avere un assegno di anzianità più alto
di Salvatore Cannavò
Il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, passa le sue giornate a far di conto. Il finanziamento ai partiti potrebbe diminuire, il personale è in fermento, si parla di cassa integrazione. Così, quando ha saputo che sarebbe arrivato Guglielmo Epifani alla segreteria del partito ha provveduto a blindarsi. Niente macchina per il leader, nessuna spesa straordinaria, utilizzo esclusivo delle “risorse interne”. L’ex segretario della Cgil ha così dovuto lasciare la storica portavoce al sindacato e avvalersi dell’ufficio stampa del gruppo e del partito. Come tutti gli altri deputati, assicura al Fatto Misiani, “anche lui dovrà versare i 1.500 euro al partito” come ha sempre fatto Bersani. Il tesoriere non sa ancora se il neo-segretario abbia regolato la sua posizione, ma non ha dubbi “che lo farà”.
IL PROBLEMA è che su Epifani, in Cgil si dice che sia costoso. Come tanti, del tutto legittimamente, non ha problemi, ad esempio, a sommare alla cospicua indennità parlamentare – 13.191 euro e rotti al mese – ai 5.037,38 euro lordi di pensione Inps frutto, come tiene a specificare lui stesso, “di 42 anni di contributi”. A questi, in realtà, aggiunge 428,34 euro mensili di pensione integrativa sottoscritta dalla stessa Cgil. Non c’è nulla di illecito. “Vuol dire che pagherà più tasse”, dicono i suoi collaboratori. Vantare un reddito così elevato è solo una questione di opportunità. Ad esempio potrebbe rendere più difficile proporre una legge per vietare il cumulo di redditi per chi svolge incarichi pubblici: un calcolo approssimativo parla di circa 2 miliardi di euro risparmiabili immediatamente.
Resta che l’ex segretario Cgil costa. La sua pensione, circa 3.200-3.400 euro netti, è un bel po’ più alta della media dei “colleghi”. Sul sito di Open-Polis, che pubblica i redditi dei parlamentari che lo consentono, ci sono le dichiarazioni di altri dirigenti sindacali, come Paolo Nerozzi e Achille Passoni. Le loro pensioni oscillano tra i 2.200 e i 2.600 euro netti. Il predecessore di Epifani, Sergio Cofferati, oggi europarlamentare – e dunque obbligato a presentare i redditi a Bruxelles – dichiara una pensione inferiore ai 2.400 euro netti al mese. Circa mille in meno del segretario Pd.
IL SEGRETO di Epifani sta in un momento della sua segreteria, il 2004, quando furono cambiati i parametri di riferimento degli stipendi dei dirigenti Cgil. La tabella salariale del sindacato di Corso Italia è complicata, i livelli dirigenziali sono 18 e vanno dal segretario generale (AS) al funzionario di prima nomina (E). Ognuno ha un parametro di riferimento su cui vengono calcolate la paga di livello e l’indennità di mandato. Nel 2004 Epifani aveva un parametro 279,73, una paga base, lorda, di 2.926 euro e un’indennità di 1.473 euro. Totale, 4.399 euro lordi al mese. L’anno successivo, però, ottiene uno scatto da favola, il 18 per cento: il parametro passa a 330 e la paga complessiva a 5.183,69. Lo scatto, circa 800 euro mensili in un solo anno, permette di ottenere sostanziosi aumenti negli ultimi anni lavorativi decisivi per chi, ai fini pensionistici, può ancora avvalersi del sistema retributivo. La pensione è infatti commisurata alla media degli ultimi dieci stipendi annuali. I dirigenti della segreteria confederale, al contrario, hanno soltanto uno scatto del 6 per cento, quelli mediani del 4,3. Da quel rinnovo in poi, però, dalle tabelle retributive di Corso Italia scompare il rigo AS, quello che riguarda il segretario generale. Sul cui stipendio non esistono quindi dati consultabili. Quello attuale di Susanna Camusso, a detta dei suoi collaboratori, è di circa 3000 euro netti. Più basso della pensione percepita da Epifani. I costi del segretario Pd, però, non si fermano qui. Quando ha lasciato la segreteria a Susanna Camusso, per lui è stata allestita l’Associazione Bruno Trentin, per un costo di circa 500 mila euro l’anno, dotata di segreteria, una portavoce, due autisti alle dipendenze del presidente e un’indennità per il medesimo. Questo è avvenuto però in un anno in cui la Cgil ha dovuto ridurre di 96.000 euro la voce “Studi, ricerche e formazione”: dai 2 milioni 746 mila del 2010 ai 2 milioni 649 mila del 2011. Segno che il costo aggiuntivo della nuova associazione si è scaricato sul resto delle attività e nonostante il sindacato abbia storicamente collocato i segretari generali uscenti alla Fondazione Di Vittorio.
LA NUOVA STRUTTURA, lo scorso 4 giugno, ha annunciato la propria fusione con gli altri istituti di ricerca della Cgil, Ires e Isf, per dare vita “a un unico centro di iniziativa sindacale, sociale e politica, di ricerca e di formazione”. Nei due anni alla guida dell’Associazione, Epifani ha continuato a percepire un’indennità di mandato pur essendo andato in pensione dal gennaio 2011. Dalle tabelle retributive al 2010 si tratta di 3966,10 lordi mensili, circa 2 mila euro netti. Ecco perché al Pd continuano a fare i conti.
il Fatto 8.6.13
“Traditori”, “parassiti” Rivolta contro i due addii
Due deputati M5S annunciano “Ce ne andiamo dal gruppo”
Gli insulti degli ex colleghi stasera a Taranto per riparare
di Paola Zanca
Credevano di poter resistere fino a martedì, alla ripresa dei lavori dell'Aula. Speravano che la resa dei conti sarebbe arrivata con l’annuncio della Presidente Laura Boldrini. Invece no. Sul sito della Camera è tutto già scritto. I deputati Alessandro Furnari e Vincenza Labriola dal 6 giugno sono iscritti al gruppo parlamentare misto. Così, alle tre del pomeriggio, si siedono al computer e buttano giù il loro addio al Movimento. Non alle “idee fondanti”, precisano, ma all' “istituzione”. Ovvero a quel gruppo di 163 (una volta) parlamentari che si adeguano a “decisioni calate dall’alto”, dove “impera la disorganizzazione” e che non ha ancora una posizione chiara sull’Ilva, la piaga di Taranto, la loro città. Il tempo di premere il tasto “invio” e quel computer a cui hanno affidato il loro testamento politico sputa indietro la sentenza. Venduti, lo fate per i soldi, non fatevi vedere in giro.
LA LINEA la chiarisce un comunicato firmato dal gruppo di Montecitorio. Li salutano e augurano loro buona fortuna. Poi mettono in fila i due peccati capitali: sono avidi e lavativi. “Non sono riusciti a proporre neppure un progetto di legge, oltre ad aver apposto le loro firme a progetti altrui, siglando appena un paio di interrogazioni in due, in tre mesi di lavoro”. “Saranno finalmente liberi di disporre di tutto il denaro spettante senza dover più adempiere agli impegni presi con il codice di comportamento e col ‘fastidioso’ Beppe Grillo”. Chiudono con la peggiore offesa possibile: “Sapranno rendere merito anche al nuovo titolo di cui potranno ora fregiarsi: l’onorevole Labriola e l’onorevole Furnari”. È un testo duro, senza appello, che il neo capogruppo Riccardo Nuti rivendica immediatamente. Ma non tutti gradiscono i toni del comunicato, l’attacco frontale ai due ex colleghi ora buttati in pasto alla Rete. Ma in pochi lo dicono: solo quelli che con Vincenza Labriola hanno condiviso l’impegno in commissione Lavoro. Piuttosto, Facebook si riempie di ricordi non esattamente memorabili: “Li ho visti più sui giornali che dal vivo”, scrive il deputato Luca Frusone. “Certo che i soldi annebbiano la vista e la dignità. Avanti così Onorevoli! aggiunge la deputata napoletana Vega Colonnese – La Puglia si è liberata di due presenze inutili. Ora splende”. “I due valorosi non si sono mai visti in assemblea se non in quelle 2 occasioni (due) dove si è parlato di soldi quando Furnari ha addirittura preso la parola. Personalmente – ricorda il deputato Manlio Di Stefano – ho chiesto a Furnari, questo mercoledì, quali fossero i motivi del suo malcontento e cosa intendesse fare visto che si vociferava sui giornali del suo addio e la risposta è stata, oltre ad un generico ‘ci sono un po’ di cose che non mi stanno bene’, che le parole di Beppe Grillo sul caso Ilva lo avevano ferito. (…) Gli ho chiesto anche di venire a parlarne in assemblea mercoledì 5 così da liberarsi dal peso e ripartire ma, come sempre, non si è presentato . (...) Ecco quindi che si palesa in me l’atroce dubbio che a furia di scivolare sullo specchio il duo di eroici tarantini non avesse più unghia per restare appesi al traguardo di un roseo stipendio. Buon lavoro ragazzi, siamo certi che farete grandi cose laddove le fecero già i Razzi e gli Scilipoti”. Il pugliese Giuseppe D’Ambrosio dice che Furnari è un “resuscitato dalle parlamentarie”, mentre della Labriola ricorda: “Non sapevamo neanche chi fosse”: “l’hanno votata sul por-tale solo perchè era l’unica donna che per una questione anagrafica poteva rientrare nel listino della Camera”. Due “parassiti”, li chiama il deputato Gianluca Vacca. “Piccole pedine assetate di soldi nelle mani di ben più esperti giocatori”, chiosa il “cittadino” Federico D’Inca, certo che l’uscita dal gruppo alla vigilia dei ballottaggi e delle elezioni siciliane sia una studiata mossa per azzoppare il Movimento.
STASERA un gruppo di parlamentari andrà proprio a Taranto, ad un incontro con i cittadini che era già in programma. Al posto di Furnari e Labriola ci sarà anche il deputato romano Alessandro Di Battista. Sfogandosi dopo un’assemblea, Furnari aveva osato dare del “pezzo di merda” a Beppe Grillo, offeso dalle accuse di voler fare la cresta. Poi ritrattò, ma la riabilitazione del gruppo fu affidata proprio a Di Battista, impegnato in un plateale abbraccio a Furnari in mezzo al Transatlantico. Le agenzie batterono il lancio: “Pace fatta”. Macchè.
Corriere 8.6.13
La prima linea e i dissidenti, poi siciliani e fuoriusciti Le falangi (divise) di Grillo
La fronda interna si allarga e fa pesare i suoi voti
di Emanuele Buzzi
MILANO — Cento giorni e poco più nell'occhio del ciclone. Cento giorni per cominciare a scoperchiare il Parlamento, ad aprirlo «come una scatoletta di tonno», come ha evocato più volte durante i comizi dello Tsunami Tour Beppe Grillo. Cento giorni per conoscersi e (in parte) dividersi. La galassia dei parlamentari Cinque Stelle — da cui ieri si sono allontanati volontariamente i primi due deputati (Alessandro Furnari e Vincenza Labriola) — fa i conti con le sue diverse anime e appare sempre più frastagliata. E diventa quasi imperativo, anche all'interno del gruppo, tracciarne i confini per capirne gli orizzonti, in un momento di svolta.
La squadra dei fedelissimi
Ci sono anzitutto i volti della prima linea, quelli che si sono assunti onori e oneri, come Vito Crimi e Roberta Lombardi: loro a rappresentare il Movimento alle consultazioni da Giorgio Napolitano, loro a gestire la difficile fase dell'ingresso nei palazzi romani. Crimi e Lombardi incarnano certo l'avanguardia della colonia di «fedelissimi», ossia di attivisti storici vicini alla linea di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. All'interno della cerchia ci sono anche gli altri parlamentari — come Laura Castelli e Alessandro Di Battista — presenti (con qualche malumore nel gruppo) al corso tv coordinato settimana scorsa dai due leader, ma anche i volti istituzionali dei Cinque Stelle (il vicepresidente della Camera, Luigi di Maio, il questore al Senato, Laura Bottici, e il presidente della Vigilanza Rai, Roberto Fico). Un nucleo solido che esercita e ha esercitato (specie nei primi due mesi) un forte peso aggregante nelle scelte.
Il modello meet-up
Decisioni prese sempre a maggioranza, come confermano in modo quasi unanime i parlamentari, «dopo lunghissime discussioni e sempre a tarda sera». Un modello che è quello del meet-up, il mini gruppo locale che anima le attività dei militanti. Un modello esportato a Roma con alterne fortune. E che riflette a volte anche gli umori dei gruppi regionali, come i siciliani, nelle diverse conclusioni. «Queste continue discussioni ci hanno logorato», mormora qualcuno. Anche perché le voci della maggioranza sono spesso le stesse. Già all'epoca delle scelte per una possibile alleanza con il Pd c'è chi — come Alessandra Bencini — si era staccato. Ora la situazione si è deteriorata. La cartina di tornasole è il voto per il successore di Crimi come capogruppo a Palazzo Madama. Nicola Morra, considerato il favorito, indicato anche dal gruppo dei «fedelissimi» è davanti di un soffio a Luis Alberto Orellana, considerato dai più un «dialogante», mediatore tra le posizioni. Ma soprattutto il dissidente Lorenzo Battista ha raccolto oltre una decina di preferenze, creando un piccolo non esiguo fronte: quasi un quarto dei senatori. Che si sta coagulando, anche se — analizzano fonti vicine ai parlamentari — «tra loro non c'è una posizione comune su molti temi».
La fronda interna
Nell'ultimo mese, dopo le dure posizioni di Grillo sulla restituzione della diaria, sul caso Rodotà e dopo la sconfitta elettorale, la fronda interna si è allargata. «Grillo ha usato una mano un po' troppo impositoria», secondo Tommaso Currò. Sulla sua linea anche Walter Rizzetto o Adriano Zaccagnini: voci dissenzienti su argomenti sensibili. «Le posizioni come quelle esposte da Zaccagnini sono il sale della democrazia interna al gruppo — dice il deputato pugliese Giuseppe D'Ambrosio —. Si tratta di normali dinamiche. Noi, al meet-up di Andria, organizziamo periodicamente una serata in cui ci mandiamo a quel paese. Passata quella, tutto prosegue». Qualcuno, però, a Roma si è allontanato o è stato cacciato, come Marino Mastrangeli, il senatore espulso con votazione via blog. Isole alla deriva nell'arcipelago dei Cinque Stelle? «C'è stato un problema con il metodo delle Parlamentarie — commenta D'Ambrosio —: bellissimo come sistema per aggirare il Porcellum, ma perfettibile». A fare da pompiere ci pensa Crimi: «Di volta in volta ci troviamo in accordo o in disaccordo, ma c'è un obiettivo più grande di tutti, quello di creare una rivoluzione culturale, e quello lo abbiamo tutti ben presente». E poi rilancia: «Forse è ora di guardare cosa abbiamo già fatto».
La presenza sui territori
A scorrere le proposte presentate in Parlamento ci si imbatte in un bouquet di argomenti, compresi molti cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza, conflitto di interessi, abolizione del finanziamento pubblico all'editoria, richiesta di istituzione di una commissione parlamentare sul Monte dei Paschi. E non solo. Anche progetti di legge per traslare le competenze regionali del servizio sanitario nazionale o per la soppressione dei tribunali militari. Ma anche altre iniziative come disposizioni per il contenimento del consumo del suolo e la tutela del paesaggio, per il riconoscimento della medicina omeopatica. I parlamentari, comunque, non si fermano solo all'Aula. Già oggi saranno a Taranto a una manifestazione sull'Ilva («Saremo oltre una decina», annuncia D'Ambrosio). Nelle scorse settimane sono stati impegnati in val di Susa, Sardegna, Abruzzo. Una strategia, quella di visite collettive, nei luoghi simbolo delle crociate a Cinque Stelle, che potrebbe anche incrementare nei prossimi mesi per rilanciare il legame con i territori.
Republica 8.6.13
Cresce il dissenso grillino altri deputati verso l’addio. E c’è chi sogna il ribaltone
Ma il web insulta i transfughi: “Volevano i soldi”
di Tommaso Ciriaco
ROMA — Il prossimo a sbattere la porta potrebbe essere Adriano Zaccagnini, ribelle indomito con il pallino dell’agricoltura. Ma è l’intera pattuglia parlamentare del Movimento cinque stelle a essere ormai a un passo dall’implosione. Lo dimostra anche il trattamento riservato ai due deputati tarantini che giovedì hanno detto addio a Beppe Grillo. Investiti, per questo, dallo sdegno dei colleghi parlamentari. Sottoposti, soprattutto, alla gogna della Rete. Ma mentre altri ribelli valutano la tempistica dello strappo, a fibrillare è anche il gruppo del Senato. Lì, nella quiete apparente di Palazzo Madama, l’ala dialogante del grillismo lavora a un “ribaltone” morbido che potrebbe portare il “moderato” Luis Orellana alla guida del gruppo. Una svolta, dopo i mesi di reggenza dell’ortodosso Vito Crimi.
Per capire l’aria che tira a Montecitorio è istruttivo ascoltare Laura Castelli, grillina operosa e intransigente: «L’addio di Furnari e Labriola? Chi non si riconosce nel progetto è giusto che vada via. È meglio farlo che rovinare il movimento. E noi per questo dobbiamo essere felici». Il problema è che il dissenso si allarga a macchia d’olio. Qualcuno potrebbe rompere proprio sulla diaria. Altri “convinti” dal democratico Pippo Civati. Zaccagnini, intanto, non si nasconde più: «Ho un momento di difficoltà psicologica. Rifletto. Per decidere di andare via è troppo presto. Starò dove troverò serenità ». Quasi certamente fuori dal M5S. Come lui, anche l’agguerrita pattuglia del Friuli Venezia Giulia, da Walter Rizzetto ad Aris Prodani, è tentata dall’addio. Senza contare Alessio Tacconi e Tommaso Currò. Poi ci sono quelli che faticano a uscire allo scoperto. E sono parecchi di più. A Catania, intanto, il M5S inibisce l’uso del logo a due candidati.
A Palazzo Madama, intanto, i senatori più insofferenti si attrezzano. Per ora non preparano scissioni, piuttosto lavorano sottotraccia per cambiare bruscamente linea politica. Delusi dall’infruttuoso muro contro muro imposto dal quartier generale di Grillo, ripetono che “la politica è dialogo” e sostengono Luis Orellana nel ruolo di capogruppo. Si scontrerà con Nicola Morra, considerato più in sintonia con la linea ufficiale. Forse già martedì si terrà il ballottaggio. Ma i “turni preliminari” hanno sorpreso: 19 voti per Morra, 18 per Orellana, 16 per il “dissidente” Battista e 14 per la senatrice Bulgarelli. Un’altra considerata poco ortodossa.
Intanto, ai malpancisti di Montecitorio non è sfuggito il trattamento riservato a Vincenza Labriola e Alessandro Furnari. Una “gogna” impietosa alimentata dal gruppo grillino della Camera. «Saranno finalmente liberi di disporre di tutto il denaro spettante - si legge sul blog, sotto la foto dei due transfughi - senza dover più adempiere agli impegni presi».
Cioè la rinuncia alla diaria eccedente. Ma non basta. I due tarantini vengono bocciati perché incapaci di produrre disegni di legge e impegno concreto per l’Ilva.
Labriola e Furnari tentano di difendersi: «Siamo i primi Liberi Cittadini a compiere questo passo ». Una scelta necessaria dopo che «il Movimento ha voltato le spalle» all’Ilva e «il sogno si è trasformato in altro». Eppure, per la Rete la sentenza è già depositata.
Insulti e offese, soprattutto. Qualche minaccia. «Traditori», «vermi », «merde» e «pezzenti» i più gettonati, ma c’è anche chi - come l’utente “Vittorio da Milano” - si spinge oltre: «Spero incontrino presto un tarantino inc...ato che ha votato il M5S».
Ma anche gli ex colleghi non mancano di “salutare” i due deputati. Il capogruppo Riccardo Nuti li considera lavativi. Per Gianluca Vacca sono «due “parassiti”». Secondo Manlio Di Stefano, invece, faranno «grandi cose laddove le fecero già i Razzi e gli Scilipoti». Né Castelli si sconvolge per gli attacchi: «Se si rompe il patto fiduciario con l’elettore, la rete è libera di dirti “vaffa...” o “ti amo”». Insomma, nessuna pietà per chi tradisce.
Repubblica 8.6.13
Stefàno, il neo-presidente di Sel (ex Dc...): “Un grave errore sovrapporre la vita del governo a una questione di merito”
“La Giunta e l’ineleggibilità di Berlusconi? Non è che schiaccio un bottone e lui sparisce”
Certe idee son cresciute nel terreno di coltura di una violenza verbale che ormai ammorba il dibattito pubblico
Cauto come un ex dc? Per me non è un’offesa Sono da sempre nel centrosinistra accanto al governo Vendola
di Liana Milella
ROMA — Gli piacciono i paragoni. Per Berlusconi e la sua ineleggibilità evoca la playstation, «non è che schiaccio un bottone e puff!...lui sparisce», oppure la schedina, «non possiamo fare 1, 2 o X». Il neo presidente della giunta per le autorizzazioni, il vendoliano Dario Stefàno, per ora garantisce che la difficile decisione non sarà «politica» ma di merito.
Se l’aspettava, quando è stato eletto, che le sarebbe capitata addosso una grana come la presidenza della giunta per le autorizzazioni del Senato?
«A dirla tutta, pensavo di poter fare un’esperienza in una maggioranza di centrosinistra al governo al Paese. Poi sappiamo come sono andate le cose... Ma non considero la presidenza una grana, bensì l’opportunità di vivere un’esperienza, che non capita a tutti, nel cuore delle istituzioni, che affronterò con serietà e grande senso di responsabilità».
Ha realizzato che da lei dipende il destino del governo e della legislatura?
«Andiamoci piano: non è che io schiaccio un bottone e puff! il nemico scompare, come fossimo alla Playstation... È una idea cresciuta nel terreno di coltura di una violenza verbale che ormai ammorba il dibattito pubblico e di cui non se ne può più. Io sarò rigoroso e scrupolosissimo. Sento la responsabilità di lavorare per garantire, ai 23 componenti della giunta, le migliori condizioni per prendere le decisioni. Che non possono essere condizionate dalle emozioni o da ragioni meramente politiche. La giunta è un organismo paragiudiziario che si esprime su questioni delicate che spesso investono le libertà individuali».
Il dem Casson dice che ci vorranno mesi prima di decidere sull’ineleggibilità di Berlusconi.
Non le pare che si potrebbe fare più in fretta?
«Credo che Casson abbia voluto sottolineare la necessità di doverci confrontare con una questione seria. In questo senso sono io che chiedo: si può ricondurre il tutto alla domanda se ci vorranno ore piuttosto che settimane? No, non dev’essere la fretta della contesa politica o la vivacità del web a condizionarci».
Dica la verità: non è un modo per tenere in vita il governo ed evitare la collera del Cavaliere?
«Sarebbe un grave errore sovrapporre la vita del governo a una questione che deve rimanere di merito».
Faccia un pronostico come se non fosse già presidente: come andrà a finire?
«Beh, mi perdoni: la questione è così seria che non possiamo farne una schedina: 1, 2 o X... So bene che la tentazione, sempre in agguato, è quella di provare a ridurre tutto a un braccio di ferro, alla politica come cosa “poco seria”, a un gioco. Non ho la sfera di cristallo. Ma sono certo, anche per lo spessore di chi compone la giunta, che faremo un lavoro serio e responsabile».
Che fa? Il democristiano come le contestano di essere stato?
«Per come lo si dice sembra un’offesa, alla stessa stregua di chi usa il termine comunista come dileggio. La mia storia politica, che inizia con le regionali 2005, mi ha sempre visto nel centrosinistra a sostegno di un modello di governo progressista che in Puglia è stato impersonato da Vendola».
Ora che sta con lui non si sente in imbarazzo a essere scavalcato a sinistra dai grillini?
«Il mio augurio è che i colleghi dell’M5S vogliano “sporcarsi le mani”, come diceva Don Milani. Sarà il banco di prova per dimostrare di aver trasformato la protesta in proposta politica».
Ci dica almeno questo: metterà il casus dell’ineleggibilità al primo punto all’ordine del giorno?
«Come primo atto ho chiesto ai gruppi di indicarmi il capogruppo per convocare prima possibile l’Ufficio di presidenza. Lì entreremo subito nel vivo delle questioni e definiremo il calendario dei lavori».
l’Unità 8.6.13
Emergenza umanitaria. Nell’inferno del Sinai
Profughi africani braccati come bestie, uccisi, venduti
Quindicimila disperati in fuga massacrati dai trafficanti
L’appello di Alganesh Fesseha:
«Il silenzio della comunità internazionale è assordante. Vi prego di intervenire subito»
di Umberto De Giovannangeli
DIETRO QUEI NUMERI, AGGHIACCIANTI, VI SONO ESSERI UMANI INDIFESI, IN BALIA DI ORGANIZZAZIONI CRIMINALI SENZA SCRUPOLI. DIETRO QUEI NUMERI, SCONVOLGENTI, VI È IL DRAMMA DI UNA UMANITÀ SOFFERENTE, indifesa, senza voce e senza diritti. Cifre spietate: dal 2009, quasi 15mila africani sarebbero stati rapiti nel deserto del Sinai e almeno 3mila sarebbero morti di stenti, violenze e torture. Sudanesi, eritrei e somali in fuga da guerre, pulizie etniche, miseria. Una fuga finità nella tragedia. E nel silenzio complice della comunità internazionale. Gli ultimi degli ultimi sono 750 profughi eritrei finiti nelle mani dei beduini, trafficanti di esseri umani. A dar conto di questo dramma è una donna coraggiosa, Alganesh Fasseha, la presidente dell’ong «Ghandi», che da anni lavora per stroncare questo traffico. Ai microfoni di Radio Vaticana, Alganesh Fesseha offre uno spaccato di questo inferno. Ricostruendo questo percorso della disperazione. «Questi profughi racconta partono dall’Eritrea per cercare lavoro e arrivano in Sudan. Una volta lì, vengono presi dai Rashaida una tribù sudanese-eritrea beduina che li vende ai beduini egiziani a una certa cifra tremila euro, tremila dollari e poi quando li hanno comprati, li vendono ad altri beduini egiziani, aumentando sempre il prezzo fino a quando non arrivano ai confini tra Israele ed Egitto».
«Qui prosegue il racconto di Fesseha chiedono anche 30, 35 o 50mila dollari. Adesso, vista la pericolosità del tragitto ci sono nuove tratte, gli eritrei cercano di andare verso Juba, ma per andarci passano comunque per Kharoum e così finiscono per ritrovarsi nel campo profugjhi di Shagarab, dove vengono rapiti dai Rashaida e poi venduti ai beduini egiziani. Questi ultimi, li tengono chiedendo un riscatto di 30-50mila dollari. Chi non può pagare viene ucciso, ma anche chi ha pagato viene torturato, può essere ucciso e poi gettato in strada...».
ANGOSCIA
Intorno a questo traffico di esseri umani gira una montagna di denaro che alimenta un’organizzazione criminale imponente: ci sono almeno 15 centri di smistamento nel deserto del Sinai. Veri e propri lager. Alganesh Fesseha è riuscita a salvare la vita di 150 di loro. In questo modo: «I prigionieri ci chiamano: i beduini danno loro il telefono per chiedere il riscatto. Mi contattano e io chiedo come stanno e loro mi descrivono la situazione. E se non sono legati, se hanno la possibilità di andare uno per uno o più di uno per volta in bagno, mi metto d’accordo chiedendo loro di uscire ad una certa ora. A quell’ora, io mando alcune persone che li prendono, li nascondono fino a quando non arrivo con il certificato delle Nazioni Unite, con la yellow card, che consegno loro e li porto al Cairo. Finora, siamo riusciti a liberare 1250 persone».
Ma non tutti ce la fanno. Anzi, la maggior parte da quell’inferno non escono vivi. «La storia più emblematica ricorda con commozione Alganesh Fesseha è l’uccisione di un bambino di tre anni, che ho trovato nella spazzatura, morto. Vedere un bambino di tre anni ucciso in quel modo, per me è stato molto scioccante. È una cosa inaccettabile e drammatica. Che colpa ha un bambino di tre anni?».
SILENZIO ASSORDANTE
Alla comunità internazionale, questa donna coraggiosa lancia un appello accorato: «Stanno morendo migliaia di ragazzi giovani: per favore, aiutateli! Aiutatemi a fermare questo massacro: è un vero massacro. C’è gente che sta morendo per nessuna ragione! Io faccio appello perché vengano salvate delle anime innocenti che non hanno fatto niente, che hanno soltanto cercato di fuggire dalla fame e dalla miseria del loro Paese, e dalla sofferenza». L’Unità aveva raccontato la storia di uno di questi ragazzi: Tekle, 25 anni, uno dei tanti. In base all’accordo stipulato dall’allora governo Berlusconi e dal Colonello Gheddafi, Tekle viene respinto dall’Italia. L’accordo prevede che i respinti finiscano in galera. Grazie ad un coraggioso sacerdote, Don Mussie Zerai, Tekle e i suoi compagni presentano un ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo: «Ma la giustizia tarda ad arrivare». Tekle non può aspettare, e scappa, fugge. Verso il più vicino paese libero, ovvero Israele. Ma ad attenderlo è un altro inferno: quello dei trafficanti di esseri umani. Tekle viene picchiato ogni giorno con tubi di ferro. Viene minacciato di morte se la sua famiglia non pagherà gli 8mila dollari richiesti per il suo rilascio. Tekle deve assistere gli stupri continui a cui sono costrette altre sue compagne di sventura. Una sofferenza indicibile, infinita. Chi tenta la fuga viene raggiunto e fatto fuori. Con una pallottola in testa, o con la gola squarciata. O lasciato morire di fame nel deserto. Questa storia dà conto di un’amara, vergognosa, verità politica: gli effetti devastanti dei respingimenti indiscriminati portati avanti in questi anni hanno dato anche questo di risultato, persone che hanno il diritto di asilo finiscono in pasto ai predoni del deserto, la lotta contro la tratta degli esseri umani tanto conclamata finisce per arricchire proprio quelli che si voleva combattere. È quello che sta succedendo nel Sinai. In un silenzio assordante. E complice.
il Fatto 8.6.13
Un Caffè ristretto ad alta intensità di keynesismo
di Stefano Feltri
La scena più bella la racconta Corrado Giustiniani nella prefazione: il professore entra nei corridoi del Messaggero per iniziare la sua collaborazione e si presenta così: “Piacere, Federico Caffè. Un Caffè ristretto, come vedete”, essendo alto appena un metro e cinquanta. Viste le circostanze mai chiarite della sua scomparsa, o meglio, sparizione, il 15 aprile del 1987, di Caffè si tende a ricordare più il personaggio che le idee, troppo affascinante il mistero del suo congedo. Per questo è apprezzabile un libro curato da Giuseppe Amari per Castelvecchi dal titolo Contro gli incappucciati della finanza (anche se la competizione sullo scaffale con le memorie di Luigi Bisignani è persa in partenza), una raccolta degli editoriali di Caffè per il Messaggero e L’Ora di Palermo, tra il 1974 e il 1987.
È sempre sbagliato cercare di piegare le polemiche del passato alle esigenze dell’oggi, cercare nella divulgazione di idee e approcci keynesiani di Caffè gli strumenti teorici per contrastare i chierici dell’austerità nella crisi dell’euro. Però, anche saltando qua e là tra i brevi, densi, articoli di Caffè si trovano spunti utili non solo per gli storici delle idee. Il 5 agosto 1986, per esempio, Caffè pubblica l’editoriale “Perché gli altri conoscano” (era precisa scelta redazionale usare titoli cloroformizzati) dedicato ai libri di testo di Economia nelle università. Caffè lamenta l’egemonia del manuale firmato da Stanley Fisher e Roger Dornbusch che imponeva l’approccio neoclassico (quello dell’uomo come razionale massimizzatore di utilità) a scapito delle teorie keynesiane e degli approcci più umili e narrativi, che non riconoscono all’economia la pericolosa qualifica di scienza esatta: “Un qualche accenno all’opera di Sraffa non farebbe male a un giovane apprendista dei primi principi dell’economia”. Critica precisa e valida anche trent’anni dopo, quando l’impermeabilità ideologica di molte facoltà di Economia (sicuramente la Bocconi, ma non solo) ha contribuito a creare il concime per la crisi. Poi ci sono diagnosi senza tempo, attuali perché capaci di andare oltre la contingenza: “Strano Paese il nostro: che difende a oltranza la libertà di scelta dei singoli, ma poi mette a carico della collettività - in modo diretto o indiretto - le decisioni erronee dei risparmiatori ingenuamente fiduciosi delle più spericolate prospettive di investimento finanziario”. E non aveva ancora visto lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena.
La Stampa TuttoLibri 8.6.13
Intervista con Luce Iragaray
“Ma l’umanità ha bisogno di infinite carezze”
«Il desiderio è una fonte di energia di cui il nostro corpo ha bisogno per crescere e fiorire»
«I tablet ora magnificano il “touch screen”, ma la cultura dell’Occidente ha sempre privilegiato la vista»
di Egle Santolini
Un pamphlet della filosofa elogia il “toccare” “Dobbiamo restituire all’altro la nostra pelle, fino a raggiungere un’intima comunione”
Luce Irigaray «Elogio del toccare» il Melangolo pp. 80, € 7
L’ultimo saggio di Luce Irigaray, la pensatrice belga che negli Anni Settanta infiammò la scena filosofica e psicanalitica con Speculum e la teoria della differenza, è un libro piccolo e densissimo appena tradotto in Italia dal Melangolo. Signora Irigaray, nell’«Elogio del toccare» lei denuncia la perdita di significato del tat to nella cultura occidentale, dominata dal «logos» maschile: secondo lei, siamo dunque una grande testa che continua a pensare ma che ha dimenticato la pelle? «E’ così. Il fatto che l’uomo abbia costruito la propria cultura attraverso la dominazione della propria origine naturale e della prima relazione con la madre gli ha impedito di coltivare la dimensione sensibile dell’identità umana. E dunque il tatto non è stato considerato un modo di entrare umanamente in comunicazione con l’altro(a), di restituire all’altro(a) la propria pelle attraverso le carezze, di avvicinarsi l’uno(a) all’altro fino a un’intima comunione grazie al tocco delle mucose». Poi sono arrivati i computer, le macchine che si frappongono ai corpi. Ci si guarda attraverso gli schermi e ci si relaziona in modo virtuale. Ep pure, i modelli più richiesti di tablet e cellulare si definisco no proprio «touch» e metto no l’accento sulle proprie qualità tattili. Non lo trova paradossale? « L’ industria lo fa per motivi commerciali, per dare l’idea di un contatto da lontano immediato e permanente. Certo il privilegio della vista nell’elaborazione della cultura occidentale non ha contribuito a una coltivazione del tatto. E l’uso della tecnica per dominare la natura ha trascinato con sé lo sviluppo di tutte le tecnologie che ci allontanano sempre più dal toccarci reciprocamente». Che cosa è successo quando, per i postumi di un incidente, ha cominciato a fare yoga? «Lo yoga e le tradizioni orientali mi hanno riportato ad abitare il corpo da cui la tradizione occidentale mi aveva invece esiliata, sia riducendomi a una semplice naturalità a disposizione di una cultura al maschile sia attraverso la sottomissione della mia energia corporea a valori soprasensibili. La pratica dello yoga, specialmente la cura del respiro, mi ha aiutata a superare a poco a poco la scissione fra corpo e mente, corpo e anima, dalla quale si è elaborata la tradizione occidentale. Il respiro è ciò che ci permette di passare da una vitalità soltanto naturale a una vitalità e perfino a una possibile condivisione spirituali, che restano radicate nel corpo e lo trasformano in un corpo spirituale che può fare da mediatore tra di noi. La pratica dello yoga mi ha perfino portata a un’interpretazione del messaggio cristiano dell’incarnazione che non mi era stata insegnata, benché sia fedele a parole del Vangelo. Ho in parte reinterpretato in questo modo l’evento dell’Annunciazione nel piccolo libro Il mistero di Maria (ed. Paoline 2010). Ma già in Amante Marina alludo all’importanza della fedeltà alla natura e del toccare nella vita del Cristo stesso, il mediatore fra appartenenza naturale e appartenenza divina». La salvezza sta ancora nel desiderio? «Il desiderio è una fonte di energia naturale di cui il nostro corpo ha bisogno per crescere e fiorire. E’ come un sole interiore che si manifesta e si irradia attraverso il nostro corpo: per mantenere e portare a compimento la nostra vita dobbiamo coltivarlo, anche prendendoci cura della nostra bellezza naturale». Come lei scrive, «trasformare il proprio corpo in un’opera d’arte, non con voluttà narcisistica, ma per rendere possibile un’umana condivisione di bellezza con l’altro». Eppure lei, che tanto ama la cultura greca e che si è addirittura identificata nella figura di Antigone, conclude che coltivare la propria differenza coincide con un destino tragico. «Rispettare la propria appartenenza sessuata implica sempre una parte di tragedia perché ognuno di noi deve assumerla e coltivarla nella solitudine. Per di più il desiderio aspira all’infinito e all’assoluto, mentre dobbiamo incarnarci in un mondo e una storia che sono finiti. Inoltre, dobbiamo rinunciare alla soddisfazione immediata del nostro desiderio per rispettare la differenza tra le nostre identità sessuate, e anche opporci alla riduzione della nostra identità sessuata all’universalità di un individuo neutro. Sono le due chiavi del tragico insegnamento di Antigone, che come ricordo nel libro All’inizio, lei era , appena uscito da Bollati Boringhieri, prima di unirsi al fidanzato Emone deve dare sepoltura al fratello Polinice. Obbedendo a un ordine più alto, a leggi non scritte che il nuovo ordine rappresentato da Creonte intende abolire. Ma forse l’attuale nostalgia di un ritorno alla cultura greca significa un voler tornare al nostro sé, un sé da cui la nostra tradizione ci ha sempre di più esiliati(e). Si tratta allora di tornare a un’autoaffezione di cui l’età d’oro della Grecia ci aveva già privati(e) sottoponendo il nostro essere globale a una dominazione del mentale. Ora l’autoaffezione ci è necessaria come il pane, perché è la prima condizione della dignità umana».
La Stampa TuttoLibri 8.6.13
Psicoanalisi
Il saggio di Recalcati
I figliTelemaco in attesa del padre che non c’è più
Come cambia il “ruolo” educativo nella società moderna col tramonto dei grandi sistemi di interpretazione del mondo
di Augusto Romano
Telemaco nel quadro di JacquesLouis David; il denso saggio di Recalcati è nella classifica dei bestseller da dieci settimane
Massimo Recalcati «Il complesso di Telemaco» Feltrinelli pp. 156, € 14
Una storiella ebraica, riportata da J. Hillman, racconta di un padre che vuole insegnare al figlio ad avere più coraggio. Perciò, lo mette in piedi sul secondo gradino di una scala e gli dice: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta e il padre lo accoglie fra le braccia. Il gioco va avanti per un po’ finché il padre improvvisamente si tira indietro e il bambino cade lungo e disteso. Mentre piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari a non fidarti di nessuno, neanche se è tuo padre».
Se, al di là dell’aneddoto, cerchiamo di cogliere il significato simbolico della storia, ci rendiamo conto che esso è particolarmente pregnante. Il gesto del padre, nella sua apparente crudeltà, rompe la fiducia primaria e il bisogno unitivo e, creando distanza, rende possibile la relazione, la quale implica inevitabilmente la differenza, l’alterità. Inoltre, l’azione paterna apre al figlio il luogo dell’incertezza e della precarietà, la condizione dell’abbandono e dello sradicamento, che sono propri dell’esistenza umana; ma anche, indicando un limite, mobilita le energie volte a fare del limite stesso una opportunità e della solitudine un’occasione di creatività. Mette il figlio a contatto con l’ingiustizia e col non senso e gli affida il compito di elaborarli simbolicamente. In questa operazione trasformativa anche il padre sanguina, e proprio perché sanguina realizza una testimonianza efficace.
Simile in questo ad Abramo, rinuncia al possesso del figlio e lo abbandona pur senza abbandonarlo, giacché lascia in lui il segno del limite; si sacrifica, realizzando in prima persona ciò che addita al figlio; si assume sino in fondo la responsabilità del tradimento, confidando forse nel detto gnostico attribuito a Gesù, che dice: «Se sai quello che fai, sarai salvo; se non lo sai, sarai dannato». Il figlio si ricorderà di lui nelle situazioni limite dell’esistenza, per esempio nei rapporti d’amore, quando dovrà prendere atto della radicale dissimmetria dei soggetti della coppia ed assumersi il fardello (che però è anche uno sporgersi oltre se stesso) di amare nell’altra proprio l’irriducibile alterità.
Questo libro denso e appassionato di M. Recalcati si propone di analizzare la paternità nella società attuale, in cui sono tramontati i grandi sistemi di interpretazione del mondo e il nichilismo ha disvelato il carattere precario e per così dire ipotetico della vita individuale e associata. Com’è sotto gli occhi di tutti, mancano i padri come quello della nostra storiella, garanti con la loro testimonianza del nesso inscindibile tra limite, sacrificio, creatività e umanizzazione. Accanto a un piccolo drappello di padri tradizionali (padre-padrone, padre-eroe), che credono illusoriamente di essere portatori di una verità da trasmettere, la stragrande maggioranza è fatta di padri assenti e di padri-bambini, compagni di gioco dei loro figli. In questo sperdimento del limite, i figli tendono a loro volta a restare bambini, desiderosi di tutto e subito, insofferenti di ogni frustrazione, privi di orientamento verso scopi. Crescendo manifesteranno, a seconda delle situazioni, il rifiuto radicale dell’idea stessa di paternità e la tendenza compulsiva al godimento come esorcismo contro le responsabilità della vita; o, per contro, la nostalgia del padre della Tradizione, che li sollevi dall’obbligo di scegliere; o anche la chiusura saturnina, l’esigenza di controllo, il cinismo, la riduzione dell’altro a feticcio, la mercificazione dei rapporti: una vita al risparmio, una infelicità senza più desideri.
La coppia Ulisse-Telemaco rappresenta per l’Autore un esempio dell’esigenza che oggi si nasconde sotto l’infelicità, il disordine e la paura di padri e figli: un ritorno del padre che dia testimonianza della consapevolezza che la vita è il luogo di opposizioni logicamente inconciliabili ma esistenzialmente esperibili. Infatti, il discorso di Recalcati si muove sul sottile crinale che separa l’innovazione creativa dalla normatività da un lato, e dalla pura dissipazione energetica dall’altro. A una vita all’insegna dello scialo, inteso come uno spendersi sino in fondo per la realizzazione del significato della propria esistenza, si oppone una vita all’insegna dello spreco, dello smarrimento nella pura fattualità. Gli opposti che vengono costantemente tematizzati sono filiazione/separazione, memoria/oblio, identità/alterità, fedeltà/tradimento, libertà/legge, appartenenza/erranza, caos/cosmo.
Centrale, nel discorso di Recalcati, è il problema dell’attribuzione di senso, che lo porta a parlare dell’inconscio non solo come deposito del rimosso ma anche come «il luogo di ciò che non si è ancora realizzato e che domanda di potersi realizzare». Il che sembra allontanarlo dalla matrice lacaniana cui aderisce per avvicinarlo all’idea junghiana di inconscio «progettante» e alla nozione di simbolo come paradossale tensione di termini opposti, cui è affidata la funzione di rendere possibile la trasformazione interiore. Se si sorvola su qualche vezzo linguistico, il libro è tra quelli che danno da pensare.
Corriere 8.6.13
L'impossibilità di essere madri: la crisi riporta indietro le donne
Elena Rosci: ci sono aree del Nord in cui il 50% non fa figli
di Rita Querzé
La crisi mette al primo posto l'essenziale. I redditi, il lavoro, il rischio di tensioni sociali sono l'Urgenza. Ma il cambio di paradigma nello sviluppo economico porta con sé anche una serie di «effetti collaterali» nelle relazioni fuori e dentro la famiglia. Ancora tutti da mettere a fuoco. Il libro di Elena Rosci La maternità può attendere (Mondadori, pagine 175, 17) entra senza paura nel nuovo mondo ad aspettative ridotte. E costringe le donne (e gli uomini) a una presa di coscienza non rinviabile.
Tutto parte da una constatazione: le italiane mettono al mondo pochissimi figli. Ne facevano pochi prima del 2008, anno spartiacque, e ora anche meno. «L'Italia e la Spagna con 1,4 piccoli per donna sono i Paesi europei in cui nascono meno bambini — sintetizza Rosci —. E i dati relativi alle donne colte che vivono in alcune aree del Nord ci indicano che circa il 50 per cento conclude la vita senza figli: quasi una su due».
A partire dalla metà degli anni 90 i demografi avevano evidenziato una nuova e incoraggiante correlazione tra tasso di fertilità e occupazione femminile. Apripista i Paesi del Nord Europa dove più le donne lavoravano più facevano figli. Di qui la rinata speranza di poter, prima o poi, conciliare il lavoro/autorealizzazione con la famiglia. Magari con l'aiuto di uno stato sociale più generoso. Qualche segnale ha fatto pensare nei primi anni 2000 che anche nel Nord Italia culle e ufficio potessero andare di pari passo. La speranza è stata soffocata dalla crisi. Oggi per le italiane è il momento di bilanci spietati.
Primo boccone amaro: la conciliazione famiglia e lavoro non è più a portata di mano. Anche di questo si è parlato nei giorni scorsi sul blog della «27esima ora», con un fuoco di fila di interventi online scatenato proprio da un post di Elena Rosci. La presa di coscienza è dura soprattutto per chi ci aveva investito energie, risorse e intelligenza. Il libro della psicologa racconta casi e situazioni. Quelle tra le ragazze degli anni 90 che inseguono ancora il miraggio di una realizzazione sia sul lavoro che come madri si trovano oggi prigioniere nel ruolo scomodo di mamme acrobate (che poi è anche il titolo della precedente fatica dell'autrice).
Poi ci sono le altre. Le realiste. Sempre più numerose. Quelle che — di fronte a una partita che i fatti dimostrano difficile se non impossibile da vincere — hanno scelto di passare la mano: niente figli. Ma forse «scelto» è il verbo meno adeguato. Secondo Elena Rosci le donne che non fanno figli spesso si lasciano portare da un giorno per giorno di mancate decisioni. Che conduce all'ineluttabile: la non maternità, appunto.
È su questa sempre più grande famiglia di «non madri» che si concentra l'osservazione della saggista. Secondo Rosci ancora oggi c'è troppo spesso un solo modo di essere mamma. Quello dello stereotipo romantico fatto di corredini ricamati, dedizione e sacrificio. I modi di essere «non madre», invece, sono numerosi. Le donne con problemi di fertilità o che non hanno mai considerato l'idea di generare sono una minoranza. Più ampia la categoria delle narcisiste, troppo concentrate su se stesse per fare il salto dal ruolo di figlia a quello di madre. Mentre la gran parte delle italiane che non arriva in sala parto appartiene alle categorie delle «ondivaghe» o delle «ritardatarie». Perché, spiega Rosci «i tempi psicologici e sociali della formazione dell'identità si sono talmente dilatati, si sono così protratti, da rendere labile la percezione dei limiti biologici».
A guardar bene le «madri acrobate» e le «non madri» sono le due facce della stessa medaglia. Due modi di adattarsi a una realtà complessa e arcigna. Ruoli e destini opposti che hanno in comune l'incapacità di ribellarsi a una organizzazione della società e del sistema produttivo che impedisce la realizzazione in contemporanea nella famiglia e nel lavoro. «Perché le donne non dicono mai "non ce la faccio", non si battono per avere maggiori servizi per la famiglia?», si chiede Rosci. Ora la crisi rende tutto più complicato: i tempi del lavoro ancora più flessibili e le risorse per nidi e scuole difficili da trovare. La questione diventerà sempre più urgente. Ma potrà essere seriamente affrontata solo quando travalicherà il recinto angusto della battaglia di genere.
Corriere 8.6.13
Jackson Pollock un team di scienziati indaga su 11 opere
Al via un progetto di studio delle undici opere di Jackson Pollock conservate alla Collezione Peggy Guggenheim (con l'artista nella foto). Un team di esperti del Getty Conservation Institute di Los Angeles, del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, del Seattle Art Museum, dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, del Laboratorio di Diagnostica di Spoleto, il Molab, laboratorio mobile per le indagini non invasive sulle opere d'arte dell'Università di Perugia e del Centro Smaart di Perugia sono a Venezia per un'analisi dei pigmenti delle opere. «Sui dipinti — spiega Costanza Miliani, coordinatrice del laboratorio — effettueremo fluorescenza a raggi X e molecolare per analizzare i colori utilizzati dall'artista. E poi riflettografia multispettrale con lo scopo di studiare la tecnica pittorica adoperata e lo stato di conservazione delle opere».
Repubblica 8.6.13
Giuseppe Fiori, un testimone del ‘900
In un saggio le voci di chi ha conosciuto e frequentato il giornalista
di Nello Ajello
Peppino Fiori è stato uno degli esponenti più illustri di quella “storiografia dei giornalisti” della quale parlò a suo tempo Benedetto Croce. Se mi si chiede di indicare qualche altro nome di quella categoria, ne trovo, negli ultimi decenni, pochi a lui comparabili. Penso per esempio ad Antonio Gambino e a Corrado Stajano. Oltre che storico attentissimo Fiori è stato giornalista di prim’ordine nei più vari settori della comunicazione, dalla carta stampata alla radio e poi alla tv, con una piena armonizzazione — nel passaggio da una sede espressiva all’altra — del suo talento.
Va ricordato, tanto per cominciare, come efficace narratore di fatti. L’impasto fra cronista e storico era una costante della sua attività. Basti pensare alle biografie a sua firma. Prima fra tutte, quella dedicata ad Antonio Gramsci. Egli, anticipando una linea interpretativa che poi conoscerà altri cultori con risultati meno nitidi dei suoi, ha libera-
to la figura del leader politico sardo da quella santificazione acritica e a tratti strumentale che gli aveva assegnato, con qualche ipocrisia, il Pci di Togliatti. Il suo volume del 1966, più volte ristampato e oggetto di numerose traduzioni all’estero, resta un riferimento obbligato ogni qualvolta — negli ultimi tempi — è spesso accaduto — si accenda un dibattito sul pensiero gramsciano.
A Fiori va essenzialmente riconosciuto il merito — solo apparentemente canonico — di riportare con precisione i dati biografici di cui viene a conoscenza. Ad esempio la visita che fa ad Antonio recluso il fratello Gennaro, personalmente ascoltato dal giornalista-storico molti anni più tardi. Da questa ed altre testimonianze emerge l’isolamento che a Gramsci toccò in sorte durante la prigionia e la crescente distanza che lo separò dagli altri detenuti comunisti, fedeli, per conformismo o disinformazione, alla vulgata staliniana, destinata ad evolversi in verità ufficiale. Ne nasce un’opera in cui l’esattezza storiografica si accompagna al piacere della lettura. L’aderenza alla realtà è il filo conduttore del magistero di Fiori. Ricordo ad esempio i suoi editoriali che andavano in onda, dal ‘76 al ‘79, nel Tg2 delle 13. Essi si distaccavano con nettezza dal politichese ammiccante che dominava nei media italiani dell’epoca, e che neppure oggi accenna ad attenuarsi. Il giornalista di cui parliamo poteva apparire, nei suoi commenti, troppo emotivo o perfino, in qualche caso, brutale. Ma va sottolineato che appunto in questo consisteva la sua forza.
Difficilmente a un ascoltatore di quelle note quotidiane poteva sfuggirne il senso.
Come direttore di Paese Sera dal ‘79 all’81, venne talvolta attaccato, anche da sinistra, in quanto troppo vicino alla linea del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, un’altra figura storica di cui ha offerto una narrazione esauriente. Eppure, nell’energia che egli espletava aggredendo la cronaca politica, mi pare si debba riscontrare una derivazione azionistica più che comunista in senso stretto o riduttivo. Si aveva a volte l’impressione che le direttive ufficiali riscuotessero in lui scarsa aderenza. Penso che, nelle biografie che Fiori ha composto, la maggiore affinità tra autore e personaggio si riscontri con Ernesto Rossi.
Giornalista prestato alla politica, non diventò mai un politico di professione, pur avendo cura di neutralizzare nei propri giudizi qualsiasi tentazione di aderire a una “antipolitica” ai suoi tempi allo stato nascente. Si deve a lui, attraverso il libro che dedicò a Berlusconi, la tesi in base alla quale l’ascesa del Cavaliere nelle pubbliche istituzioni fosse del tutto “resistibile”, a patto di non piegarsi a presunte necessità diplomatiche, come il tentativo di ingabbiarne i talenti eversivi in commissioni bicamerali o in soluzioni analoghe. Quell’opera culmina in una serrata denuncia, tipica dello stile di Fiori, della dilagante presenza del leader del centro-destra nei mezzi di comunicazione di massa, attraverso le sue varietà — non solo informative ma anche di evasione e “diletto” — che si rivelino efficaci in linea di proselitismo nel mondo contemporaneo.
So bene che nulla agli occhi di Peppino Fiori sarebbe apparso più sgradevole di una celebrazione rituale. Ma come non augurarsi, a dieci anni dalla sua morte, che molti giornalisti — e anche qualche “storico del presente” — tengano nel debito conto la sua lezione?
IL LIBRO Il coraggio della verità L’Italia civile di Giuseppe Fiori a cura di Jacopo Onnis (Cuec,pagg. 156,euro 14). Fra gli interventi, quello di Ajello pubblicato qui e di Stajano, Brigaglia, Arbore, Colombo, De Luna, Fofi, Laterza, Lizzani, Rodotà e Rossanda
Repubblica 8.6.13
Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, amanti dolenti e vagabondi
di Aldo Busi
Giuseppe Marcenaro ricostruisce con lettere e documenti inediti la relazione fra i due grandi scrittori Le donne, Parigi, il carattere impietoso e sfrontato della coppia cui si deve molto della modernità
Tempi duri per un lettore fortissimo come me! Mica è facile trovare un testo in italiano cui tributare riconoscenza perché di sicuro si lascerà leggere fino in fondo: uno di questi è fuor di dubbio Una sconosciuta moralità di Giuseppe Marcenaro (Bompiani, pagg. 400, euro 12) sulla “vita avventurosa di Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, poeti maledetti nella Parigi di fine ‘800”. Dico si lascerà, perché l’ho preso in mano tre ore fa e sono soltanto a pag. 145, ma mi fermo un necessario momento per rendere partecipi di questa meraviglia quanti nelle ultime due settimane sono arrivati, come me, a pagina 20 di almeno venti volumi, tra romanzi e saggi in lingua italiana di fresca stampa e tutti di nipotini di Liala a vario titolo, e li hanno impilati sul primo gradino delle scale in attesa del prossimo carico a beneficio del Mato Grosso, delle pesche di beneficenza, perfida, e delle prigioni.
Devo premettere che di Arthur Rimbaud (1854-1891) conosco vita e opere e memorabilia, parenti diretti e acquisiti e amici fresconi d’infanzia e servi africani, cialtronerie romanzate di travet minori, serissime pubblicazioni critiche poco conosciute, tra le quali la più memorabile, prima di questa di Marcenaro, resta quella di Françoise Lalande Madame Rimbaud, 1987, perché, documenti alla mano, ribalta tutto quanto di negativo e spregevole era stato scritto da un secolo in avanti sulla madre di Arthur ovvero la V. Cuif, e V. sta non per Vitalie, suo nome di battesimo, ma per vedova, bianca, una virago per necessità, e solo apparentemente arida e crudele, che sembra uscire da un’opera di Wagner con libretto scritto da Iginio Ugo Tarchetti; il libro di Lalande, temo ancora non tradotto in italiano, contiene anche le lettere, fino ad allora inedite, tra la veuve di forzata vocazione e Verlaine, e quelle di Vitalie hanno un fascino aggiunto, anche formale, che Verlaine nelle sue si sogna, tant’è vero che la figura del bigotto la fa lui, con i suoi sensi di colpa e il suo profondersi in giustificazioni non richieste, non lei, fiera, pragmatica, senza alcuna inclinazione al sentimentalismo, gallica infine, e invero poeticissima e struggente nel suo dolore rappreso, tenuto giù, molla ulteriore in lei per reagire agendo, senza piangersi addosso un solo istante e senza delegare, viva, vitale, un mostro terragno, sì, di abnegazione, di sacrificio di sé, di orgoglio nella rinuncia, di amore che non conosce le parole, no, nemmeno una, ma i fatti d’amore, tutti, muti, sordi, crudeli per sé per prima; e devo ammettere che ho tenuto tra le mie mani autografi di A. Rimbaud di inestimabile valore senza osare non solo rubarli… me ne era stata data facoltà: nessuna telecamera, nessuna guardia in giro, e quando, dopo un paio di ore, ritornò quel direttore di fondo nazionale che non nomino per non mettere nei guai, chiuse la cartella, la rimise nel faldone senza fare alcun controllo e, per la verità, senza neppure chiedermi che facevo per l’ora di cena… ma nemmeno sfiorarli con un polpastrello; e continuerò a premettere che ho visitato quanto resta, poco, delle varie abitazioni di Charleville-Mézières… compresa la cascina di Roche di cui non resta in piedi niente dei muri originali… in cui la madre paesana ripulita continuava di trasloco in trasloco a illudersi di migliorare almeno le apparenze del decoro borghese malgrado i quattro figli interamente a suo carico, figli del Frédéric Rimbaud militare cinque volte incintatore di passaggio e padre e marito assente del tutto e per sempre dopo sette anni di, si fa per dire, vita in famiglia.
Dico tutto questo per una sola ragione: non volevo nemmeno aprirlo il saggio di Marcenaro arrivatomi per corriere, temevo una delusione, temevo il risaputo condito di nostalgici arabeschi per fare foliazione, che poteva mai rivelare di nuovo a me, rimbaldiano di ferro, a parte, e per qualche istante, di avere una cattiva memoria? E invece quante sorprese, quanti soprassalti di stupore e di invidia, che bibliofila maniacalità esemplare quest’uomo! Un segugio dell’inedito impossibile e dato per perso solo dai pigri. E che ritmo, che luminoso, illuminato noir! Qui i documenti, anche di testimonianze di riporto fino al 1968, e i pettegolezzi inventariati dallo storico scivolano in modo naturale… certo, il colore delle facciate più rispettabili non sarà camoscio ma minimo chamois, niente corsivo, per carità, e poi ci sarebbero “i malemmi”… in una narrazione che ha la tempestosa ondosità sottomarina delle acque chete e bonarie in superficie e che ti tira giù in un’apnea di godimento un po’ strangolatore, e reale e subliminale avidità di abissi sempre più profondi. E le donne di Rimbaud e di Verlaine, la moglie, la suocera di quest’ultimo, e le madri di entrambi che affrontano le altre due che hanno attentato all’onorabilità sessuale dei loro rispettivi figli spargendo menzogne?
E la nascita del quadro più famoso della storia della letteratura francese, il ritratto degli otto poeti per mano di Fantin-Latour che dovevano essere nove e uno fu sostituito dal vaso di gerani bianchi? E la cricca dei fuoriusciti francesi in quel di Londra, una metropoli-ciminiera in cui si respira fumo e si espettora catarro e, ndr, non per niente dà il via a pieni polmoni ai sognanti e favolosi afflati dei Preraffaelliti? E i caratteri impietosi, scurrili, sfrontati torniti con una precisone da orafo maudit dei due dolenti amanti vagabondi ai quali si deve gran parte della modernità ben prima di Freud, di de Saussure e di Albert Hofmann, padre dell’LSD, anche se l’assenzio dei due dissoluti bevitori sta all’acido lisergico come la carabina ad aria compressa alla bomba atomica? E che libro chiederà il diciannovenne Arthur non appena riuscirà, falsando la propria data di nascita, a mettere piede alla British Library? Scopritelo da voi, se siete forti. Tanto non glielo daranno nemmeno lì, relegato com’è nell’Enfer… Bene, corro a riprendere la lettura di Una sconosciuta moralità, il mio dovere di lettore grato l’ho fatto.
Come faccio a sapere che lo leggerò fino in fondo? Semplice: sono andato a piluccare
qui e là e ho scoperto che, poche pagine prima della fine, c’è una lettera niente di meno che di Georges, il figlio di Verlaine. Quante volte mi sono chiesto che fine avrà fatto! Chissà se Marcenaro ci dirà qualcosa anche sulla discendenza dei Rimbaud, perché quel gran puttaniere ubriacone del bellissimo Frédéric (1853-1911), il fratello maggiore di un anno di Arthur, due figli in regolare matrimonio li ha poi avuti…
IL DIPINTO Le coin de table, il quadro di Henri Fantin-Latour in cui sono ritratti, a sinistra, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud
IL LIBRO Una sconosciuta moralità di Giuseppe Marcenaro (pubblicato da Bompiani pagg. 400, euro 12)
Repubblica 8.6.13
Repubblica prima in edicola leader anche nelle copie digitali
La Repubblica conferma il suo primato in edicola. Anche nel mese di aprile il quotidiano guidato da Ezio Mauro risulta in testa alla classifica Ads (l’Accertamento diffusione dati) per quanto riguarda le vendite medie giornaliere: 312 mila 709 rispetto alle 298 mila 510 copie medie del suo più diretto concorrente, il Corriere della Sera. Ma il quotidiano nazionale del gruppo Espresso conferma il primo posto anche passando dal cartaceo al digitale: nel mese di aprile le copie visibili da computer, tablet o smartphone hanno toccato quota 43 mila 224 (contro le 42 mila 591 del Corriere).
Sempre in edicola, quando abbinata al suo storico settimanale, il Venerdì, la Repubblica aumenta le copie vendute fino alla media di 392 mila 243. Guardando poi agli altri quotidiani nazionali di maggiore diffusione, troviamo la Stampa a 184 mila 472 copie medie vendute, il Sole 24 ore a 125 mila 721 e il Messaggero a 127 mila 278. Seguendo invece il riferimento politico, nei giornali vicini alla destra si va dalle 111 mila 236 copie in edicola vendute dal Giornale alle 51mila 494 copie diLibero. A sinistra si passa dalle 54 mila 35 copie del Fatto quotidiano alle 22 mila 432 dell’Unità. Fra i giornali sportivi il primato va alla Gazzetta dello Sport con 186 mila 817 copie che lievitano ad una media di 233 mila 479 del numero in edicola il lunedì. Il secondo posto va al Corriere dello Sport-Stadio con 117 mila 848 copie (152mila 737 il lunedì). Tra i quotidiani locali del gruppo Espresso il Tirreno si conferma al vertici con 57 mila 368 copie, seguito dalla Nuova Sardegna con 44mila 608 copie in edicola, e dal Messaggero Veneto con 43 mila791.
Passando ai settimanali d’informazione, l’Espresso ha aumentato le vendite di edicola rispetto allo scorso mese di marzo passando dalle 88mila 105 alle 90 mila 297 di aprile. I suoi abbonati totalizzano 141 mila 658 copie, cui vanno ulteriormente aggiunte le 5 mila 626 della versione digitale. Il settimanale più venduto in assoluto in edicola resta Sorrisi e canzoni tv: 597 mila 328 copie in edicola.