mercoledì 29 maggio 2013

«Nel Manifesto che presenterà il 30 maggio al teatro dell’Eliseo per la rivista
Left, Salvatore Settis ne sottolinea la forza: un numero crescente di cittadini si associa dissociandosi, impegnandosi civilmente in modi diversi e inediti»
Repubblica 29.5.13
Quel Paese deluso
di Barbara Spinelli


Come quella che a Bologna ha organizzato e vinto un referendum consultivo sullo Stato troppo avaro con le disastrate scuole materne comunali, troppo prodigo con quelle private: scarsa è stata l’affluenza, ma non la cocciuta grinta dei referendari. I cittadini fuggono i comizi ma intanto le piazze s’affollano di italiani pronti a salutare don Gallo, o padre Puglisi ucciso dalla mafia nel ’93. Due persone mitiche, amate perché politicamente eterodosse.
Lo Stato, la politica, i cittadini: il triangolo resta malato, corrotto, e se c’è chi si rallegra per la tenuta del Pd e la caduta di 5Stelle vuol dire che ha un rapporto storto con la verità. Il triangolo suscita non solo disgusto, ma voglia di altra politica. Nello Stato e nella politica gli elettori credono sempre meno. Sono anche delusi da Grillo, dall’assenza di leader locali forti, ma non smettono il desiderio di partecipare, anche usando la lama dell’astensione. Sono impolitici? Sì, se la politica si esaurisce tutta nei partiti. Se Ignazio Marino ha successo a Roma è perché nel Pd è un eretico: voleva Rodotà presidente della Repubblica, e non ha votato la fiducia alle larghe intese prescritte dal partito. Infine è un laico, mentre il Pd non lo è.
È come se davanti al nostro sguardo scorresse un film che narra più eventi paralleli, e però ha un unico titolo. Narra uno Stato di cui si diffida, perché predato da potenze che il cittadino non controlla: potenze che sprezzano lo Stato imparziale, laico, e se possibile se ne appropriano. È significativo che il Movimento 5Stelle vacilli, sospettato di non aver mantenuto le promesse. Ma è significativa anche la scarsa tenuta del Pdl, guidato da nonstatisti. Lo stesso Stato, non dimentichiamolo, è da lunedì sotto accusa al tribunale di Palermo per aver vissuto (per vivere tuttora, probabilmente) all’ombra di patti con la mafia, stretti in concomitanza con le stragi del ’92-93 con la scusa che solo destabilizzando fosse possibile stabilizzare l’Italia. Lo Stato è infine giudicato infedele alla Costituzione nel referendum bolognese.
Se guardiamo le tre cose insieme (elezioni, referendum di Bologna, processo di Palermo), il Partito democratico ha poco da festeggiare, e molto da rimproverarsi. È pur sempre il partito che dopo il voto di febbraio ha fatto abiura. Che ha mobilitato 101 traditori per affossare Prodi, ingraziarsi Berlusconi, confermare un Presidente favorevole alle larghe intese. Localmente il Pd ha apparati ferrei: ma apparati benpensanti più che pensanti, timorosi d’apparire di sinistra. A Bologna non ha saputo ascoltare chi difende la scuola pubblica, minacciata mortalmente in tempi di penuria. Di fronte ai processi di Palermo è afasico, avendo avallato l’isolamento delle procure per anni. Non è di sinistra la smemoratezza che regna sui patti con la mafia, avvenuti anche quando lo Stato era retto da politici «amici». Quando Veltroni denuncia i «pezzi di Stato» compromessi nelle stragi mafiose, mai ammette che pezzi del Pd hanno forse tollerato lo scempio.
Né può dirsi di sinistra la difesa delle scuole private dell’infanzia (il 99 per cento cattoliche) che, almeno a Bologna, hanno ricevuto dallo Stato finanziamenti sproporzionati, senza rapporto alcuno con il costo della vita. Una sovvenzione che negli ultimi 15 anni si è più che triplicata, mentre tantissimi genitori si trovavano nell’impossibilità di iscrivere i figli alle scuole comunali o statali gratuite, neglette dallo Stato, e costretti a optare per scuole private a pagamento di cui non condividevano l’impostazione religiosa.
Dice Daniel Cohn-Bendit in un’intervista al quotidiano online Lettera 43 che i partiti vanno trasformati radicalmente – se non soppressi come scriveva nell’immediato dopoguerra Simone Weil – e sostituiti da cooperative, da «spazi di dibattito politico dove la gente possa discutere di questioni ambientali, sociali, culturali». Perché le persone «vogliono oggi vivere, non offrire la propria vita al partito». Perché hanno l’impressione che dibattere serva a creare nuove realtà, ma a condizione di svolgersi «fuori dalle strutture della politica», e mutando il concetto di militanza.
Nella sostanza, pur diffidando di Grillo, è la democrazia deliberativa di 5Stelle che Cohn-Bendit propone: affiancando (ma non distruggendo) quella rappresentativa, rovinata da partiti «più interessati alla cucina interna che a risolvere i problemi ». Non si tratta di
mandare tutti a casa («Non c’è nulla di più autoritario che questa concezione». Si potrebbe aggiungere: nulla di più impraticabile). Grillo non è riuscito né a deliberare né a rappresentare, con il risultato che i suoi elettori si sono in gran parte ritirati nelle terre selvagge dell’astensione. Voleva essere una diga contro i flussi incontrollati del disgusto, ma di questo disgusto ha sottovalutato l’impazienza, la voglia di risultati concreti: compreso il risultato di un governo di cambiamento, presieduto da persone non partitiche, che per calcoli tattici Grillo mancò di proporre a Napolitano.
Ciononostante le associazioni cittadine sopravvivono, ed è rivelatore che molte assumano nomi di articoli costituzionali. Per esempio il Comitato articolo 33, promotore del referendum bolognese: l’articolo garantisce scuole statali gratuite, e istituti privati «senza oneri per lo Stato». O il sito articolo 21, che si appella alla libertà di stampa nelle battaglie antimafia. Da tempo la bussola dell’associazionismo è la nostra Carta, non i programmi partitici.
Sono iniziative sparse, spesso misconosciute. Ma sono accanite, non mollano. Nel Manifesto che presenterà il 30 maggio al teatro dell’Eliseo per la rivista Left, Salvatore Settis ne sottolinea la forza: un numero crescente di cittadini si associa dissociandosi, impegnandosi civilmente in modi diversi e inediti: sfiduciando lo Stato com’è fatto e rifugiandosi nell’astensione; militando in M5S; creando piccoli club di scopo volutamente antipartitici (ambiente, salute, giustizia, democrazia). Non meno di 5-8 milioni di cittadini si associano così. «Queste forme di opposizione “vedono” quel che sembra sfuggire a chi ci governa: il crescente baratro che si è aperto fra l’orizzonte delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti e le pratiche di governo».
Non stupisce che Stefano Rodotà, sostenitore del Diritto di avere diritti per far fronte a poteri oligarchici sempre più endogamici e chiusi, sia divenuto per gli associati-dissociati un punto di riferimento. Nello stesso giorno in cui i candidati alle municipali parlavano in piazze vuote, sabato scorso, 80 mila persone affluivano a Palermo per la beatificazione di don Puglisi, e a Genova erano in più di 6000 a salutare Don Gallo. Lo storico Marco Revelli ne deduce: «Il Paese è sano. È la politica a essere ormai un ectoplasma, tenuto in vita solo dalla spartizione di poltrone».
Don Puglisi, le folle l’hanno onorato con la canzone, scritta da Fabrizio Moro sull’uccisione di Borsellino, che s’intitola «Pensa». Proprio quello che i partiti hanno disimparato, specie a sinistra: pensare che « ..ci sono stati uomini che hanno continuato nonostante intorno fosse tutto bruciato. Perché in fondo questa vita non ha significato, se hai paura di una bomba o di un fucile puntato». Non pensa, chi sopporta uno Stato che finge di scordare i patti stretti con la mafia, e dunque è pronto a ripeterli. Non pensa, un Pd comandato da 101 persone pronte a tradire l’elettore, e a intendersi con un avversario descritto fino al giorno prima come giaguaro da neutralizzare e bandire.

Senza avventurarsi in confronti di percentuali su quale formazione abbia perso più voti, quello che ci preme è far notare come sia preoccupante il quasi univoco occultamento mediatico della realtà del fatto che il Partito democratico abbia subito un crollo drammatico dei propri consensi elettorali che ha superato a Roma il 40%!
Questa è la realtà, e non viene detta: evidentemente in funzione del fatto che il governo Berlusconi-Letta deve essere difeso a tutti i costi.
Mente Epifani che dichiara sull’Unità “La scelta del Pd di «assumersi la responsabilità di dare con il governo una funzione di servizio verso i problemi del Paese» è stata «premiata»”. Mente Letta, che ripete le stesse cose. Mente - e ci dispiace molto - oggi Spataro sempre sull’Unità, che scrive: “gli elettori ... hanno capito, premiando il Pd ma non il Pdl,   che non ci sono né governissimi né grandi coalizioni in campo, ma solo una scelta di responsabilità nazionale dettata dall’emergenza. Se fosse vero il contrario il Pd sarebbe stato punito perché gli elettori di centrosinistra il governo con Berlusconi in quella versione «strategica» non lo accetterebbero mai”. La realtà è che il Pd non è stato affatto “premiato” ma - appunto, proprio - “punito” dai suoi elettori delle politiche di febbraio che gli hanno rifiutato di ripetere la fiducia che avevano espresso solo tre mesi fa in un numero  impressionante. Mentono tutti coloro che nel Pd e fuori di esso affermano che il voto confermerebbe il consenso al governo. Non è affatto vero: il risultato del voto ha invece rifiutato di dare fiducia, e in misura molto vistosa e appunto drammatica, a chi a quel governo partecipa o sostiene. Che la destra e tanta stampa mentano non ci stupisce affatto, che lo faccia il Pd, invece, ci preoccupa molto.
Rimandiamo a quanto scrive Beppe Civati, dirigente Pd non allineato, sul proprio qui:http://www.ciwati.it/

La Stampa 29.5.13
Marcello Sorgi: “Pd e Pdl, pur trovandosi in condizioni diverse (il centrosinistra è avanti dappertutto), hanno poco da festeggiare. In fin dei conti, i voti perduti sia rispetto alle amministrative del 2008 che alle politiche del 24 febbraio, si contano a milioni. Nella sola Roma, oltre quattrocentomila”.

il Fatto 29.5.13
Maggioranza. Il confronto dei dati di lunedì con le elezioni politiche dà un risultato impietoso
Che bello, ho perso solo 243 mila voti
Vincere perdendo è la grande novità delle Amministrative 2013. Succede al Pd, che rispetto alle Comunali del 2008 ha visto sparire 291 mila voti, il 41%. Dato che peggiora sulle Politiche di febbraio: meno 243 mila, il 38% delle schede ottenute da Bersani
Nei capoluoghi il Pd smarrisce il 38% dei consensi in tre mesi, ma canta vittoria
di Chiara Paolin


Vincere perdendo è la grande novità delle amministrative 2013. Succede al Pd, che rispetto alle Comunali del 2008 ha visto sparire 295 mila voti, cioè il 43% del suo elettorato. Un dato che fa il paio con le politiche dello scorso febbraio nei 16 comuni capoluogo andati alle urne: meno 243 mila voti, bruciato il 38% delle schede ottenute da Bersani.
Molto ma molto peggio va nel Pdl. Dissolti 458 mila voti rispetto alle gloriose elezioni 2008 (con un 65% di delusi) e 163 mila rispetto alle urne di febbraio 2013, sempre sul campione dei capoluoghi. Tracollo infine per la Lega Nord, che ha perso la metà del consenso in cinque anni, e percentuali da sballo per le formazioni di destra mentre in controtendenza stanno le formazioni di sinistra (Sel, Rc, Arcobaleno).
Tutte le analisi sul voto si precipitano a spiegare l’origine di questi numeri da tregenda. Innanzitutto l’anno 2008 è un termine di paragone imperfetto: lì le elezioni comunali erano associate alle politiche, peraltro molto accese, e perciò più partecipate. Se il paragone si fa tra i risultati di oggi e quelli delle consultazioni amministrative successive al 2008, cioè i Comuni andati a votare tra il 2009 e il 2012, il calo della partecipazione si attenua con gradualità. Spiega il Cise, centro studi elettorali della università Luiss: “Considerando i 16 comuni capoluogo al voto, l’affluenza è stata del 56,2%, con una perdita di 19,2 punti rispetto alla tornata precedente. Anche allargando lo sguardo fino a comprendere l’insieme dei 92 comuni superiori ai 15.000 abitanti la sostanza non cambia: 60,5% di affluenza e un calo di 16,2 punti. Alle amministrative dell’anno scorso, nei 26 comuni capoluogo al voto la diminuzione dell’affluenza fu esattamente la stessa dello scorso weekend (8,2 punti) e la partecipazione complessiva fu del 63,5%. Andando ancora più indietro, nella tornata amministrativa del 2011 (quella che coinvolgeva città come Milano, Napoli e altri 21 capoluoghi), la partecipazione fu del 65,3%”. Dunque il calo ha colpito l’Italia dei partiti con le cifre più drammatiche (meno 20 per cento a Roma, meno 24 a Pisa, meno 19 a Sondrio) solo guardando parecchio indietro. Ma la colpa dei brutti risultati dipende soprattutto dalla voragine romana: la capitale ha segnato il record negativo dell’affluenza con il 52,8 per cento, un valore pesante da reggere sull’intero corpo votante e che ha punito severamente sia il Pd che il Pdl. “Il dato dell’astensione resta l’elemento principe in questa tornata - conferma Gianluca Passarelli, ricercatore dell’Istituro Cattaneo -. Una disaffezione che ha incanalato una serie di elementi diversi: la stanchezza generale verso i partiti, le urne così ravvicinate tra politiche, regionali e comunali, la delusione per Grillo che in questi primi mesi di attività parlamentare s’è dimostrato poco duttile. Mettiamoci pure un governo di larghe intese che di sicuro non spinge gli elettori a esprimersi con decisione, ed ecco il risultato di queste ore”.
L’istituto ha cercato di capire in dettaglio come si siano mossi i flussi analizzando quattro città campione (Bar-letta, Treviso, Brescia e Ancona): anche in provincia vincono astensione e ritorno alle origini. Una delusione cui non scampa il Movimento 5 Stelle, che pur migliorando la performance sul territorio rispetto alle primissime apparizioni, perde 415mila voti guardando alle politiche (sempre nei 16 comuni capoluogo). E svuota ulteriormente il bacino elettorale: “Di certo una parte degli elettori un tempo Pd s’erano trasferiti nel Movimento ma hanno deciso stavolta di disertare il voto, oppure di rientrare nel Pd - continua Passarelli -. Ora immaginare che cosa accadrà al ballottaggio è difficile, ma di certo conterà molto l’elemento locale: un conto è dare il proprio voto di protesta a Grillo per il parlamento, il palazzo del potere, Roma lontana; altro discorso è scegliere la persona che amministra il tuo comune, il tuo quartiere, le decisioni più spicce ma più rilevanti nella vita quotidiana”.

La Stampa 29.5.13
Alemanno all’attacco. Ma Marino incassa il sostegno di Rodotà
Il sindaco di Roma cerca la rimonta come nel 2008 anche se il distacco con lo sfidante pare incolmabile
di Fabio Martini


I suoi tifosi lo stanno aspettando dentro al teatro Capranica, il professor Marino si avvicina camminando in mezzo alla strada e quando vede la piccola coda di auto che si è formata dietro di lui, dice sorridendo: «Un sindaco non deve mai bloccare il traffico! » Ignazio Marino, sia pure tra sé e sé, si definisce già sindaco, una innocente battuta che un professionista della politica mai si sarebbe concesso. Ha qualcosa del «marziano a Roma» il professor Marino, da 48 ore il grande favorito nella conquista del Campidoglio: in tutti i suoi interventi pubblici, anche ieri lo ha fatto, continua senza sosta a parlare di «merito» e di «competenza» nella città delle spintarelle e del più esteso apparato pubblico e parapubblico dell’Occidente; prima ancora di sapere se sarà eletto sindaco, al buio si è dimesso da senatore e dalla relativa indennità, una modalità senza precedenti della storia patria. E soprattutto, in una città nella quale permane un consistente tasso di consociativismo politico e sociale, pare non abbia fatto nulla per incontrarsi a tu per tu con la personalità più forte, non solo economicamente, della città: l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone.
Al primo turno il professor Marino ha conquistato 512.720 voti, con una percentuale del 42,61 e dunque ha consistente vantaggio sul sindaco uscente Gianni Alemanno che di voti ne ha avuti 364.337, con una percentuale del 30,28. Dunque Marino ha preso 148.393 voti in più, pari a 12 punti percentuali. Distacco incolmabile? I precedenti sono controversi. Non molti anni fa, cinque, Gianni Alemanno (soccombente al primo turno di cinque punti rispetto al suo sfidante Rutelli) ne conquistò centomila al secondo turno, scavalcò il suo avversario e diventò sindaco di Roma. Exploit ripetibile? I risultati elettorali definitivi hanno svelato un dato inatteso: Alemanno ha preso lo stesso numero di voti ottenuti dal centrodestra alle Politiche di tre mesi fa, quasi che quello sia il fondo del barile. Al quartier generale del sindaco sperano non sia così e già ieri mattina, con una velocità sbalorditiva, l’opulenta macchina da guerra del sindaco aveva riempito tabelloni con un manifesto dal testo eloquente: «Vince chi vota». E contemporaneamente su Facebook, Alemanno ribadiva il concetto: «Il sindaco di Roma non può essere eletto da una ristretta minoranza nell’indifferenza generale».
Al Pd sono convinti che Alemanno non si limiterà a vellicare l’orgoglio “partecipazionista” e che nelle prossime ore scatterà qualche abile provocazione politica per far inciampare il professore. Ma Goffredo Bettini, da 20 anni il regista di tutte le battaglie della sinistra romana, ha le idee chiare: «Il 70 per cento dei romani votanti ha detto di non volere più Alemanno e Marino è l’interprete più accreditato per intercettare la maggior parte di quel malessere. È come andare fuori strada in un deserto: è impossibile. Anche perché Marino appare come un irregolare, è libero». Dunque al Pd non si aspettano endorsement plateali da parte di Beppe Grillo o di Alfio Marchini. Molto gradita, attesa e confidata come certa è invece la dichiarazione di voto di un personaggio che di questi tempi “va” molto a sinistra: Stefano Rodotà. Per il Qurinale Marino aveva votato per lui.

La Stampa 29.5.13
“Il centrosinistra vince se ha volti nuovi e forti”
I sondaggisti: «Il caso Marino e la Serracchiani lo dimostrano»
di Raffaello Masci


Che a Roma sarebbe andata così - dicono i sondaggisti - era abbastanza chiaro, almeno per quanto riguarda i rapporti di forza tra i tre principali candidati. I flussi di voto dicono anche che Marino è fortemente favorito per il secondo turno, ma la partita è aperta. Anche se i sondaggi non possono essere diffusi, abbiamo vagliato umori di tre illustri guru del settore: Nicola Piepoli, Antonio Noto di Ipr Marketing e Roberto Weber di Swg.
Per quanto riguarda il passato, sia Weber che Piepoli confermano che il dato elettorale corrisponde alle rilevazioni dell’ultima ora: una città che percepiva un senso di decadimento generale della qualità dei servizi, alcuni scandali locali e regionali che mettevano in cattiva luce una certa classe dirigente, e poi la grande disillusione per la politica che a Roma si viveva in maniera perfino amplificata, data la contiguità fisica coi Palazzi del potere. Da qui il vantaggio per lo sfidante Marino e, soprattutto, la rilevazione della vasta zona d’ombra dell’astensione amara.
E adesso? «Secondo i nostri dati - dice Nicola Piepoli - l’inconscio collettivo ha già scelto e Ignazio Marino dovrebbe essere il prossimo sindaco di Roma con il 57-58% dei voti». Ma la situazione è magmatica, perché il bacino da cui trarre il consenso è vastissimo e per oltre la metà è senza una bandiera, «per cui aggiunge Antonio Noto - tutto è possibile. Ciò detto il sindaco uscente è in forti difficoltà, perché ha raccolto il voto politicamente orientato ma non è andato oltre». La possibilità di rimonta appare problematica, intorno al 15-20%.
Ignazio Marino, invece, deve consolidare i voti ricevuti «e gli basterebbe - secondo Piepoli un 7,5% di consensi per vincere, cioè, in numeri assoluti 100 mila voti: pochi rispetto alla grande base elettorale». Ed è soprattutto all’elettorato di Alfio Marchini che il chirurgo dovrebbe rivolgersi, perché è quello a lui più affine: moderato sì, ma tendenzialmente di sinistra, borghese ma progressista. Non sembra probabile, invece, secondo Noto, che il centrosinistra possa sfondare le linee dei Cinque Stelle «dato che i delusi di quel movimento non sono andati a votare. E se sono delusi da Grillo figurarsi da un “partito tradizionale” come il Pd, e quindi anche dal candidato che ne è bandiera».
Molto più difficile è la strada per Alemanno: «Se si eccettua il caso di Berlusconi - dice Weber il centrodestra ha ovunque una grave crisi di progetti ma soprattutto di uomini. E quindi Alemanno, che ha preso tutto il voto orientato a destra, ha molta più difficoltà ad emergere rispetto al suo avversario. La strategia di puntare su personalità forti e nuove che ha attuato il centrosinistra, ha dato buoni risultati ovunque - basti pensare al caso della Serracchiani che in Friuli ha preso il 25% in più della sua lista - ma il centrodestra non ha un personale politico tale da smuovere un elettorato che non sia il suo». Tuttavia - dice Piepoli - la battaglia di Alemanno non è affatto da considerarsi chiusa: «Ha detto che ricomincerà tutto da capo e che la campagna comincia ora. Mi sembra bene. Ma deve puntare su cose concrete: metropolitane, strade, raccolta differenziata. Lasci perdere destra e sinistra».

Corriere 29.5.13
Rutelli: il chirurgo ha preso solo 500 mila «sì»

Per Roma ci vorrà il modello delle larghe intese
“Possono essere invitate a partecipare anche forze moderate di centrodestra”
di Daria Gorodisky


ROMA — «Non si può governare Roma con un consenso risicato, serve un coinvolgimento ampio. Questa non è una città gestibile con l'ordinaria amministrazione perché, dopo essere stata guidata per 5 anni da personale inadeguato e fazioso, deve affrontare molte emergenze, grandi sfide». Francesco Rutelli ha lunga e variegata esperienza politica: Radicali, Verdi, Margherita, Pd; e poi Alleanza per l'Italia, quella sua creatura che si è alleata una volta con Fini e un'altra con il centrosinistra. A Roma ha votato per Alfio Marchini. Rutelli è stato due volte sindaco della capitale: nel 1993 ha battuto Gianfranco Fini e nel 1997 ha stracciato Pierluigi Borghini conquistando quasi un milione di voti. Quando poi nel 2008 ci ha riprovato, ha vinto il primo turno, ma al ballottaggio ha dovuto cedere il Campidoglio a Gianni Alemanno.
Che cosa significa «coinvolgimento ampio»? Una sorta di larghe intese anche al Comune di Roma, anche se il sistema elettorale vigente decreta la vittoria certa di una sola parte?
«Gli elettori di Roma sono circa due milioni e Ignazio Marino ha preso poco più di 500 mila voti. Un romano su quattro: dovrà conquistarne di nuovi nel ballottaggio, e coinvolgere le forze migliori della città nel suo governo civico».
Ragionando sui votanti, ne ha presi quasi uno su due.
«Non credo sia colpa degli elettori. Con progetti e candidati forti la gente si mobilita».
Disgusto per la politica e conseguente astensionismo sono comuni a tutta l'Italia.
«Qui c'è una città disorientata che ha bisogno di soluzioni rapide: possono venire soltanto da una classe dirigente ampia. Con Marino che punta ad essere inclusivo, chiedendo a Marchini e ai grillini di concorrere, magari con funzioni di garanzia e orientamento. Possono essere invitate a partecipare anche forze moderate di centrodestra. L'ho fatto anche io quando ero sindaco, chiamando Gianni Letta al vertice dell'Auditorium, Giuliano Amato al Teatro di Roma, Mario Baldassarri nelle aziende... E dall'opposizione io stesso ho aiutato Alemanno firmando la candidatura olimpica di Roma. Per una città in crisi servono le migliori energie a disposizione.»
Qualche nome?
«Spetterà al sindaco decidere. Però per la cultura mi vengono in mente Andrea Carandini e Salvatore Settis, di due schieramenti diversi ma entrambi di altissimo livello. Poi si può parlare al M5S coinvolgendo una figura elevata come Stefano Rodotà... Ma non voglio essere presuntuoso e fare proposte che non mi competono».
Quali sono a suo parere le prime emergenze da affrontare?
«Serve una progettualità alta, per nuove trasformazioni urbane: ancora oggi molti progetti in campo sono quelli avviati dalla mia amministrazione. La città è smarrita, pur essendo doppiamente universale: per la storia e la cultura, e dal punto di vista religioso, grazie alla presenza di papa Francesco che torna ad attrarre milioni di persone da tutto il mondo. Poi va fronteggiato il dissesto amministrativo. Infine, il recupero della sfiducia dei cittadini per mezzo della partecipazione civica. Le risorse sono scarse, ma si può fare moltissimo attraverso l'organizzazione».
Un esempio?
«Orientare sgravi fiscali per far partecipare i commercianti alla manutenzione della città, o i condomini con gli asili, o le aree verdi con i comitati di quartiere. Violenza e sfiducia si contrastano incentivando il civismo».
Al ballottaggio voterà per Marino?
«Vedremo che cosa dirà. Il mio orientamento è verso il centrosinistra, ma se il candidato è troppo chiuso a sinistra... Però certamente non sceglierò Alemanno».

Corriere 29.5.13
E ora sono i partiti a guardare l'M5S come possibile preda
di Massimo Franco


È probabile che la soddisfazione di alcuni partiti per il tracollo del Movimento 5 Stelle sia prematura. I sintomi che hanno gonfiato nel febbraio scorso i consensi di Beppe Grillo sono in gran parte ancora presenti. Il modo in cui i vertici grillini stanno reagendo alla sconfitta subìta alle elezioni comunali di domenica e lunedì, però, fa capire anche che la sberla è stata dolorosa; e non ancora riassorbita. Il colpo non è solo numerico, ma psicologico. E in politica le sensazioni contano quasi quanto i numeri. È un fatto che fino a qualche giorno fa Grillo teorizzava le prossime elezioni come una sfida fra sé e Silvio Berlusconi, col Pd spazzato via dal panorama.
Di colpo, la sensazione è opposta. Il M5S che osservava la sinistra come un serbatoio potenziale di voti, quasi una preda ferita a morte, è sulla difensiva. L'insistenza interessata del Pd sui «punti in comune» che esisterebbero fra il partito di Guglielmo Epifani e la formazione dell'ex comico dice proprio questo: è il Pd, ora, a sperare di recuperare consensi a spese del M5S, a cominciare dai prossimi ballottaggi. Ignazio Marino, il candidato della sinistra per il Campidoglio con buone possibilità di vittoria, ieri si è presentato con lo slogan: «Noi faremo tornare di moda a Roma l'onestà e la trasparenza». Una frase a effetto mutuata dalla campagna del M5S. L'analisi dei risultati conferma un movimento in affanno quando deve analizzare una situazione negativa.
In poche ore fra i seguaci di Grillo si è passati dall'idea che la colpa fosse dei media, a quella di un elettorato incapace di capire le virtù della protesta antisistema: fino alla versione autentica e, forse, definitiva, del leader. È quella che tende a spiegare astensionismo e calo dei voti con l'esistenza di «due Italie». Una, corrotta e interessata, avrebbe continuato a optare per i partiti tradizionali con una scelta «pesata e meditata». L'altra, che chiama «Italia B», sarebbe composta da lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccoli imprenditori, studenti, contraria allo status quo ma legata all'altra «come gemelli siamesi».
Chi ha votato Pd e Pdl ha premiato i partiti che «hanno distrutto il Paese»; e si condanna «a una via senza ritorno». Si tratta di una visione manichea che permette a Grillo di ammettere magari degli «errori», senza andare oltre. Anzi, rivendicando di essere stato «l'unico a restituire 42 milioni di euro allo Stato». Non solo. Da capo-partito un po' tradizionale, invece di ammettere la sconfitta, il leader del M5S si vanta di avere raddoppiato i voti, raffrontandoli non con le politiche di febbraio ma con le precedenti comunali. Insomma, la linea sembra essere quella di minimizzare l'insuccesso; e di rifiutare le accuse dei militanti, secondo i quali l'isolazionismo grillino in Parlamento sia per la scelta del capo dello Stato, sia per il governo, ha reso sterile la sua strategia fondata sulla sola protesta.
Le parole che Grillo e i suoi sodali affidano al blog vanno lette come un messaggio non tanto all'Italia, ma ai propri fedeli delusi e tornati all'astensione. Sono analisi difensive, che sanno di giustificazione. D'altronde, secondo l'Istituto Cattaneo, che segue i flussi elettorali, circa il 50 per cento del non voto sarebbe attribuibile al M5S. Si teorizza che la Lega sta esplodendo per «l'abbraccio mortale con Forza Italia prima e con il Pdl poi»; e che è un rischio «al quale potevamo andare incontro anche noi, se avessimo accettato certe proposte di alleanza», sostiene il senatore Enrico Cappelletti alludendo al rifiuto di accordarsi col Pd. Eppure, quello che è stato respinto due mesi fa potrebbe apparire accettabile nelle prossime settimane. Grillo magari si infurierà, ma il M5S potrebbe trovarsi a trattare da posizioni di debolezza.

Corriere 29.5.13
M5S
Ribelli, il piano «C'eravamo tanto amati»
Una decina di deputati e senatori pronta a lasciare il gruppo. Casaleggio nel mirino
di Alessandro Trocino


ROMA — Chi ci crede, nega il calo. O si dice «entusiasta» dei risultati o fa ragionamenti non lontani da formule democristiane tipo: «Abbiamo tenuto». Oppure, ancora, cerca rimedi: andare di più in televisione (da venerdì gruppi di dieci parlamentari andranno a Milano a «corsi di comunicazione televisiva»); o stare di più sul territorio, magari tornando a quella «settimana corta» tanto cara ai parlamentari di ogni tempo e di ogni partito (ma in questo caso per lavorare, non per oziare). Ma c'è anche chi ci crede sempre meno. E quelli preparano una via d'uscita, rumorosa. «Siamo in dieci, pronti ad andarcene», dice un parlamentare. Questione di tempo. Ma anche di dialettica interna. Se non si trova una composizione, se non si allenta la stretta del duo Grillo e Casaleggio, un drappello di 5 Stelle è pronta a formare un gruppo separato. Fervono le trattative con il Pd. Al Senato lo snodo decisivo è la nomina del nuovo capogruppo. Il diktat di Vito Crimi, che nega ai suoi il diritto di parlare di «strategie politiche e alleanze», fa il paio con la sua volontà di far cadere «le mele marce». E il successore di Crimi, da scegliere entro il 15 giugno, può confermare la linea dura o ammorbidirla. Nel primo caso, un piccolo gruppo di senatori è pronto all'addio. Operazione «C'eravamo tanto amati», la chiama uno di loro.
La delusione la puoi osservare nei volti tesi in Transatlantico. L'onda lunga subisce per la prima volta un riflusso. Il Movimento si trova in questa temperie, con una base che scalpita, ironizza o si infuria. E i «cittadini» che minimizzano o sbottano di nascosto. Su twitter questa è la battuta più gettonata: «Lodevole iniziativa del #m5s, che si dimezza i voti del 50%». C'è chi attacca Casaleggio e chi è impietoso con Grillo: «Hai buttato 9 milioni di voti relegando questo branco di 163 incapaci all'opposizione». E chi chiede: «Avete finito di contare gli scontrini?».
Si cerca una via d'uscita. E necessariamente le soluzioni frantumano certezze poco flessibili rispetto alla realtà: il dogma del «tutti in Parlamento sempre» viene messo in discussione, tra gli altri, da Serenella Fucksia e Bartolomeo Pepe. Un senatore la chiama «settimana corta»: «Se siamo andati male è perché ci siamo dimenticati del territorio. Perdiamo troppo tempo a Roma in assemblee inutili. Il lunedì e il venerdì è meglio stare a casa, con i nostri elettori». Parole che stridono un po' con quelle di Carla Ruocco, pasionaria in bianco. Che se la prende, giustamente, con i troppi assenti: la diaria è legata al voto e non alla presenza. Ma la settimana corta è già realtà per molti 5 Stelle. Soltanto che non basta. Il campano Salvatore Micillo non si capacita dei risultati: «Sono preoccupato. Certo, è comunque un inizio. Ma in molti posti siamo andati male e non ho capito perché. A Portici, per esempio, c'erano tutte le condizioni per arrivare al ballottaggio. E invece niente».
Colpa degli elettori, urla Grillo. Vero, dice Tatiana Basilio, che nota «un'involuzione dell'umanità» ma non demorde: «Bisogna proseguire nel cammino degli illuminati, nella ricerca della verità». Si sentono più al buio Tommaso Currò e Vega Colonnese. Che rilancia articoli critici di Travaglio e Gomez. Walter Rizzetto, uno di quei deputati che non soffre sudditanza verso il fondatore, non ci sta: «Non sono d'accordo con Grillo, non è colpa degli elettori. Dobbiamo riflettere. L'astensionismo è un dato sconfortante». Matteo Incerti, Comunicazione del Senato, elenca i ballottaggi dei 5 Stelle: «Pomezia (Roma), Martellago (Venezia) e Assemini (Cagliari)». Bastano? No di certo. E allora si prepara lo sbarco in tv, con cautela. Rocco Casalino: «Abbiamo appena detto no a Lerner, Santoro e Floris». Cosa resta? «Le ricette di Benedetta Parodi no — scherza —. Vedrete».

Repubblica 29.5.13
Lo tsunami alla rovescia
di Curzio Maltese


IL COMPORTAMENTO del Movimento 5 Stelle di fronte alla sua prima sconfitta elettorale illustra la grave malattia della democrazia italiana assai meglio degli ultimi dieci anni di prediche antipolitiche di Beppe Grillo.
I grillini hanno preso enormi batoste ovunque, tanto più dove si aspettavano grandi vittorie, come a Roma, a Siena e in Liguria. Hanno vinto anzitutto l’astensione, quindi i candidati del centrosinistra. La destra berlusconiana perde in ogni città e ancor di più nelle roccheforti. È accaduto insomma tutto l’esatto contrario di quanto lo stesso Beppe Grillo aveva calcolato e pronosticato alla vigilia. Nell’ordine: una poderosa avanzata del Movimento, sull’onda del disgusto per il governo dell’inciucio; la tenuta di Berlusconi, «ormai unico avversario»; la «totale disfatta del Pd».
Le cause dello tsunami alla rovescia risiedono nella pessima gestione da parte di Grillo e Casaleggio del trionfo elettorale di febbraio. Una finta rivoluzione che non ha cambiato nulla, anzi è servita a riconfermare il peggior status quo e alla fine si è arenata su questioni miserabili, vedi la voce scontrini. Sono ragioni chiare a tutti, tranne che a Grillo e Casaleggio. Davanti all’inattesa sconfitta, i capi del movimento hanno reagito esattamente come il vecchio ceto politico tanto criticato. Punto per punto. Prima hanno cercato di negare di evidenza, secondo il risaputo e risibile campionario dei peggiori piazzisti della politica, per cui una sconfitta non è mai una sconfitta, perché bisogna considerare l’eccellente risultato di Vattelapesca, la bella tenuta di Marina di Sotto e poi non si può fare il confronto con le politiche di tre mesi fa, ma semmai con le amministrative dell’anno scorso e magari con il mondiale di nuoto del 2011. Il secondo passaggio è la ricerca di alibi, capri espiatori, complottisti. Anche qui, i soliti. La televisione e addirittura i giornali: ma come, Beppe, non eravamo tutti morti, schiantati dal potere della rete?
Il terzo passaggio e l’inevitabile conclusione del percorso è l’accusa al popolo, agli italiani infingardi e ignoranti. Com’è noto infatti per tutti i politici gli italiani sono intelligenti, onesti, coraggiosi, un grande e meraviglioso popolo oppresso da una classe dirigente inadeguata, ma soltanto quando li votano. Quando non li votano, di colpo diventano stupidi, analfabeti, vili e si meritano i ladri che li governano da sempre.
Con questa reazione i grillini hanno dimostrato d’aver imparato in fretta la prima regola della politica della prima, seconda e terza repubblica: il rifiuto totale, sistematico di assumersi una qualsiasi responsabilità. Mai dire ho sbagliato, abbiamo sbagliato. L’assunzione di responsabilità, tipica dell’età adulta, costituirebbe nei fatti la negazione del ludico spirito infantile con cui si fa politica in Italia, oltre che un’intollerabile ferita narcisistica all’ego arroventato dei capi.
Grillo e Casaleggio non sono i primi ad adattarsi in fretta ai vizi di un sistema che dicono di voler combattere. Prima di loro l’avevano fatto Bossi e la Lega, Berlusconi, Di Pietro, il «nuovo partito» creato col Pd. E non saranno gli ultimi. Almeno finché non si capirà che la politica italiana non si cambia fondando un nuovo anti-partito all’anno, ma con una riforma profonda e radicale dell’intero sistema. Altrimenti il sistema malato finirà sempre per far ammalare chi vi entra, perfino con le migliori intenzioni. Milioni di italiani, sciocchi o geni che siano, l’hanno già capito e molti fra questi hanno smesso di andare a votare. Votare per chi, ma soprattutto per che cosa? Per offrire una delega in bianco a partiti o movimenti che poi faranno le loro scelte nel segreto delle stanze dei vertici, ignorando il mandato degli elettori. Per fare da spettatori di un teatrino di leader sempre più narcisi e autoreferenziali. L’errore di Grillo, anche questo non nuovo, è l’aver ignorato in questi mesi i sentimenti, gli umori, le ragioni della base elettorale. Aver perfino criminalizzato il dissenso di tanti, trattati come «troll», venduti ai partiti, infiltrati, alieni. Anche questo non è un errore nuovo. L’incredibile e, per certi versi, impensabile successo del Pd, oltre alle questioni locali, è dovuto proprio alla stanchezza, per non dire al disgusto degli elettori nei confronti dei partiti personali che hanno segnato la vita della seconda repubblica e dei quali il grillismo è soltanto l’ultima propaggine. Con tutti i limiti e le proprie miserie, il Pd almeno assomiglia a una forza politica vera e non a alla pura estensione di un ego maniacale.

Corriere 29.5.13
Bersani ritorna e sceglie: Renzi? Letta ottimo premier I partiti
L'ex segretario: c'è bisogno del governo
di M. Gu.


ROMA — L'avanzata dei sindaci rimescola le carte nel Pd, in vista del congresso d'autunno. Guglielmo Epifani puntella la sua leadership, Pier Luigi Bersani torna a parlare e scaglia pietruzze, Walter Veltroni rilancia la vocazione maggioritaria. E Matteo Renzi si prepara a guidare il fronte antigovernativo.
I risultati nelle città innescano reazioni a catena. L'ex segretario torna in tv e, a Ballarò, si schiera con Enrico Letta e contro lo sfidante naturale del premier, il sindaco di Firenze. Gli chiedono se è Matteo Renzi il futuro candidato a Palazzo Chigi e Bersani, brusco: «Noi abbiamo un ottimo presidente del Consiglio, si chiama Enrico Letta. Dobbiamo governare, non si scappa dalle nostre responsabilità». Il 4 giugno Guglielmo Epifani riunirà la direzione nazionale e Bersani spezza una lancia a favore della separazione dei ruoli: primarie per eleggere il segretario, che però non dovrà più coincidere con il candidato premier «perché adesso ce l'abbiamo». Renzi non lanci ora la sua candidatura e il Pd sostenga Letta, sprona Bersani, perché «l'Italia ha bisogno di un governo», anche se di larghe intese. E sul sindaco dice: «Non condivido alcune proposte e metodi venduti come nuovi che mi sembrano solo rimasticature degli anni 90».
I ragionamenti dell'ex leader preparano il terreno alla battaglia tra l'anima filogovernativa e quella antagonista, in vista delle assise. «Il congresso si deve tenere entro ottobre, se ce lo fanno fare io mi candido...», conferma Pippo Civati. Renzi intanto si prepara a incalzare l'esecutivo e a Palazzo Chigi temono che voglia mettersi alla guida dei nemici del governissimo. «Il governo sarà forte se farà le cose — avverte il sindaco al Tg1 — Se vivacchia trascinerà l'Italia in basso». Bersani è ottimista, pensa che Letta «se la caverà» anche di fronte alle scadenze «dirimenti» che lo aspettano e chiede a Berlusconi di non mettere scadenze all'esecutivo: «Il Pdl cercherà di farci stancare, ma un governo dura finché un Paese lo sente». Per la prima volta dopo il «tradimento» dei franchi tiratori e le dimissioni, l'ex segretario parla del suo stato d'animo, dice che non ha bisogno di uno psichiatra e che è tornato persino al cinema. Ma non si pensi che andrà ai giardinetti: «Userò la mia autorevolezza e lavorerò perché il congresso ci consegni una leadership tarata sulle responsabilità di governo». Infine rivendica lo streaming con i 5 Stelle, convinto che «l'arroganza umilia chi ce l'ha».
Tutti contro Grillo. Renzi ironizza sul fatto che volevano dimezzare i parlamentari mentre «hanno dimezzato solo i loro voti». Se il M5S è stato punito, attacca Epifani, è perché «aveva la possibilità di cambiare il Paese, ma si è ritirato sull'Aventino». Per il Pd il voto «è andato bene» rivendica il segretario, «ma non per altri». Il «buon governo» del centrosinistra è stato premiato, le liste e i candidati del Pd hanno ottenuto «un risultato importante». Lo stesso non può dirsi del Pdl ed Epifani infierisce sull'alleato—avversario: «Ho visto qualche segnale di nervosismo... Ma quando un partito si assume una responsabilità di governo, questo deve far premio sulle convenienze». Una forza politica «seria e responsabile» imbocca una strada e poi «va fino in fondo».

il Fatto 29.5.13
Vittoria laica
L’Italia giusta abita a Bologna
di Paolo Flores d’Arcais


Domenica è avvenuto un miracolo, ma l’establishment ha ordinato di battezzarlo “flop” e i media della disinformazione unica sono scattati sull’attenti e hanno intonato un pronto “obbedisco! ”.
Il miracolo è avvenuto a Bologna. Da una parte una trentina di cittadini, senza risorse se non una grande passione civile e l’amore adamantino per la Costituzione repubblicana. Dall’altra tutti i poteri della città, ma proprio TUTTI: dal cardinal Caffarra al sindaco Pd, dalla Confindustria alle Coop, da Comunione e liberazione alla Lega, fino alla ciliegina di Romano Prodi. Le parrocchie scatenate come ai tempi della Guerra fredda, di Gedda e delle madonne pellegrine. Le sezioni Pd con l’ordine tassativo di mobilitarsi (l’ha fatto solo la nomenklatura di partito). I media locali allineati come una falange macedone. Eppure i laici-laici hanno vinto con un perentorio 59% a 41% del Potere unificato clerico-partitocratico-affaristico-mediatico. Davide contro Golia, ma un Davide che non aveva neppure la fionda. Un miracolo.
CHE SAREBBE un flop perché comunque a votare è andato meno di un cittadino su tre. Non si rendono conto, i megafoni e i lacchè dell’establishment, che si danno la zappa sui piedi? Gli strumenti per una mobilitazione di massa ai seggi li avevano solo il cardinale e il sindaco, ma se con tutto l’enorme dispendio di mezzi materiali e di grancassa “giornalistica” sono riusciti a portare alle urne solo 35 mila pecorelle obbedienti, suona davvero ridicolo e risibile che giudichino un flop i 50 mila che sono stati convinti da un pugno di cittadini del tutto privi di mezzi e di potere. A Roma questo si chiama conzolasse co’ l’ajetto, cari signori della Curia e del Partito. Naturalmente il comune, in mano al Pd (Partito do-roteo), andrà avanti come se nulla fosse accaduto, continuerà a beneficiare la scuola privata sottraendo risorse a quella pubblica, toglierà cioè alla scuola di tutti per regalare soldi di tutti alla scuola di pochi e “dei preti”, calpestando il risultato del referendum (tanto era consultivo!) e irridendo alla Costituzione, che le scuole private le tollera solo se “senza oneri per lo Stato”. È allora sperabile che il comitato “articolo 33” non si sciolga ma rilanci, e anzi si trasformi in una organizzazione di più generale “cittadinanza attiva”, chieda le elezioni comunali anticipate e vi partecipi. Il non-voto in tutte le città, ormai di dimensioni gigantesche, sottolinea il divorzio dai partiti esistenti, e l’insufficienza del solo M5S.

il manifesto 29.5.13
Sulla scuola il Pd e la Curia hanno perso

Intervista al collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming: «Questo è un punto di non ritorno su scuola pubblica e sussidiarietà». «La base del Pd non ha condiviso le scelte dei vertici, si è aperta una crepa, bisogna cercare di allargarla»
di Roberto Ciccarelli
qui

il Fatto 29.5.13
Sì alla legge anti femminicidio
A Roma il voto sulla Convenzione di Istanbul
di Sandra Amurri


Ieri mentre a Corigliano Calabro si celebravano i funerali di Fabiana Luzzi, 16 anni, uccisa da un suo coetaneo, la Camera ha approvato all’unanimità, 545 voti a favore, la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta nei confronti delle donne e la violenza domestica siglata a Istanbul nel maggio del 2011. Disegno di legge che dovrà, ora, passare l’esame del Senato. L’aula di Montecitorio ha salutato l’esito del voto con un lungo applauso.
Il testo prevede il contrasto a ogni forma di violenza, fisica e psicologica sulle donne, dallo stupro allo stalking, dai matrimoni forzati alle mutilazioni genitali e un forte impegno sul fronte della prevenzione, avendo come obiettivo il contrasto a ogni forma di discriminazione e promuovendo “la concreta parità tra i sessi, rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne”.
Uno strumento internazionale giuridicamente vincolante di protezione delle donne che prevede anche un'ampia rete di assistenza per le vittime di violenza.
IN ORDINE, l'Italia è il quinto Paese ad aver ratificato il testo della Convenzione dopo Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo ma affinché la Convenzione sia applicata occorre che venga sottoscritta da almeno 10 Stati di cui 8 debbono essere componenti del Consiglio d'Europa.
“Con l'approvazione di oggi della Ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa, si apre uno scenario più incisivo per il nostro governo nel contesto europeo e internazionale nella lotta al femminicidio”, ha spiegato la parlamentare italo-brasiliana Renata Bueno, membro della commissione Esteri della Camera. “La Convenzione è importante perché incardina il fenomeno della violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e istituisce la perseguibilità penale degli aggressori”.
Mentre Save the Children auspica che, di pari passo con la riforma normativa, venga garantito uno stanziamento di risorse economiche finanziarie adeguate a rafforzare la rete dei servizi e ad attuare politiche integrate, misure e programmi destinati a prevenire e combattere ogni forma di violenza, come ad esempio il ripristino del fondo contro la violenza alle donne, e l'istituzione di un apposito fondo per garantire una piena tutela e un indennizzo equo e adeguato alle vittime di reati intenzionali violenti”.
C'è inoltre da augurarsi che gli accordi tra i vari Stati vengano tradotti in piani di intervento concreti affinché siano tutelate tutte le immigrate perché la violenza sulle donne non conosce colore della pelle, età o confini geografici.
Voto, quello della Camera, che il ministro per l'integrazione, Cécile Kyenge ha definito “benefico” perché incoraggia, in quanto “non potremo mai assuefarci all’orrore di gravissimi fatti di cronaca contro le donne, ma neanche alle tante e continue violenze domestiche e nei luoghi di lavoro”.
RESTA la vergogna dell'aula quasi deserta durante la discussione di lunedì scorso, presenti solo i deputati del M5S e pochi altri nonostante il femminicidio sia un tema così caro ai politici che per disquisirne si contendono i talk show. Scampato anche il pericolo che venisse incluso l'articolo 3 della Convenzione secondo cui “la violenza nei confronti delle donne” comprende “tutti gli atti di violenza fondati sul genere” allargando il fronte anche alle coppie gay come auspicato da alcuni esponenti del Pd e da Sel.
Paola Binetti di Scelta Civica aveva già messo le mani avanti invitando a evitare “ambiguità”, mentre Dorina Bianchi del Pdl aveva precisato che la questione non era “prioritaria”, anzi era “inopportuna” anche per i costi sul Welfare e il parlamentare di Scelta Civica, l'ex portavoce della comunità di Sant'Egidio, Mario Marazziti aveva sottolineato come la definizione di genere della Convenzione approvata dal Consiglio d'Europa fosse troppo ampia.
Mentre l'Avvenire ha tenuto a rassicurare i lettori che il voto di ieri non prevedeva modifiche o emendamenti come a dire, appunto, che non vi sarebbe stata la scongiurata ipotesi che venisse inclusa la definizione di genere prevista dall'articolo 3 della Convenzione.

Corriere 29.5.13
Il voto sulla Convenzione di Istanbul apre una strada da seguire subito
di Anna Meldolesi


Mentre Corigliano Calabro piangeva Fabiana Luzzi, ieri la Camera ha votato all'unanimità la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. Poi toccherà al Senato. Cosa cambia per le tante vittime di abusi psicologici, fisici, sessuali? Molto dipenderà da quanto sarà forte la volontà di far vivere con le azioni ciò che è scritto sulla carta, stanziando finanziamenti adeguati e mettendo in atto le misure necessarie per prevenire i crimini, proteggere le vittime, perseguire i violenti.
Intanto però c'è da registrare il colpo di reni dell'Italia. Siamo il quinto Paese a ratificare il trattato e il viceministro Marta Dassù si è impegnata per conto del governo a sollecitare ulteriori ratifiche nelle sedi internazionali. Se pensiamo che un anno fa la direttrice dell'agenzia Onu per le donne Michelle Bachelet aveva richiamato l'attenzione proprio sull'emergenza dei femminicidi in Italia, si capisce bene il valore della svolta. È lo Stato ad assumersi formalmente la responsabilità di girare pagina. I simboli contano, tanto più in questo campo, in cui la violenza affonda le radici «nella cultura della subalternità e del possesso», per citare Laura Boldrini. È importante che il Parlamento riconosca la specificità della violenza contro le donne, incardinandola nell'ambito della violazione dei diritti umani fondamentali. Paradossalmente, ma forse neanche tanto, la nostra ratifica si va ad aggiungere a quella di un piccolo drappello di Paesi che non brillano nelle classifiche sulla parità di genere: Albania, Montenegro, Portogallo e Turchia. Perché la Convenzione entri in vigore si dovrà arrivare a dieci.
Certo quell'aula semideserta, durante i lavori preparatori dell'altro ieri, non è stato un bello spettacolo. E dispiace che qualche parlamentare cattolico si sia trovato a disagio con il concetto di «genere», nella sua accezione sociale oltre che biologica. Ma quel che conta è muoversi. L'emozione collettiva suscitata dai fatti di cronaca di questi giorni ha aperto la finestra al cambiamento. È un momento che bisogna afferrare, adesso.

Repubblica 29.5.13
Privatizzare i tribunali La soluzione britannica alla riforma della giustizia
I magistrati: a rischio l'indipendenza
di Fabio Cavalera


LONDRA — Questa volta non si esagera se si scomoda un termine come rivoluzione per raccontare che cosa rischia la giustizia inglese. Persino il Times, raramente propenso a gonfiare le notizie, parla di un piano che potrebbe cancellare un sistema nato con la Magna Charta. Soffiano venti di liberismo un po' selvaggio sui palazzi dei tribunali e delle corti di Sua Maestà.
Per risparmiare due miliardi e mezzo di sterline e obbedire alla politica dei tagli che il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, ha imposto allo scopo di mettere in ordine i conti pubblici, circola l'idea di trasformare il complesso insieme di servizi dell'amministrazione giudiziaria in un'impresa commerciale da affidare ai privati. Entro un paio di settimane il ministro Chris Grayling si ritroverà sul tavolo un piano con i dettagli richiesti agli esperti. Questione delicatissima. E i magistrati, pur esclusi dallo schema di riforma, si guardano attoniti e si chiedono: che ne sarà della nostra indipendenza?
Ma lui, il «guardasigilli» del Regno Unito, un conservatore con laurea in storia dell'arte a Cambridge e con in testa alcuni concetti di eguaglianza molto particolari visto che un paio di anni fa sostenne il diritto degli alberghi e dei bed&breakfast di rifiutare la camera alle coppie omosessuali, pare intenzionato, così sostiene il Times, ad andare avanti. Sindrome da risparmio. Sindrome da privatizzazione. Sindrome da liberalizzazione a tutti i costi. Sindrome da primo della classe. Che cosa sia se lo chiedono in tanti. Fatto sta che Chris Grayling si è conquistato il titolo di apertura del nobile quotidiano londinese con la sua medicina per guarire il ministero dalla malattia degli sprechi. Gli hanno chiesto di potare i rami secchi per 2,5 miliardi e pensa di raggranellarne già un miliardo ridisegnando l'amministrazione della giustizia. Provocazione o lungimiranza?
Tre sono i pilastri del progetto. Il primo è che tutti i tribunali e le corti (oggi ospitati in 650 sedi) dovrebbero trasferirsi in palazzi di proprietà privata, lo Stato pagherebbe un affitto alle banche, alle assicurazioni, agli hedge fund, ai tycoon che hanno in portafoglio l'immobile ma, liberando e vendendo i vecchi palazzi, la somma ne risulterebbe positiva. Il secondo è che i servizi di segreteria e di cancelleria di supporto ai giudici (22 mila dipendenti) potrebbero essere appaltati all'esterno, sempre a privati. Infine, e su questo terzo punto occorre dire che l'immaginazione ha un che di suggestivo, l'imposizione di una «tassa» nelle cause civili e commerciali che hanno per oggetto patrimoni oltre un certo valore. In altre parole se Roman Abramovich o Bernie Ecclestone vanno in tribunale per risolvere qualche lite con rivali o parenti sarebbero costretti a versare un discreto obolo aggiuntivo. Un modo per costringerli a riflettere sul ricorso alle carte bollate. E un modo per finanziare indirettamente la giustizia penale, infatti la «tassa» sarebbe girata per rendere più veloci i processi contro la criminalità organizzata.
È una rivoluzione controversa e fantasiosa. Scontate le perplessità e le critiche feroci. «Il rischio è che in nome dell'efficienza economica raggiunta con la privatizzazione si sacrifichi l'indipendente amministrazione della giustizia», spiega al Times l'avvocato per i diritti umani lord Pannick. «Tranquilli non intendiamo una privatizzazione generalizzata della giustizia», hanno rassicurato dal ministero. Ci mancherebbe.
Il dibattito è aperto: siamo sicuri che sia questa la strada più giusta per tagliare la spesa pubblica? C'è chi sottolinea un particolare: lo Stato ha già appaltato ai privati i servizi di traduzione e interpretariato nelle corti e nei tribunali. Il risultato è stato un mezzo fallimento: 6.417 ricorsi per difetto di professionalità e 650 processi bloccati in un anno. A volte le privatizzazioni funzionano male. Ma il ministro Grayling vuole comunque procedere con la sua rivoluzione.

Repubblica 29.5.13
La sindrome di Stoccolma
La rivolta giovanile nei sobborghi ha lasciato segni e ferite
Lo scontento incrina il modello scandinavo
Ma il premier nega: “Solo teppisti”
di Anais Ginori


Come Londra e Parigi, anche Stoccolma scopre di essere circondata da una cintura di disagio che rischia di mandare in crisi anche l’esemplare sistema sociale
Il malessere nelle periferie degli immigrati è sfociato in una violenta rivolta

STOCCOLMA Appena venti minuti di metrò, ma è come dal giorno alla notte. La linea d’ombra che accompagna la perdita d’innocenza è questa. Alla partenza c’è la città maestosa e ignara di quel che accade, affacciata sul mare, i vicoli medievali di Gamla Stan pieni di turisti, con il palazzo reale, il museo dei Nobel, il parlamento. Poche fermate, e appena in superficie cambia tutto. “Stockholm suburbia”, adesso li chiamano così. I sobborghi di case tutte uguali con le parabole puntate a Sud, i giovani che bivaccano negli androni picchiettando sui loro cellulari mentre, intorno, i volontari cercano di cancellare le tracce della battaglia. Macchine bruciate, le finestre rotte dalle sassaiole. «Stiamo lentamente tornando alla normalità», spiega cortese il portavoce della polizia, Lars Bystroem.
Sono durati una settimana, gli scontri notturni tra agenti e bande di incappucciati, che dalla capitale minacciavano di estendersi a tutto il paese. Nelle ultime ore si segnalano incidenti isolati e sempre più sporadici. Solo i rinforzi di polizia arrivati da Göteborg e Malmö, insieme a una pioggia sottile, sono riusciti a rimandare a data da destinarsi, almeno per ora, quella che anche il premier svedese Fredrik Reinfeldt ha battezzato ufficialmente come «rivolta ». Gli osservatori stranieri si sono precipitati a dire che in quei roghi urbani è andato in fumo anche il modello scandinavo, tra i più avanzati del mondo nel garantire eguaglianza e giustizia sociale. La risposta del premier, in modalità legge&ordine — «non ci sono vittime del sistema, solo teppisti» — più che una svolta autoritaria ha rivelato l’orgoglio ferito.
Il poco socialdemocratico Nicolas Sarkozy aveva chiamato “feccia” i ribelli della banlieue parigina. Al di là delle definizioni, sono giovanissimi. La maggior parte delle persone fermate durante gli scontri è minorenne, non ha finito gli studi e non ha un lavoro, come un quinto dei ragazzi delle periferie più povere. Sempre in omaggio a un politicamente corretto che qui è stile di vita, si finge anche di ignorare la nazionalità di questi rivoltosi: la tradizione progressista impedisce alle autorità svedesi di fare classificazioni “etniche”. Ma sono tutti figli di quei profughi balcanici, afgani, iracheni, somali, siriani, che negli ultimi vent’anni hanno trovato rifugio qui e costituiscono ormai il 15% della popolazione svedese. Si sa, ma non si dice, e non lo si può neppure scrivere. Nelle cronache di questi giorni non è permesso fare distinzioni etniche, ma è almeno consentito interrogarsi sul “fallimento dell’integrazione”.
Lo stesso paradosso si ripete a proposito del sessantanovenne ucciso dalla polizia il 13 maggio a Husby, la periferia a nord della capitale, dove tutto è cominciato. Secondo la versione ufficiale, contestata da alcuni testimoni, l’uomo aveva brandito un machete contro gli agenti. Chi era la vittima che ha innescato le proteste? Un giornale locale
ha osato scrivere che non era “autoctona”, ma di origini portoghesi. I media non hanno voluto riprendere la notizia e continuano a garantire l’anonimato dell’uomo, fino a conclusione dell’indagine della magistratura sul caso. Può apparire un atteggiamento miope, un’inutile ipocrisia. Eppure, in passato, è anche attraverso queste prudenze che si è costruito quel patto di convivenza civile, ora pericolosamente entrato in crisi.
Come Londra 2011, e ancor prima Parigi 2005, anche la civile Stoccolma scopre di essere circondata da una cintura di disagio e frustrazione. La violenza degli scontri non è simile a quanto accaduto nelle altre due metropoli europee, questo è pur sempre un paese con appena nove milioni di abitanti. Le scale di grandezza sono diverse, così come il paesaggio urbano. Husby è un quartiere vivibile, di case basse e rosse costruito negli anni Settanta grazie al “milion program”, un visionario piano di edilizia popolare. Parchi curati, scuole, biblioteche e trasporti pubblici perfettamente funzionanti. Ma per le nuove generazioni conta lo scarto tra quel che la società promette e quel che non riesce a mantenere. Dall’alto della sua reputazione e delle aspettative che ne conseguono, la Svezia paga forse un prezzo ancora più alto nello sfogo di rabbia e delusione. Le opportunità professionali e di miglioramento delle condizioni di vita si distribuiscono in modo sempre più asimmetrico.
I giovani di Kista, altra periferia in rivolta, si sentono beffati due volte.
Vivono nel quartiere considerato la Silicon Valley di Stoccolma, ma guardano i grattacieli delle società ultratecnologiche costruiti accanto ai palazzoni dove sono nati come un monumento alla loro esclusione: sanno che difficilmente otterranno un colloquio di lavoro in uno di questi gruppi. Oltre quelle vetrate, non c’è posto per loro. «Sarebbe potuto succedere in qualsiasi altro momento». Ghamari Hamid, istruttore di origine iraniana che lavora in una palestra di Kista, considera la sparatoria di Husby come un mero pretesto. «Non si può cercare una sola risposta. La disoccupazione è solo una delle tante cause. I ragazzi si sentono isolati, lasciati ai margini».
Sul giornale progressista Aftonbladet l’editorialista Lena Mellin parla di fiasco politico. «Per troppo tempo — scrive — non è stato possibile neanche dire che in un quartiere in cui convivono 114 diverse nazionalità servono più risorse e servizi pubblici». Le derive del “politicamente corretto” sono imputate alla lunga egemonia del partito socialdemocratico. Oggi, in una sorta di contrappasso, sono finite sotto accusa anche le politiche del governo conservatore, al potere dal 2006. Negli ultimi sette anni, il premier Reinfeldt ha tagliato le tasse e la spesa pubblica, che rimane comunque la più alta d’Europa dopo la Francia. Salari e contributo sociali più bassi, istruzione e sanità aperti ai privati. Un’iniezione di liberalismo nel caro, vecchio welfare, con l’obiettivo di rendere più competitiva l’economia nazionale. In parte ha funzionato, come ha sottolineato qualche mese fa l’Economist, plaudendo alla tigre scandinava. La Svezia è sfuggita alla recessione che altrove ha colpito l’Europa senza però sconfiggere la disoccupazione (8,7%) ma ha conosciuto il più rapido incremento delle disuguaglianze nelle società occidentali, dati dell’ultimo rapporto dell’Ocse.
L’illusione che non sia successo niente è di breve respiro. Husby ha già cambiato l’agenda del parlamento, costretto a ridiscutere le politiche di integrazione, su richiesta di Jimmie Akesson, leader dei Democratici Svedesi. La Svezia è stato l’ultimo paese europeo a cedere all’ondata populista. Soltanto nel 2010, il partito xenofobo, che vuole chiudere le frontiere e rimandare a casa i clandestini, è riuscito a entrare nel parlamento con oltre il 5%. Gli ultimi sondaggi prevedono un raddoppio dei consensi in vista delle elezioni dell’anno prossimo.
È ancora presto per dire se la Svezia, dopo gli incidenti di questi giorni, sia pronta a stravolgere una tradizione di tolleranza e accoglienza, cedendo alle sue pulsioni più oscure, così ben raccontate, e quindi esorcizzate, nei noir degli autori scandinavi. «Stoccolma non brucia e la discriminazione non è sempre legata al razzismo», commenta la scrittrice di origine curda Nima Sanandaji. Parte della popolazione, spiega, viene lasciata ai margini per cause economiche, legate all’educazione, al retroterra culturale.
«Smettiamo di colpevolizzare la nostra società», chiede Sanandaji. È cresciuta nelle periferie degli immigrati e diventata intellettuale di successo, così come Zlatan Ibrahimovic è uscito dal ghetto di Rosengärd, fuori Malmö, per diventare un campione di calcio. Henning Mankell, lo scrittore del commissario Wallander, sostiene che la Svezia è abituata a interrogarsi e scrutare il suo cuore di tenebra, in una ricorrente perdita di innocenza, cominciata addirittura con l’omicidio di Olof Palme, quasi trent’anni fa. Finora, dopo ogni esame di coscienza, il paese è sempre riuscito a restare in bilico, camminando sul filo della sua innata capacità al compromesso. Ma anche lassù, nella fredda e civile Svezia, conservare l’equilibrio è difficile, sempre più difficile.

Repubblica 29.5.13
Parla lo scrittore Tamas
“Il razzismo è strutturale ma nessuno lo ammette”
intervista di A. G.


STOCCOLMA «Questo tipo di rivolte urbane sono destinate a ripetersi, siamo in una situazione esplosiva». Gellert Tamas ha pubblicato negli anni Novanta un profetico libro che raccontava come l’odio razziale e il nichilismo stessero crescendo dentro all’idilliaca società svedese. Il giornalista esperto di estrema destra è stato tra i primi narratori a indagare l’ambivalenza scandinava. Il suo bestseller L’Uomo Laser pubblicato in Italia da Iperborea ha ricostruito la storia vera di un killer di immigrati che nel 1991 aveva seminato il panico a Stoccolma. Il primo segnale che nella capitale svedese c’erano problemi di integrazione? «L’immagine della Svezia come paese della tolleranza è superata da ormai un paio di decenni. La società è sempre più divisa. Una parte della popolazione è stata marginalizzata. Esiste purtroppo una discriminazione in base al cognome e al colore della pelle, ma nessuno vuole riconoscerlo. È un argomento tabù».
Eppure, rispetto a Londra e Parigi, le periferie di Stoccolma sembrano più vivibili.
«Gli abitanti delle periferie svedesi non si paragonano alle altre periferie europee. È vero che Husby dall’esterno sembra sicura, non è così brutta come una banlieue parigina. Ma per i giovani di Husby il paragone è con il centro di Stoccolma. È questa differenza che alimenta la frustrazione».
La crisi economica è arrivata fino in Svezia?
«No, le discriminazioni sono legate alle origini etniche. In un quartiere come Husby, la metà degli alunni di origine straniera non arriva al diploma. È il fallimento del nostro sistema di integrazione, non è solo un problema economico».
Il premier Reinfeldt sostiene che si tratta solo di giovani “teppisti”.
«La violenza è da condannare sempre e comunque. Ma usare il termine “teppista” significa puntare il dito contro questi ragazzi senza cercare di capire cosa c’è dietro. Un po’ come quando Sarkozy disse racaille. È un modo di scaricare tutto il disagio sugli altri, mentre c’è anche una precisa responsabilità politica».
Quale?
«Questo governo ha diviso la Svezia, promuovendo una mentalità individualista, legata al successo e alla carriera, una cultura del lavoro sul modello anglosassone lontana dalla tradizione scandinava di giustizia sociale».
Il razzismo nelle forze dell’ordine è davvero così diffuso?
«Nella polizia c’è un razzismo strutturale, del quale abbiamo avuto varie prove. A gennaio, la polizia svedese ha lanciato un piano contro l’immigrazione illegale attraverso il facial profiling, ovvero fermando le persone del metrò solo in base ai tratti somatici. C’è stato un grande scandalo, ma nulla è cambiato».

Repubblica 29.5.13
Il ritorno del Noi
Da Kant a oggi cosa sta a indicare il pronome fondativo di gruppi, classi e comunità
Le nuove identità nell’epoca dei social network
di Maurizio Ferraris


Se l’io è, secondo Pascal, il più detestabile dei pronomi, il noi è il pronome più misterioso. Poniamo che quattro persone giochino a poker e che qualcuno chieda loro che cosa stiano facendo. Una risposta come «io sto giocando a poker, e anche lui, e anche lui, e anche lui» suonerebbe a dir poco strana. La risposta ovvia è «noi stiamo giocando a poker». Ora, in questo “noi” si nascondono parecchi enigmi del mondo sociale che hanno interessato i filosofi (e su cui ritorna proprio in questi giorni Roberta De Monticelli in un capitolo centrale di Sull’idea di rinnovamento, Raffaello Cortina): che cosa intendiamo davvero dire, e fare, quando diciamo “noi”? Il punto più rilevante è che, contrariamente alle apparenze, l’uso del “noi” è funzionale, più che a una identificazione, a una esclusione. Dal “noi spiriti liberi” di Nietzsche al “noi padani”, al “noi moderni”, lo scopo principale del “noi” sta nel costruire una aggregazione, in cui un singolo si autonomina rappresentante di una classe, ma, ancor più, nel generare il fantasma dei “loro”, degli altri, di quelli che non sono noi. In questi casi, a differenza da ciò che accade con i nostri quattro giocatori di poker, il confine tra il “noi” e il “loro” è estremamente mobile e soprattutto infinitamente vago e manipolabile.
Ecco perché, a mio avviso, uno degli scopi centrali della filosofia come critica della ideologia deve consistere proprio nella condanna della finzione universalizzante del “noi”. Jacques Derrida è stato un campione di questa prospettiva, per esempio facendo notare come l’appello ermeneutico al dialogo e alla “fusione di orizzonti”, alla creazione di un discorso universale dotato di una piena trasparenza comunicativa era sempre sul punto di tradursi nell’evocazione di un fantasma di totalità. Ma come può esercitarsi una vigilanza critica nei confronti della costituzione del “noi”?
Probabilmente, lo strumento più efficace è l’analisi dei connettivi e dei contesti che rendono possibile il “noi”. Storicamente ne abbiamo avuto molte versioni, raramente rassicuranti. La prima è infatti quella del sangue e della terra, cioè l’idea che il “noi” sia assicurato dalla condivisione di certi attributi genetici e di uno spazio geografico. Ma anche l’idea che il “noi” abbia invece una base spirituale non è di per sé meno minacciosa. Basti pensare all’ambigua tesi di Fichte, nei Discorsi alla nazione tedesca (1807-1808), che definiva i tedeschi come il popolo dello spirito, e poi procedeva a dire che dunque chiunque creda nel progresso dello spirito appartiene alla stirpe tedesca (mentre poteva darsi il caso di chi, non credendo nello spirito, non sarebbe stato tedesco anche se geneticamente lo era).
Nella filosofia contemporanea, la risposta prevalente alla domanda sull’origine del “noi” è fornita dalla teoria della intenzionalità collettiva, proposta dal filosofo finlandese Raimo Tuomela e sviluppata da John Searle. L’idea è che ci sarebbe questo elemento primitivo e naturale (una specie di ghiandola pineale intersoggettiva) che ci fa dire “noi” invece che “io” in un certo numero di situazioni, e che sta alla base della costruzione del mondo sociale. Qui avrei più di un dubbio, perché in effetti al “noi” ci si arriva attraverso un addestramento. È vero che un gruppo di persone in gita può dire “noi camminiamo”, ma si tratta ancora di “intenzionalità collettiva” quando a camminare è un gruppo di prigionieri tenuti sotto tiro?
Se le cose stanno in questi termini, alla versione naturalistica di Searle è di gran lunga preferibile la versione culturalistica che, quasi duecento anni fa, ha dato Hegel con l’idea di “spirito oggettivo”. Quello che noi abbiamo nella nostra testa, le nostre intenzioni e le nostre aspirazioni morali non può restare in un puro mondo intelligibile, come pensava Kant, ma ha bisogno di manifestarsi nella storia. È qui che si introduce la variante hegeliana: lo spirito ha bisogno strutturalmente di mani-festarsi, di solidificarsi in istituzioni. È lì che si manifesta il “noi”: nelle costituzioni, nelle imprese e nelle tradizioni condivise. Ma, attenzione, è importante capire che questo spirito è oggettivato, non è una nostra proprietà personale.
È per questo che, in alternativa a queste forme di costruzione del “noi”, ho suggerito che l’elemento fondamentale è costruito da quello che chiamo “documentalità”. È attraverso la condivisione di documenti e di tradizioni che si costituisce un “noi”. Ed è proprio per questo motivo che la società si è dotata così presto di scritture e di archivi: per far sì che lo spirito possa manifestarsi e diventare riconoscibile, acquisendo visibilità e permanenza temporale. Da questo punto di vista, la forma più trasparente del “noi” è un documento che reca delle firme, e che manifesta con onestà i termini, i confini e gli obiettivi del “noi”, che in questa versione appare come l’accordo cosciente tra un numero definito di persone per un obiettivo riconoscibile.
Oggi la documentalità è rappresentata soprattutto dal web, questo immane apparato che alcuni ottimisti sono portati a definire come l’espressione di una intenzionalità collettiva, per esempio rifacendosi al ruolo del web nella primavera araba, o più recentemente nel successo del Movimento 5 Stelle. A mio avviso però è proprio nei confronti del web che appare più che mai necessaria una vigilanza critica nei confronti della produzione di un “noi”. Perché le condizioni regolate della documentalità, quelle che appunto possiamo trovare in un atto espresso in forma esplicita (costituzione, compravendita, testamento), e cioè la riconoscibilità dei confini del “noi”, la piena consapevolezza e la solennità dell’impegno vengono meno.
Pensate alle pagine di Facebook in cui il tribuno di turno chiama a raccolta i suoi sostenitori per condividere delle idee che normalmente trovano la loro forma di aggregazione nella condanna dei “loro”, degli altri. Qui si crea una illusione di intenzionalità collettiva chiaramente ingannevole. I sostenitori che scrivono “mi piace” lo fanno magari senza pensarci, tanto non sono impegnati a niente. Le quantità sono soggettive: già una decina di “mi piace” sembra indicare un consenso assoluto. I commenti sono estemporanei come i discorsi al bar, ma diversamente da quelli permangono, e soprattutto sono prevalentemente positivi, rafforzando la convinzione del tribuno di aver ragione. E il “noi”, da potenziale veicolo di intelligenza collettiva, si trasforma in una manifestazione non confortante di stupidità di massa, anzi, non esageriamo, di gruppo.

La Stampa 28.5.13
Quei demoni continuano a tormentarmi”
La preghiera di Francesco su Angel
Parla Ángel V., il messicano che ha ricevuto da papa Francesco una preghiera di liberazione il giorno di Pentecoste
di Mauro Pianta

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Corriere 29.5.13
Venezuela senza vino. I vescovi: messe a rischio

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La Stampa 29.5.13
Scoperto a Bologna il rotolo della Torah più antico del mondo


È rimasto in un archivio per anni, forse secoli. Liquidato da un bibliotecario di fine ’800 come modesto manoscritto vergato, forse, nel XVII secolo. Invece, quel «Rotolo 2» conservato nella biblioteca dell’Università di Bologna, lungo poco meno di 36 metri e alto 64 centimetri, era in realtà il più antico rotolo ebraico completo della Torah oggi conosciuto. Lo ha scoperto Mauro Perani, ordinario di Ebraico dell’Alma Mater. Durante la redazione del nuovo catalogo dei manoscritti ebraici della biblioteca, ha notato che quella scrittura anomala altro non era se non il modo di vergare la Torah prima che il filosofo Maimonide (morto nel 1204) fissasse in maniera definitiva la normativa rabbinica relativa alla scrittura del Pentateuco. I test al carbonio 14 hanno collocato il documento tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Come sia arrivato a Bologna resta un mistero. Per consentirne lo studio, verrà digitalizzato e reso disponibile sul sito della biblioteca. La rarità del Rotolo è dovuta al fatto che le comunità ebraiche non conservano le vecchie copie in rotolo della Torah usate per la liturgia. Anzi, queste vengono sistematicamente distrutte, perché non possono presentare imperfezioni, e quando si logorano perdono il loro stato di santità.

Corriere 29.5.13
Era nella Biblioteca universitaria
Bologna, scoperta la più antica Torah del mondo
Catalogato come modesto manoscritto del XVII secolo, in realtà era stato compilato 850 anni fa

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